Numero 4 (28 febbraio 2018)

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Periodico della Scuola di giornalismo radiotelevisivo di Perugia

Quattrocolonne

Sgrt Notizie - Anno XXVII N. 4 - 28 febbraio 2018

Terra di campioni

Volley, scherma, moto L’Umbria verso il tetto del mondo Danilo Petrucci

SIR Perugia

Alessio Foconi


Alessio Foconi durante un assalto Foto dell’ufficio stampa Federazione internazionale della scherma

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Scrigno di talenti Tanti campioni e strutture d’eccellenza. Lo sport umbro a caccia di nuovi business

I “Sirmaniaci” del volley I successi di Perugia appassionano migliaia di persone Dall’obiettivo scudetto al sogno Champions

Da Terni all’Europa a colpi di fioretto «Lo sport guida la fuoriuscita dalla crisi»: parla il campione del mondo Alessio Foconi

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Centro Italiano di Studi Superiori per la Formazione e l’Aggiornamento in Giornalismo Radiotelevisivo Presidente: Antonio Bagnardi Direttore della Scuola: Antonio Socci Coordinatori didattici: Luca Garosi – Marco Mazzoni

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Segreteria: Villa Orintia Carletti Bonucci – Via G. Puccini, 253 06134 Ponte Felcino (PG) Tel. 075/5911211 – Fax. 075/5911232 e-mail: segreteria@centrogiornalismo.it – http://www.centrogiornalismo.it Spedizione in a.p. art.2 comma 20/c – legge 662/96 Filiale di Perugia Stampa: Italgraf – Perugia

Il “centro del mondo” della racchetta

Terra di trionfi per i grandi

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Gli ultimi saranno i primi

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Chi ruzzola e chi sboccia

In redazione

Anno XXVII – numero 4 – 28 febbraio 2018 Registrazione al Tribunale di Perugia N. 7/93 del marzo 1993

I titani dello sport Colpi duri e spettacolo Il football americano si gioca anche da noi

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Periodico della Scuola di Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia

Pietro Adami, Giulia Bianconi, Francesco Bonaduce, Michele Bonucci, Nicola Campagnani, Nicolò Canonico, Andrea Caruso, Alessandro Catanzaro, Gabriele D’Angelo, Marina de Ghantuz Cubbe, Elena Frasconi, Gabriele Genah, Chiara Jommi Selleri, Beatrice Manca, Cristiana Mastronicola, Stefania Moretti, Camilla Orsini, Serena Riformato, Selene Rinaldi, Irene Roberti Vittory, Davide Serusi, Chiara Sivori, Paolo Sparro, Elena Testi

Piloti, manager, tecnici Terni è un serbatoio per il motociclismo

A Foligno la scuola di tennis che attira talenti da tutta Italia

Quattro Colonne SGRT Notizie Direttore responsabile: Antonio Socci Redazione degli allievi della Scuola a cura di Gabriella Mecucci

La fucina dei centauri

Da Coppi a Dumoulin I ciclisti e le storie del Giro d’Italia in Umbria La squadra di richiedenti asilo che ha vinto lo scorso campionato Ruzzolone e bocce gli sport antichi che resistono

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Professione adrenalina

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Penso quindi muovo

Passione per il brivido in crescita. Ma non chiamateli ‘sport estremi’ Allenarsi a scegliere Così gli scacchi conquistano ragazzi e manager


Q SCRIGNO DI TALENTI Tanti campioni e strutture d’eccellenza lo sport umbro a caccia di nuovi business

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di

PAOLO SPARRO

@PaoloSparro

tleti, campioni, storie di fatica e vittorie. L’Umbria, terra aspra e isolata, è un po’ come uno scrigno, dove le montagne racchiudono gelosamente eccellenze di caratura internazionale. Qui, dove si sente forte la crisi occupazionale, aggravata dalla carenza di collegamenti con le altre grandi città italiane, lo sport è uno dei pochi settori in controtendenza. Secondo l’ultimo rapporto del Coni, nel 2016 in Umbria ci sono meno società, ma quasi mille atleti in più rispetto al 2015: al lieve calo della provincia di Terni, fa da contraltare la crescita di Perugia che passa da 62.307 a 63.577 tesserati. La disciplina più praticata resta il calcio, che arranca a livello professionistico, ma non conosce crisi di iscritti. Seguono tennis e pallavolo. Foligno vanta il miglior centro di formazione d’Italia, capace di piazzare diversi tennisti tra i primi 500 del mondo e di puntare sulle giovani generazioni di atleti grazie ad accordi con i licei. I successi (Coppa e Supercoppa italiana) e gli investimenti hanno richiamato al palazzetto di Perugia gli appassionati di volley: l’appeal della Sir, terza in Europa per monte ingaggi, attrae campioni da tutto il Vecchio Continente. Palestre e piste ternane sono vere e proprie fucine di campioni del mondo. Nella scherma Alessio Foconi è oggi massima espressione di un movimento che dà lustro a una città nota ai più per Quattrocolonne

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i problemi di inquinamento e finanziari, che non per le imprese sportive. Nell’almanacco del motociclismo nazionale restano indelebili le vittorie di Libero Liberati e Paolo Pileri iridati nel 1957 e nel 1975. Vette mai raggiunte da altri motociclisti ternani, figli però di un movimento ricco di grandi professionisti, come Danilo Petrucci, ma incapace di generare indotto per il territorio. Per sua stessa morfologia, l’Umbria meglio si sposa con la fatica dei pedali, con lo spettacolo dei paesaggi e la cultura del lavoro, tipiche del ciclismo. La fine penna di Indro Montanelli e i ricordi appassionati di Francesco Moser sono frammenti di storia del Giro dell’Umbria. Su e giù per i crinali, come i cilindri di legno del tradizionale “ruzzolone”, che – guarda un po’ – hanno fatto carambolare sul tetto d’Italia proprio una squadra umbra. Resta, custodito dalle montagne, il fascino antico di queste discipline popolari come le bocce, che faticano però a trovare un ricambio generazionale. Ed è proprio qui, dove i numeri si restringono, che le discipline di nicchia trovano la loro dimensione di esclusività. Dagli allievi dell’Accademia degli scacchi di Perugia, l’unica in Italia riconosciuta dalla Federazione internazionale, ai trenta giocatori di football americano dei Grifoni. Pochi e indomiti, davanti al futuro che somiglia ad un salto nel vuoto. Ma senza quel paracadute di chi a Terni si getta giù da un aereo per abbracciare lo sport estremo. Q


I “SIRMANIACI” DEL VOLLEY

I successi di Perugia appassionano migliaia di persone Dall’obiettivo scudetto al sogno Champions un traino al movimento, un’occasione per gli sponsor

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on succede, ma se succede...». La scommessa tra Ivan Zaytsev e alcuni tifosi era nata per gioco. Ma in questa stagione è successo già due volte. Perugia ha vinto la Supercoppa italiana a ottobre e la Coppa Italia a gennaio. Sugli spalti del Palaevangelisti si respira da mesi un’aria di festa. È appena finita una partita e Perugia ha portato a casa l’ennesimo successo in campionato. I Sirmaniaci, così si chiamano i tifosi più affezionati della Sir Safety Conad, stanno sistemando tamburi e megafoni. «Ci piace far casino, divertirci – sorride Francesco – ma sempre in modo rispettoso: non ci sono mai offese nei cori. È un ambiente pulito e ne siamo orgogliosi». Anno dopo anno, il pubblico è sempre più

presente e appassionato. I biglietti vanno dai 16 euro in curva ai 35 euro della tribuna. Dalla società fanno sapere che gli abbonati sono oltre 2.200 e gli spettatori non scendono mai sotto i 3.000. Per le partite di cartello, contro le altre big della SuperLega, la Serie A di pallavolo, c’è il tutto esaurito e gli oltre 4.000 posti del palazzetto dello sport a volte non bastano. La curva dei Sirmaniaci è uno spettacolo per occhi e orecchie: sciarpe, coriandoli, bandiere e tanto tanto tifo. «I primi due anni eravamo una sessantina. Poi un centinaio. Ora la curva è sempre piena», racconta Francesco. Segue la pallavolo da tutta la vita, anche prima della fede per la Sir. I tifosi, con tanto di bambini al seguito, vanno anche in trasferta: «Nelle semifinali dell’anno scorso Quattrocolonne

