__MAIN_TEXT__

Page 1


Prefazione Dopo il primo anno di attività di Punto G, sfortunatamente Roberto G. Salvadori, professore all'Università di Siena, è deceduto. Questo ha creato un vuoto nella redazione, difficile, anzi impossibile da riempire. Un uomo di quella sapienza storica e al contempo legato alla storia del movimento hyronista, semplicemente, non c'era e non c'è. Abbiamo quindi cambiato genere. Pietro Mugnaioni, brillante studente di storia all'Università di Firenze si era già offerto di recensire l'ultimo libro di Salvadori sulle pagine di Punto G ed abbiamo pensato di proporgli – quindi – una collaborazione di un anno. L'esperimento, a mio avviso, è riuscito a meraviglia. Mentre per un anno Salvadori ci aveva guidato alla scoperta del Risorgimento italiano visto con gli occhi dei contadini, Mugnaioni ci ha guidato, con minor bibliografia ma più verve, alla


scoperta dei punti di contatto fra l'odierna crisi italiana e la crisi dell'Impero Romano nel IV secolo dopo Cristo. Abbiamo deciso di raccogliere in questo piccolo libro i suoi articoli e trovo, rileggendoli nel complesso, che il risultato sia un libro interessante e accattivante per gli studenti di liceo e che al contempo può offrire degli interessanti spunti di riflessione anche a chi conosce bene la storia dell'Impero Romano. Guido G. Gattai


Introduzione Se dovessimo scegliere una sola parola per riassumere il periodo che stiamo vivendo e il modo in cui lo stiamo percependo, quasi sicuramente sarebbe crisi: iniziata come recessione economica, si è poi estesa ad ogni aspetto della società insieme ad una crescente insicurezza ed angoscia per l’estrema difficoltà a trovare soluzioni efficaci per risolverla e per l’emersione di tensioni e conflitti latenti o meno all’interno e tra singoli Stati. Se si guarda indietro nel tempo ci si accorge subito di una cosa: che ogni epoca ed ogni cultura ha avuto il suo momento di crisi. Ciò è naturale poiché alla nascita e al momento di massimo splendore di una civiltà segue la sua decadenza che porta allo sviluppo e al sorgere di nuove società. E, soprattutto, è normale che questi momenti di crisi siano accompagnati dagli stessi sentimenti descritti prima riguardanti il nostro tempo e, per trovare un esempio di ciò, bisogna rivolgersi alla storia e alla


letteratura. Un caso esemplare di ciò è la crisi e il crollo dell’impero romano: troviamo pagine mirabili in cui i latini si chiedevano sgomenti ed angosciati come avesse potuto Roma, città che aveva esteso il suo dominio duraturo su gran parte del mondo allora conosciuto, essere messa in ginocchio dai barbari e dalle lotte intestine per il potere. Ed è proprio della crisi dell’impero romano che questo libro tratterrà: partendo dalle pagine di Ammiano Marcellino, ultimo grande storico romano del IV secolo, cercheremo di capire le difficoltà e l’angoscia di chi visse in quei difficili anni che precedettero il crollo definitivo dell’impero. Ma non sarà una sterile analisi fine a se stessa: si cercherà di collegare il passato al presente, la crisi di quel periodo con la nostra crisi contemporanea, tenendo sempre ben presenti le differenze storiche e culturali delle due civiltà analizzate, cercando quindi di non forzare i collegamenti. Oggi, come nel IV secolo, “mala tempora currunt”, corrono brutti


tempi; per comprendere il presente cercare di capire il futuro studiando lezione del passato: questo, e oggi abbiamo bisogno particolarmente, è compito della storia.

e la ne il


I. Crisi della società e dei valori Per cogliere pienamente gli effetti della crisi che stiamo vivendo, bisogna rivolgere la nostra attenzione alla società: infatti, in essa si manifestano non soltanto le paure e le angosce generate in questi anni ma anche i tentativi di risolvere e porre fine a questo particolare momento di difficoltà. Oltre a ciò, si può notare come in questo periodo stia emergendo sempre più una lettura dai toni molto aspri e critici di tutto il corpo sociale nel suo insieme e dei suoi valori, con particolare forza verso la classe politica incapace a trovare una soluzione efficace contro la crisi. Un esempio calzante di quanto appena detto e sotto gli occhi di tutti è la società italiana contemporanea: basti pensare alla situazione in cui si trova per la crisi e a tutte le accuse di corruzione e superficialità mosse verso la classe politica ed altre fasce della popolazione per capire come l’Italia sia un caso esemplare di quanto appena detto.


