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INTERVIEW

Numero 5 - luglio 2017

Pivirama il desiderio di raccontare Paolo Tocco LeSigarette!! Soul Mutation IMustBe Leonardo

Florence ElysĂŠe Ell3


sommario

4 Pivirama 10 Paolo Tocco 16 Soul Mutation 20 IMustBe Leonardo 24 Ell3 28 Florence Elysée 32 LeSigarette!!

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PIVIRAMA il desiderio di raccontare

Raffaella Daino, cantautrice ma anche giornalista per Sky Tg 24 e testimone di alcuni dei fatti più importanti della nostra epoca parla, attraverso le canzoni del suo quarto album, di nuvole, pezzi di vetro ma anche di realtà sconvolgenti Questo è il tuo quarto disco, ma il primo tutto in italiano: che cosa ti ha portato a questa scelta? Se sei qui a chiedermi di parlare della mia quarta creaturina vuol dire che l’hai trovata interessante, e ne sono felice, anche perché per me è quella che ha più significato nella storia del progetto Pivirama. Quello dell’italiano è stato un processo spontaneo, e naturale, non è stata proprio una scelta – non

ne faccio mai nella musica, e forse anche nella vita. Ho sempre pensato che fosse la musica a “scegliere” la lingua più adatta e cosi nei precedenti dischi, decisamente più rock ed elettrici, l’inglese era quella che musicalmente meglio si adattava. Con queste sonorità electro-acustiche e in generale più delicate, frutto della produzione artistica di due grandissimi musicisti siciliani, Nicola Ganci e Patrick Rotolo, l’italiano


che vive a testa in giù in un mondo in cui l’assenza di gravità non fa paura e ci fa fluttuare senza paura (Senza Rete), L’anima introspettiva di chi non sa scegliere e perde tutto (Asimmetrie) o di chi per la prima volta fa incontrare strade fino a quel momento parallele (Alter Ego) o ancora di chi affronta con spensieratezza un cambiamento doloroso da un passato difficile verso la felicità (E ora lei) . Poi c’è invece la parte di me che, per il lavoro che fa, è costretta a ricordare che c’è spazio nella nostra vita per la fantasia ma poi è la realtà quella che brutalmente emerge e ci riporta con i piedi per terra, come in “Arida” dove la protagonista si libera dal giogo di un amore diventato trappola e odio. E poi ci sono le drammatiche storie dei migranti e profughi costretti ad abbandonare un Sud del mondo fatto di guerra, orrore e miseria sperando in un Nord che li accolga e che non li respinga, come invece di fatto accade… Ecco, l’attualità spezza il sogno ed entra di prepotenza nel tuo disco: per esempio nel singolo e video di “Jungle, Frontiere chiuse” racconti l’enorme tragedia dei migranti. Che cosa ti ha colpito di più della tua esperienza a Calais o delle altre tue esperienze a

ha trovato la sua giusta collocazione. Poi, il desiderio di raccontare in modo più diretto, chiaro e comprensibile queste storie, sia quelle fatte di realtà che quelle puramente immaginarie, ha fatto il resto. Devo dire che c’ho davvero preso gusto, queste dieci canzoni mi hanno fatto appassionare talmente tanto all’idea di scrivere nella mia lingua che non userò mai più l’inglese. Benché alcune delle canzoni del disco parlino di realtà drammatiche, le sonorità sono spesso improntate a una serenità di fondo. Vorrei capire se è stata una scelta meditata oppure se è stato un processo spontaneo... E’ un disco che racconta con schiettezza e senza giri di parole le mie diverse anime... Quella naive, sognante e idealista che si ferma sulla spiaggia a osservare gli sbiaditi pezzi di vetro persi “tra i granelli di sabbia, levigati dal sole e dal vento” immaginando quale nostalgia possano avere pensando a quando erano fulgenti bottiglie, (Sassi di Vetro) o che vedendo le nuvole di fumo intrappolate in una stanza chiusa immagina che possano divertirsi ad a disegnare sulle pareti ombre come sagome umane (Nuvole). L’anima leggera

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no di quelle capanne che erano diventate la loro casa, vedevo i profughi che raccoglievano i loro pochi averi nelle coperte, “coperte per dormire, per resistere, per viaggiare e per non morire” e si allontanavano vagando verso chissà dove. Ai muri dei container affidavano i loro accorati messaggi rivolti ai leader britannici chiedendo una risposta a quelle “cartoline” da Calais. Ecco, tutto questo è diventata “una canzone in forma di reportage” e un video. Puoi raccontare la genesi del brano “Dal Deserto al Mare”? Quando chiedevo ai tanti migranti salvati dal mare e appena sbarcati nei porti del Sud Italia, cosa li avesse spinti a intraprendere traversate cosi piene di pericoli, loro mi rispondevano sempre allo stesso modo. “Nel nostro Paese eravamo già morti, tanto vale rischiare e sperare di sopravvivere, e ricominciare una vita normale da qualche altra parte”. Govind, il mio editore, musicista e uomo di grande sensibilità, mi ha mandato una base musicale molto suggestiva e intensa, realizzata con Generoso Pierascenzi. Io ho immaginato il dialogo tra mamma e figlia, profughe; la mamma cerca di rassicurare la figlia ma non le nasconde la verità, le dice che se sopravvivranno al deserto e alla lunga ed estenuante marcia poi ci sarà il mare, che sembrerà altrettanto infinito e insidioso per chi il mare prima non lo ha mai visto, non sa nuotare, e non sa come salvarsi se cadrà in ac-

contatto con questo fenomeno epocale e inarrestabile? Nella mia settimana nella Jungle di Calais, seguita poi da un viaggio nei campi profughi tra Libano e Siria, la notte non riuscivo a dormire. Non puoi incrociare quegli sguardi al tempo stesso disperati e pieni di speranza senza portarti dietro quelle sensazioni. Non puoi incontrare persone al tempo stesso umili e fiere, e dimenticare quei racconti. Quelle famiglie di siriani a cui in una notte era stato tolto tutto, quando uomini armati avevano fatto irruzione nella loro casa e nella loro vita intimando di uscire subito, cosi, in pigiama e pantofole, costringendoli - pena la morte - ad un esilio forzato e a dire addio a tutto quello che finora era stata la normalità e a intraprendere un cammino infinito e pieno di insidie. Nella Jungle di Calais, accampamento dove hanno vissuto fino a diecimila profughi che sognavano di ricongiungersi a familiari e amici nella vicina ma lontanissima Inghilterra, era stata creata, a margine della legalità, una vera città fatta di capanne di legno, dove avevano tirato su con l’aiuto di volontari e attivisti, chiese, scuole, parchi giochi, biblioteche, persino ristoranti, bagni turchi e musei a cielo aperto. Poi il sindaco ha deciso lo sgombero forzato, e io ero li’ in quei giorni, per il mio lavoro da inviata, e con la mia telecamerina ho girato quelle drammatiche sequenze assistendo con l’angoscia nel cuore all’abbando-

