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INTERVIEW

Numero 6 - ottobre 2017

Oscar di Mondogemello canzoni per me

Panama Jack Adamant Malmรถ Maione Giacomo Toni Marco Kron Orson


sommario

4 Oscar di Mondogemello 10 Panama 16 Jack Adamant 22 Malmö 26 Maione 30 Giacomo Toni 34 Marco Kron 38 Orson

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OSCAR DI MONDOGEMELLO ho cominciato a fare canzoni per me

Ivan Borsariè un talentuoso cantautore modenese classe ’81 che, dopo oltre vent’anni da batterista per diverse formazioni locali decide di incarnare le vesti del songwriter e il risultato è un cantautorato italiano atipico, costruito con synth, chitarra e loopstation. Il suo ultimo album è “Nero”, in uscita per Tempura Dischi/Porcoggiuda Music File: composto da nove brani che rappresentano un’evoluzione sonora e stilistica molto distante dai precedenti due ep (Senza titolo e Miele). Caratterizzato da un suono distorto il disco porta con sé atmosfere cupe e molto intense. “Nero” è stato prodotto e mixato da Gabriele Riccioni.


Fotografie di Francesco Zeno Boni www.fboni.it

Sono passati un paio d’anni dall’ultimo tuo ep, ma musicalmente si sente uno stacco molto grande. Che cosa è successo e che cosa è cambiato per te da “Miele” a “Nero”? Ho semplicemente smesso di fare canzoni per altri e ho cominciato a farle per me. Il cambiamento di suono ne è la conseguenza. Effettivamente ci ho messo più del previsto, ma ho dedicato molto tempo alla scrittura e alla ricerca della giusta sonorità per ogni pezzo. Il disco suona molto acido e tirato, quasi carico di risentimento. Puoi descrivere le sensazioni che hanno ispirato le canzoni dell’album? Me lo dicono tutti quello che l’hanno ascoltato. In realtà sono molto ironico, e chi mi conosce lo sa. Le canzoni hanno tutte più livelli di lettura, e mi


piacerebbe che la gente si sforzasse di ascoltare e capire. In ogni caso, l’ispirazione arriva soprattutto da quello che mi succede, e da quello che vedo succedere. Io cerco di raccontarlo con una sorta di macabra ironia. Ecco. Per vent’anni hai fatto principalmente il batterista, perciò immagino che le tue canzoni abbiano una nascita e un’impostazione un po’ diverse da quelle del cantautore classico. Hai un metodo di composizione standard oppure è variabile? Qual è la tua routine compositiva tipica? Ho da sempre suonato la chitarra, e in tutti gli anni durante i quali ho suonato la batteria ho sempre continuato a suonarla e a scrivere pezzi per me o per i gruppi in cui suonavo. La mia struttura compositiva è principalmente dettata dalla loop station, cioè qualsiasi riff io scriva per un pezzo, deve necessariamente incastrarsi melodicamente e ritmicamente con quello che c’è prima e quello che viene dopo. Idem per le batterie. Di base parto da un giro scritto improvvisando, e su quello lavoro. Altre volte invece parto dal testo e da una melodia vocale. Hai fatto la scelta di lavorare da solo anche in questo caso, fatta eccezione produzione e mix di Gabriele Riccioni. La tua scelta di “isolamento” è una

scelta pratica oppure “ideologica”, per preservare le tue canzoni da interventi esterni? Per quanto riguarda la scrittura preferisco fare da solo, anche perché è un

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processo molto stratificato, in cui ogni parte resta a stagionare qualche tempo. Per quello che riguarda la produzione invece la mia è una scelta fondamentalmente economica. A me piacerebbe mol-


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to andare in studio per due mesi a registrare tutto come si deve, sperimentare suoni nuovi, e così via, ma non lo posso fare, quindi mi arrangio. La scelta di includere Gabriele è una sorta di eccezione, cioè è una cosa che avrei fatto solo con lui, perché siamo musicalmente sulla stessa lunghezza d’onda, e sapevo che avrebbe dato qualcosa in più al disco che io da solo non avrei saputo dare. Stesso quesito riguardo al live: anche dopo questo disco ti presenterai in concerto da solo oppure ti farai aiutare da qualche musicista? Per i live dovrei essere accompagnato da Gabriele al basso, ma è ancora tutto in costruzione. Come nasce “Canzone”? “Canzone” è nata in un momento di frustrazione pesante. Continuavo, e continuo, a vedere gruppi improponibili che suonavano ovunque, gruppi super pompati che visti dal vivo sembra che sia la seconda volta che prendono in mano uno strumento. Il ritornello spiega tutto. Un’altra canzone che mi colpisce molto e a proposito della quale vorrei sapere di più e “Ora” Ora, anche se non sembra, descrive la routine della mia giornata, in cui mi alzo, mi vesto, suono e faccio la spesa. Nel finale ho deciso di usare una parte di un radio dramma rai di un’opera di Sartre per descrivere la parte del giorno in cui lavoro. “A Porte Chiuse” è

un’opera del ‘44 in cui il protagonista si risveglia all’inferno, che non è esattamente il posto che si immaginava, infatti è semplicemente una stanza in cui si trova costretto a passare l’eternità con 2 donne che odia. La sua conclusione è che i “l’inferno sono gli altri”. Puoi indicare tre brani che ti hanno influenzato particolarmente? Whores - I See You Are Also Wearing A Black T-Shirt Melt Yourself Down - Dot to Dot Maserati - Monoliths

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PANAMA spirito, filosofia, anfibi & sovrastrutture


“Piramidi” è il suo primo album, dopo anni insieme al gruppo degli Entourage. Messinese, classe 1980, artista a 360 gradi: musicista, cantante e produttore, dall’animo rock ma con la testa sulle spalle, e il cuore rivolto al cantautorato italiano All’interno di “Piramidi” hai messo tutto te stesso, scrivendo, suonando, e registrando tutto in prima persona. Qual è stata la parte di cui ti sei occupato che ti ha emozionato di più, quella che ti ha reso un “genitore” orgoglioso di questa creatura discografica? Credo di aver sentito l’emozione più forte quando ho ascoltato tutto il disco completo, finito! Ed è stata la somma di tutte le sensazioni che ho avuto mentre lavoravo su ogni singolo pezzo, dalla scrittura iniziale al mix finale.


sei libero, e lavorando nascono sempre nuove sfaccettature che variano in base a quello che senti e quello che vivi in quel momento. In questo disco ho comunque avuto il piacere di collaborare con Giovanni Alibrandi al violino in “L’osservatore”, “Come Aria” e “Messina Guerra e amore”, e Matteo Frisenna alla tromba in “Hey my (all’improvviso)”. Hai lavorato per parecchi anni con il tuo gruppo, gli Entourage, con cui avete ottenuto diverse soddisfazioni. Come è nato il desiderio di fare un album da solo? Direi che più che un mio desiderio di fare un disco solista sono stati tanti

