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RIGENERAZIONE URBANA

Poste Italiane - Spedizione in A.P. art.2 comma 20/c Legge 662/96 Aut. DCO/DC RC/329/2002 validitĂ dal 25/10/02. In caso di mancato recapito inviare al CPO di Reggio Calabria per la restituzione al mittente previo pagamento resi

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luglio 2012

Direttore Paolo Malara Direttore Responsabile Paolo Malara Coordinamento Editoriale Patrizia De Stefano Vincenzo de Nittis Comitato redazionale Consolato Alampi Domenico Cogliandro Luigi Cotroneo Giovanni Daniele Paolo Galletta Rocco Gangemi Salvatore Greco Consuelo Nava Umberto Panetta Antonella Postorino Claudio Roseti Maria Rosa Russo Antonio Taccone Marina Tornatora Sabrina Vecchio Ruggeri Progetto grafico Publiglobe S.r.l. Immagine di copertina Gausa+Raveau actarquitectura + Gic-Lab (UNIGE-Genova): BCN Eixample - New Multistring Central Park. ). Piano di ristrutturazione generale. Direzione e Redazione Ordine degli Architetti P.P.C. della prov. di Reggio Calabria via Logoteta 6, 89125 Reggio Calabria tel. 0965813345 | fax 0965813344 e-mail architettireggiocalabria@awn.it Consiglio dell’Ordine Presidente Paolo Malara Segretario Vincenzo de Nittis Tesoriere Santina Dattola Consiglieri: Domenico Corigliano, Giuseppe De Leo, Patrizia De Stefano, Francesco Fammartino, Paolo Galletta, Salvatore Greco, Luigi A. Meduri, Tommaso Melchini, Antonino Palaia, Vincenzo Ricordo, Rocco Zito, Elisa Zoccali Editore Ordine degli Architetti P.P.C. della prov. di Reggio Calabria via Logoteta 6, 89125 Reggio Calabria Stampa a cura di Rubbettino print srl Distribuzione gratuita a tutti gli iscritti dell’Ordine degli Architetti P.P.C. della prov. di Reggio Calabria Autorizzazione tribunale di Reggio Calabria n. 4 del 15 aprile 1981


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Questo numero della rivista va in stampa dopo l’approvazione del DPR 137/2012 Riforma degli ordinamenti professionali. Dopo più di 20 anni di buoni ma inefficaci propositi del Parlamento e dei Governi che si sono succeduti, finalmente le nuove regole. Adesso tocca governare il cambiamento previsto dalla riforma: percorso di addestramento professionale per acquisire le capacità necessarie per l’esercizio della professione e la gestione organizzativa dello studio; formazione continua permanente per garantire qualità ed efficienza della prestazione professionale e sviluppo della professione; nuove regole etiche adeguate alla società contemporanea e nuovo Organo di Disciplina Deontologica diverso dal Consiglio dell’Ordine; previsione di processi di aggregazione tra professionisti; assicurazione obbligatoria per i rischi derivanti dall’esercizio dell’attività per i danni al cliente (entro 12 mesi dalla pubblicazione del DPR sulla G.U. del 15/09/2012); preventivi sottoposti all’approvazione del cliente e dopo l’abolizione delle tariffe e il successivo divieto a qualsiasi riferimento alle stesse, che ha determinato una fase di grande smarrimento nei lavori pubblici, in arrivo i parametri ministeriali. Il testo del DPR non assolve tutte le richieste fatte dai professionisti, ma può considerarsi nel suo insieme un utile strumento per cogliere l’occasione di riorganizzare la struttura dei nostri studi in termini di sistema e interdisciplinarietà. Si passa, finalmente, da un sostanziale oramai sterile obbligo di Stato di iscrizione ad un Ordine per l’esercizio della professione, a Ordini che promuovono la cultura dell’architettura e la formazione continua necessaria per l’avvio alla professione e il mantenimento dello status professionale. La partecipazione dei colleghi nei tandi Paolo Malara tissimi incontri che si sono tenuti in tutta Italia, compresi quelli tenuti nel mese di giugno, a Reggio Calabria, a Polistena e a Locri, è la dimostrazione dell’impegno concreto di tutti i professionisti per promuovere e condividere percorsi di rinnovamento. Università ed Ordini dovranno adesso mettere in atto tutte le loro specifiche prerogative per adeguarsi ad uno scenario europeo a servizio della collettività con l’obiettivo di programmare e attuare procedure virtuose per un elevato riconoscimento di un bagaglio culturale, etico e professionale dei professionisti, abbandonando la deleteria convinzione, avallata da molti nei decenni passati, che l’aumento del numero degli iscritti all’Ordine di per sé fosse la garanzia di una visione liberale della professione. Nei prossimi mesi vi saranno utili occasioni, oltre a specifiche comunicazioni del Consiglio dell’Ordine, per approfondire e organizzare l’attuazione di quanto previsto dal DPR 137/2012. L’Ordine di Reggio Calabria, già da alcuni anni, ha improntato le proprie attività nello spirito della riforma; per quanto riguarda la formazione e le iniziative culturali che produrranno crediti formativi ha già una solida esperienza, che adesso potrà meglio organizzare e strutturare nelle forme più utili, per mantenere un elevato standard qualitativo a bassi costi. La Riforma, dopo decenni di attesa, è stata approvata nel periodo di crisi economica peggiore che sta attraversando l’Europa dal dopo guerra in poi e in una condizione professionale purtroppo segnata da un tangibile arretramento di tutta la filiera legata al mondo delle costruzioni. Adesso, il vero e concreto tema da affrontare in termini strategici, è che il Governo e il Parlamento si convincano che non si può uscire dalla crisi senza politiche sulle città. Le città necessitano, visto il degrado fisico, sociale ed economico della maggior parte delle periferie italiane e di porzioni di città, di interventi di messa in sicurezza, di manutenzione, di nuovi servizi, di sostituzioni,

L’EDI TOR IALE

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di delocalizzazioni edilizie di aree a rischio, di piani di adeguamento sismico e protezione civile, di edifici a basso consumo energetico e di mobilità sostenibile. Le città sono il vero motore dello sviluppo e il loro degrado, in assenza di interventi non episodici, determina declino fisico ed economico. In questa fase di grave difficoltà, moltissime sono state le proposte che gli architetti tramite il Consiglio Nazionale hanno elaborato per una concreta ripresa economica sulle funzioni di sussidiarietà e sull’uso di strumenti innovativi contro la cattiva burocrazia, sulla semplificazione delle norme edilizie ed urbanistiche, sull’accesso al credito per i professionisti ed inoltre sono stati elaborati studi e progetti sulla Rigenerazione della Città. Occorrono idee sul futuro delle città, non solo dati sulla crisi ma visioni nuove e creative. Le città sono vecchie (invecchiano anche loro) e spesso mal costruite e insicure. Ma le questioni che riguardano le città, non possono essere affrontate solo in termini legislativi, è necessario un impegno straordinario degli Enti locali, delle regioni, dei comuni e in particolare di tutta la categoria che nelle singole realtà può offrire il proprio bagaglio di conoscenze e di idee per avviare processi di rigenerazione. Ed è proprio la rigenerazione urbana l’argomento centrale di questo numero della rivista aRCh. Vari protagonisti della politica professionale e prestigiosi architetti ci hanno offerto le loro visioni sul tema: Leopoldo Freyrie, Presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti PPC, ci ha descritto le iniziative, i progetti in corso e le aspettative delle categoria; Manuel Gausa, Mosè Ricci, Federico Verderosa ci hanno raccontato esperienze progettuali concrete; Lorenzo Bellicini, Direttore del CRESME, ci ha illustrato il quadro economico della filiera del comparto delle costruzioni nel contesto della crisi economica più generale e le ipotesi di scenari futuri. Gli altri articoli della rivista riprendono gli Avvenimenti organizzati dall’Ordine. Nella sezione Arch-Conversazioni Giovanna Caminiti ha descritto l’incontro che si è tenuto presso la sede dell’Ordine con Michele Cannatà, Valerio Morabito quello con David Gouverneur e Maria Rosa Russo l’incontro con Juan Manuel Palerm. Nella sezione Arch-Libri Marina Tornatora ci propone delle riflessioni sugli incontri promossi dall’Ordine nella presentazione dei libri di Franco Zagari, Marcello Sestito, Gianfranco Neri e Ottavio Amaro, e Mario Occhiuto. Nella sezione Arch-Viaggi, la città di Copenaghen meta di un viaggio-studio dell’Ordine, ci viene raccontata nei suoi processi di recente trasformazione da Ettore Rocca. Renato Nicolini nella sezione Arch-Mostre, ha presentato la produzione di ricerche, progetti e opere artistiche di Marcello Sestito esposte presso la sede dell’Ordine. Renato Nicolini, ci ha donato con tanta generosità, nell’ultimo tragitto del suo percorso di vita già segnato da un male impietoso, il privilegio di ascoltare la raffinatezza del suo linguaggio, frutto di un ricco bagaglio di sapere e di un pensiero luminoso e creativo. Sempre disponibile ogni qualvolta gli si chiedeva una sua partecipazione a un convegno, un suo scritto o come in questo caso la presentazione di una mostra: un intellettuale autentico sempre a difesa di un pensiero di futuro che riguardava i cittadini la comunità e le città. Nella sezione Arch-Formazione Consuelo Nava ci descrive i contenuti del corso promosso dall’Ordine sulle Metodologie, tecniche e strumenti per la progettazione sostenibile e l’efficienza energetica e Renato Laganà quello sul progetto della sicurezza e la pratica del coordinatore durante l’esecuzione dei lavori. Mario Pisani nella sezione Dialoghi intervista Paolo Desideri dello studio ABDR sul lavoro compiuto in questi ultimi anni e sul segreto del loro successo. Patrizia De Stefano nella sezione Ricerche fa il punto sul questionario elaborato dal CRESME, pubblicato sul nostro portale, che ha coinvolto anche gli iscritti dell’Ordine di Reggio Calabria, sulle condizioni attuali della professione. Salvatore Greco nella sezione Concorsi presenta i progetti del concorso di San Giorgio Morgeto “effetto farfalla”. Nuove strategie per i piccoli centri dell’entroterra del sud. Ci è sembrato importante dare spazio a questo concorso per il tema affrontato, per la qualità delle procedure utilizzate dal proponente il concorso e per le proposte formulate dai partecipanti.

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EDITORIALE

di Paolo Malara

DIALOGHI 38

ARGOMENTO

Intervista a Paolo Desideri

Rigenerazione urbana

Mario Pisani

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Un Piano costruito per i cittadini

AVVENIMENTI

Leopoldo Freyrie

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Verso una città [ri]attivata, verso un urbanismo [ri]attivo

ARCH-CONVERSAZIONI MICHELE CANNATÀ La perfezione dei dettagli

Manuel Gausa

Giovanna Caminiti

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Lo spazio pubblico come racconto

ARCH-CONVERSAZIONI DAVID GOUVERNER

Mosè Ricci

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Rigenerare l’architettura esistente Federico Verderosa

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Riqualificazione urbana: una risposta alla debole competitività del paese Lorenzo Bellicini

Sviluppo del paesaggio urbano nelle città informali in america latina. Valerio Morabito

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ARCH-CONVERSAZIONI MANUEL PALERM Sviluppo del paesaggio urbano nelle città Una nuova Agorà per Tenerife: il Parco lineare del Barranco do Santos Maria Rosa Russo

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SOMMARIO

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ARCH-LIBRI

RICERCHE

Scritture di architettura. Tracce e temi della contemporaneità

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Marina Tornatora

Mercato e professione nella provincia di Reggio Calabria

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Patrizia De Stefano

ARCH-VIAGGI Copenaghen negli anni Zero Ettore Rocca

CONCORSI

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ARCH-MOSTRE Architetture & Mitografie

San Giorgio Morgeto “effetto farfalla”. Nuove strategie per i piccoli centri dell’entroterra del sud

Renato Nicolini

ARCH-FORMAZIONE 70

Il progetto della sicurezza e la pratica del coordinamento durante l’esecuzione dei lavori Renato Laganà

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SustainableEnergyDesign. Un approccio innovativo ed informato al progetto sostenibile ed energetico. Consuelo Nava

Salvatore Greco


ARGOMENTO

Rigenerazione urbana

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L’AR GOME NTO ARCH luglio 2012 ||SEMESTRALE SEMESTRALEDELL’ORDINE DELL’ORDINEDEGLI DEGLIARCHITETTI ARCHITETTIP.P.C. P.P.C.DELLA DELLAPROVINCIA PROVINCIADIDIREGGIO REGGIOCALABRIA CALABRIA

Rigenerazione urbana


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Un Piano costruito

ARGOMENTO

Rigenerazione urbana

per i cittadini Non è necessario dilungarsi eccessivamente sul quadro economico del nostro paese, perché la sua gravità è sotto gli occhi di tutti. Ma, oltre alla necessità di risanare il Bilancio dello Stato e di riforme per eliminare le inefficienze e la pesantezza burocratica, si devono individuare nuove strategie per dare concrete prospettive di uscita dall’emergenza. Il CNAPPC sta promuovendo, con diversi soggetti interessati – ANCI, Regioni, ANCE, LEGAMBIENTE e altri – una serie di azioni, studi e proposte legislative, finalizzati alla trasformazione e rigenerazione delle aree urbane salvaguardando l’ambiente, il paesaggio e limitando il consumo di territorio. Il tema della rigenerazione urbana sostenibile, a causa dell’esaurimento delle risorse energetiche e delle pessime condizione del patrimonio edilizio costruito nel dopoguerra è, per gli architetti italiani, la questione prioritaria nelle politiche di sviluppo dei prossimi anni. Una questione che va intesa non solo come materia rilevante nella pratica urbanistica, ma come una politica per uno sviluppo sostenibile delle città, limitando la dispersione urbana e riducendo gli impatti ambientali insiti nell’ambiente costruito: frenare il consumo di nuovo territorio, attraverso la densificazione di alcuni ambiti solo a fronte della liberalizzazione di altre aree urbanizzate, da tramutare in servizi e luoghi di aggregazione. In città sempre più disgregate a causa dell’incon-

di Leopoldo Freyrie, presidente CNAPPC

trollata crescita degli ultimi decenni la riqualificazione delle periferie deve essere il punto di partenza per dare una svolta a una situazione precaria a livello edilizio e ambientale. L’assenza di spazi pubblici di qualità, il costo energetico non più in grado di sopportare sprechi e lo smaltimento dei rifiuti e dei materiali non riciclabili, hanno determinato consapevolezza da parte dei cittadini con richiesta di interventi e di soluzioni. UN APPROCCIO INNOVATIVO In una situazione in cui le trasformazioni socioeconomiche degli ultimi decenni hanno favorito l’accentuazione delle disuguaglianze e un progressivo indebolimento dell’attivismo sociale e politico, le esperienze maturate con i Contratti di Quartiere hanno dimostrato come la partecipazione dei cittadini sia indispensabile per giungere a soluzioni condivise in cui trovino equilibrio gli interessi sociali, ambientali ed economici. La rigenerazione urbana rappresenta l’occasione per risolvere problemi come l’assenza di identità di un quartiere, la totale mancanza di spazi pubblici e l’elevata densità edilizia che rende impossibile gli allargamenti delle sedi viarie, la realizzazione di aree verdi e perfino la messa a dimora di alberature lungo i marciapiedi. È quanto mai necessario governare il territorio con strumenti urbanistici adeguati, in grado di frenare le nuove costruzioni al di fuori di programmi di rigenera-


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zione del patrimonio edilizio inadeguato. Programmi che, oltre alla riqualificazione urbanistica ed edilizia, con utilizzo di materiali sostenibili e ricorso a energie alternative, favoriscano l’eliminazione del disagio sociale conseguente allo sviluppo che ha caratterizzato il secondo dopoguerra, con interventi che hanno risposto quasi esclusivamente alla speculazione edilizia ed alla rivalutazione della rendita fondiaria.

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IL PIANO NAZIONALE PER LA RIGENERAZIONE URBANA SOSTENIBILE Da tutte queste considerazoni ha preso forma un progetto molto ambizioso ma altrettanto concreto, capace di dare risposte alle emergenze del paese. L’Italia ha bisogno di politiche per lo sviluppo per tornare a crescere garantendo un habitat migliore alle nuove generazioni. L’obiettivo principale per dare competitività al paese e attrarre gli investimenti è ridare efficienza, sicurezza e vivibilità alle cento città italiane che ospitano il 67 per cento della popolazione: il principale patrimonio culturale e produttivo del Paese. Va perciò attivato un Piano Nazionale per la Rigenerazione Urbana Sostenibile che fissi gli obiettivi e ne deduca gli strumenti politici, normativi e finanziari. Questi gli obiettivi: - Messa in sicurezza, manutenzione e rigenerazione del

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patrimonio edilizio pubblico e privato, ricordando che nelle zone a rischio sismico risiedono 24 milioni di persone e altri 6 convivono con il rischio idrogeologico. Drastica riduzione del consumo del suolo e degli sprechi degli edifici, energetici e idrici, promuovendo “distretti energetici ed ecologici”. Rivalutazione degli spazi pubblici, del verde urbano, dei servizi di quartiere. Razionalizzazione della mobilità urbana e del ciclo dei rifiuti. Implementazione delle infrastrutture digitali innovative con la messa in rete delle città italiane, favorendo l’home working e riducendo così spostamenti e sprechi. Salvaguardia dei centri storici e la loro rivitalizzazione, evitando di ridurli a musei.

Le risorse disponibili provengono da: - Messa a sistema delle risorse dei programmi comunitari avviando un piano complessivo e una adeguata organizzazione. - Riequilibrio degli investimenti pubblici tra grandi infrastrutture e città, dove gli investimenti sono scesi a meno di 7 mld di euro: gli investimenti in infrastrutture devono essere integrati con le politiche urbane, per non diventare mero strumento di “occupazione” di breve respiro. - Risparmio derivante dalla messa in sicurezza dei


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fabbricati da eventi calamitosi di tipo idrogeologico, stimabile in 3 miliardi all’anno. Razionalizzazione dei contributi o incentivazioni pubbliche sull’energia già in essere, ora destinati a politiche settoriali fuori da un progetto sintetico e generale. Messa a sistema degli investimenti per le manutenzioni ordinarie e straordinarie. Messa a frutto delle dismissioni del patrimonio pubblico finalizzate alle trasformazioni urbane sostenibili. Ideazione di strumenti finanziari ad hoc per mettere a reddito il risparmio energetico, idrico e sulla manutenzione, oltre a bonus volumetrici a fronte di un impatto ambientale vicino allo zero e di innovazioni tecnologiche utili all’efficienza delle città.

ARGOMENTO

Rigenerazione urbana

L’esito sarebbe: - Risparmio a lungo termine delle risorse energetiche, naturali ed economiche. - Rilancio dell’occupazione, aumentando la capacità di spesa dei cittadini e l’efficienza delle città, rianimando le casse dei Comuni e lo sviluppo di altri settori. - Miglioramento dell’habitat urbano, potenziando la sicurezza e favorendo la socialità. - Salvaguardia del patrimonio edilizio degli italiani e del patrimonio culturale delle città, favorendo il turismo colto e l’educazione dei cittadini. Come creare le condizioni - Questo il quadro generale, ma occorre creare a livello centrale e periferico le condizioni e il contesto normativo per realizzare il Piano, per esempio con: - Nuovi programmi basati su “distretti energetici urbani”, dove integrare le varie esigenze. - Rivisitazione dei contratti di quartiere a sostegno dei distretti, utilizzabili ora come “contratti di ecoquartiere”, a fronte di progetti avanzati e partecipati di sostenibilità ambientale e sociale. - Cooperazione progettuale, economica e urbanistica tra pubblico e privato, semplificazione ed efficacia amministrativa, promozione dei concorsi di architettura, anche nel privato, per incentivare l’innovazione progettuale, favorendoli con incentivi fiscali o volumetrici. - Attivazione dei principi di Compensazione e Perequazione urbanistica sulla fiscalità e gli incentivi. Stimolo a Regioni e Comuni per ridefinire le desti-

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nazioni urbanistiche delle aree attualmente occupate da proprietà dello stato passate agli enti territoriali. Aumentare la fiscalità sulla nuova edificazione su nuove aree di espansione e defiscalizzazione dei nuovi interventi frutto di politiche definite e che puntino sulla sostituzione edilizia. Incentivazioni volumetriche, di superficie e fiscali in base a criteri di compatibilità ambientale, risparmio energetico e idrico, di emergenze sismiche o idrogeologiche, soluzioni in house del ciclo dei rifiuti. Prevalente utilizzo di fondi da reperire nel privato o con istituzione di eco-bond, con sinergia pubblicoprivata, trasferibilità dei diritti edificatori e valorizzazione del patrimonio demaniale dismesso per dare ossigeno alle singole iniziative. Defiscalizzazione degli alloggi nuovi invenduti negli ultimi 5 anni, azioni per rimettere in circolazione le centinaia di migliaia di locali sfitti.

UN NUOVO CONCETTO DI URBANISTICA Occorre quindi promuovere concrete azioni per trasmettere un nuovo concetto di urbanistica non limitato al governo dell’esistente, ma in grado di far fronte all’emergenza sismica e idrogeologica, produrre un reale contenimento dei consumi energetici e ridare un significato civile e dignitoso alle periferie. È necessario lasciare alle spalle spreco e inefficienza, sostituire l’edilizia di scarsa qualità degli anni ‘60 e ‘70 e riqualificare le periferie urbane. I Comuni devono individuare, in appositi strumenti urbanistici di rinnovo urbano, gli ambiti periferici degradati e le aree dimesse situate all’interno del tessuto urbano, definendo le linee guida strategiche del loro rinnovo, da attuarsi mediante interventi coordinati di conservazione, ristrutturazione, demolizione e ricostruzione anche di intere parti, garantendo un’adeguata dotazione di servizi e attrezzature pubbliche. Con l’incentivazione delle iniziative dei soggetti pubblico-privati interessati attraverso incrementi adeguati dei diritti edificatori. Mediante opportuni incentivi, premi volumetrici e procedure semplificate si devono promuovere strategie innovative per la riqualificazione urbana, intervenendo su alcune categorie di opere, in particolare pubbliche, che possano attivare la riqualificazione della città, definendo le modalità di intervento. Per attivare il processo di riqualificazione delle peri-


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Gausa+Raveau actarquitectura. Bruxelles Change. Schema direttore di rinnovo del quartiere Europa, Corridoio verde centrale (2003).

ferie urbane mediante ricostruzione d’intere parti sulla scorta di un piano strategico complessivo e non per singoli interventi scoordinati, è indispensabile acquisire preliminarmente al patrimonio pubblico un adeguato numero di alloggi di elevata qualità e sostenibilità in grado di accogliere temporaneamente, a rotazione, i residenti dei comparti oggetto di rinnovo urbano. Gli alloggi possono pervenire sia dal ricorso a meccanismi operativi di perequazione compensativa che dalla messa a disposizione di unità immobiliari sfitte e invendute. Rifacendosi a quanto avvenuto negli ultimi due decenni in ambito europeo, si può, infine, ricorrere ad appositi Fondi di Sviluppo Urbano dove fare confluire risorse pubbliche e private. PER UN CITTADINO CONSAPEVOLE Per fare tutto ciò non basta la sinergia tra politica, tecnici, impresa e finanza: serve la consapevolezza dei cittadini italiani sulle condizioni del loro habitat. Il primo destinatario della Rigenerazione Urbana Sostenibile è il cittadino, è quindi un dovere renderlo consapevole dello stato della sicurezza dell’abitare e delle condizioni dell’immobile su cui ha investito e acceso mutui. Il cittadino consapevole deve perciò sapere che gli edifici non sono eterni, che la manu-

tenzione deve essere finalizzata alla sicurezza e al risparmio di risorse, che la qualità e la sicurezza degli spazi pubblici sono un diritto. Il Piano Nazionale della Rigenerazione Urbana Sostenibile non è solo strumento di sviluppo, di occupazione, di PIL, ma un’occasione per riconnettere il progetto della città alla vita quotidiana degli italiani, rendendoli consapevoli delle condizioni abitative, Ma anche rispondendo alla loro richiesta di bellezza: un quarto degli italiani ritiene che la qualità delle costruzioni sia riconducibile al concetto di bello. In questi mesi di intenso lavoro abbiamo approfondito questo Piano e abbiamo avviato una intensa azione di confronto con i governo e le istituzioni, anche all’interno di riuscite manifestazioni pubbliche. I primi risultati sono già arrivati, è stato infatti annunciato il lancio di un Piano per le città, con relativo stanziamento di 2 miliardi di euro per i primi interventi. Tocca a tutti noi a questo punto, la comunità degli architetti attraverso la rete degli Ordini sul territorio, declinare questo Piano affinché la progettualità e le risorse siano convogliate a creare il primo segno di una rigenerazione urbana che deve essere la speranza del futuro del nostro ambiente abitato.


