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INTERVIEW

Numero 2 - dicembre 2016

Giuliano Clerico lontano dai sogni di gloria

Rashomon tutto tranne che una band seria Nevica NOISE Il mio IO primordiale

Tiziano Bianchi Ohio Kid Dulcamara


sommario

4 Rashomon 10 Giuliano Clerico 14 Tiziano Bianchi 20 Foschia 24 Nevica NOISE 30 Ohio Kid 34 Elisa Rossi 38 Liede 42 Dulcamara

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RASHOMON

tutto tranne che una band seria

Di supereroi drogati, Allen Ginsberg, hipster e (possibili) tournée giapponesi: Kheyre e compagni hanno cambiato formazione, hanno pubblicato un disco, “Santo Santo Santo” e hanno fatto un sacco di altre cose


“Santo santo santo” è un disco che avete iniziato a realizzare nel 2012. Potete spiegare che cosa è successo durante questi 4 anni? Abbiamo reclutato un bassista, cambiato chitarrista, ci siamo fatti crescere i muscoli, il nostro leader ha aperto altri progetti musicali, abbiamo scoperto il rap, ci siamo innamorati, siamo spariti, abbiamo fatto dei figli, abbiamo cambiato lavoro, abbiamo superato crisi di identita’ musicale,


santo santo santo il nuovo disco dei rashomon dal 9 novembre nei migliori negozi di dischi


in realtà stavamo facendo i conti con tutti questi cambiamenti e cercavamo di trovare una direzione per il nostro lavoro successivo. Il nostro primo disco è stato come l’inizio di una storia d’amore: nessun pensiero, un feeling che non ha bisogno di nulla se non di se stesso, grande naturalezza, nessuna razionalizzazione, nessuna paura. Questo secondo lavoro è invece l’espressione di una maturità fatta di compromessi, crisi, rilanci, separazioni, delusioni, sconfitte. Non è immediato riconoscerlo, soprattutto quando ci stai dentro, ma anche questa roba è preziosa e siamo convinti che il nostro nuovo suono, approccio e quant’altro rifletta questa nuova ricchezza. Titolo e copertina hanno profili piuttosto provocatori: perché avete deciso di offrire questo tipo di messaggi fin

abbiamo suonato, siamo stati fermi, ci siamo scoraggiati, abbiamo registrato, ci siamo messi a dieta, abbiamo fatto le prove, abbiamo saltato le prove, abbiamo preso cani e gatti, ci siamo entusiasmati, abbiamo scritto pezzi su super-eroi che poi mettevamo nel cassetto, abbiamo ri-registrato, siamo impazziti per “Lo chiamavano Jeeg Robot”, siamo ingrassati, abbiamo mixato e finalmente abbiamo fatto uscire questo disco. Il vostro sound è cambiato, visto anche l’ingresso di nuovi membri nella band. E’ stato traumatico assorbire tutti questi cambiamenti? E’ stato difficile rimanere disciplinati. E di fatto non ci siamo riusciti. Ogni cambiamento comportava aggiustamenti, nuovi stimoli, nuovi modi di lavorare e di pensare alla nostra musica, nuovi entusiasmi, nuove prospettive, nuovi casini, nuove salette, nuovi impegni. Kurt Cobain diceva che una band seria deve provare almeno 5 volte alla settimana. Be’, noi siamo stato tutto tranne che una band seria in questi anni. Per la maggior parte dei nostri fans abbiamo smesso di esistere, siamo scomparsi. Mentre

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più sanguigni, pulp, almeno quando si tratta della nostra musica (alcuni di noi poi lo sono anche in altri comparti della loro vita). Poi ci piace il messaggio: non c’è nulla di più affascinante della crisi dell’eroe che mette a nudo le sue fragilità, paure, perversioni, in una parola la sua umanità. Questa roba, rigirata in vari modi, ha sempre funzionato e funzionerà sempre, da Achille che piange disperato quando gli ammazzano Patroclo, al Comico di Watchmen alcolizzato e stupratore. Una delle sottotracce del disco è il rapporto con l’America/Amerika, la visione del supereroe “dannato” e la cultura pop che arriva da lì. Vorrei sapere come vi sentite in questo momento in cui, nel post elezioni, probabilmente le previsioni più cupe sembrano prendere corpo. Siamo dei grandi fan della cultura pop

dalla “scatola chiusa” dell’album? Diciamo che non ci piacciono gli approcci tiepidi. La poetica gentile del simbolismo hipster-vegan-post-contemporaneo non ci ha mai conquistato (non ci avranno mai insomma). Siamo

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veniva catturata dalla poesia e il fine dicitore si metteva a gridare in mezzo alla gente “santo il cazzo dei nonni del Kansas” eccetera eccetera. Un omaggio dunque a questi momenti meravigliosi della nostra giovinezza e anche a una grande poesia felice. Vorrei qualche particolare in più anche rispetto a “Non ci avranno mai”, che mi sembra il pezzo più enigmatico del disco... Ci siamo già traditi rispondendo alle domande precedenti. E’ un pezzo dedicato ai fighetti hipster. Se si tratta di combattere la stupidità dell’uomo, di fare la raccolta differenziata e di non mangiare carne 21 volte a settimana siamo con loro (con qualche deroga sulla carne ogni tanto). Ma per quanto riguarda la loro garbata sensibilità musicale... non ci avranno mai. Perché la cover di “Breathe” dei Prodigy? Perchè è una gran cazzo di pezzo. Semplice, brutale, efficacissimo. Ci serve per imparare a suonare. Avete qualche idea particolare per il tour che porterà in giro le canzoni di “SSS”? Nessuna in particolare. Siamo ancora nel bel mezzo della crisi. Se tra i vostri lettori c’è qualche agente di booking o, ancora meglio, qualche milionario eccentrico che vuole produrci e farci girare il Giappone con una tournée esplosiva noi ci stiamo!

americana. Meno cerebrale e più diretta di tanta roba di casa nostra. Tutt’altra cosa sono componenti della cultura americana che il successo di Trump ha messo a nudo in maniera cosi’ netta. Queste sono le componenti che critichiamo in “Amerika”. Queste sono le componenti di una visione piatta, che non accetta la crisi, che si sente stupidamente vincente e prevaricatrice. Nella seconda guerra civile americana ci schieriamo, come dice Michele Serra, con i borghesi salutisti della East Coast e le checche drogate della West Coast (anche se non andiamo matti per la musica che fanno ultimamente). Ogni pezzo del vostro disco ha una storia interessante, ma mi sembra che quella di “Santo” meriti un approfondimento particolare: la volete raccontare? Sì. La storia e’ questa. Quando erano piccoli, Kheyre (il cantante leader dei Rashomon) e il batterista suonavano in un altro gruppo, che si chiamava “I Musicanti di Brema”. In questo gruppo ci stava pure un fine dicitore, un tizio che mentre gli altri suonavano andava in giro a leggere poesie al pubblico. E visto che i Musicanti di Brema suonavano per strada era proprio una bella cosa che ci fosse questo fine dicitore che andava nei capannelli di gente a leggere poesie. Poi ogni tanto leggeva questa poesia di Allen Ginsberg. La poesia era così potente che tutta la musica poi