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qua. E la avverte che poi, quando finirà il mare e toccherà terra e la salvezza sembrerà vicina, incontrerà i muri, sempre più alti e le frontiere, sempre più insormontabili, mentre invece, io credo, per chi fugge dalle guerre e ha diritto ad un futuro, dovrebbero esserci ponti sicuri e corridoi umanitari e legali. A proposito, Senza Rete non ha scopo di lucro, la vendita delle copie fisiche del disco servirà ad un progetto che aiuta i bambini iracheni e siriani in trappola laddove c’erano città e ora ci sono solo macerie. Invito chiunque voglia dare una mano a scrivermi alla mail pivirama@hotmail.it o a cercarmi su facebook. Al di là degli spunti di attualità, come si concilia la tua attività di giornalista con quella di cantautrice, considerando le difficoltà delle due professioni? Credo che ci siano molti aspetti in comune. Si usano penna per scrivere e microfono per registrare, si comunica agli altri e si racconta quello che si vede, per informare e a volte anche per sensibilizzare. Se nei miei precedenti dischi i temi erano più introspettivi e immaginari, per la prima volta in questo quarto lavoro le mie strade finora sempre parallele si sono incontrate e inevitabilmente quello che ho visto e vissuto si è trasformato in musica. Dal punto di vista pratico, nessuna difficoltà, solo una buona dose di spirito di organizzazione per far conciliare turni a volte impossibili e partenze improv-

vise per trasferte che non si sa quanto dureranno. In passato siete andati in tour anche all’estero. Qualche progetto analogo anche con il nuovo disco? Al momento sono in una fase di drastici cambiamenti, perché torno dopo 20 anni nella mia Sicilia, ed è lì che suonerò prossimamente, a partire dall’imminente Dedalo Festival che ogni anno, ai primi di agosto, dalla prima edizione a Caltabellotta, riunisce nell’agrigentino tanti artisti da tutta Italia. Per il momento, niente più viaggi all’estero, per musica o per lavoro. In Sicilia c’è tanto da raccontare, e c’è tanto da suonare.

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PAOLO TOCCO la bellezza di leggere tra le righe Abruzzese, classe 1979, ingegnere elettronico, appassionato e studioso di cartomagia, produttore ed editore, scrittore e musicista. Un album in arrivo e un singolo,“Arrivando alla riva”, dedicato alle tragedie dei migranti, accompagnato da un video dal forte impatto emotivo banale festa di matrimonio - che tanto odio - quando in tv andava in scena l’ennesima tragedia del mare. I Tg ormai sono pieni di queste storie che sembrano quasi divenuti i capitoli di un fotoromanzo. Quel momento ha sedimentato, si è nascosto ma non è sparito. Quando poi in seguito ho sentito il bisogno di scrivere qualcosa di nuovo, sulle note di una melodia nuova che mi sembrava potesse funzionare ho adagiato il testo andando a pescare proprio questa immagina delle scarpe che stavo calzando. Da lì poi il resto del testo a preso forma e direzione fino a quello che ho deciso di bloccare e di pubblicare.

“Dalle mie scarpe nuove sembra tutto più facile”. Inizio l’intervista citando una frase del tuo nuovo brano, “Arrivando alla riva”. Hai scelto di trattare un tema importante, delicato, e di farlo deponendo il punto di vista e il giudizio e lasciando spazio alle sensazioni, quasi fisiche, che gli eventi hanno smosso dentro di te. Come è nata questa canzone? Nata per caso come d’altronde voglio che accada per ogni cosa che faccio. Mi piace molto poco pensare e misurare con della “matematica” quando si tratta di esprimere emozioni. Ero banalmente chinato ad allacciare le scarpe appena comprate per una altrettanto

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dicevo prima - parallelamente alla stesura del brano. Che poi, per completare quello che dici giustamente tu, ho pensato bene di lasciare che fosse un video ricco di significati da dedurre più che da leggere in modo sfacciato. Al pubblico torno a chiedere, nel mio piccolo, lo sforzo di decifrare…ed è meraviglioso poi se ognuno riesce a decifrare con la sua personale chiave di lettura. Quegli oggetti che arrivano sulla battigia sono realmente casuali e possono richiamare non solo didascalicamente la tragedia che racconto ma anche una propria personalissima tragedia, che sia fatta di macerie, di momenti di vita, di addii eccetera…insomma, è bello leggere tra le righe piuttosto che avere la comodità di non doversi inventare nulla. Il 2017 sarà un anno ricco di soddisfa-

Il video che hai deciso di abbinare al tuo brano è senza dubbio una scelta semplice, ma forse anche le più azzeccata. Ormai la potenza delle immagini forti, dei telegiornali, non ha nemmeno più presa sulle nostre coscienze, assuefatte e quasi addormentate. Meglio lasciar parlare le onde del mare, e gli oggetti che da queste vengono trasportate, con le storie spezzate che portano con loro... Esattamente. Hai colto in pieno. Siamo come assuefatti alla violenza, alla morte…la televisione e questo nuovo modo di fare comunicazione è a dir poco violento e degradante. Ci ha tolto la sacralità su tutti i fronti della vita, non solo per le cose importanti come una tragedia. Ormai non ci fa effetto quasi più nulla. L’idea è nata d’istinto - come

