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Numero 28 - ottobre 2019

DIRAQ una nuova identità

L’ULTIMODEIMIEICANI GIORS

MATA EUF


sommario 4 Diraq 8 L’ultimodeimieicani 12 Newdress 16 La Tresca 20 Mata 24 Giors 28 EUF 32 Treehorn 36 Davide Matrisciano 40 The Softone 44 Cajgo 48 Deut 52 Carmelo Siracusa 56 BOA

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DIRAQ una nuova identità

“Outset” è il nuovo disco di una band che è in pista da molto tempo ma che non ha mai smesso di cambiare e di avere voglia di suonare insieme


La band nasce qualche anno fa ma avete alle spalle diverse vicissitudini e anche un ritmo di produzione un po’ a singhiozzo… Come avete fatto a mantenere accesa la passione durante questo tempo? È vero, sai, in questi dieci anni ci sono stati diversi momenti in cui sarebbe stato comprensibile mollare tutto e dedicarsi, ognuno separatamente, ad altre cose. Ma

in noi il desiderio di proseguire e continuare a scrivere la nostra storia insieme, è stato sempre nettamente più forte delle vili difficoltà. Abbiamo ancora una vera amicizia con i vecchi membri, sono persone che hanno lasciato un segno, un’idea, con loro beviamo spesso qualcosa di alcolico insieme, ora però i Diraq sono una band con una nuova identità, anche se abbiamo mantenuto il nome e suo-


niamo qualche vecchia canzone, godiamo di un’energia rinnovata, e forse un po’ di esperienza in più rispetto al passato, derivata sempre dall’amore viscerale per quello che facciamo. Quali sono le premesse e come sono andate le lavorazioni di Outset? Il nostro vecchio ep Higher than this uscito a inizio 2017 è servito da sonda per testare la nostra

scrittura e il nostro feeling, ma dopo diversi concerti, l’esigenza di lavorare su un vero album è stata preponderante, sicuramente l’incontro con Antonio Gramentieri ci ha riportato in sala prove con determinazione per diversi mesi. Abbiamo lavorato di pancia, evitando come sempre i cliché di genere, ma aggiungendo altri dettagli alla nostra tavolozza sonora. Antonio però ha sentito le canzo6


ni solo in studio, mentre facevamo il check dei microfoni, non voleva farsi influenzare. Perché avete deciso di registrare in presa diretta? Per la scelta dello studio avevamo diverse opzioni, tutte ottime, ma il fascino di registrare su nastro allo studio analogico “L’Amor mio non muore” di Roberto Villa ha prevalso, poi noi abbiamo il DNA da presa diretta, ci piace stare nella stessa stanza e suonare insieme, registrare all’unisono, non siamo di quelli che riprendono uno strumento alla volta. Ovviamente abbiamo aggiunto altre cose in fasi successive, alcune ospitate che impreziosiscono il lavoro, ma lo scheletro delle undici canzoni di Outset sono nate suonando basso, chitarra e batteria faccia a faccia, massimo tre take a canzone. Siamo nel 2019, ma crediamo che questa sia ancora la modalità migliore perché si crei la magia. Qual è stato il contributo di Antonio Gramentieri? Fondamentale. Lavorare a certi livelli, con professionisti così bravi ti fa crescere, e con lui ci sono

stati molti momenti di condivisione, ascolto e rispetto dei ruoli, cose che poi portano ogni canzone ad avere un proprio carattere e ha dato a noi una visione più a fuoco di quello che siamo. Affidare la propria musica a una persona esterna comporta abbassare le proprie difese e mettersi in ascolto, bisogna essere predisposti, e trovare il produttore giusto. Antonio per noi lo è stato. Quali saranno i prossimi passi della band? Sicuramente questo è un disco che abbiamo intenzione di portare live il più possibile, per diverso tempo. Stare su un palco è la sublimazione finale, l’omega di tutto questo lavoro, ci piace suonare difronte a un pubblico che a malapena sa chi sei, ma che ascolta e assiste al rito del “qui e ora”, perché questo è il significato di Outset, considerare ogni giorno come un nuovo inizio, con nuove possibilità, nuove fortune o nuove sfighe che siano. 7


L’ULTIMODEIMIEICANI

di Chiara Orsetti La band genovese sta per pubblicare il disco d’esordio, intitolato “Ti voglio urlare”, nato durante un ritiro spirituale dei membri della band in una casa sulle alture liguri nell’estate del 2017. Insieme a Mattia Cominotto hanno poi registrato e rielaborato il materiale, dando vita a 10 brani che compongono la scaletta


“Ti voglio urlareâ€? è il titolo del vostro primo album, in uscita tra pochissimi giorni. Avete a disposizione solo un aggettivo a testa per descriverlo: quali scegliereste? Nostro, arrabbiato, sentimentale,


Se fosse possibile realizzarla, che cosa fareste da baby pensionati? Suoneremmo e basta probabilmente, ma ci piacerebbe anche girare il mondo. Poi ognuno di noi farebbe cose diverse, sarebbe bello ritrovarsi dopo un paio d’anni e

comunicativo, vero. Il primo singolo estratto è “Pensione a 20 anni”. Accompagnato dalla petizione lanciata su change.org, questo brano è sicuramente divertente, anche se apre la porta a riflessioni più ampie. 10


rimettere insieme tutte le esperienze fatte. In “Sirene” parlate di luoghi di nascita e di appartenenza. Cosa pensate della scena musicale genovese? Come percepite l’attenzione dedicata agli artisti emergenti da parte della città? La scena musicale genovese, soprattutto negli ultimi anni sta crescendo tantissimo. Ci sono un sacco di gruppi che hanno tantissimo da dare alla scena nazionale. Cominciare il progetto di Pioggia Rossa Dischi è stata la scommessa che ci sta permettendo di lavorare con alcuni di questi gruppi e con persone che davvero hanno dedicato alla musica la vita e dobbiamo dire che i risultati si sono visti da subito. Stiamo cercando di riportare le persone a vedere i concerti ed è una cosa che ci sta dando molte soddisfazioni. Parliamo della canzone che da il titolo al disco: Ti voglio urlare, nell’epoca di Whatsapp, suona come le vostre chitarre in un mondo di elettronica. Vi sentite un po’ controcorrente? Non sappiamo se controcorrente

sia l’aggettivo giusto, sicuramente abbiamo sempre fatto quello che ci piaceva e rendeva la sensazione che volevamo passare. È vero ora l’elettronica è una moda ma ci sono anche tantissimi artisti che rimangono legati alle chitarre e le vogliono riportare in scena, noi un po ci speriamo. Durante l’estate avete avuto modo di esibirvi in diversi contesti dedicati alla musica live. Avete vissuto qualche momento degno di passare alla storia? Ogni volta che suoniamo viviamo sempre qualcosa di unico. In effetti pensandoci a Sestri Levante al Mojotic dopo il Festival siamo andati alla baia del silenzio con un sacco di gente, piano piano tutti andavano via e noi ci siamo svegliati sotto la pioggia alle 7 di mattina. Dopo l’uscita del disco avete già programmato qualche appuntamento per potervi ascoltare dal vivo? Sicuramente saremo a Milano al Serraglio il 16 Novembre, dopodiché il calendario è ancora in via di definizione. Chiara Orsetti 11


