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INTERVIEW

Numero 7 - gennaio 2018

VeiveCura innescare una scintilla

Santino Cardamone Telegraph Tehran iBerlino Ledi Inigo


sommario

4 VeiveCura 10 Santino Cardamone 14 Telegraph Tehran 18 iBerlino 22 Ledi 26 Inigo

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VEIVECURA innescare una scintilla

Con il nuovo video di “Too Late”, firmato dal regista Emanuele Torre, Davide Iacono e i suoi compagni d’avventura riportano in evidenza il disco “Me+1”, svolta importante per la band. Abbiamo parlato con Davide del video, di cambiamenti e del futuro


Partiamo dal video di “Too Late”: come nasce il concept? “Too Late” nasce da un’intuizione del regista Emanuele Torre, che avevo conosciuto già in passato seppur in modo marginale. Ha ascoltato il nostro disco e si è innamorato di questo brano, fino a scriverci su una storia, una visione.


E’ una cosa un po’ particolare, solitamente sono le band che contattano i registi per girare i videoclip, in questo caso è stato il contrario, e non smetterò mai di ringraziare Emanuele per aver innescato questa scintilla. Ci siamo subito innamorati della sua idea e l’abbiamo co-finanziata insieme a Paolo Mei e Raimondo Ferraro. Ad Aprile dello scorso anno ho raggiunto Emanuele, Michela D’Amico e il resto dello staff a Montalbano Elicona, un luogo sperso tra le montagne in provincia di Messina. E’ stata una giornata molto intensa ed emozionante, c’era un’atmosfera magica, lunare. “Me+1” ha rappresentato un momento di svolta importante rispetto agli inizi targati VeiveCura. Visto in prospettiva, dato che è passato del tempo dall’uscita, quali sono le cose che ancora vi convincono di più dell’album e cosa magari cambiereste? Bella domanda. E’ stato un disco importante per noi, molto diverso dal passato. Non so cosa cambierei, è un album cristallizzato in un momento ben preciso del nostro percorso, volevamo alleggerirci e lo abbiamo fatto a modo nostro. Se lo riascolto adesso sono fiero del lavoro svolto con il resto della band, è stato un disco molto corale. Sì, forse non cambierei niente, se non i ca-

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nali di promozione, all’estero probabilmente sarebbe stato capito e apprezzato di più. VeiveCura è nato come progetto individuale e poi si è allargato sempre di più. La formazione attuale è vista come stabile oppure siete per una politica delle “revolving doors”? VeiveCura è visceralmente connesso a me. Nasce con me e morirà con me. Negli ultimi anni però è cresciuto insieme a Salvo Scucces e Salvo Puma, che sono diventati dei pilastri inamovibili. Per il futuro non saprei che dirti, magari continuiamo così, magari no, Veive potrebbe camminare ancora un po’ oppure fermarsi, non lo so neanch’io. Siete al lavoro su nuove canzoni? Qualche anticipazione? Certo, abbiamo già in cantiere otto nuove canzoni che potrebbero finire nel prossimo album. E’ l’ennesima svolta, di genere, e soprattutto di linguaggio. Sto scrivendo in italiano e devo confessarti che per me è una rinascita.

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SANTINO CARDAMONE benvenuti nel mio Mondocervello Un’apparizione, due anni fa, a X Factor, con la coppola e con originalità. E ora un nuovo disco, con il quale il cantautore calabrese torna sulle scene in modo più completo e maturo

Partirei dal titolo del disco: che cosa rappresenta e che cosa intendi con “Mondocervello”, che e’ anche il titolo di una delle tracce piu’ particolari del disco? In realtà il titolo definitivo “Mondocervello” è nato in un secondo tempo. Inizialmente doveva essere “Vedo, Sento, Parlo” (concetto espresso ora più dalla grafica della copertina che dal titolo). Poi ho cambiato idea… la parola “mondocervello” è come se fosse una raccolta del mio mondo immaginario e interiore.


gonista in questa società. Anche “Cuore di marmo” è nata spontaneamente, senza decidere niente: erano le 4 del mattino, il silenzio e il profumo della mia terra insieme a un bicchiere di vino rosso mi hanno ispirato a scrivere questo pezzo fatto solo di piano e voce. La tua musica fa chiaramente riferimento ai cantautori “classici”. Ma fra quelli dell’ultima generazione c’e’ qualcuno al quale ti senti particolarmente vicino? Oggi il cantautorato gode di ottima salute, ci sono un sacco di cantautori bravi in giro come Dente e Maldestro. Se proprio devo accostarmi a qualcuno preferisco dire… nessuno, perché

