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22 interventi e inchieste

LII Riflessioni sugli scandali politici

4 Scandali in America di Renata Adier

20 Dall'immunità alla destabilizzazione? Note su quindici anni di scandali politici in Italia di Francesco Sidoti

La caratteristica degli scandali politici in America è, secondo Renata Adiler, che di ognuno non si riesce a vedere la fine. Infatti l'uno è sempre più intricato all'altro, ma soprattutto i soggetti dello scandalo sono bifronti: chi è colpevole del fatto è allo stesso tempo chi deve indagarlo o punirlo. Certo, solo in pochi casi, la situazione è così schematicamente semplice. Ma in tutti gli altri casi gli si avvicina molto. Dalle « riflessioni » della Adiler non si possono trarre conclusioni drastiche sullo stato del sistema politico americano: ma la nota dominante è pessimistica ed è tanto più significativa quanto più è lontana da schematismi ideologici. La tavola dei valori morali delle riflessioni sono quei « fondamenti » di ogni verità ed onestà di cui più volte l'autrice lamenta la scomparsa. Molti ottimismi sulle auto-correzioni del sistema politico e istituzionale americano vengono dunque ad essere ridimensionati. Anche certa soddisfazione per il Watergate ha bisogno di ripensamenti se è vero che molti scandali degli ultimi anni sono in parte l'effetto di nascosti conflitti per la


2 conquista o per la difesa di aree di riserva fra poteri burocratici di vario tipo. L'uso degli scandali per la lotta di potere è un problema che riguarda ormai da tempo il nostro sistema politico. Ed è forse il prbbiema fondamentale su cui non ci si sofferma a sufficienza. Superata la barriera dell'immunità quasi di principio un tempo riservata a piccoli e grandi detentori di potere, il fenomeno dello scandalo che non ha conclusione è, tuttavia, il fenomeno di tutti i giorni. Con alcune modalità molto diverse, forse, da quello illustrato dalla Adier (le modalità che riguardano, ad esempio, le macroscopiche disfunzionalità giudiziarie italiane), ma con logiche non dissimili. Che poi in momenti di crisi sociale ed economica grave gli scandali di per sé contribuiscano alla cosiddetta destabiizzazione è senz'altro vero e naturale ma è un'altra cosa. Non si tratta, dunque, di mostrare una predisposizione maggiore o minore (nel senso di: oportet itt scandala eveniant) per gli scandali; si tratta di

prendere posizione nei confronti del fatto che lo scandalo si moltiplica quanto a numero di casi aperti ma, allo stesso tempo, si ingrossa la nebbia delle cose inconcluse e incerte. E' questo e non altro l'elemento destabilizzatore. Un elemento che si lega direttamente con il fenomeno dell'uso degli scandali hella lotta di potere. Se è insensata ogni rinascente indulgenza a coprire gli scandali (comunque motivata: per onore di patria o di istituzioni democratiche, per evitare nuove crisi nella crisi o semplicemente per rimuovere il senso di impotenza che lo scandalo senza fine va generando), bisogna dire che nessun disegno di seria riforma politica ha ragione di accontentarsi del fatto che l'immunità sia finita e gli scandali possano scoppiare, e si radichi però, per contrappeso, un sistema di scandali senza conclusione. La riforma vuole rigore di meccanismi che assicurino, dopo la scomparsa dell'immunità, di giungere ad una seria resa dei conti e,

queste istituzioni gennaio-giugno 1978

Direttore: SERGIO RISTUCCIA - Condirettori: GIOVANNI BECHELLONI (responsabile) e MASSIMO BONANNL Redazione: ENNI0 COLASANTI, MARINA GIGANTE (Redattore capo), MARCELLO ROMEI, FRANCESCO SIDOTI, VINCENZO SPAZIANTE.

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1 fascicolo della serie « rassegne e documenti» o della serie «interventi e inchieste» L. 700. Abbonamento ordinario: annuale L. 6.000, biennale L. 11.000. Abbonamento per enti, società, ecc.: annuale L. 10.000, biennale L. 19.000. Periodico iscritto al. registro della stampa del Tribunale di Roma al n. 14847 (12 dicembre 1972). Spedizione in abbonamento postale - IV gruppo. STAMPA: G.E.R. - Grafica Editrice Romana, Roma.


3 soprattutto, ad un sistema di controllo sociale che riduca le ragioni stesse dello scandalo politico, realizzando appunto un più efficace sistema di responsabilità. Il discorso torna ad alcune precise questioni di politica istituzionale. Questione numero uno: il funzionamento del sistema giudiziario. Nel primo fascicolo di Queste Istituzioni (il numero unico pubblicato nel 1973) Romano Severini faceva il punto sui processi cli trasformazione che hanno profondamente toccato la magistratura. Il quadro di allora, pur avendo bisogno ovviamente di molti aggiornamenti, è rimasto fondamentalmente valido. Le frustrazioni della nuova politicizzazione di ampi settori della magistratura così come le tensioni durissime provocate dall'aggravarsi della criminalità e del terrorismo sono aspetti di un processo che ha ulteriormente bloccato la riforma dell'ordinamento giudiziario. Né ha fatto passi innanzi la soluzione di problemi decisivi come quelli della qualificazione professionale della magistratura inquirente o quello della stessa responsabilità politica del corpo giudiziario. Un comportamento della magistratura a sobbalzi, fra l'estem. poraneità e il ritorno alla tradizione, è talora il risultato più vistoso della situazione di quest'ultimo periodo. Questione numero due: la stampa. Per molti aspetti le considerazioni di Renata Adier sul comportamento del giornalismo investigativo potrebbero valere anche in Italia. Anzi, si potrebbe dire che hanno maggiore peso peché l'uso della stampa ai fini della manovra delle notizie sugli scandali appare fin troppo direttamente legato alle ragioni delle lotte di potere. La stampa italiana non ha saputo unire alla conquistata libertà di scoop la capacità di analisi in proprio delle situazioni di scandalo e malgoverno che fu, ad esempio, merito indiscusso di Ernesto Rossi. Troppo forte è la dipendenza del giornalismo italiano dalle testimonianze orali. Certo, potrebbe essere mortale per la funzione della stampa in Italia - già così soggetta a pressioni per un ritorno a vecchi e

comodi torpori - chiedere la regola (professionale s'intende mai giuridica) di citare e discutere le fonti. Anzi potrebbe anche essere ragionevole richiedere (v. ad esemio la proposta di legge n. 1972 dei deputati Servadei, Achilli ed altri) una maggiore tutela del segreto giornalistico estendendo ai giornalisti il diritto di astenersi dal testimoniare, in ragione del segreto professionale, previsto dall'articolo 351 del codice di procedura penale. Ma nello stesso tempo la coscienza sociale dovrebbe cominciare a negare qualsiasi indulgenza verso ogni superficialità dell'inchiesta. Un giornalismo più libero perché più rigoroso e capace professionalmente è una esigenza reale contro il polverone degli scandali senza conclusione. Questione numero tre: la creazione di un serio controllo finanziario. L'invito con cui la Adler conclude le sue note sarebbe certo da condividere: cominciamo a leggere, analizzare e discutere tutti i rapporti degli enti e comitati che svolgono attività di controllo finanziario; vi troveremo molte cose. Il guaio è che, se negli Stati Uniti c'è qualche probabilità di imbattersi in buoni rapporti di tal genere, questa probabilità in Italia è assai minore. Perché gli organi di controllo finanziario o sono di vecchia impostazione (come la Corte dei conti) o non riescono a decollare (come la Consob) o sono troppo impegnati alla discrezione e al segreto (come la vigilanza della Banca d'ItaHa: almeno fino al momento, assai recente, di ricorrere anch'essa al giudice penale). E, inoltre, non c'è stata finora molta spinta da parte del Parlamento ad attivare seriamente il controllo. Il problema è però fondamentale: la democrazia non può salvaguardare la « buona amministrazione » e in definitiva sé stessa con il solo diritto penale attivato, magari, per via di delazione e poi puntualmente intralciato. Molte altre strade devono essere aperte per chiamare a rispondere tempestivamente e puntualmente chi male amministra e governa. E' un tema che abbiamo altre volte toccato e torneremo a toccare.


Scandali in America di Renata Adier

La storia completa di questi procedimenti non può essere scritta, perché non se ne vede ancora la fine; anzi, una tale storia probabilmente non sarà mai scritta... Era una novità vedere un pugno di avventurieri, gente fallita, senza carattere e senza reputazione, impadronirsi di un'arteria commerciale e imporci delle tasse non solo per il proprio profitto personale, ma per estenderle, tramite quella, all'intero commercio di una nazione. .Non c'è nessuno che possa permettersi di dare una scorsa a queste cose sulle colonne dei quotidiani, e poi cancellarle dalla memoria. Per gli Americani significano molto; toccano assai da vicino i fondamenti della comune verità ed onestà senza le quali non può esistere quella sana pubblica opinione che è il respiro vitale di tutto il nostro sistema politico. Charles Francis Adams, Jr., A Chapter

of Erie (1871)

Quando troppi scandali si susseguono per troppo tempo, ininterrottamente e senza essere sottoposti ad indagini adeguate, tendono ovviamente a confondersi. Quelli che all'inizio sembrano casi isolati di corruzione convergono tra loro e alla fine si intrecciano. Gestori di case di cura, raccoglitori privati di rifiuti, proprietari di parcheggi, dirigenti dell'industria cinematografica, rivendi. tori di distributori automatici, compagnie di registrazione, operatori di casinò, camionisti, Mafia, fornitori della Difesa, e infine servizi segreti e pubblici ufficiali eletti fino al grado più alto, cominciano a condividere non solo una generale corruzione ma imprese comuni e ad avere perfino gli stessi uomini. E' questo un momento estremamente pericoloso della vita politica. E' quasi impossibile capire. Alcuni, più portati all'astrazione, inventano teorie cospirazioniste, quando in realtà non si tratta di cospirazione ma di rapporti d'altro genere. Intanto, giornalisti investiga-

tori scoprono fonti e accumulano fatti. Vengono fuori molte notizie. Ma il significato, le deduzioni più ovvie, in un momento di grave scandalo, si perdono in una valanga deprimente di informazioni senza importanza. Ho messo in premessa una citazione dall'inchiesta che Charles Francis Adams condusse nel 1871 sulla Ferrovia dell'Erie che egli chiamava l« arteria commerciale ». Il motivo per cui riuscì con il fratello Henry a rivelare in modo così convincente, in Chapter o/ Erie, la minaccia che gli scandali delle ferrovie e dell'oro degli anni '60 del secolo scorso rappresentavano per « tutto il nostro sistema politico », è che essi capirono, forse più chiaramente di quanti altri abbiano denunciato scandali nella storia americana, cosa significasse in particolare lo scandalo del loro tempo. Non era questione di fatti e rivelazioni giorno per giorno, di somme di denaro, di liste dei corrotti; né si trattava di sapere dimensioni e portata delle transazioni illegali, e quanto fossero implicati i giudici che le dichiararono legali e i legislatori che fornirono le leggi opportune. Ciò che i fratelli Adams avevano in mano al termine della loro ricerca, oltre al possesso di notizie esclusive (in verità un grandioso insieme di notizie), era la comprensione profonda del loro significato: il sistema era minacciato da quella nuova entità, la corporation, non solo perché i funzionari potevano essere comprati, ma fondamentalmente perché il grosso pubblico, « delizia e preda di Wall Street », era tentato e coinvolto nella nuova forma di corruzione. Il cittadino comune, l'elettore, nella sua qualità di piccolo investigatore, poteva illudersi che la « sua» corporation fosse condotta in fondo nei suoi interessi. Spinto, non senza un po' di colpa, dal « fascino di poter accumulare denaro sen za fatica », nel migliore dei casi veniva para. lizzato dalle prove di una corruzione che sem-


5 brava davvero generale (prove fornite da investigatori incompetenti, o coinvolti essi stessi nello scandalo), al punto che non ne voleva sapere più niente; nella peggiore delle ipotesi credeva di esser parte lui stesso dell'operazione.' Quello che gli Adams paventavano non si è verificato; la repubblica è sopravvissuta alla minaccia delle corporations. Ma quella minaccia aveva tutti gli elementi - soprattutto la collaborazione della vittima, disorientata sia moralmente che intellettualmente che, a partire da Hannah Arendt (ricordiamo Le origini del totalitarismo ed altri libri), riconosciamo come pre-totalitari. La minaccia si ripete, in altre circostanze, sotto altre forme. Quanto si assomigliano, in fondo, il membro di un sindacato notoriamente corrotto, oggi, e il piccolo investitore del tempo degli Adams. Ogni camionista ha da decenni motivo di credere che i suoi rappresentanti non solo violano la legge in qualche modo oscuro che esula dai suoi interessi immediati, ma rubano sulla sua stessa pensione. Eppure è il «suo » sindacato esattamente come le ferrovie dei grandi industriali ladri erano la società del piccolo investitore. L'INCREDULITÀ

VERSO

GLI SCANDALI

Eravamo particolarmente impreparati a fenomeni di questo tipo. Dalla seconda guerra mondiale fino al 1959, abbiamo, in linea di massima imparato e ci siamo abituati a credere che i funzionari pubblici, così come i nostri vicini di casa, fossero gente onesta - se non nei minimi aspetti della vita quotidiana, almeno in generale. Certo, se noi credevamo che vivessero conformemente alla legge, la maggior parte degli ideologi non l'ha invece mai creduto. Questi credevano anzi il contrario. Loro « sapevano » che il sistema intero era corrotto. Se anche si può riconoscere che i fatti hanno dato loro ragione, tuttavia quasi mai hanno avuto ragione per quanto riguarda l'analisi e la divulgazione dei fatti stessi. Ciò che essi « sape-

vano» era mera ideologia. Una' delle conseguenze della separazione tra quanti sapevano in modo dottrinario e quelli che ricavavano le loro informazioni dallo studio dei fatti, è un curiosa dicotomia nel modo di interpretare ed esporre i fatti al giorno d'oggi: da una parte i giornalisti, scopritori di notizie e poco inclini, quasi per professione, a pensare; dall'altra i generalizzatori, scrittori di opere di pensiero, che solo raramente divulgano notizie da loro scoperte, e spesso sono impediti a pensare in termini realistici da costrizioni di carattere ideologico. La conseguenza è una generale erosione della capacità stessa di capire cosa succede. Nel 1959 abbiamo avuto il caso di Charles Van Doren, ovvero del gioco a quiz televisivo. Di che cosa si trattò? Furono vendute al paese le costosissime prestazioni di un attore invece delle prestazioni - anch'esse sovrappagate - di un intellettuale. Per « intellettuale » si intese allora un campione di idiozia ed erudizione rinchiuso in una cabina di vetro. C'era qualcosa che non andava, forse, in ogni versione dello spettacolo. Ma se consideriamo insieme le nozioni di « gioco a quiz », « intellettuale » e « sponsor », era semplicemente ovvio che il gioco, oltre che volgare, fosse già deciso in partenza. Quello che lo Sputnik russo fece riguardo all'assenta certezza dell'abilità tecnica americana, lo scandalo del gioco a quiz fece riguardo alla fiducia americana che il mondo fosse fondamentalmente onesto. Le dimensioni assurde dello « shock» stanno a dimostrare non solo quanto fossimo impreparati a valutare l'importanza di qualsiasi tipo di scandalo, ma furono anche il sintomo di un tipo particolarmente contorto di ipocrisia. Non era poi così importante che un programma basato su un'idea così disgustosa quale quella da cui era nata « La Domanda da 64.000 $ », dovesse risultare un imbroglio. Eppure la delusione fu intensa ed acquistò dimensioni nazionali. Al « fascino di accumulare ricchezze senza fatica », seguì un senso di ripugnanza, sproporzionato alla banalità delle motivazioni.