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più che sviluppare le canzoni del disco ho esteso e raccontato in altra forma quella che è la filosofia del disco in se. L’arte è un’attitudine, e tu sei un artista a tutto tondo: prima di essere musicista, prima di pubblicare libri, la tua passione è stata la magia. In che modo ha influenzato le altre tue passioni? Bella domanda… sarei sincero se ti dicessi che non saprei come rispondere. Penso che la magia e in generale tutte le arti siano come semine invisibili che porti dentro e dentro di te fioriscono e si traducono in metamorfosi e cambiamenti e rivoluzioni. Un po’ come quando ti dedichi alla lettura di alcuni testi che lì sul momento accarezzano e fanno godere soltanto la tua fame di lettura ma poi, un bel giorno, magari anche a distanza di mesi, ti ritrovi a vivere o a pensare o a sviluppare reazioni caratteriali che forse senza quelle letture non ti sarebbero mai appartenute. Quindi per rispondere alla tua domanda non penso ci sia qualcosa di concreto che possa elencare piuttosto guardo l’insieme e il tutto che sono diventato oggi e ancora sento in piena trasformazione. Tutto figlio e coerente conseguenza della musica, della

zioni: a novembre è prevista l’uscita del tuo nuovo album “Ho bisogno di aria”, e un libro, il secondo, dopo la raccolta di racconti “Il mio modo di ballare”. Queste due creature hanno vita propria o sono legate tra loro, come già è avvenuto con il tuo lavoro precedente? Io credo che nessun artista realizzi opere sconnesse tra loro. Anche a distanza di anni e di cambiamenti personali. A guardar bene potremmo trovare un filo logico che lega a se ognuna delle pubblicazioni. Nello specifico questo nuovo libro, il mio primo piccolo romanzo, nasce di getto come uno sfogo personale attingendo alla vita quotidiana e poi stravolgendola di invenzioni letterarie. Farò molto riferimento a Bukowski e a una certa volgarità nella stesura e, di primo impatto, è qualcosa di assolutamente diverso, lontano e nuovo per il mio modo di scrivere. Niente che somigli al passato e niente che attinga - nella forma - alla forma testuale delle canzoni. Però il succo è sempre lo stesso. La matrice e la morale da cui nasce tutto è la stessa. In una seconda rilettura ho inserito sfacciati agganci con le canzoni del disco come per dare al pubblico un appiglio più concreto ai propri riferimenti. Direi quindi che questa volta

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tocci che pensano prima a quale foto fare per il disco piuttosto che a quali parole scegliere per chiudere il periodo e la melodia. E le istituzioni che sono chiamate a celebrare il bello ormai sono devote anch’esse alla visibilità, alla riconoscibilità mediatica e alle santificazioni dei social. Adesso te la faccio io una domanda se posso: hai mai visto o letto sui grandi media, nei grandi circoli culturali come il Club Tenco di artisti che arrivano al vertice da perfetti sconosciuti? No…almeno io mai. Se non sei nessuno testate nazionali neanche perdono tempo ad ascoltarti. Ha senso? Questo discorso non lo faccio per darmi il contentino o per accudire l’ego in totale depressione dalla sconfitta. Tutt’altro. E vorrei anche evitare di produrmi di nuovo in argomenti che ormai sono di pubblico dominio - Gabbani ci ha vinto Sanremo. Cerco invece una via che sia di difesa per quello che è e che penso dovrebbe essere il concetto di cultura e di bellezza VERO e non MEDIATICO. Trovo che sia una vera violenza culturale che queste istituzioni perpetrano quotidianamente nei confronti di tutti noi. Dai media ai grandi critici, dai giornali nazionali ai grandi premi culturali. Trovo che sia una violenza veder assolutamente ignorati dai vertici di comunicazione ARTISTI da cui io per primo ho tanto da imparare, gli stessi che spesso neanche sono meritevoli di ascolto da di chi per primo è

magia e anche dell’università che mi ha voluto Ingegnere. Anche la scienza a suo modo è un’arte sopraffina. Entrambi i dischi precedenti sono stati selezionati tra le migliori opere per il Premio Tenco. La manifestazione è stata al centro di numerose polemiche ultimamente, ma essere riconosciuto come uno degli artisti più meritevoli è stata per te una soddisfazione o sei dalla parte degli scettici? Mi fai una domanda difficile, maledettamente importante e insidiosa. Peggio di quelle della Annunziata. Ok ci provo. Partiamo dal fatto determinante che odio il concetto di competizione. Far gareggiare gli artisti, decretare il migliore penso sia una depravazione culturale che ha ben pochi rivali in merito a gravità. Gli sportivi gareggiano. Gli artisti dovrebbe incontrarsi invece… ma andiamo oltre… Io rispetto moltissimo l’istituzione del Club Tenco a cui come artista ambisco sinceramente. Al suo interno ci sono numerosi critici e saggi della musica da cui attingo crescita ogni volta che posso incontrarli. Ma è sotto l’occhio di tutti che il degrado culturale e questa eterna corsa all’apparire più che all’essere ha procurato enormi rivoluzioni e catastrofiche distruzioni attorno alla musica come cultura, come bellezza, come serietà espressiva. E questo in ogni genere della musica, dal cantautore al rapper. Stiamo facendo la fine di zimbelli e fan-

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cetto di emozione da restituire a chi mi fa l’onore di venirmi ad ascoltare. Lo confesso però: ho un grosso pudore per la musica, credo di averlo manifestato nelle risposte precedenti. Anzi io direi di essere anche esagerato a volte, quasi mi definirei un bigotto. Suonare per un pubblico è una cosa importantissima. La musica è del pubblico. Ed è il pubblico che merita per primo rispetto e considerazione. Quindi se devo fare un concerto, pretendo che debbano esserci tutti i tasselli al proprio posto. E non sto parlando di tappeti rossi, denari a profusione, vecchi Rum del ’58 invecchiati da trovare in camerino, tantomeno sto parlando di avere a disposizione teatri di lusso. Io parlo della serietà e del significato semplice di “fare un concerto”. Che sia in un pub o che sia in una piccola sala, che sia in radio o in riva attorno al falò. Rispettare la musica live significa rispettare il pubblico. Quindi si deve costruire il giusto ambiente, si deve scrivere il giusto spettacolo per quella situazione, si deve ben comunicare, si deve pretendere attenzione e restituire emozione. Non penso di sopportare più questa orgia di musicisti - spesso anche con tantissimi contenuti da dare - suonare dove capita, davanti a chiunque, magari mentre stanno mangiando la pizza o mentre bevono birra passando per strada. Ci sono concerti che per quanto mi riguarda non si debbano neanche chiamare

chiamato a criticare e a veicolare cultura. Ciò che resta è l’affarismo, il lavoro di palazzinari della comunicazione, resta la musica che deve andare di moda e che si deve lanciare per i clic dei social. In mezzo a questa orgia di circensi c’è ovviamente del bello, ma la GRANDE MUSICA la stiamo praticamente ignorando. E se la musica è cultura allora noi come popolo stiamo evitando di incontrare cultura. E un popolo senza cultura è un popolo che non ha futuro. Quindi alla fine di questa fiera ci chiediamo tutti quanti: che valore hanno oggi simili riconoscimenti? A parte farti il figo con chi oltre i Talent non sa andare, per me come uomo e come artista, che significato può avere? In contraddizione con quanto detto fino a ora vediamo un eterno Claudio Lolli vincere il riconoscimento più alto della canzone d’autore. Ma siamo sicuri che sia una contraddizione? E non per la musica del maestro che ho avuto anche l’onore di incontrare e di intervistare… ma per le apparenze da vendere al pubblico pagante. Chissà se ci siamo capiti… Parliamo un po’ di live. Ho letto che non ami particolarmente esibirti in pubblico, nonostante i riconoscimenti che ricevi costantemente per i tuoi brani. Sei timido o è solo un po’ di ansia da prestazione? Posso invece parlarti dell’Umbria? Ok rispondo. Nessuna paura e tantissime ansie che costruiscono il mio con-

