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INTERVIEW

Numero 4 - aprile 2017

Modena City Ramblers un mondo migliore Ottodix

VonDatty Thomas Dylan

Droning Maud TEN!


sommario

4 Modena CIty Ramblers 8 Ottodix 14 Droning Maud 18 VonDatty 22 Thomas Dylan 26 TEN!

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MODENA CITY RAMBLERS sperando in un mondo migliore “Mani come rami, ai piedi radici” è il nuovo lavoro della storica band emiliana, che per una volta si occupa un po’ meno di attualità e un po’ di più di canzoni senza tempo, coinvolgendo in un featuring i Calexico. Abbiamo chiacchierato con loro, parlando, fra l’altro, di musica balcanica, indie italiano e Donald Trump. Con una piccola chicca sul prossimo tour.


Cominciamo dalla scelta quasi del tutto “autarchica”: perché questa volta avete deciso di fare quasi tutto da soli? Il mondo della discografia è cambiato tanto in questi anni, abbiamo lavorato con tante strutture verificando i pro e i contro delle medesime. Da un po’ di tempo a questa parte abbiamo deciso di centralizzare sempre di più, anche se ovviamente ci avvaliamo di fidati colla-

boratori esterni. Dopo tanti anni abbiamo capito che ci troviamo meglio così. L’altra “svolta” è quella dei testi, visto che avete “trascurato” gli episodi dell’attualità. In overload dall’lp precedente oppure ci sono altri motivi? “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, l’ultimo nostro cd di inediti, era effettivamente pieno di riferimenti all’attualità e a storie di cronaca dell’ ”altro ieri” che ci avevano particolarmente


produzione, in effetti. Era nato in inglese e poi abbiamo cercato di trasporlo in italiano. Il ritornello fa riferimento al romanzo di dick (“Do androids dream of electric sheep?”) ed è una canzone sul mutamento dell’uomo che perde progressivamente la sua natura, appunto, ”umana” a causa del vorticoso progresso tecnologico. Da dove ha origine la collaborazione con i Calexico? Stimiamo da anni la band ed e’ capitato che prendessimo il loro sound come ispirazione quando ci apprestavamo ad arrangiare dei brani. Si prenda, per esempio, l’arrangiamento di ”Malavida”, contenuto su ”Tracce clandestine”. Dal fantasticare a organizzare un featuring della band il passo è stato breve e naturale. Uno di noi aveva collaborato coi Sacri Cuori, band romagnola validissima che ha collaborato con i Calexico, ma anche con Los Lobos, Marc Ribot e Vinicio Capossela. Abbiamo chiesto ad Antonio Gramentieri, chitarrista della band, di scrivere una vera e propria mail di “presentazione”, per così dire, e inviarla a Joey dei Calexico. Ci siamo poi incontrati in occasione di un gig dei Calexico a bologna e abbiamo consegnato loro una chiavetta usb con il brano ”Ghost Town”. Dopo poche settimane i ragazzi dei Calexico ci hanno inviati degli interventi musicali formidabili e il brano ha preso la forma che potete sentire nel cd. Non ti nascondo

indignato, per esempio ”La Luna di Ferrara” o “Peppe e Tore”. Non siamo cambiati. Manteniamo sempre alta la soglia dell’attenzione e dell’indignazione, discutiamo e ci confrontiamo spesso su fatti di cronaca e teniamo sempre aperta, per dirla in maniera poetica,”una finestra sul mondo”. Stavolta però è stato naturale parlare di altro e il disco si chiude con “Quacet putein”, una dolce ninna nanna di un padre a un figlio. Che spera cresca in un mondo migliore rispetto a quello che gli stiamo lasciando. Dovessi definire a volo d’uccello le sonorità di questo disco direi che ci sono più Balcani che Irlanda. Da dove nascono questi equilibri? Direi che hai completamente ragione, vi sono “più Balcani che Irlanda” in “Mani come rami, ai piedi radici”. Sicuramente certe sonorità sono anche figlie di collaborazioni avvenute nel tempo. In passato abbiamo diviso il palco con Goran Bregovic e Kocani Orkestar e, in tempi più recenti, ci siamo esibiti sul palco del primo maggio con la Fanfara Tirana. Era inevitabile che certe sonorità avessero degli influssi sulla nostra composizione e così è stato, anche se la cellula irlandese, mi preme dire, è nel nostro dna e non la abbandoneremo mai. Come nasce “Sogneremo pecore elettriche”? È un testo un po’ atipico per la nostra

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che lasciano il tempo che trovano, direi Levante e Brunori. Fosse stato concepito già in epoca Trump questo disco sarebbe diverso? Probabilmente si, però credo che se si scrive una brutta canzone, poco ”sentita” su Trump… come dire, Trump rimane ”in sella” e purtroppo anche la brutta canzone! Non vogliamo correre il rischio di sembrare dei ”forzati dell’impegno”. la nostra storia dimostra da che parte stiamo e brani impegnati li abbiamo sempre scritti e sempre li scriveremo. Il tour che sta per partire, inoltre, è un vero e proprio viaggio che attraversa tutta la nostra carriera e vi diamo una piccola chicca: oltre a presentare il nuovo cd e suonare i nostri classici, celebreremo i vent’anni del nostro fortunato cd ”Terra e Libertà”, uscito nel 1997. Ne vedrete delle belle!

