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Quattro colonne

SGRT Notizie

Malati di palestra

AUT.DR/CBPA/CENTRO1 – VALIDA DAL 27/04/07 – ANNO XXV n° 1 15 gennaio 2016 – 70% regime libero Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in A.P.

Periodico del Centro Italiano di Studi Superiori per la Formazione e l’Aggiornamento di Giornalismo Radiotelevisivo

Vigoressia la nuova patologia che colpisce gli uomini con l’ossessione per il fisico

Criminalità minorile recuperare, non reprimere pagg. 2-3

Signori si nasce l’Umbria dei nobili pagg. 4-5

Partite truccate: chi ha il coraggio di denunciare pagg. 6-7


Attualità

Addio carcere minorile

Perugia fiore all’occhiello per le attività di recupero fuori dal carcere di Paolo Andreatta Simone Carusone Valerio Penna

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dolescenti. Quando si parla di criminalità minorile non ci si può dimenticare che i presunti delinquenti, etichettati come «teppistelli» dalla società ancor prima che dalla giustizia, sono prima di tutto ragazzi; e ragazzi adolescenti. «L’idea del delinquente è sempre molto fissa, bollata», spiega Patrizia Arbato, direttrice dell’Ufficio di sevizi sociali per i minorenni di Perugia. «Tende a non personalizzare, ma stigmatizza. Invece quel delinquente ha un nome e una faccia. E quel nome e quella faccia vanno conosciuti e capiti». Sono 286 i minori segnalati in Umbria all’autorità giudiziaria nel 2014, il dato più alto negli ultimi 7 anni. Un fenomeno che, secondo i dati del Dipartimento di giustizia minorile, appare in crescita. È sempre più raro, però, che i ragazzi vengano mandati in carcere. «La detenzione, soprattutto qui in Umbria, è veramente residuale», conferma la dottoressa Arbato. «E parlando di risultati devo dire che è assolutamente peggiorativo. I giovani si strutturano di più. Le loro capacità delinquenziali si affinano. Si abbrutiscono». Soluzione repressiva che mal si coniuga con l’idea di una giustizia minorile che sempre più si identifica con l’aspetto riabilitativo ed educativo. «L’attività in carcere è davvero limitata», racconta un addetto alla Polizia

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Murales realizzato da un ragazzo durante l’attivit� di recupero

Giudiziaria della sezione di Perugia. «Si è potuto sperimentare nel tempo che la permanenza dentro il carcere di un minorenne non lo riabilita. È una filosofia di giustizia, quella riparativa al di fuori del carcere, che va oltre il reato specifico e guarda al ragazzo a 360°. Perugia, da questo punto di vista, è all’avanguardia».

«Il carcere è ormai sempre più raro: si cerca di recuperare il ragazzo con attività» Conoscere chi si ha di fronte: è questo il punto cruciale del percorso. Per farlo, a Perugia, la Procura si rivolge il più delle volte all’Ufficio di servizi sociali per i minorenni. «Noi trattiamo i ragazzi dai 14 ai 25 anni», spiega la direttrice Patrizia Arbato. Da circa un anno e mezzo all’Ussm sono partiti progetti sperimentali innovativi, come la “condotta riparativa”, che mira non solo a risolvere l’aspetto penale ma soprattutto a recuperare il ragazzo, reinserendolo nel contesto sociale. Capire le abilità, le risorse e le potenzialità del ragazzo, per fargli riparare il danno causato. Spesso attraverso vere e proprie attività manuali, possibilmente

con un’attinenza al reato. «Un ragazzo indagato per piccolo spaccio può lavorare con società sportive, riflettendo sulla tematica del doping, per esempio», racconta la direttrice Arbato. «La condotta riparativa è uno strumento potentissimo. Dà una risposta immediata e funziona benissimo perché si muove “a caldo”, già durante la fase delle indagini preliminari. Il ragazzo è ancora preso emotivamente, attenua il rischio recidiva e l’impatto su di lui è molto positivo». Un deciso cambio rispetto al passato: un tempo per reati bagatellari, cioè quelli tenui ed occasionali, si arrivava alla semplice archiviazione, perdendo una cruciale occasione di educare e far crescere il giovane. Nel 2015 le richieste per le condotte riparative sono decollate: 98, più del doppio rispetto all’anno precedente. In Umbria, infatti, quando si parla di criminalità minorile si ha a che fare per lo più con reati poco offensivi. «Sono qui da due anni e mezzo e di omicidi non ne ho visto neanche uno», racconta l’addetto alla Polizia Giudiziaria. «Difficilmente, poi, li troviamo con grandi quantitativi di droga». Per lo più si tratta di furti, percosse, piccolo spaccio e ingiurie. «In età adolescenziale – spiega la dottoressa Arbato – il reato è, per la maggior parte delle volte, comunicati-


Attualità «Sarebbe bello sporcarli, questi gruppi. vo, è un modo di dire qualcosa». AnAllargarli anche a ragazzi problematici che il furto di una semplice maglietta. incensurati. Una commistione che faPer M., un ragazzo albanese come tutti rebbe bene a tutti». gli altri, avere un capo griffato signifiSi fa presto a diventare cattivi. E socava sentirsi accettato, fare colpo sulla prattutto a rimanerlo. L’etichetta di deragazza sognata. «È disarmante. Bisolinquente è un marchio difficile da cangna capire quello che ci sta dietro ed cellare. «Spesso i ragazzi hanno fatto evitare interventi standardizzati». Interventi che coinvolgono non solo talmente tanti reati che si sono bruciati il minore ma anche il contesto che gli il territorio intorno», racconta Simonetta sta intorno. La famiglia prima di tutto. Panzieri, assistente sociale all’Ussm di «È indispensabile coinvolgere l’intero Perugia. «La società finisce per rifiutarmondo di cui il ragazzo fa parte. La fa- li». I progetti in questo caso mirano a miglia ricopre un ruolo cruciale». Lad- ricostruire la fiducia del terriorio. Come dove è possibile. Sono quattro le speri- è successo a Ponte Valleceppi: un ragazzo entra nella mentazioni portate chiesa del paese avanti dall’Ussm di e danneggia i banPerugia. Gruppi di chi. «La comunità ascolto e di mutuo vie­ne subito chiaaiuto tra famiglie o mata in causa. Il percorsi che coinparrocco, la cittavolgono un solo dinanza, i rapprenucleo ma in senso sentanti delle faallargato. «Chiemiglie. Sono loro, diamo ai fratelli e insieme al giovaalle sorelle di parne, che decidono tecipare; soprattutche cosa fare per to ai nonni, figure riparare». spesso chiave nel Il rischio per un far scattare qual- Dott. Patrizia Arbato, direttrice dell’Ufficio adolescente in forcosa negli adole- di Servizi Sociali per i minorenni di perugia mazione di immescenti». In Umbria, l’anno scorso, è partito il primo gruppo desimarsi nella maschera del cattivo è sperimentale multifamiliare, che coin- alto. «Un ragazzo imbratta i muri? Si fa volge più famiglie in un unico percorso. subito la denuncia. E questo è sbaglia«Arrivano devastate dal procedimento to», lamenta Anna Muscio, educatrice penale. Qui possono esternare le loro dell’Usssm. Ecco perchè le comunità paure, confrontarsi. Accettare l’acca- in questi percorsi riabilitativi hanno un duto e riprendere in seno il ragazzo». I ruolo fondamentale nel ribaltare l’imrisultati sono molto positivi, anche dopo magine sociale del ragazzo. «So fare poco tempo. «Spesso capita che le fa- questo e anche questo»: quando il mimiglie, a percorso terminato, chiedano nore arriva a capire che è anche altro, di poter continuare». Un successo che si stacca l’etichetta di delinquente cucila dottoressa Arbato vorrebbe estende- tagli addosso. Capire, però, quali sono le abilità su re anche al di fuori dell’ambito penale. cui puntare, non è sempre facile. I ragazzi, soprattutto all’inizio, si chiudono a riccio. Sono spesso spaventati e fanno fatica a comunicare. E le difficoltà aumentano se si è stranieri, con l’ostacolo di una lingua e di una cultura nuova da assimilare. In Umbria, nel 2014, i minori di altre nazionalità segnalati sono stati 130, quasi 50 in più rispetto all’anno precedente. Marocchini, rumeni e albanesi, i più segnalati. Per la maggior parte, però, sono italiani, pari al 54,5% del totale.