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le - si prostituisce a suonare ovunque e in qualunque circostanza. Ogni musica ha il suo habitat e va rispettato. E rispettare le cose consta sacrificio e limitazione. E quando lavori bene per far collimare questi piccoli tasselli - che poi credimi sono quattro cavolate in croce anche lo spettacolo acquista un valore emotivo che non ha paragoni. Chiudo dicendo che presenteremo il disco in un piccolo teatro di Pescara il prossimo novembre: per farti capire, io sto già lavorando per scegliere chi far suonare con me e come arrangiare lo spettacolo proprio per quel piccolo teatro che mi ospiterà. Sì, forse sono esagerato…ma forse però… Chiara Orsetti

così. Sfiorano l’umiliazione. Una volta ho visto un chitarrista proporre brani suoi (meraviglioso tra l’altro) in un pub di ragazzini durante una festa di 18… suonava accanto alla porta del bagno e il via vai di incontinenti lo costringeva a spostarsi per non ostruire il loro passaggio. Esagero? Bah…io credo che sia all’ordine del giorno. Ciò significa anche che pretendere di avere quanti più dettagli al proprio posto significa oggi suonare quattro volte all’anno. Sono conscio di sforzarmi a essere meno schizzinoso e penso che lo farò… ma un poco soltanto. Ma sinceramente trovo umiliante portare la musica dove non deve stare. E questo non è colpa del pubblico. Questa è piena responsabilità dell’artista che spesso, sia per soldi che per scrivere sui propri social che fa tanti concerti - in genere sopra le cinque date lo si definisce tour mondia-

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THE SOUL MUTATION cambiare davvero le cose “Times are changing” è il nuovo disco di The Soul Mutation, trio (con amici) improntato a una miscela che vede il jazz fra gli ingredienti principali. Abbiamo intervistato Martha J, la cantante suale: la sua “The Times They Are A-Changing” è uno dei brani che hanno accompagnato la mia vita. Ho sempre pensato che prima o poi avrei fatto una

Partiamo da una domanda semplice: perché questo titolo (un po’ dylaniano?) per il vostro nuovo disco? Il riferimento a Bob Dylan non è ca-

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cover di questa canzone, ma alla fine non è mai accaduto. Anche perché i tempi sono davvero cambiati e abbiamo sentito l’esigenza di portare la sua idea di ribellione ai nostri giorni. Ho avuto l’occasione di viaggiare molto, in particolare in Siria (prima della guerra) e in altri paesi dell’Africa , e dovunque, incontrando le persone e parlando con loro, ho trovato gli stessi desideri: poter vivere tranquilli e dignitosamente, avere le opportunità per realizzare i propri progetti, poter crescere i propri figli, essere felici e liberi di esprimersi. Tutti alla fine vogliamo le stesse cose. Dovremmo trovare il sistema di far pesare questa nostra umanità a livello politico. È questo il sogno di cui parla la canzone: che troviamo tutti insieme la volontà di cambiare davvero le cose. La canzone inizia anche con un riferimento a Martin Luther King e alla sua famosa frase “I have a dream...” Mi incuriosisce anche il concept della copertina, con questa barca che naviga a remi su acque perigliose e questa sorta di manifesti colorati alle spalle... L’immagine della copertina è stata curata dalla Badass Yogi Production, che ci rappresenta in Europa. Hanno saputo visualizzare molto bene l’ambientazione urbana, spesso scura e inquieta, in cui si colloca la nostra musica. I colori forti, contrastati e contrastanti, e le immagini che hanno scelto ed elaborato

sono uno sfondo perfetto per la musica e i testi: frammenti di un mondo che sta cambiando rapidamente, spesso non in meglio, e noi che, come molti, sentiamo che stiamo attraversando tutto questo, cercando di capire, di adattarci, di seguire una rotta che ci porta verso un cambiamento. Anche il lyric video messo on line da pochi giorni sviluppa la stessa idea. A nostro parere è molto bello e si sposa perfettamente con la musica. Venendo alle sonorità, mi sembra che abbiate cercato uno stile molto omogeneo ma anche la possibilità di deviare spesso dal tracciato. Puoi raccontare qualcosa della lavorazione del disco? Francesco ha composto tutti i brani dell’album e ha fatto una pre-produzione al computer, sulla quale io ho lavorato per scrivere i testi. Abbiamo fatto alcune prove con Francesco Marzetti

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che abbiamo registrato con una tradizionale formazione acustica. Era un primo esperimento e con i brani scritti per il progetto The Soul Mutation credo che stiamo davvero iniziando a esplorare nuovi ambienti musicali: i ritmi sono più complessi, le atmosfere cambiano radicalmente da brano a brano, anche il mio modo di cantare ha dovuto adattarsi agli spigoli di queste nuove composizioni di Francesco e alla ritmica che a volte è molto incalzante e altre volte disegna paesaggi più rarefatti. Scrivere la nostra musica nasce dall’esigenza di sviluppare a modo nostro il linguaggio jazzistico che, utilizzando

(il batterista che ci ha accompagnato in questo lavoro) e quindi siamo andati a registrare. L’idea era di creare una varietà di ambienti sonori, sfruttando al massimo le potenzialità di ognuno di noi: essendo solo in tre abbiamo dovuto spremere al massimo la nostra creatività. In tre brani è intervenuto Giulio Corini al contrabbasso, per sottolineare il senso di intimità e leggerezza. Al contrario che nel vostro esordio, questa volta niente cover. Una scelta di “maturità” per il vostro combo o un’affermazione di personalità? Io e Francesco abbiamo iniziato a scrivere brani nostri già nel 2010, brani