Nel leggere la descrizione della Roma del IV secolo che Ammiano Marcellino compie nel XIV libro delle sue “Storie”, rimaniamo impressionati e colpiti da un elemento: che i toni e le parole dell’invettiva dello storico sono estremamente simili a quelle usate da noi contemporanei. Infatti, chiedendosi come mai non si parli altro che di “sedizioni, osterie e altre volgarità simili” quando si viene a trattare della città eterna, il nostro autore tinge un quadro a fosche tinte del senato e del popolo romano contrapponendoli continuamente con il passato glorioso di Roma: ne deriva quindi un ritratto molto duro della società romana, in cui gli uomini sono impegnati soltanto a glorificarsi, a rendersi belli e ad abbandonarsi a vizi inutili e costosi, trascurando completamente la gestione di Roma e del suo impero ormai prossimo al crollo. Interessante notare come Marcellino ponga particolare attenzione nel sottolineare la mancanza di cultura e la preferenza ad essa di oziosi ed inutili


divertimenti, come la corsa delle bighe, presente in ogni strato sociale romano. Bisogna ricordare comunque che la crisi di valori registrata qui dal nostro storico non fu causa del crollo dell’impero romano ma conseguenza di vari fattori di crisi, come l’indebolimento dell’apparato statale romano, la diffusione del cristianesimo accompagnata dai frequenti scismi e la presenza sempre più pressante dei barbari sui confini dell’impero. Nonostante ciò, rimane comunque interessante trovare similitudini tra il ritratto che Marcellino compie e il modo in cui percepiamo la nostra società, soprattutto per quanto riguarda l’asprezza in entrambe le descrizioni: ciò ci porta sicuramente a riflettere non soltanto sulla maniera in cui percepiamo noi stessi e il nostro tempo, ma anche ad affrontare criticamente ciò che ci circonda e a formarci un'idea propria.


II. L’incontro con l’altro: intendere la diversità” In questi ultimi anni, uno dei temi più dibattuti all’interno dello scenario politico e sociale italiano è quello riguardante il fenomeno dell’immigrazione: infatti, soprattutto a partire dagli anni ’90 del secolo scorso, l’Italia è stata, e tuttora lo è, meta privilegiata di uomini provenienti in particolar modo dall’Africa del nord e dai Balcani. Tuttavia, tale elemento non è sempre accolto favorevolmente nelle fasce della popolazione nostrana: basti pensare alle maggiori problematiche collegate al caso come il difficile rapporto tra i cittadini italiani e gli immigrati con episodi di violenza e di tensione fra le due parti e l’arduo tentativo di controllare e di marginalizzare l’immigrazione clandestina. A peggiorare la situazione, in questo periodo, a causa della crisi economica e delle crescenti difficoltà da essa provocata, si sta rafforzando non solo in Italia ma anche in Europa un forte sentimento


razzista e xenofobo mescolato a valori nazionalisti in difesa della patria contro “l’invasione” dello straniero, visto come elemento dannoso e improduttivo della società. Nell’impero romano del IV secolo, la situazione non è così diversa da quella contemporanea: basti pensare che in questo periodo si registrano le grandi ondate migratorie dei popoli germanici che premono sempre di più sui confini romani a nord. Tali flussi agiscono da catalizzatore dei problemi preesistenti all’interno dello stato romano, ovvero instabilità politica, debolezza economica e frantumazione del territorio; a tali problemi, si aggiunge la difficile convivenza tra i barbari e i cittadini romani, accompagnata da veri e propri scontri tra le due fazioni. Di tali difficoltà ci è testimone Ammiano Marcellino che, in un passo del XXXI libro delle “Storie”, descrive il trasferimento attraverso il Danubio dei Goti, scacciati dalle proprie terre dagli Unni, organizzato dai Romani: non soltanto si nota il tono


