TRAKS MAGAZINE #38

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traks magazine Numero 38 - novembre 2020

ANNARE’ NDM LINEA

AGA FIORI DI CADILLAC BOAVISTA


sommario 4 Annaré 8 AGA 12 NDM 16 Linea 20 Fiori di Cadillac 24 D.IN.GE.CC.O 28 Bioscrape 32 Boavista 36 Gregorio Mucci 40 Pierpaolo Lauriola 42 Eduardo De Felice 46 Marco Santoro 50 AAAA

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ANNARE’

Una sognatrice con qualche problema con il glutine: “Gluten Free” è il nuovo singolo e video della cantautrice, in attesa dell’album “Mezzanotte”

Partiamo dalle presentazioni: ci racconti chi è Annarè? Annarè è una sognatrice, una persona all’apparenza molto estroversa ma che in realtà è molto riservata e timida.. Mi piace scherzare, molto, mi piace condividere con le persone momenti di sorrisi e risate, ma per la maggior parte del tempo, mi chiudo in me stessa, nel mio piccolo mondo fatto di note, sfumature, emozioni, spesso prorompenti tanto da farmi perdere la cognizione del tempo e del luogo e, spesso purtroppo, anche delle persone. Questo mi porta a scrivere e suonare tantissimo, ecco perché ho decine e decine di canzoni, messe da parte, magari registrate magari solo canticchiate. Sono estremamente socievole

e allo stesso tempo e allo stesso modo, estremamente asociale. Due lati di me che si possono riscontrare anche quando salgo sul palco. “Gluten free” è il tuo nuovo singolo e video: da quali ispirazioni (immagino non solo alimentari) nasce? Nasce dal voler ironizzare su una cosa che in realtà non mi faceva ridere per niente: le mie intolleranze/allergie alimentari. Erano i primi incontri con una persona e mi ricordo di aver pensato, sul divano nel salotto di casa, con la chitarra in mano: “Cavolo! Ma se ci devo uscire a cena che mi invento?!” e di lì è nato il ritornello “E vuoi uscire con me? Ma senza glutine, senza lattosio, magari evi-


cover story


Hai partecipato a numerosi concorsi canori. Qual è la lezione migliore che hai imparato calcando quei palchi? La cosa più importante che ho imparato è a godere della musica. Molto spesso, soprattutto all’inizio, ne abbiamo paura, il palco quasi ci terrorizza..vuoi per il giudizio di chi ascolta, vuoi per timidezza, vuoi per paura di metterti a nudo..Tutte le esperienze fatte mi hanno portato invece a vivermela come un vortice, come un salto verso tutte le mie emozioni, sensazioni, idee. E’ come mettermi davanti allo specchio e parlare con me stessa. All’inizio era una cosa assolutamente autodistruttiva, ora invece cavolo, mi piace un sacco! Mi guardo e addirittura mi sorrido! Ed è paradossalmente assurdo quanto ora, molto più di prima, la gente mi capisca e riesca ad apprezzare ciò che faccio ma soprattutto ciò che sono.. Proprio ora che l’essere accettata socialmente, mi interessa poco. Sono riuscita a creare, in tutti questi anni, un pubblico ristretto, un pubblico che però si ferma ad ascoltare parola

tiamo anche il peperoncino..” Le mie canzoni nascono sempre in relazione a qualche evento, spunto, episodio personale che realmente vivo. Raccontaci qualcosa del tuo nuovo disco, “Mezzanotte” “Mezzanotte” sarà un disco molto “elettrico”.. Mi spiego meglio..è un album che presenta 12 tracce che sono anche notevolmente diverse tra loro sia per contenuti, sia per espressione, sia per musica. In realtà, come ho detto prima, tutte le canzoni che scrivo, raccontano di me. Questo album più di tutti mi racconta a 360°; racconta la mia parte, appunto, socievole, simpatica, leggera anche.. Ma racconta pure l’altra faccia di me, quella scura, quella malinconica, quella silenziosa e riflessiva. Se il primo album “Prometto” era quasi un mio urlo, uno sfogo personale a volte anche direttamente sfacciato nei confronti delle persone che in un modo o nell’altro mi avevano ferito, cambiato, scheggiato, “Mezzanotte” è un mio ritratto, messo lì, a mostrare a tutti chi è realmente Annarè. 6


per parola e che trova spunto molto spesso dalle mie canzoni. Ecco, devo dire che il senso, il vero motivo per cui condivido la mia musica con la gente, è per dare voce alle persone che hanno magari avuto un percorso simile al mio, ma che proprio come me, molto spesso non riescono a parlare, ad esprimere ciò che provano. Vorrei donare un po’ di forza a tutte queste persone e fargli capire che non sono sbagliate, che andiamo bene così. Che piani hai ora, in questi tempi di incertezza per tutti? I tempi purtroppo ci portano a star lontani appunto dal nostro pubblico, ci portano a condividere tramite schermi, video, telefonate. A marzo mi sono buttata a capofitto sulla scrittura e la composizione. Ora sto ultimando il disco e sto progettando una serie di eventi ONLINE per poter continuare a condividere, ad emozionarmi e a stare vicino a quelle bellissime persone che mi seguono sempre. Non ci si ferma mai.. Per fortuna il nostro non è solo un lavoro, è una vocazione, un moto conti-

nuo che si sviluppa in ogni forma e momento. Non si sta mai fermi e non ci si può sottrarre da tutto questo. Quindi il mio piano è sicuramente quello di ultimare il disco, preparare al meglio i live che torneranno ad esserci e poi condividere qualsiasi cosa con il mio pubblico.

