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INTERVIEW

Numero 3 - febbraio 2017

Mike Coacci in fondo all’anima Pier Bernardi consapevole di cosa voglio veramente Scarda Giuliano Vozella

I miei migliori complimenti ripartendo da zero SoFa King Tiro


sommario

4 Mike Coacci 8 Pier Bernardi 14 I miei migliori complimenti 18 Scarda 22 SoFa King 26 Giuliano Vozella 30 Tiro

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MIKE COACCI in fondo all’anima

Si chiama “Soul Surgery” il nuovo disco del chitarrista, già sessionman accanto a grandi nomi della musica italiana, ora impegnato in “operazioni” reali e musicali, a base di rock-blues


Puoi raccontare la tua storia fin qui? Nasco come chitarrista a 12 anni, e successivamente come cantante. Prima di approdare alla mia carriera come solista, nel corso degli anni ho collaborato come chitarrista sessionman per molti artisti italiani e stranieri di vario genere. queste esperienze mi hanno sicuramente formato e mi hanno aiutato a maturare una personale consapevolezza artistica, che poi ho tradotto nella mia musica, che definirei un rock


degli anni ‘70, mi piacciono i suoni organici e vintage; inoltre, i brani di questo album sono piu bluesy e riff – oriented. Dal vivo con la mia band suoniamo nel 99% dei casi in power trio, per cui ho cercato di indirizzare l’album verso un sound che fosse il più possibile simile a quello che andremo a proporre live. Più difficile questo oppure l’esordio? Ahahah… esordisco con una risata perché quest’album credo sia il più sofferto a cui abbia mai partecipato, sia da solista, che come session man. Lo stesso titolo dell’album, il quale inizialmente avrebbe dovuto chiamarsi diversamente, è scaturito da un reale intervento chirurgico, non previsto, a cui mi sono sottoposto durante le lavorazioni dell’album. Diciamo che

contaminato da blues, funk e soul. Hai scelto un tipo di sound più ruvido per questo tuo secondo album... Sono sempre stato un fan del sound

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Non utilizzo mai molte cose. Puoi descrivere i tuoi concerti? I miei live hanno solitamente un impatto molto potente e ricco di energia, do spazio a momenti di improvvisazione e spettacolarizzazione coinvolgendo anche direttamente il pubblico. Chi sono gli artisti indipendenti italiani che stimi di più? Ammetto candidamente di non seguire con particolare attenzione la scena indipendente italiana. Essendo cresciuto con un determinato background, e cantando in inglese, seguo maggiormente artisti d’oltre oceano. Puoi indicare tre brani che ti hanno influenzato particolarmente? Ti do delle risposte “da chitarrista”: “Little wing” – Jimi Hendrix “Hold the line” – Toto “Purple rain” – Prince

è stata una “surgery” vera, e allo stesso tempo, spirituale, perché ho dovuto in qualche maniera accettare la cosa e ritardare l’uscita dell’album. Chi hai scelto per lavorare con te sul nuovo disco? Sul nuovo album ho scelto di lavorare con gli stessi musicisti con cui collaboro attualmente dal vivo: Gianmarco Petti al basso e cori e Luca Cetroni alla batteria; sono musicisti con cui lavoro da diversi anni, e con cui ormai c’è un grande feeling musicale. Quando arrangio i brani ci capiamo al volo. In fase di scrittura lavoro abitualmente solo, ma nella sonorità, in pratica, è un disco di una band affiatata. E poi, da non sottovalutare il grande lavoro del mio amico e fonico Raffaele Petrucci. Puoi raccontare la strumentazione principale che hai utilizzato per suonare in questo disco? Chitarristicamente parlando ho utilizzato pochissima attrezzatura: un paio di chitarre (Stratocaster e Telecaster), un paio di pedali distorsori, un wah, 2 amplificatori stile vintage. E poi ci sono una chitarra acustica e una classica, utilizzate in alcuni brani.

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PIER BERNARDI consapevole di cosa voglio veramente

Ospiti prestigiosi (Ace, David Rhodes, Michael Urbano e altri) per l’esordio da solista del bassista emiliano, “Re-Birth”: una rinascita in dieci tracce dal sound contemporaneo e stimolante messo tra tecnica ed espressione artistica, spostando il baricentro a favore della tecnica. Un secondo fattore centrale è stato l’aver trovato il mio suono, risultato di una lunga ricerca che mi ha consentito di affinarlo e renderlo personale. Ora mi ci riconosco in modo chiaro e nitido, e il lavoro che ho fatto su me stesso fino a oggi mi ha reso consapevole di cosa voglio veramente: un suono che oggi mi rappresenta ed è un collante perfetto della mia tecnica e di ciò che sono e che voglio esprimere.

