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LE LE TROTE TROTE

didiSanta Fiora: Santa Fiora: tutela dellabiodiversità biodiversità eedelle tradizioni tutela della delle tradizioni N TT EE AAMMI AI TAAT A D DE EL L MMOO N


a cura dell’Ufficio Comunicazione della Provincia di Grosseto www.provincia.grosseto.it progetto grafico Michele Guidarini www.micheleguidarini.com Fotografie di dott. Armando Piccinini, ittiologo contenuti curati da Associazione Minatori per il Museo di Santa Fiora Università degli Studi di Parma, Dipartimento di Biologia Evolutiva e Funzionale - Spin Off Accademico GEN TECH Provincia di Grosseto, Servizio Attività Faunistico Venatorie ed Ittiche - ufficio pesca in acque interne INFO Associazione Minatori per il Museo E-mail museominiere@yahoo.it tel. 347 7036157 www.minieredimercurio.it


tutela della biodiversitĂ e delle tradizioni DEL MONTE AMIATA


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Premessa La pesca è praticata dagli uomini da epoche lontanissime. Con essa l’uomo si è procurato una parte importante dell’auto-sostentamento, fondando in molti casi su di essa i suoi primi commerci. Fin dal Paleolitico, l’uomo ha costruito dei veri e propri “attrezzi da pesca”, da lance rudimentali con punte d’osso o di pietra, a un piccolo strumento che gli permetteva di vincere in molti casi la forza e la velocità del pesce: l’amo. I primi ami pare fossero di osso. Con la scoperta di nuovi materiali, anche l’amo cambiò: comparvero (4000 a. C. circa) gli ami in rame, poi quelli in bronzo, fino agli attuali ami in ferro. Con il passare del tempo, l’uomo diventò più stanziale, creando dei gruppi consistenti e più stabili. Dato l’aumento di popolazione, la richiesta di pesce per l’alimentazione era cresciuta: bisognava cioè valersi di strumenti adatti ad una pesca intensiva. Sotto questo stimolo apparve la prima “rete”. Essa esisteva già nel Paleolitico ma si affermò e si generalizzò nel Neolitico La pesca aumentò, l’osservazione dell’uomo sull’ambiente si fece più complessa. In questo periodo intere comunità modellarono la loro vita sulle esigenze della pesca: dal luogo scelto per insediarsi, allo sviluppo di strumenti adatti come le imbarcazioni, ai ritmi delle loro giornate, alla stessa educazione dei giovani. Una sorta di “regolarizzazione” della pesca si ebbe già in periodo romano. Il pescatore era soggetto a diritti e doveri, la pesca nei laghi e nei fiumi era soggetta ad imposta e i 5


pesci diventavano di proprietà di chi li catturava. Nel Medioevo la pesca fu certamente influenzata dalla cultura germanica cosicché il pesce d’acqua dolce acquistò via via grande importanza nelle mense europee, soprattutto quanto la chiesa impose alle popolazioni il rispetto dei giorni cosiddetti di “magro”, in cui vi era l’obbligo di astinenza dalla carne, intesa in senso stretto. Il pesce divenne così l’importante e essenziale sostituto di questa, anche perché i giorni di “magro” variavano da 100 a 150 all’anno; mediamente due o tre giorni la settimana. Con il passare del tempo, si è capito che il fiume è un ambiente unico, ma anche estremamente complesso che scambia continuamente energia e materia con gli altri ambienti terrestri circostanti ed è per questo che viene considerato un “ecosistema aperto”. Un sistema fluviale in buone condizioni può accogliere una molteplicità di organismi animali e vegetali capaci di usufruire delle risorse a disposizione in uno stato di equilibrio. Quando l’ecosistema fluviale è perturbato si assiste alla riduzione o alla scomparsa delle specie sensibili e alla dominanza di quelle più resistenti agli inquinanti, con una conseguente perdita di biodiversità. Purtroppo, l’attività dell’uomo, nel corso della storia, ha interferito nel naturale sviluppo di questi ecosistemi, introducendo nuove specie ittiche, sia incidentalmente, sia per scopi alimentare o di pesca che hanno determinato nel tempo . una profonda alterazione dell’ecositema acquatico, non sempre facilmente recuperabile. Per le motivazioni sopra richiamate, la Provincia di Grosseto e il Comune di Santa Fiora negli ultimi dieci anni han6


