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PUNTO ZER0

Il Collegio Levi Strauss dei Tank Architectes Kengo Kuma e il Kawatana Onsen Koryu Center A Xi’an la Fiera dell’Orticultura progettata da Plasma Studio Intervista all’architetto milanese Piero Lissoni


ARREDAMENTO CUCINA

SPECIALIZZATI NELLA PRODUZIONE DI CUCINE SU MISURA

LINEA b ambienti cucina, nasce agli inizi degli anni '80 come laboratorio artigianale specializzato nella progettazione e produzione di cucine. Oggi continua a mantenere la stessa qualità allargando i propri orizzonti commerciali, investendo in strutture tecnologiche avanzate e nella specializzazione del personale. Nelle cucine LINEA b, troviamo la presenza di un design elegante, la cura dei dettagli, la solidità delle scelte: una visione che coniuga la semplicità di materiali preziosi e accuratamente selezionati alla rigorosità di finiture ricercate, alla necessità di originali accostamenti. Bellezza, eleganza e funzionalità: cucine dalla fisionomia innovativa prodotte su misura per il cliente.


ORARI DI APERTURA Lunedì Martedì-Venerdì Sabato

Linea b

10.00-12.00 (solo su appuntamento) 15.30-19.00 09.00-12.30 / 15.00-19.30 09.00-12.30 / 15.00-19.00

FABBRICA CUCINE COMPONIBILI Sede e Show-Room: Via dell’Industria, 2 - 40068 S. Lazzaro di Savena (BO) Tel. e Fax: 051.6257350 www.lineabcucine.it - info@lineabcucine.it


editoriale

VERSO UN’ARCHITETTURA ETICA E SOSTENIBILE Una decina di anni fa Norberto Bobbio, professore emerito, storico, politologo e filosofo, osservava che, con il passare degli anni, i suoi scritti erano sempre più caratterizzati da qualcosa che si poteva definire una “curvatura etica” del pensiero, nell’accezione kantiana del dovere. Nel mondo contemporaneo l’etica del dovere è divenuta sinonimo di etica dei diritti e delle regole. Il moderno concetto di sostenibilità fonda le sue basi sul concetto etico dei diritti e dei doveri a tal punto che la sua definizione più sintetica ed efficace enuncia che una azione è sostenibile quando noi riusciamo a soddisfare i nostri bisogni senza diminuire la capacità, per i nostri figli, di soddisfare i loro. Vale a dire: è un nostro dovere agire senza limitare i diritti degli altri, presenti e futuri. Nel 1921, ottant’anni prima di Bobbio, Le Corbusier scriveva Verso un’architettura, uno dei suoi saggi più interessanti, nel quale poneva le basi per un corretto modo di costruire. Forse oggi scriverebbe Verso un’architettura etica e sostenibile. È infatti divenuta irrinunciabile, per l’architetto, la necessità di porsi come fondamentale punto di riferimento le questioni della sostenibilità. L’architetto deve volgere lo sguardo e la sua opera verso una architettura etica e sostenibile e deve agire affinché questo processo si inneschi anche per il committente, l’imprenditore, il mondo della produzione, l’amministratore pubblico. Nel 2004 il Consiglio degli Architetti d’Europa ha elaborato un documento, chiamato Architettura e qualità della vita. 21 messaggi chiave per il 21° secolo. In questo sintetico documento: - si dichiara che l’architetto europeo si impegna a mettere in atto gli obiettivi dell’Agenda di Lisbona, che mira a fare dell’Unione Europea l’economia fondata sulla conoscenza più concorrenziale e più dinamica del mondo; - si richiama l’importanza dell’investire nella ricerca; - si chiede che le politiche pubbliche si sforzino di generare una filosofia della valutazione della qualità delle costruzioni e degli spazi pubblici; - si parla di sostenibilità e dello strumento del concorso, indispensabile per il raggiungimento della qualità del progetto di architettura; - si parla delle legittime aspirazioni dei cittadini; - si enuncia il concetto di responsabilità condivisa per la qualità dell’ambiente urbano;

- si dichiara che l’architettura è un elemento fondamentale della storia, della cultura e dell’ambiente vissuto di ciascuno dei paesi europei: essa rappresenta uno dei modi di espressione artistica essenziali nella vita quotidiana dei cittadini e costituisce il patrimonio del futuro. Per responsabilità etica dell’architetto si deve intendere un corretto atteggiamento attivo verso il committente, l’imprenditore e l’amministratore pubblico. Questi, che possiamo definire gli attori protagonisti del processo edilizio, devono essere educati e istruiti dall’architetto che, ovviamente, è più preparato in questo campo. Il campo è quello della progettazione degli spazi, dell’innovazione tecnologica, del risparmio energetico, del contenimento dei fattori inquinanti, dei criteri per il comfort, più semplicemente, dell’architettura. Umberto Galimberti, in Questioni etiche. Nuovi comportamenti, scrive che oggi, nell'età della tecnica, agire e fare sono parole molto importanti per i destini dell'etica e le sorti dell'uomo. L'uomo tecnologico è sempre meno nelle condizioni di agire, ossia di compiere azioni in vista di uno scopo da lui scelto, ed è sempre più costretto a fare, ossia a compiere azioni descritte e prescritte, di cui può anche non conoscere gli scopi e, nel caso li conosca, non ne è comunque responsabile. In questo modo chi opera è responsabile solo delle modalità del suo lavoro, non della sua finalità. Questa modalità, che dalla cultura tecnologica viene definita button pushing, sottrae all'etica il principio della responsabilità personale. Alla domanda “Cosa ha provato quando sganciò la bomba atomica su Hiroshima?" il pilota rispose: "Niente. Quello era il mio lavoro". Il filosofo tedesco Hans Jonas, poco più di vent'anni fa, scriveva il saggio Il principio di responsabilità. Un'etica per la civiltà tecnologica, nel quale osservava come l'uomo, per la prima volta nella storia, fosse diventato per la natura più pericoloso di quanto la natura fosse per lui. Ponendosi al centro tra il principio speranza di Ernst Bloch e il principio di disperazione di Gunther Anders tentava di coniugare in un modello unitario l'etica universalistica e il realismo politico-economico. Interessante è anche il concetto proposto da Michel Serres. Se Jonas difende il diritto etico della natura, Serres osa di più. Nel suo saggio Il contratto naturale

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editoriale egli conferisce alla natura lo status di soggetto di diritto: se vogliamo che la vita continui, dobbiamo capovolgere l'ottica antropocentrica classica e stipulare un contratto naturale, in cui i due soggetti sono l'uomo e la natura. Anche questo è un concetto che sta alla base della moderna concezione della sostenibilità ambientale, tecnica e sociale. Queste sono le basi dell'ecologia profonda che vuole stabilire regole, diritti e doveri. L'importante è però che questa base non ceda alle sirene dell'antiumanesimo e dell'antimodernismo. E considerato che l'Italia ha un'anima profondamente antiscientifica, il pericolo è reale. Non a caso Umberto Veronesi ha proposto un'Alleanza per la scienza e una Authority europea. E non possiamo che concordare con Willard Quine che richiamava l’attenzione sul fatto che la tradizione, a volte, fornisce valori che consentono di evitare di dover decidere. Tutto ciò, unito alla tradizionale akrasìa italica, la debolezza del volere che ci spinge a compiere, a volte, scelte in disaccordo con ciò che riteniamo sia un bene per noi, unitamente alla sindrome nimby, ha provocato e continua a provocare molti danni in Italia. Particolarmente attuale è l’opera di Avishai Margalit con le tesi esposte ne La società decente, libro nel quale sostiene che una società, ancor prima che giusta, deve evitare di umiliare e mettere in difficoltà i propri membri. E deve essere tale anche nei confronti di coloro che non sono ancora, ma lo saranno, titolari di diritti. A proposito della partecipazione è utile ricordare il teorema del premio nobel David Kahneman che, a proposito dell'homo tecnologicus, con argomentazioni laiche, non religiose, ci ricorda che la felicità non dipende solo dalla ricchezza, ma anche dalla possibilità di poter decidere su molte questioni, che poi vuole dire democrazia diretta. Kahneman, proseguendo l'opera di Jeremy Bentham e di Cesare Beccaria, ridefinisce il concetto illuminista conosciuto come principio della pubblica felicità: laddove si partecipa di più le persone dichiarano maggior soddisfazione. E infatti in Europa, il popolo italiano, lamentoso e rancoroso, si piazza malissimo anche sotto il parametro della felicità. Rafforza questa argomentazione il filosofo Philip Pettit che ai due classici concetti di libertà ne aggiunge un terzo. La prima, la libertà negativa afferma che io posso fare tutto quello che la legge non mi vieta, ad esempio essere maleducato. La seconda, la libertà positiva, dice che io non posso fare tutto quello che voglio, anche se non è un reato, ma una certa parte delle cose che voglio. Il terzo concetto di libertà concerne, infine, la possibilità per un cittadino di partecipare alla vita pubblica e di avere, seppure in piccola misura, potere decisionale. Finalmente oggi, grazie al pensiero di tante menti eccellenti, ma soprattutto a

