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queste istituzioni n. 158-159 luglio-dicembre 2010

ollversaziolle sul Sud Italia a 10 auui dall'Unità ilaziollale. Sette domande a Francesco Pigliaril e Gianfranoo Viesti A cura di Claudia Lopedote

1. Il teorema Mezzogiorno La realtà produttiva del Mezzogiorno è più differenziata che in passato. Soprattutto, è stata evidenziata una economia a macchia di leopardo, con distretti industriali in piena espansione (Abruzzo, Molise e Puglia, Basilicata e aree della Campania e della Calabria, ad esempio). Cui si sommano consistenti dfferenze regionali nei livelli del PIL pro capite. Lo stesso discorso vale per le emergenze variamente rappresentate dalla stampa come prioritarie (r,fiuti, criminalità, etc.). Ragione per non considerare più la questione meridionale un tema omogeneo che richiede risposte e strumenti comuni? Per abolire "il teorema Mezzogiorno" e pensare a nuove "narrazioni del Sud"? Oppure esistono "connotati permanenti"? GV: La questione omogeneitIdisomogeneità è un falso conffitto. È stato opportuno da un punto di vista culturale quello che è avvenuto negli ultimi 20 anni, ovvero la capacità di analizzare non soltanto il Mezzogiorno nel suo insieme, ma anche le parti che lo compongono. Questa opportunità non deve trascurare l'esigenza di avere uno sguardo d'insieme. Bisogna fare l'uno e l'altro, perché ci sono molti aspetti rispetto ai quali prevale nettamente la categoria delln'iogeneità. Questi sono, volendo schematizzare, prevalentemente gli aspetti problematici. E cioè: tutte le Regioni del Mezzogiorno sono caratterizzate da una condizione comune, simile, per quanto riguarda i livelli di redditi e di sviluppo (non vi sono grandi differenze), la condizione molto difficile del mercato del lavoro, e dunque la mancanza di occupazione che poi è la vera causa della differenza di reddito, una condizione insufficiente e carente sul piano quantitativo e su quello qualitativo dei servizi pubblici; sono accomunate da una peggiore condizione di contesto in termini di dotazione di infrastrutture immateriali e materiali rispetto alle altre Regioni del Paese. 182


Tutti questi elementi di omogeneità sono importanti per una diagnosi comune di quel territorio al quale guardare come un insieme. Ci sono tuttavia elementi di diversità. Volendo anche qui schematizzare, le diversità attengono alle potenzialità. Se le Regioni e i territori del Sud condividono per molti versi problemi simili, hanno però potenzialità assai diverse, nel senso che ci sono tanti Mezzogiorni, quello urbano e quello interno, c'è un Mezzogiorno con segni di industrializzazione ed un Mezzogiorno non industrializzato, quello fortemente occupato dalla criminalità organizzata e quello che non ne è afffitto, c'è un Mezzogiorno che ha avuto un fortissimo sviluppo del turismo e del terziario ed un Mezzogiorno nel quale tale sviluppo non c'è stato. Allora, guardare alle somiglianze tra territori è tanto importante quanto guardare alle differenze, perché è da qui che possono nascere percorsi di sviluppo differenziati. La mia convinzione è che, se la diagnosi è per molti versi simile, la ricetta è per molti versi diversa, e ci sono da immaginare strade molto differenziate tra le diverse aree. Un conto è Napoli che conserva una capacità industriale e di ricerca molto forte, un conto è la Sicilia. Un conto sono le zone adriatiche ad imprenditorialità diffusa, un conto è il basso livello di imprenditorialità siciliano. Bisogna avere la capacità di guardare contemporaneamente questa situazione con il macroscopio e con il microscopio. FP: Esistono eccome "connotati permanenti". Sarebbe assurdo pretendere che in un'area così vasta tutto sia omogeneo. Non lo è. Ci sono Regioni con enormi problemi di criminalità organizzata, e Regioni in cui le cose vanno molto meglio. Questa differenza è ben rivelata dai dati aggregati: dove c'è una diffusa criminalità organizzata, il distacco del PIL pro-capite rispetto alla media del centro-Nord aumenta di circa dieci punti percentuali. Ma i distacchi dentro il Sud sono quasi sempre molto inferiori al distacco del Sud nel suo complesso nei confronti del centro-Nord. Inoltre, come ho scritto in un recente articolo, l'analisi delle dinamiche economiche registrate in questi anni mostrano che la dispersione all'interno del Mezzogiorno è diminuita, non aumentata. Se aveva senso parlare di Mezzogiorno qualche anno fa, ha forse ancora più senso continuare a farlo ora. Scendendo dal livello aggregato a quello più settoriale e aneddotico, credo sia utile ricordare che la Sardegna, che spesso è percepita, abbastanza giustamente, come una Regione lontana da molti dei principali problemi del Mezzogiorno continentale, è però caratterizzata da dati molto "meridionali" in ambiti importanti come quello per esempio dell'istruzione. La Sardegna ha uno dei più alti indici di dispersione scolastica e uno dei peggiori indici di apprendimento scolastico nei test OcsE e INVALSI. Insomma, è giusto raccontare le differenze tra i singoli alberi, ma tenendo in mente che fanno parte di una foresta che ha alcune ben definite caratteristiche. 183