NEWDRESS “LEI contro LEI” è il nuovo album della band nata nel 2008, anche questa volta con ospiti e temi importanti Perché un disco “tutto al femminile” o quasi? Risponde Jordan: Quando scrivo le canzoni ho necessariamente bisogno di un input che mi aiuti nella fase creativa e cerco sempre di avere un filo conduttore che poi diventa il tema del concept, in quest’epoca moderna dove ancora spesso e volentieri la donna è bistrattata, sottomessa, derisa ho

deciso di celebrarla andando controcorrente, da qui nasce la scelta di focalizzarmi per questo disco sul mondo femminile, narrando le gesta di alcune delle donne più significative della storia. Come nasce “Pallida”? Risponde Jordan: Ho comunque scelto di parlare di donne “positive” o “negative” quindi non necessariamente di buoni esempi da se12


gnerebbe fare come la protagonista del video, sbattersene di tutto e tutti per essere se stessi con i propri pregi e difetti, ci aiuterebbe a vivere meglio e ad avere una società più reale. Invito tutti i lettori a guardarne il video risolutore che possono trovare sul nostro canale Youtube. Com’è nata la collaborazione con Aiazzi? Risponde Stefano: La mia carriera musicale nasce come tastierista e da fan dei Litfiba, soprattutto per il loro periodopiù new wave, Aiazzi è sempre stato un punto di riferimento perché è riuscito a inserire arrangiamenti e suoni diversi e caratterizzanti in tutte le canzoni.Dal vivo abbiamo cominciato ad inserire una Tziganata, pezzo tratto da Desaparecido, e quando abbiamo iniziato a lavorare al nuovo album è stato naturale proporgli una collaborazione inviandogli dei provini. Joyce gli è piaciuta molto e ha deciso di farla sua curando mixaggio e inserendo delle parti, Tziganata inserita come “lato B” del singolo è stata da lui approvata. Il tutto con gran-

guire, dalla serial killer Cianciulli alla partigiana Joyce, così come nella vita di tutti i giorni abbiamo a che fare con donne “buone” o “cattive”, sono le nostre madri, le nostre mogli, figlie, sorelle o amiche. Pallida nasce in concomitanza alla candidatura della paladina LGBT Elizabeth Warren alle primarie statunitensi del 2020 contro Trump e dalla necessità di dare una scossa all’attuale situazione culturale italiana in merito a una realtà omosessuale ancora troppo discriminata. La problematica relazione di una coppia è il veicolo, all’apparenza banale, usato per denunciare le difficoltà affrontate da una donna nel percorso verso il suo coming out, il segreto da lei conservato è la fonte di ogni diverbio che la coppia deve risolvere e per fortuna lei lo risolve rivelando la sua verà identità, è questa la sua vittoria. Non tutti abbiamo la capacità e la volontà di fare il nostro coming-out di qualsiasi natura sia, di rivelare se stessi alla società moderna sempre più bisognosa di “personaggi” perfetti, belli e inattacabili e invece biso13


Battista. Com’è andata? Risponde Stefano: Lele Battista è sempre stato una nostra fissa, inizialmente con i LaSintesi e poi come solista. Quando decidemmo di realizzare Legami di luce partimmo dall’idea di fare un disco “alla vecchia” quindi con un vero produttore artistico che riuscisse a mettere la sua impronta sul nostro lavoro, e la prima

de coerenza poiché anche questo brano parla di Eva, i classici cerchi che si chiudono. La giornata in studio con lui a mixare il brano è stata indimenticabile, tengo in salotto la copia in vinile di Desaparecido autografata. In passato, oltre che di collaboratori prestigiosi come anche in questo caso, vi siete avvalsi di produttori di valore, come Lele 14


strumenti con tutti i problemi tecnici del caso, quindi molto più comodo fare grunge o pop rock. Ora con un Mac fai tutto quindi più che un ritorno diciamo che è un nuovo modo di concepire la musica, la band non esistono più come è sempre stato, non nascono più in cantina ma in cameretta, prima cercavi il batterista con la sala prove, ora cerchi quello con il Mac e cha sappia smanettare con Logic. Se ci fate caso dal vivo il batterista e il bassista nei gruppi moderi spesso non ci sono. E’ anche una questione di comodità, bisogna avere sempre un set live più compatto per ottimizzare i costi ed avere un suono di qualità in qualsiasi ambiente. Noi abbiamo sempre cercato la strada più difficile, quando ti danno la possiiblità di esprimerti al meglio il risultato ti assicuro che è completamente diverso, basta venire al nostro concerto per vederlo. Mi rende triste vedere tanti artisti “storici” che si sono adeguati alla musica “giovane” solo per poter stare sul mercato, spesso il risultato è al limite del ridicolo.

persona che ci è venuta in mente fu proprio Lele che aveva appena aperto il suo studio di registrazione LE OMBRE. Passammo un mese intero a riverede i brani, rfisuonarli e riarrangiarli. Da quella esperianza abbiamo imparato molto, su come si scrive e su come si produce un pezzo. Registrammo anche una cover dei LaSintesi - Nero per noi un altro punto di arrivo importante per la nostra carriera inseme alle collaboraizoni con Garbo, Omar Pedrini, Andy dei Bluvertigo. Lele credo sia il miglior cantautore/moderno in circolazione restiamo tra i suoi più grandi estimatori. Voi che lo suonate, come vedete questo ritorno del synth pop anche nella musica italiana? Risponde Stefano: Noi abbiamo sempre cercato la strada più difficile per esprimerci prendendo spunto dalla new wave briannica e da gruppi come i New Order, quindi fare synth pop / elettro wave all’epoca era molto più difficile anche “tecnicamente”, non bastava girare con il Mac ma dovevi portarti in giro un sacco di 15


LA TRESCA

Folk-Band originaria della Tuscia, dove si incrociano culture e tradizioni antichissime, quasi 20 anni di carriera e un lungo tour, iniziato e mai smesso, hanno pubblicato un nuovo singolo, “Vento di protesta” do un pubblico più vasto. L’idea era quella di riunirsi tra amici per fare un po’ di musica. La situazione poi ci è “sfuggita un po’ di mano”, il gruppo si è ampliato e abbiamo iniziato a scrivere canzoni nostre. Durante questi anni

