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PREFAZIONE

“Io so i nomi dei responsabili delle stragi italiane”. Così scriveva Pier Paolo Pasolini il 14 novembre 1974 sul ‘Corriere della sera’ in un articolo che sarebbe stato poi ricordato con il titolo ‘Il romanzo delle stragi’. Poco meno di un anno dopo, il 2 novembre 1975, il corpo dello scrittore venne ritrovato privo di vita all’idroscalo di Ostia. Ma la verità su questo omicidio è molto più complessa di ciò che per anni è stato fatto apparire. Un fitto intreccio di connessioni con le principali nefandezze storiche della politica italiana, su cui Pasolini cercava di far luce lavorando al suo ultimo romanzo ‘Petrolio’ (pubblicato da Einaudi nel 1992) ricostruisce quanto è accaduto nel nostro Paese negli ultimi 50 anni. Pasolini aveva la certezza che il vero potere fosse gestito, in Italia, da chi, a quei tempi, aveva in mano la politica energetica. Ed è da lì che, in questo dossier, ricostruiamo i fatti: da Enrico Mattei, il potente manager che, quale presidente dell’Eni, voleva porre le condizioni per l’indipendenza energetica ed economica dell’Italia. Dall’incidente aereo nel quale morì il 27 ottobre 1962, ripercorriamo un complesso e trasversale sistema di potere in grado di manovrare l’estrema destra, quanto l’estrema sinistra tramite l’utilizzo di elementi della criminalità organizzata e comune. Attraverso i troppi misteri rimasti irrisolti, superficialmente lasciati a se stessi, le omissioni e le menzogne, emerge chiaramente come alta criminalità, violenza a sfondo politico e malavita comune, negli anni ‘70 del secolo scorso, convivessero tranquillamente, fondendosi e confondendosi tra loro in un circuito criminale complessivo, che venne a lungo utilizzato dai cosiddetti ‘poteri forti’ e dalla criminalità mafiosa per compiere i delitti più efferati. Il giorno prima della sua morte, Pasolini aveva rilasciato un’intervista al giornalista Furio Colombo per ‘la Stampa’, che per sua espressa volontà venne pubblicata con il titolo: “Siamo tutti in pericolo”. Un monito rivelatosi presagio, col senno di poi.


Enrico Mattei


IL CASO MATTEI

La sera del 27 ottobre 1962, la torre di controllo dell’aeroporto di Linate perse i contatti con un piccolo bireattore, un Morane – Saulnier registrato con la sigla I – Snap di proprietà dell’Eni, il nostro ente petrolifero di Stato. A bordo del veivolo si trovavano: Enrico Mattei, un giornalista americano, William McHale e il pilota, Irnerio Bertuzzi. L’aereo era decollato dall’aeroporto di Catania nel secondo pomeriggio, dopo una ‘visita – lampo’ di Mattei in Sicilia. Di lì a pochi giorni, il presidente dell’Eni, il più potente manager di Stato italiano, si sarebbe dovuto recare in Algeria per firmare un accordo sulla produzione di petrolio, un’intesa alquanto scomoda per le multinazionali che controllavano il mercato mondiale del greggio. Dopo poche ore dalla perdita del contatto radio, i resti del Morane – Saulnier vennero ritrovati in un prato della bassa Pianura Padana, presso una frazione del comune di Landriano denominata Bascapè, in provincia di Pavia. Dei tre occupanti, vennero recuperati solamente una trentina di chili di carne e ossa in tutto. Ai primi giornalisti che giunsero sul posto, uno ‘stanziale’, il signor Ronchi, descrisse la caduta dell’aereo come se questo fosse esploso in volo. In seguito, il Ronchi cambiò la propria versione aggiustandola e manipolandola, sino a descrivere quella che, a prima vista, gli era apparsa un’esplosione in cielo solamente come un tragico incidente. Ciò in quanto l’interrogativo si era posto immediatamente agli occhi dell’opinione pubblica: cos’era successo veramente? Si trattava di un incidente o di un delitto? Di una tragica fatalità o di un sabotaggio? Di una disgrazia o di un complotto? Parallelamente all’inchiesta amministrativa, aperta dall’Aeronautica militare, la procura della Repubblica di Pavia aprì un’indagine per i reati di omicidio pluriaggravato e disastro aviatorio. Tuttavia, mentre l’inchiesta militare si chiuse nel giro di pochi mesi senza aver sostanzialmente accertato alcuna causa dell’incidente, il giudice istruttore pose fine a ogni accertamento solo tre anni dopo, accogliendo le richieste della procura e pronunciando una sentenza “di non luogo a procedere, perché i fatti non sussistono”. A ridar ‘fiato’ alla vicenda, però, sul finire degli anni ’70 del secolo scorso furono un libro e un film. Il primo era stato scritto da Fulvio Bellini e Alessandro Previdi ed era intitolato: ‘L’assassinio di Enrico Mattei’ (Selene edizioni); il secondo fu il capolavoro di Francesco Rosi: ‘Il caso Mattei’. Contemporaneamente, Italo Mattei, fratello del presidente dell’Eni, chiese che venisse istituita una commissione parlamentare d’in-


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chiesta tesa ad approfondire la vicenda. I dubbi sull’incidente, in effetti, continuavano a rimanere fondati. Inoltre, la scomparsa di Mattei aveva facilitato troppe persone, in Italia e all’estero, dal momento che la sua spregiudicatezza, la sua aggressività e i suoi strettissimi rapporti con i Paesi produttori di petrolio avevano urtato il ‘cartello’ petrolifero denominato delle ‘Sette sorelle’. La riapertura delle indagini venne inoltre richiesta da una serie di interrogazioni parlamentari, nonché da una serie di periodiche campagne di stampa. L’interesse attorno alla misteriosa fine di Mattei ricevette nuovo impulso nel corso delle indagini sulla scomparsa del giornalista del quotidiano ‘L’ora’ di Palermo, Mauro De Mauro, avvenuta nel settembre del 1970. Una delle ‘piste’ seguite dall’inchiesta sulla fine di De Mauro aveva infatti ipotizzato che il giornalista fosse stato sequestrato e ucciso poiché aveva scoperto qualcosa di molto importante circa la morte di Mattei. De Mauro aveva ricevuto proprio dal regista Francesco Rosi l’incarico di collaborare alla stesura della sceneggiatura per il suo film, ricostruendo gli ultimi due giorni di vita trascorsi da Enrico Mattei in Sicilia. Ma anche le diverse indagini sulla scomparsa di De Mauro non sono mai approdate a nulla, nonostante una richiesta di ulteriori investigazioni riformulata dal Gip di Palermo nel 1991. Il procedimento è stato archiviato nell’agosto del 1992: De Mauro non poteva aver scoperto nulla di particolare intorno alla morte di Mattei, dato che la magistratura di Pavia ha ritenuto del tutto accidentale la natura del disastro di Bascapè. Tuttavia, nel settembre del 1994, il Gip di Pavia autorizzò nuovamente la riapertura delle indagini nei confronti di ignoti. La procedura di riesame fu richiesta dalla procura di Pavia che, per competenza, aveva ricevuto da quella di Caltanissetta l’estratto delle dichiarazioni rese il 27 luglio 1993 dal ‘pentito’ di mafia Gaetano Iannì. Secondo costui, l’eliminazione di Mattei era stata decisa da un accordo ben preciso tra alcuni non meglio identificati ‘americani’ e ‘Cosa nostra’ siciliana. A mettere una bomba sull’aereo di Mattei sarebbero stati alcuni uomini della famiglia mafiosa capeggiata da Giuseppe Di Cristina. Il 5 novembre 1997, il pm di Pavia, Vincenzo Calìa, giunse pertanto alle seguenti conclusioni: “L’aereo a bordo del quale viaggiavano Enrico Mattei, William McHale e Irnerio Bertuzzi fu dolosamente abbattuto nel cielo di Bascapé la sera del 27 ottobre 1962. Il mezzo utilizzato fu una limitata carica esplosiva, probabilmente innescata dal comando che abbassava il carrello e apriva i portelloni di chiusura dei loro alloggiamenti”. Tali conclusioni lasciavano però ancora aperti una serie di enigmi: se la tragedia di Bascapè fu, in realtà, un attentato, chi è stato a uccidere Mattei, McHale e Bertuzzi? E qual era il movente del sabotaggio? Alla ‘sbarra’ ci finì solamente il contadino Mario Ronchi, con l’imputazione di favoreggiamento personale aggravato: secondo l’accusa, Ronchi vide l’ae-


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reo di Mattei esplodere in volo e rilasciò alcune interviste in tal senso a diversi organi di stampa e alla Rai (che ne censurò le affermazioni…). Dopodiché, decise di ritrattare ogni cosa: forse, qualcuno aveva ‘comprato’ il suo silenzio. Ma nel frattempo Ronchi era deceduto senza più poterci aiutare a decifrare i veri perché del suo ambiguo comportamento.



CHI ERA ENRICO MATTEI?

La mitizzazione o il disprezzo verso la figura di Enrico Mattei ha sempre rappresentato una sorta di ‘gioco di società’ in cui, per molti anni, si sono cimentati, a seconda delle necessità, diversi settori e Partiti politici. C’è da dire che Enrico Mattei non rappresentava un personaggio facilmente catalogabile. Era nato ad Acqualagna, nel pesarese, figlio di un maresciallo dei Carabinieri. Senza completare gli studi, si era fatto assumere come operaio da una fabbrica di materassi. A 24 anni lasciò le Marche per trasferirsi a Milano, dove trovò impiego come commesso viaggiatore. Ottenuta la rappresentanza di un’importante azienda chimica tedesca, pochi anni dopo, con un piccolo capitale di partenza, fondò la Icl (Industria chimica lombarda), un’azienda specializzata nella produzione di olio per l’industria conciaria. Già in stretti rapporti con Orio Gracchi, un avvocato legato agli ambienti della Democrazia cristiana, durante la Repubblica di Salò entrò in contatto con la ‘Resistenza bianca’, diventando comandante partigiano di una Brigata cattolica. Al termine del II conflitto mondiale venne considerato un patriota. Il 12 maggio 1945, il Comitato di liberazione nazionale gli affidò dunque l’incarico di Commissario straordinario dell’Agip: il suo compito era quello di ‘liquidare’, in tempi rapidi, quell’inutile ‘carrozzone’ messo in ‘piedi’ dal fascismo. Al contrario, Mattei riuscì a convincere il Governo a non dismettere le attività dell’azienda, riuscendo peraltro a trasformarla, nel giro di pochi anni, in un vero e proprio ‘gioiello’ dell’industria di Stato. Nel 1949 portò a compimento un’operazione che lo mise in netta evidenza: nella zona di Cortemaggiore, in piena pianura Padana, una sonda dell’Agip aveva trovato un ricco giacimento di metano in cui era mescolata anche qualche traccia di petrolio. Mattei decise allora di giocarsi una ‘carta’ straordinaria: utilizzando la stampa come ‘cassa di risonanza’ fece credere a tutta Italia che quel giacimento di gas fosse anche un ricchissimo bacino di ‘oro nero’, tale da arricchire non solo la valle Padana, ma l’intero Paese. Si trattava di un enorme ‘bluff’, ma la notizia non fece che aumentare a dismisura il suo prestigio presso l’opinione pubblica. I titoli Agip salirono alle ‘stelle’. E, grazie anche all’alleanza di Mattei con il ministro democristiano Vanoni, l’Agip si vide affidare per legge l’esclusiva delle ricerche e dello sfruttamento degli idrocarburi in tutta la pianura


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Padana. Al fianco di Mattei si schierarono anche le sinistre. Contro di lui, tutte le altre forze politiche e la Confindustria. Fu in quella fase che Mattei dimostrò le sue grandi capacità di movimento: maneggiando con spavalderia i fondi ‘neri’ dell’ente iniziò a corrompere, finanziare e manovrare tutti coloro che potevano essergli utili. Il 27 marzo 1953 entrò in vigore la legge di istituzione dell’Eni, l’Ente nazionale idrocarburi, il quale assorbì l’Agip. Dell’Eni, Mattei divenne prima presidente e, in seguito, anche amministratore delegato e direttore generale. Da quel momento, l’Eni e il suo manager, la cui figura si proiettava ormai su scala mondiale, divennero la stessa cosa. Bisogna anche sottolineare che Mattei era dotato di un intuito assai spiccato: al fine di far leva sulla ‘vena populista’ degli italiani, aveva inventato un aneddoto che solleticava non poco la loro voglia di rivincita postbellica. La ‘storiella’, che divenne nota come la parabola ‘del gattino’ era la seguente: “C’era una volta un gattino gracile e smunto, che aveva fame. Vide dei cani grossi e ringhiosi che stavano mangiando e, timidamente, si avvicinò alla ciotola. Ma non fece nemmeno in tempo ad accostarsi che quelli, con una ‘zampata’, lo allontanarono. Noi italiani siamo come quel gattino: abbiamo fame e non sopportiamo più i cani grossi e ringhiosi, anche perché, in quella ciotola, c’è petrolio per tutti”. Mattei, insomma, non ci stava a rimanere subordinato alla politica economica americana, la quale, in quegli anni, condizionava la maggior parte delle forze politiche che sostenevano i diversi Governi della Repubblica italiana. Così, decise di rompere l’assedio delle grandi società statunitensi iniziando a tessere relazioni con i Paesi in via di sviluppo produttori di petrolio, soprattutto quelli arabi, o addirittura con gli Stati del ‘blocco’ socialista. Già nel 1957, Mattei era diventato il grande antagonista della Shell e della Esso, trattava direttamente con il Governo libico per lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio del deserto del Sahara, finanziava generosamente i movimenti di liberazione dell’Algeria che combattevano per liberarsi dal ‘giogo’ della potenza coloniale francese, firmava personalmente contratti con la Tunisia e il Marocco. Ai Paesi produttori, Mattei non imponeva lo sfruttamento delle loro risorse, come invece facevano gli americani, bensì era solito proporre una politica, riveduta e corretta, del ‘fifty – fifty’. Ai governanti dell’Iran e dell’Egitto, ad esempio, formulò una proposta secondo la quale l’Eni si sarebbe sobbarcata tutte le spese per la ricerca petrolifera nei territori di quei Paesi: se il petrolio fosse stato ritrovato, il Paese produttore avrebbe avuto pieno diritto di diventare socio dell’Eni al 50%, dopo aver pagato la metà del costo di sviluppo del giacimento e aver rimborsato le spese iniziali. In più, al Paese produttore sarebbe andato il 50% della differenza di ricavo tra il costo materiale e il prezzo effettivo di vendita del greggio. Innanzi a quest’ardita proposta, i Paesi arabi, ricchissimi di petrolio, iniziarono a vedere in Mattei un amico, preferendo trattare con lui piuttosto che con altri. Di contro, l’Eni e


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Il presidente dell'Eni Enrico Mattei, davanti al suo aereo con il simbolo dell'Agip, in una foto d'archivio.

Mattei iniziarono a inimicarsi tutto l’occidente che contava. Agli Stati Uniti, in particolare, cominciò a dar fastidio l’accordo che l’Eni aveva stipulato con l’Unione sovietica e le trattative che aveva già avviato con la Repubblica popolare cinese. Nel settembre del 1960, cioè due anni prima della sua morte, Mattei scagliò il suo definitivo ‘guanto di sfida’ contro le potenti compagnie petrolifere americane. Intervenendo all’VIII Congresso mondiale dei petroli, organizzato a Piacenza, il presidente dell’Eni sostenne una tesi coraggiosa: quella della fine del monopolio americano delle risorse petrolifere. In sintesi, le nuove realtà politiche dei Paesi produttori di petrolio rendevano ormai possibile, secondo Mattei, un nuovo ‘assetto’ basato su accordi diretti tra Paesi produttori e Paesi consumatori: il ‘gattino’ aveva cominciato a tirar fuori gli ‘artigli’. L’Eni venne allora invitata a una ‘cointeressenza’ nella spartizione dei giacimenti petroliferi del Sahara. Ma Mattei, ancora una volta, andò ‘controccorrente’, giocando d’astuzia: rifiutò l’intesa “almeno fino a quando l’Algeria non diventerà un Paese indipendente”. Nel frattempo, egli


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continuava a foraggiare il Fronte nazionale di liberazione dell’Algeria, impegnandosi in un durissimo ‘braccio di ferro’ con la Francia. Così facendo, cominciò a entrare nel ‘mirino’ dell’Oas, l’organizzazione di estrema destra francese contraria all’indipendenza algerina. E non solo: l’8 gennaio 1962, cioè otto mesi prima della tragedia di Bascapè, Mattei subì un vero e proprio tentativo di sabotaggio. Quel giorno, il presidente dell’Eni doveva partire con il suo Morane – Saulnier alla volta di Rabat, la capitale del Marocco, dove c’erano ad attenderlo il presidente del Consiglio italiano, Amintore Fanfani ed il ministro degli Affari Esteri, Antonio Segni, per l’inaugurazione di una nuova raffineria. Ma quella cerimonia dovette svolgersi senza la sua presenza, poiché durante un giro di prova precedente al decollo, il pilota del suo aereo si era accorto di uno ‘strano rumore’ che proveniva da uno dei due reattori. Dopo un approfondito controllo, venne ritrovato un cacciavite fissato con un nastro adesivo in una parte interna delle tubature in lamiera: con il calore, il nastro si sarebbe certamente liquefatto e il cacciavite sarebbe finito all’interno del reattore, provocandone l’esplosione. L’episodio del tentato sabotaggio, in realtà faceva seguito a una lunga serie di minacce che il presidente dell’Eni aveva ricevuto dall’Oas. Intimidazioni serie e preoccupanti, visto che alcuni emissari dell’organizzazione terroristica francese erano presenti in Italia proprio in quel periodo. Mattei sapeva di essere divenuto, inoltre, obiettivo privilegiato anche della Cia, la quale era in stretto rapporto con l’Oas tramite Richard Bissel, a qui tempi vicedirettore del controspionaggio americano. Dal giorno di quel fallito attentato, Mattei aveva iniziato a ricevere, quasi quotidianamente, continue minacce di morte. Ne parlò anche con la moglie Greta, che un giorno lo vide affranto. Gli ultimi giorni della sua vita li visse in un clima di paura. La mattina del 27 ottobre 1962, tenne un discorso alla popolazione di Gagliano Castelferrato, in provincia di Enna. E, poche ore dopo, alle 18.57, il suo aereo privato perse ogni contatto con la torre di controllo di Linate, precipitando. A tutt’oggi, le sue ultime ore di vita rappresentano un autentico ‘buco nero’. Il primo interrogativo da porsi sarebbe quello di capire perché Mattei aveva deciso di tornare in Sicilia, dopo esserci già stato solamente una settimana prima. Stando ad alcune fonti, mai confermate, questa seconda visita ‘ravvicinata’ fu determinata dal ritrovamento, nei pressi di Gagliano, di una nuova ‘vena’ di metano. Tra la popolazione, tuttavia, si era sparsa la ‘voce’ che il ritrovamento di una simile insperata ricchezza non sarebbe stata sfruttata a vantaggio della popolazione del luogo e non avrebbe prodotto nuovi posti di lavoro. Invece, nel suo discorso ai cittadini della piccola località, Mattei lasciò intendere che, proprio a Gagliano, l’Eni avrebbe costruito una raffineria. Il fatto curioso, però, è che questo discorso Mattei doveva pronunciarlo nel pomeriggio, appuntamento che venne invece anticipato alle 10.00 del mattino. Anche sui motivi di tale decisione non è mai stata


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fatta veramente chiarezza: secondo una delle tante versioni, durante l’ultima notte della sua vita, Mattei aveva ricevuto una misteriosa telefonata, nella quale gli veniva chiesto di rientrare a Milano entro la serata successiva. Dovendo decollare da Catania entro le 17.00 per giungere a Milano in tempo, il presidente dell’Eni non aveva altra possibilità che anticipare di qualche ora l’incontro con la popolazione di Gagliano. Inoltre, per motivi di sicurezza, Mattei aveva un’abitudine: non comunicava mai ad alcuno, se non al suo pilota personale, gli orari prefissati per i suoi spostamenti. Ma quella misteriosa telefonata notturna - che non si è mai saputo da chi provenisse - aveva, di fatto, svelato l’esatto orario di partenza dall’aeroporto di Catania: nessuno avrebbe potuto organizzare un sabotaggio senza conoscere con certezza a che ora l’aereo del presidente dell’Eni sarebbe decollato.