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Storie e personaggi

Nobiltà e pollice verde

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’era una volta l’Umbria dei ducati, col suo carico di nobili, castelli e signorie. Di quell’Umbria gli umbri ricordano ben poco, «al punto da ignorare alcune pagine di storia. È per questo che amo scrivere libri sui miei avi, che riportino a galla quei ricordi ormai perduti» racconta la contessa Alessandra Oddi Baglioni. Spulciando tra archivi e biblioteche di famiglia, ha scoperto storie «che sembrano romanzi». Come quella di Astorre II, «che da Perugia andò a Cipro per combattere i turchi. O quella degli amori di Camilla Oddi Baglioni, coi suoi intrecci massonici negli anni del Risorgimento». La contessa porta in dote cognomi di famiglie che hanno scritto per secoli la storia di Perugia; i Baglioni, «eredi forse di Goffredo di Buglione, che combatté con Baldovino la prima crociata. E i Degli Oddi, giunti al seguito di Federico Barbarossa, che coi Baglioni si contesero il dominio della città». Nel 1782 le due famiglie si riappacificarono, unendosi con un matrimonio. Alessandra ne è l’ultima discendente, «depositaria di una storia che è bello tramandare». Perché essere nobili, sostiene, «è sentirsi parte di una lunga tradizione che si trasmette con una certa educazione. Nessuno mi chiama “contessa”, e va benissimo così. Il titolo è inflazionato, esiste una specie di mercato della contraffazione. Se fingi di essere

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«Ma davvero c’è chi paga per un tiavvocato, commetti un reato. Se fingi di essere marchese, non ti sanziona tolo nobiliare?» sorride il conte Lorenzo nessuno. È una cosa che non ha valore Pucci Boncambi marchese della Genga legale, ognuno può farne quel che vuo- de Domo Alberini, mentre si toglie la le. Sarò anche snob, ma sui biglietti da giacca (un piumino scuro, «a Spoleto fa freddo») e scosta dal tavolo la mia visita preferisco un “dottoressa”». Dottoressa in Giurisprudenza, per la sedia. «E io che ci ho messo una vita precisione, laureata a Roma, specializ- a vendere una motocicletta». Ha cinque zata a Strasburgo. Alessandra Oddi Ba- cognomi e non porta chevalier; indossa glioni ha lavorato anni all’Unione Euro- una camicia, un maglione blu, dei norpea «ai tempi in cui l’Europa faceva an- malissimi jeans, come tanti altri clienti di cora sognare». Si parlava di mercati,di quel locale. Quando arriva il cameriere, moneta unica, ma anche di agricoltura mi chiede cosa voglio mangiare. Poi ordina del merluzzo («potrebbe portarmi biologica ante litteram. Nel 1996, tornata in Italia, ha con- la forchetta per il pesce?»). «Solo i parvenu cercano un titolo; – vertito all’ecosostenibile la sua azienda agricola nei pressi di Umbertide. «Pro- esordisce – comprano auto, ville, yacht; duciamo solo farro, lenticchie e ceci, e pensano di poter comprare anche il perché coltivare pomodori in Umbria prestigio che non hanno. Ma il titolo non sarebbe contro natura. Quando non ho serve a nulla, specie in un Paese che da fare qui vado a Roma da mia figlia, per stare un po’ coi nipotini». Altra passione l’arte, spesso protagonista dei suoi libri e del suo blog; Alessandra Oddi Baglioni ha scritto di recente una biografia di Alberto Burri. «Adoro raccontare queste cose – ammette – ma in genere la gente sembra più incuriosita dal fatto che indossi lo chevalier, l’anello con lo stemma di famiglia. Alcuni lo notano e si avvicinano, per sapere se sono interessata a vendere il mio Il Conte Lorenzo Pucci della Genga titolo».


Storie e personaggi non lo riconosce. L’eredità di una sto- niversità di Perugia, è un’attività che ria di famiglia non ha prezzo. I miei avi mi piace seguire anche se non rende erano conti palatini dai tempi del Sacro molto». Le case del borgo, invece, sono Romano Impero. È un titolo antichissi- finite online. «Un tempo le affittavo ai miei amici mo, tra i più prestigiosi; i nobili che si vedono in tv ne hanno di molto più re- di Roma – racconta Pucci della Genga centi. Ci sono donne che si spacciano – poi, con la crisi, non è venuto più nesper principesse solo perché sono state suno. Allora ho iniziato a pubblicizzarle sposate con un principe; c’è chi ha un sul web». Tira fuori il cellulare (leggertitolo emesso dal Papa (Papi che un mente scheggiato) inizia ad aprire app. tempo erano nobili, Leone XII era un Tripadvisor, Airbnb, Booking. «Ecco, da Della Genga) e ci sono i cosiddetti nobili qui gestisco i commenti. Vengono sodi finestrino: quando il re partì per l’esi- prattutto turisti stranieri, li accoglie una lio, si mise a regalare titoli dalla scalet- coppia che vive negli appartamenti della ta dell’aereo a quelli che erano andati a salutarlo. Oggi li trova tutti sul “Libro d’oro della nobiltà italiana”, che diventa di anno in anno più alto». E dire che con la fine della monarchia molte famiglie decaddero, perdendo tutte le proprietà. «Tanti miei conoscenti vendettero gli averi di famiglia per fare la bella vita. Perché per mantenerli, ci vuole tantissima cura». Il conte Pucci della Genga («per favore, niente elenchi Stemma nobiliare su un palazzo di perugia di nomi») ha ristrutturato un piccolo borgo tra le colline di Spoleto attor- villa. Lì organizziamo eventi, ma oltre ai matrimoni, non c’è movimento». Cerca no l’enorme villa di famiglia. «Vittorio Sgarbi ne è innamorato – una recensione in particolare: «Questi commenta soddisfatto – mi è arrivato sono australiani, sono venuti lo scorso anche un riconoscimento Unesco. Ma è anno. Non staccavano gli occhi dal mio impossibile tenere insieme tutti i pezzi: mappamondo del 1600: non si capacise il Comune deve costruire una stra- tavano che non ci fosse l’Australia». Il cameriere porta il caffè, il conte da che passa per le tue campagne, ti espropria senza troppi complimenti. La chiede di pagare. «Quando andavo a manutenzione di un edificio storico co- scuola (ho fatto sempre le scuole pubsta tantissimo e le tasse non aiutano; bliche), chiedevo agli insegnanti di chianei palazzi più belli di Spoleto ormai ci marmi Lorenzo Pucci. A volte il titolo è quasi un peso. Da giovane volevo viagsono solo le sedi delle banche». Ogni settimana il conte fa spola tra giare ma mi obbligarono a gestire affari Roma e l’Umbria, «spesso in treno. di famiglia. Io che di figli non ne ho, mi Mantenere palazzi d’epoca è un lavoro chiedo che fine farà tutto questo. Mica a tempo pieno. O si è miliardari, o bi- è facile trovare qualcuno che ci tenga». sogna inventarsi qualcosa: io gestisco Sospira, si alza. Fa un cenno al cameun’azienda agricola, produco olio. Mi riere, salda il conto. Noblesse oblige, in sono laureato in scienze agrarie all’u- fondo.

Vendesi titoli nobiliari Italia, terra di santi, poeti e aspiranti nobili. Per chi non ha neanche un trisavolo barone, esistono decine di negozi online dove comprare un titolo nobiliare. Pare che ogni anno, nel nostro Paese, se ne vendano 20mila. Nel 1943, il magnate del petrolio Aldo Brachetti Peretti spese 700 milioni di lire per diventare conte. Ma non serve arrivare a tanto: chi si accontenta, può farsi nominare cavaliere di Pomerania per sole 300 sterline, medaglie incluse.

