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edito da Associazione Culturale

www.quintaparete.it Anno III - n. 8 - Agosto/settembre 2012

Con la notte di San Lorenzo, un’occasione in più per concedersi più spesso uno sguardo in su

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Anno III - n. 8 Agosto/settembre 2012

in questo numero www.quintaparete.it Numero chiuso il 2 ottobre 2012

Musica/Eventi

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Teatro/Agenda

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Edito da Associazione Culturale Quinta Parete - Verona Via Vasco de Gama 13 37024 Arbizzano di Negrar, Verona

Direttore responsabile Federico Martinelli Assistente di redazione Stefano Campostrini Hanno collaborato Daniele Adami

Arte

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Cinema

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Libri/Giochi di ruolo

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SocietĂ 

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Viaggi/Animali

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Sport

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Paola Bellinato Stefano Campostrini Paolo Corsi Lorenzo Magnabosco Jessica Mariani Federico Martinelli Ernesto Pavan Alice Perini Michela Saggioro Silvano Tommasoli Realizzazione grafica Stefano Campostrini Autorizzazione del Tribunale di Verona del 26 novembre 2008 Registro stampa n° 1821

I titoli delle rubriche sono desunti, con ironia, da battute di celebri film

contatti quintaparete@quintaparete.it Federico Martinelli Cell.: 349 61 71 250

www.quintaparete.it


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Musica

Agosto/settembre 2012

Verso l’infinito e oltre di Jessica Mariani

Paolo Nutini al Castello Scaligero di Villafranca

Back to the Sixties L’atmosfera del castello scaligero è suggestiva e avvolgente, e se contornata da un cielo stellato e da qualche aeroplano che di tanto in tanto lo sorvola eleva di sicuro le aspettative di coloro che sono lì per godersi a pieno la musica live. Tre modi differenti per godersi lo spettacolo: posto numerato, posto non numerato con sedie disponibili e prato libero per i più romantici o che dir si voglia, i “più rilassati”. Sarà la giusta formula per un concerto di questo tipo? Si scoprirà lungo il corso della recensione. Il Villafranca Festival ospita a gran voce il nuovo guru della scena pop-soul britannica Paolo Nutini, accompagnato in apertura dal rock’n’roll degli Home con cui

condivide, ed è difficile non notarlo, la passione per uno stile tutto anni sessanta. Buon sangue non mente. Di certo il mix italo-scozzese ha portato fortuna a Paolo Giovanni Nutini, amante del bel paese e orgoglioso delle sue antiche origini toscane. Nonostante la giovane età, due album alle spalle e sei anni sulla scena musicale, il giovane Nutini sa come giocarsi le sue carte. Ci sarà sicuramente lo zampino dell’Atlantic Records (?), ma la naturalezza incantatrice dell’artista sembra comunque apprezzabile e genuina. Paolo Nutini aleggia fra la

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DAL

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24:00 FINO ALLE ORE

consapevolezza di essere un ammiccante sex symbol e il riconoscere che agli italiani piace essere omaggiati. Scoccate le 21.30 parte il primo omaggio al bel paese con il brano cult di Fred Buscaglione “Eri Piccola così”. Il ritmo inizia a scorrere, le luci colorate accendono lo sfavillio del castello ed ecco Paolo Nutini esordire intonando il brano “10/10” in stile decisamente hipster, capello “fintamente” trasandato e camicia stropicciata. “Alloway groove” e la romantica “High Hopes” scaldano il pubblico che ha il tempo di apprezzare la band tutta maschile di Nutini e una invidiabile sezione fiati che regala alla scena un’atmosfera un po’ retrò. La distanza fisica tra il pubblico e Nutini però è troppo percepibile e notabile. Al pubblico la disposizione non aggrada, e neppure alla sottoscritta. Le note introduttive di “Jenny don’t be hasty” non lasciano scelta. La folla si alza, sfida le transenne, si sbarazza del posto numerato e non c’è bodyguard che tenga. C’è chi, come la sottoscritta, preferisce godersi lo spettacolo “dall’alto” senza trasgredire troppo, sale sulla sedia e inizia a ballare su ritmi sixties un po’ retrò. Paolo coinvolge senza l’aiuto di parole e crea allo stesso tempo un’atmosfera mol-


Musica

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Verso l’infinito e oltre to intima che possiede le fattezze dei caldi pub inglesi, dove la gente ride, canta e ingurgita fiumi di birra. Difatti, la coda per comprare il drink è lunga, interminabile e decisamente “english” in quanto al prezzo. Colpisce molto l’eterogeneità del pubblico; padri con figli sulle spalle che coprono la visuale, coppie giovani e meno giovani abbracciate, ragazzine impazzite che lanciano biancheria intima sul palcoscenico; e non è per rendere l’idea: è successo veramente. Le parole non sono il cavallo di battaglia di Nutini, ma gli ammiccamenti a intermittenza lo sono e giustificano la netta maggioranza femminile allo spettacolo. La vocalità dell’artista è particolare e decisamente degna di merito. Intonato, espressivo e moderatamente graffiato. Non esagera, è discreto e a suo agio sul palcoscenico. Certamente, dopo essere stato spalla di Rolling Stones, Amy Winehouse e Led Zeppelin la cosa non sorprende affatto. Alterna brani di entrambi gli album tra cui, in sequenza, “Bear in mind”, “Growing up” e “Coming up easy”, fino al celebre e malinconico “These Streets”, titolo del suo album d’esordio, nonché momento più adatto per darsi a effusioni romantiche. Si prosegue con “Over and Over”,

“One day” e “Sleepwalkin”e poi si raggiunge il culmine con i ritmi variopinti delle trombe in “Pencil full of lead”. Il pubblico si muove, balla, è divertito, e anche Paolo sembra esserlo, qualcuno cade dalla sedia ma si rialza senza troppe lamentele. “No other way” il prossimo brano per poi gustarsi il successo “Candy” tanto atteso, a giudicare dall’urlo di stupore lanciato dopo le prime note della canzone. Un pop folk senza tempo: se si chiudessero gli occhi si stenterebbe a credere che colui che sta

rato la metà e il pubblico attende la fantomatica sorpresa. Un omaggio a Lucio Dalla con il celebre “Caruso” é ciò che Nutini ha scelto per stupire il suo pubblico. Emozionante, anche se le origini italiane sembrano scomparire dietro alla pronuncia imperfetta dell’artista. “Cherry blossom” “One day” e “Birdy” sono i brani inediti dell’album in uscita a ottobre che Nutini seleziona per il suo pubblico, ma “Last Request” e “New shoes” sono indubbiamente le preferite e le più osannate.

cantando ha solo 24 anni. I testi sono semplici, di base abbastanza profondi, forse in alcuni casi più adattati al suono che degni di significato, ma comunque apprezzabili e orecchiabili. Il concerto ha ampiamente supe-

Il saluto al pubblico di Paolo Nutini si intreccia con le note elettro-pop del successo degli MGMT “Time to pretend” regalando un’atmosfera calda e molti sguardi soddisfatti e compiaciuti. I 3500 spettatori si dirigono verso le uscite, le ragazzine aspettano Paolo, che dopo un’attesa moderata si dedica a foto, autografi e brevi chiacchierate come se fosse al pub con gli amici, senza elevare troppo il successo del suo personaggio. Umile e talentuoso, cordiale e amichevole Nutini promette una carriera brillante, domina il palcoscenico con la sua voce graffiante e sa omaggiare la bellezza della musica live, nonostante sia esponente di una variante del pop che spesso dal vivo tende a non rendere.

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Agenda

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Appuntamenti

di Stefano Campostrini

L’ultimo mese per chiudere in bellezza il successo stagionale

Provincia in festival, gran finale Agosto è il mese delle ferie per antonomasia e, per via di una pausa per tanti meritata, calano leggermente anche le proposte di intrattenimento, non lasciando però senza scelta il pubblico che può comunque approfittare dei festival ancora attivi sul territorio. Proseguono infatti diversi appuntamenti già presentati sui numeri scorsi. Ecco le rassegne che segnaliamo questo mese che termineranno con settembre: - Festival del Garda: concorso dedicato al canto per scoprire nuovi talenti, promosso da radio locale e tv nazionale. Tocca diverse cittadine tra la sponda bresciana e quella veronese. www.ilfestivaldelgarda.it

- I Concerti del Lunedì: decima stagione concertistica tra agosto e settembre presso la chiesa di San Bernardino a Verona. www.interpretiitaliani.it - I Concerti del Venerdì: ottava edizione, anch’essa dedicata alla musica classica, presso Borgo Garibaldi a Bardolino. www. interpreti-italiani.it - Teatro Farm: tra fine agosto e metà settembre Teatro Impiria dedica quattro spettacoli a scopo “didattico” con particolare attenzione

ai bambini. Teatro sull’aia al Giarol Grande del Parco dell’Adige Sud a Verona.


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Appuntamenti di _________?!?