Vent’anni di carriera alle spalle: per chi non vi conosce, vi va di riassumere alcune delle tappe fondamentali? La Tresca nasce nel 2000, gli anni in cui il folk rock in Italia stava uscendo dalla nicchia abbraccian16


abbiamo collaborato con artisti importanti del genere...Erriquez e Orla della Bandabardó, Moneti e Franco D’Aniello dei Modena City Ramblers, Cisco e Giuntini che è stato il produttore artistico dei nostri primi album. Questi sono 17


stati i più importanti per la nostra crescita artistica e nostri punti di riferimento. In questi 19 anni abbiamo suonato in giro per tutta l’Italia e partecipato a vari festival internazionali in Ungheria, Irlanda, Olanda, Macedonia ecc.... insomma il leitmotiv di questi anni è stato macinare chilometri. Da quali spunti nasce “Vento di protesta”? Vento di protesta, il nostro ultimo singolo è l’estremo saluto a un nostro caro amico scomparso recentemente. Un amico e un esempio per noi di umiltà, fratellanza e condivisione. L’emblema del fatto

che si può essere rivoluzionari anche senza fucile ma con il proprio stile di vita, indicando una via alternativa a quelle che oggi sono le più battute. Oggi si protesta molto più sui commenti di Facebook che in piazza, ma qualche piccolo segnale di ritorno all’antico in questo senso c’è. Siete più speranzosi o delusi? Quella via social è una protesta farlocca perché evita una cosa fondamentale, il confronto diretto e il guardarsi in faccia. Il mondo ormai è pieno di leoni da tastiera e purtroppo c’è chi stru18


Quali saranno i vostri prossimi progetti? Per il futuro stiamo lavorando a un disco nuovo anticipato dall’uscita del singolo “Vento di protesta” e continuiamo a macinare chilometri per i concerti così come abbiamo sempre fatto.

mentalizza questo sistema. A noi piace ancora il contatto con la gente. Che spazio ha oggi la musica folk tradizionale? E quale dovrebbe avere? La musica oggi appare come un universo frammentato e frammentario, c’è di tutto ma devi andarlo a cercare. Il folk tradizionale è parte di questo macrocosmo e occupa lo spazio che merita di occupare cioé una nicchia piccolissima, ma preziosa, difficile da scoprire.

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MATA

“Archipel{o}gos” è il titolo del primo full length della band, nata nel 2015 e capace di far confluire nel proprio lavoro noise, industrial, elettronica e l’incomunicabilità di questi tempi Il vostro è un progetto che ha esperienza alle spalle ma nella forma attuale è piuttosto recente. Vi va di descrivere nascita, crescita e motivazioni dei Mata? 20

Siamo intorno al 2015, i Nevroshockingiochi soffrivano un po’ per alcune incompatibilità di carattere stilistico che con l’evoluzione di ciascun elemento erano


Mauro e Alessandro, ha iniziato a svilupparle. Sono nate cose che certamente non appartenevano ai Nevro, così è nato MATA, un po’ come “progetto parallelo”. Nel tempo le nostre energie sono state tutte versate verso questa nuova storia, Emanuele, che pure aveva suonato nel primo disco dei Nevro, è entrato nel progetto… e siamo andati. Possiamo dire che se nei Nevoshockingiochi la tendenza essenziale era quella alla destrutturazione, allo smontamento sistematico delle forme e del suono, qui ci troviamo probabilmente a mettere insieme il buono (perlomeno per noi) che abbiamo trovato tra i brandelli, gli scarti e la segatura. L’approccio è più essenziale, ma certamente non è la fine del percorso. Quali sono le ispirazioni alla base dell’ultimo lavoro, “Archipel{o}gos”? Archipel{o}gos è nato in maniera molto istintiva, con una grande velocità di composizione. C’era davvero un’urgenza espressiva che doveva prendere forma, quindi è molto difficile dire che cosa ci

emerse, così decidemmo di mettere in stand-by il progetto. Nel frattempo però le idee continuavano a esserci, così una parte della band, nello specifico Massimo, 21


abbia ispirato. Credo che siano cose che avevamo dentro da molto, cose che magari non avevano trovato spazio prima. È stato anche interessante per noi osservare come ci siamo mossi senza intoppi, tutti eravamo d’accordo quasi sempre… tutto è andato liscio, senza tensioni. Non abbiamo guardato a nulla, essenzialmente abbiamo buttato fuori cose che aspettavano di uscire. Per questo disco volevamo davvero che fosse soltanto la musica a parlare e far parlare le nostre pulsioni e la nostra visone delle cose.

Ho trovato mescolati, insieme al noise, all’industrial e alla musica sperimentale, anche brani, che mi hanno fatto pensare all’elettronica ’90 e perfino ai Prodigy. Quali gli ascolti prevalenti durante la composizione del disco? Sicuramente dentro Archipel{o}gos si può trovare molto del nostro background, ben vengano i Prodigy, la Big Beat, la Jungle, ben vengano l’industrial o il noise… sono tutte cose che conosciamo bene ma non ci sono ascolti specifici di riferimento, anzi tendenzialmente durante la composizione preferia22


vede “mascherati” (o bendati: non si capisce se non volete farvi vedere o se non volete vedere voi). Qual è il motivo? È corretto sia dire “mascherati” sia “bendati”, l’idea fa seguito un po’ ai temi che sono stati toccati nel disco, principalmente questioni di incomunicabilità, e di annullamento di personalità, estremizzazione dell’edonismo individualistico che però si crogiola dentro le briciole tossiche della società dei consumi scadenti, codici incodificabili che rifiutano di tradursi, cyborg che non provano alcuna empatia ma triggerati per commuoversi con le serie TV. Quindi la maschera, è una maschera di indifferenza verso l’altro e un bendaggio che soffoca le possibilità di comunicazione e cancella i tratti somatici.

mo non ascoltare nulla, per tenere le orecchie, la mente e la pancia il più possibile pulite. È più probabile che sia arrivata nelle nostre orecchie, tutta la spazzatura che involontariamente ci prendiamo dalle radio all’interno dei negozi, o in qualsiasi altro contesto della quotidianità, ovviamente mescolato con i registratori di cassa, i cigolii delle porte, i sistemi di allarme, i rombi delle macchine e le dissertazioni sui cine-comics. Quali sono i limiti che vi ponete componendo, se ce ne sono? A priori non ce ne sono, anzi, più ardite sono le idee e le proposte e più ci concentriamo per svilupparle, per noi comporre deve essere un esercizio incondizionato di libertà. Man mano che si sviluppa ovviamente è il disco stesso che pone i suoi limiti, e ci viene automatico poi restarne dentro. Il senso armonia che ci guida proviene dall’esperienza piuttosto che dallo studio della tecnica, quindi ha parametri molto poco canonici e forse molto poco corretti. E va bene così. La vostra iconografia attuale vi 23


GIORS

Sceglie di non apparire se non in forza delle proprie canzoni, come l’ultimo singolo “C’è Qualcuno”: un’affermazione, più che una domanda