CHI? E PERCHÉ?

Mattei si era creato un piccolo ‘esercito’ di difesa personale composto da ex partigiani, quasi tutti comunisti, che vegliavano giorno e notte sulla sua incolumità, ma che nulla poterono contro la morte che lo attendeva in quella piovosa serata di fine ottobre del 1962. Oggi, sappiamo quasi con certezza che egli venne assassinato insieme al giornalista McHale e al pilota Bertuzzi, ma non sappiamo, ancora, da chi: dalla mafia su mandato dei grandi petrolieri americani? Dall’Oas in accordo con la Cia e l’avallo dei nostri servizi segreti? Oppure, per il delitto Mattei andrebbe seguita una ‘pista’ tutta italiana? Al fine di appurare le cause della tragedia di Bascapè, l’allora ministro della Difesa, Giulio Andreotti, decise di predisporre un’inchiesta che venne affidata a una commissione ministeriale composta da 11 persone, otto militari e tre civili, presieduta dal generale di squadra aerea, Ercole Savi. La conclusione a cui costoro giunsero, dopo una ricerca durata solamente cinque mesi, si limitò a formulare un’ipotesi che sposava inequivocabilmente la tesi dell’incidente o della tragica fatalità: essendo l’aereo in perfette condizioni e il pilota un professionista di grande esperienza, solo un malore o un errore di stanchezza del pilota stesso potevano aver causato il disastro. La bassa quota a cui volava il Morane – Saulnier, che si preparava all’atterraggio, fece il resto: l’aereo urtò la cima di alcuni pioppi e precipitò. Tali conclusioni sono sempre state fortemente in contrasto con la semplice evidenza: chi conosce bene il territorio della ‘bassa Lombardia’ sa perfettamente che i numerosi ‘filari’ di pioppi che si presentano sul territorio servono, quasi sempre, a segnalare la presenza di lunghi ‘canaloni’ di irrigazione idrica o, addirittura, a definire con precisione i diversi confini di proprietà tra i distinti terreni. In pratica, i pioppi, in Lombardia, sono


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disposti in ‘filiere longitudinali’, quasi mai sparsi disordinatamente, a ‘macchia’. Dunque, appare assai difficile ipotizzare che il pilota Bertuzzi possa avervi urtato contro, poiché il suo veivolo si sarebbe dovuto ‘infilare’ appositamente tra gli alberi tramite una rotta sostanzialmente perpendicolare rispetto alla disposizione tipica della campagna pavese. L’inchiesta ministeriale, in sostanza, non volle minimamente prendere in considerazione l’ipotesi del sabotaggio o dell’esplosione in volo. Ma se dai lavori di quella commissione non emersero evidenze che andassero al di là della constatazione del semplice incidente, la stessa cosa non avvenne nelle inchieste condotte dai giornali e dalla televisione, le quali rivelarono particolari a dir poco inquietanti, che non erano stati trasmessi, se non frettolosamente e solo nelle prime edizioni, dal telegiornale. Tali anomalie informative sul momento passarono sotto silenzio. Ma con il trascorrere del tempo e grazie all’interesse mediatico che il ‘caso Mattei’ comunque riusciva, di volta in volta, a scatenare, ben presto tornarono alla luce, costringendo la magistratura inquirente a ricercare i giornalisti che, nell’immediatezza dei fatti, avevano lavorato al caso, al fine di ascoltare direttamente da loro se la gestione dell’informazione era stata corretta. Ciò che si intese verificare, in sostanza, fu la possibilità di un’artefazione del resoconto giornalistico televisivo, cosa che venne in seguito confermata dalle diverse dichiarazioni dei cronisti e degli operatori della Rai intervenuti sulla scena dell’incidente aereo la sera del 27 ottobre 1962. Da quelle testimonianze risultò, in particolare, che la direzione dell’allora telegiornale aveva deciso di trasmettere le interviste rilasciate da alcuni abitanti della zona solo nelle edizioni immediatamente successive al fatto, per poi archiviarle in tutta fretta allo scopo di non riproporle mai più. Inoltre, rivedendo i filmati, i magistrati si accorsero con piena evidenza della manipolazione effettuata sulle dichiarazioni stesse, in cui l’audio degli intervistati risultava più volte interrotto: un’evenienza alquanto ‘stravagante’, poiché la cosiddetta ‘smagnetizzazione’ di un nastro audiovisivo di quei tempi, allorquando capitava, poteva avvenire solo ‘integralmente’, mai per ‘spezzoni’ o per singoli segmenti. Per inciso, tali ‘difetti’ erano relativi proprio alle dichiarazioni e alle testimonianze dirette sull’incidente rese, nelle ore immediatamente successive alla tragedia, dal contadino Mario Ronchi e della casalinga Margherita Maroni.



ALTRE INCONGRUENZE

Prendiamo, per esempio, le vicende relative alla testimonianza della signora Margherita Maroni, detta Rita: le dichiarazioni rese da questa casalinga della provincia di Pavia la sera stessa della sciagura aerea vennero alla ‘luce’ solamente otto anni dopo. E della sua versione dei fatti non v’era


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minima traccia nell’indagine condotta dalla commissione ministeriale. Il suo nome venne per la prima volta alla ribalta sul quotidiano ‘Il Messaggero’ del 22 ottobre 1970. Le nuove indagini, infatti, avevano permesso di rintracciare i filmati del telegiornale andato in onda nel pomeriggio del 28 ottobre 1962 e, nonostante la manomissione dell’audio, di svelare agli inquirenti il video e la parte iniziale della sua intervista rilasciata alla Rai. In sostanza, la versione della signora Maroni non era affatto quella dello ‘schianto’ di un aereo al suolo, bensì di un’esplosione avvenuta in volo, la quale aveva generato un bagliore di luci che scesero sulla pianura di Bascapè come dei ‘bengala’ o, testualmente, “delle comete”. Rintracciata dal giornalista Salvatore D’Agata (guarda un po’ chi si rivede…) per la testata ‘Panorama’, la Maroni completò e chiarì con nettezza che la ‘vampata’ era avvenuta in cielo: “Ho sentito lo scoppio, poi ho visto le scintille che venivano giù come delle stelle filanti o delle piccole comete. Sono certa di quello che ho visto e non ho mai dichiarato cose diverse, sin dalla sera in cui sono arrivati i primi giornalisti…”. Nonostante tali dichiarazioni e l’ottimo ‘scoop’ dell’amico D’Agata, per 35 anni tutto tacque, o quasi. Finché, nell’ambito delle rinnovate indagini del 1997, gli inquirenti si decisero finalmente a sequestrare e a visionare dettagliatamente ogni documento filmato sulla sciagura di Bascapè. Presso la sede Rai di Milano vennero rinvenuti il video e l’audio del servizio andato in onda nel corso del telegiornale del 28 ottobre 1962. E grande fu la sorpresa nel constatare che non solo la Maroni aveva chiarito perfettamente, sin dalle prime ore seguite alla tragedia, la propria versione dei fatti, ma anche che il contadino Mario Ronchi, la cui ritrattazione aveva peraltro destato una serie di forti perplessità, era stato intervistato nel medesimo servizio e che, in 35 anni, nessuno avesse mai utilizzato quelle dichiarazioni al fine di smascherare le sue menzogne successive. Ancora più grande fu lo stupore allorquando ci si accorse che la parte centrale dell’intervista al Ronchi era stata privata dell’audio tramite la sostituzione ‘artigianale’ della parte di nastro magnetico su cui scorreva la ‘pista’ di registrazione dei suoni con un ‘tratto’ di pellicola non magnetica. In ogni caso, il fatto che Mario Ronchi avesse risposto al cronista Bruno Ambrosi della Rai affermando di aver prima sentito “un boato” e solamente dopo “una botta…”, lo si apprese comunque attraverso la lettura ‘labiale’ del filmato stesso.


Mauro De Mauro, cronista de L’Ora, scomparso a Palermo il 16 Settembre del 1970.


IL CASO DE MAURO

Nel 1970, otto anni dopo la scomparsa del presidente dell’Eni, il caso Mattei era dunque tornato clamorosamente alla ribalta grazie a un libro assai discusso di Bellini e Previdi. Pubblicato a spese dei due autori, che non erano riusciti a trovare alcun editore, il volume, nel sostenere la tesi del sabotaggio aereo da parte degli estremisti antialgerini dell’Oas e della Cia, conteneva alcune notizie inedite. La più importante raccontava che il pilota Bertuzzi, in attesa di partire da Catania con a bordo Mattei e il giornalista americano, non si era mai mosso dalla zona in cui era stato temporaneamente parcheggiato il veivolo, in contrasto con quanto era stato affermato dalla commissione d’inchiesta, secondo la quale il pilota aveva pranzato al ristorante dell’aeroporto. I due autori affermavano, inoltre, che il pilota venne allontanato dall’aereo con una telefonata e che, in tale frangente, al bimotore francese si erano avvicinati tre individui: due in tenuta da meccanico, il terzo in divisa da ufficiale dei Carabinieri. Più tardi, una persona che aveva assistito alla scena aveva avvisato la Polizia, la quale, nel fermare i tre uomini, aveva identificato l’ufficiale come il capitano Grillo. Spacciandosi in tal modo, i tre individui erano riusciti a eludere il controllo della Polizia e ad allontanarsi indisturbati. In effetti, un ufficiale dei Carabinieri di nome Glauco Grillo esisteva davvero: si trattava di un tenente in servizio a Monopoli, in provincia di Bari, il quale, per meriti speciali, era in procinto di essere promosso capitano. Il vero capitano Grillo, però, in tutta la sua vita non aveva mai messo piede in Sicilia e chi, in quel 27 ottobre 1962, utilizzò quel nome, conosceva perfettamente tali informazioni. Il libro di Bellini e Previdi ebbe soprattutto il merito di aver attirato l’attenzione del regista Francesco Rosi, il quale decise la lavorazione di un film proprio sulla scomparsa del presidente dell’Eni. Ma per poter avere una minuziosa ricostruzione degli ultimi due giorni di vita di Mattei in Sicilia, Rosi, verso la fine di luglio del 1970, chiese una consulenza al giornalista Mauro De Mauro, che a quei tempi lavorava presso la redazione del quotidiano ‘L’ora’ di Palermo e che aveva già collaborato, in passato, alla stesura della sceneggiatura di un altro film di Francesco Rosi: ‘Salvatore Giuliano’. A questo punto, si inserisce nella vicenda un nuovo elemento altrettanto controverso: ricevuto l’incarico da Rosi, De Mauro si mise al lavoro facilitato dal fatto che, otto anni prima, appena appresa la notizia della morte di


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Mattei, il giornalista si era precipitato a Gagliano, al fine di ricostruire gli ultimi due giorni di vita del presidente dell’Eni. Naturalmente, anche per Rosi e De Mauro il primo punto da chiarire era il motivo per cui Mattei era tornato in Sicilia, nonostante vi fosse già stato una settimana prima. Come abbiamo già visto, il motivo ufficiale era dipeso dal fatto che, nei pressi di Gagliano, era stata scoperta una vena di metano e che Mattei si era visto costretto a tornare in Sicilia, al fine di tranquillizzare la popolazione locale. In ogni caso, quel che più conta è che il giorno successivo alla morte di Mattei, De Mauro fosse già stato a Gagliano e avesse raccolto una serie di notizie per conto di due testate con cui, a quel tempo, collaborava (tra l’altro, di proprietà dell’Eni): il quotidiano ‘il Giorno’ e l’agenzia di stampa nazionale ‘Agi’. Il giornalista, in quell’occasione, aveva riempito un intero blocco di appunti: in pratica, la trascrizione sintetica di un nastro che un cittadino di Gagliano aveva registrato durante il discorso tenutosi nel corso di quella mattinata. Si trattava di una registrazione che De Mauro era riuscito a farsi consegnare e che conteneva sia il discorso del presidente dell’Eni, sia quelli degli oratori che lo avevano preceduto. Nei suoi appunti, inoltre, De Mauro aveva aggiunto un’annotazione a prima vista non molto significativa: “Primo tempo, arrivo ore 15.00. Poi, ultimo momento, anticipato ore 10.00 per notizia Tremelloni”. Tremelloni era il ministro del Tesoro in carica nel 1962, che Mattei avrebbe dovuto incontrare il giorno seguente se fosse rimasto in vita. La manifestazione di Gagliano era stata dunque anticipata dalle 15.00 alle 10.00 perché nella notte precedente, mentre dormiva in una stanza del motel Agip di Gela, Mattei era stato raggiunto da una misteriosa telefonata che lo invitava a far rientro a Milano con urgenza: entro le 20.00 della sera successiva. Dovendo decollare da Catania verso le 17.00, per poter giungere in tempo a Milano il presidente non aveva altra possibilità che anticipare di qualche ora l’incontro con la gente di Gagliano. E risulta assai probabile che, riascoltando quel nastro dopo otto anni, De Mauro abbia dato notevole importanza a tale particolare, che dunque risulta decisivo. Abbiamo inoltre visto come Mattei avesse l���abitudine di non comunicare mai gli orari dei suoi spostamenti, se non al pilota Bertuzzi. Ma quella ‘strana’ telefonata notturna, che non si è mai saputo da chi sia stata fatta veramente, aveva per forza di cose svelato l’orario di partenza dall’aeroporto di Catania. Infine, nell’indagare per conto di Rosi, De Mauro aveva riempito un altro blocco di appunti: erano i resoconti, stringati ed essenziali, degli incontri che aveva avuto, in quei giorni, con alcuni personaggi all’epoca molto influenti in Sicilia, tra cui Graziano Verzotto, al momento della morte di Mattei segretario della Dc siciliana e stretto collaboratore dell’Eni, e Vito Guardasi, un avvocato tra i più noti e potenti


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dell’isola. De Mauro raccolse anche le testimonianze di due deputati: il comunista Pompeo Colajanni e il socialista Michele Russo. Rientrato a Palermo per preparare la documentazione per il film, il giornalista aveva dunque cominciato a impostare il proprio lavoro su tre tipi di materiale: 1) il nastro registrato; 2) gli appunti tratti dall’ascolto di quel nastro; 3) un altro blocco di annotazioni in cui aveva riportato una serie di colloqui avuti con alcuni personaggi durante il mese di agosto del 1970. Nei primi giorni di settembre, De Mauro aveva trascorso molte ore dentro casa e, secondo la moglie Elda, aveva riascoltato ripetutamente quel nastro, bloccando e riavviando il registratore su alcune frasi precise: su quel nastro aveva forse scoperto un dettaglio che gettava nuova luce sulla fine di Mattei? Poi, mercoledì 16 settembre 1970, appena passate le 21.00, De Mauro scomparve nel nulla. Stava per rientrare presso la propria abitazione palermitana quando, secondo quanto riportato da una delle figlie, tre uomini salirono a bordo della sua Bmw, che si allontanò. Da quel momento, del giornalista non si ebbe più alcuna notizia. Le ricerche di Polizia e Carabinieri si mossero in tutte le direzioni. In uno scomparto interno della vettura di De Mauro, ritrovata a poche centinaia di metri da casa sua, venne recuperato un bigliettino di appunti scritto di suo pugno su una speculazione edilizia. Naturalmente, i servizi e le inchieste di cui si stava occupando in quei giorni attirarono immediatamente l’attenzione degli investigatori.



PERCHÉ FAR SPARIRE DE MAURO?

Mauro De Mauro era un giornalista di 49 anni, originario di Foggia. Trasferitosi a Palermo nell’immediato dopoguerra, aveva collaborato prima al ‘Tempo di Sicilia’ e, in seguito, al ‘Mattino di Sicilia’. Cronista di ottimo livello, nel 1959 era stato assunto alla redazione del quotidiano palermitano ‘L’ora’, in cui si era distinto tramite una serie di inchieste sui più ‘scottanti’ fatti di mafia. Prima di scomparire, stava attraversando un momento professionalmente non semplice: da un paio di anni non si occupava più di mafia e aveva cercato di trasferirsi a Roma, al quotidiano ‘Paese Sera’, senza riuscirci. Da poco tempo era riuscito a ottenere una collaborazione con ‘il Giorno’. Inoltre, ‘L’ora’ aveva deciso di mandarlo prima a Messina, al fine di riorganizzare la redazione locale, dopodiché lo aveva ‘promosso’ con l’incarico di caposervizio delle pagine sportive, argomento che De Mauro detestava. Nei giorni precedenti la sua scomparsa, il giornalista aveva affermato a più persone di avere per le mani “qualcosa di grosso”. E che quel “qualcosa” riguardava proprio le inda-


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gini sugli ultimi giorni di vita di Enrico Mattei. Lo riferì all’editore Fausto Flaccovio, alla figlia Junia e al collega dell’Ansa siciliana, Lucio Galluzzo, al quale disse apertamente che si stava occupando “di un soggetto per un film di Rosi: una cosa grossa, da far tremare l’Italia”. Le ‘piste’ che Carabinieri e Polizia seguirono per cercare di ritrovarlo furono assolutamente divergenti. Dell’indagine, tra l’altro, si occuparono tre investigatori di primo piano, che nel corso degli anni successivi furono, tutti e tre, assassinati dalla mafia: il capitano dei Carabinieri Giuseppe Russo, il commissario della Squadra Mobile di Palermo, Boris Giuliano e il comandante della Legione dell’Arma, Carlo Alberto Dalla Chiesa. Secondo i Carabinieri, De Mauro, nel corso delle sue ricerche, sarebbe incappato in un grosso traffico di droga e, per questo motivo, sarebbe stato eliminato dalla mafia. Questa è anche l’ipotesi sostenuta di recente dal ‘pentito’ Gaspare Mutolo, il quale ha riferito ai magistrati che De Mauro sarebbe stato strangolato da un killer di Stefano Bontade, il capo della ‘mafia perdente’ ucciso dai ‘Corleonesi’ di Totò Riina nel corso della faida esplosa durante i primi anni ’80 del secolo scorso. La Polizia, invece, puntò, anche se con una certa prudenza, sulla ‘pista Mattei’. V’erano state, in effetti, alcune misteriose ‘sparizioni’ tra il materiale che il giornalista conservava per il suo lavoro, che apparivano quanto mai allarmanti: nel cassetto della sua scrivania in redazione, che era stato forzato, non venne ritrovato, guarda caso, il nastro magnetico con la registrazione della manifestazione di Gagliano a cui aveva partecipato Mattei. E dal suo block notes di appunti risultavano strappate numerose pagine. Mancavano del tutto, inoltre, gli altri fogli di appunti più recenti, quelli da utilizzare per il film di Rosi. Il fortissimo sospetto che in quel nastro e in quegli appunti vi fosse la soluzione di due ‘gialli’ - quello della sparizione di De Mauro e quello della morte di Mattei - appare evidente. Ed è assai probabile che, nel corso della sua inchiesta sulle ultime ore di vita del presidente dell’Eni, De Mauro sia riuscito a cogliere una ‘sfumatura’ sfuggita a tutti, un qualcosa che avrebbe potuto dare sostanza all’idea del sabotaggio subito dal Morane - Saulnier, un ‘qualcosa’ che potesse far intendere chi veramente aveva interesse a che De Mauro non parlasse e non scrivesse mai più. Chi ha fatto sparire De Mauro? La mafia, a causa di alcune sue inchieste che, tuttavia, da almeno due anni il giornalista non seguiva neanche più? Oppure sono stati alcuni agenti dei poteri occulti internazionali, magari con l’aiuto di ‘manodopera’ mafiosa, a causa del suo interesse mostrato per la morte di Mattei? Non lo sapremo mai. Ma c’è un particolare su cui nessuno ha veramente indagato e che costituisce una di quelle strane ‘coincidenze’ di cui è infarcita la Storia d’Italia: durante i giorni della visita di Mattei in Sicilia, i responsabili del servizio d’ordine


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erano il questore di Enna, Ferdinando Li Donni e il vicequestore Antonio Savoia, commissario capo a Gela, due personaggi che, stranamente, nel 1970 li ritroviamo entrambi a Palermo a occuparsi della scomparsa del giornalista de ‘L’ora’, Mauro De Mauro.