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Verso una città riattivata

verso un urbanismo [ri]attivo di Manuel Gausa

ARGOMENTO

Rigenerazione urbana

I. Partecipo a una generazione di idee che ha voluto anche creare proposte: che ha voluto conciliare il rigore con l’entusiasmo, il senso comune con la scommessa creativa... Che ha creduto meno nel “less is more” che nel “more with less”. Nonostante le attuali difficoltà economiche, a partire da un nuovo pensiero urbano, civico e transdisciplinare, una nuova fase può aprirsi ora per la città contemporanea e la sua nuova (ri)dimensione metropolitana, in base a una nuova equazione tra “sviluppo economico (rigenerativo) + qualità urbana (innovativa) + spinta socio-culturale (interattiva)”. Il progetto urbano associato a una dinamica strategica e trasversale per – e da– la città, è in grado di ristabilire, in questo senso, possibili orizzonti condivisi tra processi di scambio aperti – positivi e propositivi – al di là della guida del leader unico (magistrale o reverenziale) e al di là dei campi disciplinari unidirezionali (scuole, ideologie e gruppi di pressione). Non si tratta di imporre nuove regole di azione, ma di proporre nuove regole di gioco, nuove complicità condivise. Le regole - e i regolamenti - si sfidano. Le regole di gioco si condividono.

Permettono di lavorare con criteri di azione, e si aprono allo stesso tempo a processi di condivisione plurali e variabili. Il nuovo sviluppo urbano della città dovrebbe essere incoraggiato in squadra (con squadre efficienti) a partire da criteri chiari e da uno spirito generoso e positivo, allo stesso tempo, attento al patrimonio attivo della città (persone, luoghi, esperienze, riferimenti) e all’energia dei nuovi talenti e delle nuove scommesse.

II. La città postmoderna ha sviluppato negli ultimi decenni una serie di modelli basati sulla ricostruzione (revisionista), l’arredo (esteticista), la gestione (tecnicista) e il marketing (economicista), appoggiati nel design formale e nel puntuale catalogo di franchise commerciale, glamour vedettista, fascino terziario e collezionismo iconico d’importazione. Alcuni assaggi (e alcuni passaggi) sono stati particolarmente fortunati, altri più limitati. Non si tratta solo, oggi, di ricostruire, di disegnare o di gestire, ma di [ri]vitalizzare. Di [ri]attivare la città. Di spingere stimoli e riferimenti: energie produttive e illusioni collettive, economiche, spaziali, sociali e culturali. Di spostarsi da un modello ricostruttivo a un modello

Gausa+Raveau actarquitectura. HiCat. Catalunya Land-Grid. Piano strategico territoriale (2003).


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ri-impulsivo, associato ad un nuovo urbanismo empatico e interattivo: un urbanismo in interazione positiva con i cittadini (più coinvolto) con l’ambiente (più sostenibile) con il contesto (più sensibile), ma anche con la propria cultura contemporanea (cioè con una nuova società della informazione, di scambio e di innovazione). Un urbanismo [ri]-attivo (e [ri]attivatore) definitivamente integrativo e integratore: un urbanismo delle 5 RE+. 1 Riciclo urbano: rilettura orientata della città, riabilitazione e rigenerazione edificatorie, ridefinizione e ristrutturazione strategica del/dei tessuto(i). Rivalutazione identitaria (apprezzamento, protezione e conservazione del patrimonio culturale, sociale e ambientale, considerazione sensibile ai segni d’identità, alle atmosfere e agli angoli sensibili, alle attrazioni e al potenziale, alla memoria urbana in definitiva; ma anche necessaria reversibilità in determinati scenari deficitariamente sollevati, progettati e/o realizzati.


ARGOMENTO

Rigenerazione urbana

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2 Rinaturalizzazione centrale: fattore verde, nuovi “paesaggi” interni, trattamento attivo e spugnoso dello spazio pubblico come spazio relazionale; recupero di alcune strade e viali come parchi lineari (lineal squares) o come assi civici di connessione trasversale. Ri-efficienza energetica (emissioni 0, Agenda 21, eco-efficienza globale) e riconquista dei bordi e dei margini urbani e rinforzo delle dita verdi “esterneinterne” interpretate come strutture eco e agro attive (spinta agli orti comunali e agli Klein-Garden o orti urbani) così come (eventualmente) di fronte al mare – banchine portuali recuperate, concezione di nuovi eco-distretti litorali, sostegno del concetto di spiaggia urbana (urban beach) – come grandi paesaggi di frontiera “acqua-terra”. 3 Rivitalizzazione economica e sociale: scommessa generativa, con quello che questo implica, supporto alla creatività imprenditoriale – a piccola e grande scala – aiuto alla visibilità e alla promozione all’estero – incoraggiando i cluster innovativi e le sinergie tra aziende e gruppi creativi – appoggio al talento e bonifiche per il patrocinio e una nuova filantropia; non solo attrazione degli investimenti, ma attenzione agli investimenti: non

solo gestione economica, ma “generazione” economica. E, anche, ri-considerazione civica e sociale (rinforzo dei legami civici, degli spazi di convivialità e di scambio, generazione di una cultura attiva e interattiva). 4 Riconnessione urbana e territoriale: connettività trasversale e interazione “multiappartenenza” tra quartieri e nuclei urbani. Gerarchizazzione, integrazione e ponderazione della mobilità (intensificazione e/o limitazione-riconversione viaria). Riaffermazione, anche, territoriale: supporto alle rete intercomunale e alle dinamiche multicentrali (superamento delle endogamie locali e delle dinamiche unifocali e centripete); confidenza in una dimensione intermedia della/delle città come tutto e parte di un nuovo tipo di multi-città-regione - o geourbanità diversificata e intrecciata. 5 Ricerca urbana: fiducia nella ricerca ed nella esplorazione, la sperimentazione momento, supporto ai progetti pilota e ai modelli avanzati di eccellenza. Spinta all’innovazione e rispetto per la memoria e la tradizione.

Gausa+Raveau actarquitectura: Fuerteventura-Puerto de Rosario. Piano di riqualificazione centrale del Barranco della Herradura (2006)


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Gausa+Raveau actarquitectura: Barcelona, Piazza Urquinaona, Nuova ordinazione viaria e ambientale (2004).


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Gausa+Raveau actarquitectura + Gic-Lab (UNIGE-Genova): BCN Eixample - New Multistring Central Park. A re-naturating centrality (2011-2012). Visione d’una strada rinnovata

ARGOMENTO

Rigenerazione urbana

Re-invenzione creativa e proattiva (proiezione e celebrazione, comunicativa e partecipativa, locale e globale, di un nuovo “spirito urbano” creativo e intraprendente). III. Riattivare la realtà implica riconoscere i nostri intorni con l’intento di introdurre interventi positivi in essi: dotarli attivamente di nuove informazioni a livello relazionale. Risonando con le loro proprie condizioni – e potenzialità – e trasferendole a nuove dimensioni spaziali e ambientali, associate a processi di ridefinizione, ristrutturazione, riutilizzazione o riciclaggio. Questa azione multipla di ridefinizione e/o ristrutturazione – a livello dell’edificato ma anche a livello della città e del territorio, del paesaggio e della rappresentazione, della tecnica dei materiali e del personale approccio concettuale – definisce la maggior parte delle ricerche contemporanee collegate alla esplorazione dei diversi fattori [ri]chiamati a [ri]formulare – cioè a [ri] ciclare – qualitativamente la realtà stessa [ri]conoscere, [ri]pensare, [ri]considerare, [ri]definire, [ri]valutare, [ri]strutturare, [ri]orientare, [ri]nnovare, ecc. In un nuovo scenario di incontri, di scambi e crocevia, forse la più grande sfida delle antiche discipline

dello spazio è oggi questo duplice desiderio di “coincidere” con la propria realtà che ci circonda e, allo stesso tempo, di sviluppare “un’azione positiva” (criticamente positiva) su di essa: accettarla e trascenderla. Come riconoscere la realtà e, allo stesso tempo, come trasformarla qualitativamente? Probabilmente agendo attraverso l’azione combinata di collaborazioni e di modificazioni. In questo duplice impulso di “risonanza” e di “superamento”, di “accettazione” e di “miglioramento”, di “collaborazione” e di “modificazione”, di “sintonizzazione” e di “trasformazione”, si troverebbe il più grande crocevia del progetto contemporaneo: questo interesse di cercare di “risonare” con gli attuali processi di sviluppo della realtà contemporanea (urbani, sociali, culturali, produttivi, etc.) non risponderebbe ad una semplice volontà speculativa ma ad una volontà positivamente attivista: affrontare e analizzare i processi operativi stessi oggi in corso al fine di concepire con maggior efficacia, funzionale e culturale, nuovi parametri qualitativi di ridefinizione e/o ristrutturazione associati ad uno sviluppo più rispettoso, empatico e sostenibile. L’interesse ad esplorare questa nuova e possibile natura “ri-attiva” del dispositivo contemporaneo:


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quella di una azione tecnologica e culturale che estremizzerebbe la sua volontà “progettuale” di intervento riqualificatore (una nuova informazione e un nuovo impulso allo stesso tempo) esplicitando la sua volontà relazionale e il suo carattere positivamente attivo (e attivatore) allo stesso tempo. Azionare la realtà e attivarla. Riattivarla. Darle un nuovo impulso. In un nuovo contesto informativo – reale e digitale – questa natura di una possibile architettura trasversale formulata oltre i tempi, i luoghi e le scale, si riferirebbe, pertanto, alla sua nuova e implicita condizione di interazione; quella di un dispositivo di relazioni e di traduzioni - un transfert – capace di registrare, processare, manipolare e incrociare “messaggi”, “dati”, “codici”, e “significati” diversi – condizioni e situazioni, livelli di realtà – e di sintetizzarli in traiettorie (o costruzioni) di sintesi – ridefinendole- chiamate a lavorare, esattamente con la molteplicità, la configurazione e la informazione allo stesso tempo. Un’azione, di nuovo, relazionale e operativa allo stesso tempo. IV. La città tradizionale (ora pluri-centrale) e i suoi principali nuclei associati dovrebbero pensare oggi come "crescere verso l´interno" – come ridefinirsi e come ristrutturarsi – propiziando nuovi schemi destinati a orientare – strategicamente e concettualmente – le sue future operazioni urbane di rinforzo e riattivazione attraverso nuovi criteri funzionali, ma anche tipologici e/o morfologici, definiti da un possibile e auspicabile mix "residenza-produzione-svago", e da un nuovo rapporto tra habitat, paesaggio e tecnologia di cruciali implicazioni per una nuova riformulazione urbana. Sarebbe questa, in effetti, una nuova condizione riformulante, in cui sviluppare non sarebbe necessariamente crescere, e crescere non sarebbe necessariamente occupare. Preservare non sarebbe congelare né trasformare

eliminare. L’assaggio e l’approfondimento di questo tipo di questioni potrebbero, quindi, favorire un nuovo genere di repertorio urbano fatto di movimenti d’accumulo (volumi di emergenza verticale) come di movimenti di articolazione (trame e cornici) e di paesaggio (topografie e rilievi), al fine di rispondere alle grandi sfide rappresentati oggi alla città: 1 Come lavorare "verso dentro" nei tessuti centrali? 2 Come lavorare "al lungo" nelle zone di confine? 3 Come lavorare "in e tra" nelle aree sparse? Oppure, se si preferisce: 1 Come riattivare, rafforzare e contenere i nuclei consolidati – e i suoi tessuti associati– fornendo un maggiore carico urbano, funzionale e strutturale? 2 Come ri-disegnare e ri-modellare i bordi (confini perimetrali e spazi di margine nodale) a partire da nuove operazioni di compattazione e/o concentrazione urbana o di transizione città / paesaggio? 3 Come ri-convertire e re-indirizzare le grandi “macchie” sparse, dotandole di una nuova programmazione e riqualificazione strategica? In breve, come consolidare e rafforzare qualitativamente i centri, come rafforzare e profilare (o conformare) i margini (profilando chiaramente contorni, perimetri e “recinti” di densità e spessore) e come ri-articolare (o ri-urbanizzare) le aree sparse in prossimità, tutto questo secondo possibili equazioni di continuità “città/città”, di contrasto “paesaggio/città” o di transizione “città/paesaggio”? Celebrando e articolando, in ogni caso, la propria diversità urbana combinando le caratteristiche specifiche dei vari scenari che la conformano non per riprodurre la realtà (o "redimerla") secondo modelli "ideali", ma per valutare il suo potenziale più eterogeneo: non solo "rinnovando" i sui conte-


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zare, ma di potenziare e di trasversalizzare. Leggere la città e dargli schemi e sistemi di orientamento in cui articolare (coniugare) nuove letture trasversali chiamate a potenziare le caratteristiche e particolarità identitarie di ogni settore (patrimoniali, ambientali, sociali, sensoriali, simbolici) completandole con nuove e opportune operazioni di ri-induzione urbana: operazioni interconnesse allo stesso tempo in nuove trans-trame di multi-appartenenza di vocazione globale. V. Questa nuova sfida urbana, imprenditoriale e innovativa, sostenibile e energetica, creativa e culturale, non può essere affrontata solo da criteri tecnocrati o tecnologici... deve coesistere con la poesia urbana, con la cordialità e il benessere, con il piacere di vivere in spazi aperti alla fantasia, ai sensi e ai sentimenti, a una estetica disegnata e a una estetica fresca e spontanea. Questa sensibilità integrale e integrativa non solo dovrebbe essere una condizione ma, soprattutto, una occasione per lo sviluppo economico e

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Rigenerazione urbana

sti esistenti con "forme" nuove, ma riattivandoli con nuove "strutture" (innovative) in grado di indurre interazioni qualitative a tutti i livelli, urbani, culturali, sociali e ambientali per una città intesa come un vero "luogo di luoghi": un sistema simultaneo di scenari trasversali di vita e di trame di lettura e livelli di interpretazione e di orientamento: matrici sottostanti la struttura urbana stessa, suscettibili di combinare caratteristiche – e connettività – radiali e trasversali, verticali e orizzontali, in possibili strutture vettoriali alle quali riferire i processi e, in ultima analisi, i suoi vecchi - e nuovi – spazi di relazione. In effetti, questa auspicabile "rivitalizzazione urbana" della città ha bisogno, con urgenza, della concezione di schemi globali e visioni e strategie trans-settoriali, al di là della semplice somma di operazioni di addizione o contingenza. Nuovi schemi – virtuali mappe diagrammatiche di battaglia – a cui riferire, ambiziosi processi di ri-naturalizzazione e ristrutturazione interni. Oggi non si tratta solo, di redimere o di ri-centraliz-

Gausa+Raveau actarquitectura: Barcelona-Montornés del Vallés, Parc Picasso, progetto di riqualifica verde centrale (2004).


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la creatività condivisa. La città contemporanea può, per l’energia con cui conta, diventare un vero e proprio polarizzatore di energie: un autentico e ricco nodo generatore di stimoli e scambi – economici, intellettuali, culturali e scientifici - più che una semplice “tavola di gioco e di opportunità”, o un puro scenario di moda e iconografia oggettuale. Oggi si tratta di creare sinergie civiche e operative, di rafforzare la fiducia e la capacità di creare processi chiamati a combinare la famosa triade delle 3T di Richard Florida (Talento, Tecnologia e Tolleranza, cioè creatività e innovazione, benessere ed equilibrio sociale) con un’altra triade (Turismo-Territorio-Trasversalità) non meno importante. Le città sono state lasciate oggi, in effetti, verso un nuovo tipo di deriva in cui si moltiplicano le relazioni di rete (economiche e anche trans-culturali) oltre i vecchi confini locali. La sua capacità di sviluppo dipende fondamentalmente dalla sua appartenenza a tali strutture, ma

soprattutto, dalla loro capacità di distinguersi, con ambizioni guida come punti nodali del sistema, cioè come polarizzatori e distributori di informazioni e di conoscenza (di energia creativa non solo produttiva). In caso contrario corrono il rischio di avvolgersi, e di entrare in dinamiche di inerzia e di routine, tendendo alla auto-decadenza, cioè, a una dipendenza, in maggiore o minore misura, dipendente, importatrice di modi e di prodotti piuttosto che generatrice di beni e di referenti.

Gausa+Raveau actarquitectura: Parigi, insieme di alloggi, centri comunitari e spazi verdi. Progetto di riqualifica urbana, ZAC Clichy Battignoles (2011-2012)


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Lo spazio pubblico

come racconto In Europa, negli ultimi anni, il cambiamento della forma degli insediamenti ha assunto, per intensità e diffusione, una proporzione paragonabile a quella che ha portato all’affermazione della città industriale nei secoli scorsi e sta segnando una trasformazione profonda nella maniera di essere e di pensare

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il territorio, il paesaggio e le città. Anche in Italia le città sono esplose. Le grandi infrastrutture per la mobilità stanno catalizzando questi processi. È sempre più evidente come le nuove economie siano connesse alla capacità di relazione e di scambio. Gli innesti dei corridoi infrastrutturali nei territori europei hanno modificato la capacità di attrazione di aree urbane e hanno reso competitive risorse altrimenti non spendibili. La crescita della mobilità e lo sviluppo delle reti di trasporto e comunicazione sta provocando un’accelerazione improvvisa nei processi di mutamento della scena urbana. La relazione diretta tra attività e luoghi non è più una condizione necessaria. La misurazione delle distanze fisiche ha sempre meno senso. La nuova dimensione dei paesaggi fisici, economici e sociali mette in crisi il concetto di territorio come spazio misurabile e anche la stessa visione del paesaggio come quadro o unità. Le città tendono a perdere una precisa connotazione fisica e diventano sempre più campi di relazioni. Si vive in contesti dove ognuno riesce più o meno a determinare il suo stile di vita e il

tempo prevale sullo spazio. La città infinita che disegna i modi dell’abitare in Italia e in Europa nel nuovo millennio, è il risultato di una miriade di decisioni prese autonomamente che condizionano gli assetti e le forme del tutto. Un paesaggio urbano continuo che si aggrega in nuove formazioni metropolitane o in costellazioni d’identità che sanno competere sul mercato globale. Città un tempo dominanti vedono ridimensionata la loro importanza, altre acquisiscono centralità e inediti ruoli territoriali in corrispondenza di snodi di reti brevi e lunghe. La geografia urbana tracciata dalle velocità delle interconnessioni promuove taluni territori e ne marginalizza altri. Forse non c’è più necessità del territorio per muoversi e comunicare (Farinelli 2008), ma aumenta sensibilmente il bisogno di paesaggi e di luoghi per vivere e per riconoscersi. Tutto questo cambia in maniera decisiva il modo di pensare il futuro e le sue forme. Le nuove dimensioni del tempo e dello spazio spingono la necessità di rivedere l’uso e la qualità degli spazi aperti, urbani e non urbanizzati. Nuovi regimi

di Mosè Ricci


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temporali legati alle trasformazioni del lavoro e delle norme sociali hanno indotto nuove pratiche d’uso del territorio che assume la forma di “un arcipelago” di luoghi e di legami che rivelano più una volontà di radicamento che di nomadismo. La contiguità e la prossimità nel tempo non sono alternative. La qualità della città infinita è il problema, non la sua forma fisica. Quella non è più controllabile. È già esplosa. La dispersione dell’urbanizzato e la globalizzazione della città si manifestano in figure che noi tutti siamo abituati a frequentare e che conosciamo benissimo da utilizzatori e consumatori dell’urbano, ma che non siamo capaci a descrivere e interpretare con gli strumenti tradizionali del progetto di architettura e di città. La sensazione è che oggi sia impossibile imporre un’idea di forma urbana se non ad una scala paesaggistica. Come sostiene Franco Farinelli il territorio non ha più senso e non abbiamo più bisogno di misurarlo, perché le distanze sono annullate dagli strumenti di adiacenza artificiale e dalle reti immateriali. In questo quadro il progetto urbano tradizionale fatica a riproporsi come

strumento di governo delle trasformazioni. Può inseguire un ordine spaziale (come punto di equilibrio tra rendita e pubblico interesse, con una vocazione estetico terapeutica), o diventare forma di processo (in un’interpretazione centrata sul ruolo attivo della società locale), o il punto di incontro tra la strategia e l’occasione (in un’ottica tutta orientata dal valzer dei poteri forti), ma gli esiti apprezzabili di queste pratiche urbanistiche lasciano molte perplessità. E il territorio che non riesce a esprimere qualità incarna proprio la figura della crisi del progetto urbano tradizionale, che non riesce più a gestire le relazioni con i nuovi paesaggi delle città. Spesso, rifiutando di interpretare i nuovi spazi della città contemporanea (le infrastrutture, i centri commerciali, i grandi parcheggi, i terreni abbandonati, i vuoti, i luoghi dell’integrazione e del conflitto sociale,…) i progetti urbani tendono a ricreare e ad interpretare in questi altri contesti, diversi da quelli reali e portano in sé


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i germi dell’estraniazione o dell’inattuabilità. L’unico modo che ci resta per descrivere lo spazio nel quale viviamo è quello di pensarlo come un paesaggio, fatto di relazioni, di storie, di capacità dello sguardo, fatto di mondi che abbiamo dentro. La sua estetica non può dipendere da una misurazione sovrimposta. Diventa una costruzione progettuale complessa. Quante volte si sente dire che un’architettura misura la città, definisce i suoi rapporti, etc… L’estetica di un paesaggio sta nelle immagini. Nel modo in cui ciascun luogo viene vissuto, mitizzato, oppure raccontato. È la forma apparente di un contesto culturale, economico e sociale, prima ancora che fisico. I due progetti illustrati qui di seguito riguardano appunto gli spazi aperti di due città molto distanti tra loro. Il primo è il progetto vincitore dei concorsi per la riqualificazione della piazza centrale di Belluno (Piazza dei Martiri) e per il disegno dei suoi dehors. Il secondo è il progetto definitivo per lo spazio pubblico del waterfont Schiavonea di Corigliano (Cs) già vincitore del relativo concorso. Si tratta di due progetti solo apparentemente diversi. Il primo descrive una piazza storica tradizionale, un teatro urbano, ne ridisegna lo spazio aperto come un tappeto che genera luoghi, come un paesaggio. Il secondo progetto è un disegno di lungomare. Anche in questo caso l’intento è quello di ri-creare paesaggio. La proposta di rinaturalizzazione fonda su un chiaro obiettivo ecoloOggetto gico, ma anche si riferisce alle comConcorso di idee per la riqualificazione di piazza ponenti originarie e selvagge di quedei Martiri e piazza Vittorio sto luogo. Emanuele II, per la proIn tutti e due i casi il progetto gettazione delle edicole di rivendita giornali di via dello spazio pubblico è racconto. Matteotti e piazza Vittorio La capacità evocativa distingue un Emanuele II e dei Dehors luogo pubblico dalla genericità degli dei caffè storici Deon e Manin iperluoghi della globalizzazione e dalle figure dello spazio collettivo Progetto Riccispaini Architetti privato e “a tema” e sviluppa proAssociati srl cessi di identificazione sociale. Filippo Spaini (Team leader and representative) Questi due progetti cercano di dar Massimo Tiberi (Project forma a tutto questo raccontando la manager) città e il suo futuro. BELLUNO Piazza dei Martiri, fulcro della vita cittadina, si presenta come un grande invaso ma diviso in tre parti: lo spazio pubblico, formato dalla

Collaboratori Marco Ciancarella Virginie Hufty

Anno 2011 Ente banditore Comune di Belluno


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piazza a semiluna con il Listòn, la strada carrabile ed infine il giardino. Ogni elemento delimita l’altro separandolo nettamente. La piazza viene ridotta e chiusa a Nord dal Listòn che unisce gli estremi dei porticati; la strada a sua volta separa la piazza dal giardino che viene compresso a Sud con alberature ad alto fusto. La forza architettonica di questo grande spazio vuoto paragonabile alla piazza del Duomo di Siracusa o alla Piazza di Siena è indebolita da questa separazione delle parti funzionali che quasi rende impossibile la piena percezione. La piazza ha nei secoli mutato le attività che vi si svolgevano e che ne erano caratteristica peculiare fungendo da richiamo alla vita cittadina. In particolare come luogo di commercio e scambio (fiere) e come luogo di parate e manifestazioni (eventi), spostatesi poi in altre zone della città. Questo è un altro aspetto

che contribuisce al progressivo isolamento dalla vita cittadina che necessita invece di spazi aperti confortevoli, piacevoli, sicuri e soprattutto attraenti e stimolanti durante tutte le stagioni. L’idea del progetto è quella di valorizzare l’invaso architettonico della grande piazza come spazio pubblico unitario. Con diverse possibilità d’uso a seconda dei modi e dei fruitori e dei tempi della giornata. Si propone una “piazza_parco” in cui nessuno dei due elementi escluda l’altro. Un “tappeto di pietra” generato per fasce a partire dagli ordini architettonici riveste le superfici indistintamente. Non ci siano limiti o separazioni. La piazza nasce dal contesto e riorganizza nel suo distendersi gli elementi che incontra ritrovando un linguaggio espressivo unitario. Diviene essa stessa motivo di attrazione della vita cittadina, come luogo urbano di aggre-