Hai scelto toni allegri in brani come “Canzone per Samuele” o “Mauro” in cui affronti temi molto problematici: puoi spiegare questo tipo di scelta? Non sono io a decidere chi è il protagonista delle mie canzoni. Brani come “Mauro” o “Canzone per Samuele” nascono spontaneamente quando suono la chitarra. Già dal primo accordo viene fuori il tema principale, ovvio che la base di partenza è sempre un episodio di vita vissuta che mi ha particolarmente colpito. Vorrei saperne di piu’ su come e’ nata una canzone come “Cuore di marmo” “Cuore di marmo” parla di femminicidio, che purtroppo ancora oggi è prota-

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di pazzi che scrivono e bevono alle 4 del mattino ce ne sono ben pochi…. ahahahah. Sono passati alcuni anni dalla tua apparizione a X Factor: con il senno di poi che cosa ti ha lasciato la partecipazione al talent? Faresti ancora la scelta di partecipare? Gran bel ricordo, come dico sempre è stato un ottimo trampolino di lancio. Rifarei volentieri questa esperienza, a condizione di fermarmi sempre ai bootcamp, perché i live di XFactor non fanno per me…

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TELEGRAPH TEHRAN volutamente ermetici Con influenze molto varie, che spaziano dai Marlene Kuntz ai Tame Impala, il trio di stanza a Bologna ha radici profonde nonostante una storia recente, tutta condensata nell’ultimo album, “Spettri da scacciare” 14


Siete nati nel 2016: potete raccontare la vostra (breve) storia come band? Io e Andre eravamo in cerca di un batterista, avevamo arrangiato qualche brano dell’album ma ci mancava qualcuno che colmasse la parte ritmica. Andrea si è trasferito a settembre a Bologna, dove io già vivevo e abbiamo iniziato a cercare un batterista serio che avesse la voglia di partecipare a questo progetto. Dopo circa due mesi siamo riusciti a trovare Casper Adamov e da lì siamo partiti. “Spettri da scacciare” sembra un disco animato da forze piuttosto oscure: potete raccontare le ispirazioni da cui siete partiti e come sono andate

le lavorazioni del disco? Per quanto riguarda questo primo disco io avevo molto materiale melodico in cantiere da anni con Andrea e Casper abbiamo arrangiato molte linee e nel farlo ci siamo trovati davvero bene, la prima canzone “Carmica” l’abbiamo scritta io e Andrea e devo dire che lavorare tutti e tre insieme nella creazione dei brani è molto stimolante, è cosi che stiamo lavorando. Nei contenuti il disco è volutamente ermetico, la scrittura dei testi non segue sempre un filo logico ma anzi cerca spesso di lasciare spazio a suggestioni e a libere interpretazioni. Personalmente vorrei che ogni canzone fosse un po’ come un sogno dal quale si

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entra e si esce un po’ cambiati. Il titolo dell’album allude proprio a quelle forze oscure che hai citato tu. “Spettri da scacciare” significa esorcizzare le proprie paure con la musica, i propri spettri interiori che spesso sembrano non volerci lasciare mai. Se doveste scegliere un solo disco

cardine per la band quale scegliereste? Una domanda alla quale non potremmo mai rispondere anche perché veniamo da universi musicali completamente diversi e forse proprio questa la bellezza del nostro essere band. Come nasce “Tv Show”?

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“Tv show” era un pezzo al quale avevamo lavorato prima dell’incontro con Casper, il titolo provvisorio era “Edgar” e alludeva a una delle storie di E.A.Poe, il testo che avevo scritto era completamente diverso, incentrato sull’ossessione di un uomo tormentato dal proprio passato, la linea melodica non è cambiata il testo si. Un libro di Franco Bifo Berardi “Heroes” alla fine ha dato l’imput per la creazione del testo. L’ossessione è rimasta ma è cambiata nei contenuti, racconta quanto siamo sempre più prigionieri dei mezzi che usiamo per comunicare in questo caso la televisione, di quanto siamo servi di ciò che guardiamo, uno spettacolo televisivo, un varietà, un reality. Di quanto questo poi porti a un’esasperazione tale da creare dei veri mostri, dei veri carnefici. Il ritornello è: “Sì fatti esplodere/Sì fammi esplodere”. Spesso è il sistema che

crea questi fenomeni. Che cosa si può aspettare chi viene a vedervi dal vivo? Energia, divertimento e un po’ di follia. Avete date in previsione prossimamente? Stiamo facendo un planning da gennaio fino a questa estate ma per chi ci segue nel nostro canale Facebook e Instagram lo saprà presto.