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FRANCESCO BONADUCE

@frabonaduce


Il pubblico del Palaevangelisti durante una partita della Sir Safety Conad

abbiamo organizzato otto pullman. Io vado con mia moglie e i miei due figli». «La cosa bella – spiega – è proprio questa: è un posto che si può vivere con la famiglia. E ci teniamo che rimanga così». Il rapporto dei tifosi con società e giocatori è affiatato, ma non mancano gli sfottò. Quando Zaytsev fa un’eccezione agli ace e spara alto un servizio, dagli spalti parte un coro: «E questa è andata sulla luna». Lo Zar risponde a tono e, mano dietro la schiena, non chiama lo schema ma fa le corna verso la curva. La Sir Perugia contribuisce alle attività della tifoseria, fornendo anche alcuni biglietti: «La società ci dà una grossa mano. Noi ne siamo contenti, anche se le altre tifoserie ci criticano», racconta orgogliosa Angela. Per un maniaco di volley, è impensabile passare una domenica lontano dal Palaevangelisti. Così, insieme ad Avis, i Sirmaniaci hanno organizzato il torneo “Gocce di volley”, per sensibilizzare alla donazione del sangue. Una decina di squadre, sorrisi tra gli spalti e competizione in campo. Quella non manca mai. C’è anche coach Lorenzo Bernardi che capita per un saluto. Emilio, uno dei giocatori del torneo, sembra piuttosto provato dopo la sconfitta nel match di beneficenza: «Quando non faccio il tifo per la Sir o non gioco con gli amici a pallavolo, sono un consulente finanziario». «Almeno il tifo al megafono, però, mi riesce bene...», aggiunge mentre va a farsi una meritata doccia. La passione per il volley non è nata ieri. Tra le varie federazioni sportive è quella di pallavolo, la Fipav, ad avere il più alto numero di donne iscritte. In Umbria il fenomeno è notevole. «Il movimento pallavolistico è una piramide: oggi c’è la Sir che è la punta, ma quest’apice non può reggersi se alla base non c’è un movimento che lo sorregge». Ne è convinto Giuseppe Lomurno, presidente Fipav Umbria. Per lui pallavolo vuol dire casa; sua moglie è una ex-allenatrice e una figlia gioca e si stanca sui campi di volley: «Certo, l’altra mia figlia fa tutt’altro: equitazione, totalQuattrocolonne

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mente distante dall’abitudine di famiglia». Come presidente regionale della federazione gli interessa lo sport a livello giovanile: «Ci tengo che i ragazzi facciano attività, credo nel binomio tra sport e sanità pubblica». La Fipav è entrata nelle scuole con il progetto S-3, supportato dal ministero dell’Istruzione, per avvicinare i giovani alla pallavolo. Alle-

Lomurno, Fipav: «I giovani attratti al Palaevangelisti» natori affiancano «in punta di piedi» i professori di educazione fisica, con un supporto tecnico; mentre la federazione fornisce il materiale: pallone, rete, abbigliamento. Le scuole aderiscono al progetto tramite una specie di concorso: «Vogliamo che il materiale venga effettivamente utilizzato dai ragazzi, non lasciato nei magazzini e usato solo da un insegnante appassionato». Le regole dell’S-3 sono un po’ diverse dalla pallavolo ufficiale: squadre miste da tre giocatori e la rete è un po’ più bassa, così chiunque può schiacciare. «È la parte del gioco che attira di più: la schiacciata è un po’ come fare gol». Non è tutto rose e fiori. Complice la crisi economica, negli ultimi anni molte società si sono fuse tra loro per continuare a giocare nei campionati e condividere le spese. Ad ogni modo, un effetto-Perugia c’è: «Moltissimi – sostiene Lomurno – si avvicinano alla pallavolo quando ci sono performance importanti: è come quando uno va a teatro per vedere il grande attore». E il grande attore, oggi è la Sir Safety Conad. Gli investimenti della società in grandi campioni crescono di anno in anno. Un’analisi della Gazzetta dello Sport del 2017 inseriva Perugia tra le cinque squadre con il monte ingaggi più alto in Europa. Così la squadra del presidente Sirci attira sponsor in maniera sempre crescente. Un tassello dopo l’altro, un grande giocatore all’anno. Da Atanasijevic a Podrascanin, passando per De Cecco, Russel e Zaytsev. E al sesto anno di massima categoria, sono arrivati i primi trionfi. Un processo lungo, in attesa della vittoria più importante. Quella che un’intera città di maniaci di pallavolo attende in fibrillazione: lo scudetto. E poi c’è il sogno Champions. Perché «non succede, ma se succede...». Q


da terni all’europa a colpi di fioretto “Lo sport guida la fuoriuscita dalla crisi”: parla il campione del mondo Alessio Foconi

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anti colpi in punta di fioretto. E poi, un unico lungo affondo verso il giubbetto elettrico dell’avversario. La partita che si sta giocando ormai da tempo è quella della rinascita di una città, Terni. Il suo antagonista: la città stessa, sempre più alle strette tra dissesto finanziario e questioni ambientali. Eppure c’è una via di fuga: ripartire dallo sport. La casa della scherma ternana sta collezionando una serie di vittorie – uno spiraglio di luce che entra in una stanza buia – che stanno facendo conoscere Terni fuori da Terni. In tutta Europa. Se la scherma mondiale porta il segno della città dell’acciaio è merito dei suoi moschettieri, del ventottenne Alessio Foconi e della folignate Elisa Verdaro. Entrambi “nati” nel Circolo di via Mirimao, entrambi tesserati per l’Aeronautica Militare. Parità di genere in pedana, insomma. Lui campione del mondo, pluripremiato e amatissimo dai fan, tanto da aver vinto il titolo di “Campionissimo dell’Umbria” 2017. Lei oro a squadre e argento individuale ai campionati italiani assoluti, argento all’Open di Pesaro e in Coppa del mondo in Messico. Ad essersi allenata a Terni c’è anche Valentina Vezzali, la sei medaglie d’oro considerata da molti la pià grande schermitrice di sempre. Una storia fortunata anche per la presenza di Giulio Tomassini, tra i migliori maestri del mondo: dal 2001 ha fatto nascere generazioni di campioni, facendo della scuola ternana un modello virtuoso, da esportare. Quest’anno la società sportiva del presidente Alessio Tiberi conta più di 300 iscritti tra “topolini” e master; una crescita significativa, considerando che negli anni ‘90 non si raggiungevano nemmeno le 50 persone. E ora, un altro tassello: proprio Terni ospiterà i prossimi campionati europei di scherma paralimpica 2018, in programma dal 17 al 23 settembre.