2. Confini. Mediterraneo da scoprire Unione europea e Mezzogiorno come metafora di relazioni di un luogo. La geopolitica delle Regioni meridionali e la vocazione dei loro territori all'apertura, all'accoglienza verso il Mediterraneo, il Levante, sono elementi che andrebbero fatti valere in ambito comunitario, anche nella prospettiva dell'allargamento? In che modo? A talfine quanto conta la questione infrastrutturale intesa non soltanto come realizzazione di grandi opere ma come fabbisogno e dotazione di piattaforme logistiche e intermodali? Quali sono i possibili altri alleati in Europa? E qual è ancora la spinta propulsiva della politica di coesione? GV: La geopolitica è molto interessante, anche se va vista nel tempo lungo, come condizione di lungo periodo. E un aspetto molto importante perché il Mezzogiorno è il Mezzogiorno anche perché, fino alla fine degli anni ottanta, è stato un territorio senza confini, con a destra la cortina di ferro, a sud la distanza con i Paesi del Nord Africa, ad ovest il mare, ed aveva un unico sbocco al nord, col quale si rapportava e rappresentava. E dunque il suo sviluppo economico è stato condizionato da questo dualismo. Nel momento in cui c'è stata l'unificazione del mercato nazionale senza avere vicini con cui integrarsi e commerciare, la struttura economica nazionale si è delineata come una struttura dualistica. Non è un fatto solo italiano. Ovunque nel mondo le aree isolate sono più deboli, soffrono dell'integrazione con altre aree. In Europa non c'è nessuna area forte che non confini con altre aree forti. La geopolitica ed i confini contano moltissimo per lo sviluppo economico. Da vent'anni il quadro sta cambiando. Molto più a est che a sud. Con l'Est si stanno realizzando molte più relazioni interessanti; purtroppo, non interessantissime, perché il Sud è sfortunato nell'avere vicino l'Est più povero ed economicamente in difficoltà. Le aree costiere sono deboli, chiuse da grandi catene montuose, cosicché è molto difficile avere l'Albania e il Montenegro come frontiere di un Est assai più dinamico ed interessante. Il corridoio 8 (ndr: uno dei dieci corridoi paneuropei, progettato nel 1991 per collegare i porti di Bari e Brindisi con Albania, Bulgaria e IVlacedonia, attraverso reti stradali eferroviarie), che è più una descrizione immaginifica che un discorso reale, non è stato mai realizzato, non esiste un corridoio di penetrazione. Dunque, la penetrazione si è fermata alle aree costiere. In Romania, ad esempio, pur essendo in linea d'aria molto vicina al Sud, si arriva in maniera molto più semplice e diretta dal Triveneto. Su questo versante non è cambiato moltissimo. E cambiato anche relativamente poco e ancora meno dal versante sud dell'integrazione con il Nord Africa. Questo perché in realtà la geografia è una cosa, la geoeconomia è un'altra. Le forme di integrazione economica sono limitatissime. Un po' è stato fatto nei trasporti, molto poco negli scambi commerciali, pochissimo nell'agricoltura. Tutto questo ci dice che il cambiamento nella 184


geopolitica è un fatto positivo, può produrre conseguenze importanti col tempo, la proiezione mediterranea del Mezzogiorno è una cosa importante ma da non enfatizzare o mitizzare. Richiede un'azione di lunga iena per essere concretizzata in relazioni socio-economiche e culturali spesse. Mai potrà tuttavia produrre relazioni spesse come quelle tra il nord-ovest italiano con la Francia, la Germania e la Svizzera. Tra tutti i temi, quello agricolo - che però è molto indietro - e quello trasportistico/logistico sono i meno irrealistici, anche perché per fortuna l'area del Nord Africa cresce e si modernizza anche vivacemente. Dunque, avere una componente di quadro mediterraneo quando si ragiona del futuro è una cosa che serve, è un elemento di scenario interessante. Per farle valere in ambito europeo, c'è tutto da costruire. I forum del Mediterraneo si fanno sempre a Milano. Gli aerei che collegano le città del Nord Africa partono da Roma e da Milano, fatta eccezione per Palermo-Tunisi. FP: Credo davvero che il problema sia altrove. È ovvio che il Mezzogiorno ha un ruolo importante da giocare nelle relazioni euro-mediterranee. Il problema è se oggi è in grado di farlo. La questione infrastrutturale deve fare i conti con i dati di Golden e di Picci del 2005. La spesa pubblica nel Mezzogiorno è troppo spesso occasione di attività di rent-seeking se non peggio, per i motivi che ho citato prima. Per dotare il Mezzogiorno di infrastrutture davvero utili, va prima affrontato quel problema di qualità istituzionale. Di piattaforme logistiche perfettamente inutili posso citarne un certo numero, senza troppi sforzi.

3. Non c'è Sud senza Nord. Non c'è Nord senza Sud? Mentre un sondaggio Civicom-Demoskopea (luglio 2010) rivela che il 95% degli italiani oggi voterebbe per l'Italia unita, esplode una pubblicistica antimeridionalista. Che cosa è cambiato? Ha smesso difunzionare il meccanismo di sviluppo sul quale - da una parte - si è retto il Nord con le sue industrie e la manodopera del Sud a basso costo e con i servizi pubblici e privati (sanità, università, sistema abitativo) verso i quali sempre più massicciamente si rivolge la domanda pagante degli abitanti del Sud, e - dall'altra - ha prosperato una classe diri gente zpertrofica, con le sue clientele e i giri malavitosi? La metamorfosi di una ampia parte del Nord produttivo, oramai orientata verso mercati esteri, è la ragione del successo della Lega e della scomparsa della questione meridionale dall'agenda politica e civile? E la questione delle classi dirigenti meridionali è davvero un'emergenza in termini di capitale sociale, civicness, o il caso della Puglia e il recente affollato corteo antimafia a Reggio Calabria dimostrano che non è così? 185


GV: La questione del federalismo fiscale si accompagna anche ad un mutamento del dibattito politico e culturale sul Mezzogiorno nel Paese. Non è casuale la corrispondenza temporale tra questi due aspetti, e cioè la discussione sui soldi, molto concreta, e quella sul Sud, molto astratta. Nel corso dell'ultimo triennio, in particolare, è venuta affermandosi fortissima una visione estremamente semplificata del Mezzogiorno che io chiamo il "teorema Mezzogiorno", veicolata univocamente dalla stampa e dalla televisione nazionali, e fatta proprio da molti politici e anche da molti al Sud. Il teorema Mezzogiorno dice che da sempre ingenti risorse sono state trasferite al Sud, ma queste risorse sono sempre state sistematicamente sprecate, perché le classi dirigenti del Mezzogiorno sono inette, corrotte, incapaci. E quindi, la conclusione di questo teorema è che, finché le classi dirigenti locali non cambiano, meno si fa al Sud e meglio è. Meno risorse si trasferiscono, meglio è; meno politiche di sviluppo si fanno, meglio è. Nella sua versione più estrema, alcuni sostengono che dato che le classi dirigenti meridionali sono espressione di un territorio il cui capitale sociale è molto basso, è difficile che si possano mai avere classi dirigenti migliori nel Mezzogiorno. Senza soluzione, quindi. E la trappola del sottosviluppo. Perché non è casuale che questo tipo di narrazione coincida col federalismo fiscale? Perché questo fornisce un alibi al federalismo fiscale e fornisce la spiegazione del fatto che nell'ultimo biennio, per la prima volta nella storia italiana del dopoguerra, un governo nazionale, l'attuale, abbia fatto una politica redistributiva per territori, togliendo cioè risorse al Mezzogiorno e destinandole ad altri usi. Fornisce un alibi perché la spiegazione di queste decisioni è quella che comunque queste risorse sarebbero state sprecate, e allora è meglio utilizzarle per altri fini. Il bilancio di questa situazione è estremamente negativo e pericoloso, perché oggi è difficile discutere del Mezzogiorno analizzandone i fatti, cogliendone i fallimenti ed i successi, capirne le diversità. Tutto è accomunato in una notte nera in cui tutte le vacche sono nere, con la conseguenza che nella comunità nazionale è maturato un senso profondo di insofferenza, alterità e disinteresse rispetto al Mezzogiorno. Per la prima volta dal dopoguerra, non si discute più di che cosa fare, ma di come non fare. Si tende a derubricare questi temi come questioni che riguardano la sola comunità meridionale e non anche la comunità nazionale. FP: Francamente, la crescente impazienza di molti cittadini del Nord verso la situazione economica del Sud è facilmente comprensibile: basta guardare la situazione della finanza pubblica italiana e fare due conti per capire che la persistente arretratezza economica del Mezzogiorno ha un impatto enorme sui conti dell'intera nazione. Ogni anno il Sud riceve dal resto del Paese oltre 50 miliardi di euro, pari al 3,3% del PIL nazionale, al 16% di quello meridionale. Se le Regioni meri-