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brani scritti da altri, abbiamo praticato per anni e che ci ha portato a realizzare alcuni cd di “cover”. Alla fine il materiale di altri autori ha iniziato a starci stretto: il presente ha vinto sul passato e da qui l’esigenza di scrivere una musica “nuova”, di trovare nuove vie di espressione. Come nasce “Yes I’m Lonely (Yer Blues reloaded)”? Quando Francesco mi ha fatto ascoltare la melodia di questo brano per la prima volta, mi è venuto subito in mente “Yer Blues” la canzone che John Lennon scrisse e cantó con i Beatles (nel grandioso “White Album”). Non riuscivo a staccarmi da questa idea e allora l’ho cavalcata: le citazioni sono evidenti. Ma anche qui l’attualità ha fatto breccia (ecco perché “reloaded” come Matrix!): alla fine il testo ha deciso di raccontare di qualcuno che è triste perché è lontano da casa, dorme per strada, ma spera un giorno di trovare un lavoro e stare meglio, anche se al momento

è bloccato dietro un muro e la notte sogna di saper volare... Perché avete deciso i tre momenti di sperimentazione “solista” nel disco? Volevamo creare degli stacchi in alcuni punti dell’album, qualcosa che non avesse la struttura di una canzone, qualcosa di assolutamente libero ed estemporaneo. Come il vuoto della meditazione nel delirio quotidiano; come chiudere gli occhi, guardarsi dentro e riuscire a capire ed esprimere ciò che proviamo, ma senza utilizzare razionalità e linguaggio. Si tratta di tre momenti di libertà assoluta e realizzati davvero sull’onda di un istinto o di un’ispirazione del momento. E non potevano essere altro che fatti “in solitaria”: se ti vuoi guardare dentro per davvero, devi essere solo.

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IMUSTBE LEONARDO un musicista primitivo © Foto di Pierluigi Muscolino

“MOP” è il nuovo album del cantautore italiano trapiantato a Berlino: tra suoni grezzi di chitarre elettriche e intime atmosfere folk che non ricordo. Non ho toccato la chitarra per quasi dieci anni. Ho ripreso a suonare a Berlino, dove vivo dalla fine del 2011. Che differenze ci sono state nella lavorazione di “MOP” rispetto al precedente ep? E già che ci siamo: puoi spiegare il titolo dell’album? Quando registrai “Wonderful” (il mio ep del 2016) avevo solo voglia di tornare a suonare dal vivo e sapevo che un disco mi avrebbe aiutato a trovare delle date

Puoi raccontare la tua storia fin qui? Suono la chitarra da quando avevo 14 o 15 anni. Dopo il liceo, ho studiato filosofia. Ho fatto il web editor, il lavapiatti, il commesso, l’assicuratore, il correttore di bozze, il lettore di manoscritti, il selezionatore di concorrenti per programmi televisivi, l’informatore turistico, il bigliettaio nei musei, l’organizzatore di eventi, l’operatore di call center, il meccanico di biciclette da corsa (non in quest’ordine) e forse qualcos’altro

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zioni che si sono rivelate occasioni per servirsi di diversi strumenti espressivi. La musica che mi piace è diretta, quasi brutale: non imbroglia nessuno, né chi la realizza né chi la ascolta. In questo momento sono un musicista primitivo che vive e suona da solo, e che passa il suo tempo a scrivere canzoni in una stanza con delle grandi finestre. Volevo che il disco raccontasse questo. E così ho deciso di registrarlo a casa. Se avessi lavorato in uno studio avrei dovuto programmare ogni cosa e avrei vissuto con il timore di non finire in tempo. Non avrei mai potuto buttare giù delle canzoni in maniera così immediata. Non ci sarebbe stata nemmeno tanta pioggia nei testi (perché non l’avrei manco vista, la pioggia). Sarebbe venuto fuori un disco “in cattività”, molto meno impressionista. E soprattutto, sarebbe stato un disco bugiardo rispetto a quello che sono, che faccio e che posso permettermi adesso. Magari per il prossimo avrò voglia di provare le canzoni per un mese e di registrarle

nei locali. Quelle canzoni rappresentavano quello che volevo suonare sul palco e fui molto soddisfatto del risultato. “MOP”, invece, è nato assecondando la propensione a creare delle canzoni che fossero delle istantanee musicali dei miei stati d’animo. Non è stato premeditato. Semplicemente, mi sono accorto che stavo andando in quella direzione. La cosa giusta da dire è che ho lasciato che questo disco accadesse, in alcuni momenti l’ho anche aspettato, e non ho nascosto nulla. Infatti è pieno di imperfezioni, di avventatezza, tanto nelle musiche quanto nei testi. Alla fine del 2016 avevo registrato un disco che mi piaceva – e mi piace ancora – e che non ho mai finito. A marzo di quest’anno, però, mi era venuta voglia di fare un disco del tutto diverso e avevo già la lista dei brani che l’avrebbero composto. Così, a metà aprile mi sono chiuso in casa per registrarlo. Ma mentre lavoravo su quelle canzoni ne sono venute fuori di altre. Alla fine, sei delle undici tracce di “MOP” sono state scritte tra metà aprile e l’inizio di giugno. Il disco, quindi, è nato “making other plans”. E ho deciso di intitolarlo “MOP”. (Naturalmente il riferimento è al verso di John Lennon, “Life is what happens to you while you are busy making other plans”) Quali sono state le difficoltà maggiori che hai incontrato? Più che di difficoltà parlerei di limita-

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Sono tornato a casa, ho scritto il testo e ho registrato la voce principale. Poi mi sono preparato una spigola. Nel testo parlo di come credo stiano cambiando i modi in cui nascono (e muoiono) le relazioni sentimentali. Il tempo e lo spazio diventano spesso due dimensioni opposte, non soltanto diverse: puoi passare delle giornate intere in chat con una persona e non stare mai fisicamente con lei. Naturalmente, quando vi rivedete è facile che si inneschi un corto circuito, che tutto sia meno perfetto. E appena arriva il momento in cui ti dovresti scoprire un po’ o dovresti metterci un po’ di coraggio (o dovresti accettare qualcosa che non ti piace), “we are modern lovers: doesn’t work, just say goodbye, that is the game”. La cosa che trovo più triste, in tutto questo, è che si consideri ormai assurdo concedere alla realtà anche solo una piccola parte del tempo che si è concesso all’immaginazione. Giorni davanti a uno schermo e poi addio dopo un bicchiere di vino. Però, una volta a casa, tutti su Facebook e a invocare dei veri rapporti umani, “come una volta”. Non credo ci sia molto rispetto per le persone in questo. E non so se il fenomeno sia ancora contrastabile. Hai suonato e registrato da solo: puoi raccontare cosa hai utilizzato? Ho registrato il disco con Logic. Le chitarre elettriche sono state riprese quasi

in studio in due giorni. Chissà. Per il momento, sono un autore analogico che gioca con strumenti digitali. Come nasce “Modern Lovers”? “Modern Lovers” è uno dei brani che ho composto tra aprile e maggio. Stavo provando un’altra canzone che avevo quasi deciso di scartare (e che poi, di fatto, ho scartato) e sono venuti fuori dei nuovi accordi. Qualche giorno dopo, mentre aspettavo l’autobus, ho cominciato a cantare quei lunghi monosillabi “youuuu” “aaaaare” “myyyyy”.