6 Oggi è particolarmente difficile distinguere tra demoralizzanti imbrogli di piccolo cabotaggio che si vanno moltiplicando e lo scandalo di grandi dimensioni, che mette a repentaglio l'intero sistema. E' una notizia che fa scalpore, ma probabilmente non ha molta importanza che rnoki viaggino in aereo a spese di queffi che pagano le tasse. Può essere persino di scarsa importanza che Alexander Haig (come ha fatto nel 1975) mandi a prendere il suo cane con l'aereo pagato dai contribuenti. Quello che conta è che Alexander Haig sia ancora, o sia stato, il comandante della NATO. In quest'ultimo caso, l'ondata di banali, deprimenti notizie (e, in questo caso, la notevole abilità del nostro nell'ingraziarsi, tra gli altri, gli stessi giornalisti), ha oscurato una verità di qualche importanza: tra tutte le notizie, chi si ricorda di chiedere perché è incredibile che il presumibile autore di tanti seri scandali nella pubblica amministrazione di cui faceva parte, si è trovato ad occupare posti di fiducia nell'apparato pubblico o militare? La fine, direbbero i fratelli Adams, non è ancora venuta. Quando si verifica ciò che ha tutte le apparenze di scandali gravi e fra loro interconnessi senza fine, si cerca di trovare una considerazione in sè evidente. E si comincia. Ad una prima domanda « chi c'è dietro? », è probabile che la risposta sia sempre « chi aveva più da guadagnare ». Secondo questo criterio, o con questo approccio, è stato subito chiaro, da quando il Presidente Nixon ha dato le dimissioni, che due dovevano essere gli scandali principali che minacciavano, e tuttora minacciano, l'intero sistema. Cercheremo di analizzarli qui di seguito.

COME COMPRARE LA POTENZA AMERICANA

Il primo ha origine all'estero. Consiste nella corruzione di funzionari americani da parte di altri paesi - una corruzione di routine ma assai pericolosa in materia di difesa. Il piccolo scandalo che fa notizia, quello cui siamo abituati, è di solito il contrario: è un

americano, per esempio un funzionario della CIA, che corrompe un uomo politico giapponese o un socialdemocratico italiano. Ora, non c'è più dubbio che, mentre ci stavamo preoccupando degli interventi americani all'estero, una manovra simile era cominciata in senso contrario. I coreani hanno comprato la nostra presenza, i cinesi di Formosa il nostro sostegno, i persiani (e, con ogni probabilità, qualsiasi altra nazione che se lo possa permettere) il nostro addestramento e le nostre armi: non così, apertamente, ma con « bustarelle» e percentuali a funzionari militari o governativi. Questo fenomeno ha numerose conseguenze e crea grande confusione. Innanzitutto c'è il caso del parlamentare che viene comprato per fare quello che avrebbe comunque fatto in buona fede. La reazione che ne segue, quando il caso viene scoperto, può in realtà impedire una politica giusta. Ammettiamo, per esempio, che sia necessaria la presenza americana nella Corea del Sud. Ora, diviene possibile che ce ne andremo di là non perché sia politicamente opportuno, ma perché siamo stati pagati per stare lì. Ciò avviene quando i « fondamenti stessi della verità e dell'onestà » sono stati scossi al di là di ogni possibile rimedio. Un'altra conseguenza è che quando parliamo di « altre nazioni che possono permettersi » di comprare e corrompere, dobbiamo includerci i paesi poveri che noi stessi sovvenzioniamo. Cosicché le tangenti ai funzionari americami sono prese, inevitabilmente, dagli stessi fondi che il nostro paese dovrebbe spendere all'estero per altri scopi (in ultima analisi dalle tasse pagate dai cittadini). Fa notizia, ma non è poi così rilevante, che la Lockheed e tutte le società che si sono comportate allo stesso modo, paghino funzionari stranieri, sistematicamente, perché si forniscano da loro piuttosto che presso società rivali. Le leggi adesso allo studio per prevenire questo fenomeno, se ci sarà poi un modo per farle valere, renderanno semplicemente le vendite all'estero un po' più a buon mercato e più corrette e, tra l'altro, impediranno agli stessi


dirigenti di rubare parte del denaro destinato a questi imbrogli. Ciò che conta, di nuovo, è il capovolgimento delle idee cui ci eravamo abituati. In questo caso il denaro viene verso di noi. E questa può essere la variante di un vecchio tema isolazionista. La minaccia non è nel potere sovversivo di dottrine straniere, o nel fatto che altri possano superarci, ma nel permettere a governi stranieri di comprarci col denaro pagato a nostri funzionari; denaro che spesso, in origine, proviene dalle nostre tasche. E' risultato chiaramente, subito dopo le dimissioni cli Nixon, che il vero grosso scandalo che stava sotto la sua amministrazione e che rese necessaria la sua « abdicazione », era esattamente l'esistenza di una situazione di questo tipo in Vietnam. Cioè: i dirigenti vietnaxniti del Sud usarono per un certo periodo parte delle ingenti somme che gli USA avevano speso laggiù, per comprare la nostra presenza, il nostro appoggio, l'addestramento e le armi, e anche, poiché si era in guerra, la vita stessa dei nostri soldati, oltreché quella naturalmente dei loro compatrioti. Qualsiasi via induttiva si segua, si arriva sempre a queste conclusioni. Ricordiamo le registrazioni, soprattutto quelle del 28 febbraio 1973 dove emergono esplicitamente i sospetti di Johnson, nel 1968, che i suoi oppositori usassero Anna Chennault per far presente ai vientamiti del Sud quali vantaggi sarebbero venuti loro da una eventuale vittoria dei Repubblicani in quell'anno (mi riferisco alla trascrizione di otto conversazioni registrate del presidente, udienze davanti al Committee on the Judiciary della Camera dei Rappresentanti). Ma bisogna anche ricordare la scarsa attenzione data a quei nastri al Watergate stesso, tranne che per proteggere la fonte originaria del denaro (parte del quale - secondo quanto risaltò in un' appendice ai volumi del Comitato Ervin doveva essere restituito ad uno «straniero » asiatico proprio dalla signora Chennault) e il dirottamento delle indagini del Comitato Patman che aveva scoperto alcuni pagamenti fatti da vietnamiti del Sud a favore di ame-

ricani per mezzo di banche straniere, fin dal 1968. Quando fosse emerso che lo scandalo della campagna del 1972 aveva riguardato enormi finanziamenti, segreti e illegali, sarebbe risultato anche chiaro che con ogni probabilità il sostenitore più illegale di Nixon e della sua rielezione era stato chi più aveva da guadagnarci. E si consideri che il contendente democratico si era offerto, dopo tutto, una volta eletto, di supplicare in ginocchio per la pace. Proprio prima delle elezioni del 1972, e immediatamente dopo che Henry Kissinger ebbe negoziato per la prima volta una pace che era « a portata di mano » (ottobre 1972), il governo del Vietnam del Sud pagò l'amministrazione Nixon (con denaro americano, oltretutto), perché i figli dei contribuenti americani continuassero a combattere per alcuni mesi, mentre alcuni ufficiali concludevano i loro affari, rubavano l'ultimo denaro rimasto, e se ne andavano. L'unica differenza tra il modo di fare in Vietnam e il modo di fare in tutti gli altri paesi dove questa condotta è stata, prima o dopo, scoperta, è che nessun altro paese ha pagato perché gli americani uccidessero e morissero all'estero, in guerra. Può anche darsi che Nixon sarebbe rimasto ancora in Vietnam con buona coscienza: alla fine dell'autunno del 1972 fu chiaro che Nixon non aveva bisogno della pace in Vietnam per essere rieletto. (Ma avrebbe potuto nondimeno volere la pace. Cosa che il governo del Vietnam del Sud, evidentemente, non voleva. E per impedirla nel 1968 bastava eludere i negoziati di Parigi; nel 1974, bisognava pagare). Se però la sua amministrazione ha ricevuto del denaro per rimanere in Vietnam (come infatti fu), questo sarebbe il grande scandalo. Cioè tradimento e corruzione. Ed è lo scandalo estero che ancora non ha fine.

IL GRANDE SCANDALO INTERNO: NARCOTICI E POTERE

Il secondo grande scandalo, quello interno, collegato al primo in modo non del tutto periferico, ha a che vedere con la droga. Il


E. «commercio » di cui parla Edward Jay Epstein in « Agenzia della paura» (Agency of

Fear: Opiates and Political Power in America, Putnam's 1977), è il traffico illegale degli stupefacenti. Seguendo la lezione degli Adams, Epstein porta alla luce fatti e trae deduzioni. Due sono, fondamentalmente, i modi di affrontare il tema: il primo, di ordine storico, è un resoconto di questo scandalo interno e della parte che ha avuto nel crollo dell'amministrazione Nixon; il secondo, di carattere metodologico e per molti aspetti più importante, consiste nel modo di procedere di Epstein e nella critica di molti degli assunti su cui si basano le inchieste giornalistiche d'oggi. Questa è la tesi storica di Epstein: l'amministrazione Nixon cercava di centralizzare il proprio potere attraverso una sorta di colpo di stato; la burocrazia è, per natura, resistente a una tale centralizzazione; Nixon, dopo aver cercato, senza successo, di impadronirsi dei servizi segreti (l'FBI, la CIA, gli uffici investigativi dell'Internal Revenue Service, del Dipartimento di Giustizia, del Tesoro, e altri), cercò di formare un nuovo servizio segreto, sotto il diretto controllo della Casa Bianca, il cui personale provenisse da tutte le agenzie che non era riuscito a fare sue. Il pretesto e la copertura per quello che sarebbe diventato, in realtà, il servizio segreto personale di Nixon, era, sotto nomi e sigle varie, un ente ufficialmente votato a stroncare il traffico illegale dei narcotici. Epstein inoltre conclude che il piano fu interrotto almeno due volte, per un puro e semplice caso. La pubblicazione dei documenti del Pentagono, per esempio, non solo usurpò lo spazio per l'annuncio, assai importante per le « public relations », della campagna anti-droga, ma fece anche deviare l'attenzione dei membri del nuovo ente segreto su Daniel Ellsberg, e sul problema generale di mantenere i segreti, anche i più insignificanti, del Governo. L'altro caso fu la scoperta dell'irruzione a Watergate. I burocrati di Washington, dice Epstein, avendo notato che gli esecutori del furto

erano membri della nuova forza che tanto minacciava i loro feudi, colsero l'occasione al volo. In quello che fu essenzialmente un contro-colpo di stato, i servizi segreti, soprattutto la CIA, si diedero da fare sistematicamente per far conoscere alla stampa il legame tra l'irruzione e la Casa Bianca. In uno scritto precedente Epstein aveva parlato di Mark Felt come di uno dei tanti informatori dell'FBI che passarono informazioni ai giornalisti, con lo scopo limitato di fare eliminare L. Patrick Gray dalla Casa Bianca (per non essere in grado di tenere sotto controllo il « Bureau »). Nel libro che stiamo esaminando si dice che Robert Foster Bennet, della Mullen and Company, fu una delle principali fonti di informazione per Woodward, e lo spinse a spostare la sua attenzione dalla CIA a Charles Colson, che a sua volta si era messo a seminare storie. Ne seguì la battaglia, o piuttosto la sinfonia delle rivelazioni, delle quali forse la più pericolosa per Nixon fu la comunicazione, rilasciata da funzionari dell'IRs a un quotidiano del Rhode Island, della dichiarazione dei redditi del presidente. Se già altri hanno fatto riferimento a queste fonti, Epstein vi scopre un piano, un disegno: per cui i burocrati, con la collaborazione spontanea ma non pienamente cosciente della stampa, sventarono il colpo di stato di Nixon e lo fecero cadere. Ci sono molti elementi discutibili in questa tesi e, come è del resto quasi inevitabile quando un giornalista indaga con una certa imperizia e virtualmente da solo, ci sono anche varie inesattezze di fatto. Ma nei suoi punti essenziali - l'organismo anti-droga come copertura per un nuovo servizio segreto, e la ferma determinazione dei servizi segreti ufficiali a ribaltare il « colpo di stato », attraverso una sapiente manipolazione della stampa - la tesi è giusta. E', in parte, per l'onestà con cui Epstein spiega il suo metodo giornalistico che alcune delle inesattezze reperibili nel suo lavoro sono non solo messe in luce, ma (e in questo consiste la forza del metodo) ne viene data spiegazione. Epstein, per motivi di ordine etico e professionale,


9 cita le sue fonti. Le ragioni che vengono addotte e le conseguenze che ne derivano sono della massima importanza per chiunque abbia serio interesse per l'indagine giornalistica o per gli scandali in sé. Rimaniamo, comunque, per un momento alla questione dell'organizzazione segreta e al problema della droga. Ci vorrebbe un ideologo dei più fini e rari per escogitare una satira anticapitalistica che rifletta accuratamente gli attuali rapporti tra la droga e la legge. Prendete una sostanza che è, in natura, poco costosa, abbondante e insieme tossica. Le sue qualità tossiche ne fanno il sogno del rivenditore; l'unico inconveniente è che si ottiene facilmente. Di per sé non ci sarebbe da ricavarne profitto. Fate passare le leggi più severe contro la vendita, la produzione, la coltivazione, l'uso o il possesso di quella sostanza. Immediatamente, per il fatto di essere ifiegale, la sostanza diventa rara e costosa. La legge stessa ha creato una situazione nella quale è possibile trarre un enorme, incalcolabile profitto, rendendo la gente, in particolare i più giovani, schiavi cli quelle droghe che altrimenti non avrebbero nemmeno motivo di prendere in considerazione. Anche i produttori cli sigarette, per quanto anomala sia la loro situazione - guadagnano su un prodotto tossico, con l'aggravante che può uccidere - sono in una posizione molto diversa. Che le sigarette siano letali è un fatto secondario per la loro produzione; i produttori, preferirebbero avere come clienti dei viziosi longevi e dunque preferirebbero che il prodotto non fosse nocivo. Mentre è essenziale al traffico degli stupefacenti che sia criminoso - altrimenti non ci sarebbe profitto. E' inutile fare l'elenco degli interessi - alcuni immorali, altri egoistici, o male indirizzati, altri infine dettati da vigliaccheria o dall'idiozia - che si sovrappongono (beninteso, non « cospirano ») per perpetuare questa parodia senza pari. Eppure è là. E i guadagni sono tali che appena qualcuno è incaricato di eliminare

il traffico degli stupefacenti, si può essere certi che verrà attratto nel giro. Appena la CIA, per esempio, ha in qualche modo ricevuto un mandato ad applicare delle leggi anti-droga a livello internazionale, è diventata uno dei principali canali di contrabbando degli stupefacenti. Nella Relazione finale del Comitato senatoriale nominato per Studiare le attività del Governo nel campo dei servizi segreti, si legge la dichiarazione di un ispettore generale della CIA, secondo la quale non s'è trovata « nessuna prova che l'Agenzia, o alcun membro autorevole della stessa, avesse mai consentito o appoggiato il traffico degli stupefacenti in via ufficiale ». Le parole in corsivo costituiscono la più debole smentita di un'attività criminosa mai presentata da un pubblico ufficiale davanti ad un Comitato senatoriale. Insomma, le più improbabili e assurde alleanze sono state create in questo paese dalle leggi sugli stupefacenti. Per mantenere illegale il prodotto, è necessario di tanto in tanto esacerbare la paura che ne ha il pubblico. Nel tracciare la storia delle leggi anti-droga nel nostro paese, e la storia successiva della loro applicazione e delle relazioni pubbliche che vi sono state costruite intorno, Epstein arriva un po' troppo lontano. Si fissa sull'argomento della paura del drogato. Traccia un nesso tra questa paura e il Proibizionisrno, quasi che ai fantasmi di un vampiro alcoolizzato si siano sostituti, come nella mente di un oscuro fanatico di nome Richmond Hobson, i fantasmi di un vampiro drogato. Riconduce lo sfruttamento della droga da parte dell'amministrazione Nixon alla necessità di avere un pretesto per imporre « legge e ordine », e alla situazione di panico artificialmente e indirettamente determinata per motivi politici dal Governatore Rockefeller a New York. In realtà le leggi anti-droga hanno la loro origine non nel Proibizionismo o nella paura per i drogati. Sorsero a suo tempo in reazione ai pochi scrupoli di produttori di preparati farmaceutici del tipo « panacee » i cui reali componenti non figuravano sulle etichette.