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Oggetto Water-front Schiavonea Corigliano (CS) progetto di riqualificazione funzionale ed ambientale del water-front di Schiavonea. Progetto Riccispaini Architetti Associati srl Filippo Spaini (Capogruppo) Luana Prunesti (Project manager) Collaboratori Ermelinda Cosenza Ing. Carmelo Gallo Two Progettisti Associati Anno 2012 Committente Comune di Corigliano Calabro (CS)

gazione, come paesaggio da vivere e respirare. Gli elementi naturali esistenti e nuovi provocano lacune circolari nella tessitura del tappeto di pietra dalla quale emerge il paesaggio che diventa parte della piazza nella sua superficie lastricata come lo è già nell’orizzonte delle montagne sopra i palazzi cittadini. L’unione tra due elementi apparentemente contrastanti, tra ordine di “pietra” e ordine naturale, rinnova il dialogo che avviene in scala diversa tra la città stessa e il paesaggio alpino che la circonda. Il concetto è quindi quello di passare da una netta separazione delle parti, ad un’unica figura di piazza italiana, pavimentata e fruibile attraverso un grande tappeto di pietra. Le colonne dei porticati, le paraste le facciate e dagli elementi architettonici, che fanno da quinta scenica al grande invaso della piazza, generano e distendono longitudinalmente una teoria di fasce alternate che traccia sul tappeto della piazza l’alternanza dei vuoti e dei pieni del costruito. Le strisce lapidee di due cromie che scorrono perpendicolarmente all’asse del Listòn si fermano. Verde-natura + alberi-paesaggio-ambiente. Lo spazio pavimentato del “tappeto di pietra” distendendosi lungo l’attuale configurazione della Piazza incontra gli alberi esistenti. La piazza diventa parco. Micro sistemi paesaggistici che sembrano emergere dal suolo e richiamano nel loro profilo il macro sistema del paesaggio montano. Il giardino è anche parco, è quindi luogo da vivere e non solo immagine da contemplare. I bambini giocano e corrono senza barriere dal pavimento di pietra alle colline verdi, che durante l’inverno si ricoprono di neve che veste di bianco lo spazio naturale e lascia emergere, sciogliendosi, la pietra dello spazio pavimentato. Diventano il luogo dove giocare anche nella stagione più fredda e conservano quindi la vitalità trasformandosi in elemento di richiamo anche per le generazioni più giovani. Lungo la piazza una grande seduta in legno si snoda attorno ai micro paesaggi. Interrompendosi di tanto in tanto per annullare ogni

barriera e ogni separazione, ma conservando comunque il suo obiettivo di organizzare e riunificare. Un elemento naturalistico che abbraccia la natura radicandola alla pietra della piazza e al suo disegno generatore. Ogni elemento ora è parte del sistema. Per i dehors e le edicole si è utilizzato lo stesso linguaggio materico della grande seduta, appartenenti ad un ordine naturalistico. Dotati di una leggerezza che li arricchisce di un significato di potenziale temporaneità, di elemento vivo (naturale, mutevole) che occupa lo spazio ma può cambiare forma a seconda delle esigenze di chi ne fruisce ed anche posizione, a seconda invece delle esigenze dell’intera comunità che fruisce la piazza. Il sistema di dehors progettato presenta una grande versatilità soprattutto nelle sue possibili declinazioni e combinazioni di elementi a seconda delle destinazioni d’uso e dei luoghi in cui viene inserito. In particolare, la versione con accostamento alle facciate degli edifici, in cui il rivestimento in larice rimane solo come una fascia bassa di protezione visiva, mentre come schermo filtrante all’irraggiamento si è scelto il sistema delle tende avvolgibili con tonalità chiare in modo da limitarne l’impatto; oppure la versione per i piccoli bar o caffè in cui al posto delle tende che comunque hanno bisogno di una struttura seppur leggera di sostegno, si impiegano un sistema di ombrelli a fiore. Sono grandi ombrelli accostabili tra di loro a formare quasi una superficie unica. Sono in tessuto e possono essere retroilluminati con sistemi a LED e con centraline (nei casi più particolari) che ne possono variare le tonalità nel tempo. CORIGLIANO Nel progetto del nuovo water-front di Schiavonea l’ambiente naturale diventa parte integrante della scena urbana, e acquista funzione di riequilibro tra la costa naturale e le aree urbanizzate ai margini della strada. L’intento è di favorire una qualità di vita legata al


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verde e alla natura, senza andare ad alterare l’insediamento urbano di Schiavonea. L’elemento naturale serve come legame che mette in relazione tutte le parti del contesto con il paesaggio marino al centro, sia lungo la passeggiata del lungomare sia lungo l’infrastruttura viaria. Il progetto, nella sua impostazione generale, prevede la riqualificazione funzionale ed ambientale del Water-front di Schiavonea, attraverso azioni mirate a salvaguardare la sensibilità ambientale del luogo, la vulnerabilità paesaggistica e la stabilità ecologica e un percorso ciclo pedonale che dia la possibilità di congiungere le aree litoranee di Corigliano Calabro e Rossano e sia di supporto alla ricettività balneare. La valorizzazione ambientale ed il ripristino dei sistemi naturalistici sono gli obiettivi prioritari dell’intervento progettuale con azioni mirate alla ricostruzione del paesaggio costiero e alla valorizzazione della presenza del mare stesso. Il nuovo lungomare non sarà più asse esclusivamente carrabile, ma luogo di interscambio sociale, elemento di tutela dell’ambiente, strumento di godimento del paesaggio e di un territorio caratterizzato da elevate connotazioni ambientali, storiche e culturali. L’area di intervento si sviluppa per circa 2,2 m.l. e interessa principalmente la realizzazione di un percorso pedonale-ciclabile che, a partire dal torrente Coriglianeto, raggiunge il confine comunale con Rossano; sulla fascia costiera sono presenti vari lidi. L’intervento si struttura su una fascia di percor-

Corigliano

renza lungo il mare che crea un nastro sinuoso nello scenario urbano/naturale di Schiavonea. Questa configurazione è amplificata dalla presenza delle dune che ripristinano l’originale topografia della spiaggia. Le dune costiere rappresentano il risultato di un lento processo di accumulazione dei sedimenti trasportati dal vento e costituiscono un insostituibile serbatoio in grado di rifornire costantemente e naturalmente le spiagge, come quelle coriglianesi, interessate da fenomeni di erosione. Gli alti cordoni di sabbia, tenuti fermi dalla folta vegetazione pioniera, assicurano protezione dalla salsedine e dall’azione meccanica del vento. Nel progetto viene ripristinato il sistema delle dune, ben consolidato e disposto parallelo alla linea di costa, per creare luoghi riparati dal vento e dal sole, inoltre, contribuisce a proteggere le aree interne del litorale dall’azione e dalla forza delle onde. Le dune costituiscono anche interessanti ecosistemi naturali dove convivono piante, piccoli animali ed insetti. Il nuovo paesaggio marino di Corigliano si contraddistinguerà per l’elevata qualità dei “nuovi cordoni dunali” modellati e colonizzati da numerose specie vegetali, le cui varietà dipenderanno dalla distanza dal mare e dalle attività antropiche svolte nelle loro prossimità.


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Sala Polivalente 110 Cafè Perugia

l’architettura esistente Come alternativa all’espansione incontrollata

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Rigenerazione urbana

di Federico Verderosa

Costruiamo, costruiamo sempre ovunque e comunque, produciamo, produciamo, produciamo qualsiasi cosa, consumiamo, consumiamo, scartiamo, consumiamo, scartiamo... Per la prima volta nella storia umana, sono più le persone che vivono in città di quelle che vivono nelle aree rurali. L’Europa è uno dei continenti più urbanizzati. Circa il 75% della sua popolazione vive in aree urbane; entro il 2020 questa percentuale salirà a 80%. Di conseguenza, la domanda di terreno nelle città e attorno ad esse si sta facendo pressante; la proliferazione urbana sta rimodellando i paesaggi e incidendo sulla qualità della vita delle persone e sull’ambiente come mai prima. Gli europei vivono più a lungo e sempre più spesso da soli, aumentando in tal modo la pressione in termini di spazio abitativo. Si viaggia di più e si consuma di più. Nel periodo compreso tra il 1990 e il 2000, oltre 800.000 ettari di territorio europeo sono stati edificati: un’estensione pari a tre volte la superficie del Lussemburgo. È innegabile che il mutamento dei tempi porti a riconsiderare in maniera radicale numerose categorie di pensiero e di azione che per molti anni sono state considerate immutabili. Tra queste va certamente inclusa l’architettura e i motivi per cui essa

va ripensata sono da ascrivere innanzitutto alla sfera etico-sociale. I comportamenti, infatti, giusti o sbagliati, vanno quindi misurati sul metro del benessere. Benessere inteso dal punto di vista fisico, psicologico, estetico, economico, sociale. Vi è una richiesta sempre più pressante e appariscente affinchè ogni tipo di scelta “politica” avvenga in maniera più rispettosa dei bisogni collettivi. Queste istanze si traducono in un approccio all’architettura sostanzialmente differente ed in cui paradossalmente il costruire tout court può avere una connotazione negativa. Si conia quindi un nuovo slogan, quel “costruire senza costruire” che da ossimoro paradossale in realtà è denso di significati, stimoli, sfide. Mutano o si rafforzano nuove forme di agire i cui verbi fondamentali sono recuperare, rigenerare, riqualificare, riordinare, ricucire, riconvertire, riparare, riusare, ridurre. L’allitterazione della consonante iniziale sta quasi a significare il bisogno fisico di ripartire da qualcosa di esistente, di infondergli nuova vita, di andare oltre un’effimera urgenza consumistica. Come corollario di questa breve introduzione si propongono sette architetture, alcune realizzate altre rimaste sulla carta, ma che a ognuno a suo modo esemplificano i concetti espressi in precedenza. Biblioteca. Cairano (AV)


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1 PERUGIA SALA POLIVALENTE + 110 CAFÈ architettura distratta Il luogo è un edificio universitario pre-moderno e fondamentalmente anonimo di una città storica con la sua ingombrante presenza. L’esigenza è quella di creare un luogo pubblico a servizio degli studenti in cui convivano vari servizi tra cui un’internet cafè ed una sala convegni. L’approccio avviene in punta di piedi consapevoli di intervenire in un tessuto delicato e restio nei confronti non del nuovo ma dell’insignificante, dello sciatto, dell’irrispettoso. Riempire i vuoti in questo caso non significa una semplice addizione fisica ma diventa un’operazione di riequilibrio.

muri in pietra dello spessore di circa cm. 80 sui quali insiste una volta in pietra. Il secondo livello, invece, costituiva l’abitazione. Ha una pianta pressoché quadrata. La particolarità della Casina è, senza dubbio,

Centro creatività emergernti per il Mediterraneo - Lioni(AV)

2 LIONI _ CECEM architettura preoccupata La riqualificazione dell’edificio residenziale punta alla realizzazione di un Centro per le Creatività Emergenti finalizzato alla produzione, fruizione e trasmissione delle arti contemporanee. Il progetto mira al recupero dell’edificio sorto in seguito al sisma del 1980 e alla sua trasformazione da uso abitativo di tipo popolare ad attività didattiche, di ricezione e servizi. La riqualificazione dell’edificio avverrà attraverso un suo recupero in chiave bioecologica con l’uso di materiali e tecniche tradizionali che mirino anche alla riduzione del costo energetico dell’edificio. 3 OLIVADI _MEDIATECA architettura abbandonata Il progetto del nuovo “Centro culturale” si caratterizza come occasione complessiva di riqualificazione non solo edilizia e urbana dell’immediato contesto, ma anche di rivitalizzazione funzionale del centro. Le scelte di base e i criteri progettuali che sostengono la proposta mirano a caratterizzare l’edificio come una nuova piazza urbana per incontrarsi, consolidare e comunicare il senso di appartenenza a una collettività inserita nel circuito globale contemporaneo. Scopo fondamentale dell’idea progettuale è quello di sperimentare modalità di interventi sull’esistente e sul nuovo che sappiano allo stesso tempo essere i più misurati e i più adatti al paesaggio e alle strutture sociali delle piccole comunità. 4 CAIRANO _ BIBLIOTECA architettura in attesa L’edificio, la “casina ex Amato” è un tipico esempio di costruzione del luogo. Si sviluppa su due livelli: il primo livello era adibito a stalla; è caratterizzato da Mediateca. Olivadi (CZ)


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la copertura con il sovrastante torrino. Nel recupero della copertura e del torrino è stata prevista una micro centrale eolica, capace di produrre energia elettrica atta a soddisfare il fabbisogno energetico dell’illuminazione esterna della nuova biblioteca.

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Rigenerazione urbana

Art Gallery Spa. Zoushan (Cina)

5 ZOUSHAN _SPA ART GALLERY architettura stanca L’edificio di progetto sostituisce una vecchia fabbrica del ghiaccio nel distretto portuale di Putuo destinato ad essere convertito a Giardino della Creatività Culturale. (Cultural Creativity Garden). La conformazione paesaggistica caratterizzata dal canale marittimo e la volontà di conservare la struttura esistente sono stati i principi ordinatori del progetto. La struttura esistente viene conservata e rivestita di una pelle di bamboo in cui si aprono una fitta serie di piccole finestre a nastro. Al suo interno si dipanano le nuove funzioni che intrecciano in maniera inusuale un laboratorio per artisti ad una moderna Spa. Una torre rivestita con lastre metalliche accoglie al suo interno l’ingresso principale ed evoca le architetture portuali vicine. Tale carattere viene enfatizzata dagli organismi della gru e del nastro trasportatore che, dipinti di rosso, diventano elementi iconici del progetto.

6 LIONI _ EXPLORA architettura indecisa Il tema risulta essere più comune di quanto si pensi. Intervenire su una struttura pensata da altri e pensata per altro. L’utilizzo di materiali e tecniche adeguati nonché la scelta di sistemi innovativi fanno di questo edificio un veicolo comunicativo di portata rilevante. Sono stati utilizzati pannelli fotovoltaici e apparati per il controllo della luce naturale; sono state adotatte logiche, anche attraverso strumenti informatici, per ottenere un elevato grado di qualificazione energetica. Si toccano con mano le nuove soluzioni possibili e ci si accorge che sono alla portata di tutti. Si dimostra che un edificio ha più vite e potenzialità ed è compito del progettista disvelarle. 7 ISCHIA _WORKSHOP architettura incompiuta La proposta contenuta nell’ambito di un workshop riguarda il riutilizzo di uno scheletro edilizio, ubicato a Forio; una struttura abbandonata e mai completata che la stampa ama chiamare ecomostri e che normalmente vengono abbattute con la dinamite. Il principio che si intende affermare è la volontà di sottrazione. Ciò viene ottenuto attraverso una sottrazione puramente fisica eliminando semplicemente un piano esistente. Organizzativa interrando e rendendo quindi meno visibile il primo livello. Psicologica dematerializzando le tamponature esterne attraverso l’uso di un materiale trasparente come il vetro. Artistica conferendo alla copertura una forma ardita e pressocchè slegata dall’edificio sottostante.

Centro Fitness Lioni (AV)


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Si è scelto di lavorare su uno scheletro reale, in un luogo concreto e definito: è la struttura incompiuta di una stazione di carabinieri 1 ecomostro a Forio da trasformare in ecobeauty 380 opere pubbliche incompiute 160 in Sicilia 9 nella sola città di Giarre, un concentrato e un primato: una piscina olimpionica provinciale, una ludoteca, uno stadio di atletica e campo da polo (che ora funge da discarica per i cassonetti), un teatro, un parcheggio multipiano (ora terminato), la casa per anziani Madre Teresa, il mercato dei fiori e la pista delle macchinine: edifici abortiti che ora compongono il «parco archeologico dell’incompiuto siciliano». RIGENERARE Rigenerare una città non significa solamente intervenire sugli aspetti estetici del paesaggio urbano, ma usare l’architettura come indicazione di una trasformazione più profonda e radicale in grado di riportare l’uomo al centro di tutte le riflessioni. È importante ricordarsi che il progetto deve farsi interprete del modo in cui le persone si muovono e si relazionano tra loro e nei confronti degli spazi che abitano.

Rigenerare significa continuare a trasformare il territorio, lavorando sopratutto negli spazi tra le cose e conferendo senso d’appartenenza al principio di spazio collettivo. È lo spazio tra le cose il motore di ogni processo rigenerativo di qualità, perchè unico elemento su cui riporre le certezze del domani. La sostenibilità, così come il progresso tecnologico, trae la sua stessa essenza e ragione d’essere dall’etica degli oggetti e dal rispetto dei luoghi. La dimensione "ecologica" delle città, deve comprendere come abitare al meglio e qualitativamente luoghi e territori, deve divenire sempre più fondamento di ogni azione progettuale. Se le nostre città, come modello abitativo stanziale, sono giunte alla fine di un ciclo, l’architettura ha il dovere di rendersene conto e prendersene cura facendosi carico di interpretare un nuovo modo di essere della città, quindi comunità.

Caserma carabinieri. Forio (NA)


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Riqualificazione urbana: una risposta alla debole competitività del paese

ARGOMENTO

Rigenerazione urbana

di Lorenzo Bellicini

1. INQUADRAMENTO Le serie storiche di medio-lungo periodo forniscono una chiara indicazione per quello che appare il principale problema dell’economia italiana: la mancanza di capacità di crescita. Al contrario di quanto accade in altri paesi, in Italia la stagnazione non è arrivata improvvisamente come lascito della pesante crisi finanziaria globale, ma rappresenta piuttosto il punto di arrivo di un declino del sistema produttivo che dura da almeno tre decadi. Una situazione che è il risultato della combinazione di ben noti deficit strutturali nei cosiddetti fattori di produttività di lungo periodo, come la dotazione e la qualità delle infrastrutture, la bassa spesa per la ricerca, l’incapacità di valorizzare (e trattenere) il capitale umano, la struttura anagrafica sempre più anziana; la bassa capa-

cità tecnologica e innovativa delle imprese. A cui aggiungere l’inefficienza del sistema della Pubblica Amministrazione, i sempre più marcati disequilibri territoriali a favore delle aree del Centro Nord (enfatizzati dalla crisi, crisi capace di re-inne scare un nuovo e preoccupante fenomeno di emigrazione dal Mezzogiorno) e un’economia fortemente dipendente dalle spese della Pubblica Amministrazione. Tutti fattori che contribuiscono a spiegare le difficoltà del sistema socio-economico nazionale di produrre reddito e ricchezza, e di farlo in maniera duratura nel tempo, di reagire agli shock e alle pressioni esterne, e di migliorare la qualità e il tenore di vita dei suoi residenti. In altre parole, la scarsa competitività del sistema socio-economico italiano, una circostanza che pone dei pesanti interrogativi sui


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tempi della ripresa e sulle prospettive di sviluppo dell’economia italiana nel medio lungo periodo. A ben vedere possiamo dire che dopo la sfida degli anni ‘70, vinta dal nostro paese attraverso il modello della piccola impresa e della flessibilità, gli anni novanta e gli anni 2000 sono stati anni in cui il paese non ha saputo reagire alle nuove sfide che globalizzazione, innovazione tecnologica e estrema finanziarizzazione hanno posto.

2. IL BOOM DELLE COSTRUZIONI Negli anni 2000 però, anzi a partire dalla seconda metà degli anni ‘90, un settore economico è cresciuto molto, rappresentando sino al 2006 il principale motore economico del paese: il settore delle costruzioni, nella sua doppia componente edilizia e infrastrutturale. Il boom delle costruzioni è stato eccezionale ed è stato trainato dalla spesa pubblica e dal boom immobiliare. Potremmo dire che l’economia del paese ha investito negli anni 2000, gli anni della difficoltà della tenuta competitiva nel contesto internazionale, nel settore delle costruzioni e nell’immobiliare sfruttando una bolla speculativa e una crescita demografica eccezionali. L’economia italiana si è chiusa al suo interno puntando sull’immobile. La fase espansiva del ciclo edilizio che va dal 1996 al picco 2006 non ha avuto uguali nella storia del nostro paese dal secondo dopoguerra.

Da allora le cose sono cambiate. Il successivo crollo, a partire dal 2007, non è stato da meno, battendo ogni precedente record di intensità e di persistenza. Tra 1995 e 2006 gli investimenti in costruzioni sono aumentati del 31%. Una crescita senza precedenti, i cui fattori propulsivi principali sono stati l’incremento demografico, i bassi tassi d’interesse e l’alta liquidità, l’attrattività rispetto agli investimenti di un settore considerato redditizio e la crescita degli investimenti in opere pubbliche. Ma a ben vedere il vero motore è stata l’espansione della nuova produzione residenziale. Negli anni 2000 l’Italia ha ricordato nel boom residenziale gli anni ‘60. Un boom residenziale senza boom economico, però.

4. LA GRANDE CRISI DELLE COSTRUZIONI Tra 2006 e 2011 però il mercato delle costruzioni si è ridotto di un terzo in termini di compravendite, mentre gli investimenti sono calati di un quarto e i prezzi scesi del 22%. In pochi mesi, si potrebbe dire il quadro di mercato è rapidamente cambiato. E la crisi non è finita. Il 2012 registra per il mercato immobiliare una nuova flessione del 20% delle compravendite. La crisi economico-finanziaria, una crisi di reddito e di credito, penalizza la domanda primaria più debole e porta la domanda solvibile a posticipare gli investimenti. La fiducia non regna più sul mercato e il

I cicli edilizi - investimenti in costruzioni a valori reali dal 1951 al 2015* (dato istat 1995=100)

Fonte: previsioni e stime Cresme/Si * Stime dal 1951 al 2011, previsioni dal 2012 al 2015 La fase espansiva del sesto ciclo edilizio (1994-2006)


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I driver del mercato delle costruzioni negli anni 2010-2020

ARGOMENTO

Rigenerazione urbana

ciclo immobiliare è in discesa. La capacità di accesso al mercato della domanda si riduce. La crisi delle compravendite mette in discussione il mercato della nuova produzione edilizia, residenziale e non residenziale. Il paese registra l’invenduto come esito dell’inerzia lunga del processo edilizio. D’altro alto la crisi del debito impone forti vincoli alla spesa per le opere pubbliche. Si può ragionevolmente concludere che ci troviamo ancora nella fase recessiva del sesto ciclo edilizio. Ma l’attenzione alla sola riduzione dei potenziali di mercato si porterebbe a trascurare i forti segnali di riconfigurazione che la crisi sta introducendo nel mercato delle costruzioni. Un cambiamento di struttura. che investe gli stessi processi di trasformazione urbana.

5. MA NON È SOLO RIDUZIONE, È ANCHE RICONFIGURAZIONE In realtà, proprio nella fase recessiva vanno delineandosi i driver di un nuovo ciclo edilizio Il dato più evidente è quello riguardante gli impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili, trainati dal boom speculativo del fotovoltaico. Un mercato che nell’ultimo biennio ha vissuto un vero e proprio boom, fino a diventare nel 2010 e nel 2011 più grande di quello delle nuove costruzioni residenziali (investimenti per 65 miliardi di euro nel biennio contro i 50 della nuova produzione residenziale). E l’inclusione di questi impianti nel calcolo degli investimenti provoca, già di per sé, una sostanziale modifica dello scenario del settore delle costruzioni. Ma se gli impianti per le nuove energie rinnovabili rappresentano un motore nuovo per il settore, è l’intero tema del risparmio e del miglioramento dell’efficienza energetica del patrimonio edilizio a rappresentare una delle chiavi di volta del prossimo ciclo edilizio. L’altra chiave di volta è invece rappresentata dalla riqualificazione degli edifici e delle città. Potremmo dire che nel prossimo ciclo edilizio la domanda, invece di guardare al nuovo, cercherà di “mettere a nuovo il vecchio”. Del resto gli investimenti privati in rinnovo e riqualificazione hanno risentito solo parzialmente della crisi che si è concentrata sulle nuove costruzioni, e anzi hanno registrato una leggera crescita nel 2011 e secondo le previsioni del CRESME

Fonte: Cresme

traineranno il settore nel periodo 2012-2015. Ma lo scenario del cambiamento è avvenuto anche all’interno del settore delle opere pubbliche: i tradizionali appalti di sola esecuzione sono in continua diminuzione, mentre i cosiddetti “nuovi mercati” (partenariato pubblico-privato, facility management, project financing, leasing in costruendo) registrano una fase di boom. I fattori di cambiamento fin qui elencati stanno trasformando profondamente il settore, fino a modificare lo stesso territorio che delimita il mercato delle costruzioni. Una parte del settore, in sintesi, ha già ripreso a crescere (e in alcuni casi si tratta di nuovi settori che prima non esistevano), mentre le costruzioni “tradizionali” (sola esecuzione di opere pubbliche, nuova edilizia residenziale e non residenziale, produzione di cemento e calcestruzzo, laterizi, ecc.) continuano ad arrancare. Il nuovo ciclo edilizio è già iniziato, perché il settore ha assunto una nuova configurazione. Sono cambiati i modelli di comportamento della domanda, portando all’affermazione di nuovi materiali, nuovi prodotti e nuovi impianti. D’altra parte, quando si


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Quota del rinnovo (compresa manutenzione ordinaria) sugli investimenti totali in costruzioni in Italia (escluso fonti energetiche rinnovabili)

sostiene che crisi finanziaria, crisi economica, crisi energetica e crisi ambientale stiano ridisegnando il mondo, insieme a globalizzazione e innovazione tecnologica, non si può pensare che gli stessi fattori non abbiano effetti su un settore così importante per l’economia, come il settore della trasformazione urbana.