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GIULIANO CLERICO lontano dai sogni di gloria Quarto album per il cantautore pescarese: dentro “L’Uomo Tigre ha fallito” ci sono alcuni ritratti, per lo più di sconfitti, una certa assenza di illusioni ma anche buone dosi di ironia Che cosa ti è successo nei tre anni passati da “La diva del cinemino”? Ho fatto una settantina di serate in giro per l’Italia da nord a sud,compresa una tappa in un club in Spagna a Barcellona. Ho ascoltato un pò di dischi in macchina,ho scritto le canzoni del disco nuovo che ho cominciato a registrare ad agosto del 2014. Per curiosità, perché l’”Uomo Tigre”, fra i tanti simboli possibili? E perché ha fallito? L’UOMO TIGRE è ispirato dai pugili

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che ho visto darsi da fare per arrivare al titolo di campione italiano per poi perderlo alla prima occasione di difenderlo,per poi tornare nel buio lontano dai sogni di gloria. Ha fallito l’eroe rassicurante senza macchia e senza paura,senza vizi e debolezze...ma dove sta? Mi sembra che nel complesso tu abbia scelto una strada un po’ più diretta, soprattutto negli arrangiamenti, rispetto ad alcuni episodi del disco precedente. Una scelta o un caso? Faccio dischi perché quelli precedenti


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che ho fatto non mi piacciono. Le canzoni nascono da un idea che poi in studio diventa qualcos’altro. Bisogna fare i conti anche con i mezzi a disposizione. Mi piacerebbe in futuro avere la possibilità di acquistare altri strumenti a corde, un altro amplificatore a valvole, insomma dotarmi di mezzi per provare a migliorare e diversificare i suoni dei miei dischi. Come nasce “Le scimmie”, uno dei pezzi più interessanti del disco? Guardando “Monkey Shines” di Romero, non sembriamo tanto diversi dalle scimmiette ammaestrate. Penso a quanta gente conduce una vita ripetitiva ogni giorno,stessi gesti, abitudini, pigiare sempre lo stesso bottone fino a che ogni tanto qualcuno impazzisce e accade l’irreparabile. Vorrei anche sapere come nasce il ritratto (agghiacciante ma realistico) di “Soap Opera” Da un racconto di una barista delusa che mi ha fatto il caffè. Vorrei un tuo parere sulla generazione di cantautori tua contemporanea. Ascolto volentieri cercando

qualcuno che mi faccia dire WOW! Dei contemporanei italiani mi piacciono parecchio i Baustelle, Il Teatro degli Orrori, Marta sui Tubi, Management del Dolore Post Operatorio, dall’estero mi piacciono i Beirut, i Beach House.


TIZIANO BIANCHI arrangiamenti limpidi

Si chiama “Now and Then” il primo disco “in prima persona” del trombettista reggiano, tra indie, jazz, classica e collaborazioni eccellenti mazioni negli ultimi 15 anni, cercando la formazione che potesse avvicinarsi di più al sound che avevo in mente. Il jazz è il genere musicale che ho studiato e approfondito maggiormente negli ultimi anni, insieme al rock, all’elettronica

Puoi raccontare come sei arrivato a questo tuo debutto da solista? Ho sempre scritto musica, ma ci e’ voluto parecchio tempo per arrivare a trovare un suono che potesse essere personale. Ho suonato con diverse for-

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sivo e versatile, capace di passare da un brano all’altro dando coerenza a tutto il lavoro. Andres è stato fantastico in questo. Il disco suona omogeneo benché si salti spesso da un genere all’altro senza grandi problemi. E’ stato necessario un lungo lavoro di “cesello” per rifinire il tutto oppure avete lavorato in modo spontaneo? Una volta defiiniti gli strumenti del quartetto, avevo molto chiaro in mente il sound che volevo ottenere. Credo che l’accostamento degli strumenti del quartetto (atipico per un quartetto jazz, specialmente per l’uso del violoncello) sia quello che ha dato coesione e uniformità al disco, pur essendo presenti brani di generi anche piuttosto distanti (classica, jazz, elettronica). Cercavo un suono minimalista, con arrangiamenti limpidi che facessero emergere le caratteristiche dei musicisti e il timbro del loro strumento, melodie che potessero rimanere in testa. In quest’ottica, il lavoro di arrangiamento è stato molto puntiglioso, di lima. Nel lavoro di pre-produzione ho registrato tutti i brani tentando alcune soluzioni differenti e anche questo lavoro è stato molto importante. I musicisti coinvolti nelle registrazioni avevano sentito i brani registrati in pre-produzione. Quando poi ci siamo trovati tutti per la registrazione definitiva, il lavo-

e alla musica classica che ho sempre suonato. La scelta della formazione del quartetto, con violoncello, pianoforte e batteria e’ stata decisiva per portare a compimento i brani presenti in ‘Now and then’. Come hai selezionato i musicisti che ti hanno accompagnato e che sonorità avevi in mente per l’album? Una volta scelti gli strumenti, ho pensato subito i musicisti con cui volevo registrare il disco. Il timbro di ogni strumento era fondamentale per caratterizzare il lavoro, e i musicisti che ho scelto sono tra i miei preferiti dei tanti con cui ho suonato negli anni. Ognuno di loro ha una forte personalità sul proprio strumento. Ho conosciuto il pianista Claudio Vignali in occasione delle finali del ‘Premio Internazionale Massimo Urbani 2013’ e da allora abbiamo suonato molto insieme. Claudio è stato fondamentale nella fase di arrangiamento dei brani e mi aiutato a trovare il sound del gruppo. Enrico Ferri è un violoncellista classico con cui ho suonato in varie occasioni. Ha un bellissimo suono di violoncello, e sono stato molto felice che abbia accettato di prendere parte al progetto. Andres Marquez, il batterista, e’ stato mio collega di studi al Berklee College of Music di Boston. Mi serviva un batterista molto espres-