Occhiello

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Teatro

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Ne hanno viste di cose questi occhi di Paolo Corsi

A Malga Valbella lo spettacolo tratto dal romanzo di Michele Marziani

Il ragazzino e la bicicletta A volte basta un attimo, una combinazione di eventi in sé anche banali, come forare una bicicletta lungo il naviglio della Martesana a Milano, per avere l’illuminazione che cambierà radicalmente la propria vita. Succede ad Arnaldo Scura, broker finanziario con tanto di laurea alla Bocconi, ma con una grande passione per la bicicletta, coltivata fin da ragazzino nella natale Ferrara. E quella che sembrava una pazzia, si rivela invece l’affare migliore della sua vita, ricca non tanto di beni materiali quanto di relazioni umane, di vite che si intrecciano con la sua, talvolta in maniera sorprendente. Il dott. Scura diventa così un meccani-

co di biciclette. Ma non un meccanico qualsiasi e nemmeno di biciclette qualsiasi, come la Umberto Dei Imperiale, un gioiello degli anni Trenta. Ed è proprio questa bicicletta a propiziare l’inizio di un sincero rapporto di amicizia con Nasim, uno studente mezzo afgano e mezzo uzbeko, assunto come aiutante. Arnaldo non si cura dei pregiudizi della cosiddetta gente per bene ed aiuta inconsapevolmente Nasim a realizzare il suo sogno, che sarà una vera sorpresa per tutti. Tratto dal romanzo “Umberto Dei, biografia non autorizzata di una bicicletta” di Michele Marziani, lo spettacolo “Il ragazzino e

la bicicletta” è prodotto da Teatro Impiria e diretto da Andrea Castelletti, che ne ha curato la trasposizione teatrale. In verità, il romanzo possiede già in sé un ritmo drammaturgico efficace, grazie ad uno stile scorrevole, ricco di immagini che scorrono nella mente come in un film. Un libro che si legge d’un fiato, ma che lascia suggestioni profonde. La versione teatrale è per lo più un monologo del protagonista, Armando Scura (interpretato da Guido Ruzzenenti), al quale fa da spalla un ragazzino (Nicola Benetti, allievo dei corsi di teatro di Impiria e qui al debutto), entrato quasi per caso nella sua bottega e presto affascinato dalla storia del meccanico e del suo aiutante straniero. Il racconto è appassionante, anche se un po’ avaro di azioni e in alcuni momenti centrali fin troppo minuzioso. Mano a mano che ci si avvicina all’epilogo però il ritmo aumenta, assecondando quello intrinseco alla

vicenda, per giungere nel migliore dei modi al finale a sorpresa. Lo spettacolo è andato in scena nel Teatrostalla di Malga Valbella in Lessinia, un posto ideale per raccontare storie, ma anche uno dei tanti luoghi inconsueti, nei quali Teatro Impiria si prodiga da tempo a tenere viva la passione per il teatro con proposte originali ed innovative.


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Non vado mai al cinema, la vita è troppo breve a cura di Stefano Campostrini

Il programma di luglio della popolare rassegna

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Teatro

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Ne hanno viste di cose questi occhi di Paola Bellinato

La riproposizione della celebre opera di Dino Buzzati

Il deserto dei tartari i corvi nidificano, le rondini volano via... i corvi nidificano, le rondini volano via... Espressione ricorrente che rimanda immagini di isolamento nell’intenso monologo tratto dal Deserto dei Tartari di Dino Buzzati, in scena il 12 Agosto alle 17,30 al forte austroungarico Belvedere di Lavarone, in provincia di Trento,situato a picco sul vecchio confine fra l’impero austroungarico e l’Italia. Le suggestioni del luogo: si arriva al forte dopo aver percorso un sentiero a picco sul precipizio e sulla valle sottostante che permette allo sguardo di andare lontano, e si entra nel forte: cunicoli, strettoie, scale che scendono per poi risalire e arrivare finalmente ad una postazione di artiglieria inondata dal sole attraverso la quale si giunge in uno stanzone buio, stillante umidità. Qui il tenente Drogo ci sta aspettando confrontandosi con sé stesso, con i suoi pensieri, i suoi desideri e le sue paure. Pochi oggetti in scena e la parola che risponde e corrisponde alla vita “nell’attesa”, nell’attesa che accada qualcosa. E la presenza invisi-

bile del tempo che si fa ingombrante nei gesti, nel susseguirsi dei passaggi mentali ed emotivi tra un accendersi e spegnersi di nude lampadine in scena, luce cruda che scandisce i minuti, le ore , gli anni, il togliersi e rimettersi gli abiti, un levarsi e tenere i piedi in un secchio d’acqua. Grande prova d’attore per Woody Neri (il Cassio della rappresentazione “Otello”dello scorso anno al Teatro Romano) che cattura il pubblico nel farlo divenire parte della fortezza: è la realtà dell’irrealtà che ci plasma in un unico organismo che respira con i respiri e le sospensioni dell’attore.

senziale il suo punto di forza, nel vedere la sottrazione come elemento virtuoso di grande impatto emotivo. Tre giovani artisti si confrontano con una messinscena di grande intensità. ...i corvi nidificano, le rondini volano via.. La possente costruzione del forte

L’adattamento del testo è a cura di Marta Pettorrusso, un lavoro accurato di cesellatura e di scoperta delle parole di Buzzati che anche contratte contengono l’efficacia dell’evocazione. La regia di Carmen Giordano fa dell’es-

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Teatro

Agosto/settembre 2012

Ne hanno viste di cose questi occhi di Paola Bellinato

Lo spettacolo nella annuale rassegna artistica della cittadina siciliana

IN_CUBO, alle Orestiadi di Gibellina Il festival di teatro e di danza contemporanea ORESTIADI di Gibellina, nato per ridare dignità ad una popolazione annientata dal terremoto, è nella sua XXXI edizione ricco di riferimenti mitologici sui quali poggia le sue radici, come in DEMETRA di Giovanna Velardi e il progetto su ANTIGONE dei Motus. Poi EDUCAZIONE FISICA di sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco, o come nel caso di DU O di Malou Airaudo coreografa che ha lavorato tantissimi anni con Pina Bausch e che riporta idealmente l’artista di Wuppertal in Sicilia con una prima assoluta. Indagine e scoperta tra suono e letteratura, anche sul corpo sonoro di MASQUE a partire da Kafka e Deleuze. Ed è quindi una edizione particolarmente dedicata alla grande letteratura del ‘900 con le ricerche coreografiche di Korekanè da Ingheborg Bachman e li sonorità del gruppo Iaia di Clara Gebbia ed Enrico Roccaforte su De Roberto e il suo Rosario e la scrittura personale d’autore di Franco Scaldati qui con il gruppo storico; Antonio Rezza con una drammaturgia irriverente mai scritta e ironica sulle visionarie installazioni di Flavia Mastrella. E infine a chiusura delle Orestiadi, la grande compisizione musicale SPASIMO di Giovanni Sollima. Si ribadisce inoltre, la gioia dell’incontro tra gli artisti ed il pubblico, in un luogo affascinante e meraviglioso, motivo in più per venire ai piedi della immaginifica Montagna di Sale di Mimmo Paladino.

IN_CUBO Corpi che scrivono e descrivono luci che dialogano con i corpi delle attrici ed è proprio la luce assieme al suono che rompe il meccanismo ripetitivo di alternanza della stessa azione. C’è ricerca coreografica nello svolgersi della narrazione che inizia come meccanismo perfetto di gesti ripetuti all’interno di un cerchio-spirale entro il quale ci si muove alla ricerca di punti di riferimento (acqua da bere e gesso con il quale scrivere) e prosegue con l’incepparsi del meccanismo e quindi il vedersi delle due protagoniste,un accenno alla comunicazione. Questo lavoro, tre frammenti tratti da “Malina” di Ingeborg Bachman, in cui interessa la struttura che introduce, entro uno schema convenzionale, materiali o contrastanti o inconsistenti, incrociandoli gli uni dentro agli altri, è un viaggio a ritroso dalla superficie al fondo della terra, dentro le radici, come all’interno di una camera oscura: per ottenere nitidezza dobbiamo affrontare l’oscurità (infatti l’impianto luci si inserisce nello spettacolo come coattore). Dopo l’incepparsi del meccanismo si tenta di ricreare nuovi percorsi esterni o interni in maniera diversa. Lo scenario è apocalittico, sono le nostre terre franate che debbono essere ricostruite e il linguaggio del

corpo che crea segni e significati, riesce nell’intento di consegnare al pubblico suggestioni dense e misteriose che si muovono dentro il visibile che si fa invisibile e viceversa. Molto efficace è il baule che si fa “scatola di Pandora” dal quale non escono i mali del mondo ma i pensieri delle-a protagonista e che funge da elemento di trasformazione attraverso il quale c’è un “mettersi in relazione” dopo l’evento sismico (tanti gessetti che cadono sul baule, dentro al quale ci sono le protagoniste, coprendolo completamente). Ma il cerchio dell’inizio del meccanismo va ricostruito: dopo le macerie inizia la ricostruzione.

Coreografia del non incontro e della ricostruzione, questo lo spettacolo IN-CUBO, in scena a Gibellina presso il Baglio Di Stefano giovedì 26 luglio alle 21.15, nell’ambito della rassegna di teatro danza-musica “Orestiadi”. Due attrici in scena,forme situate in due punti precisi di un cerchio concentrico, che fissano il pubblico che entra in platea, questo è l’inizio dello spettacolo IN-CUBO della Compagnia KOREKANE’ di Chiara Cicognini ed Elisabetta Gambi, anche attrici dello spettacolo, con elaborazione luci di Flavio Urbinati, elaborazione del suono di Massimiliano Mazzi, con il sostegno della Provincia di Rimini, L’Arboreto, Teatro Dimora e Teatro Petrella di Longiano.