6. MICRORECUPERO E RIQUALIFICAZIONE URBANA Nonostante il ciclo immobiliare trascorso sia stato caratterizzato, pur tenendo conto degli anni di crisi 2006-2012, da una potente espansione edilizia di nuova produzione - un’attività che ha modificato lo skyline di numerose aree periferiche e cambiata la percezione di non pochi paesaggi, un’attività vistosa, che ha riempito gli spazi vuoti ed è misurabile in oltre 1 miliardo di metri cubi solamente di nuovi edifici residenziali fra il 2002 e il 2011 - gli anni 2000, hanno anche espresso una diffusa attività di rinnovo, in notevole crescita rispetto al decennio precedente: secondo i risultati del Censimento 2001 solo il 43,5% delle abitazioni censite era stato coinvolto in interventi di rinnovo negli anni ‘90. Dall’indagine alle famiglie effettuata dal Cresme nei primi mesi del 2012, all’analogo quesito ma rivolto agli anni 2000, il risultato è stato del 58,6%. Con una crescita notevole degli interventi di sostituzione e ammodernamento degli impianti, soprattutto di climatizzazione (invernale ed estiva). A far da cornice al tutto è la percezione, da parte delle famiglie, della necessità di “manutenzione” della propria ricchezza che, quasi sempre, coincide esclusivamente con il proprio alloggio, se si pensa al tessuto proprietario largamente esteso e diffuso, e all’età di questo patrimonio: oggi il 55,4% degli edifici in Italia ha più di 40 anni, ma nei capoluoghi di provincia è quasi il 68% e nelle città metropolitane il 76%. Non solo nei prossimi dieci anni queste percentuali saliranno rispettivamente al 68,6%, al 79,7% e all’85,2%. La morale è che già nel 2011 il 65% del mercato delle costruzioni è fatto di riqualificazione del patrimonio esistente. Nel 2006 era pari al 55,6%. In uno scenario previsionale il rinnovo edilizio si mostra in crescita nei prossimi anni. Ma l’analisi del mercato della riqualificazione evidenzia come sia prevalentemente la “micro-riqua-

Fonte: Cresme/Si

lificazione” che sta caratterizzando l’attuale fase di mercato, mentre servirebbe una fase nuova che vede interventi più strutturati in grado di riqualificare città e territorio. Una partita che si dovrà giocare con gli strumenti del partenariato pubblico e privato e dell’integrazione intelligente e trasparente di interessi pubblici e privati, di piccola e grande dimensione.

7. LA TRASFROMAZIONE URBANA NON È CENTRALE NEGLI APPALTI PUBBLICI Il partenariato pubblico e privato non interessa solo le opere ma riguarda anche e soprattutto i processi di trasformazione urbana avviati, soprattutto in passato, attraverso numerosi “Programmi complessi”. È la storia di Contratti di Quartiere, PII, PRU, Priu, Prusst. Una stagione che visto la sua più ampia fioritura negli ani ‘90 e primi anni 2000, che oggi andrebbe ridefinita, affinata, ripensata. In questo quadro sono da tenere in considerazione i contenuti del nuovo DL/70 2011, che ha ridefinito il quadro normativo finalizzato all’avvio dei processi di rigenerazione urbana, accompagnati da incentivi e snellimenti procedurali, e che ha ampliato la diversificazione dei comportamenti a livello regionale sulla base delle diverse scelte fatte dalle Regioni. Inoltre è da valutare l’avvio di una nuova stagione di interventi di riqualificazione urbana promossi a livello centrale con il Piano Città, la cui dotazione economica resta per ora marginale (meno di 250 milioni di euro per il periodo 2012-2015). D’altro lato in base ai dati dell’osservatorio Cresme


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ARGOMENTO

Rigenerazione urbana

Europa Servizi, i bandi di gara censiti nel 2011 per interventi di riqualificazione urbana sono stati 7.131, pari ad un volume potenziale di investimenti di poco inferiore a 7 miliardi di euro, per una dimensione media inferiore a un milione di euro. Rispetto al totale delle opere pubbliche, la riqualificazione urbana nel 2011 rappresenta il 42% del numero di gare e il 22% della spesa. Nel biennio 2010-2011 la media annua degli investimenti negli impianti fotovoltaici è stata di 30 miliardi di euro all’anno. Un mercato, quello della riqualificazione urbana, peraltro, con una dinamica assai poco brillante: le 7.131 gare censite nel 2011 sono pari a circa il 50% rispetto alle 13.888 dei primi anni 2000. Guardando alle dimensioni della spesa la tendenza recente è ancora più chiara: le risorse in gioco, meno di 7 miliardi, rappresentano il picco minimo dal 2005, un dato in controtendenza rispetto a quanto accade per il servizi di base e quelli essenziali che, pur con grande variabilità e una tendenza recente ad un livellamento verso il basso, continuano a mostrare una domanda superiore a quella dei primi anni 2000. La riqualificazione urbana non è stata il “motore delle opere pubbliche” negli anni 2000.

8. E NON È CENTRALE NEL PPP. L’approccio “complesso” alle problematiche urbane, fondato su un sistema di azioni integrate e negoziate, non esauribile in un intervento di tipo settoriale (la casa, le infrastrutture, i servizi), si basa generalmente (e sinteticamente) sul coinvolgimento dei soggetti privati ai quali si chiede un contributo straordinario in cambio della possibilità di costruire in deroga alla pianificazione

vigente ma coerentemente con gli obiettivi e la filosofia del programma di recupero. Sono nati così nel passato numerose esperienze di programmi integrati. Alla base del funzionamento di questi programmi vi è dunque il principio della contrattazione pubblicoprivato che deve avvenire il più possibile in modo trasparente e funzionale agli obiettivi dello specifico programma. Va trovato un equilibrio tra esigenze pubbliche e private in funzione anche dello scenario di riqualificazione, sviluppo o rilancio strategico che si vuole costruire. Il Privato può pagare in opere, servizi e contributi straordinari necessari al perseguimento degli obiettivi pubblici; la Pubblica Amministrazione in cambio può dare premi edificatori, procedure più semplici e dovrebbe, quindi, consentire tempi più brevi e certi. Un buon programma dai contenuti strategici, coordinato con altri interventi e opere pubbliche a scala maggiore e una strategia complessiva di promozione territoriale, possono aumentare il peso della proposta pubblica nella contrattazione; allo stesso tempo un progetto di sviluppo immobiliare di qualità, sia dal punto di vista funzionale che formale, aumenta il valore della proposta privata a fini pubblici (riqualificazione urbana). Diversi punti di equilibrio possono quindi essere trovati in coerenza con gli obiettivi di sviluppo e di riqualificazione urbana. Certo nella fase attuale di crisi della domanda, di ridimensionamento del mercato immobiliare e di incertezza sui tempi di uscita dall’attuale ciclo delle costruzioni e dell’economia reale in generale, rende più incerti che mai i rendimenti delle operazioni di sviluppo private, complicando il tema della riqualificazione con Partenariato


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Pubblico Privato e quindi la finalizzazione pubblica di capitali privati. I dati dell’Osservatorio Nazionale del Project Financing, promosso da Unioncamere, Dipe-Utfp e Ance e realizzato dal CRESME, consentono però di fare un punto non troppo felice sulla situazione attuale di questo mercato. Nel 2011 le iniziative di PPP adottate per interventi di riqualificazione urbana, nell’accezione ampia prima descritta, sono state poco meno di 2.000 (1.989) per un investimento complessivo potenziale di 1,3 miliardi di euro. Anche se il PPP ha un ruolo chiave nella costruzione di attrezzature e servizi e nella riqualificazione urbana, nel 2011 la sua incidenza sul valore complessivo delle opere pubbliche gare censite è inferiore rispetto alle altre due macro categorie di attività in cui è segmentata la spesa pubblica, ovvero 19% contro il 56% dei servizi di base e il 48% di quelli essenziali. Rapportandolo al valore complessivo degli investimenti nel settore delle costruzioni, pari a 172 miliardi si osserva una incidenza inferiore all’1% della riqualificazione urbana realizzata attraverso forme di PPP.

9. RILANCIARE UN NUOVA STRATEGIA URBANA SULLA RIALLOCAZIONE DELLE RISORSE. Vi è ormai convinzione diffusa nel dibattito che “ripartire dalla città” potrebbe essere una delle chiavi di azione del rilancio dell’economia del Paese. Certo la complessità condiziona in questo momento la definizione delle politiche, a partire da una situazione che fa del debito e della mancanza di risorse il nodo della questione. Inoltre vi è la questione del mutato rapporto tra domanda e offerta che la crisi genera. La capacità di spesa e di “affordability” è certo cambiata significativamente in peggio: non c’è più reddito ci dicono le analisi delle famiglie. E gli enti locali pagano una situazione di grande difficoltà in termini di capacità di spesa. Ma se il nodo del “patto di stabilità” e dei trasferimenti, così come il nodo del debito pubblico, incidono sul difficile scenario, una strada potrebbe venire da una diversa allocazione delle risorse, e da forme innovative in grado di promuovere gli interventi di rilancio proprio del mercato della riqualificazione urbana. Le risorse paradossalmente pubbliche e private non mancano, si tratta di trovare nuove modalità di aggregazione, valorizzazione e indirizzo. Secondo il CRESME Il mercato della riqualificazione vale oggi 133 miliardi di euro: su un valore della produzione

delle costruzioni (comprese le manutenzioni ordinarie) di 213 miliardi di euro. Dal 2006 ad oggi il peso della riqualificazione è cresciuto, attenuando solo in parte la crisi della nuova costruzione. Nel comparto residenziale la stima parla di 44,7 miliardi di euro, contro i 24,8 di tutta la nuova produzione di abitazioni. Le nuove opere del genio civile valgono 14,6 miliardi di euro. La riqualificazione è il principale mercato delle costruzioni già oggi. Ma, si potrebbe dire, “non si vede”. È nascosto dietro le mura, fatto prevalentemente di micro interventi, di manutenzione ordinaria, di urgenze, di scelte singole non coordinate. Una risorsa eccezionale, in gran parte realizzata nelle aree urbane che si vede solo nella logica del micro intervento. Le risorse ci sono, e per la riqualificazione sono addirittura cresciute, il problema è che è difficile metterle insieme, dare loro un progetto. Del resto la spesa pubblica resta alta e molti settori beneficiano di questa spesa, non quello della riqualificazione urbana. Rilanciare la qualità della vita delle nostre città, attraverso una nuova stagione di riqualificazione, rappresenta la vera sfida di questa difficile fase di cambiamento che il paese sta vivendo. L’obiettivo dovrebbe essere quello di provare a portare a sistema gli investimenti oggi disponibili, pubblici e privati, e allocare le risorse con maggiore equilibrio di quanto sino ad oggi non si sia fatto.


DIA LO GHI

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INTERVISTA CON

Desideri

di Mario Pisani

DIALOGHI

Nuovo Teatro dell’Opera. Firenze

Nel giro di pochi anni, forse un decennio, lo studio ABDR è divenuto uno dei più importanti in Italia, non solo per il lavoro compiuto qui da noi, nelle più importanti città d’Italia, ma per i progetti in varie parti del mondo. Quale è il segreto di questo successo? Vuoi provare a ripercorrere la strada dagli esordi al giorni nostri ? Abbiamo iniziato nei primissimi anni ottanta: subito in quattro e sempre insieme da allora. Un inizio molto normale: ristrutturazioni, concorsi (sempre persi), passione per l’insegnamento e per il costruire. Forse quest’ultimo amore molto anomalo in una fase della cultura architettonica italiana perlopiù disinteressata al destino costruttivo dell’architettura e connotata invece all’epoca da una insana passione per l’”architettura di carta”. Tutti i giorni andavamo nei nostri piccoli cantieri ma in Facoltà quasi c’era da vergognarsi a raccontarlo. Poi progressivamente i primi lavori più importanti e i primi concorsi vinti (ma mai realizzati). Credo che una chiave importante del nostro successo sia stato crederci davvero e crederci fermamente tutti e quattro, congiuntamente. Per quanto riguarda me e Maria Laura, inoltre, non posso non dire dell’importanza della formazione familiare nei

settori dell’ingegneria e delle costruzioni: entrambi i nostri padri erano parte integrante dello Studio Nervi e frequentare fin da bambini i grandi cantieri dello Studio negli anni della ricostruzione postbellica è stata certamente un’opportunità in più che il destino ci ha riservato. Il Museo di Reggio Calabria, non solo per la presenza dei Bronzi di Riace, può rappresentare un catalizzatore di interessi, un elemento di propulsione per la stessa economia della città. Ci vuoi parlare di questo progetto? Il progetto per il nuovo Museo Archeologico di Reggio Calabria è stato un’occasione eccezionale per ABDR per investire sia in settori da noi tradizionalemente esplorati (come il rapporto tra progetto ed engineering, o sulla modellazione bioclimatica in architettura), sia in settori nuovi alle nostre tradizionali competenze come i temi riguardanti l’allestimento e la musealizzazione. Il ridisegno degli espositori museali, ed il lavoro di riorganizzazione dei percorsi di visita, che ci ha portato a lavorare in strettissima collaborazione con gli archeologi del Museo, ha generato


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Stazione Tiburtina. Roma Giustiniano Imperatore. Roma

un radicale ripensamento delle modalità espositive. Siamo passati infatti da una cultura espositiva di tipo “entomologico-determinista”, fondata cioè sulla classificazione di ogni reperto esposto dentro categorie dell’appartenenza reale (monete, vasi, monili, decorazioni, statue etc. etc.), ad una cultura di tipo “contestuale ricognitiva”, che propone al visitatore il riaccorpamento di materiali tra di loro diversi ma riconducibili allo stesso racconto di contesto (polis, santuari, città di fondazione, etc etc). I nuovi espositori perciò saranno proprio dei grandi e semplici supporti sui quali materiali eterogenei troveranno spazio per dispiegare un racconto, per offrirsi ad una rilettura della storia: semplici tavoli bianchi di grandi dimensioni sopra i quali saranno messi a sistema un numero sceltissimo, eterogeneo e finito di oggetti. Alfredo Pirri ha avuto un ruolo importante e non solo per l’impiego del 2 x mille nelle opere pubbliche. Cosa comporta lavorare con un artista? ABDR lavora tradizionalmente con gli artisti per le grandi opere pubbliche che progetta. Nel caso di Pirri l’intesa è


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DIALOGHI

stata immediata perché Pirri ha la capacità di pensare lo spazio come quella di un architetto. E perché i materiali che Pirri utilizza sono spesso, come nel Museo, materiali dell’architettura: murature, tinteggiature murarie etc. Con Alfredo è nata una simpatia ed un’affinità che certamente troverà nuovamente espressioni comuni. Il tema dei non luoghi, ovvero stazioni, porti, aeroporti, centri commerciali sembra molto congeniale al vostro lavoro. Dipende dalle tue riflessioni nel percorso tra Pescara e Roma e viceversa? Si, certamente i 23 anni passati tra Roma e Pescara (terminati nel 2007 con la mia chiamata a Roma 3) sono stati anni fondanti delle riflessioni sulla città diffusa, sui non-luoghi, sulle nuove identità o non-identità degli abitanti metropolitani. Erano però gli anni novanta ed oggi, a quasi vent’anni di distanza, mi sembra che in materia sia stato detto tutto e il suo contrario. I temi sui quali oggi mi sento più portato

Palazzo delle Esposizioni. Roma


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a riflettere, paradossalmente, sono quasi all’opposto di quelle antiche riflessioni e sono fondati sulla domanda di identità collettiva con cui una grande Opera Pubblica è chiamata a confrontarsi.

DIALOGHI

Come definiresti il vostro linguaggio architettonico? Non mi piace parlare di linguaggio in architettura. Sono convinto che sia foriero di grandi equivoci e di false dialettiche. Eppoi, ammesso che di linguaggio architettonico si possa parlare, mi sembra inappropriato che a parlarne sia il progettista: un parlarsi addosso che non mi appartiene e che mi sembra sempre un po’ pornografico. La stazione per l’Alta Velocità a Roma Tiburtina è tra le opere più importanti di quest’ultime decennio. Forse può davvero contribuire a riqualificare una parte di città. Mi auguro che sia così. Il progetto è stato pensato (e fedelmente realizzato) per centrare questo obiet-

tivo. Ma come è evidente, questa è condizione necessaria ma di per se non sufficiente ad assicurare il successo sul piano urbanistico del progetto: Gli usi reali che la città, la società, il mercato faranno dell’opera sfugge, ovviamente, alle buone intenzioni e persino alle buone pratiche dei progettisti… L’auditorium a Firenze, oltre ad essere una bella opera, è stata al centro delle polemiche per le famose intercettazioni. Oggi quei sospetti si sono evaporati e resta un manufatto molto apprezzato. L’architettura è ancora in grado di sfidare il tempo? Si, sono convinto di si. Continuo in questo ad essere molto classico nel modo di pensare: l’architettura è fatta per vincere la sfida dell’erigersi nel tempo e nello spazio, sopravvivendo all’autore e vincendo la sfida della gravità. Non molto diversamente dall’erigersi fiero dei templi greci sulla campagna circostante.

Nuovo Teatro dell’Opera. Firenze


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AVVE NIME NTI ARCH luglio 2012 ||SEMESTRALE SEMESTRALEDELL’ORDINE DELL’ORDINEDEGLI DEGLIARCHITETTI ARCHITETTIP.P.C. P.P.C.DELLA DELLAPROVINCIA PROVINCIADIDIREGGIO REGGIOCALABRIA CALABRIA


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ARCH-CONVERSAZIONI

Michele Studio Cannatà&Fernandez

AVVENIMENTI

La perfezione dei dettagli Prosegue la rassegna “Incontro con gli autori”, che il 15 marzo ha visto ospite del palazzo di via Logoteta Michele Cannatà dello studio italo-portoghese Cannatà&Fernandez. L’appuntamento è stato introdotto dal Presidente dell’Ordine degli Architetti della Provincia di Reggio Calabria Arch. Paolo Malara e seguito dai brillanti interventi degli architetti Valerio Morabito, Renato Partenope e Marcello Sestito che hanno chiuso l’incontro, a cui è seguito un dibattito finale con il pubblico di colleghi presenti, con osservazioni, aneddoti e ricordi che hanno saputo descrivere il sapiente lavoro di Cannatà&Fernandez come forse neanche loro stessi avrebbero potuto fare. Il fil rouge della presentazione di Michele Cannatà è stato quello del “limite”. Limite inteso come “punto estremo di flessibilità nel

di Giovanna Caminiti

dialogo con il cliente, limite come effettiva possibilità di utilizzare i materiali più qualificati per esprimere le intenzioni del progetto, il limite nelle relazioni tra progettista e costruttore”. Ogni lavoro è intriso di tutte quelle condizioni contingenti del contesto, economiche e culturali, attorno alle quali si snodano appunto i limiti entro i quali potersi e doversi muovere, limiti entro i quali pensare un progetto, vederlo crescere e svilupparsi, prendere forma ideale e materiale, e magari poi poterlo vivere e raccontare. Come Cannatà ha fatto nell’incontro di marzo, in cui ha saputo emozionare i presenti con una lezione da maestro dell’architettura; attraverso le parole appassionate e le foto in cui i bianchi e i neri riuscivano a far risaltare ancora di più i contrasti materici e la perfezione dei dettagli, pensati e realizzati


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A volte basta un raggio di sole per farti cogliere un dettaglio. I dettagli sono sfumature, più forti dei colori. Sono profumo, sono ciò che ricordi quando chiudi gli occhi. Sono ispirazione, rimando e sinestesia. Sono gli occhiali, il foulard, l’orologio che metti in valigia per ultimi, prima del viaggio. Capita sovente che un dettaglio valga tutto il progetto. Di alcuni progetti ti ricordi solo i dettagli. Perché i dettagli non sono dettagli. Charles Eames

Cappella de Cicouro. Miranda do Douro. Portogallo

con dovizia maniacale, nella costante ricerca di una perfezione di cui non si è mai contenti. Raccontava infatti Michele di non sentirsi mai arrivato, di tendere sempre ad una perfezione maggiore, più alta, più assoluta. Quella stessa perfezione che Renato Partenope gli ha bonariamente rimproverato invitandolo ad essere più “imperfetto”. L’attività professionale dello studio Cannatà & Fernandez ha rivestito e riveste un ruolo importante nella definizione del “fare architettura” nel nostro territorio calabrese e in quello portoghese, con un modus operandi di progettare che, attraverso la costante e continua ricerca architettonica, ha saputo e sa dispiegare nei contesti in cui si colloca, un’architettura che dialoga con il genius loci e si caratterizza per i tratti distintivi di purezza stereometrica, incontri materici di dialogo perfetto, semplificazione funzionale degli usi e attenzione altissima al dettaglio. Perché "I dettagli non sono dettagli. “I dettagli sono il progetto” non smetteva di dire un


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grande maestro come Charles Eames. “Sono ciò che ricordi quando chiudi gli occhi”. Ed è proprio questo ciò che è accaduto quando la presentazione di Cannatà è arrivata alla conclusione. Tutti i dettagli di progetto si sono fatti nitidi nella mente con la stessa chiarezza e perfezione con la quale erano stati disegnati ed eseguiti. E se “a volte basta un raggio di sole per farti cogliere un dettaglio” (Charles Eames), non si può dimenticare che è proprio la luce un altro, fondamentale, elemento costruttivo e materico di cui si avvale l’architettura della coppia italo-iberica. Pertanto, il limite di cui si parlava prima è forse troppo “limitante” per poter parlare del lavoro di Cannatà&Fernandes senza divagare soffermandosi con stupore sulla luce, i dettagli e le forme che ne fanno vibrare l’architettura. E se si può pensare che dietro si possa celare, sotteso, un puro esercizio di stile, ci si deve ricredere subito quando,

Museo del mondo rurale. Arraiolos, Portogallo

“sapendo guardare”, si legge l’anima del progetto. Così la Piazza “Nicolas Green” a Melicucco, Reggio Calabria, attraverso la pietra, la luce del Sud che la investe ed il forte ma sottile filo d’acqua della fontanella, coniuga, emozionando, la razionalità progettuale all’imperfezione del contesto in un dialogo tra “ricordo” e “presente”. E come non pensare al “gioco sapiente dei volumi sotto la luce” di lecorbusieriana memoria di fronte alla Cappella di Cicouro, Miranda do Douro, Portogallo, in cui un parallelepipedo puro si incastra con la preesistenza, quasi completamente in rovina, che fa da basamento planimetrico ad un volume puro come un solido di Platone sulla cui facciata laterale la delicata ombra di

Piazza Nicolas Green. Melicucco, Italia


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un albero va ad appoggiarsi come un uomo alla Fede. Un altro progetto situato in territorio portoghese e che si articola in un dialogo consolidato tra esistente e nuovo è il Museo del mondo rurale ad Arriolos. Qui l’esterno del corpo nuovo si affianca, silenzioso ma con un segno forte e deciso, al vecchio mulino per l’estrazione dell’olio, il cui recupero ha dato vita ad uno spazio “liquido e viscoso” che accoglie i vecchi attrezzi. Il corpo nuovo, staccandosi da terra, crea con il suo sbalzo aereo quella leggerezza che si fa argomento di conversazione con la preesistenza. Infine, chiudendo gli occhi, così, senza nessuna immagine davanti, compare un dettaglio, chiaro. Chiarissimo. Un carattere distintivo di un altro intervento progettuale made in Portogallo. È il “vuoto progettato”, vago riferimento all’estetica giapponese del vuoto come elemento progettuale, che stacca sapientemente il muro preesistente da quello nuovo, realizzato in pietra, dell’ingresso alla sala espositiva dal giardino esterno nel complesso progettuale di recupero della Chiesa di S. Francesco e Casa della Cultura a Vinhais. Di tutto l’intervento è questo il dettaglio che più degli altri colpisce per la raffinatezza del segno. È un vuoto. Un nulla. Una trentina di centimetri. Una parte non realizzata matericamente, ma che è stata progettata al pari della misura perfetta di taglio di un rivestimento, calcolata al pari di un elemento strutturale, non si vede, non si tocca. Ma c’è. E lascia il segno con la sua assente presenza. Un particolare che rimane nella memoria quando si chiudono gli occhi. Allora è vero. “Dio è nel dettaglio”.

Casa della Cultura. Vinhais, Portogallo

Museo del mondo rurale. Arraiolos, Portogallo


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ARCH-CONVERSAZIONI

David

Gouverneur

Sviluppo del paesaggio urbano nelle città informali in America latina.