ALCUNE IPOTESI

Il caso De Mauro formalmente non è mai stato chiuso: dopo che il pubblico ministero di Palermo, Giusto Sciacchitano, ha proposto l’archiviazione dell’inchiesta, il giudice istruttore del medesimo tribunale, Giacomo Conte, nell’aprile del 1991 ha deciso di chiedere alla Procura della Repubblica un supplemento di indagine, allo scopo di appurare “il ruolo della mafia e i suoi collegamenti con i poteri occulti, l’estremismo di destra, i servizi segreti e la massoneria”. Secondo il giudice palermitano, infatti, “ci sono elementi di prova che portano a Giuseppe Di Cristina e Giuseppe Calderone quali autori del sequestro De Mauro, nell’ipotesi che sia stato effettuato per conto di qualcuno allo scopo di bloccare l’inchiesta del giornalista sulla fine di Mattei”. Di Cristina e Calderone, due boss mafiosi di spicco, entrambi morti ammazzati, avevano stretti rapporti con ambienti della massoneria siciliana. E massone era pure un tal cavaliere Nino Buttafuoco, noto commercialista palermitano il quale, nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa di De Mauro, si era recato presso la sua famiglia al fine di rassicurarla. Di De Mauro ha parlato anche il noto ‘pentito’ di mafia Tommaso Buscetta, il quale tuttavia riferì al giudice Giovanni Falcone che “la morte di De Mauro non fu faccenda di mafia. Quando ne parlavo con i miei interlocutori erano tutti stupiti: non ne sapevano nulla. Credo che la sua scomparsa sia legata alla morte di un noto politico italiano: credo si chiamasse Enrico Mattei”. Il giudice Conte ha anche proposto che venisse verificata l’ipotesi di un coinvolgimento della struttura clandestina ‘Gladio’ - creata dai servizi segreti italiani, in accordo con quelli americani, durante gli anni della ‘guerra fredda’ - nell’omicidio di De Mauro. E sulla presenza di ‘Gladio’ in Sicilia voleva indagare pure Giovanni Falcone, anche se, come purtroppo sappiamo bene, la cosa gli venne impedita. Sul finire del 1995, un altro ‘pentito’ di mafia, Domenico Farina, si è autoaccusato dell’omicidio di De Mauro rifiutandosi, però, di fornire particolari sulla dinamica del delitto commesso. Ma, agli occhi dei magistrati che se ne sono occupati, la sua deposizione è sempre risultata scarsamente attendibile.


Pier Paolo Pasolini


IL DELITTO PASOLINI

Pier Paolo Pasolini era un intellettuale eclettico, inventore di un decadentismo di sinistra intriso di spiritualità, di una sincera e profonda religiosità cristiana. Oggi è facile rievocarlo con accenti di autentica disperazione civile. Ma negli anni della grande trasformazione italiana, egli venne osteggiato, diffamato, accusato di essere un corruttore dei giovani. I moderati disprezzavano l’intellettuale, oltre all’omosessuale; le sinistre non compresero appieno una riflessione tanto ardita quanto eretica, senza trascurare il giudizio su una moralità considerata non proprio irreprensibile. Naturalmente, quel ‘Palazzo’ che tanto indignava il poeta friulano, nelle sue varie diramazioni politiche, economiche, finanziarie e militari non digeriva le invettive e gli attacchi portati da Pasolini alla morale comune e all’ipocrisia italiana. Pasolini, dunque, aveva molti nemici. E pochissimi amici: oltre ai suoi ‘ragazzi di vita’, egli frequentava soltanto l’attrice e cantante Laura Betti, lo scrittore Alberto Moravia, la famiglia Bertolucci e lo sceneggiatore Vincenzo Cerami. Forse, era semplicemente un uomo di altri tempi. E questo suo naturale temperamento lo condusse a sostenere aspre dispute con colleghi intellettuali e giornalisti. Certamente, il ‘Corriere della Sera’ di quegli anni ebbe l’acume di ospitare i suoi articoli più provocatori, attirando quei lettori dell’alta borghesia attratti dalla carica trasgressiva di un anticonformista. Ma era soprattutto lo scandalo incarnato da Pasolini stesso, a suscitare discussioni, più che i contenuti delle sue opere. Rileggendolo a distanza di anni, si ravvisa facilmente l’ossessione per un’ineluttabile deriva narcisista e piccolo-borghese della società italiana, denunciata in completa solitudine. Il suo giudizio di “nuovo fascismo” era teso a sottolineare risvolti e contraddizioni dalla precisa discendenza totalitaria, pur nel suo permissivismo sostanziale, nel suo apparente benessere, nelle sue ipocrisie edoniste funzionali a dissimulare una mentalità omologativa, tutta impegnata a ‘schermare’ e a nascondere una concezione selvaggia dell’economia e del mercato, all’interno di una distinzione - posta quasi ai confini del crocianesimo eterodosso - tra uno sviluppo anarchico e disordinato e un effettivo progresso antropologico, civile e umano della ancor giovane democrazia italiana. In diverse e memorabili pagine, Pasolini ha irriso il grigiore e la sterilità, morale e valoriale, dei vecchi notabili democristiani, ritenendoli, a ragione, una sorta di residuo del passato. Infatti, solo nominalmente la Dc governava il Paese, poiché in realtà i desti-


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ni dei cittadini italiani sono sempre stati nelle mani delle multinazionali, delle grandi corporazioni, delle concentrazioni finanziarie, delle grandi imprese che, premeditatamente, impediscono ogni possibilità di ‘fare’, di creare nuove aziende, di proporre nuovi soggetti economici, innovativi prodotti sui mercati, anche grazie a un mondo dell’informazione trasformato in un vero e proprio accampamento lottizzato di inetti raccomandati dai Partiti, o da quelle famiglie borghesi che sono riuscite a ritagliarsi uno spazio in un ambito, quello editoriale, che ha sempre abdicato al proprio ruolo civile di ‘controllo’ del potere. Munito di grandi intuizioni, Pasolini non trascurava l’apporto sociologico delle scienze umane, affrontando anche gli aspetti più deleteri della trasformazione avvenuta in Italia nel corso degli anni ’60 del secolo scorso. Lo fece sul piano culturale piuttosto che su quello meramente economico. La mentalità appropriativa, edonista e consumista, stava distruggendo tradizioni e linguaggi che facevano parte del patrimonio valoriale di fondo del nostro Paese, per mezzo della penetrante azione della pubblicità e dei mass media. Quel che ormai contava maggiormente per le giovani generazioni, era l’appropriazione di merci sempre più superflue: il trionfo dei beni ‘voluttuari’. Da acuto osservatore del mondo giovanile, Pasolini soffriva per questa perdita di innocenza da parte dei giovani, ormai attaccati al denaro e ad abitudini forsennatamente consumistiche, pericolosamente autodistruttive. Tutto ciò non poteva che condurre a una violenza gratuita, senza limiti. E quando si verificarono i ripugnanti fatti del Circeo, in cui alcuni ragazzi vennero coinvolti in un turbine di violenza, torture e sesso, le sue più pessimistiche previsioni sembrarono realizzarsi. Proprio in quel periodo, violenza, delinquenza e teppismo di strada iniziarono a confondersi, coinvolgendo un gran numero di giovani. La distruzione sistematica operata dalla nuova cultura consumista non solo faceva ‘piazza pulita’ delle tradizioni più autentiche e peculiari del nostro Paese, ma si accompagnava a una mostruosa omologazione della mentalità di massa, che trasformava i cittadini in consumatori avidi e bisognosi. Ma venne giudicato ‘arcaico’ da molti, “un nostalgico di sinistra”, per dirla con le parole dell’amico Alberto Moravia. In merito al suo assassinio, personalmente sono del parere che esso sia stato pianificato e premeditato con una ferocia e una brutalità che ha avuto pochi precedenti nella storia criminale italiana. E che, per congegnare un delitto del genere, il movente non fosse affatto casuale. Il poeta friulano stava lavorando a un romanzo che avrebbe riassunto il significato della sua intera opera di ricostruzione intellettuale intitolata: ‘Petrolio’. Questo lavoro conteneva - e contiene - le consuete tematiche scandalose a lui più care, ma possiede precisi riferimenti a quei ‘poteri forti’ che hanno letteralmente devastato l’Italia, forze invisibili che hanno profondamente mutato il paesaggio fisi-


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co, morale e culturale della nostra società. Convinzioni che, come confermatomi personalmente da Ninetto Davoli in un assolato pomeriggio domenicale trascorso insieme tra le colline degli Appennini laziali nell’estate del 2004, si sono “regolarmente materializzate”. Pasolini non era interessato a formulare accuse generiche e semplicistiche contro impersonali macchine criminali del potere, ma cercava di dare un volto, un nome e un cognome, ai detentori delle sorti della società e dell’economia italiana, acquisendo documenti, affrontando letture, ricercando ossessivamente, investigando con autentico impegno civile. Egli si stava interessando a quei ‘giochi’ di potere condotti per il controllo della principale risorsa mondiale, posta alla base dello sviluppo: il petrolio. E la sua attenzione, guarda caso, si rivolse proprio all’Eni e nei confronti dell’uomo che ne aveva assunto la presidenza dopo la morte di Mattei: Eugenio Cefis. Com’è noto, ‘Petrolio’ è rimasto un romanzo incompiuto. Il giorno stesso in cui si seppe che il corpo ritrovato massacrato presso l’idroscalo di Ostia era quello di Pasolini venne denunciato un furto nella sua abitazione: chi erano e cosa cercavano veramente questi ladri? Quali documenti, o appunti, erano riusciti a sottrarre? La casa editrice Einaudi pubblicò ‘Petrolio’ solo nel 1992, quando ormai la vicenda giudiziaria relativa all’omicidio dell’intellettuale friulano risultava ormai chiusa da molti anni. Solo di recente alcuni particolari e dettagli, colpevolmente trascurati dagli inquirenti, hanno portato nuovi elementi che potrebbero riaprire il caso e farci abbandonare definitivamente la comoda versione del delitto maturato nel mondo ‘gay’. Con l’aiuto dell’avvocato Alessandro Bruno e del regista Federico Bruno, il maggior testimone di quei tragici e terribili fatti, Giuseppe Pelosi, detto Pino, di recente si è finalmente deciso a fornire una versione definitiva intorno all’omicidio dell’idroscalo di Ostia, attraverso la pubblicazione di un libro dal titolo esplicitamente provocatorio: ‘Io so… Come hanno ucciso Pasolini’, edito da Vertigo. Chi ha seguito gli sviluppi delle indagini, delle ricerche e delle inchieste relative a quel delitto è perfettamente al corrente di come l’attendibilità di Pelosi, che per lungo tempo si è accollato la completa responsabilità del fatto, non possa che provocare forti perplessità. Dubbi che nel corso di quest’ultimo intero anno ho cercato di trattenere per questioni di fastidio morale e di ‘autocensura’ personale. In estrema sintesi, mediante questa nuova pubblicazione Pelosi si dichiara vittima della situazione, sottolineando di non aver potuto parlare, in passato, per riuscire a proteggere la sua vita e quella dei suoi cari. E, senza un minimo di vergogna, ha deciso di schierarsi dalla parte di coloro che accusano i ‘potenti’: proprio lui, che avrebbe dovuto essere il primo a chiarire cos’era successo veramente in quella tragica notte dei primi di novembre 1975! Il delitto Pasolini è divenuto un crimine commesso a uso e consumo di tutti.


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Per almeno trent’anni, Pelosi ha più volte ripetuto di aver ucciso Pasolini senza l’aiuto di alcun complice, perché il poeta avrebbe tentato di violentarlo con un bastone, dipingendo il poeta friulano non solo come un cliente abituale del mercato della prostituzione omosessuale e minorile, ma come un personaggio dominato da pulsioni violente e sadiche. Solamente oggi Pino Pelosi, detto ‘la rana’, rivede la propria versione dei fatti, dopo che sono emerse importanti novità rispetto alla menzognera storia del delitto tra omosessuali raccontata per decenni, ‘mutuando’ la propria testimonianza al fine di adattarla alle scoperte più recenti. Bisogna ammettere che il suo libro - una sorta di diario degli ultimi mesi che precedettero l’omicidio - parte da un presupposto assai vicino all’obiettività: “Nulla si fa per caso, tutto è calcolato”. Ma verso la fine del volume viene raccontata la cronaca di un incidente automobilistico occorso nel luglio del 2011 allo stesso Pelosi e a un suo amico, tale Olimpio Marocchi, che tragicamente vi ha perso la vita. Perché? Qual è il collegamento di questo fatto con il caso Pasolini? Si è forse trattato del tentativo di eliminare un testimone divenuto improvvisamente scomodo? A distanza di tanti anni, chi può ancora avere interesse a occultare la verità sulla morte di Pasolini? In ogni caso, la narrazione di Pelosi presenta tre‘notizie’, rispetto alle sue rivelazioni precedenti: 1) in totale contraddizione rispetto a quanto precedentemente ammesso, egli racconta di aver coltivato un rapporto di intensa amicizia con Pasolini, iniziato alcuni mesi prima dell’assassinio. Egli sarebbe stato ‘abbordato’ dal poeta in piazza dei Cinquecento, a Roma, ma poi tra i due sarebbe nata una sincera amicizia, una sorta di “amore platonico”. Pelosi afferma che questa frequentazione tra lui e Pasolini era di pubblico dominio e che, quindi, sarebbe convalidabile da numerosi testimoni ancora in vita. Come giudicare questa clamorosa novità di cui anche gli amici più affezionati di Pasolini avrebbero dovuto essere al corrente? Le perplessità non mancano. Tuttavia, qualcosa depone a favore di Pelosi: la sua somiglianza con Ninetto Davoli è piuttosto evidente e rende plausibile l’affetto che lo scrittore friulano può aver riservato nei confronti di un giovane ‘balordo’. Pier Paolo non ha mai fatto mistero di frequentare gli ambienti dei “ragazzi di vita”, giovani di borgata che vivevano di espedienti, commettendo truffe e furtarelli. E il ritratto che finalmente Pelosi offre di Pasolini si distacca dall’immagine di cliente dei ‘marchettari’ e sfruttatore di ragazzini per soddisfare i propri vizi. Insomma, tramite una ‘virata’ di 180 gradi, Pelosi si ravvede completamente, smontando quel giudizio inquietante sul poeta che egli stesso ha notevolmente contribuito a diffondere. Pier Paolo, in realtà, era divenuto molto guardingo nella scelta delle proprie amicizie “perché ormai”, aveva confessato ad alcuni amici, “cercano soprattutto di ‘spillarmi’ denaro e non si accontentano più di una pizza e di una birra…”. Rimangono perciò in sospeso una serie di contraddizioni: quan-


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to è credibile che Pelosi abbia vissuto un’amichevole ma intensa relazione con Pasolini? È vero che questa sarebbe durata alcuni mesi, oppure si vuol per l’ennesima volta ‘confondere le acque’ sul fatto che si stesse preparando un agguato contro di lui? Come si può ben comprendere, la lettura di questo testo rischia di risultare un’esperienza persino ‘seccante’… 3) In questo stucchevole capolavoro di manipolazione editoriale, Pelosi a un certo punto tira in ‘ballo’ Sergio Citti, fraterno amico di Pasolini, regista, sceneggiatore e per lungo tempo suo collaboratore diretto, che nel corso del 2005 aveva rilasciato un’intervista al giornalista del ‘Corriere della Sera’, Dino Martirano, in cui espose la propria ricostruzione delle ultime ore di vita di Pier Paolo attraverso una personale investigazione. Aveva anche girato un ‘filmino’, oggi facilmente rintracciabile sulla rete ‘Youtube’, sul luogo in cui venne rinvenuto il cadavere pochi giorni dopo l’identificazione. Il documento, depositato agli atti giudiziari ma mai realmente visionato dagli inquirenti, così come nessuno ha mai voluto ascoltare la testimonianza dell’autore, non solo dimostra l’incuria e il pressapochismo con cui furono eseguiti, a suo tempo, i rilievi scientifici fondamentali sulla scena di un crimine, ma che la versione ufficiale certificata dagli inquirenti, dalle autorità e dall’opinione pubblica non corrispondeva assolutamente ai fatti. Citti propose una versione assolutamente inedita: la cronaca di un’imboscata preparata con il pretesto della restituzione delle bobine dell’ultimo film di Pasolini: ‘Salò’. Nell’estate del 1975, presso gli stabilimenti di Cinecittà, nel quartiere romano del Tuscolano, erano infatti state rubate le ‘pizze’ di alcuni film di Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini e Damiano Damiani. Citti raccontò di esser stato contattato da un losco individuo, tale Sergio Placidi, il quale affermava di aver rintracciato quelle di ‘Salò’, rendendosi disponibile a restituirle in cambio di due miliardi di lire. L’offerta del ricattatore venne comunicata al produttore Alberto Grimaldi, che però era disponibile a ‘sborsare’ solo una cinquantina di milioni al massimo. Secondo Citti, il ricattatore Placidi era ben conosciuto da Pelosi, poiché entrambi frequentatori dello stesso bar di via Lanciani, una strada ai confini del popolare quartiere romano del Tiburtino. Successivamente, gli autori del furto si sarebbero messi in contatto con lo stesso Pasolini, riferendogli che avrebbero restituito la refurtiva gratuitamente. Molto probabilmente fu questa la vera ‘esca’ per la ‘trappola’ fatta scattare presso l’idroscalo di Ostia. Proprio la sera del 2 novembre 1975 - come egli stesso disse a Citti - Pasolini doveva incontrare questi ragazzi per la restituzione della pellicola originale. Citti, insomma, già nel 2005 si disse convinto che Pelosi era stato manovrato per fare da ‘esca’, poiché rappresentava il ‘tipo’ di ragazzo che poteva piacere a Pier Paolo e che, sicuramente, lo avrebbe condotto tra le braccia degli