Quando fai un lavoro di questo tipo e non hai mai ascoltato e suonato prima con una band i brani, il risultato finale è davvero incerto. Ma questa condizione è una cosa che mi stimola molto e mi mette in gioco con più strumenti, da più punti di vista e quindi mi piace e credo che continuerò a farlo! Resta sempre il fatto che non condividere il lavoro con un produttore ti mette ogni giorno davanti a delle scelte importanti e le sensazioni, le emozioni, quello che senti è l’unica strada da seguire, quindi ogni momento di lavorazione ti dà delle emozioni che solcano un percorso che poi sarà il disco finale. Tutto è variabile, non sei legato a una band,

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sona istituzione o cosa voglia importi, liberi da qualsiasi preconcetto ed è anche stato nel tempo la creazione di un’alternativa sociale. Se tutto ciò comporta un modo di vivere di apparire di vestire all’interno della società diverso, va bene, è ok, ma quello che conta poi in fondo è altro, e questo modo di rappresentarsi potrebbe essere solo un primo passo! Comunque la mia essenza deve concentrarsi nel contenuto e nella qualità di ciò che creo non nel genere musicale. È vero che i musicisti rock che piacciono a me sanno essere i più taglienti, crudi, poetici e capaci di sbatterti in faccia la verità come in pochi altri generi accade, però è vero che la musica deve essere anche un momento di assoluta goduria per l’animo, per le orecchie e per la mente, quindi può essere anche diversa dal rock, la sinfo-

avvenimenti e circostanze per cui non è stato più possibile lavorare tutti insieme giornalmente, per vari impegni nostri personali. Inoltre crescendo avevamo idee diverse soprattutto sulla parte manageriale di Entourage, sulla promozione e sul progetto che da quel punto di vista non è mai stato ben chiaro. L’unica mia vera necessità personale è stata quella di continuare a coltivare questa mia passione e, perché no, questa mia virtù: suonare e scrivere canzoni, produrre musica. Poi se costretto a farlo da solo va bene lo stesso, non è stato il mio narcisismo ma più una necessità interiore, spirituale, intellettuale, sociale a cui non riesco a fare a meno. Parlando di una delle tracce del tuo nuovo album, “Hey My (All’Improvviso)”, hai dichiarato che “Fare rock ‘n’roll è solo una questione di spirito e filosofia di vita”, mentre la cresta, il chiodo e gli anfibi sono solo sovrastrutture. Ma qual è la tua filosofia, cosa muove la tua essenza rock? Sinceramente credo che sia una cosa che sta ancora maturando dentro di me, non ha delle coordinate precise oggi. La mia onestà intellettuale, un percorso e l’arte come forma espressiva delle mie idee, come ricerca di un proprio linguaggio, sono alla base di questa filosofia e della mia essenza di uomo e di vita. Il Rock ‘n’ Roll è riuscire a essere liberi da qualsiasi costrizione che la società, o chiunque altra per-

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territorio sicuramente gioca un ruolo importante, anche perché la vita che tu vivi entra nelle canzoni, e a oggi per me la cosa importante è raccontare la vita che si vive e trovare la forma giusta per rappresentare questo tipo di esperienza attraverso la musica. Per quanto riguarda la parte testuale vorrei sottolineare che tutto nasce soltanto dal mio istinto di sopravvivenza, che spesso per scuotermi va a toccare dei punti dolenti inducendomi a scrivere, e questa volta è toccato alla mia città, Messina. Non vuole essere né una provocazione né una paternale. La conclusione a cui sono arrivato dopo diversi mesi dalla scrittura del testo è che il motivo inconscio per cui ho scritto questo brano sta nel fatto che Messina non “sa” di me, non ha il sapore di quello che piace a me, e ciò che mi rimprovero di più è che io non sia riuscito sino a ora a trasferire anche un po’ della mia identità in questa città. Ho preso una grossa responsabilità scrivendo questa canzone, ma la musica è anche responsabilità e cultura! Alcune delle tue influenze musicali sono piuttosto riconoscibili ed evidenti, ma curiosando nel tuo passato ho trovato alcune cover di grandi cantautori italiani che mi hanno in parte, sorpresa. Tenco, De Gregori, De André… Se dovessi scegliere un artista, su tutti, che ti ha toccato più profondamente, chi sceglieresti? E nel panorama

nica ne è un grande esempio e anche lì c’è un aspetto poetico secondo me, nonostante non ci sia un testo narrativo. Quindi dal rock ho imparato tanto e ne avrò anche da imparare per sempre, ma oggi la mia essenza a livello musicale non è solo quella, è molto varia nel genere e nella rappresentazione. “Messina, Guerra e Amore” è il brano che chiude l’album, e che lascia una scia di emozioni e riflessioni. Che rapporto hai con la tua terra? Pensi che esista un legame tra la possibilità di fare musica e i luoghi di appartenenza degli artisti? Credo nel legame con la mia terra di origine e proprio attraverso questo brano me ne sono reso conto e ho chiarito questa cosa dentro me stesso, ma se penso alle sonorità mediterranee o siciliane, direi che sono veramente distante da quel tipo di idea di musica in generale, di produzione dei suoni, magari non nei contenuti ma sicuramente nella esteticità del progetto. Sono stato sempre attratto dalle sonorità del nord dell’ Europa, America e Italia, non so perché, ma le sento più vicine rispetto a quelle del sud del mondo, anche se, per esempio, nel disco e proprio in Mes”sina Guerra e Amore” c’è anche una parte che mi ricorda l’Africa e il blues che proviene dagli afro-americani. Quindi credo sia un equilibrio strano, poi ti vivi la vita e se la vivi a Messina si sente e si deve sentire. Il

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Jesus Lizard, Bauhaus, Joy Division, The Smiths, eccetera… Nel panorama musicale italiano odierno quelli che vedo più vicini a me in questo periodo della mia vita, anche se soltanto in linea generale, credo siano Maroccolo, Battiato, Basile, Conte e Canali; a livello internazionale Nick Cave, Mark Lanegan, Neil Young, Paul McCartney, Tom Waits, Roger Waters, Steve Albini, Leonard Cohen, Jimi Hendrix, Lou Reed, Brams, Bottesini, Berio, ma anche altri.

musicale attuale c’è qualche artista che segui particolarmente? Negli ultimi anni direi che l’artista che mi ha più toccato è sicuramente Luigi Tenco. Credo che attraverso le sue canzoni lui abbia trovato una sua poetica molto intensa ed espressiva che a oggi è ancora attuale, ma anche la sua storia mi ha colpito in modo importante. Durante la mia adolescenza e prima gioventù ciò che invece mi piaceva, mi attraeva, interessava era altro perché avevo bisogno del rock allo stato puro: Led Zeppelin, Black Sabbath, Nirvana, Sonic Youth, Karate, Radiohead,

Chiara Orsetti

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JACK ADAMANT una chitarra cambia le cose E’ partito da una scatola di latta, è passato dalla Svezia, ha sentito l’esigenza di tornare a casa e alla fine ha pubblicato “Lunch at 12 since ‘82”, partendo dallo spunto della sicurezza che regalano le buone abitudini che serve per cucire. Le avevo perforate per poterci far passare i fili di nylon. Come primo tentativo fu un totale fallimento. Mi serviva una chitarra, l’unico