che a noi piacerebbe molto se questa collaborazione sfociasse, non so, in un tour assieme… vedremo. Che cosa vi piace della musica italiana di oggi? Ti evito la filippica da classico musicista quasi cinquantenne che di solito a questa tipologia di domanda parte con la giaculatoria: ”Eh ai nostri tempi c’erano più locali, paghe migliori, più attenzione eccetera”. Tutte cose vere e sacrosante ma purtroppo non v’è molto da fare. Se mi chiedi se vi siano nuovi artisti validi ti rispondo che la musica buona c’è, c’è sempre stata e sempre ci sarà. Quella ha a che fare con l’urgenza espressiva, la voglia di emergere, di “urlare” qualcosa e non vedo differenze fra il musicista attuale, quello del ‘500 o quello del futuro lontanissimo. Su cosa “non ci piace” della musica italiana, credo che ogni Rambler potrebbe stilarti una sua personale classifica. A me non piace il filone, a mio avviso costruitissimo, dell’indie italiano, però devo ammettere che vi sono degli artisti interessanti anche in quel genere. Se devo farti due nomi interessanti, a prescindere da etichette

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OTTODIX il fascino della scienza Il suo nuovo disco, “Micromega”, parte da Voltaire per approdare a tutte le dimensioni dello scibile, corredate da sonorità vicine all’elettronica degli anni Novanta. Senza dimenticare che l’uomo è sempre al centro di tutto spiccio della pensione. La tecnologia corre come un fulmine e noi fatichiamo a reggere il passo, scollegandoci spesso dall’età biologica che abbiamo, dai bioritmi di cui il nostro corpo ha bisogno e dell’ambiente, che per mantenere queste ritmiche lavorative vertiginose, stiamo via via devastando. La bolla tecnologica e la continua connessione online, non aiutano a mantenere certo il senso del controllo e della posizione. Per questo ho sentito il bisogno di ispirarmi artisticamente all’unica fonte di fascino e mistero che possa risultare ancora credibile: la scienza. La fisica suggerisce regole comuni alla materia (anche se la meccanica quantistica non quadra ancora con la fisica classi-

Puoi raccontare il concept di “Micromega”? “Micromega”, ispirato a una novella dal sapore fantascientifico di Voltaire, cerca di far ragionare sul “senso della posizione” dell’uomo in mezzo alla natura reale delle cose. Giocando coi concetti di micro e macro, invita a ritrovare il senso della misura, in un’epoca fatta di eccessi verbali, di odio latente, di tensione sociale e “social”, ma anche di involuzione culturale e di mancanza di una visione chiara del futuro, dato che tutti i pilastri fondamentali del sistema che ci regge (noi occidentali), sta scricchiolando paurosamente, dal concetto di economia e libero mercato, a quello di tolleranza e di pace, fino a quello più

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ai sistemi di universi teorizzati. Ognuna di queste grandezze ha ispirato una canzone che, usando metafore scientifiche o astronomiche o biologiche, o geopolitiche, parla di dinamiche umane che ci riguardano tutti i giorni. “Micromega” suggerisce di cercare nella fisica le leggi, le dinamiche delle nostre azioni e del nostri sbagli, come se zoomando dall’alto si scoprisse che il formicaio dell’uomo risponde, su vasta scala, a misteriosi disegni e schemi fisici che muovono galassie, banchi di pesci e molecole. Affascinante, no? Qui si sconfina nella filosofia e nell’immaginazione astratta. Territori più prossimi all’arte. La musica, poi, è matematica e espressività, quindi il mezzo ideale per coniugare una simile, ambiziosa operazione. Solo che ho dovuto studiare un sacco,

ca); credo che abbiamo un bisogno sacrosanto di riscoprire delle regole, dei fondamentali su cui basare ogni nostra singola visione. Un senso comune, democratico ed equo del giusto, parte solo dalla scienza, contro religione, politica, potere, superstizione e interessi economici, tutte forze che possono essere soggette a manipolazioni di parte e che ci stanno mettendo nei guai. In un’era di bufale e populismo spiccio è solo la verità dei dati che si cela nella natura a poterci ridare risposte concrete e un punto di appoggio. Per questo ho raggruppato le grandezze del cosmo in nove ordini, dalle micro particelle, alle molecole, ai microrganismi e ai collettivi di animali, all’uomo (“Micromega Boy”, al centro di tutto), fino al pianeta Terra, al sistema solare, alle galassie e