dionali formassero oggi uno Stato sovrano sarebbero al disastro finanziario, in una situazione molto peggiore di quella greca. Da quarant'anni, il prodotto di un abitante meridionale è in media inferiore di 40 punti percentuali rispetto a quello di un cittadino del centro-Nord. Un divario così grande e persistente è l'indizio di uno spreco di risorse (e di un potenziale di crescita per l'intero Paese) unico nel mondo sviluppato. Se i moltissimi soldi spesi per lo sviluppo del Mezzogiorno lo avessero messo in grado di finanziare i servizi pubblici di cui oggi godono i suoi cittadini, non solo saremmo tutti più ricchi: potremmo anche usare una buona parte degli oltre 50 miliardi che trasferiamo al Sud per ridurre il debito pubblico nazionale. In pochi anni l'Italia diventerebbe un Paese virtuoso anche per i severi standard tedeschi. Sospetto che di Mezzogiorno si parli meno di prima perché siamo di fronte a questo evidente fallimento politico-economico. Si sono fatti mille tentativi, e gran parte di questi sono stati resi inefficaci da diffusi comportamenti di renr-seeking. Chi ha voglia di parlare di Mezzogiorno, dopo tutti questi anni di crescente frustrazione? Per ricominciare a parlarne seriamente, serve riprendere l'analisi del problema, aumentare la capacità di leggerne le caratteristiche principali con gli strumenti della ricerca. Se oggi uno facesse la rassegna delle ipotesi sviluppate nei decenni sulla questione meridionale, ho l'impressione che si troverebbe di fronte a molte ipotesi ad hoc, a modelli internamente incoerenti, a intuizioni appena accennate. Purtroppo, c'è ancora molto da fare. Per esempio, negli anni novanta c'è stato un importante tentativo di cambiare la politica economica a favore del Sud. Si tratta della così detta Nuova Politica Regionale (NPR), che si è basata su un'analisi seria dei problemi ritenuti all'origine dell'arretratezza relativa del Sud. Se leggete quei documenti, vedrete quanti sforzi sono stati fatti per capire la malattia e per disegnare una cura adeguata. Quella medicina, quella politica, poi però non ha funzionato granché e oggi di fatto è stata abbandonata. Problema: abbiamo capito perché non ha ftinzionato? Abbiamo capito come andrebbe modificata per funzionare? Risposta: no e no. Punto. E questo è decisamente grave. Oindi, serve riprendere la ricerca e provare a rispondere a domande come queste. L'unico sviluppo recente è la ripresa dell'ipotesi di Putnam sulla persistenza dei divari di civicness, sulla loro origine medioevale, sull'impatto di questa persistente differenza fattoriale sulle performance territoriali attuali attraverso il funzionamento delle "istituzioni locali". Guiso, Sapienza e Zingales hanno scritto un articolo bellissimo (Long term persistence, Eui Working Paper 2008/30) nel quale testano, con il metodo controfattuale, l'ipotesi di Putnam e trovano buona evidenza a sostegno di quest'ultima. 187


La mia impressione è che oggi ci sia molta e convincente evidenza che una delle proposizioni di Putnam ha colto nel segno: antiche vicende storiche "sfortunate" hanno consentito alle popolazioni del Sud di accumulare, nel tempo, un minor senso di civicness rispetto ad altri territori nazionali. 5u questo avrei pochi dubbi. E chi invece ha dubbi, dovrebbe produrre test di ipotesi rigorosi, capaci di sfidare scientificamente l'eccellente lavoro di Guiso, Sapienza e Zingales. Finché questo non avverrà, possiamo prendere come una ragionevole ipotesi di partenza che il trust è un tratto culturale meno diffuso nel sud che nel centro-nord. Il problema successivo è: in che misura questa minore dotazione di trust ci aiuta a spiegare l'enorme, persistente, anomalo divario economico che osserviamo tra nord e sud? Questa per me è la domanda decisiva. Per esempio, la NPR è stata poco efficace a causa dello scarso capitale sociale meridionale? Io credo che sia così. La NPR era consapevole, eccome, del problema, ma sospetto che abbia ritenuto di poterlo risolvere con relativa facilità, adottando metodologie che avrebbero dovuto aumentare rapidamente la fiducia tra privati e istituzioni pubbliche, soprattutto locali, e tra privati e privati. Obiettivo giusto, strumenti probabilmente inadeguati. Il risaltato è nato dalla difficoltà di adottare politiche attive e allo stesso tempo capaci di limitare comportamenti rent-seeking tipicamente molto diffusi e aggressivi, appunto, in presenza di scarso capitale sociale (su questi temi rimando al mio "Il ritardo economico del Mezzogiorno: uno Stato stazionario?", in QA Rivista dell'Associazione Rossi-Doria, 2009, pp. 113-139). Detto questo, credo sia sbagliato dare per scontato che il divario attuale sia il riflesso diretto e inevitabile della scarsità di trust, e concludere che l'unico modo di ridurre il divario sia spingere sulla (lenta) accumulazione di capitale sociale meridionale. Credo che sia sbagliato perché oggi questo punto non è supportato dall'evidenza empirica. La storia economica del Mezzogiorno dopo la seconda guerra mondiale mostra oscillazioni tra andamenti positivi e negativi molto ampie, non facilmente spiegabii in termini di un gap di capitale sociale che invece appare molto stabile e persistente. C'è qualcos'altro in gioco, e decisamente varrebbe la pena di identificarlo e di studiarne le caratteristiche. Una volta che lo avremo fatto, credo che emergerà qualche sorpresa. Soprattutto questa: che l'attuale incapacità di ridurre il gap Nord-Sud non è il riflesso inevitabile di un (pur esistente, probabilmente) deficit di capitale sociale, ma dell'aver adottato, dal 1970 in poi, politiche ad accresciuta intensità di capitale sociale locale. In poche parole, credo che l'impatto di un basso capitale sociale sulla performance economica di un territorio possa essere tutt'altro che univoco, e che tale differenziazione dipenda molto dal livello istituzionale a cui si delega t.I.J