Il sangue blu fa ancora gola

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crivi un libro su Kate Middleton e sarà un best seller. Una copertina sul royal baby farà recuperare le mancate vendite di un intero mese. Su tutte le reti i programmi pomeridiani andranno avanti ore a indagare ogni leggiadro passo della principessa, la brillantezza del suo anello di fidanzamento o il suo cappellino. Per non parlare del matrimonio: interi palinsesti per seguire l’evento, con i direttori di rete che, guardando i dati Auditel del giorno dopo, ringraziano e, potendo, farebbero anche l’inchino. Nel 2016, la tecnologia è democratica, il sangue ancora no. E pare che quello blu faccia sempre gola. Mentre i principi cercano disperatamente di sembrare vicini “alla gente”, rompono i tabù sposando le “borghesi” e iscrivono i loro figli in normali scuole con altri bambini, la gente si mette in coda per rubare un selfie, comprare un gadget, anche solo per veder passare la (rigorosamente) filiforme nobildonna del proprio cuore. Se il blasone fa ancora sognare nel terzo millennio, forse è ora di chiedersi il perché. A ben guardarli questi nobili, di qualunque nazione essi siano, hanno spesso la stessa faccia, le stesse espressioni, gli stessi modi. Mentre qui speriamo di essere finalmente arrivati a vivere in un’epoca i cui sarà la diversità la vera bellezza. Certe conquiste della modernità (non tutte) sarebbe meglio tenersele strette, abbandonando superflue nostalgie. «Tengo molto al mio titolo nobiliare - disse una volta in un’intervista Antonio De Curtis - ma a pensarci bene il mio vero titolo è Totò. Con l’altezza Imperiale non ci ho fatto nemmeno un uovo al tegamino. Mentre con Totò ci mangio dall’età di vent’anni». E Totò - si sa - principe lo era davvero. Maria Teresa Santaguida 15 gennaio 2016 | 5


Storie e personaggi

Calcioscommesse Chi ha detto «no» Da Farina a Semeraro: contattati per vendersi le partite, hanno rifiutato e denunciato. Ma sono storie a lieto fine?

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er alcuni sono addirittura degli eroi. Anche se, in fondo, hanno fatto solamente il loro dovere. Hanno detto «no» al calcio malato, al pallone infettato dal virus delle scommesse. Hanno rifiutato i soldi (neanche pochi) di chi gli chiedeva di aggiustare le partite, e poi hanno denunciato tutto. Simone Farina, 33 anni, e Umberto Semeraro, quasi 24, in comune hanno una maglia del Gubbio indossata in passato e una proposta indecente ricevuta. Entrambi, però, hanno risposto «no grazie». «Ma quello che ho fatto io dovrebbe essere la normalità» spiega Farina, ruolo terzino sinistro, che nella squadra eugubina ha militato per cinque stagioni totalizzando oltre cento presenze. Eppure lui, per il suo gesto, è finito sulle prime pagine di tutti i giornali. Fu invitato dal ct Prandelli a uno stage della Nazionale italiana. La Fifa lo chiamò a presenziare alla premiazione del Pallone d’Oro, il premio più importante del mondo calcistico, al fianco di gente come Messi e Cristiano Ronaldo. La storia risale al 2011. È la prima volta in serie B del Gubbio, di cui Farina è titolare inamovibile e ormai già quasi una bandiera. A novembre, c’è la sfida di coppa Italia col Cesena: Alessandro Zamperini, suo ex compagno ai tempi delle giovanili della Roma, lo contatta e gli offre 200mila euro per combinare la partita per conto della banda degli “zingari”, protagonista in quegli anni dell’ennesimo scandalo calcioscommesse del pallone nostrano. «Me lo propose in modo diretto, come se mi si stesse offrendo un caffè» ricorda Farina. Per un terzino che ha militato a lungo in serie C, 200mila euro sono anche più del

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guadagno di un’intera stagione. E invece Farina non ci sta. Ne parla con la moglie, poi con l’avvocato dell’Assocalciatori e con la società. Quindi, le denunce sportive e penali che sfoceranno nell’Operazione Last Bet. E poi? «Se pensavo di poter continuare a giocare? Sì, forse ero ingenuo» ha rivelato. Farina, da metà ottobre 2011 in poi, colleziona 7 presenze nel campionato di serie B (di cui solo tre da titolare). Poche, anche se non sembra essere questo il motivo della scelta che Farina farà all’inizio della stagione successiva. Simone scende in campo il 5 agosto in Gubbio-Pontisola, primo turno di coppa Italia di Lega Pro 2012/13: 120’ in campo, supplementari inclusi, un’ammonizione e un risultato sorprendente (4-5) che eliminerà i rossoblù dalla competizione. Due settimane dopo, la decisione di rescindere il contratto col Gubbio. «Il 21 agosto mi bussò in ufficio – racconta Marco Fioriti, allora presidente del

di Iacopo Barlotti

club rossoblù – dicendomi che preferiva cambiare vita, andare per la sua strada, forse anche lontano dal calcio giocato. Da parte della società non c’era alcuna intenzione di risolvere il contratto». In realtà Farina accetta l’offerta dell’Aston Villa, club inglese di Premier League: diventa “community coach” del settore giovanile, un impiego che si traduce con “insegnante di calcio pulito ai ragazzi”. Eppure, fra un riconoscimento e l’altro – gli inviti di Prandelli, della Fifa, degli organizzatori del prestigioso Torneo di Viareggio – il calcio piano piano lo dimentica. La scorsa estate Farina entra a far parte dell’organico della Lega di serie B. «Lui si è visto chiudere le porte dalle nostre società. Ha smesso quando avrebbe potuto continuare» ha detto il presidente Andrea Abodi. Oggi Farina resta un personaggio molto riservato, tanto che in oltre quattro anni – dopo quella vicenda – ha concesso una sola intervista, lo scorso di-

6 gennaio 2012, lo striscione dei tifosi del Gubbio in omaggio a Simone Farina


Storie e personaggi

«Ecco come scopriamo i tentativi di combine Ma l’Umbria è sana» Simone Farina

Terzino, classe ’82, cresciuto nella Roma. Ha giocato anche col Gualdo

Umberto Semeraro

Esterno, classe ’92, ha giocato con Cesenatico e Forlì prima del Gubbio

cembre, alla Gazzetta dello Sport. «Se mi sono pentito di quella scelta? No – ha ammesso – anche se le conseguenze sono state traumatiche e inaspettate». L’altro caso, assai meno conosciuto, è quello di Umberto Semeraro. Anche lui, come Farina, militava nel Gubbio. Anche lui, oggi, preferisce non tornare su quegli argomenti. «Era il dicembre 2013. La proposta mi arrivò su Facebook – ha rivelato Semeraro lo scorso giugno – da parte di uno slavo: “Ti do 80.000 euro per truccare Ascoli-Gubbio e 20.000 per Gubbio-Perugia”. Non ci volevo credere: per due settimane non sono riuscito a dormire. Con i miei genitori e il mio procuratore decisi di rivolgermi ai Carabinieri di Gubbio, mentre qualche giorno dopo arrivarono anche i magistrati di Cremona (titolari dell’inchiesta sul calcioscommesse, ndr)». Poi un compagno gli rivela che colui che lo aveva contattato si trova in città, a Gubbio: «Una sera me lo sono ritrovato seduto su una panchina sotto casa mia. Ero terrorizzato. Decisi di rescindere il contratto e tornare a casa». Dal Gubbio passa al Vallesavio: «In un anno mi sono ritrovato dalla Lega Pro all’Eccellenza, dal giocare davanti a 10.000 persone al giocare davanti a qualche parente o amico». Adesso milita in Promozione, nella formazione del Calcio Del Duca, vicino a Cervia. Tre categorie sotto rispetto alla Lega Pro. «Però sono a posto con la coscienza. Io sono nato per fare il calciatore, e non per aggiustare le partite». Se quelle di Farina e Semeraro siano davvero storie a lieto fine, resta il dubbio. Perché entrambi sono stati più forti del calcioscommesse. Ma il mondo del calcio è riuscito a fare altrettanto?

Giuseppe Bini, esperto di Federbet, monitora i flussi: «Se le quote cambiano senza ragione, noi interveniamo»