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assassini. In pratica, pur con qualche variante, Pelosi oggi ‘sposa’ la versione di Citti, impegnandosi molto, naturalmente, a sottolineare il proprio ruolo di “esca non consapevole”, al fine di negare ogni genere e tipo di responsabilità ‘diretta’. Pelosi, invece, conosceva molto bene il gruppo di ragazzi che, soddisfacendo le richieste di Placidi e di un misterioso personaggio che lavorava nel cinema, avevano rubato quelle ‘bobine’. Fra questi vi erano i fratelli Borsellino, Giuseppe e Franco, due suoi ‘antichi’ amici d’infanzia. Qualche anno fa, lo stesso Pelosi ha accusato i due ex amici di aver partecipato alla spedizione che massacrò Pasolini, ovvero solamente quando fu sicuro che questi non potessero più replicare alcunché, essendo deceduti. I fratelli Borsellino, di origini siciliane e più giovani di Pelosi di qualche anno, erano due soggetti difficili: perennemente ‘impasticcati’ e tossicodipendenti, sognavano di fare un salto di qualità nel mondo della malavita romana. Uno dei due, Franco, avrebbe raccontato al Pelosi stesso che la richiesta di riscatto delle ‘pizze’, rivolta al produttore Grimaldi, era stata “bloccata” per l’intervento di alcuni personaggi che, all’epoca dei fatti, gravitavano attorno all’ambiente neofascista della sezione dell’Msi di via Subiaco. Sempre secondo Pelosi, inoltre, i fratelli Borsellino frequentavano quella sezione del Msi ed erano imbevuti di slogan e parole d’ordine dell’estrema destra. Nei vari contesti urbani non era certo infrequente che Partiti e associazioni neofasciste pescassero nel ‘mare’ della delinquenza e della piccola malavita di quartiere. Ma le cose non stavano proprio così: anzi, qualcuno aveva cercato di spiegare a quelle ‘zucche vuote’ dei Borsellino che il film di Pasolini trattava temi di degradazione e delirio antropologico e che la Repubblica di Salò era solamente un pretesto, un argomento di ‘sfondo’. Pertanto, se volevano continuare a frequentare quella sezione del Partito avrebbero dovuto convincere gli autori del furto a riconsegnare quelle bobine gratuitamente, scusandosi con l’autore per la tentata estorsione, anche se operata da altri. Lo scrittore Nico Naldini, cugino di primo grado di Pasolini che all’epoca lavorava per una casa di produzione cinematografica, pur non essendo mai stato convinto della ‘pista’ basata sul furto delle ‘pizze’ di ‘Salò’ e del conseguente ricatto in quanto persuaso che il delitto sia maturato nell’ambiente della prostituzione omosessuale, rivelò che quelle bobine erano già state ritrovate in un sottoscala di Cinecittà e che nessun riscatto fu mai versato alla malavita romana. Ma ciò può anche supportare l’ipotesi che, in realtà, qualcuno avesse in mente ben altro. Pelosi ammette di aver conosciuto Sergio Placidi, ovviamente tramite i fratelli Borsellino. E lo dipinge come un piccolo, ma intraprendente, boss di quartiere, assai attivo nei ‘giri’ della prostituzione e dello spaccio di droga. Costui era anche solito organizzare ‘festini’ a base di sesso e


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droga, a cui partecipavano importanti e noti personaggi della televisione e del cinema. Nulla di nuovo: ricchi personaggi, aspiranti modelle, conduttori radiofonici, presentatori televisivi, ‘attricette’ di cinema e ‘fiction’ televisive, calciatori e altri sportivi, subrettine e ‘veline’ da sempre appartengono a un mondo romano stordito e corrotto, che si ‘culla’ nel mito della ‘dolce vita’ di ‘felliniana memoria’ senza aver mai compreso come il maestro riminese, attraverso quel film, abbia inteso segnalare proprio il loro paganesimo provinciale e miserabile, immerso un ambiente imbastardito dal mito del divismo hollywoodiano: scherzi dell’ignoranza populista italiana, che pone sempre ogni cosa in un unico ‘calderone’ per la piattezza logica di un cattolicesimo tutto composto di doppie verità, di contraddizioni irrisolte, di repressioni mai ‘sfogate’. Non è un certo un caso se, per le mafie e la delinquenza più o meno organizzata, molti settori dell’industria dell’immagine, dello spettacolo e dell’intrattenimento abbiamo sempre costituito un ‘mercato’ di riferimento. Inoltre, non va dimenticato che questo clima da ‘basso impero’ si accompagna da sempre a una crisi inesorabile della maggiore industria culturale della capitale, quella appunto del cinema, che sino agli inizi degli anni ‘70 era seconda solo a Hollywood. Tale declino, di qualità e di pubblico, coincise pienamente con il rinnovamento del sistema televisivo italiano, il quale aprì il mercato delle frequenze locali ai privati, secondo uno spirito meramente commerciale della produzione televisiva. Subito egemonizzata dal modello ‘berlusconiano’, la televisione stava cominciando proprio allora a prendere il posto del cinema nell’immaginario collettivo. Tra i principali beneficiari del declino cinematografico italiano c’erano, naturalmente, i finanziatori dei canali televisivi ‘berlusconiani’, riconducibili alla loggia P2. E lo spazio lasciato libero dai grandi produttori, che ben presto si videro costretti a trasferirsi in Francia o negli Stati Uniti, venne occupato dai ‘dilettanti allo sbaraglio’. In una simile deriva di ‘inculturazione’, di lenta ma inesorabile e progressiva degenerazione artistica, la qualità estetica dei film italiani crollò verticalmente. E non solo i festini a ‘luci rosse’ divennero all’ordine del giorno: anche episodi come il furto di bobine diventò una tecnica teorizzata come ‘percorribile’, con la complicità di chi nel cinema ci lavorava. E infatti, proprio Pelosi ci viene a raccontare che l’idea del furto delle ‘pizze’ sarebbe stata suggerita a Placidi proprio da Citti, il quale, essendo un frequentatore assiduo dei festini organizzati dallo stesso Placidi, aveva finito con l’indebitarsi e col proporre al malavitoso l’idea di organizzare un furto di pellicole, al fine di ricattare i produttori di Cinecittà. In buona sostanza, la gestione di questo giro di prostituzione e di droga, offerta abbondantemente alle ‘stelle’ della televisione, ha sempre alimentato un mercato dell’usura e del ricatto nel quale lo


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stesso Citti sarebbe rimasto ‘impigliato’, costringendolo a trovare un modo per pagare i propri debiti. Ma è credibile il Pelosi allorquando accusa Citti, ormai deceduto e non più in grado di difendersi da simili cose? Citti è stato un amico molto intimo di Pasolini, oltre che il migliore dei suoi collaboratori. E il modo in cui Pelosi sembra alludere al proprio ruolo nel furto della pellicola di ‘Salò’, del quale lo stesso Citti aveva peraltro ‘girato’ diverse scene, appare quanto meno ‘malizioso’. Oltre a ciò, anche se a distanza di molti anni, fu proprio Citti a fornire nuovi elementi per riaprire il caso Pasolini, nel tentativo di rimettere in discussione quanto era stato fatto credere al pubblico italiano. Ammesso il ruolo di Placidi nel tentativo di ricatto utilizzato per uccidere il poeta, non è forse maggiormente plausibile che il complice - o i complici - che lavoravano a Cinecittà fossero altri? E se Citti fosse estraneo alla vicenda delle ‘pizze’, perché mai Pelosi racconta le cose in questo modo? Evidentemente, perché siamo di fronte al consueto tentativo di depistaggio, alla ricerca di mera visibilità ‘mediatica’. 3) Pelosi, infine, per la prima volta ammette un proprio ruolo di “esca “inconsapevole” per condurre Pasolini sul luogo voluto, o richiesto, dagli assassini. Sarebbe stato convinto da alcuni amici - sempre quelli coinvolti nel furto delle bobine cinematografiche, ovviamente - ad accompagnarlo all’appuntamento senza, tuttavia, essere a conoscenza delle loro intenzioni. All’idroscalo di Ostia, Pasolini e Pelosi sarebbero stati raggiunti da una Fiat 1500, dai soliti fratelli Borsellino a bordo di una motocicletta e da un’Alfa Gran Turismo, quasi identica a quella del romanziere. Dalla Fiat sarebbero scesi tre uomini, che poi hanno messo in atto il massacro. Nel corso di questi ultimi decenni, Pelosi ha sempre ripetuto di aver investito involontariamente Pasolini, nel tentativo di fuggire all’agguato per mezzo della sua vettura. Ma la presenza di un’auto quasi ‘gemella’ mette in discussione tale ricostruzione, per decenni fatta passare come l’unica possibile. In più, Pelosi ci presenta questa sua nuova ricostruzione che entra in totale contraddizione con quanto aveva già dichiarato precedentemente nel merito dell’identità degli aggressori di Pasolini, in particolare sul loro accento siciliano e sulla Fiat 1500, che lui ricordava targata Catania. Queste dichiarazioni avevano fatto pensare alla presenza di sicari della mafia, mentre ora, con queste ultime rivelazioni, i ‘riflettori’ si spostano nuovamente sugli ambienti della malavita romana. In ogni caso, è mio parere che Pelosi abbia sempre cercato di perseguire una propria confusionaria politica di rivelazioni depistanti, alla ricerca di una visibilità mediatica personale. E che la gran parte di quanto scrive, espone o dichiara sia, da sempre, poco credibile.


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NUOVI MISTERI

Ma torniamo all’intervista rilasciata da Sergio Citti nel 2005 al collega Martirano, un servizio che diede adito a qualche speranza circa la possibilità di aprire un nuovo ‘squarcio’ di verità su quanto accaduto all’idroscalo di Ostia nella notte del 2 novembre 1975. Citti concesse l’intervista poche ore prima del programma di Raitre ‘Ombre sul giallo’, condotto dalla giornalista Franca Leosini, nel corso della quale, per la prima volta, Pelosi modificò la propria versione sostenendo che il poeta era stato aggredito e massacrato da un gruppo di siciliani. La trasmissione fece ovviamente scalpore, ‘oscurando’ l’intervista a Citti. Tuttavia, a seguito di quello ‘scoop’ venne aperta la terza inchiesta sul delitto Pasolini, affidata ai pm Italo Ormanni e Diana De Martino per “omicidio volontario commesso con l’aggravante della premeditazione”. Dalla nuova indagine non emersero elementi. E, già nell’ottobre 2005, il Gip fu costretto ad archiviare la ‘pratica’ su sollecitazione degli stessi pm. Nella richiesta di archiviazione si conferma il movente di un delitto commesso unicamente da Pelosi, nell’ambito della prostituzione giovanile. Purtroppo, nello stesso identico giorno dell’archiviazione si spense anche Sergio Citti. E nessuno si è mai più ricordato della sua intervista, che aveva cercato di fornire qualche elemento di indagine maggiormente realistico. Tre anni dopo, Pino Pelosi viene nuovamente intervistato da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, due giornalisti che stavano lavorando a un libro - ‘Profondo nero’, edito da Chiarelettere incentrato sul possibile collegamento tra la morte di Enrico Mattei, quella del giornalista Mauro De Mauro e quella di Pasolini. Finalmente, Pelosi si decise a chiamare in causa i fratelli Borsellino, ‘rilanciando’ la ‘pista’ politica dell’omicidio, poiché i suoi due amici erano frequentatori della sezione del Movimento sociale italiano del quartiere Tiburtino. Pelosi negò, invece, il coinvolgimento di un altro amico: Giuseppe Mastini, alias Johnny lo Zingaro. Questo nome era già emerso pochi mesi dopo la morte di Pasolini, poiché i Carabinieri erano riusciti a infiltrare un loro uomo nel giro della piccola malavita del Tiburtino, spacciandolo come ricettatore e arrivando ad ‘agganciare’ proprio i fratelli Borsellino, i quali da giorni stavano raccontando ‘ai 4 venti’ di aver ucciso Pasolini insieme a Johnny lo Zingaro. Non appena la notizia raggiunse i vertici dell’Arma, i due ‘baldanzosi’ fratelli se la fecero letteralmente ‘addosso’ e, innanzi al magistrato, ritrattarono. I Carabinieri, a quel punto, ipotizzarono che i Borsellino facessero parte di un modesto giro di rapinatori che aveva tentato di derubare Pasolini, tentativo che sarebbe poi degenerato in una rissa violenta. Si tratta di un’ipotesi che, ogni tanto, riemerge regolarmente. Ma ciò che qui ci interessa notare è il fatto che Pelosi abbia deciso di ‘vuotare il sacco’ su


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Franco e Giuseppe Borsellino, ormai deceduti, mentre si sia ben guardato dal coinvolgere nella vicenda anche il Mastini, che invece è vivo e vegeto e che risulta, ancora oggi, assai temuto tra i ‘bassifondi’ della malavita romana, poiché considerato “un soggetto pericolosissimo”. Eppure, basterebbe un minimo di ricerca su internet per venire a scoprire che Pelosi, Mastini e i fratelli Borsellino si conoscevano tutti sin dall’infanzia, Giuseppe Mastini, da tutti ricordato come che erano cresciuti assieme nel Johnny Lo Zingaro. quartiere Tiburtino, che provenivano tutti dalla medesima comitiva di ‘balordi’. Il gruppo era veramente una piccola ‘banda’ dedita a furti, scippi, rapine, truffe e pestaggi. E il vero leader della ‘combriccola’ era proprio Johnny lo Zingaro. Nel dicembre del 1975, a soli 15 anni, commise il suo primo omicidio per rapina, uccidendo un autista dell’Atac. Fra galera ed evasioni, nel febbraio del 1987 riuscì persino a ottenere un permesso premio e, poco tempo dopo, nel corso di una fuga a seguito di un’intercettazione dei Carabinieri, sequestrò un autovettura con una donna a bordo, uccise un poliziotto e ne ferì un altro. Finalmente, quando venne catturato gli fu comminato il primo ergastolo. Ma già nel 1990 riuscì a evadere dal carcere. Nuovamente coinvolto nell’omicidio di un uomo nel corso di una rapina tentata presso una villetta di Sacrofano venne nuovamente catturato e condannato a un secondo ergastolo, anche se assolto dall’accusa di omicidio per il delitto di Sacrofano (per insufficienza di prove, ndr). Non si tratta di un delinquente comune: Mastini è sempre stato un uomo in grado di uccidere a sangue freddo, un sicario a cui si poteva commissionare un assassinio come quello di Pasolini, anche se l’interessato ha sempre negato ogni coinvolgimento. Tuttavia, Johnny Lo Zingaro è sempre stato un personaggio ben diverso, rispetto ai soliti malavitosi di borgata: spesso recluso in carceri speciali, è entrato in contatto con detenuti politici, mafiosi e camorristi. Nei siti internet di due ex detenuti della sinistra extraparlamentare - Franco Bellotto e Paolo Dorigo - viene accusato di essere amico di pericolosi fascisti, in particolare di Gilberto Cavallini, esponente dei Nar, la feroce banda neonazista assai vicina alla banda della Magliana. Dunque, rammentando le frequentazioni dei Borsellino emerge, ancora una volta, un legame fra l’eversione di destra e la malavita romana. Perché la verità che si vuol sempre ‘aggirare’ è che


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neofascismo, criminalità comune e piccola malavita organizzata si sono frequentate e, talvolta, alleate. Nella puntata del programma di Raitre ‘Chi l’ha visto’ del 19 aprile 2010, la giornalista Federica Sciarelli si è occupata anche della scomparsa di un altro personaggio legato alla malavita romana, tale Antonio Pinna, di cui si son perse completamente le tracce sin dal lontano mese di febbraio del 1976. La sua Alfa GT, molto simile a quella di Pasolini, era stata infatti ritrovata all’aeroporto di Fiumicino. Il figlio di Pinna, nato da una relazione prematrimoniale e impegnato da sempre in un’affannosa, ma sincera, ricerca del padre, si era rivolto a Silvio Parrello, amico di Pasolini e noto al secolo come ‘Er pecetto’ del celebre romanzo ‘Ragazzi di vita’. Parrello è uno stimato pittore che conosceva Pinna, meccanico e ‘asso’ del volante di via di Donna Olimpia, in Roma. E stando a quanto ha sempre dichiarato, Pasolini e Pinna si conoscevano molto bene, sin dagli anni ’50, quando lo scrittore viveva proprio nel quartiere romano di Monteverde. Pochi mesi prima della sua morte, Pasolini aveva frequentato nuovamente il Pinna, sino a diventarne amico. Poi, dal febbraio del 1976, non si ha più alcuna notizia di lui, a parte un episodio risalente al 1979, quando venne fermato per guida senza patente. Stranamente, il verbale di fermo è colmo di omissis e in parte ‘secretato’: perché? Cosa c’entra Pinna con la morte di Pasolini? Parrello ha inoltre raccolto la testimonianza di un carrozziere della zona a cui venne chiesto, dal Pinna stesso, di riparare un’Alfa GT “urtata lungo la fiancata”. La vettura risultava ancora sporca di fango e corrisponderebbe alla descrizione dell’auto che potrebbe aver investito il corpo di Pasolini. Il rapporto tra l’omicidio Pasolini e la scomparsa di Antonio Pinna è insomma piuttosto consistente: il 14 febbraio 1976, data della sparizione di Pinna, era iniziato il processo per il delitto Pasolini. E proprio in quei giorni i Carabinieri avevano tratto in arresto i fratelli Borsellino, i quali avevano confessato di aver ucciso Pasolini con il concorso di Johnny lo Zingaro. Fermato nel 1979 per guida senza patente, Pinna ha dunque potuto godere di protezioni ‘speciali’ per la sua fuga? E chi lo ha aiutato? Oppure è stato tolto di mezzo anche lui? Parrello non ha dubbi in proposito: la vettura portata da Pinna al carrozziere di Silvio Parrello, amico di Pasolini e noto al Monteverde era quella presente secolo come ‘Er pecetto’ del celebre romanzo all’idroscalo nella notte del 2 ‘Ragazzi di vita’.


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novembre 1975. Probabilmente, lo stesso Pinna era presente e, comunque, sarebbe stato a conoscenza di molti particolari. Il pittore è solito rievocare anche il filmato in 8 mm girato da Sergio Citti, in cui si possono scorgere una cancellata danneggiata e un ‘paletto’ di cemento divelto. Secondo la perizia di parte civile, voluta dalla famiglia di Pasolini ed effettuata dal professor Faustino Durante, l’auto dello scrittore non presentava segni d’urto o strisciature sulla coppa dell’olio o sulla marmitta, mentre il ‘frontale’ non mostrava tracce ematiche o di cuore capelluto, a dimostrazione che non poteva essere quell’auto ad aver provocato i danni alla cancellata e al paletto. Per non parlare delle ‘buche’, che potevano causare altri danni riscontrabili agli ammortizzatori o alla ‘scocca’ stessa della vettura. Citti aveva raccolto, inoltre, anche la testimonianza di un pescatore, anch’egli deceduto, che vide quanto accadde quella sera e che avrebbe confermato la ricostruzione di Parrello sulla dinamica dell’omicidio: era stata la GT di Pinna ad aver investito Pasolini, urtando, nella fuga, anche un paletto della cancellata.