Puoi raccontare la tua storia fin qui? Da piccolo volevo costruire una chitarra utilizzando scatole di biscotti, quelle dove le nostre madri mettono tutto ció

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problema era come chiederlo ai miei genitori. Alla fine, un po’ con la scusa di andare da un insegnante di musica, un po’ facendo perno su qualche falsa promessa, si convinsero che forse una chitarra avrebbe cambiato alcune cose. Avevo una marea di testi, versi e melodie che potevo sviluppare soltanto con l’aiuto di uno strumento musicale. Dopo vari tentativi, giunsi a conclusione che mi serviva qualcuno che mi insegnasse almeno le basi, i famosi quattro accordi. Da qui conobbi Sandro (l’attuale batterista dei Valerihana) e ci trovammo nella sua mansarda a suonare. Nel 2006 avevo rotto da poco con la band in cui cantavo prevalentemente cover degli Oasis, Travis, REM, Stereophonics, The Verve, mentre Sandro aveva messo su una band grunge. Mi fu offerto di fare una prova con loro: aggiungemmo una cover di Ramones, Placebo e Green Day e cominciammo a suonare in giro. I Valerihana stavano prendendo forma, tanto da arrivare finalmente a comporre pezzi propri. C’era un problema: il nostro chitarrista abitava in Svezia, quindi perché non spostarsi lì? La mia passione per la musica e l’inglese furono sicuramente da stimolo a lasciare l’Italia per almeno un paio di anni. Già ero stato in Svezia in passato e, ogni volta che trascorrevo un po’ di tempo li, la voglia di scrivere e raccontare quello che vivevo e sentivo dentro di me si potenziava sempre di

più. Nel 2014 esce “Out of regulation”, il nostro primo album autoprodotto e registrato a Stoccolma. Seguirono concerti, viaggi, contest, giornate spese in sala prove per la rifinitura di nuovi pezzi e tante idee messe in cantiere. L’idea del progetto solista nasce dal fatto che una buona parte delle canzoni che scrivevo avevano un’impronta differente. Con la band abbiamo avuto sempre l’imbarazzo della scelta riguardo ai pezzi da suonare, ma alcune delle canzoni che scrivevo non erano molto adatte a ciò che facevamo. Quindi pensai che forse con un po’ di lavoro in più sarebbe stato possibile iniziare un progetto parallelo a quello della band. Non volevo lasciare nel dimenticatoio canzoni che significavano molto per me, soprattutto nel momento in cui i sono ritrovato single nell’arco di un giorno e mezzo, per di più senza un lavoro. Ave-

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poco tempo trasformai la mia camera in un mini studio di registrazione e in paio di settimane avevo già un’idea abbastanza chiara di quello che sarebbe stato “Lunch at 12 since ‘82”. Appena le prime registrazioni presero forma, contattai qualche etichetta. Fui molto sorpreso quando la prima chiamata arrivò: “Ciao sono Sfefano quello di ARrecordings, ho sentito i pezzi che mi hai inviato e sono bellissimi”. Hai dedicato il disco all’abitudine di pranzare alla stessa ora ogni giorno dei tuoi genitori, e in genere ai capisaldi che tengono unite le persone. Come ti è venuta questa illuminazione e qua-

vo bisogno di pensare più a me stesso, mangiavo cibo di merda, non dormivo la notte e pensavo a come non pensare. Non ero più convinto di quello che stavo facendo e lamentarsi non certo avrebbe aiutato a risolvere tutto questo. Dopo l’ultimo incontro con i Valerihana mi resi conto che era arrivato il momento, dopo quasi sei anni, di tornare a casa. Erano anni che non passavo più di una settimana con la mia famiglia. La situazione era perfetta, nella mia mente prendeva già forma lo scenario dell’esordio solista. Avevo bisogno soltanto di uno studio per registrare e un’etichetta che mi potesse seguire. In

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li sono gli altri spunti su cui hai costruito il disco? Vivere lontani da casa, a volte, fa dimenticare da dove veniamo e spinge spesso a cambiare abitudini. Prende il sopravvento il posto a sedere in metropolitana, le corse sulle scale mobili, l’ultimo del mese e i costi dell’affitto. Quando torni a casa tutto questo ti scivola via di dosso, sembra non appartenerti. Non mi ero mai soffermato così minuziosamente su tutto ciò che accadeva ai miei genitori. Qualche volta me li ero immaginati seduti a tavola, ma averli visti in carne e ossa ha avuto tutto un altro effetto. Quello che ho fatto per prendere spunto per le mie canzoni è stato osservare e fotografare per poi descrivere e spiegare. L’esigenza di pranzare alle 12 in punto è dettata un po’ dal fatto che mio padre sia un operaio, un po’ dalla cultura che sceglie quell’orario preciso per fare un punto della situazione su ciò che ci accade o dovrà accadere. Le aziende lo chiamano meeting, io lo chiamo “lunch at 12”, mia madre lo chiama “a tavola che è pronto”. A parte analizzare quello che accadeva in quel piccolo mondo familiare, il tema principale del disco trova spunto anche in molti episodi vissuti a Stoccolma, tra tutte quelle bozze di canzoni che avevo per trovare quelle che rispecchiassero il tema di “Lunch at 12 since ’82” pur senza fare direttamente riferimento a mio padre e mia

madre. Episodi come la fiducia verso chi ti circonda, l’adattarsi a un tipo di cultura praticamente nuova, il trasloco, la voglia di scappare via. È come se lo stesso istante venisse vissuto in due posti diversi. Hai iniziato a scrivere canzoni in italiano ma poi hai scelto l’inglese: perché? All’inizio, un po’ la musica che ascoltavo - prevalentemente in inglese - un po’ il fatto che tutto ciò che scrivevo suonava troppo melodico e terribilmente

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possa spiegare con parole relativamente semplici. Dal punto di vista sonoro hai cercato di andare un po’ oltre la classica matrice da songwriter di estrazione folk. Quali erano i tuoi obiettivi, da questo punto di vista, scrivendo l’ep? Ritieni di averli raggiunti tutti? La mia passione principale è la musica alternativa. Con i Valerihana mi risulta più facile sperimentare anche per il solo fatto di trovarmi in una band, ma quando si è da soli con una chitarra la creatività e la fantasia fanno da guida. Devi fare davvero le scelte giuste altrimenti sei scontato. Spesso e volentieri

sdolcinato mi ha portato a cambiare qualcosa. Alla fine l´80% del repertorio che cantavo nelle varie band in cui suonavo era in inglese, quindi il passaggio non è stato poi cosi difficile. Ho vissuto molto tempo all’estero dove la maggior parte del tempo ho parlato (e parlo ancora) inglese, oltre allo svedese e a quella sorta di dialetto avellinese che uso quelle due volte al mese in cui chiamo a casa. Quando scrivo qualcosa lo faccio sempre in inglese perché mi risulta più pratico, l’italiano è una lingua troppo complicata. Della lingua inglese mi piace il suono delle parole e il fatto che anche un concetto complesso lo si