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Alessio Foconi lo scorso 19 gennaio dopo la vittoria del prestigioso trofeo del Challenge di Parigi di coppa del mondo Si tratta del suo secondo oro individuale in carriera, dopo quello conquistato a Torino

Foto: Federazione Internazionale della Scherma (FIS)

di

CAMILLA ORSINI

@milliba


Foconi insieme al suo allenatore Filippo Romagnoli Foto: Federazione Internazionale della Scherma (FIS)

“Regalerò l’oro olimpico alla mia città”

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ono da sempre un fan di Star Wars, dei duelli con le spade laser, del combattimento». Sorride il campione del mondo Alessio Foconi, mentre spiega perché da più di 20 anni la scherma rimane ancora «il primo grande amore». La sua carriera sportiva è iniziata quando era solo un “topolino”, un bambino di 7 anni che, seguendo il fratello più grande, si affacciò al Circolo della Scherma di Terni. Per vedere come funzionava lo sport, come erano le persone, l’ambiente: «Sono rimasto totalmente affascinato tantoché ora quella scuola è la mia seconda casa». Da quel primo allenamento, Alessio non ha mai cambiato idea: «Caratterialmente sono una persona che punta molto in alto. Ci ho sempre creduto, anche le sconfitte non sono bastate a farmi rinunciare a questo sogno». C’è un lato umano che emerge prepotentemente dietro ad ogni oro, argento o bronzo che sia conquistato faticosamente. E c’è anche un punto di svolta nella storia di ogni grande atleta: «La mia difficoltà più grande è stata trovare un equilibrio mentale. Per raggiungere determinati livelli devi saper gestire la tua mente, superare i tuoi blocchi. Quando salgo sulla pedana c’è un esplodere di emozioni: paura, foga, ansia, aspettativa». Gestire le vittorie è importante tanto quanto gestire le sconfitte: «Non saper affrontare un buon risultato ti porta a deconcentrarti sui prossimi obiettivi, a non avere un percorso lucido. Con le sconfitte invece il rischio è chiudersi in se stessi». Quattrocolonne

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Per questo molti sportivi si affidano a dei “mental coach”, professionisti diversi dagli psicologi, una sorta di “guida spirituale” per gestire i pensieri e incalanare l’energia. Anche Alessio ne ha uno, e non c’è nessuna vergogna nell’ammetterlo. «Mi succedeva di vincere una gara e poi, una volta dentro il letto, di chiedermi come avessi fatto a sconfiggere gli avversari. Se non hai consapevolezza di quello che sei, di quello che fai, non potrai mai essere un campione». Con il tempo, Alessio è riuscito a superare i suoi blocchi. Come? «Analizzando tutto: quello che hai mangiato, i pensieri fatti nelle settimane di allenamento, le mosse dell’avversario, le strategie. Alla fine si diventa anche un po’ maniacali», scherza lui. Vincere è anche una questione di atteggiamento, dentro e fuori dalla palestra. Questo è uno degli insegnamenti del maestro Tomassini, con cui Foconi si è allenato per 13 anni. E anche il suo attuale maestro, Filippo Romagnoli, ha lavorato per alcuni anni a fianco a fianco con Tomassini. Una sorta di passaggio di testimone : «Il rapporto con il proprio allenatore è importantissimo, senza una grande affinità non si può crescere». Per il futuro Alessio non vuole parlare di sogni, ma di obiettivi: «Punto al 2020, alle Olimpiadi, a vincerle». Per la città sarebbe una dimostrazione che ripartire dallo sport è possibile: «Noi campioni ternani ci crediamo, ce la stiamo mettendo tutta». In guardia. Q


La sede del Moto Club “Libero Liberati e Paolo Pileri” di Terni Foto di Andrea Caruso

LA FUCINA DEI CENTAURI

Piloti, manager, tecnici. Terni è un serbatoio di professionisti per il motociclismo. Ma sulla tradizione a due ruote non è mai riuscita a costruire un sistema economico

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una strana storia quella del rapporto tra Terni e il motociclismo. Nonostante nessuna grande casa di auto e moto sia nata e abbia qui la propria sede, la “Conca” è considerata da molti addetti ai lavori un’estensione geografica di quella Motor Valley emiliana da cui escono ad esempio le Ferrari e le Ducati. Senza aver mai avuto un autodromo, ha iscritto ben due cittadini nell’albo d’oro del Motomondiale: Libero Liberati (1957) e Paolo Pileri (1975). Proprio a questi due campioni è intitolato il Moto Club Terni, fondato nel 1925 e che oggi conta circa duecento iscritti. Ha fatto conoscere Terni ai centauri di tutto il mondo grazie alle classiche come la Terni-Passo della Somma, il “Circuito della Ferriera” e il “Circuito dell’Acciaio”; oggi organizza il “Motogiro d’Italia”, rievocazione della più prestigiosa corsa a tappe italiana con 150 partecipanti, di cui due terzi stranieri.

Più che un ufficio, la sede del Moto Club è un museo. Coppe, targhe, foto e cimeli ricordano Liberati e Pileri. In un’altra sala della sede sono conservati i trofei della Targa Florio e della Mille Miglia, due corse automobilistiche. Già perché a Terni, il pioniere dei pionieri nei motori fu Mario Umberto Borzacchini, anche se le ruote, in quel caso, erano quattro. Insomma, la fucina ternana dei piloti non sembra avere origini precise e particolari, ma una serie di campioni partendo da zero hanno generato una grande passione sportiva in città: Mica ci sono solo Liberati e Pileri – puntualizza il presidente del Moto Club, Massimo Mansueti – non dimentichiamo Remo Venturi (spoletino, ma tesserato con il Moto Club Terni), Renzo Rossi, Fosco e Mirko Giansanti, Sergio Pannuzzi, Giorgio Gatti, Giuliano Zera e tanti altri ancora fino a Danilo Petrucci. Quattrocolonne

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ANDREA CARUSO

@Carus89


Mansueti ha in mente l’immagine della gara inaugurale dell’autodromo di Misano Adriatico, nel ‘72: in griglia di partenza c’erano ben otto ternani. E tuttavia è spiazzato dalla domanda: Non saprei dire qual è l’origine di questo movimento, forse perché Terni è una città operaia e le Acciaierie hanno creato una sorta di predisposizione per la meccanica e l’ingegneria. Liberati non ha lasciato in eredità una scuola, ma un messaggio: Con lacrime, sangue, sudore, lavoro e passione, qualche volta riesci a emergere, anche in una realtà piccola come la nostra, sostiene Mansueti. Manrico Liberati racconta che il papà era impiegato presso le Acciaierie come autista dei motocarri. Qualcuno doveva aver notato la disinvoltura con cui dalla zona del-

le cascate delle Marmore tornava giù in città guidando praticamente sdraiato sulla sella: Furono i colleghi e gli operai ad aiutarlo a comprare la prima motocicletta – racconta Manrico – tramite una colletta con quote da 500 lire, più o meno, la paga di una giornata di lavoro, con cui fu acquistata una Guzzi Dondolino. Diceva che la sua moto aveva due selle, perché dietro di lui c’era un’intera città ad aprire il gas e a spingerlo. Il ricordo resta vivo, nonostante siano trascorsi oltre cinquant’anni dal tragico schianto in cui perse la vita. Lo stadio della Ternana è uno dei pochi in Italia a non essere intitolato ad un personaggio del mondo del calcio. E altrettanto indimenticato è Paolo Pileri, campione del mondo nella classe 125 nel 1975 con la Morbidelli.

Petrucci: Ma la città vive le moto come un fastidio

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Danilo Petrucci durante i test ufficiali del MotoGp in Thailandia Foto: Pramac Racing

erni è sei fusi orari più indietro rispetto al Chang International Circuit di Bruriram, in Thailandia, dove è appena terminata la seconda sessione di test ufficiali della MotoGp. Danilo Petrucci ha effettuato 192 giri in sella alla Ducati Desmosedici GP 2018 con cui affronterà il mondiale, prima di rilasciarci questa intervista. L’ex poliziotto ternano – classe ‘90 – è in griglia di partenza per la sua settima stagione in MotoGp, la quarta con la Pramac Racing. “Petrux” è reduce da ben quattro podi nello scorso mondiale tra cui un terzo posto al Mugello e un secondo a Misano. Danilo Petrucci potrebbe essere il terzo ternano a vincere un mondiale? Eh… in teoria i programmi sarebbero proprio questi i programmi e ovviamente mi piacerebbe molto. Quando sei in Moto Gp, sei qui per vincere, ma non credo di potermi giocare il mondiale quest’anno. Non sono molto vecchio ma neanche giovanissimo, ci sono piloti che hanno cinque o sei anni in meno di me. Quattrocolonne

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Qual è il suo rapporto con Terni? Terni è la mia città, lì ci sono la famiglia e la maggior parte dei miei amici. Voglio bene a Terni, ma non ci si può nascondere che sta attraversando un grande momento di crisi. A me piacerebbe fare qualcosa per Terni ma in questo momento ho molto da fare ed è abbastanza dura pensarci. Però per me Terni è casa. Come mai a Terni c’è questa tradizione delle due ruote? Terni è l’unica città ad avere due campioni del mondo di motociclismo. Devo dire però che ad una grande tradizione non si associa sempre una grande passione. I motori sono visti come disturbo, rumore, casino, non so perché. Si guarda un po’ di più alla Ternana, nonostante negli ultimi anni non abbia avuto risultati grandiosi; oppure mi viene in mente che di recente Alessio Foconi ha vinto una gara di coppa del mondo di scherma nel fioretto ma non viene neanche nominato. Credo che il legame col passato sia eccessivo e un errore.