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AGA “Dream On” è il nuovo lavoro di Alessandro “Gomma” Antolini, che per la prima volta utilizza la lingua italiana per le proprie visioni


l’intervista

Prima domanda ovvia: perché il passaggio all’italiano, e perché ora? R[Evolution] è stato un disco che ho concepito con la parola al servizio del suono in Dream On sentivo la necessità di una scrittura più estesa. Anche se ascolto e compongo brani con riferimenti più vicini al linguaggio musicale internazionale e/o d’oltremanica quando parliamo di testi penso che la lingua italiana sia più ricca di sfumature e Dream On aveva bisogno di queste. Come va interpretato questo tuo

invito al sogno? Quanto c’è di fuga da una realtà molto precaria come quella odierna? il sogno va interpretato come un linguaggio notturno che pone il suo messaggio con simboli, parole alle volte sconnesse ma con senso compiuto, a una azione mentale e non fisica. Tutto questo per dire che non c’è alcuna fuga, semmai il desiderio che arrivi quello per cui si è sognato. Penso che la vita odierna come quella in passato possa riservare dei momenti difficili l’ unica differenza è che questa difficoltà oggi è di tutti indistinta-


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mente. Seppure in modo piuttosto “alternativo”, definisci questo disco come una sorta di concept. Qual è la storia che volevi raccontare? Se mi scrivi questo vuol dire che non hai capito la storia che sta dietro a Dream On, o sbaglio? Nessun problema, la mia volontà era quella di creare una storia che permettesse chiunque ascoltasse il disco di esser protagonista senza alcuna verità da dire o da condividere. La tua domanda mi ha fatto capire che il mio intento è riuscito. Tu produttore ti sei avvalso di ben tre produttori per il disco, tra l’altro anche di notevole fama. Ci spieghi perché e che cosa hanno regalato al disco? Quando associo a me uso il termine “Produttore” lo intendo per il solo prodotto di cui sono anche l’autore cioè AGA. Produrre musica per me è stato un lavoro a tutto tondo come si dice “dalla semina al raccolto”. Naturalmente mi sono avvalso di studi e produttori con cui collaboro e con cui sono entrato in empatia già da diversi

anni grazie al potenziale che ha il loro studio di registrazione. Colgo l’occasione anche per sottolineare che la scelta è stata di più studi di registrazione perché essendo AGA un progetto solista volevo avere con me la persona più giusta per il brano preso in questione. Peraltro, ringraziandoli tutti, ho cercato e cercherò sempre di unire le forze del territorio romagnolo e oltre che ormai conosco molto bene. Quali saranno i tuoi prossimi progetti? Ci sono in atto già alcune collaborazioni che concluderanno il lavoro di Dream On per poi arrivare al nuovo lavoro che suppongo vedrà luce nel 2021. Sarà un lavoro inedito nella sua forma meno nei contenuti e si avvarrà di collaborazioni a distanza e non. Nelle prossime uscite sui social vi terrò aggiornati. Concludo, in ultimo ma non per importanza, dicendo che quando ritornerà (spero al più presto) la possibilità di esibirsi avrò già pronto un live-set con il mio fedele Visual Art e compagno di avventure Gianni Giovanni Margotto. 11


NDM

“Non so se avete presente” è l’ultmo disco della band, ricco di rock, di spigoli e di canzoni taglienti


l’intervista

Raccontateci chi sono gli NDM Gli NDM sono un’alternative rock band composta da personalità artistiche con attitudini e gusti diversi. Ci piace cercare di far confluire le nostre idee verso una concezione del rock possibilmente al di fuori delle categorie e delle sfumature di genere, all’inter-


no delle quali molti artisti si trovano incasellati, intrappolati. Vogliamo proporre un rock libero da sovrastrutture, definizioni e categorizzazioni, per noi paradossi di quella che dovrebbe essere la vera essenza del rock. Un ep molto robusto e ruvido, un sound che sembra arrivare da decenni perduti: come avete messo insieme Non so se avete presente? Il suono arriva dal passato, ma cerchiamo di decontestualizzarlo e inglobarlo in un’attitudine più

moderna. Non so se avete presente rappresenta le nostre idee successive al primo album… uno step evolutivo necessario, secondo gradino di quella che speriamo sia una lunga scalinata. Posto che si sentono molto i ’70 e i ’90 nel vostro stile, ci raccontate qualcosa del vostro metodo di scrittura delle canzoni, anche per capire se è vintage anche quello? Nel rock è facile rievocare in chi ascolta riferimenti ad epoche o sonorità. Ci piace prenderli e de14


contestualizzarli in atteggiamenti compositivi più moderni. Il nostro modo di scrivere avviene in maniera abbastanza naturale: si parte sempre dalla parte strumentale, da improvvisazioni… dopo di che si estrapola il buono e ci si continua a lavorare al dettaglio. Il testo è uno step successivo, quasi come fosse una reazione istintiva a quello che lo strumentale ci sta trasmettendo. Non crediamo esistano modi di scrivere “vintage” o “moderni” se si tratta di attitudini spontanee. Cerchiamo da sempre la versatilità: abbozzare delle idee insieme o su un pc è soltanto un piccolo passo verso il sentire un pezzo chiuso. Il grosso lo fa il sudore e le ore di prove in saletta. Posto che quello che pensate dell’indie pop e dell’itpop è abbastanza chiaro, che cosa vi piace della musica italiana oggi? Ci piace chi non ha paura di esprimersi, chi non si lega a un filone musicale o artistico solo perché in quel momento risulta essere quello “vincente” all’interno del mercato discografico. Ci piace chi, con la consapevolezza tipica del vero

artista, racconta sé stesso senza forzarsi in ruoli o attitudini che non gli appartengono. Ci piacciono le novità e le contaminazioni di genere, ci piacciono i cantautori che non parlano nei loro testi delle loro liste della spesa. Proprio in virtù di questo discorso, e non facendo di tutta l’erba un fascio, è chiaro che ci sia capitato di trovare anche degli esempi di artisti virtuosi all’interno della scena, per esempio, indie. Come molte rock band immagino che patiate particolarmente la situazione dei live. Come rimediate e come vi state tenendo in allenamento? I live sono la cosa che ci manca di più in assoluto. La sentiamo come la nostra dimensione per eccellenza e quel particolare scambio di energie rimane unico e incolmabile. In questo periodo però stiamo facendo confluire tutte le nostre energie su quello che succede “dietro” il palco: sulla scrittura di nuovi pezzi, su nuovi ascolti… Di certo ci faremo trovare pronti quando ci sarà la possibilità di riabbracciarci tutti, sottopalco. 15


LINEA Una band storica che torna per festeggiare un anniversario importante, ma anche per offrire una nuova veste a brani storici