l'azione pubblica. Se l'azione pubblica è messa al riparo dall'assalto dei rentseekers, gran parte del danno attribuibile alla scarsità di capitale sociale può forse essere neutralizzato (e l'accumulazione di nuovo capitale sociale può essere forse attivata). Insomma, sospetto che il basso capitale sociale massimizzi il danno economico quando esiste lpportunità di catturare il gestore delle risorse pubbliche. Passare da meccanismi automatici, non discrezionali, come le gabbie salariali, a meccanismi molto più discrezionali e affidati sempre più ai livelli locali del governo, ecco, questo sospetto non sia stato saggio né lungimirante. Con Luciano Mauro stiamo per completare la prima versione di un articolo (Social capital, government institutions and economic outcomes. A closer look at the Italian 11/Iezzogiorno's case) che cerca di precisare queste ipotesi attraverso un modello di crescita e poi di testarle empiricamente.

4. Le sfide al federalismo per la giustizia sociale Federalismo e spesa pubblica. In che termini ilfederalismo (anche fiscale) dovrà confrontarsi con i problemi di cultura politica, di deficit delle classi dirigenti e di vaste clientele per innescare circoli virtuosi e non suicidi? Quali sono le opportunità e i rischi? E sufficiente sperare nella responsabilizzazione (che passa per il meccanismo elettorale del suffragio universale diretto) senza un reale potere programmatorio sul proprio territorio, senza parlare di solidarietà e pere quazione, anche quando al Sud un abitante su 3 è a rischio povertà e in certe aree - come dice Michele Emiliano - la malavita vince perché offre servizi di welfare aporzioni di cittadinanza ai margini? Loic Wacquant, in Punire i poveri. Il nuovo governo dell'insicurezza sociale, parla dell'ascesa dello Stato penale in parallelo alla ritirata dello Stato sociale - esito dell'insicurezza economica crescente, dove i poveri sono le masse in aumento di precari, disoccupati, marginali e ultimi del ceto popolare - che crea esclusione e allarme sociale e sancisce lafine di ogni solidarietà (di classe, interclasse, cristiana). Apocalittici o integrati?

GV: Il federalismo in senso molto generale è una tendenza, in corso da quasi vent'anni nel nostro Paese, a decentrare alcuni poteri di governo. Si tratta di una tendenza opportuna, perché se - come dicevo - le potenzialità di sviluppo sono differenziate da area ad area, è molto importante che il governo dello sviluppo sia assunto anche in sede locale. E impossibile, sia per le condizioni oggettive nel Sud, sia per le condizioni generali di ftinzionamento dell'economia e della società in Europa, avere dei processi di sviluppo totalmente eterodiretti. Non è più tempo di agenzie straordinarie, non è più tempo di grandi piani nazionali; bisogna sapere mescolare accuratamente politiche nazionali e politiche locali. Anche in questo caso valgono entrambi i poli.


Puntare esclusivamente su politiche locali è velleitario se. non ci sono politiche nazionali coerenti. Al tempo stesso, non tutto può essere fatto dal centro. Se dunque il federalismo, quello che chiamiamo decentramento così come disegnato dalla riforma costituzionale, è nel caso italiano un cambiamento opportuno per affrontare meglio questi temi, lo stesso cambiamento nelle politiche di sviluppo verificatosi a partire dalla fine degli anni novanta è utile e irreversibile. Il federalismo fiscale è in teoria un complemento ovvio ai processi di decentramento. Non può esservi decentramento e quindi potestà di spesa che funzioni senza responsabilità della spesa. Le classi dirigenti locali devono potere avere gli strumenti per disegnare percorsi di sviluppo e al tempo stesso la responsabilità di bilancio ad essi connessa. Non si può fare politica di sviluppo senza un ragionevole vincolo di bilancio. D'altra pare, anche il federalismo fiscale - quindi, decentramento, potestà di spesa e responsabilità di bilancio - sono elementi che col tempo possono migliorare la qualità delle classi dirigenti locali, messe alla prova del disegno e della messa in atto di politiche di sviluppo con risorse date. Naturalmente, il federalismo fiscale può costituire un rischio mortale per il Mezzogiorno, se si considera che in Italia la tendenza verso il federalismo fiscale non è dovuto tanto ad una opportuna segmentazione dei livelli di tassazione che corrisponde ai livelli di governo. Essa in Italia parte come una grande operazione di redistribuzione, che tende a portare via risorse dal Mezzogiorno e a spostarle nelle aree più ricche del Paese. Un conto è un federalismo fiscale che dà risorse sufficienti e responsabilizza, un conto è un federalismo fiscale che riduce le risorse quanto più possibile. Stiamo parlando dei grandi servizi pubblici, a cominciare dall'istruzione e dalla sanità, senza i quali è impossibile avviare alcuno sviluppo. E dunque, nell'insieme, un decentramento di responsabilità è opportuno, ma deve essere ben temperato, misurato con queste esigenza. Certamente non bisogna mitizzare il decentramento, non è affatto detto che le politiche locali siano per definizione migliori di quelle nazionali. E una condizione opportuna quella di avere anche un disegno locale delle politiche di sviluppo, laddove la redistribuzione delle competenze a favore degli Enti locali, dei Comuni, delle Regioni, non si traduce automaticamente in politiche utili, se non fatte bene.