Come e quando hai deciso di incidere un disco da solista? “Re-Birth” è il risultato di una moltiplicazione di fattori che si sono innestati sul mio percorso di musicista e che si sono dosati nella giusta misura. Prima di tutto l’aver raggiunto una certa maturità artistica mi ha permesso di comporre brani che hanno un ben delineato equilibrio tra tecnica e sensibilità. Con molta autocoscienza oggi posso affermare che in periodi precedenti avrei fatto fatica a trovare il giusto compro-

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Sono di mio una persona grintosa e sensibile allo stesso tempo e credo che il mio suono mi rappresenti in pieno, come una firma. Last but not least, l’incontro con Giovanni Amighetti, il mio produttore, è stato il tassello che mancava. La lunga esperienza di Amighetti nel campo della world music ha fatto sì che il mio background, basato soprattutto sul rock, si fondesse con un nuovo modo di approcciare la musica. Non si può negare da dove si viene, io sono cresciuto con il rock, ma ho avuto sempre un atteggiamento aperto e curioso nei confronti della musica. Amighetti mi ha fornito gli stimoli giusti per compiere quel passo che mi era necessario per la composizione di un disco strumentale, mi ha dato l’input giusto tanto che poi non riuscivo a smettere! Pensa che nel maggio 2015 abbiamo preso la decisione di metterci all’opera e ho iniziato a scrivere con un desiderio e una foga incredibili tanto che alla fine avevo 32 brani, poi ne abbiamo scelti 10, quelli che hanno formato “Re-Birth”. Sei indicato come uno dei giovani bassisti più promettenti in circolazione. Da dove nasce questo desiderio di “Rinascita”?

Lusingato dal tuo incipit! Grazie! Be’ i dieci brani che costituiscono “Re-Birth” sono un racconto biografico fatto sia di esperienze musicali sia (forse soprattutto) personali. Queste ultime sono intrinseche nella mia musica che ha fotografato momenti, persone, episodi vissuti fino a ora. Non è stato studiato, ma ogni volta che finivo di scrivere una canzone e uscivo da quello stato di sospensione della realtà (parafrasando chi ha descritto meglio di me certe sensazioni) mi rendevo conto che avevo appena ripercorso con la mente e raccontato con le note del basso un pezzetto del mio vissuto. Alla fine i brani scelti rappresentano alcuni degli

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sieme. Con Michael ci siamo conosciuti a Correggio grazie al fatto che lo studio dove ho registrato tanti dischi è lo studio adiacente a quello di Luciano Ligabue e Michael è tutt’ora il batterista di Luciano. Michael era spesso lì per lavoro e l’abbiamo contattato, gli abbiamo fatto sentire le pre-produzioni e lui ha accettato di entrare nel progetto dopodiché tutto si è svolto in modo molto naturale soprattutto i rapporti che si sono stretti durante le registrazioni e nel tempo libero visto che stavamo tutti a casa mia. Nel mio lavoro la condivisione è fondamentale sia per quanto riguarda la musica sia per quel che riguarda il rapporto personale: passare giornate normali insieme conoscersi sempre meglio fino all’ultima chiacchierata prima di andare a dormire. David Rhodes, Roger Ludvigsen e Paolo Vinaccia invece li ho conosciuti mentre stavamo registrando un altro disco commisionatoci dalla NASA di cui però non voglio anticipare nulla. A quel punto al mio produttore è venuta l’idea di far entrare tutti e tre i musicisti nel progetto. Ed ecco com’è andata! Puoi descrivere come sono andate le lavorazioni del disco? Nessuna delle mie precedenti esperienze in studio eguaglia quella di “Re-Birth”. Tutto il periodo di registrazione ha rappresentato un evento quotidiano, sia per la sinergia che si rafforzava di giorno in giorno tra noi musicisti, sia

episodi salienti di quello che ho vissuto fin qui e mi hanno dato modo di riflettere sul fatto che questo disco segna di fatto una cesura, un nuovo corso per la mia carriera. Ho sempre suonato in formazioni: a volte che ho fondato io stesso, tante volte come turnista, altre ancora come direttore artistico oltre che bassista. Con “Re-Birth” rinasco come musicista, con coraggio mi butto in un progetto tutto strumentale quando la maggior parte della musica intorno canta e parla. Volevo fare qualcosa di mio ma con estro quindi con il mio disco racconto quello che sono e nello stesso tempo rinasco e mi presento con un volto nuovo. Mi do alla musica portando dietro il mio passato ma camminando su una nuova strada, come fosse un nuovo battesimo. Le collaborazioni al disco sono numerose e molto illustri: puoi spendere qualche parola su come hai conosciuto e interagito con musicisti come Rhodes, Ace, Michael Urbano eccetera? Quando decisi di fare il disco mi venne in mente subito che il chitarrista sarebbe stato fondamentale, per pura coincidenza avevo visto che Ace, chitarrista che ho sempre stimato tantissimo, in quei giorni era in Italia; non ho perso tempo! Gli ho scritto subito per sapere se gli sarebbe piaciuto partecipare al progetto. Ace fin da subito ha manifestato tutta la sua carica ed energia e abbiamo iniziato subito a lavorare in-

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sede di registrazione dove gran parte dei mie temi iniziali ha subito un profondo riarrangiamento. Abbiamo così ottenuto risultati che non avevo pianificato. Il bello è che tutto il cambiamento è avvenuto in modo del tutto naturale. Alcune canzoni sono rimaste simili alla

per come si componevano, via via, i brani. Ace e Michael erano incredibilmente spontanei nel suonare, i temi dei brani, più o meno già composti e suonati con il mio produttore Giovanni Amighetti , rappresentavano solo un canovaccio. In effetti molto lavoro è stato fatto in