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iBERLINO cose che non diremmo Mirko Difrancescantonio e Fabio Pulcini raccontano il loro nuovo album, “Hai mai mangiato un uomo?” che uscirà il prossimo 26 gennaio, di cui l’essere umano e il suo smarrimento sono i protagonisti. nee. Sai è strano, quando suoniamo per provare o dal vivo a volte mi sembra di vederci confessare: Fabio chiude gli occhi, si sta concentrando su un particolare colore. Io inizio ad affondare e pescare nei ricordi e li riporto a galla, dicendo cose che non direi normalmente. Ma che ho pensato. E che ammetto di aver pensato. Queste cose non sempre possono essere riprodotte registrando su piste separa-

“Hai mai mangiato un uomo?”, il vostro nuovo disco, è “ideato e suonato in cucina”. Avete scelto di rinunciare alle iper-produzioni e di registrare in presa diretta, come se davvero vi trovaste a suonare tra di voi, in sala prove. Come è nata questa idea? Volevamo riportare su disco quello che facciamo dal vivo e talvolta, sempre dal vivo, accadono imprevisti, improvvisazioni e situazioni interessanti, sponta-

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te, in studio si tendono a pulire le tracce, ad applicare plug in e altre cose che rendono il tutto molto pop, ma noi non eravamo alla ricerca della super hit. Idem per i testi: non volevamo entrare in studio con delle rime ben definite. Non era questa l’idea per questo disco. Volevamo fotografare il processo. Fenoglio scrisse in un’opera: “Ti amo quando ti vedo far le prove, non quando sei sul palco durante lo spettacolo, perché è quando fai le prove che sei te stesso”. Capisci, con tutte le prove, gli sbagli, i tentativi di andare oltre. Abbiamo deciso di entrare in sala e registrare e sviluppare 8 ore di sessioni, suonando e risuonando i brani. “Fotografia” per esempio è nata proprio durante queste sessioni: quella che sentite in disco è addirittura la prima take: il brano non era mai stato provato prima. Quello che ascoltate è stato il momento vissuto. E’ nato lì in studio. Una cosa che ci ha colpito fu ascoltare, l’anno scorso, l’ultimo di Nick Cave: “Skeletron Tree” suona straordinariamente ruvido e certe volte da “buona la prima”. Alzando il volume hai la sensazione di sentire perfino la polvere nell’aria: l’ambiente. Volevamo un disco così. Volevamo un disco con l’aria dentro. L’atmosfera che si respira nei trailer

che avete lanciato per anticipare l’uscita del vostro primo video è fredda, cupa, un po’ malinconica, nonostante si svolga tra le rassicuranti mura domestiche. Che cosa devono aspettarsi gli ascoltatori dalla tracklist di “Hai mai mangiato un uomo”? Qualcosa di scuro, di notturno, di urbano. E di affascinante. Un disco elettronico e da sottofondo che fa a tratti ballare e a tratti riflettere, sì, ma sull’istintività. Ecco, è istintivo, come un animale notturno. “Fotografia” è una canzone unica, registrata nel momento in cui è nata, e in qualche modo si percepisce già al primo ascolto che ha qualcosa di particolare… E’ “emersa”, come dei ricordi che tornano a galla. Tra una sessione e l’altra Fabio stava arpeggiando degli accordi. Io li sentii e gli chiesi di continuare, mentre frugavo tra due testi che in realtà parlavano di uno stesso ricordo. “Sono le note giuste”, pensai. Iniziai a cantare, senza mettere a posto nulla. Nel mentre Roberto Rettura (tecnico de Lo Studio Spaziale) stava registrando. Quei testi erano rimasti nel cassetto per un po’, attendevano il treno giusto su cui salire. E quel treno grazie a Fabio è passato. Finita la sessione ci siamo guardati tutti e tre: avevamo capito che era successo qualcosa di fantastico, per noi. Aveva-