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Arte

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La vita non imita l’arte, imita la cattiva televisione di Federico Martinelli

Tinte tenui e cieli dai colori cupi nelle tele di un’artista di rara sensibilità

Mario Dalla Fini: la mia arte nasce dalla libertà espressiva e dall’ottimismo Incontriamo Mario Dalla Fini in occasione della mostra in Sala Birolli, terminata a fine aprile e promossa dall’allora Assessore alle Relazioni con i cittadini Daniele Polato. Nell’ampia sala che il comune ha messo a disposizione, le opere d’arte, pitture e sculture, armonicamente inserite, conducono il visitatore in un mondo sospeso in un’epoca senza tempo, dove a emergere, in tutta la sua bellezza, è il paesaggio. Dalla Fini, nel corso della sua carriera, ha fatto della libertà espressiva il segno distinguibile della sua arte. Una produzione che l’ha portato, nella maggior parte dei casi, a raffigurare paesaggi innevati e cieli plumbei, pur sempre –e qui sta la magia- in grado di rifuggire quel senso di malinconia e tristezza che potrebbero rimandare certe tonalità monocrome. In Dalla Fini c’è luminosità e c’è ottimismo anche nei soggetti che all’apparenza potrebbero sembrare tutt’altro che asseribili a un pittore tutt’altro che spensierato. Il suo ottimismo emerge dai paesaggi, che sembrano proseguire oltre il supporto (parlo di supporto, non di tela o tavola, vi spiegherò poi il motivo), che sembrano andare oltre l’orizzonte o proseguire al di là del limite del cielo.

anni, finiti i quali mi sono licenziato per dedicarmi esclusivamente alla pittura.

Verona in quegli anni aveva grandi maestri, culturalmente era tra le città più vive in Italia. I suoi maestri all’Accademia chi sono stati?

In un Italia segnata dai conflitti bellici hai scelto una strada non facile: rifiutare il lavoro per dedicarti a una passione che certamente, all’epoca –ma purtroppo anche adesso- difficilmente poteva consentire di pagarsi da vivere.

Il più valido per me è stato Antonio Nardi, una persona dal carattere “crudo”, diretto e sincero. Nonostante le grandi capacità e la sua personalità, cercava di lasciare l’allievo libero di esprimersi intervenendo solo quando vedeva sbagli. A me piaceva molto il paesaggio all’aria aperta,

Sicuramente il carattere è stato determinante in questa scelta. Ho sempre rifiutato posti fissi e anche lavori più vicini all’ambito artistico che non mi appagavano. Ho persino rifiutato un posto alla Mondadori come ritoccatore. Volevo fare dell’arte la mia vita e ci sono riuscito. In tutto questo sei stato aiutato da qualcuno? Hai fatto parte di gruppi artistici?

Mario, ci diamo del tu, vero? Quando hai iniziato a dipingere? Ho iniziato nel 1957. Appena trasferitomi dal Polesine a Verona ho iniziato a lavorare in un caseificio e contemporaneamente frequentavo l’Accademia di Belle Arti Cignaroli. Il mio percorso lì è durato cinque

nature morte» e lui prontamente: «Ma Dalla Fini, se tutti vanno fuori come te cosa succederebbe? E io che già facevo sentire il mio carattere di giovane determinato lo incalzavo spesso facendogli notare che ero l’unico che chiedeva questo “privilegio”

lui prediligeva altri soggetti, amava la figura e la natura morta. Ricordo ancora oggi certi dialoghi tra il sottoscritto che gli diceva: «Professore, posso uscire e dipingere all’esterno? Oggi non mi sento di fare figure e

No. Solo inizialmente ho fatto parte di qualche gruppo artistico ma non si andava mai d’accordo per vari motivi allora ho preferito cedere al proverbio “meglio soli che male accompagnati”. Tutti hanno bisogno del prossimo, per qualsiasi cosa; per questo motivo il confronto con diversi colleghi c’è sempre stato, ma fuori dai gruppi, singolarmente o in una ristretta cerchia di persone. Chi mi ha dato di più sono stati Franco Patuzzi e Giorgio Grumini, persone


Arte

Agosto/settembre 2012

La vita non imita l’arte, imita la cattiva televisione Vedo una passione ricorrente: il quadro nel quadro. Ce ne parli? Inserire il paesaggio con il quadro nel quadro dà un ulteriore un senso di continuità, di prosecuzione. È ottimismo. E poi non è mica vero che l’arte fa parte, o dovrebbe far parte, della vita di tutti i giorni? Se non è ottimismo e buona speranza questa? Vedo che mi hai capito. Mario Dalla Fini, è un pittore che dipinge con ottimismo e fiducia anche se di primo impatto potrebbe sembrare il contrario. che certamente hanno influenzato il mio percorso artistico. Dalla Fini, insomma, la libertà espressiva è tutto per lei. Lo vedo dai soggetti, dalla sua passione per la pittura e per la scultura per l’olio, la tempera, l’acquarello ma, soprattutto per i supporti che utilizza: tavole, tele, carta, assi di legno, recupero di mobili: ante di armati, fondi di comodino, sedute di sedie e sgabelli, ma anche sottobicchieri e piccoli ritagli incollati su supporti più grandi. Un’esuberanza che vuol far emergere un carattere dinamico dalla forte volontà espressiva, non solo di soggetto e contenuto ma anche di mezzo… Si, sono sempre stato libero. La libertà nei miei soggetti lo dimostra. Mi sbizzarisco nella tecnica e nei supporti come ha fatto notare, ma, si sa, più passano gli anni più si impara. Questo puoi ben dirlo, in un incontro che ho avuto con il celebre fotografo Mario De Biasi, vivace artista classe 1923, ho notato una volontà di sperimentare tecniche moderne che forse nemmeno il più creativo dei giovani potrebbe

immaginare. Ma parliamo d’altro. Dalla Fini, ho sentito qualche impressione da persone che uscivano dalla mostra –tutti contenti, ti chiarisco subito- che sostenevano di vedere una nota di tristezza e di malinconia nelle tue opere. Ma no, non vedo nulla di triste. Dipingo ciò che vedo. La solitudine che potrebbe emergere è perché disegno un paesaggio non contaminato dalla frenesia della società di oggi e dall’industrializzazione del dopoguerra. Nel quadro metto quello che sento: il mio amore per Verona, che considero la mia città e la bellezza del paesaggio, dove l’uomo, seppur velatamente compare sempre. Nel quadro metto tutto quello che sento, è un bagaglio costruito in tanti anni. Cerco di entrare nel contenuto, anche solo il cielo per me è magia. Ti distingui dalla moltitudine, staccandoti anche dal paesaggio classico, colorato, contanti fiori, piante, alberi. Non dipingi soggetti facili, mediti, rifletti? In realtà dipingo ciò che ho da dire. Di artisti che dipingono bene ce ne sono parecchi ma non basta questo ci vuole qualcosa in più.

Nelle immagini il pittore mentre mostra alcune delle opere esposte in Sala Birolli e al lavoro nel suo studio

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Arte

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La vita non imita l’arte, imita la cattiva televisione di Silvano Tommasoli

Non può che essere sempre un piacere visitare la celeberrima galleria d’arte

La porti un bacione a Firenze. Anzi, agli Uffizi Non c’è bisogno di scomodare Enrico di Navarra (poi Enrico IV di Francia), che ha dovuto sostenere una mezza dozzina e più di guerre di religione e abiurare un paio di volte la propria fede prima di affermare che «Parigi val bene una messa», per dirvi che una visita alla Galleria degli Uffizi val bene una botta di calore che non si riesce quasi a immaginare. In questo torrido giugno – ma il caldo, mica lo vorreste avere in gennaio, no? – programmare una corsa a Firenze per visitare la Galleria degli Uffizi, provoca, in tutte le persone alle quali confidate questa vostra idea, una reazione di commiserazione mista ad ammirazione. Per la serie, è simpatico e ama l’arte, ma è un po’ fuori di melone. Perché spostare il breve viaggio a ottobre sembrerebbe più sensato: ci saranno tutti i quadri ancora lì, al loro posto, e una ventina di gradi Celsius in meno per evitare di arrostirvi il cranio. Ecco il primo problema: siamo davvero sicuri che tutti i quadri siano e saranno ancora lì? Per quel che mi riguarda, oltre che di Antonello da Messina, sono perso di Raffaello – l’urbinate, si capisce – e la principale ragione dell’arrostitura è rivedere, dopo molti anni, troppi, la Madonna del cardellino. Senza perdermi il Ritratto di Leone X e il celeberrimo Autoritratto del Maestro naturalmente; ma la Madonna, mi inebria. Eh sì, sono legato a questo dipinto da qualcosa che non so; mi ricorda ogni stagione della mia vita, perché quasi con regolarità, diciamo ogni

decennio, mi succede qualcosa che mi riporta a questa tavola. Non ancora rivista dopo il mirabile restauro del 2008, che ha restituito l’antico splendore ai colori della tavolozza di Raffaello dopo cinque secoli esatti e i diversi interventi, primo fra tutti quello che racconta Vasari, necessario dopo solo una quarantina d’anni dalla creazione, a seguito del crollo del palazzo fiorentino di Lorenzo Nasi, primo committente dell’Urbinate e dove l’opera era, si fa per dire, conservata. E poi, a proposito di Raffaello – se state buoni e in silenzio – in un’altra puntata vi racconto di quella volta che cho avuto un attacco di Sindrome di Stendhal. Ma davvero, eh! Stavo visitando il Palazzo ducale di Urbino – non ancora Pinacoteca regionale delle Marche – e sono entrato in una stanza, dove, al centro, su un cavalletto di legno, avevano posizionato la Santa Caterina di Alessandria. Come si fosse trattato di un potente faro, tutta la stanza prendeva luce dal dipinto… Tornando agli Uffizi, e per farvela breve, la sala 26, dedicata a Raffaello, era chiusa per restauro. Nessun avvertimento sul sito, consultato la sera prima di mettermi in viaggio e nessun avviso nemmeno all’ingresso; molto simpaticamente, quando abbiamo fatto le nostre rimostranze a una funzionaria, ci ha risposto che la sala sarebbe stata riaperta di lì a qualche giorno, e che poteva essere l’occasione per tornare e visitare


Arte

Agosto/settembre 2012

La vita non imita l’arte, imita la cattiva televisione

nuovamente gli Uffizi. Carina, no?