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to feeling, tanta libertà artistica e creativa.Una cosa importante che distingue questa produzione da moltissime altre è che non c’è edit, tutti i brani sono “buoni alla prima o alla seconda” questo per la qualità indubbia dei musicisti ma soprattutto perché volevamo mantenere i suoni reali di ognuno di noi. In più la batteria di Michael aveva un riverbero naturale bellissimo e abbiamo voluto tenerlo anche questo ci ha spinto a non usare edit in postproduzione. Come nasce “Grace” e perché l’hai scelta come singolo? “Grace” mi rispecchia a livello tecnico e, inoltre, sono affettivamente legato al modo e al momento in cui è stata scritta, per questo è il primo estratto del disco. La sua genesi è il motivo per cui l’ho scelta come singolo. Ero di ritorno da un concerto, incredibilmente tornato “presto” a casa guardai l’orario ed era solo l’una. Era estate, un periodo da 20 date al mese e, nonostante ciò, mi sentivo dentro molta energia. Non scesi neanche dalla macchina, tirai fuori il basso dalla custodia, aprii la portiera e mi misi a

mia idea originale come “While you are sleeping” altre, invece, sono state completamente stravolte come “Little square of miracles”, e, infine, altre sono addirittura nate in studio come successo a “I’m ready now”. Riguardo quest’ultimo brano devo riconoscere che la miccia l’ha accesa Ace, poi, insieme a Michael, abbiamo fatto esplodere il brano. Mi ricordo che era mattina, saremmo andati in studio solo nel primo pomeriggio, e, come ci eravamo abituati a fare nei momenti “liberi”, ce ne stavamo a casa mia a scambiarci idee e musica. Ace mi disse che aveva un riff che da tutta la notte gli girava in testa. Allora presi il basso e iniziai a suonare con lui, la situazione era divertente perché, presi dalla voglia di provare il riff subito, ci eravamo appollaiati con i nostri rispettivi strumenti sui braccioli dei divani in salotto senza badare che stavamo facendo un gran baccano. Infatti Michael ci raggiunse dal piano di sopra per capire cosa stessimo combinando. Finì che andammo subito in studio e alla sera la canzone era terminata. Questa era l’aria che si respirava! Tan-

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suonare. Ed ecco il caso che ha giocato i suoi dadi: nel viaggio di ritorno dal live il basso si era completamente scordato, ma si era scordato in un modo incredibile cioè in un’accordatura di re aperto perfettamente melodica e intonata. Quindi lo suonai così, curioso di sentire cosa sarebbe accaduto. Nacquero gli armonici e il tapping dell’intro della canzone, subito dopo il tema e nel giro di poco avevo capito che quella era la canzone più incredibile che avevo composto fino a quel momento! Tra armonici, tapping e melodia “Grace” è un vero ringraziamento alla musica e a quel momento in cui quella canzone mi cadde dentro. Non ho dovuto far altro che suonarla. Non mi sono sbagliato a considerarla una canzone magica. Grace sarebbe dovuta essere di solo basso, l’unico dell’album. Mesi dopo, quando arrivarono in studio David Rhodes, Paolo Vinaccia Roger Ludvigsen per lavorare al progetto “Fermi Paradox”, decidemmo di suonare solo una volta tutti insieme “Grace”, perché Amighetti l’aveva fatta ascoltare poco prima in studio e quei grandi musicisti ne erano rimasti piacevolmente stupiti. Ne sono molto orgoglioso. Comunque...“Why not?”. Il risultato di quell’unica take è la traccia numero 6 dell’album. Come direttore di un’Accademia di musica moderna e di uno studio di registrazione, come ti spieghi la fortuna che, negli ultimi anni, sta ottenendo la

musica strumentale in Italia? Da persona che ha molto a che fare con ragazzi giovani e musicisti amatori ti rispondo che c’è un grande bisogno di esprimere se stessi e un gran bisogno di libertà. Vedo band di giovani che stano ore in studio da me a provare senza che nessuno canti. Se ti dico che la musica è un mezzo di espressione dirai che ti sto dicendo una banalità, ma ti assicuro che io lo vedo tutti i giorni con i miei ragazzi ma anche su di me. Non c’è ancora un seguito come per il mainstream, ma io confido molto nella curiosità delle persone. In fondo la gente è attratta da chi sperimenta, da chi prova linguaggi diversi, e fare musica strumentale è pura libertà per l’ascoltatore perché non gli dà i vincoli dei testi ma al contrario offre la possibilità di immersione completa nell’ascolto. Ognuno può vivere quell’esperienza di ascolto in modo del tutto personale, dando uno o più sensi a ciò che sente. Inoltre credo che vi sia qualcosa di rivoluzionario nel suonare musica strumentale sia da parte del musicista sia da parte del pubblico perché in un momento dove l’industria discografica mette al centro personaggi ed esecutori (per la maggior parte cantanti) dedicare le proprie orecchie a un bassista, un chitarrista, un batterista o a un violinista che è libero di esprimersi può rivelarsi qualcosa di stimolante e porta con se il fascino dell’inatteso!

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I MIEI MIGLIORI COMPLIMENTI

ripartendo da zero Cosa può nascere da un rapporto finito male? Un ep, per esempio, come quello con cui Walter Ferrari ha detto addio, in forma pop, alla sua Carolina: ecco come nasce “Le disavventure amorose di Walter e Carolina” contare e volevo farlo facendo qualcosa di nuovo (prima rappavo lol) e ripartendo da 0. Lo raccontai a un paio di amici e una sera stavamo scherzando su come avrei potuto chiamare questo

Qual è la tua storia fin qui? Era gennaio 2015 e avevo capito che l’avventura musicale che c’è stata prima dei “Miei Migliori…” era finita ma avevo tante altre disavventure da rac-

