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Numero 24 - maggio 2019

MARCO DE ANNUNTIIS ci sono tante cose da fare

IKE

GIUSEPPE NOVELLI

REDH

VINNIE JONEZ BAND


sommario 4 Marco De Annuntiis 8 Ike 12 Giuseppe Novelli 16 Vinnie Jonez Band 20 Impermeabili 24 Redh 28 On Off Man 32 RCCM 36 Elena Sanchi 38 Negrita #qcs

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MARCO DEANNUNTIIS ci sono tante cose da fare

“Jukebox all’Idroscalo” è l’ultimo disco del cantautore, che si dipana tra provocazioni e riferimenti illustri: Pasolini, D’Annunzio, De André, Ginsberg, ma soprattutto il suo personaggio, fascinoso e decadente


Puoi raccontare qualcosa di ciò che ha preceduto il tuo esordio su disco, “Jukebox all’Idroscalo”? Sarebbe troppo lungo: ho esordito tardi come cantautore proprio perché prima ho vissuto, e per la maggior parte del tempo male. Il disco è stato una sintesi della mia vita precedente e allo stesso tempo uno strappo, un punto di cesura. Il titolo del disco è un riferimento a Ginsberg ma anche al luogo dell’assassinio di Pasolini, personaggio al quale hai dedicato anche la rilettura del documentario “Comizi d’amore”. Vuoi spiegare come nasce il link fra i due riferimenti? Semplice: il rock americano ha avuto la beat generation, noi invece abbiamo avuto Pasolini. Non c’è nessun altro poeta del Novecento che ci parli come lui: essere passato dalla macchina per scrivere alla cinepresa è stata la sua svolta elettrica, l’unico paragone credibile con quando Bob Dylan passò dal folk al rock’n’roll. Mettendo insieme citazioni e ritratti del tuo disco ne esce una

sorta di personaggio alla D’Annunzio, affascinante e decadente, che non si prende troppo sul serio. Quanto c’è del vero Marco De Annuntiis in questa descrizione? Del vero me stesso c’è molto, forse anche troppo. Sono pochi i denti cariati che vengono ricoperti d’oro, di solito vengono estirpati. Per questo pensi subito a D’Annunzio (con il quale sono perfino molto lontanamente imparentato) che è croce e delizia di ogni poeta italiano successivo. Ma era lui stesso un misto di talento e di cialtroneria. Se oggi mi domandi quanto c’è di

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sua stessa ironia, ma non certo per sputtanarlo anzi: le sue contraddizioni sono autenticamente anche le mie. Il disco è uscito da qualche tempo. Quali sono e saranno i tuoi passi successivi? È un disco “diesel” in un’epoca di turbo-missili. Molta gente lo sta continuando a scoprire in ritardo, e la trovo una buona cosa. Quanto al futuro, ho imparato che fare piani e annunci troppo in anticipo porta male. Non so se avrò sempre qualcosa da dire, e non è detto che lo dirò sotto forma di canzone. Ci sono tante cose da fare.

vero, se in generale la gente tende a considerare la poesia una posa, una finzione, è in gran parte colpa sua. Se anziché D’Annunzio avessimo avuto anche noi un Wilde o un Baudelaire avremmo un’idea del decadentismo diversa. “Come De André” assomiglia tantissimo a una canzone molto provocatoria. Vuoi spiegare come nasce? Lo è! È una canzone che ha fatto incazzare un sacco di gente. Sappiamo benissimo che siamo un popolo di santi e di poeti, ma santi e poeti diventano tali in quanto sono morti, pochissimi li definivano tali già in vita. Ma il fan club dei santi è sempre molto intransigente. In realtà amo molto Fabrizio De André, l’ho inchiodato alle sue contraddizioni usando la 7


IKE

“Construction Site” è il debut album di Isaac De Martin: un giro del mondo per accorgersi che la Terra è da sempre e per tutti gli esseri viventi un “cantiere” di sperimentazione Sedici musicisti migranti da 7 paesi diversi, per un disco registrato in 5 paesi diversi. Difficile non leggere questo disco anche in senso “politico”, visto il mo-

mento italiano ed europeo e anche mondiale, riguardo alla questione delle migrazioni. Non mi sono assolutamente posto la prerogativa di coinvolgere migranti,


semplicemente è lo stato delle cose e collaborare con artisti migranti e non che provengono da paesi e culture diverse dalla nostra occidentale è una cosa del tutto normale se non

ci costruiamo attorno dei muri che ci privano di confrontarci con l’altro, il diverso. Se qualche riflessione posso fare mi sento di dire che i confini sono im-