Beato Angelico, la Battaglia di San Romano di Paolo Uccello e la Sant’Anna di Masaccio. Nemmeno il tempo di riprender fiato, ragazzi, che, uno dietro l’altro, adesso ammiro la Nascita di Venere e la Primavera di Botticelli, il Battesimo di Cristo del Verrocchio con l’angelo dipinto dal suo ragazzo di bottega, un certo Leonardo da Vinci, e ancora l’Annunciazione (straordinaria! E non posso non pensare all’Annunciazione nelle Storie della Vera Croce dipinta da Piero della Francesca in Arezzo vent’anni prima, e non emozionarmi) e l’Adorazione dei Magi di Leonardo. La mia meraviglia continua con il Tondo Doni, capolavoro di Michelangelo e unica

sua opera su supporto trasportabile, la Venere di Urbino e la Flora di Tiziano, Caravaggio con la Testa di Medusa dipinta su uno scudo da parata dei Medici e il Bacco. Chiudo in bellezza con un’opera della quale si è parlato molto, negli ultimi mesi, la Giuditta e Oloferne di Artemisia Gentileschi, ricondotta all’attenzione del pubblico da una serie di pubblicazioni dedicate alle pittrici da Vittorio Sgarbi. Una visita senza respiro, durata quattro ore tiratissime. Malgrado la delusione per non aver rivisto le opere di Raffaello e l’arrabbiatura per la stupidità della direzione degli Uffizi che non si è premurata di avvisare della chiusura della sala, è stato un giorno interessantissimo, che valeva proprio il gran caldo sofferto.

A parte questo “piccolo” inconveniente, ci siamo rifatti la vista con capolavori ineguagliabili. Subito dopo l’entrata, mi esplodono negli occhi e nel cuore le tre Madonne di Cimabue, Duccio e Giotto. E già qui ce ne sarebbe a sufficienza per sentirsi ripagati dei sei euro e cinquanta di costo del biglietto (domandina ai nostri mammasantissima dei Beni culturali: lo sapete che visitare il Louvre costa giusto giusto tre volte tanto?). Ma poi, nelle sale cinque e sei incontro Lorenzo Monaco e Gentile da Fabriano, nella sette l’Incoronazione della Vergine del

Mostra di Mirò alla Gran Guardia. Scuse ai lettori No, noi non abbiamo dato la notizia della mostra di Mirò alla Gran Guardia, dal 22 giugno al 9 settembre di quest’anno. Non l’abbiamo data, perché sappiamo da mesi che la mostra è stata annullata. Quindi, non dovremmo scusarci di nulla, ma, per il rispetto che portiamo ai nostri lettori e in considerazione che un mensile locale ha riportato addirittura sul numero di giugno il lancio della mostra, e a quattro settimane dal “buco” non ha ancora rettificato la notizia, sentiamo noi il bisogno e il dovere di scusarci per loro con i lettori.

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Cinema

Agosto/settembre 2012

Visto abbastanza? di Ernesto Pavan

Dalla fiaba dei fratelli Grimm, l’adattamento più brutto che la Storia ricordi

Biancaneve e il cacciator van per la foresta… un’atleta e una guerriera come poche e nuoti con un vestito che dovrebbe trascinarla a fondo (ma forse il regista pensava che i lembi di pelle mostrati da Kristen Stewart ci avrebbero distratto). Peccato che non sia così: un pessimo film è un pessimo film, non importa il suo genere.

Ci sono film belli, film mediocri e film brutti. E poi ci sono quei film che sono un vero e proprio insulto all’intelligenza dello spettatore. Biancaneve e il cacciatore è talmente indegno da non meritare neppure di essere incluso in quest’ultima categoria. Durante la visione del film, abbiamo preso appunti al fine di scrivere questa recensione. Poi ci siamo resi conto che era inutile: per sottolineare tutti i difetti, avremmo avuto bisogno di uno spazio cinque o sei volte superiore a quello che avevamo. Riassumiamo dicendo che Biancaneve e il cacciatore, tranne che per quanto riguarda la fotografia e alcuni personaggi secondari (i nani), sembra una parodia di se stesso: la trama è piena di incoerenze, contraddizioni e momenti privi di senso e la recitazione è quanto di più scadente si possa trovare in giro. Charlize Theron è talmente sopra le righe da sembrare bisognosa di una cura a base di Valium, mentre Kristen Stewart (che di notevole ha solo gli incisivi e l’espressione da triglia, altro che “più bella del reame”), fra il pallore naturale e i residui di Bella che le sono rimasti attaccati, non ha esattamente l’aria della principessa coraggiosa. Gli altri, più o meno, se la cavicchiano, ma chi ha scritto i loro ruoli li ha fatti talmente stupidi che il film si trasforma ben presto in una gara di idiozia e la storia si trascina senza che nessuno la abbatta in nome dell’umana pietà. Forse, trattandosi di un film fantasy, qualcuno ha pensato che non ci fosse bisogno di spiegazioni per il fatto che la regina cattiva, dopo aver ucciso il re, imprigioni la nuo-

va sovrana legittima invece di farla fuori; o per il fatto che costei si salvi sempre per pura fortuna o per motivi inspiegabili (il bacio che, come nella favola, la risveglia; ma del resto, nel film nemmeno la mela avvelenata ha un senso); o per il fatto che Biancaneve, che ha vissuto la maggior parte della propria vita in uno sgabuzzino al buio, sia

Ciò detto, Biancaneve e il cacciatore ha un briciolo di dignità: ci sono alcuni momenti, come il finale (che naturalmente non sveliamo), e alcuni sottesti che smuovono leggermente l’animo di chi guarda. Paradossalmente, il modo in cui è gestito l’elemento romantico è uno di questi: il rapporto fra Biancaneve, il Cacciatore (usiamo la maiuscola perché questo è l’unico nome con cui è noto il personaggio) e William è più profondo e interessante di quanto ci si potrebbe aspettare. Peccato che tutto il resto faccia schifo.


Libri

Agosto/settembre 2012

È la stampa, bellezza di Ernesto Pavan

Finalmente disponibili in formato elettronico i saggi di Eco sulla traduzione

“Traduttore traditore”? La risposta si trova in ebook “Che cosa vuol dire tradurre? La prima e consolante risposta vorrebbe essere: dire la stessa cosa in un’altra lingua. Se non fosse che, in primo luogo, noi abbiamo molti problemi a stabilire che cosa significhi ‘dire la stessa cosa’ […]; in secondo luogo perché, davanti a un testo da tradurre, non sappiamo quale sia la cosa. Infine, in certi casi, è persino dubbio che cosa voglia dire dire.” Con queste parole, Umberto Eco introduce una raccolta di saggi (ora finalmente disponibile anche in ebook) che, come sempre, è perfettamente comprensibile ai non addetti ai lavori. Saggi che affrontano un tema di sicuro interesse per tutti i lettori: la possibilità di trasferire significati, immagini e sensazioni da una lingua all’altra. Esiste la traduzione perfetta, o al massimo si può avere una buona approssimazione? Leggendo un’opera tradotta stiamo davvero leggendo quell’opera, oppure l’opera di un traduttore in gran parte ispirato dal testo originale? A questa e ad altre domande l’autore risponde all’interno della raccolta, con la puntualità e l’accessibilità che caratterizzano tutte le sue opere.

Avendo noi alle spalle diverse “esperienze di traduzione” (come recita il sottotitolo della raccolta), abbiamo seguito con grande interesse le argomentazioni di Eco; ma crediamo che, anche in caso contrario, non avremmo perso nulla leggendo quest’opera; anzi, ne avremmo tratto forse lo stesso guadagno. Come tutti, abbiamo letto e sicuramente leggeremo libri in traduzione; scoprire cosa sta dietro al passaggio da una lingua all’altra è come aprire una porta su un mondo del tutto nuovo, il quale, a sua volta, ci consente di leggere con una nuova consapevolezza. Umberto Eco, Dire quasi la stessa cosa, Milano, Bompiani, 2003

Stefano Campostrini

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Giochi di ruolo

Agosto/settembre 2012

Nessun uomo è un fallito se ha degli amici di Ernesto Pavan

Fables of Camelot: un piccolo gioco che non delude

Cavalieri di Re Artù per mezz’ora Fables of Camelot (in inglese; liberamente disponibile all’indirizzo http://isabout.wordpress.com/fablesof-camelot/ ) è un gioco di ruolo breve e rilassante, utile quando si ha poco tempo o durante una breve pausa fra una sessione e l’altra nel corso di una convention. I giocatori interpretano il ruolo di cavalieri di re Artù, ciascuno contraddistinto da un animale araldico e da due virtù (Might e Fame), e vivono avventure fantastiche in un mondo che, come nella leggenda è destinato a scomparire: le regole del gioco, infatti, fanno sì che Camelot prima o poi cada e con essa l’epoca della cavalleria e dell’eroismo. Le conseguenze di questa caduta e gli elementi del vecchio mondo che sopravviveranno nel nuovo dipendono solo dalle azioni dei cavalieri, ossia dalle scelte dei giocatori e dalla fortuna. Fables of Camelot è facilissimo da imparare e non richiede più che un foglio, una matita e una manciata di dadi a sei facce. Si può giocare con un gruppo fisso, che interpreta gli

stessi cavalieri una missione dopo l’altra, oppure alternando giocatori e cavalieri diversi: un ottimo sistema per dare qualcosa da fare a chi, per esempio a un raduno o durante una festa, si trova momentaneamente fermo e rischia di annoiarsi. Una

missione dura dai 30 ai 60 minuti. Nella nostra limitata esperienza, il gioco non è (né promette di essere) un capolavoro di profondità o originalità, ma è ben fatto e, giocato con le persone giuste, può essere molto divertente.

www.quintaparete.it Narrativa, poesia, vita vissuta, storia locale, didattica scolastica, cultura nel senso più ampio del termine. Spazio agli autori emergenti, giornalisti e ricercatori. Particolare attenzione alla promozione del territorio, delle economie emergenti (marmo, vino, enogastronomia, percorsi turistici alternativi) e a indagini psico-sociologiche.