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causa dei nuovi problemi ambientali e sociali, siamo giunti nell’epoca di quella che possiamo definire una alleanza operazionale tra natura e tecnologia. Le tecnologie ecologicamente sostenibili, che lavorano per l’ambiente e non contro di esso, cominciano ad essere considerate finalmente un valore culturale. Per comprendere questo tipo di pensiero dobbiamo considerare l’architettura secondo una visione olistica: un organismo il cui insieme è un tutto superiore alla somma delle sue parti, che è in grado di riconoscere, metabolizzare, entrare in empatia con l’ambiente e le sue risorse e che ci aiuta a essere consapevoli e a riflettere sui limiti ambientali quali la diminuzione delle risorse, lo smaltimento dei rifiuti, il progressivo e veloce aumento delle fonti di inquinamento. Fare architettura, oggi, impone regole di carattere etico ineludibili. Parlando di etica della professione intendo dire che l’architetto assume su di sé - deve assumere con il suo lavoro - una grande responsabilità, non solo di tipo normativo, ma anche e soprattutto di tipo morale. Delle responsabilità di tipo normativo l'architetto ne risponde di fronte alla legge; di quelle ci importa poco. La responsabilità cui mi riferisco riguarda questioni quali: efficienza energetica del sistema edilizio nel suo complesso, che significa riduzione al minimo dell’inquinamento, riduzione dello spreco di acqua, durabilità nel tempo dei sistemi tecnologici, certificabilità prestazionale dei materiali, raggiungimento del miglior comfort abitativo possibile, fisiologico e psicologico. Con la consapevolezza che un'architettura, a parte pochi casi, è sempre pubblica, se non nella proprietà e nell'uso, almeno nella percezione. Renzo Piano, alla consegna del premio Pritzker, il Nobel per l'architettura, dichiarava che fare architettura è fornire un servizio. Progettare e costruire significa produrre cose che servono. Ma l’architettura è un’arte socialmente pericolosa, perché è un’arte imposta. L’architettura non dà scelte all’utente imponendo, a volte, un’immersione totale nell'errore e nell'orrore: questa è una responsabilità grave anche nei confronti delle generazioni future. La responsabilità dell’architetto riguarda anche questioni quali il rispetto e la conoscenza delle tradizioni, ma, allo stesso tempo, la consapevolezza di operare nel terzo millennio e di saper sfruttare in positivo i contenuti innovativi che la nostra epoca e la nostra tecnologia ci consentono di utilizzare. Rispetto per il passato, quindi, ma, anche e soprattutto, rispetto e conoscenza del futuro. Andando finalmente nella direzione corretta, evitando le facili tentazioni del green-washing, progettando seriamente, ricercando la right-tech, la giusta tecnologia, dopo aver individuato la propria personale curvatura morale, in modo etico e sostenibile. di Alessandro Marata


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NELLA VECCHIA FATTORIA...

RECUPERO DI UN VECCHIO GRANAIO E UTILIZZO DI MATERIALI RIGOROSAMENTE ECO-COMPATIBILI

Nel cuore della Norvegia, in una pittoresca contea, Oppland, ricca di scorci naturali, una giovane coppia di storici con due bambini, avendo ereditato una vecchia fattoria sul lago Mjøsa, si è rivolta al gruppo Jarmund / Vigsnæs AS Architects MNAL, di Oslo, per affrontare la ristrutturazione con un approccio a metà tra il rispetto delle tradizioni locali e l’innovazione architettonica ed ecologica. Il gruppo di architetti norvegese ha impostato tutto il lavoro sulla gestione degli spazi con soluzioni funzionali. Affidandosi, per la scelta dei materiali, al tipico gusto norvegese, lo studio ha confermato come prioritario l’uso del legno, in questo caso di recupero, e la presenza di grandi superfici vetrate, per assicurare all’interno degli ambienti la più alta quantità di luce naturale.

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Sopra: la casa vista dall’esterno. Il granaio, piuttosto malandato, è stato completamente demolito e ricostruito. Sotto: prospetto principale

L’eredità consta di due costruzioni in condizioni particolarmente gravi, in particolar modo il granaio quasi distrutto e piuttosto malandato che è stato completamente demolito e ricostruito, poiché la struttura portante risultò essere in pessime condizioni. Tuttavia vari elementi lignei, nonostante i 100 anni, risultarono di ottima qualità e perciò sono stati usati per il rivestimento e gli spazi esterni della nuova costruzione. Le superfici vetrate, con infissi in alluminio, sono alquanto irregolari, ma nella loro impostazione consentono di sfruttare al massimo l’illuminazione dell’esterno, soprattutto in quelle sezioni non gestibili con aperture simmetriche. Vetrate, aperture, tettoie e terrazze sono state posizionate in modo da sfruttare al massimo il calore del sole e, ovviamente, per valorizzare i punti panoramici con vista sul lago. L’isolamento delle pareti, del tetto e delle fondamenta ha richiesto, per evitare dispersioni, uno studio alquanto dettagliato. Il riscaldamento dell’intero edificio, invece, integra ad una stufa a legna un sistema a pavimento ad acqua. L’abitazione varia di dimensione verso sud, proprio per far sì che il sole basso, tipico della stagione fredda possa entrare nella costruzione. La serra, invece, è stata studiata e impostata in modo tale da funzionare come collettore di calore nelle ore invernali e luogo refrigerante durante le ore estive. I materiali scelti, sia nel piano superiore riservato ai bambini, sia quello inferiore organizzato per la vita degli adulti, sono eco-compatibili. (di Andrea Giuliani)


Credit CPG CONSULTANTS Pte Ltd

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LA SCUOLA SOTTO IL GIARDINO UNA NUOVA SCUOLA A SINGAPORE. COSTRUITA APPLICANDO I PRINCIPI DELLA BIOCLIMATICA

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Nelle foto: il tetto giardino della nuova scuola di Singapore. Il compatto strato vegetativo crea all’interno il giusto microclima e garantisce la salubrità degli ambienti

mere la loro creatività. L'illuminazione gioca una funzione importante in questa costruzione. Le ampie vetrate mentre lasciano entrare la luce naturale adatta agli studi e alle gallerie proteggono gli ambienti interni dal calore tropicale presente in quelle terre. L’espediente della facciata, insieme alla copertura-giardino, garantisce la salubrità degli ambienti interni raffrescati anche dall’ampio specchio d’acqua presente nella corte curviforme. Artificio che permette annualmente di abbattere i costi del condizionamento degli ambienti. Nelle ore serali la costruzione si illumina e la trasparenza acquisisce tutt’altra valenza, per un luogo scelto dagli studenti anche in ore lontane dalle lezioni didattiche. (di Gianfranco Virardi)