Perché un ritorno dei Linea ora? Gimmy: Un ritorno ora perché nel 2019 sono stati 30 anni dalla fondazione della band, quindi per questo traguardo importante avevamo deciso di farci (e fare a tutti) un regalo all’altezza. E cosa di

meglio per una band di un disco?? Abbiamo così iniziato a lavorare a questo progetto, che tra lockdown e tempi di lavorazione, è andato più in lungo...però ci siamo riusciti e ne siamo orgogliosi! Federico: nel 2019 abbiamo “salutato” i 30


anni di attività per cui ci girava in testa questa idea di festeggiare questa ricorrenza, che per noi significa un gran bel traguardo, facendo un disco nuovo ma che ripercorresse un po’ tutta la nostra storia. È vero che negli ultimi anni

non siamo stati molto attivi come Linea però tieni presente che dal 2014 al 2019 abbiamo fatto da backing band al nostro amico cantautore Filippo Andreani e con lui abbiamo prodotto due dischi (La prima volta e Il secondo tempo). Non siamo mai stati una band molto prolifica discograficamente parlando ma non ci siamo mai sciolti. A livello globale non si può certo dire che il 2020 sia un anno nato sotto a una buona stella, ci è voluto del coraggio per uscire con un disco nuovo nel bel mezzo di una pandemia però questo è ciò che ci sentivamo di fare e non abbiamo preso in considerazione il fatto che potesse essere un limite. Per noi la musica ha una forte funzione consolatoria, nei momenti peggiori è di gran sostegno morale, spegnerla significherebbe soccombere. Come siete arrivati alla formazione attuale? Gimmy: in 30 anni sono cambiati diversi elementi nella band, chi per scazzi, chi per diversità di vedute, chi per problemi di salu-


funziona, ahah. A parte gli scherzi la vera novità, oltre a Max che da qualche anno ha sostituito Fulvio alla batteria, è che non abbiamo più il cantante come figura centrale: abbiamo deciso di dividerci il compito io e Gimmy assestandoci così in questa formazione a quattro. Purtroppo a volte le vicissitudini della vita quotidiana non hanno consentito ad alcuni nostri ex-compagni di continuare a fare parte della band. In alcuni casi, invece, qualcuno se n’è andato per divergenza di vedute ma mai nessuno è stato messo alla porta. A dire il vero, pensando ai live di presentazione che ahimè per il momento non possiamo fare, abbiamo deciso un nuovo inserimento in organico, per la prima volta sarà presente un tastierista. Fuori mercato è dedicato a noi stessi ma anche a tutti quelli che hanno fatto parte della nostra famiglia musicale o che con uno strumento o un microfono in mano hanno contribuito alla continuità dei Linea. Invece di partire dagli inediti, avete rinnovato alcuni brani del

te e anche per eventi più tragici, insomma, a parte qualcuna, tutte le cose che succedono in quasi tutte le band che si rispettino! Ora siamo in quattro e la formazione è stabile. Io sono il più vecchio e sono nella band dalla fondazione nel 1989. Con Silvio (bassista), suoniamo insieme da ormai vent’anni. Con Fede (altro chitarrista) da quindici anni. Max invece (batterista) è con noi da poco prima di questo disco, ma lo conosciamo da trent’anni. Infatti era venuto a fare un provino con noi nel 1990, quando cercavamo un nuovo batterista. Lui suonava in una band di San Giuliano con Silvio e venne a provare con noi, ma alla fine decise di non unirsi ai Linea, perché non si sentiva pronto. Dopo 30 anni eccolo qui... Federico: la nostra storia è comune a quella di molte band, durante il tragitto può essere che qualcuno “scenda dal treno in corsa” per i più svariati motivi. Io,Gimmy e Silvio suoniamo insieme dal 2005, loro due addirittura dal 2000... se non ci siamo ancora presi a cazzotti vuol dire che questa line-up 18


vostro repertorio. Perché? Gimmy: Avevamo in mente di fare questo disco per i 30 anni, andando a riprendere vecchi brani lungo tutta la nostra storia. Abbiamo lasciato fuori quei pezzi, che nel corso del tempo, erano diventati i nostri classici suonati anche live. Siamo andati a cercare quei pezzi che per noi non avevano avuto la luce che si meritavano, magari per un arrangiamento non all’altezza, o per altri motivi. In questo caso abbiamo scelto dei brani che per noi erano belli...una bellezza intrinseca, negli accordi, nell’armonia o nella melodia, nel testo, e abbiamo cercato di tirare fuori questa bellezza con un nuovo vestito, un nuovo arrangiamento. Senza badare al genere o alla strada che prendeva, dandogli un suono più moderno, una nuova luce. Credo e spero di esserci riusciti. Per questo voglio ricordare lo studio dove lo abbiamo registrato, L’Edac studio Di Fino Mornasco con Davide Lasala e Andrea Fognini; e anche il buon Kappa con la sua Ammonia Records. Federico: questa cosa

è nata dalla volontà di rivalutare alcune canzoni che nel corso degli anni son rimaste un po’ in ombra e che magari non abbiamo nemmeno mai suonato dal vivo. In alcuni casi si tratta di canzoni inedite in quanto non sono mai “entrate” nei nostri dischi. Comunque si tratta di canzoni di cui non eravamo soddisfatti quanto ad arrangiamento e registrazione. Aggiungi il fatto che ci sembrava bello festeggiare i trent’anni ripercorrendo alcune tappe del nostro cammino aggiungendo un brano nuovo di zecca che è un po’ la “ciliegina” sulla torta. A quando un disco di inediti? Gimmy: Be’ per ora stiamo promuovendo al meglio questo Fuori mercato che ci sta dando molte soddisfazioni anche per gli ottimi ritorni. In futuro chissà....dopo questa bella esperienza, soprattutto per il modo in cui abbiamo lavorato, tranquilli e divertendoci, si può ripartire da questi nuovi suoni e pensare a dei pezzi nuovi da mettere in un nuovo disco... Sempre se questa maledetta pandemia ci darà una tregua! 19


FIORI DI CADILLAC

“Ma che succede fuori” è il nuovo singolo del trio salernitano, “figlio” della quarantena e della voglia di libertà


l’intervista

Ma che succede fuori è il vostro nuovo singolo e non è contenuto nel vostro ultimo disco. Mi raccontate come nasce? Ma che succede fuori è il primo singolo che esce dopo Fuori dalla Storia, album che abbiamo pubblicato il 20 marzo, in pieno lockdown. Ci siamo ritrovati a

passare giornate intere in videochiamata e a chiederci cosa stesse realmente succedendo nel mondo, ed è cosi che abbiamo buttato giù le idee per questo nuovo singolo. Abbiamo utilizzato l’elettronica, i synth, le drum machine e tutto ciò che avevamo in casa per raggiungere un sound che espri-



lavoro di squadra, grazie a molti amici che hanno partecipato attivamente alla realizzazione del video. Durante le riprese ci siamo accorti che i personaggi della storia, rispecchiavano appieno ciò che ognuno di noi sentiva dentro di sé. Ci siamo accorti che forse, in fondo, non stavamo nemmeno recitando. Tre nomi che vi piacciono particolarmente della musica italiana di oggi Venerus, Ghemon, Post Nebbia. Quali sono i vostri prossimi piani? Il nostro piano è continuare a sperare che tutto questo macello finisca e ricominciare a suonare live.