UNA RICOSTRUZIONE

Allo stato, l’inchiesta sulla morte di Pier Paolo Pasolini risulta riaperta e affidata nelle mani del pm Minisci: ne attendiamo con trepidazione l’esito. Ma ora debbo presentare anch’io un ‘abbozzo’ di ricostruzione. Innanzitutto, risulta interessante notare come intorno alla morte di Pasolini ricorrano sempre gli stessi nomi e come queste persone si conoscano da sempre, o si siano frequentate assiduamente: Antonio Pinna, Giuseppe Mastini detto Johnny lo Zingaro, i fratelli Borsellino, Sergio Placidi, lo stesso Pino Pelosi. Un’umanità in cui troviamo un po’ di tutto, a livello delinquenziale: dallo spaccio di droga allo sfruttamento della prostituzione, dalla rapina al pestaggio, dallo ‘scippo’ ai piccoli furti. I mondi dell’estremismo eversivo di estrema destra, della criminalità comune e della piccola malavita di quartiere si sovrappongono e si confondono. Ma tutto ciò ha sempre contribuito a confondere le idee sulle ragioni per cui è stato ucciso Pier Paolo Pasolini. Proviamo a elencare le diverse ‘piste’ seguite sino a oggi: 1) quella del crimine consumato sullo sfondo dello scontro tra bande ‘rosse’ e ‘nere’ nel corso di una fase storica che già preludeva, o preannunciava, una recrudescenza terroristica di stampo ideologico-eversiva; 2) quella del delitto maturato negli ambienti della prostituzione omosessuale e giovanile; 3) quello della difesa estrema da un tentativo di rapina degenerata in una rissa;


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4) quella della ‘missione punitiva’ di un gruppo di balordi o di giovani teppisti; 5) quella del tentativo di ricatto mediante il furto delle ‘pizze’ di ‘Salò’. Ognuna di queste ipotesi porta a congetture di cronaca ‘nera’ che tanto ‘sfiziano’ il lettore ‘medio’, poiché ne solleticano la morbosità. Ma, nel complesso, appaiono tutte alquanto lacunose, create quasi apposta per dar vita a quel classico ‘giuoco di società’ sempre utile a depistare l’opinione pubblica. Proviamo perciò a ricostruire il delitto ripartendo da quell’Antonio Pinna che, all’improvviso, scompare nel nulla: costui, all’inizio della propria ‘carriera’ di malvivente, era stato coinvolto nello ‘strano’ sequestro di persona di un farmacista. E manteneva legami con la discussa banda dei marsigliesi che, prima di quella della Magliana, spadroneggiava per Roma. Agli inizi degli anni ’70 del secolo scorso, infatti, la ‘piazza’ capitolina della delinquenza era composta da una microcriminalità quasi dilettantesca. Ma la situazione cambiò radicalmente allorquando giunsero alcuni elementi dalla Francia, in particolare dalla città portuale di Marsiglia: tutta gente totalmente priva di scrupoli, pronta a sparare contro chiunque con pistole e mitragliatrici. Si trattava di personaggi che avevano vissuto ai margini della criminalità marsigliese ‘vera’, quella impegnata nei grandi traffici internazionali di stupefacenti. Emarginati dagli affari più lucrosi dai ‘padrini’ marsigliesi e corsi, essi iniziarono a specializzarsi nelle rapine a mano armata, mettendo a segno una serie di colpi spettacolari, che diedero persino il ‘la’ a un nuovo genere cinematografico: quello ‘poliziottesco’. Proprio al principio del decennio, il già noto Albert Bergamelli prese i suoi primi contatti su Roma con un altro spietato criminale marsigliese: Jacques Berenguer. Ai due si unì ben presto il bresciano ‘Maffeo’, al secolo Lino Bellicini, da poco evaso da un carcere portoghese. Il nucleo della prima vera ‘banda’ criminale romana si era ormai formato. Oltre alle rapine a mano armata, i marsigliesi erano soliti dedicarsi anche al traffico e allo spaccio di eroina e di cocaina. E, in seguito, anche al sequestro di persona, che negli anni ’70 divenne praticamente una ‘moda’. I marsigliesi fecero fare un notevole salto di qualità alla piccola delinquenza romana delle borgate. E quando il gruppo italo-francese venne sgominato dalle forze dell’ordine, essi furono sostituiti da criminali autoctoni, che andarono a formare l’ormai tristemente nota banda della Magliana, raccogliendone l’eredità. Non si trattava di mafia allo stadio embrionale, o di forme di delinquenza dai pericolosi tratti settari, né di criminalità strutturata, bensì di una malavita di alto livello, capace di accumulare profitti da attività delinquenziali spregiudicate. La criminalità romana, all’improvviso, aveva cambiato ‘pelle’. Il fenomeno dei marsigliesi risultava di difficile definizione, dal punto di vista criminologico: essi coniugavano il senso degli affari con


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l’audacia delle loro imprese. A ciò si aggiunga che questi banditi sapevano organizzarsi attraverso il metodo della ‘compartimentazione’, potendo sempre contare su un’organizzazione centralizzata in grado di rimediare, sempre e comunque, ‘covi’ e dimore, acquistate o affittate per proteggere la latitanza dei propri membri. Nel febbraio del 1975, una prima famosa rapina in piazza dei Le foto segnaletiche della Bamda della Magliana. In alto Caprettari fruttò un a sinistra Danilo Abbruciati. magro bottino e l’agente Domenico Marchisella, accorso sul posto, vi perse la vita. Come si può ben comprendere, si trattava di banditi disposti a far fuoco sia sugli agenti di polizia, sia su innocenti passanti. I marsigliesi stessi, desiderosi di ‘far scuola’, avevano aggregato attorno a essi i personaggi più pericolosi della capitale, fra cui Laudavino De Sanctis, detto ‘Lallo lo zoppo’, che ben presto fondò una propria ‘banda’ dedita a sequestri di persona che divenne presto tristemente nota per aver assassinato alcuni ostaggi. Altro elemento promettente era tal Danilo Abbruciati, ex pugile che aveva scoperto la propria ‘vocazione’ alla rapina. Abbruciati si distinse ben presto come uno dei boss ‘testaccini’ della banda della Magliana, rafforzando la propria posizione all’interno della ‘mala’ romana grazie a potenti ‘protezioni’. La banda della Magliana iniziò a dominare la ‘scena’ della capitale sul finire degli anni ‘70, grazie alla conquista del monopolio della distribuzione e dello spaccio di stupefacenti. Questa posizione consentì al gruppo di malavitosi di trattare da pari a pari con la mafia siciliana, la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo e la ‘ndrangheta calabrese. Sul piano strettamente operativo non mancherà la collaborazione da parte di giovani neofascisti romani, anche se alcuni elementi della banda intratterranno rapporti pure con ambienti di sinistra, in particolar modo dell’Autonomia. La rete di rapporti dei boss della banda arrivò a condurli sino alle stanze del potere: Vaticano, servizi segreti egemonizzati dalla P2, palazzi romani della politica, settori della magistratura e delle forze dell’ordine. E, naturalmente, compiacenti canali di riciclaggio del denaro ‘sporco’, sostenuti da perso-


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naggi più o meno rispettabili. L’accesso a questi canali finanziari era a sua volta favorito dal boss mafioso Pippo Calò, padrino della cosca palermitana di Porta Nuova, tesoriere dell’organizzazione con il compito di mantenere i rapporti con gli ambienti di potere al fine di riciclare i proventi delle attività di ‘Cosa nostra’. Anzi, col passare degli anni, mi sono convinto che proprio Pippò Calò fosse la vera ‘mente strategica’ della banda della Magliana, poiché risultava in amicizia con Danilo Abbruciati, anch’egli in ‘odor di mafia’. Fra le altre amicizie ‘interessanti’ c’è poi da annoverare un certo Toni Chicchiarelli, il falsario autore del comunicato brigatista del lago della Duchessa in cui venne annunciata l’eliminazione dell’onorevole Moro durante i giorni del suo sequestro, operazione finalizzata a depistare le forze dell’ordine impegnate nella ricerca del ‘covo’ in cui era tenuto prigioniero il presidente della Dc. È stato comprovato da tempo che quest’ultima ‘mossa’, quella del comunicato n. 7 delle Br, sia stata organizzata proprio in seno ai Comitati di crisi del ministero degli Interni, infarciti da affiliati alla loggia P2 e messa a disposizione dell’esperto del Dipartimento di Stato americano, Steve Pieczenick. In ogni caso, Chicchiarelli era un altro delinquente comune di difficile decrittazione, per le sue frequentazioni e strane amicizie. Secondo alcuni ‘ambienti’, Chicchiarelli era coinvolto anche in un losco traffico di armi gestito da elementi deviati del servizio segreto civile. In rapporti con alcuni boss della banda della Magliana e con altri giovani neofascisti dei Nar, non disdegnava frequentazioni anche con alcuni ‘autonomi’ romani. Oltre che nell’operazione del falso comunicato brigatista, il suo nome ricorre nelle indagini per il delitto del giornalista Mino Pecorelli. Comunque sia, nel corso del 1975 i marsigliesi trovarono in lui un prezioso alleato per le loro imprese, soprattutto per la condivisione dei contatti turchi e boliviani, l’acquisto delle partite di droga e l’organizzazione dei sequestri di persona. Altro criminale di ragguardevole statura era Francis Turatello, che dopo essersi accreditato anche all’estero mediante alcune rapine spettacolari, era riuscito a farsi una posizione nella città di Milano attraverso la gestione di lucrose attività, come il traffico di droga, le bische clandestine e la prostituzione. Questo giovane malavitoso milanese era riuscito a creare un gruppo in grado di ‘tener testa’ persino al boss mafioso di Corleone, Luciano Leggio, che resosi latitante aveva dato vita a un pericoloso racket di sequestri di persona nel capoluogo lombardo. Si dice inoltre che Turatello fosse anche figlio naturale di un potente boss della mafia italoamericana: Frank Coppola. Costui era un vecchio ‘padrino’ della mafia direttamente discendente dal gruppo di boss di ‘Cosa nostra’ americana, nomi del calibro di Lucky Luciano, Joe Adonis e Frank Costello, esiliati dagli americani stessi e trasferiti nel loro Paese d’origine, l’Italia, dopo i servigi forniti durante la II guerra mondiale. Dotati di un


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incontestabile senso per gli affari, questi boss furono coloro che, sostanzialmente, hanno imposto e diffuso, nel nostro Paese, il traffico di stupefacenti. Tra costoro si distinse ben presto proprio il padre di Turatello, il quale iniziò a gestire i propri traffici da una villa di sua proprietà situata lungo il litorale laziale. Sicuramente, il gangster milanese ha potuto condurre i propri loschi affari ‘millantando’ la prestigiosa parentela e la protezione dei padrini italoamericani. Ma la concorrenza con la versione siciliana di ‘Cosa nostra’ cominciò a destare ‘tensioni’, dovute soprattutto alla competizione sul mercato della droga. Venne dunque deciso di inviare a Roma un killer, tale Toni Riccobene, col ‘mandato’ di assassinare Turatello. Ma quest’ultimo, che si attendeva tale ‘mossa’, riuscì ad anticiparla alleandosi con la banda dei marsigliesi e col potente boss della Nuova camorra organizzata, Raffaele Cutolo, il quale stava sfidando, a Napoli e su tutto il territorio della Campania, lo strapotere delle cosche subordinate a ‘Cosa nostra’ siciliana. Com’era prevedibile, l’accordo tra Cutolo e Turatello creò un innovativo e potente ‘cartello’ per il controllo del traffico della droga sull’asse Milano-Roma-Napoli. Ma le fortune del bandito milanese Turatello e della sua banda iniziarono ben presto a declinare, legando il proprio nome anche ad alcuni dei più ‘torbidi’ misteri italiani. Ricapitolando: Bergamelli, Turatello, Abbruciati, i marsigliesi e la banda della Magliana facevano tutti parte di una criminalità attiva e spietata, capace di esercitare un pesante controllo sul territorio, di lanciare arroganti sfida alle autorità, che per lunghi anni sembrarono impotenti di fronte al loro imperversare e che, al contempo, sembrava godere di protezioni e rapporti politici di potere. In Italia, il nome di Albert Bergamelli era già salito alla ribalta delle cronache nel lontano 1964, quando insieme a una banda composta da elementi francesi aveva messo a segno una spettacolare rapina alla gioielleria Colombo in piena via Montenapoleone, a Milano, a pochi passi dalla questura. Una sfida di questo genere alle autorità non era mai stata lanciata. La banda, capeggiata dal Bergamelli stesso, aveva fatto uso di tecniche che appartenevano all’armamentario militare più che a quello delinquenziale: si erano messi a sparare apparentemente all’impazzata, seminando il panico fra la folla, mentre due vetture erano state utilizzate per bloccare il traffico per un lungo tratto della via. Tutti i membri della banda vennero presto catturati dalla polizia, grazie anche alla collaborazione dei servizi d’informazione francesi. Ma quel che più sconforta è il fatto che questo Bergamelli, dopo aver trascorso solo pochi anni nel carcere ad Alessandria, abbia ben presto ottenuto un regime di semplice ‘soggiorno obbligato’ nel modenese, che naturalmente gli consentì di fuggire e di poter proseguire la propria ‘carriera’ criminale. Prima di tornare in Italia, il suo nome era addirittura diventato il più ricercato d’Europa grazie alle clamorose imprese della sua


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banda del ‘Mec’, che riuscì a farsi notare in Francia, Belgio, Germania e Gran Bretagna. Secondo Arrigo Molinari, all’epoca funzionario della questura di Milano e poi questore di Genova, nonché affiliato alla loggia P2, la rapina di via Montenapoleone fu “la prima vera azione terroristica in Italia, il primissimo atto della strategia della tensione”. Quell’impresa, così spettacolare da essere percepita come una sfida alle autorità e alle forze dell’ordine, doveva servire a ‘silurare’ il capo della polizia italiana, Angelo Vicari. Era il 1964, l’anno del Piano Solo, architettato dal comandante generale dell’arma dei Carabinieri, Giovanni De Lorenzo, già direttore del Sifar che sottoscrisse l’accordo con la Cia per la formalizzazione della ‘Stay Behind’ e di ‘Gladio’. Tutti questi rapinatori, criminali e mercenari vennero immessi in circolazione secondo un preciso scopo di destabilizzazione, per la creazione di un clima di insicurezza sociale che avrebbe dovuto giustificare la richiesta di maggior ordine da parte dei cittadini. Inoltre, dopo l’indipendenza algerina dalla Francia e lo scioglimento dell’organizzazione terroristica e colonialista ‘Oas’, molti ex legionari ed ex militanti erano divenuti disponibili sul ‘mercato’. A Lisbona era sorta, già nel 1962, una centrale terroristica sotto la copertura dell’agenzia di stampa Aginter Press, su iniziativa di ex militari dell’Oas. Oltre a essere in collegamento con l’estrema destra europea e internazionale, questa centrale offriva i suoi servigi alla Cia, all’organizzazione Gehlen e ad altri servizi segreti della Nato, oltre che a quelli dei Paesi colonialisti e fascisti. E, secondo alcune ipotesi, proprio Bergamelli doveva le sue rocambolesche e fortunose evasioni agli ex camerati dell’Oas. Insomma, tutta un’intera generazione di criminali era stata aiutata, o addirittura ‘assistita’, da questi ex legionari, mercenari e malavitosi esclusi dai giri della malavita francese. Forse, alcune delle nuove bande, fra cui quella di Bergamelli, avevano anche finalità politiche in funzione anticomunista e antisovietica. La collocazione ideologica di questi criminali, dotati di una propensione alla violenza sconosciuta alla vecchia malavita, è sempre apparsa evidente. Lo stesso Bergamelli dichiarò di essere un convinto nazista, mentre il suo amico milanese Turatello girava con una catena d’oro a forma di svastica appesa al collo. Fascista e ammiratore di Mussolini era pure Franco Giuseppucci, un ‘boss’ che ha sempre cercato di mantenere ‘in piedi’ la banda della Magliana in vari modi. Così come fascista e amico di neofascisti era l’altro boss del gruppo, Danilo Abbruciati. Ci si può chiedere se non sia stato l’influsso dei marsigliesi, le cui gesta erano presumibilmente ispirate dall’Oas, a determinare gli orientamenti ideologici delle bande che hanno imperversato a Roma e a Milano in quegli anni. La documentazione giudiziaria e le testimonianze ci dicono che i vari Bergamelli, Berenguer, Turatello, Giuseppucci, Abbruciati appartenevano tutti alla razza dei malavitosi ‘comuni’, talvolta associati ai ‘poli-


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tici’ per finalità soprattutto patrimoniali. Si chiarisce, pertanto, per quale motivo si sia radicato a Roma un miscuglio di neofascismo, criminalità di alto livello e piccola malavita. Nota era l’ammirazione dei giovani neofascisti romani per i marsigliesi: uno dei massacratori ‘pariolini’ del Circeo, Andrea Ghira, disse alle vittime delle sevizie di essere Berenguer. Il culto della violenza si trasformava, dunque, in emulazione. Con il fiorire della lucrosa industria dei sequestri di persona venne, inoltre, alla luce una contiguità tra ‘pezzi’ dello Stato e bande come quelle dei marsigliesi, di Turatello e della Magliana, che poste al servizio di alcune potenti ‘consorterìe’ misero a disposizione la loro particolare professionalità. A rileggere le cronache di quel periodo, la sequenza dei sequestri di persona è impressionante: durante tutti gli anni ‘70, oltre ai marsigliesi, ai mafiosi ‘corleonesi’ del boss Leggio, a frange della camorra e ai calabresi dell’ndrangheta, si dedicarono a tale forma di criminalità anche i malavitosi romani consorziati con la banda della Magliana, la banda Turatello, i banditi sardi e altre bande della criminalità comune, come quelle di Vallanzasca e di Lallo ‘lo zoppo’. Alcune ‘squadre’ politicizzate, di estrema destra e di estrema sinistra, effettuarono persino sequestri di persona a scopo dimostrativo, o di autofinanziamento. Eppure, il semplice movente pecuniario, così come l’azione politica, non spiegano appieno la diffusione del fenomeno. Per effettuare e gestire i rapimenti era necessario disporre di un’organizzazione sufficientemente strutturata, con una divisione di compiti ben precisa, in cui non doveva mancare il danaro per poter acquistare gli appartamenti da allestire come prigioni. Pertanto, appare assai probabile che i sequestri di persona servissero soprattutto a spargere terrore tra i ceti abbienti, alternando la paura dell’estremismo eversivo ‘nero’ con quello del terrorismo di estrema sinistra, al fine di alimentare la cosiddetta “strategia della tensione”. Era funzionale a colpire gli avversari politici o, nel campo degli affari, a esercitare pressioni indebite. Serviva anche a riciclare capitali illeciti, o di discutibile provenienza. Non stupisce che la banda dei marsigliesi, a un certo punto, abbia deciso di abbandonare le troppo rischiose rapine a mano armata in favore del nuovo tipo di attività. Nell’arco di un anno, fra il 1975 e il 1976, questo gruppo portò a termine cinque sequestri, con relativi riscatti. Fu il pm romano Vittorio Occorsio a occuparsene per primo, avviando un’inchiesta che si concluse con lo smantellamento della banda dei marsigliesi. Occorsio era un magistrato scrupoloso che, pur avendo coltivato a lungo la pista anarchica nel corso delle indagini per la strage di piazza Fontana e altri attentati romani successivi, si era poi fatto notare come abile indagatore proprio delle organizzazioni neofasciste a tinte terroristiche, come per esempio Avanguardia Nazionale, sciolta nel 1975. Albert Bergamelli, quando venne arrestato a Roma in un apparta-


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mento del ‘residence Aurelio’, con toni minacciosi evocò la protezione della sua persona da parte di una “grande famiglia”, che gli avrebbe assicurato una sostanziale impunità. Inizialmente, si era pensato a una protezione dei marsigliesi, oppure della mafia. Ma le cose si erano via via ‘ingarbugliate’. Occorsio individuò, invece, un collegamento specifico tra la massoneria deviata, il neofascismo romano e i marsigliesi: verrà assassinato il 10 luglio 1976 da Pierluigi Concutelli, leader del gruppo neofascista ‘Ordine Nuovo’. Ma poco tempo prima di morire fece alcune importanti confidenze a un giornalista de ‘l’Unità’, Franco Scottoni: una parte consistente dei riscatti provenienti dai sequestri di persona era stata destinata all’acquisto della sede dell’Onpam (Organizzazione nazionale per l’assistenza massonica) promossa da Licio Gelli. In particolare, i sequestri compiuti dai marsigliesi lasciavano intravedere numerose tracce di ‘Propaganda 2’: l’avvocato Gian Antonio Minghelli, segretario della loggia, fu sospettato di aver riciclato i proventi dei rapimenti. E anche il padre, Osvaldo Minghelli, risultava affiliato alla P2. Il responsabile dell’operazione che portò all’arresto di Bergamelli era il funzionario di pubblica sicurezza Elio Cioppa, che venne trasferito al Sisde, il servizio segreto civile. E alcuni sequestrati appartenevano anch’essi alla loggia ‘gellina’. Amedeo Ortolani era figlio di Umberto, principale collaboratore di Licio Gelli con ‘amicizie’ in Vaticano. Iscritto alla P2 era anche Alfredo Danesi, il re del caffè. E persino il negozio del gioielliere Giovanni Bulgari si trovava sotto la sede del ‘Centro studi di storia contemporanea’, la ‘copertura’ della loggia di Gelli e Ortolani. Non è mai stato fugato il dubbio che, in realtà, alcuni di quei sequestri siano stati simulati per celare altre manovre criminali, oppure al mero scopo di ricavare denaro liquido. Per esempio, la società di cui era presidente Amedeo Ortolani, la Voxon, navigava in cattive acque e rischiava il fallimento. Ebbene: dopo la vicenda del suo rapimento, la Voxon venne miracolosamente ‘salvata’ attraverso consistenti finanziamenti pubblici, tali da consentire all’azienda il pareggio di bilancio. L’esistenza della loggia ‘Propaganda 2’, il suo potere e le sue diramazioni non erano ancora venute alla luce. Ma l’attivismo di Gelli era già all’attenzione di alcuni inquirenti e di efficienti funzionari di polizia. Era noto, per esempio, il suo passato di collaborazionista dei nazisti durante l’occupazione dell’Italia settentrionale negli anni 1943-‘45. E l’astro nascente della banda della Magliana, Danilo Abbruciati, aveva rivelato a un altro esponente del consorzio criminale romano, poi collaboratore di giustizia, Antonio Mancini, che Bergamelli godeva di potenti ‘aderenze’, poiché il 6 ottobre 1975 aveva partecipato all’attentato contro l’ex vicepresidente democristiano del Cile, Bernardo Leighton e di sua moglie. In questo tentato delitto, che fallì, erano coinvolti anche alcuni sicari della Dina, la poli-