10 Molti bambini erano morti quando si scoprì che le panacee che le mamme avevano somministrato loro erano a base di oppio; donne che usavano antidolorifici per i disturbi periodici e di altro tipo, sono diventate in seguito delle drogate. Nel 1906 la legge stabill che le panacee a base di oppio dichiarassero l'oppio nell'etichetta; nel 1914 fu prescritta per l'acquisto di sonniferi la presentazione di ricetta medica. Diverse erano le forze che appoggiavano queste leggi, e la sola cosa che potevano condividere con i sostenitori del Proibizionismo era la lotta contro gli interessi del whiskey, non per il whiskey in sé stesso comunque, ma di nuovo per la veridicità delle etichette. I distillatori mescolavano coloranti e alcool da poco, e chiamavano whiskey quello che ne risultava. Queffi della campagna contro i cibi sofisticati e la droga, si battevano allora per la veridicità delle etichette. Per quanto riguarda il terrore della droga e dei drogati, Nixon non aveva bisogno di imparare da Rockefeller come sfruttarlo, e lo stesso Rockefeller non fu l'inventore di questa strategia. Negli anni '60 le più sorprendenti alleanze di interessi sono state strette in nome della droga: accomunavano la Mafia, la CIA, gli uffici incaricati di far valere le leggi anti-droga, la polizia, i centri per la riabilitazione e il trattamento dei drogati, e le organizzazioni politiche che ritenevano che ogni cedimento nell'applicazione delle leggi sui narcotici avrebbe significato drogare i poveri nei ghetti per impedirne. la attività politica. La quantità di giovani drogati veniva a dar corpo ai timori della gente per i propri figli. Tuttavia le statistiche riguardanti gli stupefacenti non avevano nulla a che fare con la verità. Ed è qui che si rivela il particolare genio giornalistico di Epstein. Egli trova un'idea iniziale, lampante, e la persegue fino in fondo, fino ad arrivare alla verità. « Ho cominciato ad interessarmi della credibilità delle valutazioni sui crimini riportate dalla stampa quando Wilhiam Whitworth,

un redattore del periodico The New Yorker, insinuò che gli ex-drogati nei centri di riabi-

litazione erano fortemente motivati ad esagerare l'entità del loro vizio, e che gli operatori di questi centri di riabilitazione non sembravano avere alcun motivo di contraddire le loro affermazioni ». E certo, se solo ci si pensa, si vede subito che è vero. Partendo da lì Epstein continua con la constatazione che gli investigatori nel campo degli stupefacenti, avevano forti ragioni per esagerare agli occhi della stampa il valore commerciale della droga rinvenutadurante una qualsiasi retata, e che i giornalisti di cronaca nera non avevano motivo di confutare i loro dati. Epstein scoprì che se i calcoli di quanto la popolazione dei drogati dovrebbe rubare per alimentare il proprio vizio fossero esatti, ne risulterebbe che dovrebbe rubare una gran parte del prodotto nazionale lordo. Infine, in base a ricerche proprie e a studi condotti da gruppi che non avevano alcun interesse istituzionale ad esagerare i dati del problema, Epstein ha scoperto che le statistiche riguardanti il numero dei drogati nel nostro paese, le dimensioni del loro vizio, la loro propensione a commettere delitti (se questa propensione sia una conseguenza del vizio o se esista già in precedenza, e se sia diminuita, aumentata, o si sia trasformata in un qualsiasi modo in seguito ad ogni forma nota di trattamento e di cura) o anche la valutazione di quanto abbiano influito sulla percentuale di delitti o di intossicazioni le vicende dell'applicazione delle leggi anti-droga, in breve, quasi tutte le statistiche che abbiano a che fare con il problema droga-legge, si sono dimostrate, ad un attento esame, false. Questa non è notizia da poco. Epstein la documenta bene. In effetti il problema della droga, con le leggi attuali, è insolubile sebbene non siamo in fase di aumento, come altre statistiche truccate vorrebbero indicare. Quasi tutti coloro che hanno a che fare con il problema, o tentano di porvi rimedio, mentono: si arricchiscono e mentono. Non ci si sarebbe mai aspettati, per


11 esempio, che un'agenzia di pubbliche relazioni impiegata presso i centri di cura a base di metadone di New York, avesse cercato di screditare - come è avvenuto - un ricercatore disinteressato, esattamente come la « Generai Motors » aveva già cercato di fare con Ralph Nader e la sua campagna a difesa dei consumatori. Avremmo dovuto non sapere come stanno le cose, e cioè che il metadone non è, come si è andato dicendo, incompatibile con l'eroina; che non abbassa il livello di criminalità, come pure si è detto, ma addirittura aumenta ogni tipo di delitto, fatta eccezione (come ci si poteva aspettare) per quei crimini non violenti come la prostituzione, direttamente legati al fatto di sopportare bene un'abitudine all'eroina. Non c'è da illudersi che gli interessi legati al metadone, messi di fronte a queste affermazioni, riconoscano che sono vere. Al contrario, ripiegando su quello che Epstein chiama 1« argomento minore », ribadiranno che i loro assunti, per quanto falsi, hanno avuto una certa importanza - « attirando l'attenzione sul problema », e ottenendo, per esempio, l'effetto di inserire il drogato in un « contesto sociale », come i centri di riabilitazione. L'INTRIGo DEL POTERE Indubbiamente « Agenzia della Paura » contiene delle esagerazioni, anche se non saprei dire esattamente dove. Il libro pone un problema che, certo, Epstein non è il solo a porre con i suoi scritti, ma che qui risulta con un'evidenza straordinaria. E' il problema di chi scriva su argomenti a proposito dei quali quasi tutti si sono già fatti un'opinione precisa, e che, proprio in ragione del tipo di argomento trattato, asseconda o si mette contro il pubblico a tal punto che questo è incapace di leggere quello che lo scrittòre ha da dire. Il primo libro di Epstein, Inchiesta, era uno studio sulle ricerche della Commissione Warren sull'assassinio del presidente Kennedy. Era consistente ed accura-

to, e traeva l'unica conclusione possibile: che la Commissione Warren aveva svolto il suo compito con insufficiente diligenza e completezza. Il libro si sforzò di evitare quella che stava sicuramente per diventare una moltitudine di sostenitori, a seiisazione, della teoria della cospirazione, spesso ciarlatani e profittatori. Il secondo scritto importante di Epstein riguardava il cosiddetto « genocidio » perpetrato dalla polizia ai danni delle Pantere Nere (Le Pantere e la Polizia, « The New Yorker », 13 febbraio 1971). Epstein dimostrò che delle ventotto Pantere citate dai legali delle Pantere stesse (numero passivamente accettato dalla stampa) come vittime di questa campagna, diciotto o non erano morti o non erano Pantere, sei dei dieci che restavano erano stati uccisi da poliziotti gravemente feriti che non potevano sapere che il loro bersaglio sarebbero stati uomini delle Pantere, e solamente due (Fred Hampton e Mark Clark) furono inequivocabilmente eliminati nel corso di un deliberato attacco della polizia contro le Pantere. Ora, se due, o anche quattro di questi omicidi sono di indiscutibile gravità, due o quattro non sono ventotto e non fanno un genocidio; in tono moderato, l'articolo di Epstein diceva solo questo. Comunque fu seguito da manifestazioni di ostilità da tutte le parti - di carattere professionale da parte dei giornalisti, che si sentirono ingiustamente criticati; di carattere politico, da parte di chi vide nell'articolo un attacco alle Pantere, o tout court alla Sinistra. Tanto per farsi un'idea lo scritto doveva mettere in moto una pianoia ideologica di opinioni che avrebbe suonato il suo programma fino alla fine, restia ad un lettura puntuale del testo stesso, e con la convinzione che gli altri fossero altrettante pianole. Verso la fine degli anni Sessanta sembrava che ci fosse poca gente incline a punti di vista ragionati. L'inconveniente di aver scritto un simile articolo, o di essere il tipo di scrittore che ne scriverebbe uno stimile, è che lo scrittore può cominciare a perdere un po' il


12 controllo, enunciando le sue affermazioni nella forma più estrema, stimolando ulteriori ostilità in una sorta di provocazione reciproca fra autore e lettori. Per la prima volta e senza che ce ne sia bisogno, l'autore comincia a indebolire i suoi argomenti, commettendo errori. Per fare un solo esempio: nel cercare di dimostrare che sono i pubblici ministeri, con il loro diritto di citazione, e non i giornalisti a risolvere i casi, Epstein scrive: «Le rivelazioni riguardanti le operazioni degli Idraulici e l'irruzione nell'ufficio del Dott. Fielding, noti provennero da giornalisti intraprendenti (come comunemente e a torto riferisce la stampa); furono invece fornite dall'imputato John Dean,... che le presentò nel 1973 a pubblici ministeri federali in cambio della promessa di un trattamento clemente. Questi passarono la notizia al Procuratore Generale Effiot Richardson, che la trasmise al Giudice Matt Byrne,... che infine la rilasciò alla stampa ». Ora, molte cose sono inesatte in questo passaggio, e in ciò che presuppongono. L'errore fondamentale, che sembra di per sé abbastanza piccolo da poter essere considerato una svista, è che il procuratore generale non era Elliot Richardson ma Richard Kleindienst. E questo particolare chiarisce la frase, il passo, un'intera parte del libro. Perché gli accusatori federali «fornirono queste informazioni» non a Richardson, ma a Henry Petersen, che le affidò a sua volta sia al presidente che al procuratore generale. E nessuno di questi tre individui fece nulla di così semplice come ciò che viene indicato nella frase «che le trasmise al Giudice Matt Byrne ». Le tennero bloccate per settimane intere. Le avrebbero bloccate per sempre, se non fosse stato dato per certo che John Dean le avrebbe rivelate davanti al Comitato Ervin, sulla rete televisiva nazionale. Né il ruolo del Giudice Byrne nell'affare fu così lineare come lascerebbe pensare l'espressione «che a sua volta le rilasciò alla stampa ». E' stata la stampa, e precisamente un giornalista dello Star di Washington, a scopire, parlando con un giardiniere di San Clemente, che John Byrne era stato lì di recente. Scoperta che lo indusse ad altre: a sapere, per esempio, della offerta della carica di direttore dell'Fax fatta al Giudice Byrne in pieno processo Ellsberg. (Questa notizia, sia detto per inciso, mise in luce il comportamento poco corretto del giudice stesso, che non fu in grado di rifiutare subito una simile offerta, né poi di far cenno alla proposta che gli era stata fatta durante le fasi

iniziali del processo). E gli uomini dell'accusa non ottennero, come riferisce Epstein, le informazioni da Dean in cambio di una promessa di clemenza. In realtà non trassero mai fuori tali informazioni. Il difensore di Dean, Charles Shaffer, dovette ripetere loro più volte che avrebbero ostacolato la giustizia se non avessero trasmesso le informazioni. Questi funzionari dell'accusa, come chiunque occupi posizioni importanti nel Dipartimento di Giustizia (e non diversamente dai recenti ispettori della storia finanziaria di Bert Lance, mandati dall'ufficio di controllo), avevano da pensare alla carriera. Il Procuratore Generale Richard Kleindienst, in fondo, aveva appreso da Gordon Liddy, al golf

del «Burning Tree », la mattina successiva all'irruzione nel Watergate, di chi fossero gli uomini che avevano operato il furto. E il Procuratore Generale allontanò Liddy. Questa era la situazione. Quasi senza alcuna eccezione, chiunque facesse parte dell'amniinistrazione Nixon e ricoprisse incarichi investigativi aveva a che fare non con i fatti di cui preferiva non sapere niente o che conosceva fin troppo bene, ma con il problema di chi altro fosse al corrente e di come nascondere o alterare le notizie, per impedire che arrivassero alla stampa o al pubblico. I pubblici ministeri federali del Watergate ottennero le loro promozioni. Sul ruolo svolto dal governo nelle indagini su sé stesso (particolari inesatti, determinazione a voler stigmatizzare i limiti della stampa ecc.), Epstein è nuovamente indotto, senza che ce ne sia bisogno, a semplificare troppo il suo argomento principale. Perché se la stampa non ha «risolto » il Watergate, non lo hanno risolto nemmeno le «agenzie », che non erano poi così contrarie al colpo di mano di Nixon come crede Epstein. Dopo tutto due procuratori generali erano coinvolti nel furto in prima persona: Mitchell per l'organizzazione, Kleindienst (almeno a partire dall'incontro al «Burning Tree ») per la sua copertura. Il capo della CIA e il direttore effettivo dell'FBX c'erano dentro fino al collo: Richard Helms contribuì a determinare il decisivo ritardo dell'FBI nel rintracciare gli assegni stranieri; L. Patrick Gray consentì a nascondere le prove, che poi si tenne strette per vari mesi, a motivo - egli disse - di dubbi morali, ma, più probabilmente, per avere in mano qualcosa con cui far pressione sull'amministrazione, perché continuasse ad appoggiarlo per la nomina a direttore.

A proposito della dichiarazione dei redditi del presidente Nixon, adesso è forse il momento di inserire qualche riflessione sul problema di una classica ipocrisia dei nostri gior-


13 ni: l'immagine generalizzata della carica presidenziale che è l'altra faccia reale dell'adulazione. Questo tema è uno scandalo nazionale in sé. Cosa vuoi dire essere presidente degli Stati Uniti, cosa vuoi dire lavorare per lui, in che modo la sua volontà viene messa in atto: tutto ciò ha subìto un oscuramento di stampo romantico per il fatto che uno dei recenti presidenti aveva l'aria benevola e paterna di un eroe che tornava dalla guerra ed un altro era un personaggio attraente e pieno di promesse, stroncato tragicamente nel fiore degli anni. Il posto da loro occupato nell'immaginazione degli Americani ha oscurato non solo ogni valutazione realistica di ciò che furono e di come operarono, ma anche una dura e prosaica realtà: che essere presidente degli Stati Uniti significa, come minimo, essere obbedito più prontamente della maggior parte degli uomini nella realizzazione dei propri disegni, disegni grandiosi ma anche talvolta di cattivo gusto, che certo tenterebbero anche altri che però non hanno la possibilità di farli eseguire da subalterni col semplice cenno di un desiderio. Tutta la caccia alla « pistola fumante » nello scandalo Watergate è stata dunque in sostanza un'ipocrita sciarada - così come lo è la ricerca di qualsiasi « nesso » tra un presidente di oggi e gli atti principali dei suoi subalterni. Il « nesso », sia nel progettato assassinio di un dittatore che in un'irruzione negli uffici politici, o nella copertura di tale irruzione, o nella stesura di una dichiarazione dei redditi falsa, è implicito nella natura della carica presidenziale. La « pistoia fumante» (dal momento che nessuno si mette a sedere per scrivere « Stiamo per organizzare un grosso intralcio alla Giustizia » e poi firma) finisce per essere, in ogni caso, la volontà del presidente. Quanto alla dichiarazione dei redditi di un presidente in carica sarebbe irragionevole ed eccessivo pretendere che l'IRs l'esamini a fondo. Ma affari di questo genere avrebbero fine, se la dichiarazione dei redditi del presidente uscente

fosse sottoposta a regolare esame dal giorno del suo ritorno a vita privata. Concludendo, il fatto è che le agenzie federali e le loro burocrazie si arresero al presidente Nixon, come naturalmente dovevano, fino ad un certo punto. E se pure sono state probabilmente le fughe di notizie da loro provocate a farlo cadere, in precedenza erano state anche le loro « parrucche rosse », le loro macchine fotografiche, le cartacce nelle tasche dei loro dipendenti, insomma il loro comportamento ad aiutarlo tanto a lungo. Ciò che abbiamo avuto nel cuore del governo per un po' di tempo non è tanto una sceneggiatura alla Rasbomon, come qualcuno l'ha definita, ma la sceneggiatura di un altro vecchio lavoro tratto dall'« Uomo che era Giovedì », di Chesterton. Il personaggio principale è un uomo che è stato reclutato come agente della polizia in un, gruppo di anarchici, ognuno dei quali ha adottato il nome di un giorno della settimana. Ad ogni incontro un membro del gruppo viene smascherato come agente della polizia. Man mano che vengono smascherati Venerdì, Mercoledì e molti altri, Giovedì teme ogni volta di essere lui ad essere scoperto. Alla fine dei libro si scopre che ogni poliziotto era un anarchico travestito. Insomma, nella realtà è normale che poliziotti e fuorilegge dipendano gli uni dagli altri e abbiano al limite degli interessi in comune. Ma quando hanno in comune un'identità, quando gli incaricati di far rispettare le leggi anti-droga sono i rivenditori della droga stessa, quando le guarcile sono i ladri, e gli investigatori i dissimulatori, allora le basi stesse della verità e dell'onestà comuni vengono frantumate e spazzate via in un sol colpo, e la società ha bisogno di una difficile (e fortunata) combinazione per trarsene fuori. COME INDAGARE E SCRIVERE SUGLI SCANDALI