Pileri non si è limitato a rendere orgogliosi i suoi concittadini da pilota. Abbandonata la pista, con il Team Pileri, fondato a metà degli anni Ottanta, ha creato una palestra per tanti umbri, oggi professionisti nel circo delle due ruote. Tra i manager c’era pure un altro ternano, quando nel 1990 la squadra vinse il mondiale 125 con un pilota diciassettenne che si chiamava Loris Capirossi. Giampiero Sacchi affianca i campioni delle due ruote da trent’anni e può dire di averli battezzati praticamente tutti: Capirossi, Max Biaggi, Valentino Rossi, Jorge Lorenzo, e il compianto Marco Simoncelli. Dopo essere stato anche direttore delle attività sportive del Gruppo Piaggio, nel 2010 ha creato la Iodaracing Project. Moto “made in Terni” dal design all’assemblaggio che hanno gareggiato in Moto 2, Moto 3, Moto Gp fino al 2015 e nelle ultime due stagioni in Superbike. Uno sforzo economico enorme se non ti chiami Honda, Yamaha o Kawasaki e una complessità organizzativa che Sacchi con fatica fa comprendere a sponsor e investitori: Una squadra motociclistica è un catering itinerante, un’agenzia di viaggio, una società di logistica – spiega – nel 2013 abbiamo fatturato circa nove milioni di euro ma in questo mondo c’è grande disparità tra ricchi e poveri, tra case ufficiali e privati, tra chi corre per vincere e chi per partecipare. Anche gli uffici della Iodaracing potrebbero essere facilmente spacciati per un museo del motociclismo

tra modellini e modelli a grandezza naturale, caschi autografati, tute da gara, trofei. Quando si parla di Terni, Sacchi spesso volge in silenzio lo sguardo alla finestra per qualche secondo, come se dovesse far fluire l’amarezza verso la periferia della città prima di parlare: L’amore è assoluto, tutte le nostre moto si chiamano “TR”, ma va accompagnato a dovute considerazioni – spiega il manager – perché da vent’anni manca qualsiasi visione strategica sul futuro di questa città. Quello di Sacchi è un punto di vista privilegiato sul mondo, dato che per trent’anni ha osservato da un lato l’evoluzione delle città che ospitano le gare del motomondiale e dall’altro l’immobilismo di una realtà che sembra non poter andare oltre l’acciaio: Andarsene? Macché! Io a Terni ci sono nato, ho iniziato alle Acciaierie quando mio padre mi cedette il suo posto dopo essermi diplomato. Però è molto triste vedere quante opportunità siano sprecate, nonostante Terni sia piena di cuore. Il paradosso è tutto qui: la città sforna piloti e addetti ai lavori senza essere mai riuscita a creare un un sistema per lo sviluppo organico del motociclismo. Successi e vittorie arrivano dal sacrificio e dalla forza di volontà dei singoli, fatto salvo il gran cuore dei ternani. Secondo Massimo Mansueti c’è stata anche una certa miopia da parte della classe dirigente: Non si sono mai comprese le potenziali ricadute economiche e commerciali derivanti dalla presenza di un autodromo – spiega il presidente del Moto Club – si potrebbero creare un indotto e una vera scuola ternana. Giampiero Sacchi non si lascia sfuggire niente, ma la “pausa di riflessione” che si è preso dal mondo delle corse, dopo le difficoltà incontrate nell’ultima stagione, potrebbe non durare molto. Aspetta solo l’occasione giusta: Spesso vengo rimproverato di essere un sognatore, come se invece fossimo nati per soffrire. Ecco, a Terni basterebbe mettere a sistema sogni e passioni che sfrecciano su una motocicletta. Q Quattrocolonne

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Giampiero Sacchi negli uffici della Iodaracing Project Foto di Andrea Caruso


Una fase dell’allenamento dei Grifoni Perugia al campo sportivo di San Marco

I TITANI DELLO SPORT Colpi duri, spettacolo e spirito di squadra Il football americano si gioca anche a Perugia

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di

NicolÒ CaNONICO

@nikcanonico

egli Stati Uniti è la celebrazione di un rito, una “fede” che coinvolge milioni di persone: il football americano riempe gli stadi, fa ricchi i suoi interpreti migliori, rappresenta l’epica di un Paese. Tutto questo, per ovvie ragioni, non è stato possibile trasferirlo in Italia. A Perugia la palla ovale con le cuciture ben in evidenza è passione per veri intenditori. I Grifoni, il team che milita nella Terza divisione del campionato organizzato dalla Fidaf (Federazione Italiana di American Football), si allenano a San Marco, sui campi da gioco della squadra di calcio locale. Alla guida di questi trenta ragazzi, età che varia dai 16 ai 45 anni, c’è coach Stefano Caligiana: «Qui ci si diverte, si fatica e si cerca di migliorare giorno per giorno. Prima di vincere le partite mi interessa formare degli uomini di sport». Per la stagione 2018 i Grifoni Quattrocolonne

Perugia sono stati inseriti nel girone D insieme a Grosseto, Cecina e agli amici-nemici di Terni: «Puntiamo ai playoff – afferma sicuro Stefano – vogliamo rifarci dopo un 2017 poco soddisfacente». Il football americano ha avuto il suo picco di popolarità in Italia negli anni ‘80: «La tv e il passaparola sono stati fondamentali. Ora in più c’è internet. Tutto questo crea però delle aspettative troppo grandi nei giovani: in America essere un giocatore della Nfl (la lega professionistica) equivale a essere un dio. Qui non c’è lo stesso seguito e le botte fanno male». Non a caso una delle componenti decisive di questo sport è la paura: «È un sentimento fondamentale, sai che se sbagli ti fai male, se sei scorretto la paghi». E che i colpi ricevuti possano costare caro lo sperimentano tutti. Pascal Bukasa, uno dei ricevitori, si è infortunato a una mano ed è stato fermo un mese.

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È nato nella Repubblica democratica del Congo ed è arrivato in Italia nel 2011: «Sono venuto a Perugia per studiare e qui ho conosciuto un ragazzo che gioca con i Grifoni. Mi ha chiesto di andare ad allenarmi con lui e mi sono innamorato del football». A sostenere i compagni in campo c’è Francesco Freddini, il quarterback, ossia la mente e il braccio dello schieramento offensivo. Gioca a football dal 1989 e ha girato mezza Italia, oltre ad aver fatto dei periodi di formazione in Canada e a Los Angeles: «Cerco di essere un esempio per i giovani in uno sport in cui tutti condividono gli stessi dolori e le stesse gioie. Siamo un po’ masochisti, ma gli acciacchi a fine partita sanno di vita vissuta». Nel football, però, non esistono solo gli scontri fisici. La tattica è fondamentale per qualsiasi squadra e c’è da studiare tanto per imparare a memoria le decine di schemi preparati a tavolino: «Sembra strano – dice divertito Stefano Caligiana – ma questo è lo sport che si avvicina di più agli scacchi». Q


La villa settecentesca, vicina al centro della città, in cui ha sede la Tennis Training School Secondo alcuni resoconti storici la scalinata sarebbe stata realizzata da Giuseppe Piermarini, celebre architetto folignate Foto dell’autore