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scientifico, o del telescopio astronomico. “Chimera” era un disco demolitore di utopie fallite del XX secolo. Questo è un album propositivo, che invita a puntare verso tecnologia pulita, ambiente, cultura e scienza come nuova utopia per superare questo lungo momento di apocalisse collettiva generalizzata. E’ un album che sembra freddo solo in apparenza, ma è molto più profondamente umano: sposta la sfera di indagine emotiva dal solito amore-morte-sociale delle canzoni, alla bellezza, la paura e lo spleen verso l’infinito e l’ignoto della natura. Il disco mi sembra, dal punto di vista dei suoni, più compatto e omogeneo dei precedenti. Quanto ha influito anche l’apporto di Flavio Ferri nel discorso? Il disco è più compatto e scorrevole innanzitutto perché era impossibile, vista la complessità delle tematiche trattate nei testi, creare anche un linguaggio sonoro articolato. Ho preferito l’approccio psichedelico elettronico o ambient pop, per dare un ingrediente più spirituale e meditativo, anche se detta così sembra un album new age, invece si parla di sfumature. E’ un album molto Ottodix. Volevo un sound vicino all’elettronica ’90, anche a tratti trip hop (Il mondo delle cose), ma anche con ingredienti dall’elet-

prima di iniziare a scrivere. “Chimera” parlava di utopie ed era un disco “politico”, da un certo punto di vista. Invece qui hai deciso di occuparti di aspetti galattici oppure microscopici, sostanzialmente “saltando” le miserie umane o quasi. Puoi spiegare perché? Come dicevo, in realtà le salto solo in apparenza, andando ad analizzare nei disegni più grandi e più piccoli di noi, tutto quello che può spiegare il nostro agire e gli errori in loop di cui la storia umana è piena. Nell’album ci sono canzoni come “Elettricità” che parlano chiaramente della tensione sociale e dell’odio latente, Ne “la Risonanza”, la fisica quantistica tenta simbolicamente di spiegare perché i collettivi di animali o di materia simile, in natura, lavorino al meglio in gruppo, mentre l’uomo no (perché ha inventato l’economia e la competizione tra individui). Anche “Planisfera”, ragionando sulla rotondità del pianeta, suggerisce che i punti di vista sono tutti equivalenti, sopra una palla e che difendere un passato che non c’è più è assurdo, perché in natura tutto è in divenire, tutto ruota e gira. “Zodiacantus” è un attacco alla superstizione umana. Insomma, l’uomo è costantemente sotto il vetrino dell’analisi del microscopio

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stol” è uscita tutta, mettendo una firma importante. E poi abbiamo discusso, anche scontrandoci, a casa sua a Barcellona, ogni singola nota e ogni dettaglio in un confronto umano molto sano e genuino. Devo ringraziare Flavio sia per quello che ha fatto in più che per avere rispettato i miei complessi provini, portati in fase già molto avanzata di finitura. E’ un disco in cui mi riconosco molto e questo mi da sicurezza nel volere in futuro ritentare la carta della co produzione. Sono un autarchico, era la prima volta per me. E’ comunque un album nato e pensato tra Barcellona, l’Italia, Pechino e Berlino, le cui voci sono state limate in California. Insomma, un album “planisferico” davvero, nato da più punti di vista. E bello da cantare

tronica di ricerca come quella di Alva Noto (CERN), che dessero un taglio più astratto, da laboratorio, o lisergico al sound. Ho accettato l’invito di Flavio a condividere la produzione con gioia, dopo anni di collaborazioni a distanza e concerti aperti ai DeltaV da Ottodix (1999-2003). Era la persona adatta a valorizzare esattamente quegli aspetti. Il sound DeltaV per me è sempre stato un riferimento e guarda caso è servito per migliorare dei provini problematici come in CERN, brano dalla struttura complessa elettro-sinfonica, di cui vado molto fiero, o per far rinascere un brano come Planisfera, che non mi convinceva, facendolo diventare una delle colonne portanti dell’album. Ne “Il mondo delle cose”, poi, la sua “scuola di Bri-

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tuttora. Comunque, portare lo spettacolo di “Micromega” a cui stiamo lavorando, anche in Cina, è uno degli obiettivi nei prossimi anni. Vista la tua attività su molti livelli e con molti mezzi artistici, puoi raccontare come pensi di presentare questo disco, soprattutto in tour? Ho anticipato di poco la risposta. Il tour avrà una prima fase di concerti più “canonici” in club o situazioni da showcase, ma via via punterà verso il vero scopo: quello di invadere i luoghi della scienza, della cultura e dell’arte. Il progetto prevede una mostra itinerante di mie opere, organizzate come l’album, in nove settori, ma anche uno spettacolo tra musica, proiezioni, arte e reading, in cui scienza e filosofia faranno da collante a un concerto molto emozionale. Ho parecchi musicisti che daranno vita a setup e situazioni diverse; dal più classico elettro-rock alla Ottodix, fino al duo electro minimal, voce e synth, passando per i live con quartetto d’archi, piano e elettronica. A volte pure tutto assieme. E’ un live che può svilupparsi dal micro al mega, appunto. E mi accompagnerà per parecchio tempo. Vorrei capire qualcosa di più anche della piattaforma su Google Chrome grazie alla quale è possibile ascoltare il disco E’ un Mega-Player di mia invenzione, oltre che un’enciclopedia visionaria. Non solo il disco, ma una marea di ri-