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di Valerio Morabito

L’esuberanza dell’informale Quando si affronta il problema dell’informale nelle trasformazioni delle città, è quasi scontato stabilire un paragone con i canoni classici dell’urbanistica. Dibattiti e discussioni accademiche sulle trasformazioni dello spazio e del nostro modo di vivere, hanno sempre cercato di trovare formule magiche di applicazione di regole capaci di restituirci la complessità delle città stratificatesi negli anni.

Ma le nuove città contemporanee di fondazione, penso alle città del nord Africa o alle nuove urbanizzazioni cinesi, si sviluppano così rapidamente secondo canoni puliti ben definiti e legati ad una identità fatta di linguaggi o stili, che si scontra con l’impossibilità alla stratificazione temporale dello spazio. Spesso è difficile legare un’espressione di qualità di linguaggio all’informale e spesso è difficile creare parametri estetici tali da potere restituire dei con-


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cetti di bellezza legati all’urbanistica senza urbanisti, all’arte senza artisti, alla scrittura senza scrittori, alla città senza architetti o al paesaggio senza paesaggisti. Forse siamo abituati a discutere su episodi della nostra storia culturale, i capolavori appunto, divenuti nel tempo delle icone da seguire, capire, spiegare e consolidare come messaggi da perseguire, impedendoci di accettare quelle spazialità estetiche fuori dai nostri canoni. Da anni il Prof. Donin dell’Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria ed i sui assistenti, di cui mi piace riconoscermi come uno di essi, ha intrapreso una riflessione sul paesaggio dei quartieri abusivi della nostra città di Reggio Calabria e da anni ha affermato le qualità estetiche di questi agglomerati, non tanto in relazione alla loro espressione formale, ma quanto su quelle qualità sociali spesso rintracciabili negli spazi auto costruiti, che producono una infinità di luoghi e spazi di immaginazione popolare contemporanea. Incontrare il Prof. David Gouverneur a Filadelfia presso la PennDesign University of Pennsylvania e sentirlo parlare degli insediamenti informali nel sud America lodandone la dinamicità consequenziale non appartenente a leggi estetiche preordinate, mi ha reso possibile fare delle riflessioni sulle due diverse esperienze. Da una parte, a Reggio Calabria, l’auto costruzione è forte, fatta di piani di cemento armato che non lasciano dubbi sulla volontà di questi elementi a permanere; dall’altra, le favelas del sud America realizzate con materiali di fortuna, estese per chilometri quadrati, sono sempre pronte alla trasformazione, all’addizione di volumi, di materiali, di tecniche costruttive e di invenzioni ornamentali. Condividendo discussioni, pensieri, approcci, metodologie e scenari, abbiamo intrapreso una lunga amicizia sia accademica ma soprattutto personale. Quando poi ho avuto la fortuna di poterlo invitare e ascoltarlo durante la conferenza che ha tenuto all’Ordine degli Architetti di Reggio Calabria, straordinaria per contenuti e per energia, ho compreso definitivamente la portata culturale dello spazio informale delle città auto costruite: legata ad infinite soluzioni possibili, sfida di immaginazioni spaziali e linguistiche senza soluzioni di continuità. Ma oltre ai contenuti formali, la portata sociale di questi luoghi è anche più straordinaria, incalzante all’interno della nostra società sempre più uguale ed omologata a se stessa. Esiste in questi spazi una


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socialità semplice e complessa, costantemente alla ricerca di una dinamicità febbrile fatta di piccoli gesti "vernacolari", apolitici, lontani dalle culture "estetiche" e dunque ancestrali, dotti di una sapienza popolare fuori da ogni controllo. Ma ancora più straordinario, se può esserlo, è il modello di intervento recentemente sviluppato in questi luoghi del sud America, quelle intromissioni "colte" ed allo stesso tempo non arroganti, inserite come oggetti omeopatici all’interno di spazi non euclidei, frattali e alogaritmici. L’esempio della città di Medellin in Colombia, tra gli altri, mi ha restituito il senso esteso delle possibilità di scambio culturale e formale che si possono instaurare con questi luoghi, innescando un processo di cambiamento, lo scenario culturale di una volontà nuova di relazioni di letture trasversali. Una trasformazione non più impositiva come sono stati i grandi assi urbani costruiti durante la storia europea delle città per riordinarle. Ma un intervento dedito alla leggerezza, un gesto di pensiero e di forma di una fisicità immateriale, sottile: una funivia sospesa non più sui grandi monti alla conquista della cima più alta innevata, ma alla conquista di punti, di luoghi, di spazi, di piazze, di vie, di ponti e di edifici. La "gondola" si poggia al suolo, non lo modifica nel suo passaggio ma lo accetta per scelta, lo capisce per necessità discutendo delle opportunità e delle possibilità. Gli "UHA!!!!" urlati da David durante la conferenza risultavano delle espressioni onomatopeiche che ci trasportavano nel tempo e nello spazio, per renderci sempre più consapevoli di questo spazio informale trasformato democraticamente attraverso lo spazio pubblico ed il paesaggio, capace di esistenze e soprattutto di opportunità. l’esposizione di David è stata una lezione non solo sulla forma urbana, ma soprattutto culturale, una esperienza di metodo, di lavoro e di educazione incentrata sulla possibilità di essere sempre più consci nel comprendere le eccezioni degli spazi, la contraddittorietà dei luoghi e soprattutto la loro necessità alla diversità.


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ARCH-CONVERSAZIONI

Juan Manuel

Palerm

Una nuova agorà per Tenerife: il parco lineare del Barranco de Santos

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di Maria Rosa Russo

Visitare il Barranco in un solo pomeriggio decidendo di seguire un itinerario insolito suddiviso in due momenti, ha svelato l’anima di questo luogo in cui natura e artificio si intersecano costantemente generando una spazialità intima e strettamente congiunta alla socialità che la vive e la genera. Il primo momento è legato alla velocità, raggiungendo in taxi la parte alta e costeggiando in movimento il susseguirsi degli interventi lungo la strada; il

secondo seguendo l’itinerario lento, addentrandosi e scoprendo i luoghi, gli scorci e le connessioni che ne qualificano la capacità urbana e sociale. Le scale differenti, i rimandi continui tra paesaggio e architettura, sono alla base dell’intervento. È l’approccio a rendere questo luogo speciale: progettare il paesaggio per sistemi di relazioni, da una parte materiali e dall’altra immateriali, definendo un luogo in cui la possibilità di sentirsi di volta in volta


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parte di un tutt’uno e contemporaneamente in un solo piccolo frammento di realtà ne costituisce la lettura e il profondo equilibrio. Il percorso determina un racconto a livelli sempre cangianti, in cui è il ritmo con cui si percorre che ne definisce gli scenari. Seguire un ciclista per raggiungere un giardino animato dai giochi dei bambini; attraversare da una parte all’altra la cesura per trovarsi in luoghi differenti della città colma di turisti; trovarsi improvvisamente immersi nella vegetazione, in una condizione del silenzio, come se si fosse lontani dal centro urbano a completo contatto con la natura. Il Barranco (il cui significato letterale dallo spagnolo è burrone) è una componente geografica caratterizzante le isole Canarie e costituisce una forma identitaria essenziale del paesaggio. Gole profonde che collegano rapidamente la montagna al mare, ricche di vegetazione e di scenari suggestivi. Il Barranco de Santos, luogo dell’intervento, si estende per otto chilometri tra le città di La Laguna e

Santa Cruz de Tenerife, tagliando quest’ultima in due per circa tre chilometri prima di raggiungere il mare. Per anni è stato una cesura profonda all’interno della città, condizionando la stessa possibilità di interventi urbani e accentuando con il tempo un carattere di degrado e perdita di identità. Il concorso indetto nel 1994 per la riqualificazione ambientale e il reinserimento urbano vinto dallo studio Palerm & Tabares de Nava, ha portato alla realizzazione dell’opera tra il 1997 e il 2010. Un lavoro intenso e complesso, che ha coinvolto il sistema paesaggistico a più livelli dalla restituzione e rigenerazione del Barranco stesso come elemento naturale, alla definizione del parco lineare che connette un paesaggio eterogeneo e molteplice dalla montagna al mare, sino alla sua trasformazione in asse di spazi pubblici e di infrastrutture per Santa Cruz de Tenerife. Il recupero è divenuto un’occasione per ristabilire relazioni e interazioni significative tra le parti della città e del paesaggio, per la riqualificazione e valorizzazione dei


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luoghi in cui il patrimonio storico-culturale e quello paesaggistico rappresentano una risorsa importante. Il carattere “lineare” del progetto correlato alla mobilità lenta e urbana porta a riconoscere alcuni fatti identificativi e distintivi, in grado di definire una forte specificità dell’intervento: - “Riorganizzare” per restituire una struttura urbana equilibrata, mediante interventi che evidenziano la complessità della città attraverso la diversificazione e l’integrazione delle funzioni; - “Riconnettere”, individuando il rapporto tra grande e piccola scala, la forma complessiva del tessuto urbano e degli interventi puntuali con il sistema ambientale e paesaggistico, restituendone l’identità e valore di elemento di relazione; – “Ridisegnare i margini” con operazioni orientate a definire un sistema di servizi, di funzioni pubbliche e di attività per il tempo libero, localizzate tra città costruita e paesaggio naturale;

– “Ricucire” attraverso la costruzione di reti materiali e immateriali; “Costruire trasversalità”, rispondendo alle esigenze di relazione-interazione attraverso il ridisegno di percorsi e di ambiti spaziali marginali, che mettano nuovamente in tensioni le parti urbane riconoscibili e il recupero delle stratificazioni culturali dei luoghi. Il parco, partendo dalla morfologia del luogo, individua tre livelli tra loro correlati: nella parte più bassa, la gola del Barranco, ridefinita inizialmente da un intervento di pulitura e rigenerazione del sistema idraulico in stato di degrado e infine operando una rigenerazione della vegetazione autoctona; una quota intermedia, quella del pubblico e della città lenta, caratterizzata da spazi e attrezzature pubbliche: piazze, piccoli giardini, luoghi per lo sport e l’incontro, architetture di servizio quali il centro visitatori per il parco e l’edificio per attività socio-culturali; ed infine la quota alta quella della città, incentrata sulle opere connettive di viabilità carrabile e


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dei percorsi pedonali e ciclabili. Ogni elemento è stato pensato e realizzato con il desiderio di costruire un nuovo paesaggio in cui l’ambito naturale e lo spazio pubblico siano un unicum da vivere e riscoprire in ogni possibile passeggiata. Una nuova agorà, che ha trasformato un luogo carico di “memoria” ma in forte degrado e quindi ferita nella città, in una nuova e ritrovata dimensione della condizione urbana integrando il Barranco con la città e viceversa, in un continuo rapporto osmotico, rispettando le molteplici caratteristiche di ognuno degli elementi che lo costituiscono.


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ARCH-LIBRI

Scritture di architettura.

Tracce e temi della contemporaneità L’iniziativa “Incontro con gli autori” promossa ormai da diversi anni dall’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori di Reggio Calabria è la testimonianza della volontà di voler offrire ai propri scritti

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momenti di crescita e riflessione e non solo di informazione. In particolare i volumi presentati in quest’ultimo anno segnano un interesse specifico verso le dinamiche del dibattito architettonico contemporaneo e mettono in luce come i cambiamenti planetari in atto hanno un inevitabile riverbero sul mondo dell’architettura. I paradigmi ambientali che contrassegnano l’attuale produzione sono il segno tangibile dell’estensione di un orizzonte di ricerca ancora tutto da esplorare e approfondire. Seppur diverse per contenuti e finalità le opere presentate sono la testimonianza di questo momento cruciale e rappresentano, proprio per la loro specificità, uno sguardo diverso di una stessa tensione.

di Marina Tornatora

Una testimonianza importante in questa direzione è offerta da Franco Zagari con il libro Giardini, Manuale di Progettazione, (Mancuso Ed., 2009), fondamentale supporto di settecentocinquanta pagine indispensabile alla progettazione degli spazi verdi. Il volume proprio per la sua capacità di tenere insieme conoscenze storiche, legislative e tecniche, insieme a rilevanti informazioni sugli aspetti naturali del giardino, supportati da un’ampia rassegna di progetti contemporanei, va a colmare quella mancanza di un testo specifico sull’Arte dei giardini. L’ampia ed esaustiva trattazione definisce ambiti e specificità della progettazione degli spazi verdi, proponendo un rilevante supporto per la fase ideativa e una necessaria guida per quella realizzativa. Il manuale si dispiega come un ampio palinsesto, seguendo il metodo


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comparativo scelto dall’autore per risalire a problematiche e casistiche. Una parte è dedicata alla Storia del giardino, proposta come un atlante delle opere più significative della tradizione e del Novecento, mentre particolare spazio è dedicato al valore e l’importanza della conoscenza del contesto, che F. Zagari individua come un momento fondativo per il buon esito del progetto. Questo specifico approccio dell’autore è evidente nella strutturazione del volume, nel quale sono illustrati e descritti puntigliosamente i procedimenti e le tecniche che consentono una diagnosi del sito, della sua fisionomia, della sua matericità e anche di tutti quei valori e aspetti immateriali che vengono colti solo dalla sensibilità di un paesaggista attento che Zagari definisce neoumanista, sottolineando la duttilità di una figura che coniuga l’espressione artistica alla conoscenza delle scienze naturali, alla competenza tecnica con “una grande passione, un adeguato talento, studi mirati e una lunga esperienza”. Nella fase di conoscenza del luogo l’autore assegna un particolare ruolo alla fotografia non intesa come strumento di analisi e documentazione piuttosto come momento interpretativo e d’indirizzo indispensabile al progetto. Notevole è il contributo proposto nell’estesa e accurata parte dedicata alla fisiologia del giardino che illustra l’idea di un ecosistema con caratteristiche specifiche per struttura, clima ecc., aprendo al mondo ctonio del suolo e a tutti quegli impianti indispensabili alla vita delle piante. Attraverso un’ampia rassegna di progetti, tra i quali spiccano quelli dell’autore, vengono specificate le due anime della progettazione dei giardini la soft landscape e la hard landscape, difficile distinzione tra il paesaggio dolce degli elementi naturali come la vegetazione, l’acqua, il suolo e quello infrastrutturale degli impianti e degli arredi. La dicotomia tra temi artificiali ed elementi naturali configura la singolarità e contemporaneamente la complessità di questa particolare dimensione del progetto della quale F. Zagari espone le differenti tendenze, illustrando i numerosi approcci e le contrastanti modalità.

La ricerca di un contatto più intenso con il luogo accompagna il volume di Marcello Séstito Fata Morgana o la città riflessa (Rubettino, 2010) che è un’immersione nel racconto di un luogo geografico quale lo Stretto di Messina, ancora capace di porsi come centro del Mediterraneo o comunque centro di un viaggio catartico in cui ritrovare categorie quali utopico, fantastico, surreale, sublime. Questo è per Marcello Sestito, questo comunica la sequenza di immagini e

di riflessioni contenute nel suo libro. Un viaggio in cui si avverte il senso di una ricerca (e di una passione) rivelata come continuo contrasto tra soggettivo e oggettivo, reale ed irreale, scientifico e fantastico. Alla sequenza delle iconografie storiche che connotano ormai Morgana – Minasi, Fortyum – si aggiungono le nuove iconografie di Sestito con nuovi punti di vista, alcuni impossibili, nel tentativo di perpetuare l’apparire e scomparire di un fenomeno capace di identificare il luogo nei suoi aspetti più profondi e più ’veri’. Un territorio rappresentato nei suoi limiti geografici naturali e artificiali – capo Peloro, Scilla, Capo d’Armi, il pilone – ma con la propensione a travalicare nell’ambito dell’incommensurabile, quindi dell’infinito. Ciò senza perdere di vista i dati conoscitivi e storici della ricerca. Il libro infatti contiene una lunga


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raccolta d’immagini dal carattere enciclopedico, che costituisce un contributo importante alla storia e alla conoscenza del luogo. Così come le appendici dedicati agli studi idrodinamici sul fenomeno della Fata Morgana ad opera di diversi autori quali Campailla, Vitriolo, Saffioti, Giardina, Reinecke. O ancora il trattato delle correnti sullo Stretto, sulle “acque mobili” ad opera di Pietro Ribaud, vero precursore d’indagini scientifiche capaci di metter in rapporto forma, morfologia e dinamiche marine, attraverso rappresentazioni grafiche oltre che descrittive, di forte significato iconografico e conoscitivo del luogo. È nei disegni e negli appunti da viaggio che emerge in particolare il punto di vista di un’indagine condotta con gli strumenti artistici e diremmo di architetto. È l’idea di rappresentare e filmare una presenza impossibile, una realtà nascosta, una verità letteraria e mitologica insita nei luoghi, che emerge nei disegni e nelle tavole di Marcello Sestito, facendosi corpo quindi progetto. Lo Stretto si unisce con presenze fisiche, si frammenta con le correnti e le presenze inquietanti delle profondità sottomarine, si popola di architetture con l’apparizione di Morgana: è la forza del disegno, formidabile strumento di comunicazione per Sestito più del linguaggio scritto, capace di ricostruire e far vivere realtà, stati d’animo, mitologie, insieme a prefigurazioni e proiezioni progettuali. È il tentativo di usare il disegno come campo della conoscenza e dello scoprire, riservandosi sempre, nel suo essere ricerca, il senso del mistero e della scoperta continua, così come chiarisce Sestito stesso: “Mi auguro che almeno una volta, lei si faccia rivedere e ponga fine alla mia curiosità, oppure contraddicendomi, spero proprio che non lo faccia, forse rimarrei deluso dall’effetto, meglio rivivere nell’immaginario, e

nella sublime estasi, o nell’immedesimazione”. Il rapporto tra il tema dell’energia, il paesaggio, la città e l’edificio è al centro del volume a cura di Gianfranco Neri e Ottavio Amaro, Forme dell’energia, (Kaleidon, 2010), dall’omonimo convegno svoltosi presso la facoltà di Architettura di Reggio Calabria. Il testo si presenta come una raccolta ragionata di saggi a carattere interdisciplinare, che affrontano su un piano aperto e di ricerca le diverse questioni e implicazioni che il tema dell’energia ormai impone. L’uso del termine sostenibilità ambientale entrato nel linguaggio globale e mediatico, non privo di caratterizzazioni legate a processi finanziari ed economici, che sempre più spesso si appellano alla necessità di un nuovo sviluppo, viene rapportato in maniera meccanica e diretta a dati quantitativi di risparmio energetico, di uso di tecnologie sofisticate da applicare sul piano urbano e architettonico. Il filo conduttore dei saggi riportati nel volume, costituisce una riflessione e spesso una critica, non ideologica, ai nuovi dogmi contemporanei che individuano in tale sviluppo, sempre più lontano dall’idea pasoliniana di progresso, il mezzo e il fine di un’azione innovativa per ogni latitudine geografica. Il ricorso al volume I limiti dello sviluppo a cura di Aurelio Peccei, citato in molti saggi (vedi quelli di Franco Purini, Gianfranco Neri), costituisce una linea di demarcazione specifica mirata a puntualizzare i dati relativi di uno sviluppo distorto in cui spesso tecnologia, mercato, ambiente, sono stati orientati o meglio manipolati, attraverso un vasto consenso mediatico, verso una visione apparentemente innovativa e falsamente risolutiva di bisogni epocali e che ormai si è evidenziata sotto la condizione di ’limite’, quindi di crisi. Questo si accentua ancora di più con l’affacciarsi sulla scena mondiale di nuovi paesi emergenti, che pongono forti ed enormi domande di consumo di risorse e di energia. Ai nuovi paradigmi ambientali che fanno del risparmio energetico l’elemento fondante e qualificante, il paesaggio, la città e l’edificio debbono rispondere attraverso la ricerca di nuovi linguaggi, capaci d’interpretare e rappresentare i luoghi senza perdere di vista i propri statuti e comunque i propri connotati disciplinari più profondamente costitutivi. “Ciò che emerge da un’architettura intesa come un fenomeno ambientale non è più la sua costituzione come cosa dotata di una forma ma il suo comportamento energetico” (Franco Purini) E


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ancora “… sospeso tra esasperati tecnicismi e sorprendenti effetti immaginifici, il paradigma sostenibile non ha ancora trovato un proprio linguaggio in grado di rappresentare quello straordinario progetto sociale, etico, ma anche estetico che la Modernità […] era riuscita a rappresentare” (Gianfranco Neri). Allo stesso modo si può trattare la trasformazione in atto dei paesaggi, sottoposti a una forte azione di artificializzazione sia che si tratti di quelli marini, che di quelli terrestri e di aria. Se la Convenzione Europea del Paesaggio riporta l’attenzione sull’idea di paesaggio rapportato alle identità locali delle popolazioni, i nuovi paesaggi elettrici, riportano a una condizione premoderna di una produzione energetica locale “… a quel rapporto diretto produzione–consumo, a quella prima rivoluzione che trasformò radicalmente i paesaggi e gli scenari produttivi storici consolidati” (Ottavio Amaro). Siamo di fronte a nuove iconografie dei paesaggi contemporanei che pongono nuove domande anche al progetto architettonico nei suoi vari aspetti scalari. Accanto ai testi di riflessione più teorica, il volume presenta una serie di contributi incentrati sulla descrizione di esempi di progetti architettonici, come nuovi possibili paradigmi del fare architettura in rapporto al risparmio energetico. Se tocca agli architetti “…comprendere che la sostenibilità non deve esprimersi esclusivamente sul piano tecnico, ma può, e anzi deve risolversi nel promuovere nuove forme linguistiche … La Torre Eurosky a Roma fornisce una risposta energetica e architettonica a questa problematica: essa non è ancora un produttore di energia esportabile, ma si propone come consumatore virtuoso che comunica la sua virtù attraverso una immagine architettonica semplice e fortemente iconica” (Laura Thermes) Ma se il tema del linguaggio e del rapporto tra risparmio energetico e forma dell’architettura costituisce la sfida futura per gli architetti, allo stesso modo è il tema della complessità, vista come nuovo rapporto con il mondo produttivo, con un’economia globale capace di ritrovare la scala locale dei luoghi e delle identità. In questo senso si muove un’intera sezione del volume mettendo in relazione il rapporto tra tecnologia, mondo produttivo, domanda di confort abitativo. Mario Occhiuto con il suo Verso la città sostenibile, L’esperienza cinese di Huai Rou (Electa, 2007) propone una riflessione concreta sui paradigmi della

sostenibilità attraverso la descrizione del progetto per la nuova città di Huai Rou nel distretto di Pechino a circa cinquanta chilometri dalla capitale. Occasione unica che parte dalla forte vocazione agricola dell’area, determinando le scelte progettuali messe in forte relazione con la presenza di una serie di infrastrutture di comunicazione e servizio (rete ferrata, canali per la raccolta dell’acqua, elettrodotto), individuate come i segni germinali del Masterplan. Il progetto, che interessa un’area di 870 ettari, affianca alle direttrici esistenti dei corridoi verdi pedonali, ideati come assi urbani di nuova concezione, sottolineando il forte ruolo delle componenti naturali. Le scelte progettuali, da quelle più generali sulla viabilità sino a quelle alla scala dell’edificio, sono fortemente segnate dall’approccio dell’autore, particolarmente sensibile ai temi del risparmio energetico e della sostenibilità. Il tessuto urbano -disegnato secondo l’orientamento stradale tipico delle città cinesi che è quello dei venti provenienti da sud-est in estate e da nord per il periodo invernale- costruisce una città articolata in quattro distretti ognuno dotato di servizi e attrezzature che garantiscono la vivibilità interna in un mix funzionale che limita gli spostamenti e interviene anche sui temi della mobilità sostenibile. Tuttavia ogni distretto conserva una funzione prevalente che lo caratterizza, garantendo una propria riconoscibilità e contribuendo a ricercare un’identità urbana.