IL “CENTRO DEL MONDO” DELLA RACCHETTA La Tennis Training School Villa Candida a Foligno è una realtà capace di attrarre talenti da tutta Italia

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a città di Foligno è teatro da undici anni di una bella storia di sport, grazie alla Tennis Training School Villa Candida. Tutto è cominciato il 17 luglio 2007, quando Fabrizio Alessi (attuale direttore della Training School) rilevò la gestione di un circolo storico, fondato nel 1978 attorno all’omonima villa settecentesca, allora abbandonata. Era anche una storia di famiglia: il padre di Fabrizio, infatti, fu tra i ventidue soci fondatori. «Qui dentro siamo tutti appassionati e innamorati di questo sport» commenta Alessi sorridendo. Insieme a lui, quell’estate di undici anni fa, c’erano Fabio Gorietti e Alessio Torresi. La situazione era quella che era: «Siamo partiti da quattro campi e otto bambini iscritti». I tre, però, avevano un sogno, quello di «far diventare la struttura un punto di riferimento per chi voleva fare del tennis una professione». E così, grazie a un duro lavoro e a una seria attività di programmazione, oggi Villa Candida

si è conquistata una posizione di eccellenza in Umbria e in Italia. E la Training School è arrivata a vincere per il secondo anno di fila il Grand Prix della Fit (Federazione Italiana Tennis), la classifica delle migliori scuole tennis che viene stilata prendendo in considerazione diversi parametri. Oggi a Foligno c’è un’organizzazione efficientissima, che comprende uno staff tecnico di 18 persone, e che è riuscita ad esempio: a dotarsi di una struttura medica apposita (il Training Lab, che segue lo sviluppo degli atleti); ad avviare la costruzione di cinque nuovi campi da tennis, oltre ai sette già esistenti; a stringere una collaborazione con il Liceo Scientifico “Guglielmo Marconi” di Foligno. L’istituto, tramite i corsi dell’indirizzo sportivo, attira promesse da tutto il Paese. Ragazze come Emma Valletta: ravennate, classe 2004, gira già il mondo con le nazionali giovanili e si ispira a Garbiñe Muguruza, trionfatrice allo scorso Wimbledon. Quattrocolonne

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ALESSANDRO CATANZARO @alekata91


Villa Candida è stata anche scelta dalla Fit come sede di uno dei quattro Centri Federali Permanenti, che accolgono gli under 17 più promettenti d’Italia. Attualmente a Foligno si allenano sei ragazze nate tra il 2002 e il 2003, seguite da due tecnici federali. E poi ci sono quelli che ce l’hanno fatta, i giocatori affermati. Tra questi, Thomas Fabbiano, attuale numero 81 del ranking Atp e numero 4 d’Italia. Thomas, come sei arrivato a Foligno? «Mi allenavo a Roma, al Parioli. A un certo punto pensai che il mio gioco avesse bisogno di nuovi stimoli: ho visto che a Foligno c’era un circolo di qualità, di élite. Dalla fine del 2012 mi alleno qui». Come si è evoluta la tua carriera? «Ora sto giocando abbastanza bene, e punto a confermarmi. Ma sono salito lentamente, un tassello alla volta. Ho vissuto momenti difficili, tante sconfitte, che comunque alla fine mi hanno rafforzato. Poi, a un certo punto, c’è stata una svolta».

In alto: Fabrizio Alessi (a sinistra) e Fabio Gorietti a destra), rispettivamente direttore amministrativo e direttore tecnico della Tennis Training School Foto concessa da Tts Villa Candida

In basso: Thomas Fabbiano Classe 1989, pugliese, è il tennista con il ranking più alto (n. 81 Atp) tra quelli che hanno scelto di allenarsi a Foligno Foto concessa da Tts Villa Candida

A partire dal 2016, sono arrivati infatti l’ingresso nella top 100 mondiale, la possibilità di disputare le Olimpiadi a Rio; e ancora, il terzo turno a un torneo dello Slam (gli US Open 2017) e, da ultimo, la convocazione in Coppa Davis con l’Italia, pur senza scendere in campo. Lo scorso dicembre si presenta poi un’occasione particolare: Ivan Ljubičić, l’allenatore di Federer, contatta Thomas chiedendogli se gli va di allenarsi per alcuni giorni con il campione svizzero a Dubai. Fabbiano coglie al volo l’opportunità, da lui descritta come molto emozionante: «Da uno come Roger c’è sempre da imparare». Qualcosa di simile capita ai giovani che tutti i giorni frequentano Villa Candida. Sono tanti gli stimoli che derivano loro dall’allenarsi e confrontarsi con professionisti come Fabbiano, ma anche come Stefano Travaglia, Gianluigi Quinzi, Luca Vanni o il lituano Laurynas Grigelis. Tutti giocatori nella top 300 mondiale e tutti allenati da Fabio Gorietti, coadiuvato da Federico Torresi. Gorietti, premiato come miglior allenatore italiano nel 2015, coach internazionale Atp (Association of Tennis Professionals) dal 2016, è il direttore tecnico della Training School. Ha la fama di essere uno che migliora enormemente i giocatori, e anche quella di essere una specie di psicologo. Quattrocolonne

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Fabio, in cosa consiste il lavoro del coach? «È un mestiere impegnativo. Il nostro compito è quello di individuare il talento e sostenere la motivazione, tenendo conto della personalità dell’individuo. Il coach è come una carrozza, è quella l’etimologia, no? È uno che guida, che porta una persona da un punto ad un altro, che contribuisce ad alzare l’asticella finché si può». Quali sono i tuoi metodi di allenamento? «Io lavoro molto sulla percezione sensoriale: attraverso il sentire il proprio corpo cerco di dare una consapevolezza all’atleta. Parte tutto dal corpo, è su quello che dobbiamo lavorare; poi arriva la mente, che serve a programmare ad esempio la strategia e la tattica, ad elaborare dei progetti finalizzati alla vittoria». Q


TERRA DI TRIONFI per i grandi Da Coppi a Bartali, da Cipollini a Dumoulin I ciclisti e la storia del Giro d’Italia in Umbria Moser: «Che emozione l’arrivo a Perugia»

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on il ciclismo è sempre domenica. è l’unico sport che non richiede un biglietto per poterlo guardare dal vivo, anche perché passa sotto il balcone di casa, battezza piazze e vicoli di paesi e borghi che si vestono a festa. Perché il ciclismo è fatica, umanità. Così il lungo serpentone, che schizza via velocissimo, racconta storie di sport e di vita quotidiana altrimenti sconosciute. Anche l’Umbria ha dato molto alle due ruote, non tanto in termini di ciclisti ma di luoghi attraversati, paesaggi e campanili. Quell’Umbria campagnola e spesso dimenticata, contadina e operaia, potremmo definirla gregaria nel gergo ciclistico e nobilitata dal passaggio dei campioni. «L’Umbria ha capito le potenzialità del ciclismo – racconta Daniela Isetti, commissario del comitato regionale umbro della Federazione ciclistica – Un lavoro di squadra svolto molto bene dagli enti locali che intendono valorizzare il patrimonio locale, i suoi paesaggi, le strade e i borghi. Senza dimenticare l’impatto culturale generato dal ciclismo: non è soltanto uno sport ma anche un’occasione per organizzare momenti di incontro». L’Umbria è stata sede di partenza e arrivo di tappa al Giro d’Italia quasi 90 volte, replicherà anche quest’anno per l’edizione

numero 101 della corsa rosa. Il prossimo 15 maggio Gualdo Tadino sarà il traguardo della decima frazione, con partenza da Penne, in Abruzzo. Il giorno successivo ritrovo ad Assisi per il via alla tappa che si concluderà a Osimo, nelle Marche.

zone “Il bandito e il campione”. La prima volta di Terni come sede d’arrivo è nel 1926, vittoria di Brunero. Il giorno dopo partenza con direzione Bologna e trionfo di Alfredo Binda. Già, il “Signore delle montagne” che in quegli anni vinceva tutto: cin-

