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Aifos è un’associazione senza scopo di lucro costituita da formatori, docenti, professionisti, consulenti ed aziende che operano nel campo della sicurezza sul lavoro. La formazione è strumento di prevenzione per la salute e la sicurezza nei luoghi di vita e di lavoro. La rivista scientifica trimestrale “Quaderni della Sicurezza Aifos” presenta studi, ricerche, analisi e commenti di carattere monografico.

AiFOS - Associazione Italiana Formatori della Sicurezza sul Lavoro c/o CSMT Università degli Studi di Brescia via Branze, 45 - 25123 Brescia tel. 030.6595031 fax 030.6595040 www.aifos.it info@aifos.it

QUADERNi DELLA SiCUREZZA AiFOS - Associazione Italiana Formatori della Sicurezza sul Lavoro

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QUADERNi DELLA SiCUREZZA AiFOS Associazione Italiana Formatori della Sicurezza sul Lavoro

Rivista monografica trimestrale - Salute e Sicurezza nei Luoghi di Vita e di Lavoro

I Lavori e la Sicurezza sul Lavoro Nei 150 anni dell’Unità d’Italia 1861-2011

A cura di: Rocco Vitale

Interventi di: Michele Lepore e Rocco Vitale Lorenzo Alessio Giuseppe Battista e Francesco Maria Rinaldi Silvano Danesi Franco Robecchi Gigi Bellometti Giancarlo Quiligotti

n. 3 - Anno II Trimestrale Luglio - Settembre 2011

AiFOS Associazione Italiana Formatori della Sicurezza sul Lavoro c/o CSMT Università degli Studi di Brescia via Branze, 45 - 25123 Brescia tel. 030.6595031 fax 030.6595040 www.aifos.it info@aifos.it


PROSSIMA USCITA:

QUADERNI DELLA SICUREZZA AiFOS

Rapporto AiFOS 2011

Il Datore di Lavoro e la Formazione alla Sicurezza

n. 1 - anno I

T.U. n. 81/2008

n. 2 - anno I

Valutare i rischi.

n. 3 - anno I

Gestione aziendale e salute e sicurezza sul lavoro

n. 4 - anno I

La figura del Formatore alla Sicurezza

Rapporto AiFOS 2010

1 dicembre 2011 - Roma CNEL - Sala della Biblioteca Viale Davide Lubin n. 2 - 00196 Roma presentazione “Rapporto AiFOS 2011” sulla Salute e Sicurezza negli Ambienti di Vita e di Lavoro.

n. 1 - anno II

I Sistemi di Gestione della Sicurezza tra Certificazione e Asseverazione Atti del Convegno - 27 Gennaio 2011

n. 2 - anno II

La conoscenza dello stress lavoro-correlato Una strada verso l’azienda No-Stress


Quaderni della Sicurezza AiFOS n. 3, 2011

Sommario   Michele Lepore e Rocco Vitale   L’evoluzione storica della sicurezza per la tutela dei lavoratori 

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La nascita della medicina del lavoro ‐ Le società di mutuo soccorso ‐ Dall’agricoltura all’industria ‐ Dall’assistenza alla  previdenza ‐ La nascita dell’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni e le malattie professionali ‐ Lo stato sociale in  Italia ‐ Le origini della prevenzione nel sistema giuridico: l’assicurazione obbligatoria  ‐ Dal Codice Penale al Codice Civile  ‐ Dalla Costituzione al Testo Unico della sicurezza sul lavoro. 

Lorenzo Alessio 22  L’evoluzione della Medicina del Lavoro: l’attività del Medico del Lavoro tra malattia e  salute  Introduzione ‐ La Medicina del Lavoro: Occupational Health‐Occupational Medicine ‐ Le industrie si moltiplicano, si tra‐ sformano, si rinnovano ‐ La legislazione assicurativa e preventiva ‐ Il medico del lavoro alla fine degli anni ‘60 ‐ La con‐ testazione ed i grandi passi degli anni ‘70‐‘80 ‐ L’epidemiologia occupazionale ‐ Il monitoraggio biologico ‐ Le nuove sfi‐ de della Medicina del Lavoro 

Giuseppe Battista  e Francesco Maria Rinaldi Malattie professionali e prevenzione 

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Premessa ‐ I primi decenni dell’unità d’Italia (1860‐1900) ‐ Gli anni dello sviluppo industriale e la prima guerra mondiale  (1900‐1918)  ‐  Il  fascismo  (dagli  anni  ‘20  alla  seconda  guerra  mondiale)  ‐  Dalla  seconda  guerra  mondiale  alla  riforma  sanitaria (1945‐1980) ‐ Novità nella Medicina del Lavoro (1980 ‐ 1990) ‐ La prevenzione nei luoghi di lavoro nelle norme  di derivazione europea (1990‐2010) ‐ Il futuro (2011 →) 

Silvano Danesi Origini e sviluppo del soccorso 

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Le origini e lo Statuto albertino ‐ A San Martino e Solferino nasce la Croce Rossa ‐ La Croce Bianca di Brescia ‐ La Croce  Bianca  di  Arezzo  ‐  A  Milano  la  Croce  è  verde  ‐  Le  Misericordie  e  l’Unione  Federativa  ‐  Un  denominatore  comune:  Protezione Civile ‐ Il 118, nato a Bologna, è realtà nazionale d’eccellenza ‐ I dati dell’emergenza‐urgenza nazionale 

Franco Robecchi  Storie di lavoro 

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Il lavoro dei “carusi” nelle solfatare siciliane ‐ Il lavoro pesante nelle fonderie ‐ Lavare i panni al fiume ‐ Gli acrobati  dell’edilizia ‐ Pompieri: i salvatori. 

Gigi Bellometti Quando fumavano le ciminiere 

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Aspetti dell’archeologia industriale nell’area bresciana. 

Giancarlo Quiligotti Le macchine del lavoro 

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Fotografia e  ricerca  ‐  Sfogliando  immagini:  dall’unità  d’Italia  alla  vigilia  della  prima  guerra  mondiale  ‐  Carboneta  ‐  L’organizzazione dell’entusiasmo: la fotografia del lavoro dalla prima alla seconda guerra mondiale ‐ Dopo la guerra:  verso una cultura della prevenzione ‐ Un caso esemplare: la silicosi in Valle Camonica – Conclusioni.

     


Michele Lepore - Rocco Vitale

L’evoluzione storica della sicurezza   per la tutela dei lavoratori  di Michele Lepore1 e Rocco Vitale2

La nascita della medicina del lavoro   La storia della civiltà industriale è all’origine dello Stato sociale sviluppatosi durante il XIX e XX secolo. Vi era stata una prima, elementare, forma di intervento assistenziale dello Stato in Inghilterra con Elisabetta I che, nel 1601, aveva proclamato la Poor Law, la legge sui poveri: si trattava dei primordi di fissare su basi giuridiche alcuni principi che avevano in sé un palese contenuto filantropico, in base alla considerazione che riducendo il tasso di povertà si riducevano anche i fenomeni negativi connessi come la criminalità. La legislazione inglese rimase in vigore fino al 1834, allorquando furono emanate le prime leggi di carattere sociale. Nel continente europeo l’estensione del modello inglese si ebbe tra il 1886 ed il 1915. La legislazione sociale era in forte ritardo, ma non mancavano studi e ricerche mediche e scientifiche sulle condizioni della salute nei luoghi di lavoro. Tra i principali studiosi si ricorda Bernardino Ramazzini, medico (Carpi, 1633 – Padova, 1714) che può considerarsi il fondatore della moderna medicina del lavoro. Fu tra i primi ad effettuare studi sulle malattie professionali e sulle misure per la difesa degli operai. Pubblicò a Modena nel 1700 il “De morbis artificium diatriba” ovvero “Discussione sulle malattie degli artefici”, laddove per artefici erano considerati i lavoratori, in quanto scriveva il Ramazzini “[ho visto] operai in quale determinati affetti morbosi risultano gradualmente da una certa posizione particolare delle 1

Professore di Diritto del lavoro e di relazioni industriali, Universitas Mercatorum. Docente di Diritto della sicurezza sul lavoro Facoltà di Ingegneria, Università di Roma Sapienza. Presidente Onorario del Comitato Scientifico AiFOS. 2 Sociologo del lavoro, Presidente AiFOS.

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membra o dei movimenti artificiali del corpo denominato per mentre funzionano. Tali sono gli operai che tutto il giorno si levano in piedi o si siedono, curvano o sono doppio piegato, che fa funzionare o guida o esercita i loro corpi in tutte le specie dei sensi [eccedenti]”. Quest’opera, primo studio nella storia della medicina sulle malattie professionali, prese in esame il contesto delle condizioni di lavoro e delle malattie da esse derivanti, analizzando l’uso di prodotti chimici irritanti, polveri, metalli ed altri agenti usati dagli operai in cinquantadue attività lavorative, descrivendone i possibili rischi per la salute correlati ad ogni lavoro ed i loro possibili rimedi. Oltre a ciò prese in considerazione, integrandole con i dati già ottenuti, le condizioni climatiche in cui questi lavori erano o potevano essere svolti. Le relazioni tra rischi e malattia osservate hanno anticipato l’attuale metodo scientifico, ancora oggi utilizzato, basato su studi epidemiologici. Si trattava del primo lavoro epidemiologico completo sulle malattie professionali e tale opera rappresenta una pietra miliare che pone le basi della moderna medicina del lavoro. Per oltre due secoli resterà il principale punto di riferimento per lo studio epidemiologico delle malattie professionali e verrà tradotta in moltissime lingue. Nella premessa alla sua opera il Ramazzini scriveva “molte sono le domande che il medico deve rivolgere al malato e a coloro che l’assistono. Ippocrate nel “De affectionibus” dice: “quando sei di fronte a un ammalato devi chiedergli di cosa soffra, per quale motivo, da quanti giorni, se va di corpo e cosa mangia”. A tutte queste domande bisogna aggiungerne un’altra: “che lavoro fa”. Quando il malato è uno del popolo, questa domanda risulta importante, anzi necessaria, se non altro per individuare la causa della sua malattia”. Le società di mutuo soccorso  Nei primi decenni dell’800 si svilupparono, soprattutto nelle prime fabbriche del Nord Italia, officine ed opifici, le prime forme di autoassistenza tra i lavoratori derivate dall’esperienza delle confraternite e dalle corporazioni di arti e mestieri. Si trattava di forme assistenziali di tipo caritatevole e destinate ad aiutare i lavoratori in caso di malattie o infortuni sul lavoro. Dopo le rivoluzioni del 1848 vi fu un fiorire di società di mutuo soccorso, anche a seguito della promulgazione dei primi Statuti. Le imprese potevano disporre della manodopera liberamente senza regole e 2


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senza vincoli nell’assenza di qualsiasi legislazione sociale. Concetti come previdenza, assistenza, prevenzione degli infortuni ed assicurazioni non erano contemplati dal ciclo lavorativo. La borghesia liberale moderata, in contrasto con la visione retriva dei reazionari e dei conservatori, colse nelle società di mutuo soccorso gli strumenti idonei ad ammortizzare il costo sociale del progresso e stemperarne le conflittualità. Vi era alla base uno spirito filantropico e caritatevole che spingeva nobili e borghesi a costituire e finanziare nuove società di mutuo soccorso assumendone, spesso, funzioni direttive, di indirizzo e di controllo delle finalità sociali. Le società svolgevano prevalentemente un ruolo assistenziale ed educativo in forma solidaristica. Erano laiche, spesso anticlericali, ma sempre senza nessun coinvolgimento politico. Sotto l’influsso di Giuseppe Mazzini, il mutuo soccorso iniziò a rivendicare l’autonomia ed iniziò, nella fase risorgimentale, a collegare la propria azione con la lotta politica. I mazziniani agivano segretamente attraverso le società di mutuo soccorso che rappresentavano il punto di raccordo tra la base operaia ed i gruppi dirigenti rivoluzionari. L’obiettivo primario di Mazzini era lo Stato unitario, libero e repubblicano, ma per attuarlo si dovevano coinvolgere gli operai, sollevandoli dalle condizioni di profonda indigenza e di iniquità sociale in cui la trascuratezza dello stato li aveva confinati. Mazzini tuttavia, pur cogliendo la contrapposizione tra borghesia e proletariato, non credeva nella lotta di classe, né nelle azioni di forza degli operai, primo fra tutti lo sciopero. Pensava piuttosto che la rivoluzione potesse essere sostenuta dal superamento delle classi e dalla loro collaborazione attraverso il progressivo avvicinamento del proletariato ai ceti medi. Nel settembre 1864 fu fondata a Londra la Prima Internazionale dei lavoratori, che portò, anche in Italia, la questione sociale su posizioni più combattive di tipo resistenziale, anarchiche bakuniane prima e socialiste marxiste poi, costituendo una minaccia concreta della disgregazione dell’assetto sociale e politico costituito. Giuseppe Garibaldi si dichiarò membro dell’Internazionale. Dall’ottobre 1870 al gennaio 1871 partecipò alla guerra franco-prussiana, in favore della repubblica proclamata in Francia e prese posizione in favore della Comune di Parigi, aderendo alle idee del socialismo. In una lettera indirizzata a Giuseppe Petroni, direttore de “La Roma del popolo”, il generale esprimeva il suo appoggio 3


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per questa. Sua infine la frase: “L’Internazionale è il sole dell’avvenire”, scritta in una lettera a Celso Ceretti il 22 settembre 1872. Si deve a molti reduci garibaldini la costituzione di società operaie di mutuo soccorso e dei primi “Fasci operai”. Nel 1871 venne fondata la Società di Mutuo Soccorso tra Reduci garibaldini «Giuseppe Garibaldi», di cui l’eroe viene nominato presidente. Tolte poche eccezioni in cui mutuo soccorso e ragioni sindacali si intrecciarono, le società si astennero da qualunque attestazione di apertura ai movimenti resistenziali operai di fine secolo e di inizio Novecento. Esse manifestarono ancor più intensamente la responsabilità verso la propria funzione sociale ed i patrimoni intergenerazionali di cui erano depositarie e si dedicarono unicamente allo sviluppo delle attività istituzionali. Il 15 aprile 1886 fu promulgata la legge n. 3818 che riconosceva alle società operaie di mutuo soccorso la possibilità di acquisire la personalità giuridica. Tra i fini definiti dalla legge vi era quello di assicurare ai soci un sussidio, nei casi di malattia, d’impotenza al lavoro o di vecchiaia e venire in aiuto alle famiglie dei soci defunti. L’art. 2 prevedeva che le Società di mutuo soccorso potessero inoltre cooperare all’educazione dei soci e delle loro famiglie; dare aiuto ai soci per l’acquisto degli attrezzi del loro mestiere, ed esercitare altri uffici propri delle istituzioni di previdenza economica. Nell’ultimo decennio dell’Ottocento le società di mutuo soccorso crebbero rapidamente di numero ed in breve costituirono una realtà corposa e ramificata su tutto il territorio nazionale. Al momento dell’Unità d’Italia, ad un primo censimento del 1862, si registravano ben 443 società.

Dall’agricoltura all’industria   Tra la fine del 1700 e l’Ottocento vi fu uno sconvolgimento degli assetti sociali dovuti a quella che fu chiamata la prima “Rivoluzione Industriale”: un processo di evoluzione economica che da un sistema agricolo-artigianale portò ad un sistema industriale moderno caratterizzato dall’uso generalizzato delle macchine azionate da nuove fonti di energia dovute all’invenzione della macchina a vapore. 4


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Il passaggio dall’agricoltura all’industria favorì la produzione meccanica, la chimica ed il tessile, contribuendo ad una profonda trasformazione che coinvolse l’intero sistema sociale. La fabbrica e la macchina sono all’origine della nuova classe operaia che, in cambio del proprio lavoro riceve un salario dal proprietario dei mezzi di produzione. La nascente classe operaia è costretta a lavorare ed a vivere, in un sistema senza regole, dove le più elementari norme di igiene e sicurezza vengono ignorate: frequente è il ricorso al lavoro delle donne e dei bambini con turni di lavoro di 12 ore laddove gli infortuni e gli incidenti sul lavoro sono una costante. L’industrializzazione produce una crescente concentrazione della popolazione nelle città, in quanto luogo principale tra offerta e domanda di lavoro. La necessità dei venditori e compratori di merci di negoziare tra loro rese molto più efficiente vivere nello stesso luogo degli scambi ed, infatti, le prime fabbriche sorsero nelle zone periferiche delle città e ben presto attorno vennero costruite le case dei lavoratori. In questa fase sono sempre più numerose le masse contadine che abbandonano le campagne per trasferirsi nelle città: lo sviluppo dell’urbanesimo rendeva visibile ed immediato il tenore di vita delle classi agiate, mentre i lavoratori erano costretti a vivere in quartieri malsani ed insalubri. Cominciano a farsi strada le problematiche legate alla vita ed alla salute dei lavoratori grazie anche al diffondersi delle teorie politiche e sociali che saranno patrimonio sia del socialismo sia del cattolicesimo e che daranno origine alle prime organizzazioni della classe operaia (a prevalente tendenza socialista) ed a quelle contadine (a prevalenza cattolica). Al fine di prevenire iniziative “rivoluzionarie” da parte della nuova nascente classe operaia, furono le classi dominanti più illuminate a sviluppare le politiche sociali. L’iniziativa, che divenne modello in quasi tutti i paesi europei, fu presa dal cancelliere tedesco Bismark che in Germania, tra il 1870 ed il 1890, ha sviluppato un compiuto sistema di assicurazioni sociali: dalla 5


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vecchiaia all’invalidità, dagli infortuni alle malattie, dalla maternità alla disoccupazione. Dall’assistenza alla previdenza  In Italia, la «previdenza» – e, quindi, l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni e le malattie professionali – è nata prima della «prevenzione». Il ritardo della nascita di un complessivo ordinamento normativo volto alla tutela prevenzionistica dei lavoratori – ritardo grave se valutato in relazione al corrispondente stato di avanzamento del processo di industrializzazione e, di conseguenza, all’elevato grado di nocività e pericolosità del lavoro – va ascritto, in buona parte, al tipo di teoria del fenomeno infortunistico dominante in ambiente istituzionale e largamente diffuso nella cultura della società italiana fino ai primi anni del dopoguerra. I suoi tratti essenziali consistevano nell’idea che il principale riferimento eziologico degli infortuni sul lavoro fosse costituito da fattori di tipo soggettivo, legati alla mera imprudenza o negligenza comportamentale dei lavoratori stessi. Venivano, infatti, esclusi dall’indagine di causazione sia tutti i fattori soggettivi connessi al tipo di organizzazione del lavoro (fatica fisica, stress, carenze formativoinformative ecc.) sia gran parte dei fattori oggettivi presenti nell’ambiente di lavoro (condizioni di nocività, pericolosità di macchine e infrastrutture ecc.), con l’ovvio risultato di ricondurre a motivazioni di colposo autolesionismo operaio la maggioranza dei casi di infortunio. Inoltre, a questa teoria, cosiddetta «del fattore umano», principale postulato della ideologia della fatalità o imprevedibilità dell’infortunio sul lavoro, si affiancava il principio, imperante negli anni della prima industrializzazione, dell’assoluta libertà della iniziativa privata, in nome della quale non veniva tollerata l’apposizione di limitazioni esterne, di carattere normativo, al potere gerarchico e di organizzazione del lavoro dell’imprenditore. È in questo quadro culturale che trova giustificazione il peculiare iter legislativo, in materia di infortuni e malattie professionali, tracciato alle origini dal legislatore italiano, il quale individuò nella politica di prevenzione uno strumento secondario ed ausiliario rispetto ad una politica di tipo riparatorio. Infatti, il problema della tutela dell’integrità fisica dei lavoratori diviene oggetto di attenzione sociale sul finire del XIX secolo, a seguito 6


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dell’espandersi della grande industria e del progressivo e preoccupante incremento del fenomeno degli infortuni e delle malattie professionali. Per molti anni tuttavia il legislatore, ritenendo la maggior parte degli infortuni un prodotto ineluttabile della negligenza o disattenzione dei lavoratori e considerando inconcepibile la violazione dei confini dell’autonomia imprenditoriale, non trovò altra soluzione che quella di privilegiare la disposizione di strumenti di risarcimento dei danni sofferti dai lavoratori, facendo registrare una pesante marginalizzazione delle finalità prevenzionistiche. La nascita  dell’assicurazione  obbligatoria  contro  gli  infortuni  e  le  malattie professionali  Nel nuovo stato unitario gli sviluppi della legislazione sugli aspetti relativi alla sicurezza sul lavoro furono alquanto discontinui e dovuti, spesso, al sorgere di questioni immediate cui dare una soluzione. Il dibattito sulla necessità di una legge organica sulla sicurezza si trascinava in Parlamento senza addivenire a soluzioni. Non mancarono ministri che proposero serie proposte legislative che, tuttavia, non videro mai la loro approvazione. Un Regio Decreto del 29 dicembre 1869 istituiva la prima “Commissione consultiva del lavoro e della previdenza sociale” con il compito di definire i contenuti di una successiva legge. Vale la pena ricordare, come a fronte di gravi infortuni mortali, fu emanata la legge n. 4828 del 1897 che costituiva, a livello centrale, il primo nucleo di ispettori del lavoro, anche se erano solo due! Nel 1883 con la legge n. 1473 veniva conferito il riconoscimento giuridico alla Cassa Nazionale di Assicurazione, di tipo privatistico, per gli infortuni sul lavoro degli operai. L’adesione degli imprenditori era volontaria anche se conveniente. Non mancò un importante intervento sulle condizioni di lavoro nel 1886 e riguardava il lavoro dei fanciulli, che alla fine dell’800 era assai diffuso. Con una apposita legge, la n. 3657, veniva regolamentato il lavoro dei fanciulli negli opifici, nelle cave e nelle miniere. Si tratta del primo intervento dello stato sociale laddove per la prima volta lo Stato interviene nella contrattazione del rapporto tra imprenditori ed operai. Con questa legge veniva fissata a 9 anni l’età di avviamento al lavoro e vietato il lavoro notturno ai minori di 12 anni. Allo stesso tempo, la norma dettava le prime regole del lavoro delle donne nelle fabbriche. 7


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Queste sono le condizioni sociali del Paese nell’anno in cui il Parlamento, dopo quasi 20 anni, di discussioni e dopo 15 anni dall’esempio tedesco, approvava la prima legge sull’assicurazione obbligatoria degli operai nel lavoro. Il primo intervento organico sugli infortuni degli operai sul lavoro si ebbe con la Legge 17 Marzo 1898 n. 80. I successivi Regolamenti approvati con Regioni Decreto 230, 231 e 232 del 1899 dispongono le modalità per la prevenzione generale degli infortuni e, specificamente, la prevenzione degli infortuni nelle cave e nelle miniere e nelle industrie ove si fa uso di materiali esplodenti. Il 1898 è un anno in cui, in Italia e nel mondo, accadono molti avvenimenti. Guglielmo Marconi in Inghilterra effettua il collegamento permanente, senza fili, tra l’Isola di Wight e la stazione di Poole. A Torino si costituisce la Federazione Italiana Gioco Calcio. Il primo campionato della storia si gioca proprio a Torino, in una sola giornata, e lo vince il Genoa che conquista così il primo scudetto tricolore. L’azienda statunitense Kodak commercializza la macchina fotografica tascabile richiudibile: la Kodak, considerata l’antesignana di tutte le moderne fotocamere a rullino. L’azienda applica una politica di suggerimenti a favore del prodotto. Tale sistema prevedeva un incentivo in denaro per i dipendenti che offrivano suggerimenti che avrebbero migliorato le operazioni aziendali. Scoppia la guerra ispano-americana che fu combattuta nel 1898 tra gli Stati Uniti e la Spagna in merito alla questione cubana. La guerra ispanoamericana ebbe una certa influenza anche nella situazione sociale italiana, in quanto causò indirettamente l’aumento del costo dei cereali d’importazione, e il conseguente aumento del costo del pane. Ciò gravò sulle già affaticate famiglie proletarie è fu la causa di numerose sommosse. Alcune rivolte divamparono in Puglia e in Romagna, a causa dei prezzi elevati del grano e della farina. La più sanguinosa si ebbe a Milano. La protesta milanese divampò ed i lavoratori innalzarono barricate. Il governo inviò un comandante militare, il generale Bava-Beccaris, per sedare la rivolta. Ufficiale di vecchio stampo tanto autoritario quanto incapace di comprendere la realtà che aveva di fronte, il Beccaris affrontò la situazione pensando si trattasse di una vera e propria rivoluzione anarchica o socialista. Si trattava, invece, soltanto di una 8


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sollevazione contro il carovita. Contro i dimostranti Bava-Beccaris fece intervenire l’esercito: la cavalleria caricò nelle piazze, mentre i cannoni facevano fuoco contro le barricate. La repressione costò quasi cento morti, molti oppositori, tra cui il sacerdote Don Albertario ed il deputato socialista Filippo Turati, furono i arrestati. Il governo e il re approvarono l’inutile crudeltà di Bava-Beccaris. Le legge 80 del 1898 fu modificata con la Legge 29 Giugno 1903 n. 243, successivamente ordinata nel R.D. 31 Gennaio 1904 n. 51 (che approvò il Testo Unico per gli infortuni degli operai sul lavoro) sancì l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro degli operai addetti in alcuni settori industriali specificati. L’obbligo assicurativo fu posto a carico degli imprenditori a copertura dei danni subiti dai lavoratori in tutti i casi di infortunio ritenuti fortuiti o dovuti a forza maggiore, in quelli riconducibili a colpa del lavoratore ed, infine, in tutte le ipotesi di colpa dell’imprenditore, purché perseguibili dietro querela dell’infortunato. La responsabilità civile del datore di lavoro rimase solo nei casi di una sua colpa, accertata da sentenza penale, per fatti perseguibili d’ufficio o per fatti imputabili a preposti alla sorveglianza o direzione del lavoro. In tal modo, si dispose una parziale deroga al principio di diritto comune della concatenazione tra responsabilità soggettiva e imputabilità dell’agente. Ciò in quanto, in quegli anni, solo una ridottissima quota di operai infortunati riusciva ad ottenere il risarcimento dei danni, data la difficoltà di dimostrare la responsabilità colposa dell’imprenditore; circostanza, questa, che aggiungeva al danno fisico un grave pregiudizio, sotto il profilo economico, alla stessa possibilità di sopravvivenza del lavoratore e della sua famiglia. Pertanto, dopo alcuni tentativi, falliti, da parte di dottrina e giurisprudenza, di introdurre una teoria dell’inversione dell’onere della prova, in base alla quale lo stesso imprenditore avrebbe dovuto dimostrare l’assenza di ogni sua responsabilità in ordine all’incidente, vennero sanciti, da un lato, l’esonero parziale della responsabilità civile dei datori di lavoro e, dall’altro, l’assicurazione obbligatoria a loro carico, per la riparazione anche di danni di cui non fossero ritenuti colpevoli. Il particolare istituto venne giustificato con il ricorso al concetto di «rischio professionale»; vale a dire, da un lato, con l’assunzione del principio della casualità della maggior parte degli infortuni sul lavoro e, 9


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dall’altro, con il riconoscimento che il rischio di tali infortuni dovesse essere posto a carico dell’imprenditore, il quale vi doveva far fronte con la conclusione obbligatoria di un’assicurazione contro i danni. Quest’ultimo assunto fu spiegato con il principio secondo il quale se l’attività imprenditoriale comporta guadagni, da questa devono anche essere sopportate le eventuali perdite, così materiali come umane. Se però, in tal modo, fu data una parziale soluzione economica al notevole sovraccosto sociale ed individuale legato alla gravosa entità del fenomeno infortunistico ed alla fragilità del tradizionale istituto della responsabilità civile, si finì, comunque, per consolidare l’ideologia della fatalità ed imprevedibilità dell’infortunio sul lavoro, con notevole pregiudizio per lo sviluppo di una coscienza sociale e giuridica tesa alla prevenzione. Infatti, con l’introduzione del concetto di responsabilità oggettiva dell’imprenditore (rischio professionale), limitata alla copertura del premio assicurativo, venne implicitamente messo in ombra il concetto di responsabilità soggettiva di quest’ultimo, non solo in ordine al risarcimento dei danni, ma anche alla predisposizione preventiva di condizioni di lavoro più sicure. Tanto ciò è vero, che ancora nel 1934, nella relazione governativa al Senato del disegno di legge di delegazione per la riforma delle norme nell’assicurazione obbligatoria (Regio Decreto 17 Agosto 1935, n. 1765), si ribadisce che la principale finalità dello Stato, per quanto riguarda il settore infortunistico, consiste nell’introdurre «il principio del carattere pubblico dell’assicurazione quale difesa contro la sventura del lavoro e come necessità di ricostituire le energie dell’infortunio menomate». Lo stato sociale in Italia  Dopo l’unificazione, la capitale d’Italia fu spostata da Torino e Firenze e definitivamente, nel 1871, a Roma. Prese avvio la costruzione di opere pubbliche e, con esse, un aumento di infortuni ed incidenti sul lavoro nel settore delle costruzioni. Fu emanato, per far fronte all’aumento degli incidenti il Regio Decreto n. 998, che approvava le “norme per assicurare il buon governo igienico nei cantieri delle grandi opere pubbliche”. Venivano determinati obblighi precisi per la salute e l’igiene nei cantieri come l’uso dell’acqua potabile, lavatoi e docce, il riscaldamento delle baracche e degli alloggiamenti dei lavoratori, nonché 10


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l’introduzione delle latrine e lo smaltimento dei rifiuti. Nei lavori in galleria era obbligatoria la ventilazione. Solo con l’inizio del ‘900, coincidente con la cosiddetta “età giolittiana”, iniziò una fase di espansione industriale ed i temi riguardanti la tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori si imporranno in modo sempre più incisivo sia sul piano politico-sociale sia su quello legislativo. Le prime leggi sociali erano ispirate da un modello di Stato poco incline ad un intervento diretto, anche se le masse lavoratrici assumevano una notevole incidenza nella vita politica e sociale del paese. Nel periodo “giolittiano” si determinava un nuovo livello di attenzione delle istituzioni verso la nascita di un sistema a tutela del lavoro che rendeva lo Stato protagonista di leggi e programmi in grado di incidere anche sulla fase di prevenzione degli eventi dannosi, attraverso normative sul lavoro e la sicurezza. La legislazione sociale del primo ‘900 va analizzata ed interpretata alla luce del diverso modo di porsi dello Stato rispetto ai problemi sociali ed al nuovo ruolo che andava assumendo l’intervento pubblico di diretto sostegno agli interessi sociali organizzati. Riprenderanno, dopo un oblio di lunga durata, gli studi di igiene e salute indirizzati ad approfondire i rapporti esistenti tra medicina, realtà occupazionale e ambientale per meglio conoscere, come ebbe a scrivere allora il patologo Paolo Mantegazza, “i risvolti dannosi dell’ industrialismo”. In questo nuovo clima fu inaugurata il 20 marzo 1910 la Clinica del Lavoro di Milano, grazie ad un progetto culturale, scientifico e sociale di riconosciuta originalità ed anticipazione sul piano internazionale, concepito, formulato e strenuamente difeso da Luigi Devoto. Negli anni successivi, sull’esempio della Clinica del Lavoro di Milano, analoghe istituzioni si diffusero in molti paesi. Il prof. Devoto nel concetto di “malattie professionali” non comprende soltanto le malattie causate dal lavoro, ma anche quelle che si contraggono durante il lavoro. Malattia professionale è dunque sinonimo di malattia sociale. Nel corso di circa un quarto di secolo di direzione, Luigi Devoto si adoperò per promuovere, oltre all'assistenza dei lavoratori anche la formazione dei medici e la ricerca scientifica. A chi chiedeva perché il suo ospedale non si chiamasse “Clinica dei lavoratori” il prof. Devoto soleva dire che “il malato è il lavoro ed è questo che deve essere curato”. 11


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Con la prima guerra mondiale l’evoluzione del processo legislativo, avviato dal governo Giolitti, si arrestò per riprender nel 1917, verso la fine della guerra, quando, fino agli anni ’20, si realizzano le condizioni che daranno il via ad un consistente impulso della legislazione sulla protezione sociale. Le origini  della  prevenzione  nel  sistema  giuridico:  l’assicurazione  obbligatoria   Il cambiamento avviene sia dalla spinta delle masse operaie organizzate, sia dalla costituzione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro di Ginevra (OIL - BIT) che emana le prime raccomandazioni per l’attuazione e all’armonizzazione della legislazione sociale dei diversi paesi. In quegli anni viene istituita l’assicurazione obbligatoria per l’invalidità e la vecchiaia. Nel 1923 viene fissata, per legge, la giornata lavorativa in 8 ore ed in 48 ore settimanali l’orario dei lavoratori dipendenti. Negli anni che vanno dal 1919 al 1922 vi furono una serie di avvenimenti che generarono una serie di mutamenti che sconvolsero il tradizionale assetto del paese. L’avvento del fascismo, con tutte le sue conseguenze, modificò il sistema politico. Il regime cercò di dare risposte immediate al problema del lavoro e della previdenza sociale. Nel 1926, con modifiche alla legislazione derivante dalla legge del 1898, viene fatto divieto alle compagnie private la stipula dell’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro. Nel 1927 vi fu la promulgazione della “Carta del Lavoro” quale premessa di ulteriori provvedimenti di previdenza sociale. La Carta del Lavoro vietò lo sciopero, abolì la libertà di organizzazione sindacale, attribuì ai sindacati fascisti la rappresentanza esclusiva di tutte le categorie lavoratrici, rese obbligatori i contratti stipulati da questi con le Federazioni padronali, e proclamò la collaborazione tra capitale e lavoro. La seconda parte della Carta del Lavoro, quella più “innovativa”, diede impulso ad una nuova legislazione sociale. La partecipazione dei lavoratori agli utili dell’impresa ed alla sua gestione, invece, non ebbe mai applicazione concreta, rimanendo solo un proclama. La nuova attenzione verso la legislazione sociale produsse negli anni Trenta una serie di provvedimenti fondamentali i cui principi sono ancor oggi in vigore. Si ricordano la costituzione dell’INAIL e dell’INPS, dell’IRI e l’emanazione del nuovo Codice Penale. Inoltre, venne istituita la 12


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settimana lavorativa di 40 ore. Nel 1929 viene assimilato il regime degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali. Con Regio Decreto Legge 23 marzo 1933, n. 264 viene costituito l’INAIL. Nel 1933 furono unificate le Casse Infortuni e con legge n. 860 del 22 giugno 1933 la tutela assicurativa veniva trasferita definitivamente all’ente unico INAIL. Nato come INFAIL (Istituto Nazionale Fascista per l'Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro) venne rinominato INAIL nel 1943 dopo la caduta del fascismo. Dagli anni ‘60 e ‘80 viene fortemente ristrutturato fino ad aggiungere alla sua mission assicurativa quella molto importante della prevenzione. Dal luglio 2010 nell’INAIL vengono accorpate le funzioni dell’IPSEMA e dell’ISPESL contestualmente soppressi. Si viene così a configurare un unico centro a livello nazionale di assicurazione, prevenzione, sicurezza e ricerca in materia di antinfortunistica nel mondo del lavoro. L’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale viene costituito con Regio Decreto 4 ottobre 1935, n. 1827 . Dal Codice Penale al Codice Civile  Nei primi anni dell’unità d’Italia era in vigore il Codice napoleonico, ma già nel 1865, quattro anni dopo l’unità, entrava in vigore il primo Codice Civile che introduceva il principio del danno e della responsabilità. La sua modifica avvenne in piena seconda guerra mondiale, nel 1942. Una fondamentale innovazione nel campo della sicurezza sul lavoro, si ebbe con la promulgazione del Codice Penale (Regio Decreto 19 Ottobre 1930, n. 1398), tuttora vigente con successive modifiche ed integrazioni, che negli articoli 437, 451, 589 e 590 disciplina i delitti in materia antinfortunistica. Al riguardo, si rileva preliminarmente che, mentre gli artt. 437 e 451 hanno una finalità «prevenzionistica» – in quanto sanzionano penalmente condotte da cui potrebbero originarsi situazioni di pericolo, a prescindere dal verificarsi dell’evento infortunistico in sé – gli artt. 589 e 590 hanno, invece, carattere «repressivo/punitivo» di eventi gravi (omicidio e lesioni colpose), che si sono già verificati e che sono stati la diretta conseguenza della violazione di norme antinfortunistiche. L’art. 437 relativo alla «rimozione od omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro», statuisce che «chiunque omette di collocare impianti, apparecchi o segnali destinati a prevenire disastri o 13


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infortuni sul lavoro, ovvero li rimuove o li danneggia, è punito con la reclusione da sei mesi a cinque anni. Se dal fatto deriva un disastro o un infortunio, la pena è della reclusione da tre a dieci anni». L’art. 451 concernente l’«omissione colposa di cautele o difese contro disastri o infortuni sul lavoro», prevede che «chiunque, per colpa omette di collocare, ovvero rimuove o rende inservibili apparecchi o altri mezzi destinati alla estinzione di un incendio, o al salvataggio o al soccorso contro disastri o infortuni sul lavoro, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da 103 euro a 516 euro». Come si evince dal testo letterale delle due norme, gli artt. 437 e 451 fanno sorgere responsabilità penale legata a comportamenti, attivi o passivi, che predispongano ad eventi infortunistici (art. 437) o pregiudichino la possibilità di ridurne le conseguenze (art. 451), a prescindere dall’effettiva realizzazione dell’evento dannoso. In altre parole, ciò che è in rilievo è la minaccia stessa del bene sicurezza, poiché viene sanzionata penalmente la condotta che abbia dato luogo a situazioni di pericolo, senza che siano tenute in conto le effettive conseguenze materiali di questo. Gli artt. 437 e 451 non si sono, tuttavia, tradotti, come era nelle intenzioni del legislatore, in un efficace potenziamento delle disposizioni concernenti la sicurezza del lavoro, allora vigenti; ne è conferma il fatto che sono state nel passato, e lo sono tuttora, oggetto di applicazione più che limitata, da parte della magistratura, e le ragioni sono varie. La prima è senza dubbio legata alla scarsa sensibilità istituzionale in tema di prevenzione, connessa ad un basso grado di volontà repressiva dimostrato da parte della magistratura, almeno fino agli anni ‘70, in materia di delitti o contravvenzioni commessi con violazione di norme antinfortunistiche. A ciò va aggiunta la severità delle pene previste per i due delitti, in marcata contraddizione con l’eccessiva esiguità delle pene stabilite, di contro, nei casi dei reati contravvenzionali, sanzionati dalle leggi speciali di prevenzione. Motivo, quest’ultimo, determinante per far sì che agli imprenditori fossero regolarmente contestati i reati contravvenzionali di cui alle leggi speciali di prevenzione e non gli articoli del codice penale. La suddetta differenza strutturale tra il delitto di cui all’art. 437 e le contravvenzioni antinfortunistiche ha indotto i giudici ad escludere il «concorso apparente di norme». 14


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Un secondo importante motivo, cui far risalire le cause della scarsa applicazione degli artt. 437 e 451, è legato alle difficoltà di interpretazione suscitate dal loro stesso dettato normativo. Recenti episodi, come quello della Thyssen Krupp di Torino, introducono una nuova valenza all’applicazione delle norme del codice penale. Da ricordare come, le pene di cui agli artt. 589 e 590, previste per la commissione dei suddetti reati sono state ulteriormente inasprite dalla L. 24 Luglio 2008, n. 125. Il Codice Civile in vigore dal 1865 viene completamente abolito e sostituito con Regio Decreto 16 marzo 1942, n. 262. Il Codice Civile disciplina, in maniera diretta, il tema della sicurezza dei lavoratori in due articoli, estremamente importanti per la prevenzione degli infortuni e delle malattie negli ambienti di lavoro: l’art. 2050 e l’art. 2087. L’art. 2050, rubricato come «responsabilità per l’esercizio di attività pericolose», statuisce che «chiunque cagiona danno ad altri nello svolgimento di un’attività pericolosa, per sua natura o per la natura dei mezzi adoperati, è tenuto al risarcimento, se non prova di avere adottato tutte le misure idonee a evitare il danno». L’art. 2087, rubricato come «tutela delle condizioni di lavoro», prevede che «l’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro». Con l’inserimento nelle norme del codice civile del 1942 dell’art. 2087 furono, da un lato, gettate le basi di un diverso modo di concepire la prevenzione e, dall’altro, venne sancito il principio di diritto comune del «dovere di sicurezza del lavoro» a carico dell’imprenditore e, quindi, il corrispettivo «diritto dei lavoratori alla tutela dell'integrità psico-fisica». Siffatto dovere è senza dubbio ricollegabile al principio generale dettato dall’art. 1176, 2°, sulla diligenza qualificata dovuta dal debitore nell’adempimento delle obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale, in quanto impone all’imprenditore un’accortezza generale, previsiva e preveniente nei confronti del pericolo connesso all’attività lavorativa intrapresa, paragonabile all’accortezza necessaria e trasfusa nella gestione economica e produttiva dell’impresa stessa. L’art. 2087, però, va oltre tale dettato, poiché inquadra questa diligenza qualificata in precise coordinate che fanno ricomprendere nel 15


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suo oggetto non generiche misure, bensì tutte le misure dettate dalla «particolarità del lavoro», dall’«esperienza» e dalla «tecnica». Per «particolarità del lavoro» deve intendersi la conoscenza specifica che l’imprenditore deve avere o comunque deve ricercare – anche mediante il supporto di collaboratori esperti – dell’attività lavorativa che vuole intraprendere. Per «esperienza» va intesa, l’attenzione, da parte dell’imprenditore e dei suoi collaboratori, ai fatti che accadono nell’esercizio della attività lavorativa e nel proprio settore merceologico, con particolare riferimento agli incidenti, agli infortuni ed alle malattie professionali. Per «tecnica» si intende che il datore di lavoro ed i suoi ausiliari, secondo criteri di prudenza diligenza e perizia, oltre ad adottare inizialmente ogni accorgimento per garantire l’incolumità dei lavoratori, devono anche seguire l’evoluzione tecnico-scientifica del settore, per garantire la sicurezza. Dalla Costituzione al Testo Unico della sicurezza sul lavoro  La salute nello stato liberale si esauriva in un problema di igiene pubblica e di polizia. La malattia individuale veniva presa in considerazione quale pericolo possibile per la collettività, da cui i seguenti principi informatori: • la salute consiste nell’assenza di malattia; • la cura e l’isolamento dei malati è funzionale alla tutela della collettività dei sani; ossia, prevenzione o repressione dei reati di danno alla salute in funzione delle conseguenze riflesse sulla società; • la conservazione della salute spetta allo stesso singolo individuo e ad istituzioni private di beneficenza e assistenza (L. n. 6972/1890); • il modello di tutela civile del bene indisponibile dell’integrità fisica rispetto ad eventuali aggressioni è quello risarcitorio di tradizione giuridica romana. Con l’avvento della Repubblica la tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori trova il suo massimo riconoscimento nella Costituzione della Repubblica italiana, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, che costituisce la prima e la più importante delle “fonti di cognizione” del nostro ordinamento giuridico, ovvero degli atti che contengono e fanno conoscere le regole (norme) disciplinanti la collettività organizzativa (Stato) cui apparteniamo. 16


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La Costituzione enuncia, tra i “principi fondamentali” dello Stato, la tutela della salute (art. 32), quella del lavoro “in tutte le sue forme ed applicazioni” (art. 35) e quella relativa alla sicurezza, alla libertà ed alla dignità umana, cui non si può, in particolare, recare danno anche nell’ambito della riconosciuta libertà dell’iniziativa privata (art. 41). Dall’esame dei predetti articoli, si evince l’assoluta protezione (diritto soggettivo “perfetto”) assicurata al singolo dal disposto dell’art. 32 secondo il quale “la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo”. Particolare importanza riveste anche il richiamo, contenuto nell’art. 35 (tutela del lavoro) per quanto attiene alla “formazione” ed “elevazione professionale” dei lavoratori, considerata l’importanza della stessa anche ai fini di una migliore tutela della loro sicurezza e salute. Si richiama infine l’attenzione sul limite imposto dall’art. 41 alla libertà di iniziativa privata che, nel suo svolgimento, non deve, tra l’altro, recare danno alla “sicurezza” del lavoratore. Da qui la prevalenza della tutela giuridica riservata a tale “interesse” rispetto a quella pur sempre accordata all’iniziativa privata. Un organico ed autonomo corpus legislativo, in tema di prevenzione infortuni ed igiene del lavoro, viene introdotto in Italia soltanto a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta in attuazione della legge delega 12 febbraio 1955 n. 51. I Decreti, che sono stati in vigore fino al 2008, più importanti sono stati: - D.P.R. 27 aprile 1955, n. 547, Norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro; - D.P.R. 7 gennaio 1956, n. 164, Norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro nelle costruzioni; - D.P.R. 19 marzo 1956, n. 303, Norme generali per l’igiene del lavoro. Tali provvedimenti segnarono un radicale mutamento di ottica rispetto alle premesse ideologiche che avevano caratterizzato fino ad allora la legislazione nazionale, poiché portarono allo sviluppo della tutela preventiva dell’integrità psico-fisica dei lavoratori, riconoscendo a questo tipo di tutela una propria autonomia rispetto a quella riparatoria assicurativa. Le principali peculiarità dei decreti degli anni ‘50 erano la previsione di una responsabilità «oggettività» in capo al datore di lavoro e 17


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l’accoglimento di un concetto di «prevenzione di tipo “tecnologico”». La formula taylorista dominante era “L’uomo giusto al posto giusto” come, ad esempio, nella catena di montaggio. Le leggi degli anni ‘55-‘56 sono impostate secondo una concezione basata sull’organizzazione tecnica e meccanica del lavoro. La sicurezza viene considerata un problema di natura tecnica e le leggi si ispirano a questa linea. Hanno un approccio tecnicistico che riguarda principalmente: - adeguano macchine e impianti; - il manutentore, di fatto, coincide con l’esperto della sicurezza. Nelle attività lavorative nel rapporto tra l’uomo, la macchina e l’ambiente il punto più debole è rappresentato dall’uomo. Nella legislazione degli anni ‘50 il lavoratore veniva considerato un soggetto passivo, quasi una parte complementare della macchina che doveva essere addestrato all’esecuzione ripetitiva dei movimenti. Negli anni ‘70 si sviluppano in Europa ed in Italia una serie di lotte studentesche e sindacali. Il mercato, saturo di prodotto, entrava in una crisi che spostava l’obiettivo verso nuovi bisogni di qualità e la produzione da statica iniziava a divenire flessibile. Emerge, sia da parte delle imprese sia dei lavoratori, l’esigenza di nuove professionalità. L’addestramento ripetitivo con il compimento di semplici frazioni di lavoro lascia il posto alla conoscenza del processo del lavoro. Un altro momento importante e fondamentale è rappresentato dalla legge 20 maggio 1970 n. 300, più conosciuta come «Statuto dei lavoratori», che resta ancora oggi il caposaldo del sistema di tutele e di garanzia che la Carta Costituzionale aveva delineato, per sommi capi e in linea generale. Nell’art. 9 “Tutela della salute e dell’integrità fisica” si stabilisce che «i lavoratori, mediante loro rappresentanze, hanno diritto di controllare l’applicazione delle norme per la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali e di promuovere la ricerca, l’elaborazione e l’attuazione di tutte le misure idonee a tutelare la loro salute e la loro integrità fisica». Negli anni successivi si attua la riforma sanitaria con l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale. La riforma dell’assistenza sanitaria ha cominciato ad essere attuata con la legge n. 833 del 1978, che rappresenta un momento fondamentale nell’evoluzione di tutto il sistema previdenziale. Tale legge ha inteso rappresentare, con la creazione di un 18