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to il testo di ‘Now and then’ avevo la sensazione di avere qualcosa di forte in mano e ho subito pensato a lui. Il fatto che avrebbe accettato pero’ era tutt’altro che scontato, essendo molto restio a ogni collaborazione. Ricordo l’emozione e la paura mentre leggeva il testo per la prima volta. Il fatto che abbia accettato di registrare mi ha dato grande soddisfazione e ha dato grande forza al testo e al brano. Dal punto di vista musicale è un brano significativo dell’album, del mio tentativo di superare la divisione tra i generi (classica, jazz, indie) con un suono che fosse credibile e personale. Come nasce la scelta delle due riletture piuttosto distanti fra loro come Radiohead ed Erik Satie? Questo progetto è nato inizialmente come trio. Ebbi una piccola epifania ascoltando un concerto di musica classica per clavicembalo, flauto e violoncello. Il violoncello e’ sempre stato uno dei miei strumenti preferiti, ma non ero sicuro che potesse essere usato efficacemente in una formazione jazz. Decisi di preparare alcuni arrangiamenti per trio con tromba, pianoforte e violoncello. In quel periodo suonavo spesso al pianoforte la ‘Gymnopedie #1’ di Satie, un brano meraviglioso che riusciva a mettermi sempre in pace con me stesso. Preparai l’arrangiamento senza toccare la melodia ma aprendo la struttura per il solo di tromba nella

ro si è svolto naturamente, in maniera quasi magica, lasciandoci sorpresi e soddisfatti del risultato. Uno dei brani cardine è sicuramente “Now and then”. Come ti è venuta l’idea della voce recitante di Giovanni Lindo Ferretti e come è nata la collaborazione? “Now and then” è la titletrack dell’album. Il testo esmprime il messaggio positivo che sta dietro al lavoro, derivato da ciò che provavo in quel periodo. La sensazione che le cose avessero iniziato a prendere il proprio posto e che tutto quello che avevo vissuto in passato convergeva su quello che stavamo facendo. E’ un messaggio positivo, rivolto a tutti, di avere fiducia nel presente e nel futuro nonostante le difficoltà, coscienti che tutte le persone incontrate nel nostro vissuto e che hanno lasciato un segno ci aiutano verso i nostri obiettivi. La sensazione prima e la realizzazione poi di non essere soli nel nostro percorso mi ha dato grande fiducia e serenita’. E’ stato molto significativo per me fare registrare il testo a Giovanni Lindo Ferretti. E’ un’artista ache ho sempre stimato molto, i cui testi mi hanno sempre toccato in modo profondo. Giovanni vive a pochi chilometri dal mio paese natale, Castelnovo ne’ Monti (RE). Negli anni sono riuscito ad avvicinarlo e per piccoli passi, un poco alla volta, sono riuscito a fargli ascoltare i miei vari progetti musicali. Quando ho scrit-

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tutto il progetto ‘Now and then’. Anche “The Sleep Of Sorrow Through The Ages” ha una genesi particolare: ce ne vuoi parlare? Nel 2010 suonai e registrai a Boston il brano “The sleep of sorrow” del compositore giapponese Tetsuro Hoshii, ai tempi mio collega di studi al Berklee College of Music. Il brano mi piacque molto da subito e tenni la registrazione nel mio computer. Quando stavo lavorando ai brani del mio disco mi ricapitò di ascoltarla. Volevo farne una versione personale, in linea con il resto del lavoro. Usando un software rallentai

parte centrale. Per il brano successivo la scelta cadde sui Radiohead essendo un gruppo che ho sempre ascoltato e apprezzato. ‘Knives out’ aveva una melodia e una struttura armonica semplice, ‘minimale’, che mi sembrava potesse funzionare come ‘ballad’ per il trio con il violoncello. Anche se le due composizioni provengono da due periodi e mondi molto distanti, l’arrangiamento e la formazione strumentale li ha resi due brani vicini per atmosfera ed emotivita’. Le versioni presenti nel disco sono le stesse del primo arrangiamento, e si puo’ dire che abbiano aperto la strada a

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TIZIANO BIANCHI NOW AND THEN S U L E

I TA LY

T U T T E

P I A T T A F O R M E

D I G I T A L I

J A PA N

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trovato finalmente ‘compimento’. Aveva incorporato dentro di sé il mio presente e persone importanti per il mio percorso, come mio padre Angelo. Dovessi scegliere un musicista con il quale ti piacerebbe lavorare nel prossimo disco, chi indicheresti e perché? Per il mio prossimo disco vorrei aggiungere un po’ di potenza al suono. Sto pensando di inserire una chitarra. Non un chitarrista jazz, ma un musicista elettrico. E’ sempre stimolante inserire un’elemento al di fuori del suo contesto naturale. Mi piacerebbe continuare la collaborazione con Giovanni Lindo Ferretti. Ma se dovessi nominare uno dei tanti musicisti con cui mi piacerebbe collaborare direi Franco Battiato. Come Giovanni, è una di quelle voci inconfondibili e capaci di evocare un mondo intero.

la registrazione di circa sei volte, ottenendo un suono totalmente diverso del piano e del flicorno. La melodia era comunque fortemente riconoscibile e da li’ iniziai il lungo lavoro di produzione che ha portato a “The sleep of sorrow, through the ages”. Scelsi questo titolo per le immagini che l’ascolto mi suggeriva. Mi trasportava nell’immensità del cosmo, al di fuori del tempo e dello spazio. O mi faceva immaginare cosa poteva sentire un feto durante il periodo di gestazione nella pancia materna, immerso nel liquido amniotico. Ho lavorato per circa due mesi alla produzione del brano, con l’aiuto di Alessandro Magnanini (Mario Biondi, Cesare Cremonini) e Daniele Bagnoli (Bagnoli Bros Recoding Studio). Nel brano sono presenti anche le voci di Elisa Aramonte e mio padre Angelo Bianchi a dare calore umano al suono generale. La genesi del brano richiamava bene il ‘Now and then’ del titolo; un brano di diversi anni addietro, scritto da un amico durante i miei fondamentali anni di formazione, aveva

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FOSCHIA: senza grandi ansie da prestazione

Non un lp, non un ep, non una formazione stabile. Ma un progetto molto interessante e molte buone canzoni concentrate in una pagina Facebook, tra pop, hip hop e molto altri. Abbiamo intervistato Matt Revol po alla teoria dell armonia anch’essa non portata a termine. Oggi da molti anni scrivo i miei pezzi. Non hai ancora realizzato un ep o un lp ma tante canzoni “slegate”: puoi spiegare il motivo? Il mio lp è la pagina, un lp in continua evoluzione, infatti non riposto mai due

Puoi raccontare la tua storia fin qui? Sono sempre stato appassionato di musica, soprattutto ascolto. Poi verso i 14/15 anni ho scoperto la chitarra, successivamente il pianoforte. Ho studiato entrambi ma mollati presto perché a me è sempre e solo interessato scrivere musica mia.Cosi mi sono dedicato un