La corsa rosa ha valorizzato borghi e paesaggi locali dando una spinta al turismo Riavvolgendo il nastro della storia la prima volta risale al 29 maggio 1921. Bologna-Perugia, 321 km al termine dei quali vince Costante Girardengo, il grande corridore decantato anche da Francesco De Gregori nella can-

que Giri, tre mondiali, quattro Lombardia e due Sanremo. Il 3 giugno 1929 di rosa vestito vince la Roma-Orvieto. Arriviamo al dopoguerra, è ancora tempo della sfida leggendaria tra Fausto Coppi e Gino Bartali. Tom Dumoulin tra i vitigni del Sagrantino durante la cronometro Foligno-Montefalco, lo scorso 16 maggio. Vittoria di tappa e maglia rosa per l’olandese

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davide Serusi

@davideserusi

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Senza dubbio la rivalità più bella dello sport italiano. Anche l’Umbria diventa teatro del duello tra i due corridori che lasciano con il fiato sospeso milioni di italiani incollati alla radio. Il 30 maggio 1947 Bartali è maglia rosa dopo la Firenze-Perugia, mentre il 25 maggio 1951 Fausto Coppi vince la cronometro di 81 km Perugia-Terni. Il 7 giugno 1968 Foligno ospita la frazione partita da San Marino: trionfo di Bitossi ma soprattutto Eddy Merckx in maglia rosa, il “cannibale” non poteva che lasciare il segno anche in Umbria, mentre il 30 maggio 1976 è Felice Gimondi a indossare la maglia del primato a Terni. Ma il ciclista che più di tutti ha alzato le braccia al cielo in questa regione è Francesco Moser, vincitore di un Giro d’Italia,

un mondiale, tre Roubaix, due Lombardia e una Sanremo. Nel 1977, a Monteluco di Spoleto, il corridore trentino veste la maglia rosa, stessa immagine due anni dopo sullo sfondo di Perugia e nel 1984 a Città di Castello. Memorabile la sua rivalità con Saronni (in rosa a Cascia nell’81, a Castiglion del Lago nell’86, e vincitore di tappa a Todi nell’83), Moser lega il suo nome a quello della nostra regione soprattutto per il Giro dell’Umbria, di cui detiene il record di vittorie (5) conquistate nel ‘74, ‘75, ‘77, ‘81 e ‘83. «Lo ricordo con molto piacere – racconta Moser – si svolgeva tra agosto e settembre. L’Umbria è una regione con continui saliscendi, i percorsi erano sempre i soliti quattro o cinque, ma duri e ben calcolati». Impossibile dimenticare l’af-

fetto degli umbri: «Ricordo con emozione l’arrivo a Perugia, in Corso Vannucci, oppure una volta a Umbertide. Da parte dei tifosi c’era sempre grande entusiasmo nei nostri confronti». Negli anni ‘90 a sfrecciare nelle volate è Mario Cipollini. “Re Leone” alza le braccia sotto il traguardo di Città di Castello nel ‘91 e a Terni, il 13 maggio 1995, al termine delle prima tappa del Giro partito da Perugia. Ultimamente l’Umbria porta fortuna a Tom Dumoulin, la “Farfalla di Maastricht”, in rosa a Foligno nel 2016 ma soprattutto vincitore di tappa e maglia da leader nella cronometro Foligno-Montefalco, disputata la scorso 16 maggio. Un successo contro il tempo che l’ha lanciato verso la vittoria finale al Giro del centenario. Quest’anno sarà bis? Q

San Francesco ama i gregari Per il Corriere della Sera Indro Montanelli ha seguito il Giro d’Italia 1947. Ecco uno stralcio dell’articolo che racconta la settima tappa, Firenze-Perugia, vinta da Cottur con Gino Bartali in maglia rosa.

Francesco Moser con la maglia rosa. Il trentino ha vinto cinque Giri dell’Umbria

La tappa di oggi è cominciata alle ore 12,10, ed è durata circa cinque ore. Faceva caldo, sebbene un venticello a folate e qualche nuvola pietosa creassero momentanei refrigeri; e la strada era bella, specie nel paragone con quelle di ieri. La piantonavano ville merlate condotte in processione da cortei di cipressi in mezzo a un mare grigiazzurro di olivi. I competenti dicono che mai su questo percorso vi sono state battaglie grosse o lotte furibonde. Il paesaggio umbro non si presta a contese accanite, il pubblico vi è più rado e meno rumoroso, e San Francesco non ama i vincitori. Una tappa tranquilla. Una tappa umbra. Perugia, 30 maggio, notte Indro Montanelli

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GLI ULTIMI SARANNO I PRIMI

La squadra di richiedenti asilo che ha vinto lo scorso campionato: «Sul campo abbiamo trovato una famiglia»

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’è un Olimpo a parte per quei grandi del calcio che hanno sfidato se stessi, la natura e gli altri vincendo su tutta la linea. Prendete Garrincha, il fenomeno del dribbling: nessuno avrebbe mai scommesso su quelle gambe storte che sembravano fatte per non giocare a pallone. O Lionel Messi, “la pulce” argentina che non cresceva: un metro e sessantanove d’altezza raggiunto a forza di ormoni. Dalla periferia al tetto del mondo: il talento sa aggirare gli ostacoli quando incontra l’occasione. Ai ragazzi dell’Afrotiberina, tutti africani tra richiedenti asilo e rifugiati del programma Arci solidarietà, solo questo mancherebbe per spiccare il volo: l’occasione di un provino importante. Qualcuno che si innamori del loro gioco fantasioso e incalzante. Mister Giacomo Barni, 36 anni, di San Giustino, li allena tre volte a settimana. Divide le sue giornate tra la scuola di Arezzo dove insegna geografia e il manto verde del “Bernicchi” di Città di Castello. È stato lui a creare la squadra dal nul-

la, il 26 ottobre 2014, e a portarla alla vittoria del campionato amatoriale Uisp due primavere fa. Una lega inferiore, certo. Niente a che vedere col grande calcio patinato che muove immensi capitali ma, lontana dalle luci della ribalta, l’Afrotiberina ha fatto il miracolo: «Ci siamo presi il nostro primo campionato portando avanti un’intera stagione a budget zero. Avevamo solo una passione in comune e la voglia di sentirci squadra», spiega mister Barni. Per il resto mancava tutto, perfino i palloni. «Le prime scarpe e divise le abbiamo prese in prestito da giocatori che non le usavano più». Nessuna fiducia, all’inizio, in quella squadretta neonata e senza mezzi, a parte la tenacia (del mister) e la bravura (dei giocatori). I “black scorpions” – anche così si fanno chiamare – si sono scontrati con l’orgoglio di chi si credeva migliore e con una valanga di pregiudizi. «È capitato di arrivare agli allenamenti e trovare il campo imbrattato di insulti razzisti. Lo avevamo messo in conto, anche se, ogni volta, fa male». Qualche bulletto rideva di quei calciatori equipaggiati un Quattrocolonne

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I ragazzi dell’Afrotiberina in allenamento; uno scambio tra Adewale e Ansou