FP: Il federalismo fiscale si basa su principi molto semplici. Il suo compito è rendere più chiare le responsabilità del decisore politico e favorire il controllo del cittadino sul suo operato. Perché questo succeda, è bene che la distanza anche geografica tra eletti ed elettori non sia eccessiva. Per indurre i politici locali a lavorare meglio per la collettività, le risorse pubbliche a loro disposizione saranno definite una volta per tutte e proverranno direttamente dalle tasche di chi, votandoli, gli consente di governare il territorio. Per il governo locale sarà dunque più difficile giustificare le proprie 190


carenze con un preteso inadeguato sostegno da parte del governo centrale. Se tutto funzionerà nel modo auspicato, alla fine sarà più facile per tutti noi scegliere politici capaci di evitare gli sprechi e di spendere con maggiore efficacia le risorse disponibili. Non sarebbe un risultato trascurabile: l'Italia soffre terribilmente dell'inefficienza del suo settore pubblico. Ma non ci sono miracoli in arrivo per il Sud. Il divario delle Regioni meridionali dipende da una popolazione istruita poco e male, da una qualità istituzionale bassa, da diritti di proprietà mal garantiti, da un "capitale sociale" scarso che, per esempio, rende più difficile alle piccole imprese cooperare per crescere. Il federalismo fiscale può certamente aiutare ad affrontare questi problemi, se non altro perché ridurre gli sprechi libera risorse con cui finanziare politiche per lo sviluppo. Ma quali politiche per lo sviluppo? Ci sono motivi per ritenere che la qualità di queste politiche migliorerà per il solo fatto che la responsabilità della loro attuazione si sposterà dal livello centrale a quello locale? In un Paese con divari trascurabili, la risposta sarebbe un cauto sì. In Italia è necessaria molta più cautela. Assegnare responsabilità enormemente maggiori a istituzioni locali che finora hanno data pessima prova di sé non sembra proprio una grande idea. Per rispondere a dubbi di questo tipo, il ministro Brunetta ha provato a metterla così: la riforma dovrà "dare ai governi regionali e locali... l'incentivo a effettuare scelte che incidano positivamente sullo sviluppo locale". Giusto. Quale incentivo, dunque? Questo, secondo il ministro: poiché le Regioni avranno una compartecipazione in quota fissa a tributi che aumentano con la crescita del reddito, per avere più risorse pubbliche i politici locali saranno incentivati ad adottare politiche che favoriscono lo sviluppo. Fosse così semplice. Il fatto che un incentivo esista non significa né che sia abbastanza forte da funzionare, né che non ne esistano altri, magari più forti, di segno contrario. Per convincersene, basta ricordarsi che in Regioni a statuto speciale come la Sardegna e la Sicilia quell'incentivo, basato su compartecipazioni al gettito erariale di imposte statali, è in funzione dal 1948. Con risultati di sviluppo e di qualità delle politiche locali che ognuno può valutare. Prudenza è dunque la parola chiave di questa fase. Come tutte le riforme importanti, e come tutte le politiche pubbliche, sarebbe bene muoversi con molta cautela, semplicemente perché non abbiamo certezze sulle conseguenze. Cautela vuol dire trasferire alcune competenze e poi controllare, con dati di buona qualità e condivisi da tutti, Stato e Regioni, se le cose funzionano come previsto. Per esempio, sarà essenziale controllare che l'aumento della responsabilità locale nel comparto "istruzione" non causi un ulteriore approfondimento del divario qualitativo che già oggi danneggia gravemente le opportunità di lavoro dei giovani meridionali e le prospettive di sviluppo del Sud. 191


5. La governance e la responsabilità del centro Il recente Rapporto della Banca d'Italia su "Il IVlezzogiorno e la politica economica dell'Italia" dice: «La crescita delle Regioni meridionali è stata inferiore agli obiettivi che le politiche regionali (quelle avviate dopo la cessazione dell'intervento straordinario nel IVlezzogiorno e messe in atto in seguito alla costituzione del Dipartimento per le politiche di sviluppo e coesione) si erano posti - una crescita del Sud più elevata del Centro Nord e della media europea - anche perché lo scenario di riferimento nazionale è nelfrattempo cambiato. Sorge naturale l'interrogativo se la responsabilità del mancato conseguimento degli obiettivi di crescita del IV!ezzogiorno sia da attribuire alle politiche regionali oppure a effetti diversficati sul territorio delle politiche generali, nazionali, quelle non direttamente orientate a colmare i divari tra djfferenti aree del Paese. La tesi che sosteniamo in questa relazione è che lo sviluppo del It'Jezzogiorno sia stato prevalentemente condizionato dalle politiche nazionali » L'abolizione dell'Id resa possibile dal ricorso a risorse che l'UE aveva destinato in gran parte al Mezzogiorno, gli Incentivi 488 dirottati verso le industrie del Nord, come anche la struttura del sistema bancario e creditizio, ne sono un esempio. I localismi virtuosi che riempiono di suggestioni i discorsi degli economisti funzionano davvero nella patria delle 100 Italie? Anche quando, come dice Franco Cassano, non c'è proporzione tra problemi e strumenti del territorio? O serve una Politica nazionale con blocchi sociali rappresentativi nuovamente interessati all'unità nazionale? Se ne intravede qualcuno all'orizzonte? GV: Le politiche regionali sono politiche aggiuntive di sviluppo regionale che si fanno in Italia come in molti altri Paesi del mondo. In Italia sono molto cambiate dalla fine degli anni novanta, con la chiusura della Cassa del Mezzogiorno, e ne sono state innovate profondamente modalità, procedure ed obiettivi. In realtà, queste nuove politiche regionali non sono mai decollate. Non sono mai diventate una priorità della decisione politica, non sono state mai accompagnate da un'effettiva centralità nella discussione e nella politica, è mancata la volontà del centro. Lo si vede dai dati sulle risorse disponibili che sono state largamente inferiori da quelle ipotizzate. Lo si vede dai meccanismi di coordinamento e di controllo delle Regioni, che sono stati estremamente modesti, e modesti sono stati i risultati delle politiche regionali così implementate. E tuttavia, è meglio che ci siano state, seppure sono state in larghissima parte politiche di intervento sostitutive di politiche ordinarie, e quindi per definizione non avrebbero potuto ottenere più di tanto. Molto opportunamente la Banca d'Italia dice questo, nell'unico studio sul Mezzogiorno fatto negli ultimi 5-7 anni, riportando l'attenzione sul peso quantitativo rilevante che hanno le politiche ordinarie, ovvero sulla qualità dei servizi pubblici come elemento che, insieme al potenziamento delle infrastrutture 192