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ciano le richieste di truccare una pariuseppe Bini lavora per Federtita? bet, società che si occupa di mo«Farina e Semeraro sono diventati denitorare e denunciare eventuali gli esempi proprio perché sono stati fra i anomalie nelle scommesse sportive. pochissimi a farlo. Fino a qualche anno Come funzionano le quote delle fa non si capiva la gravità del problema: scommesse sportive? anche i giocatori lo sottovalutavano. «Le quote variano sia prima della parNon è un caso che ci siano state moltistita che durante: più persone scommetsime condanne per omessa denuncia». tono sul realizzarsi di un evento e più la Sia Farina che Semeraro hanno fatto quota associata a quell’evento diminuintendere di avere subito danni alla irà. Ad esempio se giocano due squadre loro carriera per aver denunciato. di livello simile, ma a quella ospite manChe ne pensa? cano sette titolari, la maggior parte degli «Fino a poco tempo fa mancava la scommettitori punterà sulla squadra di coscienza della gravità di certi fatti. Ora casa e quindi la quota della sua vittoria denunciare sarebbe motivo di vanto si ridurrà. E questa è la normalità». come in qualsiasi lavoro. Se quello che Lei invece lavora per scoprire variaha fatto Farina succedesse tra un anno zioni anomale. la sua carriera non sarebbe minata, «Noi controlliamo che le quote abanzi». biano un andamento regolare e non ci Quali sono le soluzioni per evitare le siano variazioni anomale. L’esempio partite truccate? classico è il crollo improv«In passato si sapeviso, ad esempio da 3,00 «Con controlli va ma non si diceva. a 1,30, della quota dell’Oe prevenzione Oppure si sapeva ma ver di una partita (più di nel 2016 nessuno non s’indagava. E mandue goal realizzati in totale in un match, ndr). Perpuò farla franca» cava la prevenzione da parte delle società per i ché senza alcuna ragione propri calciatori. Ora però ci sono istitusportiva dovrebbero esserci tanti soldi zioni che si occupano proprio di questo. scommessi su quell’evento?». Nessuno può farla più franca: nel 2016 E se trovate un’anomalia? ogni partita manipolata lascia tracce». «La segnaliamo subito ai nostri parÈ giusto dare la possibilità di scomtner che in Italia sono la Lega serie B mettere sui dilettanti? Meno soldi ci e alcuni club di A. Loro poi agiranno, in sono più è facile corrompere, no? certi casi addirittura autodenunciandosi «Capisco, ma l’equazione non può per non incorrere nella responsabilità essere questa. So che le società di oggettiva». D hanno i bilanci in rosso e i giocatori Come funziona la combine di solito? sono pagati pochissimo, ma questo non «In questi ultimi anni le modalità sono autorizza a truffare. E poi com’è che in state molto simili: un gruppo di scomInghilterra quotano anche i campionati mettitori-finanziatori cerca un aggancio universitari ma non succede mai nulla?» in un giocatore. Questo a sua volta deve Il calcio umbro è sano? convincere più compagni di squadra «Direi di sì. Non ricordo il coinvolgipossibile per realizzare la combine. Il mento di squadre umbre, nemmeno socontatto avviene di solito per interposta spetto. Anzi, due celebri casi di denunpersona. In passato però gli adescatori cia riguardano proprio i due ex Gubbio, si presentavano direttamente negli alFarina e Semeraro». berghi con una valigetta piena di soldi». Quanti sono i calciatori che denunGianluca De Rosa

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Storie e personaggi

Uno chef in corsia Lo storico cuoco del’Ospedale di Perugia va in pensione, una vita ai fornelli condita da tanti aneddotti succulenti

Fabrizio Carletti nella sua casa con indosso la divisa da chef

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abrizio Carletti è appena tornato tiva: «Nei primi anni la cucina si trovava dalla campagna dove possiede un vicino alla vecchia chiesa di Monteluce, piccolo pezzo di terra. Sorride, è non nella piazza esterna ma in quella cordiale, veste con maglione a trecce interna, ora è cambiato tutto». Infatti bianco e ha un foulard al collo. «Ora mi proprio dove un tempo Carletti cucinava dedico all’orto e agli animali, ma solo per i pazienti perugini e non, è sorto un poche ore al giorno, perché la salute è nuovo quartiere, strutture moderne, una palestra all’avanguardia e un grande quella che è». È un pezzo di storia dell’Ospedale di centro commerciale. «Durante il mio periodo di attività la Perugia, oltre trent’anni di attività, prima cuoco e poi coordinatore della mensa. soddisfazione dei malati, per quanto riHa visto il passaggio dal vecchio ospe- guarda la cucina, è passata da un 50dale di Monteluce al moderno S. Maria 60% all’80%, questa è stata una grande della Misericordia e ha curato tutte le soddisfazione per me». Ma le lamentele non mancano mai, evoluzioni di una cuFabrizio ha imparato cina, quella ospedaHa preparato a conviverci con proliera, che nel tempo è cambiata per venire 2000 pasti al giorno, fessionalità, cercando di accontentare sempre più incontro in totale 20 milioni tutti e sapendo ricoalle esigenze dei panoscere chi cercava zienti. di piatti e trenta di approfittarsene. «All’inizio c’era il anni di attività «I pazienti devono ‘vitto multirazione’, pocompilare un foglio chi reparti avevano i carrelli per il trasporto del cibo, ma non prima di ricevere i pasti, spesso non si erano riscaldati, mentre adesso è tutto limitavano a scrivere le loro preferenze diverso, ci sono molti più controlli e i cibi ma aggiungevano commenti, spesso sono mantenuti alle giuste temperature positivi ma anche qualche cattiveria fino all’arrivo nelle camere dei pazien- come ‘è immangiabile’, ‘questo pezzo di ti». Fabrizio ha preparato circa 2000 carne è un sasso’ e cose del genere. pasti al giorno, facendo un veloce cal- Ma si sa, un malato costretto a seguire colo si arriva ad un totale di 20 milioni di una determinata dieta, spesso è esapiatti cucinati in tutta la sua vita lavora- sperato e va capito».

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Trenta anni ai fornelli, conditi da innumerevoli aneddoti, Carletti di storie incredibili da raccontare ne ha molte. «Una sera arriva una telefonata in mensa: sono Paolo Villaggio, vorrei un hamburger gigante. Io rimango perplesso, ci penso un attimo e poi chiamo la dietista di turno per consultarmi. Alla fine decidiamo insieme di accontentarlo, l’hamburger era bello grande, circa 150 grammi, stava nel piatto per miracolo!». Oltre alla “fantozziana” richiesta, Fabrizio ricorda anche il Godini, un personaggio da tutti conosciuto a Perugia, un artista, sempre in giro in biciletta, ma soprattutto un grande amante del buon vino. «Mi chiama il Godini, era un po’ alterato, mi chiede un bicchiere di vino. Ma noi in ospedale non lo davamo mai, quindi sento la dietista per sapere se potevamo fare un’eccezione, lei acconsente. Da quel momento non ha fatto altro che telefonare e io non sapevo più cosa dirgli. È stata una lunga giornata!». Nella vita privata, invece, la regina della cucina è sua moglie:«Di solito fa tutto lei, anche se c’è un po’ di competizione. È bravissima a cucinare, ma a volte ho qualcosa da ridire, anche solo per prenderla in giro e lei, ovviamente, non accetta le critiche!». Situazioni esilaranti ma anche momenti difficili quando, ad esempio Fabrizio, ha avuto problemi di sovrappeso: «Per un cuoco è difficilissimo tenersi a dieta, sei continuamente a contatto col cibo, ma io sono stato forte, ho seguito le indicazioni del medico e mi sono ripreso». Per quanto riguarda la qualità del servizio invece Fabrizio è molto chiaro: «La mensa dell’Ospedale di Perugia è una delle poche in Umbria ad essere rimasta pubblica. Preparare i pasti rispettando certi standard ha dei costi precisi, quando entrano in gioco privati e cooperative c’è sempre qualche rischio. Sono stato fortunato, ho sempre lavorato serenamente, se non ero convinto della qualità della frutta, o dell’odore della carne, la rispedivo ai produttori». Adesso però è arrivato il momento di riposarsi, dedicarsi alla famiglia e alla terra, anche se lo chef non si è ancora abituato alla pensione: «Sono a casa solo da pochi giorni, comprerò qualche animale, coltiverò l’orto, ma almeno una volta al giorno penso al mio vecchio lavoro, senza rimpianti, è solo un po’ di nostalgia».