messe ansia, inquietudine contrapposte a un’enorme voglia di vivere. Il singolo è in qualche modo “figlio” della prima quarantena. E’ quasi ora di scriverne un altro? Ci sono tante cose in cantiere, nell’ultimo periodo stiamo lavorando duramente su vari progetti. Un altro singolo, chissà… Un’altra quarantena? forse … Mi raccontate qualcosa del video? Per il video abbiamo immaginato una storia basata su due protagonisti: Luigi e Benedetta. Due ragazzi che si fanno un giro per conoscersi meglio, e che insieme trovano il coraggio per scendere in strada e mettere in atto la propria rivoluzione. A luglio abbiamo fatto tutte le riprese in una Salerno desolata, strana, ma con una sorta di elettricità nell’aria. Ogni scena è stata possibile soltanto grazie a un grande 23


D.IN.GE.CC.O

“Linear Burns” ovvero ustioni lineari: musica elettronica sì, ma trasfigurata, contaminata, rivisitata Partiamo da te: ci racconti chi sei e come nasce il tuo progetto? Chi sono? La prima cosa che mi è venuta in mente, per rispondere a questa domanda è la risposta data da Rodolfo nella Boheme di Puccini, in “Che Gelida Manina”… hai presente? > Chi son? Sono un poeta. Che cosa faccio? Scrivo. 24

E come vivo? Vivo.> A parte le battute, credo che nella sostanza la mia risposta possa avvicinarsi molto a quella di Rodolfo perché sono convinto che ogni approccio con la propria parte creativa, debba nascere dalla poesia e, in generale, da una visione poetica dell’esistenza. Il mio approccio alla creatività, è nato con la musica ma il primo passo verso il giudizio, da parte del mondo esterno, sul mio operato, l’ho fatto con la poesia. Pubblicai una raccolta di poesie quando avevo 22 anni dal titolo Domani Niente Sarà più Lo Stesso. Scrivere per me è sempre stato un atto liberatorio, una vera passione che insieme a quella per la musica, mi ha sempre accompagnato. Ma la passione per la musica fu più precoce. Componevo sonate al pianoforte ancora prima di riuscire a leggere la musica. Le incidevo in delle audio cassette che dovrei ancora avere da qualche parte, a casa dei miei genitori. Dall’altra parte, le mie composizioni musicali, me le sono sempre tenute strette, gelosamente, come un diario segreto che non volevo


razioni di Linear Burns Posso dire che avevo altri progetti prima che prendesse corpo Linear Burns. Dalla pubblicazione del primo lp nel 2013, alla pubblicazione del secondo, nel 2019, ho fatto passare 6 anni. Questa volta ho impiegato molto meno per pubblicare il terzo lp. Ma semplicemente perché avevo qualcosa da dire di diverso rispetto a quello che avevo detto precedentemente. Chi ha un’indole introversa come la mia, è sempre alla ricerca di un’evoluzione interiore che a volte matura in tempi lunghi, altre volte, invece, si manifesta in tempi più brevi. Dipende da quello che ti circonda, dalle esperienze che fai, sia di vita vissuta che nella vita interiore. Nella composizione di Linear Burns sono stato molto influenzato da ciò che mi accadeva intorno, a me come persona e in generale ai tempi che stiamo vivendo. Ci sono brani che sono decisamente più intimisti ed altri nati da una voglia di rappresentare la mia visione di quello che ci sta accadendo come genere umano. La rappresentazione

fare leggere a nessuno. Sì, è vero, da ragazzino suonavo il pianoforte per gli amici e i parenti e perlopiù cose composte da me, ma l’idea di fare conoscere “al mondo” la mia musica, è venuta molto più tardi. L’ho fatto quando mi sono sentito pronto o semplicemente ne ho sentito l’esigenza. Posso quindi affermare che questa cosiddetta “ossessione di comunicare” è comunque stata sempre presente nella mia vita. Linear Burns è nato da questo stesso impulso: comunicare la mia visione delle cose, oggi, nel 2020, e credo che ogni artista o creativo, debba rispondere ad una sola domanda, prima di rendere pubblica una sua opera: cosa ho da dire? Se ti convincerai che si, effettivamente, hai qualcosa da dire, allora desidererai avere un tuo pubblico, lo cercherai, perché nascerà forte dentro di te l’esigenza di far conoscere la tua visione agli altri. Questa vibrazione che sentirai, diventerà come un imperativo categorico, tant’è che, difficilmente, ti chiederai, poi, perché lo stai facendo. Vorrei sapere quali sono le ispi25


ritmi, ho fatto i conti con una rappresentazione musicale che vuole essere, prima di tutto, evocativa, evocativa di miei ricordi, musicali e non, anche d’infanzia, ma anche d’impressioni legate a quello che potrebbe avvenire… lampi di futuro che ho visto, qualche volta, colpire la mia fantasia durante i miei viaggi. Viaggi reali ma anche immaginari, che ho intrapreso leggendo un libro o vedendo un film o magari giocando a un video game. Come in Nuovo Cinema Paradiso, l’avvento della tecnologia ha dato vita a nuove generazioni di sognatori. Ad accompagnare il disco ci sono alcune tue immagini, un po’ post atomiche un po’ da medico con il becco dell’epoca della peste. E’ questa la visione che hai del mondo in questo momento? Esatto, post atomiche e cyberpunk direi. E’ un gioco quello delle maschere ma rappresenta un po’ un immaginario onnipresente nella nostra epoca, immaginario che, tra l’altro, calza perfettamente con i giorni che stiamo vivendo, non credi? La mia generazione è cre-

di una società che sempre più si affida alla velocità, che sta collassando nella sua smania di consumare tutto; il richiamo di suoni del mondo e di tradizioni lontane che sembrano perdute nel tempo, tutto questo si può tradurre in suoni? In una canzone? Io credo di si. E la musica elettronica, per come l’ho sempre concepita, è in grado di farlo se riesce a uscire allo scoperto, libera da gabbie stilistiche o concettuali, senza compromessi, facendosi violentare e plasmare a piacimento. Ed è così che attraverso la ricerca di suoni e 26