Via Jago di Mezzo, 6 - 37024 Negrar Tel. e Fax 045 8031248


Giochi di ruolo

Agosto/settembre 2012

Nessun uomo è un fallito se ha degli amici di Ernesto Pavan

La guerra secondo John Harper e il Mondo dell’Apocalisse

The regiment: un gioco da tenere d’occhio Qualcuno potrebbe dire (e non sbaglierebbe poi tanto) che le declinazioni de Il mondo dell’Apocalisse hanno cominciato a diventare ingombranti, se non altro per quantità, all’interno del mercato dei giochi di ruolo. Tuttavia, è indubbio che il sistema abbia molti pregi e che diversi autori, partendo da esso, siano riusciti a esprimere in modi unici e soddisfacenti la propria creatività. The Regiment (di John Harper, già famoso per Agon e Lady Blackbird) è un caso interessante per due motivi: in primo luogo, la versione attuale è scaricabile gratuitamente dal sito dell’autore (http:// mightyatom.blogspot.it/ ); in secondo luogo, il gioco è incentrato proprio su quell’aspetto dell’avventura che Il mondo dell’apocalisse e le sue varianti tendono ad affrontare in modo meno soddisfacente, e cioè lo scontro fisico. Si tratta, infatti, di un gioco il cui tema è la guerra: sporca, assassina e senza giustificazioni.

I giocatori possono scegliere fra un numero limitato di tipologie di personaggi: il soldato, l’ufficiale, il medico, il sergente, il commando, il cecchino e l’operatore, quest’ultimo pensato per storie di ambientazione moderna. Ciascuno di essi è caratterizzato, oltre che da qualità che gli consentono di esprimere appieno il suo ruolo, anche dal modo in cui si rapporta alla guerra: il cameratismo del soldato, la responsabilità dell’ufficiale nei confronti dei suoi uomini, la posizione molto particolare del medico militare. Il gioco è ancora in una versione acerba; eppure noi l’abbiamo provato e possiamo dire senza ombra di dubbio che non fallisce. Le storie create e vissute con The Regiment sono storie molto intense, sia dal punto di vista dell’azione che da quello delle emozioni. Vale la pena provarlo e, naturalmente, inviare all’autore suggerimenti e critiche.

www.quintaparete.it I Nostri servizi: Cartoleria - Cartoline - Poster Assortimento Libri nuovi ed usati in inglese e spagnolo. Libri e giochi didattici per bambini e ragazzi. Angolo bambini. Siamo in Vicolo Pomodoro, 10 - Verona (Traversa corso Cavour - vicino Castelvecchio) Telefono: 045.8031248

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Società

Agosto/settembre 2012

Storie di ordinaria follia di Ernesto Pavan

Un racconto a puntate

Non capita tutti i giorni - parte II Ho sempre pensato che il lato positivo di tradurre narrativa erotica omosessuale (oltre al compenso principesco di due euro e qualcosa a pagina, tasse escluse) sia la faccia che fa la gente quando le dico che lavoro faccio. Peccato che, in quel momento, non avessi la minima intenzione di far sbarrare gli occhi a nessuno.

lo i sottili peli rossi del suo avambraccio. “Scusa,” dissi in fretta. Lei si voltò, mi sorrise, e io provai una leggera fitta di angoscia. Angoscia perché avevo modo di sorridere che avrei potuto descrivere solo come sincero, senza la minima traccia di af-

“Davvero?” Studiai l’espressione di Elisa. Sorrideva, ma non sembrava che mi stesse prendendo in giro. Feci spallucce. “È l’unico pseudo-lavoro che ho trovato. Avrei preferito fare altro, ma almeno questi pagano regolarmente.” Evitai di specificare che, pur lavorando con la letteratura gay, io non lo sono; dopotutto, per quanto riguardava le possibilità che avevo con Elisa, avrei potuto benissimo esserlo. Lei si alzò da tavola e io ricordai che dovevamo ancora mangiare. Mi alzai anch’io e la seguii, evitando di incrociare il suo sguardo. Laura mi fece l’occhiolino mentre ci dirigevamo verso la zona antipasti; evitai di guardarla male per una questione di dignità. Presi un piatto da una delle pile sopra le vaschette con il cibo; per poco non mi scivolò di mano. Mi accertai che Elisa non stesse guardando e mi asciugai rapidamente le mani sui pantaloni. Perché diamine ero così nervoso? Non avevo alcuna possibilità di fallire: non avevo neppure intenzione di cominciare. Doveva essere il caldo. A quanto pareva, anche a Elisa piacevano i ravioli al vapore, perché allungammo entrambi le mani verso la stessa pinza. Ritrasse subito la mia, sfiorando senza volerlo con il migno-

Elisa reagì in un modo che mi sorprese: ridacchiò. Eppure non avrei mai pensato che una persona come lei lasciasse passare certe cose, o le considerasse divertente; d’altra parte, non la conoscevo per niente. Poi mi guardò negli occhi e disse, senza smettere di sorridere: “Non dirlo a Laura!” Inarcai un sopracciglio. Giovanni, il ragazzo di Laura, non faceva mistero di essere vagamente omofobo; avevo sempre pensato che lei fosse troppo buona per odiare chiunque, ma una sensibilità del genere mi giungeva del tutto nuova. “Perché no?”

fettazione; perché in quel momento mi resi conto che non sarei riuscito a immaginarla senza quelle lentiggini, che per la prima volta in vita mia non considerava un segno sulla pelle uno sfregio; perché, in quella mezz’ora scarsa da che la conoscevo, non ero riuscito a trovare del suo comportamento una singola traccia di ipocrisia o voglia di adeguarsi; e perché era così morbida al tocco. Poi lei disse qualcosa che mi fece tornare di colpo alla realtà. “Non ti devi vergognare per quello che fai. C’è gente messa molto peggio.” No, per favore, la lezioncina no! “Mi dispiace per loro,” dissi. “D’altro canto, io lavoro praticamente a cottimo, non ho né ferie né malattia, la pensione dovrò pagarmela da solo e in più mi tocca leggere roba da froci dalla mattina alla sera. Sai che allegria.” Ecco, avevo detto una parola brutta e cattiva. Avrei perso punti? Probabilmente sì, ma tanto, chi stava tenendo il conto?

Questa volta fu il turno di Elisa di mostrarsi sorpresa. “Non ti ha detto niente?” Passammo agli spaghetti di riso; questa volta, le feci cenno di servirsi per prima e lei mi ringraziò con un cenno del capo. “Cosa avrebbe dovuto dirmi?” Elisa assunse per un attimo un’aria pensierosa, poi scosse la testa e tornò a sorridere. “Niente. Se non te l’ha detto, avrà avuto le sue ragioni.” Non ci scambiammo altre parole. Quando tornammo al tavolo, i nostri piatti erano praticamente uguali, incluso il fatto che strabordassero. “Ma guarda, vi piacciono le stesse cose!” osservò Laura con l’aria meno indifferente del mondo. “A quanto pare.” Il mio tono di voce non doveva essere stato adeguatamente scortese, perché Laura continuò a fare osservazioni del genere per tutta la cena.


Società

Agosto/settembre 2012

Storie di ordinaria follia Andammo all’unico cinema che proiettava The Avengers in lingua originale con sottotitoli (avevo imposto questa condizione irrinunciabile), una multisala. Mentre facevamo il biglietto, rispolverai le credenze religiose che mi erano state inculcate da piccolo per implorare il Signore che Laura non trovasse altri sistemi per lasciare me ed Elisa da soli; ma avevo nominato, seppur mentalmente, il nome di Dio invano. “Volete qualcosa? Popcorn? Coca? No? Va bene, allora io e Giovanni andiamo a prendere qualcosa per noi.” Carogna. Lo sapeva benissimo che io non mangio né devo mai quando vado al cinema.

resi conto di non farcela più. “Mi dispiace,” dissi. Prima che lei potesse aggiungere qualcosa, proseguii: “Non so cosa sia venuto in mente a Laura. Credo che stia cercando di trovarmi una ragazza, e chiaramente ha toppato alla grande. So che non è granché, ma da parte mia, ti chiedo scusa.” All’improvviso faceva un caldo infernale. Elisa mi guardò senza scomporsi. Poi spostò lo sguardo su quello che, capii subito, non era altro che un punto caso in mezzo al vuoto. “Capisco,” disse. Dopo qualche momento, o forse qualche minuto, aggiunse: “Posso sapere perché non ti piaccio?”