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principale è Serra, MC di Modena, che è anche la mia città, l’ho conosciuto molti anni fa dopo aver sentito alcuni suoi pezzi e piano piano l’ho coinvolto, lui si è messo in gioco e si è adattato a una forma meno rap ma molto più pop. Il progetto è nato con lui.C’è Graziano Ranieri, tecnico del suono e amico. Poi ci sono Anna e Ludovica, due cantanti con cui ho registrato qualche pezzo e collaborato a melodie e testi vari e infine Antonio, chitarrista molto bravo con cui ho registrato le chitarre per diversi pezzi.Questi sono i collaboratori principali e con i quali più spesso lavoro. Poi ce ne sono altri più “occasionali”. Chi è o chi sono gli artisti indipendenti italiani che stimi di più in questo momento e perché?

volte lo stesso pezzo, come se fosse un album a cui si aggiungono pezzi nuovi man mano, una specie di diario. Il tutto molto istintivo, segue le mie “voglie” e ispirazioni, non ho paletti.Un pezzo puo essere più una demo, uno più curato, uno rap, uno pop eccetera eccetera La tua musica lega songwriting più o meno “classico” con alcuni frequenti interventi a carattere hip hop: come e perché hai deciso di far dialogare queste due forme musicali? Diciamo che quando dialogano per me è comunque più pop. Non mi sento legato al rap anche se mi piace tantissimo quando viene usato e mescolato con altri genere, tipo Gorillaz o anche Kanye West negli ultimi lavori, perché no. Non ho preso grandi decisioni in merito, anzi ultimamente sono molte di più le demo senza rap... Vado a istinto, quello che viene viene, senza grandi ansie di prestazione o grandi pensate.Il tutto è veramente molto naturale. Puoi raccontare qualcosa dei collaboratori che appaiono nei “featuring” delle tue canzoni? Come li hai conosciuti e coinvolti nelle tue tracce? Il mio collaboratore

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magini di fumetti in stile dysneiano degli esordi: chi le realizza? Puoi raccontare qualcosa di più in merito? Le immagini sono tutte di Jack Venturelli. Un amico che ho conosciuto alle superiori. Gli piace la mia musica e si è offerto di farmi qualche tavola. Di lavoro fa il grafico. Stai lavorando a nuove canzoni? Puoi anticipare qualcosa in merito? Sto lavorando a molte nuove demo. Ho provato ad alzare un po’ il ritmo in qualche nuovo lavoro, bpm più alti. Ho imparato con il tempo che l’ispirazione va e viene ma torna sempre. Almeno spero haha! Puoi indicare tre brani, italiani o stra-

Non so se siano indipendenti ma mi piace tantissimo La rappresentante di lista. Hai già iniziato qualche sorta di attività dal vivo? In realtà no.Per ora questo è uno sfogo da studio. Abbiamo provato molte volte ma è difficile far combaciare orari di tante persone.Per ora nessuna volta è andata bene ma mai dire mai. Il tuo progetto è caratterizzato da im-

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ti piacerebbe collaborare (italiano o straniero, possibile o impossibile) quale nome faresti? Sparo in alto, nel range dell’impossibile... Con Damon Albarn! Ahah! In Italia invece collaborerei con i Verdena, anche se sono lontani dal mio stile sono pazzeschi.

nieri, che hanno influenzato particolarmente i tuoi lavori? Se può andare bene direi album: “Vivadixiesubmarinetransmissionplot” di Sparklehorse, “Think tank” dei Blur e “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” dei Beatles. Se dovessi scegliere un artista con cui

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Nevica NOISE Il mio IO primario Gianluca Lo presti AKA Nevica su Quattropuntozero, dopo svariate scorribande in dischi altrui, mette a fuoco il proprio DNA primordiale con un moniker differente e con un disco (quasi) del tutto strumentale, “Sputnik” ma sempre di canzoni si tratta, il secondo invece, essendo strumentale, mi permette di spaziare più liberamente nei meandri della mia anima musicale laddove posso sperimentare soluzioni sonore nuove da portare poi nel progetto principale di Nevica su Quattropuntozero. Mi piace pensare a Nevica NOI-

Perché hai deciso di “aprire” un side project autonomo anziché pubblicare i brani come Nevica Su Quattropuntozero? Nevica su Quattropuntozero e Nevica NOISE sono in realtà due facce della stessa medaglia, il primo è un progetto di canzoni, sicuramente “sui generis”

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ro che si adatta perfettamente al mio essere musicista. In realtà nel disco sotto l’elettronica c’è una batteria acustica suonata da Alessandro Gomma Antolini, quindi in parte si cercano di fondere questi due mondi sonori acustico/sintetico. Sono consapevole che la maggioranza dei musicisti oggi utilizzi ancora il suono naturale degli strumenti acustici o elettrici ma anche un sintetizzatore ha la stessa importanza di una chitarra o un basso. Diciamo che non credo neppure il contrario che la forma espressiva elettronica sia la migliore. Ogni musicista deve capire chi è, cosa vuole, da che parte sta. Alla fine la propensione e la scelta di avvicinarsi a uno strumento o a un altro deve essere del tutto spontanea. Io non mi sono mai posto limiti né fatto domande, mi sono solo concentrato a fare meglio che potevo quello che sentivo. Penso basti cosi! “Sputnik” rappresenta il primo passo di una trilogia dedicata a Murakami. Che cosa ti colpisce di più dello scrittore giapponese come interprete della realtà contemporanea? Sì, in realtà nella mia concezione cè una trilogia che prende spunto dalle letture di Murakami parte da li ma arriva ad altro.Preferisco pensare che Sputnik sia la prima opera di una cosidetta “Trilogia dell’anima” dove dentro la musica cè una fortissima tensione verso la ricerca di se stessi e del nostro equilibrio sano nel mondo. In questi

SE come al DNA musicale di Nevica su Quattropuntozero dove tutto è primordiale. Come e con quale spirito nasce “Sputnik”? Dopo tanto tempo trascorso su progetti musicali a lungo termine dove spesso si deve usare molto il cervello e meno il cuore soprattutto per curare aspetti tecnici della produzione di un disco nei quali non mi sto a dilungare,sentivo fortemente la necessità di partorire qualcosa di immediato di più spontaneo e meno pensato,avvicinarmi cioè al mio IO primario alla mia anima musicale in modo più diretto.La psichedelia elettronica è ricca di suggestioni,sono viaggi che inizi e non sai mai dove vai a finire…ecco la nascita di questo disco rappresenta una sorta di catarsi liberatoria dove posso lasciarmi andare senza limiti.Anche se in realtà non me li pongo mai comunque! Il tuo disco è descritto come un’esigenza “di pancia”, un approccio istintivo e uno stacco liberatorio. Non è curioso che per un discorso così “naturale” tu abbia scelto in prevalenza strumenti “sintetici”? Oppure ormai non è più corretto fare distinzione tra analogico, sintetico, elettrico, elettronico... Non esistono a mio parere distinzioni o categorie sonore, o meglio non credo alle gerarchie.Io uso l’elettronica perché sono “naturalmente” cresciuto con questa. Diciamo è un mondo sono-