sciuta sotto lo spettro imminente di inevitabili catastrofi. Da bambino mi ricordo benissimo quando mia madre fece sparire il latte da casa. Come facevo a fare colazione senza il latte? Io adoravo il latte, corretto con quintali di Nesquik o Ovomaltina… ma c’era stato il disastro di Chernobyl e quindi, niente più latte a colazione, per mesi.Tra orrori reali e orrori immaginari, sono decenni che viviamo sotto una cappa inesorabile catastrofica che ha segnato i nostri anni più belli. Tutto questo credo che ci abbia insegnato a convivere con il senso ineluttabile della fine del genere umano. L’uomo nero, Babadook, è divenuto quasi un compagno di merende. Esorcizzare la fine, una fine collettiva, ricordandoci che potrebbe aspettarci un futuro come quello di Mad Max o Terminator o magari peggio, è un po’ come dire: ecco non ho paura, sono pronto. Così come, in questo tempo di pandemìa, la mascherina sanitaria ci protegge da un nemico invisibile, così la maschera Cyberpunk simboleggia quasi una corazza moderna da in-

dossare per prepararsi a un’imminente grande battaglia, qualunque essa sia. In fondo questo non è un atto di resistenza che presuppone una bella dose di ottimismo verso il futuro? Come nasce il singolo Foreign doors? Foreign Doors è nato con l’idea di fare un pezzo che rievocasse le atmosfere di quelle serie televisive anni ‘70-’80, a sfondo poliziesco o noir, condite di ironia e atmosfere un po’ malinconiche, che poi sono state ispiratrici di tutta la new wave degli anni ‘80. Ho rivisitato il tutto in chiave moderna costruendo una struttura molto lineare, anche a livello compositivo, incastonata su una linea ritmica quasi in controtempo ma incalzante e potente. Così ho fatto mie le movenze e i ghigni del giovane cameriere in livrea e l’eleganza dell’anziana nobile signora che, da soli, creano un contrasto eccezionale. E così ne è uscito un video tra il noir, il giallo e l’horror, condito da ironia dark, che credo sia riuscito nell’intento di fare da cornice ideale per il brano. 27


BIOSCRAPE

“Havoc” è il nuovo ep di “quattro amici musicisti”, accomunati dalla determinazione, dal rock e dalla mancanza dei live


l’intervista

La vostra band ha una storia piuttosto lunga e articolata. Ma ci raccontate chi sono i Bioscrape oggi? SĂŹ il prossimo anno speriamo di riuscire a festeggia i nostri primi quindici anni. I Bioscrape ri-


Gli organi specializzati e gli addetti ai lavori finora hanno accolto molto bene l’ep con ottime recensioni sia italiane che straniere. Purtroppo siamo solo riusciti a fare uno spettacolo a febbraio di presentazione e poi c’è stato il blocco totale,abbiamo lavorato e

mangono quattro amici musicisti accomunati da una fortissima determinazione, da un’amicizia profonda e dal desiderio incessante di raggiungere insieme traguardi sempre più importanti. Quali sono le premesse del vostro nuovo ep Havoc? 30


Situazione live: come state vivendo questi tempi difficili? Lo spettacolo live è ,da sempre ,la nostra massima espressione dove riusciamo a trasmettere al meglio la nostra impronta sonora e la mancanza del palco in questo periodo è davvero una sofferenza enorme. Attualmente ci stiamo dedicando a tempo pieno alla composizione di nuovo materiale per avere molti brani su cui lavorare per il prossimo lavoro in studio. Come farete passare il tempo da qui all’uscita del vostro nuovo disco, previsto per il 2022? Sicuramente continueremo a scrivere e arrangiare il nuovo materiale e comunque prima di registrare il nuovo album vogliamo fare un periodo di promozione dal vivo di Havoc che è ancora forzatamente nuovo come lavoro.

continuiamo a lavorare molto con la promozione facendo più apparizioni radio possibili in attesa di poter nuovamente salire sul palco. Com’è la scena piemontese dal punto di vista del rock? Il metal in Piemonte è abbastanza attivo e presente con diversi festival estivi di alto livello e alcuni ottimi locali che danno fortunatamente anche spazio alle band originali. La nostra speranza è che ci siano sempre più opportunità di suonare dal vivo per chi propone musica propria. 31


BOAVISTA

“Lì dove ci sono le stelle” è il nuovo album del quintetto nato a Bologna e cresciuto a pane e rock


l’intervista

Chi sono i Boavista? Siamo semplicemente cinque ragazzi che sognano di continuo, cercando di tramutare i sogni in musica. Siamo una band che nasce da incontri casuali a Bologna e scatta subito quella scintilla che ci permette di scrivere, suonare e stare insieme divertendoci. Non a caso abbiamo proprio deciso di


chiamarci Boavista (che indica “Visti a Bologna”). Con quali ispirazioni (e aspirazioni) siete arrivati a questo disco di debutto? Mmmm... in realtà abbiamo cominciato a scrivere non pensando di tirare fuori l’album, però più lo facevamo e più vedevamo che già prendeva forma in modo naturale. Ovviamente ci sono tante influenze nei nostri brani che sono frutto dei nostri singoli ascolti. Cerchiamo di valorizzare le nostre singole caratteristiche che hanno sicuramente fondamento nel rock, ma allo stesso tempo si respira aria di cantautorato miscelandolo a suoni elettronici come synth e le chitarre più rockeggianti. Ci piace ascoltare il britrock, il rock americano, l’elettronica ma abbiamo anche tanti riferimenti dello scenario italiano come i Negramaro, Subsonica, Elisa, Gazzè, Vasco ecc ecc... Come nasce Ruggine e perché l’avete scelta per il video? Ruggine è nata durante una notte in studio da me (Luigi). Eravamo io e Simone (cantante), e ho fatto 34

ascoltare delle registrazioni che avevo già fatto in pre produzione. Simone si è fermato immediatamente, mi chiede di rimandare in ascolto il brano e a un certo punto comincia a scrivere su un foglio di carta che avevo lì sulla scrivania. Davvero, si è fermato il tempo e quando ci siamo resi conto che siamo stati lì senza fiatare per 4 ore aveva preso forma Ruggine. Questo è quello che definisco magia. Avevamo bisogno di dare un volto a questo brano e abbiamo deciso di girare un video incentrandolo sulla storia di una ballerina che nonostante le avversità non ha mai mollato. E’ il messaggio che vogliamo trasmettere. Tre nomi che vi piacciono particolarmente del rock italiano di oggi Tre sono pochi, ma come già spoilerato nella domanda precedente, sicuramente Negramaro, Subsonica, Elisa. Quali sono i vostri progetti futuri? Non appena finisce questo brutto periodo, sicuramente portare live il nostro album. Abbiamo ne-


cessità di raccontarlo alla gente e sentire il loro calore. Ora si cerca di promuoverlo a piÚ non posso tramite tanti canali di riferimento e grazie al nostro ufficio stampa L’Altoparlante che ci segue di continuo. Nel frattempo si continua a lavorare in studio confrontandoci con il nostro produttore Filippo Manni e diamo sfogo a questo continuo flusso di nuove idee che non possiamo fermare. La musica deve andare avanti. 35