Non capivo perché, ma in quel momento quella domanda mi parve la più importante che mi fosse mai stata posta. “No,” risposi con tutta la solennità che può avere un uomo di venticinque anni nato negli anni Ottanta del Novecento. Con un gesto lento e deliberato, Elisa si sfilò l’anello. Lo tenne per un attimo nel palmo della mano, brillante sotto le luci elettriche, e vidi che non era argento, ma diosolosaquale lega. Poi se lo mise in una delle tasche anteriori dei pantaloni. “Ora cos’è che non ti piace di me?” “Non hai il ragazzo?” dissi tutto d’un fiato. Di fronte al suo sorriso, per un attimo pensai di dover ricordare al mio cuore di battere. “Rispondi alla domanda.”

Ci abbandonarono nel salone del cinema, subito dopo le biglietterie. Naturalmente, c’era una sola panchina libera. Ci sedemmo, a una distanza tale che non avrei potuto sfiorare Elisa neppure volendo… o così avrei voluto. Per qualche motivo, mi sedetti abbastanza vicino a lei da sentire il suo profumo: un misto di sale, vento e ragazza. Non aveva usato alcun profumo. Mi voltai a guardarla. Stava osservando i poster appesi alle pareti, perfettamente a suo agio nel silenzio, senza mostrare la minima intenzione di trovare un motivo banale per interromperlo. In quel momento, mi

Quelle parole mi fecero l’effetto di uno schiaffo. “Perché non mi piaci? Ma ti sembro deficiente?” Cercai di pronunciare le ultime parole in tono scherzoso, ma mi resi subito conto di aver fallito miseramente e, ciò nonostante, proseguii: “L’unica cosa che non mi piace di te è quell’anello che hai al dito.” Elisa sollevò entrambe le mani. “Quale di questi?” “Quello,” disse indicando la fascetta d’argento che portava all’anulare della mano sinistra. “Sei sicuro che Laura non ti abbia detto proprio niente?”

“Niente. Assolutamente niente.” In quel momento, pensai che forse mi stava solo prendendo in giro; che si sarebbe messa a ridere e che io sarei stato al gioco, mi sarei comportato in modo amichevole per il resto della serata e sarei tornato a casa col cuore colmo almeno in parte di qualcosa che non era rimpianto. Poi vidi la luce negli occhi di Elisa e capii che, in ogni caso, non sarebbe andata così. “Fra poco torneranno quei due,” dissi. Ormai parlavo a ruota libera. “Non ho mai avuto meno voglia di vederli come in questo momento.” Elisa ridacchiò. “Non dire così! Sono il mio orgoglio. Sono stata io a presentarli, dopo che la nostra storia era finita.” La guardai a bocca aperta. “Tu stavi con Giovanni?” “Ma no! Io stavo con Laura.”

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Viaggi

Agosto/settembre 2012

Giro giro tondo, io giro intorno al mondo di Alice Perini

Perché la Germania può ancora farci sognare (almeno per 600 Km)

Grimm & Co. sulla strada del “C’era una volta” «Le fiabe non raccontano ai bambini che i draghi esistono. I bambini sanno già che i draghi esistono. Le fiabe raccontano ai bambini che i draghi possono essere uccisi» Gilbert Keith Chesterton

Se è vero che il fonema della lingua tedesca [��������������������������� ä�������������������������� ] si pronuncia come la nostra [e], allora la differenza tra “Merkel” e “Märchen” è����������������� ������������������ una cosa da nulla. La diversità (lo spread?) aumenta nel caso in cui quel Merkel faccia coppia con una certa Angela e quel “Märchen” sia la traduzione della parola “fiaba”. 664: non i “punti base” di cui parla ogni telegiornale, ma i chilometri che separano Brema, città della Germania nordoccidentale affacciata sulle rive del Weser e secondo porto commerciale del Paese, da Hanau, luogo di nascita dei fratelli Grimm. Perché se oggi possiamo programmare un viaggio lungo la Strada delle Fiabe (Märchenstraße) è grazie a Jacob e Wilhelm Grimm, i quali, spinti dal desiderio di sostenere la nascita di un’identità comune, decisero di trascrivere le fiabe, l’eredità culturale dei principati in cui era frammentata la Germania del XIX secolo. Dun-

que, non solo genitori di Cenerentola, Biancaneve & C., ma anche attenti linguisti alle prese con la compilazione del Deutsches Wörterbuch, il dizionario tedesco considerato la fonte più autorevole per l’etimologia dei vocaboli. Hanau: questa la prima tappa del viaggio. Cittadina dell’Assia a venti chilometri da Francoforte, Hanau merita di essere visitata per il Museo delle Bambole, l’Hessisches Puppenmuseum, l’unico al mondo a possedere una collezione di bambole antiche costruite dal 3000 a.C. al 500 d.C. Proseguendo verso Nord si incontra prima Steinau an der Straße, dove c’è la casa dei fratelli Grimm, e poco dopo Alsfel, borgo medievale dai vicoli stretti e dalle casette colorate. Siamo nelle terre di Cappuccetto Rosso: fitti boschi al centro della Germania dove non è raro avvistare qualche lupo. Anche Marburgo è parte della rete del “C’era una volta”. Con i suoi ottantamila abitanti e ventiduemila studenti la città-università si presenta in splendida forma, con un antico patrimonio urbanistico di tutto rispetto: scampata ai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, Marburg ha mantenuto intatta la struttura medievale. È qui che i fratelli Grimm iniziarono le loro ricerche sulla letteratura popolare, in questo centro a misura d’uomo e di futuro: ne è una testimonianza la normativa ambientale che obbliga chi costruisce una nuova abitazione a installare impianti fotovoltaici. Lasciata Marburgo, troverete molta tranquillità: una capa-


Viaggi

Agosto/settembre 2012

Giro giro tondo, io giro intorno al mondo

tina a Lahntal, per dare un’occhiata allo studiolo di Otto Ubbelohde, l’illustratore delle fiabe dei Grimm, a Neustadt, per ammirare la Junker Hansen Tower, il più alto edificio medievale dalla forma circolare, e a Knüllwald, per una passeggiata nel parco che ospita orsi e lupi. Biancaneve abita poco più a Nord in un paesino di nome Bad Wildungen, animato ad agosto dal Festival delle luci e a settembre dal Blumenkorso, la Festa dei fiori. E se una fiaba tira l’altra, dopo aver incontrato Kassel, considerata la “capitale” di questo lungo tragitto forse per il Museo dedicato ai Grimm, forse per il settecentesco palazzo Wilhelmshöhe, si approda al castello di Sababurg, tra le cui mura si snoda la storia della Bella Addormentata nel bosco (non fosse altro perché ai piedi del maniero del 1300 si trovano sia la foresta del Reinhardswald che il Parco degli

animali, fondato nel 1571). Bodenwerder con il Barone di Münchhausen merita un accenno, anche se, in tal caso, non è farina di casa Grimm ma di Rudolf Erich Raspe, altro autore tedesco. Conosciuto per i suoi racconti inverosimili, il barone, quello in carne e ossa, nacque proprio qui nel 1720 e la sua salma riposa nella chiesa di Kemnade. E mentre il barone racconta di viaggi a cavallo di una palla di cannone, leggenda medievale vuole che Hameln, penultima tappa di questa strada, sia stata salvata dall’invasione di topi grazie al Pifferaio magico, che con il suo strumento li allontana dalla città portandoli verso il fiume e facendoli annegare. Dopo l’acchiappatopi non vi resta che Brema con i suoi musicanti: asino, cane, gatto e gallo ai quali è dedica-

ta una statua in bronzo nella piazza del Mercato, dichiarata, assieme al Palazzo Comunale, bene Patrimonio dell’Umanità. Casette di pescatori, vicoli stretti, negozi e locali tipici caratterizzano lo Schnoor, il quartiere più antico di una città che conserva ancora le testimonianze di fiorente snodo portuale. E vissero tutti felici e contenti? Che partiate da Hanau per finire a Brema o viceversa, la Strada delle Fiabe è questa. Del resto, la Merkel è nata ad Amburgo, città che con le fiabe non ha nulla a che vedere. Almeno per il momento. Dovesse abbassarsi lo spread… Nella pagina precedente la mappa della Strada delle Fiabe e un particolare di Boettcherstrasse In questa pagina, dall’alto, la casa dei Fratelli Grimm, il castello di Sababurg, una piazza e l’Università di Marburg

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Viaggi

Agosto/settembre 2012

Giro giro tondo, io giro intorno al mondo di Alice Perini

Sconosciute alchimie naturali in un angolo d’Africa. Mozzafiato

S.U.V., So Unknown Village: Gibuti «Qui in Africa la fame è il problema più assillante. È fortunato chi lavora alle Poste, perché può leccare i francobolli» Giobbe Covatta

Un aiuto se n’è già andato: Africa; ma a ben guardare, l’Africa è grande, con quei 30 milioni di Kmq di estensione e più di 50 Stati, alcuni piccolissimi, come il Gambia, il più piccino del continente, altri enormi, come l’Algeria che, dopo l’indipendenza del Sudan del Sud dal Sudan, è al primo posto per estensione geografica. Il Gibuti: e chi lo conosce? Una nuova marca di SUV? Nelle concessionarie non c’è traccia di Gibuti. Ma certo! Era presente alle Olimpiadi di Londra, ed è stato proprio guardando sfilare i paesi partecipanti ai Giochi durante la serata di apertura del mega show televisivo che mi sono chiesta quale spicchio di mondo portasse questo nome. E mentre i 6 atleti (3 uomini e 3 donne) avanzavano con la loro bandiera colorata, scoprivo che il Gibuti è un puntino dell’Africa orientale, abbracciato dall’Eritrea e affacciato sul Golfo di Aden. Poco più piccolo della Lombardia, con una popolazione di circa 700 mila abitanti, Djibouti, che prima costituiva la Somalia francese, è indipendente dal 1977 ed è una Repubblica Presidenziale con poche risorse, uno sterminato deserto e 3 basi militari presenti stabilmente sul territorio.