portanti purché siano valicabili. L’annullamento dei confini porta con se l’annullamento delle diversità culturali che sono ricchezza li dove ci si confronta con il diverso e l’arte: da quella culinaria al gesto musicale sono potentissimi mezzi di dialogo e confronto. Quindi l’album non vuole affrontare il delicato tema delle migrazioni, semplicemente ne fa parte. Un’altra macroquestione affrontata dal tuo album è quella

ambientale, posto che il “Construction site” di cui parli mi pare di capire che sia la Terra. Pensi che la musica possa aiutare la sensibilizzazione verso i temi ambientali? Questo è piuttosto il vero concept e la riflessione è tutta incentrata sul delicato rapporto tra essere umano e natura. Terra è da sempre un cantiere aperto dove tutte le forme di vita si danno un gran da fare per automigliorarsi. Noi 10


Umani condividiamo con tutta la vita (compresa anche la plastica) il carbonio e la segreta e misteriosa tendenza verso l’automiglioramento, noi come le felci, i batteri, le balene e via dicendo. Questo dovrebbe ricordarci che essendo tutti sullo stesso pianeta con lo stesso “motore” profondo di intenzioni, dovremo rispettarci e rispettare le altre espressioni della vita. Deturpare gli oceani, l’aria, la terra mette in forte cristi questo sistema e se diveniamo scomodi ci estinguiamo. Ho letto “Balchik Garten” ha una genesi particolare. Me ne vuoi parlare? Balchik Garten raccoglie il fascino delle voci bulgare dell’Abagar Quartet e il Kaval (strumento a fiato della tradizione bulgara, parente stretto del flauto traverso) di Krastio Dimov. Ho sempre teso un orecchio verso i balcani e la bulgaria in particolare, fin da quando ero bambino. Due anni fa, durante un tour, ho trascorso 10 giorni in Bulgaria e alle immaginazioni che facevo si sono aggiunti odori, colori e suoni che si ri-

flettono nel brano Balchik Garten è il giardino del palazzo di Balchik,una città di ventimila abitanti sul mar nero. Ci crescono delle rose e dei fiori con dei colori tenui ma variegati che non si trovano in nessun altro giardino d’Europa. In questa terra le culture orientale ed occidentale si incontrano e confrontano più forte che altrove. Puoi nominare tre dischi che ti hanno influenzato particolarmente? Days to come di Bonobo (2006 Ninja Tune), Sonic Codex di Eivind Aarset (2007 Jazzland), Piano Quintet op.44 Schumann dell’Abagar Quartet (1995 Deutsche Grammophon) Hai lavorato con il teatro, con la danza, con i musicisti classici e hai attraversato i generi con numerose esperienze. Qual è la prima cosa che ti viene in mente se ti chiedo che cosa “ti manca” di fare? Un lancio in paracadute, prendere il brevetto di pilota d’aereo e quindi scoprire le innumerevoli altre forme espressive dell’Uomo di tutto il mondo 11


GIUSEPPE NOVELLI Due vite parallele, una da chirurgo e una da cantautore: marchigiano di nascita e di origini gelosamente custodite in ogni parola che canta, Novelli pubblica il suo terzo lavoro, “Alti e colorati�


Medico e cantautore è un binomio ormai classico per la canzone italiana (Jannacci, Locasciulli eccetera). Che cosa unisce queste due professioni all’apparenza completamente distinte? Dici bene, apparenza. Ho sempre pensato che la musica e la medicina rappresentino le due facce di una sola personalità e ho scoperto che si alimentano a vicenda, il bisturi e il microfono si valorizzano reciprocamente. Nel mio ambiente ci sono moltissimi medici-musicisti. Sono due grandi passioni, la musica può essere un rifugio dalle difficoltà quotidiane fatte di scelte difficili, di contatto diretto con la sofferenza. Proprio queste vicende umane così intense sono poi la fonte di ispirazione per nuove canzoni. Da quali ispirazioni nascono le canzoni di questo tuo terzo e nuovo album? Le ispirazioni sono ricordi, esperienze difficili, vecchie storie d’amore finite più o meno bene… In ogni brano c’è un pizzico di autobiografia…ma alla fine anche una banalità può essere fonte di ispi-