materiali e immateriali, favorisce i processi di sviluppo. E molto opportunamente ci ricorda che c'è tanto da fare sulla qualità di sicurezza, giustizia, istruzione. Questo molto da fare non è colpa delle politiche di sviluppo regionale, ma è più legato ad un quadro nazionale di riorganizzazione dei grandi servizi pubblici. Il tema delle politiche generali si ricollega al federalismo fiscale, di nuovo. Perché le politiche generali, nel quadro che abbiamo davanti, sono in parte politiche nazionali, in parte politiche a carico della Regione, a cominciare dalla sanità. Da questo punto di vista c'è un problema rilevante di finanziamento, e c'è un problema di qualità delle politiche stesse. Il punto essenziale è legare le politiche generali e le politiche regionali. Persino nella legge 42 sul federalismo fiscale, il funzionamento a regime - i costi standard e i fabbisogni standard, la spesa corrente - è legato al potenziamento, definito come perequazione infrastrutturale e delle dotazioni. Questo è il terreno-chiave. Ne ho scritto da ultimo (ndr. "Il federalismo difficile", Il Mulino, n. 5/2010, pp. 730-738), e cito sempre come esempio il "Rapporto sulla scuola in Italia" della Fondazione Agnelli, nel quale si dice che è necessario fare contemporaneamente una razionalizzazione della spesa ed un potenziamento selettivo dei servizi e delle infrastrutture, ad esempio, con l'applicazione forte del tempo pieno al Sud. Le politiche nazionali e quelle locali si muovono insieme quando hanno come obiettivi comuni il miglioramento dei servizi disponibili, che viene raggiunto da un lato con politiche di spesa corrente - i tagli agli sprechi, centrando meglio le risorse e migliorando la qualità di quello che si fa e dall'altro con politiche aggiuntive di potenziamento delle dotazioni. La sanità di alcune Regioni del Sud è in un vicolo cieco perché, al netto di alcune questioni pure importanti, il nodo di fondo è il seguente: i tassi di ospedalizzazione nel Mezzogiorno sono più alti che altrove nel Paese. Questo non dipende dal fatto che al Sud i cittadini si ammalano di più, ma dipende dal fatto che al Sud la sanità svolge anche un ruolo improprio di assistenza sociale. Mancando servizi adeguati territoriali, gli anziani del Mezzogiorno finiscono in ospedale più spesso di quanto accade in altre Regioni italiane. E una situazione pessima innanzitutto per gli anziani, e poi per i cittadini del Sud che devono pagare molto di più per forme improprie di assistenza. E evidente che questo non si risolve vietando i ricoveri, bensì agendo sui due tasti insieme, cioè tagliando la spesa per la sanità in generale, obbligandola a ristrutturarsi e organizzarsi meglio, e potenziando la rete dei servizi territoriale e dei servizi di assistenza domiciliare. L'una cosa non si può ottenere senza l'altra. I risultati sarebbero parziali. FP: La Banca d'Italia dice la cosa giusta. Le politiche locali da sole possono fare poco, se lo Stato non accompagna adeguatamente le politiche nazionali nei vari territori, che in Italia sono più eterogenei che altrove. 193


Da cosa dipendono i risultati PIsA-OcsE (sull'apprendimento scolastico dei quindicenni) così deludenti al Sud? Non da spesa inferiore. Da altro, appunto. Può lo Stato ignorare la presenza di questo - evidentemente cruciale - altro? Può farsi dire dall'OCSE che c'è un problema? In questo sta il dramma: lo Stato parla di un federalismo basato su standard minimi da garantire a tutti e poi non fa nulla per misurarli. E se non li misuriamo, succede che un quindicenne meridionale perda, di fatto, due anni di scolarità rispetto al coetaneo del centro-Nord, senza neppure saperlo. Ora per fortuna l'INvALsI ha iniziato a fare un lavoro eccellente sotto la direzione di Cipollone, e con i dati INvALsI diventerà possibile lavorare per differenziare l'implementazione locale di una politica nazionale, al fine di garantire davvero i diritti di base di una cittadinanza. I localismi virtuosi sono sempre esistiti. Però finora non sono stati in grado, in media, di compensare i molti localismi viziosi continuamente alimentati da una spesa pubblica mal diretta, mal governata e per niente valutata nei risultati.

6. Banche per lo sviluppo I/sistema creditizio è determinante per lo sviluppo locale, e quello bancario lo è tanto più nelle banking economies, come 1 'Italia. La struttura del sistema bancario italiano presenta sintomatiche differenze nel costo e nella disponibilità del credito dal Sud al Centro-Nord: significativi differenziali nei tassi attivi praticati all'industria e livelli comparativamente inferiori degli impieghi bancari, considerati, non solo dalla letteratura economica, uno dei principali vincoli alla crescita del sistema produttivo locale. Date l'attrattiva offerta dalla capacità di risparmio riscontrabile al Sud e la progressiva contrazione della quota di mercato delle banche de/IVlezzogiorno, le Regioni del Sud sono mercati di raccolta, non d'impiego, del risparmio bancario, che è drenato per successivi impieghi nelle Regioni del Paese più remunerative o meno rischiose. Emerge un problema di qualità delle politiche di sviluppo e della governance, tra Nord e Sud? GV: La situazione del credito nel Sud non è drammatica affatto. Il cambiamento che c'è stato negli anni novanta, e cioè il collasso di gran parte del sistema bancario pre-esistente è stato un fatto positivo, in quanto affetto da un male incurabile, ovvero il sistema di erogazione del credito era condizionato dalla politica e molto meno dall'economia. Al posto di queste banche sono arrivate medie e grandi banche del centro-nord che hanno portato una razionalità di mercato in tutte le operazioni, un rapporto migliore tra impieghi e depositi. Certamente non è una situazione ottimale. Sappiamo benissimo che le grandi istituzioni creditizie nazionali sono molto lontane dal 194