Partiamo da un’autopresentazione: chi è Giors? Una persona che si interroga, con radici nella cultura cristiana, viaggiatore nel mondo, che non ha paura della fatica e non ha perso la voglia di sognare, a cui piace immaginare che sia ancora possibile vivere in un mondo meno mediocre di quello che, mi pare, stiamo subendo oggi. Mi piace leggere, fotografare e vivere senza fare male a persone, animali, cose o alla madre Terra. Mi piacciono

le persone che lavorano con impegno, lontane dalla ribalta, impegnate a migliorare il loro piccolo angolo di mondo; mi piacciono i suoni che la natura ci propone e mi piace ascoltarli mentre cammino verso una montagna, piuttosto che costeggiando una scogliera. Mi piace la neve e un mondo sciare nei fuoripista. Cerco di comprendere le solitudini presenti oggi. Sì perché le solitudini sono come il colesterolo: ci sono quelle buone e quelle cattive e quest’ul24


bene, perché l’apparenza violenta le loro caratteristiche naturali, ciò che sono realmente. E chi può con certezza dire che quelle loro caratteristiche non siano un valore soltanto perché il contesto temporale in cui si vive non le riconosce per moda, interesse o chissà cos’altro? In realtà il mio progetto è una piccolissima sfida contro questo consolidato credo nell’apparenza, un suggerimento per la nostra quotidianità invasa da immagini a volte false, artefatte o parziali, non figlio della cultura del browsing. La proposta è semplice: offrire lo spunto per ascoltare delle parole messe in musica attraverso le quali suscitare le immagini nel nostro pensiero, nella nostra fantasia per immaginarci soluzioni migliori per vite migliori. Uno stimolo dunque a superare il confine della nostra isola e a provare l’esperienza di una co-creatività tra autore e ascoltatore nella fusione delle esperienze di ognuno. Come nasce il tuo nuovo singolo, C’è Qualcuno? Attraversavo la hall di Porta Nuova a Torino e l’incrocio con tanti

time nascono dalle cose che non diciamo a noi stessi castigando la nostra creatività e la nostra vita. Ogni tanto mi succede di incontrarne di queste solitudini e allora cerco di mitigarle condividendole nelle parole di una canzone. Quasi una ‘terapia’ per vincere le paure che l’omologazione del pensiero e dei comportamenti non smette di alimentare, pensando che in fondo, proprio come dice il titolo di un brano del mio prossimo album, “C’è sempre ancora una storia da vivere”. Hai scelto di non apparire in pubblico. Ci puoi motivare la scelta, in un’epoca che si nutre moltissimo anche di apparenze? Mi sembra che viviamo in un tempo di esagerate forzature che portano un buon numero di persone a impegnare il loro tempo per fare cose assurde: basti pensare ai corsi di sopravvivenza nel mondo del lavoro proposti per rafforzare la leadership. Così molti si sentono obbligati ad apparire diversi da ciò che sono e questo sarebbe il male minore: quello vero è che alla fine non stanno 25


ancora che tu abbia terminato la domanda. Racconta anche della necessità di superare l’ossessione del ‘pensiero corto’ proprio perché viviamo in una società liquida dove non c’è più nulla di semplice e dunque anche il nostro racconto deve essere in grado di spiegare la complessità con parole semplici ma compiute. Un invito all’ascolto, alla scrittura esatta (non ridotta allo stile sms o whatsapp) e alla comprensione del significato delle parole che, pur sembrando a volte uguali, possono dire cose diverse a seconda dei contesti in cui sono utilizzate. Il tutto accompagnato da un ritmo musicale con qualche

volti presi dalla fretta e dal sonno del mattino presto mi ha suggerito le prime strofe. Posso dire che C’è Qualcuno è un’affermazione, non una domanda e racconta di diversi qualcuno che siamo noi, persone che hanno qualità, aspirazioni, speranze, dolori, gioie, bisogni e sogni diversi. Dunque in questa antropo-diversità ci sono tutti i presupposti per non rinunciare a giocare contro l’omologazione del pensiero e dei comportamenti. E racconta anche dello smarrimento che ogni tanto si prova quando si incontrano persone che pare abbiano una risposta per tutto e iniziano già a risponderti prima 26


eco di r&b che alleggerisce un po’ il tema. Che cosa ti piace e che cosa non ti piace della musica di oggi? Non so se ho colto esattamente il senso della domanda. Oggi come ieri c’è tanta buona musica che affronta temi importanti. E’ vero anche però che ci sono tanti suoni disordinati che vengono proposti come musica. Non vorrei tornare all’esempio del colesterolo buono e quello cattivo, ma la musica che è solo ‘prodotto’, quella che alla fine è retta dagli effetti speciali delle immagini più che dalle parole accompagnate da una melodia non troppo ribattuta, ecco quella non mi piace molto. Il singolo anticipa l’album che uscirà il prossimo Natale. Ci puoi anticipare qualcosa? E’ il frutto di più di due anni di ricerca personale e lavoro di squadra tra tasti di un pianoforte e gli accordi di una chitarra. E’ un album che parla d’Amore come motore del mondo. Che non riduce l’amore all’innamoramento, ma che propone l’innamoramento della vita come utensile di ricer-

ca continua per uno stare bene che, non può tradursi in egoismo, ma che è rinnovamento, scoperta, felicità anche quando il volto che abbiamo davanti ci sembra già di conoscerlo, anche quando il successo è raggiunto da qualcuno che non siamo noi, ma che si è dimostrato più bravo o più brava di noi. Anche se quel qualcuno argomenta sottovoce. E’ un album che parla di tenerezza, di sogni e di speranza per non sentirsi annichiliti di fronte ai forti cambiamenti che dobbiamo e dovremo affrontare in campo culturale, sociale ed economico. E’ un album con qualche eco di poesia che credo arrivi al cuore per esperienze che nella propria vita almeno una volta ognuno di noi ha provato o proverà. E’ un album di libertà che riconosce la bellezza e la forza delle donne e che in Maria Maddalena riassume l’Amore assoluto e l’importanza di non sottovalutare mai il significato di un sorriso. E poi nello stesso album ci sarà Torino, una canzone d’amore dedicata a chi in questa città mi ha insegnato una parte di vita. 27


EUF “NBPR - Non Basta Più Rumore​”è il nuovo album della band milanese, uscito per I Dischi del Minollo​ In questi 15 anni di attività fra palchi, valvole e pedaliere ingombranti il gruppo consolidano la propria identità artistica con un sound energico e crudo Quindici anni e molti chilometri alle spalle: come vi raccontereste a chi non vi conosce? Nasciamo nel 2004 da un’idea di Salvatore Agostino Giammillari, ex bassista degli Harlequiin e chitarrista dei ThirdEye che lascia i suoi progetti per fondare gli Encore Une Fois con Roberto Dettori ex chitarrista dei SingingBefore28