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STEFANIA MORETTI

@Stefanietty


Da sopra: i ragazzi dell’Afrotiberina con mister Giacomo Barni, i calci di rigore, Sara e Saikou e un momento dell’allenamento

po’ alla buona, coi calzini ognuno di un colore diverso, comprati finalmente tutti uguali dopo aver vinto 45 euro scommettendo la vittoria della Costa d’Avorio sull’Algeria in Coppa d’Africa. Mister Barni non si è mai scoraggiato: ha seguito i ragazzi a ogni trasferta, li ha accompagnati in macchina, ha pagato i biglietti del treno, insegnato loro la puntualità (questa sconosciuta, prima che allenamenti e partite diventassero un rituale). Alla fine anche i detrattori più ostinati si sono dovuti ricredere. «I nostri hanno un dinamismo superiore, mica come qualche gradasso scarso che si vantava di aver giocato in categorie superiori del campionato Figc: è sul campo che dimostri chi sei ed è per questo che il calcio ci piace». Vengono da Gambia, Senegal, Guinea, Nigeria, Camerun e Costa d’Avorio. Ragazzi di vent’anni con alle spalle storie dolorose e lunghi viaggi. Come Ansou, il capitano, che si copre il viso con le mani quando ricorda le sue otto ore dalla Libia all’Italia su un barcone che poteva portare 50 persone ma ne caricò 200. Aveva paura di guardare in faccia il mare: «Sono stato sempre con gli occhi chiusi: non so nuotare». Parla un italiano limpido, conosce a memoria l’inno di Mameli e palleggia da fenomeno. Il suo mito è Zinedine Zidane ma Ansou non è il solo a puntare in alto: mentre studiano l’italiano e frequentano corsi da cuoco e meccanico, all’Afrotiberina sognano tutti la Juventus. O comunque il professionismo. «L’obiettivo – continua il mister – sarebbe fare di questa passione per il calcio un lavoro, ma non è facile. Servirebbero i contatti giusti». Di traguardi, comunque, la squadra ne ha tagliati parecchi in quattro anni e i più importanti hanno poco a che vedere con la tecnica calcistica. «Questo sport ha dato loro un’identità. Sentirsi calciatori significa scrollarsi di dosso l’etichetta di ultimi arrivati o, peggio ancora, di nullafacenti». Su quel campo dove si parla uno strano esperanto di italiano, francese, inglese e mandinka, tra i gol e le acrobazie di Adewale, sono nate amicizie profonde e amori rivoluzionari. Sara e Saikou stanno insieme da un anno e mezzo: lei cameriera, lui lavora il tabacco da quando ha ottenuto il permesso di soggiorno. Per lui ha affrontato la famiglia, cambiato vita, città e lavoro. «Si può vivere davvero con poco, se quel poco che hai è tantissimo», dice sulla panchina del Bernicchi, mentre guarda Saikou giocare. Ogni tanto gli sorride, si alza e gli riporta il pallone. Quattrocolonne

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Se c’è qualcosa che non ha funzionato fino in fondo, per Giacomo, è l’integrazione. «È un percorso lungo, fatto di comprensione e pazienza e non dipende solo da noi. Se penso ad altre esperienze come l’Afro-Napoli United, lì si è riusciti a costruire una squadra mista italiani-africani che è diventata simbolo di lotta al razzismo. Noi, purtroppo, non ce l’abbiamo fatta». L’Afrotiberina resta comunque un esempio positivo. «Abbiamo trovato un modo per far sentire questi ragazzi meno soli e più motivati. Vogliono esprimersi. Dimostrare che valgono. Il calcio, per loro, è molto più che il sogno di un lavoro: è una famiglia». Q


CHI RUZZOLA E CHI SBOCCIA Ruzzolone e bocce, gli sport antichi che resistono

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bastato lanciarlo: ha cominciato a rotolare e da quel momento non si è più fermato. Più antico della ruota – perché si sa che gli strumenti più importanti nascono dai giochi – non si è arrestato neppure quando si è ritrovato in una catacomba: quella dell’Olimpiade, nella Necropoli dei Monterozzi a Tarquinia, dove è raffigurato un discobolo che, dalla particolare posizione assunta, sembra proprio stia lanciando un ruzzolone. Una commedia di Plauto, la Persa, parrebbe contenere un riferimento proprio a questo gioco, che in tal caso guadagnerebbe un altro attestato di presenza tre secoli prima di Cristo. Da lì in poi la sua corsa è continuata sfrenata fino al Medioevo, quando giocare “ad ruellas” era pratica ormai diffusa. Qualcuno ci scommette sopra e allora viene bandito come gioco d’azzardo insieme ai rotolanti dadi: «omnes ludos taxillorum (i dadi) vel ludum ruelle (il ruzzolone)», dicono gli statuti comunali di Alessandria nel 1277. Un divieto che non basta ad arginare il ruzzolare della storia, perché nel 1761 ne deve intervenire un altro, con deroghe soltanto nel periodo di Carnevale. Come avrebbe potuto, un così fulgido esem-

pio di resilienza, non arrivare fino a noi? Il ruzzolone (come i suoi parenti “ruzzola” e “ruzzica”) è oggi un cilindro di legno simile a una forma di pecorino. Perché un tempo è con questo formaggio che si gareggiava: i ricchi lo lasciavano a chi volesse raccoglierlo nel caso si rompesse, mentre i poveri lo tenevano come posta della vittoria. Legno o formaggio che sia, il gioco consiste nel lanciarlo con l’aiuto di una cinghia e riuscire a completare un percorso stabilito nel minor numero di colpi possibile. «Solo nella provincia di Terni ci sono 7 impianti, 14 società sportive e oltre 260 tesserati», spiega il presidente provinciale Massimiliano Capponi, classe 1971 e ingegnere plurilaureato. Parla dallo spettacolare impianto La Selva, quattro lunghe e curatissime piste in mezzo alla pianura tra Terni e Narni: «Qui tutto è basato sull’associazionismo e sul volontariato». In Italia sono tremila i tesserati di questo sport riconosciuto dalla FIGEST (Federazione Italiana Sport e Giochi Tradizionali) e inserito dall’UNESCO nella lista dei patrimoni orali e immateriali dell’umanità. Uno sport con veri e propri campionati nazionali che ogni anno decretano diversi vincitori. E gli umbri non se la cavano affatto Quattrocolonne

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NICOLA CAMPAGNANI

N_Campagnani


male. Gli ultimi campionati a squadre sono stati vinti da San Gemini per la serie A e da Todi per la serie B. Mentre nei campionati assoluti c’è di nuovo Todi per la serie A a coppie e un primo posto anche per l’impianto La Selva nella sezione Juniores. «Non possiamo nascondere che esiste un problema di ricambio generazionale – Capponi ricorda ancora commosso quando nel 1993 ottenne il terzo posto assieme a suo padre – eppure, tornare a giocare con un semplice pezzo di legno, sarebbe il simbolo di un ritorno all’essenzialità di cui oggi avrebbero bisogno soprattutto i più giovani». Ecco qualcosa, oltre allo stesso rotolare, che accomuna il ruzzolone a un suo lontano parente, le bocce. Altra disciplina antichissima: c’è chi la fa risalire a quasi 10mila anni fa. Quel che è certo è che è praticata tutt’oggi, in ciascuno dei 5 continenti, per un totale di 110 nazioni. La provincia di Perugia conta 34 società. Una di queste è quella di S.Erminio, fondata nella zona che porta lo stesso nome, nel 1976. Qui, una settantina di tesserati e qualche occasionale, si riuniscono tutti i giorni per giocare con le sfere più famose al mondo. Anche in questo caso sono per lo più anziani. «Mi sembra che adesso i giovani si avvicinino poco agli sport in generale», dice Giorgio Lollini,

Un giocatore nella bocciofia di S.Erminio a Perugia

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a 82 anni presidente della società di S.Erminio. Ma qualche nuova leva c’è: ai corsi della bocciofila sono iscritti una decina di ragazzi tra i 6 e i 14 anni, che imparano uno sport apparentemente semplice – invero molto complesso – nella stessa struttura che espone sulle sue bacheche anche diversi titoli nazionali giovanili. Le coppe in effetti sono molte e pare che anche qui gli umbri siano bravi. Tra i rivali più difficili: i marchigiani. «Adesso le gare ufficiali si disputano il sabato pomeriggio, perché – aggiunge scherzando Lollini – le mogli si lamentavano delle partite alla domenica mattina». Chissà perché certi sport finiscono per sembrare più bizzarri di altri, chissà se meritano davvero questa sorte. Eppure, nonostante tutto, resta difficile scommettere sulla loro estinzione. Si direbbe che quando qualcosa del genere comincia a rotolare, niente possa più arrestarlo. Intanto la FIR (Federazione Italiana Ruzzolone) ha già fatto richiesta per far entrare la disciplina che rappresenta tra gli sport da inserire alle prossime olimpiadi di Tokyo 2020. Mentre la CMSB (Confederazione Mondiale dello Sport delle Bocce) ha proposto la raffa, il volo e la pétanque (tre delle principali specialità delle bocce) per Parigi 2024. Occhio al passato, potreste rincontrarlo, nel futuro. Q