Credit CPG CONSULTANTS Pte Ltd

Nanyang Technological University School of Art, Design and Media (NTU-ADM) di Nanyang a Singapore, progettato da CPG Consultans, è un nuovo istituto d’eccellenza, un progetto all’avanguardia nell’area dell’architettura bioclimatica. L’edificio, con i suoi tre corpi curviformi e intrecciati tra loro, si inserisce armoniosamente nel lotto. Tre collinette che si integrano con la valle boscosa che gravita intorno al triplice edificio. Il tetto della struttura è un tetto giardino e il compatto strato vegetativo, ricoprendolo totalmente, garantisce all’interno il giusto microclima. È completamente rivestito d’erba di matrella di zoysia, o erba di Manila, che si sviluppa come erba ornamentale ed è usata per la formazione di tappeti erbosi in particolar modo sui campi da golf in Asia, Europa e America. L'acqua piovana raccolta dai tetti e incanalata in un serbatoio viene poi usata per l’irrigazione dello stesso tappeto erboso. Due dei tre blocchi generano una corte d’accesso alla scuola, da cui si accede a un ampio atrio, luogo d’avvio di tutti gli elementi di collegamenti verticali e orizzontali della struttura. Mentre i corridoi raddoppiandosi includono zone di mostra adeguate all’esposizione di materiali creativi degli allievi. Gli interni hanno un’impostazione tale da generare un'atmosfera informale, amichevole e piacevole, adatta a piccoli gruppi che si riuniscono. Una peculiare caratteristica di questa costruzione è la trasparenza, collegamento visuale tra l'interno e l’esterno. In ragione del fatto che questa è una scuola d’arte, i progettisti hanno deciso deliberatamente di lasciare molte superfici non finite, allo stato grezzo. Superfici che suggeriscono e chiedono agli allievi d’arte di usarle come tabelloni per espri-


IN MEZZO AL VERDE CASA SULLA MORELLA / Andrea Oliva


INTERVISTA / Andrea Oliva Architetto Oliva, com’è nata l’idea di una costruzione bioclimatica? Vorrei sgomberare da subito il campo dagli equivoci e affermare che l’architettura bioclimatica per me non esiste. È un artifizio retorico e un’aggettivazione del contemporaneo che allontana il pubblico dalla vera definizione di architettura: una esperienza pluridisciplinare che all’interno di un dato sistema produce nuovi ordini di bellezza. Casa sulla Morella nasce come ogni altra architettura. Il mio primo progetto di abitazione, risalente a undici anni fa, riguardava la realizzazione di una casa in cui venivano applicati i principi bioclimatici. Da allora la mia metodologia non è mai cambiata, anzi si è evoluta grazie alla continua sperimentazione. Ogni progetto nasce grazie ad una committenza che oggi sembra più sensibile, almeno nelle apparenze e per quanto ci offre il sistema economico, alla sostenibilità e al risparmio energetico. Tuttavia la sostenibilità è materia complessa che lega aspetti energetici, architettonici, tecnologici e aspetti psicologici. Cosa vuol dire per lei progettare seguendo i principi dell’architettura bioclimatica? Quali connessioni tra clima e vita ha scelto di favorire? Progettare è un alto atto di responsabilità civile nei confronti del tuo committente ma anche della collettività indipendentemente dal fatto che il progetto sia pubblico o privato. Progettare architettura significa, a mio avviso, conoscere la storia dei luoghi, delle persone e delle tecniche allo scopo di sperimentare e raggiungere un punto di equilibrio tra la poetica personale e il programma richiesto. In questa necessaria fase di conoscenza rientrano anche le analisi del sito che in modo più o meno consistente possono condizio-

nare le scelte progettuali. Nel caso della Casa sulla Morella il contesto, ossia il paesaggio agreste, è il punto di partenza. Vivere in campagna è la scelta forte dei committenti che ha condizionato ogni scelta progettuale, da quella compositiva a quella figurativa, da quella distributiva a quella della scelta degli arredi. La casa è un avamposto sulla campagna che mette in relazione le funzioni interne col paesaggio circostante attraverso la fisicità di ampie finestrature, l’opportunità spaziale del grande portico ma anche attraverso gli scenari proposti dalle finestre a nastro. Le varie stagioni, nel decorso quotidiano del giorno e della notte, stimolano l’edificio e suggeriscono l’uso dei suoi spazi interni attraverso una luce in continuo cambiamento. È un edificio costruito in piena campagna. Sarebbe stato altrettanto semplice costruirne uno in un centro abitato?

A sinistra: Casa sulla Morella vista dall’esterno. A destra: spaccato assonometrico dell’intero edificio. La stratificazione permette una lettura sinottica dei vari sistemi bioclimatici adoperati affinché tutto risulti ecosostenibile e garantisca un ampio risparmio energetico annuale. I diversi sistemi nascono dall’osservazione di tipologie rurali o comunque in disuso nell’edilizia comune. La forma dell’edificio è l’equilibrio di scelte poetiche, tecnologiche e funzionali

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CREDITI Progettista Andrea Oliva Collaboratori Arch. Luca Paroli, Ing. David Zilioli Committente Privato LocalitĂ  Castelnovo di Sotto, Reggio Emilia Superficie del lotto 16120,50 mq Superficie lorda dell'opera 390,00 mq Volume lordo costruito 2706,60 mc Progettazione 2007 Costruzione 2009 Fotografie Kai-Uwe Schulte-Bunert


Per alcuni aspetti trovo più semplice costruire un edificio nella città dove, morfologia, tipologia e precisi stili di vita, forniscono numerosi elementi di spunto oltre a griglie predeterminate. Realizzare un edificio in piena campagna è sempre una scelta forte, a tratti contraddittoria, in cui entrano in gioco maggiormente i fattori di scala attinenti al paesaggio. Come un atto fondativo, costruire un’architettura in un contesto caratterizzato da fragili segni centuriali, da canali, da filari e macchie arbustive richiede una consapevolezza del significato di paesaggio: un sistema complesso in continuo mutamento. Casa sulla Morella è soprattutto un progetto di paesaggio (quindi anche bioclimatico) che ne ritaglia un brano enfatizzandone i caratteri circostanti e divenendo un riferimento euclideo da cui osservare ma anche da cui essere osservati. La forma compatta dell’edificio è dovuta sempre ai principi bioclimatici? La forma dell’edificio è l’equilibrio di scelte poetiche, tecnologiche e funzionali: deriva da diverse scelte congiunte che soddisfano il programma funzionale della committenza coniugando i guadagni termici dell’irraggiamento invernale, l’ottimizzazione tecnologica di

un unico solaio fino al rapporto tra altezza e larghezza per un corretto inserimento paesaggistico. Essendo la costruzione stretta (11m di larghezza)perl’areazioneleihacontatosulladoppiaesposizione o ha adottato qualche altro sistema? Sulla combinazione di entrambi. Nell’abitazione è presente un sistema meccanico di areazione forzata mentre la scelta distributiva degli spazi (serventi a nord e serviti a sud) offre le condizioni ideali di guadagno termico nei periodi invernali, di ventilazione nei periodi estivi e di illuminazione naturale durante tutto l’anno. I colori da lei scelti. Sono anche quelli determinati dalle istanze bioclimatiche? I colori sono quelli dell’architettura. Di un architettura razionalista composta da due principali elementi che dialogano e si distinguono anche senza la luce del sole. La scelta del bianco e del grigio a contrasto esprime, senza ambiguità, l’uso di altrettanti materiali: l’intonaco e il rivestimento a cappotto. La rinuncia a qualsiasi tonalità cromatica risponde, inoltre, alla volontà di evidenziare ogni colorazione circostante offerta dalla campagna, permettendo all’edificio di trovare una propria identificazione e un inserimento in ogni