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sistema di assistenza e sicurezza sociale nuovo e più razionale (realizzato attraverso lo scioglimento dei vecchi enti mutualistici e l’estensione a tutti i cittadini dell’assicurazione obbligatoria contro le malattie), il superamento del sistema mutualistico-ospedaliero, incentrato su una miriade di enti notevolmente differenziati tra loro e caratterizzato, oltre che da una completa assenza di collegamenti tra assistenza ambulatoriale e domiciliare e quella ospedaliera (con duplicazioni di interventi e sperpero di risorse), anche dal mancato rilievo conferito al momento della “prevenzione” rispetto a quello della “cura”. Si introduce, così, un concetto di tutela della salute (e non solo di malattia) che si salda strettamente all’art. 32, specificando che la tutela della salute fisica e psichica del cittadino, intesa come fondamentale diritto dell’individuo ed interesse della collettività, viene garantita dalla repubblica, attraverso il Servizio Sanitario Nazionale, sempre nel rispetto della dignità e della libertà della persona umana. Si è ormai affermato il principio della tutela della salute intesa come vera e propria funzione pubblica statale estesa a tutti i cittadini indistintamente, realizzata mediante prestazioni non solo curative, ma, anche e soprattutto, riabilitative e preventive. Nel servizio sanitario nazionale trovano attuazione i seguenti principi fondamentali, che risultano essere il completamento di quelli enunciati negli artt. 3, 32, 38, 41 della Costituzione: uguaglianza, in quanto il SSN si indirizza a tutta la popolazione, senza esclusioni dovute a diverse condizioni sociali e individuali; globalità assicurato dal collegamento e coordinamento con le attività e gli interventi di tutti gli altri organi; socialità, dal momento che la tutela sanitaria non si rivolge più solo all’individuo uti singulus, bensì al cittadino uti societas. Gli obiettivi del SSN, che è gestito su tutto il territorio attraverso le aziende sanitarie locali (A.S.L.) prima USL, sono stabiliti dallo Stato mediante piani triennali, nei quali vengono fissati i livelli delle prestazioni sanitarie che devono essere garantite in modo uniforme a tutti i cittadini. Il numero degli incidenti sul lavoro e la necessità di invertire la tendenza in atto non era solo un problema italiano ma, riguardava tutti i paesi europei, che nell’arco di un decennio al posto di diminuire erano sensibilmente aumentati. Tra la fine del 1989 ed il 1990 l’Unione Europea, allora CEE (Commissione Economica Europea), emana le prime direttive di carattere 19


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sociale che riguardano la tutela e la salute dei lavoratori sul luogo di lavoro. Il 1994 viene ricordato, in Italia, come l’anno della 626. Con l’emanazione del D. Lgs. 19 Settembre 1994, n. 626, il legislatore ha provveduto a recepire importanti direttive comunitarie ed ha introdotto, così, una nuova mentalità nell’approccio della prevenzione segnando una vera e propria «rivoluzione copernicana» nel sistema della sicurezza del lavoro. Con tale decreto, infatti, si è affermata nel nostro Paese una nuova tutela prevenzionistica, cosiddetta di tipo «soggettivo», in cui la prevenzione è strutturata in maniera programmatica e organizzata. Più precisamente, la materia della sicurezza del lavoro non è stata più impostata sull’«occasionalità», come in passato, ma sono stati posti precisi obblighi in capo a datori di lavoro, dirigenti e preposti e si è iniziato a programmare la produzione in funzione delle esigenze della sicurezza. Si sviluppa un cambiamento del ruolo del lavoratore che diviene da soggetto passivo a soggetto attivo del lavoro e della propria salute e sicurezza. Con l’approvazione, in via definitiva, del decreto legislativo 9 aprile 2008, n. 81 (attuazione delle deleghe di cui alla Legge 123 del 2007) prende finalmente corpo, in Italia, il progetto di coordinare e razionalizzare in un unico testo la complessa normativa in materia di salute e sicurezza sul lavoro. E, infatti, con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del D. Lgs. 9 Aprile 2008, n. 81 (Supplemento n. 108/L alla Gazzetta Ufficiale n. 101 del 30 Aprile 2008) e la conseguente entrata in vigore delle nuove disposizioni, sono state abrogate – salvo poche eccezioni – le principali normative fino ad allora esistenti, tra cui anche il D. Lgs n. 626/1994, il D. Lgs n. 494/96, sui cantieri, e i decreti degli anni ‘50 e l’intera materia della sicurezza e tutela della salute sul lavoro è stata ridisciplinata. Tra le principali novità introdotte dal D. Lgs. n. 81/2008, rispetto alla normativa previgente, si segnalano l’istituzione di una cabina di regia a livello istituzionale, l’ampliamento del campo di applicazione – oggettivo e soggettivo – della normativa in materia di sicurezza e tutela della salute sul lavoro, una più puntuale ripartizione degli obblighi di prevenzione e protezione tra i diversi destinatari della normativa antinfortunistica (datori di lavoro, dirigenti e preposti), il rafforzamento del ruolo svolto 20


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dal medico competente e delle prerogative dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza in azienda, in particolare quelle dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza territoriali (RLST), la valorizzazione degli organismi paritetici, la creazione di un sistema di informativo (art. 8), il finanziamento di azioni promozionali, private e pubbliche, con particolare riguardo alle piccole e medie imprese (PMI), l’inserimento nei programmi scolastici e universitari della materia della salute e sicurezza sul lavoro, la revisione, nonché l’inasprimento, dell’intero sistema sanzionatorio e la riformulazione di alcune delle disposizioni “tecniche” di cui ai decreti degli anni ‘50 ed della restante previgente normativa, che sono state abrogate e sostituite dalle disposizioni di cui ai Titoli II-XII del D. Lgs. n. 81/2008. Strettamente connessa all’istituto della delega è la disposizione di cui all’art. 299, relativa all’“esercizio di fatto di poteri direttivi”. Secondo tale norma, “le posizioni di garanzia” – ossia gli obblighi giuridici di tutela – “relative ai datori di lavoro, dirigenti e preposti, gravano, altresì, su colui il quale, pur sprovvisto di regolare investitura (es. deleghe), eserciti in concreto i poteri giuridici riferiti a ciascuno dei soggetti ivi definiti”. In pratica, è stato disciplinato per legge il consolidato principio giurisprudenziale, comunemente denominato “principio di effettività”, secondo cui – ai fini dell’individuazione dei soggetti su cui gravano gli obblighi e le responsabilità in materia di salute e sicurezza sul lavoro – bisogna verificare la reale posizione dei diversi soggetti in seno alla compagine lavorativa, alla luce dell’effettiva ripartizione interna delle funzioni esercitate concretamente, e non già delle mere qualifiche formali. Con il successivo D. Lgs. 3 agosto 2009, n. 106 sono state introdotte correzioni formali e disposizioni integrative e correttive al D. Lgs. n. 81/2008 quali misure di semplificazione, potenziamento della bilateralità, rivisitazione dell’apparato sanzionatorio, che non stravolgono l’impianto complessivo del D. Lgs. n. 81/2008, ma lo completano e ne fanno al momento uno dei testi di più completi nel panorama legislativo della sicurezza a livello europeo.

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L’evoluzione della Medicina del Lavoro: l’attività del Medico  del Lavoro tra malattia e salute  di Lorenzo Alessio1

Introduzione Lo studio sistematico della Medicina del Lavoro ebbe luogo in Italia nella seconda metà del ‘600 ad opera di un grande medico e scienziato, Bernardino Ramazzini (Carpi 1633 - Padova 1714), che scrisse un fondamentale trattato rivolto agli studenti e ai medici, “De Morbis Artificum Diatriba”. Egli realizzò, infatti, nel corso della sua attività che specifiche lavorazioni potevano essere causa di specifiche patologie e questa osservazione, oltre ad improntare i suoi scritti, fu alla base dei suoi insegnamenti nell’Università di Modena prima e dell’Università di Padova successivamente, città dove si spense nel 1714. L’occasione che per prima stimolò l’attenzione del Ramazzini verso lo studio delle malattie occupazionali deriva dall’osservazione che fece quando era ancora un giovane medico: egli dice infatti che la sua attenzione fu colpita dalla frequente presenza di mendicanti ciechi davanti alle chiese della città di Modena. La curiosità lo spinse a verificare se alla base della patologia che accomunava questi mendicanti, peraltro in giovane età ed in condizioni generali di salute non compromesse, ci fosse qualche situazione patogena comune. Ed infatti risultò ben presto che questi soggetti avevano avuto in comune la medesima attività lavorativa: erano stati addetti allo svuotamento dei pozzi neri. Essi, già fin dall’inizio della loro attività lavorativa avevano avvertito bruciore congiuntivale intenso e fotofobia. Disturbi che dapprima regredivano con l’allontanamento dal luogo di lavoro ma che, con il prolungarsi dell’esposizione, portavano alla cecità completa. 1

Ordinario di Medicina del Lavoro, dell’Università degli Studi di Brescia. Presidente del Consiglio del Corso di Laurea in Tecniche della prevenzione nell’ambiente e nei luoghi di lavoro. Direttore della Scuola di Specializzazione in Medicina del Lavoro.

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Lorenzo Alessio

Ramazzini conclude la sua preliminare osservazione affermando che “…la ragione di siffatto fenomeno crederei volentieri che dipendesse da un acido volatile…”. Grande intuizione, in epoca in cui l’era delle conoscenze chimiche non era ancora iniziata. Alla base del fenomeno osservato, infatti, era la presenza di acido solfidrico che in ambienti confinati, quali i pozzi neri, raggiungeva concentrazioni molto elevate. Quali sono state le grandi intuizioni di Ramazzini? Attraverso l’osservazione di eventi inusuali (eventi sentinella) ha formulato una ipotesi circa l’esistenza di un nesso causale fra attività lavorativa e patologia occupazionale, trovandone conferma nell’estensione dell’indagine a più soggetti, cioè intraprendendo uno studio epidemiologico. Fondamentali sono stati i suoi insegnamenti e, in particolare, la raccomandazione di indagare sempre sull’attività lavorativa svolta dai pazienti (quam artem exerceart?) e dall’altra la sollecitazione a visitare i luoghi di lavoro al fine di studiare se l’attività lavorativa può spiegare lo sviluppo di una patologia. Il De Morbis Artificum Diatriba, sebbene avesse avuto una grande risonanza culturale in tutta l’Europa fra la classe medica, non fu tuttavia significativamente incisivo sulla pratica preventiva: i tempi non erano ancora maturi. Pertanto le acute osservazioni rimasero prive di una completa applicazione per almeno due secoli. Solo verso la fine del XIX secolo e i primi decenni del XX secolo si sviluppò, ancora una volta in Italia, un movimento culturale e sociale che portò alla fondazione, nel 1910, della Clinica del Lavoro di Milano da parte di Luigi Devoto2 e all’insegnamento della Medicina del Lavoro, materia intesa non solo a diagnosticare e trattare le patologie occupazionali, ma anche a prevenirle. Infatti, gli scopi principali della Clinica del Lavoro enunciati, su suggerimento di Devoto, dal Sindaco G. Mussi, nella seduta del Consiglio Comunale di Milano del 20 novembre 1902 nella quale fu approvata la fondazione della Clinica furono i seguenti: “...studiare scientificamente le cause delle malattie professionali diffondendone la conoscenza clinica fra i medici, ospitare a scopo diagnostico e terapeutico i lavoratori sospetti, iniziati o inoltrati 2

Devoto L., Ai lettori, Il Lavoro 1901; 1, 1.

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nelle malattie professionali, controllare periodicamente lo stato di salute degli operai addetti all'industria in genere e ai lavori insalubri in speciale”3. Gli scopi della Clinica coincidono in larga misura con i compiti istituzionali della moderna Medicina del Lavoro universitaria inserita nell’Ospedale di insegnamento; peraltro, essi sono da ritenere validi anche per lo specialista che opera sul campo, per le parti di sua competenza. Lo studio scientifico indispensabile per svolgere un’attività didattica, precede sia l’attività diagnostica e terapeutica, che quella preventiva che si attua anche essa attraverso una metodologia clinica. Quindi ricerca ed assistenza erano individuate come attività essenziali per svolgere una didattica idonea a formare il Medico del Lavoro che, operando nel campo, conservava però stretti contatti con la Clinica, con un mutuo e reciproco vantaggio: la Clinica poteva arricchirsi di casistica e di problematiche da affrontare, il “Medico di fabbrica” aveva un punto di riferimento in una istituzione dove la cultura veniva tenuta viva, anche attraverso la ricerca. La Medicina  del  Lavoro:  Occupational  Health‐Occupational  Medicine  Vediamo due aspetti della Medicina del Lavoro: la Medicina Occupazionale e la Salute Occupazionale. Questi due aspetti sono interdipendenti fra loro per cui la dizione tradizionale “Medicina del Lavoro” (propria dei paesi di lingua latina: in francese Medicine du Travail, o in spagnolo Medicina de Trabajo) risulta oggi alquanto riduttiva e potrebbe dar luogo alla affermazione, non disinteressata, che la Medicina del Lavoro è unicamente una materia clinica. La Medicina del Lavoro è sicuramente una materia clinica, infatti anche se le patologie occupazionali tradizionali subiscono una costante riduzione, sia nella loro espressione di gravità che nella specificità dei quadri nosologici, di continuo nuove patologie si presentano all’attenzione del medico del lavoro. La Medicina del Lavoro è comunque anche una materia preventiva e, come afferma G. M. Fara (1986), nell’auspicare che la Medicina del Lavoro e l’Igiene collaborino 3

Majno E., La fondazione della Clinica del Lavoro di Milano attraverso il carteggio Luigi Devoto Ersilia Majno Bronzini, Centro di ricerca e documentazione per gli studi sociali “Asilo Mariuccia”, Milano, 1985.

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strettamente fra loro, queste due discipline sono “le sole della prevenzione primaria” 4. In Medicina del Lavoro la prevenzione viene attuata, in larga misura applicando i criteri che derivano dall’attività clinica. In tal senso basti pensare al significato della sorveglianza sanitaria che da una parte deve mirare a cogliere i più fini e precoci effetti conseguenti l’attività lavorativa e dall’altra, attraverso il giudizio di idoneità lavorativa specifica, deve garantire che i portatori di patologie (in genere non occupazionali) non vengano addetti a lavorazioni che potrebbero aggravare il loro stato di salute o permettere il manifestarsi di situazioni latenti di predisposizione, in precedenza ben compensate. Queste considerazioni indicano, quindi, che il Medico del Lavoro oggi dovrà essere molto ben preparato nella sua specializzazione ma dovrà avere un bagaglio culturale almeno pari a quello che deve essere richiesto ad un bravo medico di Medicina Generale. Nel prossimo futuro sarà opportuno riflettere se la dizione “Medicina del Lavoro” non debba essere cambiata adottandone una più simile alla dizione anglosassone (Occupational Health-Occupational Medicine) che permetta di evidenziare i due aspetti fondamentali. Il termine di “Medicina e salute occupazionale” potrebbe consentire di comprendere sotto una unica dizione sia gli aspetti clinico-diagnostici che gli aspetti preventivi. E non si tratta solo di una questione di tipo semantico. Le industrie si moltiplicano, si trasformano, si rinnovano  Questa frase scritta dal Devoto5 nel 1901 sta a significare che coloro che si occupano di prevenzione occupazionale (siano essi medici, tecnici, chimici, fisici, ingegneri, etc.) da una parte sono obbligati a seguire il tumultuoso svilupparsi delle discipline a cui essi afferiscono e dall’altra devono seguire l’evoluzione delle tecnologie lavorative. Se ciò non facessero non sarebbero in grado di stabilire la correlazione fra fattori di rischio presenti nell’ambiente di lavoro e gli effetti sullo stato di salute da essi causati.

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Fara GM, Introduzione al Convegno Tutela della salute del personale ospedaliero, Brescia 15 marzo 1986. In: Quaderni dell’Istituto di Igiene dell’Università di Milano, Quaderno 36, Milano 1987. 5 Riferimento nota 2.

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Questo mutare delle situazioni lavorative, così come ben sintetizzato dal Devoto, negli anni ha generalmente portato ad un progressivo miglioramento delle condizioni di sicurezza e salubrità negli ambienti di lavoro, evoluzione alla quale hanno concorso numerosi fattori culturali, sociali, economici e la accettazione della definizione di stato di salute proposto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: “stato ottimale di benessere fisico, psichico e sociale”. Concetto di stato di salute che, pertanto, non può essere ristretto alla sola assenza di malattia. Vale la pena ricordare come prima di diventare assistenti della Clinica del Lavoro di Milano fosse necessario, per espressa disposizione del Direttore, Enrico Vigliani (1907-1992) cshe il candidato avesse maturato una solida pratica di “medico di fabbrica”. Nella sua duplice veste di Medico chiamato alla formulazione di diagnosi di patologie occupazionali e alla promozione della prevenzione il Medico del Lavoro dovrà tenere in stretta considerazione anche un’altra riflessione di Devoto (1901) secondo la quale “le malattie non si manifestano dall’oggi al domani”. Quindi oggi potremmo essere chiamati a valutare se in una determinata situazione lavorativa esistano condizioni di rischio e potremmo concludere negativamente, ciò però non può automaticamente significare che a causa di condizioni espositive avvenute in anni precedenti non si possono sviluppare “oggi” patologie occupazionali classiche. Infatti il periodo di latenza di una patologia occupazionale è generalmente molto lungo. I grandi progressi compiuti nel campo della prevenzione ci hanno permesso di assistere al drammatico cambiamento che le patologie occupazionali hanno subito negli ultimi decenni. Infatti, abbiamo assistito progressivamente alla scomparsa dei gravi quadri da intossicazioni da metalli e da solventi, delle insufficienze respiratorie conseguenti alle pneumoconiosi e al parallelo miglioramento dello stato 26


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generale di salute e all’incremento del benessere economico dei lavoratori, con un progressivo allungamento della vita. La legislazione assicurativa e preventiva   Intanto anche la legislazione sia in campo preventivo che assicurativo dava i suoi frutti. La tabella delle malattie professionali contemplava, finalmente, sia per l’industria che per l’agricoltura, numerose voci che nel passato non erano considerate con la promulgazione del D.P.R. n. 1124 del 30/6/1965 “Testo unico delle disposizioni per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali”. Una particolare attenzione veniva rivolta dallo stesso istituto assicurativo INAIL nei riguardi del potenziamento delle attività di medicina del lavoro ed alla rete di medici di fabbrica voluta dalla lungimiranza del Direttore della Clinica del Lavoro Enrico C. Vigliani. Fu dato impulso a studi e ricerche i cui contenuti erano suggeriti dall’analisi di casistiche di lavoratori. Se la legislazione in campo assicurativo era stata un utile stimolo per il potenziamento della diagnostica delle malattie occupazionali, non minore importanza aveva avuto la promulgazione del D.P.R. 303/56 relativo alle “Norme generali per l’igiene del lavoro” avente lo scopo di potenziare l’attività preventiva. L’impianto legislativo di questo decreto, applicato per parecchi decenni, si basava sulla “presunzione del rischio” e, identificava tabellando le lavorazioni per le quali vigeva l’obbligo delle visite preventive e periodiche da parte di un “Medico Competente”. La periodicità della visita, correlata alla gravità del rischio, poteva essere trimestrale, semestrale o annuale, ma nel caso di lavorazioni esponenti a sostanze di elevata tossicità doveva essere molto più ravvicinata: ad esempio anche mensile. Il DPR 303/56, concepito per stimolare il riconoscimento clinico precoce delle malattie occupazionali, in fase ancora iniziale e reversibile, progressivamente consentì al Medico di fabbrica di introdurre nei luoghi di lavoro metodiche per la ricerca degli effetti preclinici: entrarono infatti nelle fabbriche la radiologia utilizzando mezzi mobili, in tal senso le campagne schermografiche antitubercolari avevano permesso di acquisire grandi esperienze. Anche le prove di funzionalità respiratoria e gli esami tossicologici trovarono un impiego sempre più diffuso, questi ultimi in particolare per attività di monitoraggio biologico. Anche 27


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l’ergonomia iniziò a fare i primi passi con “l’analisi delle caratteristiche fisiologiche del lavoro richiesto ad un soggetto, valutandone intensità e tipo di lavoro muscolare, impegno sensoriale e psichico, nonché l’influenza che su tale lavoro esercitano le condizioni ambientali sia fisiche che psicologiche”6. Quindi negli anni del miracolo economico in Italia, si comincia, con l’applicazione del DPR 303/56, a realizzare programmi per conseguire la salute occupazionale, superando il concetto di “condizione di assenza di malattia”, come indicato dalla raccomandazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Nel frattempo numerosi importanti eventi di ordine sociale e la scoperta di gravi inattese patologie occupazionali, nonché il verificarsi di problematiche accidentali e l’avanzamento delle conoscenze scientifiche impressero una accelerazione verso l’applicazione di una efficace prevenzione capace di garantire lo stato di salute. Il medico del lavoro alla fine degli anni ‘60  Verso la fine degli anni ’60 il Medico del Lavoro era un esperto in medicina interna, con competenze in particolari campi della neurologia, dermatologia e otorinolaringoiatria, con una specifica conoscenza dei rischi lavorativi e delle patologie occupazionali. Peraltro, faceva parte fondamentale del bagaglio culturale del Medico del Lavoro la conoscenza dei cicli tecnologici che gli permettevano di fare una approfondita anamnesi lavorativa allorquando si poneva il sospetto che una patologia fosse riconducibile al lavoro. Le principali patologie, negli anni ’60 e ’70, erano la silicosi, il saturnismo, l’intossicazione da solfuro di carbonio, le emopatie da benzene, l’asbestosi, la bissinosi, l’intossicazione da mercurio, la paralisi da esano, le neoplasie vescicali da ammine aromatiche, l’asma da TDI, le dermatiti croniche. In questo decennio, comunque, già si assisteva ad un progressivo mutamento nella gravità dei quadri clinici delle sopra citate patologie e anche ad una riduzione di frequenza di alcune di esse. In particolare la leucemia da benzene, che colpiva i lavoratori appartenenti al settore calzaturiero, con l’entrata in vigore della Legge 245/1962 sulla 6

Vigliani E.C., Storia e ricordi di 80 anni di vita della Clinica del Lavoro di Milano. Med Lav 1992; 83:33-55.

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“Limitazione dell’impiego del benzolo e dei suoi omologati nelle attività lavorative” veniva di fatto scomparendo. È invece da rilevare come fosse ricorrente l’affermazione che nessuna associazione esistesse fra silicosi e cancro, contrariamente a quanto documentato per l’amianto capace di causare neoplasie polmonari e mesoteliomi pleurici. Verosimilmente l’associazione silicosi-cancro non poteva essere documentata, all’epoca, in quanto la vita media del silicotico era breve e pertanto il tumore, a causa del lungo periodo di latenza, non poteva manifestarsi.

La contestazione ed i grandi passi degli anni ‘70‐‘80  Nell’ambito dell’Università il sistema didattico tradizionale venne contestato dagli studenti. Quello che viene definito “il fenomeno del ‘68” iniziò in forma palese nel 1970 e si protrasse per 5 o 6 anni. La Medicina del Lavoro era particolarmente esposta a questo tipo di contestazioni ed il corpo docente non era preparato a una tale “ingerenza” studentesca. Nelle fabbriche i lavoratori; i loro sindacati intanto, sviluppavano proposte per una metodologia di intervento innovativa che prevedeva lo studio della “soggettività operaia”. Quindi l’attenzione si spostava dal singolo al gruppo omogeneo; diventava necessario prevedere una elaborazione statistica dei dati, che erano stati ottenuti utilizzando specifici questionari; si esigeva la “validazione consensuale”: la soggettività verifica ed eventualmente si contrappone alle valutazioni ambientali. I movimenti operai del ’68 agirono da stimolo per il legislatore che promulgò la legge n. 300/70, “Norma sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sui collocamenti” nota come Statuto dei Lavoratori che contiene due importanti riferimenti che specificamente riguardano la Medicina del Lavoro: Art. 5. Accertamenti sanitari: “Sono vietati accertamenti da parte del datore di lavoro sulla idoneità e sulla infermità per malattia o infortunio del lavoratore dipendente. Il controllo delle assenze per infermità può essere effettuato soltanto attraverso i servizi ispettivi degli istituti previdenziali competenti, i quali sono tenuti a compierlo quando il datore di lavoro lo richieda. Il datore di lavoro ha facoltà di far controllare la idoneità fisica del lavoratore da parte di enti pubblici ed istituti specializzati di diritto pubblico”; Art. 9. Tutela della salute e dell’integrità fisica: “I lavoratori, mediante le loro rappresentanze, hanno diritto di controllare l’applicazione delle norme per 29


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la prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali e di promuovere la ricerca, l’elaborazione e l’attuazione di tutte le misure idonee a tutelare la loro salute e la loro integrità fisica”.

Seguiva la legge di riforma sanitaria n. 833 del 23 dicembre 1978, che istituisce il Servizio Sanitario Nazionale, in applicazione dell’art. 32 della Costituzione Italiana che afferma che “la Repubblica tutela la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della comunità”. Questa legge dà un ampio spazio alla prevenzione7 e individua tra gli obiettivi del SSN all’art. 2 “la prevenzione delle malattie e degli infortuni in ogni ambiente di vita e di lavoro,… la promozione e la salvaguardia della salubrità e dell’igiene dell’ambiente naturale di vita e di lavoro,… la sicurezza del lavoro con la partecipazione dei lavoratori e delle loro organizzazioni, per prevenire ed eliminare le condizioni pregiudizievoli alla salute e per garantire nelle fabbriche e negli altri luoghi di lavoro gli strumenti ed i servizi sanitari”. La legge definisce, inoltre la creazione delle Unità Sanitarie Locali con la competenza in materia di “igiene e medicina del lavoro, nonché la prevenzione degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali” e attribuisce alle USL i compiti svolti dall’Ispettorato del Lavoro in materia di prevenzione, igiene e controllo della salute dei lavoratori e prevede che nell’ambito di ciascuna USL, (successivamente ASL: Aziende Sanitarie Locali) vengano organizzati servizi di medicina del lavoro con funzioni ispettive e di controllo. Queste disposizioni, che prevedono un passaggio di competenze dal Ministero del Lavoro al Ministero della Sanità, pongono a capo di strutture sanitarie le attività di prevenzione che in precedenza erano state proprie di strutture prevalentemente tecniche e amministrative. Veniva inoltre prevista, con notevole lungimiranza, la necessità dell’emanazione di un testo unico della normativa in materia di igiene e sicurezza sul lavoro, che però ha visto la luce solo dopo trent’anni con il D. Lgs. 9 aprile 2008, n. 81. L’epidemiologia occupazionale  Verso la fine degli anni ’70 nell’Ateneo milanese veniva introdotto l’insegnamento dell’Epidemiologia, principalmente ad opera di Giulio 7

Crippa M., Alessio L., La prevenzione nei luoghi di lavoro. In Falcitelli et al (eds): 1978-2008: trent’anni di Servizio Sanitario Nazionale e di Fondazione Smit Kline. Bologna, Società Editrice il Mulino, 2008: 167-17.9

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Maccacaro, Ordinario di Statistica Medica. Verosimilmente, stimolata dai movimenti operai e dalla nuova legislazione ebbe grande sviluppo l’epidemiologia occupazionale che si poneva i seguenti principali scopi: - descrizione dei fenomeni morbosi presenti in una popolazione e dei fattori in rapporto ai quali si osservano variazioni della loro frequenza; - classificazione dei fattori associati alle frequenze dei fenomeni morbosi osservati secondo il ruolo (causale, non causale, concausale) che svolgono; - verifica della idoneità e della efficacia delle misure di prevenzione8. Peraltro, questa nuova branca della Medicina del Lavoro ebbe in quegli anni un importante ruolo nello studio di gravi eventi, in particolare l’angiosarcoma epatico nei lavoratori esposti a cloruro di vinile monomero, l’inquinamento accidentale da diossina a Seveso e l’inquinamento da arsenico nel territorio di Manfredonia. Infatti il grande numero di soggetti coinvolti, lavoratori e/o popolazione generale, e la diversa entità di esposizione imponevano l’applicazione delle metodiche proprie della epidemiologia. La scienza rispondeva quindi alle aspettative della classe operaia che auspicava che nello studio della nocività degli ambienti di lavoro l’attenzione si spostasse dal singolo al gruppo. Si gettavano le basi affinché si realizzassero, oltre alla sorveglianza sanitaria dei singoli lavoratori, prassi ben consolidata nell’operato del Medico di fabbrica, programmi di “sorveglianza epidemiologica”. La metodologia epidemiologica, e quindi la sorveglianza epidemiologica dei lavoratori, era però difficilmente recepita dai Medici di fabbrica. Ciò anche in conseguenza che il DPR 303/56 aveva frequentemente indotto ad instaurare automatismi che portavano ad una applicazione piuttosto pedissequa di questa legge, consentendo anche il sorgere dei cosiddetti “visitifici”. Queste considerazioni inducono ad affermare che anche una ottima legge, quale fu ai tempi della sua promulgazione il DPR 303/56, se non viene aggiornata tempestivamente, in relazione all’avanzare delle conquiste scientifiche e dei mutamenti socio-economici, invecchia irrimediabilmente e, nel campo della 8

Bertazzi P.A., Ruolo dell’epidemiologia nell’accertamento e nella prevenzione dei rischi da lavoro: In Sartorelli E: Trattato di Medicina del Lavoro. Padova, Piccin, 1981.

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Medicina del Lavoro, finisce per divenire un freno nei riguardi della prevenzione. Infatti prima di poter rilanciare la sorveglianza epidemiologica è stato necessario, in pratica, attendere la promulgazione del D. Lgs. n. 81/2008. Oggi è fondamentale che un buon professionista di Medicina del Lavoro operi affinché dai dati derivanti dalla sorveglianza sanitaria (dati di ordine clinico ottenuti dai singoli lavoratori) costituiscano la base per la sorveglianza epidemiologica che consentirà, in particolare, di accertare se condizioni lavorative ritenute “accettabili”, protraendosi nel tempo, sono effettivamente “safe”. Il monitoraggio biologico  Un altro importante capitolo della Medicina del Lavoro andava sviluppandosi nel corso degli anni ’70 e ’80: il monitoraggio biologico. La tossicologia, ed in particolare la tossicologia industriale, aveva fatto grandi passi. Peraltro gli strumenti utilizzabili in laboratorio cominciavano a consentire misurazioni, con metodiche sempre più affidabili, di molti tossici e/o di loro metaboliti: piombo, cadmio, mercurio, acido tricloroacetico, acido ippurico, fenoli, etc. Questi test venivano inizialmente utilizzati a scopo diagnostico, ma progressivamente il loro impiego veniva trasferito anche sul campo al fine di verificare, il più precocemente possibile, eventuali situazioni di “abnorme assorbimento”. Infatti il fondamentale insegnamento di Paracelso (1493-1541) è sempre stato ben noto ai Medici del Lavoro: Omnia venenum sunt: nec sine venenum quicquam existit: Dosis sola facit ut venenum non sit”. Il monitoraggio biologico consentiva una più precisa misurazione individuale della dose (indicatori di dose interna), nell’ambito di uno studio più ampio rivolto da una parte a identificare “appropriati riferimenti” (valori dell’indicatore nella popolazione generale – valori limite di esposizione) e dall’altra ad accertare la risposta dell’organismo all’aumentare progressivo della dose, facilitando l’identificazione precoce dello svilupparsi di eventuali effetti o danni conseguenti all’esposizione 9. 9

Alessio L., Bertazzi P.A., Forni A., et al, Il monitoraggio biologico dei lavoratori esposti a tossici industriali. Aggiornamenti e sviluppi. Aggiornamenti in Medicina occupazionale, Pavia, i Libri della Fondazione Maugeri, 2000; 1.

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Diventa quindi possibile identificare per ciascun tossico i livelli di dose interna ai quali sono attesi: - alterazioni dello stato di salute (intossicazione clinica e intossicazione preclinica); - effetti metabolici precoci ancora compensati, svelabili attraverso gli indicatori di effetto critico; - nessun effetto, situazione contraddistinta dal solo aumento dei livelli degli indicatori di dose interna. Anche in questo caso, con il progredire delle conoscenze, la situazione “non effetto” per molti tossici si è frequentemente e progressivamente ridimensionata. Da ormai due decenni il monitoraggio biologico si è dimostrato utile anche per valutare situazioni di esposizione a tossici condizionanti effetti stocastici; infatti la misurazione degli indicatori di dose interna e degli indicatori di dose biologia efficace forniscono importanti informazioni, così come gli indicatori di genotossicità. Certamente oggi non è possibile disporre di valori limite per tali indicatori. Le nuove sfide della Medicina del Lavoro  Gli anni ’90 hanno visto un consolidamento delle conquiste sociali, culturali, legislative che hanno portato a grandi mutazioni all’interno della Medicina del Lavoro: molte importanti problematiche venivano risolte o avviate a soluzione, altre assumevano il ruolo di problematiche prioritarie. Erano argomenti “nuovi”? Non sempre si trattava di problematiche di nuova insorgenza. Frequentemente esse esistevano da tempo ma la loro importanza veniva oscurata da quelle tematiche, prevalentemente di tipo tossicologico, che ormai si andavano ridimensionando. Nell’ambito della tossicologia industriale particolarmente importanti erano stati gli avanzamenti nell’ambito della prevenzione verso tossici causa di effetti deterministici che avevano consentito di attuare programmi preventivi occupazionali. In una importante pubblicazione degli anni ‘90 “Epidemiologia occupazionale e nuove sfide della Medicina del Lavoro”10 sono identificate sei categorie di patologie e fattori di rischio emergenti: 10

Bertazzi P.A., Pesatori A.C., Landi M.T., Consonni D., Epidemiologia occupazionale e nuove sfide della Medicina del Lavoro. Med Lav 1999; 90: 445-459.

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- patologie da sovraccarico biomeccanico; - patologie da fattori psicosociali; - patologie da sensibilizzazione; - patologie da agenti infettivi; - patologie da componenti chimici; - patologie da agenti fisici. A questo primo studio ne sono seguiti altri che hanno portato ad una ricerca dell’ISPESL del 200811 dove sono state identificate 27 tematiche prioritarie. Le indagini, i continui aggiornamenti ed i loro risultati dimostrano come la costante evoluzione della Medicina del Lavoro sia condizionata da molteplici fattori: culturali, sociali, economici e tecnologici. L’estensione delle conoscenze biomediche ha portato ad una progressiva specializzazione professionale ed a una sempre maggiore frammentazione dello studio del malato. Questa tendenza, dominante fino a pochi anni or sono, ha generato una serie di problemi sia pratici che teorici e sta suscitando oggi una reazione decisa da parte di un numero sempre maggiore di medici - internisti e generalisti - i quali ritengono che in clinica debba prevalere una visione unitaria dell'uomo malato e che la responsabilità finale delle decisioni cliniche spetti a quella figura professionale che sa interagire in una visione unitaria dei fenomeni patologici del malato. Ora la trasversalità viene richiesta anche per altre aree medico biologiche (tossicologia, epidemiologia, psicologia, ergonomia) o al di fuori di esse (discipline politecniche, sociologiche, economiche). Peraltro sempre meno sostenibile appare oggi la riduzione della Medicina del Lavoro alla effettuazione di visite mediche, pratica a dire il vero destituita di fondamento scientifico fin dagli albori della nostra Disciplina. E rende ancor più stridente la constatazione che le visite mediche sono state in molte realtà l’unico contributo alla prevenzione dei Medici del Lavoro. Comunque l’esercizio della Medicina del Lavoro è diventato notevolmente più difficile. Infatti, oggi i fattori di rischio occupazionali spesso agiscono come fattori concausali di patologie comuni per cui 11

Iavicoli S., Rondinone B.N., L’identificazione delle priorità di ricerca e di trasferibilità in tema di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori. In: Priorità in tema di tutela della salute e sicurezza dei lavoratori. Roma: 2008; Monografia ISPESL.

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l’identificazione della componente lavorativa non è agevole sul singolo mentre l’epidemiologia la conferma su gruppi di popolazioni. Pertanto il Medico del Lavoro dovrà essere un attento clinico, capace di studiare il singolo soggetto ma nel contempo in grado di effettuare osservazioni epidemiologiche. D’altra parte la tipologia delle attività lavorative cambia progressivamente, le singole esposizioni si riducono ma si associano, il lavoro interinale comporta rapidi cambiamenti di luogo e di attività per cui lo studio della correlazione tra esposizione lavorativa ed effetti si complica notevolmente. Inoltre il progressivo abbandono da parte delle popolazioni locali di alcune attività (ad esempio nel settore agricolo o metallurgico) viene compensato dall’afflusso di lavoratori emigrati il cui stato di salute e nutrizionale o le cui condizioni genetiche sono sicuramente differenti dalla popolazione autoctona. Questo fenomeno comporta il sorgere o ripresentarsi di problemi di ordine infettivo/clinico o tossicologico di cui si auspicava la scomparsa. Infine, come detto in precedenza, esiste una diffusa sottonotifica delle patologie occupazionali che erroneamente può portare ad affermare che esse sono scomparse. Questo argomento deve essere oggetto di attente considerazioni: infatti esiste ormai una chiara letteratura che da un lato evidenzia il fenomeno de “le malattie da lavoro perdute”12 e dall’altro dimostra, in particolare per i tumori occupazionali, come una ricerca sistematica affrontata dal Medico del Lavoro consenta attraverso la complessa formulazione della diagnosi etiologica di poter discutere su “i tumori occupazionali ritrovati”13. La sottonotifica in larga misura è causata dal fatto che, da una parte la classe medica stenta a comprendere l’importanza della denuncia della malattia occupazionale e, dall’altra, non ha pienamente recepito l’antico messaggio del Ramazzini che indicava la necessità di chiedere ai pazienti “quam artem exerceat”, e quindi sospettare l’eventuale ruolo causale o concausale dell’attività lavorativa nel determinismo della malattia.

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Porru S., Muzi G., Alessio L., Le malattie da lavoro perdute, G Ital Med Lav Erg 2008; 30 (suppl. 1): 49-55. 13 Porru S., Scotto Di Carlo A., Placidi D., et al.: I tumori ritrovati. Considerazioni sul ruolo del Medico del Lavoro nella ricerca sistematica e nella diagnosi etiologica dei tumori polmonari alla luce di una casistica. Med Lav 2006; 97:565-580.

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Malattie professionali e prevenzione   di Giuseppe Battista1 e Francesco Maria Rinaldi2

Premessa Le malattie causate dal lavoro o con esso correlate ripercorrono, di pari passo, l’evoluzione economica, politica ed istituzionale del nostro paese; esse sono parte di una storia – dolorosa, sotterranea e misconosciuta – della quale non sono sempre agevolmente riscontrabili elementi certi, ma solo tracce orientative in documentazioni disperse tra gli atti legislativi, le inchieste giudiziarie e istituzionali, le riviste e i resoconti scientifici. Il contributo al miglioramento delle condizioni di lavoro e di salute delle classi lavoratrici fornito dall’associazionismo spontaneo (sviluppatosi inizialmente anche grazie a intellettuali e mecenati illuminati), dai sindacati e dai partiti politici, non è stato di minore importanza rispetto a quello del progresso scientifico-tecnologico e giuridico-istituzionale. I primi decenni dell’unità d’Italia (1860‐1900)  Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, la condizione delle classi subalterne italiane era caratterizzata sostanzialmente dalla fame e dalla malnutrizione, nonché dalle scarse risorse igienico-sanitarie delle abitazioni e dell’assistenza medica. Al momento dell’Unità, l’Italia era abitata da circa 22 milioni di persone, di cui solo 5 milioni avevano frequentato un corso di istruzione elementare, con tassi di analfabetismo variabili da zona a zona, più elevati nell’ex Stato pontificio, nel Mezzogiorno e nelle Isole.

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Docente di Medicina del Lavoro nelle Università di Siena e di Pisa. Si è occupato di epidemiologia dei tumori (mesoteliomi e cancro del polmone da amianto, cancro del naso nel settore del legno e del cuoio) e di numerose indagini in vari settori industriali. 2 Specializzando in Medicina del Lavoro all’Università di Siena. Si è occupato del rischio da uso di antiblastici in ambito sanitario; scrive romanzi di fantasia.

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Giuseppe Battista – Franco Maria Rinaldi

La “pellagra”3 nel nord Italia, causata da una dieta basata essenzialmente sul granturco, provocò tra il 1883 e il 1910 circa 83.600 decessi, con migliaia di ricoveri in manicomio ogni anno. I malati di pellagra apparivano ai medici dell’epoca non più “affamati e magri” (effetti della denutrizione e della conseguente mancanza cronica di forza) ma “gonfi e ripieni” (solo di mais e di polenta); ancora nel 1881 ne furono segnalati oltre 100.000 casi. L’altro flagello che colpì la popolazione agricola fu costituito dalle “febbri malariche” (intermittenti e perniciose) assai frequenti (ne veniva colpito fino al 60% della popolazione) nella Maremma toscana e laziale, ma anche in Sicilia e in altre aree costiere. Alla stagnazione delle acque – ed ai miasmi che si levavano dalle paludi – veniva attribuita la causa principale della malaria; i contadini vennero esortati a provvedersi di abitazioni, abiti e alimenti adeguati e a risanare da sé la propria terra (1). Ancora, nella coltura del riso (il cui consumo protegge dalla pellagra per l’elevatissimo contenuto in vitamina PP) si annidava la sorgente delle “febbri delle risaie”, più complessa associazione di malaria con reumatismo, tifo, dissenteria, anchilostomiasi e altre parassitosi, che si innestavano su un quadro di carenze alimentari e di fatica fisica fino alla completa inanizione con edemi da fame (“idropsia”); lo “scorbuto”4 era invece frutto della carenza di vitamina C (dieta povera di frutta e verdure). Nel 1886, una legge del Parlamento unitario sulle condizioni di lavoro e di vita nelle risaie, rimandò la questione agli Enti locali (cioè ai gruppi di potere periferici); contro la soluzione adottata in sede legislativa (che pure era stata propugnata dal medico ravennate e patriota Luigi Carlo Farini, poi primo ministro del Regno d’Italia) insorsero vari medici italiani («un parto precipitoso», «battezzata in nome dell’oro») (2), tra

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La pellagra è una malattia caratterizzata da dermatite (mal rosso), diarrea e alterazioni psichiatriche. Lo scorbuto è una malattia caratterizzata da emorragie diffuse e successiva cachessia.

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cui l’illustre igienista Paolo Mantegazza, che la considerò «una eresia, una bestemmia vivente contro la pubblica igiene». Il ruolo riservato all’Italia nell’economia europea era quello di paese agricolo; la grande maggioranza degli italiani viveva nelle campagne e nei piccoli centri; l’agricoltura occupava il 70% circa della popolazione attiva, contribuendo al 58% del prodotto interno lordo, mentre l’industria e l’artigianato davano lavoro al 18% circa della popolazione attiva che provvedeva per il 20% al prodotto interno lordo; nel terziario (commercio e servizi) era occupato il restante 12% della popolazione attiva con un contributo del 20% circa al prodotto interno lordo. Più del 20% del territorio nazionale era incolto o costituito da aree paludose e malariche. Solo nella Pianura Padana erano attive aziende agricole moderne, al Centro dominava il sistema della mezzadria e nel Mezzogiorno, compreso l’Agro romano, dilagava il latifondo, con qualche eccezione in aree di colture specializzate. L’apparato industriale dello stato appena unificato presentava evidenti squilibri e ritardi tecnologici rispetto al resto delle nazioni europee e disomogeneità incolmabili tra le varie aree geografiche. Negli anni ottanta furono varate leggi di natura protezionistica per il settore siderurgico, tessile e zuccheriero allo scopo di contenere la concorrenza dall’estero Contemporaneamente iniziarono a verificarsi i grandi spostamenti di manodopera dall’agricoltura all’industria, dalle campagne alle città; il proletariato urbano, ancorché molto spesso ancora legato a culture e abitudini contadine, passava dalle iniziative di mutuo soccorso a forme organizzate nel “Partito dei lavoratori italiani”, fondato nell’agosto del 1892 da Filippo Turati e da Anna Kuliscioff (il nome definitivo di “Partito socialista italiano” sarebbe stato poi assunto nel 1895). Nello stesso periodo, il movimento cattolico usciva dalle posizioni difensive e ultra-conservatrici dell'“Opera dei Congressi” (1874) ed accentuava, sotto il papato di Leone XIII (1878), il proprio impegno sociale nella cooperazione, soprattutto in Lombardia e nel Veneto, tra agricoltori e artigiani di ispirazione cristiana. A carico delle popolazione urbane, nel primo ventennio dell’Unità, la tubercolosi mieté vittime soprattutto tra gli operai, con preferenza per i soggetti in età giovanile e le donne, impegnati nell’industria tessile e nei lavori a basso costo. Anche la scolarizzazione di massa contribuì ad alimentare esponenzialmente l’epidemia tubercolare. La tubercolosi post38


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primaria colpiva con inaudita violenza e gravità (caverne, miliari e altre forme cliniche acute) le popolazioni di recente inurbamento, che dalla campagna e dal Sud – aree relativamente indenni – prendevano dimora in casa malsane e lavoravano in stabilimenti affollati e polverosi. La tubercolosi nei cotonifici era correlata all’umidità e alla polvere inalata, ai ritmi e all’orario di lavoro; nelle cartiere, alla cernita degli stracci; in tutti i casi, alle scadenti condizioni di alimentazione e di vita in generale. Nel 1870 il medico milanese Carlo Leopoldo Rovida descriveva come unità nosologica distinta la silicosi, fino ad allora chiamata la “tisi degli scalpellini” nelle cave di granito; ma la silicosi era ed è spesso associata alla tubercolosi, contribuendo a costituire quadri rapidamente ingravescenti e mortali. Le grandi opere infrastrutturali tese anche ai collegamenti con il resto dell’Europa, come il traforo alpino del San Gottardo (linea ferroviaria, costruita tra il 1872 e il 1882), portarono a conseguenze gravissime per i minatori: oltre all’allora ampiamente misconosciuta patologia polmonare, molte vittime furono dovute anche all’anchilostomiasi5, o “anemia dei minatori”, ben descritta da Luigi Pagliani, professore – “scomodo” – di Igiene dell’Università di Torino. Nel 1865 un’epidemia di colera provocò in tutto il Paese almeno 150.000 vittime in due anni e una nuova ondata (1884-85) devastò le aree portuali di Genova, Napoli e Palermo, a dimostrazione delle persistenti condizioni di anti-igienicità delle tre grandi città portuali (morirono circa 55.000 persone). Alla fine del secolo la vita industriale del Paese restava concentrata nel triangolo tra Milano, Torino e Genova, per le migliori vie di comunicazione e la prossimità dei mercati; netto era il dominio del ferro e dell’acciaio. L’Italia, che pure vantava una tradizione siderurgica in prossimità delle miniere di ferro della Valle d’Aosta, dell’Elba e della Calabria, era sicuramente svantaggiata rispetto alle altre nazioni. La principale azienda per la produzione di macchine, armi e locomotive era sicuramente quella guidata, già nel 1860, da Luigi Orlando; l’impresa dalla Sicilia si era trasferita a Genova e aveva appoggiato le vicende risorgimentali, fino alla Spedizione dei Mille, con la fornitura di armi fabbricate a sue spese. 5

L’anchilostomiasi è una parassitosi caratterizzata clinicamente da anemia ipocromica, disturbi gastroenterici, talvolta anche con manifestazioni cutanee e turbe nervose.