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nuovo progetto e, a una certa, Marco ha detto “I Miei Migliori Complimenti” e mi è piaciuto. Ho rinominato subito la cartella dove c’erano i progetti a cui stavo lavorando. Ho scritto in cinque canzoni quello che più o meno era successo dopo che io e Carolina ci siamo lasciati e così sono nate “Le disavventure…”. Ho disegnato la grafica in cui Batman, il mio supereroe preferito, che rappresenta me, bacia Carolina davanti a Gattullo. Sono andato da Icaro a mixare i brani e adesso sono qua. Puoi raccontare come nascono le canzoni di questo ep? COLAZIONE DA GATTULLO Se devo

essere sincero non ho mai capito se a Carolina fosse piaciuto o meno fare colazione da Gattullo ma quando l’ho scritta ero convinto che qualsiasi cosa fosse piaciuta a me a lei avrebbe fatto schifo. Se fai la Bocconi è molto probabile che tu faccia colazione/pranzo/ aperitivo da Gattullo. Una volta risposi a una domanda difficile e un professore mi diede un buono per uno spritz da Gattullo. Alla fine della lezione mi chiese davanti a tutti gli altri: “Vuoi scambiare il tuo buono con questa busta che contiene una risposta a una delle domande dell’esame?”. Ero molto combattuto ma per il bene di tutti alla

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cazzare secondo me, ma anche secondo gli altri. Come ero arrabbiato io, volevo che si incazzasse anche lei e non è difficile farla incazzare. Non ho mai letto “Il grande ascensore di cristallo”. Non ho letto molto ma ho guardato molti film, serie tv e ascoltato tanta musica. MORIRE DI MALINCONIA Ero a tavola con i miei e mio fratello e stavamo parlando del nonno che era mancato da qualche mese. Mio fratello dice che il nonno è morto di vecchiaia e mio padre gli risponde: “Non è vero, è morto di malinconia”. In quel momento ero nella fase down del post lasciarsi e ho capito che in un certo senso stavo “morendo” anche io di malinconia. Avevo già scritto quasi tutto il pezzo, mi mancava una parte della strofa ed era la morte di malinconia. C’era questa canzone per bambini che diceva: “Maramao perché sei morto? L’insalata era nell’orto e una casa avevi tu.” Non basta mangiare e un tetto per stare bene. Serve anche la felicità. Nella canzone non viene detto perché Maramao muore ma secondo

fine accettai. La busta era vuota. Volevo scrivere un pezzo che introducesse l’EP e che facesse capire che rapporto contorto avessimo io e lei. Ho inserito nella canzone i vari personaggi che hanno fatto da cornice al nostro rapporto: i miei amici, mia madre, suo padre, Tenco. I miei amici la detestavano davvero: una volta si era rifiutata di sedersi per terra in Colonne e si alterarono tantissimo. Anche Kanye West si è seduto per terra in Colonne una volta, credo, o comunque ha fatto qualcosa in Colonne. Chi cazzo sei tu per non sederti per terra in Colonne? Si sedette su di me alla fine. ALLE FRAGOLE Ero arrabbiato, geloso anche se quando l’ho scritta non ero sicuro che lei avesse un nuovo fidanzato. Me l’ero solo messo in testa perché sono molto paranoico e poco paraculo. L’ho scritta in metro da Centrale e Porta Romana. Avevo una nota sull’Iphone con l’idea “Ho sempre preferito le more alle fragole“. La volevo fare incazzare: dire a una bionda che hai sempre preferito le more la fa in-

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Rocket, da Temakinho, al cinema a vedere Alien Covenant appena esce che non è vero che è una roba pallosa da nerd ma è una figata, dietro “Alien” c’è un mondo incredibile e Ridley Scott è un genio. Tutto questo non è ancora successo ma è solo questione di giorni. Hai scelto tu gli autori dei remix? Ho un sacco di amici producer e volevo farli partecipare al progetto cosa che nel lato A non è potuto succedere in quanto ho voluto fare tutto da solo al 100% perché sono un po’ egocentrico. Ho sempre amato la musica elettronica e volevo che nel remix pack ci fossero tanti generi diversi di elettronica. Ho deciso di coinvolgere solo quelli che davvero avevano apprezzato il progetto (in modo che potessero lavorare con piacere e non sotto richiesta) e ho dato a loro carta bianca al 100% come l’avevo data a me per il lato A. Secondo me è stata la scelta vincente, mi hanno stupito tutti. In realtà però ho detto una mezza bugia quindi vi racconterò questa cosa che ha qualcosa di assurdo. Avevo tutti i remix pronti tranne “Shazam” che doveva farlo Davide ma ormai è famoso e quindi fa niente, bella per lui. Nel frattempo chiedo a Filippo di girarmi il video di “Shazam”. Lui è un matto in culo e chiede all’altro Filippo di remixargli il pezzo senza dire niente a me perché per il video che aveva in mente l’originale non andava bene. E così è nato il remix di Shazam.