sarcastico dell’autore descrivendo lo zelo con cui le autorità romane non lasciano indietro “nessuno di quelli che avrebbero distrutto lo stato romano”, ma anche le difficilissime condizioni in cui versano i barbari che, costretti dalla fame e dai comandanti romani, danno schiavi, tra cui i propri figli, in cambio di cani da poter mangiare. Tuttavia è incorretto accusare i Romani di razzismo nei confronti dei barbari: ciò non vuol dire che i latini non si siano sentiti superiori nei confronti delle tribù germaniche e che non li abbiano descritti come popoli selvaggi, rozzi ed irrazionali (lo stesso Ammiano Marcellino descrive in questi termini gli Unni); piuttosto, bisogna capire che la diversità nel mondo romano non viene spiegata in termini etniciscientifici come il razzismo contemporaneo, ma si fonda su un pregiudizio puramente culturale. Lo straniero, in questo caso il barbaro, è inferiore ai romani non per un suo deficit genetico e naturale, ma per la sua cultura e


per i suoi valori ritenuti peggiori poichĂŠ completamente opposti all’universo valoriale romano. Ăˆ proprio in questo atteggiamento verso l’altro che si trova la principale differenza fra il nostro modo di agire e quello degli antichi romani.


III. La crisi del potere politico Come abbiamo visto nei precedenti articoli, la crisi provoca profonde trasformazioni dagli esiti ancora imprevedibili nella nostra società, nel modo in cui la viviamo, nelle strutture in cui si articola e nei nostri valori. Tali mutamenti si manifestano specialmente nella progressiva debolezza del potere politico che si trova non soltanto ad affrontare una situazione estremamente complessa e socialmente esplosiva, ma anche a vedere la sua autorità ridursi a causa della crescente importanza del potere finanziario sulle decisioni all’interno dei singoli stati: basti pensare all’Unione Europea, dove le decisioni economiche più importanti non sono in mano agli stati membri ma ad organizzazioni private, e alla nascita di movimenti politici che si oppongono a tali scelte e che combattono per il ritorno della sovranità economica nazionale. È di particolare interesse notare come nella


Roma del IV secolo si presenti una situazione piuttosto simile alla nostra: lì, infatti, il potere politico è subordinato dal nuovo determinante ruolo degli eserciti, usati come strumenti di conquista o di mantenimento dell’autorità da parte degli imperatori. A tal proposito, significativo è il discorso di Valentiniano, riportato da Ammiano Marcellino nel libro XXVI delle “Storie”, all’esercito riunitosi ad Ancyria, l’odierna Ankara: infatti, il nuovo imperatore chiede ai soldati la loro ratifica e il loro appoggio alla sua decisione di assumere come collega nell’impero il piccolo Graziano, suo figlio. Lo strapotere militare del IV secolo è l’esito di un lunghissimo processo che ha le sue radici già nelle prime fasi dell’impero romano: all’inizio usato come mezzo per esercitare il proprio potere da Ottaviano, successivamente l’esercito acquisisce una sempre maggiore influenza nella vita politica romana non solo attraverso la nomina ad imperatore di grandi generali come Traiano ma anche grazie al


rafforzarsi dell’equilibrio preesistente tra autorità imperiale e potere militare, garanzia della stabilità statale romana. Nel III secolo si assiste ad una vera e propria rottura di tale rapporto a causa di un fortissimo periodo di crisi generale che si ripercuote sull’intero sistema politico dando vita al cinquantennio di anarchia militare, periodo nel quale si assiste ad una vera e propria lotta per il potere, caratterizzata dal grande numero di generali proclamatosi imperatore con il consenso delle proprie truppe e dalla brevità dei loro regni. È solo con la proclamazione di Diocleziano ad imperatore che, nel 285 d.C., si pone fine alla crisi del III secolo: con essa, si ritorna ad una situazione di equilibrio tra l’autorità imperiale e il potere militare. Equilibrio che, come abbiamo visto sopra, non riesce a reggere a causa delle continue tensioni all’interno ed all’esterno dello stato romano. Nei due periodi di crisi qui brevemente descritti assistiamo ad una vera e propria


erosione del potere gestito dalle tradizionali classi politiche: come nella Roma del IV secolo l’autorità viene fortemente influenzata dall’esercito, così nella società contemporanea il potere finanziario sta condizionando largamente le decisioni politiche. Non sappiamo quali saranno i risultati dei cambiamenti che stiamo vivendo: l’unica cosa di cui siamo certi è che sarà qualcosa di completamente nuovo e diverso rispetto a ciò a cui siamo abituati.