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Nel 1884 presero avvio le Acciaierie di Terni, fondate insieme alla famiglia Breda con il supporto dello Stato e di capitale straniero; l’Italia, ancorché povera di materie prime, si avviò alla produzione di acciaio che sarebbe stata poi mantenuta in prosieguo anche in funzione delle spese militari. Furono relativamente sviluppate la meccanizzazione dell’industria cotoniera e la crescita dell’industria dello zucchero. Alcune industrie, oltre quella zuccheriera, si legarono in quegli anni alla produzione agricola: Francesco Cirio fondò la sua industria conserviera nel 1875 e si compirono progressi nel campo delle distillerie (3). Negli ultimi due decenni del secolo, l’Italia realizzò il suo decollo industriale compiendo numerosi balzi in avanti: nel Nord si rafforzarono notevolmente l’industria tessile e quella del cotone, con punte di eccellenza in Lombardia (seta) e Piemonte (lane biellesi); le industrie siderurgica e meccanica si radicarono nel triangolo industriale e nel bresciano per lo sviluppo ferroviario e degli armamenti; aumentò anche la produzione della carta e, nel 1872, Giovanni Battista Pirelli fondò un’importante industria della gomma. Collateralmente, furono aperte anche fabbriche di concimi chimici e di altri prodotti necessari allo sviluppo agricolo e industriale. Sorsero i Politecnici delle Università di Torino e di Milano e si diffusero al Nord gli istituti di istruzione tecnica. Negli ultimi venti anni del diciannovesimo secolo, nell’ambito medico propriamente inteso, si era intanto formata una scuola clinico-igienistica con inevitabili aperture sociali nei suoi esponenti di maggior intelligenza e rigore: Gaetano Pini, apostolo della lotta al rachitismo nella visione “del miglioramento umano, illuminato e progressivo”; Paolo Mantegazza con i suoi appunti sull’“Igiene del lavoro” nel 1881; Guido Bizzozzero, successore di Mantegazza a Pavia e poi professore a Torino, oppositore delle spese militari e di facciata a favore del risanamento dei quartieri operai di Torino; Achille De Giovanni, cattedratico a Pavia e a Padova, fondatore della “Lega Nazionale contro la Tubercolosi”; Ernesto Bonardi con la sua fede “nell’evoluzionismo e nel socialismo” ricordava come “la questione delle infezioni fosse più sociale che medica” e affrontava in particolare “il lato sociale della tubercolosi”; Angelo Mosso nel 1891 descrisse gli effetti sulla salute della fatica nei “carusi” e nei minatori e contadini siciliani. In data 8 luglio 1883 fu istituita dallo Stato la Cassa Nazionale Infortuni, con un regime finanziariamente favorevole per le imprese che, 40


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facoltativamente, intendevano assicurare i propri dipendenti. Il 9 febbraio 1886 venne approvata la Legge che limitava il lavoro dei fanciulli negli stabilimenti industriali, nelle miniere e nelle cave; della vigilanza furono incaricati, con diritto di ingresso nelle aziende, gli ingegneri addetti all’incolumità pubblica e alla sicurezza sul lavoro. Con il contributo rilevante di Luigi Pagliani, il 22 dicembre 1888 venne approvata in Parlamento la “riforma sanitaria” impostata secondo una piramide con alla base i medici condotti (ufficiali sanitari), indi i Consigli Provinciali e, come organo direttivo di vertice presso il Ministero dell’Interno, la Direzione Generale di Sanità Pubblica, affiancata dal Consiglio Superiore di Sanità. Fu definita una politica sanitaria sufficientemente equilibrata tra centralità e periferia, “gestita non da burocrati dell’amministrazione, ma dai tecnici della salute” (4). Intanto cominciarono a rilevarsi risultati in decremento per quanto riguardava le malattie tipiche della povertà: la mortalità per malaria e pellagra scesero e l’ultima epidemia di colera risaliva agli anni ottanta. Gli anni dello sviluppo industriale e la prima guerra mondiale (1900‐ 1918)  A cavallo tra i due secoli, erano dunque maturate le condizioni culturali, legislative ed economiche per una politica più adeguata allo sviluppo industriale, che il periodo più favorevole del governo giolittiano avrebbe guidato fino al 1911 (epoca delle riforme liberali). Nel 1889 era stata fondata la Fabbrica Italiana Automobili Torino (FIAT). Molte estensioni territoriali furono sottoposte a trasformazione fondiaria, con iniziative soprattutto pubbliche tese alla bonifica delle zone paludose o incolte, alla limitazione del disboscamento degli Appennini e della Sila, al consolidamento del territorio montuoso. Entro il 1910 la produzione industriale fu quasi raddoppiata, i porti italiani crebbero di importanza commerciale, fu completata la galleria del Sempione (1906), aumentò il commercio con l’estero. Dopo l’ondata di scioperi del 1901 aumentarono i salari persino nelle campagne; inoltre la mortalità infantile scese considerevolmente. Intanto si affermava l’uso dell’energia elettrica, sfruttando soprattutto le risorse idriche, sia per usi pubblici che per quelli industriali. Nel 1896 Guglielmo Marconi depositò il primo brevetto sulla telegrafia senza fili e, nel 1909, gli fu attribuito il premio Nobel. 41


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Nel 1905 fu formato il gruppo ILVA che legava le acciaierie di Terni ai cantieri Orlando di Livorno, mentre il gruppo Ansaldo teneva insieme le miniere di carbone di Cogne, i cantieri e le industrie meccaniche ed elettriche di Sestri Ponente e di Sampierdarena. La produzione di armi negli stabilimenti di Terni prosperava con sovvenzioni statali, nonostante i rapporti con alcuni gruppi esteri (Krupp, Vickers). La diffusione del motore a scoppio condizionò la nascita di una miriade di officine per la produzione di automobili: nel 1914, dopo la fioritura e il ridimensionamento di circa 70 fabbriche, la produzione nell’arco dei dodici mesi era salita a 18.000 automobili/anno; collateralmente si affermava il settore dei pneumatici (Pirelli), delle sostanze chimiche (Montecatini) e degli altri mezzi di trasporto, destinati ai privati meno abbienti (biciclette Bianchi). Al primo decennio del Novecento occorre far risalire l’inizio dell’impiego industriale dell’asbesto nel nostro paese che è rimasto per anni il secondo produttore di amianto crisotilo in Europa, dopo la Russia. Nel 1907 nacque a Casale Monferrato, per opera dell’Ing. Adolfo Mazza, il primo grande stabilimento per la produzione di manufatti in cemento amianto (contenitori, lastre ondulate, tubi) che occupava almeno 1.000 persone. Il minerale proveniva dai giacimenti italiani (Valmalenco, Val di Susa, Valli del Lanzo, Valle d’Aosta), ma anche da altri paesi produttori (Canada, Russia, Sudafrica). Venne scoperto a Balangero uno dei principali giacimenti di amianto crisotilo del mondo che si poneva per quantità e qualità in diretta concorrenza con l’amianto russo e canadese. Nel 1921 la “Società Anonima Cave di San Vittore” iniziò a Balangero lo sfruttamento del giacimento. In breve furono condotte prove per l’utilizzazione industriale del materiale (mattonelle, calcestruzzo, feltri, cartoni, lastre) e si strinsero rapporti proprietari con l’Eternit svizzera e la Turner Brothers inglese. L’estrazione del minerale avveniva a cielo aperto, con impiego di esplosivo, subendo successivi trattamenti di frantumazione, essiccazione, separazione e insaccatura. In sintesi, cinquant’anni dopo l’Unità, il Nord e il Centro Italia godevano di una relativa prosperità, con gli importanti settori tessile, siderurgico, meccanico e cantieristico; il Sud si caratterizzava soprattutto per l’industria legata alla trasformazione dei prodotti agricoli e per attività di cantieristica navale. Giolitti mantenne il diritto di sciopero, estese il voto a tutti i cittadini maschi che avessero prestato il servizio militare (1912), rafforzò 42


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l’obbligatorietà dell’istruzione elementare (nel 1911, tuttavia, la metà della popolazione era ancora analfabeta); fu tentato anche un riequilibrio dell’istruzione universitaria. Il partito socialista esercitava una grande influenza tra gli operai e i contadini del centro-nord, diviso tuttavia tra l’ala riformista di Turati, Treves e Bissolati (prevalente al Congresso di Firenze del 1908) e le tendenze rivoluzionarie (egemoni nel 1911 al Congresso di Modena); esso rimase lontano dal governo centrale, nonostante Giolitti amasse ripetere che “uno dei principali compiti della società era di migliorare le condizioni di vita delle classi povere” (5). All’apertura del nuovo secolo, l’attività legislativa in ambito sociale fu particolarmente vivace: tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli6; creazione della Direzione Generale di Sanità e dell’Ufficio del Lavoro (1902); programma per le case popolari (1903); riordino delle “Opere Pie” (1904); istituzione della Cassa maternità (1910) e dell’Istituto Nazionale delle Assicurazioni (INA) (1911). La legge n. 246 del 1902, istitutiva dell’Ufficio e del Consiglio Superiore del Lavoro, rappresentò la base per la creazione di un organo tecnico-amministrativo dello Stato in materia di legislazione del lavoro. L’Ufficio del Lavoro costituiva il nucleo delle attività di vigilanza nelle aziende, fino ad allora affidata ai due ingegneri incaricati dell’incolumità pubblica e della sicurezza del lavoro, agli ingegneri delle miniere, agli agenti di polizia giudiziaria, nonché, per gli infortuni sul lavoro, al personale tecnico delle Associazioni degli Industriali d’Italia e a quelle del Sindacato Subalpino di assicurazione mutua contro gli infortuni (6). In un decennio, gradualmente, furono formati i “Circoli” di ispezione di Torino (province di Torino, Alessandria, Cuneo, Novara, Genova, Porto Maurizio), Milano (province di Milano, Como, Pavia), Brescia (province di Brescia, Bergamo, Cremona, Mantova, Sondrio, Verona, Vicenza), Bologna (Emilia, Toscana, provincia di Pesaro) e Roma (Lazio, Marche, Umbria, provincie di Grosseto e Taranto). Con Legge del 27 aprile 1913 venne istituito anche il Circolo di Napoli e nel 1915 incominciò a funzionare anche l’Ispettorato Medico Centrale del Lavoro con due soli medici, essendo un terzo destinato ai collegamenti con l’Ufficio Internazionale del Lavoro di Ginevra.

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Per le donne dopo la gravidanza fu previsto un mese di astensione obbligatoria dal lavoro, non retribuito.

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Le principali inchieste dell’Ispettorato del Lavoro in quegli anni riguardarono: 1882: trafori del Cenisio e del Gottardo; 1905: produzione di fiammiferi (fosforo bianco); 1908: miniere della Sardegna; industria dei bottoni nelle province di Bergamo e Brescia; produzione di corde di canapa in Emilia, di filati di cotone in provincia di Brescia e dei guanti a Milano; 1909: intossicazione da piombo (casistica della Clinica del lavoro di Milano su commissione della Società Umanitaria); anchilostomiasi in Romagna e in Sicilia; 1911: industria della biacca (indagine igienico-sanitaria nei luoghi di lavoro, interviste, sopralluoghi, norme preventive); condizioni di salute delle sartorie di Torino (maternità, aborti, malattie in età pediatrica, etc.); lavoro con martelli pneumatici (ripetuta anche negli anni seguenti), industria saccarifera; portuali di Venezia; industria della seta in Lombardia e Veneto (ripetuta anche negli anni seguenti); 1912: industria delle calzature; mercurialismo del Monte Amiata, industria poligrafica (varie indagini); applicazione delle conclusioni dell'Associazione Internazionale per la protezione legale dei lavoratori: liste dei veleni; 1915: lavorazione dei tabacchi nel leccese, della lana greggia e dei semilavorati in Piemonte; industrie elettrometallurgiche ed elettrochimiche in rapporto alle energie idrauliche; industria degli inchiostri e della stampa; 1916: lavoro femminile nella pulitura e raschiatura delle lastre di ottone; 1917: lavoro degli operai in zone di guerra (ripetuta l'anno seguente); produzione del solfato di rame; 1918: lavoro delle donne come tranviere; industria tipografica; morbilità nazionale delle classi di lavoratori; 1919: industria del cemento; industrie chimiche in provincia di Napoli; laminazione del ferro e dell'acciaio; 1920: fabbricazione di mole di smeriglio.

Tra i medici del lavoro si distinsero per rigore etico e metodologico certamente Giovanni Loriga, primo Ispettore Medico del Lavoro, e Luigi Carozzi che nel 1919 accettò di trasferirsi a Ginevra per costituire l’Ufficio per l’Igiene del Lavoro (Bureau International du Travail). Studiosi attivi in altre parti d’Italia furono Giglioli in Toscana, Ferranini a Napoli, Renelletti a Roma e Rondani a Torino. Si ponevano così le basi per la formazione di una categoria di medici del lavoro capaci di interfacciarsi e collaborare con valenti ingegneri del lavoro (Effren Magrini dell’Università di Torino, Italo Locatelli, capo del Circolo 44


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d'Ispezione di Milano e Brescia, Silvio Brigatti del circolo di Bologna, etc.). Nel 1910 Luigi Devoto, patologo di Pavia, divenne direttore della Clinica del Lavoro di Milano che, nel 1902 era stata creata dalla prima amministrazione comunale di sinistra per volere del sindaco Giuseppe Mussi. Gli Istituti Clinici di perfezionamento avrebbero in seguito raggruppato anche la Clinica Ostetrico-Ginecologica e la Clinica delle Malattie Epidemico-Contagiose; il ginecologo Luigi Mangiagalli, nel discorso inaugurale, disse che erano così rappresentati “tre concetti sociali di fondamentale importanza: la difesa della maternità, la difesa contro l’infezione, lo studio della patologia del lavoro”. All’inaugurazione del II° Congresso nazionale delle malattie da lavoro, a Firenze nel 1909, Luigi Devoto, elaborando il suo concetto di “malattie professionali”, non lo disgiunse dalle radici economiche che le generavano (scarsi salari, deficienze alimentari ed abitative, fatica fisica, condizioni igieniche precarie) sulle cui basi si innestavano le intossicazioni da piombo (saturnismo) e la silicosi degli operai delle cave e della lavorazione di materiali lapidei. Sicuramente, a quell’epoca, le più diffuse malattie strettamente dipendenti dal lavoro erano la silicosi, il saturnismo e l’anchilostomiasi, tutte fin troppo spesso complicate dalla tubercolosi polmonare, dall’anemia, dall’esaurimento psico-fisico, dall’abuso di alcool e del fumo di tabacco, dalle complicanze cardiache. Le intossicazioni da mercurio vennero studiate in Toscana (estrazione del mercurio dal cinabro nelle miniere del Monte Amiata) e nelle operaie addette ai cappellifici (secretaggio) in Piemonte e nel Valdarno superiore; il mercurio trovava inoltre grande impiego nell’industria degli strumenti di precisione, nell’industria chimica che utilizzava procedimenti elettrolitici (al catodo di mercurio), nell’estrazione dei metalli preziosi. I quadri clinici di idrargirismo che vennero descritti da Pieraccini e Giglioli parlavano di operai defedati, con alterazioni gengivali e dentarie (gengivite espulsiva), ipertesi, impediti dal tremore nei movimenti, affetti da una estrema labilità emotiva, fino a vere e proprie psicosi deliranti; si associavano inoltre contrazioni spontanee della muscolatura degli arti (“stolzi”) anche durante il sonno e non erano rari i casi di polmonite e di neurite ottica. 45


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Fu questa altresì l’epoca delle intossicazioni acute gravi o mortali (da idrogeno solforato H2S, da ossido di carbonio CO, da fosfina PH3, da arsina o idrogeno arsenicale AsH3) nell’industria chimica e dei metalli7. Nei primi anni del Novecento ebbe inoltre un grande sviluppo la produzione di fiammiferi con l’uso di fosforo giallo: era la causa di una grave malattia caratterizzata da osteite necrotica dell’osso mascellare e interessamento epatico e renale; risale al 1920 il divieto di utilizzazione del fosforo bianco e giallo che furono allora sostituiti dal fosforo rosso. Forni siderurgici, vetrari, ceramici, fucine, fonderie, miniere, la stessa industria tessile (“fumana”), operazioni di saldatura in ambienti confinati, impegnavano fortemente l’apparato cardiovascolare, producendo una forte “selezione naturale” legata al carico lavorativo; il rumore e le vibrazioni costituivano altri elementi ubiquitariamente connessi alla natura stessa delle attività industriali pesanti. Lo scoppio della prima guerra mondiale (1915-1918) doveva riportare il Paese all’esperienza delle malattie causate dalla fame e dalle infezioni. La guerra immise forzatamente le donne nel processo produttivo industriale, si sottrassero possibilità all’incremento delle nascite e fu favorita la miseria nel Paese e il sovraffollamento nelle trincee. I primi danni di questa nuova “grande peste” che direttamente avrebbe provocato milioni di morti giovani, in ambito più strettamente sanitario furono rappresentati dalla meningite cerebro-spinale epidemica, dall’encefalite epidemica, dalla recrudescenza e dalla diffusione della tubercolosi, oltre che dai nuovi casi di malaria e di malattie veneree tra le truppe. Il fascismo (dagli anni ‘20 alla seconda guerra mondiale)  La prima guerra mondiale era costata all’Italia oltre 600.000 morti giovani in combattimento; al rientro, dal punto di vista economico, le importazioni superavano di oltre tre volte le esportazioni, le spese statali crescevano in maniera allarmante, la disoccupazione era enorme. Dopo un biennio di forti tensioni e agitazioni sociali, l’accondiscendenza della monarchia e di buona parte dei liberali permise l’ascesa al governo, nel 1922, dell’ex socialista Benito Mussolini, nonostante il successo elettorale del 1919 riportato da socialisti e 7

Alcune di tali intossicazioni continuano a rappresentare tutt’ora un rischio di morti “a catena” (da H2S) nell’industria e nell’agricoltura o di infortuni collettivi (da CO), spesso in ambito familiare.

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popolari. I primi sostenitori del fascismo furono gli agrari e i grandi industriali, convinti che Mussolini sarebbe stato un utile strumento per arginare l’avanzata delle masse lavoratrici, soprattutto dopo l’occupazione delle fabbriche del settembre 1920; nel 1921 era nato il Partito Comunista; il Partito Socialista era guidato da una maggioranza di sinistra (Nenni, Lazzari) e i riformisti come Turati, Treves, Modigliani e Matteotti, erano in netta minoranza. Sul piano delle condizioni reali di vita delle masse popolari, il costo della vita era enormemente aumentato e fu fissato, per il pane, un prezzo politico artificiosamente basso. Era di molto cresciuto anche il divario tra i fornitori di guerra del governo e degli agricoltori ricchi – che si erano avvantaggiati con i proventi bellici – e le classi lavoratrici; la guerra aveva ricondotto a casa masse maggiormente consapevoli e si era sviluppato molto lavoro femminile nelle fabbriche e nelle campagne. Una volta organizzato il movimento fascista – e consolidati i rapporti con la monarchia e lo Stato Vaticano (1929) – Mussolini si dedicò alla “fascistizzazione dello Stato” in tutte le sue articolazioni; si realizzava, nonostante la crisi economica mondiale, una politica di magniloquente grandezza e si riapriva la corsa agli armamenti. Negli anni trenta, anche se dipendente dall’estero per la materie prime (cotone, petrolio, carbone e ferro), l’industria fece notevoli progressi per la politica autarchica e protezionistica del Governo centrale che privilegiava i settori collegati alle forniture militari (industria siderurgica e metalmeccanica). Grande sviluppo ebbero la produzione di energia elettrica (Edison e altre), l’industria automobilistica, la cantieristica navale, il settore delle raffinerie di petrolio (Bari, Livorno). Fu applicata una grandiosa politica di lavori pubblici fino alla creazione a Roma della “via dell’Impero” che alterò la fisionomia urbana della zona archeologica; numerosi interventi furono realizzati, secondo lo stile dell’epoca, sui piani regolatori di molte città (fondazione “ex novo” di Littoria e di Sabaudia). Negli stessi anni la Montecatini si affermava nel settore chimico, la Snia Viscosa nella produzione di fibre artificiali e la Pirelli in quella della gomma; la FIAT assunse un ruolo di massimo rilievo nella produzione di automobili. Le maggiori industrie italiane restavano private, ma nel 1933 fu fondato l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) con il compito di sovvenzionare e sorreggere industrie e banche in difficoltà; fino a controllare gran parte dell’industria pesante e di numerose banche e aziende manifatturiere(7). 47


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Nel 1926 venne abbandonata la giornata lavorativa di otto ore; i salari degli operai e dei contadini ritornarono i più bassi dell’Europa Occidentale; non si arrestò l’esodo della popolazione dalle campagne verso le città nonostante i contrari provvedimenti di legge degli anni trenta; i latifondi non vennero frazionati e i grandi produttori di cereali vennero fortemente favoriti dalle sovvenzioni statali durante “la battaglia del grano”. Lo stato fascista assunse anche la denominazione di “corporativo”: nella Carta del Lavoro del 21 aprile 1927, il lavoro, “dovere sociale”, fu dichiarato fondamento dell’attività civica. La “politica sociale” sviluppò le pensioni operaie, la settimana di quaranta ore, il Dopolavoro etc.; nel 1933, l’interesse generale della nazione si concretizzò nelle “Corporazioni” in cui confluivano le Confederazioni della Carta del Lavoro del quinquennio precedente. Nell’ambito del diritto, col Regio Decreto n. 1398 venne promulgato il nuovo Codice Penale: l’articolo 451 esplicitava le sanzioni per “chiunque per colpa, omette di collocare, ovvero rimuove o rende inservibili apparecchi o altri mezzi destinati alla estinzione di un incendio, o al salvataggio o al soccorso contro disastri o infortuni sul lavoro”; gli articoli 589 e 590 riguardavano l’omicidio colposo e le lesioni personali colpose, con inasprimenti delle pene “se il fatto è commesso con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale o di quelle per la prevenzione degli infortuni sul lavoro”. Nel 1942 venne aggiornato il Codice Civile con il preciso riferimento alla tutela delle condizioni di lavoro: “L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro” (art. 2087). Altre realizzazioni degne di nota nel ventennio fascista furono la bonifica delle aree paludose, l’estensione della rete stradale e ferroviaria, la crescita delle città costiere (Taranto, Bari, Genova, La Spezia). Sul piano sanitario fu istituita l’ONMI (Opera Nazionale per la Maternità e l’Infanzia) e fu contrastata la tubercolosi nei consorzi e nei sanatori antitubercolari. Le origini socialiste del capo del fascismo sono in qualche misura rintracciabili anche in altre parti della legislazione sociale del ventennio: nel 1927 era stato varato il primo “Regolamento generale sull’Igiene del Lavoro” emesso in Italia; era contemplata la difesa dalle polveri, vapori, 48


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fumi, rumori, con enfasi sul pacchetto di medicazione e la cassetta di pronto soccorso. La prima assicurazione statale obbligatoria contro le malattie professionali nell’industria risale al 1929, ma fu applicata, per ritardi nell’emanazione del regolamento, solo nel 1934: erano indennizzati solo il saturnismo, il fosforismo (fosforo giallo e bianco), il mercurialismo, il solfocarbonismo, l’intossicazione da benzolo e omologhi (e loro derivati nitrati, clorati e aminici), l’anchilostomiasi. La gestione dell’assicurazione obbligatoria fu affidata nel 1933 all’Istituto Nazionale Fascista per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro (INFAIL) e, nel 1943, furono finalmente tutelate con assicurazioni speciali la silicosi e l’asbestosi. È facilmente intuibile come i quadri classici e gravi delle intossicazioni professionali fossero già stati ampiamente studiati dai medici del lavoro e dai medici sociali nel nostro paese; l’industria del rayon, tuttavia, portò alla ribalta nei procedimenti di filatura della “viscosa” (xantogenato di cellulosa) e del trattamento del “fiocco”, il pericolo dell’intossicazione acuta8 e cronica9 da solfuro di carbonio (CS2), un liquido facilmente volatile, largamente usato come solvente di oli, grassi, resine ed essenze, della cellulosa e della gomma (vulcanizzazione a freddo). Nel 1925 Giovanni Loriga, dell’Ispettorato Medico Centrale del Lavoro, aveva descritto l’origine tempestosa di questo settore industriale, ma non ne seguì alcun esplicito provvedimento legislativo; tuttavia l’evoluzione industriale portò alla realizzazione di nuovi e più moderni stabilimenti che Pietro Di Donna, succeduto a Lariga, nel 1934 descriveva come nettamente migliorati negli aspetti preventivi. Nel 1932, con la creazione dell’ENPI (Ente Nazionale Prevenzione Infortuni), si cercò di mettere rimedio alle manifeste carenze di personale dell’Ispettorato del Lavoro; nel 1936 l’ENPI costituiva nel suo seno anche una sezione sanitaria. Particolare rilevanza avrebbe rivestito, anche nei decenni futuri, l’adozione del Testo Unico delle Leggi sanitarie (Regio Decreto n. 1265 del 27 luglio 1934), con riordino del sistema

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L’intossicazione acuta da CS2 è caratterizzata da agitazione psico-motoria e delirio per inibizione dell’enzima monoaminoossidasi. 9 L’intossicazione cronica da CS2 è caratterizzata da polineurite sensitivo-motoria, psiconeurosi, impotenza, vasculopatia arteriosclerotica.

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sanitario nazionale (contenente al Titolo III anche norme “Delle condizioni igieniche per la coltivazione delle piante tessili e del riso”). Nei primi anni del Novecento, come detto in precedenza, si iniziò ad impiegare l’amianto a livello industriale. Dopo il 1933, la Società Anonima Cave di San Vittore, che manteneva il 50% delle quote della miniera di Balangero, vendeva amianto all’Eternit di Casale Monferrato, alla Cementi Isonzo, alla Dalmine, alla Cementifera Italiana e ad aziende straniere (Bender e Martiny; Società Italo Russa). Nel 1945, tuttavia, difficoltà economiche rilevanti condussero alla chiusura dello stabilimento. Parallelamente, a Bari era nata nel 1935 la Fibronit: produceva fibrocemento per la realizzazione di molti manufatti (tubi, vasche, lastre ondulate, manicotti, etc.); impiegava mediamente 400 operai. Nel corso degli anni la Fibronit aprì numerose filiali anche al centro-nord (Carrara, Broni, etc.), rimanendo a livello nazionale un importante leader del settore fino al 1985, anno della chiusura. La diffusione dell’amianto nei materiali per l’edilizia e nella siderurgia andava quindi concretizzandosi, senza però alcuna conoscenza sugli effetti carcinogenetici delle fibre; l’attenzione dei medici era concentrata sulla fibrosi polmonare diffusa, più o meno rapidamente evolutiva verso l’insufficienza respiratoria in funzione dell’entità dell’esposizione subita dai lavoratori. Per quanto riguardava gli altri settori industriali, nel 1940 i principali erano quello tessile della seta, del cotone, della lana, della canapa, del lino, della iuta, con rilevanti concentrazioni in Lombardia, Piemonte, Veneto, Emilia, Toscana (Prato), Campania e Sicilia. L’industria delle fibre artificiali contava ormai nel 1940 una ventina di stabilimenti nel Nord e nel Centro Italia, ma anche all’Aquila e a San Giovanni a Peduccio; complessivamente occupava circa 28.000 operai. Era altresì sviluppata l’industria complementare o affine (calzifici, maglierie, etc.), mentre i cappelli di feltro erano prodotti ad Alessandria, Pavia, Monza, Intra, Como, Biella, Asti, Montevarchi e San Giovanni Valdarno con circa 9.000 operai nell’intero comparto. Per l’elettrificazione del Paese era sfruttata soprattutto l’energia idrica di un territorio in gran parte montuoso; gli impianti termoelettrici contribuivano in piccola parte alla produzione nazionale (810 milioni di Kw/h rispetto agli oltre 14 miliardi degli impianti idroelettrici). Per sopperire alle croniche necessità energetiche fu promosso anche lo sfruttamento delle risorse minerarie e petrolifere. 50


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Nel 1935 furono create l’Azienda Carboni Italiani (ACI), l’Azienda Nazionale Idrogenazione Combustibili (ANIC) e l’Azienda Minerali Metalliferi per l’estrazione del carbone in Sardegna, la produzione di derivati del petrolio e del catrame, l’imbottigliamento del gas butano per uso domestico (AGIP, Liquigas). Altri minerali (manganese, nichel, rame, piombo, zinco, argento, etc.) erano estratti nelle Alpi Marittime, in Toscana e in Sardegna. Importanti erano le saline di origine marina (Trapani, Siracusa, Santa Margherita di Savoia, Tarquinia, Comacchio, Lungro, etc.), così come le risorse del bacino boracifero di Larderello. La produzione della ghisa era locata a Piombino, Portoferraio, Servola e Bagnoli, ma anche nel Bergamasco e nel Bresciano; grandi acciaierie erano attive in Piemonte, Liguria, Lombardia, Triveneto, a Bolzano, in Toscana, in Umbria e in Campania. La metallurgia del rame era presente a Livorno, mentre per il piombo – e l’argento – le localizzazioni principali erano a Monteponi e San Gavino in Sardegna e a Pertusola in Liguria. Circa 52.000 operai operavano nelle costruzioni navali delle grandi città costiere e negli arsenali militari e molto attiva era anche la produzione di materiale rotabile (22.000 operai a Torino, in Liguria, Lombardia Milano, Arezzo, Napoli, etc.); l’industria aeronautica, compresa quella dei motori, era presente nel Nord e nel Centro Italia, ma anche a Napoli e a Brindisi. Il settore automobilistico occupava oltre 40.000 operai, con il predominio di Torino, Milano e Brescia. Connesse ai trasporti erano l’industria dei magneti (Sesto San Giovanni) e delle comunicazioni radiofoniche. Grandi stabilimenti per lenti e strumenti di precisione erano attivi a Milano, Genova, Firenze e Roma. L’edilizia attivava l’estrazione dei materiali lapidei ornamentali e quella dei laterizi e, soprattutto, quella cementiera che era presente in tutto il Paese in 130 stabilimenti che occupavano 17.700 operai. L’industria ceramica comprendeva quella tradizionale delle “faenze”, quella della porcellana per uso domestico e sanitario, nonché la produzione di isolatori elettrici. L’industria del vetro era fiorente a Milano, Empoli, Pisa, Murano, ma si sviluppò presto anche a Torino, Parma, Vietri sul Mare, Livorno, Mestre, Napoli, Salerno, Fidenza, Novi Ligure. Tutto il settore delle costruzioni, delle ceramiche e del vetro comportava un notevole impiego di sabbie e materiali a variabile contenuto di silice libera cristallina. Alcune fasi lavorative in siderurgia erano gravate dallo stesso rischio; si aggiungeva inoltre l’uso di materiali 51


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amiantiferi a scopo ignifugo e di coibentazione o per protezione individuale dei lavoratori dal fuoco e dal calore. Le industrie chimiche fornivano i prodotti necessari allo sviluppo delle tecnologie industriali: produzione di acido solforico, nitrico, cloridrico, borico, ammoniaca e clorogas (a Crotone, come in vari centri del centro-nord). La produzione della soda caustica (Brescia, Rumianca, Cesano Maderno, Roma, Napoli, etc.) a partire dal carbonato sodico era ricavata nei due stabilimenti di Rosignano Marittimo e di Monfalcone. I concimi azotati e il solfato di rame erano di sostegno all’agricoltura, mentre veniva considerato un successo della politica industriale italiana la progressione nel campo dei coloranti utilizzando derivati del catrame (oli di catrame, benzolo, fenolo, naftalina, etc.) i cui intermedi erano trattati a Cengio e a Cesano Maderno; altre industrie di coloranti erano presenti in tutta la Lombardia, in Piemonte, a La Spezia (minio-ossido di piombo), a Livorno, a Spinetta Marengo e a Pescara; il catrame era ricavato nelle cokerie annesse alle grandi acciaierie del Paese. L’industria dei coloranti adoperava inoltre ingenti quantità di bicromati necessari anche per l’industria della canfora sintetica. L’industria farmaceutica occupava 9.500 dipendenti in circa 1.000 stabilimenti del centro-nord, ma anche a Napoli e a Palermo. I meriti della ricerca italiana nelle materie plastiche (resine sintetiche, celluloide, gabalite, bachelite, corozite, etc.) condizionarono la nascita di stabilimenti di produzione a Sesto San Giovanni e a Castellanza; una trentina di stabilimenti adibiti all’estrazione dei tannini dal castagno nazionale per l’industria conciaria erano attivi soprattutto in Piemonte e in Liguria, ma anche in Lombardia, Veneto, Toscana e Calabria. Nell’industria chimica e in quella siderurgica erano ben studiate in quegli anni sia le intossicazioni da composti specifici ad azione sistemica che le broncopneumopatie da gas e vapori irritanti, in forma acuta o cronica per esposizioni ripetute o prolungate. I gas e i vapori irritanti costituivano pericoli assai diffusi: alogeni e composti alogenati (cloro, acido cloridrico, fosgene, fluoro, acido fluoridrico, bromo, iodio, etc.); composti solforati (anidride solforosa, anidride solforica, acido solforico, dimetilsolfato, iprite); gas nitrosi (vari ossidi di azoto) e ammoniaca; ozono, acetone e acetati; vapori organici di diversa natura (acroleina, formaldeide, anidride ftalica, anidride maleica; monomeri, acceleranti, plastificanti e indurenti impiegati nella produzione di materie plastiche, etc.). I fumi metallici (cromo, cadmio, manganese, vanadio, berillio, etc.) 52


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erano responsabili di acute, fortissime irritazioni delle congiuntive e delle mucose delle prime vie aeree e dell’albero bronchiale fino a veri e propri quadri di broncopolmonite chimica. Un capitolo particolarmente interessante è quello costituito dalle intossicazioni croniche da metalli e metalloidi ai quali si è via via già accennato (saturnismo, mercurialismo, intossicazione da cromo, cadmio, manganese, fosforo, arsenico, etc.)10. Per quanto riguarda le intossicazioni da solventi, è stata già ricordata l’azione tossica del solfuro di carbonio; particolare rilevanza, per il loro più ampio uso, rivestono però il benzolo e omologhi (toluolo, xilolo, stirolo), nonché i derivati clorati, nitrici e amminici degli idrocarburi benzenici. Si tratta di sostanze utilizzate come solventi di resine, grassi, vernici e inchiostri, o di composti intermedi nella sintesi dei coloranti sintetici (derivati dell'anilina, naftalina, etc.) che presentano tossicità acuta soprattutto a carico dell'apparato emopoietico (anemie emolitiche) e, cronicamente, danni al sistema nervoso, al fegato e al rene. I solventi alifatici (esano, eptano e loro aldeidi e chetoni) sono invece dotati di azione irritante sulla cute e sulle mucose ed esplicano effetti narcotici; i derivati clorati possono favorire l’insorgenza di aritmie cardiache. Il cloroformio (dapprima utilizzato anche come anestetico), il tetracloruro di carbonio e il tetracloroetano, così come il tricloroetilene nella sua forma commerciale (trielina) – tutti ampiamente utilizzati come sgrassanti, nel decappaggio degli oggetti metallici e come componenti di parassiticidi – sono stati imputati di gravissime lesioni epato-renali con esiti anche mortali. Tra le intossicazioni acute particolarmente temibili nell’industria chimica e degli esplosivi sono da citare quelle da acido cianidrico e da cianuri (galvanoplastica, disinfestanti in agricoltura, etc.), da nitrili (produzione di materie plastiche e fibre sintetiche), da nitroglicerina e nitroglicole (industria degli esplosivi)11; in tutte le situazioni in cui è possibile che si sviluppi combustione incompleta di composti carboniosi (per esempio saldatura in ambienti confinati, fucine artigianali, etc.) l’intossicazione acuta da monossido di carbonio rappresenta evenienza non trascurabile. 10

Per molti di tali metalli è oggi accettata la cancerogenicità per l’uomo (piombo, cromo, cadmio, arsenico, etc.), mentre altri (manganese, mercurio, etc.) sono stati sicuramente in rapporto causale diretto con quadri neurologici particolarmente invalidanti. 11 Si ricordano le “morti del lunedì” per cause cardiovascolari degli operai della SIPE Nobel addetti alla produzione di nitroglicerina (dinamite).

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Altri settori tipici dell’industrializzazione italiana erano quelli della concia, della carta (Piemonte, Lombardia, Emilia, Marche, Campania), del legno, del caucciù e della gomma. Nel 1940 l’industria conciaria occupava circa 12.000 addetti con opifici dislocati in Piemonte, Lombardia, Liguria, Veneto, Toscana e Campania. Le materie prime (pelli di vitello e altri bovini), di produzione nazionale o di provenienza estera, in funzione di insufficienti trattamenti di disinfezione e conservazione, comportavano il rischio di carbonchio cutaneo e viscerale; nelle prime operazioni di concia in bottale, dalla cheratina delle pelli può liberarsi idrogeno solforato con conseguenze di morti immediate e a catena per rapido blocco dei sistemi ossidativi delle cellule cerebrali (la patologia è comune per altro anche ai fognaioli, agli addetti alla ripulitura di cisterne contenenti frazioni pesanti della distillazione del petrolio e in tutte le situazioni in cui possono svolgersi fermentazioni anaerobiche di composti organici solforati)12. Intorno all’attività di concia si era sviluppata anche l’industria delle calzature e dei guanti in grandi stabilimenti o in laboratori semi-artigianali di qualità (Piemonte, Lombardia, Emilia, Veneto, Toscana, Campania). L’industria del mobile tradizionalmente aveva i suoi centri nella Brianza, in provincia di Pisa ma anche di Pescara, Torino e Bologna, nel Triveneto, in Liguria, in Umbria e a Napoli e a Palermo per quanto riguarda l’Italia meridionale. A Lissone, Torino, Milano e Guastalla era sorta anche la più moderna industria del compensato, con circa 3.000 operai. A Milano e a Torino erano ormai attivi numerosi centri per la produzione di pneumatici tubulari, maschere antigas, indumenti protettivi, tappeti e pavimenti di gomma; il settore occupava circa 28.000 operai, mentre a Ferrara l’industria chimica avviava un primo stabilimento per la produzione di gomma sintetica (“buna”). Contemporaneamente all'industria della plastica si era sviluppata anche l’industria dei bottoni (9.600 operai), che integrava con materiali più moderni la produzione di bottoni in madreperla (basata sulla Conchiglia Trocus proveniente dall’Eritrea).

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Il fenomeno delle “morti a catena” per intossicazioni acute da idrogeno solforato è tutt’ora presente nel nostro paese.

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Parallele all’agricoltura erano l’industria molitoria13 (55.000 operai impegnati nei mulini per farine di cereali), i pastifici (18.000 operai nelle zone tradizionali di Napoli e dintorni e altre) e gli zuccherifici diffusi in Emilia e nel Veneto (13.500 operai). Le conserve alimentari di pomodoro, di ortaggi, olive e frutta erano fiorenti nelle zone di produzione, così come la conservazione del pesce e la distillazione della grappa e dell’alcool etilico. Notevole era la produzione di vino e di olio, soprattutto nelle regioni centro-meridionali. In ventitré manifatture governative (Monopoli di Stato) erano occupati 18.000 operai circa nella lavorazione del tabacco, sigari e sigarette. Dalla seconda guerra mondiale alla riforma sanitaria (1945‐1980)  Tra l’aprile e il maggio del 1945 l’Italia uscì, perdente ma libera dal nazi-fascismo, da una guerra che aveva devastato il Paese, con una monarchia prima in fuga e poi in esilio; la nuova classe politica chiamata a dirigere il Paese si era formata in parte negli anni della clandestinità e della lotta armata e su di essa ricadeva il compito della ricostruzione in un Paese semidistrutto, contraddistinto da forti contrapposizioni politiche, in un quadro internazionale che si avviava rapidamente a manifestare la “guerra fredda” tra i due blocchi, quello occidentale e quello sovietico, evidenti fino alla caduta del muro di Berlino e alla disgregazione dell’URSS (1989-1991). Nel giugno del 1946 il referendum istituzionale scelse la Repubblica e la famiglia reale venne condannata all’esilio; fu costituito un governo con la partecipazione di tutte le forze politiche democratiche e venne eletta l’Assemblea Costituente che approvò a grandissima maggioranza la Costituzione della Repubblica Italiana, entrata poi in vigore nel gennaio del 1948. Nel maggio del 1947, la sinistra era stata estromessa dal governo; alle elezioni del 18 aprile 1948 la Democrazia Cristiana ottenne la maggioranza assoluta in Parlamento e Alcide De Gasperi fu Presidente del Consiglio dal 1945 al 1953. Nel 1949 la Confederazione del Lavoro si scindeva in tre sindacati, uno di ispirazione social-comunista (CGIL), uno cattolico (CISL) e uno social-democratico (UIL). 13

L’asma da farine di cereali è ben nota per rappresentare un rischio rilevante di natura allergologica in tutto il settore, compresi i panifici, diffusissimi nel Paese. Recentemente sono state segnalate, come possibilità di esposizione finora misconosciuta, la presenza di coibentazioni in amianto nelle intercapedini dei forni di cottura costruiti in muratura, soprattutto nel settore artigiano.

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Nel trattato di pace del 1947, De Gasperi e Sforza (ministro degli Esteri) erano riusciti ad ottenere una particolare considerazione dagli Stati Uniti d’America e dalla Gran Bretagna che rinunciarono a chiedere riparazioni e il “piano Marshall” di aiuti americani all’Italia fu assai sostanzioso per gli anni a venire. Come conseguenza collaterale degli aiuti americani, l’arrivo di nuovi insetticidi (DDT – diclorodifenil tricloroetano e altri) permise il controllo definitivo della malaria in Italia entro i primi anni cinquanta. Alla fine della guerra la società italiana restava comunque fondamentalmente agricola e provinciale e, anche se efficaci azioni partigiane avevano protetto installazioni portuali (Genova) e le fabbriche di Milano e di Torino dalla devastazione delle forze tedesche in ritirata (erano state sostanzialmente risparmiate anche i centri di Roma, Firenze e Venezia, città d'arte), molta parte del patrimonio edilizio del Paese, soprattutto nelle città industriali e dintorni, aveva subito estesi bombardamenti, anche da parte delle forze alleate. Nonostante le gravi tensioni sociali nel Paese (l’attentato a Togliatti del 14 luglio 1948, la scomunica dei comunisti nel 1949), non si può negare che tutte le forze politiche presenti in Parlamento contribuirono alla ricostruzione: nel 1950 la produzione industriale aveva pressoché raggiunto i livelli prebellici, il tasso di crescita annuo non era mai stato inferiore al 5% e la grave inflazione post-bellica riuscì a stabilizzarsi nel quinquennio. Sul piano più strettamente politico, la Costituzione garantiva la libertà politica e religiosa (pur riconoscendo a quella cattolica il privilegio di religione ufficiale dello Stato) e venivano riaffermati i diritti dei cittadini al lavoro, al suffragio universale, all’assistenza sanitaria, alla tutela degli interessi e alla dignità dei lavoratori, pur in un’economia di libero mercato capitalistico. Si affermavano altresì importanti tendenze europeistiche ad opera di notevoli intellettuali italiani e si riapriva la “questione meridionale” sullo sviluppo economico e sociale del Sud Italia. Fu mantenuta un’enorme proprietà pubblica di banche, cantieri navali e acciaierie e l’IRI trattenne le sue funzioni di controllo sulle aziende in attesa di privatizzazione. Nel 1951 l’Italia aderì alla Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, favorendo l’emigrazione e il miglioramento delle condizioni di salario e di lavoro degli italiani in Germania, Francia, Belgio e Svizzera. Si calcola che, dal 1950 ai primi anni sessanta, oltre un milione di persone emigrarono in altri paesi 56


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europei e un altro milione verso le Americhe e l’Australia; circa tre milioni di meridionali si trasferirono inoltre nell’Italia settentrionale. Con il Trattato di Roma nel 1957 fu creato il mercato comune europeo. Le fondazione della Cassa del Mezzogiorno (1950) fu finalizzata allo sviluppo industriale e alla realizzazione delle necessarie infrastrutture stradali e di servizio: i costi furono sicuramente elevati, ma il Sud si connetteva, seppur lentamente – e con notevoli contraddizioni – in maniera più organica al resto del sistema italiano. Durante l’emigrazione post-bellica, una delle prime destinazioni di grande parte di manodopera giovane di estrazione agricola e meridionale – ma non solo – furono spesso le grandi industrie siderurgiche e le miniere di carbone del Belgio, della Rhur e dell’Alsazia-Lorena; le condizioni di lavoro e di vita erano di grande sfruttamento e di limitazioni della dignità umana; molti minatori tornarono negli anni settanta in Italia con quadri di antraco-silicosi veramente imponenti (“silicosi di ritorno”) e con i segni degli eventi avversi del lavoro scolpiti nel fisico e nel morale. Le loro famiglie, di pari passo all’economia italiana, si erano intanto giovate delle rimesse in moneta pregiata come ulteriore contributo alla rinascita anche di aree storicamente depresse (Veneto, Calabria, Puglia, Sicilia e Campania). Sul piano interno il governo De Gasperi riuscì ad introdurre controlli sugli affitti, gli assegni familiari e un qualche adeguamento dei salari all’inflazione. Soprattutto, negli anni cinquanta, la riforma agraria ridistribuì a piccoli proprietari terrieri oltre due milioni di ettari sottratti ai latifondi. Nel 1945 Enrico Mattei assunse la direzione dell’ENI per la fornitura energetica a gran parte del sistema industriale e del Paese. Furono sfruttati giacimenti italiani di gas naturale e petrolio, costruite raffinerie e create notevoli proiezioni commerciali all’estero ed espansioni industriali in altri settori (chimica, tessile, turismo, trasporti e telecomunicazioni, fonti alternative di energia). Le grandi imprese storiche del Paese (Fiat, Pirelli, Montecatini) entro breve tempo si imposero come leader europei; l’Olivetti si affermò con le macchine da scrivere e mobili per uffici, aprì stabilimenti anche al Sud e approntò una strategia culturale di neocapitalismo avanzato e di mecenatismo rimasta per troppo tempo esempio isolato. Anche altre industrie metalmeccaniche, dopo la creazione del Mercato Comune Europeo, conquistarono egregiamente mercati europei e extra-continentali. 57


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Le critiche condizioni di lavoro durante la ricostruzione incominciarono ad essere documentare anche da fonti sindacali; al Congresso di Torino della CGIL del 1951, l’INCA nazionale presentò un’inchiesta su 95 aziende metalmeccaniche, 37 tessili, 28 chimiche e 69 cantieri edili che occupavano circa 100.000 operai; vennero evidenziate l’assoluta mancanza delle norme di sicurezza, soprattutto in edilizia, il ricorso selvaggio alle pratiche di sub-appalto e la quasi totale mancanza di attrezzature igieniche elementari (latrine, acqua potabile, etc.). Nel 1950 gli “addetti alla sicurezza” nelle aziende erano circa 6.000 (su designazione aziendale) ed aumentarono nel 1964 a 23.000, all’interno di 11.600 aziende, operanti a volte attraverso comitati “paritetici” in cui i lavoratori erano scelti dalle aziende stesse. Il 12 febbraio 1955 il Governo ottenne dal Parlamento la delega ad emanare le norme generali in materia di prevenzione degli infortuni e di igiene del lavoro. Parallelamente, veniva avviata un’inchiesta parlamentare sulle condizioni dei lavoratori italiani, mentre le Camere del Lavoro di Genova, di Milano e di Torino promuovevano le loro inchieste presentate al Convegno Nazionale di Studio patrocinato dalla “Società Umanitaria” di Milano nel 1954: si focalizzarono altresì i rapporti intercorrenti tra le prospettive dello sviluppo tecnologico, le condizioni di salute psico-fisiche e le forme di organizzazione dei lavoratori. Sempre ai primi anni cinquanta risale l’ampliamento a 42 delle malattie professionali assicurate nell’industria (Legge del 12 novembre 1952); l’adozione di una nuova lista per l’agricoltura avvenne invece nel 1958 (7 malattie assicurate). Dal punto di vista della prevenzione le iniziative legislative più rilevanti del periodo furono: D.P.R. n.1512 del 18 dicembre 1954: Statuto dell’Ente Nazionale per la prevenzione degli infortuni (ENPI); D.P.R. n.520 del 19 marzo 1955: Riorganizzazione centrale e periferica del Ministero del Lavoro e della previdenza sociale; D.P.R. n.547 del 27 aprile 1955: Norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro; D.P.R. n.164 del 7 gennaio 1956: Norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro nelle costruzioni; D.P.R. n.303 del 19 marzo 1956: Norme generali per l’igiene del lavoro; D.P.R. n.320 del 20 marzo 1956: Norme per la prevenzione degli infortuni e l’igiene del lavoro in sotterraneo; 58


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D.P.R. n.321 del 20 marzo 1956: Norme per la prevenzione degli infortuni e l’igiene del lavoro nei cassoni ad aria compressa; D.P.R. n.322 del 20 marzo 1956: Norme per la prevenzione degli infortuni e l’igiene del lavoro nell’industria della cinematografia e della televisione; D.P.R. n.323 del 20 marzo 1956: Norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro negli impianti telefonici; L. n.264 del 13 marzo 1958: Tutela del lavoro a domicilio (e successivo regolamento di esecuzione del 16 dicembre 1959) D.P.R. n.128 del 9 aprile 1959: Norme di polizia delle miniere e delle cave.