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zia politica del dittatore cileno Pinochet, insieme ad alcuni neofascisti italiani come, per esempio, Stefano Delle Chiaie. Qualche anno dopo emersero saldi legami fra la loggia P2 e le dittature latinoamericane, fra cui quella dei militari argentini. Pur non coinvolgendo direttamente i marsigliesi non mancano altri casi di sequestri finalizzati al condizionamento politico. Il più evidente fu quello di Guido De Martino, figlio di Francesco, Segretario nazionale del Psi e probabile candidato alla presidenza della Repubblica, il quale fu rapito a Napoli nei primi giorni di aprile del 1977. Alcuni comunicati tentarono di addossare la responsabilità ai Nap, un gruppo terroristico di estrema sinistra assai attivo in Campania. Ma, in seguito, emerse ben presto una realtà ben diversa: l’uomo era stato prelevato da alcuni delinquenti comuni su commissione di Turatello, in accordo o per conto della camorra. Pur essendo benestante, la famiglia De Martino non possedeva le ricchezze dei grandi industriali o dei finanzieri, per cui si decise una ‘colletta’ promossa da amici e compagni di Partito. Gli sviluppi delle trattative con i rapitori sono sempre rimasti segreti. E parte del riscatto era proveniente dai conti del Banco Ambrosiano, diretto dal ‘piduista’ Roberto Calvi, un banchiere depositario di molti misteri, ‘suicidato’ a Londra tramite impiccagione sotto il ponte dei ‘Frati neri’ nel giugno del 1982. Forte è sempre stato il sospetto che quei soldi provenissero da capitali illeciti. E, comunque, il sequestro del figlio e le successive trattative segnarono la fine della carriera politica di Francesco De Martino, costretto a rinunciare alla candidatura presidenziale. L’anziano leader socialista era il maggior promotore di una linea politica basata sull’alleanza a sinistra con il Pci, prospettiva che doveva essere abbandonata in cambio del ‘rilancio’ del Psi in quanto ‘struttura di servizio’ dei poteri massonici e mafiosi. In ogni caso, appare tutt’oggi evidente che quel sequestro avesse specifiche finalità politiche e che fosse finalizzato proprio a colpire De Martino, costringendolo a mettersi da parte.


IL DELITTO PECORELLI

Un altro probabile candidato alla presidenza della Repubblica era il democristiano Aldo Moro, che venne sequestrato dalle Brigate Rosse il 16 marzo del 1978 e assassinato 55 giorni dopo. Circa un mese prima del rapimento di Guido De Martino, era stato rapito, a Milano, Arturo Arcaini, detto ‘Rino’, figlio di Giuseppe Arcaini, presidente dell’Italcasse, una banca pubblica utilizzata per alimentare amici e clientele della corrente ‘andreottiana’ della Dc. Fra i maggiori beneficiari dei generosi e immotivati finanziamenti dell’istituto, uno dei più importanti industriali del settore chimico, Nino Rovelli e la sua Sir. Del sequestro di Rino Arcaini iniziò a occuparsene il giornalista Mino Pecorelli, interessato allo scandalo dei fondi Italcasse, svelando alcuni misteriosi retroscena di quell’operazione. I rapitori avrebbero tenuto in ostaggio il figlio del presidente dell’Italcasse solamente per alcune ore, costringendolo a scrivere tre lettere indirizzate a un certo ‘Paul’. Quelle missive facevano esplicito riferimento a operazioni finanziarie ‘imbarazzanti’ per il padre del sequestrato. Dopo aver ordinato al sequestrato di chiedere al padre tre miliardi di lire, i malviventi lo narcotizzarono e se ne andarono indisturbati. Il misterioso ‘Paul’, in realtà, era Florent Ravello Ley, un finanziere italo-svizzero socio della Sofint e della società Flaminia Nuova, riconducibile al cassiere della mafia Pippo Calò e alla banda della Magliana. Pecorelli cercherà di approfondire i retroscena dello scandalo Italcasse e dei beneficiari di quei fondi pubblici che avevano messo in ginocchio l’istituto, con l’intento di ‘inchiodare’ Giulio Andreotti. Ma il 20 marzo del 1979, con un’esecuzione in pieno stile mafioso affidata ad alcuni elementi della malavita romana, Mino Pecorelli venne brutalmente assassinato. Da fenomeno meramente criminale, il sequestro di persona stava iniziando a trasformarsi in un formidabile strumento dei poteri occulti per gli obiettivi più inconfessabili, affidati alle bande più spietate in circolazione. Per quanto l’epopea delinquenziale delle gang della malavita, comune od organizzata, stesse generando un numero esorbitante di lutti e numerosi gravissimi reati, la ‘moda’ dei sequestri non sembrava destinata a durare: gli Abbruciati, i Bergamelli e i Turatello erano criminali temibili, ma il loro narcisismo finì anche per condannarli. Essi non aspiravano a diventare boss mafiosi, ma si gettarono direttamente nella ‘mischia’ con pistole e mitra spianati, senza rinunciare ai vizi più dispendiosi, dalla cocaina alle prostitute. Hanno goduto di protezioni alto-


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locate e hanno ricevuto - e reso - favori a settori dei servizi segreti e della criminalità mafiosa, rappresentata innanzitutto da ‘Cosa nostra’ italoamericana, da quella siciliana, dalla camorra napoletana e dall’ndrangheta calabrese. Già nel 1977, le forze dell’ordine erano ormai sul punto di fermare la loro ascesa: innanzitutto, venne arrestato Francis Turatello, il quale, malgrado tentasse di mobilitare protettori e amici, come lo stesso Danilo Abbruciati, finì i propri giorni in carcere. Turatello avrebbe persino tentato, a quanto pare, di venire in possesso di documenti riferibili al caso Moro, al quale il bandito milanese non sembrò estraneo. Nel frattempo, all’interno delle carceri venne dichiarata la cosiddetta ‘guerra agli infami’, cioè contro coloro che avevano deciso di collaborare con la polizia o di legarsi ambiguamente alle autorità. Era il 23 agosto del 1981 quando, nel carcere nuorese di Badù e Carros, Turatello venne avvicinato da quattro tipacci: Antonio Faro, Salvatore Maltese, Vincenzo Andraous - che aveva fatto parte della banda Vallanzasca - e il camorrista Pasquale Barra: mentre i primi tre lo mantenevano fermo, Barra lo finì a coltellate. La sentenza di morte era stata decisa da Raffaele Cutolo, capo della Nuova camorra organizzata, che non aveva gradito la rottura dei vecchi accordi. Analoga fine sarà riservata al boss marsigliese Bergamelli: il 31 agosto del 1982, un criminale comune, avvicinatosi alle Br e politicizzatosi in carcere, gli tagliò la gola all’interno della casa circondariale di Ascoli Piceno. Evidentemente, le protezioni della “grande famiglia” a cui il bandito si era riferito anni prima erano venute a mancare. A differenza degli altri, invece, Abbruciati finì con l’inguaiarsi per conto proprio: senza avvertire nessuno dei componenti della banda della Magliana, il 27 aprile 1982 si recò a Milano per compiere un attentato ai danni di Roberto Rosone, vicepresidente del Banco Ambrosiano, assai vicino a Roberto Calvi. Il boss della Magliana doveva un favore a Pippo Calò, poiché il Banco Ambrosiano, oltre a costituire uno sportello sempre a disposizione della P2 e della finanza vaticana, veniva utilizzato anche per riciclare i proventi delle attività illecite della mafia. Abbruciati ferì alle gambe Rosone, ma nel tentativo di fuggire venne colpito mortalmente da una guardia giurata. Il sipario calava, perciò, anche sul grande rapinatore assurto al rango di malavitoso, inserito prima nella banda dei Marsigliesi e, poi, con un ruolo di primo piano, nella banda della Magliana, alla quale aveva trasmesso tutto il proprio bagaglio di esperienze e di contatti. L’antico sodalizio tra malavitosi delle batterie romane, che per un certo periodo avevano spadroneggiato nella capitale arrivando fin quasi a conquistare il monopolio dello spaccio di droga, dell’usura e del giro delle scommesse, improvvisamente finì divorato dalle rivalità e dalle faide ben presto esplose tra le varie ‘anime’ di questo ‘sottobosco’. Dopo feroci esecuzioni, tradimenti e ‘pentitismi’ vari, gli altri componenti della


Il delitto Pecorelli  43

banda - Giuseppucci, Abbatino, De Pedis, Selis - andarono tutti incontro al proprio destino. La sorte non fu magnanima neanche con il socio di Bergamelli: arrestato per spaccio di stupefacenti a New York nel 1980, venne prima estradato in Italia e, anni dopo, ucciso in Francia, nel carcere di Nizza. Come nella miglior tradizione della narrativa e della cinematografia ‘noir’, questa ‘covata’ di uomini duri e spietati, che non si era fatta scrupolo alcuno nel contrastare i propri concorrenti e le ‘guardie’, terminava il proprio ‘ciclo’ nel sangue senza che nessuno li rimpiangesse. E sulle loro violentissime morti si stagliò qualche ‘ombra’. Ingombranti per l’autentica criminalità mafiosa, disprezzati dai malavitosi ‘puri’, non compromessi con giochi di potere dai contorni poco chiari, sono stati anche scomodi testimoni - quindi eliminabili - dei segreti inconfessabili e delle nefandezze di personaggi rispettati e insospettabili.


IL RUOLO DELLA P2 NELL’AFFAIRE MORO

La mattina del 16 marzo 1978, Aldo Moro uscì di casa per recarsi in Parlamento ben sapendo che, di lì a qualche mese, sarebbe diventato presidente della Repubblica. Egli non aveva alcun avversario che potesse precludergli il raggiungimento di quella carica, poiché rappresentava, in quel preciso momento storico, l’uomo più influente d’Italia: aveva partecipato ai lavori dell’Assemblea Costituente, sedeva alla Camera sin dalla prima legislatura, si accingeva a benedire un nuovo Governo di ‘solidarietà nazionale’, i comunisti smaniavano dalla voglia di votarlo e il suo Partito, la Dc, si era ‘rassegnato’ ad accettarlo. Ebbene: nei fogli vergati a mano durante i 55 giorni di prigionia nella ‘prigione del popolo’ di via Montalcini, una piccola traversa del popolare quartiere romano della Magliana, non si trova il minimo cenno a questo annunciato destino, nessun richiamo al suo potere o alla propria influenza politica. Al contrario, numerosi sono i rimproveri verso chi - Benigno Zaccagnini - era stato addosso all’amico per trattenerlo all’interno di un ‘circo’, quello della politica italiana, delle cui luci era ormai saturo e stanco, anche perché gli impediva di tornare alla cura dei propri affetti familiari. Una famiglia che, in quelle lettere, viene descritta come se versasse in condizioni pietose, mentre invece stava dimostrando una lucidità e una forza d’animo eccezionali sotto la direzione di una donna dal carattere d’acciaio come Eleonora Chiaravelli. Ma perché Aldo Moro decise di tenere un comportamento del genere? Sin dall’inizio di questa vicenda, il presidente della Dc si era convinto che solo ‘rimpicciolendo’ se stesso, abbassandosi cioè al livello di semplice privato cittadino, egli avrebbe potuto ragionevolmente sperare di salvarsi. E che, qualora fosse stato anche solo intuito dalle Brigate Rosse che egli era destinato alla carica più alta della Repubblica italiana, la sua sorte sarebbe risultata ‘segnata’, poiché avrebbe finito col rappresentare, simbolicamente ma soprattutto materialmente, quel ‘cuore dello Stato’ contro cui esse stavano muovendo il loro attacco più micidiale. Quindi, tutte le ‘carte che Moro calò sul tavolo della ‘partita’ più disperata della sua vita vennero estratte dal mazzo di un leader del passato che chiamava in causa riconoscenze che gli erano dovute, mai l’autorità che egli avrebbe potuto, in quel preciso momento, esercitare. E quando finalmente si decise a spendere un frammento di quel potere, lo fece solamente per convocare il Consiglio nazionale del proprio Partito, ossia avvalendosi dell’unica cari-


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ca che formalmente egli ricopriva. Anche se per motivi diversi, tale comportamento venne pienamente assecondato dal Governo e dai Partiti attestatisi sul cosiddetto ‘fronte della fermezza’, soprattutto dalla Democrazia cristiana: immolare un ‘ex’ rappresentava cosa assai meno angosciosa che sacrificare un potenziale inquilino del Quirinale. Tuttavia, a mio personalissimo parere, nello scegliere un simile atteggiamento Aldo Moro commise un errore gravissimo: le Brigate Rosse non nutrivano nessuna intenzione di ucciderlo. Intorno a ciò, particolarmente significative sono le dichiarazioni di Mario Moretti e Prospero Gallinari del 1984, nonché i verbali dell’interrogatorio effettuato durante i giorni della prigionia e ‘misteriosamente’ ritrovati nel covo milanese di via Montenevoso solamente ‘all’alba’ del 9 ottobre del 1990. Da tali trascrizioni appare un Moro che non racconta praticamente nulla che già non fosse noto ai suoi interlocutori, sin quasi al punto di ingannarli, di raggirarli, frustrando clamorosamente le loro ambiziose aspettative. Ma quelle aspettative, in realtà, non esistevano: quel processo fu letteralmente una ‘messinscena’, una ‘farsa’, perché sino a quando non v’era adito a smentite si poteva tranquillamente affermare che il prigioniero stesse svelando segreti inenarrabili. Per quanto intellettualmente ‘estemporanei’, i brigatisti non erano così sprovveduti da accontentarsi di una montagna di chiacchiere. Pertanto, la verità è sempre stata un’altra: per le Br, l’obiettivo principale è sempre stato il rapimento in sé in quanto atto dimostrativo di ‘geometrica potenza’ (tutte le loro mosse, tra l’altro, confermavano questo dato: dalla ‘sfida’ del ripetuto trasporto di automobili in via Licinio Calvo, a non più di cinquanta metri dalla caserma dei Carabinieri del quartiere romano del ‘Belsito’, allo spericolato girovagare dei ‘postini’ brigatisti per le strade di Roma). Ma l’ostaggio che essi tenevano prigioniero col passare dei giorni diventava sempre più ingombrante, portandoli a chiedere una trattativa qualsiasi pur di sbarazzarsene al più presto, anche a un prezzo ‘stracciato’, facendo credere a Moro di essere in pericolo di vita solo per costringerlo a smuovere quegli ostacoli contro i quali essi potevano fare ben poco. Le Br, inoltre, non erano così ingenue da non sapere che i servizi segreti - più di duemila uomini muniti di strumenti sofisticatissimi e di emissari infiltrati persino tra loro - stessero brancolando nel buio: anzi, temevano soprattutto che fossero in attesa di un epilogo cruento. Non va dimenticato, per esempio, che per gli alti ufficiali del Comitato di crisi installato al Viminale dall’allora ministro degli Interni, Francesco Cossiga (e interamente composto da iscritti alla loggia massonica P2), Moro era colui che prometteva sette anni di comunisti al Governo. Dunque, ai terroristi non sarebbe affatto piaciuta l’idea di custodire un presidente della Repubblica ‘in pectore’, anche perché, qualora fossero stati costretti a sopprimerlo, avrebbero finito col correre rischi


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supplementari assai poco gestibili: meglio, molto meglio che Moro dialogasse con i potenti della Terra da individuo comune, come una persona qualsiasi che scongiurava un baratto ‘uno contro uno’ e che continuava ad aggrapparsi, disperatamente, all’iniziativa umanitaria di Bettino Craxi. Ci fu qualcuno, però, che aveva capito perfettamente la situazione. Soprattutto, che la linea difensiva di Moro si basava su premesse erronee e ipotesi infondate. Il 29 marzo 1978, il giornalista Arrigo Levi, a quei tempi direttore de ‘la Stampa’, aveva proposto che Giovanni Leone si dimettesse dalla carica di presidente della Repubblica e che il parlamento eleggesse, al suo posto, proprio Aldo Moro, nominando, per il periodo della prigionia, un Consiglio di ‘reggenza’ composto da Amintore Fanfani, Pietro Ingrao, Paolo Rossi e Giuseppe Saragat. L’idea suscitò forti perplessità e venne giudicata ‘strampalata’: in realtà, si trattava di una soluzione che avrebbe costretto tutti quanti a ribaltare i termini della questione, rianimando un’attività investigativa acefala e disorganizzata relegando, altresì, le Br in una posizione insostenibile. Inutile a dirsi, dopo essere stato autorevolmente criticato da Giulio Andreotti, il suggerimento venne lasciato cadere…



NON FU FATTO IL POSSIBILE PER SALVARLO

Ciò che vado scrivendo, sia ben chiaro, è teso a convalidare la tesi, avanzata più volte in questi ultimi 30 anni, che anche al di fuori di un’ipotesi di negoziato - ovvero nell’ambito stesso della cosiddetta ‘linea della fermezza’ - non fu fatto il possibile per salvare la vita di Aldo Moro. Prima di analizzare per quali motivi le cose andarono come andarono, occorre innanzitutto proiettare uno sguardo retrospettivo su quei 55 giorni di indagini svogliate, di ricerche assai poco ‘mirate’, di indizi colpevolmente trascurati. Già il 16 marzo, cioè il giorno stesso del sequestro e dell’orrenda strage di via Mario Fani, la polizia aveva scelto la strada delle operazioni a ‘tappeto’, proseguite poi sino al 9 maggio, giorno del tragico epilogo di tutta la vicenda. Dalle forze dell’ordine vennero pertanto effettuati circa 73 mila posti di blocco e 40 mila perquisizioni domiciliari, 7 milioni di persone vennero controllate, 3 milioni e 500 mila autovetture perquisite, 150 persone furono arrestate e altre 400 fermate. In queste operazioni vennero impiegati, quotidianamente, qualcosa come 13 mila uomini, di cui 4 mila e 300 solamente a Roma! Era evidente che un Paese messo in ‘stato d’assedio’ serviva solamente a impressionare l’opinione pubblica più che a ottenere risultati concreti, poiché infatti si finì col distogliere uomini e mezzi dai compiti ‘mirati’, come confermato, qualche tempo dopo, dal questore di Roma, Emanuele De Francesco, il quale ammise di non aver potuto far pedinare