Lo scopo? Mantenere l’equilibrio in una regione precaria dell’Africa, una polveriera che rischia di saltar per aria da un momento all’altro: ecco la ragione per cui navi da combattimento ed elicotteri Apache hanno stabilito qui la loro dimora. E se l’Etiopia si lecca i baffi vogliosa di fagocitare il Gibuti convinta che una parte degli abitanti (gli Afar) condivida la stessa etnia, l’Eritrea, senza fantasia, spera di poterlo inglobare perché una parte della popolazione è della sua stessa tribù, quella degli Issa. Un viaggio da queste parti? Ne varrebbe la pena: il Gibuti è “selvaggio al punto giusto” con quel suo mix di rocce, mare e terra arida. Non sarà tra le mete più sicure nelle quali trascorrere giorni di relax con pargoli

Se la paura di intraprendere una simile esperienza c’è, cerchiamo almeno di raccogliere qualche informazione su una meta nella quale si spera, un giorno, di poter metter piede, magari da novembre a metà

al seguito. Lo Yemen, altro focolaio perennemente acceso, è a 20 Km di braccio di mare e, come se non bastasse, le navi, provenienti dal Canale di Suez, passano proprio da qui, nel covo dei pirati.

aprile, prima che il caldo soffocante impedisca di gustare le bellezze paesaggistiche che il Paese può offrirvi, Lago Assal in primis. Punto più basso dell’Africa (meno 150 metri), il lago ha un’altissima


Ambiente

Agosto/settembre 2012

Giro giro tondo, io giro intorno al mondo concentrazione salina, circa 350 gr di NaCl per litro: un’enormità se confrontata con la salinità della vicina Baia di Ghoubbet (30 gr/lt). Impossibile fare un tuffo nella tavolozza di colori di cui si tinge lo specchio d’acqua: verde smeraldo e blu intenso si fanno beffe di voi che, tutt’al più, potete galleggiare sulla superficie acquosa. Lo circonda un ambiente mozzafiato: vulcani tinti di nero, incrostazioni di sale e sabbia che risplendono di un bianco accecante sotto il sole di una delle regioni più calde al mondo. Alchimia di colori e magia della natura: il lago, separato dal mare da una zona vulcanica, è a questo collegato da una serie di fratture sotterranee che permettono di compensare il livello di acqua, che

tenderebbe ad abbassarsi per l’intensa evaporazione. Paesaggio così fantascientifico che il regista Schaffner decise di usarlo come location per il film Il pianeta delle scimmie. Scimmie (finte) e gazzelle (vere) che corrono leggiadre nella pietraia assolata; fenicotteri rosa lungo le rive del Lago Abbe, pronti a cibarsi del krill che abbonda nelle sue acque salate, acque che, almeno fino a venti anni fa, erano dolci e abitate da ippopotami, coccodrilli, pellicani & co.

per il rispetto verso la religione musulmana, che impedisce di fotografare persone senza il loro consenso. Un esperimento: provate a chiedere a qualcuno dei vostri amici cosa associa a Gibuti. Se la risposta è “SUV”, siete, in ogni caso, sulla buona strada. A sinistra: tramonto sul lago Abbe Qui sotto: pianta di qat

Poi, gli Etiopi hanno deviato il flusso del fiume Awash, che lo alimentava, per mettere in funzione una diga per la produzione di energia elettrica. E ciao biodiversità. Gli squali balena, per ora, potete avvistarli da ottobre a gennaio nella Baia di Ghoubbet, uno dei migliori posti al mondo per praticare snor-

kelling accanto a questi inoffensivi giganti del mare. Djibouti, nome dal sapore francese, con una capitale giovane, dove gli uomini masticano qat per ore e dove è meglio perdere la mania nipponica di scattare foto a random, vuoi per l’alta concentrazione di basi militari off-limits, vuoi

A sinistra lo squalo balena Sopra (e nella pagina a fianco) uno scorcio del lago Abbas Qui sotto le “torrette” di travertino

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Animali

Agosto/settembre 2012

Amici miei di Alice Perini

Dal continente nero a quello giallo: la solita schifosa storia

Zanne in viaggio: affari d’avorio Altro da dichiarare? Forse la strage di elefanti, più di 300, avvenuta per mano di bracconieri armati che hanno invaso il Paese e ucciso centinaia di esemplari nel Boubandjida National Park, riserva creata dopo l’indipendenza del Camerun nel 1960? Tutto ciò accadeva all’inizio del 2012.

«L’elefante morto non si decompone in una giornata» Proverbio africano

Questo proverbio africano è l’unico punto fermo dal quale partire. Ovvio che la carcassa di una bestia di dimensioni così mastodontiche non possa sparire in un giorno. A essere sincera, non mi era mai capitato, prima d’ora, di pensare a un pachiderma in decomposizione e, poiché dal vivo non ne ho mai visto

nemmeno uno, nella mia mente girovagano solo elefanti grigi che, con grandi orecchie, si nutrono dell’erba della savana e gironzolano quà e là placidi, senza grattacapi (e pensare che se c’è qualcuno che potrebbe grattarsi la testa senza difficoltà, quello è proprio l’elefante… con la proboscide che si ritrova). Ma la realtà è che io mi chiamo Alice (fin qui, niente di strano) e che spesso (questo sì che è strano) vivo nel Paese delle Meraviglie. E mentre a 5 anni mi infastidivo se i “grandi” se ne uscivano con la solita frase “Ah, come Alice nel Paese delle Meraviglie” non appena pronunciavo il mio nome, ora mi arrabbio perché so che di meraviglie, a questo mondo, ce ne sono troppo poche; perché, ecco il punto,

La scatola magica tv ne ha parlato almeno una volta? Io non mi ricordo.

esistono individui di fronte ai quali anche l’idealista Lisa Simpson, nonostante lo slancio social-ambientale di cui è dotata, dovrebbe gettare il ferro a fondo. Camerun, Africa Equatoriale: stato conosciuto per i successi della nazionale di calcio, almeno per chi è del settore.

Per chi volesse ulteriori dettagli sulla questione, il sito ufficiale del WWF saprà “deliziarvi” con notizie e video, raccapriccianti, sull’accaduto. È avvilente osservare come animali così imponenti da sembrare invincibili si consumino goccia a goccia. Giorno dopo giorno, la loro pelle raggrinzita si accartoccia sulle ossa e del grosso elefante non rimane che una maschera flaccida, come se un enorme palloncino si fosse sgonfiato improvvisamente e fosse caduto tra il verde di un Parco che avrebbe dovuto essere la sua casa.


Animali

Agosto/settembre 2012

Amici miei Immagini inimmaginabili tratte da un video denuncia lanciato dal World Wildlife Fund sono disponibili per voi dal 12 agosto scorso, Giornata mondiale degli elefanti, perché gli amici di Dumbo non se la passano bene nemmeno oltre i confini del Camerun: 30 massacrati in Ciad in una sola notte, per non parlare della Tanzania che, nel marzo 2010, fece richiesta di riaprire il commercio dell’avorio. Parzialmente, s’intendeva. 2010: storia vecchia, di cui però si può dir qualcosa. Il governo della Tanzania chiese al Cities, la Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate, di rendere nuovamente legale il commercio di avorio dopo circa 15 anni di tregua: tonnellate vendute per incrementare le entrate dello Stato, soldi poi spendibili per la conservazione dei parchi. Insomma, legalizziamo l’illegale a spese degli elefanti per far cassa, così avremo dei bei soldini da investire per la tutela dei parchi, dove gli elefanti, sempreché qualcuno sopravviva, hanno casa. Quali menti sopraffine avranno elaborato un

programma così acuto, giustificandosi di avere nei loro territori pachidermi in soprannumero? Dopo giorni di discussione, arrivò il nein del Cities e i mammiferi proboscidati si tennero i loro 7 Kg di zanne (tanto può produrne, in media, un pachiderma). Almeno sulla carta, perché da altri incartamenti

il mercato nero, un business pronto a sfamare, in particolare, le voglie di Giappone e Cina. Da Botswana, Namibia, Sudafrica, Zimbabwe, Tanzania e tanti altri, con scalo tecnico in Malesia, Vietnam o Filippine, per approdare infine nel continente giallo, dove spopola la medicina tradizionale che affibia a questo materiale virtù terapeutiche eccezionali contro febbre, impotenza ed epilessia. Continente nero – continente giallo: questione di colore? L’inizio e la fine di una brutta storia? Se la mettiamo su questo piano, tutti possiamo avere una tonalità “bianco-sporco”, un color avorio. Questo non ci basta?