Sono già presenti, sottesi alla legislazione della seconda metà degli anni cinquanta, gli elementi della protezione e della sicurezza dei lavoratori basati su norme tecniche, organizzative e procedurali obbligatorie, sull’uso dei dispositivi personali di protezione (DPI), sull’informazione, la formazione e la sorveglianza sanitaria dei lavoratori. Nel 1963 venne nazionalizzata l’energia elettrica (ENEL); iniziò, altresì, una importante fuga di capitali all’estero. Alla fine degli anni sessanta l’economia italiana aveva però ormai conseguito numerosi e duraturi progressi. Il numero dei lavoratori agricoli era dimezzato e si collocava intorno a 4 milioni: l’Italia viveva finalmente una vera e propria rivoluzione industriale. L’industria siderurgica, metalmeccanica (Zanussi, Ignis, Indesit, Riv, Olivetti, etc.), automobilistica, chimica (Montedison, ENI, etc.) e della gomma primeggiavano in Europa. Attività artigianali e turismo mantenevano livelli apprezzabili sia qualitativamente che per entità del fatturato; scendeva l’analfabetismo, la cultura italiana era apprezzata e imitata all’estero, le distanze e le differenze regionali si attenuavano lentamente; l’energia elettrica moltiplicava la produzione con l’entrata in funzione di numerosi gruppi termoelettrici e venivano realizzate autostrade e raddoppi ferroviari. Bari, Napoli e Taranto divennero centri industriali di prim’ordine, con l’indotto manifatturiero in crescita e miglioramenti socio-culturali diffusi; furono inoltre costruite nuove case, scuole e ospedali. Permanevano ostacoli e manifestazioni regressive in alcune aree del Paese (mafia, camorra, banditismo, tentativi di colpi di stato, etc.), ma il Governo si apriva al “centro-sinistra” con la cooptazione del Partito Socialista, avviando altresì un dialogo culturale e politico con la più grande forza di opposizione (il PCI), che ormai amministrava da anni – con indiscussi esempi di buon governo – molte regioni dell’Italia centro-settentrionale. 59


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Il periodo della ricostruzione del Paese e del “boom economico” degli anni sessanta fu letteralmente scandito, all’aumentare della produttività, dall’incremento degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali (8, 9, 10). I settori più interessati dalle “morti bianche” sul lavoro apparivano l'edilizia e il settore minerario che fecero registrare il maggior numero assoluto di infortuni mortali e con esiti permanenti, nonché i più elevati indici di frequenza per tutti gli infortuni; decine di migliaia di invalidi permanenti per amputazioni, ustioni e altre lesioni gravi provenivano inoltre ogni anno dall'industria del legno e del mobile. Il settore metallurgico e metalmeccanico (più numeroso per numero di operai occupati) si collocava, per indice di frequenza degli infortuni in temporanea, nettamente al di sopra dell'indice medio nazionale; nei trasporti risultavano nettamente superiori alla media del Paese gli indici di frequenza per i casi mortali. Dal 1957 al 1970, secondo le statistiche dell’allora INAM (Istituto Nazionale per l’Assicurazione delle Malattie), la frequenza di tutte le malattie, comprese le “turbe mentali, psiconevrosi e turbe della personalità”), presentavano indici molto superiori (fino a 5 volte) nell’industria rispetto all’agricoltura; le malattie professionali denunciate all'INAIL, negli anni che precedettero l’ampliamento della tabella delle malattie indennizzabili del 1975, variarono dagli 11.690 casi del 1954 ai 59.842 del 1973; il fenomeno si produsse insieme all’estendersi della produzione industriale. I settori maggiormente interessati, anche in funzione degli addetti (non tenendo conto dei casi di silicosi e asbestosi), erano quelli dell’edilizia, della metalmeccanica, dell’industria mineraria e della chimica, carta e gomma. I nuovi casi di silicosi e asbestosi denunciati ogni anno erano circa 25.000 con oltre il 50% provenienti da otto provincie del centro-nord più Cagliari e Messina. Le malattie professionali più frequenti, secondo le statistiche ufficiali dell’epoca, erano rappresentate dalle pneumoconiosi e dalla sordità da rumore, ma è lecito chiedersi se si trattasse solo di quelle più conosciute e/o più facilmente diagnosticabili. Negli anni cinquanta-settanta, si era diffuso l’impiego intensivo dell’amianto e di materiali contenenti amianto in tutte le attività in cui fosse necessario risparmiare energia e proteggersi dal fuoco e dal calore; dalla seconda metà degli anni cinquanta le carrozze ferroviarie non vennero ulteriormente coibentate col sughero e la modifica e l’adozione del nuovo materiale fu estesa alle coibentazioni navali e dei motori in 60


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genere; caldaie e turbine, tubazioni negli impianti petrolchimici e chimici, termoelettrici, geotermici, zuccherieri e nelle stesse manifatture del monopolio dei tabacchi. Nelle strutture, nei tetti e nelle pareti degli edifici pubblici (scuole, ospedali, etc.), industriali e privati, l’uso dell’amianto e dell’eternit trovava larghissimo impiego, così come nell’indotto della costruzione dei veicoli (freni, frizioni), nell’industria tessile e persino nella fabbricazione dei filtri per il vino e per le sigarette. Le malattie da lavoro cominciarono ad essere studiate organicamente. Negli anni cinquanta e sessanta infatti si affermarono istituti e cliniche del lavoro in quasi tutte le sedi universitarie per merito di Direzioni Scientifiche affidate a medici di grande capacità e prestigio, ma anche grazie a lasciti di privati, sovvenzioni dalle grandi e medie industrie e per attività di servizio esterno. Cliniche del lavoro che raggiunsero elevati livelli di qualificazione anche in ambito internazionale furono quelle di Milano (Dir. Enrico Vigliani), Pavia (Dir. Salvatore Maugeri), Torino (Dir. Giovanni Francesco Rubino), Padova (Dir. Massimo Crepet), Firenze (Dir. Angelo Iannaccone), Napoli (Dir. Scipione Caccuri) e Cagliari (Dir. Duilio Casula); una fitta schiera di allievi si formò in quegli ambienti, in prevalenza ad indirizzo diagnostico-terapeutico, di igiene industriale e di ricerca sperimentale. L’oggetto di studio principale continuava ad essere costituito soprattutto da patologie a carico dell’apparato respiratorio (pneumoconiosi, broncopneumopatie croniche ostruttive, complicanze cardiache e infettive); studiosi italiani parteciparono ad attività di normazione scientifica dei valori fisiopatologici (collaborazioni con la Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio) e degli esami radiologici dell’apparato respiratorio (collaborazioni con il Bureau International du Travail). La patologia uditiva da rumore era altresì molto diffusa, come gli eczemi da cemento e le sensibilizzazioni cutanee e respiratorie ad altre sostanze. Tra le intossicazioni, si osservavano ormai più frequentemente solo quelle ad andamento cronico (saturnismo, mercurialismo, sulfocarbonismo, da anilina, da composti clorati); particolarmente rilevante fu l’“epidemia” di intossicazioni da benzolo nei calzaturifici intorno a Vigevano (gravi anemie e leucemie acute e croniche), spesso in giovani donne che lavoravano alla masticiatura in piccoli ambienti artigianali (garage) o a domicilio. Nel 1963, in Italia fu vietato l’uso del benzolo in alcune lavorazioni e materiali (industria tipolitografica, composizione di colle e vernici, etc.). 61


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Risale al 1964 fu approvata la prima legge di tutela dei lavoratori esposti a radiazioni ionizzanti (D.P.R. 185/64); il Testo Unico, cardine per la tutela assicurativa di tutte le malattie professionali (D.P.R. 1124/65), risale al 30 giugno dell’anno successivo. Nel 1968 furono emanati decreti che vietavano in agricoltura pesticidi a sospetta azione cancerogena (aminotriazolo, esaclorocicloesano, olio di creosoto). Negli anni intorno al 1968 anche l’Italia fu teatro di una rivoluzione culturale e dei costumi. Il movimento operaio scelse la strada dell’intervento diretto sulle questioni di tutela della sicurezza e dell’igiene del lavoro (“autogestione della salute”), stanco degli interventi “esterni” e spesso insufficienti dell’Ispettorato del Lavoro e dell’ENPI. L’azione di questi Enti veniva vissuta come estranea alla vera realtà di fabbrica e sostanzialmente essa risultava estemporanea, riduttiva e non mirata alla sostanza dei problemi, cioè dei rapporti economici e di potere in fabbrica. Nelle fabbriche nacquero forme diverse di organizzazione operaia (i “Consigli”) ed una grossa ondata antiautoritaria e di rinnovamento scosse anche il mondo universitario, in modo particolare quello più vicino al mondo del lavoro. Ricercatori e medici si resero conto che la parte più rilevante dell’oggetto del loro studio si estendeva fuori dalle corsie e dalle aule; che la terapia e la diagnosi individuale (ancorché precoce, in fase sub-clinica) delle malattie da lavoro non rivestivano un reale significato se, alla fine di molti sforzi, i lavoratori erano reimmessi nello stesso ambiente e nelle medesime condizioni dove le malattie si erano sviluppate; occorreva quindi, pena la frustrazione professionale, intervenire e condurre a sostanziali miglioramenti gli ambienti e l'organizzazione del lavoro. Nel 1970 fu approvato lo “Statuto dei Diritti dei Lavoratori”; l’articolo 5 negava alle Aziende la possibilità di controllo sulle assenze dal lavoro e l’articolo 9 sanciva per i lavoratori e i loro rappresentanti il diritto di promuovere la conoscenza e la ricerca sulle condizioni di salute in fabbrica, anche avvalendosi di tecnici esterni, di fiducia dei lavoratori stessi. Si apriva il grande passaggio ad una medicina del lavoro prevalentemente territoriale, decentrata, capace di inserirsi a sostegno – solo in casi anche estremisticamente e in maniera ideologicamente preconcetta viste le reali condizioni di lavoro – delle lotte operaie per il miglioramento della tutela della salute. 62


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Nel 1975 fu ampliata la tabella delle malattie professionali assicurate nell’industria (49 voci) e nell’agricoltura (21 voci) con estensione del numero delle malattie assicurate (riguardanti l’esposizione al rumore e le broncopneumopatie cronico-ostruttive); furono fissati inoltre periodi più lunghi di indennizzabilità dalla cessazione del lavoro. Permaneva in Italia il sistema delle malattie tabellate “a lista chiusa” che, pur favorendo il riconoscimento per “presunzione d’origine”, precludeva l’indennizzo di quelle malattie che, anche se dimostrabili di origine professionale, non fossero comprese in tale lista14. Si sviluppò, sempre sul piano scientifico – e in alcune sedi in modo particolare – la interdisciplinarità con altre figure professionali come chimici, psicologi, ingegneri, tossicologi. L’igiene e la tossicologia industriale aprirono le porte per una nuova e più sottile conoscenza dei complessi rapporti tra lavoro e salute; l’ergonomia muoveva rapidamente i propri passi anche grazie agli studi e alle realizzazioni finanziati dalla Comunità Economica Europea. Furono “maestri”, in questo periodo, Emilio Sartorelli a Siena, Ferdinando Gobbato a Trieste, Antonio Grieco a Milano, Luigi Ambrosi a Bari, Antonello Spinazzola a Roma, oltre a quelli già citati e a molti altri con cui il più anziano di chi scrive ha avuto il piacere di discutere e collaborare. Si può affermare che, alla fine degli anni settanta, si era ormai formata nelle Università italiane una folta schiera di medici del lavoro, assolutamente al passo con i colleghi stranieri, capaci di ben coniugare il processo tecnico-scientifico con il nuovo corso di apertura al sociale che i tempi ormai richiedevano. Una medicina del lavoro modernamente ristrutturata in varie discipline (fisiologia e psicologia del lavoro, igiene e tossicologia industriale, clinica e terapia, medicina preventiva dei lavoratori) si andava organizzando in vere e proprie “scuole” sia nel Nord (Milano, Torino, Pavia, Padova, Verona, Trieste), che nel Centro (Siena, Firenze, Perugia, Ancona), che nel Sud Italia (Bari, Napoli, Messina, Palermo, Cagliari); molti Direttori e ricercatori di quelle “scuole” (ma non tutti!) dimostrarono grandi capacità nel sostenere e collaborare alla realizzazione di quanto veniva previsto, per l’intero territorio nazionale, dalla Legge n. 833 del 23 dicembre che istituiva il Servizio Sanitario 14

Una sorta di adeguamento al sistema della “lista aperta” sarebbe avvenuto con la sentenza della Corte Costituzionale del 18 febbraio 1988, secondo la quale, tuttavia, per le malattie non esplicitamente indicate in tabella l'onere della prova ricade su dimostrazioni da presentare da parte dal lavoratore.

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Nazionale. Tra le competenze di ogni Unità Sanitaria Locale venivano ricomprese l’igiene e la medicina del lavoro, la prevenzione degli infortuni e delle malattie in ambito lavorativo e la tutela dell’ambiente; si istituiva l’Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza sul Lavoro, alle dipendenze del Ministero della Sanità. La realizzazione dei Servizi di Prevenzione, Igiene e Sicurezza nei luoghi di lavoro a livello territoriale delle singole Unità Sanitarie Locali non fu contemporanea né omogenea in tutte le Regioni; certamente furono all’avanguardia la Toscana, l’Emilia-Romagna e la Lombardia (in quest’ultima furono istituiti anche Servizi Ospedalieri di Medicina del Lavoro a Lecco, Bergamo, Desio, Cremona, etc.). Molti ricercatori già formati lasciarono le Università per costruire un sistema maggiormente integrato con il potere regionale e le istanze democratiche territoriali e di fabbrica; molti (ma non tutti!) mantennero rapporti di collaborazione, quando necessari, con le strutture di formazione. Novità nella Medicina del Lavoro (1980 ‐ 1990)  Rilevanti risorse furono impegnate negli anni ottanta e novanta nelle strutture periferiche del Servizio Sanitario Nazionale ed è indubbio che un forte impulso ne derivò alla prevenzione primaria degli infortuni e delle malattie professionali (diffusione delle conoscenze e delle norme tecniche, organizzative e procedurali). I quadri patologici osservati divennero sempre più sfumati e meno invalidanti, fatta eccezione per quelli risalenti ad esposizioni subite molti decenni prima; alcune “esplosioni” di patologie respiratorie, per esempio in agricoltura, furono legate ad episodi contingenti (sovradiagnosi ai fini assicurativi), o a riparazione di esposizioni multi-fattoriali (macroclima, polveri, pollini, forfora di animali, etc.) intervenute molto indietro nel tempo. Buoni epidemiologi emersero in quegli anni dalle nostre Università, con una particolare propensione per lo studio dei tumori di origine occupazionale, oltre che degli effetti a lungo termine di alcune catastrofi ambientali come quella di Seveso (fuga di diossine da una fabbrica della ICMESA di Meda che invase una larga area della Lombardia nel 1976). Sul finire degli anni settanta attirarono l’attenzione della magistratura alcune “epidemie” di carcinomi vescicali che si erano manifestati tra i lavoratori di due fabbriche di coloranti azoici, l’IPCA di Cirié e l’ACNA di Cengio, in cui erano state usate ammine aromatiche cancerogene per 64


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l’uomo dal 1938 al 1960 e probabilmente anche dopo (β-naftilamina, benzidina, orto-toluidina, etc.). Da un’indagine dell’INAIL emerge che ben 168 lavoratori dell’IPCA decedettero per cancro della vescica; la fabbrica chiuse nel 1982 l’attività iniziata nel 1922 come “Industria piemontese dei colori di anilina” su una preesistente fabbrica di fiammiferi. L’ACNA di Cengio si rese invece protagonista di una lunga serie di passaggi di proprietà e di provvedimenti di chiusura ministeriali e giudiziari a causa di un prolungato, notevole e ripetuto inquinamento di falde acquifere del territorio della Val Bormida15. Nel 1979 e nel 1981 vennero emesse due circolari dal Ministero del Lavoro per la prevenzione dei rischi da ammine aromatiche nelle industrie; sono datate invece 1976 e 1983 le circolari ministeriali riguardanti l’azione cancerogena del bis-clorometiletere e dell’ossido di etilene, quest’ultimo utilizzato per la sterilizzazione negli ospedali su materiale destinato all’uso in campo umano. I casi di tumore osservati negli studi epidemiologici risalgono tuttavia, come accennato, ad esposizioni incontrollate che hanno avuto luogo nei decenni precedenti. Lo stesso fenomeno di emersione ritardata si verificò per i tumori dell’apparato respiratorio (mesotelioma e cancro dal polmone) dovuti all’amianto. In effetti, l’uso dell’amianto nell’industria, come già ricordato, ebbe una notevole diffusione nel trentennio che va dal 1950 al 1980, con una produzione nazionale sempre superiore alle 100.000 tonnellate annue cui si aggiungevano i contingenti importati dalla Russia, dal Canada e dal Sudafrica con elevati quantitativi di crocidolite. I convegni nazionali e internazionali di Pisa e di Siena (rispettivamente nel 1990 e nel 1991) avrebbero fornito una ampia rassegna dei rischi e dei danni causati dall’amianto nel nostro paese (11, 12), nonché le informazioni sui primi provvedimenti che la grande industria aveva già promosso per la sostituzione dei materiali amiantiferi (ENEL, FFSS, etc.). Il D.P.R. 277/92, divenuto largamente operativo verosimilmente nei due anni successivi, avrebbe esteso anche all’Italia le rigorose limitazioni sull’uso dell’amianto che erano state adottate oltre dieci anni prima in altre nazioni europee ed extra-europee (Paesi Scandinavi, Australia, etc.). Il numero delle malattie correlate all’amianto e denunciate all’INAIL (neoplasie, asbestosi e placche pleuriche) avrebbe 15

La fabbrica cessò l'attività, dopo 117 anni dalla fondazione, nel 1999.

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continuato a mantenersi nel nostro paese intorno a una media di circa 2.000 nuovi casi all’anno fino ai nostri giorni. Occorre notare che l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale e la diffusione territoriale delle strutture di prevenzione favorirono lo sviluppo di indagini e approfondimenti conoscitivi in molti settori lavorativi, mai disgiunti dall’attenta considerazione degli aspetti preventivi (silicosi e saturnismo nell'industria ceramica, settore del legno e del mobile, cemento e cemento-amianto, centrali termoelettriche, coloranti e tintorie, industria metalmeccanica, calzaturifici, industria dei materiali lapidei, floricoltura, industria siderurgica, industria conciaria e della lavorazione delle pelli e del cuoio, vetro e cristallo, industria della gomma, industria galvanica, comparto petrolchimico, personale sanitario). Non mancarono relazioni ai congressi nazionali sul lavoro minorile in agricoltura e nel Mezzogiorno d’Italia e sulla tutela della maternità, nonché approfondimenti sullo studio degli indicatori biologici di esposizione ai tossici industriali e in particolare agli idrocarburi policiclici aromatici. Nella stessa epoca comparvero i primi lavori sugli effetti dello stress psicologico e delle posture incongrue, tentando una sistematizzazione delle sindromi algiche dell’apparato locomotore molto utile sul piano della prevenzione anche se si tratta di rischi non gravi, ma frequenti tra i lavoratori come nella popolazione generale e di difficile coniugazione con i dati morfologici e psico-patologici. Altri studiosi affrontarono il problema dell’attività mutagena di composti industriali molto diffusi (IPA, ammine aromatiche, tannini, etc.) e della sensibilizzazione cutanea a metalli ed altri composti; la produzione e l’utilizzazione dei pesticidi furono approfonditi anche in relazione agli aspetti di inquinamento ambientale; comparvero anche lavori sui rapporti tra esposizione a silice, silicosi e cancro. Le “epidemie” di polineuropatie da collanti (“paralisi dei lavoratori calzaturieri”), sviluppatesi in tutta Italia soprattutto nelle piccole industrie e nel lavoro a domicilio, portarono nei primi anni settanta a interventi di prevenzione sparsi nel territorio, condotti anche con l’impegno delle organizzazioni sindacali, degli enti locali e della stessa Chiesa Cattolica, allo scopo di intervenire in fase precoce e di risanare un intero settore lavorativo che presentava particolari rischi di tossicità e di infortunio (incendi). Responsabile delle paralisi era l’esano commerciale che aveva sostituito il benzolo nella formulazione dei mastici utilizzati nel settore. Un ulteriore filone riguardava l’azione dei neurotossici 66


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presenti negli ambienti di lavoro (solventi organici) e sul loro assorbimento cutaneo e per via respiratoria. Il graduale ridimensionamento dell’uso dell'amianto in alcuni settori industriali e lo sviluppo della cantieristica da diporto e delle materie plastiche venne seguito da numerosi studi sullo stirene nel settore della vetroresina. Anticipando a livello scientifico lo studio del lavoro nel settore terziario furono affrontati il problema degli “edifici malati” e del “comfort” ergonomico soprattutto negli uffici e negli ospedali; si arrivò ad importanti definizioni classificative della patologia (“sick building illness”) o dei disturbi (“sick building syndrome”) da ambienti confinati; riguardo al fumo passivo furono stabiliti con certezza gli effetti cancerogeni e altri nocivi a carico dell’apparato respiratorio. A conferma della tradizione clinica della disciplina, non fu tralasciata nei congressi nazionali di quegli anni la classificazione più accademica delle malattie professionali per organi o apparati (apparato respiratorio16, cardiovascolare, digerente, urinario e sistema emopoietico). Saltuariamente venivano segnalati effetti dei tossici esogeni sulle funzioni dell’apparato riproduttivo maschile (pesticidi). Alcune sostanze di uso industriale sono diffuse anche al di fuori degli ambienti lavorativi, o comunque sono presenti anche nei liquidi biologici di soggetti non esposti, creando problemi non trascurabili nella definizione della “professionalità” dei valori rilevati nei gruppi lavorativi in cui verificare l’esposizione lavorativa. Per questi motivi venne incrementato notevolmente, a partire dalla fine degli anni ottanta, lo sforzo, tuttora in atto, per la creazione e l’aggiornamento di valori di riferimento validi per la popolazione italiana non professionalmente esposta; alla realizzazione di tale importante processo multicentrico collaborarono fattivamente anche i Servizi di Prevenzione, Igiene e Sicurezza sul Lavoro di molte zone d’Italia. Non si può dimenticare, infine, che gli anni ottanta e novanta furono segnati da un notevole sviluppo delle tecniche analitiche di igiene e tossicologia industriale e dalla collaborazione dei medici del lavoro con ingegneri, chimici e altre

16

Furono segnalati numerosi casi di asma bronchiale allergico nell’industria chimica, tra i verniciatori, fornai, falegnami, parrucchieri, tintori, tipografi, allevatori, lavoratori portuali, addetti al trasporto e stoccaggio di tè, tabacco, caffè e malto, nell'industria farmaceutica, etc..

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figure professionali nello studio della patologia e della tecnologia industriale. I sistemi sanitari aziendali si organizzarono con largo impiego delle risorse informatiche, forse preludio ad una attività di medicina del lavoro basata su necessità anche quantitative – oltre che qualitative – per fare fronte ad esigenze di relazioni e controlli di carattere amministrativoburocratico. In sintesi, si tratta di due decenni (1970-1990) molto fecondi per la sistematizzazione e il consolidamento della disciplina sul piano scientifico-culturale che avrebbe potuto porre le basi per un’effettiva tutela delle condizioni di lavoro e di salute. Il modello prevalente riguardo alla collocazione istituzionale dei medici del lavoro divenne quello di impiego nel settore pubblico anche come aspirazione motivazionale che garantisse indipendenza culturale ed economica; erano ormai assai ben strutturati, tuttavia, anche numerosi servizi sanitari aziendali nelle grandi industrie, in grado di garantire ai medici del lavoro condizioni di lavoro praticamente simili a quelle del SSN, ancorché il prestigio e la credibilità dei Servizi Aziendali agli occhi dei lavoratori e delle loro organizzazioni presentasse un andamento altalenante. La prevenzione  nei  luoghi  di  lavoro  nelle  norme  di  derivazione  europea (1990‐2010)  Gli anni novanta si caratterizzano per il recepimento – parziale e in ritardo – da parte dello Stato italiano di norme di derivazione europea basate su una filosofia per molti versi contrastante con le principali tradizioni culturali italiane, in modo particolare per quanto riguarda lo spostamento del nucleo principale dall’attività di controllo da organismi esterni (Ispettorato del Lavoro, ASL, etc.) verso la responsabilità autonoma del datore di lavoro. Gli elementi centrali della prevenzione diventano: − la valutazione dei rischi a carico del datore di lavoro, che deve dichiarare su documenti “trasparenti” le norme tecniche, amministrative e procedurali adottate, specificando inoltre i termini temporali della loro attuazione e delle strutture aziendali di essa incaricate; − l'attività di informazione e formazione di lavoratori, dirigenti e preposti; − le circostanze di uso dei dispositivi di protezione individuali; 68


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− la partecipazione e l’estensione del diritto di controllo dei lavoratori attraverso i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza; − l’istituzione dei servizi tecnici (Servizio di Prevenzione e Protezione e di Sorveglianza Sanitaria) di consulenza alle Direzioni Aziendali. Resta ribadita la priorità della prevenzione primaria di tipo collettivo rispetto a quella di tipo individuale. In pratica, la sorveglianza sanitaria viene estesa a tutte le Aziende pubbliche e private con norme specifiche che riguardano non solo gli agenti chimici, fisici, biologici e cancerogeni, ma anche la movimentazione manuale dei carichi e l’uso di attrezzature munite di videoterminale. Soprattutto da queste ultime disposizioni saranno investite centinaia di migliaia di lavoratori impiegati nel settore terziario e dei servizi. Nella nuova tabella delle malattie professionali nell’industria e nell’agricoltura, emanata con D.P.R. 13 aprile 1994 n. 336, vengono accolte alcune importanti modifiche riguardanti i tumori professionali che fin dai primi anni ottanta erano state sollecitate dagli studi di epidemiologia occupazionale. Risultano meglio esplicitate le relazioni tra l’esposizione ad amianto e le malattie neoplastiche con essa correlate, vengono ammesse all’indennizzo il cancro del naso e dei seni paranasali nel settore del legno e del cuoio e le neoplasie tra gli esposti ad idrocarburi policiclici aromatici (IPA), oltre che alle ammine aromatiche, al cloro e al bis-cloro metiletere, ad amianto, cromo, nichel carbamile, al cloruro di vinile e alle radiazioni ionizzanti. Nell’industria delle materie plastiche, una particolare attenzione è richiamata dalla lavorazione del cloruro di vinile per la produzione di PVC: gli operai addetti alla ripulitura e alla manutenzione delle autoclavi sperimenteranno un rischio notevolmente aumentato di angiosarcoma epatico, oltre che di altre patologie sistemiche. Nell’industria dei coloranti (e non solo) viene sottolineato il rapporto tra l’impiego dei bicromati e eccessi di mortalità per cancro del polmone; anche i lavoratori esposti ad arsenico e composti dovranno scontare un aumento di rischio per tumori cutanei, dell’apparato respiratorio e del fegato. Purtroppo, le acquisizioni scientifiche di tipo epidemiologico seguono in ogni caso a distanza di decenni le esposizioni già verificatesi; rimane solo l’opportunità di un indennizzo più equo (oltre alla raccomandazione di stili più equilibrati nelle abitudini alimentari e voluttuarie), anch’esso in ritardo. 69


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Sempre gli anni novanta si caratterizzano per una forte presa di coscienza, a livello normativo, del rischio correlato all’amianto. Già nel 1991 con il D. Lgs. n. 277/91 il problema viene messo sotto la lente d’ingrandimento, con il Capo III che tratta specificatamente la protezione dei lavoratori contro i rischi connessi all’esposizione ad amianto durante il lavoro. La vera e propria svolta avviene però un anno dopo, con la Legge 257 del 27 marzo 1992, la quale decreta la fine dell’impiego dell’amianto su tutto il territorio nazionale; oltre a dettare norme per la cessazione dell’estrazione, dell’importazione, dell’esportazione, del commercio e dell’utilizzazione dell’amianto e dei prodotti che lo contengono, la Legge 257/92 promuove anche le misure di decontaminazione e di bonifica delle aree interessate dall’inquinamento da amianto, la ricerca finalizzata alla individuazione di materiali sostitutivi e il controllo sull’inquinamento da amianto (l’art. 11 è dedicato, in particolare, al risanamento della miniera di Balangero). È bene sottolineare tuttavia che, nonostante la legislazione mirata e l’informazione capillare in tutto il Paese, il problema inerente all’esposizione da amianto – e conseguenti patologie – non scompare immediatamente né automaticamente in contemporanea con l’entrata in vigore delle suddette leggi; residuerà lo smaltimento delle scorte, il transito di materie prime nei porti, il deterioramento delle coibentazioni di strutture portanti, locali, impianti e tubazioni, più evidente nel settore del trasporto commerciale (stive delle navi, containers e vagoni coibentati, etc.) e degli impianti chimici e termici. Resteranno in uso fino ad esaurimento altri manufatti già in opera o ammessi a deroga (guarnizioni, pannelli, guanti, utensili per vetrerie, etc.). La dismissione sarà quindi progressiva ed è stimabile che una evidente riduzione delle esposizioni sia da ascrivere almeno ai due anni successivi alla Legge 257/92; nelle varie aree del Paese, si verificheranno comunque significative variazioni anche in funzione dell’attività di controllo dei Servizi di Protezione e Prevenzione nei luoghi di lavoro, delle ASL e dell’attenzione delle Direzioni Aziendali e dei lavoratori, nonché dell’evoluzione dei processi industriali. Bisogna però sottolineare che in effetti, in molte grandi aziende (ENEL, ENI, FFSS, etc.) la sostituzione dell’amianto con altri materiali era iniziata anche nei decenni precedenti, man mano che il vecchio materiale si deteriorava (sostituzione con lana di roccia, lana di vetro altri materiali sintetici). 70


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Sulla base di queste considerazioni tecnologiche viene calcolato che il picco di mesoteliomi e di tumori polmonari attribuibili all’amianto osservabili in Italia sia atteso negli anni intorno al 2015; per tutte le malattie causate dall’inveterata esposizione ad amianto di centinaia di migliaia di lavoratori nei decenni passati, c’è infatti da tenere contro del lungo periodo di latenza che precede il loro manifestarsi clinico. Giova ricordare, di seguito in ordine cronologico, l’elenco delle principali norme introdotte nel periodo:

− le direttive CEE 1107/80, 605/82, 477/83, 188/83 e 642/88 sono recepite in Italia tramite il D.Lgs 277/91, inerente la protezione dei lavoratori contro i rischi derivanti da esposizioni ad agenti chimici, fisici e biologici durante il lavoro; − la Legge 257 del 27 marzo 1992 segna la cessazione dell’uso dell’amianto su tutto il territorio nazionale; − dalla direttiva quadro 391/89 e da varie altre Direttive CEE (654/89, 655/89, 656/89, 656/89, 269/90, 270/90, 394/90, 679/90, etc.) riguardanti il miglioramento della sicurezza e della salute dei lavoratori durante il lavoro, scaturisce il D.Lgs 626/94, Testo Unico sulla sicurezza e la prevenzione sui luoghi di lavoro; − il D.Lgs 230/1995, in materia di radiazioni ionizzanti, attua le direttive Euratom 618/89, 641/90, 3/92 e 29/96; − la direttiva 92/57/CEE concerne le prescrizioni minime di sicurezza e di salute da attuare nei cantieri temporanei o mobili, viene attuata tramite il D.Lgs 494/96; − il D.Lgs 66/2000 attua le direttive CE 42/97 e 38/99, che modificano la direttiva CEE 394/90, in materia di protezione dei lavoratori contro i rischi derivanti da esposizione ad agenti cancerogeni o mutageni durante il lavoro; − la Legge Comunitaria n. 422 del 29 dicembre 2000 definisce il videoterminalista come il lavoratore che utilizza un’attrezzatura munita di videoterminale in modo sistematico o abituale per 20 ore settimanali, dedotte le interruzioni, indicando altresì la periodicità della sorveglianza sanitaria; − il D.Lgs n. 151 del 26 marzo 2001 n. 151 è il Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità; − dalla direttiva CE 24/98 scaturisce il D.Lgs 25/2002 sulla protezione della salute e della sicurezza dei lavoratori contro i rischi derivanti da agenti chimici durante il lavoro; − con D.M. del 27 aprile 2004 viene aggiornato l'elenco delle malattie per le quali è obbligatoria la denuncia alle ASL, secondo vari livelli di probabilità del nesso causale con l'attività lavorativa svolta; a tale elenco seguirà un aggiornamento con il D.M. del 14 gennaio 2008; − il D.Lgs 187/2005 attua la direttiva CE 44/2002 sulle prescrizioni minime di sicurezza e di salute relative all'esposizione dei lavoratori ai rischi derivanti da vibrazioni meccaniche, mentre il D.Lgs 195/2006 (attuazione della direttiva CE 10/2003) riguarda l'esposizione dei lavoratori ai rischi derivanti dal rumore; − il D.M. n. 155 del 12 luglio 2007 regolamenta la creazione, l'utilizzo e la conservazione di registri e cartelle sanitarie dei lavoratori esposti durante il lavoro ad agenti cancerogeni; 71


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− il D.Lgs 81/2008, poi aggiornato con il D.Lgs 106/09, diviene il nuovo fondamento normativo circa la tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro.

Occorre considerare che agli inizi degli anni novanta appare notevolmente elevato il livello di scolarizzazione nel nostro paese (gli analfabeti sono ormai residuali, al 2,1%) e gli istituti professionali e tecnici offrono occasioni di accesso a una grande parte della popolazione scolastica. S’innalza di molti anni la speranza di vita e calano gli indici di natalità; l’emigrazione riguarda soprattutto giovani già qualificati per il commercio, i servizi e i settori di lavoro intellettuale ed è equilibrata da tassi di rimpatrio anche più elevati. La struttura industriale del Paese è stabilmente consolidata e l’agricoltura assume un assetto moderno e di coltivazione intensiva: su 20 milioni di occupati totali del 1995, un milione e mezzo vengono registrati come addetti all’agricoltura, sei milioni e mezzo all’industria e dodici milioni al commercio, ai servizi e ad altre attività (i disoccupati sono circa un milione). I cambiamenti dell’occupazione sono stati quindi particolarmente profondi dalla fine della seconda guerra mondiale, con un evidente spostamento dei lavoratori italiani nei settori del turismo, del commercio e dei servizi (pubblica amministrazione, sanità, etc.). Se già in dieci anni, dal 1950 al 1960, il numero gli addetti nel settore agricolo era sceso di più di un milione e mezzo di unità (dai 8.610.000 lavoratori del 1950 ai 6.118.000 di dieci anni dopo), al 2000 risulteranno occupati nell’agricoltura appena 1.338.000 lavoratori. Di contro, il totale dei lavoratori censiti dall’ISTAT nell’industria, nel commercio e nei servizi passerà dai 6.772.000 addetti del 1951 ai 19.410.000 nel 2001. Le statistiche INAIL, sufficientemente attendibili, rendono ormai affidabile una rappresentazione delle mutate tendenze della patologia da lavoro nel nostro paese. Complessivamente, nell'industria, nell'agricoltura e nelle amministrazioni pubbliche si registra dal 2005 in poi una media di circa 30.000 nuovi casi denunciati di malattie professionali all'anno (di cui circa 5.400 con esiti in inabilità permanente e 280 mortali). Anche il solo andamento nel settore industriale fornisce un quadro esemplificativo di tale tendenza, come sintetizzato nella Tabella n.1.

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Giuseppe Battista – Franco Maria Rinaldi

Tabella 1: Andamento delle malattie professionali denunciate nel quinquennio 2005-2009 nell'industria e nei servizi – Consulenza Statistico Attuariale INAIL, 2011

Tipo di malattia

2005

2006

Malattie osteo-articolari e muscolo-tendinee

8.064

9.205

10.367 11.771 14.693

Ipoacusie da rumore

6.714

6.130

6.022

5.656

5.180

Malattie respiratorie

2.477

2.324

2.389

2.249

2.097

Malattie da asbesto

2.076

1.918

2.018

2.086

2.012

Tumori (escluse le neoplasie da asbesto)

1.134

1.077

1.166

1.161

1.085

Malattie cutanee

1.119

930

859

724

679

Disturbi psichici lavoro correlati

518

490

509

446

407

Totale

2007

2008

2009

25.147 25.060 26.817 27.756 30.362

Le malattie dell’apparato respiratorio non neoplastiche (soprattutto asma bronchiale e bronchiti croniche), le ipoacusie da rumore e le malattie cutanee, pur costituendo ancora una parte rilevante della patologia professionale, negli ultimi anni appaiono in evidente diminuzione; compaiono invece in aumento le denunce di malattie osteoarticolari e muscolo-tendinee anche nel periodo immediatamente precedente l'adozione delle nuove tabelle delle malattie professionali nell’industria e nell’agricoltura del 21 luglio 2008. Tali tabelle portano a 85 diverse voci le malattie causate dal lavoro nell'industria e a 24 quelle 73


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nell’agricoltura, con maggiori specificazioni sugli agenti nocivi, le manifestazioni patologiche, le lavorazioni a rischio e i periodi di indennizzabilità dalla cessazione del lavoro. Le indicazioni di legge risultano complessivamente molto più accurate, con particolare riguardo a quanto attiene alle malattie causate dall’esposizione a idrocarburi policiclici aromatici, all'asma bronchiale, alle broncopneumopatie croniche-ostruttive, alle malattie da amianto e, in generale, a tutti i tumori di origine professionale; ulteriori specifiche riguardano le malattie a carico dell'apparato osteo-articolare e quelle da agenti fisici. Nonostante gli ampliamenti delle tabelle delle malattie professionali, resta sicuramente misconosciuta nel nostro paese la reale incidenza dei tumori attribuibili all’occupazione, che stime orientative collocano da tempo intorno a 2000-3000 nuovi casi all’anno. Nelle stesse statistiche INAIL, oltre alle neoplasie da asbesto, compaiono come denunciati annualmente circa altri 1000-1100 casi di tumori professionali: ovviamente, considerati i periodi di induzione-latenza, le esposizioni rischiose devono ascriversi in generale ad almeno 20-30 anni prima delle manifestazioni cliniche della patologia. È interessante notare infine come dal 2005 in poi varie centinaia di denunce di malattie professionali riguardano ogni anno “disturbi psichici lavoro-correlati”. È probabilmente troppo presto per un’analisi più accurata dei cambiamenti sopra descritti, tenuto debito conto dell’accresciuta mobilità dell’occupazione tra grossi settori produttivi e delle modifiche tecnologiche e dell’organizzazione del lavoro indotte dall’introduzione massiva e capillare degli strumenti informatici, non solo per l’elaborazione dei dati ma anche per la programmazione e il controllo a distanza di molte fasi lavorative (robotizzazione, lavoro in serie su protocolli informatici, etc.). Il primo calcolatore elettronico ENIAC (Electronic Numerical Integrator And Calculator, completato negli Stati Uniti nel 1946) aprì infatti la strada alla diffusione, dopo gli anni ottanta, alle macchine che causeranno il più rapido sconvolgimento sociale ed economico della storia. Esistono problemi molto complessi, su scala praticamente mondiale, per lo studio dei cambiamenti intervenuti in tal modo nel lavoro, non solo nell’interfaccia uomo-macchina, ma anche nelle relazioni tra l’operaio e il prodotto del suo lavoro, nonché nelle relazioni umane tra colleghi e nei rapporti gerarchici con le funzioni di indirizzo e di controllo delle aziende. 74


Giuseppe Battista – Franco Maria Rinaldi

Gli anni che stiamo vivendo si caratterizzano anche per l’afflusso, favorito dall'ingresso nella Comunità Economica dei paesi dell’Est europeo, dall’immigrazione di nuova forza lavoro (albanesi, rumeni, polacchi, etc.). Poco più recente è l’immigrazione dai paesi nordafricani e da quelli sub-sahariani; in alcuni distretti industriali e commerciali si sono insediate altresì importanti comunità di cinesi, indiani, bengalesi, etc.. Molta della manodopera femminile straniera trova occupazione nel campo dell’assistenza alla persona; i maschi cercano invece sbocchi occupazionali nell’edilizia, nel trasporto privato, in agricoltura, nel commercio ambulante e al dettaglio e nelle industrie del nord-est. La manodopera italiana lascia libere le più numerose occasioni lavorative nelle attività a maggior rischio per carico fisico, turni di lavoro sfavorevoli, inquinamento, minore retribuzione salariale; si aggiungono difficoltà nella sistemazione abitativa che vengono a configurarsi anche come problema di rilievo per quanto riguarda la recrudescenza delle malattie infettive (soprattutto la tubercolosi). La sanità italiana non ha ancora organicamente approfondito l’impatto socio-sanitario di tali flussi immigratori né vengono adottati tuttora conseguenti provvedimenti organici di sanità pubblica, se si eccettua l’offerta gratuita di assistenza sanitaria individuale anche ai lavoratori stranieri. Il Decreto Legislativo n. 81/2008 fissa comunque, tra i doveri fondamentali verso i lavoratori immigrati, il rispetto delle stesse norme di prevenzione e di tutela dei lavoratori italiani, nonché l’obbligo di tenere conto – nell’attività di prevenzione – del rispetto delle differenze di età, razza, sesso, credo politico e religioso, etc. (artt. 1, 6, 28 e 40). Il futuro (2011 →)  L’accordo quadro interconfederale europeo del 2004 ha siglato l'intento di procedere, in tutta l’Europa, alla valutazione e alla riduzione dei fattori da “stress” legati al contenuto e al contesto lavorativo, nel tentativo di innescare un processo di riduzione delle costrittività organizzative come causa di danno agli individui, alle imprese e alla produzione. La circolare del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali del 18 novembre 2010 ha fornito le indicazioni per l’avvio del processo valutativo che era già stato previsto negli articoli 6 e 28 del D. Lgs. n. 81/2008. Si apre così un capitolo che potrà affrontare alle radici dell'organizzazione del lavoro il disagio di carattere psico-sociale, spesso 75


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alla radice dei disturbi vissuti da una grande parte della popolazione lavorativa del mondo occidentale. Non è possibile prevedere con precisione l’evoluzione delle malattie professionali e della prevenzione nei prossimi anni; è verosimile che le fasce di lavoratori più deboli continueranno ad essere rappresentate dagli immigrati, dagli addetti alle piccole unità produttive e dai lavoratori irregolari. La tendenza inevitabile è che saranno meglio tutelati i lavoratori di livello economico e culturale più elevato (impiegati nella grande industria, nelle banche, nella pubblica amministrazione, etc.) o quelli meglio organizzati dal punto di vista sindacale o dotati di sufficienti risorse di carattere personale e di sostegno familiare e sociale. Compariranno sempre più frequentemente, nelle statistiche ufficiali, disturbi e patologie lievi o reversibili di carattere organico (malattie dell’apparato muscolo-scheletrico) e quantomeno facilmente curabili in ambito medico, chirurgico e riabilitativo; è verosimile invece che i quadri patologici di maggiore gravità, complicati dal disagio economicoculturale e da peggiori condizioni igieniche generali, potranno interessare soprattutto le fasce meno integrate dei lavoratori immigrati. In sintesi, la storia delle malattie da lavoro e della prevenzione in Italia può essere letta dal 1861 ad oggi come la risultante di un intreccio complesso di eventi economici e politici, provvedimenti legislativi, azioni di solidarietà e propensione culturale dei servizi sanitari e dell’insegnamento universitario. Agli “stessi ingredienti” bisognerà fare appello in futuro per una efficace tutela delle condizioni di salute e di benessere non solo dei vari gruppi di lavoratori, ma anche della popolazione generale del nostro paese. Bibliografia 1) E. Sereni, Il capitalismo nelle campagne. 1860-1900. Einaudi Ed., Torino nuova ed. 1968, p. 167 2) C. Livi, Della coltivazione del riso in Italia. Nuova Antologia, Torino 1871, pagg. 248-53 3) L. Cafagna, Dualismi e sviluppo nella storia d’Italia. Marsilio, Venezia 1989, pp. 288-93 4) G. Cosmacini, Storia della medicina e della sanità in Italia. Laterza, Bari 1997, p. 403 5) D. Mack Smith, Storia d'Italia dal 1861 al 1997. Laterza, Bari 1998, p.257 6) A. Baldasseroni et al., Alle origini della tutela della salute dei lavoratori in Italia. S.Com srl, Tivoli 2009, p. 27 7) D. Mack Smith, ibid, pp. 467-8 76


Giuseppe Battista – Franco Maria Rinaldi

8) G. Battista, G. Marri, Prospettive di lotta contro gli infortuni e le malattie professionali in Italia, in: E. Sartorelli, Trattato di medicina del lavoro. Piccin, Padova 1981, pp. 3-25 9) L. Campiglio, Lavoro salariato e nocività. De Donato, Bari 1976 10) L. Campiglio, Progresso economico, mercato del lavoro e salute dei lavoratori. Sic.Soc. 1:1, 1997 11) Atti del convegno nazionale, I mesoteliomi maligni e le esposizioni professionali ed extra-professionali ad amianto. Pisa, 1990, Ed. Univ. Litografia Felici, Pisa 1991 12) Atti del seminario internazionale, Aggiornamenti in tema di neoplasie di origine professionale. Siena, novembre 1991 (a cura di G. Battista et al.), Ed. Univ. Litografia Felici, Pisa 1992 Per i riferimenti storici sono stati ampiamente consultati i seguenti testi:  a) per le condizioni storiche, politiche ed economiche: - D. Mack Smith, Storia d'Italia dal 1861 al 1997. Laterza, Bari 1998 - L. Salvatorelli, Sommario della storia italiana. Giulio Einaudi Ed., Torino 1969 - Calendario Atlante De Agostini, 1940 e 1997, Istituto Geografico De Agostini, Novara - R. Romeo, L'Italia liberale: sviluppo e contraddizioni. Il Saggiatore, Milano 1987 - A. Pepe, Movimento operaio e lotte sindacali. Loescher, Torino 1976 - G. Manacorda (a cura di), Il socialismo nella storia d'Italia. Laterza, Bari 1966 - G. Procacci, Storia degli italiani. Laterza, Bari 1968, vol. 2 - R. Guariniello, Se il lavoro uccide. Einaudi Ed., Torino 1985 b) per l’evoluzione della medicina sociale e del lavoro: - G. Cosmacini, Storia della medicina e della sanità in Italia. Laterza, Bari 1997, p. 403 - A. Baldasseroni et al., Alle origini della tutela della salute dei lavoratori in Italia. S.Com srl, Tivoli 2009 - G. Marri et al., Thesaurus dei primi cinquantadue congressi di medicina del lavoro. Casa Editrice Mattioli, Fidenza 1990 - G. Berlinguer, Questioni di vita. Einaudi Ed., Torino 1991 - E. Sartorelli (a cura di), Trattato di medicina del lavoro. Piccin, Padova 1981 - E. Sartorelli, Elementi di medicina del lavoro. Libreria Ticci, Siena 1973

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Origini e sviluppi del soccorso  di Silvano Danesi1

Le origini e lo Statuto albertino  Le associazioni di volontariato, tra le quali quelle che si specializzeranno nel soccorso sanitario, traggono origine in Italia dallo Statuto albertino del 1848, con il quale il re sabaudo offrì la possibilità ai cittadini di potersi riunire in assemblea e di poter formare delle associazioni di qualsiasi tipo, stante il fatto che fino a quel momento erano permesse soltanto le associazioni di derivazione ecclesiastica, quali le compagnie e le misericordie, dedite essenzialmente al culto divino e alla carità. Quando l’Italia divenne unita, lo Statuto albertino venne adottato dal nuovo Stato e dal 1860 si formarono, in molte parti del Paese, società di mutuo soccorso, dedite alla mutualità tra le varie categorie di operai o di artigiani. Le società di mutuo soccorso nacquero dall’iniziativa laica, repubblicana, socialista, massonica e, successivamente, cattolica e l’esempio bresciano, a tal proposito, è paradigmatico di uno sforzo comune e unitario. L’Associazione di Mutuo Soccorso degli Operai di Brescia fu certamente fra le prime in Lombardia a nascere2. Il progetto dello statuto, che fu discusso dalla commissione eletta appositamente dall’Assemblea degli Operai, adunatasi il 15 aprile 1860 nei locali della Camera di commercio, venne dalla stessa commissione definitivamente approvato 1

Giornalista, laureato in Filosofia, dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato numerosi saggi di carattere storico e antropologico e ha tenuto varie conferenze e seminari sui temi relativi alle proprie competenze. Ha tenuto corsi aziendali di comunicazione. Ha scritto dal 1984 al 1992 per il quotidiano Bresciaoggi, attualmente scrive per il quotidiano “Giornale di Brescia” e per varie riviste. 2 Tesi di laurea del dottor Mario Tambalotti, discussa all’Università “Bocconi” nell’ottobre del 1954, fornisce uno quadro (uno dei pochi) delle prime associazioni di muto soccorso e dei primi vagiti del movimento operaio.