IV. Vivere i grandi eventi Ogni giorno, nella nostra quotidianità, veniamo continuamente informati dai mass media su una grande quantità di notizie che ci può interessare quanto lasciare indifferenti: tuttavia, capita che particolari avvenimenti, principalmente ma non esclusivamente quelli tragici, per la loro gravità e per la loro importanza scuotano gli animi di tutte le persone e siano percepiti come eventi che cambieranno il corso della storia. È il caso, per esempio, dell’attentato dell’11 Settembre alle Twins Towers oppure, ricollegandoci a questi giorni, l’attacco terroristico ai danni della redazione di Charlie Hebdo del 7 Gennaio scorso. Tali episodi, infatti, hanno coinvolto il mondo intero provocando reazioni generalmente di sgomento e di dubbio riguardo al futuro in ogni luogo e mettendo in moto una serie di eventi che hanno cambiato radicalmente il corso della storia: per ricollegarci agli esempi precedenti, sull’onda dell’11 Settembre, si


è costruita la seconda guerra del Golfo, mentre per Charlie Hebdo, oltre all’enorme impatto mediatico e alla straordinaria solidarietà nei suoi confronti, bisogna aspettare per vedere quali altre reazioni provocherà e quale peso assumerà tale vicenda. Nel corso della sua storia, l’antica Roma ha vissuto in prima persona eventi significativi che ne hanno determinato il suo sviluppo e la sua crescita: tra essi, basti pensare all’assassinio di Giulio Cesare nel 44 a.C. e la battaglia di Azio del 31 a.C., i quali hanno portato rispettivamente al rinnovo delle guerre civili e all’ascesa di Ottaviano come unico protagonista della vita politica romana. Insieme ad essi, va ricordata la battaglia di Adrianopoli del 9 Agosto 378 d.C.: infatti, tale scontro viene individuato come uno dei fattori determinanti il crollo dell’Impero Romano d’Occidente. Per spiegare le dinamiche che hanno portato a questo conflitto così importante, Ammiano Marcellino dedica interamente l’ultimo libro delle Storie,


ovvero il XXXI, a tale argomento e alla ricerca della cause scatenanti la battaglia. Lo storico individua l’origine di ciò nel 376 quando Valente, imperatore d’Oriente, accoglie la richiesta dei Goti di accoglierli in terra romana oltre il Danubio, a causa delle migrazioni degli Unni; successivamente però, le tribù gotiche, alleatesi con altre popolazioni barbariche, cominciano a saccheggiare la Tracia e la Mesia e a mettere in difficoltà Valente. A questo punto Valente, ponendo l’accampamento ad Adrianopoli e aspettando le legioni inviate dall’Impero d’Occidente, decide di attaccare i Goti. Ciò che segue è una disastrosa disfatta da parte romana, resa in maniera magistrale da Marcellino, in cui le tribù barbariche riescono non soltanto a decimare l’esercito romano uccidendo Valente stesso, ma infliggono ai Romani una pesante sconfitta morale: tale evento è paragonabile alla rotta di Canne nel 216 a.C. contro Annibale. Ma se dopo Canne Roma ha saputo resistere e riorganizzarsi, con


Adrianopoli comincia una vera e propria crisi in cui gli elementi di decadenza già permanenti all’interno delle istituzioni romane si acuiscono e portano definitivamente al loro crollo nel 476 d.C. Dalla descrizione che Marcellino compie della battaglia, emerge tutto lo sgomento, la disperazione e il pathos che, con molta probabilità, sono state suscitate al giungere in patria delle notizie riguardanti la sconfitta. Tutti i grandi eventi sono tali perché coinvolgono una gran parte della popolazione, provocano forti sentimenti tali da far smuovere le masse e perché, soprattutto, cambiano irrimediabilmente il corso della storia.