L’edificio con il suo orientamento di 18° verso ovest sfrutta al meglio gli apporti bioclimatici. La geometria del portico, le ampie superfici vetrate a sud e gli oscuramenti scorrevoli, garantiscono agli ambienti interni il confort dell’irraggiamento del “sole invernale” e la protezione dal “sole estivo pomeridiano”

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IL PROGETTO La planimetria generale evidenzia la posizione della “Casa sulla Morella”, costruita ai margini della campagna di Castelnovo di Sotto, tra il torrente Morella e una strada centuriale, in un contesto paesaggistico caratterizzato da canali, fossi, filari, orti, ville e case coloniche. Dallo schema bioclimatico è facile evidenziare la circolazione naturale dell’aria, con i suoi flussi naturali di mandata e ritorno dell’immissione e dell’espulsione dell’aria, e l’inclinazione della luce naturale nei diversi solstizi dell’anno. L’abitazione ha una struttura a setti portanti, quindi con pochi ponti termici, costituita con un laterizio porizzato di 38 cm accoppiato ad uno strato di isolante a cappotto sul lato esterno di 10 cm. I solai sono in laterocemento con cordoli e solette in cemento armato opportunamente coibentate e disgiunte. La copertura è realizzata con uno strato di 22 cm di isolamento accoppiato ad un

PLANIMETRIA

manto di copertura in lamiera in parte drenante che è collegato a un sistema per la raccolta dell’acqua piovana. I serramenti sono in legno lamellare e vetrocamera basso emissiva con gas argon. L’impiantistica integrata alla domotica consente una riduzione dei consumi mediante il controllo della temperatura dei singoli locali, la predisposizione dei grandi elettrodomestici, lo spegnimento automatico delle luci in locali vuoti, la generazione controllata dell’acqua calda sanitaria e la regolazione dei tempi di utilizzo dei singoli apparecchi. L’impianto di riscaldamento è costituito da pannelli radianti alimentati da una caldaia a bassa condensazione mentre l’acqua calda sanitaria è integrata da pannelli solari posti sulla copertura su cui è previsto un impianto fotovoltaico integrato di 6 Kw. L’abitazione è dotata di un sistema meccanizzato di ricircolo dell’aria portando il consumo previsto per il riscaldamento a 5,19 kWh/mq. anno.

FUNZIONAMENTO BIOCLIMATICO

Acqua piovana

Sole esti vo 7 0°

Ventilazione naturale

ale vern

in Sole 70°

Serbatoio raccolta acqua piovana

PIANTE PRIMO E SECONDO PIANO

10 6

5

4

9

9

8

3 11

1

2

1. Rampa di accesso carrabile; 2. Scala di accesso pedonale; 3. Portico - mitigatore bioclimatico; 4. Soggiorno - cucina; 5. Gioco bambini; 6. Autorimessa; 7. Lavanderia; 8. Studio; 9. Letto bambini; 10. Letto matrimoniale; 11. Cabina armadio

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DETTAGLIO COSTRUTTIVO

01 lamiera graffata in alluminio 6/10 barriera al vapore strato coibente sp. 20cm solaio in laterocemento sp. 24+4cm aspirazione impianto meccanico r.a. 02 pannelli solari ciotolo 45/55 guaina impermeabilizzante massetto cementizio inclinato sp. 4 cm strato coibente sp. 14 cm soletta in cemento armato sp. 16 cm cappotto esterno sp. 5 cm 03 infissi scorrevoli con vetrocamera b/e con gas parapetto in vetro temperato pannelli scorrevoli con cappotto sp. 6 cm 04 parquet lamellare sp. 13 mm massetto in magnesiaco sp. 6 cm pannello radiante sp. 3,5 cm caldaia alleggerita sp. 12/13 cm solaio in laterocemento sp. 24+4cm aspirazione impianto meccanico r.a. 05 cappotto esterno sp. 10 cm termolaterizio sp. 38 cm intonaco sp. 1.5 cm 06 pavimentazione in cemento resina sp 3 mm massetto in magnesiaco sp. 6 cm pannello radiante sp. 3,5 cm pannello coibente sp. 8 cm solaio in laterocemento sp. 24+4 cm intonaco sp. 1.5 cm 07 pavimentazione in botticino sp. 2 cm massetto cementizio in pendenza sp. 3/8 cm strato coibente sp. 6 cm guaina impermeabilizzante solaio in laterocemento sp. 20+4 cm intercapedine impianti con aereazione naturale 08 muro in cls armato guaina a bottone e impermeabilizzazione vespaio 09 massetto in cemento con finitura in resina fondazione in cls sp. 30 cm magrone sp. 10 cm terreno vegetale

SCHEMA ORIENTAMENTO CARTA DEL SOLE LONGITUDINALE 44° 48’ A B C D E F G

DIREZIONI VENTI PREVALENTI

ORIENTAMENTI

21 GIUGNO 21 LUG - MAG 21 AGO - APR 21 SETT - MAR 21 OTT - FEB 21 NOV - GEN 21 DICEMBRE

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stagione. C’è infine una scelta personale, direi padana, che riguarda il rapporto dei miei edifici con la nebbia. Mi piace immaginarli come geometrie euclidee in un paesaggio relativo che all’improvviso sublimano col contesto in un paesaggio alternativo. La struttura si presenta sollevata da terra. C’è una ragione pratica o è una ricerca estetica, una citazione dell’architettura di Mies? A poche centinaia di metri da questa casa si trova un sito importante di terramare che, come noto, costruivano su palafitte. In estate la falda di superficie, per la presenza di prati stabili, si alza parecchio costituendo potenziali problemi di deflusso delle acque superficiali soprattutto in occasione dei temporali estivi. Tra le ragioni più concrete c’è, comunque, la volontà di concentrare in un’ unica architettura tutte quelle pertinenze esterne (marciapiedi, vialetti, portichetti, ecc) che ogni casa, posata a terra, irrimediabilmente richiederebbe o produrrebbe. La casa, in altre parole, resta sospesa, come un elemento finito, su una campagna infinita che la permea rimanendo elemento subordinato al paesaggio. Quali materiali ha scelto per poter favorire il risparmio energetico, cioè per garantire una minore dispersione termica? Il laterizio porizzato di grande spessore accoppiato a un cappotto per le pareti esterne, serramenti ad

Sopra: prospetto nord-est dell’edificio. I colori sono quelli dell’architettura razionalista. La scelta del bianco e del grigio a contrasto esprime l’uso di altrettanti materiali: l’intonaco e il rivestimento a cappotto. A sinistra: il portico dell’edificio, inserito nel volume assoluto, offre uno scorcio tipico del paesaggio emiliano

alta efficienza, e una forte attenzione nei dettagli costruttivi per l’eliminazione dei ponti termici. Teoricamente si afferma che l’edificio bioclimatico ideale dovrebbe modificarsi, integrarsi e adattarsi all’ambiente esterno. È riuscito ad ottenere questo risultato? A prescindere dal fatto che ogni architettura dovrebbe porsi in rapporto col contesto, credo che la recente scelta di una multinazionale dell’energia di utilizzare come location questa casa per realizzare il proprio spot mi fa pensare che il risultato sia stato ottenuto. Il benessere psico-fisico degli abitanti è secondo lei un parametro bioclimatico? Il benessere psico fisico degli abitanti non è un parametro bioclimatico ma un obiettivo finale per tutti i progetti che si realizzano. È un obiettivo complesso in cui la soggettività di ogni individuo può alterare l’esito finale. Sono convinto tuttavia che, al di là degli aspetti estetici, quando si è in presenza di una buona architettura ci sia una consapevolezza condivisa, un benessere psico fisico diffuso e oggettivo. Il battesimo di un’ architettura non è la sua realizzazione ma il suo felice utilizzo. 21