territorio del Sud. Per lo sviluppo territoriale servono banche che non abbiano soltanto gli sportelli, ma anche i centri decisionali sul territorio. Da questo punto di vista, da un lato, serve un potenziamento del sistema bancario locale, che pure esiste in diverse Regioni del Sud; e dall'altro, si potrebbe incentivare una strutturazione diversa del sistema creditizio attuale perché si riduca questo iato. Il rischio oggi è che le grandi banche nazionali, da Unicredit a Intesa San Paolo, selezionino la clientela, facendo credito soltanto alle imprese più forti, e lascino la clientela più difficile e la clientela piccola alle banche locali. Il punto principale sul quale chiamare le grandi banche ad un diverso modo di stare nel sistema creditizio meridionale è quello di fare nel Mezzogiorno non soltanto l'attività ordinaria - che fanno piuttosto bene ma anche attività non ordinaria. Quindi: finanziamento alla nuova impresa, cioè fare credito non soltanto a quei soggetti che hanno già garanzie, ma anche a chi vuole avviare nuove attività; e l'esplorazione sistematica di tutti gli ambiti nei quali vi sono possibilità di partenariato pubblico-privato nella realizzazione e nella gestione di grandi infrastrutture. Non sono moltissimi, sono meno che al Nord perché la domanda è più piccola, ma ci sono una serie di ambiti, dai trasporti ad alcuni servizi pubblici come l'edilizia sociale, nei quali, sia per carenza di capitale pubblico, sia per carenza nella gestione da parte dei soggetti pubblici, forme innovative di gestione pubblico-privata potrebbero essere interessanti. Così come il voto alle banche del Nord per la gestione delle attività creditizie ordinarie al Sud è alto, il voto per queste ultime attività straordinarie è bassissimo. Perché non fanno niente. Le differenze importanti tra Nord e Sud che negli ultimi anni si sono rese evidenti sono due. In primo luogo, al Nord c'è un tessuto di imprese pubbliche locali. E un tessuto controverso perché ha molto a che fare con le tematiche della concorrenza, ma comunque di segno positivo, molto importante per la realtà economica del Nord, in quanto ha realizzato la riorganizzazione di settori-chiave come quello energetico, quello del trasporto pubblico locale. E un tessuto che al Sud manca del tutto, siamo dieci-quindici anni indietro, ancora alle municipalizzate. Non è un giudizio di valore in favore del pubblico-privato rispetto al pubblico puro, che è da vedere. Tuttavia, capitali pubblici in questi ambiti ce ne sono sempre meno, e il Sud potrebbe in futuro pagare ancora il mancato processo di riorganizzazione. Il secondo ambito di differenziazione tra Nord e Sud è che al Sud mancano le fondazioni di origine bancaria. Lo smantellamento del sistema bancario avvenuto negli anni novanta al Sud improvvidamente non è stato accompagnato dalla nascita di soggetti come le fondazioni che nell'economia del Centro-nord pesano moltissimo, sia da un punto di vista quantitativo, sia da un punto di vista qualitativo e strategico, di selezione dei progetti, di istituzioni che fanno concertazioni. La Fondazione per il Sud è interessante ma assai limitata. A Sud rischia di esserci una dicotomia pubblico/privato molto arretrata rispetto al Nord 195


dove esiste un continuum di situazioni e contesti dal pubblico e privato che è interessantissimo, al di là di ogni giudizio di valore. Questo ha a che fare ed è insieme concausa dello sviluppo molto inferiore - per quanto non irrilevante - del terzo settore al Sud, che nasce non per buona volontà ma perché vi sono soggetti e istituzioni che presidiano il territorio, che creano regole e comportamenti, processi, anche molto lenti. Il terzo settore è un ambito strategico soprattutto per il bacino occupazionale, ed al Sud è ancora molto poco sfruttato. Un ruolo dovrebbe averlo la Cassa Depositi e Prestiti. E questo che ho cercato di fare come Consigliere di amministrazione, trovando una sponda convinta nell'allora Presidente Alfonso lozzo prima e nel Presidente Franco Bassanini poi. Lì c'è bisogno del socio Tesoro, però, perché alle fondazioni bancarie si possono chiedere tante cose, ma soprattutto in un momento di crisi non si può chiedere loro di non guardare prioritariamente ai rispettivi territori di elezione. E invece il Tesoro che deve agire perché tutta la strumentazione disponibile sia orientata verso l'intero territorio nazionale, non soltanto verso la parte rappresentata dalle fondazioni bancarie, ma verso tutto il Paese. Da questo punto di vista, ho trovato un ostacolo insormontabile nel Ministro del Tesoro che, come tutti sappiamo è il maggiore nemico del Sud e non ha alcun interesse a fare cose per il Sud. FP: Non credo sia questo il problema. Credo sia un problema, ma non il principale. Al margine, è certo che una buona banca locale può superare meglio l'asimmetria informativa che caratterizza il mercato del credito. Ci sono ottimi studi di ricercatori della Banca d'Italia che lo dimostrano. Ma l'effetto aggregato di questo "fallimento del mercato" penso non debba essere sopravvalutato. In più, ottenere una banca insieme locale ed efficiente nel Sud è un obiettivo complesso, come tutti sanno. I motivi, di nuovo, sono quelli di cui sopra. Ne ho scritto altrove, riflettendo su un'esperienza che ho fatto anni fa nel CdA del Banco di Sardegna, ai tempi dellbttima e coraggiosa presidenza di Sebastiano Brusco. A quelle riflessioni rimando il lettore interessato (F. Pigliaru, "Sebastiano Brusco e la presidenza del Banco di Sardegna: cronaca di una sconfitta apparente", Economia e Politica Industriale, 2004). 7. Mezzogiorno e glocalismo Assistiamo afenomeni nuovi o di nuove dimensioni, tra cui lo spopolamento di ampi territori del Sud (in Calabria, il caso di Caulonia, abbandonata dai nativi calabresi per emigrare a/Nord o all'estero in cerca di opportunità qualificate e ripopolata da immigrati poveri, dediti all'agricoltura e ai servizi agli anziani, unica fascia di popolazione italiana in loco); la questione degli scontri nelle campagne 196