V. La religione come strumento Nella nostra società, e più in generale nella cultura occidentale, la religione ha smesso di ricoprire il ruolo che aveva un tempo: infatti, da forte collante sociale e pretesto per azioni politiche, la religione è stata relegata all’ambito privato di ogni individuo grazie ad importanti movimenti culturali ed eventi storici che hanno propugnato e diffuso sempre nuove idee, tra cui il laicismo statale, come l’Illuminismo e la Rivoluzione Francese. A causa di ciò, la religione ha perso il suo ruolo pubblico nella gestione degli stati; al contrario, in altre società, soprattutto medio – orientali, si stanno diffondendo sempre di più stati che si basano sulla Shari’a, la legge racchiusa nel Corano, testo sacro dei mussulmani. Tali divergenze sulla questione religiosa, intrecciandosi ad altri problemi come quello dell’immigrazione e del terrorismo di matrice islamica, stanno portando sempre più a tensioni all’interno delle società occidentali fra diverse fasce


della popolazione contro i mussulmani, non sempre ben integrati. Spiegare il ruolo e la percezione della religione nella Roma antica è un discorso assai articolato e complesso da poter riassumere esaustivamente in poche righe: tuttavia, si può provare ad enunciare a grandi linee le caratteristiche che la contraddistinguono. Tra le più importanti, va segnalato che la religione romana è prevalentemente pubblica: ciò vuol dire non soltanto che non esistono concetti come il peccato, inteso come colpa individuale che coinvolge esclusivamente il singolo nella sua coscienza, ma anche che essa viene utilizzata come mezzo e pretesto per promuovere ed eseguire determinate idee e manovre politiche, cosa che meno frequentemente accade nel nostro scenario politico. Un esempio calzante di ciò lo possiamo trovare nelle pagine di Ammiano Marcellino, il quale descrive la situazione di Roma in rapido mutamento proprio da un punto di vista religioso: infatti, lo storico vive negli anni


in cui il cristianesimo, da culto clandestino e perseguitato con veemenza dall’autorità romana, viene ufficialmente riconosciuto come credenza legittima con l’editto di Milano del 313 d.C. ad opera dell’imperatore Costantino. Tale gesto porta ad un forte periodo di crisi, che ha termine con l’editto di Tessalonica del 380 d.C., tra i pagani e i cristiani sull’affermazione definitiva del proprio culto rispetto all’altro. Nel delineare questo periodo, Marcellino si sofferma principalmente sull’imperatore Giuliano detto l’Apostata, colui che è passato alla storia per aver tentato di restaurare gli antichi costumi pagani e per aver limitato sempre più il cristianesimo. Tra le varie riforme che l’imperatore decide a sfavore dei cristiani, bisogna ricordare l’editto del 362 d.C. con cui si proibisce l’insegnamento dei maestri cristiani nelle scuole pubbliche a causa dell’incompatibilità della fede degli insegnanti con quella degli antichi uomini di lettere e la soppressione dei privilegi


fiscali alla chiesa accordati dagli imperatori precedenti. Nonostante il particolare amore per la cultura pagana e il tentativo, vanificato dalla sua morte prematura, di restaurarla, Giuliano replica la gestione religiosa dei suoi predecessori e dei suoi successori: infatti, eccetto l’atipicità dell’Apostata, ogni imperatore nel IV secolo si assume il controllo religioso e politico della chiesa, favorendola con privilegi e limitando fino a mettere al bando il paganesimo. Ciò serve a farci capire che la religione, qualsiasi valore le si dia, rimane un forte elemento di costruzione identitaria attraverso il quale gruppi diversi si oppongono fra di loro per far prevalere la propria opinione e favorire la loro azione.


VI. La crisi economica In questo libro abbiamo cercato di analizzare, se pur brevemente, gli specifici effetti causati dalla crisi di questi anni negli ambiti proposti dagli argomenti proposti nei capitoli precedenti. Tuttavia, rimane da esaminare l’aspetto economico della crisi di questi anni, ovvero capire come abbia avuto origine e come si sia propagata all’intero sistema economico mondiale, sconvolgendo e cambiando radicalmente gli equilibri internazionali e interni ad ogni stato. Riassumendo e cercando di semplificare il più possibile, a seguito di cambiamenti strutturali del sistema finanziario internazionale e statunitense che hanno portato principalmente allo svincolamento progressivo delle banche in materia di prestiti concessi e scambi finanziari da parte degli Stati e alla maggiore interconnessione ed instabilità del sistema finanziario mondiale, si è assistito nel 2007 alla crisi del sistema finanziario statunitense a causa