dal vivo! Sei stato particolarmente impegnato con progetti in Oriente di recente. Puoi raccontare qualcosa e soprattutto raccontare come viene percepita la tua musica in paesi così lontani? In realtà ho contatti di lavoro tramite la mia attività di artista visivo, con i circuiti delle gallerie di Pechino, più che musicali. Alla Biennale Italia Cina 2016, tuttavia, sono andato di persona a installare e presentare la scimmia che vedete in copertina dell’album Micromega (dal titolo omonimo). Presentando l’installazione all’inaugurazione, ho cantato in diretta per la tv cinese “Planisfera”, il brano più simbolico. L’accogliienza e l’entusiasmo sono stati dei migliori, ma a di là di quello, ho imparato molto dai cinesi. E’ un mondo alternativo, molto informato, che non ha bisogno necessariamente di noi e quindi non soffre per forza di esterofilia. Questo a noi occidentali, ogni tanto fa bene ricordarlo. Una potenza economica tale, che praticamente non parla inglese e che ha la popolazione numericamente equivalente a tutto l’occidente messo assieme, perché dovrebbe adattarsi alle tue regole o alle convenzioni internazionali inventate dagli occidentali? Sono caduti anche molti cliché e stereotipi, è un mondo a noi alieno che fa bene visitare, con 5000 anni di storia e di spessore, dietro, non dimentichiamolo mai, che si vede e si percepisce

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versioni molti colleghi musicisti provenienti da vari generi diversi e questo mi ha reso davvero felice. Alcuni nomiMadaski, Luca Urbani, lo stesso Flavio Ferri, Gigi Masin e Laura Bisceglia (ora violoncello per Teho Teardo e Blixa Bargeld). La piattaforma uscirà a giugno, curata da me e Anna Magni e corredata da 9 bellissimi 3D animati realizzati da Pierfrancesco Soffritti, che diventeranno in alcuni casi anche installazioni delle mie prossime mostre. E crescerà negli anni, come una pianta, come una galassia in espansione, come il cervello di una scimmia che si evolve, input dopo input, indagando la natura delle cose.

visitazioni delle 9 canzoni iniziali, in un sistema a matrioska per diramazioni, in cui ogni canzone genera tre sotto canzoni satellite, divise a loro volta in tre sotto versioni sempre più minimal. Ogni pagina generata da questa scomposizione a frattali basata sul numero 3 (radice quadrata di 9, i brani dell’album), genera 117 (1+1+7 = 9) pagine-canzone, illustrate da me con soggetti appartenenti all’ordine di grandezza del brano di partenza. Ci saranno anche molti contenuti extra galleggianti, da attivare e scoprire, che porteranno a voci enciclopediche online, siti consigliati a tema e i testi dei brani. Hanno aderito a curare queste

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DRONING MAUD facendo errori bellissimi

Foto di Luca Bravi

“Beautiful mistakes” è il terzo e nuovo lp della band, impegnata a inseguire, con successo, atmosfere di pop raffinato ma sostenuto, figlio di cambiamenti nel processo compositivo È cambiato il processo compositivo. Ascoltarsi l’uno con l’altro per dare spazio alla creatività, senza imporre le proprie idee, produce sempre risultati

Questo terzo disco è presentato come una svolta a livello di maturazione artistica. Che cosa è cambiato nella band con “Beautiful Mistakes”?

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ottimali. Più che di una rivelazione si può parlare di una presa di coscienza: la naturale meta di un cammino compiuto senza forzature di alcun genere. Potete spiegare meglio il concept del titolo? Quali sono i “bellissimi errori” che pensate di aver commesso? ll punto del discorso è che in generale molte azioni vengono captate come un errore soltanto perché noi non reagiamo nella maniera opportuna. Gli errori capitati per caso all’interno di un brano che ci hanno involontariamente suggerito nuovi modi di suonare e nuovi arrangiamenti, sono fondamentali per dare la giusta personalità a una canzone. Ciò che può sembrare un errore non è altro che una nuova opportunità. Da dove nasce la scelta di mettere la voce decisamente al centro delle vostre nuove composizioni? Nelle nostre composizioni non cerchiamo di colpire l’ascoltatore facendo del mero esercizio di stile, ma cercando di comunicare il nostro punto di vista, e cosa meglio delle parole per arrivare dritti al punto? Potete spendere qualche parola sulle sensazioni che vi hanno portato a scrivere tutti gli otto brani che compongono il disco? SOME CALL LOVE: il bisogno di comunicare. MISCOMMUNICATIONS: l’incapacità di comunicare. ON THE CORNER: l’esigenza di sen-

tirsi amati. LAZY SUN: essere fuori luogo, senso di inadeguatezza e sentimento di non appartenenza a un ruolo stabilito. SIMPLE THINGS: la felicità nei piccoli gesti. STORYTELLER: la fragilità dei ricordi. REFERENCES: una rassicurazione, una piccola certezza. La morte non esiste, è solo trasformazione. DUST: non si dimentica mai un amore, si impara a vivere senza di esso. Potete descrivere i vostri concerti? Quali saranno le prossime date? Nei nostri concerti cerchiamo sempre di coinvolgere emotivamente le persone e la riuscita dipende anche dal contesto in cui ci troviamo e dall’attenzione che le persone mettono nell’ascoltare musica. Vi aspettiamo il 28 Aprile 2017