Giacomo Prioreschi


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L’amica degli animali Ogni giorno salva decine di mici in difficoltà: la storia di Donatina e del Pa rco dei gatti di Perugia

Donatina Di Leo al Parco dei gatti

È

una sera di gennaio e la tempe- il suo amore per gli animali non l’ha mai ratura è scesa sotto lo zero. I ne- abbandonata. Grazie a questa passiogozi hanno già le saracinesche ne, è riuscita a creare il Parco dei gatti: chiuse e le strade sono ormai semivuo- una struttura che, da undici anni, acte. Quando arrivo al Parco dei gatti, Do- coglie mici in difficoltà o che sono stati natina è in uno dei bungalow della strut- abbandonati. «All’inizio è stato molto tura. Indossa un giaccone pesante e sta difficile perché gestivo il parco da sola. cucinando un’enorme quantità di pasta Dopo poco tempo molte persone hane di carne. Decine di mici escono dalle no iniziato ad aiutarmi. La comunità altre casette: miagolano e graffiano la montana ha costruito tutte le recinzioporta della piccola cucina del Parco. ni, mentre Mario Settimi, il fondatore di «Sentono l’odore del cibo, sanno che Radio Subasio, ha comprato il legno fra poco è pronta la pappa. Sai, d’inver- per costruire le casette». In quei giorni, no cerco sempre di però, i problemi di Donatina preparargli qualcoerano altri: la struttura sorge«I gatti sa di caldo. Anche va infatti sul territorio comunaci colorano loro sentono freddo, le e nonostante una delibera la vita, poverini». dirigenziale che riconosceva Donatina ha 53 ufficialmente il Parco dei gatti, ma dobbiamo anni, fa l’infermiera molti abitanti della zona hanrispettarli» in una clinica di Peno presentato un’istanza per rugia e dedica tutta farlo chiudere. «Mi volevano la sua vita alla cura delle persone e de- far smantellare tutto, ma con il supporto gli animali. «Sono cresciuta nella cam- della Asl, ho vinto questa battaglia. Gli pagna della provincia di Potenza. Da animali, per legge, non possono essere piccola ho visto molta gente maltrattare trasferiti dal posto in cui vivono, a maggli animali e questo, forse, ha generato gior ragione i gatti, che soffrono molto di in me un istinto di protezione nei loro più quando cambiano ambiente». confronti. Volevo solo aiutarli. Non voleIl Parco dei gatti può ospitare fino vo vederli soffrire». a 130 mici che girano liberi in un’area Donatina si è poi trasferita in Umbria, piccola ma ben organizzata. Oltre allo dove ha frequentato un collegio e poi spazio esterno, i gatti hanno un rifugio la scuola per diventare infermiera, ma ricco di cibo, coperte e giochi. La strut-

tura ospita anche una nursery per i cuccioli e un’infermeria per i gatti deboli o che ancora devono ambientarsi. Non c’è ancora un ambulatorio, ma Donatina può contare su un veterinario e sulla asl, che si occupano dei vaccini e delle sterilizzazioni. A prendersi cura dei 70 gatti presenti al momento nella struttura, ci sono anche 3 volontarie che aiutano Donatina anche a gestire il centro e ad occuparsi delle adozioni e delle raccolte fondi. «Il parco si finanzia solo con le donazioni dei privati. In occasione delle festività, organizziamo mercatini di beneficienza. Mi piace fare bricolage e vendendo gli oggettini che creo, riusciamo a raccogliere i fondi necessari per mantenere in vita il parco. Siamo molto attivi anche sui social network dove, oltre alle richieste di adozione, chiediamo anche fondi per le cure dei nostri ospiti. Proprio ieri, con quei soldi, abbiamo fatto operare la piccola Annabella che aveva un tumore al collo». Anche i dati dell’adozione fanno ben sperare, solo nel 2015 più di 70 mici del gattile hanno trovato una casa. La finalità del Parco è infatti questa: dare ospitalità ai gatti in attesa di adozione. Spesso. però, a Donatina arrivano anche telefonate di persone che vogliono sbarazzarsi del proprio micio. «Alcuni mi minacciano di lasciarli in strada e, alla fine, li accolgo. Ma la struttura non è adatta ai gatti domestici: loro qui soffrono perché non sono abituati a stare con gli altri mici. La gente deve ancora capire che i gatti ci colorano la vita; sono esseri viventi che ci danno amore e ci aiutano a vivere meglio. Noi dobbiamo rispettarli e comportarci allo stesso modo con loro».

lorenZa sBroMa

Il Parco dei gatti

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Sport e tempo libero

Con il cuore oltre gli ostacoli La storia di Luca Panichi: dopo un tragico incidente la rinascita grazie al ciclismo

«A

volte per rialzarsi in piedi non servono le gambe», lo ha detto Alex Zanardi che sulla sua handbike ha vinto due ori e un argento alle Paralimpiadi di Londra 2012. Come lui anche Luca Panichi, 46 anni di Magione, sulla sua carrozzina testimonia da anni la passione per lo sport e l’amore per la vita. Un incidente non impedisce di continuare a gareggiare, perché per vincere serve il cuore, più che le gambe. Con la sua sedia a rotelle l’atleta ha risalito perfino lo Zoncolan, tappa storica del Giro d’Italia. La sua passione è da sempre il ciclismo, e, come sa chi ama questo sport, quella friulana è la regina delle salite: poetica, entusiasmante, incredibilmente dura. Sulle pendici carniche salì una delle ultime volte Marco Pantani, e la tappa fu vinta per la prima volta da Gilberto Simoni. Luca ci ha raccontato la sua storia e alcune tappe fondamentali di una passione che lo accompagna fin da bambino. Ho praticato ciclismo per 17 anni,

all’età di otto facevo le prime gare. La bici non mi ha mai abbandonato, nemmeno nel giorno tragico dell’incidente. È successo durante una cronoscalata nel contesto del Giro dell’Umbria, una gara internazionale per dilettanti. Impatto frontale con un’auto che invadeva lo spazio di gara. Era il 1994 e avevo 25 anni, avrei potuto pensare l’episodio come una frattura insanabile e invece lo sport è stato per me una costante: non ho mai smesso di vivere da sportivo autentico e ho continuato a considerare il limite nient’altro che un punto di ripartenza. Che cosa significa essere veramente sportivi? Nessuna gara è vinta in partenza. Non importa l’arrivo, ma il percorso e non ce n’è uno senza difficoltà e piccole sconfitte. Su come hai reagito si basa la valutazione di una vittoria vera, non sul dato statistico finale, che è solo una conseguenza. Questo per me è stato lo sport. L’incidente è stato come un ostacolo durante

una gara: non ho mai smesso di pensare a come andare avanti per raggiungere la meta. Come si struttura una giornata tipo di Luca? Cerco di sfruttare ogni occasione per allenarmi: mi sposto il meno possibile in macchina, ad esempio, se devo andare in centro a Perugia lascio l’auto in stazione e con la mia carrozzina risalgo fino in città. Lo sport fa parte del mio essere e della mia vita: il fine non è quello della gara, ma quello di vivere quotidianamente un gesto che mi fa stare bene. Lo sportivo disabile, quindi, non va visto come un supereroe… Lo sport vissuto invece nella dimensione de supereroe dà enfasi al risultato statistico dove contano i numeri ma non la sostanza. Per me invece conta il “viaggio”, non l’arrivo. È per questo che tutti gli anni vado a premiare l’atleta più combattivo al Gran Premio di Capodarco in memoria di Fabio Casertelli. Non il più veloce, non il più bravo nel gesto sportivo, ma quello che è riuscito ad affrontare la gara combattendo fino alla fine. Qual è stata la gara più bella? Una delle gare più belle della mia vita è stata durante il trofeo Cicloturistico di Firenze. Pedalavo veloce in discesa, ma proprio mentre ero in fuga caddi rovinosamente. Recuperai subito, andai a riprendere il gruppo e alla fine arrivai alla meta. Quella gara mi ha gratificato più di

Gli atleti umbri

luca panichi in una competizione ciclistica a fianco ad un atleta normodotato

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Ubaldo Cecilioni ha conquistato la medaglia d’argento (categoria fino a 100 kg) nel torneo di Judo disputato a Vilnius, in Lituania, e inserito nel calendario della “Federazione Internazionale Sport per Non Vedenti”, l’Ibsa. Medaglia di bronzo nei 50 m rana ai Campionati Mondiali Dsiso anche per il perugino Roberto Baciocchi, campione italiano di nuoto (specialità stile libero) affetto da sindrome di Down. I Mondiali si sono svolti a Città del Messico e sono organizzati dalla Femede (Federazione Spagnola di Medicina dello Sport). L’atleta fa parte della Polisportiva Disabili Foligno.