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tutte con un microfono dinamico posizionato davanti all’amplificatore. Per la voce ho usato un condensatore e un preamplificatore. 5 canzoni su 11 sono state registrate interamente dal vivo, senza alcuna sovraincisione. In “April Snow” ho anche registrato un loop e ci ho suonato e cantato sopra, sempre dal vivo. Infatti si sente il rumore del piede che preme il tasto del distorsore. In altri momenti del disco si distingue il suono degli aerei che atterrano o decollano. I brani chitarra acustica e voce sono stati registrati su un’unica traccia, come si faceva negli anni Cinquanta: microfono a una ventina di centimetri e buona la... diciassettesima. Vivi e lavori a Berlino, dove risiedono numerosi italiani, anche musicisti: che percezione c’è della musica indipendente italiana lì? Non ho molti rapporti con altri musicisti italiani che vivono a Berlino (se si escludono i-Taki Maki, con i quali ho fatto un concerto), e in questo periodo non ascolto molta musica italiana. Non ne faccio una questione di valore. È solo che sto ascoltando altro. Sono molto amico di Orson, il cantante dei Barbados, e seguo l’etichetta More Letters ma mi interesso perlopiù agli artisti che incontro nei locali di Berlino. La mia preferita è una cantautrice tedesca che canta in inglese: Vera Stausberg. Non ha ancora inciso nulla, che io sappia. Però su Soundcloud (come Vera-Li-

ne Music) si trova una registrazione di un suo concerto di qualche anno fa. Mi piacerebbe fare un tour in Italia con lei e con altri musicisti che vivono qui e che vengono da diversi paesi (Canada, Australia, Irlanda, Stati Uniti...) Credo che sarebbe una bella esperienza, per noi e per il pubblico, perché la scena indie berlinese ha delle sue peculiarità specifiche, in questo momento. Tra l’altro, nessuno di noi ha mai suonato in Italia. Ci puoi indicare tre brani che ti hanno influenzato particolarmente? “Right Where It Belongs” dei Nine Inch Nails; “Purple Rain” di Prince; “Dark Globe” di Syd Barrett. Non credo che “influenzare” sia il verbo giusto, perché porterebbe a credere che ci sia qualcosa di queste canzoni nella mia musica. Si tratta piuttosto di opere che considero importanti e la cui bellezza è strettamente legata a un particolare coinvolgimento emotivo in quella specifica esecuzione (nel caso di Barrett e di Prince), oppure all’idea che la produzione possa essere essa stessa parte del processo creativo (nel caso di Trent Reznor, che in quel brano ha lavorato sulla voce in una maniera che so definire solo artistica). Per queste persone fare musica è una cosa seria. Nutrono un rispetto estremo per il proprio talento e per l’arte. Sono innamorato di ciò che queste canzoni comunicano. E lo condivido.

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Ell3: la musica è la mia visione Ell3, livornese, respira musica fin da bambina: i suoi genitori sono entrambi musicisti e la introducono da subito nel loro mondo. Ha iniziato a comporre i suoi brani da giovanissima, ispirandosi al mondo del jazz e del soul, e il suo primo ep “Camouflageâ€? ha appena visto la luce 24


La musica è sempre stata protagonista della tua vita, fin da bambina. I tuoi genitori sono musicisti, tu hai studiato pianoforte e lirica. Come sei arrivata al genere che oggi è racchiuso dentro il tuo primo ep “Camouflage”? La musica classica è il mio primo gran-

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de amore... poi crescendo mi sono avvicinata anche ad altri generi: la musica jazz, soul, l’elettronica. Nel mio ep queste sonorità si intrecciano, dialogano, si scontrano... Parliamo della tua voce: calda, profonda, riconoscibile, tutte caratteristiche fondamentali per chi si affaccia nel mondo della discografia in un momento così saturo di nuove proposte. La concorrenza, se così si può definire, ti fa più paura o serve da stimolo per migliorarsi e crescere costantemente? Il processo creativo è sempre affascinante. Come nascono le tue canzoni? Quali sono gli artisti che hanno maggiormente influenzato il tuo percorso artistico? Non mi ha mai spaventato la concorrenza. Cerco di imparare tanto dalle cantanti che stimo maggiormente. Ognuno ha la sue caratteristiche.. io prediligo le voci calde, avvolgenti.. Ogni giorno ascolto Ella Fitzgerald, la mia musa ispiratrice per eccellenza. La voglia di migliorarmi nasce tanto da me, è una lotta continua con me stessa. Le mie canzoni nascono prevalentemente nel momento della giornata in cui la creatività si impadronisce della mia mente. La notte è indispensabile per me. Sono tanti e tutti appartenenti a mondi differenti: Barbra Streisand, Sinatra, Ella Fitzgerald, Depeche Mode, Massive Attack, Selah Sue... Ho trovato strano, ma sicuramente


apprezzabile, che una bella ragazza come te non abbia puntato su se stessa per il lancio del suo primo singolo. Per il video di Dream, infatti, hai scelto un suggestivo bianco e nero dalle atmosfere cupe. Puoi raccontarci la sua storia? Proprio per questo il titolo dell’ep è “Camouflage”. Non mi piace mostrarmi subito, trovo molto più affascinante, intrigante far sì che le cose si conoscano lentamente. Nel mondo in cui viviamo quasi sembra un obbligo ostentare! Vorrei riuscire a farmi conoscere evitando di usare quello che c’è “ in vetri-

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na” come chiave d’interesse. Il video di Dream mi rappresenta completamente. Ha un atmosfera evocativa, è pieno di piccoli particolari dei quali ti accorgi se non ti fermi ad una visione distratta. Così anche per la mia musica. Sono cosciente che non sia un genere immediato, prettamente commerciale. A ogni ascolto scopri qualcosa di nuovo e cominci a conoscere cosa c’è dietro alla mia voce, al mio mondo musicale. Estate, tempo di live. Hai in programma qualche concerto per presentare il tuo ep, approfittando degli eventi che in questa stagione si moltiplicano?