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Silvano Danesi

nell’adunanza che si tenne, sempre nella sede della Camera di commercio, il 5 ottobre 1860. Fra i componenti la rappresentanza provvisoria della Società troviamo la firma illustre di Giuseppe Zanardelli. Dallo Statuto risulta che l’Associazione aveva per base l’unione e la fratellanza degli operai e tendeva allo scopo di promuovere la loro prosperità materiale e la loro “educazione intellettuale e morale per virtù di Mutuo Soccorso”. “In particolare – si legge – questa Società si propone di dare agli operai un soccorso di denaro ed anche di medicine nei casi di loro malattia o vecchiaia, che li renda impotenti al lavoro; di adoperarsi a mantenere forniti gli operai di lavoro, di provvedere alla cultura intellettuale e morale degli operai e dei loro figli mediante scuole serali e festive, e mediante la diffusione fra essi di appositi libri; infine di mantenere fra loro la stima e la concordia, curando la moralità della loro condotta e facendo opera di comporre ogni loro controversia” (Art. 2). La Società si componeva di soci effettivi e di soci onorari o contribuenti (Art. 5) e potevano essere soci effettivi i soli operai (intesi come lavoratori dipendenti, artigiani con due dipendenti al massimo, commercianti con un dipendente - Art. 6). Erano elettori ed eleggibili i soci effettivi (“esclusi quelli che non sanno leggere e scrivere”) e non erano elettori od eleggibili, salvo trascurabilissime accezioni, i soci onorari (Artt. 47 e 48). I soci di ciascuna professione, arte o mestiere, o commercio eleggevano i propri rappresentanti (Art. 50) e un comitato di coordinamento doveva “con ogni sollecitudine adoperarsi a procurare lavoro ai soci”. (Art. 108). “La Società – si legge nello statuto – avrà cura di mettersi in relazione con le Società già esistenti in Italia e con quelle che vi si andranno costituendo in avvenire, ed aprirà trattative per stringere con le medesime un patto di fraterna solidarietà”. (Art. 138). Al momento della sua effettiva costituzione la Società aveva all’incirca 300 soci effettivi al di sotto dei 36 anni e 100 soci onorari. È dello stesso anno, 1860, la fondazione, fra una quarantina di associati, di una Società di Mutuo Soccorso fra lavoranti sarti con sartoria e negozio cooperativo e del 1861 la fondazione di una Società di Mutuo Soccorso fra commessi e negozianti. La prima, pur essendo formata da soli lavoranti, era più una cooperativa di produzione che un organismo sindacale. La seconda era mista fra lavoranti e proprietari. Comunque entrambe erano organizzazioni specializzate, poiché riunivano persone esercitanti uno stesso mestiere. 79


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Una statistica pubblicata dall’Almanacco Provinciale Bresciano registra nel 1869: n. 6 società di Mutuo Sussidio cittadine, per un totale di 2060 soci e ben 10 società in provincia con 1689 affiliati. Esse sorgono nei paesi di Breno (scomparirà presto, sostituita dalla Società Operaia Federativa Cattolica della Valle Camonica), Carpenedolo, Chiari, Desenzano, Iseo, Lonato, Montechiaro, Palazzolo, Rovato e Salò. Si aggiungono successivamente a queste, nel breve tempo di due, tre anni, quelle di: Bagnolo Mella, Gardone V.T., sezione femminile di Montechiaro e Orzinuovi, con un totale di 415 associati. Nel 1878 le società cittadine sono 13 e 38 quelle della provincia, fra le quali sempre più numerose quelle esclusivamente composte di contadini o miste di contadini ed artigiani. Nel 1888 si registra la presenza delle prime organizzazioni cattoliche. Il 15 maggio 1892 la Rerum Novarum precisò i compiti dei cattolici e diede nuovo impulso alle società di mutuo soccorso cattoliche, le quali nel momento di loro maggior fioritura, arrivarono al numero di 75, con un totale di soci 7096. L’11 maggio 1896 “Il Cittadino” annunciava la costituzione, avvenuta il 7 maggio, del Segretariato del popolo, che coordinò l’attività della società e l’attività dei cattolici in campo sociale. Il 25 giugno 1905 si inaugurò la bandiera dell’U.C.L (Unione cattolica lavoratori) e il 12 ottobre 1907 una statistica pubblicata dalla “Voce” dava presenti a Brescia ben 21 sezioni professionali industriali, con 1156 soci e 3 agricole con 393 soci. In provincia erano innumerevoli le unioni che superavano i 500 inscritti e la più forte, quella di Palazzolo, ne contava ben 1600. È in questo quadro di fermento associativo, del quale il caso bresciano è un interessante esempio, che nascono anche le prime realtà associative di volontariato dedite al soccorso in campo sanitario, anche se le radici ispirative provengono dal Risorgimento e, ancora una volta, in un’area geografica prossima a Brescia. A San Martino e Solferino nasce la Croce Rossa  Il 24 giugno del 1859 a Solferino e a San Martino venne combattuta fra l’esercito austriaco e quello franco-sardo una decisiva battaglia che pose fine alla seconda guerra di indipendenza italiana. In realtà si trattò di un insieme di battaglie distinte, che si svilupparono autonomamente e quasi simultaneamente su un fronte di oltre 20 chilometri. Quella di San Martino e Solferino fu la più grande battaglia dopo quella di Lipsia del 80


Silvano Danesi

1813, avendovi preso parte, complessivamente, oltre 230.000 effettivi e costituì un significativo e concreto passo verso l’unità nazionale italiana. La battaglia di San Martino e Solferino è conosciuta in tutto il mondo per aver ispirato ad Henry Dunant la creazione della Croce Rossa Internazionale. Prodromico all’iniziativa del Dunant è un episodio significativo per la storia della società di soccorso e di assistenza e paradigmatico della capacità di quei tempi di collaborare indipendentemente dalla collocazione ideale e ideologica. “Nel 1859 – scrive in proposito Arnaldo D’Aversa – dopo la battaglia di S.Martino e Solferino, la più sanguinosa del Risorgimento italiano, Brescia con l’assistenza medica collabora per prima alla nascita della Croce Rossa Internazionale, qui proposta dal Dunant e che aveva avuto un precedente locale nell’assistenza che nel 1848-49 suor Maria Crocifissa di Rosa e le sue Ancelle avevano prodigato ai feriti a Valeggio ed a Montichiari, seguendoli poi nelle cure al S. Domenico ed al S. Luca riaperto per l’emergenza”. Brescia, “Leonessa d’Italia”, così definita per il coraggio dei patrioti delle 10 giornate del 1849, si può dunque, a ragione, indicare come una delle principali realtà ispiratrici, grazie all’opera di Santa Maria Crocifissa Di Rosa, della formazione della Croce Rossa Internazionale, della quale è ricorso, nel 2009, il 150° anno dell’idea della sua costituzione. Nel 2009 è stato celebrato anche il 90° anno della nascita della Federazione Internazionale di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa (FICR) e il 60° anno dell’adozione delle Quattro Convenzioni di Ginevra, corpo giuridico fondante del diritto internazionale umanitario e il 50° anno della fondazione del Museo Internazionale di Croce Rossa di Castiglione delle Stiviere. “Nell’Ospedale e nelle Chiese di Castiglione – scrive Henry Dunant – sono stati depositati, fianco a fianco, uomini di ogni nazione. Francesi, Austriaci, Tedeschi e Slavi, provvisoriamente confusi nel fondo delle cappelle, non hanno la forza di muoversi nello stretto spazio che occupano. Giuramenti, bestemmie che nessuna espressione può rendere risuonano sotto le volte dei santuari. Mi diceva qualcuno di questi infelici: "Ci abbandonano, ci lasciano morire miseramente, eppure noi ci siamo battuti bene!". Malgrado le fatiche che hanno sopportato, malgrado le notti insonni, essi non riposano e, nella loro sventura, implorano il 81


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soccorso dei medici e si rotolano disperati nelle convulsioni che termineranno con il tetano e la morte...”3. La Croce Rossa costituisce un movimento internazionale basato sui principi di umanità, imparzialità, neutralità, universalità, unità, indipendenza e volontariato. Ispirata dalla sofferenza dei campi di battaglia risorgimentali e sull’esempio di quella internazionale voluta dal Dunant, la Croce Rossa Italiana viene a sua volta fondata, con il nome di Comitato dell’Associazione Italiana per il soccorso ai feriti ed ai malati in guerra, a Milano, il 15 giugno 1864, ad opera del Comitato Medico Milanese dell’Associazione Medica Italiana, ben due mesi prima della firma della Convenzione di Ginevra. Il Comitato iniziò subito la sua attività sotto la presidenza del dottor Cesare Castiglioni, il quale, due mesi dopo la costituzione del Comitato, venne chiamato a Ginevra, insieme ad altri delegati italiani, per esporre quanto fatto a Milano e cosa pensava di fare in avvenire in favore dei feriti e dei malati in guerra. Il 22 agosto 1864 venne sottoscritta, anche dall’Italia, la Convenzione di Ginevra e l’11 dicembre dello stesso anno si tenne, a Milano, un congresso in cui si approvò il regolamento del Comitato di Milano come Comitato Centrale per il coordinamento delle attività dei costituendi nuovi comitati. In seguito, nel 1872 la Croce Rossa Italiana venne trasferita a Roma, dove si costituì il Comitato Centrale. Durante la sua storia recente la CRI venne prima classificata tra gli enti pubblici parastatali (1975), fino a diventare, nel 1980, ente privato di interesse pubblico. L’associazionismo volontario volto al soccorso sanitario si può, dunque, ben dire figlio, al contempo, del mutuo soccorso che si stava organizzando nei primi anni dell’unità del Paese e del sacrificio di molti uomini che hanno contribuito alla fase risorgimentale, prodromica alla costituzione della Stato italiano. La Croce Rossa Italiana si è occupata, tra le molte sue attività, della lotta alla tubercolosi e alla malaria, ha creato stazioni, ambulatori e ambulanze antimalariche nelle Paludi Pontine, in Sicilia e in Sardegna, è stata presente su tutto il territorio nazionale dall’alluvione nel Polesine del 1951 alla frana che ha colpito Sarno nel 1998. 3

Arnaldo D’Aversa, Medici epidemie e ospedali a Brescia, Fondazione Civiltà Bresciana – 1990.

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La Croce Bianca di Brescia  È con lo stesso spirito che nasce a Brescia, laddove l’esempio di Santa Maria Crocifissa di Rosa ispirò il Durant, e per opera del dottor Tullio Bonizzardi, (massone, responsabile della salute pubblica per conto del Comune di Brescia, studioso, innovatore, organizzatore indefesso di associazioni, di nuove strutture, di nuovi metodi di cura e di assistenza) la Croce Bianca, figlia di una temperie culturale, progettuale e innovativa che ha espresso uomini come Giuseppe Zanardelli, autore di un codice penale che ha abolito la pena di morte, Teodoro Pertusati, provveditore all’istruzione, che ha accresciuto la scolarizzazione popolare, combattendo l’analfabetismo ed elevando la qualità delle professioni e dei mestieri, di Paola di Rosa, Santa Maria Crocifissa, fondatrice delle Ancelle della Carità, che diedero alle strutture ospedaliere, carenti di mezzi e di addetti, la professionalità di donne dedite all’assistenza e Giuseppe Guerzoni, garibaldino, massone e propugnatore di una legge fondamentale a difesa dei fanciulli e contro la tratta dei bambini. Oggi la Croce Bianca4, presieduta da Filippo Seccamani Mazzoli, figlia di quel tempo che ha traguardato il Novecento all’insegna dell’impegno umano e civile e della qualità professionale, alle soglie del terzo millennio ha saputo essere coerente con il motto impostole dai padri fondatori: le sue lettighe, adibite sostanzialmente al trasporto, sono ora dei centri tecnologicamente avanzati per il primo soccorso e i suoi militi, da barellieri sono diventati dei soccorritori esecutori. Durante gli ultimi vent’anni, nella continuità della dedizione volontaria dei militi, si è registrato un salto tecnologico di notevoli proporzioni. La Croce Bianca ha traguardato il XXI secolo nello spirito dei padri: innovazione, professionalità, umanità. Come si è detto, un segno evidente del cambiamento è nell’equipaggiamento dei mezzi di trasporto, che da lettighe si sono trasformati, in pochi anni, in centri mobili di primo soccorso. La vecchia 4

Silvano Danesi, A Brescia la Croce è bianca, Edizioni Croce Bianca di Brescia Onlus.

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lettiga, figlia diretta dei primi mezzi di trasporto utilizzati, era equipaggiata con un lettino e una cassetta di pronto soccorso. Oggi i centri mobili sono ambulanze tecnicamente sofisticate nelle attrezzature e nelle procedure di utilizzo. La checklist, ossia l’elenco esaustivo di cose da fare o da verificare per eseguire un soccorso, ne è l’emblematica evidenza. Se Croce Rossa Italiana, come è stato scritto, nel tempo si è occupata della lotta alla tubercolosi e alla malaria, ha creato stazioni, ambulatori e ambulanze antimalariche nelle Paludi Pontine, in Sicilia e in Sardegna, è stata presente su tutto il territorio nazionale dall’alluvione nel Polesine del 1951 alla frana che ha colpito Sarno nel 1998, lo stesso spirito ha mosso anche l’istituzione bresciana. La Croce Bianca, nata il 6 ottobre 1890, aveva come scopo l’attivazione e la gestione di una guardia medica notturna, la dispensa a domicilio, ai poveri e ai bisognosi, di medicine e materiale di medicazione e l’organizzazione di un Corpo Volontari per una rapidissima, valida assistenza in caso di eventuali infortuni isolati e di pubblica calamità. Tullio Bonizzardi operava, nel quadro della sensibilità di una classe dirigente, quella liberale post-unitaria degli “zanardelliani”, che guardava al popolo con l’intento di elevarne le condizioni e in una tensione professionale e innovativa, che hanno fatto, in quei lontani anni, non solo nel campo sanitario, la qualità di Brescia. Bonizzardi prese accordi con il locale comitato della Croce Rossa per fondare la “Croce Bianca”: un fatto che mette in evidenza una sorta di continuità e di contiguità tra la Croce Rossa e la Croce Bianca, i cui volontari si chiamano “militi” e la cui organizzazione ha avuto sin dall’inizio e conserva un rigore dal sapore militare nell’efficienza, accompagnato da uno spirito di solidarietà e di dedizione che è proprio anche della Croce Rossa. La Croce Bianca di Arezzo  Un altro esempio significativo di istituzioni volontarie dedite alla pubblica assistenza, molto simile a quello bresciano, è quello della Croce Bianca di Arezzo, attualmente presieduta da Mariano Carlini. È alla fine del 1800 e agli inizi del 1900 che la città di Arezzo compie il salto di qualità che gli permette di porre le basi per un sistema sanitario moderno, al passo con le nuove tendenze della medicina. In questi anni infatti sono presenti in città molti medici che si sono formati all’Università di Medicina di Parigi grazie al “lascito Sabatini”: tra questi 84


Silvano Danesi

occorre ricordare Ficai e Mascagni. Al primo spetta la creazione del Laboratorio di Igiene, al Mascagni e al Buonagurelli invece lo “Uspedaletto dei bambini”, ossia il moderno Befotrofio. In questi decenni non solo si sviluppa un grande cantiere sanitario – viene anche scelto il nuovo sito dell’Ospedale del Ponte – ma si concentrano gli sforzi nell’educare la popolazione all’osservanza dell’igiene e della pulizia della persona, degli ambienti e della città nel suo insieme. È in questo clima salutistico che il dottor Alfredo Buonagurelli illustre pediatra, massone, nonché Presidente del “Circolo sempre Avanti Savoia”, politicamente di area liberale, il 28 Gennaio 1891, assieme al Consigliere Malvino Coleschi, lancia l’idea di istituire in Arezzo una squadra di pubblica assistenza. La Pubblica Assistenza è una nuova forma di associazionismo le cui origini risalgono agli anni dell’unità d’Italia, ma che si radica nella zona della Versilia e nella Liguria verso il 1890, per poi espandersi sul finire del secolo anche all’interno della Toscana. In quel periodo solo le Misericordie sono presenti nel territorio e lo Stato, ancora in fase di crescita, è del tutto assente nell’assistenza sanitaria. Le Pubbliche Assistenze entrano quindi da soggetti protagonisti nella storia della sanità toscana, portatrici di grandi novità e, proprio per questo, il Buonagurelli preferisce fondare questo tipo di associazione perché più adatta agli scopi che si era proposto. Le Pubbliche Assistenze sono infatti associazioni i cui soci appartengono a tutte le categorie, senza alcuna distinzione, sia reddito, sia di credo religioso o politico; si autogovernano attraverso libere votazioni tra i soci e, con la sovranità dell’assemblea composta da tutti i soci, diventano delle officine di democrazia fino ad allora sconosciuta, sia nella vita civile, sia in quella delle confraternite; credono sia necessario educare la popolazione all’osservanza delle norme igieniche per evitare malattie.

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Le nuove associazioni non nascono come contraltari alle esistenti Misericordie e neppure sono sostenute da una vena anticlericale. Tuttavia, poiché il momento storico che vive la Chiesa italiana dopo la perdita, prima dello Stato pontificio e poi della città di Roma, è molto delicato e tutto ciò che di nuovo viene alla luce è visto con estremo sospetto, come opera del nemico, le neonate Pubbliche Assistenze avranno una vita piuttosto difficile. Il dottor Buonagurelli compie la sua scelta consapevole di voler operare nel sanitario in modo nuovo e originale, e sa che dovrà lottare contro il perbenismo e contro la Chiesa stessa, ma sa anche che i soci, che provengono da molte famiglie influenti che hanno fatto la storia aretina, sono persone specchiate e talvolta anche legate al mondo ecclesiastico. Dalle parole si passa ai fatti, e il 28 Gennaio 1891 viene deciso di fondare la Croce Bianca e, al tempo stesso di fare una lotteria per reperire i fondi necessari ad acquistare le attrezzature per il soccorso. Contemporaneamente viene costituito un Comitato di Signore con il compito di portare a compimento la lotteria. “Nelle nostre zone – si legge in una ricostruzione storica della Croce Bianca di Arezzo – diverse sono le formazioni mutualistiche cattoliche, ma al contempo prendono vita anche formazioni laiche, queste ultime con lo scopo principale di assistenza, pronto soccorso e trasporto di feriti o ammalati all’ospedale per il ricovero. Affrontano il soccorso sanitario con una nuova ottica: i soccorritori devono essere persone preparate e capaci non solo a soccorrere, ma anche a intervenire sulle lesioni con fasciature, steccaggi, medicazioni. Questi volontari infatti hanno ottenuto una idoneità tramite i corsi e gli esami. Ritengono l’igiene, sia della persona, sia degli ambienti e della città indispensabile per migliorare la qualità della vita e debellare molte malattie. Queste associazioni inoltre, nei rispettivi statuti, prevedono che la religione e la politica siano tenute fuori dalle sedi, pur essendo gli aderenti quasi tutti di fede cattolica e politicamente protesi verso l’ambito liberale, radicale, talvolta anche socialista. Ma fin dal loro nascere le nuove associazioni incontrano difficoltà ad essere accettate perché hanno un modo nuovo di operare e guardano essenzialmente al cittadino che sta soffrendo e ad esso vogliono offrire aiuto, senza sapere quale dio prega o in quale leader politico ripone la sua fiducia. La guerra maggiore viene comunque mossa dal mondo cattolico e in modo particolare dal vescovo Volpi che, in molte occasioni e in lettere pastorali mandate alle varie chiese della Diocesi, le indica come 86


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rifugio di massoni, quindi grande pericolo per il mondo cattolico. L'accusa maggiore è quella di non aver portato gli statuti presso l’autorità ecclesiastica per la necessaria autorizzazione, ma chiaramente le Associazioni di Mutuo Soccorso e Pubblica Assistenza non vogliono avere sul capo nessun cappello. Vogliono essere libere di fare il bene secondo il dettame degli statuti. In provincia di Arezzo, nell’arco temporale dal 1892 al 1913, vedono così la luce Pubbliche Assistenze in Val di Chiana (otto, compreso Tegoleto), (sette) in Valdarno e due ad Arezzo. Terminata la battaglia con il vescovo e in piena fase di espansione arriva la grande guerra e per le associazioni si tratta di un periodo di grandi sacrifici, di lutti, di difficoltà dell’esistere quotidiano nel reperire gli uomini per i servizi”. Passato il periodo della prima guerra mondiale, non appena queste associazioni riprendono le piene funzioni, portano il soccorso agli infortunati, assistono alle corse ciclistiche, medicano i feriti nei loro ambulatori, investono in attrezzature (carrini da volata, carrini per il traino di cavalli, e anche le prime autoambulanze, le Torpedo Fiat). Il regime fascista fa crescere in tutta Italia la Croce Rossa a spese delle Associazioni di Pubblica Assistenza, con l’intento di accentrare sulle sue mani tutti gli aspetti della vita dei cittadini: infanzia (opera maternità), il tempo libero (dopolavoro), ecc.. Lo stesso vale anche per l’apparato di sostegno al servizio sanitario, con la crescita della Croce Rossa. Così il 19 febbraio 1931 tutte le Pubbliche Assistenze d’Italia che da diverso tempo svolgono il ruolo della mutualità con il Mutuo Soccorso, ad eccezione di poche (Arezzo e Brescia sono fra queste), vengono sciolte e i loro beni passano alla Croce Rossa. Le misericordie, anche in virtù del vivere quieto instaurato dal patti Lateranensi del 1929, non vengono toccate dal fascismo e rimangono così le uniche associazioni che operano nel soccorso sanitario nei nostri paesi. Solo dopo la seconda guerra mondiale,caduto il regime, molte persone hanno voluto riprendere l’iniziativa, fondando o riorganizzando una serie di associazioni che ormai coprono l’intero territorio nazionale. 87


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A Milano la Croce è verde  Nel 1899 nasce a Milano la Croce Verde A.P.M. (Pubblica Assistenza Milanese), oggi associazione onlus senza fini di lucro. All’origine della Croce Verde c’è un curioso avvenimento: in via Canonica a Milano scoppiò, nell’inverno del ‘99, una rissa in seguito alla quale due persone rimasero gravemente ferite a terra. La gente del posto s’ingegnò per soccorrerle e improvvisò una lettiga con un carretto e un materasso per poter trasportare i feriti all’ospedale. Purtroppo, come si legge in una ricostruzione storica della stessa Croce Verde, tali sforzi non valsero a nulla, ma questo episodio spinse alcuni amici, tra i soccorritori più intraprendenti quella notte, a porsi il problema di costituire un gruppo di volontari che fosse sempre pronto a far fronte alle esigenze di trasporto all’ospedale per persone bisognose o in caso di incidenti improvvisi. Nel 1900 questa piccola organizzazione locale si diede un nome: Assistenza Pubblica Milanese. Si costituisce in questo modo la prima associazione volontaria di soccorso su strada a Milano, nata quindi su iniziativa di alcuni amici, abitanti nella zona di via Paolo Sarpi-Canonica. Sui primi cinque anni di vita dell’Associazione si hanno scarsissime documentazioni. Si sa solamente che erano 19 giovani volenterosi e che la prima sede fu un locale di una bottega di riso di via Rosmini 5, messo a disposizione dal negoziante stesso, primo benefattore. Nel 1905, sempre a Milano, nasce ad opera di un gruppo di immigrati toscani la Società Volontaria di Soccorso Croce Verde, con sede in un modesto locale di via S. Antonio, 18. Questa società elabora uno statuto in cui si dichiara che la società deve essere composta da elementi di ogni ceto sociale e deve prestare opera di soccorso gratuitamente, in favore degli ammalati ed infortunati bisognosi, e che la Società non ha carattere politico né religioso ed è puramente umanitaria. La Società Volontaria di Soccorso Croce Verde entra ben presto nelle simpatie della cittadinanza e i milanesi vedono con affetto e riconoscenza l’opera dei militi e li aiutano con oblazioni o entrando a far parte dell’organico dei volontari. Si dovrà aspettare il 1916 perché le due associazioni, la Società Volontaria di Soccorso Croce Verde e l’Assistenza Pubblica Milanese, si riuniscano sotto il nome di Croce Verde A.P.M., entrambe da sempre profondamente apolitiche e aconfessionali. Nel 1906 la Croce Verde presta servizio all’Esposizione Internazionale di Milano (la Fiera d’Aprile) e trasferisce la sua sede a via 88


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della Passione. Risale a questi anni il significativo intervento dei militi in occasione del gravissimo disastro ferroviario al bivio Acquabella. Con enormi sforzi finanziari la Croce Verde fa costruire nel 1908 la prima autolettiga, utilizzata poi per i feriti del terremoto che sconvolse Reggio Calabria e Messina. In questa occasione il Ministro degli Interni assegna la prima medaglia di bronzo al valore civile alla Croce Verde. Gli anni che seguono vedono impegnata la Croce Verde in numerosi interventi sul territorio milanese e a livello nazionale, per il soccorso alla popolazione colpita da gravi calamità, che le valgono diversi encomi di merito da parte delle autorità milanesi. Nel 1930, per applicazione di un decreto ministeriale che rispondeva ad una politica accentratrice di controllo, la Croce Verde A.P.M., e con lei tutte le altre associazioni esistenti in Italia, viene sciolta e passa corpo e beni alla Croce Rossa Italiana. La Croce Verde A.P.M. è tenuta a consegnare alla Croce Rossa ben 10 autolettighe, la dotazione di biancheria e attrezzature, nonché trofei e registri. Soltanto 15 anni dopo, a guerra conclusa, quindi nel 1945, un gruppo di vecchi soci e militi rifonda l’Associazione il 5 giugno. Il problema più impellente che i volontari si trovarono a dover affrontare per la ricostituzione fu quello delle spese di avvio. La Prefettura elargì al tempo 100.000 lire e i volontari si autotassarono per raccogliere fondi. Fu scelta la sede di piazza S. Sepolcro. Nel 1946 un generoso ex milite offrì un milione di lire, che servirono ad acquistare le prime due macchine: vecchi furgoni in legno trasformati in autoambulanza. Nel 1949 il Comune di Milano cede alla Croce Verde A.P.M. un terreno tra le vie S. Vincenzo e S. Calocero, a Porta Genova. Tuttora sul quel terreno c’è la sede della Croce Verde A.P.M., costruita dal 1949 al 1951, come sempre grazie alle generose offerte dei milanesi. Le Misericordie e l’Unione Federativa  Se la storia delle associazioni laiche costituisce uno dei vanti della solidarietà del popolo italiano, non meno meritoria è quella delle Misericordie, la cui Unione Federativa viene fondata a Pisa il 21 novembre 1899, con la delibera e l’approvazione dello statuto. La costituzione della Commissione per la stesura dello statuto è l’atto conclusivo dei lavori del congresso tenutosi a Pistoia il 24 e 25 settembre precedente (1899), nel corso dei quali, per la prima volta nella storia, le 89


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Misericordie si riuniscono per discutere congiuntamente della loro esperienza e tracciare un cammino comune. L’iniziativa della convocazione di un Congresso viene assunta dalla Misericordia di Pistoia, che inizialmente intendeva celebrarlo in occasione dei festeggiamenti per il proprio IV centenario (1500-1900), ma motivi di opportunità organizzativa ne consigliarono l’anticipazione. Per secoli erano mancati i contatti e ciascuna associazione aveva avuto una evoluzione autonoma, che si era misurata solo con la sua realtà locale. Ora la Commissione avrebbe dovuto ricercare e contattare le Misericordie disperse sul territorio e ricondurle in un luogo comune dove avrebbero potuto scoprirsi, nonostante la lontananza dei secoli, sorelle. Il compito apparve difficile e la Commissione riuscì ad assolverlo almeno in parte grazie alla collaborazione assicurata da alcune diocesi. Al termine dell’indagine vennero individuate 77 Misericordie a cui la Commissione inviò la circolare di invito. Risposero all’appello soltanto 45 di esse (di cui 9 soltanto per lettera). Le riunioni del 24 e 25 settembre videro la partecipazione attiva di sole 36 Misericordie di cui 7 rappresentate per delega. I lavori congressuali, che terminano il 25 settembre, confermarono il Conte Cesare Sardi, rappresentante della Misericordia di Lucca e della Misericordia di Borgo a Mozzano, quale primo Presidente delle Misericordie. Il Discorso conclusivo tenuto dal Conte Sardi tracciò la fisionomia della neocostituita Federazione e del nascente movimento. La Confederazione riunisce oggi oltre 700 confraternite, alle quali aderiscono circa 670.000 iscritti, dei quali oltre centomila sono impegnati permanentemente in opere di carità (i confratelli cosiddetti “attivi”). Sono diffuse in tutta la Penisola e la loro azione è diretta, da sempre, a soccorrere chi si trova nel bisogno e nella sofferenza, con ogni forma di aiuto possibile, sia materiale, sia morale. Le Misericordie sono presenti in tutte le regioni, ad eccezione della Valle d’Aosta, e rappresentano circa duecentocinquantamila iscritti e oltre sessantamila volontari attivi. Attualmente le Misericordie operano in molteplici e complessi servizi nell’ambito socio-sanitario, avvalendosi di strutture moderne e di oltre 2500 automezzi. I principali settori di intervento sono: trasporti sanitari e sociali, emergenza/urgenza e pronto soccorso, operatività 24h/24, protezione civile, con gruppi attrezzati e specificamente addestrati in quasi tutte le Misericordie, onoranze funebri, gestione cimiteriale, 90


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gestione di ambulatori specialistici, gestione di case di riposo, servizi emodialisi autogestiti, assistenza domiciliare ed ospedaliera, telesoccorso e teleassistenza e altre varie. La Confederazione opera a sostegno della progettualità, della consulenza e dell’innovazione verso le associate, anche con corsi di qualificazione e formazione, sia per i dirigenti delle Misericordie stesse (in molti casi vero e proprio management), sia verso i singoli confratelli. Un denominatore comune: Protezione Civile  Attualmente associazioni nate dall’iniziativa laica, liberale, repubblicana, socialista, massonica e cattolica hanno un denominatore comune nella Protezione Civile, che in passato è stata legata essenzialmente al soccorso e che, più che una struttura, è una “funzione” che oggi si definisce come un complesso di attività finalizzate alla sicurezza e alla tutela dei cittadini, dei beni e dell’ambiente colpiti da eventi o calamità. Una “funzione” regolata dalla legge n. 225 del 1992 che ha formalizzato il Servizio Nazionale della Protezione Civile come “un sistema integrato”, ovvero un insieme di elementi o componenti che interagiscono tra loro e che costituiscono un unico insieme. Con la stessa legge il concetto di protezione civile ha assunto il significato di “cultura diffusa propria e della collettività” e ha affermato la responsabilità di tutti i cittadini a concorrere efficacemente alla tutela e salvaguardia del territorio, dell’ambiente e della società. Le caratteristiche principali del nostro sistema nazionale sono: la trasversalità e la sussidiarietà. I compiti di protezione civile vengono assolti da più componenti che operano sul territorio, quali: lo Stato, le regioni, le province, i comuni, le comunità montane e le strutture operative che sono: il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, le Forze Armate e di Polizia, il Corpo Forestale dello Stato, i Servizi Tecnici Nazionali, la Croce Rossa, le organizzazioni di volontariato, le strutture del Servizio Sanitario Nazionale, il Corpo Nazionale Soccorso Alpino. Del sistema della Protezione Civile e, più nello specifico, del sistema di emergenza ed urgenza, è parte centrale ed essenziale il servizio 118. Il 118, nato a Bologna, è realtà nazionale d’eccellenza   Chi compone il “118” non sa che dietro questo numero c’è una realtà molto complessa. La centrale operativa riceve le chiamate e in base alla 91


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gravità invia il soccorso. Tutte le chiamate sono registrate e i dati finiscono in un computer centrale. Ogni operazione segue un protocollo preciso, elaborato in anni di esperienza. Il centralino delle emergenze di Milano, per fare un esempio emblematico, è il più grande della Lombardia (costa 26 milioni di euro contro i 125 milioni che la Regione investe per i dodici “118” provinciali), riceve 650mila chiamate l’anno e garantisce 252mila soccorsi. La data di nascita è il 1994, ma a favore del “118” milanese gioca tutta l’attività di coordinamento ambulanze che prima facevano i vigili urbani e che è passata in eredità a questa struttura. La sede è nell’ospedale di Niguarda, a due passi dal nuovo pronto soccorso, attrezzato per l’atterraggio sul tetto dell’elicottero. Nello stanzone della centrale operativa, dove le luci restano accese 24 ore su 24, 365 giorni l’anno, i picchi di attività si registrano dalle 11 alle 13 e dalle 15 alle 19.30. La notte è movimentata da sparatorie e incidenti stradali. Ma la massima allerta scatta dal venerdì sera fino a domenica, quando mancano i medici di famiglia e la gente si attacca al centralino del “118” per qualsiasi necessità. Il 118 (Servizio Sanitario di Urgenza ed Emergenza – SSUEm 118 o più semplicemente Servizio di Urgenza ed Emergenza Medica – SUEM 118) è il numero telefonico attivo in Italia per la richiesta di soccorso medico per emergenza sanitaria. È un numero unico nazionale, attivo 24 ore su 24 e sette giorni su sette, gratuito su tutto il territorio, sia da telefoni fissi che mobili ed è stato istituito con il Decreto del Presidente della Repubblica del 27 marzo 1992 (Atto di indirizzo e coordinamento alle Regioni per la determinazione dei livelli di assistenza sanitaria di emergenza). Il numero svolge il compito di unico referente nazionale per le emergenze sanitarie di ogni tipo. La gestione e l’organizzazione del servizio possono essere di competenza regionale (in forma di agenzia regionale autonoma), provinciale, oppure deputati alle singole Aziende Sanitarie Locali. Il numero 118, come da decreto del Ministero dello Sviluppo Economico del 12 novembre 2009, a partire dal luglio 2011 è sostituito dal numero unico di emergenza 112. Il primo nucleo 118 è nato a Bologna, il 1 giugno 1990 in occasione dei mondiali di calcio. Il nucleo fu costituito intorno ad uno dei gruppi di pubblica utilità che più si erano distinti per efficienza e organizzazione: 92


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Bologna Soccorso, nata nel 1980, all’indomani della Strage della Stazione di Bologna, come Centrale Operativa Unica per il Soccorso ed il Trasporto. Il gruppo portava con sé la decennale esperienza del CePIS, un nucleo di ambulanze organizzato negli anni Sessanta per coordinare il trasporto interospedaliero e poi emerso agli onori della cronaca per gli efficienti interventi mostrati nell’incidente ferroviario di Murazze di Vado (1978) e nella già citata Strage di Bologna. Nel 1990 Bologna Soccorso era ancora un nucleo indipendente, ma già rispondeva al numero 118. A partire dal 27 marzo 1992, con il già citato decreto a firma di Francesco Cossiga, furono costituite le centrali operative 118 anche in altre città, sulla base delle innovazioni introdotte a Bologna. Questi punti di forza riguardavano principalmente la coordinazione delle varie associazioni di volontariato sanitario, i cui interventi venivano gestiti da un centro unico che impediva sovrapposizioni di interventi e incomprensioni. La gestione delle emergenze fu affidata a personale infermieristico appositamente preparato (con competenze di telecomunicazioni e informatica), mentre la parte medica venne affidata ad un medico responsabile. I dati dell’emergenza‐urgenza nazionale  L’area relativa all’emergenza-urgenza sanitaria, come si legge in una relazione ministeriale aggiornata al 2009, rappresenta uno dei nodi più critici della programmazione sanitaria e si configura come una delle più importanti variabili sulle quali è misurata la qualità dell’intero Servizio Sanitario Nazionale. “Il Sistema territoriale 118 e il PS/DEA (Pronto Soccorso/ Dipartimento di Emergenza Accettazione) – continua la relazione – sono le componenti essenziali del complesso Sistema dell’emergenza sanitaria. Il Sistema territoriale 118 opera nella fase di “allarme” garantendo il coordinamento delle attività di soccorso per assicurare, 24 ore al giorno, l’intervento più appropriato nel più breve tempo possibile, in ogni punto del territorio, assicurando il tempestivo trasporto del paziente alla struttura più appropriata. Il PS/DEA opera nella fase di “risposta”, per garantire l’assistenza necessaria attraverso l’inquadramento diagnostico del paziente, l’adozione di provvedimenti terapeutici adeguati, l’osservazione clinica, l’eventuale ricovero del paziente. L’attuale impianto strutturale del sistema 118 è costituito dalle 103 Centrali 93


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Operative (CO) con il “Numero 118” attivo su tutto il territorio nazionale. A livello nazionale il 75% delle CO opera in aree provinciali, il 13% in aree sub provinciali ed il 12% in aree sovra provinciali. Nell’ambito del sistema di emergenza particolare rilevanza assume l’informazione continua e condivisa tra Sistema 118 e Rete ospedaliera, relativamente ai pazienti soccorsi, al loro stato di gravità, alla conoscenza continua della disponibilità di posti letto in area critica, tutti elementi che permettono di realizzare al meglio l’attività di soccorso indirizzando i percorsi e diminuendo i tempi di percorrenza. Tuttavia, l’interconnessione informatica con i DEA di I e II livello è garantita soltanto nel 22% delle centrali, mentre la metà delle centrali dispongono di un sistema per la conoscenza della disponibilità dei posti letto in area critica. Nel 2005, a livello nazionale, sono state registrate 13.841.182 chiamate totali entranti alle CO. Le chiamate specifiche di soccorso sanitario sono state 8.474.040. Sul totale delle chiamate di soccorso, nel 47% dei casi (3.960.211) è stato inviato un mezzo di soccorso sul luogo dell’evento che, nel 32% dei casi (2.680.646), ha avuto come esito l’accesso al Pronto Soccorso. In relazione soltanto alle richieste a cui è seguito l’invio del mezzo di soccorso, a livello nazionale, per l’anno 2005, emerge che nel 5% dei casi è stato assegnato il codice di gravità bianco, nel 30% il codice verde, nel 46% il codice giallo e nel 19% il codice rosso. L’analisi per macroaree evidenzia che nel sud e nelle isole c’è una netta prevalenza dell’attribuzione dei codici gialli: 50% nel sud e 60% nelle isole”. “Relativamente alla disponibilità da parte delle Centrali Operative di mezzi di soccorso, per l’anno 2007 – prosegue la relazione ministeriale –, risultano in carico alle strutture sanitarie 1.232 ambulanze di tipo “A” (mezzo di soccorso avanzato con o senza medico), 1010 sono le ambulanze di tipo B (mezzo di soccorso di base o di trasporto), i centri mobili di rianimazione (con medico anestesista rianimatore a bordo) risultano 329. Relativamente al pericolo di attacchi terroristici, quasi tutte le Centrali Operative (87%) hanno predisposto protocolli organizzativi interni per la gestione delle maxiemergenze, mentre nel 77% delle Centrali Operative il personale ha seguito corsi di formazione per l’uso dei Dispositivi di Protezione Individuale. Con riferimento al sistema di Pronto Soccorso (PS), nell’anno 2007, risultano presenti sul territorio nazionale, 569 servizi di PS, di cui 530 presso strutture di ricovero pubbliche e 39 presso strutture private accreditate. I Dipartimenti di 94


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Emergenza e Accettazione (DEA) attivi sono complessivamente 348, di cui 333 collocati presso strutture di ricovero pubbliche e 15 presso strutture private accreditate. Sono stati rilevati, inoltre, 378 centri di rianimazione in strutture pubbliche e 45 in strutture accreditate. Riguardo ai servizi di emergenza pediatrici, si evidenzia che sul totale delle strutture sanitarie sono presenti 87 Presidi Sanitari pediatrici, di cui soltanto uno in strutture private accreditate. Le Regioni dove tali servizi sono presenti in maggior numero sono la Lombardia con 24 e la Campania con 19. Si evidenzia inoltre che nel 2007 sono stati registrati 364 accessi al PS ogni 1000 abitanti, dei quali il 17,3% ha originato il ricovero. Riguardo la percentuale di ricoveri, il valore più basso si riscontra nella Regione Piemonte, con l’11,9%, mentre quello più alto nella Regione Molise con il 34,9%. Inoltre, il maggior numero di accessi in rapporto alla popolazione residente (574 per 1000 abitanti) si riscontra nella Provincia autonoma di Bolzano, a fronte di una percentuale (14,9) di ricoveri inferiore alla media nazionale (17,3). Il minor numero di accessi (281 per 1000 abitanti) viene rilevato nella Regione Basilicata. È necessario, pertanto: allestire percorsi alternativi al P.S. con l’eventuale istituzione di ambulatori gestiti da Medici di Medicina Generale che garantiscono una risposta sanitaria a problematiche non di emergenza-urgenza possibilmente 24ore/24, con la possibilità di usufruire in tempo reale delle consulenze specialistiche attivare nei P.S. con più di 25.000 accessi annui, laddove non è stato effettuato, un sistema di triade infermieristico (strumento organizzativo rivolto al governo degli accessi non programmati), modello globale, con applicazione uniforme dei codici colore già identificati nella normativa vigente (bianco, verde, giallo, rosso) e con sistemi di informazione all’utenza sui tempi di attesa stimati per i codici di minore urgenza (bianco e verde) realizzare reti integrate per le patologie acute ad alta complessità assistenziale quale la rete per la patologia cardiovascolare, cerebro-vascolare, traumatologica, in armonia con la rete dei DEA e con l’utilizzo delle moderne tecnologie di trasmissione dati e immagini. La priorità assoluta è sicuramente la completa integrazione tra DEA e Sistema territoriale 118 al fine di garantire la continuità dell’assistenza”.

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Storie di lavoro  di Franco Robecchi1

Il lavoro dei “carusi” nelle solfatare siciliane  Lo sprofondarsi dentro la terra, in buchi, pozzi, cunicoli, gallerie e grotte è un’attività che ha sempre preoccupato e solo qualche volta, affascinato. La speleologia sportiva, se si escludono i pochi appassionati, è vista generalmente come una stravaganza, per amanti dell’orrido. Il motivo è facilmente comprensibile e si associa all’atavica convinzione che sotto la terra esistesse l’inferno. Dio sta nei cieli, con gli angeli e la luce del sole e delle stelle. Quelle stelle che Dante, con sollievo, torna a vedere al termine del triste viaggio negli inferi, che così si chiamano proprio perché stanno inferiormente. Sotto la terra stanno i morti dell’Ade e le forze oscure dei terremoti, il magma che cova ribollendo nel ventre dei vulcani e il cuore incandescente del pianeta. Lo scendere, quindi, nelle cosiddette “viscere della Terra”, è un’azione che è sempre stata vista con grande preoccupazione, quando non con angoscia. Ne parlò con paurose raffigurazioni Jules Verne, nel suo romanzo Viaggio al centro della Terra, nel 1864. Tuttavia la ricerca di minerali ha costretto gli uomini ad insinuarsi sotto terra, lungo cunicoli naturali e, poi, dentro gallerie scavate appositamente. La ricerca di minerali del rame risale a 10-12.000 anni fa, mentre le più antiche miniere di salgemma, in Azerbaigian, si fanno risalire al 3500 a.C.. Era già tempo di sprofondarsi nel sottosuolo, iniziando un cammino nelle tenebre che non si sarebbe più fermato, sino ad oggi. Furono poi l’oro, l’argento, lo stagno a richiedere questa mortificazione feconda, questa fatica in uno degli ambienti più precocemente ostili del lavoro umano. 1

Giornalista e storico, è autore di centinaia di articoli e di oltre trenta libri, sulla storia dell'architettura, dell'urbanistica e anche sulla realtà tecnica e sociale del mondo del lavoro.