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tautorato per quanto riguarda la parte musicale. Una buona ispirazione, però, viene dall’Inghilterra e dagli USA anni 90’. Vivi a Stoccolma: che tipo di accoglienza c’è per il tuo tipo di musica? Vivo ancora a Stoccolma e devo dire che apprezzo molto il fatto che qui non ci si spaventa dinanzi alla novità. Vuoi farli arrabbiare? Suonagli le cover. Ci si annoia facilmente nel vedere le cose ripetersi e il fatto che ci sia un’apertura cosi forte verso le nuove culture ti fa capire quanta curiosità c’è nell’aria. La città cambia velocemente, si riempie di nuovi luoghi e persone, non passano un paio di mesi che ti ritrovi in un posto tutto nuovo. Non è difficile trovare occasioni per suonare. In tutti questi anni ho conosciuto molti musicisti e condiviso tante cose insieme a loro. Ho aiutato spesso una organizzazione che si chiama Stockholms Groove, che sostiene e aiuta gli artisti emergenti. È davvero motivante poter essere di supporto a chi come me non desidera altro che essere ascoltato. Per il momento mi trovo bene qui, anche se nulla esclude la possibilità di tornare a casa. Non mi dispiacerebbe registrare un altro paio di canzoni nel posto in cui sono nato. La gran parte del supporto è sicuramente venuta dalla mia famiglia, i miei amici e Stefano di AR Recordings che subisce costantemente i miei discorsi spesso senza un filo logico.

accordo la chitarra in modo differente, uso molto il capotasto e vado alla ricerca di accordi che non avevo utilizzato prima. L’idea, inizialmente, era quella di dare alle mie canzoni un indirizzo folk, un po’ alla Neil Young, per intenderci, senza trascurare l’irruenza delle chitarre elettriche e del basso. È venuto fuori, invece, il prevalere degli archi su tutto, cosa che non mi ha sorpreso più di tanto e ha semplicemente posticipato quello che volevo fare in questo album. Riguardo agli obiettivi, quello principale era cercare di stare meglio. La musica mi tiene compagnia quando sono solo e mi suggerisce cosa dire quando mi trovo davanti ad altre persone. Quindi se la domanda è se sono soddisfatto e felice di questo progetto, la risposta è sì. Quali sono i tuoi punti fermi musicali? Mi piacciono molto i Lemonheads, i Dinosaur Jr., Bob Mould e i Superchunck. Queste band sono il fondamento di quello che faccio, li ascolto in continuazione e sento che ho sempre molto da imparare da loro. Nel periodo che ha preceduto “Lunch at 12 since ‘82” ho ascoltato molto i Neutral Milk Hotel, J Mascis e The Cure, che di sicuro mi hanno dato la giusta spinta nel buttare giù queste cinque canzoni. Quanto alla musica italiana, mi piacciono molto Lucio Battisti, Bruno Lauzi e Pierangelo Bertoli. L’aver vissuto in Italia di sicuro mi ha influenzato in ambito di can-

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MALMÖ geografie post rock

La band campana pubblica il debutto su lp “Manifesto della chimica romantica” e racconta di atmosfere che richiamano il tema del viaggio e del movimento perpetuo, con una meta mai raggiunta come obiettivo a registrare un disco è stata la necessità di riuscire a suonare in posti che permettevano alla nostra ingombrante strumentazione e alle nostre dinamiche a volte fortissime, di esprimersi al meglio e per suonare in quei posti, per fare quel salto di qualità, hai bisogno di un “prodotto” importante, fatto a regola d’arte. Parliamo della scelta dei collaboratori: che cosa vi ha portato a scegliere Massimo De Vita (Blindur) per la produzione, e a spingervi verso i ghiacci

Arrivate al primo album forti dei buoni riscontri del vostro demo e dei numerosi concerti in cui vi siete esibiti. Con quali obiettivi e premesse vi siete accostati al lavoro su “Manifesto della chimica romantica”? Per ogni artista arriva il momento di volersi mettere in gioco sul serio e capire se quel sogno tanto inseguito possa diventare qualcosa di più. Il percorso non è sempre lineare e ognuno ci arriva o prova ad arrivarci in modi diversi. Il fattore che più di altri ci ha spinti

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tunata. Massimo aveva già collaborato con Biggi per i missaggi e il mastering del disco dei Blindur e trasferire anche nel nostro lavoro quei colori e quelle sonorità tipiche dei posti e dei dischi che ci hanno ispirato è stata un’opportunità preziosa. Praticamente ogni canzone dell’album parte piano per poi alzare il volume e terminare con un “fortissimo”: una scelta programmatica o una situazione che emerge spontanea dalla composizione delle vostre canzoni? I cambi dinamici, i continui crescendo, i fortissimi e i pianissimi sono caratteristiche del nostro modo di fare musica e del post rock in generale. Difficilmente ci approcciamo alla composizione in maniera ragionata. Il più delle volte per noi è molto naturale passare da momenti di intimità e parole sussurate a esplosioni di suoni. Dalle note che accompagnano l’album è piuttosto evidente che avete lavorato sulle canzoni con già in mente l’esecuzione dal vivo, e anzi le avete già testate in concerto. Come potete descrivere i vostri live a chi non vi ha ancora sentito? Per quanto la produzione di “manifesto della chimica romantica” sia molto curata, ci sono davvero pochissime sovraincisioni o parti che non riusciamo a riprodurre fedelmente dal vivo. Questo concetto di avere un disco “veritiero” è

islandesi di Birgir Jon Birgisson dei Sigur Ros per il master? La scelta di lavorare con Massimo è maturata in modo naturale. C’è un rapporto umano molto intenso prima di quello professionale. Ha la stessa nostra sensiblità e lo stesso gusto per i particolari, per quel tipo di ambienti e suoni che siamo riusciti a rievocare in questo disco. Crediamo che sia uno dei produttori emergenti più bravi in Italia e il fatto che abitiamo a pochi chilometri di distanza è una coincidenza for-

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stato uno dei presupposti con cui, insieme a Massimo, ci siamo approcciati alle registrazioni. Durante i nostri concerti cerchiamo sempre di condurre il pubblico a un’esperienza che va oltre quella puramente musicale, il nostro obiettivo è quello di portare chi ci ascolta nel

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nostro mondo, nel nostro immaginario. Dichiarate che “Jules Verne” è la canzone alla quale siete più affezionati: perché e come nasce? “Jules Verne” è la canzone che racchiude meglio l’immaginario dei Malmö. Indubbiamente i libri di Verne hanno


ispirato i nostri concetti di viaggio e di avventura, la visione scientifica delle vita che è però allo stesso tempo romantica e imprevedibile. Nel libro “Viaggio al centro della terra” i protagonisti si calano nel vulcano Sneffels in Islanda e riemergono a Stromboli, quasi come se Verne ci avesse teso questo filo tra i Mari del Nord e il Me-

diterraneo. Quali sono i vostri punti fermi, le vostre band di riferimento? Ognuno di noi ha un background diverso che ci ha permesso di arrivare al sound dei Malmö. Sicuramente le

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band storiche del post rock come gli Explosions in the sky, i Mogwai e i Sigur Ros sono tra le nostri fonti di isparazione. Ma anche gruppi quali i Tool, Radiohead, Cure, U2, passando dal grunge degli anni ‘90 ai cantautori.