no investito risorse affinché l’ecosistema fluviale del fiume Fiora potesse rinascere ed essere nuovamente valorizzato sia per il ripristino e mantenimento della biodiversità, sia a favore della pesca dilettantistica e la fruizione alieutica del territorio montano. Sono stati anni impegnativi che hanno visto il coinvolgimento di professionalità diversificate per il raggiungimento degli obiettivi del Progetto di riproduzione e ripopolamento dei fiumi con esemplari di trota macrostigma (Salmo trutta macrostigma) con ogni probabilità l’unica specie autoctona popolante le pedici di questo antico vulcano prima della sua scomparsa, a partire da un gruppo di riproduttori presenti nella Peschiera di Santa Fiora e provenienti dal Lago di Posta Fibreno (Regione Lazio Provincia di Frosinone). Il progetto ha sviluppato anche un percorso di educazione ambientale per le scuole, che legasse l’aspetto biologico ed ecologico della specie ittica a rischio estinzione con gli aspetti ambientali e fluviali del territorio in un continuo processo di sensibilizzazione sulla biodiversità in genere,sulla tutela del paesaggio e dell’ambiente e sulle corrette modalità gestionali di un bene tanto prezioso come l’acqua, da sempre fonte di vita. Da anni ormai vengono scuole da tutta Italia per apprezzare le caratteristiche di un territorio che affascina e conquista il visitatore, scuole che hanno trovato in un percorso educativo basato sulle acque e sul territorio, un utilissimo mezzo di istruzione. In pochi altri luoghi è possibile vedere sgorgare oltre mille litri di acqua al secondo da sorgenti perenni e sicuramente in pochissimi luoghi d’Italia è possibile trovare attivo un 7


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progetto di riproduzione ittica come quello che ha sede in Peschiera. Va da se in tutto ciò che sia doveroso ringraziare coloro che hanno reso possibile tutto questo nel corso degli anni, che con passione, dedizione e costanza hanno consentito l’accesso dei più giovani ad un mondo molte volte difficilmente immaginabile e ricco di esperienze, consapevoli comunque che il miglior ringraziamento per queste persone è l’impegno che metteremo nel futuro sugli stessi temi. La realizzazione di questo libro è sinonimo della forte volontà di diffondere l’esperienza tecnico-scientifica del Progetto affinché le giovani generazioni siano sensibilizzate sull’importanza della biodiversità, dell’ecosistema fluviale, della storia e della geologia che caratterizza il nostro territorio provinciale. Il Presidente della Provincia, Leonardo Marras Il Sindaco del Comune di Santa Fiora, Renzo Verdi

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La Trotaa Maacroostigm ma (Saalmo trrutta macroostigm ma) L’areale e le caratteristiche

La trota di torrente, Salmo trutta è tra i principali predatori dei corsi d’acqua montani e riveste un’importante funzione ecologica come regolatore delle popolazioni di invertebrati e di piccoli vertebrati dell’ecosistema acquatico. Per la bellezza dei luoghi in cui vive, per la sua combattività e per la bontà delle sue carni, questa specie ittica è da sempre una delle prede più ambite dai pescatori sportivi. Per soddisfare le esigenze, delle Associazioni di pesca sportiva, le pubbliche amministrazioni hanno condotto piani di ripopolamento di Salmonidi in tutti i tor11


renti che già ospitavano o che potessero, a volte sulla base di valutazioni alquanto superficiali, ospitare trote. Le semine ittiche iniziarono nei primi anni del secolo, ma nonostante le ripetute immissioni di avannotti, trotelle e trote adulte, i risultati risultarono spesso deludenti a livello nazionale. Alcuni ittiologi dei primi del ‘900 (D’Ancona, 1935) constatati i pessimi risultati delle semine con trota fario, consigliavano di utilizzare la trota iridea, arrivata in Italia verso la fine del 1800 dal versante pacifico degli Stati Uniti, poiché questa specie tollera acque più calde e meno ossigenate. In realtà, le introduzioni di trota iridea non ebbero grande successo a causa della scarsa capacità di acclimatazione di questa specie. Le popolazioni di trota iridea in grado di riprodursi autonomamente in ambiente naturale in Italia non sono più di cinque o sei. Una di queste è in provincia di Grosseto. Sul finire degli anni ‘60 i ripopolamenti venivano effettuati, oltre che con avannotti, anche con esemplari adulti