FuckingMagda. Salvatore e Roberto si sono conosciuti sui banchi di scuola a Rozzano e hanno subito fondato prima gli ZeroChance e poi i FuckinLie ritrovandosi ancora una volta a suonare insieme. Da qui il nome Encore Une Fois (EUF). Federico Papagni, ex chitarrista degli Harlequiin diventa il bassista degli Encore Une Fois


cedente “CVPR – Ci vuole più rumore”: che cosa avete voluto intendere? NBPR è a tutti gli effetti una risposta a CVPR nel senso che CVPR è stato un disco di rottura, quasi minimale, sia nei confronti dei nostri lavori precedenti che con la scena dell’epoca composta da band che proponevano un postrock molto curato e forse prigioniero di qualche cliché, mentre CVPR evidenziava un postrock grezzo, volutamente lo-fi, prodotto nella nostra cantina chiamata Noiseroom. Ma ci siamo accorti che non bastava per imporsi sulla scena musicale, quindi Non Basta Più Rumore. Con NBPR abbiamo ulteriormente cambiato direzione, abbiamo anche introdotto una seconda chitarra e abbiamo cercato di evidenziare la nostra concezione di “curato”. E’ un disco che punta a sovvertire i presupposti di CVPR pur cercando di raggiungere gli stessi risultati ma con un linguaggio diverso. Anche i titoli dei brani di NBPR sono un contraltare a quelli di CVPR. Quali sono state le parti salienti

che spaziano nell’improvvisazione postrock, insieme al primo batterista Fabrizio Giordano. Dopo vari cambiamenti della formazione oggi siamo cinque. La nostra sezione ritmica, colonna portante della band, è composta da padre e figlio, Angelo Sagliocco al basso e Cristian Sagliocco alla batteria. Nel 2012 abbiamo inserito i synth di Corrado Casoli. Resta immutata la nostra nota distintiva fondante che è l’improvvisazione postrock e un approccio personale alla registrazione autoprodotta. Il vostro nuovo disco si intitola “NBPR – Non basta più rumore”, che è quasi una risposta al pre29


delle lavorazioni di questo album? Per quanto riguarda l’aspetto tecnico abbiamo approcciato la lavorazione del nuovo disco in maniera diversa dai precedenti che erano stati tutti autoprodotti e registrati da noi. Ci siamo avvalsi della collaborazione del Bios Studio per la registrazione delle parti di batteria, mentre le chitarre, il basso e i synth li abbiamo registrati nel nostro studio AbbyNormal Studio che nel frattempo ci siamo costruiti con un gruppo di amici con cui lo condividiamo,

i Teoria del Caos. Abbiamo poi mixato il tutto presso il Waiting Room di Enrico Baraldi a Bologna per poi ultimare il mastering sempre in AbbyNormal Studio. E’ evidente quindi la differenza con la realizzazione di CVPR. Inoltre un altro cambio di direzione rispetto al passato è stato di scegliere di distribuire NBPR con una label italiana, I Dischi Del Minollo. Mi sembra che in Italia, seppure rimanendo in ambito di nicchia, il post rock in senso più “largo” abbia messo radici molto forti con tante formazioni interessan30


ti. Qual è il vostro sguardo sulla scena al momento? Il postrock non è proprio un genere di nicchia, o comunque comprende tante scene musicali diverse tra loro. Molte band di altri generi musicali, oggi prendono spunto dal postrock senza fare parte di questa scena musicale. Basti pensare che in un solo anno, proprio in Italia, è nato e cresciuto un network di musicisti e band postrock italiani di cui facciamo orgogliosamente parte, l’Italian Postrock Movement. Grazie al quale abbiamo partecipato al primo festival postrock di band italiane, l’IPM FEST che ha avuto un enorme successo a Trieste. Voi siete ben radicati nella scena milanese, al momento un bel po’ meno celebrata delle scene di altre città. Come vedete la Milano musicale oggi? NBPR Tour ha toccato e toccherà molti locali di Milano e provincia. La scena musicale milanese è sicuramente interessante e valida. Oggi però vediamo che spesso il pubblico preferisce l’EVENTO al concerto. Manca un po’ quell’at-

titudine che era forte in passato verso la ricerca del nuovo. Oggi la ricerca è più verso il LIKE. È più importante partecipare ad un evento e dimostrare di esserci piuttosto che cercare cose nuove e band emergenti nell’underground milanese. Considerato l’afflusso di pubblico sempre importante ai live di band postrock non italiane (Milano è un po’ esterofila sotto questo aspetto) non possiamo che essere ottimisti per il futuro imminente. I locali di Milano e la loro direzione artistica sono più interessati a proporre generi come l’Indie, il Metal o la Trap che garantiscono un seguito di pubblico e quindi un ritorno economico. Questo è comprensibile ma siamo convinti che presto anche il postrock si affermerà come merita e non solo a Milano.

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TREEHORN “Golden Lapse” è l’ultimo lavoro della band noise-sludge-grunge, arrivato dopo una pausa (che però non è stata proprio una pausa) di cinque anni


Una pausa dal 2014 al 2019. Perché e cosa vi ha spinto a riprendere? In realtà non è stata una vera pausa. Abbiamo avuto vicissitudini quotidiane che ci hanno un po’ rallentato, in aggiunta a un paio di

ossa rotte, ma non abbiamo mai smesso di suonare. Sicuramente avremmo avuto la possibilità di uscire con del materiale molto prima, ma ci interessava uscire con un nuovo lavoro avendo qualcosa da dire. Non volevamo un


disco solo per poter dire “eccoci qua, esistiamo ancora”, ma avere tra le mani qualcosa che ci soddisfacesse al 100%. Per cui ci siamo presi tutto il tempo necessario e

questo ci ha permesso di trovare la strada a noi più congeniale, abbandonando vecchie influenze e soluzioni di mestiere. E’ stato un percorso lungo ma naturale. Una 34


volta trovata la via tutto è diventato semplice: la maggior parte di quello che sentirete in Golden Lapse è stato composto solo negli ultimi due anni. Per noi, da sempre amanti dei tempi biblici, è una cosa incredibile! Quali sono le motivazioni alla base di “Golden Lapse”? L’idea è stata quella di realizzare un album diretto e frontale, scremando al massimo sovraincisioni, strumenti extra ed effettistica varia. Volevamo un disco che suonasse come un live. Quindi ci sono solo basso, batteria, chitarra e voce. Perchè è quello che portiamo in giro a suonare. Per nostra fortuna Manuel Volpe di Rubedo Recordings ha colto pienamente la nostra intenzione, dandoci come risultato esattamente quello che avevamo chiesto. E’ cambiato in parte anche il vostro sound. Potete spiegare perché? Si lo è. E siamo contenti di questo. Ma non c’è un motivo specifico alla base. Stare chiusi in sala prove per tanto tempo ci ha permesso di trovare la giusta alchimia

del nostro trio. Siamo cresciuti e crescendo il nostro sound è cambiato. Insomma non è che siamo contenti di questo, siamo contenti del risultato. Qual è il vostro brano preferito del disco, o almeno quello che vi divertite di più a suonare live? Domanda bastarda da fare a un gruppo con disco appena uscito e fresco di un live dopo cinque anni! Al momento ci divertiamo particolarmente a suonare Damn Plan, pezzo che in tre minuti circa riassume tante delle soluzioni musicali che ci piacciono. So che avete un buon seguito in Francia, paese dove avete suonato spesso in passato. Tornerete anche lì in tour? Abbiamo avuto il piacere di suonarci più volte in passato, e ovviamente contiamo di tornarci presto. Credo lo faremo ma non so dire di preciso quando. Per il momento ci stiamo concentrando a portare Golden Lapse in giro per l’Italia il più possibile. Come direbbe un personaggio di dubbio gusto della commedia b-movie “Prima gli italiani!” 35