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Casa dello studente Tietgen

ARCH-VIAGGI

Copenaghen negli anni Zero

Quello che mi ha sempre sorpreso di Copenaghen è la sua capacità di ripensarsi di continuo, dai marciapiedi ai teatri, dalle infrastrutture alle abitazioni. Ripensarsi

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vuol dire due cose: riprogettarsi e ridiscutersi. Limitandosi agli ultimi quindici anni, quelli di cui sono stato testimone, i nuovi progetti costruiti, a tutte le scale, sono più di duecento, quasi tutti frutto di concorsi. Per farsene un’idea basta sfogliare l’ultima edizione del volumetto New Architecture in Copenhagen 2011/2012. Copenaghen X (DAC, København 2011), che ne contiene una selezione. Per cenni, il catalogo è questo: un teatro dell’opera (Henning Larsen), un teatro di prosa (Lundgaard & Tranberg), due sale da concerti (3XN, Jean Nouvel), un museo di arte contemporanea (S. R. Lund), quattro estensioni di musei (Larsen, C. F. Møller, Hadid, Libeskind), due licei (3XN, Larsen), dodici tra scuole e asili (tra l’altro Mandrup, KHR, Arkitema), numerosi edifici universitari (tra cui KHR, Lundgaard & Tran-

di Ettore Rocca

berg, Christensen & Co), quattro case dello studente (aart, Lundgaard & Tranberg, C. F. Møller), biblioteche (tra le altre Cobe e Transform). E poi piazze (S. I. Andersson, molte di SLA), parchi cittadini e costieri, stabilimenti balneari, parchi ricreativi (per esempio Plot, Hasløv & Kjærsgaard, White, Kragh & Berglund, Nordarch). E ancora edilizia residenziale, popolare e non (Vandkunsten, BIG, MVRDV, e molti degli studi già citati), edifici commerciali, alberghi, piste ciclabili, ponti, stazioni metro, terminali marittimi. Infine riqualificazione dei vecchi quartieri operai, riconversione di complessi industriali, portuali e militari, piani urbanistici per nuovi quartieri (Ørestad, Sluseholmen). Dimenticavo le case per gli elefanti (Foster e SLA), per gli ippopotami e per gli ani-


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mali artici (entrambe Dall & Lindhardtsen) allo zoo. A firmare alcuni dei progetti sono i grandi nomi internazionali, ma la maggior parte sono opera di studi danesi, non pochi di architetti trentenni. Riprogettare richiede sempre un ridiscutere. Senza la riflessione scritta la città non può mettersi in discussione né modificarsi. Mi ha sempre colpito la quantità di recensioni di architettura nei quotidiani, pressoché pari, per numero, alle recensioni dedicate alla musica o alle arti visive. Certo, ciò presuppone che ci siano nuovi edifici da recensire, ma significa pure che l’opinione pubblica è abituata a discutere e leggere di architettura e città, educandosi a giudicare l’una e l’altra. È un processo lento, che non si crea nel volgere di un giorno.

Quasi in ogni casa, anche piccolo-borghese, c’è il volume di Steen Eiler Rasmussen København, pubblicato per la prima volta nel 1969, ristampato e riedito poi numerose volte. Il libro è un capolavoro di studio su una città, e andrebbe preso a modello di analisi urbanistica, per il metodo e la semplicità di linguaggio. Peccato che non sia mai stato tradotto, neppure in inglese, a differenza di altri libri di Rasmussen. Per arrivare ai nostri giorni, è attiva da un decennio una pagina web, www.cphx.dk, che discute progetti, organizza dibattiti, produce video, organizza visite guidate a piedi e in bicicletta. Sempre con a tema la propria città, Copenaghen. Per non parlare della grande quantità di mostre di architettura contemporanea, molte di più di quante sia abituato a vedere in altri luoghi. È chiaro che i risultati di tutti questi progetti sono disuguali, talvolta molto riusciti, talaltra più problematici, talvolta innovativi, talaltra più modaioli. Ad esempio il teatro dell’opera, disegnato da Henning Larsen e inaugurato nel 2005, è stato un’occasione mancata, viste le potenzialità uniche del lotto su cui sorge, circondato dall’acqua e in asse con la piazza ottagonale del palazzo reale rococò di Amalienborg. Né è all’altezza di altri lavori di Larsen, per esempio l’estensione del museo Ny Carsberg Glyptotek (finita nel 1996), con la splendida scalinata che la circonda, inondata da una eterea luce zenitale che si espande sui bassi gradini in marmo e sulla parete in stucco lustro.

Edificio residenziale sulla collina di Bispebjerg


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AVVENIMENTI

Veduta del bacino portuale con a sinistra il teatro di prosa e a destra il teatro dell’opera

Quali esempi positivi segnalo le opere di due studi meno noti sulla scena internazionale. Lundgaard & Tranberg, autori tra l’altro del teatro di prosa e soprattutto della casa dello studente Tietgen (2006), una costruzione circolare con corte centrale, tagliata in cinque spicchi dagli accessi alla corte e dai corpi scala. Peculiare è pure la capacità di valorizzare la percezione dei materiali, che sia legno, acciaio, cemento, rame, laterizio. Poi i lavori di Dorte Mandrup; le sue scuole e i suoi asili sanno, anche nei siti più disagiati, creare particolari giochi di spazio nella dialettica tra interno ed esterno. Di particolare interesse sono pure alcune collaborazioni tra artisti e architetti. Per esempio la chiesa di Vejleå, nata dal lavoro congiunto degli architetti Vilhelm e Claus Wohlert e dell’artista Peter Brandes (1997). La navata è formata da due cubi che nell’interno si aprono con otto tetraedri, sei dei quali sono chiusi da grandi vetrate triangolari con motivi vetero e neotestamentari. Ciascuna delle vetrate di Brandes è dominata da un colore primario o secondario. Ricordo anche l’edificio residenziale sulla collina di Bispebjerg (2007), disegnato dall’artista Bjørn Nørgaard, con il concorso degli architetti Boldsen e Holm, modellato come il dorso di un drago accucciato, o come un’onda che s’innalza e s’abbassa sul declivio della collina. Anziché proseguire nel racconto di altri edifici, preferisco citare due progetti, uno in corso, l’altro solo ipotizzato, non perché siano capolavori architettonici, ma perché indici di un modo di intendere la città, la politica e l’architettura. Vester Voldgade era una di quelle arterie che si

possono chiamare di periferia del centro storico. Un tempo correva al di qua delle mura fortificate della città, si chiamava Via del Filosofo; poi diventò un anodino boulevard dallo stretto marciapiede, con parcheggi, bus turistici in attesa, furgoni che alimentano i negozi del centro: la normalità di una capitale. Il comune ha deciso di farne una promenade alberata portando il marciapiede a dieci metri di larghezza. Partendo dalla piazza del municipio, perpendicolare all’asse pedonale dei negozi brulicante di gente, questa novella Via del Filosofo apre una passeggiata fino al mare aperto del bacino portuale, che all’improvviso si scopre vicinissimo. Vengo al secondo esempio. Un anno fa, il due luglio, Copenaghen è stata raggiunta da un nubifragio di eccezionale intensità, il più intenso degli ultimi 55 anni, 135 mm di pioggia nel giro di poche ore. Fogne intasate e tombini che sembravano fontane, strade e scantinati allagati di liquami, danni ingentissimi anche a ospedali, scuole e biblioteche. Di qui la necessità di prepararsi ad eventi simili, probabilmente più frequenti per gli attuali cambiamenti climatici. Una soluzione può essere quella di pregare che non avvengano più. Un’altra è quella individuale: ognuno mette in sicurezza la propria cantina con valvole bloccanti che impediscano alle acque piovane di risalire negli scantinati. Un’altra ancora è quella pubblica di lavorare all’ampliamento dell’impianto fognante. Infine c’è la soluzione che tenta di utilizzare la minaccia di inondazione come opportunità per l’architettura e la qualità dello spazio urbano. Una delle più congestionate arterie del traffico cittadino, Åboulevard, è costruita sopra un piccolo ruscello intubato,

Chiesa di Vejleå. Dettaglio dell’interno con la vetrata “rossa” al centro


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Åboulevard nel progetto di Kamilla Aggerlund e Helle Ryge Westphall

Vester Voldgade con il municipio sullo sfondo

Ladegårds Å, che sbocca in uno dei laghetti cittadini. Il progetto è quello di riportare alla luce il ruscello, creando un largo corridoio verde che solchi la città; e di intubare invece nel sottosuolo il traffico automobilistico in due tunnel. In tal modo il ruscello potrebbe ritornare a convogliare parte dell’acqua piovana. Al tempo stesso, uno dei due tunnel automobilistici verrebbe chiuso al traffico in caso di violento nubifragio, e utilizzato per far defluire l’acqua verso il mare, secondo un sistema chiamato Smart (Stormwater Management and Road Tunnel) già usato in Malaysia a

Kuala Lumpur. Il costo dell’operazione è astronomico, oltre un miliardo di euro, ma è una delle soluzioni che l’amministrazione comunale sta vagliando. Ecco che l’emergenza naturale e le risorse tecnologiche ed economiche sarebbero messe al servizio di un progetto che ha come fine la formazione di uno spazio condiviso e il miglioramento della vita di ciascuno. Che è poi la semplicissima ricetta di ogni buona architettura e di ogni buona urbanistica, che non pensa all’automobilista maschio di mezz’età come utente tipo della città.


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ARCH-MOSTRE

Architetture

AVVENIMENTI

& Mitografie

Sono legato a Marcello Sèstito anche da un segno del destino. Marcello è nato a Catanzaro, in una casa progettata da mio padre Roberto assieme a Mario De Renzi, Raffaele Contigiani, e persino un Giuseppe Campos Venuti fuori contesto. Una “casa la vita” dunque per tutti e due noi, per ragioni diverse, l’infanzia, il rapporto col padre, ma sicuramente affini. Siamo entrambi uomini del Sud (mio nonno Giovanni era nato a Palermo nel 1872, e si è trasferito a Roma nell’ultimo decennio dell’Ottocento, come tanti altri siciliani richiamati da Crispi). Marcello vive a Milano. Con Marcello ho collaborato in numerosi concorsi: partendo dal concorso per le Halles nel gruppo capeggiato da Franco Purini nel

di Renato Nicolini

1981, concorso vinto ma era quello sbagliato (?), il Concorso alternativo bandito dall’Ordine degli Architetti, non quello che decideva che costruiva (come starebbe meglio oggi a Parigi del mediocre intervento realizzato); passando per il concorso per le attrezzature culturali del Lungomare di Reggio, dove siamo arrivati secondi dopo una Zaha Hadid piuttosto di maniera (ma tanto non se ne realizzerà nulla, era un concorso per i giornali); finendo con Energie Animali, come riusare le gallerie del tratto della Salerno Reggio Calabria in precoce disuso, dove – osservo con ironia - non siamo stati nemmeno segnalati… Marcello Sèstito architetto sposta continuamente i confini della disciplina. Caratterizzato da una pro-


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Prof. Arch. Marcello Sèstito Progetto di sistemazione dell’area Cedir (Centro direzionale e di Monitoraggio) del Ponte sullo Stretto di Messina, versante calabro, con SINA, EUROLINK. Coll. Arch.: Francesco Fedele, Elisa Salanitri, Giovanni Santoro, Marco Sturniolo

fonda soggettività, da un irrefrenabile e spontaneo sentimento del sé, lo equilibra con l’opposto sentimento “che potremmo ugualmente far risalire al romanticismo di Novalis e Schelling, cioè agli albori della modernità” del carattere altrettanto pieno e assoluto della natura, l’altro da sé per eccellenza. In questo conflitto titanico nulla è troppo grande (lo Stretto di Messina, subito ridotto allo Stretto necessario) e nulla troppo piccolo (il nodo di una radice di una magnolia del Lungomare di Reggio) per non poterne ispirare il pensiero progettuale. Che intende la progettazione come qualcosa che, mentre ha un ambito strettamente disciplinare (sicuramente specifico, senza disperdersi nel paesaggio e nell’ambiente o tanto meno usarli come stampelle), non può però mai smarrire “ se vuole restare prodotto del pensiero e non degradarsi a gioco solipsistico “ la propria relazione generale con l’arte, cioè con le tendenze artistiche. Non la venerabile Accademia di San Luca,


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con l’evangelista che ritrae eternamente la Madonna come l’ha dipinto Raffaello, ma l’arte giocosa e impertinente, teorizzata da Eugenio Battisti o da Pierre Restany, ad esempio di Mimmo Rotella. Sèstito mi fa venire in mente la relazione di Yves Klein con l’oro. L’oro è sì un prezioso elemento del prodotto artistico (il dono di Yves Klein al monastero di Santa Rita da Cascia) ma vale soprattutto quando è sacrificato, volontariamente disperso nella Senna. Il distacco necessario dell’artista dalle conseguenze materiali del proprio lavoro non ammette feticismi, né l’auri sacra fames, né l’adorazione della propria carriera.

Un’inesausta, sanissima curiosità, spinge Sestito a innovare piuttosto che replicare “ puntando sul tam tam mediatico del sempre uguale che, paradosso dei nostri tempi, finisce per decretare la fama - le proprie esperienze. Sulle quali ritorna non tanto quando si tratta di progetti di architettura (tanto teme di restare prigioniero della tipologia, che potremmo forse definire la più grande illusione teorica del movimento moderno) ma di grandi temi dall’immediata rilevanza simbolica in cui l’architettura non si può distinguere dalle altre arti. La Fata Morgana; Scilla e Cariddi; l’inganno di Byrsa (Didone che riduce la pelle del bue in una finis-


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Morgana appesa, pennarelli su carta di pane, cm 50x70, 2010

Morgana di specchi, pennarelli su carta di pane, cm 50x70, 2010

sima striscia continua per recintarne il più vasto territorio possibile); le variabili immedesimazioni dell’architetto. Quando se ne vedono i lavori tutti insieme, progetti libri disegni, concorsi allestimenti architetture, colpisce la coerenza di Sèstito, che si rivela così come uno di quei rari irregolari cui è affidato il vero progresso dell’architettura. Coerenza effettiva, non di maniera, che non ha nulla a che vedere con la mortificante osservanza dei precetti di una qualsiasi delle tante effimere scuole sorte (e tramontate) negli ultimi tempi. Se la coerenza

nasce dall’immaginazione, deve essere caratterizzata dalla medesima bretoniana (o meglio, borgesiana? Borges è sicuramente sordo alle sirene delle ideologie, mentre per Breton è legittimo il dubbio) libertà.


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ARCH-FORMAZIONE

Il progetto della sicurezza

e la pratica del coordinamento durante l’esecuzione dei lavori

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di Renato Laganà

LA FIGURA DEL COORDINATORE SECONDO IL D.LVO 494/1996 E S.M.I. L’attuazione della direttiva europea 92/57/CEE, recepita in Italia dal Decreto Legislativo n. 494/96, per pianificare la gestione della sicurezza e salute nelle attività di produzione edilizia, in quelli che vengono definiti cantieri temporanei e mobili, ha portato alla individuazione di due figure specifiche: il Coordinatore della Sicurezza per la fase di progettazione e il Coordinatore della sicurezza in fase di esecuzione. Il primo, secondo l’art. 4 del citato Decreto Legislativo (Prescrizioni minime di sicurezza e salute da attuare nei cantieri temporanei e mobili), con il compito, durante la progettazione dell’opera, “e comunque prima della richiesta di presentazione delle offerte” [dell’appalto], di redigere il Piano di Sicurezza e di Coordinamento (PSC) e di predisporre un fascicolo contenente le informazioni utili ai fini della prevenzione e della protezione dai rischi cui sono esposti i lavoratori, tenendo conto delle specifiche norme di buona tecnica e dell’allegato II al documento UE 26/05/1993. Il secondo, ai sensi del successivo articolo del citato Dlvo, durante la realizzazione dell’opera deve organizzare tra i datori di lavoro, compresi i lavoratori autonomi, la cooperazione e il coordinamento delle attività oltre alla loro reciproca informazione. Deve poi verificare: - l’applicazione da parte delle imprese esecutrici e dei lavoratori autonomi delle disposizioni contenuti nel PSC e la corretta applicazione delle relative pro-

cedure di lavoro, attraverso opportune azioni di coordinamento e controllo; - l’idoneità del Piano Operativo di Sicurezza (POS), considerato come piano complementare di dettaglio del PSC, assicurandone la coerenza con lo stesso, ed adeguare il PSC e il Fascicolo in relazione all’evoluzione dei lavori ed alle eventuali modifiche intervenute valutando altresì le proposte avanzate dalle imprese esecutrici volte a migliorare la sicurezza in cantiere controllando l’adeguamento dei POS da parte delle imprese esecutrici; - l’attuazione di quanto previsto negli accordi tra le parti sociali con l’obiettivo di realizzare il coordinamento tra i rappresentanti della sicurezza finalizzato al miglioramento della sicurezza in cantiere. Per svolgere l’attività di coordinatore si richiedeva: - il possesso del diploma di laurea in architettura, ingegneria, geologia e scienze agrarie o scienze forestali, accompagnato da attestazione di aver svolto attività lavorativa nel settore delle costruzioni per almeno un anno; o del diploma universitario (nelle prime due), con attestato di attività per almeno due anni; o del diploma di geometra, perito industriale, perito agrario o agrotecnico con attestato di attività per almeno tre anni. - il possesso di attestato di frequenza a specifico corso in materia di Sicurezza. Al comma 2 dell’art. 10 del citato Dlvo si demandava l’organizzazione di detti specifici corsi alle Regioni (strutture tecniche operanti nel settore della


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prevenzione e della formazione professionale), all’ISPESL (Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza del Lavoro), all’INAIL (Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro), all’Istituto Italiano di Medicina Sociale, alle Università, alle associazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori o agli organismi paritetici istituiti nel settore dell’edilizia, agli Ordini o Collegi Professionali delle figure prima individuate. I contenuti di detto Corso di formazione per la Sicurezza del Lavoro nel Settore Edile, della durata prevista di 120 ore, venivano indicati nell’allegato V del citato Dlvo che individuava le seguenti tematiche: a) la legislazione vigente in materia di sicurezza e salute sul luogo di lavoro; b) malattie professionali; c) statistiche sulle violazioni delle norme sui cantieri; d) analisi dei rischi; e) norme di buona tecnica e criteri per l’organizzazione dei cantieri e l’effettuazione dei lavori in sicurezza (uso delle macchine, dei

D.P.I., ponteggi e opere provvisionali ecc.); f) metodologie per l’elaborazione di piani di sicurezza e coordinamento. L’Ordine degli Architetti di Reggio Calabria si attivava, nell’ambito dei percorsi di formazione precedentemente avviati anche in altri settori, a fornire ai propri iscritti la possibilità di seguire detti corsi per far acquisire ai nuovi iscritti le nuove qualifiche professionali impegnando nelle attività di formazione docenti universitari e tecnici di comprovata esperienza. LA FIGURA DEL COORDINATORE SECONDO IL TESTO UNICO SULLA SICUREZZA NEI LUOGHI DI LAVORO Con il D.lgs. n. 81 del 9 aprile 2008, cosiddetto Testo Unico Salute e Sicurezza sul Lavoro entrato in vigore il 15 maggio 2008, e le successive modifiche ed integrazioni operate con il D.lgs. n.106/2009, il quadro legislativo relativo agli adempimenti procedurali, tecnici, formativi, pecuniari e penali in merito al "sistema sicurezza" ha subito alcune importanti modifiche. La definizione del coordinatore per l’esecuzione dei lavori, art. 89 f), rispetto al D.Lgs. 494/1996 e s.m.i., è stata così modificata: “soggetto incaricato, dal committente o dal responsabile dei lavori, dell’esecuzione dei compiti di cui all’articolo 92, che non può essere il


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datore di lavoro delle imprese affidatarie ed esecutrici o un suo dipendente o il responsabile del servizio di prevenzione e protezione da lui designato. Le incompatibilità di cui al precedente periodo non operano in casi di coincidenza fra committente e impresa esecutrice”. Lo scopo della modifica è quello di evitare commistioni tra controllore per conto del committente (il coordinatore), e controllato (l’impresa) estendendo anche alla impresa affidataria l’incompatibilità coordinatore/impresa. L’altra importante novità riguarda la formazione dei Coordinatori in quanto viene previsto, all’art 98, l’obbligo della verifica di apprendimento al termine dei corsi di formazione, i cui contenuti minimi e criteri organizzativi, riportati nell’allegato XIV, sono stati riorganizzati in moduli. Questi prevedono una articolazione del corso di formazione in: - Un modulo giuridico (Legislazione di base, Normative Europee, Testo Unico, Legge Quadro Lavori Pubblici, figure interessate, discipline sanzionatorie e procedure ispettive) per complessive 28 ore. - Un modulo tecnico (Organizzazione sicurezza in cantiere, Cronoprogramma, varie tipologie di Rischi, obblighi documentali, dispositivi protezione e segnaletica) per complessive 52 ore. - Un modulo metodologico/organizzativo (contenuti minimi dei Piani, criteri metodologici per la loro elaborazione, costi sicurezza e teorie e tecniche di comunicazione) per complessive 16 ore. - Parte Pratica (esempi di Piano di Sicurezza e Coordinamento, Piani Operativi di Sicurezza e Piani Sostitutivi di Sicurezza, Fascicolo dell’Opera e simulazioni applicative nelle fasi di realizzazione) per complessive 24 ore di esercitazione. Il ruolo del Coordinatore, all’interno del processo di produzione edilizia, risulta di fatto maggiormente rafforzato sia in termini di professionalità (verifica di apprendimento obbligatoria a conclusione del percorso formativo e obbligo periodico di aggiornamento a cadenza quinquennale per 40 ore), sia nei termini di una maggiore responsabilità in quanto deve partecipare, ai fini del raggiungimento della sicurezza, alle scelte architettoniche, a quelle

tecniche ed a quelle organizzative già nella in fase di progettazione, per poter ben pianificare le interferenze e la durata delle fasi di lavoro. Parimenti importante è l’indicazione che prevede, in ogni cantiere in cui siano impegnate almeno due imprese esecutrici o imprese esecutrici e lavoratori autonomi, indipendentemente dall’importo e dalla tipologia di rischio, la presenza di un coordinatore per la sicurezza. Tutti coloro che hanno conseguito l’attestato abilitante prima dell’entrata in vigore del nuovo Testo Unico (14/05/2008), dovranno dimostrare di aver frequentato corsi di aggiornamento in materia di sicurezza cantieri per almeno 40 ore complessive e tale obbligo deve essere assolto entro cinque anni dall’entrata in vigore della legge e cioè entro il 14/05/2013. L’aggiornamento può essere svolto attraverso seminari di aggiornamento la cui organizzazione spetta, anche se la norma non lo riporta in maniera esplicita, ai soggetti ed alle istituzioni abilitate a (come già indicato precedentemente) organizzare i corsi di formazione ovvero ai soggetti di cui all’art. 98 comma 2. Tra questi gli ordini professionali degli Architetti e degli Ingegneri. La formazione della figura di coordinatore della sicurezza per la progettazione, coerentemente a quanto indicato dalle direttive europee, alla luce delle indicazioni del Testo Unico sulla Salute e Sicurezza nei Luoghi di Lavoro, tende a creare una figura professionale capace di interloquire e supportare il progettista nelle scelte indirizzate alla sicurezza nelle lavorazioni. Il comma 1 b-bis) dell’art. 91 conferisce al coordinatore per la progettazione il nuovo compito


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di “coordinare l’applicazione delle disposizioni di cui all’art. 90, comma 1”, vale a dire l’applicazione delle “misure generali di tutela” all’atto delle scelte progettuali e della previsione dei tempi di realizzazione delle varie fasi dell’opera. La formazione della figura di coordinatore della sicurezza per la progettazione con queste precisazioni tende quindi a recepire con più aderenza quanto contenuto nelle indicazioni delle direttive europee, tende cioè a formare una figura professionale capace di interloquire e supportare il progettista nelle scelte indirizzate alla sicurezza nelle lavorazioni non tanto nella redazione del PSC, inteso come documento del progetto esecutivo, ma partecipe alle scelte sin dal progetto preliminare curando anche, nella formulazione del quadro economico, la stima degli oneri della sicurezza. La qualità della progettazione, la scelta di sistemi costruttivi, la previsione di utilizzare macchine, la modellazione delle opere provvisionali, la considerazione che negli spazi contigui all’opera deve essere impiantato un cantiere per la sua realizzazione e poi, nel tempo i futuri cantieri per la manutenzione sono tutti elementi che possono mitigare e abbattere i rischi per la sicurezza durante le operazioni edilizie. Tutto ciò è stato portato avanti con una attenzione anche alla più recente evoluzione normativa che, attraverso il nuovo Codice degli Appalti, emanato in Italia con il Decreto Legislativo n. 163/2006, e l’approvazione del suo Regolamento (DPR n. 207/2010) ha posto l’organizzazione del cantiere e delle opere provvisionali tra i documenti progettuali obbligatori nella elaborazione del progetto definitivo. Il coordinatore per l’esecuzione ha poi il compito di coordinare e interloquire con gli altri attori del processo di produzione edilizia e cioè l’impresa, il responsabile dei servizi di prevenzione e protezione,

i rappresentante dei lavoratori, le eventuali imprese sub affidatarie e i lavoratori autonomi. Il ruolo del coordinatore della sicurezza nei cantieri, ha quindi assunto una particolare importanza e responsabilità giuridica e pratica, configurandosi lo stesso come il responsabile della tutela degli operai e di tutti gli operatori del processo edilizio. La sicurezza nei cantieri edili va quindi garantita con la scrupolosa vigilanza quotidiana e la giusta preparazione tecnico-pratica. I PERCORSI DI FORMAZIONE L’Ordine professionale degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori, nella sua attività di formazione continua ha recepito pienamente quanto scaturisce dal nuovo quadro normativo garantendo sia la formazione dei nuovi coordinatori che l’aggiornamento di quelli che avevano seguito i corsi prima dell’anno 2008. L’attività di aggiornamento, oltre a sviluppare le novità contenute nel Testo Unico, viene rivolta anche a responsabilizzare i professionisti della sicurezza per farli diventare una forza di prevenzione reale per il settore. Tutto ciò anche, in aderenza a quanto contenuto nel Piano Nazionale di Prevenzione in Edilizia, con l’obiettivo di formulare l’archivio di buone pratiche, per creare la base per la costruzione di un linguaggio tecnico comune tra imprese, professionisti ed Enti. Il corso delle 120 ore non è stato soltanto adeguato nei programmi e nella articolazione in moduli, ma si è cercato di offrire, con l’apporto di tecnici di provata esperienza nel settore e di docenti universitari, una visione più dinamica offrendo continui esempi a situazioni e realtà di cantiere, tradotte poi per la parte pratica in una esperienza progettuale seminariale.