razione. Questa ispirazione tanto strana è come un treno che passa, in realtà è la musica che ti cerca, qualche volta salti sul treno al volo e ti ritrovi a scrivere una canzone, altre volte passa così velocemente che lo perdi e resta soltanto una sensazione vaga di incompiutezza, che ti pungola… Vorrei sapere come nasce la title track del disco. Il brano “Alti e Colorati” nasce da un’esigenza, quella di ricordarci che la nostra vita ha senso solo se posta in relazione con gli altri, anche quegli “altri” così diversi da noi. Il testo parla di un bambino affascinato dal lavoro di un madonnaro, tanto carismatico quanto preoccupante per la mamma del piccolo, la quale lo esorta ad allontanarsi da lui e a non curarsi di questi “ridicoli blasfemi copiatori”, che sciupano le nostre piazze con i loro disegni. Nonostante gli sforzi della madre, il piccolo riesce a dare vita al suo sogno, quello di diventare un writer, perché i suoi sogni sono “alti e colorati”. Sono i nostri sogni a essere alti e colorati, alziamo lo sguardo e ci diamo da 13


fare, per non limitarci a una esistenza grigia ma per costruire un futuro di inclusione, vario e variopinto. Urlare al mondo che i nostri sogni sono alti e colorati, è un modo per provare a non cedere alla logica dell’isolamento, quella che erige muri e blocca ogni forma di comunicazione. Gridare al cielo che “i nostri sogni sono alti e colorati” significa non addormentarsi, non accettare che i muri posti tra noi e le persone che non

appartengono alla nostra cerchia ci restituiscano conforto, perché quello è un falso conforto. Vorrei sapere qualcosa di più anche del video di “Alti e colorati” Il video di “Alti e Colorati” è stato girato tra Dozza Imolese (BO) Grottammare (AP) e San Benedetto del Tronto (AP), luoghi a me cari e molto evocativi. Dozza è una città di immagini e colori, ogni muro della città è affrescato di immagini contemporanee, 14


tempo per arrivare perché profondi (che non vuol dire pesanti eh!), e quindi trovano un terreno ostile nel mercato. Non amo molto chi costruisce una canzone a tavolino secondo regole di mercato, apprezzo chi si dedica a filtrare la realtà con la propria sensibilità, per restituirla in modo paritetico a chi ascolta. Ci sono canzoni di Gianmaria Testa, Fossati, Finardi, De Gregori, Vecchioni, Guccini, De Andrè, che sono tanto mie (come ascoltatore) quanto loro. Quella della musica d’autore è una grande risorsa, squisitamente italiana, che dovremmo imparare a valorizzare nuovamente, perché come dice Max Gazzè “una musica può salvarti sull’orlo del precipizio”. Una musica vera.

Grottammare non a caso è detta la “perla” dell’Adriatico e San Benedetto, be’, è casa... Volevo rendere le immagini del brano in modo semplice ma non didascalico, la giovane mamma così distante dal figlio e dai suoi sogni, il madonnaro esperto delle ingiustizie della vita e il bambino che non perde lo slancio per coltivare i suoi sogni. Il video di “Alti e Colorati” non poteva che venire così, grazie soprattutto al regista Simone Danieli che ha colto e saputo valorizzare l’essenza della canzone. Che cosa pensi della musica italiana di oggi? Che cosa ti piace e cosa non ti piace? Penso che in Italia ci siano tanti ottimi “cantautori minori”, sconosciuti al grande pubblico, che non riescono a emergere perché siamo tutti troppo affannati a correre, a digerire montagne di informazioni inutili, ridondanti, false e costruite ad arte per farci restare nel loop del consumo, anch’esso veloce. Al mercato servono tanti autori “usa e getta”, tante canzonette dell’estate. I cantautori sono lenti per definizione, impiegano 15


VINNIE JONEZ BAND

Nato a Palestrina all’inizio del 2015, il gruppo formata da Gianluca Sacchi (voce e chitarra), Marco Cleva (chitarra), Francesco Fiacchi (basso) e Andrea Ilardi (batteria) pubblica il nuovo ep “Più calmo di te”


Siete arrivati a questo nuovo ep iniziando a lavorarci praticamente subito dopo “Nessuna cortesia all’uscita”. Che cosa vi ha spinto verso le nuove canzoni senza prendervi una pausa? Gianluca – Cosa ci ha spinto a non prenderci una pausa dopo “Nessuna cortesia all’uscita”? La mia ansia! Che altro? Avevo un po’ di idee in testa e aspettare mi sembrava inutile. Sono sempre dell’idea che il ferro va battuto finché caldo e abbiamo deciso di ini-


che eravamo prima. Ci è servito soprattutto in fase compositiva, diciamo che la sua introduzione insieme ad altre piccole rivoluzioni ci porteranno a una Vinnie Jonez Band 2.0. L’idea di base è questa: Evolversi sempre. Come nasce la title track “Più