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// “release party” Irish Cafè - Pianola (AQ) Chi è o chi sono gli artisti indipendenti italiani che stimate di più in questo momento e perché? Domanda difficile; ascoltiamo poco il panorama italiano perché ormai è un po’ troppo standardizzato verso un

mood che non ci rispecchia, comunque per fare dei nomi i primi che mi vengono in mente sono EDDA perché della nostra generazione e tornato con un bellissimo disco, His Clancyness se si possono definire tali, bello anche l’ultimo lavoro di Francesco Di Bella. www.facebook.com/DroningMaud

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VONDATTY alla fine della notte

Esce il 5 maggio “Ninnenanne“, che chiude la “Trilogia della notte“: un lavoro crudo, sincero e molto autobiografico


“Ninnenanne” chiude la “Trilogia della notte”: che cosa rappresenta questo disco, all’interno del progetto? “Ninnenanne” ha un ruolo fondamentale nella Trilogia, lo vedo come la fine di un percorso, ma anche l’inizio di un altro. Ho dato vita a questo progetto perché volevo cercare la mia strada nel mondo della musica, sono partito da solo in una dimensione prettamente acustica, poi ho iniziato a soffrirla perché credevo fosse limitante, così ho messo su la band, che in buona parte mi accompagna ancora oggi, per fare un disco urlato e disperato come “Madrigali”, decisamente più rock ‘n’ roll. Ora, grazie anche all’apporto di Fabio Martini, che insieme a me ha prodotto artisticamente il disco, sono arrivato a capire che il mio mondo musicale è solo nelle canzoni, per cui credo sia il mio disco più maturo. A livello concettuale, credo rappresenti “la fine della notte”. Si dice che sia sempre più buio prima dell’alba, per questo mi piaceva si intitolasse “Ninnenanne”, perché potrebbe anche sembrare un controsenso. Il disco infatti ha caratteri chiaramente notturni: quali sono state le fonti di ispirazione e le caratteristiche della sua scrittura? Il disco tocca tematiche personali, a partire da un rapporto decisamente complesso con il sonno. È stato scritto di getto, dopo un lungo periodo di sosta da qualsiasi tipo di scrittura, già in

fase di pre-produzione avevamo deciso che tutte le canzoni si sarebbero fondate sulla base di una chitarra acustica o di un pianoforte. Volevamo che funzionassero anche ridotte all’osso, dovevano essere solide fin dalle fondamenta. Le sonorità sono quelle che fanno parte del mio background, come di quello di Fabio Martini e di tutti i musicisti che collaborano con me, ma in fase di arrangiamento è stato tutto molto spontaneo. Sei al terzo lavoro pubblicato, secondo lp. Il lavoro di composizione si è fatto più facile o più difficile? In certe can-

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Stavolta ci siamo decisamente messi in gioco, abbiamo scritto, arrangiato, non sempre è stato semplice, ma alla fine è stato un lavoro che ci ha portato sicuramente a crescere. Con Gabriele Proietti e Sarah Moon siamo molto amici, da subito avevo pensato che mi sarebbe piaciuto molto che partecipassero. Sarah è la prima volta che si confronta con il cantato in italiano, riuscendo anche a sorprendermi con la scelta del registro vocale, Gabriele ha partecipato in due brani molto “poco rock”, perché volevo tirasse fuori dalla sua chitarra dei suoni più vicini al suo lato psichedelico. In “Ad ogni piccola morte”, poi, suonano Vieri Baiocchi, Andrea Carboni e Giorgio Baldi (che non poteva assolutamente mancare, neanche stavolta). Vieri figura anche tra i produttori esecutivi del disco e il suo locale, lo “Yeah”, è un po’ la mia seconda casa romana, con Andrea sono una sezione ritmica molto affiatata, siamo amici e negli ultimi tempi ci siamo sempre scambiati opinioni sui rispettivi ascolti. Quando è stato il momento di entrare in studio ho voluto coinvolgerli, proprio perché volevo che in questo disco suonassero esclusivamente miei amici,

zoni del disco sembra di avvertire quasi un’assenza di sforzo... A me piace tantissimo scrivere, anche se a volte dico il contrario. Mi viene naturale, vorrei quasi far soltanto quello. Non c’è momento più bello, nella realizzazione di un disco, che il momento della scrittura, quello in cui ti immagini già come verrà fuori una canzone. Stavolta è stato decisamente particolare, per me, scrivere a quattro mani, ma è stato anche decisamente stimolante. Mi ha colpito “Dalla carne”: vorrei saperne qualcosa di più. È stata la prima canzone a venir fuori, anche se aveva un arrangiamento diverso, alla fine è stata tra le ultime a essere completata. Il testo è semplicemente un elenco dei motivi per cui ancora scrivo canzoni. Puoi raccontare delle collaborazioni che figurano sul disco? Partirei comunque da Fabio, con il quale siamo amici da più di dieci anni, anni in cui ci siamo confrontati più e più volte sui nostri rispettivi progetti, senza mai riuscire, probabilmente anche per questioni di personalità, ad avviare una solida collaborazione (anche se lui ha suonato nei due lavori precedenti e spesso fatto da fonico nei live).