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Dal corso

Sustainable

Un approccio innovativo ed informato al progetto sostenibile ed energetico.

AVVENIMENTI

di Consuelo Nava

UNA PREMESSA SUL TEMA Negli ultimi 10 anni, I percorsi di qualificazione di sostenibilità ambientale (volontaria) e quelli di certificazione energetica (cogente) con riferimento alla produzione normativa e tecnica, sono apparentemente apparsi separati, soprattutto con quanto connesso ai principi ed ai requisiti utili a definire un edificio a basso consumo energetico o sostenibile. La produzione del progetto, invece, ha dimostrato nei comparti realizzati di edifici residenziali o del terziario, che senza un approccio sostenibile al progetto, alla sua fattibilità in termini di sostenibilità economica, sociale e quindi tecnica, riferirsi unicamente all’obiettivo della performance energetica, corrisponde poco più a realizzare livelli di funzionamento e di gestione che in esercizio possono essere controllati anche e solo attraverso il funzionamento di impianti ad alta tecnologia. Ciò non realizza attraverso il progetto una condizione di sostenibilità dell’intervento, ciò non verifica livelli di rispondenza tra contesti insediativi e livelli di benessere e comfort e peraltro non informa alcun livello professionale operativo con le competenze necessarie a realizzare una nuova

qualità ambientale del territorio, dell’architettura e del paesaggio stesso. Di fatto la Direttiva Europea del 2010 ed i successivi decreti nazionali tutti volti alla necessità di istruire procedure per la certificazione energetica, tentano di rifondare il metodo progettuale che mette insieme tematismi, principi e specifiche prestazionali al fine di valutare il peso della sostenibilità nelle azioni di intervento sull’ambiente costruito, attraverso le trasformazioni dei contesti insediativi, degli organismi edilizi e della singole unità ambientali, riferendosi sia ai comparti dell’edilizia nuova che di quella esistente, con non poche contraddizioni in termini di percorsi necessitano essere trasferiti nella pratica professionale, non come identici. Nell’opportunità di indirizzare competenze e profili professionali, possiamo asserire che la richiesta dell’abbassamento del consumo energetico è strettamente connesso al tema della gestione delle risorse naturali, mentre quello riferibile alla maggiore efficienza energetica è connesso all’integrazione dei sistemi tecnologici ed ambientali. Appare così evidente che tutte le norme sulla certificazione ener-


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getica di prima generazione (2002 – 2012) si sono rivolte al primo tema, mentre le successive ed in corso (2012-2020) sono proiettate a soddisfare livelli di performances per “edifici a bassissimo consumo”, tali che occorre progettarne l’efficacia di risposta nella migliore capacità di integrazione degli stessi sistemi.

UN NUOVO CODICE PER IL PROGETTO. In questa ultima condizione necessaria a diversificare contesti produttivi e procedure da mettere in campo, si è manifestata la differenza tra progetto sostenibile e progetto energetico. Nella produzione del progetto di architettura ed ingegneria a tutte le scale, non ci si può limitare ai temi dell’efficientismo energetico e della congruità agli standards normativi sul controllo del consumo energetico. L’interesse di concepire ed abitare “spazi urbani ed extraurbani di qualità”, si è spostato dalla casa alla città, luogo dove si svolgono la maggior parte delle attività delle comunità e luogo dove nuove concezioni dell’uso e delle funzioni delle attività umane dovranno

trovare il vero livello di sostenibilità, tra sistemi della produzione energetica ed agricola, tra il ricettivo e gli spazi del lavoro, tra gli spazi dello scambio colelttivo e delle relazioni sociali e quindi nella stessa qualità del risiedere e dell’abitare in genere. Quindi il progetto “informato e dedicato”, rimane lo strumento capace di “proiettare” capacità future risolvere istanze e condizioni contestuali con regole e apparati appropriati e competenze interdisciplinari, esso è ancora “il calibro” capace di adottare “misure e direzioni” sui temi contemporanei ed adattivi dell’ambiente e dell’energia, anche nel rinnovato scenario di una “città dove vivere bene” (tema dell’ultima Expo di Shangai: better city better life). A tutti gli operatori interessati alla concezione ed alla realizzazione della qualità dell’ambiente e dell’uso rinnovabile dell’energia e delle risorse naturali, rimane il compito di produrre progetti sostenibili, in cui l’approccio culturale e visionario della città del futuro anticipi ogni coscienza collettiva ed azione tecnica di strategia da mettere in campo.

IMMAGINI

Studi sulla sostenibilità, energia e tecnologia del progetto di Consuelo Nava con R. Astorino, G. Schipilliti, G.Pratticò

PROGETTO

Campus dell’Innovazione Automotive e Metalmeccanico in Val di Sangro, Ricci&Spaini e Cooprogetti Soc. Coop.


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I dati del corso SED Attività di formazione promossa dall’Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Reggio Calabria, con ABITALab – Centro Interuniversitario Architettura Bioecologica ed Innovazione Tecnologica per l’Ambiente (sede di RC) e Nomisma Spa, società di studi socio-economici di Bologna

La durata 30 ore

Le giornate di formazione

8 (14/15 – 23/24 febbraio 2012) c/o Sede OAPPC di Reggio Calabria

I relatori

prof. Arch. Mosé Ricci (Ricci&Spaini - UniGe), Arch. Paolo Malara (OAPPC), Prof.ssa Arch. Consuelo Nava (Unirc), Dott. Luigi Scarola (Nomisma Spa), Arch. Alberto Ulisse (UniPe), Prof. Arch. Mario Grosso (PoliTo), Prof. Arch. Fabrizio Tucci, (La Sapienza Rm), Arch. Michele Paleari (PoliMi), Arch. Raffaele Astorino (AbitaLAb), Arch. Riccardo Hopps (GBC Italia, Segr. chapter Lazio)

I partecipanti

Arone Gianfranco, Bambace Giancarlo, Brigoglio Claudio, Bueni Simona, Calveri Veronica, Campolo Desiree, Chirico Domenica Roberta, Cilione Antonino, Diano Consolato Maurizio, Emo Danilo, Galletta Claudia A., Gitto Davide, Grillo Alfonso, Le Rose Anastasia, Lombardo Valentina, Maccarrone Claudia, Madafferi Maria Grazia, Madonia Dorotea, Malivindi Antonio C., Mangano Giuseppe, Miceli Marco, Morabito Caterina, Muzzi Stefano, Palco Valentina, Pallone Antonio C, Papalia Roberta, Pascale Francesca, Pasquino Francesco, Porfilio Angela, Priolo Francesco, Schepis Fabio, Suraci Domenico, Tramontana Mariateresa, Tramontana Vanessa

Direttore del Corso

arch.Salvatore Greco (OAPPC)

Coordinamento tecnico-scientifico

AVVENIMENTI

prof.ssa Arch.Consuelo Nava, arch.Raffaele Astorino (AbitaLab).

PERCORSI DI FORMAZIONE ATTIVATI E INFORMAZIONI DEDICATE: IL CORSO SED Il corso di formazione ed aggiornamento tecnico SED, proposto dall’Ordine degli Architetti PPC con Nomisma Spa e AbitaLab, ha affrontato diversi livelli di formazione connessi alla sperimentazione ed all’ esperienza progettuale applicata sui temi riferiti alle “Metodologie, tecniche e strumenti per la progettazione sostenibile e l’efficienza energetica”. Attraverso esperienze progettuali sperimentali ed applicate alle realizzazioni alle differenti scale, dal territorio al componente per l’architettura, si sono affrontate le questioni inerenti gli aspetti delle competenze professionali di tutti gli operatori impegnati nel settore della progettazione e realizzazione di piani, progetti e costruzioni, su scenari compatibili e coerenti ai livelli di sostenibilità richiesti per mitigare gli impatti sull’ambiente e di risparmio energetico, così come previsto dalle recenti normative europee, nazionali e statuti di normativa locale. Nella giornata inaugurale degli Incontri con gli Autori organizzata dall’OAPPC, introdotta dal presidente P.

Malara, il prof. Arch. Mosé Ricci (Ricci&Spaini), ha presentata l’esperienza connessa alla sua presenza nel team curatoriale della mostra al MaXXI_Recycle, con la lecture Strategie per l’architettura, la città ed il pianeta, con la particola declinazione sui temi connessi al rapporto tra risorsa, città, architettura e società. Con riferimento alla pratica progettuale messa in mostra al Maxxi, che “affronta ed espande in direzione creativa uno dei temi principali del terzo millennio, quello del riciclo e dei materiali di scarto”, destinato a riconfigurare architettura, paesaggi, città, “a trattare il pieno e il vuoto, l’esistente ed il nuovo, l’urbano e l’antiurbano con la stessa intensità progettuale”, si è aperto il corso SED, con una lucida premessa anticipazione del rapporto tra risorsa e consumo. Nella prima sezione tematica - Gestione delle informazioni e Produzione della Norma di settore: scenari di territorio, città, edificio, materiale, si sono affrontati gli argomenti e le sperimentazioni sui temi specifici: 1. La produzione della norma e dei comportamenti sostenibili, dagli scenari internazionali a quelli locali (leggi regionali), applicabilità, competenze professio-


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nali e ambiti di azione (C.Nava); 2. Sviluppo locale e politiche urbane nei nuovi scenari economici strategie ed esperienze (L.Scarola) Nella seconda sezione tematica - Progetto Sostenibile, sito – edificio – tecnologia , si sono affrontati gli argomenti e le sperimentazioni sui temi specifici: 1. Dai distretti energetici all’energy city ai poli energetici (A.Ulisse); 2. Il raffrescamento naturale in area mediterranea (M.Grosso); 3. Sostenibile dall’edificio alla sua costruzione (F.Tucci); 4. LCA e valutazione ambientale dai componenti all’edificio (M.Paleari) Nella terza sezione tematica - Progetto Energetico, valutazione, simulazione , si sono affrontati gli argomenti e le sperimentazioni sui temi specifici: 1. Dalla diagnosi energetica ai processi di certificazione (R. Astorino); 2. Certificazione Leed Green Energy Audit (R.Hopps) Tutti gli argomenti, le informazioni tecniche e le esperienze progettuali presentate hanno fornito indicazioni utili ad una offerta tecnica dei professionisti aggiornata e rispondente alle diffuse richieste del mercato, dal settore privato a quello pubblico, dai requisiti esposti nei concorsi e gare di progetta-

zione, alla produzione con le imprese, in un innovato approccio ai temi del progetto sostenibile e delle sue ricadute in tutti gli ambiti della produzione dell’architettura e dell’ingegneria, secondo gli obiettivi di salvaguardia e tutela del territorio, di innovazione e applicazione di tecniche a basso impatto ambientale, attraverso il progetto e gli strumenti di fattibilità e valutazione degli interventi con protocolli e sistemi di certificazione Green.


RICERCHE

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RIC ER CHE ARCH luglio 2012 | SEMESTRALE DELL’ORDINE DEGLI ARCHITETTI P.P.C. DELLA PROVINCIA DI REGGIO CALABRIA


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RICERCHE

Mercato e professione nella provincia di Reggio Calabria L’Osservatorio “Professione Architetto”, realizzato dal Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori con la collaborazione sperimentale di quattordici Ordini provinciali1 e con la collaborazione tecnica del CRESME, ha inteso indagare, anno 2011, l’impatto che la crisi economica e la crisi dell’edilizia hanno sulla professione coinvolgendo un campione di quasi duemila architetti, dell’età media di 43 anni e di cui l’82% risulta costituito da liberi professionisti. I dati più significativi che emergono dalla ricerca è che Il 22% degli architetti italiani ha perso in un anno circa un terzo del proprio fatturato e il 25% del proprio reddito; e che il 33% dei professionisti vorrebbe avviare all’estero la propria attività. Cresce l’insolvenza e i tempi di pagamento da parte della clientela. In provincia di Reggio Calabria, in media, i giorni necessari per ottenere un pagamento da parte della Pubblica Amministrazione, sono passati tra 2006 e 2011, da 137 a 174; per le imprese si è passati da 58 a 92 giorni. Nel confronto territoriale, la provincia di Reggio Calabria mostra indicazioni piuttosto negative con tempi medi che si mantengono superiori anche rispetto alle medie delle provincie del Sud. Il problema non è solo perdere o trovare il lavoro, ma anche che il lavoro possa non essere pagato. Per quanto riguarda l’ammontare complessivo degli investimenti in edilizia nella provincia di Reggio Calabria nel 2011 si attesta (considerando anche la manutenzione ordinaria) a circa 1,4 miliardi di euro, di cui il 52,5% facenti riferimento a opere di rinnovo e manutenzione. In rapporto al numero di architetti iscritti all’albo, si tratta di circa 0,65 milioni di euro pro-capite, un valore molto distante dalla media nazionale. Facendo riferimento ai soli servizi di progettazione i dati CRESME evidenziano come il mercato potenziale dei servizi di progettazione nella provincia di Reggio Calabria sia calato, tra 2006 e 2010,

1

di Patrizia De Stefano

Reddito annuo medio del campione provinciale (migliaia di euro constanti 2011)

Var. % 2011/2006 = -18% 35

Reddito annuo medio 2009 iscritti a Inarcassa

30 25

Totale

24,4

20

Nord Ovest

28,6

14,9

15

11,1

10,1

12,2

10

Nord Est 2

8,6

Centro 2

3,7

5

Sud 1

5,9

0

Isole

17,1

2006

2007

2008

2009

Reggio Calabria

2010

2011

Totale

del 20%, un calo che in termini di valori pro-capite, considerando la rapida ascesa del numero di architetti iscritti all’albo, arriva al -34,5%. Questo dato incide fortemente sull’attività e conferma i dati negativi sui fatturati e sui redditi degli architetti. Per quanto riguarda la situazione finanziaria la percentuale di architetti che dichiara di avere debiti con banche, società finanziarie o fornitori, è pari a circa il 52,7%, una quota superiore alla media complessiva (45,1%) e alla media delle province del Centro-Sud (50,8%). L’indagine del CRESME evidenzia la dimensione della gravità della crisi che assume aspetti ancor più pesanti per gli architetti più giovani in termini di capacità di reddito. Il divario retributivo tra giovani e meno

Dinamiche storiche Architetti iscritti all’ordine di Reggio Calabria Var.% annua media 1998 2006 2010 2006-1998

Var.% annua media 2010-2006

713

1.111

1.315

5,7%

4,3%

Femmine Totale Iscritti

330 1.043

683 1.794

881 2.196

9,5% 7,0%

6,9% 5,2%

Quota femminile Quota femminile nazionale

31,6%

38,1%

40,1%

6,4%

2,0%

31,2%

37,8%

40,1%

6,6%

2,3%

Maschi

Quote

Variazione

Bergamo, Bologna, Como, Gorizia, La Spezia, Milano, Napoli, Nuoro e Ogliastra, Pescara, Reggio Calabria, Salerno, Trapani, Treviso, Viterbo, Salerno.

(migliaia di euro 2011)


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Tempi medi di pagamento (in giorni)

Distribuzione anagrafica degli Architetti iscritti all’ordine di Reggio Calabria

Reggio Calabria

Totale var. var. 11/6 2011 11/6 271 41 50

Nord

Centro Sud var. 2011 11/6 50 151

Enti pubblici

174

130

var. 11/6 47

Imprese

92

601

06

49

105

51

106

43

Famiglie

93

518

1

32

70

25

105

48

Altri Prof.

65

3

64

25

58

22

76

32

2011

2011

giovani è per gli architetti italiani tra i più elevati in Europa. Mettere in condizione i giovani di esprimere al massimo le loro potenzialità è condizione necessaria per tornare a crescere ed essere competitivi. Analogamente la categoria deve fare un salto di scala nel know-how, nella conoscenza e nell’uso delle tecnologie ed in particolar modo nella ri-organizzazione degli studi professionali favorendo lo sviluppo di nuove forme integrate di conoscenza e professionalità. Secondo, invece, quanto dichiarato dagli architetti, circa l’87% degli studi professionali della provincia di Reggio Calabria è istituito nella forma di studio individuale. È difficile essere competitivi, in un mondo sempre più piccolo, se non si è in grado di governare la complessità. Un altro dato interessante che emerge dall’indagine è che negli ultimi anni il mondo delle professioni sta letteralmente vivendo un processo di femminilizzazione. Nel 2010 la quota di architetti donna è arrivata a superare il 40% (e in alcune province supera anche il 50%), una quota che è andata rapidamente aumentando negli ultimi anni. L’indagine CRESME ha previsto uno specifico Focus dedicato alle Pari opportunità, promosso localmente dal Comitato Pari Opportunità dell’Ordine di Reggio Calabria, dal quale emerge che soltanto il 17% del campione femminile ha dichiarato oggi di sentirsi realizzata professionalmente, contro il 31,5% dei colleghi maschi. Dall’indagine emerge che il ritratto dell’architetto

Classe di età

<30

30-40

40-50

50-64

>64

154

744

635

594

69

Distribuzione %

7,0%

33,9% 28,9% 27,0%

3,1%

Distribuzione % nazionale

6,4%

32,3% 31,2% 24,7%

5,4%

realizzato professionalmente è risultato maschio, con più di quarant’anni e con figli. Le donne guadagnano, in media, meno degli uomini (secondo i dati Inarcassa, nel 2009, la differenza tra reddito professionale medio di uomini e donne arriva al 72% in favore dei primi, 28 mila euro per i maschi e 16 mila euro per le donne). E le medie calcolate sul campione del Cresme confermano questi risultati, con il reddito medio annuo che per i maschi, nel 2011, è risultato superiore del 75%. È importante pertanto promuovere politiche specifiche che permettano, ad esempio, la conciliazione dei tempi di lavoro con quelli della famiglia per consentire alle donne di lavorare di più e meglio e ne favorisca il loro impegno nella categoria ancora così poco rappresentata sia nei Consigli provinciali che a livello nazionale. Nonostante un quadro decisamente negativo per il 70% degli architetti italiani, non mancano settori con aspettative di crescita; i segmenti di mercato sui quali puntare nei prossimi anni sono quelli del risparmio energetico, delle energie rinnovabili e della riqualificazione. In particolare, proprio la riqualificazione sta caratterizzando fortemente il mercato delle costruzioni. Saranno, infatti, gli investimenti in riqualificazione a sostenere il mercato nei prossimi anni il cui sviluppo corre parallelo con la crescita di alcuni segmenti specifici, come l’housing sociale e il project financing, partenariato pubblico privato.

Mercato potenziale degli architetti (euro costanti 1995 e variazioni percentuali) 2000

2006

2009

2010

2006/2000

2010/2006

2010/2000

1.212

1.794

2.123

2.196

48,02%

22,41%

81,19%

Investimenti in Costruzioni (milioni di euro)

921

1.140

1.135

977

23,80%

-14,28%

6,13%

Stima Progettazione* (milioni di euro)

122

161

156

129

31,90%

-19,86%

5,70%

Mercato potenziale Reggio Calabria (euro pro-capite)

100.669

89.703

73.330

58.728

-10,89%

-34,53%

-41,66%

Mercato potenziale Italia (euro pro-capite)

254.005

206.590

145.242

124.899

-18,7%

-39,5%

-50,8%

Numero Architetti

*Stima ottenuta a partire dalla definizione della quota relativa ai servizi di progettazione sugli investimenti in nuova produzione edilizia e in opere di rinnovo


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ARCH-CONCORSI

San Giorgio “Effetto farfalla”. Nuove strategie per i piccoli centri dell’entroterra del sud.

CONCORSI

di Salvatore Greco

Una lezione di ri-generazione urbana, in uno scenario per niente utopico d’incontro tra dialetto e lingua architettonica, ci viene oggi, da una comunità illuminata, che parte dalla necessità di dover invertire il drammatico spopolamento, il degrado e la rischiosa perdita d’identità del suo centro storico. San Giorgio Morgeto, rappresentativo “centro minore” calabrese pone il suo futuro in competizione, dandoci l’opportunità di riflettere ancora una volta sulle sorti dei centri storici, vitale mediazione tra città diffusa e territorio, entità altrimenti non confrontabili, dove “minore” in termini sociali e architettonici non significa delegittimazione ma straordinaria espressione del “genius loci” dell’abitare. Unico e simile all’altro, ambiente e centro storico, danno forma al complesso di segni del nostro paesaggio. Il Comune di San Giorgio Morgeto (RC) ha bandito il Concorso Internazionale di Progettazione “CHOROTAXIA” Riqualificazione Urbanistica, Ambientale ed Architettonica dell’area del Centro Storico compresa fra la via Florimo e piazza Ammendolea, in attuazione del Programma di sostegno e assistenza alle Amministrazioni Locali per la realizzazione di concorsi di progettazione, denominato Sensi Contemporanei – Qualità Italia – Progetti per la qualità dell’architettura, promosso dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dal Ministero dello Sviluppo Economico,

dalla Fondazione La Biennale di Venezia ed attuato d’intesa con le Regioni Abruzzo,Basilicata, Calabria, Molise, Puglia, Sardegna, Sicilia (13 concorsi di progettazione banditi nel biennio 2007 - 2009). L’intervento progettuale da realizzare, con un costo delle opere pari a € 1.110.000,00, ha impegnato i progettisti nella riqualificazione urbana, ambientale e architettonica del centro storico e, più in particolare della principale via d’accesso allo stesso centro “porta d’ingresso” per visitatori e cittadini. Un’area ricca di storia e suggestione paesaggistica nella quale era richiesta una complessa opera di sintesi attraverso cui ridurre l’impatto ambientale di emergenze architettoniche finite da tempo e rimaste inutilizzate, come l’esistente parcheggio multipiano, recuperandone l’utilità e la funzione nel rispetto dell’ambiente circostante e per questa via pervenire alla valorizzazione di quegli stessi luoghi attribuendo loro nuova utilità pubblica con attenzione particolare alle innovative tecniche di ingegneria naturalistica. L’obbiettivo in sintesi, era quello di risolvere una chiara disgregazione tra due centralità urbane, creando un linguaggio che fosse mediazione necessaria, delle istanze storiche, architettoniche, tecniche e soprattutto, contemporanee all’utilità sociale. Un “effetto farfalla” da riverberare su tutta quella moltitudine di centri storici, paesaggi naturali, città,


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siti archeologici, luoghi rurali storici e complessi architettonici che costituiscono la dimensione dell’antichissimo palinsesto calabrese. La giuria, composta dall’avvocato Lucia Carlino con funzione di presidente, insieme ai membri effettivi, Arch. Prof. Francesco Collotti, Arch. Prof. Giovanni Fraziano, Arch. Prof. Giuseppe Stanghellini e Arch. Prof. Franco Zagari, membri supplenti della giuria, Ing. Salvatore Greco e Arch. Alfredo Vartolo, segreteria tecnica di Qualità Italia, Arch. Ester Annunziata e Dott. ssa Elena Pelosi, segreteria tecnica – amministrativa dell’Ente Arch. Angelo Chiaro, e Geol. Massimo Carere, responsabile del procedimento Arch. Fortunato Plateroti, ha attribuito il primo premio al gruppo rappresentato dall’architetto Riccardo Bianchini (premio € 25.000,00). Il secondo premio al gruppo rappresentato dall’arch. Fedele Santo Srl. (premio € 15.000,00). Il terzo premio al gruppo rappresentato dall’ingegner Domenico Condelli (premio € 10.000,00). Gli altri partecipanti sono stati i gruppi rappresentati da: Ing. Paolo Martino, Arch. Giuseppe Antonio Zizzi, Arch. Marcello Audino, Ing. Iaria Bruno Antonio, Arch. Emanuele Walter Angelico, Arch. Ugo Colombari, Arch. Angelo Sciotto. I concorsi sono uno strumento utile per selezionare le idee più originali e i migliori progetti a differenza delle normali procedure che vengono comunemente utilizzate dai committenti pubblici che privilegiano la selezione dei progettisti sulla base della valutazioni di fatturati e curriculum. Le procedure, a partire dalla scelta dei componenti della Commissione, dalla chiarezza nella formulazione del bando, dalla qualità del materiale fornito ai concorrenti e una esplicita dichiarazione tramite il documento preliminare alla progettazione sui requisiti richiesti al progetto, sono decisive per il buon esito dei concorsi, a patto che tutto questo poi sia finalizzato ad una concreta realizzazione dell’opere e speriamo che a San Giorgio Morgeto la conclusione sia all’altezza delle procedure fin qui adottate.