me era morto anche lui di malinconia. Non ho ancora capito cosa voglio, ma non ho più una sua foto dentro il portafoglio. In compenso lei ha la foto del suo nuovo ragazzo nella cover dell’Iphone. LE PIANTE DI PLASTICA Mia madre aveva lasciato un vaso di piante sul balcone del mio appartamento e mi aveva raccomandato di annaffiarle. Io non ho il pollice verde. Mai annaffiate. Lei torna dopo mesi e mi dice: “Bravo! Le piante sono ancora vive.” Mi immagino lei sarcastica e le piante morte. Mi avvicino e mi accorgo che le piante sono di plastica. Il mio amico Gio ogni volta che veniva a trovarmi mi prendeva in giro facendomi anche lui i complimenti per le piante. Quelle piante dovevano significare qualcosa. Un giorno stavo cercando un’idea per scrivere un pezzo e mi cade l’occhio sulle piante di plastica che spero un giorno germoglieranno. Me l’ero immaginato come la parte della storia in cui io e Carolina torniamo insieme e capiamo che non funziona definitivamente. Ma non è mai successo se non solamente nella mia testa. Credo. SHAZAM E’ una preview del prossimo ep, è la fine delle Disavventure, mi innamoro di questa nuova scema che non conosce Flume e The Cure nel 2017 e vota il M5S. Però all’amore non si comanda e quindi fidati di me che ci baciamo, ci abbracciamo, ci stringiamo e ci cerchiamo e ti faccio ascoltare un sacco di musica bella. Ti porto al

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SCARDA: la difficoltà rende la sfida più bella Il cantautore calabrese pubblica “Due come noi” per il nuovo film di Sydney Sibilia, “Smetto quando voglio – Masterclass”


Molto! In questo secondo film c’è più azione, quindi viene dato meno risalto al concetto filo conduttore della saga: il riscatto delle migliori menti in circolazione. Quindi nella composizione del pezzo, il ritmo è più sostenuto e ci sono meno “profondità concettuali”. Hai avuto modo di interagire con il regista Sydney Sibilia o con il cast del film? Con il cast del film praticamente no. Con Sydney e altri della produzione ci siamo interfacciati durante la composizione della canzone. In generale poi mi capita di incontrarlo ogni tanto, o di

Partiamo dalla canzone: quanto è difficile scrivere un “sequel” in musica? Abbastanza difficile, soprattutto quando non parti dall’inizio con un progetto unitario, quando ti dicono due anni dopo: vorrei che la continuassi, così come continua il film. Però la difficoltà rende la “sfida” più bella. Sono soddisfatto del pezzo, non sarà un capolavoro, ma esaudisce abbastanza in pieno ciò che mi è stato chiesto, mi fa sentire un “professionista” se vogliamo dirla così. Quanto ti ha influenzato il film, in questo caso, nella composizione?

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sapere comunque cosa fa, sono molto amico di una persona a lui molto vicina, che spesso fa da tramite. La canzone si inserisce nel racconto del film, naturalmente, ma tu ti riconsoci in qualche aspetto dei personaggi del film? Mi riconosco nel sistema Italia che è descritto nel film e del quale sono vittime i personaggi: avere un talento non è sufficiente, bisogna saperlo vendere, saper essere creativi, o semplicemente avere le conoscenze giuste! Altrimenti di quel talento non te ne farai nulla. Lavorerai ancora con il cinema? Ti

piacerebbe scrivere una soundtrack? E’ abbastanza certo che lavorerò ancora per il cinema, sono a lavoro sulla canzone per il terzo capitolo della saga. Mi piacerebbe scrivere l’intera colonna sonora di un film, ma non so se ne sarei capace. Diciamo che ci proverei volentieri! Possiamo considerare questo singolo come un antipasto di un disco futuro oppure siamo ancora lontani? Del disco futuro preferisco non parlare. Sto mettendo giù delle mie pre-produzioni ma non sono in grado di dire quando vedranno la luce.

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SOFA KING: certi ricordi non arrivano a buon mercato Esce in questi giorni l’esordio del genovese Paolo Pretto, su etichetta I Dischi del Minollo. L’album omonimo porta con sé nostalgie di decenni scorsi, ma anche alti gradi di personalità e buona energia to a Nicola Sannino (c27studio) con tutte le registrazioni, per fare il mastering delle canzoni. A Nicola è piaciuto molto il progetto e insieme abbiamo deciso di rivedere alcune delle parti registrate per avere un suono più omogeneo e compatto. Nel suo studio, abbiamo ri-registrato le batterie vere con “Pao-

Com’è nato il progetto SoFa King? Il progetto è nato dalla voglia di portare alla luce tante bozze di canzoni scritte negli ultimi anni. Inizialmente ero partito con l’idea di provare a dedicarmi a tutti gli aspetti di questo progetto da solo, registrando tutto nel mio home studio. Successivamente mi sono rivol-

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lo Paolo Tixi” ( visto che inizialmente mi ero servito di una drum machine) e abbiamo ri-registrato le parti di basso suonate dallo stesso Nicola. Le canzoni sono state composte “di getto”. Da che tipo di sentimenti ed emozioni è stata accompagnata la composizione dei brani? Sono riuscito ad allestire un mini studio in casa e servendomi di un Mac Mini e un registratore Zoom h4 ho incominciato a registrare. Nel giro di pochi mesi mi sono ritrovato con una trentina di canzoni nuove in mano poiché per ogni vecchia canzone che incominciavo a registrare ne nascevano altre nuove. Spesso mi cimentavo nella registrazione di una canzone e poi mi ritrovavo a suonarne una nuova e accantonavo l’idea di partenza per dedicarmi alla composizione del brano nuovo. A un certo punto mi sono reso conto di avere molto materiale e ho dovuto fare delle scelte perché volevo dedicarmi a registrare, al meglio, al massimo dieci canzoni. Quindi sì, direi che è uscito tutto molto di getto. C’è un po’ di no-

stalgia 60s/70s nei suoni del progetto. E’ un’influenza “originale” o “filtrata”? Cioè: le vostre preferenze vanno verso Stones, Beatles, Kinks oppure verso le varie ondate garage che si sono succedute dai ‘90 in qui? Ci piacciono sia i 60s/70s che tutte le varie ondate garage rock e derivati non solo degli anni ‘90 ma anche ‘80 (Gories, Thee Mighty Caesars, Chrome Cranks etc etc). Anche negli ultimi anni, a livello di suoni garage, Ty Segall o gruppi come i The oh sees mi hanno interessato molto. Diciamo che personalmente ascolto molti generi diversi però all’inizio del progetto mi affascinava cercare di trovare un punto d’incontro tra i suoni grezzi del garage in bassa fedeltà e il gusto dell armonia di certi brani 60s.