PIRAMIDE SPAGNOLA BTEK, CENTRO DI INTERPRETAZIONE DI TECNOLOGIA / ACXT

DERIO (PAESI BASCHI). È uso nella progettazione servirsi di diversi canoni e riferimenti che aiutano e/o limitano l’excursus ideativo. Nella progettazione ipogea ovviamente tutto cambia. Ciò che in questo caso il progettista ha come situazione di riferimento è un pieno da scavare, materia da asportare. È il pieno che, diventando vuoto, connoterà l’architettura. Le regole a cui attenersi sono completamente inesistenti e tutto ciò che normalmente fa parte dell’architettura di superficie cambia. Anche la luce acquisisce tutt’altro ruolo. L’atto compositivo è libero da formalismi, invarianti, canoni, ideologie, classicismi, schemi, modelli, analogie o altro. Gonzalo Carro, esponente del gruppo Architetti ACXT, nel progettare il Btek, il Centro di Interpretazione di Tecnologia, ha scelto di progettare nel più pieno e profondo rispetto per il paesaggio. «Non c'era nessun edificio nelle immediate vicinanze», spiega nell’intervista rilasciata a greekarchitects.gr. «Inizialmente il lotto era circondato da prati e offriva un’eccellente vista dell’intorno...». Il Parco Tecnologico, a sua volta, nel commissionare il progetto, stabilì tre punti inderogabili, a cui Gonzalo Carro rigorosamente si è attenuto. Il primo consisteva nell’esplicita richiesta di spazi espositivi molto flessibili e vari, in grado di ospitare diverse tipologie di mostre. Il secondo riguardava la necessità, inderogabile, di avere degli impianti ad alta efficienza energetica. È stato esplicitamente richiesto di adottare, per la climatizzazione, sistemi geotermici e comunque di impostare tutti gli impianti sulle fonti energetiche rinnovabili. Il terzo pun-

to era invece legato agli aspetti geometrici-formali: difatti la copertura triangolare è una citazione della forma del logo del Parco Tecnologico. L’edifico è stato pensato come due volumi piramidali puri emergenti dalla terra, apparentemente separati tra loro ma invece strettamente collegati nei piani sotto terra. I due volumi si stagliano netti sulla collina, si distaccano e si integrano con il lussureggiante paesaggio. Un’ottima opportunità per progettare un edificio simile a una scultura astratta sia nella forma che nell’architettura interna. Un esercizio quasi di land art. «Io sono interessato principalmente al posto», spiega ancora Gonzalo Carro a greekarchitects.gr. «Prima di iniziare a pianificare devo familiarizzare con l’ambiente, camminare intorno, stare a guardare la campagna o la città...Sinceramente, non credo in nessun tipo di architettura che non inizi con il luogo, con lo studio e l'analisi...». Il primo edificio consiste in un pesante volume nero emergente dalla terra fortemente connotato da tre facciate completamente ricoperte di pannelli metallici neri. Il secondo, in contrasto con il primo, ha due facciate libere e un tetto ricoperto di erba artificiale, che, quasi come un’estensione stessa del terreno, dal prato circostante prosegue fin sopra alla copertura, dando così l’immagine di una totale fusione tra il sito, l’edificio e l’intorno. L’accesso all’edificio avviene attraversando il primo volume, grazie a una “piega” di un angolo del terreno che, quasi come se risentisse della spinta emergente dal terreno, si deforma e si corruga dando vita ad una ine-

Sotto: planimetria generale. L’unico volume completamente fuori terra è quello della sala espositiva a tutta altezza. L’intero edifico è stato pensato come due corpi in apparenza separati tra loro ma in realtà collegati nei piani sotto terra

A sinistra: il Btek visto dall’esterno. L’accesso all’edificio avviene attraversando il volume nero fuori terra

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A destra: Il secondo volume, in contrasto con il primo, ha due facciate libere e un tetto ricoperto di erba artificiale, che dal prato circostante prosegue fin sopra alla copertura, dando così l’immagine di una totale fusione tra il sito, l’edificio e l’intorno

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dita plasticità che accoglie la rampa d’ingresso. Man mano che si scende il volume metallico conduce il visitatore all’interno dello spazio della reception, il “desfiladero”, la gola, denominato in questo modo per via delle sue dimensioni quasi claustrofobiche, stretto e con quasi 18 metri d’altezza che decrescono man mano che si prosegue verso la parte centrale della struttura. Il progetto consta di cinque gallerie pensate per essere visitate in sequenza, anche se, proprio per garantire agli ambienti una versatilità adatta a ospitare una grande varietà di esposizioni dai diversi contenuti, sono state progettate con caratteristiche molto diverse tra loro, come i soffitti che variano in altezza anche di molti metri. I piani in totale sono tre e i collegamenti tra questi sono costituiti da ampie scale e rampe che seguono le peculiarità geometriche dei volumi generando percorsi sequenziali, appositamente studiati per condurre il visitatore all’interno dei diversi ambienti espositivi, studiati per suscitare stadi emozionali unici. La peculiarità di tale edificio non sta unicamente nella scelta di una costruzione ipogea, bensì nell’aver conciliato alle peculiarità e alle libertà tipiche di questo genere architettonico anche l’attenzione verso l’architettura sostenibile. L'edificio-piazza, infatti, collocato in un'area di 2600 metri quadrati, oltre a usare il riscaldamento e il raffreddamento geotermico integrato con un impianto fotovoltaico, ha ampie aperture sul fronte principale della struttura. Aperture che permettono ai corridoi di es-

Sotto: schema sinottico delle suggestioni progettuali. Il volume nero, l’unico emergente, è stato pensato come un corpo spinto in superficie dalle viscere della terra. L’altro nasce dal concetto di sollevamento, di piega del terreno

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CREDITI Progetto Centro Tecnologico di Interpretazione Progettisti ACXT Design Team Gonzalo Carro & ATHOS (Pedro Berroya, Aitziber Goikoetxea) Strutture Javier Eskubi, Amaia Oyテウn, テ]gel Gテウmez Progetto anno 2006-2007 Destinazione Centro tecnologico d'avanguardia Area del sito 2600 mq Periodo di costruzione 2007-2009


Sono cinque le gallerie progettate, con caratteristiche molto diverse tra loro e pensate per essere visitate in sequenza. I piani in totale sono tre e i collegamenti tra questi sono costituiti da ampie scale e rampe. Gli interni sono molto chiari. Le pareti, dalle linee destabilizzanti, sono in gran parte bianche, tranne alcune nere, mentre il pavimento è in resina chiara e lucida

sere illuminati di luce naturale, mentre vere e proprie aiuole di erba, lunghe e strette, ricoprono il tetto dotato di pannelli solari che vengono così integrati nella forma triangolare dell'edificio. È un edificio, dunque, ipogeo e sostenibile e le due cose posso andare di pari passo. Difatti una costruzione ipogea, così strutturata, a prescindere da altre accortezze progettuali, sfrutta pienamente l'inerzia termica dell'edificio. L’involucro murario, divenendo solidale con il terreno, ne condivide l'elevata capacità termica. Anzi, a volerla dire tutta, un edificio ipogeo ha di per sé connotazioni ecosostenibili quali l’integrazione paesaggistica, la tutela di spazi all'aperto e, se il comfort è un canone sostenibile, allora non si può non evidenziare il controllo dell'inquinamento acustico e delle vibrazioni. E questo perché, mentre la vegetazione spezza le onde ad alta frequenza, il substrato di terra assorbe quelle a bassa. Substrato che sembra sia in grado di assorbire anche un’alta percentuale del famigerato e tanto presente elettrosmog, la cui origine oggi è in gran partei dovuta alla rete della telefonia mobile. Il Centro di Interpretazione di Tecnologia, il Btek, progettato da Gonzalo Carro a Derio, comune spagnolo dei Paesi Baschi, è dunque un edificio impostato secondo dei valori estetici che nulla tolgono alla funzionalità sostenibile. Anzi è proprio il caso di dire che la ricerca formale in questo caso corrisponde pienamente a quella ecosostenibile. 29