Può apparire strano, ma lo è, che il metodo giornalistico di Epstein fornisca il correttivo per molti degli errori di fatto che egli fa nel corso del testo. Il' motivo per


14 cui i capi delle varie agenzie federali gli sembrano gli autori del capovolgimento del « colpo di stato » di Nixon, il motivo per cui Kleindienst, Petersen, Silbert, Acree, Krogh, Rossides ed altri gli sembrano uomini ingenui oppure retti, è che sono essi stessi gli uomini con cui ha parlato. Sono stati le sue fonti; e Epstein è abbastanza preciso e ardito da fare i loro nomi, sicché possiamo tenere in maggiore o minore conto quello che lui o gli altri hanno da dire. Il motivo per cui Rockefeller viene proiettato come un demonio alle spalle di Nixon e della sua retorica sulla legge e l'ordine, è che Patrick Buchanan, il redattore dei discorsi di Nixon, convinse Epstein che così era in realtà. Il motivo per cui Epstein fa risalire a quel fanatico sconosciuto, Captain Hobson, ed al Proibizionismo la paura attuale verso i tossicomani, è che un collega, un « sociologo non allineato» del Consiglio per l'Abuso di Stupefacenti, aveva raccolto i documenti relativi a Hobson, e assicurato a Epstein che « ogni e qualsiasi relazione attuale con l'abuso di droghe trovava in lui i suoi precedenti ». Ora, si può forse rimproverare a Epstein di avere accettato queste argomentazioni con scarso spirito critico o di essersi lasciato affascinare e influenzare dalle sue fonti - ma è proprio per questo che il suo metodo è corretto ed ha l'importanza che merita. E' impossibile leggere il libro di Epstein e prendere in esame seriamente il giornalismo di oggi e la storia recente (in particolare il Watergate), senza giungere alla conclusione che, di regola, tranne rarissime e limitate eccezioni, il giornalista dovrebbe fare il nome delle sue fonti, per una questione di serietà professionale oltreché di onore. Comunque, prima di arrivare a questa conclusione, e semplicemente per amore di chiamare le cose con il proprio nome, tanto vale liberarci dell'uso giornalistico della stessa parola « fonte ». Ciò di cui stiamo parlando non sono le « fonti », con tutte le associazioni di idee accademiche e scientifiche che la parola richiamata alla mente. Quello a cui ci riferiamo sono semplicemente gli informa-

tori senza nome: l'affinità, naturalmente, è con il mondo delle spie. Il motivo per cui questo punto ha importanza è che, con tutti i linguaggi confidenziali, sia pur validi e legittimi, usati dai giornalisti più letti negli ultimi anni, si è verificata una corrosione del vocabolario su cui il giornalismo stesso è basato. Un intero lessico di eufemismi, metafore e termini poco appropriati, si è infiltrato nel giornalismo d'inchiesta provenendo, tra l'altro, dal mondo dello spionaggio o, per usare appunto uno di questi eufemismi, dai servizi di informazione del governo. Gli strani usi di « fonte », « è trapelato », « canale », « si ha notizia », «comunità di informazione », eccetera, arrivano a confondere ed offuscare il soggetto stesso dell'indagine, fino a perderlo di vista. L'uso inconsapevole e generale di termini traslati - CIA, per esempio, per indicare semplicemente uno strumento che in qualche modo legalizza la corruzione - fa perdere il senso originario delle parole, cambiando il significato, per esempio, di quella che dovrebbe essere la funzione principale della stessa CIA. Quando poi si aggiungono espressioni in codice, come « fonte altolocata », per indicare il tipo di fonte, la degradazione professionale è completa. La tecnica richiama la logica del pettegolezzo, dove personaggi non nominati prendono in giro il lettore comune e in buona fede, mentre ammiccano al gruppo ristretto di quelli che sanno con la degradata complicità di chi « la sa lunga ». Ma torniamo al problema di citare gli informatori. Almeno a partire dal Watergate, in ogni scandalo serio, alle domande « chi c'è dietro? », « chi ha da guadagnarci di più? », occorre aggiungerne un'altra: « chi ha voluto che si sapesse? ». Questa domanda ha cominciato a porsi, più o meno insistentemente, quando da tutte le parti abbiamo capito che i miti con cui eravamo cresciuti, riguardanti « detectives », avvocati, agenti investigatori di ogni sorta - pronti a misurare instancabilmente i marciapiedi in su e in giù, tormentare testimoni, accumulare indizi, aprirsi la via senza pietà per


15 arrivare all'ultima notizia e deduzione, fino alla risoluzione del caso - non avevano quasi nessuna rispondenza nella realtà. I fatti su cui si svolgono indagini in genere vengono fuori perché c'è qualcuno che ha interesse che si sappiano, o che ha motivi per parlare. Inoltre dal caso Manson, com'è descritto in Helter Skelter, come dal Watergate, e perfino dal caso del figlio di Sam, scopriamo che, lungi da mettere inesorabilmente alle strette, accumulare indizi e notizie, gli investigatori non solo hanno bisogno di informatori, ma spesso si rifiutano di credere con inaudita ottusità, a ciò che è stato detto, portato, confessato e praticamente quasi provato loro. D'altra parte, più in alto sta l'investigatore e più è coinvolto in profondità nell'affare. Ma in ogni tipo di investigazione, sia a sfondo criminale che politico, c'è una tendenza a opporre una resistenza attiva a ciò che viene detto all'investigatore. Questo può essere dovuto a semplice incapacità, a mancanza di diligenza, o anche al fatto che gli stessi nomi compaiono così spesso da ambo le parti, al semplice timore che l'indagine possa portare a sé stessi o a persone amiche. Nello stesso tempo, la mistica, degli « indizi », delle prove reali e della testimonianza del competente, non regge più. Dal furto di strada agli scandali politici esaminati da commissioni speciali del grado più elevato, è questa un'epoca di fallimenti dal punto di vista delle indagini. Per quanto riguarda i testimoni, un test dopo l'altro stabilisce che non sono attendibili quando descrivono, nelle linee generali e nei particolari, quello che hanno visto pochi minuti prima; la loro precisione svanisce con il passare del tempo. Eppure la fonte primaria di un giornalista investigatore rimane il testimone che fornisce notizie. Questo informatore può avere un onorevole interesse a scoprire la verità; o un interesse meno onorevole ad accreditare una certa versione dei fatti; oppure, come un agente pubblicitario, può darsi che stia sperimentando come un fatto reale ciò che è solo la prova

generale di un disegno stabilito; oppure può darsi che merita. In ogni caso, l'affermazione senza attribuzione, o la fonte senza nome, o la citazione senza fonte, costituiscono una prassi che ha preso piede in tutto il giornalismo. Quest'ultimo di riflesso è venuto perdendo il suo valore originario, per diventare un sicuro, quasi insormontabile ostacolo per indagini di ogni genere. La situazione oggi è in questi termini: un'informazione costituisce notizia e può essere riferita come tale, se qualcuno l'ha detta a un giornalista; la notizia è considerata ancora più fondata se viene confermata da qualcun altro - cioè, se sono in due a riportarla ad un giornalista. Questi individui possono essere anonimi, e può darsi che meritano, ma se la loro storia non è contraddittoria, il giornale crederà al giornalista, il quale a sua volta avrà creduto ai suoi informatori. Naturalmente, non è possibile ricontrollare alla fonte una testimonianza anonima. Ci sono casi in cui nominare la fonte potrebbe essere pericoloso - per esempio potrebbe scatenare una seria rappresaglia - e in questi casi il giornalista può essere giustificato nel voler tenere nascosto il suo informatore. Molte delle importanti rivelazioni degli ultimi tempi, comprese quelle riguardanti la guerra in Vietnam, sono di questo tipo. Ma se il pericolo consiste semplicemente nel disagio dell'informatore, o nel rischio per il giornalista che quel particolare informatore, o altri informatori non vorranno più fidarsi di lui in futuro, allora la situazione è particolarmente delicata. Perché noi giornalisti ci troviamo all'improvviso legati clandestinamente ai nostri informatori. Siamo a quel punto gli uni nelle mani degli altri e qui già c'è un elemento di corruzione. La situazione dell« Uomo che era Giovedì » si estende anche alla stampa. A parte questo problema di trovarsi quasi a cospirare con informatori anonimi e a parte il problema di non poter verificare una sola parola di una fonte anonima, l'abitudine di ricorrere a questo tipo di fonti sta ailonta-


16 nando i giornalisti sempre più da fonti di investigazione e di informazione ben più importanti, anche se meno adatte a versioni romanzate. Le più ricche fonti di questo tipo, delle quali pochissimi giornalisti si occupano, sono documenti già pubblicati, soprattutto documenti pubblicati dal governo stesso. Sono lunghi, ripetitivi, disorganizzati, mischiati da chi li ha consultati o compilati, ma (e vengono subito in mente i documenti del Comitato Church, o le udienze del sottocomitato House sul «Resoconto dei requisiti del Bank Secrecy Act ») sono strapieni di notizie, praticamente mai toccate dalla stampa, tranne un superficiale e sbrigativo esame il giorno in cui sono usciti. Non è neppure più un problema di scadenze che si oppone ad uno studio costante e sistematico di questi documenti. La relativa utilità di avere degli informatori piuttosto che studiare documenti, a parte ogni questione di tempo e di diligenza personale, è dimostrata da tre casi, riportati dal celebre cronista Seymour Hersh. Il primo fu il massacro di My Lai: qui l'instancabile caccia alle fonti umane ottenne i] risultato ottimale. (Alla fine, comunque, i] nome delle «fonti» fu rivelato). Altrettanto successo, non per il contenuto ma per le conseguenze politiche che ebbero, si ottenne con tre storie sulla CIA, anche queste fondate sull'informazione diretta. La sostanza, anche se non particolarmente rilevante in sé, avviò le ricerche dei comitati Pike e Church. Venne così raggiunto uno dei principali obiettivi del giornalismo investigativo, quello di stimolare ulteriori ricerche. Poi, sempre con la stessa diligenza, Hersh passò mesi interi ad applicare la stessa tecnica per ottenere informazioni su Stanley Korshak e Charles Bluhdorn, per arrivare a dire esplicitamente e molto per esteso, che c'era gente che aveva cose compromettenti da dire su di loro, senza fare il proprio nome, e che ambedue gli uomini avevano avuto, in passato, e forse ancora avevano rapporti con gente malfamata, o comunque che si diceva non godesse di una

buona reputazione. In questo caso il giornalismo basato su informatori non poteva funzionare veramente. Un saggio completo e riuscito di giornalismo investigativo dovrebbe avere uno o più dei seguenti effetti. Dovrebbe provocare: 1) un cambio di personale; 2) un mutamento di programma; 3) un atto d'accusa; 4) un risparmio di denaro; 5) uno stanziamento di denaro; 6) ulteriori ricerche da parte dell'ente appropriato (pubblico ministero, giurie d'accusa, legislatori, comitati ad hoc) quando le risorse del giornalismo sono esaurite. In ogni caso solo raramente la comprensione di una situazione di interesse pubblico deve molto alla testimonianza di informatori anonimi. A parte le storie impresse in documenti pubblici - I. F. Stone, per quanto ne so io, è stato il primo ad aprirsi una via in mezzo ad essi, seguito da pochissimi altri, tra cui, recentemente, vari cronisti del « The New York Times» -, le altre storie mai investigate a causa di questa mistica del « detective » e dell'informatore sono quelle talmente ovvie, che non si può fare a meno di notarle se non si è bioccati dalla preoccupazione di trovare qualcuno che riveli qualcosa e qualcun altro che la confermi. Una situazione del genere si manifestò chiaramente in un episodio insignificante - o fin troppo significativo come la pubblicazione di Radici. Fin dall'mizione era evidente, come sanno i tanti Americani che ogni anno si recano all'estero alla ricerca del villaggio di famiglia o addirittura di uno stemma araldico, che Radici proprio non poteva essere uno studio esatto. Il fatto culturale è che il pubblico voleva crederci: una nazione costituita da immigranti, che spesso non sono nemmeno in grado di dire con correttezza il nòme dei binonni, voleva credere seriamente che questa « storia orale » fosse davvero storia. Il giornalismo derivato da « testimoni» diretti è qui al suo apogeo e al suo nadir. Purché ci fosse qualcuno (paradossalmente, perfino qualcuno senza nome) al quale poter attribuire una storia considerata interessante,


17 i giornali la pubblicavano. Tantissime, infinite storie sono state stampate a proposito di Radici. Ma se c'era una verità - facesse notizia o meno - della stessa evidenza di un'equazione che però non rientrasse nello schema della testimonianza diretta, i giornali la consideravano alla stregua di una mera congettura e la lasciavano da parte. E così c'è voluto un giornalista straniero per dimostrare nei particolari ciò che era ovvio sul libro Radici. Al che Alex Haley e i suoi seguaci hanno ripiegato su quella che Epstein avrebbe definito ipotesi « minore », e cioè che il libro, anche se privo di fondamento, attirava l'attenzione sul problema, rivelando in questo modo una «verità» più profonda. Ci sono due tipi fondamentali di storie che giornalisti accecati dalla mistica dell'informatore diretto possono lasciarsi sfuggire: i tesori sepolti nei documenti pubblici, e le verità così evidenti che non dovrebbero sfuggire a nessuno. C'è un terzo genere di situazione che è soggetta alla critica sulla base del metodo di Epstein: il caso del giornalista che, involontariamente e anzi contro le proprie intenzioni, è indotto dall'astuzia delle sue « fonti» a chiudere definitivamente le proprie ricerche. In questo caso il giornalismo stesso, e nel modo più confuso, entra a far parte della storia. Di recente s'è verificato che il Rapporto del Comitato Pike sulla CIA fosse reso noto prematuramente e in tutte le sue parti. Ma ciò faceva il gioco della stessa CIA. L'obiettivo dell'Agenzia, che fu peraltro raggiunto a perfezione, era probabilmente di dimostrare che un comitato del Congresso non è in grado di tenere un segreto, in modo da assicurarsi che non venisse instaurato un reale comitato supervisore delle attività della CIA. Così difatti è avvenuto. Il Congresso si è perso alla ricerca delle origini delle sue stesse « fughe », e del comitato supervisore non si è più parlato. Inoltre, il succo del Rapporto Pike andò in qualche modo perduto nel corso della controversia sulla sua pubblicazione. Il nocciolo era questo. Le colpe della CIA risultavano

fondamentalmente due: non tanto violazione di diritti dei cittadini americani, o ingiustificata ingerenza negli affari di nazioni straniere, ma incompetenza in quanto agenzia di spionaggio e anche scorrettezza nelle questioni finanziarie. Questi rappresentavano due scandali seri e ben fondati, e Daniel Schorr (il giornalista che rivelò il Rapporto Pike) inavvertitamente è diventato il giornalista che li ha tenuti all'oscuro. Il suo rifiuto di rivelare le proprie fonti, la sua insistenza sul proprio diritto e sulla propria responsabilità nel rendere noto il rapporto, in breve sulla sua correttezza di giornalista, erano atteggiamenti del tutto negativi. Le ricerche non portarono più a nulla. L'instancabile investigatore dei segreti della CIA Si trovò all'improvviso ad essere l'inconsapevole agente della sua propaganda. E' questo fenomeno che si può evitare con il metodo di citare e valutare le fonti. Ovviamente, la decisione di divulgare o meno il nome di un informatore spetterà sempre al giornalista. Alcuni giornalisti rendono di più se si rivolgono direttamente ad informatori; altri attraverso lo studio e la riflessione. La gamma delle prove possibili, da «quello che si dice » all'intuizione personale, attraverso documenti e registrazioni, è molto ampia. Ma oggi, il ricorrere alla citazione anonima o ad un informatore di cui non si fa il nome, è diventato una copertura scorretta e contraria all'etica professionale, per scorciatoie ed evasioni giornalistiche di vario genere. Ci sono gli scrittori a caccia di sensazione che tornano dall'estero con clichiarazioni rilasciate da qualche alto funzionario straniero di cui non si fa il nome - laddove le affermazioni non sono altro, in realtà, che il punto di vista personale dell'autore, un esercizio cli ventrioquio cui viene data una personificazione nel tempo e nello spazio. Oppure ci sono rispettabili cronisti che attribuiscono alcune dichiarazioni, mettiamo, ad un « senatore liberale di uno stato del New England », o perché non si. ricordano bene chi le abbia rilasciate, o cosa esattamente abbia detto, o semplicemente perché pen-