ziare subito con la produzione di qualcosa di nuovo. Avete inserito il synth stabilmente in questo ep. Che cosa vi ha portato a questa scelta? G. – Il synth è una di quelle piccole rivoluzioni che abbiamo attuato per staccarci il più possibile da ciò 18


una melodia, pianificare le prove, magari anche alzando un po’ i toni della discussione, una persona che ti risponde “Più calmo di te” ti fa imbestialire. Da qui la mia minaccia: “Se continui a rispondere sempre così io ci intitolo il prossimo disco”. Ecco la storia ahahahaha. Come nascono i testi di questo ep, tutti piuttosto oscuri e contrastati? G. – Diciamo che i testi o così o saremmo una band strumentale. Non so scrivere altro, scrivo quello che vedo e che sento e quello è il risultato. Diciamo che non sono uno spasso alle feste [cit.] Quali saranno i prossimi passi della Vinnie Jonez Band? G. – Noi andiamo avanti consci del totale fallimento che la cultura, come la musica, stanno maturando in Italia. Non ci sono spazi e quando ci sono sono “angusti”, ma nessuno potrà mai fermare la nostra voglia di esprimerci, di suonare e di urlare quello che abbiamo dentro. Andremo avanti fin quando ci sarà qualcosa da dire… nonostante tutto.

calmo di te”? G. – Da una gag! Andrea, il nostro batterista, ha passato l’intero 2018 chiudendo ogni discussione dicendo “Più calmo di te”, citando Walter Sobchak de “Il grande Lebowski”. Quando stai cercando di organizzare qualcosa, scegliere 19


IMPERMEABILI “Non Ci Siamo Per Nessuno” è il disco d’esordio di Simone Tangolo e Beppe Salmettio, due musicisti-attori che hanno costruito un album attorno a una visione “poetastrica” dell’esistenzialismo. Come nasce il progetto Impermeabili? impermeabili nasce come tentativo di salvarsi e di salvare attraverso la musica. Un tentativo poetastrico. Questo da un punto di vista filosofico. Ma da un punto di vista pratico nasce qualche anno fa da20

vanti a una bottiglia di Chianti, durante le prove della nostra riscrittura teatrale e musicale di Romeo e Giulietta che già portava, nel sottotitolo L’amore fa schifo ma la morte di più, il germe di questo nuovo disco. Mi sembra che l’umore nel di-


sco sia particolarmente variabile. Scelte frutto di una volontà di cambiare sonorità oppure siete voi proprio umorali? Sono scelte frutto del nostro repentino bipolarismo, sicuramente, ma anche una ricerca per dire: noi che “musica” siamo? Spesso ci è capitato di non saper dare una risposta a questa domanda e ancora non siamo sicuri di averla. La cosa certa è che vogliamo essere aperti a nuove esperienze e nuove sonorità senza lasciarci intimorire dal dover essere qualcosa di preciso.

Stiamo sperimentando ed è la fase più bella, quella in cui si può rischiare quanto si vuole. Avete scelto come primo singolo “La canzone esistenzialista”. Vorrei sapere come nasce e anche come nasce il concept del video con la sua bellissima protagonista, la cagnetta Giulietta. La canzone esistenzialista nasce principalmente da una domanda e io (Beppe) ho chiesto a Simone “Ma Simone ti spaventa più il vuoto della morte o il vuoto prima di nascere?”Una domanda appa-

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rentemente innocua, buttata lì durante le prove. A un certo punto Simone messo all’angolo ha cercato conforto in Mark Twain che gli ha prontamente risposto “Non ho paura della morte. Sono stato morto per miliardi e miliardi di anni prima di nascere e ciò non mi ha causato il benché minimo disturbo” Partendo da qui abbiamo iniziato a scriverla.Giulietta è stata la protagonista perfetta di un percorso che solo così poteva

andare. Noi crediamo nelle coincidenze, e in questo progetto ce ne sono state molte. Una dopo l’altra. E a noi sembravano giuste. Ma sta a voi ora dirci se lo erano. Il vostro disco risente della vostra formazione teatrale. Vorrei sapere quali sono i vostri capisaldi, tra coloro che hanno fatto comunicare musica e cabaret. Oseremmo dire ri-sente, quindi ascolta più volte (come noi) quelli che sono fari assoluti nella naviga22


sempre e anche il pubblico convive bene con noi, perché ad averci come coinquilini nessuno si è mai lamentato… È uno spettacolo cantato, di solito, dove facciamo cantare, ballare, divertire il pubblico, e dove c’è un margine di improvvisazione abbastanza alto. Le canzoni rimangono le stesse, ma dal teatro abbiamo preso la caratteristica di cambiare qualcosa ogni sera, in base al pubblico, al luogo, all’atmosfera.