MAIONE

la speranza del disco immortale Da solo oppure in svariate combinazioni, il cantautore vanta collaborazioni eccellenti (Michele Serra, Antonella Ruggiero, Antonio Albanese, Moni Ovadia) un disco uscito da un anno e un altro in arrivo, con molti sogni a bordo parecchie recensioni, ho fatto concerti, ho girato alcuni video, e ho fatto anche performance poetiche, per non tralasciare questo altro settore a cui sono molto interessato. Ho tessuto nuove amicizie e mi sono esibito in piccoli club, in qualche posto anche solo chi-

Dalla nostra ultima chiacchierata sono passati 6 mesi. Puoi raccontare che cosa hai fatto dall’uscita del tuo esordio da solista “Assassini si nasce” fino a oggi? Be’ ho fatto diverse interviste radiofoniche e per la carta stampata, ho avuto

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tarra e voce. Però io non amo molto esibirmi da solo, anche se in parte mi fa sentire più libero, meno vincolato alle stesure. Ma quando scrivo un brano lo penso già come eseguito da una band. E poi francamente, la presenza di altri musicisti sul palco mi dà più energia e gioia. Soprattutto quando ti trovi con persone che, oltre a essere bravi musicisti, sono anche amici. Amo molto la presenza dei tamburi che mi “percuotono” l’anima e il corpo (adoro la batteria) e il basso che mi prende allo stomaco. Per non parlare della tromba, sia quando barrisce che quando sogna… Sei sempre attivo con il Rhapsodija Trio? Certo, il Rhapsòdija Trio è un punto fermo. Abbiamo sempre diversi concerti, adesso stiamo preparando un nuovo spettacolo, molto particolare, con la cantante lirica inglese Rachel ‘O Brien. Con lei, che è bravissima, abbiamo già collaborato tante volte, ad esempio nello spettacolo “Luci Taglienti a Nordest”, di Musicamorfosi, e “EST IS BEST”, di Equivoci Musicali. Il prossimo spettacolo sarà tutto incentrato su un mix tra musica irlandese e gipsy. E’ un’idea di Rachel, molto fantasiosa e accattivante. E poi, molto importante, stiamo cominciando a pensare a un nuovo cd del trio, sarebbe l’ottavo. Maurizio Dehò io e Nadio Marenco (ovviamente indipendentemente dai miei progetti personali) So che stai lavorando a un disco nuo-

vo. Puoi anticipare qualcosa? Si, il prossimo cd è già in cantiere. I pezzi ci sono, e anche alcune preproduzioni sono già pronte. Di pezzi ne ho fin troppi, per un cd, quindi mi toccherà fare una dolorosa cernita. Scherzo ovviamente. Ma i brani sono tutti figli e i figli so’ piezz’ ‘e core, si sa. Per questo stesso motivo, spero che faccia ancora un po’ di strada il mio primo cd, ASSASSINI SI NASCE. In fondo, è passato solo un anno dalla pubblicazione! Sì lo so, siamo nell’era dell’usa e getta, e i tempi corrono velocemente. Ogni musicista spera sempre di creare il disco immortale, ma questo oggi non credo sia possibile, c’è troppa carne al fuoco, troppa offerta (se mai questa possa essere troppa), e troppa frammentazione… i fenomeni a cui eravamo abituati, quelli degli anni ‘60 o ‘70, che tutti ma proprio tutti conoscevano, quasi senza distinzione di età, gusti, estrazione sociale… Be’, forse non potranno più ripetersi. Poi, per quanto riguarda me, sai, non sono né Roger Waters, né Morricone. Sono un semplice canzonettaro e già sarebbe abbastanza riuscire a vivere di live. Per quanto riguarda il prossimo cd, ci sarà sicuramente una continuità nello stile, intendo dire il mio stile originario, il marchio, quel non so che che ti fa riconoscere, e che io credo di avere. Ma le sonorità saranno un po’ diverse. Ho dato a Giuseppe Rotondi, il mio carissimo co-arrangia-

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molto, fiuta tutto quello che c’è in giro, osa, sperimenta... L’organico principale sarà sempre basso, batteria e chitarre, diverse chitarre, che nel cd suonerò io, poi dal vivo si vedrà. Credo che sicuramente continuerò a servirmi anche della tromba. Ci saranno ancora dell’urbano e del mediterraneo, riff, melodie strumentali e chitarre distorte, a volte un po’ cattivelle. Saranno prevalentemente canzoni, con testi molto curati,

tore, molta più libertà… o forse se l’è presa da solo? Non l’ho ancora capito bene, ma va bene. Ha già cominciato a massacrarmi. Sì, ci amiamo! Nessuno riesce a starci attorno in quei momenti, neanche mogli o fidanzate. Volano i coltelli, figurati gli epiteti. E lui è un grande tagliatore. Di teste? Forse. Sicuramente di stesure, e ti ricordo che è un batterista. Ha una visione più generale della mia. È uno che ascolta

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anche se qualche volta devo sacrificare le parole alla musica. Soprattutto storie di personaggi. Situazioni di alienazione, rabbia, contestazione, ma anche di ironia e divertimento. Anche tematiche sociali, ma soprattutto storie di tipi un po’ strambi, per i quali ho una certa affezione. Amo molto spaziare tra il riso e il pianto. La malinconia è un elemento sempre presente nelle mie composizioni, ma poi mi piace rappresentarla in maniera coraggiosa, di lotta, di non rassegnazione. Continuerà a prevalere l’impostazione rock, forse un po’ più pop. Ci saranno brani con ritmiche serrate e aggressive, ma anche momenti di lirismo, più distesi. Il titolo l’ho già deciso ma non lo svelo. Non per tirarmela, ma perché il giorno prima posso anche cambiare idea… Mi piacciono molto le armonie melodiche, nel senso dell’uso di note singole che creino appunto una sorta di armonie orizzontali. Ci saranno temi strumentali alternati a parti cantate. E poi… come ti dicevo, alla fine la difficoltà sarà proprio nella scelta dei brani. Sto mettendo lo stesso impegno per tutti quelli che ho scritto. Saranno l’orecchio, e naturalmente anche il cuore, a decidere. E anche la fortuna: a volte parti in quarta, pensando che il brano migliore possa essere uno, e poi alla fine ti accorgi che un altro sul quale non avevi puntato, invece spacca, è riuscito il migliore. So già che non sarà facile. Ma ci proverò.