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alcuni elementi ‘sospetti’ per mancanza di personale. La stessa questura di Roma, già il 19 marzo aveva diramato le fotografie di 22 brigatisti, 18 dei quali latitanti (alcuni di questi, in seguito, risultarono appartenenti proprio al ‘commando’ che aveva ‘colpito’ in via Fani). E, secondo la commissione parlamentare d’inchiesta, la polizia era al corrente da tempo che Valerio Morucci e Adriana Faranda erano esponenti di punta della ‘colonna’ romana delle Br e che la stessa Faranda era stata identificata come acquirente di un berretto da adoperare nell’agguato ad Aldo Moro e alla sua scorta. Morucci e la Faranda erano in contatto quotidiano con gli autonomi Franco Piperno e Lanfranco Pace - circostanza nota anche questa - cioè con coloro che, a partire dal 27 aprile, agirono da intermediari nell’esplorazione di una trattativa ipotizzata dal Segretario nazionale del Partito socialista italiano, Bettino Craxi. Tale circostanza rimane alla Storia come una delle innumerevoli dimostrazioni di coraggio del leader del Psi, il quale aveva incaricato Claudio Signorile di intraprendere una serie di incontri proprio con Pace e Piperno, al quale seguirono poi quelli di Pace con Morucci e la Faranda, di Pace con Antonio Landolfi e lo stesso Bettino Craxi e, in ultimo, di Signorile con Fanfani. Claudio Signorile agiva su delega diretta e informava Craxi sugli esiti di ogni incontro. Per farla breve, tramite Pace e Piperno, le Brigate Rosse erano state praticamente raggiunte, ma la magistratura e l’opinione pubblica italiana vennero a conoscenza di tali ‘contatti’ solamente nell’estate del 1978, allorquando gli stessi Pace, Piperno e Scalzone pubblicarono il primo numero della rivista ‘Metropoli’ contenente un racconto a fumetti su tutta l’impresa brigatista, una ‘striscia’ che descriveva con precisione un incontro tra Fanfani e Signorile e che testimoniava come quest’ultimo fosse perfettamente al corrente del fatto che l’esecuzione di Aldo Moro potesse essere sospesa di 48 ore se qualche autorevole esponente della Dc avesse apertamente preso posizione in favore della trattativa…



ALTRI FATTI INSPEGABILI

Insomma, tutto ciò, ancora oggi, appare incredibile: Pace e Piperno continuarono a circolare a ‘piede libero’ e la ‘pista autonoma’ venne ‘insabbiata’, senza che nessuno riuscisse a capirne bene il perché. Intanto, nel corso dei rastrellamenti a ‘pettine’ cui Roma veniva sottoposta, la Pubblica Sicurezza era giunta davanti alla porta di un appartamento situato in via Gradoli 96 e affittato a tale ingegner Borghi (il quale altri non era che Mario Moretti, leader indiscusso, in quel momento, delle Brigate Rosse). Nessuno rispose alle ‘scampanellate’ dei poliziotti e i condomini interrogati precisa-


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rono che l’appartamento era poco frequentato. Dopodiché, contravvenendo a ogni regola del proprio mestiere, gli agenti decisero di andarsene. Ai primi di aprile, un gruppo di professionisti bolognesi riferì alla Digos - la quale a propria volta passò l’informazione all’ufficio stampa di Zaccagnini - che nel corso di una seduta spiritica era stato mormorato da un medium il nome: “Gradoli”. La ‘soffiata’ valeva quel che valeva. Tuttavia, era parso giusto informare della cosa le forze dell’ordine. Ma la polizia, anziché tornare in via Gradoli (una traversa romana situata sulla via Cassia in cui la maggior parte degli appartamenti erano - e sono ancora oggi - affittati soprattutto a elementi dei servizi segreti) e sfondare la porta di quell’alloggio, preferì inspiegabilmente ‘piombare’ a ‘sirene spiegate’ nel comune di Gradoli, in provincia di Viterbo. A nessuno era venuto in mente quel misterioso uscio chiuso. E nessuno si sentì tenuto a scomodarsi, nonostante gli inviti di Eleonora Moro, la quale aveva individuato perfettamente la via sullo stradario di Roma, quanto meno per controllare l’esistenza di quella strada alla ‘periferia nord’ della capitale. Ma gli aspetti ‘surreali’ non finiscono qui: il 18 aprile, i vigili del fuoco penetrarono proprio in quell’appartamento al fine di tamponare una perdita d’acqua. Ritrovandosi sommersi da armi, volantini e carte topografiche, si accorsero che si trattava di un ‘covo’ brigatista e avvertirono chi di dovere. In un ‘bailamme’ indescrivibile, si catapultarono sul posto giornalisti, carabinieri, polizia e persino magistrati, trasformando l’ispezione in un caos indescrivibile, con documenti che, girando di mano in mano, alla fine scomparvero misteriosamente. E non è tutto: dopo addirittura un mese dalla prima segnalazione, la Digos di Roma individuò una tipografia in via Pio Foà che, da tempo, si sospettava fosse frequentata dai brigatisti. Ma l’autorizzazione a perquisire, misteriosamente, giunse soltanto nove giorni dopo, cioè allorquando Aldo Moro era ormai cadavere. E quando gli agenti decisero finalmente di entrare in quei locali, s’imbatterono in una macchina da scrivere elettrica proveniente dai Rus (Unità speciali dell’Esercito), un reparto che faceva parte del Sismi, il servizio segreto militare sorto sulle ceneri del vecchio Sid. Infine, il 25 marzo venne emanato dalla sede nazionale della Dc di piazza del Gesù un documento sottoscritto da alcuni ‘amici’ di Moro, antichi compagni di corrente come Giovanni Battista Scaglia e prelati come il cardinale Michele Pellegrino, i quali sostennero la tesi che “l’uomo rinchiuso nella ‘prigione del popolo’ e impegnato in una serrata battaglia epistolare per sfuggire alla morte non fosse più quello che loro avevano conosciuto: era diventato un altro. Ha dimenticato i principi e i valori cui ha uniformato la propria vita. Parla una lingua che non è la sua”. Aldo Moro e la sua famiglia si indignarono profondamente per quell’iniziativa, poiché al di là dell’occlusione di un ‘canale di comunicazione’ su cui ancora si con-


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tava, l’operazione ‘Moro non è Moro’ finì col determinare gravi conseguenze soprattutto sulle indagini, poiché indusse gli inquirenti a non soffermarsi sulle allusioni e sui messaggi ‘cifrati’ che lo stesso presidente della Dc stava affidando alle sue lettere con la finalità di facilitare il proprio ritrovamento. Secondo Leonardo Sciascia: “Quando Cossiga e Zaccagnini, per dire delle condizioni in cui Moro si trovava, citavano la frase di quella lettera, diretta a Cossiga, in cui Moro scrive testualmente ‘mi trovo sotto un dominio pieno e incontrollato’, è curioso non si siano mai accorti che quella frase contenesse un’incongruenza che non definiva con precisione il ‘dominio’ sotto cui Moro si trovava. Che voleva dire la parola: ‘incontrollato’? Chi poteva o doveva ‘controllare’ le Brigate Rosse? Perciò, mi appare attendibile decifrare quella frase in questo modo: ‘Mi trovo in un condominio molto abitato a non ancora controllato dalla Polizia’. E, probabilmente, anche le parole ‘sotto’ e ‘sottoposto’ erano da intendere come indicazioni topografiche. Ma nonché decifrare, non si è voluto nemmeno stare attenti all’evidenza: come in quel ‘qui’ - sfuggito alla censura delle Brigate Rosse - che inequivocabilmente era da intendersi ‘a Roma’ (‘si dovrebbe essere nelle condizioni di chiamare qui l’Ambasciatore Cottafavi’). Non era un’indicazione da poco, considerando con quanto spreco di mezzi e di uomini lo si stava cercando fuori da Roma”.



ANCORA LA P2 DIETRO LE QUINTE DEL POTERE

Quelli che ho appena elencati furono errori involontari? Trascuratezze causate dall’ansia e dall’impreparazione? È difficile crederlo, poiché alla ‘sciatterìa’ di quelle ricerche vanno sommate altre circostanze a dir poco ‘torbide’. Come già accennato, il Comitato di crisi del ministero degli Interni era composto, interamente o quasi, da membri della loggia massonica P2. Stranamente, già dalla fine di marzo di quel maledetto 1978, questo Comitato non venne più nemmeno convocato. E delle sue sedute non è mai stata verbalizzata neanche una riga. La P2 non era un’innocua associazione ricreativa: fra il 1975 e il 1976 aveva predisposto un ‘Piano per la rinascita democratica’ e redatto un ‘Memorandum sulla situazione politica in Italia’ - sequestrati solamente nel 1982 - in cui veniva richiamata la necessità di rovesciare la ‘triade’ sindacale, abolire lo statuto dei lavoratori, piazzare uomini ben selezionati nelle posizioni ‘chiave’ dei Partiti, sottoporre la magistratura al controllo del potere esecutivo, acquistare alcuni importanti settimanali e riformare integralmente la Costituzione. Altra strana circostanza: chiamato da Cossiga come proprio consulente personale, fin dai primi giorni del rapimento era presente a Roma in gran segreto - nemme-


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no l’Ambasciata americana ne era informata - il responsabile del servizio antiterrorismo del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, Steve Pieczenik. Questa è un’indicazione particolarmente significativa: non venne convocato Brian Jenkins, uno dei massimi esperti mondiali di terrorismo, bensì Pieczenick, il quale, a differenza delle metodologie di Jenkins, si faceva portatore della seguente tesi: “Bisogna dimostrare che nessuno è indispensabile per la sopravvivenza dello Stato”. Il ‘caso Moro’ era particolarmente adatto a questo genere di dimostrazione, dal momento che, sempre secondo Pieczenick, lo statista democristiano rappresentava “un elemento molto importante del sistema”. L’idea adottata, dunque, fu quella di dimostrare che si potesse fare a meno persino di Moro. Teniamo presente, per amor di storiografia, che Pieczenick, all’epoca dell’amministrazione Nixon, era stato assoldato dall’allora Segretario di Stato americano, Henry Kissinger, il quale provava nei confronti di Moro la più profonda disistima, considerandolo un filocomunista e un destabilizzatore incosciente dello scacchiere internazionale. E io non credo fuori luogo ipotizzare, a questo punto, che la condanna a morte del presidente della Dc, prima ancora che dalle Brigate Rosse, in verità sia stata ‘tacitamente pronunciata’ dal Governo ‘invisibile’ delle nostre centrali spionistico - evesive.



EPILOGO

Poco altro voglio aggiungere intorno alla lunga diatriba relativa alla cosiddetta ‘linea della trattativa’, alla quale aderirono solamente la famiglia di Moro, il Psi di Bettino Craxi e, con qualche ‘democristiana titubanza’, Giovanni Leone e Amintore Fanfani. Solo un atto unilaterale, come per esempio la concessione della Grazia a Paola Besuschio, avrebbe potuto fermare il corso degli eventi senza ledere l’integrità delle istituzioni: le Br lo avrebbero accolto persino con sollievo e nessuno si sarebbe sentito autorizzato a sostenere che il Paese si era piegato a un diktat dei terroristi. Ma furono proprio questi ultimi, alla fine, a rendere anche quest’idea sostanzialmente impraticabile, poiché lasciarono intendere tardivamente che un simile provvedimento sarebbe bastato: pretendendo, in un primo tempo, la liberazione di 13 detenuti e ripiegando, in seguito, su uno scambio ufficiale ‘uno contro uno’ - sorretti da Moro, che ‘impuntatosi’ sulla trattativa, compromise anche un’iniziativa autonoma e non ‘pattizia’ dello Stato finirono con l’immobilizzare la controparte in un giuoco al ribasso di cui l’opinione pubblica poté solo ricavare l’impressione che ogni gesto proveniente dal ‘palazzo’ combaciasse con le loro vere richieste, cioè quelle che essi avevano in mente sin dal principio. Ma il Partito della lotta armata, il


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quale originariamente aveva progettato un’impresa spettacolare al fine di risollevare la propria immagine, all’improvviso decise di puntare le proprie ‘carte’ sul rilascio di un certificato di ‘legittimità politica’ che non gli sarebbe servito assolutamente a nulla. La prova migliore che nel caso Moro furono compiuti errori grossolani sarà offerto, in seguito, dal comportamento molto più cauto che le Br adottarono nel corso del sequestro del giudice D’Ursio, al termine del quale riuscirono a ottenere, con facilità, la chiusura del carcere di massima sicurezza dell’Asinara. Insomma, le cose avrebbero potuto evolversi in maniera assai diversa se solo Moro si fosse risolutamente presentato per quello che, in realtà, egli era: il capo della maggioranza parlamentare di ‘solidarietà nazionale’, garante del Governo Andreotti ed effettivo presidente della Repubblica italiana. Solo in tal modo si sarebbe potuto generare un clima di incertezza su chi davvero rappresentasse, in quel momento, lo Stato, questo Stato, con la sua Costituzione materiale e il suo stesso sistema politico: se fosse stata adottata tale strategia, forse la Dc non si sarebbe lasciata atterrire dalla prospettiva di dover capitolare per devozione a un proprio uomo; forse i comunisti avrebbero compreso che non era stato ordinato loro ‘dal medico’ di dover ‘vigilare’ sulla cedevolezza altrui; forse il nostro ‘Governo invisibile’ si sarebbe ritrovato di fronte a forze ben più attente ai suoi intrighi. Rimane fuor di discussione che se Moro avesse tenuto una condotta più aggressiva, dalla ‘prigione del popolo’ non sarebbe mai uscito nemmeno un biglietto. Tuttavia, qualcun’altro, come Arrigo Levi, si sarebbe fatto avanti per impostare una vera strategia d’attacco, la quale, assai probabilmente, avrebbe potuto rivelarsi molto più incisiva. Senno di poi? Storia controfattuale? Può darsi. Ma ciò che a mio parere rimane accertato, oggi, è solamente il fatto che, tra il 16 marzo e il 9 maggio del 1978, in Italia si consumò il dramma di una democrazia debole, insieme alla tragedia di un uomo che non voleva diventare un martire e che non riuscì proprio a trasformarsi in un eroe. Per quanto concerne le sue ‘lettere dalla prigione del popolo’, infine, forse sarebbe il caso, oggi, di stendere definitivamente un ‘velo pietoso’: troppo se n’è scritto e, il più delle volte, in maniera abusiva, soprattutto da parte di chi ne ha asservito la dolente, ma umanissima, capziosità alla singolare teoria secondo cui uno Stato debole non dovrebbe difendersi, bensì suicidarsi. Anche in questa vicenda, troppi misteri sono rimasti irrisolti, ipocritamente sospesi, superficialmente lasciati a se stessi, a dimostrazione che il male di fondo della nostra democrazia rimane quello di una ‘ipocrita indifferenza’ che, periodicamente, copre ogni soffio di verità con il sordido ‘fetore’ delle omissioni e delle menzogne.


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Tutto questo coacervo di nefandezze e di bugie ha incrociato, quasi inevitabilmente, la vicenda umana e intellettuale di Pier Paolo Pasolini. Nell’immediato, Pino Pelosi si ritrovò a essere l’unico imputato del suo assassinio. La difesa del ragazzo venne dunque assunta dagli avvocati Tommaso e Vincenzo Spaltro, ma questi vennero quasi subito sostituiti da Rocco Mangia, un democristiano che aveva già assunto la difesa dei giovani ‘pariolini’ torturatori e stupratori del Circeo. La nomina di quest’ultimo sarebbe stata suggerita, stando a quanto riferisce lo stesso Pelosi, da Franco Salomone, giornalista del quotidiano ‘il Tempo’ che era andato a intervistare i suoi genitori. La strategia preparata dall’avvocato Mangia fu molto semplice: Pelosi avrebbe dovuto accollarsi la responsabilità esclusiva della morte del poeta e dichiarare che quella sera, all’idroscalo di Ostia, non era presente nessun altro. Il legale promise poi al ragazzo che sarebbe uscito di prigione nel giro di una quarantina di giorni, poiché l’istruttoria non sarebbe mai stata completata. L’avvocato Mangia nominò come periti di parte alcuni illustri professori, su cui tanto si sarebbe discusso: il professor Franco Ferracuti, psichiatra forense; il professor Aldo Semerari, criminologo; e la sua assistente, dottoressa Maria Fiorella Carraro. A posteriori, valutando anche altri elementi del caso, appare chiaro come fosse in atto un tentativo di organizzare intorno al Pelosi un ‘cordone sanitario’ teso a impedire l’emersione della verità sulla notte all’idroscalo. Il professor Ferracuti, oltre a essere considerato un luminare nel suo campo di ricerca e di attività, era iscritto alla loggia P2 e collaborava con la Cia e l’Fbi. Qualche anno più tardi fu chiamato dal ministro degli Interni, Francesco Cossiga, per entrare a far parte del Comitato di esperti che avrebbero dovuto occuparsi del caso Moro insieme al consulente del Dipartimento di Stato americano, Steve Pieczenick, al quale Ferracuti offrirà la sua competente collaborazione. Il contributo dello psichiatra fu quello di sminuire la portata delle lettere scritte da Aldo Moro, mettendo in dubbio persino la capacità di intendere e di volere dell’ostaggio. Su questa congettura, funzionale a isolare definitivamente Moro, Ferracuti si ritrovò in piena sintonia con l’esperto americano. Inoltre, sua fu l’idea di far rapire alcuni brigatisti nelle carceri, per condizionare l’esito del sequestro e mettere sul piatto della trattativa altra merce di scambio: un’operazione rischiosissima, dagli sviluppi imprevedibili. Qualcuno chiese infatti a Turatello di cominciare a reclutare


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elementi della malavita per attuare il progetto. Ma il bandito milanese rifiutò, giudicando la cosa totalmente ‘strampalata’, sia sotto il profilo organizzativo, sia in termini di utilità effettiva. Il professor Aldo Semerari, amico di Ferracuti, era invece un collaboratore del cosiddetto ‘SuperSismi’, diretto da vertici piduisti e dal promettente faccendiere Francesco Pazienza, massone e diplomatico del Sovrano Ordine dei Cavalieri di Malta. Semerari, innanzitutto, era un convinto nazista che voleva rinnovare la strategia terroristica, attraverso l’alleanza tra estrema destra e malavita comune. In questo senso, il criminologo romano è un personaggio centrale nella storia della banda della Magliana: nell’estate del 1978, a seguito all’opera di convincimento di un criminale comune con tendenze ‘destrorse’ - Alessandro D’Ortenzi detto ‘zanzarone’ - Semerari incontrò alcuni boss della banda della Magliana, tra i quali Franco Giuseppucci, presso la villa di Rieti del neofascista De Felice. Il professore voleva mettere in pratica il suo progetto terroristico, coinvolgendo quel consorzio criminale che stava scalando rapidamente le gerarchie della malavita romana. Giuseppucci e i suoi rifiutarono: pur essendo in gran parte simpatizzanti del neofascismo, essi erano soprattutto rapinatori, trafficanti, spacciatori e usurai. Ciò che li spingeva al crimine era solamente il denaro. L’alleanza saltò, anche se in seguito non mancarono le occasioni in cui la banda della Magliana e i giovani neofascisti dei Nar collaborarono, specie per ciò che riguardava le rapine a mano armata, il riciclaggio di denaro sporco e altri generi di truffe. Pur non essendo riuscito nell’intento di reclutare la malavita più tracotante e a convertirla alla causa stragista, Semerari non fece mai mancare il proprio aiuto a Cutolo, ai boss della Magliana e ai marsigliesi. Nei suoi propositi deliranti, nel luglio del 1980, in un periodo compreso tra la tragedia del DC9 di Ustica e la strage alla stazione di Bologna, compì due viaggi: prima nella Libia del colonnello Muhammar Gheddafi, poi negli Stati Uniti, per incontrare l’amico e collega Ferracuti. Cosa accadde in quell’arco di tempo? Gli inquirenti si convinsero quasi subito che i responsabili della strage alla stazione di Bologna erano da ricercarsi nel frastagliato mondo della destra eversiva, fra Terza Posizione e i Nar. Dal momento in cui Semerari venne incarcerato iniziarono subito i tentativi di depistaggio del ‘SuperSismi’ di Gelli e Pazienza. Il professore avrebbe potuto fare rivelazioni pericolose per tutti. Perciò, nel gennaio del 1981, alla stazione di Bologna fu fatta ritrovare una borsa con giornali tedeschi e francesi, barattoli con esplosivo simile a quello utilizzato per la strage dell’anno precedente e un fucile mitragliatore. Quest’ultimo proveniva dal deposito di armi collocato all’interno del ministero della Sanità, nella piena disponibilità della banda della Magliana e delle bande della destra neofascista. Qualche giorno prima, i centri di controspionaggio avevano lancia-