UN CAMBIAMENTO DI PARADIGMA L’interesse per l’ambiente, l’energia, le risorse, l’agricoltura biologica, l’alimentazione e il risparmio energetico è un fenomeno recente. Eppure sono temi di cui ci siamo già occupati nel corso della nostra storia e non possiamo certo considerarli una novità. Lo diventano solo oggi, in un tempo in cui la nostra visione della vita ha perso ogni legame con quel recente passato. Forse, lo spero, siamo all’inizio di un grande cambiamento. È anche vero che non ci siamo mai confrontati con un ritmo di crescita demografica come quello attuale, né con fenomeni come la necessità di cibo, la distruzione dell’ambiente, l’inquinamento e la crescita delle città. Fenomeni che per dimensione e impatto sulla società non hanno precedenti nella storia. Detto questo, e premesso che parlare di sostenibilità e ambiente genera contraddizioni e paradossi, è pur vero che da qualche parte dobbiamo cominciare e che, come per molti fenomeni complessi, bisogna cominciare dalle cose più semplici. Non c’è dubbio che costruire sia di per sé un’azione antiecologica - e questa è solo la prima di una serie di contraddizioni - ma costruire è anche una delle attività umane di primo piano. Ecco quindi che la domanda che dobbiamo porci è: quanto meglio possiamo costruire? E poi: con quali criteri possiamo affrontare il tema energetico e ambientale senza provocare altri danni? Per cominciare bisogna che il singolo edificio sia concepito all’interno di una nuova visione urbanistica, questo perché la somma di tanti edifici sostenibili non dà un risultato aritmetico. Non si può progettare un edificio senza aver pensato a un sistema più complesso fatto di reti, di trasporti, di verde. Soprattutto dobbiamo aver prima compreso la vocazione e la cultura specifiche di ogni luogo. È ora di guardare all’urbanistica come a uno strumento strategico, che dia risalto alle peculiarità della città e che sia in grado di interpretarne i valori. Le ambizioni del progetto devono essere il punto di partenza per disegnare uno scenario di lungo respiro basato su pochi punti fondamentali e capace di delegare alla dinamica spontanea del tessuto urbano ed economico le scelte minori. Per evitare che l’interpretazione di questi obiettivi sia solo un esercizio accademico bisogna

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cominciare a costruire un bagaglio di sensibilità e conoscenza prima che di soluzioni. L’energia, e l’uso che se ne fa, è una grande opportunità creativa che si intreccia da sempre con l’architettura. Oggi va vista alla luce dell’evoluzione tecnologica, reinterpretando la tradizione in maniera non nostalgica. Sia da un punto di vista tecnico, che riguarda le prestazioni e le certificazioni, sia da quello emotivo, legato alla sensibilità. Nel passato più recente si è privilegiato il primo, quello per così dire “ingegneristico”, dove conta solo il raggiungimento degli obiettivi prestazionali a scapito del risultato estetico. Ricordiamoci che quello che resta di un edificio è la sua presenza, la sua capacità di comunicare e di contribuire anche alla “bellezza” dell’ambiente. Quest’ultimo approccio, più emotivo, sensoriale legato all’uso della materia, ha cominciato solo ora ad affermarsi, creando le condizioni per gli architetti di ritornare a essere protagonisti del cambiamento. Nel mettere insieme tecnica e poesia è necessario il giusto equilibrio. Anche a costo di rinunciare a qualche punto prestazionale. Nell’equilibrio si nasconde un passo avanti anche nel modo di concepire il nostro lavoro e cioè trovando nei dati climatici, negli obiettivi energetici, nella lettura di un habitat, un’indispensabile fonte d’ispirazione. Occuparsi dello spazio, dell’abitare, del piacere di guardare un bell’edificio o di utilizzare una piazza, un giardino, una strada, diventa un impegno. È una responsabilità così importante che deve spingere in questa direzione anche chi continua a vedere nell’edilizia soltanto un “personal business”. Da questa assunzione di responsabilità, di questo impegno, nasce un ruolo nuovo e utile nello sviluppo del tema della sostenibilità. Le contraddizioni non mancano neanche là dove, nonostante si ragioni sullo sviluppo urbano, la crescita è più veloce della capacità di riflettere sul futuro. Potremmo paragonare questo tipo di ambiente urbano a quello delle piante nelle foreste in cui vige la sola regola della crescita, non della pianificazione. Da una parte la necessità di progettare un insieme complesso attraverso


un’unica azione, quella dell’urbanistica, dall’altra la crescita regolata da fattori sociali, economici e tribali che sfuggono a qualsiasi tentativo di pianificazione. Lagos, per esempio, non ha avuto bisogno di progettisti, si è auto-regolata nel corso di un processo di crescita spontaneo e che, per dimensioni e densità, è impossibile da pianificare. Quello che si può fare è guardare l’insieme e trovare una visione strategica, provare attraverso di essa a trovare un nuovo ordine, anche introducendo dei “virus positivi” - come un sistema di fognature, la rete elettrica e quella telefonica, le strade e la distribuzione dell’acqua - che possano migliorare tutto l’organismo. L’architettura in quanto tale potrà solo creare, all’interno di un sistema incontrollato, momenti di qualità non solo spaziale, ma anche sociale, culturale e di relazione. La pianificazione delle eco-city è forse l’esempio più contraddittorio. La definizione stessa di eco-city non tiene conto del fatto che la città non è luogo ecologico per definizione, ma è uno dei luoghi con la massima concentrazione di consumi e di conflitti. Basta un’occhiata alle mappe dell’impronta ecologica delle grandi città per capire che è necessaria un’attenta riflessione sull’idea di concentrazione in un periodo di grande crescita. La mappa dei consumi di energia prodotta con l’uso del petrolio non lascia spazio a nessuna possibile definizione di sostenibilità nei paesi sviluppati dando, invece, ai paesi in via di sviluppo una base di partenza migliore, per lo meno su questo tema in particolare. L’Italia, per esempio, dipende per l’80% da risorse non rinnovabili (petrolio e, in misura minore, gas naturale). Di questi consumi il 50 % si deve agli edifici, tutti indistintamente, e ciò spiega quanto sia importante anche solo un’azione di miglioramento delle prestazioni. La questione rimane quella di favorire lo sviluppo di un sistema più vicino alle diverse identità, ai bisogni reali, e capace di creare nuovo rapporto con l’agricoltura, con un nuovo paesaggio produttivo: un reale rapporto tra territori ed economie. Questo modello di crescita, molto lontano dalle megavisioni di mega-lopoli, esprime, forse in maniera ancora più forte, il bisogno di trovare un nuovo paradigma e di rivedere il rapporto tra uomini, territorio, e qualità della vita. L’accesso alle fonti rinnovabili è l’unica strada per migliorare e ridurre il rapporto tra i consumi

e l’inquinamento. Si apre davanti a noi una visione più serena del rapporto con il territorio, così che l’uso di fonti come il sole e il vento diventano parte di un nuovo rapporto con l’ambiente visto non più come problema ma come soluzione. Questo modo di fare architettura impone un diverso approccio etico che dà al nostro lavoro un nuovo ruolo, essenziale per le trasformazioni sociali del futuro. Occuparsi dello spazio, dell’abitare, del piacere di guardare un bell’edificio o di utilizzare una piazza, un giardino, una strada, diventa un impegno. È una responsabilità così importante che deve spingere in questa direzione anche chi continua a vedere nell’edilizia soltanto un “personal business”. Da questa assunzione di responsabilità, di questo impegno, nasce un ruolo nuovo e utile nello sviluppo del tema della sostenibilità. Sostenibilità è anti-globale, è per definizione qualcosa di non generico, di non astratto, ma qualcosa che appartiene a un luogo, a una cultura e che, nonostante possa sembrare uno sforzo immenso, dobbiamo difendere. Sostenibilità è una visione non una definizione; è la risposta al singolo problema, al singolo luogo e non una mercificazione dell’architettura “ovunque e comunque”. La sostenibilità è contraria alla colonizzazione dei luoghi con criteri d’inutile efficienza mascherati con un falso linguaggio di contemporaneità. È contro il principio dell’indifferenza, della ripetizione, di un unico linguaggio universale. È vicino ai concetti di biodiversità e di prossimità. È la fine del modello rappresentato da edifici sempre uguali a se stessi - dove si lavora allo stesso modo ovunque – che, se da una parte ha creato una speranza di modernità e di sviluppo, dall’altra ha cancellato ogni identità e ogni volontà di difesa della propria cultura e del proprio paesaggio. Come se la biodiversità non fosse più un valore, una ricchezza, ma qualcosa da appiattire. Da omologare. Mario Cucinella