GREGORIO MUCCI

“Lì dove ci sono le stelle” è il nuovo album del quintetto nato a Bologna e cresciuto a pane e rock


> 1) Ci racconti chi sei? > Sono una persona profondamente innamorata dell’arte, della bellezza. > Per anni ho rifiutato l’etichetta di artista. Adesso ha un suono dolcissimo e delicato. > Credo che la vita sia semplice: una volta capito quello che ami, basta seguirlo. > > 2) Come sei arrivato alla scelta dei cinque pezzi dell’ep? E’ la > fotografia del momento oppure le accumulavi da un po’? > La fotografia del momento non direi. Possono esserci dei richiami ma non sono voluti perchè il lavoro è antecedente a questa situazione che stiamo vivendo. > Il fatto che ci siano echi di cio’ che stiamo attraversando mi fa molto piacere: ci abbiamo visto lungo (ahah). > La scelta è arrivata seguendo una semplice regola: dare un’immagine di me che fosse fedele alla musica che sto scrivendo. > E quindi puoi sentire il Jaguaro e poi passare a Non è un Problema. Puoi sentire Meglio Morire e poi trovarti in un’atmosfera come quella di E aspetto te. > La musica, come tutta l’arte, ha bisogno di confini. Compito dell’artista è quello di trovare quelli giusti. > > 3) Come nasce “Il jaguaro” e perché l’hai scelta come singolo? > Il Jaguaro è una descrizione piuttosto romanzata di un amico. Ha attraversato un momento complicato e si è trovato tanta gente che, invece di comprendere e fare uno sforzo di empatia, ha preferito la via piu’ semplice: giudicare e puntare il dito. L’ho scelta perchè è una canzone a cui sono molto legato e perchè eravamo convinti che fosse un gran bel pezzo. > > 4) Chi sono i tuoi punti di riferimento musicali? > Attingo molto dal passato, sia in ambito internazionale che nazionale. Rolling Stones, Beatles, Dylan, Prince, M. Jackson, Bowie; Battisti, Dalla, Rossi, Rossini, Battiato e Rino Gaetano. > > 5) La promozione live al momento sembra impossibile. Quali saranno i > tuoi prossimi passi? > Lavorare con quello che è possibile maneggiare. I social (internet in generale) al momento sembra l’unica via per poter arrivare a un certo numero di persone. Abbiamo già diverse idee in mente, ci stiamo lavorando e sono molto fiducioso.

l’intervista

Ci racconti chi sei? Sono una persona profondamente innamorata dell’arte, della bellezza. Per anni ho rifiutato l’etichetta di artista. Adesso ha un suono dolcissimo e delicato. Credo che la


vita sia semplice: una volta capito quello che ami, basta seguirlo. Come sei arrivato alla scelta dei cinque pezzi dell’ep? E’ la fotografia del momento oppure le accumulavi da un po’? La fotografia del momento non direi. Possono esserci dei richiami ma non sono voluti perché il lavoro è antecedente a questa situazione che stiamo vivendo. Il fatto che ci siano echi di ciò che stiamo attraversando mi fa molto piacere: ci abbiamo visto lungo (ahah). La scelta è arrivata seguendo una semplice regola: dare un’immagi38

ne di me che fosse fedele alla musica che sto scrivendo.E quindi puoi sentire il Jaguaro e poi passare a Non è un Problema. Puoi sentire Meglio Morire e poi trovarti in un’atmosfera come quella di E aspetto te. La musica, come tutta l’arte, ha bisogno di confini. Compito dell’artista è quello di trovare quelli giusti. Come nasce Il Jaguaro e perché l’hai scelta come singolo? Il Jaguaro è una descrizione piuttosto romanzata di un amico. Ha attraversato un momento complicato e si è trovato tanta gente che, invece di comprendere e fare uno sforzo di empatia, ha preferito la via più semplice: giudicare e puntare il dito. L’ho scelta perchè è una canzone a cui sono molto legato e perché eravamo convinti che fosse un bel pezzo. Chi sono i tuoi punti di riferimento musicali? Attingo molto dal passato, sia in ambito internazionale sia nazionale. Rolling Stones, Beatles,


bile maneggiare. I social (internet in generale) al momento sembra l’unica via per poter arrivare a un certo numero di persone. Abbiamo già diverse idee in mente, ci stiamo lavorando e sono molto fiducioso.

Dylan, Prince, M. Jackson, Bowie; Battisti, Dalla, Rossi, Rossini, Battiato e Rino Gaetano. La promozione live al momento sembra impossibile. Quali saranno i tuoi prossimi passi? Lavorare con quello che è possi39


PIERPAOLO LAURIOLA “CANZONI SCRITTE SUI MURI” Terzo album per il cantautore: sette canzoni che raccontano bene i tempi che stiamo vivendo (anche se sono state scritte prima) 40