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appartenenti sia alla specie europea (Salmo trutta L.) sia a quella americana (Oncorhynchus mykiss) ed erano finalizzati principalmente al soddisfacimento immediato delle esigenze dei pescatori. Da quegli anni ad oggi le massicce immissioni di trota fario hanno interessato tutte le province italiane e ciò ha contribuito ad alterare l’originaria connotazione dei popolamenti ittici favorendo processi di ibridazione tra trote di diversa provenienza tant’è che attualmente risulta molto difficile individuare popolazioni indigene “pure”, che non abbiano subito influenza genetica da parte degli esemplari immessi a scopo di ripopolamento, questi ultimi soprattutto di origine atlantica.. Secondo Gandolfi et al., (1991) la semispecie S. (trutta) macrostigma rappresenterebbe la forma indigena delle coste tirreniche e in generale di tutto il bacino del Mediterraneo (Fig.1- Zerunian, 2002). Fig.1 Probabile areale originario delle tre semispecie del complesso Salmo (trutta) indigene in Italia: trota fario (grigia), trota marmorata (tratteggio rosso), trota macrostigma (tratteggio azzurro) (Zerunian, 2002). E’ bene precisare che la tassonomia di questo gruppo sistematico è tutt’oggi oggetto di discussione tra gli ittiologi

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Questa semispecie si distingue dalla Salmo (trutta) fario per il minor numero di vertebre, di appendici piloriche, di raggi in alcune pinne, di denti sullo stelo del vomere e per la livrea (Bruno, 1987). Il fenotipo Salmo (trutta) macrostigma (Zerunian e Gandolfi, 1986)(Fig.2), in particolare, è caratterizzato da: •• macchia preopercolare ben evidente; •• presenza di 9-13 macchie “parr”; •• assenza di macchie nere sul dorso; •• assenza di macchie rosse orlate di bianco sui fianchi; sono ammesse solo alcune macchie rosso mattone o rosso arancio senza alone preferibilmente verso la coda; •• limitate macchie nere sui fianchi anche orlate di bianco (da 20 a 60 per lato); •• forma del corpo più “tozza” della fario; •• ventre grigiastro con addome bianco. 14


Il fenotipo risulta comunque altamente variabile nei diversi bacini idrografici. Salmo (trutta) macrostigma colonizza alcuni corsi d’acqua peninsulari caratterizzati da una forte presenza di vegetazione acquatica, accentuate magre estive, acqua limpida, a moderata corrente e temperature estive superiori a 18°, considerate al limite per la sopravvivenza dei Salmonidi. Questo tipo di trota, quindi è più adatta a vivere in corsi d’acqua di tipo “mediterraneo”, cioè con lunghezza e portata limitate, soggetti a consistenti magre estive e conseguente innalzamento della temperatura. Molti ricercatori ritengono che, cessando le immissioni di fario, in poco tempo la macrostigma dovrebbe ricolonizzare spontaneamente molti corsi d’acqua nell’area Mediterranea (Tortonese, 1970; Cottiglia, 1968; Zerunian e Gandolfi, 1986).

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LA TROTA MACROSTIGMA IN TOSCANA

Ricerche condotte sulle popolazioni di trota fario di alcuni torrenti della Toscana meridionale hanno evidenziato la mancanza di un effettivo successo riproduttivo per questa trota; anzi molti parametri ambientali, come ad esempio l’andamento delle precipitazioni ed il regime delle acque, appaiono come fattori limitanti (Radi, 1995). Nonostante ciò sono numerose le popolazioni riproduttive di trota di torrente in grado di aauto mantenersi soTassono prattutto nei corsi d’acprat mia: La t a s s o nomia ( co ƲƠƭƨư qua del comprensoq dal gre, taxis, “ordina ƬƮƫƮư, rrio montagnoso del mento” nomos, , e “norma è, nel su ” o “reg Monte Amiata. D’alM o signifi ola”) cato più disciplin generale tronde Sommani, tro a della , la classific azione. nello studio sull’econe 16


logia delle trote nell’Italia meridionale del 1950, afferma che: “[..]..Sono state avanzate delle ipotesi che il Salmo macrostigma sostituisse il Salmo trutta nella maggior parte dei fiumi del versante tirrenico meridionale”. Da quanto riportato in letteratura, uno dei torrenti che sicuramente ospitava naturalmente la trota era il Vivo (Dei, 1871; D’Ancona, 1935; Nannizzi, 1957). Probabilmente quindi anche le trote originariamente presenti nei corsi d’acqua del comprensorio amiatino sono da ricondurre al Salmo macrostigma (Nelli et al., 1998). Questa ipotesi sembra trovare conferma nella descrizione che Dei (1871) fa delle trote del Vivo: “Il Corpo delle Trote è coperto di piccolissime squamme; sul dorso è di un colore grigio-bruno, o verde nerastro, il quale sfumandosi diviene assai più chiaro ai lati, e si cangia poi in bianco argentino nel petto e nell’abdome. Il petto ed i fianchi sono inoltre ornati quasi sempre da moltissime macchiette, per lo più bruno-nerastre, contornate spesso da sottil cerchio biancastro; la sua pinna dorsale è grigiastra e macchiettata, la caudale è parimente grigiastra con il lembo nerastro, le altre sono biancastre”. Dei nel descrivere la livrea delle trote del Vivo, non parla mai di macchie o puntini rossi o arancio, tipici della trota fario, particolare questo molto eviden-