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Questo interesse dovuto a specifiche necessità di risolvere certe cose mi ha portato a conoscere altri personaggi straordinari come il filosofo e musicoterapeuta genovese Mauro Scardovelli. Ecco che da qui si evince che Murakami è stato un punto di partenza formidabile. Da che tipo di ispirazione nasce “Sarin”? Nasce da un romanzo di Murakami “Underground”, che non ho ancora letto, tra l’altro in cui si narra del famoso attentato alla metropolitana di Tokio dove fu usato il Sarin per intossicare la gente o più comunemente conosciuto come gas nervino. Nel mio pezzo ci sono dei synth che riecheggiano incessantemente dei suoni simili a dei lamenti o delle sirene tanto per sottolineare l’atmosfera drammatica dell’evento. Post scriptum. Mi sto rendendo conto adesso che è un pezzo che viene notato più di quello che pensavo. E’ il bello della vita… fai una cosa, gli dai una certa importanza che è sempre diversa da quella degli altri... Sono contento

ultimi anni per motivi personali ho affrontato moltissimo il tema della sofferenza interiore o se vuoi dirla in modo più diretto della ricerca della felicità. Quando capisci che non dipende da nessun altro all’infuori di te hai vinto.

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comunque. Mi incuriosisce, per motivi che immagino ovvi, anche la scelta delle voci di “Do Nascimento”... Puoi raccontare qualcosa in merito? “Do Nascimento” è il pezzo più provocatorio dell’album. Volevo dare uno spaccato della miseria del mondo in cui viviamo, non è stato molto impegnativo mi è bastato sintonizzarmi un pomerig-

gio alla radio e sul web per scoprire che è più facile trovare queste cose piuttosto che la bellezza del discorso finale di Scardovelli sulla natura umana. Mi piaceva partire da una situazione negativa e senza speranza per dire che in realtà la speranza esiste e dipende soltanto da noi trovarla per rinascere. Se la vogliamo mettere cosi “Do Nascimento” è un brano di protesta come si

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Visto il numero e la qualità sempre più rilevante delle tue collaborazioni e dei tuoi interventi sui dischi altrui, sei uno dei personaggi più influenti sulla scena indipendente (o come la vogliamo chiamare) contemporanea italiana. Come fotografi questo momento per la musica italiana? Innanzitutto ti ringrazio per queste parole perché a uno schivo come me fanno tremare le gambe quanto battere il cuore per la gratitudine e l’emozione. Sono molto onorato che da qualche tempo gli addetti ai lavori pensino queste cose anche se forse non è veramente cosi ah ah. Comunque mi impegno da tempo in tanti progetti e tante collaborazioni perché ci credo e penso che la musica sia la mia strada per rendere questo un mondo migliore e per il mio sviluppo come essere umano. Detto ciò provo a rispondere alla tua domanda: sento in giro tanta bella roba, tante belle cose ma alla fine la visibilità ce l’hanno sempre le peggiori, le meno interessanti e le mediocri. Forse allo star system conviene così, per cui da tempo la mia unica forma di insurrezione e di ribellione consiste nel continuare a impegnarmi per far sì che le cose belle e i gruppi bravi possano emergere. Manca forse un po’ più di coraggio in Italia, potremmo osare di più senza avere paura che il pubblico ci volti le spalle. A volte il pubblico ti premia a una condizione: che tu sia sincero. E la gente questo sa ricononoscerlo.

scrivevano negli anni 70 ed è interessante la reazione del pubblico quando scopre che i miei concerti partono sempre con questo pezzo e io salgo alla fine quando inizia a parlare Scardovelli come a volere significare: ”Ehi ragazzi possiamo farcela, possiamo rinascere,ci stanno fottendo, svegliamoci!!” È un brano che, nonostante non sembri, ha un grande ottimismo.

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OHIO KID la realtà fuori è confusa “Everyone was sleeping as if the Universe were a mistake” è il ritorno del songwriter folk bolognese di stanza in Lussemburgo Le canzoni di “The Day when… dopo che sono state pubblicate si sono un po’ perse. Numero di live ridotti all’osso, io che magari non prendevo in mano la chitarra per mesi. Non è stato un periodo molto adatto per dare un seguito al disco. E mi dispiace. Quella manciata di volte sono riuscito a suonare quei pezzi davanti a un pubblico il responso è stato molto positivo e avrei voluto ripetere l’esperienza all’infinito. Puoi spiegare il titolo del nuovo disco? Ero a una mostra di fotografia a Barcellona, che non mi è rimasta molto in testa. Ma il titolo dell’esibizione era fantastico. L’ho preso da lì. Descrive perfettamente una sensazione che ho provato spesso. La realtà fuori talvolta è talmente confusa che l’unica cosa che vorresti fare è rimanere a letto con la testa sotto le lenzuola. Un modo per nascondersi, o nascondere le cose che stanno al di fuori delle mura protettive di una camera da letto. Mi piace il contrasto spaziale tra l’infinito dell’universo e la piccolezza dei nostri problemi personali. E mi piace che sia un titolo

Sono passati quattro anni dal tuo (lodevole) esordio con “The day when we discovered the light”. Che cosa è successo in questo periodo di tempo a te e alle tue canzoni? (Grazie mille per il “lodevole”!) Gli ultimi quattro anni, quelli tra le due uscite, sono stati abbastanza intensi, soprattutto dal punto di vista personale. Ho vissuto, e sto ancora vivendo, all’estero, in paesi diversi, muovendomi un po’ per necessità, un po’ per curiosità. Sono stato inglobato in un succedersi di esperienze, conoscenze, gioie e malumori. Ho provato l’emozione e lo smarrimento di non avere un luogo che potessi chiamare casa.

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chiaramente esagerato, megalomane. Le cronache narrano di canzoni nate e poi gettate nel cestino. E’ stato molto difficile arrivare a “Everyone was sleeping as if the Universe were a mistake”? No e sì. No perché le melodie si creano da sole nella mia testa o mentre sto suonando e magari pensando ad altro. Non c’è un pattern predefinito, non decido io come iniziarle, come finirle, è sentirlo, percepirlo. Allo stesso modo le liriche. Sono frasi che mi fluttuano in testa, e quasi naturalmente diventano parte della musica. Scrivo e riscrivo fino a che non mi sento di aver raggiunto il

risultato voluto. Sì, perché per i primi due anni queste cose non le sapevo. Ho forzato la mano, ho provato a fare qualcosa di diverso dal disco precedente, ma senza un progetto chiaro. È venuto fuori un miscuglio di idee e melodie e testi che non sentivo assolutamente mie. Ho imparato che non si inizia un pezzo pensando di sperimentare. Puoi farlo dopo, ma la base deve essere semplice. I soliti quattro accordi. Hai scelto atmosfere più intime e, si direbbe, dolorose per le sei nuove canzoni rispetto al tuo esordio. E’ stato difficile mettersi così a nudo oppure è prevalso l’aspetto liberatorio?