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da lui. Un’altra collaborazione importante credo sia quella con Daniele Coccia (Il Muro del Canto, Surgery), una voce che mi accompagna nello stereo da parecchio tempo. Ho scritto la sua parte immaginandola cantata da lui ed è stato emozionante quando poi l’ha eseguita in studio esattamente come la immaginavo, ci tenevo tantissimo che partecipasse, per questioni di stima artistica e di amicizia. Nel brano, abbiamo anche voluto chiamare una serie di amici a fare un coro “piratesco”. Sicuramente il momento delle registrazioni è stato uno dei più belli dell’intera lavorazione. Viste le caratteristiche “notturne” del disco, per i concerti farai scelte particolari? Dal vivo, nessuna novità particolare: mi accompagneranno i miei musicisti di sempre Fabio Martini al contrabbasso, pianoforte e synth, Andrea Cauduro al basso e alla chitarra, Giovanni Abei alla chitarra e Lorenzo Valerio alla batteria. Cercheremo di riproporre il disco nella maniera più fedele possibile e sicuramente qualche brano dai lavori precedenti.

persone che ci tenessero a partecipare e a dare il loro contributo nel modo migliore. Riguardo Giorgio Baldi non so più cosa dire, è stato un “faro” all’inizio del mio percorso e ogni volta riesce a stupirmi, stavolta è riuscito a intervenire soltanto all’ultimo momento, difficilmente riuscirei a immaginare un mio lavoro senza neanche due note suonate

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THOMAS DYLAN partendo da giri ipnotici Un’ispirazione evidente fin dallo pseudonimo e una notevole voglia di raccontare, anche con idee psichedeliche, condensata nell’ultimo lavoro “Spleen delle sorgenti”. Lo abbiamo intervistato. Puoi raccontare la tua storia fin qui? Sono di Bergamo e abito in Valle Seriana. Ho iniziato a scrivere canzoni verso i quindici /sedici anni e praticamente non ho mai smesso. Dai diciotto dipingo, e anche con la pittura non ho mai smesso. Ora ho trentanove anni. Scrivo canzoni in italiano, brani acustici, un

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po’ bucolici folk, e dipingo soprattutto alberi. Ho composto e inciso undici lavori tra dischi, ep, demo e collaborazioni (molti con i gruppi con cui suonavo: Violaspinto, Myblake e Uma; con i Violaspinto ci suono tuttora). Tutto indipendente. Tecnicamente, grazie all’esperienza maturata in questi anni, mi


sento più consapevole e sciolto, la mia arte è molto semplice, potrebbe farla chiunque. Probabilmente c’è qualcosa di più elaborato a livello vocale perché ho studiato canto sia in Italia che in India, ma nulla di trascendentale. Quali sono i tuoi capisaldi musicali? Nick Drake e Barrett sono artisti estremamente luccicanti… vanno davvero oltre…. anche Bob Dylan, lui (ovviamente attraverso i suoi dischi) ha il potere di darmi molta energia… adoro i Black Sabbath con Ozzy; in questo periodo sto ascoltando Serge Gainsbourg. Come psichedelia, seppur potrei risultare scontato, mi piacciono i primi Pink Floyd e ovviamente Barrett solista; Robyn Hitchcock, Julian Cope, Twink Pink, Hight Tide. Come nasce “Nel bosco”? L’idea nasce dalle basi dell’Ermetismo, dove in sintesi si lavora con gli elementi. E’ stato semplice poi costruire la canzone come se si interrogassero i guardiani chiedendo loro il permesso di poter entrare nel bosco. A questo punto dopo che io e mio figlio abbiamo avuto il permesso di entrare (che poi è metaforico – micro e macro) le cose si sono fatte ancora più semplici e scorrevoli e non ho fatto nient’altro che spiegare al piccolo alcuni insegnamenti universali basilari. Racconta che spesso si fa un grande giro per poi scoprire

che va già tutto bene. E’ sicuramente un tema che mi sta molto a cuore e che emerge spesso nei miei testi. Mi piace filtrare la realtà attraverso la mia visione delle cose, attraverso ciò che vivo e attraverso i miei studi. Praticamente il 90% del lavoro sta nella ricerca. I risultati a volte funzionano a volte meno. Grazie, mi fa molto piacere che ti sia piaciuta. Tecnicamente per questa canzone sono partito da un giro ipnotico e dai ritornelli e quindi poi ho dilatato il tutto. Cerco sempre comunque di stare in schemi piuttosto delineati quando compongo. Ho poi lavorato alla prospettiva con le sovraincisioni e mixaggio. Puoi raccontare la strumentazione principale che hai utilizzato per questo disco?