dell’ingente svalutazione delle quotazioni sul mercato delle abitazioni, dovuto alla concessione smodata di mutui a chi non era in grado di fornire sufficienti garanzie e quindi all’aumento dei pignoramenti insieme all’elevamento del costo dei mutui per arginare ciò. Questo avvenimento ha portato a grosse perdite e fallimenti delle banche che avevano concesso i mutui e alla perdita di valore dei prodotti finanziari basati sui mutui. Gli effetti di questa svalutazione hanno avuto pesanti ripercussioni su tutto il sistema finanziario internazionale, in particolare per quanto riguarda quelle istituzioni finanziarie che avevano investito sui titoli collegati direttamente o meno al valore dei mutui. Tutto ciò si è riverberato sui singoli stati con effetti disastrosi, soprattutto dal punto di vista sociale: infatti, ed è notizia di tutti i giorni ormai, c’è un calo dei consumi e della produzione quasi costante, con altissimi livelli di disoccupazione. Anche Ammiano Marcellino visse in un’epoca, il IV secolo, segnata dagli effetti


provocati dalla crisi del III secolo che avevano sconvolto e cambiato drasticamente l’Impero romano. Tuttavia, sarebbe errato tentare di paragonare le due crisi in quanto completamente diverse fra di loro: infatti, se da una parte quella dei nostri giorni è iniziata nel quadro finanziario estendendosi poi a tutto il sistema economico internazionale, quella romana invece non ha un’origine ben precisa; piuttosto, essa è data dalla somma di vari fattori che, degenerando nel corso del tempo, hanno portato allo scoppio della crisi. In particolare, e molto brevemente, il mancato arrivo degli ingenti bottini di guerra, principale entrata delle casse dello Stato, la precaria situazione dell’economia agricola, indebolita dalle numerose guerre e dalle epidemie, insieme all’instabilità politica dovuta alla mancanza di una forte leadership all’interno dell’impero romano, portano ad un’eccessiva tassazione basata sulla proprietà terriera e ad una fortissima svalutazione del denarius d’argento,


moneta di scambio fra la gente comune; ciò ha come effetto un significativo peggioramento della vita nello stato romano, soprattutto a danno dei piccoli e medi proprietari terrieri che vedono le loro porzioni di terreno confiscate dai militari come pagamento del loro stipendio.


Conclusione e riflessioni generali Siamo giunti alla fine di questo lungo percorso intrapreso insieme, nato sulle pagine di Punto G ormai un anno fa: attraverso questa rubrica ho cercato di descrivere tematicamente, seppur schematicamente, l’epoca che stiamo vivendo, concentrandomi principalmente sulla crisi e sugli aspetti ad essa legata. L’esposizione non si è fermata soltanto a questo: infatti ho usato quest’ultimo come punto di partenza per collegarmi con un’epoca del passato accomunata in qualche modo al presente. Per questo motivo ho scelto il IV secolo in quanto pervaso dalla crisi come il nostro periodo storico. Basandomi inoltre sulle pagine di uno dei maggiori storici della latinità e dell’arco temporale qui analizzato, ovvero Ammiano Marcellino, ho tracciato un paragone tra il IV secolo e il 2014-15 a proposito del tema che ogni mese veniva proposto. In questo modo si è potuto


spaziare in ogni campo, dal decadimento morale della società alla crisi economica passando per la percezione verso l’altro e via discorrendo. Quali conclusioni, dunque, possiamo trarre da questa esposizione? Innanzitutto, che la storia dell’uomo è costellata da sempre di innumerevoli crisi di vario genere: tuttavia, tali momenti, per quanto siano stati drammatici e sconvolgenti, non hanno mai posto fine alla vita ed allo sviluppo della civiltà umana; anzi, proprio le crisi sistematiche hanno posto le basi per la formazione e la crescita di nuovi scenari. Prendiamo ad esempio il IV secolo per l’appunto: è stata sì un’epoca di guerre, di tensioni sociali e di crisi, ma proprio in questo periodo si sono poste le prime basi sulle quali poi ha avuto origine una nuova fase storica, il Medioevo. Ed esso non è un caso isolato nella storia. Con questo si vuole dire che la crisi che stiamo vivendo ora, con tutte le sue particolarità, sta aprendo nuovi scenari e nuove possibilità che ancora devono emergere completamente ma che già