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Non c’è una volontà reale dietro. Sicuramente durante il primo disco vivevo un periodo più spensierato. Con “Everyone was sleeping” ho processato tutto ciò che è successo in quattro anni, tra i ventiquattro e i ventinove, che sono un periodo esagerato in termini di crescita umana. In un certo senso mettersi a nudo è una cosa che metti in conto quando decidi di fare musica. Ogni cosa che ho scritto, da quando ho la possibilità di scrivere, è personale. Il modo di presentarla è più o meno velato. Forse con “The Universe” ho osato un po’ di più e le cose dette sono più dirette. Però sono convinto che una buona metà del disco sia comunque difficile da interpretare. Come nasce “Your Drugs”? Nasce da un verso, quello finale. E da un momento di frustrazione. Volevo renderla cantilenante, e scanzonata. È diventata grottesca e malinconica, che è esattamente l’obiettivo. Mi racconti qualcosa anche della genesi di “Wires”? Oh. Keaton Henson? Continuavo a suonarla e a suonarla. Veniva bene nella mia testa e ho provato a registrarla. Le liriche sono quasi improvvisate. Avevo un canovaccio di testo, parole buttate a caso, prima di tutto “Don’t look down, I’ve put wires all around”. E mi sono immaginato un innamorato pazzo che distende fili e cavi per tutta la casa per intrappolare la persona

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che ama. È un pezzo triste. Ho creato rumori di sottofondo, per confondere la melodia. Volevo riprodurre il suono di un generatore o un flusso di corrente, qualcosa di poco piacevole. Non ho idea se ci sono riuscito. Quali sono i dischi che ti hanno maggiormente influenzato nell’ultimo periodo? Non ne ho idea. Ascolto musica in continuazione. Siamo un gruppo di amici che si consiglia dischi da ascoltare, prevalentemente nuove uscite. Ci piace stare al passo. Penso di aver processato un po’ di tutto. Facendo musica da solo c’è il rischio di scrivere musica sulla falsa riga di un gruppo che ti piace. Per farti un esempio. Due anni fa ero innamorato di una band di Maiorca, Oso Leone. Li ho sentiti live un paio di volte, atmosfere sognanti, un po’ di elettronica. Ho fatto un disco così, con le stesse atmosfere, con le stesse sonorità. Ho usato anche un pianoforte vero, chitarre ultra effettate, e sintetizzatori. Non era male. Ma non era mio. L’ho buttato via. Tutto. Non è rimasto quasi nulla di quelle registrazioni. Quindi di solito cerco di mantenere una linea, avere consistenza nei suoni e nei messaggi. Se devo fare dei nomi di dischi che ho ascoltato e riascoltato ultimamente (ultimo anno), “Cavalho” di Rodrigo Amarante, “Vicious” di His Clancyness e “It’s a wonderful life” di Sparklehorse.


ELISA ROSSI smussare le rigidità Con un ep che si intitola “Eco” la cantautrice riminese cambia sound e pelle, trova nuovo slancio e una serie di nuove consapevolezze Quello costituì un nuovo punto di partenza, un nuovo slancio. In quell’occasione conobbi anche la mia etichetta discografica “IndieSoundsBetter” e così iniziai piano piano a lavorare alle nuove canzoni. Con quali premesse nasce il nuovo ep? C’è alla base una consapevolezza di me e delle mie possibilità di espressione sia a livello di scrittura, molto più diretta, e dell’uso della voce in cui ho cercato di essere molto più viscerale. C’è la voglia di comunicare il percorso e la crescita interiore degli ultimi anni, la ricerca spirituale e l’apertura a un futuro che immagino positivo e gratificante. C’è una certa svolta sonora alla base di “Eco”: come e quando ti sei avvicinata al dream pop e hai scelto di fartene influenzare? Ho lavorato in prima persona alla stesura dei primi provini di “ECO” cercando da subito di indirizzare le sonorità verso il pop, ma mantenendo sempre la mia caratteristica di scrittura onirica e di ricerca di immagini. Il connubio

Che cosa è successo nei tre anni trascorsi da “Il dubbio”? Dopo l’album “IL DUBBIO” seguì un anno di pausa, un allontanamento dalla musica, non sentivo più motivazioni per cantare e non ne volevo più sapere. Incontrai poi una persona speciale, che purtroppo oggi non c’è più e a cui è dedicato il disco, Ivan Puleo che divenne il manager. Nel breve periodo in cui lavorammo insieme riuscì a smussare un po’ di mie rigidità. Mi consigliò di iscrivermi al Premio Bianca D’Aponte.

Foto di Matteo Casilli Io un po’ controvoglia e disillusa gli diedi fortunatamente retta e lo vinsi.

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Foto di Alessio Albi delle mie melodie con le atmosfere tipiche del dream pop si sposano perfettamente e anche i testi introspettivi così come l’uso di echi e riverberi sulla voce donano più leggerezza e sospensione. Naturalmente poi, la mia passione per gruppi come i The Verve negli anni ‘90 o la musica che preferisco ascoltare come per esempio Sigur Ros, Bjork, Cocorosie, Lykke Li, Woodkid ecc..mi hanno portato a fare determinate scelte stilistiche. Terzo album e terzo cambio di produzione: che cosa hai cercato (e trovato) nei produttori Longo e Ruffino? Cercavo qualcuno che potesse seguire e ampliare le caratteristiche sonore che già avevo impostato nei provini, quindi con l’uso di più elettronica. Loro hanno

lavorato in perfetta sintonia facendo convergere le attitudini di entrambi in risultati misurati, ma decisi. Quando ho iniziato a lavorare al disco avevo due riferimenti ben precisi ed erano Woodkid per la parte orchestrale, l’u-

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so dell’armonia, l’ apertura visionaria e sospesa e Sia per la sferzata pop. Quello che mi interessava fare e che caratterizza il mio modo di scrivere era raggiungere il giusto equilibrio tra le melodie ariose e sonorità moderne. Come nasce “I giganti” e perché l’hai scelta come singolo? “I giganti” è un brano autobiografico in cui parlo del mio desiderio, fin da piccola, di realizzare qualcosa di grande. La voglia di scappare dalla solitudine della provincia di evolvermi e migliorare. Questo percorso è stato tortuoso e pieno di insidie che non provengono solo dall’esterno ma spesso invece nascono dentro di noi e ci frenano. Siamo noi stessi a volte i nostri peggiori nemici, e smussare i nostri angoli è un lavoro che