Hai collaborato in passato con nomi molto prestigiosi della musica e dello spettacolo italiano. Quale artista vorresti che partecipasse al tuo prossimo album? Bella domanda. Be’, se mi provochi e mi assicuri che davvero posso scegliere, mi piacerebbe la partecipazione di Adrian Belew. Lo so, esagero, ma per esagerare ancora di più, in fase di arrangiamento, in alcuni brani in particolare, mi sarebbe piaciuta la mano di Ennio Morricone, e perché non Nino Rota? Ma di quest’ultimo mi basta la sua anima e quello che ci ha lasciato. Non so ancora se ci sarà qualche brano in lingua napoletana. Sono stato sempre molto sensibile alle musiche di autori italiani tra cui appunto Rota, Morricone, Fiorenzo Carpi, ma anche Jannacci e altri. Quello che hai dentro è tuo. Quello che c’è fuori di te e in cui ti ci ritrovi, lo acquisisci e lo mescoli... Se vuoi che esageri ancora, un altro personaggio che vorrei volentieri nel cd è Marc Ribot, che ho sempre sentito molto vicino. Comunque mi dovrò accontentare di me stesso e fortunatamente del grande Giuseppe Rotondi,co-arrangiatore, nonché batterista e fonico. Dal vivo spero di collaborare ancora con Alex Mandelli, Marco Parano, eccetera... Intanto il nastro trasportatore gira… Clicca e guarda il videoclip di “Nastro trasportatore”

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GIACOMO TONI tenere la canzone in officina

“Senso di inadeguatezza verso un ambiente musicale che produce paccottaglie di sentimentalismi e piagnistei generazionali”: questo il punto di partenza di “Nafta”, nuovo, notevole e stralunato lavoro del cantautore romagnolo, tra storie di rallisti, gite a Chinatown, varie ed eventuali un gruppo di canzoni in grado di esprimere una nostra proposta di “controcultura” rispetto alle produzioni indipendenti. Diciamo che mi sono preso il tempo per nutrire il mio senso di inadeguatezza verso un ambiente musicale che produce paccottaglie di sentimentalismi e piagnistei generazionali. C’è un contrasto di fondo nelle canzo-

I tuoi primi dischi sono usciti in successione piuttosto rapida, mentre per questo è stato necessario più tempo. Una pausa voluta o semplicemente gli impegni con live e altri progetti? Tra un live e l’altro, e la partecipazione a qualche altro progetto discografico, mi sono detto che avrei pubblicato soltanto nel momento in cui avessi trovato

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ni di questo disco, secondo me: suonano estremamente fluide e sembrano sgorgare quasi d’impeto. Poi leggo le note di realizzazione e vedo che invece arrivano da percorsi mentali spesso estremamente tortuosi... Mi racconti come componi e quanto lavori su ogni composizione? Mi sono sempre sentito una persona di scarsa immaginazione, almeno rispetto ad altri cantautori. Credo di aver bisogno, per chiudere una canzone, di molto più tempo rispetto ai miei amici “colleghi”. Così quando inizio la stesura di un testo che in genere nasce sempre da una libera scrittura, devo dare una giustificazione letteraria al prosieguo, perché possa avere un valore per me e in seguito per un eventuale ascoltatore. Vorrei che un testo fosse un’esperienza di dettagli poetici nascosti in una storia fluida, all’interno di un paesaggio e raccontata da un personaggio con un profilo psicologico definito. Fare ricerca in letteratura è il miglior strumento di lavoro per questo scopo, e tenere la canzone in officina per almeno un anno secondo me aiuta a trovare soluzioni impensate all’inizio. Molte delle storie che racconti nel disco sono vere o verosimili. Posto che sei evidentemente dotato

di un occhio attento per storie curiose, pensi anche di essere immerso in un ambiente piuttosto ricco di spunti “particolari”? La Romagna (e il resto d’Italia, tipo la Chinatown milanese) che racconti sembra molto più romanzesca di quello che appare a un visitatore medio… Certe storie bisogna andarsele a cer-

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esaggio di entroterra nebbioso, novembrino, anarchico e tragicomico. Mi incuriosisce anche la scelta di Franco Naddei come produttore: avevate già lavorato insieme o era un primo incontro? E’ stato lui a registrare le mie vecchie e acerbissime canzoni, spero dimenticate, nei primi anni Duemila. Avevo bisogno di un produttore che conoscesse bene il mio impatto live. Lo spirito “punk” che ci accomuna era una garanzia per fare un disco in controtendenza sonora, sporco e incendiario, come volevo. Avevo bisogno di un produttore che non lavorasse solo per se stesso, che fosse

care. Scrivere soltanto pezzi autobiografici è una cosa pericolosa perché si rischia una carriera monotematica e autoreferenziale. Ho una predisposizione naturale ad andare in cerca di guai che spesso mi porta ad accompagnarmi a persone che hanno storie da raccontare. Il fatto di non averle vissute in prima persona mi aiuta a fantasticare. Direi che la Romagna è un buon punto di partenza per raccogliere storie di balordi, con una certa esuberanza festaiola, propria della nostra gente. Come dice l’amico Antonio Grammentieri è “l’inesausto scintillio della provincia”. E’ il sotto testo di questo disco, un pa-

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preparato, con una dose di cuore e una buona dose di cattiveria. Aggiungo il fatto che il suo ultimo disco “Radici”, è un lavoro straordinario che si avvicina all’idea che mi è cara di “altruismo” nella canzone. Mi pare di capire che la canzone in certo modo più “sofferta” e personale sia “Il porco venduto che sono” E’ un pezzo più divertito che sofferto, di certo è personale. Una scrittura quasi di getto, colloquiale, dove ho potuto inserire una serie di cinismi espressivi che mi sono cari. E’ nata così, un po’ per sfogo. Son tempi in cui molti sono ossessionati dal senso della cosiddetta giustizia, e cercano negli altri qualcosa di punibile, qualche macchia, per autodefinirsi dalla parte dei giusti. Volevo irridere questo modo di pensare partendo da una specie di “dichiarazione di colpevolezza”. Volevo fare un elogio della disonestà e farlo mi ha dato un certo gusto. Quando si parla della tua musica saltano fuori automatici paragoni che vanno dal quartetto “sacro” della musica sghemba italiana (Jannacci-Gaber-Conte-Capossela) ai jazzisti alla Dr. John o Fats Waller che tu stesso citi, e personalmente ci ho buttato dentro anche un Tom Waits, che male non fa mai. Quale paragone ti onora di più e quale trovi

meno azzeccato? Sono un amante del repertorio di Jannacci che per certi versi considero inarrivabile, la sua poetica è senza precedenti, e naturalmente è un paragone che mi onora e mi ridimensiona. Forse quello che sento più lontano oggi, nonostante sia stato un amore di gioventù, è Giorgio Gaber, ma probabilmente perché non ho particolare nostalgia per la canzone ideologica.

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MARCO KRON matematica della creatività Milanese, 34 anni e due grandi passioni: la musica e la matematica. Dopo diverse esperienze in ambito musicale pubblica “Sfere”, il suo primo ep, che si muove tra cantautorato ed elettronica Nessuna fatica, si tratta di una convivenza stabile, duratura e perfettamente armoniosa! La matematica è alla base di tantissime cose che ci circondano, dalla natura alla tecnologia, passando indubbiamente per la musica. Non esisterebbe una composizione basata su metrica e intonazione se non

La prima domanda non può che far riferimento alla tua doppia anima: sei un cantautore e musicista, ma sei anche un matematico. Due poli opposti, che si attraggono e che confluiscono in “Sfere”, il tuo primo ep. Si fa fatica a far convivere queste attitudini o hai trovato il giusto equilibrio?