stiamo cominciando a vedere. Sicuramente, dopo la crisi avremo un mondo diverso da quello del 2008: vedremo in cosa sarà differente, in meglio e in peggio. Il paragone tra il presente e il IV secolo è incentrato su questo: non nel proporre soluzioni, in quanto due contesti completamente diversi nel tempo e nella tipologia, ma nel creare consapevolezza di ciò che stiamo vivendo e di ciò che i nostri avi hanno vissuto prima di noi, per non avere un atteggiamento passivo ma attivo volto a capire gli innumerevoli spunti che la nostra epoca offre quotidianamente.


APPENDICE: le origini del Natale Il Natale è una delle feste più importanti, se non addirittura la principale, della cultura occidentale: ciò grazie ad elementi che, impressi nella nostra memoria fin dall’infanzia, richiamano ricordi positivi e felici come lo scambio di doni, l’albero di Natale e Babbo Natale. Insieme a tali fattori, non bisogna dimenticare il clima consumistico formatosi intorno a questa festa, tipico del nostro sistema culturale. Togliendo tutte queste caratteristiche aggiuntesi nel corso del tempo, il Natale è una festività cristiana in cui si celebra la nascita del Cristo: commemorata dalle prime comunità cristiane si è poi diffusa in tutto l’Impero romano dopo la fine delle persecuzioni pagane. Sulla ricorrenza natalizia grava però una questione: è una festa esclusivamente cristiana oppure non è altro che un riadattamento in chiave cristiana di una ricorrenza pagana? Innanzitutto, bisogna precisare una cosa: il giorno della nascita del Cristo non è


menzionato nei Vangeli canonici, testi sacri cristiani, al contrario della Pasqua, giorno della resurrezione del Salvatore e prova della sua natura divina, festa principale per i cristiani. Ciò significa che la data del 25 Dicembre non è altro che una costruzione culturale successiva, un elemento non previsto dalle Sacre scritture e successivamente accettato dall’ecumene cristiana nei concili. La scelta del 25 Dicembre non è casuale, anzi, è densa di significato: infatti, proprio in questo giorno la durata delle ore di luce comincia ad aumentare dopo il solstizio d’inverno, come se il sole rinascesse. Ciò è collegato in molte culture a temi come l’invincibilità del bene sul male, la resurrezione, la vita eterna e l’inizio di un nuovo ciclo vitale. Tra tali culture vanno inseriti i Romani. Per loro il 25 Dicembre rappresentava anticamente la festa dei Saturnalia, legata alla celebrazione di Saturno, dio dell’agricoltura e dell’età dell’oro, età in cui tutto era perfetto e la morte non esisteva. Successivamente, a tale solennità


se ne sovrappose un’altra nel corso del III secolo, quella del sol invctus: nata in Oriente ed introdotta a Roma dalla dinastia dei Severi, era associato a divinità solari come Mitra, Helios ed El-Gabal. Con l’ufficializzazione del cristianesimo e, successivamente, con l’adozione di esso a religione di stato, avvenne una graduale sovrapposizione, favorito anche dalla comune simbologia, tra culto cristiano e culto solare che si riverbera sul nuovo Natale cristiano. Vi ho esposto qui brevemente la storia del Natale e delle sue origini problematiche: nonostante ci sia una prevalenza nel credere, anche negli ambienti cristiani più progressisti, che la festività natalizia non sia altro che la cristianizzazione di una celebrazione pagana, il dibattito è ancora ben lontano dall’essere dichiarato concluso.


Indice: Prefazione

pag. 2

Introduzione

pag. 4

I. Crisi della società e dei valori

pag. 6

II. L’incontro con l’altro

pag. 10

III. La crisi del potere politico

pag. 14

IV. Vivere i grandi eventi

pag. 18

V. La religione come strumento

pag. 22

VI. La crisi economica

pag. 26

Conclusione e riflessioni generali

pag. 30

APPENDICE: Le origini del Natale

pag. 33


Edizioni Hyroniste 2015

Disegno di copertina di Olga Mazzolini

Profile for Punto G

Pietro Mugnaioni - Mala tempora currunt  

Pietro Mugnaioni - Mala tempora currunt  

Advertisement