zione anche distanti: da Jannacci a Harry Belafonte, da Puccini alle polifonie sacre. Non ve le vogliamo dire proprio tutte perché siamo un po’ gelosi dei nostri maestri, a volte li consideriamo come degli amanti. Le giuste influenze possono fare la differenza, sia in positivo che in negativo, in ogni caso. Viste le vostre caratteristiche, come risulta un vostro spettacolo dal vivo? Musica e teatro convivono da

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REDH Un singolo e un ep dallo stesso titolo, “Torneremo”: Matteo Pasqualone dice dell’ep: “Parla di un determinato periodo della mia vita, quando iniziavo ad affacciarmi all’età adulta con le classiche preseammale della post adolescenza”

Mi puoi raccontare la tua storia fin qui? È tutto qui: “Matteo Pasqualone al secolo Redh, cantautore romano classe ‘94. Inizia a scrivere


spronano a fare di più. Da lì a poco è nata la collaborazione con il Bdr studio. Vanta la presenza al Roma brucia e Sounds Festival del 2018, più numerose esibizioni nei club romani. Il video del primo singolo, “Dormi”, ha come protagonista Luca Vecchi, celebre attore e cofondatore del collettivo The Pills. Il secondo singolo a uscire è “5 minuti” che in breve tempo si guadagna la settima posizione in Viral 50 Italia, playlists di Spotify, mantenendola per un’intera settimana.

all’età di 12 anni : “probabilmente per colpa di una donna, anzi una bambina” . All’inizio era una cosa solo sua, un momento di sfogo. Mai stato un tipo loquace ma con la necessità di una valvola di sfogo. Suonare e cantare da solo era sinonimo di una chiacchierata con un amico: “ancora adesso è così, i pensieri devo farli uscire in qualche modo altrimenti impazzirei”. Nel 2017 inizia a cantare le sue canzoni agli amici di Torricola, un paradiso immerso nelle campagne dell’Appia antica, che lo 26


tua generazione di cantautori? È vero qui a Roma, ma credo in generale in Italia, la situazione musicale è veramente molto calda. Secondo me il successo è legato alla sincerità e alla quotidianità che hanno i testi, parlano di noi di quello che abbiamo vissuto e viviamo ogni giorno. Le canzoni, almeno per me, sono sempre state come album fotografici dei sentimenti. Le ascolto per questo, perché mi tirano fuori sensazioni e questo mi fa stare bene. Quali saranno le prossime tappe che ti aspettano dopo questo ep? Tanti live e poi l’ album.

Seguono poi “Claudia” e “Ci credi” che precedono l’uscita dell’ep che conterranno altri due inediti “Torneremo” e “Non mi va più”. Vorrei sapere quanto di autobiografico c’è nelle tue canzoni e in particolare in “Dormi” Le mie canzoni sono tutte autobiografiche, nascono da esperienze vissute in prima persona. E quindi anche Dormi; una canzone che ho scritto di notte, una di quelle notti in cui non riesci a prendere sonno. Vorrei anche sapere qualcosa di più della genesi di “Ci credi” Ci credi è una canzone che non avrei mai voluto scrivere. È nata perché la vita a volte è infame e ti porta via qualcuno troppo presto. La cosiddetta “scuola romana” sta oggettivamente dominando la scena. A che cosa è dovuto secondo te il successo della 27


ON OFF MAN

Il progetto musicale del producer Stefano Diso arriva al secondo disco: “The Hybrid Age”, un’ibridazione tra elettronica e rock Sono passati sei anni dal tuo esordio, musicalmente parlando è molto tempo. Qual è stato l’approccio e quali le differenze rispetto al tuo debutto? Effettivamente son passati diversi anni, in cui mi è successo veramente di tutto sia a livello perso-

nale che a livello professionale. Dal punto di vista della line-up ci sono stati numerosi cambiamenti. Siamo partiti con una formazione a 4 elementi (batteria, basso chitarra e strumenti elettronici), passando per il duo, fino ad arrivare al solo live-set. Giant Backsteps, 28


d’istinto e senza imporsi alcun limite. The Hybrid Age, è invece un disco più studiato e razionale. Un lavoro che cerca di mantenere alcuni tratti distintivi dei primi anni ribaltando però le proporzioni tra elettronica e rock. Le strutture dei pezzi sono più dilatate e la voce (sia reale che campionata) è diventata una parte fondamentale del processo compositivo. Probabilmente l’esagerata minuziosità nel portate a termine ogni fase della creazione delle tracce per come le avevo immaginate sin dalle prime bozze fino al master finale ha fatto sì che tempi si allungassero ulteriormente. Ma preferisco così. Ora sono convinto del risultato e di ciò che voglio comunicare attraverso la mia musica. La tua musica mescola suggestioni classiche con l’elettronica. Che cosa è nato prima: l’interesse per la classica o quello per l’elettronica? L’ibridazione dei generi è sempre stato il mio principale ambito d’interesse. Fin da bambino ho ascoltato tantissima musica grazie