Sport e tempo libero Gare e disabili Le Paralimpiadi

Luca Panichi vicino all’arrivo nella gara in memoria di Fabio Casertelli

altre perché sono riuscito a bypassare recente ho affrontato la Chocomarathon e l’ho corsa come un podista assieme a un ostacolo e a non fermarmi. La gara più bella in carrozzina è stata tutti gli altri. Per il prossimo anno l’appuntamento sicuramente la scalata dello Stelvio nel 2012 durante il Giro d’Italia: con la mia più importante sarà per me il Tour de monoscocca in carbonio realizzata ap- France. posta per affrontare la pendenza, sono riuscito a risalire il versante della mon- Un modello di sportivo. Sicuramente Francesco Moser perché tagna. Ad aspettarmi all’arrivo c’erano gli spettatori, i miei fratelli, i miei colleghi esprimeva tenacia, determinazione, spidi lavoro e il tecnico che aveva costruito rito combattente e trasmetteva passione e forza a chiunque assiquel mezzo appostesse alle sue gare. sta per me. Quella volta ho dedicato Chi è Luca oltre lo la scalata alla mesport? moria di mio padre Luca è un laureato in e di Fabio CasarScienze Politiche con un telli, l’atleta morto master in comunicazioin gara un anno ne politica. esatto prima del Giornate pienissime mio incidente. È divise tra diversi lavori anche per persone Eunice Kennedy e il volontariato con lo come lui, che non ce l’hanno fatta, che ho deciso CSEN (Centro Sportivo Educativo Nadi continuare sorridere, perché io, nono- zionale), per cui sono referente in progetstante l’incidente, posso ancora vivere la ti per l’integrazione fra persone disabili e normodotati. Sono socio di un negozio di mia passione. ciclismo, dove sviluppiamo anche proC’è mai stata l’idea di partecipare alle getti da portare nelle scuole, con l’aiuParalimpiadi? Quali i prossimi obietti- to di medici. Voglio testimoniare che lo sport migliora la qualità della vita anche vi sportivi? Non ho pensato di fare le paralimpiadi se non è esente da sacrifici e voglio dirlo perché non voglio essere un agonista. soprattutto ai più giovani perché spesso Continua ad entusiasmarmi il fatto di si fanno suggestionare dal risultato faciessere presente nelle gare ufficiali, per- le. Sudare, combattere e appassionarsi, ché voglio trasmettere il messaggio che questo è il messaggio dello sport. normodotati e disabili possono fare sport insieme e condividere una passione. Di Maria Teresa Santaguida

«Trent’anni fa dicevano che non eravate in grado di correre i 100 metri. Oggi voi correte la maratona»

1952 nascono grazie al neurochirurgo inglese Sir Ludwig Guttmann, che avviò la pratica sportiva a scopo terapeutico per i reduci britannici che avevano riportato una lesione midollare durante la II guerra mondiale. In Italia il padre del paralimpismo è Antonio Maglio, che organizzò la prima olimpiade per atleti paraplegici in Italia negli anni 50. 1974 Nasce l’Associazione Nazionale Sport Paraplegici Italiani ANSPI. 1979 ANSPI diventa FISHA: Federazione Italiana Sport Handicappati. 1981 Adesione al CONI. Con la legge 189/2003 la FIDS diventa CIP - Comitato Italiano Paralimpico che assume compiti e prerogative, nonché veste organizzativa, analoghi al CONI.

I Giochi Olimpici Speciali 1962 Eunice Mary Kennedy Shriver fonda le Special Olympics per gli atleti affetti dalla Sindrome di Down. 1968 nasce Special Olympics Inc. la società che organizza i giochi a cadenza quadriennale riconosciuta dal Comitato Olimpico Internazionale. Alla prima edizione della manifestazione, nel 1968 a Chicago, i mille atleti superavano gli spettatori in un rapporto di dieci a uno. L’anno scorso, al 40/o anniversario, tre milioni di concorrenti di 181 paesi hanno gareggiato davanti a un pubblico di milioni di persone in tutto il mondo. Mentre il Comitato Paralimpico opera in modo simile ai Giochi Olimpici con gare competitive riservate ai migliori, Special Olympics ovunque nel mondo e ad ogni livello propone ed organizza allenamenti ed eventi solo per persone con disabilità intellettiva e per ogni livello di abilità. Le manifestazioni sportive sono aperte a tutti e premiano tutti, sulla base di regolamenti internazionali continuamente testati e aggiornati. 15 gennaio 2016 | 11


Sport e tempo libero

Ossessione fitness

Allenamenti estenuanti e fissazione per i muscoli La vigoressia: l’anoressia “inversa” degli uomini di Elisa Marioni

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ella mitologia greca, Adone era un giovane aitante che faceva innamorare tutte le donne che incontrava sulla sua strada tanto da spingere Afrodite e Persefone a lanciarsi in una disputa spietata per averlo. Chissà cosa penserebbero gli antichi greci se sapessero che negli anni duemila quel simbolo classico di bellezza maschile è stato tirato in ballo per descrivere una malattia che per loro sarebbe incomprensibile: la ricerca ossessiva della perfezione fisica. Il “complesso di Adone”, meglio noto come “vigoressia” (da vigor = forza) e “bigoressia” (da big = grosso), è un disturbo psicologico che porta all’ossessione del corpo muscoloso e definito. Una sorta di degenerazione dell’attività fisica. La malattia è stata teorizzata per la prima volta nel 1993 in una pubblicazione scientifica degli studiosi Pope, Katz e Hudson dal titolo “Reverse anorexia” (Anoressia inversa), ma è ancora poco conosciuta. Da sempre siamo abituati a pensare alle donne come le uniche vittime dei disturbi alimentari, dall’anoressia alla bulimia, invece la vigoressia colpisce gli uomini. La differenza è che mentre delle prime si parla da decenni e l’opinione pubblica ha sviluppato una certa sensibilità sul tema, dei secondi si tende a non sapere nulla. Nella nostra cultura, infatti, un uomo molto muscoloso è considerato particolarmente in

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salute e anche se i suoi bicipiti raggiungono dimensioni enormi, difficilmente qualcuno arriva a sospettare che sia malato. Invece, può accadere che dietro un Ercole dei tempi moderni si nasconda una persona fragile e affetta da una patologia che nei casi più gravi può anche portare alla morte. In cosa consiste esattamente il complesso di Adone è relativamente semplice da spiegare: i malati hanno difficoltà a percepire le dimensioni reali del proprio corpo (soprattutto della muscolatura) e si vedono molto più esili di come sono in realtà. A causa di questa “dispercezione” si sottopongono ad allenamenti in palestra sempre più estenuanti: si arriva a sedute di molte ore al giorno tutti i giorni e a dedicare

«Insicurezza e bassa autostima portano molti adolescenti a questa patologia» un’attenzione ossessiva a integratori e dieta, fino ad alzarsi di notte per fare spuntini proteici. Il paradosso è che all’esterno non sembrano avere problemi: se le anoressiche si nascondono, in casa o dentro maglioni oversize, i vigoressici si mettono in mostra. Li si trova nella palestre a tutte le ore, spesso ve-

stiti con tutine striminzite per ostentare il proprio fisico. Come fare, allora, a capire qual è il confine tra la passione sportiva sana e quella malata? Secondo Pierluigi De Pascalis, docente universitario di Attività motorie e sportive ed esperto di vigoressia, la linea è sottile. «Allenarsi con costanza ogni giorno non è da demonizzare, anzi è una buonissima abitudine – spiega – la malattia insorge quando l’allenamento diventa un pensiero fisso a cui sacrificare tutti gli altri aspetti della vita». Un esempio banale: lavarsi le mani 10 volte al giorno significa essere attenti all’igiene, farlo 100 volte significa avere un’ossessione. Nel fitness, secondo De Pascalis, è esattamente lo stesso: la gravità del disturbo si misura su «quanto tempo della giornata è dedicato a pensare alla propria muscolatura e con quale stato di ansia si vive il fatto di non potersi allenare». Se un giorno non si può andare in palestra e la rinuncia è percepita con grande sofferenza, ecco il campanello d’allarme. Se si ritiene che la sensazione di “pompaggio muscolare” sia più gratificante di un rapporto sessuale (come disse Arnold Schwarzenegger), eccone un altro. Campanelli che però i vigoressici non sentono o si rifiutano di ascoltare. Luca ha 22 anni ed è ben felice di non uscire e di non avere una ragazza perché è troppo impegnato a gonfiare i muscoli e a postare su Fa-


Sport e tempo libero cebook i suoi risultati, oltre a quanti chili di carne mangia in una settimana. Non ha altri interessi fuori dal body building, che crede l’abbia salvato dalla frustrazione di ex ragazzo obeso e inadatto allo studio. «È proprio l’insicurezza e la bassa autostima a portare molti adolescenti a questa patologia», spiega Sabrina Mencarelli, psicologa che da 13 anni lavora al centro per i disturbi alimentari di Todi, dove dal 2003 passano molti vigoressici (circa il 15% del totale dei pazienti). Questi palestrati che si sentono esili come fuscelli approdano alla residenza di palazzo Francisci per farsi aiutare da un pool di psicologi, medici e nutrizionisti quando sentono di non voler sacrificare più la loro quotidianità – dagli affetti al lavoro – in nome del controllo sul corpo. Non esistono dati chiari sulla percentuale di guarigione perché troppi malati non ne sono consapevoli e di conseguenza non si curano, ma gli effetti del disturbo sulla salute sono devastanti. L’alimentazione iperproteica, l’utilizzo di anabolizzanti e l’allenamento estenuante possono provocare problemi cardiaci fino, nei casi più gravi, alla morte. A molti però, come a Marco, non interessa. Lui ha 35 anni e da 10 è vigoressico: la palestra è la sua casa e se lo invitano a una festa porta il cestino con il suo cibo personale. “Mai sgarrare” è la parola d’ordine. Di recente il medico gli ha consigliato di smettere con i pesi perché i suoi organi «hanno la funzionalità di quelli di un vecchio» eppure lui