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to quella cosa?”. “Come andar di notte” è una macchina che vaga di notte, un’anima sola nei propri pensieri, un brainstorming notturno. Una notte stavo girando per i viali di Bologna, senza destinazione. Mi sentivo molto solo, ero temo molto depresso. La città mi stava amareggiando. Vedevo la società come le regole di un gioco: il gioco è sporco e ha queste sporche regole, sei pronto a fare surf? Guardando una prostituta pensai: “In città se hai bisogno di amore puoi pagare una prostituta, se hai bisogno di sfogarti con un amico puoi pagare uno psicologo. Sei sei solo ti può costare tutto meno tra cene e pre-

mo fotografato...”Fotografia”. Questo ti spiega quello che dicevo nella prima domanda: “Fotografia” non sarebbe mai nata se avessimo registrato a piste separate. “Come andar di notte” è invece il brano chiave dell’intero album, quello in cui la natura umana, e talvolta crudele, viene fuori, facendo porre le domande “Hai mai colpito un uomo? Hai mai mangiato un uomo?” mettendoci di fronte alle peggiori versioni di noi stessi. La domanda che racchiude meglio il senso di questa canzone è: “Ma l’hai davvero pensato? Hai davvero pensa-

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nostro popolo. Tra queste domande che mi sono posto ho pensato anche: “E se ti piacesse colpire una persona? E se ti piacesse ucciderla?”. No, non mi piacerebbe o meglio, non voglio saperlo. Non sempre la conoscenza è la chiave di tutto. Quando penso a tutte le persone che mi hanno criticato per delle mie scelte personali mi viene da dire: “Parlate così perché non vi siete ancora divertiti come me”. Siamo tutti uguali in realtà, solo, ci troviamo in punti diversi del cerchio. E quando arrivi nel punto dove si trovava l’altro lo capisci meglio. E’ facile dare del mostro agli altri. Prima devi esserlo. I “mostri” li creiamo noi, con la nostra indifferenza e il nostro

liminari, meno tempo, meno fesserie”. Squallido pensiero di un’anima che si stava rassegnando alla solitudine. Subito dopo mi sono detto “Ma l’ho pensato veramente?”. Stavo ragionando come il personaggio della graphic novel di Chester Brown, “Io le pago – memorie di un cliente di prostitute”. Ho iniziato a indagare sui miei pensieri più scuri. Se dentro di te hai un diavolo come coinquilino non serve girare la testa dall’altro lato e far finta che non esista per annientarlo ma guardarlo, dargli un nome, ammettere che esista e dirgli “no, non ci sto”. “No” è una parola che dovremmo far tornare in voga, è da un po’ che non la sento, anche nel

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emarginare. Chiunque può diventare un mostro in certe condizioni. Quando ti accade, quando ti senti solo, capisci cosa può passare nella testa di un uomo, e quanto può essere facile diventare un mostro se non stai attento. Chiedere aiuto serve molto, può cambiarti la scura vita. “Del resto se non chiedi certamente non ottieni”, diceva Mandela. La cucina in cui tutto è nato si trova nell’appartamento che condividete a Bologna: che possibilità regala questa città a chi si affaccia oggi al mondo della musica? In Bolognina. Ci teniamo a specificare il quartiere perché ha una sua identità e bellezza molto diversa dal resto della città: è underground, urbana, hip hop e trip hop. Al di là del ponte (via Matteotti, quello dietro la stazione) c’erano e ci sono Dalla, Cremonini, gli Skiantos, Bersani, Guccini eccetera. Il pop, il rock, il folk. In Bolognina invece si respira un’aria più “bristoliana”. Quanto fa un ponte a livello culturale, eh? Questo per risponderti su quali possibilità regala questa città al musicista: ispirazione, e le sfumature cambiano da quartiere a quartiere. Un’eredità, tornando ai nomi che ho citato prima; Dalla e Freak Antoni sono venuti a mancare, ma hanno lasciato due eredità poggiata per terra; qualcuno deve raccogliere quel testimone e continuare il cammino. So che qualcuno lo sta