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supporto esterno della nostra memoria e quando li andiamo a riascoltare non arrivano mai a buon mercato perché si portano dietro tante cose intense: “there’ s an old record, I feel it don’t come too cheap”. Qual è la strumentazione che avete utilizzato per suonare in questo disco? A livello di chitarre ho usato principalmente chitarre Harmony degli anni ‘60 (una bobcat e una rocket) e per un paio di pezzi come seconda chitarra ho usato una hofner galaxie. Amplificatore Hayden e una piccola testa 15 watt della Kustom. Il basso usato da Nicola è un fender precision vintage con testa-

Come nasce “An old record”? Stavo cercando il suono giusto con un pedale della chitarra improvvisando un giretto semplice semplice e alla fine ho lasciato perdere il pedale e ho continuato a suonare finché non mi è uscita una melodia con la voce. Molte delle canzoni sono nate così di getto, facendomi prendere dall’idea del momento. Nel caso di “An old record” anche il testo è uscito improvvisando e parla di quei rari dischi a cui siamo legati o a cui è legato un ricordo o il ricordo di una persona; dischi che magari ascoltiamo poco perché fanno parte di noi e rimangono li come una certezza o un

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ta Fender Bassman 100 e cassa Ampeg. La batteria una Gretch con piatti Zildjan, Ufip e Sabian. Per i pochi suoni elettronici ho usato una drum machine della korg. Come sono i vostri live? Nei nostri live saremo in tre in formazione chitarra e voce,basso e batteria. Nicola e Paolo dopo avermi aiutato nelle registrazioni saranno anche i miei compagni di viaggio nei prossimi live dei SoFaKing. A tal proposito stiamo prendendo un bel po’ di contatti per le date di presentazione del disco. Abbiamo già alcune date fissate come: il circolo Randal a Sestri Levante il 17 marzo, La Claque a Genova il 13 maggio, il circolo Mayhem a Torino il 20 maggio e altre date in trattativa che a breve speriamo di poter annunciare. Avremo anche diverse interviste radio con piccolo live set a Riserva Indie, a Bang bang radio e a Casa Azul Art Cafè. Chi sono i colleghi che stimate di più? Brunori sas per il percorso fatto e per aver raggiunto una maturità compositiva invidiabile con l’ultimo disco uscito

da poco. I C’mon tigre hanno fatto un disco davvero molto bello. I Camillas per l’ironia e il coinvolgimento che riescono a creare nei live e infine attendo di ascoltare il nuovo lavoro dell’amico Sceriffo Lobo che uscirà a breve. http://www.facebook.com/SoFaKing23 http://www.minollorecords.com/

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GIULIANO VOZELLA un esercizio di adattamento Un nuovo disco, il terzo, per il cantautore e chitarrista pugliese: “Learn to Live” narra di spostamenti, disavventure ma anche di una notevole spinta in avanti, che lo ha portato anche a fondare il Playbrown Group si rimane in pochi a sistemare casa e a capire cosa è rimasto, cosa si è rotto e cosa migliorare per fare sempre una festa più bella. In questo disco si è creato un team (Playbrown Group), che deriva appunto da “Ordinary Miles”, che è rimasto stabile nell’intera produzione e nella gestazione di tutto il percorso di

In occasione dell’uscita del disco precedente, “Ordinary Miles”, hai descritto l’atmosfera delle lavorazioni come quella di una festa con tanti amici. Questo disco ha confermato le stesse sensazioni? Questo disco è il seguito di quella atmosfera. Ciò significa che a fine festa

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l’intero sound è molto più compatto e omogeneo. Nel corso di questi ultimi anni, tra house concerts, video-diari eccetera, hai dimostrato di essere molto attento anche all’aspetto “social” della tua comunicazione. Hai in progetto qualcosa di particolare per questo nuovo disco? Sono molto attento ma anche molto libero. Essendo nel 2017 sarebbe stupido ostinarsi a pensare che i social siano “il male” piuttosto che imparare a usarli. Motivo per cui li utilizzo cercando di dare una spinta a tutto quello che artisticamente faccio e che può interessare a un determinato pubblico, piccolo o grande che sia. Una delle mie passioni che mi porto dietro da anni è fotografare (oltre che realizzare video). Ho in testa un video diario che potrebbe co-

“Learn To Live”. Che significato ha, per te, il titolo “Learn to Live”? Mai come questa volta, il titolo è davvero esplicativo. Volevo esattamente intendere che bisogna imparare a vivere in tutte le situazioni e le condizioni in cui potremmo ritrovare. Un esercizio fisico e mentale di adattamento. Nel mio caso il trasferimento da un paese di mare alla città e tutti i chilometri che la musica ti porta a fare, adattarsi è estremamente necessario. Dal punto di vista sonoro, posto che il tuo eclettismo è ormai consolidato, mi sembra ci sia una scelta di rendere più omogenee le tracce dell’album fra di loro. Scelta consapevole o spontanea? E’ nato tutto in modo molto spontaneo. Mi piace sperimentare e al tempo stesso, da songwriter, mi piace raccontare attraverso la mia musica varie storie con le atmosfere che ritengo migliori e adeguate alla canzone stessa. In questo nuovo capitolo discografico ogni storia si lega parecchio al concept dell’intero album e quindi inevitabilmente anche