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to un allarme sul pericolo di una ‘Operazione terrore sui treni’ da parte di organizzazioni terroristiche straniere. Ma si trattava di un altro depistaggio, ideato e organizzato dai ‘piduisti’ del ‘SuperSismi’ allo scopo di alleggerire anche la posizione del professore. Al di là dell’effettiva responsabilità della strage italiana più grave di sempre, la vicenda che investì anche il professor Semerari illumina una rete di rapporti tra P2, servizi segreti militari, banda della Magliana e destra eversiva. Non essendo emerse prove a suo carico, il professore venne scarcerato e il suo nome riapparve più avanti in un’altra brutta storia, che coinvolse ancora una volta il solito ‘SuperSismi’. Qualche giorno prima della morte rivendicò la paternità di un documento, falso, che accusava alcuni esponenti democristiani di essere coinvolti nelle trattative per la liberazione dell’assessore campano Ciro Cirillo. Il documento era stato pubblicato dal quotidiano ‘l’Unità’. Ciro Cirillo era stato sequestrato nell’aprile del 1981 da un commando delle Brigate Rosse - Partito guerriglia, una nuova ‘colonna’ fondata da un ambiguo collega di Semerari, Giovanni Senzani, anche lui in odore di ‘servizi’. Per la liberazione si attivarono alcuni amici democristiani di Napoli e vari settori dei servizi segreti militari. Venne chiesta persino la mediazione del boss in carcere della Nuova camorra organizzata, Raffaele Cutolo. Si giunse poi alla liberazione dopo una trattativa dai contorni oscuri. E non solo per il pagamento di un riscatto: sul ‘piatto’ vennero messi anche gli appalti per la ricostruzione del ‘dopo terremoto’ in Irpinia. Il 1 aprile 1982, il corpo decapitato del professore venne ritrovato a Ottaviano, davanti all’abitazione di Cutolo. Sullo sfondo, la sanguinosissima guerra di camorra che opponeva la Nuova camorra organizzata alla Nuova famiglia di Ammaturo, organizzazione criminale che rappresentava quelle fazioni della camorra ancora legate a ‘Cosa nostra’ siciliana. Ma il professor Semerari era caduto vittima dell’ennesima guerra di mafia, oppure si era voluto eliminarlo in quanto testimone ‘scomodo’ di quegli anni di atrocità e di ‘connubi’ criminali? Quel macabro ritrovamento fece pensare anche a un messaggio lanciato proprio a Cutolo, invischiato nelle trattative per la liberazione dell’assessore Cirillo. Nel medesimo giorno fu rinvenuto il corpo della collaboratrice e compagna, Maria Fiorella Carraro, presumibilmente ‘suicida’. Insomma, un collegio di periti veramente ‘raccomandabile’ quello di Pino Pelosi, che comunque finì col rimanere in carcere per più di nove anni! Emerge, con una certa chiarezza, come negli anni ’70 del secolo scorso - e chi non lo vuol ricordare, più che dalla propria ipocrisia dovrebbe cominciare a guardarsi, a questo punto, dal proprio ‘rimbambimento’… - alta criminalità, violenza a sfondo politico e malavita comune convivessero tranquillamente, fondendosi e confondendosi tra loro in un circuito criminale complessivo, che venne a lungo utilizzato dai cosiddetti


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‘poteri forti’ e dalla criminalità mafiosa per compiere i delitti più efferati. Pasolini era assolutamente certo dell’esistenza di questo tipo di relazioni. E molti elementi raccolti in questi anni mi hanno indotto a credere che egli fosse alla ricerca di quelle prove che, dalla periferie e dai bassifondi romani, lo conducessero direttamente al ‘Palazzo’ con le sue consorterie, le sue congreghe, i suoi conflitti di potere. È assai probabile che, tramite le sue frequentazioni di borgata, avesse cercato di indagare sui malfattori siciliani e romani coinvolti nella “strategia della tensione”, o su quel neofascismo capitolino che reclutava adepti non solo tra i ‘pariolini’, ma anche tra malavitosi e ‘borgatari’. Una simile indagine in quegli anni era da considerarsi assai rischiosa, poiché esponeva a pericoli enormi. Allo stesso tempo, pur essendo estraneo al Palazzo, il poeta friulano si stava impegnando per individuare i reali mandanti della “strategia della tensione”, al di là delle coperture offerte dai democristiani. Sappiamo, inoltre, che Pasolini s’era gettato alacremente nell’impresa di congegnare e ultimare il romanzo ‘Petrolio’, nella certezza che il vero potere fosse gestito, in Italia, da chi, a quei tempi, aveva in mano la politica energetica. Il giorno stesso della sua morte, la cugina, Graziella Chiarcossi, denunciò un furto nella casa del romanziere: oltre a valori e gioielli sarebbero state rubate delle carte a cui, evidentemente, i mandanti dei ladri erano assai interessati. Semplice coincidenza? ‘Petrolio’ è rimasto incompiuto, una sorta di ‘Zibaldone’ di schemi e appunti per un romanzo che, sorprendentemente, la casa editrice Einaudi decise di pubblicare solamente ‘all’alba’ del 1992, dopo quasi vent’anni dalla scomparsa dell’autore, al termine della ‘guerra fredda’ e in piena Tangentopoli, quando alcuni ‘altarini’ - ma solamente alcuni, come testimoniato dalla controversa vicenda di Bettino Craxi, utilizzato come principale ‘capro espiatorio’ di un sistema di potere, da sempre ‘pilotato’ da potenze straniere, che non intendeva più farsi ricattare politicamente e che stava invece già pensando a come ‘riciclarsi’ - iniziarono a venire alla luce. Ma cosa poteva dare così tanto fastidio di ‘Petrolio’? In particolare, i ladri che erano riusciti a entrare in casa di Pasolini nella notte stessa della sua uccisione avevano ‘sfilato’ l’appunto numero 21, intitolato: ‘Lampi sull’Eni’ e dedicato alla figura di Eugenio Cefis, potente manager del settore petrolifero che era stato prima braccio destro di Enrico Mattei e che, dopo la morte di quest’ultimo, gli era succeduto nella carica di presidente. In seguito, Cefis, nel 1971, era anche riuscito a ‘scalare’ i vertici della Montedison. Spregiudicato e senza molti scrupoli, costui tentò di costituire in Italia un monopolio energetico per creare un sistema di potere finanziario, industriale e politico in competizione con quello delle storiche famiglie del capitalismo italiano (Agnelli, Pirelli, Falck). In effetti, ‘Petrolio’ è imperniato proprio sul difficile rapporto tra i due personaggi che avevano


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portato l’Eni tra le potenze economiche internazionali: Se Mattei/Bonocore, pur nella sua condotta spregiudicata, cercava di mettere le proprie capacità al servizio della collettività attraverso una visione del capitalismo che, comunque, soggiacesse agli interessi generali, Cefis/Troya mira a estendere la propria influenza personale attraverso quella commistione fra speculazione finanziaria ed economia privata, in quella confusione tra etica pubblica e tornaconto personale, che sono i veri tratti distintivi dei molteplici conflitti di interesse i quali hanno finito col caratterizzare l’attuale fase di neocapitalismo globale. Comunque, i due erano antichi amici, avendo militato insieme nella brigata partigiana ‘bianca’ della Val d’Ossola di Alfredo di Dio, che collaborava intensamente con gli Alleati angloamericani e con il Sim, il servizio segreto militare della monarchia. Militare di carriera, Cefis aveva familiarizzato con Enrico Mattei, che si era dimostrato un organizzatore efficiente e infaticabile. È assodato che attraverso le formazioni ‘bianche’ della Resistenza, come quella di Alfredo di Dio, ebbero origine i primi nuclei di quella che diventerà la ‘Gladio’, cioè la sezione italiana della ‘Stay behind’ allestita dagli americani. Lo stesso Mattei è stato spesso indicato come uno dei fondatori della struttura paramilitare. Tuttavia, in qualità di presidente dell’Eni, il potente manager voleva porre le condizioni per l’indipendenza energetica ed economica dell’Italia, condizione imprescindibile per proiettare il nostro Paese tra le grandi potenze facendolo emergere dalla limitata condizione di mera ‘provincia’ dell’impero americano. Come abbiamo visto, il suo attivismo lo mise in contrasto con il cartello petrolifero americano, inglese, olandese e francese delle ‘Sette sorelle’. Per contro, la figura di Cefis è sempre stata avvolta da una serie di ambiguità e di misteri che non sono mai stati spiegati fino in fondo. Sarà forse il dubbio sull’affidabilità dell’amico a convincere Mattei a chiederne le dimissioni, qualche mese prima della sua morte? Sembra che Cefis avesse cercato di trafugare alcuni documenti riservati dell’Eni. Dopodiché, avvenne la nota fine di Mattei: il 27 ottobre 1962, il suo aereo privato si schiantò sul suolo di Bescapè, in provincia di Pavia. Eccoci, dunque, tornati esattamente al punto di partenza di questo lungo e articolato dossier: non ci vogliono certo poteri soprannaturali per individuare, in tutti questi fatti, un’unica regia, probabilmente sostenuta da forze che facevano riferimento ai servizi segreti della principale potenza bellica mondiale: quella americana. La tragedia di Bescapè fu il primo autentico atto di terrorismo compiuto nel nostro Paese, che ha segnato l’inizio di un fosco periodo di attentati, stragi e lutti. Per interi decenni, ha resistito la versione ufficiale dell’incidente e, solo recentemente, grazie all’inchiesta del giudice di Pavia, Vincenzo Calìa, è stata approfondita l’ipotesi del sabotaggio affidato a sicari della mafia italoamericana e siciliana, o a uomini


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dell’organizzazione terroristica Oas. Mattei aveva sostenuto l’indipendenza algerina da Parigi e aveva appoggiato il Fronte di liberazione nazionale dell’Algeria suscitando le ire proprio dei colonialisti dell’Oas. In ogni modo, come in tutti i grandi delitti possono aver agito delle ‘cointeressenze’, poiché l’eliminazione di Mattei fu certamente cosa gradita a molti, a cominciare dal ‘cartello’ petrolifero delle ‘Sette sorelle’. Cefis era quantomeno a conoscenza del tentativo, poi riuscito, di eliminare Mattei. E, qualche anno dopo, nel 1967, assunse la carica di presidente dell’Eni sotto i migliori auspici dei potenti ambienti della finanza e dell’economia americana. Con l’aiuto del presidente di Mediobanca, Enrico Cuccia, in seguito riuscì a ‘scalare’ la Montedison. Al contempo, per rinsaldare il proprio potere e la propria influenza, diede l’assalto ai mass media e alla carta stampata, contribuendo alla fondazione del ‘Giornale Nuovo’ insieme al più autorevole giornalista italiano, Indro Montanelli, che si era allontanato dal ‘Corriere della Sera’ diretto da Piero Ottone perché troppo ‘spostato’ a sinistra. L’interesse di Pasolini per Cefis e il suo sistema di potere era nato dalla lettura del pamphlet: ‘Questo è Cefis: l’altra faccia dell’onorato Presidente’, da cui gran parte delle notizie riportate in ‘Petrolio’ sono tratte. L’autore era un tal Giorgio Steimetz, pseudonimo del giornalista Corrado Ragozzino, direttore dell’Ami (Agenzia Milano Informazioni). Quest’ultima era finanziata da Graziano Verzotto, altro discusso personaggio, già collaboratore di Mattei e presidente dell’Ems (Ente minerario siciliano). Il poeta friulano ricostruì ben presto il complesso sistema finanziario allestito da Cefis e dai suoi alleati, individuando altresì un complesso e trasversale sistema di potere in grado di manovrare tanto l’estrema destra, quanto l’estrema sinistra, tramite l’utilizzazione di elementi della criminalità organizzata e comune. Era chiaro, per Pasolini, che l’origine di una simile organizzazione risaliva sino alla guerra e a quel gruppo di resistenti, anticomunisti e antifascisti, che avevano collaborato con gli angloamericani. Perciò, iniziò a suddividere il periodo della “strategia della tensione” in due fasi ben distinte: la prima - che culminò con la strage di piazza Fontana - con finalità anticomunista e che doveva promuovere la repressione delle sinistre italiane; la seconda, risalente alla fase 1973-‘74, che viceversa si prefiggeva di ‘scaricare’ i fascisti per “rifarsi una verginità” dopo il fallimento della ‘crociata’ anticomunista. Un’analisi lucida, fondata su indizi consistenti. La tesi ‘pasoliniana’ pare esser stata apparentemente avvalorata da un misterioso testimone di destra in un’intervista del giornalista Paolo Cucchiarelli, riportata nell’opera ‘Il segreto di Piazza Fontana’, edizioni Ponte alle Grazie. L’ex sedicente militante neofascista, che afferma di essere a conoscenza di molti segreti sulla madre di tutte le stragi, asserì che i capitali del petrolio di Cefis - assieme a quelli americani - servirono a


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finanziare la “strategia della tensione” attraverso il traffico d’armi. Non è dato sapere quanti retroscena fossero a conoscenza di Pasolini. Quel che appare certo è che il suo omicidio venne accuratamente pianificato. Quanto a Cefis, apparentemente il suo potere declinò nel 1977, allorquando fu costretto a lasciare il Paese per la Svizzera e il Canada poiché il suo nome iniziò a essere associato a vari tentativi di ‘golpe’, come quello del principe ‘nero’ Junio Valerio Borghese. Secondo una nota riservata del Sismi, emersa durante le indagini sulla morte di Mattei condotte dal pm Vincenzo Calìa, Eugenio Cefis era il vero capo della loggia P2. E solamente in una seconda fase egli la affidò nelle mani di Licio Gelli e di Umberto Ortolani, da sempre suoi uomini di fiducia. In effetti, dopo la fuga di Cefis l’influenza della P2 aumentò a dismisura, penetrando nelle istituzioni, negli organismi dei servizi segreti, nelle banche, nei giornali e nei telegiornali. Tutto in attuazione di quel ‘Piano di rinascita democratica’ che non era un semplice progetto ‘golpista’, ma il tentativo di ‘esautorare’ l’assetto costituzionale dello Stato per mutarne la natura parlamentare. Si è visto come Cefis attribuisse grande importanza ai mass media e ai giornali nel plasmare l’opinione pubblica, orientandola secondo gli indirizzi voluti. Infatti, il piano della P2 ha sempre assegnato un ruolo fondamentale al controllo della stampa e della televisione. Attraverso il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, nonché coinvolgendo Rizzoli e Tassan Din, la P2 era riuscita a ottenere, per qualche anno, persino il controllo del ‘Corriere della Sera’, il più importante quotidiano italiano. Ma il ‘sistema Cefis’ e la loggia P2 di Gelli e Ortolani erano una cosa sola? Oppure, la seconda fu la derivazione ‘storica’ della prima? Nel 1973, nel corso del processo di unificazione massonica fra la comunione del Grande Oriente e quella di piazza del Gesù, i ‘fratelli’ della loggia ‘coperta’ di piazza del Gesù, ‘Giustizia e Libertà’, confluirono direttamente nella P2 del Grande Oriente. Fra le personalità più eminenti e influenti della prima vi era proprio quella di Eugenio Cefis. L’intero processo rientrava nel tentativo di dare alla massoneria italiana un indirizzo saldamente conservatore, creando una sorta di Partito ‘occulto’, capace di incidere profondamente nella società e nelle istituzioni. Nella sua scalata ai massimi vertici del potere finanziario, industriale ed economico, Cefis contò fra i suoi alleati proprio il finanziere ‘piduista’ Ortolani e altri. La continuità si evince anche da altri riscontri: innanzitutto, negli anni ‘70 la Banca nazionale del lavoro, di cui era presidente il ‘piduista’ Alberto Ferrari, si presentava come una generosa cassaforte a disposizione sia di Cefis, sia della P2. Fra gli altri facoltosi ‘clienti’ spiccavano anche i nomi del finanziere Michele Sindona, losco personaggio per lungo tempo tenuto in gran conto dai più potenti ambienti finanziari e politici americani e italiani, insieme a un certo Silvio Berlusconi, a quei tempi costruttore edile. Le


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transazioni venivano effettuate grazie alla holding della Bnl ‘Servizio Italia’, diretta da Graziano Graziadei. Come sappiamo, fra gli obiettivi più impellenti perseguiti dalla P2 c’era l’istituzione di una sorta di monopolio mediatico tramite il controllo della stampa e dell’editoria, insieme alla dissoluzione della televisione pubblica da rimpiazzare con un grande network privato di frequenza nazionale. Non è difficile rintracciare nel successivo impero mediatico ‘berlusconiano’ la concretizzazione di tali propositi. In conclusione, sembra che il ‘sistema Cefis’ sia stato in qualche modo ‘ereditato’ dal network raccolto intorno alla loggia P2, fondato sull’asse GelliBerlusconi. Furono questi i ‘fili mortali’ che Pier Paolo Pasolini aveva sfiorato a suo tempo? Ammettiamo che Pasolini sia riuscito non solo a comprendere le logiche di quel potere ‘invisibile’, ma anche a ricostruirne, almeno in parte, alcuni segmenti. E supponiamo che, attraverso confidenze e testimonianze raccolte nelle borgate fosse riuscito a ‘scovare’ alcuni luoghi di incontro tra la malavita romana ed estremismo neofascista. Supponiamo, inoltre, che intuitivamente avesse compreso che nella capitale d’Italia fosse presente un ‘miscuglio’ criminale e mercenario che offriva i propri servizi ai ‘poteri forti’. E ipotizziamo vieppiù che fosse riuscito a ricomporre alcune fasi importanti della biografia di Cefis e di quel sistema di potere ereditato, in seguito, dalla P2. È chiaro come non sia poi così assurdo ipotizzare che qualcuno abbia potuto pianificare il suo omicidio; che con la scusa del recupero delle ‘pizze’ di ‘Salò’ possa esser stato attirato in una ‘trappola’; che Pelosi sia stato utilizzato come ‘esca’; che Pasolini sia stato ucciso all’idroscalo, ovvero in un posto generalmente frequentato da prostitute e ‘marchettari’, al fine di sviare le indagini verso la pista del delitto maturato negli ambienti della prostituzione omosessuale; che la presenza di alcuni ladruncoli sul posto servisse ad attirare l’attenzione sul “tentativo di furto finito male”; che, al contempo, mentre Pasolini veniva massacrato da un gruppo di picchiatori professionisti, reclutati probabilmente fra gli elementi più decisi e pericolosi della delinquenza romana, altri si occuparono di trafugare gli appunti più compromettenti del grande romanziere presso la sua abitazione. Bastava solo che si diffondesse il timore che Pasolini sapesse molto di più di quello che aveva scritto in quell’editoriale sul ‘Corriere della Sera’ intitolato, non a caso: ‘Il romanzo delle stragi’. E che stesse per pubblicare delle prove che avrebbero potuto ‘inchiodare’ una serie di influenti personaggi immischiati, in un modo o in un altro, nei giochi di potere più ‘sporchi’ della nostra Storia repubblicana.


INDICE

Prefazione

3

Il caso Mattei

5

Il caso De Mauro

15

Il delitto Pasolini

19

Il delitto Pecorelli

41

Il ruolo della P2 nell’affaire Moro

44

Pasolini sapeva

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La riproduzione di questo dossier è autorizzata a condizione che sia citata la fonte: www.periodicoitalianomagazine.it

Settembre 2012 Impaginazione: Francesca Buffo Dossier allegato a Periodico italiano magazine


Sporca Italia di Vittorio Lussana