Ci sono dischi che inseguono gli eventi e altri che, in qualche modo, riescono ad anticiparli. Anche involontariamente, anche senza capirli del tutto, anche se le realtà che dipingono appaiono frammentarie, ma del resto la vita che viviamo non segue fili logici particolarmente evidenti. Canzoni scritte sui muri è il nuovo lavoro del cantautore Pierpaolo Lauriola, pugliese di origine ma avvitato sul territorio milanese anche per iniziative solidali sul territorio. Il nuovo album del cantautore è stato anticipatore di certe sensazioni che oggi viviamo sulla nostra pelle, bisognosi cose siamo di certezze, di difese, di immagini sicure a cui aggrapparci, ora più che mai. Eppure preda di ansie che prima rimanevano soprattutto legate a pericoli indefiniti e possibili, e che ora prendono le forme evidenti di letti d’ospedale. Il disco, il terzo della carriera di Lauriola, si apre con le due canzoni che sono state scelte come singoli, Le nostre fragili certezze e Scudo e riparo, per certi versi complementari. “In


questa giostra di paura e di coraggio” che è la vita di tutti i giorni, si combatte contro le difficoltà ma anche contro se stessi, pur realizzando che “Non sei solo e non sei sempre uguale”. I suoni sono spesso movimentati, rivelando una vitalità rock per canzoni che però non si tirano mai indietro quando c’è da regalare una pennellata poetica. “Proverò a barattare tutto questo dolore/con una nuova canzone”: oppure con otto nuove canzoni, che sono scritte sui muri ma anche sulla pelle, meditate con attenzione assoluta ai dettagli. Perché poi è questo quello che fanno i cantautori: cesellano con cura i dettagli delle sensazioni che risveglieranno echi in chi ascolta. Percorrendo il disco ci si sorprende nell’incontrare sensazioni universali e senza tempo, ma anche particolari che ci richiamano all’oggi (anche se sono state scritte mesi prima della pandemia), come quando la title track Canzoni scritte sui muri parla dei silenzi delle nostre città. Fantasmi del passato sfilano: Bessie Smith, Tien An Men, Jeff Buckley, ma anche 41

la recensione storie piccole e quotidiane. Come quelle che raccontano la trasformazione in Da uomo a padre: il calcio di una volta alla radio diventa metafora di una paternità che supera le generazioni. Ci sono racconti che prevedono il solo ausilio della chitarra, come fa Ti reggo al ballo le mani. La sincerità dei brani colpisce, la volontà di esporre la propria fragilità per costruire un ponte con quelle di chi ascolta. “Così ho scritto queste canzoni che è da un po’ che avevo dentro”, racconta Lauriola ne La memoria: è un bene che le abbia tirate fuori, perché possono prenderci per mano e accompagnarci in tempi difficili.


È disponibile negli store e in streaming Ordine e disordine, il nuovo album di Eduardo De Felice. A due anni dal precedente È Così, De Felice rinnova il sodalizio artistico con Claudio “Gnut” Domestico e pubblica con l’etichetta Apogeo Records dieci tracce con un’anima intimistica, musicalmente ricco di strumenti acustici, aperto alla contaminazione di vari generi pur mantenendo uno stile personale e riconoscibile. Un disco d’altri tempi, libero dalle logiche del mainstream odierno, che si pone come unico obiettivo la musica come piacere soggettivo. Ordine e disordine è un album di matrice pop cantautorale ma che si diverte a spaziare tra vari generi ponendo la musica e le emozioni al centro di tutto. Si parte dai fiati e da un ulteriore dualismo, oltre a quello del titolo dell’album: Il dubbio e la certezza è una canzone che ha tendenze melodiche marcate, con un inciso di piano A due anni dal precedente “E’ così”, un po’ battistiano, e qualche moecco il nuovo lavoro del cantaure: dieci mento di bossa nova o giù di lì. tracce intimistiche ma aperte alla conPasso ragionato quello di Foschia, taminazione sonora che ragiona sulle catene mentali

EDUARDO DE FELICE “ORDINE E DISORDINE”

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e sulle libertà possibili, attraverso immagini abbastanza eteree. L’amore cos’è racconta di un sentimento per lo più infelice, aiutandosi con archi e chitarra acustica, su un andamento abbastanza mosso dal punto di vista ritmico e su un testo fitto e appassionato. C’è una certa allegria in Viaggia ragazzina, che accelera e fa pensare alla scuola romana Silvestri-Gazzé-Fabi come stile, sempre su suoni per lo più analogici e con il piano che conduce le danze. La prima metà dell’album si chiude con Nostalgia, che torna subito su toni malinconici e nostalgici, con movimenti orchestrali e quasi cinematografici sullo sfondo. Ma c’è spazio anche per qualche accelerazione, per una canzone non ferma. E se il brano precedente aveva accennato a qualche sensazione jazzata, da lì si riparte per Qualcosa di più, tranquilla e senza troppi strappi. La tua vanità si fa abrasiva, con un po’ di blues e molto dinamismo, per un testo insolitamente appuntito. C’è un che di definitivo nel viaggio che si racconta all’interno di una molto 43

la recensione dolce In fondo al buio. Ecco poi la title track Ordine e disordine, pezzo movimentato e anche ricco di spine. Si chiude con Percezioni, che torna a modi molto descrittivi e pacifici. Coda finale che si veste di funk jazz. C’è molta dolcezza nel disco di Eduardo De Felice, che affronta uno spettro completo di emozioni con le armi del cantautore e pochissimo che esce dal “classico” a livello di sonorità e temi. Ciononostante tutto è portato a termine con qualità e anche con fantasia.


MARCO SANTORO “Dentro al Blu” è il nuovo brano del musicista, che ritorna a quattro anni di distanza dal suo ep, “La piccola bottega di Khaloud”

Quattro anni dopo La piccola bottega di Khaloud sembri pronto per iniziare un nuovo progetto. Ci racconti com’è questo momento per te, dal punto di vista artistico? Sono sempre fiducioso e ottimista


l’intervista


un po’ per predisposizione. Sicuramente in questi giorni difficili per tutti, in cui abbiamo sospeso gran parte delle nostre attività quotidiane, nel mio piccolo, cerco di mantenere vivo il pensiero creativo. Sicuro del ruolo fondamentale che la Cultura e l’Arte abbiano nel veicolare messaggi importanti, sono riuscito a fare il mio mestiere un po’ controvento quest’estate con La cosa giusta di Daniele Silvestri, a scrivere canzoni, cercando così di prendere parte alla possibilità del delinearsi di orizzonti futuri. Questi giorni di puro silenzio, in cui le giornate si dilatano, mi portano a pensare, progettare, scrivere, ascolto il tempo e il tempo si concede a me benevolo. Ho il tempo per respirare tempo per sentirmi dentro… mi concedo spazio, la vita fa silenzio e io lo ascolto. Come nasce Dentro al blu? Dentro al Blu non nasce da un semplice istante, ma dentro c’è nascosta un’esperienza di vita. Nasce dall’esaltazione dei particolari di qualcuno, da piccole riflessioni, spesso automatiche, sugli stati d’a46