18 sano che la fonte preferirebbe non essere citata, per aver parlato in quei termini. E poi, naturalmente, esiste nei settimanali, specialmente negli articoli sulle «tendenze », una forma di citazione che si serve di nomi reali, ma così insignificanti, da costituire l'equivalente di una citazione anonima. Per esempio: Mrs. Blue di Denver ha detto, Mrs. Gray di Portland ha detto, Mrs. Green di Billings ha detto, e da questo sembra che ci sia una tendenza generale in tutta l'America. Anche questa è una buona ragione per ritenere necessaria una regola, naturalmente non una norma legale, ma una norma della pratica giornalistica, in base alla quale si faccia il nome delle fonti, a meno che: 1) il nominarle non arrechi un grave danno, o 2) nominarle non sia, come nel caso delle signore Green o Blue, una citazione senza significato. E questo ci riporta ai problemi sollevati dal libro cli Epstein. Se si considera che la proporzione tra ciò che vi è di valido in Epstein (intuizioni, notizie, eccetera) e ciò che non va (pregiudizi, errori), non è migliore né peggiore dila proporzione media che si trova in qualsiasi giornalista investigatitivo di rilievo, allora uno degli elementi più importanti della sua storia (e quello di cui c'è bisogno per fare distinzioni di ordine critico) è dove e da chi l'abbia tratta. E' nel vero quando afferma che è stato formato un corpo anti-droga nel quale sono state investite enormi quantità di denaro, mai esattamente calcolate; e che quell'ente è diventato in realtà un corpo di polizia privato, alle dirette dipendenze della Casa Bianca sotto Nixon. (Il residuo di quell'organizzazione esiste ancora, come «Amministrazione per l'applicazione delle leggi anti-droga », con 4.000 impiegati - di cui 320 operanti all'estero e un bilancio annuale di 182.000.000 di dollari. Adesso sta per diventare senz'altro una delle inespugnabii burocrazie, a fianco di quelle che l'hanno combattuta in passato). E' nel vero quando dice che ciò che si è saputo sul Watergate non sarebbe venuto alla luce senza l'azione di burocrati malcontenti

e guidati da interessi egoistici, alleati con la stampa, anche se, nella sua presa di posizione piuttosto provocatoria, sembra sottovalutare deliberatamente il ruolo dei giornalisti più importanti. D'altra parte, sopravvaluta la qualità dell'onore degli ex-funzionari di alto rango con i quali ha parlato, come già altri giornalisti sono stati ingannati, a loro volta, dalle personalità che hanno intervistato. In ogni caso non siamo ancora alla fine. Ad ogni nuovo libro che esce sulla serie cli avvenimenti legati al Watergate, si fa sempre più chiaro che l« irruzione nell'albergo» e la massima copertura del fatto, per quanto riprovevole, era alquanto banale come crimine di stato; e che nulla si potrà aggiungere alla storia, tranne inconsistenti ritocchi. In verità, noi restiamo con la nostra incapacità di investigare. Gli scandali ferroviari del XIX secolo si sono solo in qualche modo attenuati. Adesso è in corso un nuovo enorme scandalo nelle ferrovie (per esempio, l'affare della liquidazione della Penn Central), ma questo è analogo allo scandalo della City University di New York, e allo scandalo dell'assistenza medica, e a tanti altri innumerevoli scandali. Nessuno ha il tempo o il modo di cominciare a sondarli. Per un momento, per una coincidenza, due scandali di enormi dimensioni sono confluiti nel Watergate. I responsabili del furto, che allora furono presi, si trovavano in possesso di banconote che fu possibile ricondurre, tramite banche estere, ad uno straniero di nazionalità asiatica e questo era sufficiente per sollevare il problema immediato del nesso tra le elezioni, il denaro e la guerra. E le stesse persone si trovavano anche ad essere membri di una nuova organizzazione ufficialmente impegnata nell'applicazione delle leggi sulla droga, ma in realtà implicata in diverse forme di spionaggio; le stesse persone avevano infine anche stretti rapporti con la CIA, che a sua volta aveva il suo daffare con la droga, e con le sue discutibili transazioni con banche estere. Tutto questo era abbastanza per sollevare l'urgente problema del nesso possibile tra denaro, droga e spionaggio. Per


19 un momento, sembrò che tutto si fermasse e concentrasse nel Watergate. Poi, tutti hanno cominciato a cancellare le tracce che portavano in direzioni troppo pericolose per tutti. La stampa ha dato inizio ad una vera guerra di meschine rivelazioni e importanti coperture;, i grandi scandali non sono mai entrati veramente nel dominio della stampa. L'infortunio è capitato a Richard Nixon, con la prova più sciocca che si potesse trovare: un nastro sul quale non

Copyright 1977, The New. York Review o/ Books

aveva neanche realmente mentito. Una storia strana e insoddisfacente, da ogni punto di vista, sebbéne un filo conduttore la percorra tutta: l'avidità di armi, droga, denaro. Forse i documenti pubblici più importanti nei prossimi anni, e il soggetto più adatto per investigazioni giornalistiche, saranno le relazioni di qualsiasi comitato ,go-. vernativo di controllo finanziario, da analizzare e discutere per la prima volta in profondità, sulle prime pagine dei quotidiani.


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Dall'immunita' alla destabilizzaziorie? Note su quindici annidi scandali politici in Italia di Francesco Sidoti Prendere le parti dello scandalo e tessere le lodi dello scandalismo, per esorcizzare l'uno e l'altro, è il compito che si propongono queste pagine, da leggersi in filigrana del grave momento che attraversa la democrazia italiana. Sugli scandali non ci può essere partito preso: A bas les voleurs fu la parola d'ordine dell'estrema destra nazionalista, razzista e monarchica, di Charles Maurras e dell'Action Franaise. Ovviamente, qui non si tratta di difendere la tesi opposta, né l'agnosticismo né il qualunquismo. Ma qualcos'altro, e in termini di estrema chiarezza: se è la democrazia che si vuole difendere, allora è meglio andarci piano e partire da lontano. Davvero da lontano incominceremo, anche se in maniera sommaria, da qualche cenno sul controllo degli interessi criminali negli Stati Uniti', perché alcune caratteristiche sembrano particolarmente rilevanti e degne di un confronto con la situazione italiana. Fatto qualche cenno, sul caso americano, ci soffermeremo su alcune più domestiche caratteristiche in tema di scandali, specialità locali nel comune ordinamento democratico. Dopo un riferimento ai nuovi rapporti tra magistratura e potere, e un ne-

pilogo del più recente scandalo bancario, concluderemo, come necessità vuole, con qualche appunto sulla posizione dei cornunisti in proposito. Così il cerchio si chiude, perché come è noto, piaccia o no, i comunisti sono il grande incubo del Sogno Americano. E viceversa.

The Robber Barons, titolo del libro che M. Josephson pubblicò nel 1934, oltre a dare un epiteto definitivo ai grandi imprenditori dell'ultimo terzo del XIX secolo, argomentava e documentava la tesi principale del radicalismo americano: le grandi fortune d'America erano state accumulate per mezzo della frode, del furto, del peculato, e se gli eredi fossero stati diseredati si sarebbe compiuto un atto di giustizia storica. Questa tesi non è un caso, una meteonite tagliata fuori dalla storia geologica della terra, ma un punto saliente di una consistente tradizione polemica e politica; per molti versi autoctona nella storia culturale di quel paese, e va dalle inchieste dei mackrakers alle descrizioni infernali dei romanzi di Upton Sinclair. La leisure class di Vebien, la business class di Helen e Robert

1 Sui problemi di carattere generale, rinvio a J. LA PALOMBARA, Poi itics Within Nations, PrenticeHall, Englewood Cliffs, N. J., 1974, pp. 371-419, da cui si può molto imparare. Sul ruolo svolto dalla stampa negli scandali si dovrebbe fare un lungo discorso, che in queste pagine è soltanto accennato. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, fra le innumerevoli citazioni possibili si raccomandano le riflessioni critiche sulla mistica dell'informatore diretto, sul controllo •e sulle «fughe» di notizie, contenute nelle pagine finali di R. AMER, su questo stesso fascicolo. Per quanto riguarda l'Italia, si possono ritrovare utili indicazioni a proposito di quegli scandali bancari che qui sono oggetto di riflessione in Scal/ari nella bufera, « Prima Comunicazione », gennaio 1978, pp. 8-11. Per l'analisi di un caso specifico ed esemplare di come le campagne scandalistiche a mezzo stampa possono sortite proprio gli effetti opposti a quelli desiderati, cfr. M. CHAVARDES, 6 frevier 1934, La République en danger, Colmann-Levy, Paris 1966, e dello stesso autore Une campagne de presse: la droite /ranaise et le 6 février 1934, Flammarion, Paris 1970, dove si racconta come, in Francia, la grande campagna scandalistica montata sul caso Stavisky dalla stampa di destra diede inasoettatamente un contributo significativo alla nascita e all'affermazione del Fronte Popolare.


21 Lynd 2, presentano analogie con europee immagini dicotomiche della coscienza di classe, rammentano ad esempio la classe paresseuse di Saint-Simon o le million doré di Babeuf. Tuttavia, nonostante tali concordanze, dicevamo, questa tradizione radicale ha un suo specifico retroterra culturale, spesso non marxista, come nel caso di C. A. Beard che, non conoscendo la letteratura socialista europea, e facendo invece leva sulla letteratura della opposizione agraria ai processi capitalistici, giungeva a una condanna morale della classe che aveva fatto il capitalismo americano, con mezzi prevaricatori, culminati nella vittoria elettorale di fine secolo del Partito repubblicano . Forse il più celebre tra i best-sellers specializzati nella analisi della back-yard nella politica americana, il sudicio cortile dietro la facciata bella, è il libro di C. Wright Mills, The Power Elite (1956), che si chiude con alcune pagine al vetriolo sugli Stati Uniti (« potenza priva di giustificazioni, basata sull'arbitrio ») e sugli « uomini delle alte sfere », «il cui successo favoloso non sta in alcun solido rapporto con il loro meriti », ignoranti, irresponsabili, immorali, benché

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«detentori di un potere che non ha eguali nella storia umana » 4. Questo schematico riassuntino di alcuni capolavori della letteratura americana di denuncia sociale può essere utilizzato come pezza d'appoggio ad una tesi che fa a pugni, sembrerebbe, proprio con quelle precedentemente riferite. E precisamente la tesi per cui gli Stati Uniti sono il grande paese della democrazia e della libertà, dove l'illegalità viene spesso smascherata dalla pubblicistica radicale, inquisita nelle commissioni del Congresso, perseguita dai tribunali. Come insegnano i casi dei Pentagori Papers, Watergate, i rapporti Church e Pike, le dimissioni di Lance, e come dimostra di per sé quella stessa letteratura sopraelencata di denuncia dei soprusi dei potenti. Nonostante taluni aspetti oscurantisti , la storia del riformismo americano è caratterizzata dalla protesta degli strati popolari e della comunità intellettuale 6 contro la violenza e la corruzione, le pratiche monopolistiche, il predominio degli uomini d'affari, le torbide congiure di rapaci finanzieri. La storia della democrazia americana è scandita

R. e H. LYND, Middletown, Harcourt & Brace, New York 1929; e Middletown in transition, Harcourt and Brace, New York 1937. Th. VEBLEN, The Theory of the Leisure Class, 1899, traduzione italiana La teoria della classe agiata, Il Saggiatore, Milano 1969. In questa opera Veblen svolge molte considerazioni che andrebbero approfondite, per esempio quando dice « E' un fatto comunemente risaputo e proverbiale che nei furti che fruttano al reo un grande incremento di ricchezza, questi ordinariamente non incorre nell'estremo castigo e nell'estrema vergogna con cui il reato andrebbe punito...» (p. 112) oppure « Il finanziere ideale è simile al delinquente ideale » (pp. 216-217). 3 A. CHARLES, MARY R. BEARD, The Rise of American Civilisation, 2 volI., Macmillan Co., New York 1927; America in Midpassage, Macmillan Co., New York 1939; The American Spirit: A Study o/ the Idea of Civilisation in the United States, Macmillan Co., New York 1947. Nella prefazione del 1935 a An economie interpretation of the Constitution of the United States, Beard affermò che all'epoca in cui aveva pubblicato il suo libro (1913) le opere di Marx gli erano familiari, soprattutto perché le teorie marxiste sul conflitto di classe erano già contenute in Aristotele e Madison. Più che determinismo economico, nella storia egli trovava virtù, fortuna e necessità, come Machiavelli. 4 C. WRIGHT MILLS, La élite del potere, Feltrinelli, Milano 1973, p. 337. Fra le innumerevoli recensioni e discussioni di quest'opera, cfr. N. Bobbio, Saggi sulla scienza politica in Italia, Laterza, Bari 1971, in particolare pp. 248-250, e più in generale per tutta la disamina della teoria delle élites. 5 Esagerati, ma acutamente descritti in R. HOFSTADTER, L'età delle riforme: da Bryan a F. D. Roosevelt, tr. it., Il Mulino, Bologna 1962, da confrontare con un altro libro dello stesso autore The Paranoid Style in American Politics and Other Essays, Vintage Books, New York 1967. 6 Sull'ostilità fra intellettuali e uomini d'affari negli Stati Uniti, cfr. un altro classico di H0Es'rADTER, Anti-intellectualism in American Li/e, tr. it., Società e intellettuali in America, Einaudi, Torino 1968.


22 da scontri elettorali, dalle origini alla Progressive Era, dal New Deal a Carter, in cui ha avuto gran parte il tema della lotta tra Bene e Male, tra onestà e corruzione, tra potere prevaricatore e opposizione popolare. Ciò non significa dare una versione angelica della storia e del costume americano, tutt'altro. Di certo, la storia di quella democrazia è costellata di scandali, di corruzione e di violenza, anzi, in un senso molto sofisticato si potrebbe dire che quegli episodi ne costituiscono la spina dorsale. Come, con speculare sofisticata semplificazione si potrebbe dire che a maggior onore di quel paese la violenza e la corruzione sono oggetto di pubblico dibattito, spie di un sistema democratico operante, in cui esistono gli scandali ed esiste anche una loro scandalistica repressione. Nei termini solari di un insigne storico, L. Namier, «No one bribes where he can bully » . Detto in soldoni, come è confermato da tutta l'esperienza storica, in ogni sistema di potere esiste la prevaricazione dileggi elementari scritte e non scritte; piuttosto, quella forma particolare di prevaricazione che è la corruzione, e il pubblico scandalo che ne deriva, testimoniano in quale misura questo potere non è assoluto, cioè se e come esistono una pluralità di istituzioni, di contropoteri, in grado di inquisire e di limitare l'arbitrio. Istituzioni che in una società democratica sono la magistratura, la stampa, le assemblee elettive, in cui alla fine si esprime per intero il livello di civiltà di un paese e delle sue parti sociali.