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E poi sarebbero stati lo zolfo e il carbone. Gli uomini che dovevano spingersi nei budelli oscuri non sapevano se sarebbero potuti ritornare sui loro passi e fuoruscire alla luce e non sapevano neppure se avrebbero avuto ancora aria da respirare o se la loro fiaccola avrebbe innescato l’esplosione di qualche gas misterioso. Lo zolfo pare sia noto da oltre tremila anni e se ne cita l’uso, specialmente bellico, già nella poesia di Omero e nella Bibbia. Fu tuttavia la messa a punto della polvere da sparo, che nello zolfo ha una sua essenziale componente, a svilupparne la ricerca, mentre poi venne, dall’inizio dell’Ottocento, la richiesta per la produzione di acido solforico, di soda e poi per i fiammiferi chiamati, appunto, zolfanelli, e per gli usi agricoli. L’Italia si ritrovò particolarmente ricca di minerali di zolfo, dalla Romagna a tutta la dorsale appenninica, sino, soprattutto, alla Sicilia. Ancora negli anni Trenta del secolo scorso lo zolfo era l’elemento più importante estraibile in Italia, che era la prima produttrice mondiale, seguita dalla Louisiana statunitense, dal Giappone e dalla Spagna. La Sicilia produceva ancora i quattro quinti dell’intero zolfo estratto nel Paese. Le aree solfifere della Sicilia occupavano un terzo dell’isola. L’estrazione annovera vestigia risalenti anche a due secoli prima della nascita di Cristo. Lo sfruttamento organizzato in forma moderna fu avviato all’inizio del XIX secolo, in stretto rapporto con le potenze europee e mondiali di Francia e Gran Bretagna, che tentarono di influenzare, talora anche pesantemente, il settore. Sino al 1860 le miniere, le solfare cioè, si trovavano a poca profondità e il metodo di estrazione si basava esclusivamente sul lavoro umano, distribuito su due categorie di minatori: i picconieri, che scavavano, e i trasportatori in superficie dei frammenti estratti: i carusi. Caruso è parola siciliana che significa ragazzo. Questa figura di ragazzo-lavoratore, talora anche femmina, appartiene alla vasta schiera dei piccoli coinvolti nel lavoro minorile, tanto presente nell’economia ottocentesca e, in progressiva riduzione, anche in parte del Novecento. È una realtà che oggi è presente nel Terzo mondo. La figura del bambino minatore non era solo italiana. La piccola statura rendeva i fanciulli particolarmente adatti ad un lavoro in spazi angusti, ovviamente in una logica estranea alla nostra morale e alla nostra visione dell’età evolutiva. Abbiamo molte e penosissime immagini ottocentesche, e del primo Novecento, di ragazzi europei impegnati nel lavoro entro i cunicoli delle miniere, che percorrevano spesso carponi, in condizioni che alla nostra 97


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sensibilità appaiono agghiaccianti. Il sistema arcaico e antico dell’estrazione a mano fu solo nel 1862 innovato, almeno con l’introduzione delle mine, per le esplosioni che acceleravano la demolizione delle fronti di avanzamento nelle gallerie. Intorno al 1870 si introdussero i primi piani inclinati per il movimento di carrelli trasportatori, che iniziarono a ridurre l’impiego dei piccoli trasportatori. Quindi si scavarono i pozzi verticali nei quali si installarono i montacarichi, poi mossi dall’energia elettrica. Ma l’evoluzione fu molto lenta e i carusi furono a lungo impiegati, costituendo un capitolo penoso dello sfruttamento minorile nel Meridione, della miseria sociale e affettiva nel Regno borbonico, prima, ma anche nel Regno d’Italia successivo. L’attività estrattiva dello zolfo costituiva un settore molto importante per la Sicilia, che, alla fine dell’Ottocento, contava 30.000 operai impiegati in più di 700 miniere. Nel 1901 gli occupati nelle miniere erano 38.922 e, nel 1905, si estrassero, nelle miniere siciliane, 536.782 tonnellate di zolfo, che corrispondeva al 91% dell’intera produzione mondiale. La massa di minatori fu anche tra le prime ad organizzarsi in forme sindacali, costituendo quei “Fasci dei lavoratori”, che giunsero a scioperi e scontri di piazza, causa di innumerevoli morti. Fra le richieste sindacali dell’ultimo decennio del XIX secolo vi era anche l’elevazione dell’età minima di impiego a 14 anni. Era il problema dei carusi, che spesso avevano età che partivano dai sette anni. Si valuta che ogni caruso percorresse quotidianamente 22,5 chilometri con gli “stirratura”, i canestri che contenevano il minerale, carichi, e altrettanti con i recipienti vuoti. I carusi dovevano inoltre levarsi molto presto il mattino, per recarsi alla miniera, dove erano stati pressoché ceduti dai genitori agli operai adulti, gli scavatori. Nella miniera passavano la loro giornata, per tornare a casa solo quando, emergendo dal buio delle gallerie, trovavano solo 98


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il buio della sera già inoltrata. Così ne scriveva Luigi Pirandello, nella sua novella Il fumo: “Appena i zolfatari venivan su dal fondo della buca col fiato ai denti e le ossa rotte dalla fatica, la prima cosa che cercavano con gli occhi era quel verde là della collina lontana, che chiudeva a ponente l’ampia vallata. Qua, le coste aride, livide di tufi arsicci, non avevano più da tempo un filo d’erba, sforacchiate dalle zolfare come da tanti enormi formicai e bruciate tutte dal fumo. Sul verde di quella collina, gli occhi infiammati, offesi dalla luce dopo tante ore di tenebre laggiù, si riposavano. A chi attendeva a riempire di minerale grezzo i forni o i «calcheroni», a chi vigilava alla fusione dello zolfo, o s’affaccendava sotto i forni stessi a ricevere dentro ai giornelli che servivan da forme lo zolfo bruciato che vi colava lento come una densa morchia nerastra, la vista di tutto quel verde lontano alleviava anche la pena del respiro, l’agra oppressura del fumo che si aggrappava alla gola, fino a promuovere gli spasimi più crudeli e le rabbie dell’asfissia. I carusi, buttando giù il carico dalle spalle peste e scorticante, seduti sui sacchi, per rifiatare un po’ all’aria, tutti imbrattati dai cretosi acquitrini lungo le gallerie o lungo la lubrica scala a gradino rotto della buca, grattandosi la testa e guardando a quella collina attraverso il vitro fiato sulfureo che tremolava al sole vaporando dai calcheroni accesi o dai forni, pensavano alla vita di campagna, lieta per loro, senza rischi, senza gravi stenti sotto il sole e invidiavano i contadini”. Luigi Pirandello creò intensamente anche la figura del caruso Ciàula, che scopre la luna uscendo una notte dalla miniera, come non aveva mai fatto, stravolto dalla fatica che lo rinchiudeva sotto terra sino al giorno. “Ciàula – scrive Pirandello – con la lumierina a olio nella rimboccatura del sacco su la fronte, e schiacciata la nuca sotto il carico, andava su e giù per la lubrica scala sotterranea, erta, a scalini rotti, e su, su, affievolendo a mano a mano, col fiato mozzo, quel suo crocchiare a ogni scalino, quasi in un gemito di strozzato, rivedeva a ogni salita la luce del sole. Dapprima ne rimaneva abbagliato; poi col respiro che traeva nel liberarsi dal carico, gli aspetti noti delle cose circostanti gli balzavano davanti; restava, ancora ansimante, a guardarli un poco e, senza che n’avesse chiara coscienza, se ne sentiva confortare. Cosa strana; della tenebra fangosa delle profonde caverne, ove dietro ogni svolto stava in agguato la morte, Ciàula non aveva paura; né paura delle ombre mostruose, che qualche lanterna suscitava a sbalzi lungo le 99


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gallerie, né del subito guizzare di qualche riflesso rossastro qua e là in una pozza, in uno stagno d’acqua sulfurea: sapeva sempre dov’era; toccava con la mano in cerca di sostegno le viscere della montagna: e ci stava cieco e sicuro come dentro il suo alvo materno”. La testimonianza del 2007, di un uomo di 75 anni, che fu caruso, raccolta da studenti dell’istituto scolastico Ipsia-Ipssar di Enna, ricorda: “Entrato in miniera, anche se non ero abituato a dire alcuna preghiera, mi facevo sempre il segno della croce e dicevo: Signore aiuta me e i miei compagni a tornare, poiché scendevo vivo, ma non sapevo se tornavo morto. Il lavoro di minatore era un lavoro molto pericoloso: si camminava nelle gallerie con una lampada ad olio (lumiricchia) tenuta sulla testa e quando essa si spegneva bisognava fermarsi a cercare i fiammiferi perché altrimenti, per il fitto buio, si restava bloccati. Nelle gallerie inoltre c’era il pericolo che il grisou potesse scoppiare provocando così l’incendio della miniera stessa, con grave pericolo di morte per noi minatori che non sempre avevamo il tempo di scappare. I padroni cercavano di tenere sotto controllo il grisou e per svolgere questo compito mandavano sotto terra i condannati a morte dicendo loro che se fossero tornati vivi sarebbero stati graziati. All’interno della miniera faceva molto caldo, quindi, giunto nell’ultimo gradino, mi levavo i vestiti, le scarpe e per coprirmi utilizzavo un panno, u fadaliddu [una sorta di perizoma], e così ero pronto per lavorare. Eravamo trattati come schiavi, dovevamo lavorare e lavorare, non c’era possibilità e tempo per parlare tra noi carusi. Lo stesso pane che portavamo per pranzo eravamo costretti a mangiarlo tenendo lo stirriaturi [canestro per trasportare le pietre] sulle spalle e se qualcuno di noi si lamentava il picconiere lo puniva dandogli pugni, calci o sottoponendolo ad abusi di ogni genere. A me personalmente però non è successo mai niente di tutto questo. Tra noi carusi andavamo molto d’accordo e ci consideravamo una famiglia, aiutandoci e proteggendoci a vicenda. Inoltre, finito il lavoro all’interno, i carusi, di solito 10 o 12, che restavano in miniera (io solo qualche volta) dovevano andare a prendere l’acqua per il pirriaturi [i picconatori], cucinare e pulire la casa dove dormivano”. Negli antri infernali picconatori e carusi stavano nudi, come animali in un termitaio tenebroso brulicante di fatica, che soffocava ogni scintilla di dignità e di pensiero, senza spazio per altro che lo sforzo, nelle rade parole, nella ruvidità dei rapporti, nell’ottusità in cui sprofondava persino 100


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la coscienza. Alcune raffigurazioni del lavoro nelle solfare, disegnate dagli straordinari incisori ottocenteschi, sono difficilmente distinguibili dalle grandi e cupe scene di Gustave Doré, che rappresentavano l’inferno dantesco. “Le nere, formicolanti processioni dei carusi – scriveva un giornalista nel 1893 – si disegnavano come piccole, striscianti bisce sul piano giallastro e iridescente: apparivano e disparivano sotto terra silenziosamente. Quelle piccole esistenze vanno così consumandosi rapidamente. Su quattromila giovani, ogni anno, pel servizio militare non se ne trovano abili duecento”. Quindi lo scrittore proseguiva: “Là in fondo, nelle viscere della terra, i picconieri affatto ignudi, sudano staccando i massi di terriccio e di zolfo; là sotto, a destra, a sinistra, e in fondo è una diramazione di grotte e di buchi, velati da una nebbia acre e pesante di acido solfidrico. La luce di poche lucerne delinea forme gigantesche di uomini e di cose”. E ancora, dalla stessa penna, l’ingresso nella miniera: “Dopo cinquanta metri la temperatura diventa insopportabile, scivolando nella fanghiglia limacciosa che insapona i gradini impossibili, scendo appoggiandomi al muro, accompagnato da un fil di candela che non illumina un metro attorno. È impossibile procedere, si guarda in fondo nel buio, meravigliati che per centinaia di metri ancora, più in dentro, più sprofondati, vi possano essere degli esseri viventi. E i carusi, mentre arrancano in processione, esclamano frasi come queste: “Lo schifiusu scignu jeu ca nascivi” (schifoso io che volli venire al mondo), oppure “Ahi! Ahi! Era megghiu nasciri porcu!” (sarebbe stato meglio nascere porco), o “Bedda Matri di l’Assuccursu! Bedda Matri Maria” (Madonna del soccorso, Bella Madre Maria), oppure, recriminando per un rimprovero e un insulto: “Ma chi ci avi ‘ntra lu cori, petri?” (ma che ci hai nel cuore, pietre?), o, infine “Che ci haiu fattu, lu pozzanu ammazzari!” (ma che gli ho fatto, che lo possano accoppare)”. Come sempre, concludeva l’inviato del giornale, l’ostacolo più intimo e più perdente alla soluzione di queste situazioni così drammatiche, proveniva proprio dall’interno, dalla famiglia, dai genitori dei piccoli carusi: “Che può fare lassù, a Lercara, la legge sul lavoro dei fanciulli, sugli infortunii? Questo lavoro, se li distrugge, li sfama; guai se mancasse! Le loro famiglie cadrebbero in un grado di miseria peggiore e i genitori contano sul lavoro di questi bambini”. I ragazzini delle solfare erano pressoché venduti dai genitori agli scavatori, per una somma di 101


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poco denaro, chiamata “soccorso morto”, che lo scavatore pagava in anticipo, ponendo quindi il bambino sotto il ricatto di un obbligo ormai inevitabile. Il lavoro pesante nelle fonderie  Se vi è un mondo che si pone ad emblema della rivoluzione industriale, questo è lo scenario della ferriera. Il ferro è il grande protagonista dell’era delle macchine e della tecnologia e l’organizzazione della produzione in un luogo concentrato, a contatto con impianti fissi da ammortizzare, con orari prestabiliti e controllati, costituisce la spina dorsale della realtà industriale degli ultimi duecento anni. Il ferro, nelle sue diverse forme iniziali di ghisa, ferro dolce e acciaio, costruì l’ossatura della civiltà contemporanea e la struttura proprietaria, dirigenziale e operaia delle fabbriche siderurgiche fu l’emblema trainante della nuova economia. La scoperta e la lavorazione dei vari tipi di metalli, dal rame al bronzo e al ferro, hanno segnato le età dell’evoluzione umana ed è quindi molto antica la storia della lotta contro la resistenza di queste sostanze chimiche. Ferro vuole dire fuoco, poiché alle normali temperature della crosta terrestre superficiale i metalli, salvo il mercurio, sono ben solidi e frammisti ad altre sostanze per cui è questione di immensi sforzi e altissime temperature il cavarne i minerali, l’estrarre il metallo da essi, il portarlo a stati lavorabili e il dargli forme utili. La fatica e l’abilità consistevano quindi, soprattutto, nel produrre e gestire fiamme, generandone le maggiori temperature, accumulandone e concentrandone le calorie. Solo con il fuoco i metalli si concedono all’uso umano, scaturendo dall’intrico dei minerali di origine, assumendo una malleabilità adatta all’imposizione della forma, per ritornare, poi, a quella tetragona durezza che è la caratteristica che serve: capace di resistere a sforzi immensi e quindi di offrire insperati servizi all’audacia 102


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e all’ambizione dell’uomo che costruisce il proprio mondo. Il fuoco, si sa, non è un’entità facile da trattare e comporta, accanto ad innumerevoli pregi, anche gravi componenti di ostilità e di pericolo. L’estrazione, la fusione e la lavorazione dei metalli datano almeno da cinquemila anni e la figura del lavoratore che lotta con il fuoco e con il rame è altrettanto antica. Lo spettacolo esaltante del liquido denso che emana luce e che brucia le cose a distanza doveva apparire, come ancora oggi, a chi non sia assuefatto, come un fenomeno ultraterreno, segno della potenza dell’uomo, ma anche della potenza della natura, paragonabile all’imponente scenario dei fulmini e dei vulcani. L’uomo che fronteggiava queste immense forze, che le scatenava e le imbrigliava, divenne una personalità quasi mitica e lo testimonia la creazione greca della figura di Efesto, divinità primordiale, forse anteriore allo stesso Zeus, generato per partenogenesi e, benché brutto e deforme, artefice di ogni nobile strumento degli dei, dai fulmini di Giove ai sandali alati di Hermes, dallo scudo di Achille alle fantastiche frecce di Eros, e meritevole della più splendida moglie: la dea dell’amore Afrodite. Il lavoratore del ferro fu chiamato fabbro, che è nome illustre, quasi emblema dell’uomo che opera nel mondo, non casualmente definito, nella storia dell’evoluzione, Homo faber. Con un lavoro virile per eccellenza, il fabbro forgiò l’aratro della pacifica laboriosità vitale del lavoro agricolo e anche la spada, essenziale strumento per la difesa violenta della propria incolumità e della propria comunità, per la conquista di nuove ricchezze. La rivoluzione industriale rese, tuttavia, molto meno esaltante il ruolo del lavoratore del ferro, che fu inserito in un ruolo seriale e senza personalità, sempre più privato della creatività e dell’intelligente messa in campo delle proprie capacità ed esperienza, ormai parcellizzate e spersonalizzate. L’artigiano fabbro era autonomo, mentre l’operaio della ferriera divenne 103


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un dipendente, controllato, obbligato nei ritmi, rimproverato, spesso frustrato, in un ruolo di conflitto. La ferriera divenne la cattedrale dello sviluppo, che usava lo stesso metallo, almeno inizialmente, degli antichi fabbri, ma ora proiettandolo verso destini che spesso erano ignoti, affidato com’era ad antichi utilizzi, ma, molto più spesso, a scopi ogni giorno nuovi: per macchine sconosciute, per veicoli appena nati, per navi che, miracolosamente, galleggiavano anche se non più di legno, per mille piccole invenzioni, che andavano rivoluzionando la vita quotidiana. Il ferro prodotto non aveva più le forme specifiche e curate che uscivano dalle mani del fabbro, protetto da Sant’Eligio, ma dovevano avere forme di base, polivalenti, per ogni scopo che la velocissima evoluzione tecnica si inventasse. Erano quindi putrelle, profilati, fili, barre, bramme e billette. Tuttavia il clima del lavoro era sempre lo stesso, solo ingigantito. L’antro fumoso e bollente dell’antica fucina ora si era espanso, divenendo una navata percorsa da rumori di tuono e da bagliori di saette, con un gioco di forze nuovamente potenti e gigantesche, spesso innervate dalla sconosciuta forza degli dei: l’energia elettrica. L’officina di Vulcano era il luogo adatto per alloggiare le maggiori forze della natura e dell’uomo e il lavoratore si rimpiccioliva davanti ad esse, pur mantenendo l’orgoglio di poterle incanalare. Solo l’energia nucleare avrebbe sopravanzato lo scenario dei luoghi del lavoro al cospetto delle più potenti forze dell’universo gestite dall’uomo, gravità e luce solare a parte. Anche le raffigurazioni, soprattutto ottocentesche, delle ferriere assumevano un carattere quasi piranesiano, di sproporzione cioè fra l’ambiente e il piccolo uomo, dove però l’ambiente è, come appunto in Piranesi, creato dall’uomo. Non era più lo stupore del piccolo individuo di fronte alla grande natura, come nel Romanticismo, ma era lo stordimento dell’uomo di fronte alle proprie architetture, ai propri spazi faraonici, all’ambiente creato dalla propria intelligenza, già pronto a divenire minaccioso, come nell’anticipatore e rivelatore romanzo di Mary Shelley: Frankenstein. Le creature della scienza e della tecnologia si rivoltavano già contro il loro creatore. Nella ferriera si sperimentava la prima ansia da assedio delle forze occulte e anche l’incidente, che, se per il fabbro era quasi solo personale, nella ferriera iniziava a profilarsi come collettivo e preludeva a quella che sarebbe sempre più divenuta la minaccia dell’incidente di massa, con 104


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ricadute sulla comunità, persino sull’intero territorio, addirittura sul mondo intero. Era il primo seme del fantasma della fabbrica letale per il mondo, della quale il reattore nucleare è stato ritenuto, con totale esagerazione, la materializzazione. Il lavoro della ferriera manteneva tuttavia ancora alcune caratteristiche del vecchio mondo del lavoro. Innanzitutto era un lavoro per uomini e per uomini muscolosi e resistenti. Come nel lavoro dei campi, le donne giungevano a mezzogiorno e alla sera per portare qualcosa da mangiare ai loro parenti. Vi è un dipinto ottocentesco nel quale si vede l’interno di un’industria siderurgica, nella quale un gruppetto di operai, accucciati dietro un macchinario, trangugiano, quasi furtivamente, cibi portati loro dalle donne di casa, che assistono silenziose al sommario pasto fra gli ingranaggi. L’arte del filone sociale, di fine Ottocento, ha rappresentato il lavoro della ferriera come un’espansione del vecchio filone della fucina, dell’antro del maglio, del fabbro e del maniscalco. La pelle sui muscoli tesi è lucida di sudore. I bagliori del fuoco offrono occasioni per infernali riflessi vermigli. Le facce sono dure e spesso cupe. L’abbigliamento è minimo e talora solo un grande grembiule di pelle protegge i guerrieri inermi, che fronteggiano il mostro incandescente. La siviera incombe come un orcio di veleni e richiama i pericoli dell’olio bollente riversato dall’alto delle mura, dai soldati medievali sugli assedianti. Ovviamente quel rovesciamento talora avveniva davvero, sulla carne e le ossa degli operai, e i primi giornali illustrati, già allora morbosamente attratti dalla cronaca nera, ne facevano immancabile e teatrale commiserazione. Così descriveva il mondo di un’acciaieria Jules Verne, nel 1879, all’interno del suo romanzo I cinquecento milioni della Bégum, anch’egli citando similitudini tra la fabbrica e la cattedrale, tra gli operai e i corazzieri: “Da ogni lato di questa lunga navata, due lunghe serie di enormi colonne cilindriche, così grandi, sia in altezza sia in diametro, come quelle di San Pietro in Roma, si innalzavano dal suolo sino alla volta in vetro, che esse perforavano da parte a parte. Erano i camini di altrettanti forni di puddellaggio, costruiti in muratura alla loro base. Ve ne erano cinquanta su ogni lato. […] Squadre di ciclopi seminudi, armati da un lungo gancio di ferro, si impegnavano animatamente nell’operazione della trasformazione dei lingotti di ghisa in acciaio. Questi lingotti, gettati nel forno foderato da un rivestimento di scorie, vi erano anzitutto portati a un’altissima temperatura. Per ottenere del 105


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ferro si sarebbe iniziato a rimestare la ghisa, sino a farla divenire pastosa. Per ottenere l’acciaio, questo carburo di ferro, così simile e tuttavia, per le sue proprietà, così diverso dal suo congenere, si attendeva che la ghisa diventasse fluida e per ottenere ciò, bisognava aumentare ancora la temperatura nei forni. Il puddellatore, quindi, con la punta del suo gancio, impastava e rimestava in tutti i sensi la massa metallica; la girava e rigirava dentro la fiamma; poi, quando, mescolandosi con le scorie, raggiungeva un certo grado di resistenza, egli la suddivideva in quattro blocchi o “masselli” spugnosi, che spingeva, uno ad uno, verso i martellatori. Era al centro della navata che si svolgeva l’operazione. Di fronte ad ognuno dei forni, un maglio, messo in movimento dal vapore di una caldaia verticale, alloggiata nel camino stesso, era governato da un operaio fucinatore. Armato da capo a piedi di scarpe e bracciali di lamiera, protetto da uno spesso grembiule di cuoio, mascherato con una rete metallica, questo corazziere dell’industria prendeva, con l’estremità delle sue lunghe tenaglie, i masselli incandescenti e li sottoponevano al maglio. Il massello era battuto e ribattuto sotto il peso di questo enorme peso, e, dentro l’esplosione di una pioggia di faville e schizzi, espelleva, come una spugna, tutte le impurità di cui si era impregnato”. La ferriera, l’acciaieria, la fonderia erano, quindi, l’inferno, dal quale nascevano la civiltà moderna e quasi tutto ciò che oggi ci vantiamo di poter utilizzare, come frutto del genio umano, avendo visto la nostra esistenza mutare straordinariamente in meglio, grazie all’acciaio, che ci porta all’ospedale in pochi minuti, che dilata le nostre coronarie, che ci fa attraversare l’oceano in qualche ora, che produce il panettone e gli antibiotici, che sostiene i grattacieli e la Tour Eiffel, che forma i ferri chirurgici salvando i nostri visceri, che perfora la terra, portandoci la benzina con la quale possiamo raggiungere i nostri figli ogni giorno.

Lavare i panni al fiume  Anche la nota canzone popolare alpina cita la figura della donna che lava i panni: “Me lo dai quel fazzolettino, te lo lavo nell’acqua di fonte, te lo lavo sulla pietra di marmo, ogni battuta un bacino d’amor. Te lo stendo su una rama di rose e solo l’amore lo potrà asciugar. Te lo stiro con il ferro a vapore; ogni pieghina un bacino d’amor”. Il lavoro della lavandaia, tipico impegno donnesco (ma non solo) ha sempre offerto 106


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qualche risvolto blandamente erotico, in quanto esibizione pubblica di un servizio femminile. Si conoscono anche insinuazioni audaci di stampo maschile riferite alla stimolante osservazione di donne ripiegate, che esibiscono le terga, in una posizione indifesa e involontariamente allusiva. “Scendono dalle viuzze piene di ciottoli – recita un anonimo testo siciliano – lasciando le case di pietra del paese, ragazze ed anziane con le ceste piene di panni sulla testa per sciacquarle nell’acqua della fiumara. Ride nel sole l’acqua canterina che trastulla il cielo e le fronde capovolte, mentre muove anche i mulini, irriga i campi e gli orti dei baroni. È limpida la giornata, ma la fatica è amara e mentre qualcuna mette un lenzuolo nel fondo del fiume le altre si alzano le vesti sulle ginocchia e attirano pensieri vogliosi, s’inginocchiano muovendo i fianchi vanitosi”. Anche “la bella che va al fosso a resentar”, della canzone popolare lombarda, avendo perso l’anello nell’acqua del fiume, chiede aiuto al pescatore, promettendo, in cambio del recupero del piccolo monile, “di andar con lui sui monti a fare l’amor”. Il gruppo di donne al lavoro, spesso in assenza di qualunque presenza maschile, ha inoltre sempre indotto il pensiero che in quei gruppi, fatti di femminilità privata, ci si abbandonasse a discorsi di inconfessate pulsioni amorose ed erotiche, così come si usava pensare della vita delle mondine delle risaie. La comunità femminile isolata, quasi costretta in un reclusorio, faceva immaginare l’espandersi di sessualità prorompenti, lascive e persino aggressive, capaci di adescare con sfacciataggine i maschi di passaggio. La sapidità era sempre accentuata dalla volgarità che derivava dall’estrazione sociale di quelle donne. Non a caso il termine lombardo di laandéra e quello romanesco o calabrese di 107


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lavannàra stanno anche ad indicare una donna dai modi triviali, soprattutto nel linguaggio. Così recita, a proposito, un sonetto di Gioacchino Belli, del 1843 dedicato alla “Lavannara zzoppicona”: “Voi me guardate ste scarpacce rotte: eh, ssora sposa mia, stateve zzitta che cciò un gelone ar piede de man dritta che nun me fa rrequià mmanco la notte. Io sciò mmesso ajjo pisto, io mela cotte, io sego, io pisscio callo, io sarvia fritta!... Mó nun ce spero ppiú, ssora Ggiuditta, sin che l’inverno nun ze va a ffà fotte. Disce: «E ttu nun girà». Bbelli conzijji! Sí, stamo a ccasa: eppoi? come se spana? Che abbusco? Un accidente che jje pijji? Ma ccazzo! A mmé cchi mme sce va in funtana? Chi mme ne dà ppe mmantené li fijji? Campo d’entrata io? Fo la puttana?”

Vi era pure qualche affinità con il mondo oscuro e morboso delle streghe. Dall’Inghilterra alla Provenza corre una variegata leggenda, delle “dame bianche”, che sono spesso identificate come lavandaie sinistre che, nelle notti di luna piena, lavano qualcosa di orrendo, apparendo agli uomini soli di passaggio e minacciandone la vita. Si dice che siano fantasmi di donne che ritornano per espiare peccati commessi in vita, spesso consistenti nell’uccisione dei propri bambini. Anche senza giungere a questa periferia del pensiero segreto, è reale la considerazione che la piccola comunità femminile, priva di un confronto censorio di maschi e autorità, si abbandoni ai propri sinceri impulsi, anche sentimentali. Il lavoro monotono e lento lascia libero il divagare della mente, negli spazi dei sentimenti. Il grande Giovanni Pascoli ha considerato anche questa piccola sfaccettatura del vivere, quando scrisse Lavandare: “Nel campo mezzo grigio e mezzo nero resta un aratro senza buoi, che pare dimenticato, tra il vapor leggero. E cadenzato dalla gora viene lo sciabordare delle lavandare con tonfi spessi e lunghe cantilene: 108


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il vento soffia e nevica la frasca, e tu non torni ancora al tuo paese!” Quando partisti, come son rimasta! Come l’aratro in mezzo alla maggese.”

Dall’immagine dell’aratro abbandonato, che contraddice la propria natura di utensile fattivo e operoso, emblema di un progetto frustrato e tarpato, si passa alla visione della piccola schiera di donne avvilite, che faticano emettendo un lamento musicale. E le due immagini si fondono: è la giovane lavandaia che unisce il mesto lavoro al mesto ambiente di vento, nebbia, grigiore e buio, di un autunno che fa cadere, come neve, le foglie, e al suo struggimento per un futuro interrotto dalla scomparsa dell’amato, che se ne è andato dalla sua terra e persiste nel non tornare. L’attività delle lavandaie è spesso stata vista anche con accenti di bozzetto arcadico. Il paesaggio di prati e alberi che includesse un fiume difficilmente si asteneva, già nel Settecento, dall’includere, come nota di animazione leggera, l’immagine delle lavandaie, con i caratteri di garrula gioventù. Come nel caso delle mondine, il canto collettivo non faceva che sottolineare questa immagine edulcorata, fatta di femmine giovani e smaniose, che sublimavano, nello sbattere lenzuola sulla pietra, slanci amorosi che si esprimevano anche con la melodia. In realtà, anche i canti delle lavandaie seguivano il particolare ritmo del lavoro, nel quale gli sforzi in sequenza imponevano uno speciale andamento del respiro. Il risultato era, spesso, quello di un canto lamentoso e rallentato, che fa parte del patrimonio musicale popolare, ma anche di alcune creazioni ispirate al tema, come la bella canzone di Roberto Murolo sulle lavandaie del Vomero napoletano. Naturalmente, il lavoro della lavandaia era anche pesante e, come tale, citato nella letteratura delle fatiche sociali, nonché della medicina. Le mani, spesso affondate nelle acque fredde, erano soggette ai geloni. Chi lavava la biancheria sul 109


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fuoco con il ranno le mani le aveva bollite. Molti ricordiamo il “ginocchio della lavandaia”, la patologia citata in ogni vecchio manuale di clinica, che consiste in una borsite causata dalla persistente pressione sull’articolazione dovuta al continuo inginocchiamento. Proprio l’inginocchiamento costituiva la più frequente posizione della lavandaia, se si tralascia l’assetto consentito dai lavatoi pubblici, che, in contesti urbani, consentivano alla donna di stare in piedi, poiché erano predisposti parapetti e piani di lavaggio ad altezza della vita. Ma, tradizionalmente, le donne si dovevano chinare sulle rive di fiumi, rogge, ruscelli, appunto inginocchiandosi, per poter calare i panni nell’acqua che scorreva naturalmente a livello della riva. Era quello “sciacquare i panni” cui si riferisce anche il Manzoni, riferendosi all’Arno e al suo metaforico educarsi alla buona lingua italiana. Quell’accucciarsi comportava che le ginocchia affondassero nella melma, o nell’acqua, poiché non poteva esistere un dislivello rispetto all’acqua, il che avrebbe comportato troppo pesanti sforzi in tutte le altre operazioni del lavaggio. Per attenuare gli sforzi sulle ginocchia era stato inventato uno dei pochissimi attrezzi di cui si avvalevano le lavandaie: una sorta di elementare inginocchiatoio, una mezza scatola di legno, entro la quale si posavano le ginocchia, talora un poco imbottita, magari solo di paglia. Lo stare inginocchiate rendeva le lavandaie anche vagamente pie e non a caso la loro santa patrona era nientemeno che Santa Veronica, colei che con il panno asciugò il volto sofferente del Cristo, ricevendone la perenne impronta. La biancheria era poggiata su rudimentali cavalletti in legno, che erano sistemati presso il fiume, prima di essere lavata, ma soprattutto dopo, perché non si sporcasse. Un altro elementare oggetto delle lavandaie, anch’esso di legno, era costituito da una breve asse di legno sostenuta da due sole gambe, ad un’estremità, che, poggiata sulla riva del fosso, assumeva la posizione inclinata, adatta all’appoggio dei panni, riversi sull’acqua. Distintiva era, poi, una sorta di paletta, utilizzata anche come simbolo grafico di riconoscimento, quando si trattasse di indicare sinteticamente il lavoro della lavandaia. La paletta, naturalmente di legno, era impugnata per battere i panni, soprattutto per farne uscire l’acqua quando si trattava di iniziare quel faticoso cammino tecnico che doveva riportare il tessuto, da intriso d’acqua com’era, quando era necessario lavare e sciacquare, allo stato asciutto, nel quale i panni dovevano essere restituiti ai 110


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committenti. I tessuti bagnati hanno un peso enormemente superiore a quello che essi hanno quando sono asciutti. Per spremere l’acqua dai lini li si batteva e poi, aiutandosi in due, spesso li si attorcigliava fino a farne un cordone a tortiglione. L’acqua ne era espulsa sino all’ultima goccia, ma, infine, il riportare a casa i panni era comunque un’impresa di grande fatica. Le molte immagini artistiche a sfondo sociale, rappresentavano proprio la fase del trasporto dei grandi nodi di biancheria, portati sulle spalle o sulle tipiche carriole, senza sponde. Una relazione amministrativa comasca, di inizio Novecento, valutava che, mediamente, una lavandaia, lavasse circa 125 chili di biancheria al giorno e quei chili, inoltre appesantiti dall’acqua, bisognava trasportarli. Un altro oggetto caratteristico delle lavandaie era la cesta di vimini, entro la quale le donne ammucchiavano la biancheria. Quando, a sera, le lavandaie lasciavano la riva dei fiumi dovevano caricarsi sulle spalle i cumuli di pesante tessuto, magari trattenendo per mano un bimbo, che si erano dovute portare appresso, come raffigura un celebre quadro di Honoré Daumier. Esiste anche uno splendido dipinto di Jean François Millet, del 18531855, che raffigura la scena conclusiva di una giornata di lavoro delle lavandaie. Una donna aiuta la compagna a caricarsi sulle spalle la massa di pesante biancheria, sulla riva del fiume, dove, sui cavalletti, molti grovigli di lini ancora attendono di gravare sulla schiena delle stanche lavandaie, che ancora si apprestano ad un ultimo sforzo. Il cielo è bruno e dorato per il tramonto. Un’altra giornata di sacrificio si avvia verso la fine, introducendo ad un eguale domani. Il lavoro delle lavandaie era spesso svolto attraverso una mediazione di operatori che si trattenevano una parte del già magro guadagno. Questi fornivano talora qualche mezzo di produzione, come il sapone, ed era un’occasione per sottrarre ulteriore denaro alla povera lavoratrice. Spesso la prestazione della lavandaia aveva un ciclo molto più ampio del solo lavaggio al fiume. Iniziava con il prelievo della biancheria a domicilio, come spesso avveniva presso famiglie benestanti, e si continuava con la preparazione del ranno, liscivia, quella elementare mistura di acqua calda e cenere, che risultava poi efficace per la sbiancatura dei panni. Abbiamo raffigurazioni pittoriche di questi antri fumosi, fra pentoloni bollenti, pavimenti bagnati e vapori nebbiosi nell’aria chiusa. Bisognava poi portare i cumuli di panni là dove si potevano asciugare. D’estate 111


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l’operazione era relativamente semplice, poiché bastava trovare un prato, dove stendere la biancheria, che poteva anche essere appesa a fili tesi. Il problema era serio, invece, durante l’inverno. Vi era poi la possibile conclusione della stiratura, che, però, era spesso affidata ad altre lavoratrici. Il lavoro delle lavatrici, che continuò a svolgersi, dopo circa 800 anni, anche nei primi decenni del Novecento, si praticava anche nelle città, dove frequentemente si trovano ancora strade intitolate alle lavandaie. Tipiche strutture cittadine furono i lavatoi, che surrogavano i fiumi, peraltro ancora utilizzati, là dove esistevano scoperti anche in ambiente urbano, sino alla metà del secolo scorso. Inizialmente, nelle città, si usarono le fontane e spesso, attorno ad esse, si creavano conflitti fra i vari utenti, compresi gli animali, che alle stesse fontane, si abbeveravano. Le fontane vennero perciò costruite con due vasche. I crocchi di lavandaie assiepate sui bordi delle fontane cittadine creavano una scena sfruttata anche dall’ironia e dalla satira. Lo scambio di chiacchiere era inteso come una sorta di gazzetta popolare, fatta di pettegolezzi e notizie, di banalità e saggezze, di collaborazione e di litigi. I lavatoi cittadini, che furono un’evoluzione specialistica delle fontane, erano costituiti da vasche rettilinee dotate, sul parapetto, di un piano inclinato verso la vasca. Spesso erano coperti con un tetto e forniti di acqua corrente, tramite acquedotto. In Brescia si ricorda, a fine Ottocento, la costruzione di un lavatoio d’avanguardia: ad acqua calda. Poco oltre la metà del XX secolo il mestiere della lavandaia si esaurì, lasciando solo qualche vago ricordo toponomastico, qualche nostalgia e anche un monumento, a Lucca. Gli acrobati dell’edilizia   Il lavoro in edilizia è stato uno dei più pericolosi, da secoli, forse millenni. La costruzione edile è una meditata lotta contro un avversario potentissimo, intorno al quale, nel senso letterale del verbo, “gravita” l’intero universo: la forza di gravità. Tutta la tecnica del costruire edifici è imperniata sul contrasto a questa forza, che preme senza sosta per portare ogni oggetto alla quota più bassa possibile, in condizioni normali identificata con il suolo. Se l’edificio deve costituire un involucro per gli uomini, chiuso quindi su lati, ma, soprattutto in alto, i materiali debbono essere sostenuti per non cedere alla gravità e precipitare, annullando la costruzione e uccidendo coloro 112


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che stanno al di sotto. Lo sforzo per portare i materiali a quote più alte di quelle iniziali ha sempre costituito uno dei problemi importanti dell’edificare. Ma non minore è sempre stata anche la questione del fissare in modo stabile quei materiali, in modo che non potessero cadere, togliendo appoggio ai materiali superiori e quindi provocando la distruzione dell’intero edificio. Nella fase di cantiere i materiali, che sfidano la forza di gravità, sono spesso in equilibrio precario e minacciano di cadere ancora prima di essere collocati nella loro posizione definitiva. Ma, essendo un edificio basato sull’elevazione sopra il suolo, anche chi lavora in quell’opera rischia di cadere a terra. Le forme di un edificio in costruzione sono spesso irregolari e prive di protezioni e il rischio di precipitare, per un operaio, un tecnico, un visitatore, è elevato. L’edilizia ha sempre richiesto un pesante tributo di vite umane, anche dopo la rivoluzione industriale e ancora oggi si pone fra gli ambienti più rischiosi per l’incolumità dei lavoratori. Non vi sono molti dati sulla situazione antica di questi rischi, ma è presumibile che, dalle piramidi egizie alle cattedrali gotiche, i massi di pietra e le travi di legno siano stati ampiamente macchiati dal sangue umano. Molti fattori hanno portato a questo carattere drammatico dell’edilizia, ma certamente una componente aggiuntiva sopravvenne quando le tecniche ingegneristiche iniziarono ad includere, nell’Ottocento, l’uso delle strutture in ferro. Fu importante l’esilità del telaio portante, molto diverso dalla massiccia composizione delle tradizionali strutture, costituite da muri ravvicinati e da una trama di supporti molto fitta e spesso massiccia. Le murature erano di forti spessori e le lamine di copertura erano continue. Le strutture con nervature in ferro, che videro la luce a partire dalla fine del Settecento, ma presero piede solo verso la metà del XIX secolo, instaurarono, invece, cantieri costituiti da esili aste di metallo, saldate le une alle altre, in una sorta di maglia, nella quale i fori, gli spazi vuoti si erano espansi a dismisura, riducendo la materia delle strutture portanti ad una scheletrica intelaiatura. I lavoratori si trovarono, molto più che in passato, a doversi destreggiare su appoggi molto esili, che potevano giungere a divenire profilati e funi sulle quali l’ex muratore doveva trasformarsi in un acrobata, come fosse un ginnasta che oscilla sulla “trave” o volteggia sul filo, come un acrobata dei circhi equestri. Inoltre, se è pur vero che per 113


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perdere la vita può bastare la caduta dall’altezza di due metri, subentrava la scalata dei nuovi edifici ad altezze sempre più spinte, proprio consentite dalla leggerezza delle strutture a telaio e dall’elevatissima resistenza delle pur snelle aste d’acciaio. Gli operai costruttori si trovavano, perciò, spesso ad altezze vertiginose, poggiando i piedi su un profilato largo venti centimetri e avendo il vuoto tutt’intorno. Vi era una qualche affinità con i costruttori delle case in legno o delle navi e, non casualmente, il costruttore delle strutture in ferro si chiamò, come il suo predecessore, “carpentiere”. I carpentieri delle strutture in metallo, prima la ghisa e poi l’acciaio, dovevano possedere una stabilità d’equilibrio elevatissima, anche perché, per quel misto di spavalderia e di necessità che spesso caratterizzava la prestazione di lavoro maschile, quasi dovesse includere l’esibizione di un virilismo sprezzante e guerriero, gli spostamenti sulle travi del traliccio metallico avvenivano senza ancoraggi di sicurezza. Le nuove strutture, che inclusero successivamente anche il cemento armato, abbastanza simile al ferro nelle caratteristiche reticolari, imponevano simili rischi anche ai manutentori: verniciatori, sostitutori di lampade, elettricisti, falegnami. Valgano, per tutte le molte situazioni, l’esempio della Tour Eiffel e il lavoro sui grandi tralicci per i cavi ad alta tensione, ma abbiamo presente anche, perché visto in mille film americani, l’equilibrismo da vertigine dei lavatori di vetri appesi a fili sulle pareti a strapiombo dei grattacieli. Le vecchie impalcature senza parapetti accomunavano, con diversi gradi di rischio, gli intonacatori, pittori, che ne potevano usare di basse e mobili, come i trabattelli, all’interno dei singoli vani, muratori e carpentieri, che si arrampicavano su quei reticoli di legni e assi, avendo qualche affinità con i marinai, usi a salire su reti di corde tese fra ponte e alberi, nell’intrico delle vele. Molti lavori implicano l’operare in condizioni ambientali insolite, anche difficili e pericolose, ma la 114


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condizione equilibristica dell’operaio nell’edilizia è una delle più antiche. Anche prima delle strutture reticolari moderne, le traballanti impalcature di legno costituivano un telaio per esercizi ginnici da scoiattoli o da ragni pazienti, gravati da pesi. Il formicolare di muratori sulle griglie di ponteggi era l’immagine del cantiere edilizio tradizionale. Uomini con secchi di malta sulle spalle, appostati accanto a verricelli che sollevavano grandi vassoi colmi di mattoni, tesi nella trazione di funi appese a carrucole, sbucavano a sbalzo da questa sorta di immenso favo di api. È l’immagine che appare nelle numerose raffigurazioni antiche della mitica costruzione della Torre di Babele. Su quei tralicci di legno (di bambù in Oriente), spesso con aste collegate fra loro semplicemente con legacci di funi, si inerpicava una moltitudine di operai. Vi è una miniatura cinquecentesca nella quale si vede un operaio precipitare da un’impalcatura, durante la costruzione della Torre di Babele. Spesso, si trattava di impalcature sporgenti a sbalzo dalle murature. L’edilizia è sempre stata, e ancora, in parte, è, un settore di primo impiego per lavoratori provenienti dalla più totale estraneità a quel settore produttivo. Spesso quello del manovale, o anche del ragazzo aggregato al cantiere in minore età, era il primo lavoro per contadini che si trasferivano in città, per incompetenti e imprudenti involontari, e, oggi, per immigrati senza protezione, senza professionalità e, spesso, senza possibilità di scelta. Quel castello di travi, pali ed assi era lo scivoloso “quadro svedese” nel quale gli acrobati potevano perdere la presa o nel quale il piede poteva scartare nel vuoto. I grandi lavori ottocenteschi e del primo Novecento, quando cemento armato e acciaio erano ancora nella loro infanzia, costituirono tuttavia la fase più alta della prestazione lavorativa basata sull’audacia. Gli specialisti di azioni ardite erano guardati con ammirazione dai compagni di lavoro e il cantiere delle strutture in ferro era una grande palestra per simili performance. La prestazione individuale poteva essere esemplare, sia nel risolvere problemi tecnici, sia nel soccorrere compagni in difficoltà. Erano situazioni che si potevano presentare anche fra palombari, fra minatori e pompieri. “Bisognava infilare una trentina di bulloni fra due poutrelles a sbalzo nel vuoto – scriveva un brano giornalistico del 1906 – e qualcuno doveva spingersi sino all’estremità delle strutture. Si era al quindicesimo piano e sotto, molto sotto, scorrevano carrozze 115


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e tram, come formicole ubriache. Per ragioni di abilità personale e anzianità, toccava ad Alfred provvedere al lavoro. Infilò a tracolla la bisaccia di cuoio, gonfia di bulloni, di dadi e di due chiavi inglesi molto pesanti. L’estremità della trave era a circa cinque metri. “Metti una corda”, gli disse per l’ultima volta un giovane compagno, porgendogli il capo di una grossa fune. “Non c’è bisogno”, borbottò bruscamente Alfred, girandosi dall’altra parte. Era un uomo alto, dalla pelle scura, con forti sopracciglia e vaste rughe profonde. Teneva sempre il cappello, calcato sulla fronte, con le tese ripiegate in alto, salvo che sul davanti, dove rimaneva una sorta di visiera. Il sole delle due pomeridiane batteva pesantemente e il bruno acciaio della trave scottava. Alfred guardò diritto davanti a sé e mosse il primo passo su quella sorta di trampolino sul baratro. Poi il secondo e, con sicurezza pesante, il terzo e quindi il quarto passo. Poi si fermò e lentamente, ma con una inaspettata elasticità, data la sua mole, si inginocchiò. Rimase un attimo fermo in quella posizione, sempre guardando davanti a sé, come per un attimo di preghiera. Quindi chinò il capo per guardare in basso. Si sfilò la borsa, che depose davanti a sé, spingendola un poco oltre. Dopo un attimo fletté il torso in avanti ponendo la faccia quasi a contatto con il piatto del profilato, mentre rannicchiava le gambe avvolgendo la trave sotto di sé, che ora tratteneva, come fa un bambino con un puledro che non sa montare. Era una posizione goffa, che contrastava con la severità della figura di Alfred. Poggiando la guancia sulla borsa, ne estrasse una chiave inglese e un bullone, che infilò nel primo foro, appena oltre la bisaccia. Quindi infilò la mano ancora ed estrasse, con la sinistra, un dado, che portò sotto l’ala del profilato e della piastra che era poggiata sulle due travi. Muovendo lentamente la mano destra, che impugnava la chiave, e agganciata la testa esagonale del bullone, iniziò a ruotare la chiave inglese, per serrare la presa. La mano sinistra afferrava l’ala della trave ad ogni colpo che la destra dava ruotando il grosso perno di ferro che cuciva i due pezzi. Dopo venti minuti Alfred era ancora lì, bocconi, con tutto il viso madido di sudore, sotto il sole cocente. Intorno era il più totale silenzio dei compagni. Si sentiva solo il cigolìo ruvido del ferro che sfregava contro il ferro”. Più che ad un lavoro edile sembra di assistere ad un thriller, dove il protagonista sta disinnescando una bomba.