L’

racconta al prof. De Pascalis di preferire «un giorno da leone che cento da pecora». Il complesso di Adone è un disturbo che riguarda soprattutto i giovani, ma negli ultimi anni non risparmia gli over 40 che, per far fronte alla tipica “crisi di mezza età”, vorrebbero riportare indietro l’orologio biologico. «Se prima per

sentirsi eterni ragazzi bastava comprarsi una moto – semplifica De Pascalis – ora molti uomini cercano di competere con i più giovani sul piano del fisico, visto come un riscatto soprattutto se hanno un basso livello di cultura e una situazione economica incerta». Dino, che a 46 anni indossa solo camicie sbottonate per mettere in mostra i pettorali,

frequenta ventenni a cui dà consigli su come diventare come lui ed è convinto che grazie ai muscoli sia ammirato dalle donne. L’ultima ricerca condotta sulla vigoressia nel 2013 vede circa 60.000 italiani a rischio, dei quali molti con ogni probabilità non si cureranno mai. Se è vero che il fenomeno è in costante aumento, sarebbe superficiale trascurare il contesto in cui è immerso. Al centro per i Dca di Todi sottolineano che il modello estetico presentato dalla società non è la causa dell’ossessione, ma può facilitarla, «suggerendo un modo per piacere agli altri e per esprimere il disagio con sé stessi». Se 50 anni fa, infatti, i giovani prendevano a modello persone del mondo reale, oggi vogliono assomigliare a quelli che vedono in tv e su internet: «Ogni pubblicità, ad esempio, dice ai maschi che se vogliono essere belli devono essere estremamente muscolosi». Anche i giocattoli, fa notare De Pascalis, sono cambiati: le “action figures” maschili, da Big Jim in poi, hanno addominali scolpiti e braccia enormi. Così fin da bambini «i maschi vengono abituati a uno stereotipo difficilmente raggiungibile, a cui spesso si aggiungono le gratificazioni eccessive da parte dei genitori per la riuscita nello sport». Aumentando le pressioni esterne, quindi, aumentano le fragilità. «E si scopre che il sesso debole – conclude De Pascalis – adesso è l’uomo». Soprattutto se ha l’aspetto di un culturista.

La ricerca della bellezza al maschile

uomo che non deve chiedere mai chiede soltanto cre- che sul piano dell’attenzione all’estetica: se prima solo la me (e trattamenti estetici). Lo attesta il report “Personal donna considerava il corpo come un “oggetto” di cui prenappearences” pubblicato nel 2014 da Euromonitor. Il 25% dersi cura, ora lo fa anche l’uomo. «Questo soprattutto perdegli intervistati (in 16 paesi del mondo) ché è cambiato il modello mediatico dospalma balsami sulle labbra, l’11% usa il minante che si ripercuote sulla vita delle fondotinta, il 13% ha provato le BB cream persone comuni; mentre fino a 30 anni della partner. Il 28% dei maschi depila fa il sex symbol aveva un fisico piuttosto ascelle, schiena, petto e braccia. La scelnormale, oggi ha muscoli ben definiti in ogni singolo centimetro». Da qui deriva ta dei vestiti, invece, è fondamentale per il 50% dei consumatori uomini. Minuti al l’insicurezza, prima poco conosciuta dal giorno dedicati alle cure estetiche? Fino sesso maschile: «Attenzione all’aspetto a 30. Secondo Maria Giuseppina Pacilli, e all’abbigliamento, vergona a mostrarsi docente di Psicologia sociale, il gap tra se non si riesce ad apparire nel migliore Vignetta di Michela Mencarelli ©2015 sessi si sta riducendo sempre di più andei modi». 15 gennaio 2016 | 13


Sport e tempo libero

In punta di fioretto La scherma nella regione: dai primi circoli ai grandi campioni Olimpiadi di Mosca (���� �� A�������� M������)

di M. Giovanna La Porta

T

utto ebbe inizio nel 1886 quando un ex garibaldino e maestro di scherma, Augusto Mezzetti, chiese al sindaco di Terni di aprire una sala d’armi. Sessanta anni dopo, nel 1946, a Terni è nato il primo circolo di scherma della regione. Oggi conta più di duecento iscritti ed è qui che si sono formati alcuni degli schermitori più famosi come Alessio Foconi, medaglia d’oro ai Giochi Olimpici di Baku 2015. Secondo posto, con 160

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iscritti circa, al circolo di Foligno dove continua ad allenarsi uno dei campioni della Nazionale maschile di spada, Andrea Santarelli. La scherma è un’arte marziale con regole di comportamento antiche. Quando entra in campo, l’atleta fa un gesto con la sua arma (spada, fioretto o sciabola) per salutare l’arbitro, l’avversario e il pubblico e quando la gara finisce, si inchina. La sua è una esibizione spettacolare. Non si assiste facilmente a scene di tifosi che

Pronti partenza Rio

ella squadra della Nazionale itana si trasforma in un atleta scaltro e liana di spada maschile c’è anche aggressivo: «Per me la scherma è una lui: Andrea Santarelli, folignate, classe valvola di sfogo. La fatica mi permette 1993. Santarelli e gli altri tre azzurri – di concentrarmi e di non pensare ad Garozzo, Pizzo e Fichera - hanno conaltro». È molto grato a questo sport: quistato il posto per i Giochi Olimpici «Insegna a combattere con la testa di Rio2016 dopo aver prima di farlo con le armi e battuto in finale la Frana rispettare l’avversario. La Andrea Santarelli cia ad Heidenheim, in prima cosa che ci dicono i maestri è che noi non siaGermania, lo scorso 23 mo star (come credono altri gennaio. «Ho iniziato a 5 sportivi) e non dobbiamo anni con un corso gratumai pensare di esserlo». ito – racconta l’atleta – e Neanche quando si diventa poi non ho più smesso». campioni indiscussi, quindi. Oggi fa parte delle FiamLa spada per lui non è solo me Oro e la sua carriera un’arma ma una compagna è tutta in ascesa. Un paldi vita: «A volte mi stanca mares di tutto rispetto, stare sempre in posti diversi, ma lei è solo nel 2015: bronzo a squadre alle l’unica certezza che ho». Il suo idolo? Olimpiadi di Mosca, campione euNon uno schermitore, ma un grande ropeo under 23 a squadre e argento individuale. È un timido, ma in pedamotociclista: Valentino Rossi.

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dagli spalti offendono l’arbitro; raramente vedremo un atleta inveire contro l’avversario. Un rapporto simbiotico si instaura con il maestro che è colui che mette in guardia l’atleta e che ne conosce debolezze e forze. Alcuni dei maestri più importanti d’Italia sono umbri: Salvatore Ponturo, Italo Mazzucchelli, Cristina e Michela Casciola e Carlo Carnevali, morto qualche anno fa all’età di 52 anni. «Forte tempra e grande stratega» dice di lui il maestro Daniele Anile, suo collega di Terni. Carnevali è stato CT della Nazionale per sei anni e ha allenato diversi campioni tra cui il trevisino Matteo Tagliariol, oro alle Olimpiadi di Pechino del 2008. L’Umbria investe, attraverso la Federazione italiana di scherma, in questo sport promuovendo iniziative nelle scuole e ospitando importanti incontri nazionali. «Ma è ancora uno sport d’élite» dice Giovanni Marella, delegato regionale della federazione, nonché ex atleta e arbitro: «L’armatura dello schermitore è un elemento indispensabile e all’avanguardia. Rischi la vita se non è a norma di legge e perciò costa molto: fino a mille euro per una attrezzatura base». La federazione dà in dotazione le attrezzature dei più piccoli, ma una volta cresciuti (anche per ragioni igieniche) ognuno ha bisogno della sua. E così molti tra gli atleti più bravi entrano nei corpi sportivi delle forze dell’ordine. Una opportunità prestigiosa che permette di avere uno stipendio e una carriera.