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prire l’intero tour del disco per uscire a fine corsa. Quindi un reportage che potrebbe impiegare anche 5 anni, per intenderci. Puoi raccontare la nascita di “Day Surgery”? Forse è la canzone con più rabbia e con più terrore che io abbia mai scritto. Il racconto narra la mia esperienza alle prese con un melanoma che mi han-

no scoperto e che ho dovuto esportate l’anno stesso in cui mi sono trasferito a Milano. Quando ero pronto per iniziare la mia nuova avventura di vita, si presenta lui, il caro melanoma, che mi mantiene a letto per un mese intero con 18 punti alla gamba e 10 punti all’inguine. Tutto è passato alla grande ma quest’avventura mi ha davvero fatto pensare tanto, ringraziando tutti

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Il live saranno in tutti i modi possibili. Band, Trio, Duo, Solo acustico. Mi piace suonare, tanto. Mi piace suonare ovunque. Questo terzo disco è pensato per essere portato in giro e suonato in ogni veste. Vorrei fare in modo che la mia forma canzone sia slegata dall’arrangiamento del disco perché live le canzoni possono avere un vestito più coerente a ogni contesto. Gli arrangiamenti del disco sono perfetti per i club e per i palchi grossi e sarei felicissimo di portarli in giro così come sono stati pensati in tutti i club d’italia (e non solo, l’obiettivo di quest’anno è fare un tour lungo ed esteso anche fuori dal confine). Ovviamente però ci sono altre situazioni oltre al club che mi piace vivere e da cui non voglio escludere la mia musica. Chi sono i colleghi che stimi di più? Stimo l’intero gruppo di lavoro della Playbrown Group, miei soci e colleghi, perché con loro oltre a lavorare bene ci si contamina parecchio e si pongono sempre nuovi obiettivi che stimolano davvero la crescita artistica e professionale. Stimo tutti i ragazzi che mi hanno affiancato nella realizzazione del disco e che mi stanno affiancando nella realizzazione del live show. Tutti musicisti favolosi, pieni di voglia di fare e di grinta. Quando il contesto attorno è così florido diventa davvero difficile annoiarsi e la voglia di suonare cresce sempre più.

i miei cari che mi sono stati vicini. La cosa assurda è che in questi casi ti viene da pensare che puoi programmare la tua vita quanto vuoi ma poi un imprevisto ti può scombussolare tutto e devi imparare a vivere anche in quella situazione. Hai già progettato come saranno i live di supporto al disco? Andrai in giro da solo o con la band?

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TIRO: a questo punto conviene suonare Con un ep omonimo già pubblicato e un bel malloppo di canzoni in attesa di un produttore e di una pubblicazione futura, il trio indie si racconta gruppo nasce quasi per caso. Ci siamo trovati nel garage in affitto con altri nostri amici, dove viviamo gran parte delle nostre giornate quando siamo nel nostro paese e stavamo parlando di una manifestazione di beneficenza che da alcuni anni puntualmente si ripete nel nostro paese e dove i ragazzi che militano in band si ritrovano per esibirsi e passare una giornata diversa dalle altre. Allora ci siamo detti: “Vogliamo farci una suonata insieme?”. Scegliemmo “Best of You” (Foo Fighters) e “Cochise” (Audioslave) come brani da portare. Dopo quella serata, vedendo i riscontri positivi e tutti i miei testi che marcivano nel cassetto ho proposto questo progetto. Siamo amici da molti anni e questa cosa ci sta consolidando ulteriormente. Il nome l’ho letto quando vidi un video dei Muse, c’era scritto T.I.R.O. (acronimo di “Time is running out”), ed era perfetto, sia perché è l’anagramma di “trio”, sia perché il primo complimento che abbiamo ricevuto dalla famosa prima serata è stato “Grandi ragazzi, avete un tiro da paura”. E sce-

Potete riassumere la vostra storia fin qui e spiegare il nome della band? LUIGI D’ATTOLI (chitarra e voce): Vacanze di Natale e paranoia, una serata di Amnesty in un locale della zona e tre stronzi che non amano giocare a tombola. Così l’idea di fare un paio di brani tanto per divertirsi e da li prende vita la “cooperativa” TIRO. Da quel giorno, nonostante le distanze, abbiamo buttato giù le idee che ci venivano. Poi il ritorno di Savino e la decisione di cominciare a scrivere, registrare e suonare. Il nome è stato preso dalla parola trio, che fa molto jazz, quindi la modifica in tiro. (Ho scoperto soltanto dopo che Celestino amava i Muse) CELESTINO RUTIGLIANO (basso e seconda voce): La nostra storia come