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l’elettronica, che accompagna ogni pezzo crea atmosfere sospese nel tempo. Quali sono gli artisti che ti hanno influenzato maggiormente e spinto a decidere di renderla così protagonista nei tuoi brani? Sarò sincero, mi sono avvicinato piuttosto tardi all’elettronica in senso stretto. Per esempio mi piacciono molto gli Enigma, gli Infected Mushrooms, i VNV Nation. Ma in realtà da sempre ascolto molti generi diversi, dai Queen a Battiato, dai Metallica a De André. E persino un po’ di classica. Tutti questi artisti hanno lasciato sicuramente un’impronta nel mio modo di comporre, tuttavia credo che abbiano influenzato la mia musica solo indirettamente. Con “Sfere” ho trovato un sound che mi caratterizza per ciò che sono oggi, è stata una naturale evoluzione alla fine di un lungo percorso che mi ha portato fin qui e che a mio parere calza a pennello con i testi dell’album. Il processo creativo di un artista matematico potrebbe essere interessante da raccontare: come nascono le tue canzoni? Sei preciso e rigoroso o appunti dove capita l’idea che arriva? Al contrario della matematica, le mie composizioni non nascono grazie a una “regola”. L’ispirazione nasce da un’osservazione, da un evento emotivamente importante, da una sensazione difficilmente descrivibile attraverso il linguaggio comune. Mi capita di comporre

ci fosse la matematica. Detto ciò, ovviamente, questa non basta a fare di una persona un cantautore. Ci vogliono creatività, poesia e una bella dose di fantasia per riuscire a trovare la formula adatta a trasferire le proprie emozioni in musica. E naturalmente a trasmetterle all’esterno. I testi delle tracce di “Sfere” trattano argomenti diversi tra loro: società, amicizia, morte, infelicità, spiritualità… Il filo conduttore sembra essere

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preferisco farne uso quando un brano ha già preso la sua forma e devo per esempio curarne l’arrangiamento o trovarne il suono giusto. “Flashmob” è uno dei due singoli che hai scelto di estrarre dall’ep. Una frase mi ha colpita particolarmente: “moto di mediocrità nell’eterno ritorno all’uguale”. Una visione piuttosto pessimista del mondo in cui viviamo, sempre più distratto e inumano. In che modo le arti possono aiutare a svegliare le coscienze dal torpore in cui sono avvolte? In realtà non mi ritengo pessimista, tutt’altro. Se ci fai caso, in tutte le mie canzoni, anche quelle che nascono da qualcosa di triste o deludente, cerco sempre di trovare un risvolto positivo. “Flashmob” descrive il moto omologato delle persone che sembrano correre tutte nella stessa direzione e senza una meta. Ma quello che parla è l’occhio di un osservatore esterno che si astrae per un attimo dalla realtà, non conoscendo quello che passa nell’anima di ogni singolo individuo, spesso costretta a muoversi in quel modo senza volerlo o, peggio, senza farci caso. Il messaggio che vuole trasmettere il brano è proprio quello di fermarsi ogni

nella mia testa mentre cammino, mentre sono in metropolitana, mentre viaggio. In sostanza in quei momenti in cui i pensieri sono liberi di fare il loro percorso senza impedimenti o costrizioni. Per questo motivo, in tutta la mia vita non ho praticamente mai scritto un pezzo “a tavolino”. La precisione e il rigore in ogni caso mi appartengono, ma

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tanto a guardare dove ci si trova, chi si ha intorno. Ma soprattutto a uscire dagli schemi che ci vengono imposti, perché non saranno quelli a diventare i nostri ricordi. Prima di essere l’autore di “Sfere” ti sei messo alla prova in diversi ambiti: ho letto che hai fatto parte di un coro gospel, che hai realizzato cortometraggi e spot pubblicitari, e hai suonato e cantato in diverse band in giro per l’Italia. Che cosa hai imparato da ognuna di queste esperienze? A quale sei maggiormente legato? Sì, è vero, ho avuto la fortuna di provare tante e diverse esperienze a livello musicale, alcune volutamente, altre un po’ più per caso. Purtroppo non ho studiato musica come si fa al Conservatorio, ma la curiosità e la passione mi hanno portato a imparare tanto sia da me stesso sia dalle persone che ho incontrato. E’ come quando si fa un bel viaggio itinerante e si vedono paesi diversi e tanti volti nuovi. Al ritorno è difficile dire che cosa è piaciuto maggiormente, proprio perché ogni situazione ha arricchito a suo modo il bagaglio che ci si porta dietro. Per esempio i lavori da studio, come le musiche per cortometraggi o spot, mi hanno per-

messo di valorizzare e affinare la parte più tecnica da utilizzare per le mie produzioni. Mentre le esperienze più “rock” mi hanno aiutato a tirare fuori la grinta, a superare le paure da palco e allo stesso tempo a imparare a lavorare in coesione con altri musicisti dotati di qualità molto diverse dalle mie. Forse potrei risultare banale in questo frangente, ma per motivi diversi mi sento legato a ogni singola esperienza che ho vissuto in ambito musicale. Chiara Orsetti


ORSON una dedica all’acustica Si autodefinisce “non electric songwriter” e ha pubblicato un ep, “Here” che mantiene esattamente quello che promette: canzoni dirette e semplici, voce e chitarra, emozioni e intensità a livelli molto alti essere filtrati soltanto da me e d ​ al mio strumento. Ho sempre avuto un feeling particolare con l’acustica, è la chitarra su cui compongo tutte le canzoni​e c​ he mi ha seguito in tutti questi anni da una città all’altra fino al ritorno alla base, in Puglia, a Corato. Orson nasce come una dedica alla dimensione acustica, a quello che ho fatto nelle mie camerette sparse per l’Italia in tutti questi anni. Ma c’è di più. Avevo biso-

Suonavi nella dream pop b ​ and d ​ ei Barbados, ora ti presenti con un ​disco da songwriter “non​-​elettrico”: puoi spiegare com’è maturata la scelta? ​Suono ancora nei Barbados. La band è viva e impegnata nella scrittura del primo ​LP. Orson​è nato perché​avevo dei pezzi scritti durante gli anni che mi sembravano adatti alla dimensione voce e chitarra, a un’ambientazione più intima e personale. Pezzi che dovevano

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dato qualche consiglio, ascoltato attentamente. Faceva molto freddo e invece di ​andarcene in giro, d ​ i pezzi ne abbiamo registrati cinque e non due. Il resto è tutto dentro quelle c​ inque​tracce. La title track “Here” sembra frutto di una malinconia “dolce”: da quali sentimenti nasce e perché hai scelto il suo titolo per definire l’ep? Anche qui ti racconto una storia. Il pezzo originariamente doveva chiamarsi “Where”, il titolo doveva fare da contrappunto alla ripetizione ossessiva di “Here” durante tutta la canzone, doveva porre una domanda la cui risposta poteva essere (ma anche no) trovata nelle liriche. Poi sono andato a suonare al circolo Arci La Mescla a Civitavecchia, il primo live di Orson in assoluto, e i ragazzi​di là il giorno dopo mi hanno girato un paio di video. Uno di questi era quello ​di “Where”. In fase di montaggio quando lo hanno pubblicato, ho visto che​era stato ribattezzato “Here”, perché ​vallo a capire, ​a loro veniva più naturale così​. O forse ​perché la dimensione spaziale è proprio lì (e qui), nel testo. Allora mi son detto​,​ok ragazzi, avete ragione voi, sarà “Here” il nome. Tutto questo è accaduto molto prima che registrassi o che avessi un’idea più precisa di quello che doveva essere il disco.