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La leva calcistica in miniatura Dai garage di Madonna Alta alla champions league, il subbuteo a Perugia è una tradizione decennale

È

una frazione di secondo. Il giocatore sta fermo, appena fuori dall’area di rigore. Poi batte la punizione e infila la palla all’incrocio dei pali. L’azione è da manuale, solo che il protagonista non è un calciatore, ma un pupazzo in miniatura. Uno di quelli che hanno fatto sognare intere generazioni. Il subbuteo, arrivato in Italia negli anni ‘70, non è in declino. Anzi, anima squadre di professionisti che si sfidano in tornei nazionali e internazionali. Come l’A.c.s. Perugia, campionissima d’Italia. Stefano De Francesco, tra i fondatori del club, tiene vive le tradizioni di questa pagina di storia sportiva: ogni mercoledì si allena insieme agli amici su campi verdi fatti di panno. «Quando abbiamo iniziato a giocare, nei garage di Madonna Alta, non ci sembrava vero: era il 1973 e il subbuteo per noi era come un videogioco». Così i veterani hanno trasmesso la passione ai più piccoli e sui tavoli del calcio si incontrano generazioni diverse. «È uno sport senza età. Io ho portato anche mio figlio, che è già campione del mondo nel gioco a squadre under 19». L’ultimo scudetto il Perugia l’ha vin-

to nel 2010, ma dagli anni ‘80 ne ha messi a segno ben sei. Per non parlare dei tornei internazionali: due champions league vinte, nel 2002 e nel 2005. L’abilità richiesta dal subbuteo non è tanto una buona manualità, che pure è necessaria. Quello che fa grande un giocatore è la sua capacità di concentrazione e la tattica che elabora: se sbaglia di decine di millimetri può compromettere l’intera partita. Uno sport di testa, dunque, più che fisico. Come gli scacchi o il biliardo. Spesso però chi si avvicina al calcio da tavolo è già appassionato di quello praticato all’aperto, sui campi d’erba. Come Stefano, che è anche direttore generale dell’Assisi Calcio. «Chi ama il pallone vuole goderne in tutte le sue forme. Quando ero giovane o giocavo o, se non potevo, pensavo a quando avrei giocato. Perciò mi sono avvicinato anche al calcio in miniatura». E in effetti l’origine stessa del subbuteo è legata ad una passione repressa: i marinai inglesi, imprigionati sulle navi, all’inizio del Novecento trovarono il modo di ammazzare il tempo. Improvvisando campi fatti con panni e

Un allenamento dell’A.C.S. Perugia al palazzetto dello sport di Foligno

coperte, sui quali facevano scivolare tappi da sughero e pedine fai da te. Poi la nascita ufficiale, nel 1947, grazie ad un ornitologo che praticava il gioco come hobby. E che, infatti, gli ha dato il nome di un bellissimo falco. All’epoca i giocatori erano di carta e poggiavano su una base di piombo. Tanta strada è stata fatta dalle aziende produttrici, prima che si decidesse di smettere la fabbricazione delle miniature: troppo poco competitive, nell’epoca dei videogiochi. Ma il subbuteo ha resistito e molti giovani si interessano. «La forza del gioco – spiega Stefano – è che richiede l’interazione con gli altri. L’allenamento è un momento d’incontro con gli amici. In effetti ricordo che quando ero piccolo mia madre si arrabiava perché, per giocare nei garage, non stavo all’aria aperta». E se ci sono le lamentele delle mamme, è proprio calcio a tutti gli effetti. Giulia presutti

Il calcio da tavolo che resiste ai videogiochi

I

n principio fu un ornitologo. Appassionato di volatili, ma anche di calcio, Peter Adolph brevettò il subbuteo nel ‘47, in Inghilterra. E gli diede il nome di uno splendido falco, quello comunemente noto come “lodolaio”. In Italia il gioco ha preso piede soprattutto negli anni ‘70 e ‘80: nel 2000, però, l’azienda americana Hasbro ha interrotto la fabbricazione dei pupazzi. E il sogno di migliaia di ragazzi, che grazie al subbuteo si erano sentiti dei Paolo Rossi in miniatura, rischiava di svanire. Il motivo? Con la diffusione dei videogames, il gioco non poteva più competere. Ma l’Italia ha resistito, e dopo pochi anni la produzione è ripresa. Tanto che, per difendere le tradizioni, è nato un movimento chiamato “Old subbuteo” che garantisce il rispetto delle vecchie regole. Le stesse del calcio vero: undici giocatori, anche se fatti di plastica, e una piccola palla da mandare in rete. Per far scivolare le miniature sul tavolo serve una destrezza particolare: chi ha il “tocco” giusto può partecipare in Italia ad un vero campionato: quello della Fisc (Federazione calcio da tavolo). Con sei scudetti all’attivo, l’Acs Perugia è la più titolata d’Italia. 15 gennaio 2016 | 15


Un cubo sotto zero

Non solo brutta: ora la chiesa progettata da Massimiliano Fuksas è anche troppo fredda per poter ospitare le celebrazioni, spostate nel salone parrocchiale per evitare la fuga dei fedeli

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a famosa canzone natalizia racconta che Gesù “viene in una grotta al freddo e al gelo”. Peccato però, che nella Chiesa di San Paolo Apostolo a Foligno, la stessa sorte sia toccata ai fedeli. Il cubo di Fuksas (così viene chiamato in riferimento al noto architetto che l’ha progettata) è troppo freddo, e la gente se ne va. Un problema quasi certamente strutturale e non risolvibile senza intaccare i rigidi vincoli imposti dal progettista. Da sempre la chiesa-cubo è stata al centro delle polemiche: brutta per molti (Sgarbi e Cucinelli ne hanno sostenuto pubblicamente e più volte l’abbattimento), poco integrata nel contesto circostante, insopportabil-

mente calda d’estate e irrimediabilmente gelida d’inverno. L’apice, racconta il parroco don Giovanni Zampa, è arrivato durante la veglia nella notte di Natale: temperatura glaciale, celebranti intirizziti e fedeli che abbandonano l’assemblea per il troppo freddo. Considerato che la chiesa nasce anche come luogo di aggregazione e avvicinamento, questa sembra una vera sconfitta. Nelle prime settimane di gennaio allora, tutte le celebrazioni sono state spostate nel salone parrocchiale, più piccolo e scomodo, ma sicuramente più facile da riscaldare. Già, perché proprio l’impianto di riscaldamento è il pomo della discordia, il filo conduttore in una logica di

scaricabarile tipicamente italiana: il parroco chiama in causa l’architetto, l’architetto dà la colpa alla ditta che ha realizzato l’impianto di riscaldamento a pavimento, la ditta, tanto per completare in bellezza il triangolo, accusa il parroco che pretende di voler spendere troppo poco per scaldare i suoi fedeli. Come se scegliere di non pagare più di tremila euro al mese (le stime sono della parrocchia) sia un atto di tirchieria. Insomma, il cubo di Fuksas è diventato più che un luogo, un oggetto di culto. Online viene accostato anche al deposito di Paperone; ma almeno lui non si lamentava del freddo. Francesco Mariucci

Quattro colonne

Redazione degli allievi della Scuola a cura di Sandro Petrollini

Anno XXIV numero 1 – 15 gennaio 2016 Registrazione al Tribunale di Perugia N. 7/93 del maggio 1993

SGRT Notizie

Periodico del Centro Italiano di Studi Superiori per la Formazione e l’Agg.to di Giornalismo Radiotelevisivo

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In redazione Paolo Andreatta, Iacopo Barlotti, Alice Bellincioni, Alessia Benelli, Simone Carusone, Gianluca De Rosa, Davide Denina, Marco Frongia, Davide Giuliani, Ruben Kahlun, Maria Giovanna La Porta, Elisa Marioni, Francesco Mariucci, Giulia Paltrinieri, Simona Peluso, Valerio Penna, Giulia Presutti, Giacomo Prioreschi, Valentina Russo, Alessandro Salveti, Maria Teresa Santaguida, Lorenza Sbroma Tomaro, Nicoletta Soave, Dario Tomassini, Nicola Tupputi

Segreteria: Villa Bonucci 06077 Ponte Felcino (PG) Tel. 075/5911211 Fax. 075/5911232 e-mail: segreteria@centrogiornalismo.it http://www.centrogiornalismo.it Spedizione in a.p. art.2 comma 20/c legge 662/96 Filiale di Perugia Stampa: Italgraf - Perugia

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Numero 1 (1-15 gennaio 2016)  

Numero 1 (1-15 gennaio 2016)  

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