facendo, lo sto vedendo. Lo sto ascoltando. Locali e nuove idee. Scelta. Ribellione: a molti non piace la musica ad alto volume. A molti non piacciono le etnie diverse. A molti non piacciono i centri sociali. Ma noi abbiamo i decibel. Bologna ti dà la possibilità, se sei un musicista, di sviluppare queste cose. Bologna non è una città morta a livello musicale, anzi, ma spero che non incappi troppo nelle tendenze, per quanto riempiano i locali che hanno pur bisogno di guadagnare, lo capisco. Però dai, un locale dove non tirano più pomodori addosso a una band è un locale meno rock e meno punk: a volte bisogna rischiare con le proposte, può andar bene e può andar male, ma non possiamo lasciare il mondo in mano solo alla pop attitude da aperitivo per esempio. L’Italia lì fuori si sta chiedendo se Bologna sia ancora rossa, perché sta leggendo cose che non pensava di questa città, episodi di intolleranza, una destra che avanza, cose così – non da poco. Prima sentiva dei ruggiti strani venire da qui. Quei ruggiti erano la contro risposta della cultura musicale agli slogan politici. Adesso sono rimasti solo questi ultimi. L’opposizione agli ipnotici slogan politici erano i versi delle canzoni che scioglievano l’incantesimo. Bologna ha come dicevo un’eredità e dà ai musicisti la possibilità di raccogliere il testimone. Questo paese ne ha bisogno. Chiara Orsetti

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LEDI

la fortuna del mondo musicale piccolo Classe 1988, è un cantautore nato in Albania ma cresciuto a Genova, che sta per presentare il suo secondo album, “Stanze”, in uscita nei primi mesi del 2018 e anticipato dall’omonimo singolo. Il brano parla degli obblighi da scrollarsi via di dosso e del desiderio di non essere altro che se stessi.

cola Di Bari. Ecco, diciamo che la prima la ascoltavamo sempre, e da lì si è cominciato con Genova. Su certe cose proprio non si può non farsi permeare da Genova. Respiri le strade dei grandi e capisci perché hanno tutti avuto questo rapporto così controverso con la città. Paoli, Lauzi, De Andrè, Tenco... e

Nonostante le tue origini, sei cresciuto a Genova, una delle città simbolo del cantautorato italiano. Nella tua musica c’è l’influenza dei posti in cui hai vissuto? Quando ero bimbo mio padre aveva una 127 bianca, e aveva due cassette: “Volume 8” di De André e una di Ni-

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biglietto da visita del disco? Non ha molto a che vedere con gli altri pezzi in realtà, che sono tutti senza pianoforte e arrangiati a dovere… Era però quella che più rappresentava il concetto di “stanze”, sia nell’introspezione che nell’esecuzione... registrata live e piena dei rumorini della pedaliera... onesta, vera. L’ho scritta al piano prendendo il testo da una vecchissima poesia di quando avevo vent’anni e ho immaginato che sarebbe stata cantata in realtà da una donna... Poi non sono riuscito a staccarmene, a volte succede con le canzoni. Nel ritornello del brano affermi “non ho davvero più voglia di esser diverso da me”. In che occasioni ti sei sentito costretto a essere qualcuno (o qualcosa) di diverso? In ambito musicale senti di poter essere veramente “te stesso”? Diciamo che il nostro non è il mondo giusto per essere o avere qualcosa di diverso dagli altri, in tutti i sensi. Ma la personalità sta anche lì.. Io qualche stigma me lo sono sentito dentro, soprattutto da bambino per le origini. Ma questo è riduttivo se considero la sofferenza di chi è stato meno fortunato di me che grazie a Dio ho sempre avuto tutto, dalle possibilità a una famiglia veramente particolare che non si è mai risparmiata, né fisicamente né emotivamente. Musicalmente sì, ho la fortuna del mondo musicale piccolo, quello

tanti altri. Ho abitato per molti anni a 200 metri da via del Campo, bellissimo. Tutto questo per fortuna lo senti addosso. “Stanze”, il tuo nuovo singolo, anticipa l’uscita del secondo album: un pezzo riflessivo, toccante, complesso. Come è nata l’idea di sceglierlo come

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dizio fondamentale per me, non tanto dal punto di vista della scrittura quanto dell’intenzione. Noi ragioniamo su quel che vogliamo dire. Le note sono solo un linguaggio che si padroneggia più o meno bene. Questo è il mondo musicale che amo e mi interessa, il mio

in cui non hai pressioni, se non il desiderio di voler dire ciò che hai da dire, ed è una posizione invidiabile se la sai godere, seppur di nicchia. Io lavoro in coppia con un musicista molto competente che è anche una persona a me molto vicina e affine. Manuel è un giu-