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gliemmo questo. FRANCESCO SAVINO (batteria): È una storia che rispecchia la semplicità dei luoghi che abbiamo vissuto e soprattutto degli anni che hanno caratterizzato la nostra adolescenza. Cioè ritrovarsi spesso in garage per suonare e passare il tempo scoprendo le potenzialità della musica e scoprendo i nostri limiti sullo strumento con la voglia di migliorarli sempre più. È da qui che nasce l’idea di un’esibizione tra amici per beneficenza...Senza pretese, tanto che il discorso fini lì per poi ritornare in voga nel marzo 2016. Io, un po’ scettico data la mia presenza a Londra e i progetti di rimanerci... Però poi gli eventi hanno preso un corso differente e dopo anni di lontananza da progetti inediti ho abbracciato

l’idea sorretto, soprattutto dal legame personale che mi lega agli altri due. Il nome della band è semplice... Abbiamo tiro, punto. Come nasce il vostro primo ep? LUIGI: Oggi il mercato della musica, soprattutto in Italia, è stracolmo di artisti o aspiranti tali. Anche noi facciamo parte di questo mondo. Amiamo suonare e avevamo qualcosa da dire, e allora abbiamo pensato “chi se ne frega, a questo punto conviene suonare” ed ecco che da un brano ne è venuto fuori un altro e un altro ancora e, grazie all’aiuto di alcuni amici con un piccolo studio di registrazione, abbiamo registrato questo primo ep. CELESTINO: Abbiamo arrangiato i brani dell’Ep in due prove, durante il

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periodo di Pasqua del 2016 approfittando delle vacanze troiane di Francesco che ha dato una breve sosta alla vita londinese. Sono stati completati circa ad agosto e di conseguenza abbiamo pensato di registrarli anche perché avevamo (e abbiamo) tanta voglia di fare e di cercare di dire la nostra in questo modo. Ora stiamo cercando di farli girare in qualsiasi modo. Siamo nati così, è il nostro bigliettino da visita. FRANCESCO: Il primo ep nasce in un contesto di rabbia e voglia di riscatto personalmente parlando dati i miei trascorsi londinesi di quel tempo... Parlando da componente della band, nasce in un contesto di voglia di dire la nostra, e di provare a vedere cosa sarebbe successo fondendo le tre menti della band... Quindi con un umore di curiosità direi. Sicuri delle idee musicali che avevamo, e di una certa affinità già presente ancor prima di iniziare, in una mattina nascono “Vuoto” e “Il nostro tempo”... A mio avviso i migliori finora! Avete già il materiale necessario per il vostro primo lp, ma siete alla ricerca

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di un produttore. Qual è l’ “identikit” del vostro produttore ideale? LUIGI: Il materiale cresce ogni giorno e magari un faro da seguire servirebbe. Sicuramente una persona che apprezzi la musica senza fronzoli, diretta e fottutamente rock. CELESTINO: Sarebbe una grossa fortuna avere un produttore con molta più esperienza di noi nel campo, e soprattutto nel genere, che alla fine è quello dell’underground indipendente italiano. Stiamo valutando vari profili. Quello che cerchiamo è più che altro un coach, un padrino che ci indichi la strada più che spianarla per noi. Abbiamo materiale, idee e voglia di fare. Sappiamo che la pazienza è la virtù dei forti e che però non ci piace stare con le mani in mano, ma preferiamo averle su uno strumento. FRANCESCO: Il materiale per il futuro disco è in fase di crescita... Abbiamo già delle proposte, che abbiamo suonato in alcuni live, e il feedback è stato


indispensabile e fondamentale per mostrarci al pubblico, soprattutto per farlo saltare e divertire con noi. Cerchiamo di far passare la nostra musica, i nostri messaggi, i nostri testi. Anche se non è sempre semplice, soprattutto quando non c’è un pubblico interessato o che preferisce il Rovazzi di turno. FRANCESCO: I nostri concerti sono adrenalina pura con un cenno anche alla riflessione delle tematiche presenti nei testi. Impossibile non esserne coinvolti...Se ciò non avviene vuol dire che chi ascolta non è mentalmente presente oppure non ama ascoltare... Potete indicare tre brani, italiani o stranieri, che vi hanno influenzato particolarmente? LUIGI: “Cose semplici e banali” dei Afterhours, “Ovunque” dei Verdena e “Tempi bui” dei Ministri. CELESTINO: “Elefante” dei Verdena, “Sabotaggi” dei Ministri e “The Golden Rule” dei Biffy Clyro. FRANCESCO: Troppo difficile e riduttivo indicare tre brani, mi astengo dal farlo.

molto positivo. Come singolo individuo della band, credo che, al momento, non abbiamo bisogno di un produttore... In un questo momento storico della band l’identikit del miglior produttore siamo noi stessi...Per il futuro si vedrà. Come nasce “Seguimi”? LUIGI: Ogni volta c’è qualcuno che dice “ehhh, ti ha mollato la ragazza e vai col pezzo strappalacrime”. Niente di più sbagliato, è un pezzo intimo nel testo che descrive quella sensazione di nostalgia per qualcosa che forse non è neanche mai esistito. Poi si sa, i brani sono di chi li ascolta, ognuno ci vede ciò che vuole. CELESTINO: “Seguimi” la vedo come una canzone di desiderio. Non c’è nessuna ragazza o cotta o storia d’amore in mezzo. È un brano che definisce il desiderio, un abbraccio con quello che desideriamo. Che desideriamo così tanto che diamo tutto per averla, ma poi in realtà vorremmo essere anche noi desiderati a nostro modo. Potete descrivere i vostri concerti? LUIGI: Un pugno dritto in mezzo agli occhi. CELESTINO: Energici e d’impatto. Io personalmente non riesco a stare fermo quando iniziamo a suonare e mi muovo, salto, sudo dalla prima all’ultima nota suonata durante il concerto. E se fossi uno spettatore penso possa succedermi la stessa cosa. Andiamo carichi, ci divertiamo e la ritengo una componente

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