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Pompieri: i salvatori  In Alto Adige la statua di San Floriano è ovunque: nelle chiese e sugli affreschi delle case, sulle fontane e nei municipi. San Floriano è raffigurato in assetto da soldato romano, mentre con una mano alzata trattiene un secchio colmo d’acqua, che riversa su un modellino di casa in fiamme. In luoghi dove il legno è di casa e la casa è di legno, non si può che privilegiare un santo che spegne gli incendi. E giustamente romano è il personaggio, che, oltre l’ascendenza martirologica, evoca la più antica citazione di un’organizzazione civile che includesse anche un gruppo di persone addette al controllo dei fuochi nelle città e quindi anche sorvegliasse, prevenendo e poi intervenendo, gli incendi. Si attribuisce all’imperatore Augusto la decisione di istituire in Roma la Militia vigilum, dei vigilanti sugli incendi. Il provvedimento non impedì che Roma, qualche decina di anni dopo, nel 64, essendo imperatore Nerone, fosse divorata da uno dei più famosi incendi della storia. D’altra parte le città antiche, in gran parte costruite con legno e paglia, erano ripetutamente soggette agli incendi, alcuni dei quali furono devastanti, come in Londra, nel 798, nel 982, nel 989, per finire nel terribile incendio del 1666. Ma ricordo anche la recente Chicago del 1871, dove il disastro provocato dal fuoco, durato tre giorni, interessò sei chilometri quadrati di città, provocando centinaia di morti. Tentativi di rimedi organizzati furono tuttavia rari. Spesso ci si affidava alla collaborazione estemporanea dei cittadini solidali, con i secchi d’acqua passati di mano in mano. I più coinvolti, per obbligo incluso nello statuto della loro corporazione, erano i brentatori medievali, i quali erano dotati di un attrezzo importante, benché normalmente usato per tutt’altro. I brentatori, detti anche, in alcune aree italiane, brentari, possedevano la brenta, un ampio recipiente, piuttosto stretto e alto, di sezione approssimativamente circolare, ma schiacciata, costituito da doghe di legno, che essi portavano sulle spalle, trattenendolo con spallacci. Il recipiente era normalmente usato per il trasporto del vino, ma, alla bisogna, risultava essere particolarmente adatto anche a trasportare notevoli quantità d’acqua, appunto in caso di incendi. Circa le forme più antiche di organizzazione di vigilanti sugli incendi si ricorda, in Parigi, il provvedimento del re francese Luigi IX, nel 1254, ribadito poi da Filippo il Bello, con il quale si costituiva un corpo di ronde che percorrevano le vie cittadine, di notte, per provvedere in ogni 117


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caso di accenno di incendio. In Italia si ricorda un Corpo della guardia del fuoco, istituito in Firenze nel 1334, che doveva seguire le prescrizioni previste da uno specifico statuto, il De modo et forma extinguendum ignem in civitate Florentiae. Unitamente all’organizzazione degli operatori si andò, molto lentamente, evolvendo anche la messa a punto di strumenti adatti allo spegnimento degli incendi. È ricordata la prima costruzione di una manica per condurre rapidamente acqua, in cuoio con raccordi metallici, messa a punto dall’olandese Jan Van der Heyden, nel 1672. Nel 1725, invece, fu costruita, dall’inglese Richard Newsham, la prima pompa a mano, che fu all’origine della diffusa denominazione degli addetti alle operazioni antincendio, i pompieri. La pompa poteva attingere da fossi o fontane e, grazie alla continua pressione esercitata da uomini sulle leve opposte, lanciare un getto d’acqua verso le fiamme. Le pompe sarebbero state, in seguito, azionate da motori a vapore e poi a scoppio, mentre un passo successivo fu la costruzione di veicoli, prima a cavallo e poi a motore, che portassero con sé anche la riserva d’acqua necessaria, almeno, al primissimo intervento. Inizialmente si trattò di botti caricate sul carro, poi di maggiori serbatoi, sino alla costruzione del veicolo, che dalla botte originaria prende il nome, autobotte, perfezionato con l’aggiunta della pompa, per cui il veicolo finì per chiamarsi autopompa. Circa la definizione ufficiale di un’organizzazione pubblica non si può dimenticare la Francia di Napoleone che istituiva il primo battaglione di Vigili del fuoco, nel 1811, chiamandoli, sapeur pompier, dal nome dei guastatori del genio civile militare, gli scavatori di trincee, i “sapeur”. Negli stati preunitari italiani il modello francese fu preceduto da iniziative dei Borboni, che istituirono a Napoli, nel 1806, un “Corpo dei genieri pompieri”, e dal Papa, che costituì una simile struttura a Roma nel 1810. In Firenze l’antico corpo antincendio fu aggiornato nel 1809 con la denominazione di “Compagnia dei pompieri”, mentre la Milano napoleonica riprendeva la formula francese, dando vita, nel 1811, alla propria “Compagnia di zappatori pompieri”. Nel cuore di quello che diventerà lo stato italiano, il Piemonte, il re Vittorio Amedeo, l’anno 1786, individuava i responsabili dell’azione antincendio, regolamentandone le mansioni e i modi di intervento. In seguito, nel 1824, Carlo Felice istituì la “Compagnia guardie a fuoco per la città di Torino”. L’Unità d’Italia non comportò un’unificazione dei 118


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vari corpi di pompieri, che rimanevano frutto di iniziative e gestioni municipali. Solo si registra una sorta di associazione di moltissimi corpi cittadini, che si riunirono nella “Federazione nazionale dei pompieri italiani”, mentre, nel 1885, fu reso omogeneo sul territorio nazionale il tipico colore rosso dei mezzi dei pompieri, con splendide finiture in coloro oro, dominate dalle molte porzioni in ottone, che erano accuratamente tenute lustre. Fu nel corso del secondo Ottocento, e del primo Novecento, che si costruì l’immagine sociale e anche mitica del pompiere. In una civiltà sempre più tecnologica e settorializzata, con gli uomini nerboruti appartati in fabbriche, campi e nell’esercito, rimanevano, nella società civile, quasi solo commercianti, borghesi in bombetta e gracili impiegati di banca. L’unica figura presente nella potenziale vita quotidiana, che avesse le caratteristiche dell’antico cavaliere, altrettanto prestante e coraggioso, era il pompiere. Pronto a soccorrere le persone in pericolo, era l’incarnazione di Parsifal e Lancillotto, e lo sarà di Superman e dell’Uomo ragno. Il grande risalto dato, nel citato periodo, ai diffusi incendi di teatri, esalterà la figura del pompiere, come salvatore di ragazze in crinolina, prese necessariamente, ma anche audacemente, in braccio, per essere portate, magari lungo altissime e oscillanti scale, in salvo. Vi era spazio per fantasie che trasformavano signorine e pompieri in principi e belle addormentate nel bosco, Biancaneve o Raperonzole. Il giovanotto aitante, con l’elmo in testa, i baffi a mezzaluna eretta e la scure nella cintola assumeva l’aspetto del guerriero civile, a disposizione dei privati cittadini e sogno delle giovani in attesa di fidanzati. Il fulmineo carro rosso, che sfrecciava nelle strade, al grido dello scampanio scintillante della cloche 119


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luccicante stava divenendo un archetipo metropolitano dell’eroismo. Non vi fu giornale illustrato che perdesse la sia pure minima occasione per celebrare le imprese delle squadre di soccorso, in caso d’incendio. La successiva espansione delle competenze di intervento, dilatate a varie calamità pubbliche, dalle alluvioni ai terremoti, così come a piccole pene familiari, come quella del gattino arroccato sull’albero, ispessì la statura civica e morale dei pompieri nell’immagine che di essi si formò l’opinione pubblica. La pericolosità del mestiere, confermata dai non infrequenti incidenti, che causavano ferite e morti fra gli eroi salvatori, rendevano il pompiere un eroe-atleta non solo nell’immaginario collettivo, ma anche nella concretezza delle azioni reali, non casualmente ricoperte di medaglie al valore e al merito civile: 13 sullo stendardo nazionale italiano, dal 1949, di cui dieci d’oro e tre d’argento. Soprattutto in zone alpine, infine annesse allo stato italiano, come l’Alto Adige, dove, come accennato, i boschi, il legno, le segherie, le case, le stalle erano a stretto contatto con il rischio incendio, il corpo dei pompieri era inteso come istituzione basilare della comunità. Il Corpo dei pompieri rispondeva con un fitto dialogo, nel quale entravano, ed entrano, le feste organizzate annualmente dai civici corpi dei pompieri, che, fra birra e balli, attirano sempre grandi folle di residenti e turisti. Il corpo dei pompieri oscillò, e non solo in Italia, fra carattere militare e civile, integrato dalla partecipazione dei volontari. I pompieri ebbero anche l’onore, almeno in Lombardia di rientrare in una canzoncina di ampia diffusione, come quella che esalta i pompieri di Viggiù, il paese presso Varese, i cui pompieri “quando passano i cuori infiammano”, un po’ venendo meno al loro compito, che non è proprio quello di infiammare. Il mondo dei pompieri era entrato nella fantasia positiva della gente, che ammirava anche tutte le attrezzature che i pompieri usavano, a partire dal curioso palo per la rapidissima discesa da un piano all’altro della caserma, un’invenzione statunitense del 1878. Attiravano anche le scale montabili fino ad altezze impensabili e i teloni stesi lungo pareti di edifici o alla base delle medesime, per consentire quel gesto acrobatico della salvezza affidata ad un salto nel vuoto, ma con accoglienza predisposta. Attiravano i colori, non casualmente “fiammanti”, dei carri e degli elmetti, il grido delle campane e poi delle sirene, lo spirito altruistico dei protagonisti. Nel 1928 fu emanata una legge che prevedeva l’obbligo dei comuni, 120


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con popolazione superiore ai 40.000 abitanti, di dotarsi di un corpo di pompieri. La prima costituzione di un corpo nazionale dei pompieri si ebbe nel 1935 e, nel 1939, fu istituito il “Corpo nazionali dei vigili del fuoco”, che, come già deciso nel 1938, abbandonava il tradizionale nome di pompieri, ritenuto, giustamente, di origine non italiana. I Vigili del fuoco furono assimilati ai militari e assumevano decisamente il carattere di una realtà statale, omogenea e dipendente dal Ministero dell’interno. Il decreto iniziale fu convertito in legge nel 1941. Il vigile del fuoco romantico, che fu anche oggetto, in Francia, dell’ironia verbale che condusse alla denominazione dell’ “Art pompier”, la corrente accademica e retorica della pittura francese nel secondo Ottocento, è passato, nei decenni più recenti, ad un’immagine più severa e sobria, pur non perdendo un fascino che ha motivato numerosi film e un diffuso gradimento anche presso i bambini, come mostrano i numerosi giocattoli basati su modellini di autopompe, autoscale e altri mezzi dei Vigili del fuoco. La figura del Vigile del fuoco mantiene sempre il fascino del campione eroico, che, come il carabiniere delle copertine della “Domenica del Corriere” e come il firefighter della New York del 2001, salva e soccorre, sui tetti in fiamme, nel Polesine allagato, fra le macerie dei terremoti e nel terrore delle Twin Tower dell’11 settembre.

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Quando fumavano le ciminiere  Aspetti dell’archeologia industriale nell’area bresciana di Gigi Bellometti1

Cosa vuol dire oggi parlare di archeologia industriale? Del patrimonio storico di opifici in stato di abbandono e destinati all’oblio e all’estinzione? Di aree ex industriali dismesse da anni e da recuperare con nuova destinazione d’uso a volte con finalità speculative? Di luoghi della memoria collettiva autentiche “cattedrali del lavoro” dove la cifra sociale del lavoro umano di generazioni di lavoratori e lavoratrici fu sinonimo di fatiche, di sfruttamento, di subordinazione e di lotta per i diritti? Di luoghi testimonianza di quella lontana stagione del carbone e del ferro, del vapore e delle ciminiere ove gli intensi processi di trasformazione fine ottocento produssero quel rapporto uomo-macchinasocietà che segnò più di un secolo della nostra storia? Tutto questo ed altro! È inutile negarlo. Diventa perciò utile un percorso a ritroso, attraverso quel passato, per comprendere meglio un mondo produttivo complesso ed articolato, di uomini e di donne, di lavoratori ed imprenditori, di opifici, di macchine per produrre ed innovare. Nell’arco di un secolo il territorio della Provincia di Brescia muterà fisionomia divenendo soggetto di uno sviluppo industriale di indiscussa portata. Da un’economia prevalentemente agricola prese corpo il decollo industriale. Attraverso contributi di cronache dell’epoca, con documentazioni e saggi di valenti studiosi quali Carlo Cocchetti, Arnaldo Gnaga, Alfredo 1

Architetto, giornalista, esperto di grafica e fotografia, ha realizzato numerosi lavori fotografici sui temi dell’architettura, della realtà industriale e degli aspetti sociali “Cattedrali del lavoro. Opifici nel paesaggio industriale bresciano”, “Santuari del viandante. Santelle e religiosità popolare”, “Baluardi di pietra. Castelli, rocche fortezze”, “Elogio della fatica. La ricostruzione edilizia post-bellica nel bresciano”, “Nuove presenze. Migranti nel territorio bresciano”.

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Gigi Bellometti

Giarratana, Gabriele Rosa, Antonio Sabatti, per citarne alcuni, si delinea un quadro eloquente dei complessi industriali che man mano trasformarono il territorio bresciano in modo irreversibile, compenetrandosi con il paesaggio, apportando peculiarità diverse: la loro storia, la tecnologia, l’urbanistica e tradizioni antiche del lavoro e della vita sociale. Sono aspetti raccontati in un mio volume fotografico di alcuni anni fa dal titolo “Cattedrali del lavoro nel territorio bresciano” dove le immagini, con il loro forte impatto, si sostituiscono alle parole muovendosi sulle tracce di testimonianze offerte da un patrimonio storico architettonico in gran parte ancora esistente nella nostra provincia. “Sono tante le ragioni e i motivi che mi hanno portato a realizzare questo lavoro – preciso nella presentazione del volume – certamente la prima si riferisce alle mie radici, al mio vissuto, al rapporto che ho sempre avuto con i luoghi di produzione e con la fabbrica. Un vissuto che intreccia esperienze di lavoro nel mondo operaio, di studio e di impegno sociale nel sindacato”. Non solo, l’idea di un volume fotografico nasceva dalla ragione-forza di fermare con le immagini, per la nostra memoria, il segno eloquente di una storia sociale umana che va disperdendosi nella frenesia “post-industriale”. Le altre ragioni, che in seguito sono descritte, erano legate al bisogno di conoscere a fondo e vedere dal vivo quel che restava di filande, di ferriere, di mulini, di forni fusori, di fornaci, e di ciminiere; insomma gli opifici nei quali dal decollo industriale si sono consumate generazioni di lavoratori in una storia di fatiche, di sofferenze, di precarie condizioni di lavoro, di conflitti e contrapposizioni fra le parti ma anche di crescita di conoscenze, di solidarietà e di consapevolezza personale. Storia di lavoro…..storia delle classi subalterne e del pionierismo industriale, storia del nostro territorio bresciano. 123


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Questo è quanto…. anche se in queste mie peregrinazioni tra antiche memorie di muri cintati dal filo spinato e ciminiere in cotto consumate dal tempo, mi sono accorto di quanto fosse difficile, se non impossibile, rappresentare con le immagini l’aspetto sociale che trascende da questi opifici; appunto la fatica del lavoro umano con la vita di fabbrica, i ritmi, la disciplina, la precarietà del posto e il sibilo della sirena, simbolo di quel tempo industriale. Monumenti al taylorismo…. laiche cattedrali del lavoro e della fatica da non confondere con il termine coniato, a ragione, da Don Sturzo nel 1958 di “cattedrali nel deserto” per indicare grandi e costose imprese industriali generalmente a carico dello Stato, in zone considerate inadatte (nel caso specifico la Sicilia) in aree depresse inadeguate, antieconomiche e incapaci di dare avvio ad un reale processo di industrializzazione. Ma questo è un altro discorso! “Quasi a cogliere inspirazione e incitamento per il non facile nostro compito saliamo, o lettore, sul più elevato punto del Castello per abbracciare con uno sguardo quanta maggior parte ci è dato di vedere de la terra bresciana”. Con queste parole Arnaldo Gnaga – eclettico studioso e puntuale cronista degli aspetti produttivi della brescianità – introduce “La Provincia di Brescia e la sua Esposizione 1904” offrendo con questo saggio elementi utili per la conoscenza della dimensione produttiva, con una precisa elencazione, quasi un censimento, degli opifici allora esistenti. Lo sguardo del Gnaga “idealmente” immaginava di cogliere dall’alto tutta la terra bresciana. Dal suo osservatorio poteva notare la Brescia di allora. La Brescia del “mastro birraio Franz Wuhrer” che nel 1829 in Via Trieste fondò la famosa fabbrica di birra cittadina e quella della Ditta vinicola F.lli Folonari a Largo S. Giovanni dal 1873. I numerosi mulini ad acqua di macinazione del grano, sparsi intorno al capoluogo, rifornivano forni e pastifici. Il primo sorse nel 1862: è quello della premiata Ditta Cesare Rapuzzi di S.Eufemia, “....sorta sulla via di Rezzato” – scrive Arnaldo Gnaga nel 1904 – “è provveduta di moderno macchinario: impastatrice, torchio e tagliatrice”. In città, nuovi insediamenti produttivi si sostituirono alle attività proto-industriali: già nel 1863 “....fuori Porta Milano” l’attuale Comparto Milano, “accanto ad opifici minori ed a modeste abitazioni, era attiva l’Officina di costruzioni meccaniche Ceschina & Busi produttrice di macchine agricole ed industriali con i suoi duecento addetti”. 124


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Realtà industriale in continua crescita e sviluppo: intorno al 1890 si costituì la Tempini-Polotti e Parma che in breve tempo muterà denominazione in Metallurgica Tempini occupando circa quattrocento operai nella fabbricazione di granate, spolette e bossoli. Azienda che nel 1915, in un vorticoso crescendo per l’enorme richiesta di attrezzature belliche, raggiungerà la quota di ottomila addetti sui vari turni. Alla fine dell’Ottocento nacque nella stessa zona l’azienda del camuno Giulio Togni che si specializzò nella realizzazione di condotte forzate per le centrali idroelettriche. In seguito si trasformerà in A.T.B.. Dopo anni di abbandono oggi è il classico esempio di dismissione con nuova destinazione d’uso a centro commerciale noto con il nome di “Freccia rossa”. Negli stessi anni nella frazione S. Eustachio iniziò l’attività della Società anonima Brixia Zust, antesignana dell’industria automobilistica bresciana che assumerà, dopo la prima guerra mondiale, il marchio O.M., oggi IVECO, avviando la produzione di veicoli e di mezzi di trasporto che si affermeranno nel mondo. Con la trasformazione in fonderia – dove sorgeva una filanda – iniziò nel 1887 la storia di una delle più importanti imprese che caratterizzò il decollo industriale bresciano, quella dei Franchi e Gregorini, poi Stabilimenti S. Eustachio, per la lavorazione del ferro e della ghisa, attualmente ancora in attività dopo vari passaggi di proprietà. A Mompiano il Sig. Bartolomeo Facchi avviò nel 1856 una fonderia con tre forni fusori “cubilot” e una cinquantina di operai. “....Alcuni getti” scrive il Cocchetti “potrebbero gareggiare con quelli delle rinomate fonderie di Berlino”. Nel 1892 nasce la Camera del lavoro di Brescia, dopo cinque anni le imprese danno vita all’Associazione degli industriali. I cattolici nel 1901 si organizzano sindacalmente nelle Unioni. Negli stessi anni nasce la S.E.B. Società elettrica bresciana e subito dopo la Municipalizzata di Brescia. La città è in continua espansione, flussi d’inurbamento si riversano dalle campagne nel capoluogo sull’onda dell’offerta di manodopera da parte delle nascenti imprese. La città muta volto. Le mura storiche vengono demolite, nascono nuove strade e sono potenziate le infrastrutture. Le fabbriche lambiscono la ferrovia espandendosi nell’area periferica urbana fuori Porta Milano verso il Fiume Mella. La Stazione di Brescia costruita dal governo austrungarico nel 1852, rappresenta il 125


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collegamento ideale tra le grandi fabbriche e il territorio. Da Rezzato, importante centro estrattivo del marmo fin dall’età Romana, parte la ferrovia che collega i grandi opifici tessili di Bostone, Villanuova sul Clisi e Roè Volciano fino a Vobarno dove è attiva una ferriera che trasforma materiale ferroso. “È forse” scrive Luigi Testa nel 1868 “ilpiù antico stabilimento d’Italia, perché esiste fin dai tempi della Serenissima”. Infatti nel volume “L’età del ferro” di Marcello Zane si trova conferma che essa venne creata sulla preesistenza di una grande officina “...che già in epoca veneta forniva chioderie ed àncore all’Arsenale veneziano, rilanciata in anni successivi dall’intrapendenza del bresciano Giuseppe Ferrari e dal capitale di industriali e banchieri milanesi”. Dai Commentari dell’Ateneo di Brescia si ricava che ai primi del novecento la nostra provincia è percorsa da circa tremila chilometri di strade e che le linee ferroviarie e le tranvie raggiungono i quattrocento chilometri. Il collegamento della linea ferroviaria Brescia-Cremona, costruita nel 1865 consentirà ad importanti centri agricoli della bassa quali Bagnolo Mella, Manerbio, Pontevico ed altri uno sviluppo industriale che potenzierà imprese manifatturiere del settore serico, tessile, agroalimentare e caseario. Nel 1897 a Bagnolo nasce il Consorzio Agrario Cooperativo, prima azienda cooperativa in Italia a produrre perfosfati. Importantissimo il ruolo del Linificio di Pontevico che nel 1908 occupava seicento addetti alla filatura e sbiancatura del lino e della canapa, utilizzando prodotti in gran parte coltivati localmente. La ferrovia interessa anche Manerbio dove l’economia locale sarà permeata negli “anni 20” dalla dinastia laniera dei Marzotto, che subentrati al Lanificio Francese di Emilio Antonioli, realizzeranno nel paese un tardivo modello di villaggio operaio nella tradizione del “paternalismo” di stampo ottocentesco. Nel 1909 il secolare isolamento della Valle Camonica è superato con il completamento della strada ferrata della linea Iseo-Breno-Edolo. Anche il Gnaga, parlando qualche anno prima di questa valle ne mette in evidenza la situazione di svantaggio rispetto ad altre zone del bresciano con adeguati sistemi di collegamento. “Un inferiorità – dice – dovuta senza dubbio alla deficienza di rapidi mezzi di trasporto in confronto ad altre valli più vicine a Brescia”. Certamente si riferiva allo sviluppo della rete ferro-tranviaria nelle Valli 126


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Trompia e Sabbia. “....con il trasporto sulla ferrovia – si legge in una nota storica – si riducono di gran lunga i tempi di percorrenza:le diligenze a trazione animale da Brescia ad Edolo, novanta chilometri di distanza, richiedevano circa tredici ore di viaggio, con il mezzo ferroviario l’abbattimento dei tempi di percorrenza rientra nell’ordine del 70-80%”. Nessun dubbio sulla modernità ed il progresso che avanzano! Una Valle, la Camonica, si legge “terra di fucine e forni da fusione”. È nota la presenza della Tassara di Breno nel settore ferro-leghe, del Cotonificio di Francesco Turati nel Comune di Borno precisamente nella frazione di Cogno, e a Corna di Darfo dello stabilimento siderurgico di Agostino Bonara, ingegnosa figura scomparsa tragicamente, protagonista di quel lontano pionierismo industriale. Nativo di Sale Marasino avvia nel 1889 un’officina sperimentale all’avanguardia per la produzione di lamiere stagnate. Uno stabilimento considerato dagli storici dell’epoca – Alfredo Giarratana in testa – “secondo in Italia solo a quello di Piombino”. Gli affari non andarono bene. All’ingresso dell’ex fabbrica rimane una lapide a ricordarlo. “Il prodotto massimo della Valcamonica è il ferro – spiega la relazione di Giovanni Daponte nel 1803 – molte delle sue montagne sono doviziose di questo metallo….. le miniere sono di proprietà di vari privati cittadini ai quali parimenti appartengono i sette forni di fusione che si trovano nella valle”. “ Miniere, forni e magli – così si legge nella stessa relazione “Bienno ha varie fucine di riduzione, celebre per le sue manifatture di ferro, Malonno ha un forno da fusione dé più esercitati ed attivi… a Pisogne vi sono grandi forni da fusione quasi sempre attivi, più fucine da riduzione e varie cave di gesso e di pietra per le mole da macina”. Frammenti di cronaca del tempo che evidenziano la vocazione antica della lavorazione del ferro unita alla ricchezza di minerali, di cave e di legname. “I monti bresciani sono tra i più metalliferi d’Italia – scrive Gabriele Rosa nel 1887 per i Commentari dell’Ateneo di Brescia – segnatamente congiungenti le Valli Trompia e Camonica. Ferro spatico si trova a Pezzaze e Pisogne. Nei monti di Malonno e di Cevo appare il rame cadmio. Piombo argentifero vedesi a Provaglio, Barghe e si cavò specialmente a Preseglie e fra Pezzaze e Coi alle Zoie ,alla Torgola”. Le statistiche ministeriali del 1892 assegnano “cinquanta miniere alla 127


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Valcamonica e quaranta alla Valle Trompia, delle quali solo venti in esercizio”. Le miniere furono chiuse ed abbandonate una quarantina di anni fa, perché non più redditizie. Oggi nel Parco minerario della Valle Trompia sono state restaurate e aperte al pubblico due storiche miniere, la Marzoli di Pezzaze e la S. Aloisio Tassara di Collio. Un’importante proposta culturale e museale di memoria e testimonianza. Le condizioni di lavoro in miniera vengono puntualmente descritte da Carlo Cocchetti nel 1859: dall’orario di lavoro che, dalle sette ore dei primi del secolo, era stato portato a dodici ore, fino all’utilizzo di manodopera infantile che “….più facilmente s’infila negli angusti pertugi delle gallerie e perciò destinata a breve vita per le nocive condizioni ambientali e di duro lavoro”. Lo stesso Giuseppe Zanardelli nel 1857 in una sua lettera ad un giornale di Milano a proposito dell’industria mineraria bresciana ne sottolinea la pesante situazione di arretratezza “….la troviamo in preda a metodi antidiluviani”. Il continuo peggioramento generale e le disumane condizioni di lavoro culmineranno nel 1859 con lo sciopero dei minatori di Pezzaze. In questo clima di tensioni, di conflittualità, di ingiustizie e lacerazioni a danno della classe lavoratrice, maturano e si concretizzano modelli sociali d’associazionismo che si traducono in processi di emancipazione, di tutela e di solidarietà. Nascono le Società Operaie di mutuo soccorso. La prima Società Operaia viene legalmente costituita a Salò nel 1859 da un gruppo di cattolici liberali. L’esempio si allargherà a macchia d’olio partendo dal capoluogo. Ad Odolo nel 1876 nasce la prima Società di Mutuo soccorso della Valle Sabbia – come si legge nella “ Età del ferro” di Marcello Zane che aveva come scopo – “l’unione e la fratellanza degli operai e dei contadini, la loro prosperità materiale e la loro educazione intellettuale e morale” e poteva “soccorrere con denaro gli operai e i contadini nei casi di malattia o vecchiaia”. La Valle Trompia, pure terra di ferro e di miniere, ha profonde radici nella secolare produzione armiera. Una capacità che lo stesso Gnaga non manca di lodare e riconoscere alle maestranze “….che sacro retaggio si tramandano di padro in figlio, poiché noi vediamo continuata la gloriosa tradizione di onestà ed intelligente laboriosità”. Il pensiero non può che andare alla Beretta di Gardone V.T. ancor’oggi fabbrica d’armi di fama mondiale e a tutte le altre grandi e piccole aziende armiere locali. “È singolare – scrive Alfredo Giarratana nella Storia di Brescia – come 128


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questa gloriosa industria passata di padre in figlio da quasi trecent’anni, mantenendo così il suo carattere familiare, abbia sempre dedicato la sua attività alle armi secondo la tradizione della Valle del Mella”. Concetto rafforzato e confermato da Giuseppe Zanardelli quando scrive che “… ogni famiglia esercitò tale industria tenendo ad essa come ad una specie di nobiltà gentilizia”. La tradizione industriale valtrumplina darà vita a nuovi impianti ed innovative produzioni. Nel 1859 Francesco Glisenti dà vita al primo complesso siderurgico-meccanico con lo stabilimento di armamenti a Carcina; i F.lli Radaelli pionieri delle trafilerie creano l’azienda che si specializzerà nella produzione di cavi d’acciaio per grandi impianti. In Valle altro settore che conoscerà un certo sviluppo è quello tessile, con lo stabilimento per la filatura del cotone della Ditta Federico Mylius, che si confermerà per diversi anni la maggior filatura della provincia con circa seicento addetti. “Sorto nel 1889 a Cogozzo – scrive il Gnaga – è costruito a più piani secondo il sistema inglese e la sua struttura ricorda le moderne filature del Lancashire”. È tutt’ora visibile con la sua svettante ciminiera in cotto, oggi parcellizzato e riconvertito in varie attività. Nella provincia, all’alba dell’Unità d’Italia, accanto all’industria serica va sviluppandosi quella della filatura e tessitura del cotone e della lana. Sorgono numerose filande, dalla pianura, dall’Oglio al Chiese, dall’Alto Garda al Lago d’Iseo. Diversi sono i fattori che determinano la localizzazione produttiva: l’abbondanza dei corsi d’acqua, la disponibilità di manodopera femminile e la notevole presenza di superfici gelsate necessarie alla bachicoltura. A metà dell’800 – da dati statistici dell’epoca – si contano sette milioni di gelsi ed un migliaio di piccoli opifici per la lavorazione della seta. Il maggior complesso per la produzione della seta è la filanda Andrea Serlini con 130 lavoratrici al pari del setificio Deuss di Toscolano. “….una filatura e tessitura – scrive il Gnaga nella Storia di Brescia – sorge a Palazzolo per iniziativa dello svizzero Schmidt” al quale subentreranno Niggeler e Kupfer espandendo l’attività a Capriolo. Altri svizzeri, gli Hefti, costruiscono il Cotonificio di Roè Volciano nel 1875, mentre il Cotonificio Ottolini di Villanuova sul Clisi viene avviato nel 1883. Alcuni anni dopo nelle vicinanze sorgerà il Lanificio per la filatura di Bostone vicino a Gavardo – si dice “ secondo solo a quello di Borgosesia”. 129


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Nel 1893 a Sarezzo, in località Ponte Zanano, viene avviata la produzione, cardatura, ritorcitura di cascami di seta della Ditta Fermo Codazzi e C. E ancora la Ditta Schiannini con filatura a S. Eufemia cui si aggiunge ai primi del novecento un nuovo opificio in quel di Calcinato. Non ultimo, in questo parziale elenco, si cita Vittorio Olcese che in società con i Feltrinelli di Gargnano, realizza lo stabilimento di Campione del Garda, centro tessile d’importanza nazionale. Lo stesso Olcese in seguito partecipa con Francesco Turati alla creazione del Cotonificio di Cogno in Valle Camonica. Ma non è tutto oro quel che luccica! Uno degli aspetti drammatici della condizione operaia di allora è l’orario di lavoro. Uomini, donne e bambini lavorano praticamente dall’alba al tramonto, sei giorni su sette. Un’inchiesta del 1887 sulle fabbriche lombarde afferma che in diversi opifici “…..il lavoro nella stagione estiva è spinto fino a quindici ore al giorno”. La Legge del 1886 tentò invano di regolamentare il fenomeno del lavoro minorile limitando a nove anni l’età minima per essere assunti negli opifici, ma fu largamente ignorata. Incombeva il moltiplicarsi di malattie professionali, l’anemia, la tubercolosi, oltre a malformazioni dovute a posture assunte durante il lavoro. Assenza totale di qualsivoglia tutela. Gli incidenti sul lavoro erano ricorrenti e gravi. Nella filanda della seta la lavorazione è scandita da varie fasi operative con il trattamento finale del bozzolo e la filatura. Le condizioni e i ritmi di lavoro sono pesantissimi: “….dieci, dodici ore al giorno per operaie bambine di soli dieci anni. Si lavora in ambienti chiusi, con umidità altissima davanti a bacinelle con l’acqua mantenuta ad una temperatura di ottanta gradi”. La filanda è autosufficiente: ci sono la mensa e il dormitorio, la cui conduzione è affidata spesso alle monache “…si vive come in un collegio-prigione”. Le maritate tornano a casa solo la domenica. La precarietà del posto di lavoro è legata al carattere stagionale della piccola filanda agricola, attiva solo il tempo necessario alla trasformazione del prodotto, mentre i ritmi di lavoro ed i rigidi regolamenti dei grandi opifici attivi tutto l’anno rendono la condizione delle lavoratrici estremamente pesante. Un lontano passato poco conosciuto, spesso dimenticato e a volte completamente ignorato. Un mondo del lavoro già a quel tempo considerato, indagato e restituito dal potere evocativo della fotografia. L’obiettivo del fotografo si apriva per impressionare su lastra di vetro le 130


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fumose ciminiere degli opifici, le architetture delle officine, i luoghi della produzione con i lavoratori in posa. Chi oggi sarebbe in grado di capire cosa fosse una filanda o una fonderia nell’800 se non ci restassero le immagini di quella stagione di un certo pionierismo fotografico? Basta guardare le foto delle donne che lavorano in filanda: lunghi e stretti corridoi di macchine, pulegge e cinghie di cuoio sulle loro teste, hanno gonne lunghe fino ai piedi e s’intravedono grossi zoccoli di legno, spesso sono affiancate da bambine anch’esse impegnate nella filatura. Nasce anche uno specifico linguaggio per scattare queste foto! Il fotografo, che utilizza ingombranti macchine di legno con il soffietto e montate sul treppiede, le cosiddette “fotocamere di campagna” perché solitamente usate in esterni, si impegna e propone un modo del tutto personale per raccontare il lavoro ed i suoi protagonisti. Non mancheranno critiche a tale proposta innovativa di ritrarre in anni in cui la fotografia si realizzava più che altro nel chiuso dello studio. Ecco perché nelle vecchie fotografie, color seppia, e soprattutto quelle “collettive” i lavoratori e le lavoratrici vengono immortalati accanto alla loro macchina o al loro strumento di lavoro. Nel gruppo ripreso mentre scava il canale d’irrigazione nella bassa bresciana, c’è il bracciante con la carriola e più in là gli altri in posa con il piccone e la pala. Insomma ognuno secondo la propria mansione e specializzazione. A Brescia gli operai della fonderia sono in posa con al centro il caporeparto in giacca, gilè e orologio a cipolla con catena nel taschino; alcuni sono aggrappati alla siviera che scorre lungo il carro ponte. E c’è sempre quello che si è mosso….si sa…la foto richiede l’immobilità! Ovviamente non mancano le foto ufficiali e di rappresentanza dei grandi opifici bresciani realizzate con il banco ottico per esaltarne le caratteristiche architettoniche come nel caso degli Stabilimenti Tempini, 131


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della Fabbrica di birra Wurher, del Cotonificio di Roè Vociano, delle Ferriere Falck di Vobarno, per citarne alcuni. Ed ancora immagini della memoria del lavoro in condizioni di estrema fatica, la dice lunga ad esempio quella dei minatori della Valle Trompia con i picconi e la lanterna, hanno le facce nere e stanche, il loro abito da lavoro denuncia una estrema condizione di povertà. “Scatti dal sapore proletario” scrive Arturo Carlo Quintavalle nella “Storia del lavoro fotografico in Italia 1900/80” riferendosi ai gruppi di operai ripresi nei luoghi della produzione con grembiuloni, berretti, zoccoli, scarponi dove è appunto il misero abito da lavoro a diventare il segno distintivo del loro mestiere. “Uno degli aspetti che le fotografie d’epoca rendono al meglio – sottolinea Aris Accornero – è appunto l’abbigliamento dei lavoratori”, una lettura sociologica della propria condizione. Poi verranno le foto degli scioperi, del Primo Maggio, dei conflitti e delle conquiste, delle lotte e del movimento sindacale con i suoi protagonisti. Quelle foto sono quelle che aprirono comunque un “mondo” fino a quel momento sconosciuto – si legge in un saggio degli Archivi Alinari a firma di Wladimiro Settimelli – “...al ceto medio, alla buona borghesia progressista, ai tecnici e ai lavoratori della mente”. Ecco perché quelle immagini sono davvero importanti e splendide nella storia del Paese e della cultura e meritano un grande rispetto. È anche con la fotografia infatti che il mondo del lavoro, in tutte le sue diverse espressioni, viene tramandato alla storia e ne viene a far parte con un peso sempre maggiore e conosce meglio perfino se stesso.

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Giancarlo Quiligotti

Le macchine del lavoro  di Giancarlo Quiligotti1

Fotografia e ricerca   L’attenzione per la fotografia come documento nella ricerca storica sul lavoro è relativamente recente in Italia . Sfogliando la bibliografia in materia è possibile datare l’interesse per la fonte iconografica agli anni 70, primi anni 80, quando iniziano a comparire le prime storie del lavoro per immagini. È facile osservare il progressivo interesse che i documenti fotografici hanno suscitato tra gli studiosi e le numerose pubblicazioni che da allora sono state prodotte. Diverse sono le prospettive con cui le foto sono state di volta in volta selezionate e ordinate: in relazione alla storia sindacale, delle lotte, aziendale, sociale, alla salute, ecc... Fin da principio è presente un interesse specifico per la storia delle condizioni e gli ambienti di lavoro. Non c’è da stupirsi del resto. La salute e la sicurezza sul lavoro erano temi caldi, che i movimenti sociali e politici degli anni settanta avevano posto al centro dell’attenzione e delle lotte in modo inedito. Guardando a questa produzione nel suo complesso emergono alcune considerazioni di ordine generale, che attraversano diverse pubblicazioni e che costituiscono una utile premessa. La fotografia in Italia si è interessata al lavoro industriale, con un certo ritardo rispetto ad altri paesi europei: la produzione di immagini è minore, soprattutto andando in indietro nel tempo, alla seconda metà dell’800, anni in cui la nuova arte si andava affermando e diffondendo. Questo dato appare solo in parte spiegabile con il ritardo con cui l’Italia si avviava sulla strada dell’industrializzazione, ed è certamente 1

Laureato in Scienze Politiche, Dottore di ricerca in “Metodologia della ricerca nelle scienze sociali” presso l’Università degli studi di Genova, attualmente lavora per la Fondazione Musil di Brescia, dopo aver collaborato con la Fondazione e L’Università degli Studi di Brescia per la realizzazione del progetto “Musil: nuovi spazi per la sicurezza”. Si ringrazia per la collaborazione nella ricerca e realizzazione delle immagini il sig. Celso Vassalini.

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influenzato da altri fattori. D’altro canto il recente interesse per il documento fotografico come fonte non ha certamente aiutato la raccolta, la conservazione e l’archiviazione del materiale disponibile, almeno fino agli anni a noi più vicini, con inevitabili perdite di materiali2. Una seconda considerazione attiene alla prospettiva ed agli intenti che presiedevano alla produzione delle immagini. “Lo sguardo dei fotografi professionisti sul lavoro e sui lavoratori è stato ben poco ingenuo o inconsapevole”, scrive S. Musso3. La questione rimanda ad una serie di problematiche. Innanzitutto all’identità dei fotografi che si sono avvicinati al mondo del lavoro, alla sensibilità e alla cultura dei quali erano portatori. Quindi al mercato della fotografia, alla sua costruzione nel tempo4. In particolare poi, appare importante conoscere i committenti, gli interessi, le finalità. L’ingresso degli operatori nelle fabbriche era evidentemente subordinato al controllo degli imprenditori, l’esecuzione di scatti posta in relazione ai loro obbiettivi. Trattandosi di una storia centenaria bisogna inoltre chiedersi come siano variati nel tempo i soggetti, le motivazioni e gli atteggiamenti, in quale rapporto con i cambiamenti sociali, culturali e politici. Se poi portiamo la nostra attenzione agli ambienti di lavoro, dobbiamo rilevare un carenza di immagini ancora più marcata. Solo nel secondo dopoguerra, e in modo particolare dopo il ciclo di lotte aperto con il ‘69, la situazione sembra mutare. Per la presenza di fotografi sensibili, sollecitati dai movimenti sociali e dalla centralità che il tema del lavoro e della salute assumono all’interno del movimento operaio, in piccole e grandi industrie. Un cambiamento culturale oltre che politico, che possiamo riassumere nello slogan “la salute non si vende” e che ha condizionato sicuramente la produzione di immagini. Bisogna però tenere presente oltre agli aspetti culturali la difficoltà obbiettiva con cui i fotoreporter nel tempo hanno potuto accedere all’interno dei luoghi di lavoro, la relativa libertà movimento: quando chiamati dalle aziende lo erano per scopi pubblicitari, promozionali5. 2

L. Lanzardo, Un percorso di letture delle fotografie del lavoro, 1840-1997, in S. Musso, a cura di, “Tra fabbrica e società”, Feltrinelli, Milano, 1997. 3 S Musso, Sguardi sul lavoro, in G. De Luna, G. D’Autilia, L. Crescenti, a cura di“L’Italia del Novecento. Le fotografie e la storia”, Einaudi, Torino, 2006. 4 Vedi ad esempio A. Gilardi, “Storia sociale della fotografia”, Feltrinelli, Milano, 1976, G. Freund, “Fotografia e società”, Einaudi, Torino, 1976. 5 “Immaginare la salute”, Regione Liguria, Assessorato alla Sanità, USL XV-Genova, Sagep, Genova, (segue)

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Giancarlo Quiligotti

Sfogliando immagini:  dall’unità  d’Italia  alla  vigilia  della  prima  guerra mondiale  Nelle immagini scattate a partire dalla seconda metà dell’800 fino alle soglie del nuovo secolo è stato innanzitutto notata la scarsa presenza del lavoro, ed in particolare di quello industriale. Le industrie nascenti, il proletariato, nonostante il richiamo che poteva scaturire dalla novità della loro presenza ed affermazione sulla scena sociale, non sembrano costituire una grande attrattiva per i fotografi. Piuttosto il loro sguardo si è posato su arti e mestieri che a posteriori è facile prendere in considerazione come marginali: ambulanti, lavandaie, contadini e artigiani impegnati in curiosi mestieri. Gli intenti documentari sono segnati dalla curiosità etnografica, dal gusto per la rappresentazione estetizzante6. D’altro canto questi inventari ci trasmettono le profonde differenze di sviluppo tra regioni, spesso tra singole aree, la vitalità di tradizioni locali di una nazione ancora giovane. Stratificazioni di tempo e culture che la modernizzazione italiana, per la forma che assunse, anche geografica, con lo sviluppo delle industrie in determinate aree e il regresso in altre, continuò a riprodurre ben oltre l’entrata dell’Italia nel consesso delle nazioni industriali. Dopo la seconda guerra mondiale sociologi e antropologi trovarono in affini forme di vita e di lavoro nuovo motivo di interesse, la stessa vitalità e ricchezza, e per questo appare riduttivo pensarle esclusivamente come sopravvivenze al di fuori della storia7. Accostandosi alla manifattura i fotografi si sono fermati sulla soglia delle botteghe artigiane, sicuramente condizionati dalle possibilità tecniche allora a disposizione, dalle dimensioni degli interni e dalla carenza di luce. D’altro canto il confine tra dentro e fuori non ha ancora assunto il carattere militare che avrà nell’industria, il luogo di lavoro non è separato dal quadro sociale più ampio, non ci sono barriere e cancelli. I lavoratori vengono ritratti in gruppo negli spazi antistanti i laboratori, occupano la parte centrale della foto. Le professioni sono trasmesse 1990. 6 Vedi ad esempio le considerazioni di A. Gilardi, 1976, op. cit; L. Tomassini, Lavoro e sicurezza nelle fotografie degli archivi Alinari, in “Il rischio non è un mestiere”, Alinari, Firenze, 2007. 7 Vedi ad esempio la recente pubblicazione in Italia di “L’anno più felice della mia vita. Un viaggio in Italia 1954-1955”, dell’etnomusicologo Alain Lomax, Il Saggiatore, Milano 2008; per le considerazioni storiche e teoriche vedi E. de Martino, “Il Mondo Magico”, Bollati Boringhieri, Torino, 1973, “Sud e magia”, Feltrinelli, Milano, 2008.