Per i live bisognerà aspettare ancora un pochettino.Prima ho un viaggio musicale in America che mi aspetta..Tra New York e Nashville. È una di quelle occasioni che bisogna cogliere immediatamente nella vita. A ottobre partiremo con i live !! Per concludere, una domanda molto personale: scorrendo le tue foto non ho potuto fare a meno di notare i tuoi tatuaggi. Non ti chiederò il significato di ognuno, ma se uno di questi fosse dedicato alla musica e ti andasse di raccontarci la sua storia… Ahahah. Sì, per la felicità dei miei genitori, ma soprattutto di mia sorella.

Uno in particolare è dedicato alla musica.È una frase di Schopenhauer “La musica è l’essenza dell’uomo, la sua visione del mondo”. La musica è sempre stata la mia visione del mondo. Se dovessi immaginarmi l’inferno sicuramente sarebbe senza musica, senza suoni, vibrazioni.Per me La musica da un motivo a tutto. Se fai musica , con il cuore ... non puoi mentire. Le tue maschere cadono completamente... https://www.facebook.com/Ell31459835904237813/ Chiara Orsetti

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FLORENCE ELYSEE

ricerca sfrenata di casa

Tre polistrumentisti che si sono incontrati in gelateria: la band spiega il nuovo disco “Home”, tra indie pop, alternative, emo rock e parecchio altro. E racconta di concerti professionali, band che cantano parlando e biglietti dei Radiohead fly”. Nel 2013 incontrano Elisabetta proprio nella gelateria sopra la sala prove; e l’idea fu quella di formare una nuova band a tre con Samuele alla voce, nacque così Florence Elysée. Firenze fu il primo concerto e l’Eliseo è

Qual è la storia della band fin qui? E qual è il motivo della scelta di un nome così particolare? Samuele e Giovanni (voce/chitarra e batteria) suonavano già insieme in una band che si chiama “Sammy wants to

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nata di un qualcosa da definire tale. Crediamo che “Home”sia nato nel migliore dei modi, con estrema sincerità; nel senso che tutti noi viviamo, seppur in modo diverso, la ricerca della serenità, impazienti di lasciarsi ad un respiro di sollievo. I testi anche se scritti da diverse mani (Samuele Ballerini, Giovanni Farina, Anita Montagna e Laura Loritz) sono rivolti con onestà a quel concetto riassunto nella parola Home. Siete tre polistrumentisti e, a quanto ho capito, Elisabetta è quella che “svaria” di più: come scegliete quali strumenti usare per le vostre canzoni? L’idea di fondo è il classico trio: batteria, basso, chitarra che accompagnano l’incastro delle voci maschili e femminili che ci piace tanto. Abbiamo cercato di caratterizzare il nostro sound attorno al classico suono Stratocaster con abbondante Shimmer, poi Elisabetta ha inserito in alcune canzoni numerose armonizzazioni con la sua viola da gamba, arrangiamenti che meriterebbero di essere ascoltati in “solo”. Potete descrivere i vostri concerti? Quali saranno le prossime date che vi vedranno coinvolti? Dicono che nei nostri live sembriamo molto “professionali”. Effettivamente tutto lo spettacolo è studiato per non essere troppo lungo e noioso creando i famosi “alti e bassi”. Iniziamo“forte”, nel mezzo inseriamo sempre un paio di canzoni in versione acustica con la vio-

messo lì come una sorta di fine al principio. Il disco è ispirato al concetto di “Home” ma nel senso di “ritorno a casa”. Come nasce l’idea? Ritorno a casa o piuttosto ricerca sfre-

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di tutti), Nadar Solo, Plan de Fuga, Dardust, Levante, Cosmetic, Amor Fou, Jumping the shark, Urali, The sleeping tree, ma già siamo ritornati all’inglese... Scusateci, ma sopportiamo a malapena tutte quelle altre band che cantano parlando.

la da gamba e senza batteria, poi finiamo ancora più “forte”. Dalle vostre dichiarazioni emerge una certa esterofilia. Ma chi sono gli artisti italiani che apprezzate di più? Effettivamente è vero, ascoltiamo per lo più musica in lingua inglese. Gli artisti italiani che ascoltiamo sono: Baustelle (secondo Samuele i migliori

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Avete dichiarato di aver rinunciato a comprare biglietti dei Radiohead a metà prezzo per comprare la discografia dei Cosmetic. Ho capito male io, vero? E’ così, i Radiohead rimangono tra le nostre maggiori fonti di ispirazione, sono lì come una sorta di leggenda e ci piace ricordarli sempre così. Ma d’altronde preferiamo dare il nostro piccolo contributo alla piccola scena italiana.

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LESIGARETTE!!

non si deve perdere la lucidità “La musica non serve a niente” è il nuovo disco del duo, caratterizzato da un approccio meno nonsense rispetto all’esordio. Per capire meglio la differenza tra politici e musicisti, abbiamo rivolto qualche domanda ai due i dettagli sono fondamentali e allora non si deve perdere la lucidità. Fare un disco è un bellissimo viaggio, bisogna orientarsi durante la traversata, ma anche lasciarsi trasportare. La lavorazione è cambiata rispetto al primo album. Abbiamo composto alcune parti di batteria e chitarra, poi le strutture dei brani, poi le linee vocali e in ultimo le Parole. I brani sono rimasti senza parole anche per un anno in alcuni casi. Le parole sono venute all’ultimo,

Che cos’è cambiato, a livello di approccio e di lavorazione, dal vostro esordio? L’approccio è sempre lo stesso: vogliamo fare buona musica e vogliamo divertirci. Abbiamo sempre saputo che se scrivi canzoni si può volare se si lavora bene, bisogna giudicare con intelligenza e scrivere nel rispetto delle proprie emozioni. Ci vuole molta concentrazione: c’è sempre il rischio di perdersi troppo dietro ai dettagli, ma anche

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scritte appositamente su una melodia e dentro a una metrica già composta. Quindi siamo partiti dalla spontaneità e dallo sfogo creativo più diretto, quello dei nostri strumenti, per poi passare a una fase di montaggio musicale per costruire le strutture dei brani e poi cantarci su delle melodie canore che però non erano provviste di parole. Volevamo creare dei brani che avessero emozioni e senso anche senza testi. Prima di avere un senso verbale, abbiamo ricercato il senso musicale e emozionale. Scrivere i testi in fondo a questo imbuto creativo è stato difficile, un duro lavoro. Arrivati alla fine avevamo molti limiti, la linea vocale già decisa prima di scrivere le parole per noi è una novità, il disco precedente è stato composto a partire dal testo e le linee vocali sono nate dai testi e non dalla musica. Stavolta avete deciso di fare quasi tutto in maniera autonoma. Che cosa vi ha spinto a questo tipo di scelta? Siamo andati in studio da soli. Abbiamo preparato i suoni e registrato chitarra e batteria insieme. Avevamo ancora alcune cose da definire sui brani quando siamo entrati in studio, stare da soli ci ha permesso di poterci prendere anche dei momenti di prova, per definire dei dettagli. Tra batteria e chitarra c’è un intreccio ritmico continuo e la cura di alcuni dettagli è stata possibile soltanto una volta arrivati in un luogo protetto come lo studio di