Il difficile di questo tipo di valutazione in positivo del regime democratico 8 sta forse nel fatto che, portata alle sue estreme conseguenze, essa definisce chi la rifiuta in due soli modi possibili: ingenuo o in malafede. E dell'ingenuità, a cui soprattutto facciamo riferimento, parte non piccola è la povertà di immaginazione e di cultura politica generale. Affermazione che chiede pretesto per l'introduzione, sobria quanto è possibile, di termini weberiani altisonanti, che in varie occasioni di recente Norberto Bobbio ha reinserito a forza nel povero circuito delle idee e delle preoccupazioni correnti. Al nocciolo del problema degli scandali vi è un problema di morale, ovvero cli quella parte della morale che riguarda i rapporti tra etica e politica, ovvero tra esigenze etiche assolute e la particolarità dei problemi etici della politica, riconoscimento dei mezzi legittimi e non della nobiltà dei fini ultimi. Per quanto il campo sia sconfinato e suscettibile di riferimenti dottrinali in ultima analisi oggetto cli fede individuale, sia consentito almeno richiamare quanto dice Weber in proposito. Da questo punto di vista, egli sostiene, « in politica non è che un fanciullo » chi pur immischiandosi di politica, e cioè di violenza e di potere, non si pone correttamente quello che è al tempo stesso il primo e fondamentale problema della teodicea, vale a dire la questione di come un potere per definizione buono e legittimo «abbia potuto creare un siffatto mondo irrazionale del dolore immeritato, del torto

« Nessuno corrompe là dove è possibile spadroneggiare », L. NAMIER, England in the Age of the American Revolution, Macmfflan, London 1963, p. 5; nello stesso luogo sono svolte rimarchevoli considerazioni sull'uso elettorale dei « borghi putridi e corrotti », sulla democrazia come arte e come dottrina. 8 Non mi sarei accostato a speculazioni in larga misura temerarie se non fosse evidente che così fanno tutti quelli che affrontano fenomeni scandalistici. Dunque, occorre misurarsi su questo terreno. Leggo per esempio nella prima pagina di O. BARRESE e M. CAPRARA, L'anonima DC. Trent'anni di scandali da Fiumicino al Quirinale, Feltrinelli, Milano 1977: « Questo libro vuole essere un sussidio di carattere storico e documentario alla ricerca sul modo di governare della Democrazia Cristiana... Questo libro è una storia che gli autori hanno scritto partendo dalla convinzione che il ruolo delle personalità truffaldine, nel mondo, si esercita, in modo particolarmente virulento, entro il quadro di un sistema capitalistico, tanto più se in disgregazione, un sistema che rende possibili gravi storture, non accidentali ma organiche, che a volte le stimola, spesso le incentiva, sempre le riassorbe per autoriprodursi e durare ».


23 impunito e della stupidità insanabile » . Chi riflette sulla violenza e sul potere (« potenze diaboliche » per usare ancora le parole di Weber) armato dei modelli di carità e di bontà, basati sul Sermone della Montagna o su un suo pallido surrogato, farebbe meglio a praticare direttamente e semplicemente la pura fratellanza da uomo ad uomo. Se, in termini anche troppo schematici, tutta la discussione precedente si riassume nella impossibilità di decretare quale fine giustifica quale mezzo, allora rientra necessariamente dalla finestra l'antica obiezione per cui un'etica della responsabilità (Verantwortungsethish) può diventare elastica oltre ogni limite. Limitiamoci a profittare di un vecchio fondo di magazzino, per quanto alcuni possano considerarlo un'espediente assai triviale: uno storico non sospetto, J. Ellenstein, ha cifrato ad un minimo di 15 milioni il numero delle vittime dirette dello stalinismo. Eppure, uomini responsabili, anche se non moralisti di professione, ma politici e storici (tra questi uno dei più autore-

voli studiosi comunisti italiani dell'argomento, nel corso di una sua disamina del Grande Terrore, delle scelte « lucide » di uno Stalin « riabilitato» in quanto teorico), hanno potuto mettere gli Stati Uniti dalla parte della reazione e l'URSS dalla parte del progresso internazionale Esercizio difficile, quello della contabilità delle vittime e delle prebende, che poniamo soltanto come invito alla riflessione, perché richiede innanzitutto una così alta personale dirittura morale che certo non è il caso di forzare in questo ambito di distaccata riflessione. Con una avvertenza, perché mi ricordo quel che mi disse una volta bruscamente e sinteticamente un caro collega «estremista », nel corso di un dibattito sui circa due milioni di iscritti ad un grande partito italiano: « Per me, il problema dello stalinismo non è che sono state fatte fuori quindici milioni di persone, ma che hanno fatto fuori quelli sbagliati ». Il che è tutto dire, e molto suggestivo anche in tema di scandali. Infatti, a

M. WEBER, La politica come professione, in Il lavoro intellettuale come professione, Einaudi, Torino 1967, pp. 110-121. N. Bobbio ha dichiarato la più accentuata ispirazione weberiana dei suoi recenti interventi non in discorsi sugli scandali, ma in alcune polemiche, con G. Amendola e con B. De Giovanni, sulla «fine probabile di questa Repubblica» e sul ruolo degli intellettuali, cfr. ad es. I « pre» e i « post » dell'intellettuale in « La Stampa », 23 dicembre 1977. 10 Traggo questo spunto dalla recensione sarcastica di E. LE Roy LADURXE, Staline entre quatre-z-yeux, in « Le Nouvel Observateur o, 21-27 novembre 1977, pp. 61-62, alla traduzione in francese di un Dialogue sur le stalinisme, di G. BOFFA e G. MARTINET, già pubblicato in italiano. Come è noto, a differenza del Partito comunista spagnolo, una combinazione di apprezzamenti positivi con alcuni elementi critici, sull'URSS, è propria del gruppo dirigente del Pci, non di Boffa soltanto. Sull'argomento occorre bene intendersi: antistalinismo e anticomunismo sono due cose assai diverse, chi le vuole mettere insieme, e non sarò certo io, se ne assume la responsabilità. Purtroppo, è sgradevole e significativo che nel dibattito italiano, a differenza di quanto avviene per esempio nella vicina Francia, l'antistalinismo sia diventato per alcuni una parentesi per altri una riserva di caccia pressoché esclusiva degli anticomunisti. Come ha osservato JEAN-MARIE DOMENACH, in Les Révolutions d'Italie, « Esprit », novembre 1976, pp. 509-510: « J'ai été surpris, au cours d'entretiens que j'ai eus dans les milieux universitaires et intellectuels, qu'il soit devenu impossible de citer Soljénitsyne: c'est un "fasciste", la cause est entendue ». Alcuni di questi temi sono stati ripresi più volte, di recente, su « Mondo operaio », sia nei cospicui interventi di N. BoBBIo sia in alcune brillanti polemiche di G. MuGHINI. In particolare, cfr. quanto dice L. CAFAGNA, in Boffa e lo stalinismo, « Mondo operaio », maggio 1976, pp. 104-105: « ... si assiste a episodi penosi come i tentativi di discredito di un testimone come Solzenicyn, il quale racconta fatti ed è interessante per i fatti che racconta, prendendo a pretesto le ideologie religiose e reazionarie da lui maturate nella persecuzione e nei campi di concentramento, per spingere surrettiziamente in un angolo la portata enorme della sua testimonianza... Farò un solo esempio, che ne sintetizza per la sua importanza molti altri: benché l'informazione offra tutti gli ingredienti per usare, a proposito dello stalinismo, formale come dittatura, dispotismo, tirannia e naturalmente anche peggio (in qualsiasi altro caso ricorresse la metà di quegli ingredienti Bof fa e Procacci non esiterebbero ad usare tali espressioni), essi cercano accuratamente di evitarle. Boffa adotta, per definire il ruolo datosi da Stalin, la formula del 'cesarismo'... o.

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24 causa di imprescindibili motivi di igiene mentale, si deve studiare, discutere, e poi ammettere o rifiutare una volta per tutte quell'atteggiamento pericoloso che considera lo stalinismo, la destabilizzazione, gli scandali come problemi « sovrastrutturali» nel senso più limitato del termine e in pieno accordo a volte con principi antitetici alle proprie premesse, ad esempio quelli della ragion di Stato e del giustificazionismo storico. Da un punto di vista istituzionale, in uno Stato fondato più o meno sul principio di legalità, il controllo degli scandali e la loro pubblica sanzione hanno un significato tecnico e giuridico la cui indagine è delegata ad un corpo specializzato, i magistrati. Dunque, sia i fenomeni scandalistici sia la loro percezione da parte dell'opinione pubblica sono radicati nella storia interna della magistratura e nella sua evoluzione. Di questa storia, momento culminante, rispetto al nostro ambito di discorso, è rappresentato dalla rottura del lealismo istituzionale che caratterizzava l'atteggiamento della magistratura nei confronti del potere politico ed economico. In Italia, come in Francia, la divaricazione tra magistratura e potere politico costituisce un fenomeno carico di conseguenze in parte ancora incalcolabili, non tanto nel caso francese, in cui c'è una ferrea struttura gerarchica all'interno della quale si possono fare al più contestazioni e rivendicazioni di autonomie, quanto nella situazione italiana, in cui questo processo di separazione è giunto ad un ben più avanzato livello. In Italia, i rapporti tra magistratura e potere si sono deteriotati lentamente e infine capovolti. A suo tempo, nel settore dei con-

flitti di lavoro, ad esempio, la giurisprudenza aderendo ad esigenze politiche di rigore non si era limitata a svolgere una funzione fiancheggiatrice degli indirizzi governativi, ma reputava opportuno addossarsi « responsabilità che toccherebbero al potere legislativo, creando in via interpretativa nuove figure di reato; sì da raggiungere gli stessi risultati che si sarebbero ottenuti con la emanazione di apposite norme incriminatrici, specie quando l'esecutivo non ha né la convenienza, né la forza politica di dichiarare apertamente i suoi intenti repressivi » Ancora, nel 1929, Alfredo Rocco affermava: « Parlare della Magistratura italiana è per me sempre motivo di alta soddisfazione, perché, più vivo accanto ad essa, più mi convinco delle sue altissime virtù di carattere ... , della sua dottrina..., della sua disciplina e del suo patriottismo. Anche e specialmente del suo patriottismo, perché lo spirito del Fascismo.., è penetrato nella magistratura più rapidamente che in ogni altra categoria di funzionari e cli professionisti » 12 Tralasciamo il problema della continuità e della rottura per quanto riguarda l'atteggiamento della magistratura nel trapasso dallo Stato fascista allo Stato repubblicano. All'inizio degli anni sessanta, da un punto di vista nient'affatto rivoluzionario, Maranini notava che l'ordinamento giuridico italiano nel secondo dopoguerra rimaneva fondato sulla Corte di Cassazione come organo di governo dell'ordine giudiziario. «Riservando al governo decisive possibilità di interferenza nella composizione della Corte e riservando alla Corte altrettante decisive possibilità di interferenza sopra tutta la vita del corpo giudiziario, il sistema politico tendeva ad assicurarsi nel modo più elegante e più efficace la subordinata collaborazione del potere

" G. NEPPI MODONA, Sciopero, potere politico e magistratura, 1870-1922, Laterza, Bari 1969, p. 333. 12 Citato in G. NEPPI M000NA, La Magistratura e il fascismo, in AA. VV., Fascismo e società italiana, Einaudi, Torino 1973, p. 143. Sulla strategia istituzionale dell'autoritarismo fascista sempre illuminanti le osservazioni contenute in P. UNGARI, Alfredo Rocco e l'ideologia giuridica del fascismo, Morceffiana, Brescia 1963.


25 giudiziario e il contributo del potere giudiziario ai suoi fini » 13. Di fatto, i primi cedimenti del legame di controllo e di solidarietà tra governo e ordine giudiziario si verificarono quando la Cassazione fu contestata come centro del potere giudiziario. I contrasti tra alti gradi e giudici «inferiori » sulla pariteticità nella distribuzione dei posti all'interno dell'istituendo Consiglio Superiore della Magistratura (1958), aprirono la strada a più accentuate rivendicazioni di autonomia e di autogoverno, a più motivate contestazioni della struttura gerarchica, culminarono con la secessione dell'Unione Magistrati Italiani e di Magistratura Democratica. Inoltre, la magistratura accusava la crisi di uno dei presupposti storici fondamentali della sua origine sociale: la concezione dell'esercizio della magistratura come munus publicum, aperto agli abbienti pensosi della cosa pubblica, e ad essi soltanto 14 Certo, una parte della magistratura è diventata il luogo di difesa di quegli interessi collettivi non paganti in sede elettorale e che «non riescono a trovare espressione nelle sedi politiche tradizionali » 15; tuttavia, è anche vero che « la spaccatura dell'ordine giudiziario si è verificata su istanze particolaristiche, di tipo corporativo... E' negli anni '60 che su questa protesta particolaristica, bene organizzata dall'Associazione nazionale magistrati, cominciano ad innestarsi dei controvalori universalistici, i quali si pongono in alternativa ai valori tradizionali. Avviene che emerge una nuova leadership associativa la la quale, diversamente dalla precedente, è consapevole, da un canto, che se si vogliono portare avanti con successo le istanze sinda-

cali occorre uscire dal chiuso dell'ordine giudiziario, e articolare quelle istanze in modo da renderle comprensibili e politicamente rilevanti agli occhi di forze sociali e politiche più ampie e, dall'altro canto, che è necessario mostrare i collegamenti fra la struttura amministrativa della magistratura, i suoi orientamenti professionali e un certo modo - socialmente e politicamente conservatore - di rendere giùstizia. Ecco, quindi, che si 'scopre' la Costituzione... » In contemporanea con la crisi interna della magistratura, il potere politico e il potere economico si frammentavano e cambiavano di natura: per la DC sbiadiva il ricordo del tempo in cui si doveva andare con il cappello in mano a Piazza Venezia, i socialisti entravano nel governo, e, come candidamente doveva affermare un ministro dell'industria qualche anno dopo, « improvvisamente si scopre che l'ENEL finanzia i partiti come se non si sapesse che questo è fra gli obblighi diciamo così subistituzionali dell'EL;

la novità è che adesso si cerca di spiegarlo ricorrendo all'ipotesi di azione criminosa » 17. Si allentava la corda che unisce magistratura e potere, e si aprivano vie nuove che portano alle patrie galere. Discutibile, moralista, mosso da concezioni retrograde in merito all'uso del pubblico denaro, il procuratore generale Luigi Giannantonio faceva scattare le prime manette. L'intervento dell'alta magistratura era soltanto un segno premonitore che annunciava ben di più: l'intervento dei pretori, un agguerrito esercito di pubblici ministeri che non dipendono dai capi delle procure. Ormai, la magistratura non è più (non è più in ma-

13 Citato in R. CANOSA - P. FEDERICO, La magistratura in Italia dal 1945 ad oggi, Il Mulino, Bologna 1974, pp. 260-261. Il punto è più efficacemente sviluppato dallo stesso autore nella sua Storia del potere in Italia 1848-1967, Vallecchi, Firenze 1967. 14 Il tema è ampiamente trattato in E. MORIONDO, L'ideologia della magistratura italiana, Laterza, Bari 1967. 15 S. RODOTÀ, Le «tentazioni» della politica, in «Politica del diritto », n. 3-4, agosto 1972, p. 316. 16 G. FREDDI, La magistratura come organizzazione burocratica, in «Politica del diritto », n. 3-4, agosto 1972, pp. 336-337. 17 Intervista di C. ZAPPULLI con il ministro C. DE MITA, in «Il Corriere della Sera », 14 febbraio 1974. Citato in O. BARRESE - M. CAPRARA, L'anonima DC..., op. cit., pp. 206-207 (il corsivo è mio).