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attraverso simboli, pose: gli operai portano sulla scena attrezzi del mestiere, artefatti e gesti, che esibiscono con orgoglio di fronte agli obbiettivi. Nel gruppo è possibile scorgere il “padrone”, gli apprendisti, per la distinzione nel vestire, l’età, ma all’interno di un quadro integrato. Sfogliando immagini e decenni osserviamo che a partire dagli anni 80 ed in crescendo nei successivi, si diffondono documenti iconografici relativi all’industria. Con lo sviluppo della dimensione produttiva ed economica, cresce anche la consapevolezza dell’importanza assunta, gli imprenditori cominciano ad avvalersi della fotografia per documentare e promuovere le loro creature. L’obbiettivo si sposta all’interno degli spazi produttivi per documentare le architetture e gli impianti, che gli operatori sono chiamati a valorizzare nella loro dimensione e modernità. Gli operai, sempre in posa, non occupano più il centro della scena, sono divenuti più piccoli e sembrano assumere una posizione ancillare accanto alle macchine, sotto le ampie arcate dei capannoni. Questa prima impressione tuttavia può essere arricchita ed aperta sia in senso diacronico che sincronico. Poche sono le immagini relative al settore tessile, il vero motore della prima industrializzazione italiana. In quelle disponibili vediamo reparti composti di sole donne, ritratte in file ordinate e geometriche di fronte alle macchine sulle quali lavorano, che sembrano isolarle, nonostante la contiguità, la massiccia presenza dei bambini, ai quali erano affidate specifiche mansioni, come “attaccare i fili”. Osserviamo poi la produzione industriale allargarsi ai settori meccanico, chimico, siderurgico, protagonisti della seconda rivoluzione industriale, che troverà slancio nel primo decennio del 900, poi con la guerra. Impressionano negli ambienti di lavoro, pure molto ampi, l’intricata presenza di alberi, volani e cinghie per la trasmissione della forza motrice alle varie macchine, non solo perché siamo a conoscenza dei numerosi incidenti di cui erano occasione. In altri casi a sorprendere è il gigantismo delle macchine, la terribile potenza che esprimono anche nella loro inattività. Si capisce, era intento di committenti e fotografi sedurre attraverso la grandezza, l’estetica delle forme, la prospettiva dello scatto. Laddove l’uomo è presente accanto a questi “mostri” “è una appendice tutto sommato casuale, anche quando le mansioni ancora richiedono abilità professionale; non è tanto l’uomo al lavoro, quanto un termine di 136


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paragone per mettere in risalto la dimensione e la potenza degli apparecchi e, di riflesso, la grandiosità dell’impresa” 8. Un carattere altrettanto celebrativo hanno gli scatti in esterno che riprendono gli operai in uscita dagli stabilimenti: le masse umane compatte, informate dalle mura che delimitano il perimetro delle fabbriche, rimandano l’osservatore agli spazi interni, all’operosità ed ai volumi della produzione. I documenti fotografici, sebbene prodotti in questa prospettiva dalle imprese, portano fino ai nostri giorni ed ai nostri occhi informazioni che eccedono gli obbiettivi per i quali vennero sollecitati, e possono essere utilizzati come fonti per studiare l’evoluzione dei mezzi e degli spazi di produzione, dei lavoratori e delle loro condizioni, della professionalità e della tecnica. Tuttavia, ha osservato L. Lanzardo, una storia del lavoro per immagini ci trasmette innanzitutto la presentazione e l’autorappresentazione che hanno offerto di sé nel tempo il fotografo, gli industriali e i lavoratori9. Se interroghiamo i repertori di immagini utilizzate per montare storie fotografiche del lavoro alla ricerca di tracce delle della fatica e dell’igiene occupazionale e ambientale, dei rischi per la salute e l’integrità fisica, non possiamo non constatare che solo indirettamente ci possono fornire informazioni, e soprattutto, perché le conosciamo attraverso altre fonti, siamo interessati a cercarle. Nel senso proposto da Lanzardo, possiamo dire che la rappresentazione del lavoro messa in scena da fotografi, industriali e lavoratori e non era interessata a documentare l’ambiente di lavoro, gli effetti della produzione sull’integrità fisica e psichica dei lavoratori. Se non avessimo che le fonti fotografiche risulterebbe difficile “Immaginare la salute”, come titolava una pubblicazione della Regione Liguria e dell’USL VX, dedicata alla fonti audiovisive: “Strategie per la costruzione di una mediateca sull’igiene e la sicurezza negli ambienti di lavoro”. Scrivevano gli autori a proposito della fotografia: “Le immagini del lavoro e degli ambienti di lavoro non sono mai state molte in Italia. Ai fotoreporter è sempre stato reso difficile l’ingresso nei luoghi di lavoro e in particolare nelle fabbriche: le aziende, facendo valere la regola della proprietà privata, 8

S. Musso, 2006; op. cit, pag. 305. L.Lanzardo, 1997; op. cit. pag. 233; L.Lanzardo, “Dalla bottega artigiana alla fabbrica”, Editori Riuniti, Roma, 1999, pag. 5.

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hanno aperto le porte a fotografi e cineasti soltanto quando le immagini potevano servire a scopo promozionali o pubblicitari. D’altra parte, la stampa italiana non ha mai avuto particolare interesse per i reportage fotografici sulle fabbriche e, più in generale, sul mondo del lavoro. Questo è così rimasto un universo in buona parte sconosciuto, nonostante esso fosse – e sia tuttora – l’universo dove la assoluta maggioranza degli italiani trascorre gran parte della propria vita”10. Di fronte al potere del committente nel determinare tempi e forme delle rappresentazioni, i lavoratori e i fotografi sembrano accomunati dagli esigui margini di libertà per esprimere la soggettività della loro presenza, nei relativi termini. Non per questo tuttavia si trovavano sullo stesso piano. Gli investimenti richiesti per esercitare la professione di fotografo, limitavano l’accesso alla professione a strati sociali borghesi e alto borghesi, nobili, distanti dalla fabbrica e dagli operai culturalmente e socialmente, poco sensibili ed interessati alle condizioni di lavoro nell’industria. Portati quindi ad assecondare i modelli di servizio proposti dagli industriali committenti: “[…] il problema del rapporto tra committenza e fotografo non deve essere letto come contrasto, ma semmai come rapida convergenza […] operatori, ditte che si pongono in quanto gruppo sociale in contraddizione con il mondo del lavoro perché lo sentono proprio perché industriale, lontano, distante dal proprio mondo”11. Fuori dagli stretti vincoli imposti dalla promozione e dalla pubblicità delle industrie, i fotografi, come accennato in precedenza, hanno privilegiato il mondo contadino e artigianale alla città e alla fabbrica, la ricerca per il documento folclorico alla denuncia sociale. Un atteggiamento solo appena scosso dalle inchieste e dai dibattiti che sul finire dell’Ottocento cominciano a scuotere il mondo della politica e l’opinione pubblica attorno alle conseguenze del lavoro sulla salute e la vita delle persone. Nelle storie del lavoro per immagini il riflesso degli scandali che spesso scaturivano dalle inchieste trova un riverbero soprattutto nelle foto dei minori occupati nel settore estrattivo e minerario, in modo particolare i “carusi” delle zolfatare siciliane. Anche se, come fa notare Ando Gilardi 10

“Immaginare la salute”, 1990; op. cit. pag. 174. A. C. Quintavalle, “Il lavoro e la fotografia”, p. 312; in “Storia fotografica del lavoro in Italia 19001980”, a cura di A. Accornero, U. Lucas, G. Sapelli, De Donato, Bari, 1980.

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nella sua “Storia sociale della fotografia”, la prospettiva con la quale vennero ritratti appare sempre dettata dal fascino etnografico12. Il passaggio che sul finire dell’Ottocento porta alla prima importante legislazione sociale ed alla costituzione dell’Ispettorato del lavoro non sembra avere ripercussioni significative nello sguardo dei fotografi nonostante segnali una svolta significativa, dai contorni culturali più ampi, che vedrà l’Italia protagonista in funzione innovativa a livello internazionale proprio sul terreno della prevenzione occupazionale e ambientale: nel 1902 venne fondata da Luigi Devoto a Milano la “Clinica del Lavoro” e la stessa città diverrà sede pochi anni dopo, del Primo Congresso Internazionale di Medicina del Lavoro (1906)13. Tuttavia proprio in questo frangente cominciano ad essere prodotti nuovi tipi di documenti fotografici, che dobbiamo alla affermazione della medicina sociale e del lavoro, esempi dei quali venivano pubblicati sulla rivista “Il Ramazzini” a partire dalla sua pubblicazione nel 1907. Gli storici del lavoro e dell’industria sembrano avere trascurato tali fonti, nonostante l’evidente importanza, soprattutto nell’ambito di una ricerca sull’iconografia. Un repertorio di questi documenti sono stati recentemente pubblicati nel volume “Alle origini della tutela della salute dei lavoratori in Italia. Nascita e primi sviluppi dell’Ispettorato del Lavoro (1904-1939)”14. È interessante notare innanzitutto lo scarto con l’iconografia di cui si è parlato in precedenza, dovuta certamente agli obbiettivi scientifici e preventivi con cui venivano osservati nel campo della medicina il lavoro ed i lavoratori. Protagonisti delle immagini non sono tanto i lavoratori, ma i corpi e parti di essi, le deformazioni prodotte sugli stessi dalle posture tipiche di certe occupazioni o all’aggressione di diverse malattie; quando i corpi sono ritratti al lavoro è direttamente il rapporto uomotecnica-ambiente ad emergere in primo piano. Nella rassegna troviamo foto che ritraggono mani di donna, consunte 12

A. Gilardi, 1976, op. cit. G. Berlinguer, “La medicina del lavoro all’inizio del secolo XX. Riflessioni sul I Congresso Internazionale (1906) e sul I Congresso Nazionale (1907) per le malattie del lavoro”; in A. Grieco e P.A. Bertazzi, a cura di, “Per una storiografia italiana della prevenzione occupazionale e ambientale”, Franco Angeli, Milano, 1997. 14 A. Baldasseroni, F. Carnevale, S. Iavicoli, L. Tomassini, a cura di, “Alle origini della tutela della salute dei lavoratori in Italia. Nascita e primi sviluppi dell’Ispettorato del Lavoro (1904-1939)”, ISPESL, Roma, 2009. 13

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sulla sommità delle dita, per la lavorazione delle trecce da cappelli di paglia; mani rese asimmetriche da sforzi continui e squilibrati, corpi di facchini e addetti al trasporto del pane deformati nello scheletro. Queste foto hanno il potere di evocare la pratica quotidiana del lavoro, nella sua forma e nella fatica. Osserviamo quindi volti sfigurati dalla necrosi del mascellare, bocche e gengive dall’idrargirismo o intossicazione da mercurio: una sostanza che portava a diverse altre patologie. Tra le più invalidanti il tremore, che vediamo ritratto in una sequenza di scatti. In relazione alla stessa e non solo, sono numerose le foto di addetti alla siderurgia, di operai ritratti davanti ai forni nelle abituali posture di lavoro, durante l’operazione di rompimento della ghisa. Interessante anche la foto che fissa un lavoratore all’opera con un martello ad aria compressa. Nella didascalia si parla del rapporto tra macchina e l’igiene, ma la postura del corpo, delle braccia, gli sforzi sottintesi, ci rimandano anche alle patologie da strumenti vibranti. Soprattutto le patologie che sfiguravano il viso delle persone e invalidavano in modo evidente il corpo, erano assurte nella loro drammaticità all’attenzione dell’opinione pubblica, avvinando intensi dibattiti, nonostante il loro peso, nel quadro dei mali da lavoro dell’epoca, non fosse certo il più gravoso. È il caso ad esempio della necrosi del mascellare: “In realtà, da un punto di vista numerico, i colpiti da questa patologia, almeno nella forma più grave, non erano poi molti. Ma l’immagine dei loro volti sfigurati, l’emarginazione sociale che ne conseguiva, provocata anche dal maleodorante gemizio purulento che si formava in corrispondenza delle aree di necrosi ossea, l’invalidità assoluta al lavoro produttivo, tutto questo comportava un impatto ben maggiore sull’immaginario dei concittadini”15. Tenendo presente questo aspetto, relativo al potere dell’opinione pubblica di orientare la ricerca e l’attenzione dei medici e della scienza, è importante domandarsi quanto i documenti fotografici siano rappresentativi delle patologie dell’epoca, della loro gravità e incidenza sul tessuto sociale e produttivo. Mettendo in relazione la produzione iconografica con le ricerche storiche a balzare agli occhi è soprattutto il 15

A. Baldasseroni, F. Carnevale, “Lavoratori d’Italia. Infortuni e malattie dei lavoratori nella storia dell’Italia unita”, pag. 189-190, in “Il rischio non è il mio mestiere”, 2007, op. cit..

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relativo silenzio delle immagini sull’industria tessile. Il primo libro di storia del lavoro che affronta di petto il problema della salute nelle industrie italiane nella seconda metà dell’800, non esita a parlare di “ergastoli dell’industria”, di “genocidio pacifico”, portando numerosi dati e fonti a sostegno delle sue tesi16. Al centro della ricerca troviamo il settore tessile, che certamente costituisce il primo volano dell’industrializzazione italiana, per l’importanza economica e sociale, il numero di occupati coinvolti nel settore. I pochi documenti fotografici presenti nelle pubblicazioni prese a riferimento ci ricordano dell’importanza che ebbero nello sviluppo dell’industria la manodopera femminile e minorile, ritraggono alcuni settori produttivi, ma non ci raccontano delle condizioni di usura e affaticamento cui erano sottoposti, né le gravose condizioni ambientali in cui operavano.

Il caso dell’industria tessile risulta particolarmente interessante, in quanto non si associa ad una specifica malattia professionale, e quindi forse meno visibile rispetto ad altri casi clamorosi di relazione tra un mestiere ed una patologia. Inoltre l’usura e la fatica provocata dal lavoro sui corpi, le condizioni ambientali, erano intensamente nocive perché si innestavano su una situazione sociale di per sé gravosa, segnata da carenze alimentari ed igieniche, epidemie diffuse, che consegnavano un proletariato debole tra le avide mani dell’industria. Appare 16

S. Merli, “Proletariato di fabbrica e capitalismo industriale”, La Nuova Italia, Firenze, 1976.

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particolarmente appropriata la formula adottata da Merli di “malattie da sfruttamento” in questo caso. La fabbrica, sostiene lo storico socialista, non arreca nel breve periodo alcun sollievo ai lavoratori coinvolti nel processo di industrializzazione, creando piuttosto un circolo vizioso tra condizioni sociali di per sé estremamente dure e il supersfruttamento praticato all’interno degli ergastoli dell’industria. Nelle mansioni in cui era possibile impiegarli si ricorreva alla manodopera di donne e bambini, perché meno costosa. L’assenza di leggi in materia prima, la loro elusione poi, rendeva possibile il loro sfruttamento ben oltre i limiti fisiologici che avrebbe imposto una maggiore attenzione per la riproduzione della stessa forza lavoro. L’eccedenza di braccia disponibili sul mercato, rendeva accessorie preoccupazioni di tale natura e chiudeva il cerchio. Il silenzio della fotografia sulle condizioni di vita e di lavoro nell’industria tessile è rotto della poesia, che a sua volta può essere assunta come segno e documento dell’epoca. L’immagine più interessante è forse quella offerta da “Carboneta”, di Berto Barbarani. La protagonista è una donna, giovane. Il testo, oltre a descrivere le condizioni sociali di partenza che spingono “Carboneta” ad occuparsi in filanda, tratta dei rischi professionali all’interno della stessa e culmina in un infortunio.

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Carboneta di Berto Barbarani

I In quel sporco granar17 de gran palasso gh’è un demonio de rati18 che rebuta19! Da un pare20 vecio e da una madre bruta sempre malada, sora un leto strasso21 dove a la note, per scaldarse, in fasso la fameieta22 se ransigna 23 tuta. Carboneta l’è nata par la suta24, con una voia de fraga25 soto el braso. Carboneta savìo26, no la g’à vissi, e gnanca27 uno specio per speciarse el viso, e gnanca un fero da stocarse i rissi28; ma i cavei carbonela29 e i oci neri, dove sluse30 un canton de paradiso, con qualche teraina31 de pensieri. II EL PARE “Carboneta, to mama l’è malada, va a la filanda a guadagnar qualcosa…” 17

granr: soffitta, granaio. rati: topi. 19 rebuta: germoglia, nel senso che si moltiplicano di continuo. 20 pare, mare: padre, madre. 21 strasso: vecchio e rovinato. 22 fameieta: famigliola. 23 se rasigna: si raggomitola. 24 par la suta: in tempi di siccità, ossia di carestia. 25 voia de fraga: macchia rossa della pelle. 26 savìo: sapete. 27 gnanca: neppure. 28 rissi: riccioli. 29 cavei carbonela: capelli neri come il carbone. 30 sluse: splende. 31 teraina: ragnatela. 18

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E Carboneta la se mete in strada e la sta fora32 fin su la tardosa33. ‘Na sera, terminà la so giornata, la porta a casa un bocolo34 de rosa… EL PARE Ehi, Carboneta, sito innamorada? CARBONETA Sior no, sior no… EL PARE Busiara35, vergognosa! … I è vegnudi36 a contarme, che i t’à visto col capo sala… CARBONETA No, che no l’è vera!... EL PARE Carboneta, te digo che i t’à visto! Passa i giorni. – Una note, de scondon37, el capo-sala el l’à butà38 par tera soto un mucio39 de bale de coton… III Da quela volta no l’è sta più ela40, ma gh’è vegnudo41 tanto mal al cor, che l’à ridota come una candela, come una rama che l’à perso el fìor… 32

la sta fora: rimane fuori di casa. su la tardosa: sul tardi. 34 bocolo: bocciuolo. 35 busiara: bugiarda. 36 i è vegnudi: sono venuti. 37 de scondon: di nascosto 38 el l’à butà: l’ha gettata a terra per violentarla. 39 un mucio: un mucchio. 40 No le sta più ela: non è stata più lei, è cambiata d’umore e d’aspetto.. 41 Gh’è vegnudo: le è venuto. 33

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Gh’è restado i cavei de carbonela, ma drento i oci s’à smorsà el slusor42… - Ehi, Carboneta, dunque come éla43? - Ah, la risponde, se el savese, sior! ………………………………………… Se sente un urlo! – Oh quanto, quanto mal! Co un brasso in tochi44 e col facin stravolto i a portà45 Carboneta a l’ospedal!... maledeta filanda! A passo a passo, quell’ingranaio46 che l’onor g’à tolto, quell’ingranaio el g’à robado un brasso!

“Carboneta” venne composta per la raccolta “I Pitocchi” pubblicata per la prima volta nel 1897. Buon parte degli 800 esemplare stampati vennero distribuiti in dono gli abbonati al giornale democratico “L’Adige”. Così ne parla Berto Barbarani in una edizione del Canzoniere, che raccoglieva le precedenti opere: “Tali sonetti vennero rimati nel 1986 durante certo periodo di vita veronese, quando il socialismo balbettava appena, come Gesù sotto Erode, ed in allora, simil genere di componimenti rappresentava già un lodevole e ardimentoso quanto inusitato saggio di poesia sociale! […] I soggetti trattati dall’Autore furono tolti dall’ambiente locale veronese, nella stessa contrada, si può dire, dov’egli nacque (parrocchia di S. Anastasia) ed abitò per circa quarant’anni. Poiché è anche lecito pensare che le miserie si trovano diffuse e palpitanti un po’ dappertutto, e dei “bastardi” delle “Carbonete”, dei venditori di cerini gobbi e libidinosi, dei vecchi reduci miserabili e recalcitranti ad usare delle pie opere di beneficenza, delle famiglie in rovina, degli emigrati a corso forzoso, se ne trovano ad ogni piè sospinto in ogni città, in ogni contrada, in ogni casa…”47.

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Smorsà el slusor: spento il bagliore. Come èla?: come va? 44 In tochi: in pezzi, stritolato. 45 I à porta: hanno trasportato. 46 In granaio: ingranaggio, torbida vicenda. 47 La citazione e la poesia sono tratti da Berto Barbarani, “Tutte le poesie”, Cult Editore, Firenze, 2009. 43

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L’organizzazione dell’entusiasmo:  la  fotografia  del  lavoro  dalla  prima alla seconda guerra mondiale La partecipazione dell’Italia alla prima guerra mondiale ha un riflesso diretto sulla produzione fotografica relativa al mondo del lavoro. Le immagini si concentrano sulle fabbriche impegnate nella produzione di armi, munizioni, mezzi militari. Nelle foto che ritraggono reparti i primi piani sono occupati non più dalle macchine, ma dalle forme affusolate e cilindriche di proiettili e bossoli di grosso calibro. Le munizioni appaiono in file geometriche e cataste che celebrano l’ordine, la quantità. La guerra non necessita solo di munizioni e così i fotografi sono chiamati a dare una immagine anche a motociclette, autocarri, ad aerei e navi. La grande industria è un punto strategico del “fronte interno”, messo direttamente in tensione con quello esterno dalla mobilitazione industriale, dalla militarizzazione del lavoro. La fotografia mostra una produzione capace di rispondere alla domanda posta dal conflitto, l’adeguamento dell’apparato industriale all’enorme sforzo imposto dalla guerra totale. Rispetto al passato spiamo una maggiore concentrazione sul prodotto. La presenza della forza lavoro sulla scena si inquadra in questo disegno. Viene ritratta sullo sfondo, in secondo piano dietro le file ordinate di proiettili e automezzi, oppure operosa e disciplinata, accanto alle macchine. Un’altra novità è rappresentata dalla forte presenza del lavoro femminile nell’industria meccanica. Portando sulla scena le donne, la fotografia, ne sottolinea la presenza e la partecipazione allo sforzo congiunto. Non si notano particolari salti tecnologici nella produzione, pure nella varietà degli ambienti. In generale in relazione al primo conflitto mondiale è possibile rilevare una centralizzazione della produzione di fotografie, la tensione verso una maggiore uniformità delle immagini, per l’ingresso sulla scena di un nuovo soggetto, lo Stato, in funzione di mediatore tra industriali, fotografi e lavoratori48. Nella prima guerra mondiale assistiamo ad una ulteriore curvatura nella rappresentazione fotografica, verso la propaganda, che coincide con una massificazione della produzione iconografica. 48

N. Gallerano, “Arte e socialismo: cultura dell’immagine e analisi storica”, “Movimento operaio e socialista”, n. 2 ,anno, V, 1982. Quintavalle 1980, op.cit..

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La fotografia del lavoro appare dunque molto sensibile a quella statalizzazione dell’economia e delle coscienze che lo storico Halevy, tra i primi, ha segnalato come il tratto caratterizzante dell’“era della tirannie”, il cui inizio viene cercato nel laboratorio politico della prima guerra mondiale49. Le immagini fotografiche del lavoro partecipano del più vasto processo di organizzazione dell’entusiasmo funzionale alla guerra e gestito centralmente dal potere statale. Organizzazione che si dispiega in positivo, partendo dal potere performativo delle immagini ed in negativo, escludendo e censurando tutto ciò che poteva costituire un attrito al consenso verso la guerra e la mobilitazione industriale. Aspetti questi che appaiono importanti in se ed in relazione alla successiva tappa sulla via della tirannia, ovvero l’avvento del fascismo. “L’esplosione del primo conflitto mondiale provoca una sospensione nel processo, incerto e comunque limitato ad alcune zone del paese, di creazione di una opinione pubblica su questi fenomeni. Significativa è l’espressione dell’ultimo numero della rivista “Il Ramazzini - Giornale Italiano di Medicina Sociale”, edito nel 1915, i redattori si congedano definitivamente dai lettori. Le amare parole dell’editoriale suonano a suggello di una esperienza, quella della promozione “dell’igiene, sociale, dell’eugenetica, dell’infortunistica, delle assicurazioni legislative collettive” che mai potrà coesistere con l’immane catastrofe della guerra. “Eppoi a che parlare di protezione della salute pubblica in mezzo a questa generale carneficina?! a che parlare d’infortunistica, quando è tutto un infortunio?!”50. L’intervento dello stato come mediatore politico e committente nella produzione fotografica avrà una forte continuità nell’affermarsi e l’istituzionalizzazione del regime fascista. Con una importante differenza. Quella che durante la guerra era stato un intervento “occasionale” dettato dal carattere del conflitto, per l’inaspettata durata, l’importanza assunta dalla comunicazione nell’organizzazione del consenso, nello stato fascista si istituzionalizza e codifica in uno stile, in una retorica. Naturalmente il movimento verso l’uniformazione imposto dal regime trova dei limiti nella pluralità degli studi fotografici presenti sul mercato, nell’influenza di tradizioni e modelli culturali differenti, nella 49 50

E. Halevy, “L’era delle tirannie”, Ideazione Editrice, Roma, 1938. Carnevale, Baldasseroni, 2007, pag. 191, op. cit..

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pluralità di usi a cui è adibita la produzione di documenti fotografici, non tutti destinati ad uso pubblico e propagandistico. I gabinetti delle grandi aziende erano chiamati a documentare il progresso tecnico, la modernizzazione di strutture e processi produttivi, per scopi tecnici e commerciali. Gli archivi interni costruiti in questi anni di ampia diffusione della fotografia ci restituiscono con grande puntualità lo sviluppo in corso. Infine la presenza di una estetica e di una ideologia con un evidente potere performativo non esclude la presenza di uno scarto tra gli obbiettivi ed i messaggi trasmessi, quindi la comparsa di elementi che possono essere letti oggi come contradditori, visibili forse soprattutto a partire da una cultura visuale altra. Gli intenti epici di certe inquadrature di lavoratori ritratti all’opera di fronte a grandi forgie o presse, ci trasmettono oltre ad una concezione eroica del lavoro, l’esaltazione della forza, la spersonalizzazione del lavoratore, l’assenza di rudimentali strumenti di protezione, le esposizioni a numerosi fattori di rischio, le arretratezze. Tenendo presente i limiti descritti e gli elementi di continuità con i precedenti modelli culturali, e soprattutto con le immagini del lavoro al tempo della guerra e della mobilitazione industriale, il regime fascista imprime un linguaggio che segna le immagini prodotte e soprattutto quelle destinate ad un uso pubblico. La produzione di fotografie è parte integrante di una strategia comunicativa più ampia, portata avanti dall’Istituto Luce, creato dal fascismo nei primi anni del regime e demandato alla produzione filmica e documentaristica in funzione “educativa” e poi più appropriatamente “propagandistica”. La rappresentazione che il regime da di se stesso attraverso la fotografia è il segno di una estetica così sintetizzata da Musso: “La grandiosità delle istallazioni, nuovamente al centro della scena, è ora funzionale alla retorica delle capacità realizzatrici del fascismo. I lavoratori, peraltro, non vengono affatto trascurati. L’ideologia totalitaria che cerca un consenso attivo al regime si nutre di una retorica del lavoro come disciplina, come dovere compiuto con spirito patriottico nel supremo interesse della nazione. Le riprese si fanno numerose, per lo più alla ricerca dei reparti produttivi o uffici nei quali gruppi consistenti di lavoratori manuali o impiegati sono ordinatamente disposti fianco a fianco, intenti nelle loro postazioni, a rappresentare l’esercito disciplinato del lavoro, secondo un modello introdotto negli stabilimenti ausiliari dell’esercito nell’ambito della mobilitazione industriale per la 148


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prima guerra mondiale” 51. Tra le immagini prodotte, osserviamo che in molte riprese di reparto saltano agli occhi delle massime di Mussolini dipinte a grandi caratteri sulle pareti, che incombono su spazi svuotati della forza lavoro. I lavoratori ritratti all’interno dei luoghi di produzione non sono più statici accanto alle macchine, con gli occhi rivolti verso l’obbiettivo della camera, ma dediti alla loro mansione. Fuori dai reparti al consueto set costituito dall’ingresso delle fabbriche si aggiungono anche i dopolavori, le mense: al centro dell’obbiettivo vediamo spesso gerarchi fascisti in divisa, attorno ai quali sembra gravitare tutta la composizione. Il regime da una dimensione istituzionale al lavoro anche all’esterno della fabbrica, riconoscendone le esigenze sociali e culturali, nel tentativo totalizzante di gestione della vita e del consenso delle masse. Il lavoro per regime fascista non è rappresentato solo dall’industria. Numerose sono le foto che ritraggono opere di bonifica, la battaglia del grano ed il settore agricolo, la costruzioni di sistemi idroelettrici e l’apertura di infrastrutture, acquedotti, l’estrazione di minerali. Non si tratta di una novità nella documentazione fotografica, ma il fascismo diede particolare rilievo propagandistico ai propri risultati nei vari campi, documentandoli e diffondendoli. Cambiano anche le tecniche di ripresa, l’estetica, con “inquadrature più audaci, tagli verticali, primi piani deformanti, fughe prospettiche, riprese aeree e un diffuso uso del montaggio” 52. Non stupisce che all’interno della cultura visuale imposta dal fascismo non ci sia spazio per la fatica, i disagi, le nocività ambientali. Il lato oscuro della dimensione lavorativa avrebbe offuscato la retorica del lavoro ufficiale, le pretese di potenza e di modernità comunicate dal regime. La sensibilità verso la prevenzione ha un carattere fortemente ambivalente. Importanti acquisizioni come la “Carta del lavoro”, il riconoscimento di alcune malattie professionali, l’istituzione di un Ente assicurativo nazionale segnano un concreto progresso, la cui efficacia appare tuttavia molto limitata. Emblematico il caso della silicosi. La patologia venne esclusa dalla prima tabulazione del 1929, che anche per questo motivo appare inadeguata e riduttiva rispetto alle malattie 51 52

S. Musso, 2006, pag. 306-307, op. cit.. L. Lanzardo, 1999, pag. 15, op. cit..

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professionali che mettevano a rischio la salute dei lavoratori, venne inserita quindi in un secondo tempo, durante la guerra in seguito a numerosi casi di denuncia portati dai lavoratori di fronte alla autorità giudiziaria, ai riconoscimenti conseguiti53. Quando situazioni particolarmente scandalose venivano eccezionalmente documentate, anche tramite la fotografia, finivano per mettere necessariamente in discussione la retorica del regime, i principi proclamati. Era dunque certo che la diffusione di queste informazioni incorresse nella censura del regime, che si manifestava a vari livelli. Interessante citare l’esperienza ricostruita da Ruggero Zangrandi, nel “Lungo viaggio attraverso il fascismo”: “Rammento il caso più clamoroso. A Lumezzane, in provincia di Brescia, una parte cospicua della popolazione lavorava a domicilio, per conto di un gruppo di industriali di posateria, che forniva il prodotto grezzo e pagava prezzi irrisori per farlo rifinire allo smeriglio. Decine di famiglie, impiegando i ragazzi fin dai dieci anni, avevano attrezzato piccoli laboratori in grotte, sottoscala, cucine e solai, e perfino camere da letto e, per dodici-quindici ore al giorno, lavoravano alle frese in questi locali, resi più insalubri dall’inesistenza di qualsiasi impianto di aspirazione della polvere. La tubercolosi e la mortalità infantile erano tra le più elevate d’Italia. La situazione si trascinava da anni, senza che nessuna autorità – prefettizia, sindacale o sanitaria – potesse anche solo migliorarla, data la potenza degli industriali locali che, non tanto avevano il monopolio della produzione di posate fuse, quanto – è importante notare – di un certo tipo di forniture militari. Informati, non solo di tale stato di cose, ma altresì della rete di omertà che lo rendeva possibile ci recammo […] a Lumezzane, dove parlammo con i rappresentanti operai, visitammo gli squallidi laboratori e, opportunamente consigliati, provvedemmo a fotografarne buon numero. Al nostro ritorno a Roma, mentre mi accingevo a scrivere l’articolo, mi raggiunse una lettera del segretario dell’Unione lavoratori di Brescia […] il quale mi invitava a soprassedere dalla inopportuna pubblicazione. Alla mia risposta negativa, insistette con allusioni quasi minacciose” 54. L’ambivalenza che contraddistingue l’atteggiamento del regime verso la salute e la dignità del lavoratori, lo scarto tra l’ideologia e le reali 53 54

F. Carnevale, La silicosi nell’industria italiana tra ‘800 e ‘900; Classe, n. 15, anno X, 1978. R. Zangrandi “Il lungo viaggio attraverso il fascismo”, pag. 191, Mursia, Milano, 1998.

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condizioni, appare tanto ampio da poter essere colmato solo dalla retorica del sacrificio, dell’eroismo, la stessa cifra che contraddistinguerà il fascismo in guerra, che a differenza della prima non è occasione di una grande iconografia del lavoro. Dopo la guerra: verso una cultura della prevenzione  Con la fine del fascismo viene meno l’ipotesi totalitaria di controllare la produzione di immagini e la comunicazione, di codificarne il linguaggio ed il significato. La relazione tra lavoratori, operatori, e committenti si apre in nuove direzione, libera nuovi spazi: “L’aspetto più interessante delle immagini del lavoro del dopoguerra riguarda l’autorappresentazione degli operai, che appare nettamente cambiata: essi si presentano ora padroni della situazione, liberi di muoversi e di atteggiarsi a proprio piacere davanti all’obbiettivo, sia nelle immagini dei reparti sia in quelle delle riunioni sindacali nei cortili, esprimono un senso di raggiunta parità e democrazia nei rapporti (le gerarchie, quando vi sono, risultano frutto di una delega dal basso), e mostrano forme di nuova socialità anche nel rapporto tra i sessi. I volti sono di persone fiduciose, impegnate nella costruzione del proprio futuro di pace, sia pure in condizioni materiali molto difficili” 55. Una condizione presto rimessa in discussione dalla politica della Ricostruzione, che riporta il controllo della direzione sulle fabbriche, ad ampi ridimensionamenti dell’apparato produttivo accanto a nuovi investimenti nella costruzione e nella modernizzazione degli impianti, dell’organizzazione del lavoro, della direzione d’impresa, con un importante trasferimento culturale dagli Usa. Emblematiche le foto relative alle occupazioni della fabbriche e all’autogestione delle stesse, terminate spesso con una sconfitta e la chiusura di importanti industrie. Con il ritorno ad un pieno controllo sulla fabbrica la direzione ripristina i servizi fotografici promossi internamente a scopo documentari e promozionale. La rappresentazione del lavoro all’interno dei luoghi di produzione torna ad essere espressione della sola prospettiva aziendale, dei margini di libertà concessi allo sguardo degli operatori. I documenti prodotti sono fonti interessanti per capire i progressi delle tecnologie ed i cambiamenti che 55

L. Lanzardo, 1999, p. 17, op. cit..

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intervengono all’interno dei reparti produttivi, ma la cultura del tempo, gli intenti promozionali, continuano a tenere lontana dalla fotografia le concrete condizioni di lavoro, l’esperienza quotidiana degli operai. La retorica del progresso sottesa alle immagini di matrice aziendale cela un incremento notevole degli infortuni negli anni della ricostruzione e una tendenza analoga, solo di pochi anni successiva, delle malattie professionali. Come era già accaduto nella seconda metà dell’800 con la sensibilità di fotografi, giornalisti, ricercatori sociali si orienta soprattutto verso le realtà più arretrate del sud e delle isole: i minatori tornano al centro della scena, e le immagini fotografiche ci mostrano quanto poco siano cambiate le condizioni di lavoro nel tempo, soprattutto in relazione alla prevenzione occupazionale e ambientale, al lavoro dei minori. Tornano i contadini e la cultura popolare, gli inventari di mestieri tradizionali e curiose specializzazioni. Le inchieste sociologiche, antropologiche, giornalistiche, si avvalgono dalla collaborazione di fotografi, di documenti iconografici per raccontare altri lati della società e del lavoro. Un celebre esempio è quello della ricerca su Sud e Magia coordinata da Ernesto de Martino. Un caso esemplare: la silicosi in Valle Camonica  Dopo alcuni anni di esitazione, nel secondo dopoguerra, si aprì in Valle Camonica, un grande ciclo di investimenti nel settore idroelettrico, che avrebbe portato all’apertura di nuovi cantieri e all’assunzione in massa di manodopera. Gli impianti esistenti dovevano essere ripristinati, potenziati, se ne costruirono di nuovi, in previsione di una crescita del mercato dell’energia, terminata la ricostruzione dell’economia italiana. Per gli abitanti della Valle significava lavoro, salario, e sul posto, senza dovere necessariamente migrare. Dalla fine degli anni ‘40, furono migliaia gli operai occupati, nei diversi settori di cui si compone il sistema idroelettrico: la costruzione di dighe, canalizzazioni, condotte, centrali. Non durarono a lungo questi anni di intensa richiesta di lavoro, 152


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ma vennero in un momento assolutamente propizio, portando ossigeno ad una economia in gran parte contadina, aggravata dalla guerra. Fu in questo frangente che un numero molto ampio di lavoratori respirò la polvere che, all’interno dei loro polmoni, divenne in seguito – repentinamente in alcuni casi – molto meno in altri, silicosi. In particolare si ammalarono gli operai che lavoravano all’interno delle montagne a scavare gallerie per le condotte dell’acqua, caverne per centrali. Il manifestarsi della malattia seguì di pochi anni la costruzione degli impianti, trasformando il profilo di interi paesi, decimando gli uomini. La sua diffusione suscitò nei primi anni sessanta la prima documentata inchiesta giornalistica sulla silicosi nel bresciano, il primo congresso medico sulla patologia tenuto in Valle. Fallita la prevenzione si trattava ora di gestire l’insorgere della patologia. La diagnosi della malattia fin da subito si dimostrò una faccenda complessa e dolorosa, un terreno conteso, che comportava il passaggio tra diverse strutture sanitarie, l’assegnazione delle percentuali di invalidità dalle quali dipendeva la consistenza dei benefici pensionistici. La silicosi non è una malattia professionale esclusiva dei minatori, ed anche in Valle Camonica non colpì solo questo tipo di lavoratori. Il termine minatore, nel caso in esame, richiede tuttavia una precisazione.

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Non si tratta in questo caso di lavoratori della miniera, come comunemente viene definita la professione, ma ha diversi punti in comune con la stessa. Anche il minatore di galleria scava, utilizza l’esplosivo, il lume, la punta e la mazza, o le perforatrici, ed è devoto alla festa di Santa Barbara. Soprattutto entrambi corrono gli stessi rischi professionali; mine inesplose, crollo di pareti e massi, inalazione di polvere più o meno nocive, inquinamento acustico, ecc..… Quando di una persona si dice che ha fatto il minatore, in Valle Camonica, si intende che ha lavorato allo scavo di gallerie, per un periodo più o meno lungo di tempo. Alcuni ci sono solo passati per questo mestiere, per poi specializzarsi in altre professioni. Altri hanno continuato a lavorare nel settore, nell’apertura di strade e tunnel, sbancamenti di monti per la costruzione di dighe, riempimenti, costruzione di acquedotti. Professionisti dell’esplosivo, dell’apertura di vie di comunicazione, infrastrutture. Un mestiere che comportava una grande mobilità, migrazioni temporanee che portavano in giro per l’Italia e all’estero. Una professione per gli abitanti della Valle, iniziata con l’industria idroelettrica dei primi decenni del 900, l’apertura dei grandi tunnel alpini di fine 800, e che sprofonda nella tradizione estrattiva. Non sorprende scoprire che i minatori abbiano prodotto un repertorio di canzoni, una cultura, una rappresentazione specifica del loro mestiere. È tuttavia interessante rilevare come all’interno del repertorio si trovino brani dedicati ai rischi connessi alla 154


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professione. Il caso in esame appare un esempio di grossolana sottovalutazione dei rischi professionali connessi ad un mestiere e di fallimento della prevenzione. I testimoni non mancano mai di citare in testa ai loro racconti il bisogno, la fame di lavoro e salario, che portava ad accettare qualsiasi occupazione e condizione di lavoro. Un atteggiamento che la direzione delle ditte appaltatrici assecondava con salari più elevati rispetto ad altre mansioni, e il ricorso al cottimo. In seconda battuta vengono prese in considerazione la carenza di consapevolezza, cultura della prevenzione: non era del tutto sconosciuto il male della polvere, ma non si era mai dato un’ “epidemia” del genere, dove quella che poteva essere una possibilità più o meno remota diveniva una certezza. A moltiplicare i rischi intervennero poi cause tecniche, come la diffusione delle perforatrici a secco, e condizioni naturali, come l’incontro di rocce particolarmente ricche di silicio. Inoltre si potrebbe aggiungere, sempre in una dimensione culturale, una certa dose di fatalismo, la propensione al sacrificio per la famiglia, le strategie economiche volte ad acquisire una casa di proprietà, le attese di migliori condizioni di vita. Le aziende documentano ampiamente i lavori, utilizzando soprattutto la fotografia, in alcuni casi anche il cinema, con finalità promozionali, come fece la Edison con Olmi. Accanto ad altre fonti, orali e scritte le foto sono un importante documento per comprendere come si svolgeva concretamente il lavoro nell’industria idroelettrica. Obbiettivo delle riprese era nella maggioranza dei casi quello di documentare gli avanzamenti dei lavori, le condizioni emergono solo di riflesso. Conclusioni  In relazione al relativo silenzio sulle condizioni di lavoro all’interno dell’industria, la situazione comincia a mutare attorno alla metà degli anni 50, per il sovrapporsi di diversi fattori. Il 55 è l’anno in cui esce l’Inchiesta parlamentare sulla condizione dei lavoratori in fabbrica. La mole di materiali raccolti e di informazioni prodotte era enorme, veniva fuori la durezza delle condizioni di concrete di lavoro, la realtà degli incidenti, della morte. Nello stesso anno la Fiom perde la maggioranza nelle elezioni per rinnovo delle Commissioni Interne alla Fiat. La sconfitta assume immediatamente un significato simbolico più ampio, il sindacato avvia un ripensamento al cui centro troviamo il ritorno nelle 155


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fabbriche, alle concrete condizioni di lavoro, un tentativo di ripartire dalla conoscenza delle stesse. Una svolta culturale che in modo differenziato tra le diverse situazioni, porterà negli anni a importanti cambiamenti nelle strutture di rappresentanza in fabbrica. Nell’ambito della nascente sociologia si manifesta l’esigenza di promuovere nuove forme di conoscenza sul mondo del lavoro operaio, finalizzato a agire concretamente sulle situazioni, per trasformarle. Cominciano ad apparire le prime inchieste, le testimonianze degli operai portano la loro esperienza e la loro visione sul lavoro e la fabbrica. A partire da questi fermenti prende avvio negli anni sessanta una azione innovativa per migliorare la salute dei lavoratori che ha avuto un impatto ed un rilievo non solo nazionali56.

56

G. Berlinguer, “La medicina del lavoro all’inizio del secolo xx. Riflessioni sul I Congresso Internazionale (1906) e sul Congresso Nazionale (1907) per le malattie del lavoro; in A Greco, PA, Betazzi, “Per una storiografia italiana della prevenzione occupazionale e ambientale” Franco Angeli, Milano, 2007.

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Quaderni della Sicurezza Aifos n.2, 2010

QUADERNI DELLA SICUREZZA AiFOS Rivista trimestrale dell’Associazione Italiana Formatori della Sicurezza sul Lavoro Direttore Responsabile: Rocco Vitale Direzione e Redazione: via Branze, 45 - 25123 Brescia tel. 030.6595031 - fax. 030.6595040 Sito web: www.aifos.it – mail: quaderni@aifos.it AiFOS è partner dell’Agenzia europea per la salute e la sicurezza sul lavoro (OSHA) di Bilbao. AiFOS figura nell’Albo regionale “Lombardia Eccellente”, costituito con Decreto n. 10678 di Regione Lombardia, per la realizzazione del progetto “Sicurezza sul lavoro e ricerca di nuove tecnologie per la prevenzione”. Registrazione e iscrizione Registrazione al n.10 del registro periodici della cancelleria del Tribunale di Brescia in data 18 febbraio 2010. Progetto grafico: Silvia Toselli Responsabile di redazione: Maria Frassine Stampa: Tipolitotas, via Ponte Gandovere n. 3/5 - Gussago (Bs) Prezzo di questo numero: € 15,00 (spese di spedizione comprese) Versamento sul conto corrente postale n. 74894502 intestato a: AiFOS, via Branze, 45 - 25123 Brescia (Bs) Condizioni di abbonamento La rivista viene inviata gratuitamente a tutti i soci AiFOS che risultino in regola con il versamento della quota associativa annuale. Le iscrizioni ad AiFOS si effettuano esclusivamente online dal sito www.aifos.it con il versamento della quota annuale di € 100,00. Hanno collaborato: Lorenzo Alessio. Giovanni Alibrandi, Alberto Andreani, Chiara Ballarini, Giuseppe Battista, Fabrizio Benedetti, Riccardo Bianconi, Elena Bonfiglio, Giuseppe Bonifaci, Silvana Bresciani, Ettore Bussi, Alessandro Cafiero, Pier Sergio Caltabiano, Marina Calabrese, Alberto Cerquaglia, Giuseppe Ciarcelluto, Andrea Cirincione, Luigi Dal Cason, Silvano Danesi, Dario De Andrea, Diego de Merich, Priscilla Dusi, Erick Faita, Lorenzo Fantini, Stefano Farina, Paola Favarano, Rosa Anna Favorito, Giulia Forte, Ermanno Franchini, Cinzia Frascheri, Maria Frassine, Rosita Garcia, Maria Giovannone, Angelo Giuliani, Anna Guardavilla, Annalisa Guercio, Michele Lepore, Fabiola Leuzzi, Alessandra Ligi, Giuseppe Lucibello, Laura Manfrin, Marialaura Manna, Marco Masi, Francesca Morselli, Francesco Naviglio, Paolo Pennesi, Fabio Pontrandolfi, Aldo Preiti, Giancarlo Quiligotti, Franco Robecchi, Federico Ruspolini, Luca Saitta, Nirvana Salvi, Massimo Servadio, Costantino Signorini, Giuseppe Spada, Michele Tiraboschi, Filippo Trifiletti, Silvia Toselli, Celso Vassalini, Andrea Volpe, Vito Volpe, Rocco Vitale, Carlo Zamponi. Precisazioni È vietata la riproduzione o la memorizzazione dei “QUADERNI DELLA SICUREZZA AiFOS” anche parziale e su qualsiasi supporto. La Direzione della rivista e l’Associazione Italiana Formatori della Sicurezza sul Lavoro declinano ogni responsabilità per i possibili errori o imprecisioni, nonché per eventuali danni risultanti dall’uso delle informazioni contenute nella presente pubblicazione.

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PROSSIMA USCITA:

QUADERNI DELLA SICUREZZA AiFOS

Rapporto AiFOS 2011

Il Datore di Lavoro e la Formazione alla Sicurezza

n. 1 - anno I

T.U. n. 81/2008

n. 2 - anno I

Valutare i rischi.

n. 3 - anno I

Gestione aziendale e salute e sicurezza sul lavoro

n. 4 - anno I

La figura del Formatore alla Sicurezza

Rapporto AiFOS 2010

1 dicembre 2011 - Roma CNEL - Sala della Biblioteca Viale Davide Lubin n. 2 - 00196 Roma presentazione “Rapporto AiFOS 2011” sulla Salute e Sicurezza negli Ambienti di Vita e di Lavoro.

n. 1 - anno II

I Sistemi di Gestione della Sicurezza tra Certificazione e Asseverazione Atti del Convegno - 27 Gennaio 2011

n. 2 - anno II

La conoscenza dello stress lavoro-correlato Una strada verso l’azienda No-Stress


Aifos è un’associazione senza scopo di lucro costituita da formatori, docenti, professionisti, consulenti ed aziende che operano nel campo della sicurezza sul lavoro. La formazione è strumento di prevenzione per la salute e la sicurezza nei luoghi di vita e di lavoro. La rivista scientifica trimestrale “Quaderni della Sicurezza Aifos” presenta studi, ricerche, analisi e commenti di carattere monografico.

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QUADERNi DELLA SiCUREZZA AiFOS Associazione Italiana Formatori della Sicurezza sul Lavoro

Rivista monografica trimestrale - Salute e Sicurezza nei Luoghi di Vita e di Lavoro

I Lavori e la Sicurezza sul Lavoro Nei 150 anni dell’Unità d’Italia 1861-2011

A cura di: Rocco Vitale Interventi di: Michele Lepore e Rocco Vitale Lorenzo Alessio Giuseppe Battista e Francesco Maria Rinaldi Silvano Danesi Franco Robecchi Gigi Bellometti Giancarlo Quiligotti

n. 3 - Anno II Trimestrale Luglio - Settembre 2011

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Q3 2011  

I Lavori e la Sicurezza sul Lavoro Nei 150 anni dell'Unità d'Italia

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