il disco d’esordio, infatti è stato concepito con un’ottica più corale, un lavoro in cui l’elettronica era al servizio del rock e ogni parte strumentale è stata studiata per sopperire alla mancanza di una voce (non presente ovviamente per scelta stilistica). Il tutto realizzato 29


alla passione che mi hanno trasmesso i miei genitori e miei vecchi maestri. Sicuramente gli studi al DAMS e il triennio di musica elettronica svolto al Conservatorio di Bologna, hanno suscitato in me nuovi stimoli e nuove suggestioni che ho trasferito direttamente nelle mie composizioni. Di cosa parlano i testi di “The Hybrid Age” e quali sono le fonti di ispirazione? Sono tre i pezzi che contengono dei testi veri e propri. Love in the age of mechanical reproduction tratta il tema del progressivo distacco che stiamo inevitabilmente vivendo nei confronti della realtà. Appartengo alla generazione che ha assorbito il bene e il male dei cambiamenti tecnologici avvenuti dagli anni Ottanta a oggi. Cerco di far tesoro delle cose positive che essi hanno apportato, ma allo stesso tempo sono preoccupato di fronte a tanta finzione, ostentazione e pochezza di valori. Il testo di The same air ha un carattere più autobiografico. Nasce in un periodo artistico difficile della mia vita. Un periodo dal quale ne sono

uscito con grande determinazione e con la consapevolezza dell’importanza del “crederci”. Ocean Drop è una semplice riflessione sul tema del tempo e dei ricordi. Vorrei sapere come nasce proprio “Ocean Drop” e come hai deciso per il featuring di Beatrice Dellacasa. Ocean Drop nasce dal testo, scritto dal mio ex chitarrista e amico Giacomo Franzoso. Musicalmente l’intenzione era quella di comporre una ballad da inserire nel disco, con una voce dolce, ma allo stesso tempo “potente”. Beatrice, è la cantante di un gruppo di Bologna, i Blurango. Il suo timbro c’è rimasto impresso fin dal primo ascolto e nonostante lei gravitasse su generi come neo soul, funk e jazz abbiamo pensato di chiederle comunque una collaborazione. Fortunatamente si è dimostrata molto disponibile e sono molto veramente contento del risultato finale. Leggo che questo lavoro è stato pensato per essere suonato sia in live set sia full band. Quali saranno le differenze di sensazioni 30


zione “large”. Non sarà semplice per diverse ragioni, ma avendolo già immaginato in quest’ottica, l’impresa potrebbe essere sicuramente più affrontabile. Prossimamente parteciperò alle semifinali di Arezzo Wave, e tra giugno e luglio sarò ospite al Big Lebowski (NO), al Night Like This Festival (TO) e al Meraviglia Festival (VC). Altre date sono in definizione e in continuo aggiornamento sulla mia pagina Facebook.

per gli spettatori? La mia ambizione è quella di tornare alle origini: una full band costruita su una base più solida e matura accompagnata da un apparato visuale e scenico costruito ad hoc. Ho avuto la fortuna negli ultimi sei mesi di fare oltre venti live in giro per l’Italia e sto lavorando per nuove date “post uscita disco”. Se le cose dovessero andar bene inizierò a organizzarmi per portare questo progetto in forma-

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RCCM

Rock, sperimentazione, hardcore-punk ma soprattutto testi lividi di rabbia contro una società sempre impunita: ecco “Frasi per tatuaggi” RCCM è l’ultima incarnazione del collettivo Controfase. Come nasce? Mont Pèlerin - Come concentrazione del gruppo intorno al problema storicamente evidente di un’élite politico-economica criminale e assassina, che ammazza

e ammala i comuni mortali con calcolata convenienza, rimanendo tipicamente impunita. Andrea Beggio - RCCM, ovvero Rispettabili Criminali e Comuni Mortali, è il titolo del secondo lavoro di Controfase. In qualche modo, quel filone di ricerca non si 32