26 una ridefinizione delle regole del gioco e dei rispettivi ruoli istituzionali, avanza lo spettro della pura destabilizzazione, perché poi tutto sommato le iniziative moralizzatrici non vanno in porto, si alza un polverone cli reciproci sospetti e di accuse incrociate, l'immobilismo, la paura e la grande frustrazione nazionale aumentano colpo su colpo. Come è stato giustamente notato, « di questi processi solo una parte è arrivata a conclusione, perché nei più rilevanti l'implicazione dei parlamentari o di ministri ha determinato l'insorgere dei meccanismi dell'autorizzazione a procedere o della competenza esclusiva delle Camere a promuovere giudizi di accusa a carico di ministri, che hanno fermato o fortemente rallentato l'azione giudiziaria. Processi come quelli delle banane Chiquita, dell'ANAs, della Montedison, dell'Unione Petrolifera, alcuni dei quali avviati molti anni fa, sono ancora sub iudice o appena giunti alla sentenza cli primo grado » 21 li riguardano. On ne pane dès lors plus de Dunque, la magistratura fa paura. Così ha procès, mais de « scandale » 20. detto autorevolmente 22, e indicando fino a La caratteristica degli scandali italiani è che che punto fa novanta, l'ex Governatore della una sfera fino ad allora in larga misura pre- Banca d'Italia e attuale Presidente della Conclusa agli interventi del potere giudiziario, findustria. Nello stesso luogo, Carli richiain quanto riservata alla valutazione discrezio- mava una bella citazione di Pasolini in pronale dell'esecutivo, è diventata terra di nes- posito, tralasciando, forse perché meno attisuno. Nel brusco passaggio dall'immunità alla nenti al filo logico del suo discorso, altre criminalizzazione, tutto un sistema di deci- non meno celebri e congrue citazioni pasolisioni si è scoperto non più « al di sopra di niane, sul « Palazzo » e sul « Processo » 23 ogni sospetto », ma fondato su comportamen- Sia permessa un'altra citazione letteraria, di ti illegali o di dubbia legalità. Nella attesa di Piovene, in non so più quale articolo anch'esso

niera univoca) una cinghia di trasmissione degli arcana imperii. Processo dopo processo, inquinamento, speculazione edilizia, sofisticazione alimentare, dalla Coca Gola ai « più alti vertici dello Stato », sembrerebbe la criminalizzazione di una intera classe dirigente. Quando mai si è visto? Un solo rapido sguardo al paese, la Francia, che più è vicino al nostro per caratteristiche storiche, politiche, e soprattutto per analogie di crisi della giustizia e di contestazione dei magistrati, dà la misura degli specifici ingenti termini del caso italiano 18• Basti citare l'affare de Broglie, la vicenda dei microfoni nella sede del Canard encha2né, l'espulsione d'Aboud Daoud 19 Abbiamo dato tanto spazio all'evoluzione dei rapporti tra magistratura e potere esecutivo perché certamente questo è uno dei nodi principali del problema degli scandali. Anzi, come è stato osservato, proprio gli stretti legami tra délinquants financiers e potere spiegano il largo clamore delle procedure che

18 Dopo aver commentato alcuni arresti e sentences spectaculaires il corrispondente italiano di « Le Monde» annotava: «L'Italie actuelle est l'un des pays où un juge peut en principe faire arréter n'import qui... Mais c'est aussi un pays sans Etat véritable, où éclatent des scandales de toutes sortes ». Cfr. R. SOL, La magistrature italienne, de la droite à l'extréme gauche, in «Le Monde », 26 octobre 1976, p. 17. 19 I tre casi sono stati citati a prova del perché si può «objectivement douter de l'indépendance de la magistrature» da A. BRAUNSCHWEIG, presidente dell'Union syndicale des magistrats. Cfr. F. CoRNu, Le ministre et l'indépendance des juges, in «Le Monde », 22-23 mai 1977, p. 30. Per una prima approssimazione al problema della crisi della magistratura francese, cfr. R. CHARVIN, La Justice en France, Editions sociales, Paris 1976; Syndicat de la magistrature, Au nom du peu pie Iran ais, Stock, Paris 1974. 20 Syndicat de la magistrature, An nom du peuple /ranais, op. cit., p. 85 21 M. CApuaso, I giudici della Repubblica, Edizioni di Comunini, Milano 1977, p. 30. 22 G. CARLO, Perché tutti abbiamo paura, in «La Repubblica », 14 dicembre 1977. 23 Mi riferisco ai noti articoli apparsi sui « Corriere della Sera », ora raccolti in P. P. PASOLINI, Lettere luterane, Einaudi, Torino, 1977.


27 scritto, come quello di Pasolini, nell'imminenza della morte. Diceva Piovene che la paura è forse segno d'intelligenza superiore, una forma dell'istinto di conservazione che a suo tempo difese gli uomini primitivi dall'andare a morte indifesi o male armati contro animali anch'essi primitivi ma ben più feroci e pericolosi. Apparentemente. Perché quegli animali preistorici si sono estinti, e gli uomini sono rimasti. Carli aveva a suo tempo stigmatizzato con parole inequivoche « il caos, la corruzione, le ladrerie, le ribalderie di ogni genere, i soprusi e le violenze del potere » 24 Eppure, in questa occasione, egli è sceso in campo aperto, insieme all'attuale Governatore della Banca d'Italia e agli altri esponenti del mondo bancario, con motivazioni e terapie differenziate, per chiedere, come dicono taluni critici, « guarentigie ». Il Presidente della Confindustria ha messo in rilievo due di quelli che ci sembrano i termini essenziali del problema degli scandali. Uno di essi riguarda il sospetto che ci sia una connessione tra aumento degli scandali e destabilizzazione del sistema, e ne riparleremo alla fine di queste pagine, un altro riguarda il problema delle regole del gioco, e su questo ci soffermeremo subito. Una parte dèl dibattito sugli scandali più recenti si è accentrata in merito alla portata di una recente legge, « la 159 », sulle infrazioni valutarie. La legge 30 aprile 1976, n. 159, sul rientro dei capitali 'esportati all'estero, ha esteso la competenza della giustizia penale sulle infrazioni valutarie. Fino a quel punto, la materia era regolata dal RDL 12 maggio 1938,

n. 794, in cui era stabilito che le infrazioni valutarie potevano essere accertate soltanto dagli ispettori della Banca d'Italia. Secondo quanto hanno sostenuto concordemente gli esponenti del mondo bancario, questa nuova normativa ha lasciato complesse operazioni valutarie in balia di iniziative giudiziarie spesso risolute quanto avventate, e non sufficientemente corredate di una sicura conoscenza tecnica. Dunque, dicono i banchieri, perché non sia spezzata l'istituzione nazionale più funzionante, si restringa nuovamente l'area dell'incertezza e della discrezionalità riaffidando la competenza ad un organo tecnico, cioè alla Banca d'Italia, e abolendo l'intervento diretto del giudice. Ovviamente, continuano, sarà l'organo di controllo tecnico, gli ispettori della Banca d'Italia, a denunciare alla magistratura l'eventuale insorgere di ipotesi di reato. Come di recente, la stessa Banca d'Italia ha cominciato a fare. Mi pare si possa sostenere che chi interpreta le argomentazioni difensive dei banchieri come apertamente e ingenuamente strumentali, e si limita ad alzare la voce sulle guarentigie, la corruzione, il processo alle banche, le responsabilità della Banca d'Italia, ecc. fa testimonianza di buone intenzioni altamente apprezzabili da un punto di vista morale, ma svolge considerazioni periferiche rispetto alla comprensione del nocciolo del problema. Innanzitutto, la richiesta delle guarentigie per le banche non è una richiesta di occasione ma la riaffermazione di una autonomia realizzata e teorizzata da un trentennio. Come ha detto in altra occasione lo stesso Carli, il banchiere centrale è « un alto magistrato, ancorché non inamovibile, cui

,24 Citato in G. BALDI, I potenti del sistema o il sistema dei potenti, Mondadori, Milano 1976, p. 30. 25 E' il caso di uno stile giornalistico tipo « Espresso », dove ci sono utili informazioni e dibattiti

sugli scandali in generale e su questo in particolare, ma accompagnati da affermazioni spesso discutibili nelle loro implicazioni di carattere generale. Ad es., nel n. 51, 25 dicembre 1977, A. STATERA a premessa di una sezione del giornale assai stimolante e interessante, dice che chi « calpesta le leggi » crea le « condizioni della destabilizzazione »; e che la destabilizzazione si evita non ignorando gli scandali ma perseguendone i responsabili. Il che è perfetto sia dal punto di vista morale sia dal punto di vista dell'efficienza (così dice « Il Sole - 24 Ore » del 15 dicembre 1977), ma gravido di conseguenze, perché, detto genericamente, « calpestare le leggi » è una regola del gioco, sul piano interno e internazionale. Dunque,


28 compete di censurare gli avvenimenti e gli intendimenti riguardanti la vita economica 0. Inoltre, e questo è il punto in merito all'autonomia dei cosiddetti sistemi di governo privato 27, l'esclusione di ogni rilevanza di carattere penale è alla base di tutta l'amministrazione del credito. Come hanno sottolineato i difensori degli istituti di credito a medio termine a proposito del caso SIR 28 finanziamenti oggetto di indagine giudiziaria erano stati concessi previo « parere di conformità », cioè attraverso un meccanismo automatico sottratto a valutazione discrezionale, deliberato in sede tecnica (Cassa per il Mez-

zogiorno, Comitato dei ministri per il Mez zogiorno, ecc.) e rafforzato da sentenze del massimo organo della giustizia amministrativa, il Consiglio di Stato 29 Dunque, il controllo di legalità, nel senso tecnico-giuridico, nel caso del credito agevolato, è surrogato dall'amministrazione e sottratto al giudice ordinano. Di qui il fondato sospetto che ogni qiì'alvolta in una zona franca (cioè una zona di impunità per illeciti penali) un fatto si configura come reato, ciò sia un « pretesto per una qualsiasi azione politica sottobanco » 30

non basta calpestare le leggi, ma ci vuole una deliberata volontà politica, da parte di qualcuno sulle cui buone intenzioni è meglio indagare, perché vengano create le « condizioni della destabiizzazione ». Ovviamente, si può sempre decidere di cambiare completamente il gioco e le sue regole, ma ciò presuppone: 1) una scelta politica molto chiara in tale senso, che mi pare fuori dalla politica di quel gruppo editoriale; 2) una altrettanto chiara indicazione di quale altro gioco e quali altre regole si preferiscono, sul piano interno e internazionale; 3) un'attenta analisi dei benefici e dei costi che ne derivano. Questi punti sono oggetto di qualche riflessione nell pagine precedenti e seguenti. Dio mi guardi dal sospetto di voler giustificare gli scandali o di lanciare anatema contro lo scandalismo. Piuttosto ho cercato di esplicitare un po' di più le ragioni di quelli che «hanno paura» (che sarebbero poi tutti, secondo G. Carli). Infine, ci sarebbe da riflettere su quanto è delicato il rapporto tra fact e fiction nel giornale scandalistico a grande tiratura, già nelle sue origini storiche, su cui brevemente ma assai efficacemente cfr. J. HABERMAS, Storia e critica dell'opinione pubblica, Laterza, Bari 1971, pp. 198-206. 26 G. CARLI, Problemi odierni di un istituto di emissione, in «Bancaria », 1966, p. 678. (Il corsivo è mio). La letteratura sul potere dell'istituto di emissione come risultato di un chiaro disegno istituzionale è vivacemente riassunta in G. SIRIANNI, Il credito: vicende di una amministrazione parallela, in « Queste Istituzioni », n. 9, gennaio 1977. 27 Governi privati, agenzie speciali, amministrazioni parallele, corpi separati, etc., costituiscono nel bene e nel male il fondamento tecnico dei sistemi pluralistici. Sistemi in cui le decisioni sono decentrate e le responsabilità diffuse. Questo pluralismo di fatto va tenuto distinto dal pluralismo di principio, che riguarda fenomeni attinenti alla sfera dei problemi ideologici e di coscienza. Spesso quando ci si dichiara «pluralistici» si tende a trascurare questo aspetto, che tuttavia meriterebbe più attenzione. 28 Tra i più lucidi, F. GRA5sINI, Scandali veri e presunti, in « Il Popolo », 7 dicembre 1977. 29 Come è noto, fu l'attuale presidente della Repubblica, penalista, ad assistere la SIR, in un giudizio puramente amministrativo, nella causa promossa davanti al Consiglio di Stato per decidere sull'estensione dei contributi a fondo perduto e le altre agevolazioni creditizie che riguardavano la Cassa per il Mezzogiorno. Leone era stato Presidente del Consiglio fino a qualche mese prima (1969). 30 Affermazione dell'on. Napoleone Colajanni, presidente della commissione Bilancio del Senato, nell'intervista Dietro gli scandali una politica: lo Stato saccheggiato dai privati, in « L'Unità », 7 dicembre 1977; dove si afferma altresì: « ... non possiamo escludere che anche stavolta ci si trovi di fronte a qualche torbido intrigo o a qualche vendetta a scoppio ritardato ». E' da notare che in La magistratura in Italia dal 1945 ad oggi, op. cit., Federico e Canosa dedicano alla corruzione e agli scandali soltanto due pagine, contro le centinaia dedicate alla Costituzione tradita, ai conflitti di lavoro, alla storia interna della magistratura, etc. Eppure, scandali e corruzione dovrebbero avere più spazio in questo loro mondo di lotte di ideali e di lotte di classe; tanto è vero che gli autori affermano: « Alle innumerevoli violazioni della legge penale perpetrate dai privati sotto gli occhi di tutti, fece riscontro (negli anni '60) una più accentuata collusione dei pubblici poteri assai spesso direttamente coinvolti con comportamento di aperta corruzione o dolosamente assenti nelle loro funzioni di coordmamento o di controllo. Il fatto stesso che tali eventi siano potuti avvenire senza alcun costo effettivo almeno penale, sta ad indicare la bontà del giudizio estremamente negativo che il profano di problemi giudiziari ha dato, con accenti di aperta sfiducia nella funzione giurisdizionale, della attività della magistratura m questi anni» (pp. 303-304).