DAVIDE MATRISCIANO


Il cantautore, compositore, autore ed arrangiatore napoletano pubblica il nuovo disco dal titolo “Buona visione”, accompagnato dai featuring di Edda, Benvegnù, Garbo, Miro Sassolini e molti altri

Vorrei sapere su quali premesse poggiava il tuo disco e come sono andate le lavorazioni. Avevo innanzitutto intenzione di dare una sterzata verso una forma più “leggera” del pop. Poi si è affiancata la voglia di coinvolgere, NEI TESTI, pezzi della mia

vita molto importanti (conversa in canzoni come La scoperta del pomeriggio e Scale). La somma di queste cose mi ha spronato a scrivere le nuove canzoni, a cavallo tra la lavorazione del primo disco Il profumo dei fiori secchi e il secondo Mummie incoscienti.


Appena conclusi gli arrangiamenti sul finire del 2015, ho iniziato a interpellare i musicisti (ospiti e non) per iniziare la produzione, che ha visto il suo concludersi col mastering nell’aprile 2018. Guardando, adesso, la panoramica di tutto questo iter, non riesco a non rabbrividire! Dal punto di vista sonoro questo è un disco di svolta. Vuoi delinearne le motivazioni? Il suono di questo disco è venuto fuori gradualmente, non in maniera premeditata. All’inizio sapevo solo di voler toccare le zone più accattivanti del pop e del rock, immaginandomi atmosfere dolci ma taglienti. Poi, grazie a ogni singolo musicista che ha partecipato alla realizzazione di questa “epopea”, sono riuscito addirittura a superare le mie già alte aspettative. Mi sembra che l’etologia sia uno dei tuoi campi d’indagine ma anche un frequente spunto per canzoni. Come ti arrivano le ispirazioni da uno scritto particolare come “L’anello di re Salomone”? In effetti l’etologia è un campo del38

la conoscenza che mi attira e mi inquieta molto. Gli animali sono adorabili ma imprevedibili, e questo libro di Lorenz mi ha permesso di captare l’enorme ma intrinseco fascino che li avvolge proprio per il motivo di cui sopra. Poi penso fermamente che noi e loro siamo talmente collegati da apparire scollegati. La canzone che si ispira al libro (Gomitolo) parla dei luoghi comuni in generale, e di quanto questi ti portino a deviarti e spesso a cadere in trappole molto deleterie. Anche gli spunti letterari mi sembrano frequenti e importanti. Vedo che citi Hemingway, Kafka, Bram Stoker. Qual è lo scrittore che senti più “musicale” e quale quello che senti più vicino? Quello che sento più musicale è Hemingway, che ti getta addosso grappoli di note con le sue parole crude e devastanti; quello che invece sento più vicino, specie per il suo surrealismo, è certamente Kafka. Ci sono tanti ospiti di prestigio nel tuo disco. Mi limito ai “featu-


ring”: come nascono le collaborazioni con Garbo, Edda, Sassolini e Benvegnù? Le collaborazioni, di solito, nascono dalla stima che nutro per ogni singolo musicista che interpello. Il modus operandi è semplice, ovvero contatto chi mi provoca sensazioni forti da anni, e gli propongo la collaborazione. Devo dire che nella maggior parte dei casi ho ricevuto risposte positive (come appunto nel caso delle featuring citate), e questo non smetterà mai di corroborarmi. La cosa è andata diversamente soltanto con Miro

Sassolini: da anni desideravo ospitarlo, poi notai che aveva aperto una campagna su Musicraiser per il suo meraviglioso disco Del mare la distanza, e tra le ricompense c’era un suo cameo in una canzone: occasione ghiottissima, no? Cosa diversa, ovviamente, accade se alla profonda stima si affianca l’amicizia (vedi Saughelli, Zorama, Antonio Buonocore, Aldo Granese), che vede coinvolti tutti in un abbraccio dirompente. No, anzi, come mi è già capitato di dire in questi giorni, in una vera e propria festa! 39


THE SOFTONE

“Golden Youth” è il quarto disco di Giovanni Vicinanza, autore e produttore in toto dell’album. Un disco intimo ma anche uno sfogo istintivo, per ricomprendere il traguardo dei 40 anni, la nascita di una bimba, la perdita dell’amata madre Questo disco è stato definito come un tuo ritorno alle origini. Che cosa ti ha ricondotto fin lì?

Come These days are blue, anche Golden Youth è un disco ispirato che è nato da un bisogno primor40


collaborazioni con amici musicisti con i quali mi sono divertito a sperimentare ritmi blues. Qui sono ritornato alle mie sonorità folk-pop più intime. C’è molto della tua vita personale in queste canzoni. Quanto ti è costato aprirti così? In realtà, mi ha aiutato a liberarmi da certe emozioni che non riuscivo a razionalizzare. Direi che è stato terapeutico! Avevo tanta rabbia e paura in me. Se devo piangere o emozionarmi anche in pubblico non è un problema per me. Siamo fatti anche di fragilità. Molto di questo disco nasce ai piedi del Vesuvio… Che sensazione è scrivere e comporre in un posto del genere? Io vivo in un posto molto tranquillo tra il Vesuvio e il mare. Il panorama è mozzafiato: da un lato, allunghi il braccio e sembra di toccare il cratere del vulcano, dal lato opposto il mare e la costiera sorrentina. Sono circondato da vigneti e varie colture contadine, per cui c’è tanto silenzio e riesci ad ascoltare il canto degli uccellini. Qui però non è il paradiso,

diale di dar voce alle mie emozioni attraverso l’espressione musicale. Gli altri album sono nati da 41


La nascita di mia figlia e la morte di mia madre mi hanno catapultato nel mondo dei “grandi”. Addio gioventù e spensieratezza. Questa è stata la riflessione che ha ispirato il brano. Il pensiero della morte affiora. Chi vorrebbe non invecchiare mai? Qual è il disco che hai ascoltato di più durante le lavorazioni del tuo album? Ricordo l’ultima fase di chiusura definitiva dei mix del disco mi trovavo in USA a Milwaukee e la tv trasmetteva quasi sempre dei live di Father John Misty e del suo secondo e bellissimo disco Pure Comedy e al contempo il primo disco dei The Delines con l’album Colfax Avenue.