Foto di Alessio Albi

richiede maturità, senso di analisi e tanto coraggio. Sono sempre stata affascinata dalla ricerca della spiritualità e questo disco ruota anche intorno a questo concetto: evolversi per trovare la libertà di essere. “I Giganti”, simbolicamente rappresentano i miei limiti e insicurezze e Roma lo scenario, il campo di battaglia in cui si svolge la lotta per affermare me stessa perché è questa la città a cui ho affidato i miei sogni quando mi sono trasferita a 18 anni. Il video cerca, con la sovrapposizione di momenti che vanno a scandire la mia vita e l’indole più bucolica e sognante con frammenti di vita famigliare e immagini caotiche della città, di rappresentare il moto frenetico dell’ interiorità. Come saranno le tue esibizioni dal vivo dopo l’ep? Avrò un set composto da batteria, synth e chitarra elettrica Quali sono i cantautori indipendenti italiani che stimi di più? Amo da sempre la penna e la voce di Diego Mancino e trovo molto interessanti Dardust, Diodato, Giovanni Truppi, Dente, Maria Antonietta, Niccolò Fabi, e Cristina Donà che è una delle mie artiste di riferimento…


Foto di Massimo di Soccio


LIEDE l’unica cosa che potessi fare Bambini che piangono sulla neve, ansia, quaderni ritrovati: la formula per arrivare a fare il solista di Francesco Roccati è tortuosa, ma le canzoni del suo “Stare bravi” sono spesso semplici e molto efficaci 38


(questo in parte motiva la risposta alla domanda n.3). Trasformare le mia idea-sogno di disco in realtà tangibile, fatta di cartone colorato nelle mie mani e immagini e player digitali è stata sicuramente la cosa più snervante e bella che ho fatto in vita mia. Diventare Liede di sicuro mi ha cambiato come persona, molto, e quasi certamente in peggio. Togli il quasi. Pare che tu abbia scoperto la tua “vocazione” da cantautore ritrovando testi scritti di cui avevi dimenticato l’esistenza. Avevi sospettato di poter fare il solista anche quando suonavi in gruppo? Verso il 2012, la tiro un po’ a caso ma dovremmo essere proprio in zona, fine 2011 inizio 2012, ho iniziato a scrivere testi in italiano. È stato strano. Il primo pomeriggio con il primo testo scritto chitarra e voce lo ricordo bene, cercavo di rigirare quattro accordi su dei versi un po’ baustellosi, e nel mentre che suonavo e canticchiavo sentivo che il tutto era un qualcosa di molto diverso da governare rispetto ai tentativi, innaturali, di scrittura british fatti fino a quel momento. Ero felice, quel foglio di carta con titolo versi e accordi mi era parso da subito importante, lo sentivo più mio rispetto agli altri, me ne ero affezionato. Infatti ricordo ancora a memoria quella canzone. Per farla breve si parlava del funerale di un capitano, un lupo di mare. Protagonista una donna

Vuoi raccontare la tua storia? La storia di me che imbraccio chitarre -all’inizio anche bassi- e canto è molto breve. Inizia tutto nel 2008 con l’indie-rock da cantina torinese e nel 2016 esce “Stare Bravi”, come Liede, che è tutta un’altra cosa (mi rendo conto ora che in realtà son passati 8 anni, mostruoso, ma facciamo finta di niente). Ho sempre pensato, comunque, che non avrei mai mollato il colpo, e che anche non sapendo bene cosa -e come-, l’avrei fatto. Gli ultimi due anni sono stati dedicati al voler incidere un disco per iniziare un percorso, e si è capito che ci sarei riuscito solo a giugno 2016

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seduta in prima fila, sua amante e assassina. Chiaramente non era un pezzo adatto a “Stare Bravi”, ma spero un giorno di avere l’occasione di buttare in un disco questa canzone. O, meglio, farne la colonna sonora di un film. Non ho mai pensato di poter fare il solista mentre suonavo in gruppo, ma quel giorno ho capito che era l’unica cosa che potessi fare per andare avanti. Se dovessi scegliere il sentimento prevalente che ha guidato le lavorazioni di questo disco, quale sceglieresti? Nostalgia, amore. Ansia. Prevalentemente ansia, quindi scelgo lei. Che mi sveglia, mi organizza la giornata e mi mette a dormire, a volte al buio e a volte un po’ più tardi. Mi sembra che la ricerca di suoni per il disco, oltre che una certa nostalgia del synth pop, siano tesi a non mettere in ombra la voce e il cantato. Una scelta precisa o un percorso spontaneo? Sulla voce la scelta è stata precisissima. Vladi (Vladimiro Orengo, produttore del disco) è stato particolarmente attento a questo aspetto. Avremmo potuto fare due scelte, riverberarla molto, snaturarla e buttarla dentro il mix, come uno strumento, o tenerla fuori, bella forte e intellegibile. Abbiamo scelto la seconda, giocandoci tutto. E sono contento. Sono canzoni italiane, sulla voce si regge o crolla tutto. Partiti con quest’idea, la scelta dei suoni è venuta di conseguenza.

Come nasce “Sorridendo” e il concept del relativo video? Sorridendo nasce per ultima. È stata un lampo, dai primi due versi della strofa al provino finito non sono passate 24 ore. Avevo un’idea sul testo, che è poi l’inizio della prima strofa. Per la melodia ho avuto cinque minuti fortunati di chitarra (sulle scale dello studio in campagna dove quest’estate abbiamo lavorato il disco), proprio poco prima che scolassimo la pasta. Poi ci siamo divertiti. È il pezzo in cui Vladi ha messo di più lo zampino sul testo, l’abbiamo scritta praticamente a quattro mani e due calici. Abbiamo deciso di insistere sul tema del “passi” in modo ossessivo, fare una canzone diversa dalle altre, era l’ultima, briglia sciolta. La quadra finale è stato il ritornello sorridente, in antitesi con tutte le brutture descritte nelle strofe. Ne avremo scritte dieci di “Sorridendo” quella notte, poi abbiamo preso i pezzi migliori. Il video è stato realizzato da Andrea Dutto. Dopo qualche sera di chiacchere e un paio di altri tentativi, ci siamo resi conto della forza comunicativa del bambino che piange sulle piste da sci. Posso assicurare io, per esperienza personale, il bimbo piangente sulle piste non è consolabile. È nel pieno della tragedia, è disperazione pura. E quel particolare tipo di sofferenza, unito ai timidi sorrisi che i bimbi nel video si lasciano scappare, ci è sembrato potesse ben interpretare