nimo che un rapporto crea. Ho voluto identificare questo stato d’animo con un colore: il blu. Mi piace pensare di essere avvolto dentro ad una bolla blu quando devo proteggermi, e nel contempo che diventi casa condivisa con l’essere speciale che il destino ha voluto per me. Dentro al blu nasce inevitabilmente dalle due facce dell’amore. Vale a dire, da un sentimento solido, che sa ridere di sé, delle proprie imperfezioni, e poi dei limiti, della paura – invalidante- della perdita. Ci racconti qualcosa del video che accompagna il brano? Volevo che questa canzone fosse raccontata da un video che mi connettesse con qualcosa di mio, che fosse un mio fatto personale. Per questo ho pensato al Terminal 2, dove ho perso il sonno diverse notti con i Silvestri. E per questo ho scelto Roma, che è la mia seconda casa. Il video è girato interamente con uno smartphone per le spiagge di Ostia. Nel video non c’è nostalgia, ma c’è molto amore e gratitudine per una storia. Abbiamo girato nei luoghi in cui volevo


che si sentisse la verità profonda di questa canzone perché in questo nuovo lavoro e forse per la prima volta completamente senza nient’altro, sono Marco. Nella tua carriera hai lavorato con tantissimi artisti di alto livello. Chi ti ha lasciato le migliori lezioni? Ogni artista mi ha trasmesso un ricordo e un insegnamento che porterò nel mio bagaglio professionale. Ho avuto la fortuna di lavorare con musicisti straordinari (Morgan, Sting, Giovanni Allevi… per esempio) con alcuni di loro ho condiviso spesso progetti che vanno molto al di là della messa in scena e mi hanno lasciato qualcosa, nella capacità di vivere il palco come atto di collaborazione e complicità, un percorso maieutico. Poi ci sono altri che sono quasi dei fratelli e sorelle maggiori: Daniele Silvestri, Petra Magoni, Tosca, con la quale non ho ancora lavorato ma spiritualmente e praticamente è una presenza preziosa) da loro ho appreso il rigore e l’umiltà, il grande rispetto per il lavoro e per il ruolo che ciascuno 47

ricopre. Quali saranno le fasi successive al singolo? Non ho pensato a nessuna fase successiva del singolo. Come ho sempre fatto in passato, mi limito a pensare: c’è bisogno delle mie idee? Io non ho mai smesso di scrivere, ho smesso di pubblicare, che è diverso. Alla fine credo che anche senza volerlo ho un quantitativo di cose che usciranno quando sarà il momento giusto per me, e soprattutto nel momento storico giusto.


AAAA

Alla scoperta di un duo particolarmente misterioso, all’incrocio tra musica, esoterismo, arte e feticismo per il vinile Mi raccontate la genesi del vostro progetto? Gli ĀAAA sono 0 e 1. Non c’è un desiderio di anonimato, ma più che altro il progetto stesso ne ha

bisogno. Prima di tutto è un’opera epica. L’epica non ha autori definiti, ne toglierebbe la magia. La generazione? 0 disse a 1: “Penso che dovremmo fare un disco”. 1


l’intervista


rispose “Penso di no”. Dopo qualche settimana 1 disse a 0 “Penso che dovremmo fare un disco”. 0 rispose “Penso di sì”. Da li siamo partiti. Ogni volta che ci siamo incontrati le cose sono venute in una serie di improvvisazioni e comunque in maniera estemporanea, per tutto il 2019. Il disco è la cristallizzazione di varie sedute di “canalizzazione”, “improvvisazione” e “riorganizzazione del materiale”. Quali sono le ispirazioni e le premesse sulle quali poggia il vostro 50

nuovo lavoro? Ci ispiriamo al sottile filo conduttore che collega la mitologia antica dei canti arcaici all’era odierna, digitale, che viviamo. È stata voluta creare mediaticamente una cesura per separare la Magia dalla scienza, l’arte dall’Arte, quando questa separazione rimane illusoria, è solo uno stato mentale. Noi pratichiamo Arte, nel senso arcaico della parola, come fusione informe di varie discipline, mirata alla ricerca di un fine. Il fine di questa opera era la ricerca della bellezza e del sacro atemporale in un mondo comunque morente, apocalittico, in decomposizione. Ho visto una cura particolare per il packaging del disco (i testi stampati su papiro!). Vorrei sapere da dove nasce questa attenzione ai dettagli “esteriori” e se voi siete feticisti del disco, del vinile eccetera...


La musica è solo una parte della nostra opera. I testi sono altresì importanti. Altrettanta cura mettiamo nel design grafico, nei dettagli, e il packaging è il coronamento di tutto questo sforzo. In un’era in cui vorrebbero che anche le persone si “digitalizzassero”, assumessero sempre più un’incorporeità in questa vita troppo densa, affollata, ci sembra importante, e anche e soprattutto bello, vestire la nostra opera col piacere puro e l’energia della Materia. La materia, merce morta nel materialismo, è invece cristallizzazione dell’energia universale secondo l’esoterismo (e la fisica quantistica). Il metallo (simbolo dell’era che si sta chiudendo, la rivoluzione tecnologica) è passato nell’acido, simboleggiando come la Generazione si basi sempre sulla Distruzione. Questo concetto è “incorporato” per sempre nella materia della copertina disco e ne arricchisce il significato, e ogni volta al momento di metterlo sul piatto, rimane li a ricordartelo. Questo e altri dettagli grafico-artistici, il loop che rimane al finale del vinile, rendono 51

la fruizione dell’opera materiale un’esperienza decisamente diversa dall’mp3. Quali sono i vostri punti di riferimento musicali? Considerando “punto di riferimento” non necessariamente “fonte di ispirazione” facciamo riferimento a tutta la musica che già si possa considerare “storia”. Fare un elenco di nomi sarebbe riduttivo, siamo stati consumatori compulsivi di vinili per anni, e sebbene non ci ispiriamo a nessuno in particolare, ci sono dei dischi dove passa la magia, che indipendentemente dal genere li potrai ascoltare per sempre, e altri che stufano. Ci ispiriamo ai primi. Quali saranno i vostri passi successivi? Non siamo programmatori, rispondiamo a necessità più viscerali e dettatte da impulsi subitanei. Il programma che il mondo sembra prospettarci è di stare tranquilli e goderci l’apocalisse. Se la situazione continua a permetterci di produrre musica, be’, per il nostro genere sarà sicuramente un periodo fertile!



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