- Cities in particolare - emerge che il 2011 è stato un anno drammatico per il traffico di avorio. Un anno da record, con oltre 2500 esemplari abbattuti, 13 maxi-sequestri di zanne per una quantità di fosfato di calcio, perché è di questo che è fatto principalmente la materia preziosa, che si aggira sulle 23 tonnellate. Numeri affidabili solo in parte, perché anche nel continente nero esiste

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Animali

Agosto/settembre 2012

Amici miei di Alice Perini

Finita la magia, tutti persi sulla via: i postumi dell’era “Harry Potter”

Se mi stufo del gufo... «Elefante. Un animale con un aspirapolvere davanti e un battipanni di dietro» John Garland Pollard

Sbarazzarsi di un pachiderma senza dare nell’occhio è problematico: sarà questa la ragione per cui Dumbo non ha lasciato pesanti strascichi in termini di abbandono di suoi simili dopo il successo cinematografico? Oppure, sono ancora molte le casalinghe che nascondono elefanti in casa di questi tempi, quando, con la crisi che c’è, conviene avere aspirapolvere e battiscopa 2 in 1? Cosa potrei farmene di un gufo? Lo porto a casa, gli trovo un nome che sia diverso dal solito “Anacleto”

bene agli animali. Mica l’abbiamo lasciato per strada, come si fa di solito con i cani. Se si vuol abbandonare un animale, le cose vanno fatte per bene: il gufo abita nel bosco ed è proprio lì che Gufo-che-mi-stufo sarà a suo agio. Si troverà bene da morire. E soprattutto sarà in buona compagnia, perché da quando la Harry Potter mania è ormai roba vecchia, chi li vuole più i gufi? Siamo in Gran Bretagna, dove, una volta svanita la magia della saga ideata da J.K. Rowling, restano centinaia di rapaci abbandonati dai loro padroni. Se Harry il mago ha come sua messaggera la civetta Edvige, per quale motivo i bambini non dovrebbero averne una?

soccorrere tutti i rapaci che vengono liberati nelle campagne. Animali incapaci di sopravvivere in natura, disorientati e, spesso, malati. Se nell’era “ante Harry” il centro di recupero ospitava solo sei gufi, ora il numero è aumentato vertiginosamente fino a toccare il centinaio. Si sa, noi uomini siamo facili prede della moda. Il problema è che, come disse Coco Chanel, “la moda è fatta per diventare fuori moda”. Dalle Tartarughe ninja a Nemo, dalla Carica dei 101 a Hachiko non ci siamo fatti mancare nulla. Avanti il prossimo.

Non lo voglio più. Fa solo u-u-u. Mamma pensaci tu.

Prima di tormentarci con questo interrogativo, vorrei capire una cosa: Potter si affidava a una civetta o a un gufo? Non è una questione di vitale importanza, ma poiché si trova scritto di tutto su certi giornali... vorrei almeno dirvi le cose come stanno e, più di tutto, non vorrei far spaventare inutilmente le civette, se è di abbandono di gufi che si sta parlando.

Et voilà, Gufo-che-mi-stufo è sparito. Mamma e papà sono stati previdenti perché loro sì che vogliono

In ogni caso, altro che magia: l’Owlcentre di Corwen, nel nord del Galles, avrebbe bisogno di un miracolo per

(non vorrei che Mago Merlino si confondesse e me lo fregasse con un suo trucchetto), gli accarezzo le piume fino a provocargli uno stress da troppi complimenti (come sei morbido, come sei bello), lo esibisco a parenti e amici e…? Mi son stufata.


Sport

Agosto/settembre 2012

Quando il gioco si fa duro di Daniele Adami

Lo sport e i suoi “strumenti”, un legame non competitivo

Prima di arrivare a 7… muscoli e talento, deve adoperarsi in un notevole sforzo per adattarsi alle precise caratteristiche del mezzo che si vuole governare. Parliamo di strumenti che, a volte, possono sia fare del male che reagire in maniera del tutto inaspettata. È la giocatrice, o il giocatore, che riesce a far diventare l’iniziale ostacolo un aiuto. Per farlo, ci vuole impegno.����������������� E una volta realizzato questo passo, sarà l’oggetto ad adeguarsi alle esigenze di chi lo muove.

Pedali e palline. Tennis e ciclismo. Due sport che si possono mettere a confronto. Se il tennista ha la racchetta, il ciclista ha la bicicletta. Non si badi alla rima: per vincere, o anche solo per divertirsi, è necessario muovere uno strumento tecnologico, un mezzo frutto dell’intelligenza umana e costruito con specifici materiali. Nasce spontanea una domanda: è più semplice la pratica di un’attività di questo tipo, in cui alla componente muscolare se ne aggiunge una inanimata, oppure quando fra piedi (o mani) e la terra c’è un diretto contatto? Difficile dare una risposta. Siamo in un terreno accidentato, arduo da percorrere. Infatti, per abbozzare una qualche spiegazione bisognerebbe portare sul piatto della discussione una notevole mole di studi sul rapporto fra corpo e macchina. Pubblicazioni fitte di numeri, calcoli e percentuali. Ora non ne abbiamo il tempo e, quasi sicuramente, manca la competenza. Il nostro discorso, invece, vuole abbracciare e, in un certo verso, toccare, lo stato d’animo di uno sportivo. Di conse-

guenza, la precedente domanda si trasforma: quali possono (o potrebbero) essere le sensazioni provate nell’avere tra le mani, mentre si fa sport, un oggetto che non fa parte del proprio corpo? Chi vi scrive ha una precisa idea. Un’idea che si discosta, probabilmente, dal pensiero collettivo. Un’idea discutibile e criticabile. Una racchetta da tennis, o una bicicletta, sarebbe più un ostacolo che un aiuto. Cerchiamo di motivare tali parole: la componente umana, fatta di abilità,

Così si può aspirare a diventare un campione, un esempio. Se volgiamo lo sguardo ai pedali si scorgerà il vigore mentale di Lance Armstrong, vincitore di sette Tour de France consecutivi. Se voliamo a Londra si ammirerà l’esperienza di Roger Federer, lo svizzero di Basilea che ha trionfato per sette volte sull’erba di Wimbledon. Due persone che conferiscono onore allo sport, e che ben riassumono impegno, dedizione e passione. Due persone che non hanno avuto il timore di lottare per conquistare qualcosa di importante, perché una vittoria si può ripetere.

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Sport

Agosto/settembre 2012

Quando il gioco si fa duro di Daniele Adami

Qual è la differenza fra un campionato nazionale e una manifestazione internazionale?

Da un colore a un altro Qualche volta lo sport divide, qualche volta lo sport unisce. Purtroppo da un lato, meno male dall’altro. Ora che i campionati di calcio sono iniziati (anche di altri sport, tuttavia), la parte iniziale della prima frase, rimasta sopita per i veloci mesi estivi, riprenderà forza. È la perenne linfa che scorre nelle vene del tifoso, spesso incapace di avere un punto di vista oggettivo. Conta solo la propria squadra o l’atleta preferito. Un torto per noi è ingiusto, per gli altri no. Fortunatamente ci sono alcuni momenti in cui si avvera la seconda parte della prima frase. Momenti, eventi di impronta internazionale che si svolgono con periodiche scadenze. Parliamo, senza fare lunghi giri di parole, delle Olimpiadi (invernali o estive) e, se non possiamo proprio allontanarci dal calcio, di Mondiali ed Europei.

Certo, alcune divisioni rimangono, anche in simili manifestazioni. Rivalità fra nazioni diverse formano la storia sportiva di ciascuno stato. Quello che conta, in fondo, è sapere che ognuno di noi, a volte, può levarsi di dosso un colore e indossarne un altro, senza il timore di essere preso in giro. E senza perdere nemmeno un briciolo di identità. Al massimo si può modificare il personale punto di vista, dato che lo sport lo consente. Qui sotto un momento di gara di canoa alle ultime Olimpiadi di Londra, sopra la Spagna Campione d’Europa lo scorso luglio

Le diverse maglie indossate nel corso dei campionati nazionali si fondono fra loro per dare origine a un unico simbolo. Si esulta anche se a realizzare un punto è un giocatore che non si sopporta. Inoltre, nel corso di tali ricorrenze si finisce con l’apprezzare piccole squadre e atleti che magari non si conoscono.

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Sport

Agosto/settembre 2012

Quando il gioco si fa duro di Daniele Adami

Il difficile rapporto fra sport e tensioni di natura psicologica

Una legge non scritta Sport e pressione psicologica, due universi che non viaggiano paralleli. Chi pratica un’attività agonistica deve fare i conti, necessariamente, con quello che avviene nella propria testa, soprattutto se si agisce nel settore professionistico. Dobbiamo considerarla come una sorta di legge valida non scritta. Per cercare di ottenere un buon risultato, quindi, occorre mettere d’accordo la forma fisica con la forza mentale. Non si può pensare l’una senza l’altra. Anche un corpo perfettamente allenato produce ben poco se sulle spalle non c’è una testa ben piantata, responsabile e concentrata.

Qualcuno è in grado di reagire a simili situazioni, accumulando stress ma riuscendolo a gestire. Qualcuno, invece, non è in grado di farlo. Per tentare di sopperire a ciò, si può andare alla ricerca di un rimedio che vive in un territorio estraneo allo sport legale. La giustizia deve fare il suo corso e noi non ci immischiamo. La nostra riflessione è rivolta altrove, a quello che può avvenire nella mente degli atleti e a come essa può comportarsi. Senza giudizi.

Le fonti da cui scaturiscono ansie e tensioni psicologiche sono varie: se stessi, prima di tutto, poi parenti, allenatori, dirigenti, sponsor. Persone che, attraverso parole, gesti, azioni o pensieri influenzano la prestazione sportiva. E, se la pressione è troppo alta, diventa ingestibile da parte dell’atleta, con la possibile conseguenza di un esito negativo. Un’altra cosa dobbiamo considerare: la delusione che potrebbe sorgere nel caso in cui l’obiettivo prefissato non venisse colto. Una delusione a priori. Ancora più agitazione.

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