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di dentro e il mio con Manuel. Il video di “Stanze” ha come protagonisti i Postit, con cui scrivi le parole chiave del brano. Se invece ti chiedessi di scrivere alcune parole chiave dell’album in uscita, quali sceglieresti? Che bella domanda! Sceglierei Bomba! Scherzi a

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parte… Intenso, vero, spinto, maturo, solido, controverso, delicato e arrabbiato insieme. Oltre alla musica ti dedichi alla scrittura e alla poesia, ottenendo premi e riconoscimenti in tutti gli ambiti. Quale di queste passioni, però, ti caratterizza di più? Per me sono tutte parti della stessa cosa, cioè lo scrivere, il codice poi è l’esigenza di un momento, esce così… La cosa che più amo è il progetto in sé. Io ho sempre almeno un progetto in testa. Su questi ricamo e ricamo finché non mi soddisfano o finché non sento che sia per loro il tempo di uscire. Chiara Orsetti


INIGO

non si finisce mai di esordire Un singolo, “Mai fermarsi”, accanto a un nome storico della canzone d’autore italiana come Francesco Baccini. E un album in arrivo, “Terzo disco d’esordio”, per confermare qualità d’autore (con ironia)

Puoi raccontare la tua storia fin qui? La mia storia fin qui è piuttosto lunga e rischierei di annoiarvi, provando a riassumerla è partito tutto nel lontano 2006 con una borsa di studio vinta al C.E.T. di Mogol, da lì un progetto di band con il quale ho pubblicato due album, qualche premio, un Sanremo sfiorato e soprattutto tanta gavetta. Se volete approfondire però c’è il mio sito internet www.inigofficial.net


i quali entrambi collaboravamo in quel periodo, a lui il pezzo è piaciuto e così è nata la possibilità di registrare questo ”featuring”. Qual è la storia dietro il tuo singolo “Mai fermarsi”? Era un periodo nel quale avevo bisogno di qualcuno o qualcosa che mi spro-

Come nasce la collaborazione con Francesco Baccini? Nasce in maniera del tutto casuale, avevo scritto questo brano qualche anno fa e ci avevo da subito visto dentro qualcosa di ”bacciniano”, poi la scorsa primavera ho avuto modo di farglielo arrivare tramite addetti ai lavori con

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fuori· ”Di me e di te”, ”Ho smesso” e ”Osare” il cui videoclip è fresco finalista dell’Amarcort Film Festival di Rimini. Abbiamo deciso di tirare fuori un pezzo per volta per dare modo al pubblico di entrare in sintonia con i brani e con il progetto in sé. In un periodo storico dove tutto è liquido ci piaceva l’idea che il disco fisico potesse rappresentare la chiusura di un cerchio. Per quanto riguarda le anticipazioni, l’unica che posso darvi è la presenza di un altro featuring all’interno del disco con un’artista che stimo profondamente, Andrea Mirò.

nasse ad andare avanti. Anche se sono sempre stato circondato da persone che mi vogliono bene non sono uno che si piange addosso quando sta con gli altri e allora in maniera del tutto inconscia ho scritto esattamente quello che avevo bisogno di sentirmi dire in quel momento. Puoi raccontare qualcosa delle lavorazioni del video? L’idea principale del video è venuta in mente a Francesco·questa sorta di corsa continua con qualunque mezzo di fortuna a disposizione. A me l’idea è piaciuta e l’ho subito illustrata al regista Tommaso Trombetta, che è riuscito a rendere alla perfezione quello che avevamo in mente. Durante la lavorazione del clip è andato tutto liscio a parte un mal di schiena sopraggiunto a Francesco durante il secondo giorno di riprese, ma lui è un temerario e siamo riusciti a portare a termine il lavoro senza particolari problemi. Questo singolo è un antipasto di un futuro lp? Il disco si chiamerà “Terzo disco d’esordio”, alcuni brani, oltre a “Mai fermarsi” sono già

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RECENSIONI INTERVISTE

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TRAKS INTERVIEW #7  
TRAKS INTERVIEW #7  

Il primo numero di TRAKS INTERVIEW del 2018 vede in copertina VeiveCura (giuro, è lui); nelle altre pagine interviste a Santino Cardamone, i...

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