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Chitarre acustiche e voci, ci sono anche un flauto e un paio di chitarre elettriche pulite. Nessun effetto artificiale sulle voci, e francamente pochissimi in tutto il disco, un po’ del mio pedale delay e una macchinetta che mi ha prestato mio fratello da DJ. Per il resto nessun copia e incolla. Per le voci ho inciso diverse tracce, un paio anche sfasate per ottenere una sorta di effetto simile a un delay. E’ praticamente tutto naturale. Anche il master fatto è stato delicatissimo. Il master (accanto alle collaborazioni musicali di altri artisti) è stato l’unico passaggio non eseguito interamente da me. Il mixaggio è stato il momento più creativo a livello di produzione di questo disco, perchè ho lavorato sulle profondità, sugli incastri e risulta tutto molto delicato e a volte fragile. Come un mosaico. Puoi descrivere i tuoi concerti? Certo, i miei concerti si basano sulla sola chitarra acustica, su voce e tampura. Si crea quindi un atmosfera intima e ci si impegna per renderla calda. In scaletta ho inserito canzoni di questo disco, del precedente “Cielinoncuranti” e di quello che sto attualmente realizzando. Non è un set lungo poichè preferisco non appesantire la serata. Alterno canzoni tranquille “ipnotiche” a qualcuna più sostenuta e siccome quasi tutte le mie canzoni parlano di sentimenti, è stato difficile trovare il giusto equilibrio della scaletta, ma dai con-

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certi precedenti ho comunque imparato molto; mi sono reso conto anche che ci sono canzoni che sento meno. Ma credo sia un processo naturale. Non le suono comunque tutte. Per ora ho ho due date confermate : il 23 aprile all Edonè di Bergamo (aprirò la serata agli Ella Goda, nel loro Show Case). E ho una serata al Museo Maglio di Ponte Nossa l’ultima settimana di agosto con l’amico cantautore Luca Dai (due set separati)… cornice pazzesca e grande energia che scorre… Stai già lavorando al prossimo disco? Sì… Sto lavorando al nuovo disco e sta venendo più scorrevole dei due precedenti, proprio sul piano pratico di realizzazione. Suona, almeno finora, un po’ più sporco, anche perché sto registrando le acustiche attraverso l’amplificatore e non solo in modo naturale. Hanno già collaborato due ospiti con cui ho suonato per lungo tempo in passato. “Labo” che in un brano ha messo le sue chitarre e i suoi effetti, ha creando uno spiritato tappeto sonoro, un sottofondo perfetto all’arpeggio portante a mò di mantra che dirige tutta la canzone. Brian invece, in un altro brano, ha suonato il piano e il sintetizzatore preparandosi in modo preciso già da casa; il fatto curioso è stato che una volta registrata la sua parte, che già andava bene, abbiamo trovato insieme una formula semplice che ci ha stupiti. Non abbiamo avuto più bisogno di toc-


care nulla.I temi trattati in questo nuovo lavoro a mio parere appaiono più lucidi e quell’ attimo meno onirici dei precedenti, meno ermetici. Per assurdo però la musica sta andando proprio in quella direzione. Entrando un po’ nello specifico, una traccia fa riferimento ai grandi insegnamenti dettati dal fondatore dello spiritismo Allan Kardec; per scrivere questo brano ho approfondito e studiato le sue teorie e i suoi lavori; poi ho esposto tutto ciò con parole mie, ponendo anche domande dettate dalla mia sensibilità…Una seconda traccia invece si rifà maggiormente ad un discorso legato al Thelema, quindi a un testo legato alla magia con la specifica di saper vivere il proprio tempo, cosa che a volte pare messa in secondo piano proprio perché attualmente ci si ascolta meno che in passato… a mio parere. Una terza invece è forse quella che si avvicina maggiormente alla poetica di Spleen delle sorgenti… un po più decadente; una canzone d’ amore delicata, una sorta di acquarello, anche un po fragile se vogliamo, che racconta del prendere sen-

za mai chiedere. Ne sto scrivendo una quarta invece che parla delle maschere, delle pose che poi portano ai classici clichés… ho cercato di descrivere e fermare quell attimo in cui una coppia (in questo caso) si rende conto, dopo aver puntato il dito a lungo, di essere dentro a quelle dinamiche che ha tanto criticato. Ce ne sarebbe anche una che ho già finito ma proprio non mi riesce di registrarla, magari non va d’accordo con le altre…

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TEN! dieci foto per dieci canzoni

Alessandro Trapezio è un fotografo bolognese che ha affidato dieci proprie foto ad altrettante band con la richiesta di comporre un brano ad hoc. E’ nata cosÏ una compilation con relativo catalogo. Che ha visto, tra i partecipanti, Bologna Violenta, Fuzz, His Clancyness, Melampus, Stromboli 26


potesse calzare completamente o essere l’esatto contrario della loro essenza. Sono stato neutro e quasi del tutto casuale nell’affidargli le immagini che avevo scelto. Qualcuno si è trovato subito a suo agio ed è stato coerente con il proprio suono, altri dopo una prima difficoltà hanno creato cose nuove rispetto al loro stile. Qualcuno mi ha confessato di essere stato fino all’ultimo in seria difficoltà perché sentiva lontanissima l’immagine. Difficoltà di alcuni a parte, comunque, sono venute fuori 10 tracce secondo me molto belle, tutte interessanti e in alcuni casi davvero sperimentali. Credo, per farti un esempio, che una delle più complesse da musicare, fosse l’immagine della lapide di Pier Paolo Pasolini; c’era poco margine