peggioramento della situazoine politica, economica, ambientale ed esistenziale dal 2012 a oggi. Mi sembra che i testi vadano a incidere a fondo nei vizi della società odierna, nei confronti della quale pezzi come “Buongiorno” o “Nei locali del centro” (ma un po’ ovunque nel disco) emerge un vero proprio rancore. Esagerazione artistica o veri sentimenti di stomaco? Mont Pèlerin - Rancore autentico. Se tra le élite ci si comporta in modo schifoso e impunito, le masse vengono gestite promuovendo sistematicamente l’ignoranza. È il progetto neoliberale di società degli imbecilli. In cui non casualmente torna l’onda nera fascista. Andrea Beggio - In realtà il rancore vero emerge chiaramente in Spiacevoli necessità, nel quale si augura un contrappasso terreno a chi sta rovinando le nostre vite e quelle dei nostri figli. Ciò che a mio giudizio emerge in Frasi per tatuaggi è una necessaria rabbia e disillusione. Non sarei quindi pienamente d’accordo a definire

è del tutto esaurito, anche se sentivamo il bisogno di dare un parziale segnale di discontinuità. I brani di questo cd sono più facilmente suonabili dal vivo e questo per noi è un piccolo traguardo. Per i testi invece, se risultano più cupi e disillusi, è dovuto all’inesorabile 33


esagerata una rappresentazione artistica. Per quanto realistiche possano essere le situazioni narrate nei testi, queste portano con sé da un lato il significato che per noi hanno queste vicende, ma al tempo stesso concorrono a formare per il modo in cui vengono narrate un prodotto artistico. Emanuele Zottino - Ma siamo davvero noi rancorosi oppure è questo mondo che si presenta così squallido? Certo, non tutto l’esistente è messo male, anzi. Ma un disco su come sono belle le montagne sudtirolesi ancora non mi viene di farlo. In “Buongiorno” attaccate addirittura un’istituzione come la famiglia Angela… Come vi è venuto in mente? Emanuele Zottino - Perchè programmi come Quark, Superquark o megaquark sono programmi di blanda divulgazione culturale, non sono mai critici, non sono capaci e non intendono neppure fare vero approfondimento, presentandosi come culutrali senza averne l’adeguata autorevolezza. In un mondo che ci appare sem-

pre più contorto e di difficile interpretazione, la televisione fa finta di niente annebbiandoci mente e coscienza. Mont Pèlerin - Fanno divulgazione scientifica che favorisce un’idea della conoscenza umana come curiosità sconfinata: ogni cazzata ha senso di essere indagata e divulgata, non esistono priorità nella ricerca e nell’informazione scientifica. Mentre un’epistemologia seria fissa sempre delle priorità rispetto al caos con cui ci si presenta la ‘realtà’. Inoltre, a mio modo di vedere, sono uno degli esempi del familismo amorale italiano. Ma, se Angela padre è stato l’inventore, nel caso del figlio ciò che emerge con maggior forza sono una voce fastidiosamente squillante, dei capelli boccolosi mal gestiti, e un tono fastidiosamente professoral/ amicale. Andrea Beggio - In realtà Angelo Angela, o Angela alla seconda, o uomo-donna è un personaggio di fantasia a cui abbiamo voluto far portare sulle spalle il peso della scarsa qualità della programmazione televisiva. Preoccupa molto 34


nessuna frase. Il senso del titolo ha a che fare con la crescente incapacitá di sviluppare un pensiero autonomo e critico. Per cui anche un’azione totalmente individualista e talvolta narcisistica come tatuare sul proprio corpo una “grande verità” è l’occasione invece per omologarsi e spersonalizzarsi ancora di più; la prosecuzione della giornata lavorativa, avrebbe detto qualcuno. Basta digitare “Frasi per tatuaggi” su un motore di ricerca per capire cosa intendiamo. Mont Pèlerin - Rogito ergo suv.

la totale assenza di informazione in un periodo di evidente proliferazione incontrollata di mezzi e strumenti di comunicazione. La vera celebrità a cui spacchiamo le ossa è invece Peppa Pig e famiglia. Premessa: faccio questa domanda ma ascoltati i testi del disco temo un po’ la risposta. Quale sarebbe, in quanto band, la “frase per tatuaggio” ideale che vi fareste scrivere addosso? Andrea Beggio - Ovviamente hai interpretato correttamente il titolo del cd e quindi l’unica ripsosta possibile alla tua domanda è:

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ELENA SANCHI

La cantautrice riminese pubblica “Sulla mia pelle”, nuovo singolo e video, immerso in un litorale romagnolo sorprendente e inusuale Scenari molto suggestivi quelli che accompagnano il tuo nuovo video, “Sulla mia pelle”: puoi raccontare qualcosa della lavorazione del video? In questo video volevo rendere omaggio alla mia terra vista da angolature meno calpestate, meno conosciute! A due passi dalla città ci sono le dolci colline riminesi, ricche di paesaggi affascinanti e incantati, di una bellezza che meraviglia e ispira. Il video è stato girato tra San Giovanni in Marignano e Cattolica lungo il fiume Conca fino al mare di Misano Adriatico, proprio dove è nata l’i-

spirazione! Per la realizzazione di questo nuovo progetto ho collaborato con la regista Eleonora Tonini che oltre a essere una bravissima professionista è anche una carissima amica. La forte alchimia che ci ha guidate nella realizzazione ha reso questo progetto ancora più emozionante e speciale. La canzone sembra piuttosto intima, ma è anche accompagnata da una notevole voglia di alzare un po’ la voce. Puoi raccontare come nasce? Tempo fa in un sabato pomeriggio di primavera, sono uscita da casa con la mia bicicletta con il deside36


rio di respirare l’aria pulita della natura e di stare un po’ sola con me. Non avevo una meta precisa e mi sono lasciata trasportare dal vento che mi ha guidata verso le stradine di campagna fino al fiume Conca. Era un luogo che non conoscevo, bellissimo, mi sembrava di essere da un’altra parte del pianeta! Ho percorso il suo letto fino al mare e i sentimenti che ho provato li ho tradotti in questa canzone. E’ stato un forte viaggio interiore, alla conferma di ciò che sono e che voglio portare in questo mondo. Il tuo ultimo album “Risveglio” ti sta riservando notevoli soddisfazioni. Pensi che “Sulla mia pelle” sarà l’ultimo singolo oppure ci sarà spazio per qualcos’altro più avanti? Sì, è vero, le recensioni sul disco sono state importanti e molto stimolanti per me che sono sempre più convinta che

se si vuole e si è autentici in quello che si produce, lo spazio si crea. Sulla mia pelle non sarà l’ultimo singolo, manca ancora un tassello il prossimo autunno!! Nel frattempo stai portando avanti la tua attività dal vivo. Come sta andando e quali sono i prossimi appuntamenti che ti vedranno su un palco? Si certo, quella è la sfida più grande!! Oggi non è facile per gli artisti indipendenti portare la propria musica sui palchi più importanti, mi riferisco per esempio ai grandi festival estivi, però per il momento mi sto muovendo nei festival ed eventi più significativi della mia zona, poi da ottobre prossimo nei club in tutta Italia.

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NEGRITA

“BAMBOLE” #quellochesentivo

di Chiara Orsetti

E’ il 28 settembre 2001 quando i Negrita pubblicano il primo singolo estratto da “Radio Zombie”. Il singolo, prodotto da Fabrizio Barbacci, esce accompagnato da due B-side: “Welcome to the world” e “We need a change” Inesorabile, il tempo passa sulle cora ci sono dubbi su quanto sia coscienze, sulle mode, sui modi di realmente accaduto, complice la pensare. La storia non è storia se scarsa memoria dei monumenti, e continua a ripetersi, eppure andella specie che li ha creati. 38


Nell’incertezza è meglio prendere Ma se io prendo chi è che dà? Se io prendo chi è che dà? Ne ho visti troppi qui di oracoli E troppe corti dei miracoli

Mentre le ideologie si estinguono E le coscienze si disperdono Insieme ai muri crollano Le verità di comodo I monumenti a cosa servono? La vera storia non la insegnano Non devo chiedere Devo far da me

Si stava meglio quando si stava in pace con la coscienza. Quando con le ginocchia sbucciate scioccamente si cercava consolazione nel peluche, nella bambola, nel supereroe di turno, in grado di far dimenticare quanto amaro possa essere il sapore di questo tempo.

Regole infrante e condoni di cattiva fede, essere grandi non è direttamente proporzionale al diventare adulti. La verità sta dentro a un nylon Dimenticata in qualche oceano Sotto la buccia debole Di 10.000 regole Ti capisco Quando dici che Rivorresti Le tue bambole

Io non vi posso credere Io non vi voglio credere Ti capisco Quando dici che Rivuoi indietro Le tue bambole Good times, bad times Ti capisco Quando dici che Rivorresti Le tue bambole Ora ha senso Quando pensi che Rivuoi indietro Le tue bambole

Menti chiuse che popolano bocche instancabilmente e inspiegabilmente aperte, sempre aperte, troppo aperte. Arraffare, non farsi beccare, scivolare via quando arriva il conto da pagare. E mi hanno sempre fatto credere che

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Il nuovo numero di TRAKS MAGAZINE ospita il cantautore Marco De Annuntiis in copertina. Poi interviste a Ike, Redh, Giuseppe Novelli, RCCM,...

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