gno di confrontarmi co​n il​palco da solo. Di salire, imbracciare la chitarra, guardare in faccia le persone che avevo davanti e suonare. P ​ erché ho sempre avuto timore e una certa ansia nell’affrontare un pubblico. Che siano 100 persone o 3, amici o volti sconosciuti​, l​ a sensazione è sempre quella. Mani di legno e voce rotta. Ho pensato che Orson potesse essere anche un progetto terapeutico da questo punto di vista. Devo dire c​ he la terapia funziona anche se si può sempre migliorare. Un ​disco nato “in cucina”, con l’aiuto di qualche amico e di un po’ di vino rosso: puoi raccontarci qualche altro particolare delle lavorazioni? ​​Versione breve: è una storia di amicizia, questo è l’unico particolare che s​ erve raccontare. Versione lunga: Wolfman Bob - aka Roberto Colella doveva t​ ornare per un weekend a Corato, il nostro paese a ​ 40 km a nord di Bari. Siamo amici da una vita​, m ​ i aveva confessato che avrebbe portato con sé un paio di microfoni, di quelli buoni, un registratore da field recording​​professionale​​e che gli sarebbe piaciuto registrare un paio di pezzi. Così l’ho invitato a cena: ​focaccia, latticini​​e una bottiglia di Nobile di Montepulciano rubata dalla cantina di mio padre. Poi è arrivato anche Gino, anche lui di base​ altrove​, a Bologna,anche lui amico da una vita, anche lui a Corato​per​quel weekend​. Così​ci ha fatto compagnia,

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tue emozioni mentre componi? Più che passaggi umorali sono passaggi dinamici. ​Mi piace nelle canzoni caricare un certo pathos, di farle crescere per poi chetarle, e poi farle crescere ancora​.​ ​Vo​rrei​ dargli la spinta dell’emozione non solo con le parole ma anche e soprattutto con la musica. Scrivo di pancia e quella pancia, oltre che fisicamente, voglio riversarla tutta nelle canzoni cercando di creare un legame forte tra chi canta​​e chi ascolta. Per le influenze su canzoni come “Into Those Nights” ho citato nella recensione personaggi storici come Cat Stevens, mentre in altri brani si può trovare affinità con produzioni più recenti, come Bon Iver. Quali sono i tuoi capisaldi e ti piacciono di più gli “antichi” o i “moderni”? Sono innanzitutto un appassionato di musica, e in quanto appassionato non so darti valori di giudizio rispetto al tempo. Ho un’inclinazione esterofila, questo è vero, ascolto davvero poca musica italiana​​cantata in italiano, probabilmente è solo una questione di gusti. Dylan e Bon Iver per me vanno a braccetto, forse perché entrambi hanno rivoluzionato il concetto di folk, una musica molto dura da scalfire, ma il passato e il presente mi affascinano

Devo dire che la scelta dei ragazzi è stata molto fortunata perché mi ha dato la possibilità di legare tutti i​​componimenti, che sono fatti​di​piccole storie di provincia​e “Here” si è rivelata essere l​ a breve parola che racchiude​va​ il senso della memoria e dell’appartenenza. Sulla canzone è proprio come dici tu, è una malinconia dolce. “Here” racconta di una rincorsa, quella che ti fa fare l’inquietudine, che ti spinge ad andare, a osare, a costruire e distruggere. E’ il senso del tragico che ne davano i greci, è una domanda che dentro di sé ha già la risposta: c’è questa roba che non riesci a governare ma che ti muove, in tutto e per tutto. Volevo provare a raccontarla ed eccola qua, in forma di canzone. In alcune canzoni, per esempio “Better than this” si incontrano passaggi da un umore all’altro, come se ci fossero cambiamenti interni. Quali sono le

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ricordo. Ho trovato molto materiale interessante, e l’ho raccolto. Poi a casa le ho sparpagliate sul tavolo della cucina e mi son detto: però, bello. Ho fatto una foto, questa qui (vedi foto a pag. 40), e l’ho mandata a Ivan, il grafico che poi ha curato l’artwork del disco, sicuro che sarebbe stata la copertina del disco. Mi ha fatto cambiare idea, ha preteso tutte le foto, soprattutto quelle che avevo scelto per i “video” insieme ad Aldo Dith, un altro amico e fotografo, e ha rielaborato il tema in maniera perfetta. La foto ritrae alcuni parenti e amici tanti anni fa, in campagna, quando eravamo piccoli e giocavamo nella pineta antistante la casa. Quello è il centro della foto, il ricordo, ed è proprio il qui di cui parlo; la composizione psichedelica invece rappresenta molto bene il filtro della memoria e il focus sul momento. Per quanto ti sforzi di fare le cose da solo, alla fine c’è sempre una dimensione collettiva dell’opera d’arte. Ho citato vari nomi di amici, ma non sono abbastanza, ce ne sono molti di più, tutti quelli che hanno ascoltato in anteprima, che mi hanno consigliato, che hanno creduto e che poi hanno avuto un ruolo nella creazione di questo ep fatto in casa. Per questo volevo ringraziare in particolar modo More Letters Records e Spore Soc Coop che alla fine il disco lo hanno fatto uscire e lo hanno reso oggetto concreto.

entrambi, non saprei scegliere. Per farti un altro esempio, prendi “The Hitchhiker” di Neil Young: è uscito quest’anno ma le registrazioni sono del 1976, lo ha registrato in una notte, presa diretta, voce e chitarra, con l’aiuto di cocaina, alcol e sigarette e il fido David Briggs dietro il mixer. Con le dovute differenze (e sono tante), è un album molto simile al mio come approccio, e suona incredibilmente contemporaneo, dando nuova vita a canzoni che poi sono finite in vario modo nella produzione successiva di Young. Oggi le riscopriamo così, dirette, senza filtri se non quello di un paio di microfoni. Chi sono i miei capisaldi? Oltre a quelli citati sicuramente gli Okkervil River, Sufjan Stevens, Arcade Fire (non l’ultimo), Beatles, Velvet Underground, Neutral Milk Hotel, Jason Molina, Bill Fay, Real Estate, Clientele, Grizzly Bear, Fleet Foxes ma ce ne sono davvero troppi. Da tenere d’occhio invece: Big Thief, Andy Shauf, LA Salami, Aldous Harding hanno tirato fuori roba davvero molto, molto bella. Una domanda sulla copertina, contemporaneamente “psichedelica” e familiare. Come nasce l’idea? In realtà l’idea originaria non doveva essere questa. Avevo intenzione di costruire una copertina molto calda per saldare il tema della memoria e così una mattina sono andato a casa di mia Zia e ho aperto lo scatolone delle foto

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TRAKS INTERVIEW #6  

Un nuovo, sontuoso numero di TRAKS INTERVIEW, il magazine online tutto interviste che in questo numero ha in copertina Oscar di Mondogemello...

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