Puoi raccontare come nasce il progetto “Ten!”? “Ten!” è un progetto nato per caso, dopo che nel corso degli anni alcuni gruppi o musicisti mi hanno richiesto delle immagini per le loro copertine, essendo io un artista che usa principalmente la fotografia. E’ capitato che le mie idee per i loro album non coincidessero con le loro; così mi sono chiesto cosa sarebbe successo se fossi stato io a scegliere delle mie foto, già concepite come copertine, e le avessi “imposte” ai gruppi. Una sorta di inversione del canonico processo che avviene tra fotografo e musicista. Qui sono stati loro a comporre un pezzo inedito ispirandosi alla foto, alla copertina. Ovviamente mi piaceva anche l’idea di proseguire quel proficuo sodalizio, anche se ribaltato in questo caso, tra la fotografia e la musica, come tra Mapplethorpe e Patti Smith (o altri centinaia di casi), in cui opere fotografiche sono diventate copertine storiche. Accostare immagini e fotografie è diventata pratica comune con le copertine, ma farlo a partire dalla foto è quasi inedito. Pensi di aver messo in difficoltà i musicisti che hai coinvolto? Sicuramente è stata una bella sfida per loro, perché non ho voluto, tra le immagine scelte, neppure dare loro una foto che

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di inventiva, l’immagine era molto didascalica, eppure Xabier Iriondo e Roberto Bertacchini (the shipwreck bag show), utilizzando citazioni degli Scritti Corsari, hanno composto una “poesia elettrica” potente.

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Quando hai ascoltato le musiche “derivate” dalle tue immagini hai avuto molte sorprese oppure tutto sommato ti aspettavi questo tipo di risultati? In un certo senso mi hanno sorpreso tutti. Chi è rimasto molto fedele


con un filo sottile che li lega fino alla fine. Avevi già un rapporto con gli artisti che hanno lavorato al progetto? In che modo avete interagito? Si, con quasi tutti. Alcuni sono amici di vecchia data, altri lo sono diventati. Di tutti sono fan, quello è certo, e nutro una grande stima per quello che fanno. Qualcuno l’ho conosciuto di persona grazie al progetto, qualcuno l’ho conosciuto meglio. La maggioranza dei musicisti presenti fa parte della scena indie (ma non solo) bolognese, ma anche italiana ed europea. C’è anche Jochen Arbeit degli Einstürzende Neubauten che definirei della scena internazionale, ma non solo, penso agli His Clancyness spesso in tour negli Usa o ai componenti storici degli Starfuckers: Manuel Giannini e Roberto Bertacchini (in questo caso in due formazioni diverse)! L’interazione è stata semplice, sono stati subito entusiasti dell’idea, talvolta con qualche perplessità, ma subito collaborativi e incredibilmente, visti anche gli impegni di alcuni di loro, velocissimi. Sono stato fortunato.

al proprio genere, come per esempio i Melampus o Giungla, ha composto delle tracce bellissime e a mio parere completamente in sintonia con le mie opere. Altri, come Stromboli e Bologna Violenta hanno praticamente composto una colonna sonora che potrebbe a sua volta continuare la storia di quelle foto. Ma c’è anche chi mi ha spiazzato, come Stefano Pilia che ha tirato fuori un pezzo minimale ma intensissimo, solo al piano. Ma tutti, proprio tutti sono stati una sorpresa, quando ho ascoltato le canzoni per la prima volta ero emozionato come un bambino e non ci ho messo nulla a innamorarmi di quei suoni. Ci sono dei pezzi che rimangono totalmente in testa e la cosa incredibile è che messi insieme - e fare la scaletta non è stato facilissimo - sono un bel disco, con sonorità molto differenti ma

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zione. Pensi che questo sarà un “unicum” oppure ritieni che potrai ripetere questa esperienza in futuro? Non lo so. Ten! ora sta comunque andando avanti: sto cercando di portarlo un po’ in giro. Oltre alla distribuzione da parte di Goodfellas, io continuo a cercare spazi e città dove portarlo,

E oltre ai musicisti ho avuto anche la fortuna di completare il tutto in modo eccellente grazie alla collaborazione di Riff Records per la produzione, Paolo Masiero che ha creato una super grafica per il disco e il catalogo, Federica Patti per l’organizzazione della parte espositiva del progetto, Antonio Grulli e Vera Roveda per i testi e la comunica-

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messi in contatto, stanno creando nuove collaborazioni, e magari riescono a suonare insieme. Qualcuno non si era mai conosciuto e chissà che non nascano nuovi gruppi, Questa è uno degli aspetti più interessanti che sono successi con il progetto. Magari potrebbe essere la base per un ulteriore sviluppo di Ten!. O magari per un nuovo disco...! Non è facile ma chissà!

come un tour. Dopo Milano, da Santeria, ora, il 21 di aprile sarà a La Spezia sia con la mostra che con un live che vede una collaborazione inedita tra Francesco Brasini e i Melampus, al Frame Live Club. Poi si vedrà. La cosa bella è proprio che alcuni degli artisti che hanno partecipato a Ten! si sono

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