alabresi tra proprietari italiani e schiavi immigrati, quale nuovo fronte de/sottosviluppo del Sud. Ne/frattempo, il Sud è sempre più presente nei set cinematografici deifilm italiani e stranieri, ma ci sono sempre meno sociologi, giornalisti, narratori, cineasti interessati a rappresentare la questione meridionale nel/a sfera culturale del Paese, in modo credibile e complesso, "il campo /ungo" Forse perché ormai il Sud è anche a Milano ed è passato da categoria geografica a categoria "spirituale", come dimostrano i recenti reportage sul/a 'ndrangheta al Nord? Quali sono oggi i punti diforza del Sud e le possibili interdipendenze attive co/Nord, e quali le criticità da conoscere e risolvere? GV: Viviamo in uno straordinario paradosso. Mai come in questi tempi è diventato fuori moda parlare di Mezzogiorno. La rappresentazione del Sud coincide con i rifiuti di Napoli. Da quando c'è stata la crisi dei rifiuti, questa immagine si è sovrapposta ad ogni altra. Per fortuna il fronte non è assoluto. Mai come oggi il Mezzogiorno è la questione centrale per lo sviluppo del Paese, per la sua ripresa. L'Italia si è fermata, negli ultimi decenni sono emersi problemi destinati a rendere alquanto lenta la ripresa rispetto ad altri Paesi europei. Il nodo di fondo che essa è obbligata ad affrontare è la questione del basso tasso occupazionale, più basso rispetto all'Europa - meno al Nord e molto di più al Sud - laddove sono troppo pochi gli italiani che contribuiscono alla crescita ed alla finanza di questo Paese. La questione centrale diventa allora come fare lavorare gli italiani - e i meridionali soprattutto - che non lavorano. Come trasformare il reddito che essi producono in domanda, in tasse e contributi. E ineludibile per lo sviluppo economico italiano oggi. Sappiamo che il tasso occupazionale nel meridione è basso non a caso ma perché ci sono troppe poche imprese, per le condizioni difficili nelle quali esse vivono, date dal combinato disposto di tre grandi cause: una diffusione di comportamenti e atteggiamenti delle classi dirigenti e dei cittadini non favorevoli alle imprese che stanno sul mercato; la bassissima qualità dei servizi pubblici, soprattutto nazionali, a cominciare dall'istruzione e della giustizia; la scarsissima dotazione moderna di infrastrutture necessarie per la competitività delle imprese. Occorre allora pensare a come cambiare le condizioni di contesto citate perché molte più persone al Sud lavorino. Non è facile non è banale. E il tema dello sviluppo economico italiano. Il paradosso è che si parla di tutto tranne di questo. La soluzione disegnata è opposta, ovvero considerare il problema insolubile e quindi trascurarlo. Nessun governo di nessun Paese OcsE, neanche in passato, ha mai realizzato una politica economica esclusivamente redistributiva come quella del gover no italiano attuale. Ancora più grave è che il teorema Mezzogiorno pare avere un vasto consenso tra gli italiani. Le politiche di sviluppo, cioè, diventano il problema, non sono la soluzione. Perché succede questo? Ci sono motivi economici molto importanti. La rilevanza del Sud come bacino di forza lavoro 197


per l'industria nazionale è più bassa che in passato; il nostro Paese ha un'allergia a confrontarsi con problemi di lungo periodo; gli italiani sono molto impauriti e scoraggiati, per cui preferiscono una strategia di breve periodo per recuperare qualche risorsa da un federalismo redistributivo ad una strategia che consente nel lungo periodo di recuperare maggiori risorse attraverso lo sviluppo del Mezzogiorno. Il cittadino veneto semplicemente non crede a questo secondo scenario. La politica non affronta questo tema. Il centro-destra nazionale è schierato a difesa di Tremonti; il centro-destra meridionale oscilla tra indifferenza e rivendicazionismo spicciolo, accontentandosi di ricevere qualcosa per il proprio territorio, mentre su tutto il resto si taglia; il centro sinistra è paralizzato, ha paura di pronunciarsi sul tema. Quali possibilità abbiamo? Occorre fare due cose insieme, non facili. Difendere il Sud e difendersi dal Sud. Quindi, riportare il tema in agenda, battersi per equi decreti attuativi del federalismo, porre fine al teorema Mezzogiorno, mettere ordine in casa propria, contrastare classi dirigenti che in misura rilevante non funzionano bene. Significa pensare all'Italia di qui a vent'anni, come accade negli altri Paesi. In questttica di lungo periodo nazionale non richiede di fare cose bizzarre per il Sud, ma soltanto le stesse cose che servono al Paese con maggiore intensità. Tre sono i temi di una possibile agenda: riportare il lavoro al centro della politica economica nazionale e generale per evitare un sicuro divario di genere, territoriale e generazionale. Attenzione, rischiamo di avere un'intera generazione senza lavoro. Il primo e principale capitolo di questo punto sono le nuove imprese. Rischiamo di uscire da questa crisi avendo perso pezzi di manifatturiero che non stanno più nel mercato internazionale, e per di più senza avere i pezzi di nuova impresa, di nuovo manifatturiero, di nuovi servizi. Serve ripensare ad una fiscalità su imprese e lavoratori dipendenti, intervenire su quelle aree del Paese in cui le rendite di posizione impediscono la nascita di nuove imprese. Serve un Paese più equo e più mobile. In secondo luogo, occorre una razionalizzazione dell'intervento pubblico al fine di potenziare la qualità dei servizi e degli interventi. Il concetto non è come tagliare su scuola e sanità, ma come avere una scuola ed una sanità migliori spendendo bene o meno. Non il risparmio come obiettivo. Terzo punto è come avere un Paese non più bloccato, che non realizza, che non mette a frutto le poche risorse che usa e che ha per realizzare infrastrutture che effettivamente ftinzionino. Per un'opera pubblica di cinquanta milioni di euro, in Italia servono dodici anni, in Cina due e in Spagna cinque. Questo è un grande tema, meridionale e nazionale, per un ragionamento di costruzione di futuro. Come costruire un'Italia diversa dopo la crisi è il piano della discussione, di cui il Sud è un tema oggi e può essere un grande motore di recupero, una chance di sviluppo per tutto il Paese. Non è dietro l'angolo ma occorre iniziare a pensarci.


FP: Seppure a grandi linee, penso di avere risposto nelle pagine precedenti. Sono convinto che il Sud possa superare il pessimo stato stazionario nel quale si trova oggi senza doversi necessariamente dotare - per usare una battuta oggi diffusa, riferita al lavoro di Putnam - di un Medioevo migliore di quello che ha avuto. Credo che molto dipenda dalla qualità istituzionale nella elargizione dei beni pubblici essenziali. Con la Banca d'Italia, credo che in questa fase la qualità debba essere garantita in primo luogo dal livello centrale di governo. Sappiamo anche che spesso il problema non è quello delle risorse, e che spesso invece si tratta di eliminare sprechi che intorno a quelle risorse avvengono. La riduzione di quegli sprechi richiede molta regia centrale, molto monitoraggio, valutazione, definizione e imposizione di standard minimi. Tutte cose essenziali per limitare i comportamenti opportunistici diffusissimi in Italia in generale, e nel Mezzogiorno in particolare. Su questo c'è stata una promettente riflessione ai tempi della NPR. Non è bastata a forgiare strumenti operativi efficaci, ma quella discussione andava nella direzione giusta. Sarebbe ora di ripartire da li, per andare molto più avanti.

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Conversazione sul sud italia a 150° anni dall’unità d’italia  

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