29 Quando il termine white collar criminality fu usato per la prima volta negli Stati Uniti 31, esso indicava, fra l'altro, che gli operatori economici avevano più successo quanto più conducevano ingegnosamente le proprie irregolarità; essi erano raramente soggetti a sanzione penale perché si muovevano in un'area che era, ed è tuttora, al di fuori o al margine del diritto penale. Le evasioni fiscali, le violazioni sui diritti di brevetto, le frodi sui rendiconti di spese, le percentuali illecite sugli affari, la pubblicità non veritiera, l'appropriazione indebita, la bancarotta fraudolenta, la corruzione dei funzionari, gli imbrogli in borsa, i bilanci falsi, vengono giudicati in genere non nelle corti penali ma in quelle civili o in sede politica. Sia per ragioni politiche, sia in ragione delle difficoltà tecniche di controllo e di accertamento, sia, infine, perché la morale comune sarebbe più comprensiva nei confronti di questo genere di reato, un vastissimo sottobosco di professionisti, uomini d'affari e d'alto bordo è punito a volte con le multe e quasi mai con la detenzione, oppure affronta un processo civile e non penale. La Higher Immorality, come la chiamava C. Wright Mills, riguarda non le persone ma la struttura del sistema, non è episodica efflorescenza per una facile potatura dei criteri morali degli esclusi. Con rara chiarezza, G. B. Vold a suo tempo rispose a Sutherland e alla teoria della criminalità dei colletti bianchi, affermando che l'etichetta di criminale è in buona parte un espediente semantico » e che «un'incoerenza evidente e fondamentale è contenuta nella proposizione secondo cui i capi e gli elementi

31 E. H. SUTHERLAND,

più responsabili di una comunità sono anche i suoi criminali » 32 Tutta l'esperienza storica insegna che a volte una intera classe dirigente è stata criminalizzata, ma questo, come direbbe A. Pizzorno, è un « fine non negoziabile », che si compie attraverso ghigliottine, fudilazioni, campi di concentramento, l'eliminazione fisica di tanta gente, e non attraverso mediazioni di compromesso (vocabolo impiegato non a caso). Del resto, l'esperienza storica insegna pure che, a volte, una classe dirigente risponde al tentativo di essere espropriata delle proprie più o meno illegittime ricchezze criminalizzando al contrario l'opposizione, e allora ghigliottine, fudilazioni, campi di concentramento, l'eliminazione fisica di tanta gente vengono adoperati lo stesso, ma in una direzione diversa. Queste naturalmente sono situazioni estreme. Ma che non di rado si presentano storicamente, con metodi più o meno raffinati, a seconda delle qualità degli uomini e delle situazioni. I tempi più tristi, sostengono certi saggi, sono proprio quelli intermedi, in cui opposti eserciti si fronteggiano con bandiere su ognuna delle quali c'è scritta una diversa ragione di legalità e di giustizia. Il terrore finale è selettivo; la maggior parte delle vittime si miete negli scontri di transizione 33. In Italia, di certo, i problemi precedentemente discussi ne richiamano altri ancora, a bizzeffe. Di tutti, uno almeno non ci si può permettere il lusso di trascurare. E precisamente quello che indica come la spirale degli scandali possa avere un significato destabilizzante. Per

White Collar Criminality, in «American Sociologica! Review », febbraio 1940; e White

Collar Crime, Dryden, New York 1949. 32 G. B. VOLD, Theoretical Criminology, Oxford University Press, New York 1958, pp. 253-254. 33 Considerazioni altrettanto pessimistiche, forse ancora più tragiche, sono patrimonio comune di larga

parte della classe politica, anche di chi a volte sembra ignorare il problema. Come è noto, la proposta politica del compromesso storico venne avanzata dopo i fatti cileni; ma già prima dei fatti cileni, l'on. G. Chiaromonte difendeva la tesi del XIII Congresso Nazionale del PCI, sulla necessità di una collaborazione con la DC, affermando che l'obiettivo «non è semplice, né facile. E tuttavia non ne vediamo altri possibili, al di fuori di proposizioni più o meno avventurose che procurerebbero, quasi certamente, al popolo italiano, sofferenze e lutti e fratture profonde. Da tutta la storia del nostro popolo emerge invece la necessità di un processo pacifico e democratico: a questa esigenza si ispira la nostra politica verso il" mondo cattolico" e verso la DC. »; cfr. I conti con la DC, in « Rinascita-Il contemporaneo », 25 maggio 1973, p. 14. Tra i pochi che hanno avanzato in tempi non sospetti considerazioni pessimistiche anche sulla reversibilità


30 dirla con i filosofi di scuola idealistica, sia in un senso « soggettivo », in riferimento a un Qualcuno che ci manovra sotto o, più prosaicamente, ad un clima di vendette private in cui ci sono tante manovre non collegate fra loro; sia in un senso « oggettivo », in riferimento alla deresponsabilizzazione crescente, all'incertezza che si espande a macchia d'olio, alla diminuzione di credibilità del sistema e dei suoi uomini, all'interno e all'estero In una situazione in cui la guerra civile, le disuguaglianze, i vincoli internazionali, l'immiserimento materiale e morale di larghi settori popolari aumentano con tutte le caratte-

ristiche di un motus in fine velocior. Se destabilizzazione c'è, e c'è sicuramente, se non nel significato soggettivo certo almeno in quello oggettivo del termine, per il movimento operaio tertium non datur: o si fa carico di tutte le responsabilità che sono di un partito di governo, con la piena consapevolezza di tutte le implicazioni di questa scelta; oppure arretra, come un partito di opposizione costituzionale, con la piena consapevolezza di essere non sulla Beresina ma in un sistema che ha garantito tempi lunghi e indolori: una continua crescita elettorale, una

maggiore legittimazione e corresponsabilizzazione, il rimescolamento delle carte che seguirà alle elezioni europee m. Per anni è esistita nella costituzione materiale del sistema politico italiano una clausola ad excludendum che riguardava i Comunisti da vicino. Ma, a differenza del caso francese, in cui il Partito comunista è collocato ai margini del processo decisionale e si presenta dichiaratamente come una forza antisistema, in Italia una « connivenza pacifica » Il ha garantito ai comunisti una crescente corresponsabilizzazione nel ruolo di opposizione costituzionale. Molti osservatori, alla destra e alla sinistra del Pci, hanno fatto l'ipotesi che questa connivenza può implicare soltanto un coinvolgimento in senso neo-trasformistico 36• Ed è un'osservazione che scartiamo perché assolutamente estranea al tipo di considera2ioni svolte finora z' Piuttosto, c'è da riflettere su quanto questa strana specie di sistema omeostatico, che si mantiene anche perché basato su connivenze e compromessi, possa resistere all'accentuazione delle pressioni centrifughe o all'esplosione di crisi esogene 38• In particolare, c'è da riflettere su quanto il Partito comunista possa essere facile vittima

dei successi elettorali della sinistra e sull'instabilità politica di larghe fasce sociali, cfr. in particolare alcuni lucidi interventi di F. ALBERONI, ad es. La paura dei comunisti, in « Il Corriere della sera », 29 agosto 1974, poi ripubblicato in L'Italia in trasformazione, Il Mulino, Bologna 1976. Gli interventi di Alberoni prendono le mosse da un'analisi molto dettagliata delle tendenze di fondo del sistema politico italiano, analisi cominciata nella indagine sulla partecipazione politica dell'Istituto di Studi e Ricerche « Carlo Cattaneo» e poi continuata nella Comunità di Ricerca Sociale; vedi ad es. F. ALBERONI (a cura di), L'attivista di partito, Il Mulino, Bologna 1967. 34 Un esempio ricorrente in proposito è l'analisi della produzione legislativa. Cfr. le ricerche di Predieri e Cazzola, in particolare F. CAZZOLA, Consenso e opposizione nel Parlamento italiano: il ruolo del PCI, in « Rivista Italiana di Scienza Politica », 1, 1972, che è un riferimento obbligato dei dibattiti sull'e integrazione » del Pci nel « sistema ». 35 L. ELlA, Perché l'Italia si è tenuta e si tiene questo sistema di governo, in AA.VV., Il caso italiano, Garzanti, Milano 1974, vol. I, p. 228. I problemi del modello teorico della « democrazia consociativa» e della sua applicazione nel sistema italiano sono stati affrontati più volte da P. FARNETI, sia nei commenti settimanali pubblicati nella rivista « Il Mondo» sia in saggi di più ampio respiro su riviste specializzate. Cfr. ad es. un suo intervento su «Biblioteca della libertà », n. 51, 1974, dove è svolto il tema dei vincoli internazionali alla politica interna italiana. 36 Cfr. tra le più argomentate, le considerazioni svolte in G. PAsQuIN0, Il sistema politico italiano tra neotrasformismo e democrazia consociativa, in «Il Mulino », luglio-agosto 1973. ° Per questo motivo non abbiamo neanche preso in considerazione gli episodi scandalistici in cui il Partito comunista poteva risultare in qualche modo implicato. Che sono poi soltanto episodi del tipo di quelli indicati in C. CASTELLACCI, Mani pulite. I comunisti e le amministrazioni degli enti locali, Sugarco Edizioni, Milano 1977. 38 È noto agli specialisti che previsioni fra le più sini stre sull'avvenire del sistema politico italiano sono state fatte da G. SARTORJ, che ha scritto i suoi scenari più catastrofici (e un paese che si avvicina a grandi passi alla fame », etc.) nei saggi I Comunisti al governo. E dopo?, in « Biblioteca della libertà », n. 51,


31 di «una sopravvalutazione complessiva » delle proprie capacità di rappresentazione e di mediazione. Sia nelle situazioni locali in cui la capacità organizzativa del Pci riesce con difficoltà ad avere proiezioni efficaci fuori dai meccanismi interni di partito; sia nei confronti della autonomia sindacale di molte parti sociali mosse da una logica corporativa più o meno travestita; sia nei confronti di fenomeni di «rifiuto della delega» che riguardano sempre più anche i partiti di sinistra. Questi fenomeni di « sopravvalutazione complessiva » del proprio ruolo mediatore, di fronte a cui solo il più cieco patriottismo di partito può rimanere indignato, sono di tutta evidenza nelle risposte date ai più recenti scandali finanziari, i più gravi dell'Italia repubblicana.

I più autorevoli esponenti del Pci hanno proposto l'indipendenza dei giudici e la partecipazione popolare all'amministrazione della giustizia 40; hanno risposto sdegnati NO! alle richieste di « guarentigie » per i banchieri, e poi hanno convenuto che le leggi vanno riviste «eliminando certe forme di responsabilità che non sono degli amministratori bancari » 41; hanno distinto tra comportamenti « penalmente colpevoli » e «politicamente colpevoli », per poi aggiungere « a meno che, certo (sic!), non vi siano fatti che si configurino come reati » 42; hanno detto «guai a credere di risolvere una crisi di questa natura puntando tutto sull'inchiesta penale », per poi aggiungere « è evidente che la magistratura deve fare il suo dovere e colpire gli illeciti » Certo il momento non è facile per nessuno,

luglio-agosto 1974; e il caso italiano: salvare il pluralismo e superare la polarizzazione, in «Rivista italiana di Scienza politica », dicembre 1974. 39 Cfr. S. RISTUCCIA, La funzione di governo, in S. RISTUCCIA (a cura di), L'istituzione Governo. Analisi e prospettive, Edizioni di Comunità, Milano 1977, pp. 17-18, dove sono svolte anche altre considerazioni sulla parallela « sopravvalutazione complessiva» di cui è vittima la DC, con gravissime responsabilità che sono ormai arcinote. Nel volume si insiste sul fatto che i problemi dell'efficienza del Governo, istituzione decisiva, dovrebbero avere la preminenza nei confronti di una impostazione « leggendaria» dei rapporti amministrativi (cfr. i contributi di Cheli, Spaziante, Rodotà, Manzella, Bassanini, Merusi, Ricci). Di certo, anche gli scandali vanno affrontati (in maniera che sarà più produttiva di quanto qui è stato fatto) sul piano di un più adeguato apparato tecnico-legislativo. 40 P. BARCELLONA, Risposta a Carli: democrazia non impunità, in « L'Unità », 15 dicembre 1977. 41 F. Di GIULIO, il PCI non dà il lido ai banchieri, in «L'Espresso », 14 dicembre 1977. 42 L. BARCA, Perché Rovelli fa paura, in «Paese sera », 13 dicembre 1977. da notare che in un libro dedicato a capire «come mai l'Italia è caduta nelle mani delle banche », lo stesso Barca era stato ancora più circospetto sul tema escludendo «deliberatamente anche solo di annotare gli scandali emersi negli ultimi anni nel mondo bancario e che hanno posto in luce una serie di inammissibili connivenze» (cfr. L. BARCA - G. MANGHETTI, L'italia delle banche, Editori Riuniti, Roma 1976, p. 45, nota 9). Evidentemente, è impossibile «individuare i processi mterm al mondo bancario che hanno permesso certe degenerazioni », come Barca vorrebbe, senza far luce, almeno per approssimazione, sulle degenerazioni stesse. La scelta di insistere sui processi fisiologici e non sulle « degenerazioni » andrebbe meglio motivata per evitare di leggere tra le righe. 3 N. COLAJANNI, Dietro gli scandali una politica: lo Stato saccheggiato dai privati, in «L'Unità », 7 dicembre 1977. Il che fa venire in mente le parole di un illustre omonimo dell'on. Napoleone Colajanni, in occasione di un altro celebre scandalo bancario, la liquidazione della Banca Romana, nel 1892: « ... Gli elenchi nominativi allegati al rapporto dei libri della Banca potrebbero gettare altri sprazzi di luce, sulla portata e sull'indole della clientela della Banca stessa. Ma ciò almeno per ora, non è compito mio, pensoso come sono di una cosa sola: della gravità eccezionale del fenomeno collettivo. E veniamo ai conti correnti attivi: circa 12 milioni di conti correnti attivi, prelevati sul fondo depositi fruttiferi, e perciò destinati ad investimenti brevi, perché soggetti a pronti eventuali rimborsi, erano aperti invece per la massima parte a lunga scadenza, mascherando abilmente la cosa nella situazione contabile. Fra i correntisti debitori, vi figurava lo stesso Governatore della Banca per 1 milione e 169.000 lire che riversò in cassa la vigilia della verifica. Vi figurava altresì un conto corrente di 3 milioni, debito personale del Presidente del Consiglio di Censura della Banca, il quale debito appariva figurativamente garantito da una speciale obbligazione del debitore e della sua consorte depositata presso la Banca, ma che però non fu rinvenuta tra i depositi in cassa ». Cfr. NAPOLEONE COLAJANNI, Banche e Parlamento, Treves, Milano 1898, p213.


32 e il travaglio del Pci merita rispetto, ma purtroppo si ha l'impressione che in questa difficile situazione quelle dichiarazioni sono semplicemente inadeguate. Le posizioni sopra riferite, in maniera provocatoria, non sono tutto, né come si sa quelli che fanno le critiche sono poi altrettanto bravi a dare i consigli. I consigli li danno, o li hanno dati finòra, Andreotti e Moro, l'uno grande protagonista nella letteratura sugli scandali, l'altro citato per quanto riguarda gli omissis, il segreto politico-militare. Questi rappresentanti di un diverso senso dello Stato 44 ricordano l'uno l'epoca di Stavisky e la fine della III Repubblica, l'altro i tentativi di conciliazione e di compromesso di Stresemann, cui seguì la fine della Repubblica di Weimar.

Un osservatore tra i più implacabili degli scandali e del terrorismo, Giorgio Galli, si diletta spesso a ricordare minacciosamente (lui, poi, persona così mite) che le origini della democrazia moderna, in Inghilterra, sono connesse sia con il principio no taxation without control sia con la decapitazione di Carlo I Stuart, anno di grazia 1649. Suvvia, in un paese cattolico, c'è forse da scommettere su chi meglio saprà interpretare a modo sùo la carità evangelica: « Certo, è necessario che vi sian degli scandali; ma guai all'uomo per colpa del quale viene lo scandalo. - . .E se l'occhio tuo ti è di scandalo, strappalo, e gettalo via da te: è meglio per te entrare nella vita con un occhio solo, che avere due occhi, ed essere gettato nella Geenna del fuoco » (Matteo, XVIII, 8).

A proposito del senso dello Stato di Andreotti, si può ricordare che il Presidente del Consiglio ha avuto il coraggio civile di dichiarare pressappoco, in due diverse occasioni, in televisione, davanti a milioni di persone, che «in casa mia, a causa dell'austerità si mangia meno carne» e, un'altra volta, «mio figlio per il fatto di chiamarsi Andreotti ha ricevuto più fastidi che privilegi ». Citato non per infierire, ma soltanto per ricordare, ancora una volta, e parafrasando i più biechi luoghi comuni sulla distinzione tra pubblico e privato, che la dimensione dello scandalo può occupare l'angolo più solitario del proprio foro interiore: a mia conoscenza, all'indomani di queste dichiarazioni, rese in due date diverse, nessun organo della grande stampa, quella stessa senza cui lo scandalismo neanche esisterebbe come fenomeno di massa, non ha reputato opportuno fare un omaggio a quei milioni di persone che si chiamano Rossi, mangiano la carne col misurino, e certo meno che mai leggeranno « Queste Istituzioni ». 44


Queste istituzioni 22