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FRAMMENTI SPARSI DI UN CODICE BIO/ECO

In basso: Serra scientifica per farfalle tropicali, Università di Catania, progettata dallo Studio Nicoletti Associati. La forma sfaccettata dell'involucro in vetro e il diverso orientamento e inclinazione di ciascun elemento serve per mantenere il guadagno termico all’interno dello spazio. Le farfalle tropicali non sopravvivono in un ambiente con aria condizionata

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Un’architettura capace di dialogare con il vento, il sole e i materiali presenti sul territorio. Un auspicio di integrazione tra architettura e condizioni ambientali che oggi diventa realtà. Grazie all’architettura bioclimatica, idea di progettazione mirata a evitare dispersioni di energia e consumo di suolo per liberare il progetto da interessi settoriali e compiere un passo ulteriore verso un più ampio ideale di progettazione sostenibile. Perché la sostenibilità in architettura ha diversi volti e la progettazione bioclimatica, con la sua attenzione a lavorare con le forze della natura per la regolazione del clima interno alla struttura abitativa, è uno di questi. «L’obiettivo da raggiungere è quello di una totale sinonimia tra urbanistica, architettura, paesaggio, strutture e infrastrutture», conferma l'architetto Massimo Pica Ciamarra, vicepresidente dell'INARCH, Istituto Nazionale di Architettura. «Un momento in cui ogni trasformazione degli ambienti di vita scaturisca da visioni globali, in cui ogni costruzione sia concepita come un “frammento” che entra a far parte dell’ambiente, del paesaggio, delle tante stratificazioni che individuano ogni luogo. “La sostenibilità sostiene l’architettura” è uno slogan che ho coniato tempo fa: non è un gioco di parole perché - malgrado sovrapposizioni e confusioni di termini - si sta diffondendo sempre

più la consapevolezza della necessità di sostanziale rinnovamento dei programmi e dei processi di costruzione e di trasformazione degli ambienti di vita». Curioso come nel caso dell’architettura bioclimatica lo stesso rinnovamento dei processi di costruzione, il passo decisivo verso un progettare più consapevole, coincida con un percorso a ritroso, prima verso l'architettura organica, alle origini della bioclimatica nel suo configurarsi come disciplina del progettare fondata principalmente sul rapporto con il contesto e sull'attenzione ai materiali naturali e locali. E poi, ancora indietro fino a recuperare forme di architettura antiche in ogni continente e nei climi più ostili. Perché a ben guardare la storia del costruire è costellata di forme abitative che dialogano con gli elementi naturali, realizzando un ideale ecologico attraverso una simbiosi millenaria con il territorio. Sono le architetture vernacolari, forme tradizionali delle diverse regioni, sviluppatesi nel confronto tra l'uomo e una natura spesso avversa, frutto di una sapienza antica che si è andata perdendo con l'avanzare dell'industrializzazione e con l'abbandono delle attività rurali ma soprattutto con lo sviluppo di regolare il clima interno alle abitazioni in modo meccanico. È proprio nei paesi più industrializzati che queste antiche abitazioni oggi permangono in tutto il fascino pittoresco dell'ingegno umano. Pensiamo al trullo delle Murge, costruito come abitazione agricola per garantire il benessere abitativo in un territorio battuto dai forti venti di tramontana fredda e secca da nord e di scirocco caldo e umido da sud-est. La sua grande massa muraria, spesso associata a una vasca d’acqua di accumulo sottostante, funziona da involucro termoregolatore per assorbire di giorno il calore prodotto dalla radiazione e restituirlo di notte con il risultato di una temperatura interna sempre di parecchi gradi inferiore a quella esterna, funzione alla quale assolve anche la forma conica. Il materiale utilizzato è un calcare duro e compatto, cattivo conduttore di calore. Materiale, forma dell’edificio, spessore delle murature definiscono gli aspetti bioclimatici della struttura. «Molto noti nei Paesi Arabi e ancora usati a volte dalla tradizione architettonica locale - spiega Cettina Gallo, ex Responsabile del Centro Nazionale di Architettura


Photo Ian Lambot

umanesimo” che vede come obiettivo primario del progetto la sua facilità di antropizzazione”. È un termine che vorrei provvisorio, pleonastico, come “eco-sostenibilità”, di origine anglosassone, che propugna quanto è responsabile per l’ambiente». Proprio per la situazione italiana, notoriamente meno permeabile di altre realtà europee a logiche di sostenibilità ambientale, possiamo tirare un sospiro di sollievo. Più in generale, nel nostro Paese la sensibilità rispetto alle tematiche ambientali è in crescendo continuo. Lo dimostrano gli interventi sulla formazione con i diversi master postuniversitari incentrati sul tema e di forte rilievo anche internazionale come ad esempio quelli dell’INARCH o quelli dell’Istituto Nazionale di Bioarchitettura, accanto al proliferare di riviste specializzate. È invece a livello locale, vera cartina al tornasole delle tendenze in materia di politiche riguardanti edilizia e patrimonio naturale, che si conferma il dato positivo in termini di attenzione bioclimatica. I comuni e le province italiane sembrano aver scoperto che costruire in armonia In questa pagina: Commerzbank di Francoforte sul Meno, progetto di Norman Foster & Associati. Una torre in acciaio e vetro alta 259m. Sopra: ogni ottavo piano si trova un “Giardino del cielo”, un ambiente alto 4 piani che ha lo scopo di consentire l’illuminazione e la ventilazione naturale. All’interno (foto a sinistra) sono state pensate aree di sosta corredate da una ricca vegetazione

Photo Nigel Young _ Foster + Partners

Bioclimatica del Dipartimento dell'Energia dell'ENEA - sono i malquafs, le torri del vento, i mashrabjia. I primi due elementi servono a catturare il vento caldo del deserto e a convogliarlo negli ambienti interni opportunamente raffrescati con il passaggio attraverso stuoie bagnate o in canalizzazioni sotterranee. I mashrabjia sono griglie alle finestre costruite in diversi materiali, dal legno alla pietra, che oltre a essere meravigliosi elementi decorativi servono a far passare la brezza ma non il sole, creando all’interno degli ambienti microclimi confortevoli». Massima apertura verso l’esterno, massima chiusura verso l’esterno. Ventilazioni naturali, protezioni dal vento, compattezza degli insediamenti, protezione dal sole. Questi i termini di riferimento di un’architettura che rielaborava a proprio vantaggio una natura difficile in modo passivo, prima che tutto venisse frantumato dalla disponibilità di energia a buon mercato e da tecnologie che hanno dato spazio a progetti incuranti dei loro effetti negativi sul contesto specifico e sull’ambiente in generale. «Ma oggi – precisa Massimo Pica Ciamarra - si è sempre più consapevoli delle conseguenze di questa visione esuberante e incosciente, peraltro profondamente egoista». È questa nuova consapevolezza che ha portato all'attuale sviluppo di un'Architettura biosostenibile, della Bioarchitettura e della Bioclimatica, in un interscambio di definizioni che ha spesso contribuito a creare una situazione di indefinitezza delle rispettive pertinenze. «Queste aggettivazioni sono strumentali», afferma Massimo Pica Ciamarra. «Richiamano “informazioni perdute” nei processi di trasformazione degli ambienti di vita e del costruire in genere. L'Architettura bioclimatica definisce l’attenzione prevalente al clima, attenzione però che non protegge da impropri inserimenti nel paesaggio, non favorisce aggregazioni né produce miglioramenti sociali o dei rapporti umani. Bioarchitettura è invece un termine più inclusivo, coniato nel 1987 in Italia: “propugna una architettura più umana, una sorta di “nuovo

