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21 ottobre 2011

Il Pdl? Meglio Forza gnocca, parola di Berlusconi R

enato Besana. Opinionista di “Libero”, ha scritto, tra l’altro, sul “Giornale” e sul “Tempo”. Ha diretto una casa editrice; alla Rai si occupa dal 1994 di programmi culturali. Ha pubblicato tre romanzi: Frontiera di nebbia (Camunia, Milano 1993, Premio Hemingway) e, con Marcello Staglieno, Lili Marleen (Rizzoli, Milano 1981, Premio Campione d’Italia) e Il Crociato (Rizzoli, Milano 1983, Premio Castiglioncello), tradotti in quattro lingue. Con questo articolo inizia la sua collaborazione con Qui settimanale.

I

l Cavaliere detesta la parola partito al punto da non averla voluta nel nome del proprio, che per questo si chiama Popolo della libertà. Eppure, mai come ora, d’un partito vero avrebbe bisogno. Per un nuovo predellino gli mancano il tempo e la voglia: le elezioni incombono, i sondaggi franano. In vista dell’inevitabile uscita di scena, molti dei suoi gli hanno suggerito di rifugiarsi, anche in Patria, nel grande contenitore delPpe. L’idea non lo entusiasma. Se dobbiamo cambiare, ha sbottato qualche settimana fa, preferisco Forza gnocca. Una battuta per togliersi d’impiccio, ma non soltanto. Il Pdl, per volontà del suo fondatore, altro non è se non un comitato elettorale. Una sorta di ombrello, sotto il quale convivono, continuando a detestarsi, le vecchie identità di provenienza: socialisti, democristiani, ciellini, aziendalisti e laici; ai cinque campanili si sono poi aggiunti i rampanti post ’94 egli ex Alleanza nazionale, al netto della defezione finiana. Ciascuna tribù si riconosce in un notabile locale, in perenne quanto aspra competizione con gli altri suoi simili, come negli anni della decadenza accadeva alla Dc. Quando aveva fondato Forza Italia, era il 1994, Berlusconi portava un solo messaggio: se stesso. Per la prima volta nella politica italiana - e negli Usa accadrà soltanto con Obama - un uomo coincideva con la propria narrazione; con i suoi smaglianti successi televisivi e calcisti-

ci, incarnava l’ottimismo degli anni Ottanta, lo stile di vita spumeggiante che i moralisti in servizio permanente effettivo bollavano di edonismo. Alla sinistra, smarrite le certezze dell’ideologia, non restava che la cultura del piagnisteo, allora ben rappresentata dalle facce meste di Occhetto e Martinazzoli: fu travolta da quello che non ha mai smesso di considerare un errore della storia. Nel Polo e nella successiva Casa delle libertà, la debolezza dell’architettura programmatica era compensata dal vitalismo, dalla volontà di futuro. Come diceva Heinrich Mann, democrazia

è fare ciò che accade. Purtroppo a Berlusconi toccò la stessa scoperta che aveva amareggiato Nenni quando i socialisti entrarono nel primo governo di centro sinistra: nella stanza dei bottoni non c’è alcun bottone. In altre parole, chi governa non comanda. Così, negli ultimi quindici anni, di riforme se ne sono viste poche, lo Stato è rimasto com’è, farraginoso e oppressivo, le grandi opere languono e la politica degrada in avanspettacolo. Nel frattempo, la generazione degli anni Ottanta è alle soglie del pensionamento; il sogno di un’Italia più prospera e più libera è finito in un cassetto insieme ai dischi dei Duran Duran; una crisi economica senza precedenti morde le due sponde dell’Atlantico. Il Cavaliere si trova alle prese con un mondo che non gli somiglia. Prima di passare la mano, intende tuttavia mettere un

po’ d’ordine, nel suo stile s’intende: quel Forza gnocca è un irriverente benservito al politichese, all’ordalia delle tessere, alla restaurazione della prima repubblica contrabbandata per terza. C’è, nella battuta, anche un sussulto d’orgoglio personale, conscio o inconscio, non certo elaborato dai pensatoi della comunicazione ma frutto d’italico spontaneismo, retaggio di racconti al bar e confidenze nel dopo partita. A comportarsi da play boy, o meglio da play old, come lui stesso s’è definito, Silvio non può rinunciare: ne andrebbe della sua fama di galletto, consolidata nei decenni e pubblicamente esibita. Agli elettori che gli sono rimasti fedeli, piace anche per questo. La signora Gina, che dal parrucchiere legge “Diva e Donna”, lo vuole così, compiaciuto libertino. C’è una lunga tradizione in materia, da Mazzini e Cavour al Re Gentiluomo e alla Buonanima, che non se ne lasciava sfuggire una e aveva trasformato in teatro d’amorose battaglie il canapè nell’anticamera del suo studio a palazzo Venezia. In tempi più vicini a noi è toccato a Bettino d’impersonare il tombeur de femmes. I democristiani, costretti com’erano a consumare di nascosto, non hanno mai destato entusiasmi. La nazione è la femmina che il Capo deve possedere. Le reazioni da sacrestia laica che si sono levate attorno alle sue private intemperanze hanno resuscitato un’Italia remota, quando si finiva in tribunale per adulterio, e lo Stato, con l’ausilio dei parroci, sbirciava sotto le lenzuola dei cittadini. Per com’è stata posta la faccenda, sembra quasi che la linea di demarcazione tra gli schieramenti passi ormai per il comportamento sessuale: da una parte il Cavaliere con le Noemi e le Ruby, dall’altra i Vendola, i Marrazzo, i Sircana. Destra e sinistra sono finite in soffitta. L’alternativa è cambiata: o Forza gnocca o il Partito dell’orecchino (e il grande centro è un’ammucchiata). Renato Besana

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