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1° classificato: RICCARDO BIANCHINI CAPOGRUPPO: RICCARDO BIANCHINI (BIANCHINI E LUSIARDI ASSOCIATI) Legale rappresentante: Arch. Riccardo Bianchini

Il sistema parete/piazza I nodi posti dal Documento Preliminare di Progettazione sono stati assunti come termini di un’unica questione: il progetto propone un sistema che, assolvendo alle necessità funzionali costituisce formalmente “la porta” di San Giorgio, non anacronisticamente intesa come segno monumentale ma come luogo generatore di nuove possibilità.

Generazione dello spazio e sue gerarchie. La qualità dello spazio è ritrovata a partire da segni leggibili nella morfologia del territorio: le tracce delle curve di livello e dei terrazzamenti hanno suggerito la nuova tessitura della pavimentazione che individua sia gli elementi morfologici sia le aree funzionali.

Lo spazio si articola in tre aree principali: -- La prima zona a nord che chiameremo piazza piccola, concettualmente e fisicamente in contiinuità con i percorsi pedonali del centro storico ai quali si collega attraverso l’inserimento di una scala. La piazza piccola è un luogo protetto che definiremo “domestico” caratterizzato dal verde ombreggiante e dalle sedute. -- La strada provinciale, delimitata dai dissuasori, il cui tracciato è stato leggermente spostato verso sud. -- La piazza delle feste. Quest’area, la più grande in termini dimensionali, si sviluppa sopra il parcheggio multipiano la cui copertura viene parzialmente ampliata verso sud per ricollegarsi visivamente con la controparete del muro del parcheggio. La copertura posta al bordo della piazza genera una cornice visiva verso la valle e rafforza dal punto di vista percettivo il collegamento con la piazza Ammendolea.

Rapporto fra lo spazio pedonale e la strada provinciale Il rapporto fra l’ambito pedonale e quello carrabile è stato risolto considerando l’intera superficie come unitaria, la sede stradale è delimitata da dissuasori e da variazioni cromatiche del rivestimento.

Connessione spaziale e visiva con piazza Ammendolea e con i percorsi del centro storico Il tema dei percorsi è stato assunto come prioritario e i collegamenti pedonali sono stati rafforzati con il ridisegno della sede stradale e con l’inserimento di una nuova scala che “riannoda” il percorso interno del centro storico con la piazza.

Creazione di uno spazio articolato e multifunzionale. L’intento è stato di realizzare uno spazio articolato sia dal punto di vista formale che da quello funzionale. La gerarchia degli spazi vuole rispondere alle necessità della comunità che potrà fruirne in modo diversificato in differenti occasioni.

CONCORSI

Mitigazione della facciata su via Florimo L’intervento sulla parete di contenimento del parcheggio nasce dall’osservazione di come il manufatto esistente generi un forte squilibrio visivo dovuto all’effetto “fuori scala” della superficie verticale dilatata dal gigantismo degli arconi. L’impressione che si ricava è che la parete si sia imposta lì dove dovremmo ritrovare la base naturale su cui poggia il Borgo. L’ipotesi progettuale passa perciò attraverso l’idea che la parete debba essere concettualmente sostituita dalla porzione mancante del monte: così come la tessitura della piazza è generata dai segni delle curve altimetriche del terreno allo

stesso modo si ricostituisce, a partire dai segni presenti nella morfologia del territorio, la porzione del monte che l’imposizione del volume del parcheggio ha in qualche modo ferito. Tra le modalità possibili di intervento si è scelto di sovrapporre al muro esistente una controparete realizzata da una maglia in acciaio dalla quale emergono i volumi delle fioriere che contengono le essenze vegetali rampicanti. La scelta dell’acciaio Cor-ten è dettata dalle qualità proprie del materiale, che ossidandosi migliora nel tempo e non richiede di essere verniciato; il colore bruno del materiale è simile a quello della terra e si integra visivamente con il verde delle piante rampicanti.


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2° classificato: SANTO FEDELE RAGGRUPPAMENTO: Ing. Bruno Polifroni Arch. Ottavio Salvatore Amaro Arch. Rosaria Brosio

Il tema di concorso Il tema oggetto del concorso è stato affrontato attraverso una doppia valenza: da un lato l’intervento su un manufatto esistente, dall’altro il suo rapporto con il contesto storico-naturale. L’esistente si pone come il nuovo campo dove sperimentare e ricreare possibili soluzioni architettoniche e funzionali capaci di ridare significato e riconoscibilità ai luoghi. l rapporto con il contesto storico/naturale si pone come ricomposizione dell’immagine di frontalità del centro urbano e come ricucitura funzionale ed architettonica dello spazio pubblico. Il progetto L’idea progettuale tende a esaltare il carattere di frontalità del paese (San Giorgio guarda il paesaggio e nello stesso tempo si fa guardare dal paesaggio), in una logica di rintracciare equilibri con il tessuto esistente, senza rinunciare ad una presenza contemporanea specifica. I temi caratterizzanti sono: Il muro Al contrario della tradizione dei muri di sostruzione presenti in molti comuni calabresi in situazioni a forte acclività, che esaltano “l’acropolicità” del sistema e del rapporto suolo/edificato, l’intervento esistente si configura come ’fuori scala’ poco attento al profilo della città. Il progetto proposto individua nella scala urbana il dato di partenza necessario per ridare “unitarietà” e proporzione. L’immagine principale è data dall’inserimento di contrafforti in ferro cortain che superano il livello della piazza soprastante come funzione totemica sul paesaggio. Essi richiamano ai contrafforti dei muri storici della città. Al suo interno, oltre alle lamelle brisesoleil vengono collocate vere e proprie finestre sul paesaggio, adatte per la sosta e l’osservazione. La scelta di utilizzare materiali che facilitano il rapporto interno/esterno con la struttura in un rapporto di trasparenza è stata finalizzata principalmente ad ottenere l’immagine di un muro verde, “aggredito” dalla natura e cangiante al passaggio delle stagioni attraverso l’uso di rampicanti (edere, glicine, buganvillea, vite americana). L’idea di “metabolizzare” la sostruzione del manufatto nella natura è stata quella di rafforzare i segni del paesaggio esistente in una dialettica strutturante tra naturale/artificiale.

CONCORSI

La piazza Al muro organico si contrappone il suolo in pietra della piazza soprastante. Questo è stato pensato come uno strato ’dilagante’ su tutto lo spazio orizzontale, ridisegnando l’attacco a terra di tutto il sistema urbano di contorno. Il posteggio Oltre alle opere di rifinitura esso è stato pensato all’insegna della normativa sulla sicurezza e della razionalizzazione dell’uso. Particolare importanza è stata data al sistema d’illuminazione attraverso un intervento che oltre a guardare all’uso di energia da fonti rinnovabili si basa su un sistema di telecontrollo capace di razionalizzare i consumi energetici.


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Lo sguardo La collocazione acropolica del centro urbano ha nello ’sguardo’ verso il paesaggio uno dei caratteri principali. Lo sguardo struttura il progetto e lo spazio. Il suolo orizzontale della piazza, la gradinata-teatro, le ’stanze ottiche’ sul muro, vengono predisposte per lo sguardo verso la scena naturale. Lo sguardo diventa anche introverso, attraverso la diagonale che invita a guardare alla piazza storica ed alla fontana artistica. La sostenibilità ambientale Il progetto si presenta con una forte proiezione verso i temi del risparmio energetico e dell’uso dei materiali compatibili. In particolare la quantità di verde previsto a copertura delle parti verticali del progetto contribuisce a ridurre notevolmente l’impatto ambientale rafforzando le condizioni naturali esistenti. Sulla stessa logica si presenta la previsione dell’inserimento di moduli di pannelli fotovoltaici che, per forma e dimensione lamellare, non incidono sull’immagine complessiva del muro.

L’arte Oggi più che mai il rapporto arte/architettura è fondamentale nell’idea di aggiungere valori e qualità ai luoghi. L’opera d’arte è prevista all’inizio della diagonale che segna il legame con piazza Ammendolea, in una logica di contrappunto con la fontana artistica. La scelta di inserirla nella parte a sbalzo della diagonale tende ad esaltare lo spazio vuoto e lo scenario infinito del paesaggio antistante la piazza.


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3° classificato: DOMENICO CONDELLI

CONCORSI

RAGGRUPPAMENTO: Arch. Andrea Piroso Arch. Francescantonio Severino Arch. Domenico Giannini Arch. Daniele Vacca

Il borgo di San Giorgio Morgeto, benché di aspetto apparentemente semplice, si rivela custode di profonde connotazioni di impronta storicistica. Caratterizzato da piccole viuzze che percorrono spazi costrittivi, l’agglomerato urbano viene sovrastato da un’antica fortezza. L’area interessata al progetto si configura come quel terzo punto, utile al completamento di un triangolo contrassegnato da altri due vertici: il Centro storico e il Castello. Il bando di concorso richiedeva idee ed ipotesi progettuali volte a valorizzare tale area nonché ad individuarne la più idonea fruizione pubblica (con l’aggiunta di una genesi spaziale per ospitare eventi e manifestazioni), il completamento e l’integrazione del sottostante parcheggio multipiano esistente nonché soluzioni architettoniche e di ingegneria ambientale atte a schermare l’imponente facciata arcuata di quest’ultimo. L’aspetto più critico da risolvere per conseguire lo scopo prefissato, è stato forse quello di riuscire a conciliare l’esigenza funzionale di uno spazio di ampio respiro che non andasse ad ostacolare la buona riuscita delle manifestazioni, con la necessità percettiva che contribuisse a renderlo sufficientemente gradevole nonché confortevole per la permanenza quotidiana della collettività. Il progetto si fonda principalmente su due aspetti: collegare la nuova superficie con piazza Ammendolea e creare una terrazza belvedere. Concettualmente ciò avviene attraverso due direttrici principali. La prima direzione è data dalla Via Florimo (strada provinciale) che con il suo proseguo riesce a collegare le due piazze attraverso una pavimentazione in pietra granitica. L’asse pavimentato, in aggiunta all’oltrepasso di Via Florimo, diventa anche l’accesso principale che


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ritrova la conclusione in uno spazio aperto ad uso collettivo per eventi. Tale direzione si interseca improvvisamente con il secondo asse, il quale orientandosi verso la piana di Gioia Tauro innesca un’apertura. Non cessa di esistere, però, un collegamento visivo con l’antico Castello che completa la piazza in maniera più articolata. A schermatura della Via Florimo, ritroviamo delle strutture diafane in legno ospitanti delle funzioni: un info-point, un bar, un’edicola, una bottega per la vendita di prodotti tipici, delle sedute al coperto. La linearità degli esili elementi viene interrotta, nell’innesco del salto di quota, da una torre belvedere che, oltre a collegare fra loro i piani del parcheggio, funge attraverso una passerella da giuntura con il Centro storico. La torre rivestita in pietra, assume altresì un carattere di monumentalità concettualmente intimo con la storicità delle preesistenze. Il fronte parcheggio è stato invece ridisegnato,

inserendo un sistema di vegetazione utile a rafforzare il rapporto di mitigazione con l’intorno urbano. Un’ulteriore destinazione è stata conferita alla rampa di accesso al parcheggio divenendo così anche percorso viario alternativo. Quest’ultimo contribuisce a rendere l’area di progetto anche totalmente pedonale in occasione di eventi particolari, evitando sia l’interruzione carraia che l’isolamento delle zone sovrastanti. Infine, l’interno del parcheggio è stato oggetto di recupero attraverso la rivisitazione dello stato di fatto e la riqualificazione di alcuni degli spazi esistenti.


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capogruppo: ARCH. PAOLO MARTINO RAGGRUPPAMENTO PROGETTISTI Arch. Carmelo Bagalà Arch. Delia Grazia

Il progetto per la riqualificazione urbanistica, ambientale ed architettonica dell’area del centro storico compresa tra via Florimo e piazza Ammendolea, nasce dall’idea di dotare il centro abitato di San Giorgio Morgeto di una adeguata e capace piazza. Un sito come la piazza costituisce il luogo centrale che da vita a tutta la cittadina. Nel progetto questa idea si materializza dando vita a una estesa isola pedonale, dove si svilupperanno relazioni sociali e culturali. La nuova piazza avrà una dimensione molto più ampia rispetto alla precedente, una specie di “agorà” da cui si potranno godere gli splendidi tramonti che pervadono tutta la piana di Gioia Tauro fino al monte Sant’Elia.

CONCORSI

L’intervento prevede: 1- Unificare piazza Ammendolea con l’attuale spazio sopra il parcheggio multipiano di recente realizzazione (ancora non ultimato) per farne, come si accennava prima, una piazza più ampia, cuore del percorso pedonale di tutto il centro storico. 2- La riqualificazione ambientale del parcheggio multipiano, con la sovrapposizione di una nuova “pelle” su tutto l’edificio, più precisamente una parete tecnologica, rappresenta una scelta precisa di forte impatto ambientale per dare vigore e una nuova connotazione architettonica e contemporanea a tutto il centro storico.


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capogruppo: ARCH. GIUSEPPE ANTONIO ZIZZI RAGGRUPPAMENTO PROGETTISTI Arch. Demetrio Campolo Arch. M. Carmela Giuditta Arch. Elena Lieto Arch. Anna Maria Repice Arch. Caterina Zizzi

L’idea di un concorso finalizzato alla riqualificazione di questo ambito urbano, soprattutto uno spazio aperto, di fatto una nuova piazza per la città, ripropone la necessità di ripercorrere le scelte che hanno interessato il sito, morfologicamente difficile, allorché ne fu determinata la utilizzazione, ma soprattutto il recupero funzionale, per insediare l’esistente (non completato) parcheggio multipiano. L’intervento, per quanto apprezzabile, non pare aver risolto definitivamente le problematiche connesse alla sua realizzazione. Tale circostanza mette in evidenza, in termini estremamente attuali, la vitalità delle attenzioni critiche che amministratori e soprattutto comunità civile rivolgono alla loro città, a cui chiedono risposte di vivibilità pur nella caotica routine funzionale che ne caratterizza qualità e difetti. Il percorso metodologico che supporta ed individua le scelte di progetto si affina attraverso appunti critici. Tali appunti critico-metodologici hanno ispirato un intervento minimalista che trae soprattutto spunto dallo stato della fruizione dei luoghi, certamente nella direzione dello spazio aperto in sé, ma soprattutto dalla sperimentata articolazione del traffico veicolare che non può essere condizionato da una non praticabile pedonalizzazione del tratto tra piazza Ammendolea, il luogo storico, e il nuovo luogo; di fatto la soluzione mantiene lo stato funzionale attuale dei flussi di traffico che interessano la via Florimo ma indicano una continuità cromatico-materica tra i due spazi aperti della città, quello antico e quello moderno. Il risultato è comunque l’unificazione ambientale che mantiene i tratti formali dell’una (piazza Ammendolea) contrapponendoli ai giochi dell’altro (nuovo spazio) in cui vengono messi in maggiore evidenza i cromatismi pavimentali, le trasparenze delle pensiline in vetro strutturale opaco, le luci da terra e le luci su pali, nelle varie tipologie.


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ARCH luglio 2012 |

SEMESTRALE DELL’ORDINE DEGLI ARCHITETTI P.P.C. DELLA PROVINCIA DI REGGIO CALABRIA

capogruppo: ARCH. MARCELLO AUDINO RAGGRUPPAMENTO PROGETTISTI Arch. Liana Terlizzi

CONCORSI

Presupposto indispensabile del progetto è la volontà di generare una continuità non solo spaziale, esaltando la vocazione pedonale degli spazi urbani coinvolti, ma anche una continuità di immagine, perseguendo l’inserimento dell’edificio e della piazza nel loro contesto attraverso un trattamento unitario dei due temi progettuali, apparentemente poco conciliabili. La proposta progettuale si caratterizza inoltre per l’adozione del criterio del “minimo intervento”, fondandosi su pochi segni riconoscibili, su pochi materiali appartenenti al luogo e limitando al massimo le demolizioni o le modifiche delle strutture esistenti. Il progetto tenta di instaurare un dialogo con l’esistente, sia con i tessuti consolidati e di qualità del borgo, sia con la struttura incompiuta del parcheggio, alla ricerca di soluzioni economicamente sostenibili. Da un punto di vista compositivo, la genesi del progetto è basata sulla prosecuzione del ritmo dettato dalla facciata del parcheggio esistente. La scansione regolare delle arcate diventa segno caratterizzante la pavimentazione: la luce degli archi corrisponde sulla piazza a campiture piene (pavimentate o verdi), mentre le tracce dei pilastri diventano fasce funzionali mutevoli che accolgono le griglie per lo scolo delle acque, i lampioni, i dissuasori stradali, il corrimano del marciapiede, differenziandosi anche per il materiale utilizzato (prevalentemente metallico). Una griglia modulare, basata sulla dimensione del singolo massello e del pannello verde di rivestimento della facciata (40x60 cm), determina il disegno della pavimentazione e del rivestimento verde e genera per estrusione o sottrazione i volumi puri delle panchine, le tracce delle aiuole, i vuoti di facciata. Alle superfici verdi è affidata l’integrazione del progetto nel contesto ambientale e cromatico del sito: la nuova pelle avvolge l’edificio del parcheggio, lo ancora al terreno e genera una diretta continuità tra facciata e copertura.


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capogruppo: ING. BRUNO ANTONIO IARIA RAGGRUPPAMENTO PROGETTISTI Arch. Elvira Tuscano Arch. Floriana Iiriti Geol. Mario Zicari

L’intervento nel suo complesso, inteso come elemento di mediazione fra due diversi spazi urbani, uno “storico” e, l’altro, “di nuova edificazione”, ha come obiettivo la riqualificazione paesaggistica e ambientale del centro storico del comune di San Giorgio Morgeto, volto al recupero, alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio architettonico, mediante una serie di interventi edilizi basati sull’utilizzo di tecniche “ecosostenibili” che traggono spunto anche dalla tradizione locale. I lavori nella loro concezione ed esecuzione, pur apportando delle significative trasformazioni del contesto urbano, peraltro suggeriti dall’Ente Appaltante, soddisfano appieno i numerosi trattati di riqualificazione ambientale, cultura e mantenimento del paesaggio, in grado di innescare un processo di rivitalizzazione economica, turistico, sociale e culturale del nucleo urbano non solo a carattere territoriale ma anche a livello extracomunale. Dalla disamina degli elaborati tecnici, oltre che dal contesto architettonico ove si collocano gli interventi, possono ritenersi verificate e soddisfatte le prescritte indicazioni progettuali volte sia al rafforzamento del ruolo di centralità culturale e sociale che il contesto già possiede, con l’attribuzione di un’identità forte, sia al recupero complessivo dei beni architettonici presenti.


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ARCH luglio 2012 |

SEMESTRALE DELL’ORDINE DEGLI ARCHITETTI P.P.C. DELLA PROVINCIA DI REGGIO CALABRIA

capogruppo: ARCH. EMANUELE WALTER ANGELICO RAGGRUPPAMENTO PROGETTISTI Arch. Elvira Lorena Guarino

CONCORSI

Si è cercato, di gestire una semplicità che già in parola fosse semplice tracciare. La Cittadina di San Giorgio Morgeto tipologicamente è caratterizzata da un’edilizia del tipo “a schiera”, con piani interrati e fuori terra, variabili da uno a due e le cui coperture sono prevalentemente a tetto con linee di gronda sfalsate ma più comunemente lineari. Ciò che colpisce alla vista del landscape cittadino sono proprio le “palazzate” che si confrontano con le strade su cui si compongono a prospetto; questi, spesso balconati o finestrati, rendono riconoscibili, a distanza, le unità edilizie per la loro cromia. È proprio il colore che permette l’identificazione dei cosiddetti “posti casa”. Le variegate linee di gronda, infine, contribuiscono alla lettura dei vari partiti architettonici. Tutto ciò appare quindi, una architettura di facciata, costituita da “quinte” poste a fronte di un tessuto fitto di vicoli e stradine che dall’esterno(paesaggio) risultano assai difficili da scorgere. La proposta progettuale tende a porre l’accento su quattro punti fondamentali: 1- qualificazione e riqualificazione dell’impatto determinato dal parcheggio multipiano sul territorio, sia come incidenza a grande scala sia a piccola scala di dettaglio; 2- ridisegno di Via Florimo, nel tratto dell’area di concorso ma, più nello specifico, nell’ansa costituita dal curvone esistente in adiacenza alla copertura del parcheggio; 3- definizione degli spazi di risulta; 4- riqualificazione della Piazza Ammendolea.


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capogruppo: ARCH. UGO COLOMBARI RAGGRUPPAMENTO PROGETTISTI Ing. Giovanni Martinazzoli Arch. Antonino Minniti Arch. Enzo Condello

Rispetto al contesto territoriale a cui appartiene, San Giorgio Morgeto può considerarsi, a ragione, uno dei nodi fondamentali dell’area pre Aspromontana esposta sul Tirreno. Le riconosciute valenze paesistiche e ambientali del Parco dell’Aspromonte, a cui appartiene il territorio comunale, fanno contorno ad un’atmosfera ricca di suggestioni e di elementi di pregio. Il tessuto compatto del borgo rivela una cura per la qualità architettonica quasi inusuale all’interno del suo comprensorio e comunque nell’intero territorio provinciale. Tuttavia è evidente che la nuova espansione si è fermata a metà e ha comunque determinato la perdita di qualità: sia per la mancanza di struttura, sia (e soprattutto), per lo spostamento dell’edilizia pubblica recente al di fuori del centro storico. Appare chiaro che lo spazio, dato come area di progetto, si manifesta attraverso diversi gradi di complessità. Si evince chiaramente la relazione tra il piano orizzontale della piazza e il piano verticale definito dai “ciclopici” archi a sostegno del parcheggio, senza tralasciare il “peso concreto” che il tessuto urbano riversa sulla piazza. Il confronto con gli elementi esistenti e le precise finalità esposte nel D.I.P. hanno indirizzato le scelte progettuali sul tema della ricucitura formale e funzionale dei piani orizzontali e verticali. La forza delle suggestioni e dei riferimenti ci hanno rivelato dei tracciati geometrici circolari, il più vicino possibile alle forme della natura ed a quella “percezione radiocentrica” della Città del Sole di Campanella. L’ambivalenza fra le componenti geometriche di riferimento si ripropone anche sul piano percettivo, la notte e il giorno determinano paesaggi ed emozioni diverse, laddove il sole rivela un piano cromatico apparentemente asettico e impersonale, a tutto beneficio degli aspetti relazionali interne alle dinamiche sociali del luogo, la notte trasforma San Giorgio in una “lanterna”, stimola curiosità quasi come un miraggio lontano, da raggiungere e vivere.


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ARCH luglio 2012 |

SEMESTRALE DELL’ORDINE DEGLI ARCHITETTI P.P.C. DELLA PROVINCIA DI REGGIO CALABRIA

capogruppo: ARCH. ANGELO SCIOTTO RAGGRUPPAMENTO PROGETTISTI Arch. Milana Napoli Ing. Ursino Argentino Arch. Domenico Auddino Arch. Angelo Zurzolo Arch. Barbara Galati

CONCORSI

La forte valenza paesaggistica di San Giorgio Morgeto è ben evidente e definita dalle immagini che si percepiscono accedendo dalla pianura sottostante. Questa percezione ci ha portato a riflettere su un aspetto molto importante: il rapporto di equilibrio che la nuova struttura deve ricercare con un paesaggio tra i più belli e rappresentativi e al contempo rafforzarne le qualità storicoculturali ai fini di una maggiore attrazione turistico-ambientale. Consapevoli della violenta percezione e di come il paesaggio e la natura sono stati troppo spesso profanati da interventi sconsiderati, si vuole ridimensionare un intervento di scarsa sensibilità verso il territorio con un’opera che possa inserirsi in modo “naturale” nel paesaggio e che al contempo possa rappresentare il segno del passaggio di una “cultura”. È per questo che il progetto è la “sintesi” di un processo mentale e culturale che si genera a partire dall’analisi del luogo e dell’oggetto da una parte e di ciò che si vuole che sia il risultato finale dall’altra. Il tema del concorso porta avanti una riflessione su un nucleo urbano antichissimo, di forte valenza paesaggistica e scenografica e del suo sviluppo. Ci si è preposti di affrontare il progetto con la convinzione che un “cambiamento” può significare sviluppo e stabilire un nuovo rapporto con la contemporaneità: una contemporaneità che ci circonda ed è un modo di pensare al passato e immaginare il futuro.


LUGLIO 2012


Hanno scritto per questo numero:

Giovanna Caminiti Patrizia De Stefano Leopoldo Freyrie Manuel Gausa Salvatore Greco Renato Laganà Paolo Malara Valerio Morabito Consuelo Nava Renato Nicolini Mario Pisani Mosè Ricci Ettore Rocca Maria Rosa Russo Marina Tornatora Federico Verderosa

ARCH 8 Luglio 2012  

ARCH 8 Luglio 2012

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