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In alto: l’asilo Kindergarten di Wagram. Costruzione bioclimatica progettata dallo studio George Reinberg in Austria. L’edificio è stato collocato sul bordo settentrionale del sito in modo da essere aperto a sud. La zona giardino è esposta al sole tutto il giorno. In basso: sede della Compagnia “B!OTOP” di Weidling. Il progetto è stato curato dallo studio George Reinberg. L'edificio, in legno e vetro, è situato su uno stagno

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con il territorio è una ricchezza e una fonte di tutela in primo luogo per il territorio stesso poiché questo tipo di progetto presume la conoscenza profonda delle condizioni bioclimatiche del luogo dove ci si va a inserire e dei suoi dintorni e da alcuni anni mostrano una sviluppata sensibilità a queste tematiche. «La sensibilità è elevata – ci conferma Cettina Gallo – ed è incentivata da programmi in favore della sostenibilità degli interventi da realizzare. Negli ultimi dieci anni c’è stato un notevole impulso anche grazie al “Codice concordato di raccomandazioni per la qualità energetico ambientale di edifici e spazi aperti” promosso dalla CNEA (Conferenza Nazionale Energia e Ambiente) nel 1998 e rivolta appunto alle amministrazioni locali. L'essenziale è che ogni regione strutturi le linee guida in materia alle quali si atterranno i vari comuni. Uno dei primi Comuni attivo in quest’ambito è stato Faenza. Certo in Italia non si è arrivati ancora al “Manuale per le

infrastrutture verdi” che la città di New York qualche anno fa ha fatto seguire al “Manuale per gli edifici verdi”, ma siamo sulla buona strada». La spinta necessaria all'incentivazione di logiche biocimatuche del progetto giunge soprattutto da un ribaltamento di prospettiva degli interessi personali e delle parti. In generale è egoisticamente conveniente qualsiasi trasformazione fisica dell’ambiente che contribuisca a migliorare la condizione umana. Nel particolare i vantaggi si distribuiscono tra tutti gli attori del progetto con il costruttore che in cambio di una particolare cura per gli aspetti “sostenibili” dell’edificio ottiene dall’amministrazione locale particolari benefici come l'aumento della cubatura edificabile, per l’utente che vivrà in un edificio migliore e alla lunga più economico, per gli amministratori stessi che lasciano alla comunità spazi più sani. Perché accanto alla sostenibilità ambientale, la seconda parola chiave di questo tipo di progettazione è quella che riconduce in modo diretto alla funzione che definiva le sue forme più antiche: garantire il benessere di chi vi abita inteso come massima riduzione del disagio nello svolgimento delle proprie attività all'interno di uno spazio delimitato. Benessere termico e igrometrico al quale concorre la qualità dell'aria con il controllo di parametri diversi quali temperatura dell’aria, temperatura media radiante, umidità relativa, velocità dell’aria e pressione atmosferica. Benessere visivo, definito attraverso l’illuminazione e la progettazione delle aree verdi. Benessere psicologico che oltre a essere il risultato dei fattori precedenti può riferirsi anche ad accorgimenti progettuali relativi alla distanza tra le abitazioni, con la definizione della dimensione ideale degli spazi aperti in un quartiere residenziale affinché sia sempre possibile comunicare a voce e a gesti conservando allo stesso tempo l'intimità anche nei locali abitativi a piano terra più esposti. In vista di un'insieme


di interventi di ristrutturazione che dai prossimi anni inizieranno a interessare il nostro Paese in modo programmatico, la necessità di operare interventi microchirurgici nel tessuto urbano per migliorare e utilizzare gli spazi vuoti o dismessi, andrebbe coniugata con i criteri della bioclimatica, eliminando le ultime frange di resistenza a questo tipo di progettazione. Molti i luoghi comuni da sfatare al riguardo. Dalla convinzione che i criteri bioclimatici non possano dar luogo, attraverso la creatività del progettista, a risultati di grande valore estetico e architettonico, all'identificazione della bioclimatica come “utilizzo dei pannelli solari e/o fotovoltaici” tout court. Viviamo ancora nell’ambito di una troppo ingenua sensibilità media degli utenti capaci di distinguere ed esigere qualità nel cibo o nei prodotti del design, dell’industria e della moda, ma incapaci di esigere qualità diffusa e ambienti di vita agili e confortevoli come dimostrato dalle città in cui viviamo. Oggi la progettazione di edifici bioclimatici, perfettamente adeguata alle necessità dell'abitare contemporaneo, è facilitata da software che permettono di simulare i flussi energetici dall’esterno all’interno di un edificio e viceversa. Perché a differenza delle costruzioni tradizionali la casa bioclimatica contemporanea deve rispondere al mutare delle funzioni nel tempo e nei contesti e non solo: gli edifici devono poter reagire e modificarsi nel tempo anche in rapporto al mutare dei contesti e all’evolversi delle tecnologie. Ma un ostacolo rilevante è costituito dalla mancanza di conoscenze territoriali di base, vero termine di riferimento di questo tipo di progetto. Fare l'architettura bioclimatica vuol dire occuparsi di geobiologia dei siti, situazione bioelettrica, igroscopicità, irraggiamento cosmico e terrestre. «Ma molto spesso - spiega Cettina Gallo - se durante gli esami di “composizione architettonica” chiedo agli studenti degli ultimi anni di architettura dove si trovino il nord e il sud a volte non sanno

rispondermi. In altre parole non si è ancora capito che alla base di un progetto bioclimatico c’è il saper ben costruire, e alla base del saper ben costruire c’è la buona conoscenza del luogo del progetto e delle proprietà dei materiali usati. Molto spesso progettare bioclimatico non costa di più, si tratta di dare una forma invece di un’altra, di disegnare un’apertura in un certo modo; non tutti sanno per esempio che i frangisole devono essere orizzontali o verticali a seconda dell’esposizione». Il territorio e gli elementi. Il sole, il vento, la vegetazione, i materiali locali. Ricordiamo con Vitruvio che “gli edifici saranno disposti nel modo giusto se si terrà conto innanzi tutto delle regioni e delle latitudini nelle quali si troveranno”. Ma soprattutto la necessità di una maggiore educazione ambientale fin dalla scuola per giungere a una integrazione dei diversi prefissi bio ed eco o meglio per smettere di utilizzarli e «non parlare più di architettura “bioclimatica” ma solo di architettura. Perché ogni buona architettura è anche bioclimatica». (di Silvia Di Persio) In alto: Palasport di Palermo. Progetto dello Studio Nicoletti Associati. È ubicato nel Parco della Favorita. L'edificio è rivestito in alluminio a eccezione delle opposte estremità vetrate, protette da un insieme di tubi di acciaio inossidabile satinato. In basso: Casa Zero Energy, il progetto di ricerca realizzato dal Gruppo Polo Le Ville Plus, insieme al Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale dell’Università degli Studi di Trento e con il supporto della Regione Friuli Venezia Giulia

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Punto Zero