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misogino. Io stesso sono una finta intellettuale, purtroppo. Mi guardo spesso allo specchio e oggi non so fare il punto della mia vita. Chi stimi tra i musicisti indipendenti? Li chiamo indipendenti per augurargli il mainstream. Alcuni già ci sono. Motta mi è piaciuto da morire, ce l’ho in playlist. Sto apprezzando molto Thegiornalisti e Ex-Otago. Rivolgendoci a Torino, non ho mai nascosto il mio amore per i Nadàr Solo, in particolare per i testi di Matteo. Ah, Leo Pari! (lo stomaco mi avverte (cambio di stagione / tutti hanno una donna cosa c’è di strano / c’è solo una coperta sopra il mio divano), mi sono incazzato parecchio per non averla scritta io. Grande. The Zen Circus, non sono della mia generazione ma lo saranno sempre, in realtà, e li amo per questo. L’ultimo disco mi ha spezzato in due. Li canto sotto la doccia, forte. Verano. È passata da artista stimata ad amica, stiamo lavorando insieme a delle cose. È un angelo e dentro le brucia qualcosa, è brava, fa venir voglia di piangere e scrivere. E Niccolò Contessa, che ha scritto forse l’album più bello, semplice e complesso del 2016.

il mood della canzone. Qualcuno ci ha letto speranza, ma non sarei onesto nel confermare. Altro pezzo che mi ha incuriosito è “Le finte intellettuali”: come nasce? Questo pezzo invece è uno dei primi. Ho strofe pressoché identiche in quaderni del 2012, è un’idea che mi girava in testa da un po’. Era rivolta a un’amica di infanzia (non lo sa, e comunque sarebbe più onesto dire conoscente), che dopo anni avevo ritrovato su Facebook con mezza testa rasata, tatuaggi, modelling attitude, sguardi intriganti, foto assurde etc etc. Ora è la norma, ma all’epoca mi aveva colpito. Sia chiaro, il mio non è assolutamente un giudizio morale. Ricordo solo che ho pensato: “Cazzo!”. E poi ho iniziato a tirare giù dei versi. Poi la cosa si è evoluta, dalla sua immagine è nata l’idea della finta intellettuale, Torino ne è piena, e fine. Un ragazzo su Instagram mi ha scritto che si è innamorato di “Finte Intellettuali” “perché parla esattamente della mia ex, stronza maledetta, la odio!”. Poi ha firmato con un cuore. Non era quello il mio intento. Condannare una categoria intendo. Non è un testo

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DULCAMARA l’idea dei grandi spazi Mattia Dulcani, con amici e compagni di ventura, pubblica “Indiana”, disco che racconta di un’America più inventata che immaginata, con ossessioni, perfezionismo, testi che scompaiono nella musica Come e da quali ispirazioni nasce “Indiana”? Non saprei più rispondere a questa domanda, ci siamo dentro fino al collo. E se Indiana per me rappresenta un fiume, siamo in corrente. A essere seri, forse l’idea dei grandi spazi, dei fiumi d’Argentina, di giovanili ascolti di “Ani-

Vorrei sapere come sono andate le lavorazioni del disco, perché mi sembra che il disco dimostri una notevole cura del dettaglio nella scrittura, nell’esecuzione e negli arrangiamenti. Ti ringrazio, sì forse troppa. A un certo punto è diventata ossessione. Alcune tracce sono state incise in degli appartamenti di passaggio perché non ci sarebbe stato altro modo, questo fattore ovviamente ha aumentato la difficoltà di avere un suono plasmabile come potrebbe essere quello realizzato in un buono studio e non ti dico nemmeno quante tracce abbiamo

ma latina”. Da un volere uscire da un suono di provincia.

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abbandonato per il semplice fatto che non suonavano per noi. Una volta adottata la modalità “one take” se il brano non respira non c’è nulla da fare e si va avanti. In più la grande difficoltà è stata scrivere testi che riuscissero a scomparire nella musica, togliendo ego personale e narrazione da cronaca per spostarle in un “luogo” ideale dove le parole stesse avessero la stessa valenza dei suoni. Dell’America nell’estetica e nel riconoscimento culturale c’è ben poco, però non possiamo nascondere che molti artisti della scena folk americana ci abbiamo influenzato il pensiero rispetto al modo di registrare e di mixare i dischi. Mi sembra che questo disco porti a

compimento una trasformazione che ha portato dall’amore iniziale e dichiarato per l’hip hop a lidi del tutto diversi. Quanto c’è stato di consapevole e quanto di spontaneo in questo processo?

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Direi che la scelta è stata consapevole e senza rammarichi. Dell’Hip Hop di oggi non mi importa più molto, ma cerco di tenere a mente una lezione che soltanto questo genere sa dare, ovvero l’improvvisazione. Fare freestyle per esempio mi aiuta moltissimo a scrivere sui primi stralci di accordi o sulle melodie appena nascono. La sincope e la metrica usata nel rap cerco spesso di prenderle in prestito e inserirle in un cantato folk più dilatato e una cosa che mi diverte molto perché non si possono imparare se non si ha un background da rapper. Tra le tendenze dell’indie italiano attuale, l’impronta del cantautorato

folk “all’americana”, coniugato secondo gusti e inclinazioni personali, è in forte ascesa. Quali sono, secondo te/ voi, le cause e perché si verifica proprio ora? Non saprei, credo che tutti si stiano svegliando. Negli anni ’90 si è cannibalizzato tutto il suono del ventennio precedente. Ancora oggi molti brani di cantanti big sembra suonino con un preset midi di una Bontempi. A un certo punto è stato necessario tornare indietro, suonare davvero la musica, magari tutti assieme in presa diretta, come gli ammerigani. Come nasce “La casa di fronte”?

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Forse dalla semplice idea che la casa degli altri sembri sempre la casa ideale, mentre qui succedono i disastri. Si rimette sempre tutto in discussione, si resta soli, si riparte, si torna soli. E’ un’immagine. Di fronte a una casa dove vivevo da piccolo guardavo sempre una famiglia che entrava e usciva impeccabile da casa. Forse nell’inconscio ho un’idea fallimentare della perfezione. “Non un rumore di spari nei sogni che li fa svegliare di notte come pazzi per controllare di esser ancora vivi” credo sia l’unica frase di cui sono contento nel disco.

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Vorrei conoscere anche qualche particolare sulla genesi della traccia di apertura, “Rituale”. “Rituale” si distingue dagli altri brani nato per ultimo e scritto e inciso in due giorni, mixato in qualche ora e forse si sente…;) “Rituale” chiude un cerchio per me. “Rituale” è un presente, non viaggia nel tempo, resta dov’è e cerca nel numero “due” la possibilità di essere una cosa sola. Un uno, un tutto. Quali sono i colleghi che ascolti con maggiore piacere al momento? Kurt Vile, Conor Oberst, Phosphorescent, M ward, Other Lives.


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