Fattoria Sonora, in cui siamo rimasti molto tempo soli potendoci dedicare quanto volevamo su ogni aspetto. Decidere tutto prima di registrare è stato necessario, ma non abbiamo voluto ingessare tutta la musica, abbiamo scelto di lasciare alcune parti al caso, all’improvvisazione del momento, come per esempio nel piccolo bridge del brano “la musica non serve a niente”. Essendo in due, possiamo facilmente inventarci soluzioni al momento improvvisando, giocando tra batteria e chitarra, anche nel primo disco avevamo un po’ scoperto questa nostra qualità e questa volta abbiamo volutamente destinato alcune parti musicali al gioco, allo scherzo musicale, per mantenere una freschezza live che non vogliamo perdere nel disco. Questo è solo un particolare, ma ce ne

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è quello di aver aperto la scrittura anche a un aspetto emotivo più personale e delicato. Ci sono brani molto intimi come capovolto e appena svegliato che parlano esplicitamente dei nostri sentimenti. Di “La musica non serve a niente” (la canzone) non ho capito una cosa: meglio essere governati dai musicisti oppure no? Ahahah… sembra una domanda leggera, ma qui siamo al nocciolo di una questione fondamentale. NO! Categoricamente NO! I musicisti sono quelli che fanno la musica e la musica non ha potere di governo. Ovviamente un brano musicale può essere influente politicamente e ci sono musicisti impegnati e schierati che hanno una grande importanza politica, ma la musica non ha potere è ovvio. Per noi è importante fare chiarezza, fare critica; non si può pensare che la musica cambierà l’organizzazione della nostra società, magari la può condizionare o certamente può trasmettere un’idea, ma di certo c’è bisogno di altro per governare. Insomma non possiamo fermare una guerra con un rullante o finire in parlamento a cantare, li c’è da scrivere leggi e fare battaglie politiche è tutto un altro linguaggio. “la musica non ha potere… e meno male. Non

sono molti altri, tutti dettagli che abbiamo scelto di curare in una situazione di studio molto intima e rassicurante. A differenza del primo lavoro, che è stato interamente autoprodotto, questa volta il disco è stato prodotto grazie a ’n etichetta, casa discografica aperta dal liveclub ‘na cosetta di Roma in collaborazione con Lucio Leoni di Lapidarie Incisioni. Mi sembra che sui testi abbiate focalizzato di più alcuni obiettivi polemici, limitando un po’ il nonsense rispetto all’esordio. Scelta o caso? I testi sono molto importanti per noi, la scelta è stata come sempre quella di parlare di ciò che ci circonda, ma sì, il taglio è volutamente meno pazzoide e stralunato. Nel primo lavoro c’era una componente “clownesca” che forse abbiamo un po’ messo da parte. Abbiamo scelto di essere più diretti, in alcuni casi più duri, in altri più onesti, in generale di non essere troppo astratti, ma “non sense” non ci siamo mai sentiti neanche nel primo disco. La polemica fa parte del nostro modo di scrivere, spesso si parte da un problema e passando per un conflitto, si risolve in rabbia o ironia o fantasia o nervosismo. “La musica non serve a niente” è un titolo ironico, polemico, ma anche leggero. Forse la novità per noi

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La comunicazione è cambiata, i video contano almeno quanto i brani musicali, chi canta conta più di cosa canta, c’è tutto un nuovo doityourself che ha poco a che fare con il primo indie, ma in fondo ne è una conseguenza. Il modo di scrivere i testi è chiaramente stato influenzato dalle novità degli ultimi decenni, dal rap fino al meme, ci sono tanti giochi in più da fare con le parole che venti anni fa non esistevano. Dal punto di vista musicale c’è tanta novità, ma c’è anche un ultra pop che pesca negli anni 80 e 90 e c’è pure una grande diffusione di strumenti musicali giocattolo, di vocoder, harmonizer, ma poi ti ritrovi a sentire il nuovo cantautore dei vent’anni che ti canta la sua canzone in acustico chitarra e voce. Insomma c’è un mare di roba e sembra che le nuove generazioni siano molto più aperte a mischiare suoni elettronici e digitali, effettistica, basi musicali e cantautorato semplice. Una volta non era possibile pensare che uno stesso pubblico potesse apprezzare tutto questo. Comunque noi suoniamo e capire ora cosa stia succedendo per noi è molto difficile, forse è più un compito di chi scrive di musica piuttosto che di chi la fa. Un musicista in un periodo come questo in cui c’è una così grande varietà di proposte è davvero una goccia in un oceano e sta a voi tentare di sbrogliare la matassa.

scrive leggi, non governa e non ti può arrestare”. Può sembrare riduttivo, ma in verità questo ci permette di liberare la musica da alcune responsabilità. A questo punto io posso cantare “Imagine” e vivermi completamente la visione politica di un mondo senza confini e pacifico di quel brano senza che il giorno dopo mi arrestino e posso farlo proprio perché quella è “solo” una canzone non è mica un manifesto politico; non solo, posso anche dire che preferisco di gran lunga Lennon o Bono a Putin e Trump senza confondere musica e politica, semplicemente mi piace molto di più seguire una canzone o una band che un Premier. Poi anche se si scrive musica, non è affatto detto che non si possa essere un politico, un amministratore, un sindaco, ma certo è che non sono cose che si possono fare contemporaneamente. Chi governa pensi a governare e chi suona pensi a suonare, sono due cose molto importanti, importantissime, ma a ciascuno il suo. Visto la vostra notevole esperienza “tecnica” e il vostro sguardo lucido, che cosa vi piace e che cosa no della musica italiana (indie e no) 2017? Questo è un discorsone. Ci sono tantissime novità e tanto fermento, non si finisce mai di stupirsi. Quello che è evidente è che è cambiato il mercato e il modo di fare successo. Moltissimo passa dal web e ormai si da per scontato, ma solo 10 anni fa non era affatto così.

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RECENSIONI INTERVISTE

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TRAKS INTERVIEW #5  

Il quinto numero di TRAKS INTERVIEW, il periodico dedicato alle interviste approfondite ai protagonisti della musica indipendente italiana,...

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