c’è anche molto degrado ambientale e ignoranza. Diciamo che non ci si annoia mai! Tra i brani più intensi del disco c’è sicuramente la title track. Vuoi raccontare come nasce? 42


CAJGO


Una cimice capovolta, l’appartenenza ferma a una scena inesistente e l’eredità di una vecchia band: dentro il nuovo disco del duo “Patagonìa” convergono tante storie e l’ostinata voglia di concludere ciò che si era cominciato

Avete un passato musicale già piuttosto ricco ma questo è un progetto recente. Volete raccontare come nasce e perché l’avete chiamato “Cajgo”? Cajgo, dal veneziano nebbia, è l’evoluzione di Gnac, un progetto

terminato a causa dell’uscita dal gruppo del batterista e chitarrista. Io (tastierista) e Matte (cantante), non abbiamo ritenuto più opportuno continuare con lo stesso nome perché come spesso accade, smembrata una famiglia che ha


suonato e condiviso tanto, forse tutto, c’è solo la voglia di voltare pagina alla ricerca di nuovi stimoli. Nonostante questo continueremo a suonare i vecchi pezzi con un’intenzione più matura, dopotutto siamo cresciuti un po’. Come dicevo Cajgo è un termine molto veneto e infatti è anche di questo che vogliamo parlare: ci collochiamo geograficamente per raccontare una regione dove è spesso difficile intravedere l’azzurro del cielo.

Patagonìa è un titolo piuttosto significativo. E’ stato un disco così difficile? Patagonìa è il risultato di due anni di lavoro intenso e pieno di ostacoli, da qui il titolo: l’agonia di un progetto fatto a pezzi e ricostruito più volte, è il viaggio di un componente della band in Sudamerica, è il frutto di un’ostinata voglia di concludere ciò che si era cominciato. Di che cosa è simbolo la cimice 46


capovolta della copertina? E’ così che vi sentite? Ho sempre sentito dire che se una cimice si rovescia, muore agonizzante perché non riesce a raddrizzarsi, io invece una sera ne ho osservata una per circa mezz’ora e alla fine in qualche modo ce l’ha fatta e ho esultato. Sì ci sentiamo così, non ci siamo ancora raddrizzati ma ci stiamo impegnando parecchio. Le cimici fanno parte della nostra regione, ce ne sono talmente tante che si parla di invasione; fanno schifo a tutti e questa cosa nella nostra testa ha aperto una similitudine su un argomento politicamente strumentalizzato. Hai capito cosa intendo?! Vorrei sapere come nasce Da grande Da grande è la prima canzone al mondo scritta nella sala d’attesa di un ufficio di collocamento. Scherzi a parte forse non sarà la prima né l’ultima ma credo di aver spiegato bene il suo significato. Il giornalismo musicale ragione molto a “scene” e criteri geografici. Come è messa la “scena veneta”? Voi ritenete di farne par-

te? Quale scena? Sto cercando di far mente locale pensando ad artisti o band che siano riuscite a emergere a livello nazionale ma purtroppo non mi viene in mente nulla. Forse qualcosa dai talent boh. Sia chiaro noi conosciamo parecchie band interessanti che avrebbero tutto il diritto di essere ascoltate e ci sono parecchi spazi, festival, associazioni dove la gente amante dell’arte e della musica si riversa soprattutto d’estate, ma quello che si percepisce è che esistono regioni tipo l’Emilia e la Toscana che sono molto più vive e forse è anche colpa nostra. Se noi facciamo parte di questo nulla? Certo che sì.

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DEUT “A Running Start” è l’ep d’esordio del progetto solista di Giuseppe Vitale, già con gli U Bit. Cinque canzoni che provano a scoprire se c’è ancora spazio per le canzoni chitarra-e-voce


Chi è e da dove arriva DEUT? DEUT è forse una promessa che ha circa trent’anni, la promessa di cantare e scrivere che mi sono fatto da bambino. Quindi arrivo da lontano, mi piace pensare che ho aspettato a lungo. Avendo tu attraversato quasi tutti i generi del rock, vorrei sapere come sei approdato a questa forma cantautorale influenzata dal folk La realtà è che non è un arrivo, è appunto una rincorsa lunghissima... Mentre sperimentavo con curiosità tanti generi diversi ho sempre scritto canzoni di questo tipo, come se avessi tenuto un diario segreto. Poi ho messo in un imbuto le cose più recenti, ho stretto il cerchio e scelto i brani che ritenevo pronti. Parlavano la stessa lingua, avevano questo stile asciutto e mi raccontavano qualcosa. Il titolo sembra voler alludere a una partenza di corsa, ma nella foto della copertina sembri quasi scappare. Da cosa? Forse mi lascio alle spalle tan-

te cose. Vecchie, in disordine o giovanissime e immature. L’ironia è che la fotografia (pur cercando la dinamicità) è comunque un supporto fisso. Quindi congela il movimento e mi sembra di essere ancora sospeso e per molti aspetti lo sono. La fuga talvolta è una necessità biologica, non per forza una sconfitta. Mi sembra che quasi tutte le canzoni dell’ep abbiano a che fare con un passaggio dell’età, con una difficoltà nel diventare adulti. E’ un sentimento che ti contraddistingue? Mi contraddistingue di sicuro e senza vergogna, contraddistingue

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molte persone della mia generazione e non solo. Alcune sono rimaste in una post-adoloscenza altre in una post-infanzia, tutte in qualche modo vittime di una crescita in ritardo. Crescere non è una cosa che accade, è una scelta perché non basta aspettare. In più fa male e ultimamente molti fuggono dal dolore. Questa pochi mi minuti raccontano anche e sopratutto il male, quanto fa male crescere. Più per onestà che per farsi compatire. Però non parla solo di me. Parla delle contraddizioni enormi con la realtà, delle fragilità, dei disturbi mentali e dei desideri più profondi, insomma di cose di cui facciamo fatica a parlare. Quali saranno i tuoi prossimi passi? Mi piacerebbe suonare, portare in giro questi e altri brani. Capire

se tutto ciò funziona anche fuori dalla mia testa. Esportarlo in senso letterale, e farlo ascoltare così com’è. Anche soltanto chitarra e voce, se c’è ancora spazio per questo tipo di musica.