PROFESSIONE ADRENALINA Arrampicata, paracadutismo, parkour Cresce in Umbria la passione per il brivido Ma non chiamateli ‘sport estremi’ In volo – Andrea Proietti ripiega con cura il paracadute dopo l’ennesimo atterraggio. Si dirige verso l’hangar, si sfila l’imbracatura e apre leggermente la zip della tuta. L’istruttore della scuola di paracadutismo The Zoo di Terni si è appena buttato da un aereo in volo a 4mila metri da terra, ma quando gli si chiede se il suo sia o meno uno sport estremo scuote la testa: «Lo consideriamo estremo solo perché non siamo stati addestrati culturalmente a farlo. Ma è una forma mentis tutta italiana, creata dai media, che parlano di paracadutismo solo quando c’è un incidente». Gli incidenti però, riguardano soprattutto il base jumping, dove i lanci si effettuano da quote molto più basse, spesso con un solo paracadute: «Io li definisco scritti a matita – confessa Proietti – per loro ogni volo è una roulette russa. Lì hai una sola possibilità, noi ne abbiamo due». Nel paracadutismo sportivo infatti, ci si lancia sempre con due paracadute, uno principale e uno di emergenza. Un altimetro acustico e uno legato al polso segnalano quando aprire la ‘vela’; e anche in caso di malore o di svenimento, una speciale capsula fa sì che il paracadute si apra automaticamente ad una certa quota: «Con le attrezzature odierne abbiamo raggiunto un livello di sicurezza pari al 100%», sostiene ancora l’ex pilota di moto. Prima di prendere il volo infatti, Andrea correva e faceva gare motociclistiche. Poi, vent’anni fa, il grande salto: «Un amico mi chiese di fare un corso di paracadutismo. Accettai, e adesso eccomi qua». La scuola di paracadutismo di Terni è una delle principali in Italia. Con circa 20mila lanci e 200 associati all’anno è seconda solo a quelle di Reggio Emilia e di Fano. Per fare il ‘battesimo dell’aria’ basta associarsi e recarsi all’aviosuperficie civile

Leonardi: 15 minuti di preparazione con l’istruttore e si è subito pronti a salire in cielo. Quando la pista è ormai diventata una piccola striscia grigia, arriva il momento del lancio: «è un atto contro natura, devi lottare contro il tuo istinto – sostiene Marco D’Urbano, altro membro del team di The Zoo – ti chiedi: perché devo abbandonare l’aereo? La risposta arriva appena trovi il coraggio di buttarti». Nei 50 secondi di caduta libera si raggiungono come minimo i 200 km all’ora. Poi, c’è la seconda parte del lancio, quella ‘a vela aperta’. Tre minuti circondati solo dal cielo, nel silenzio più totale. A un certo punto l’istruttore ti dà i comandi in mano: «Adesso guida tu!» Per guidare bastano due maniglie: se tiri quella di destra vai a destra, se tiri la sinistra vai a sinistra. Se vuoi fermarti invece, basta tirare entrambe le maniglie. A non fermarsi, invece, è l’ascesa del paracadutismo sportivo in Umbria: «Negli ultimi anni sono sempre di più a voler provare – racconta Proietti – la coppia che salta insieme a San Valentino, l’addio al celibato, qualcuno ha pure chiesto alla ragazza di sposarsi dopo l’atterraggio». Altra cosa, ovviamente, sono i voli con la tuta alare. La quota e le dinamiche sono le stesse, ma per poter saltare nel vuoto bisogna avere almeno 200 lanci col paracadute alle spalle. Per D’Urbano il ricordo più bello è proprio «il primo lancio in tuta alare, quando sono passato attraverso una nuvola: è stato qualcosa di incredibile».

Terni, uno dei numerosi lanci ‘in tandem’ effettuati all’aviosuperficie Leonardi

«al primo lancio sono passato in mezzo a una nuvola è stato incredibile»

Oltre la montagna – Il minuscolo borgo di Ferentillo è circondato da un panorama mozzafiato. Lo preannuncia la strada per raggiungerlo, che da Spoleto si dipana nel cuore della Valnerina. Eleganti pareti di roccia nascondono la vista Quattrocolonne

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pietro adami

@pietroadami1

Gabriele D’Angelo

@gabriengelo


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a porzioni di cielo e accendono l’appetito degli arrampicatori. è qui che ogni fine settimana 200 appassionati si ritrovano per scalare l’imponente falesia a pochi passi dal centro cittadino. «Nel 1988 è stata la prima parete a livello europeo ad essere finanziata da un Comune», racconta Alvise Mario, professione guida alpina. L’arrampicata ce l’ha nel dna: suo padre Luigi, 80 anni, è uno dei più grandi scalatori italiani. E pure la madre, giapponese, è scalatrice. Di lei Alvise ha preso gli occhi a mandorla. Dal padre invece, buddista praticante, ha ereditato la capacità di meditare e controllare il respiro: «Andiamo ancora a scalare assieme. La prima via l’ho fatta con lui a 8 anni sul Gran Sasso». Ferentillo è la palestra perfetta dove prepararsi alle impervie sfide delle Alpi. «Abbiamo scalate adatte a tutti i livelli, anche per i principianti». Pure Alvise, come il paracadutista Andrea Proietti, è allergico alla definizione di sport estremo: «Se si mantiene la giusta concentrazione l’arrampicata è sicura: basta sempre ricordarsi che si è a 30 metri di altezza». A 30 anni dall’apertura della prima via a Ferentillo e con migliaia di scalate alle spalle, non è ancora stanco: «Sono come un pianista che esegue sempre lo stesso brano, provo sempre un nuovo piacere». L’arte di spostarsi – Non sembra stancarsi neanche Simone Bicorgna, mentre si allena in una palestra perugina. Lui non scala le montagne, ma

evita ostacoli metropolitani con salti e acrobazie. Simone è istruttore di parkour, o meglio art du deplacement (arte dello spostamento), come preferisce definirla: «Negli ultimi anni il parkour ha cambiato spirito, ha introdotto la competizione perdendo di vista i suoi valori originali. Noi cerchiamo di rispettarli ancora». L’arte dello spostarsi nasce negli anni ‘80 ad Evry, sobborgo di Parigi. Un gruppo di ragazzi, sotto il nome Yamakasi (spirito forte), inizia a trasformare la banlieue in un grande parco giochi: saltano per la città, adattano i propri corpi all’ambiente. Vengono notati e, anche grazie a internet, diventano famosi. Simone nel 2008 è uno dei tanti ragazzi italiani rapiti dai video su Youtube di questi saltimbanchi urbani. Attraverso i forum trova altri appassionati e crea a Terni la prima associazione umbra. Oggi la Add Academy è una delle tre accademie italiane a essere riconosciuta ufficialmente dai fondatori parigini. Un centinaio di soci l’anno, la maggior parte ragazzi, ma c’è anche qualche over 50. Due volte a settimana ci sono gli allenamenti, a Terni e a Perugia. «Marco non mi svenire», scherza Simone con un ragazzo stremato dopo un esercizio. La palestra è solo l’inizio, il vero banco di prova è la strada. «Andiamo spesso in periferia, a incontrare persone nuove». Anche per Simone, come per Alvise, la parola ‘estremo’ è bandita, sostituita dal sacro valore della condivisione: «Cerchiamo sempre di aiutare i nostri compagni in difficoltà». Q Ferentillo, Alvise Mario scala una parete appena fuori dal centro del paese

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