CARMELO SIRACUSA “È come senti, non come pensi”: nuovo video e singolo del bassista siciliano, ispirato a un celebre concerto di musica classica del ‘700 per contrabbasso di Carl Ditters von Dittersdorf:il concetto di tempo prende vita attraverso la danza di quattro ballerini e i suoni del contrabbasso


Benché la “veste” della tua musica ora e soprattutto lo strumento che suoni siano permeati di “classico”, in realtà hai avuto fin qui un percorso molto “pop”. Ci vuoi raccontare chi è Carmelo Siracusa, per chi non ti conosce ancora? Ho sempre coltivato la passione della musica fin da piccolo. Non ho mai ascoltato soltanto un genere musicale, e anche se il mio percorso è partito a 12 anni dopo aver sentito Steve Harris dei Maiden, grazie allo studio della musica ho esplorato molti mondi musicali. Il pop è uno di questi ma la mia carriera è contaminata giornalmente da tanta musica che mi ha portato a suonare in giro per il mondo e a collaborare anche con artisti di altri generi. Quali sono i concetti alla base di questo tuo nuovo brano? Il concetto del brano è Temporale. Questa parola può sembrare contraddittoria vestita al brano ma effettivamente non lo è. E’ un invito a far vivere il Qui-e-Ora attraverso il testo, anche se la maggior parte pensa allo spirituale come

un qualcosa di eterno, ma l’eterno sta dentro di noi e nella capacità di comprendere e accogliere gli altri, se tra le anime avviene questa apertura del Cuore allora avverrà un unione. La musica rappresenta questo viaggio, una danza del ‘700 che arriva ai giorni nostri esprimendo dei concetti musicali attuali. Quindi, è TEMPO giusto quello che viviamo nel presente senza desiderarne altro. Vorrei sapere qualcosa anche a proposito del video e del suo concept. Ce lo racconti? Nel video sono descritti i quattro elementi fondamentali naturali (Terra, Acqua, Aria e Fuoco) rappresentati da quattro ballerini interpreti di stili di danza differenti (Tribale, Moderno, Classico e Flamenco). La danza, a mio avviso, è l’espressione massima che l’anima, attraverso il corpo, ha per esprimere il TEMPO. IL COSMO interagisce e organizza gli elementi; ogni elemento non può esistere senza l’altro, avendo la capacità di mutarsi l’uno nell’altro. Dalle tradizioni antiche, Tantrica, Sciamanica o Maya, la cosa più poetica 53


che ho imparato è: tu sei polvere di Stelle e ogni atomo nel tuo corpo viene da una stella che è esplosa. Le anime, soprattutto quelle gemelle, si cercano attraverso lo spazio e il tempo e non è detto che si ricongiungano in ogni Vita soprattutto perché nel cosmo vivono energie negative che cercano di ostacolare questa unione positiva (concetto rappresentato nel video dal postino e dalle sue fatiche). Quindi, la bambina che appare all’inizio del video, non rappresenta mia figlia ma un’anima che nel TEMPO mi sta cercando. Come si rende “moderna” una musica nata in un contesto tanto diverso come quello del ‘700 di Carl Ditters von Dittersdorf? Molto semplice, devi giocare a fare musica. Quali saranno i tuoi prossimi

progetti? Sto lavorando a nuovi brani da solista e al nuovo materiale discografico degli Sugarfree e dei Camera a Sud. 55


BOA

“Bag of Seeds” è il titolo sia del singolo sia dell’album di otto canzoni inedite composte e cantate in inglese da Lorenzo Bonarini. Ogni brano è un seme diverso che germoglia lontano, passando dalla ballata blues al country, dal grunge al folk Ci vuoi raccontare chi è Boa? Posso dirlo con una canzone: like a bird on the wire, like a drunk in a midnight choir, I’ve tried in my

way to be free (Bird on the wire, Leonard Cohen). In questa poche parole ci trovo tutto: la grazia, la perfezione, la luce del mattino e 56


poi la solitudine, la malinconia e il lato più scuro dell’esistenza, tutto alla ricerca della propria libertà. Sono parole in cui mi rispecchio

parecchio mi è sempre piaciuto “errare” in tutti sensi del termine: sbagliare, fare esperienza ed esplorare. 57


Vorrei sapere come nasce Bag of Seeds Venivo da un periodo di silenzio in cui avevo perso un po’ il senso di fare musica. Continuavo a scrivere canzoni, più o meno abbozzate ma poi le lasciavo in un cassetto forse in attesa, forse anche no. Poi a un certo punto ho sentito che aspettare non mi andava più e non c’erano più momenti giusti o sbagliati, ma solo momenti, occasioni, delusioni, gioie e che potevo stare dentro a ognuno 58

di questi. E così è nata questa canzone. Bag of seeds è la tua sporta di semi, la borsa dei talenti, quelli che ti porti appresso e che dai senza pensare. Quindi pianta, semina, spargi e disperdi per il mondo. Lanciali al vento non aver paura che vadano perduti o sprecati. Regalali, fanne ciò che vuoi ma non tornare con qualche seme in mano. Io non lo farò. Per cui di conseguenza è diventata la title track, e mi piace che sia il manifesto di questo disco. Hai “frequentato” svariati generi, dal jazz al reggae. Ma qual è il genere in cui ti senti davvero “a casa tua”? Io sono un cantautore, vengo da li e in quello mi riconosco. Però mi sento sempre a casa quando faccio la musica in un certo modo. Se sento di essere libero e sincero questo mi basta poi possiamo suonare Forse c’è chi ha bisogno di muoversi con dei riferimenti


Nasce come omaggio a Leonard Cohen, da poco scomparso, ed è per questo che è inglese e vuole essere un ideale omaggio a un disco di Cohen che ho letteralmente macinato: Songs From A Room. A quello che ho imparato dalle sue canzoni, quella libertà del dire, è dedicata “Pinch of salt”. Il disco si chiamerà come il singolo, Bag of Seeds. Come vorresti che germogliassero questi semi? Spero che qualcuno possa riconoscersi in questo disco, che magari sia una ventata di aria buona in una stanza chiusa, che faccia danzare anche chi non danza più, che dica a tutti che si è sempre in tempo per trovare il proprio ritmo. Un po’ quello che ha portato a me. Però sento che se il disco mi parlasse direbbe: vedi il punto è proprio che ora non puoi farci più niente, i semi andranno per la loro strada e tu puoi stare qui a goderti lo spettacolo.

più precisi però credo che tutti gli artisti puntino a questa dimensione che ti fa fare e ti fa sopportare anche la fatica che c’è dietro allo strumento e alla scrittura. Cerco sempre di allargare i confini in cui muovermi conoscendo persone che vivono questa cosa in modo diverso da me. Il singolo anticipa il disco. Ci vuoi racccontare come sarà? Bag of seeds è un album di canzoni che contrariamente a quanto si fa sempre più spesso al giorno d’oggi, non ha un genere vero e proprio. Ho mischiato dentro un po’ della musica che mi piace ascoltare. Dalla ballata blues, al country, al grunge, al folk, generi diversi, temi diversi, il fiume a cui scendere per ristorarsi, i demoni interiori da cui scappare, la parte di noi più autentica, i ritmi spensierati, alcuni impegnati... e c’è pure una canzone dedicata alla donna che amo, New Sun, racconto com’è iniziato il grande amore, quindi ce n’è anche per i più romantici. E’ un disco che è stato composto e registrato nel salotto di casa mia nel giro di una decina di giorni. 59


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Arriva il nuovo numero di TRAKS MAGAZINE, un maxi-numero con i DIRAQ in copertina e poi interviste a L'ultimodeimieicani, Newdress, La Tresc...

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