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te anche ad un profano che osservi questo tipo di trota per la prima volta, e inoltre non fa menzione di macchie dorsali, anch’esse tipiche della fario. Anche la bordatura nerastra della pinna caudale coincide con una caratteristica presente in Salmo (trutta) macrostigma, come pure la colorazione del “petto e dell’abdome” che si “cangia in bianco argentino” è un’altra caratteristica tipica della macrostigma, mentre il colore dominante nella fario è un bianco giallastro. Una ulteriore conferma che la trota sia autoctona nel comprensorio amiatino è costituito dai ritrovamenti di cinque calchi e scheletri nelle farine fossili del Monte Amiata. Questi fossili, risalenti al Pleistocene, provengono dalla cava situata nel bacino di Frontespilli, in località Bagnolo di S. Fiora nel bacino imbrifero del Fiume Fiora (Bradley e Landini, 1982). I salmonidi fossilizzati presentano un numero di vertebre pari a 24 caudali e 34-35 toraciche. Questo dato si sovrappone molto bene con quanto Pomini (1941) descrive per le trote macrostigma presenti nei torrenti della Sardegna. Altro dato interessante sono le dimensioni e la posizione delle pinne ventrali, dorsale ed anale. Tali parametri corrispondono a quelli che Dumeril (1858) descrive per la trota macrostigma originaria dei monti dell’Atlante, e che l’autore definisce diversi da quelli rilevabili in ogni altro tipo di salmonide. Comunque dati ufficiali indicano che in Italia la trota macrostigma è oggi limitata aalla Sardegna, alla Sicillia, ai bacini dell’Aniene, Livrea: La livr ea è l’insiem Ninfa e Fibreno del Lazio, N e dei colori e dei dis egni della pel molto ggeograficamente le (in questo caso), del pelo o del vicini al Monte Amiata vi piumaggio di tutt i gli animali. (Gandolfi et al., 1991). (G 18 1 8


ZOOGEOGRAFIA L’elevata plasticità ed adattabilità della fauna ittica ha consentito il differenziamento, nel corso dell’evoluzione, di oltre 25.000 specie tra marine e dulcicole (di acqua dolce) che oggi rappresentano più della metà delle specie di vertebrati esistenti sul nostro pianeta, ovvero, un formidabile esempio di “biodiversità”. La loro origine evolutiva è riferita ad un antico progenitore, che circa 400 milioni di anni fa avrebbe abbandonato le caratteristiche di organismo detritivoro (che si alimentava di detriti di fondo) vincolato al sedimento marino per passare a vita pelagica (con ciclo vitale non legato al fondale), sviluppando via via strutture muscolo-scheletriche sempre più efficienti ed appendici adatte al nuoto. L’origine dei pesci italiani è certamente più recente rispetto all’antico progenitore che diede avvio alla storia naturale dell’ittiofauna sul pianeta. Nelle trattazioni di carattere zoogeografico la distribuzione dei pesci dulcicoli (di acqua dolce) italiani viene infatti riferita a due diversi distretti ittiogeografici, il distretto Padano-Veneto e quello Italico-Peninsulare (Fig. 1), generati all’origine da eventi verificatisi a partire dal Messiniano (circa 5 milioni di anni fa) e protratti fino a tempi recenti. Il distretto Padano-Veneto comprende tutti i bacini tributari dell’arco settentrionale dell’Adriatico, dal bacino del Fiume Isonzo in Friuli Venezia Giulia a quello del Fiume Vomano in Abruzzo. La formazione di questo complesso di bacini e la distribuzione dell’ittiofauna attuale, costituita da numerose specie che in maggioranza sono endemiche, sono 19


state fortemente influenzate dalle glaciazioni pleistoceniche (distribuite nell’arco temporale da 1 milione a circa 30.000 anni orsono); in particolare da quella rissiana e würmiana che consentirono l’emersione del bacino del Fiume Po fino al bordo della fossa meso-adriatica (all’incirca all’altezza di Pescara) mettendo in connessione i fiumi della sponda adriatica italiana con quelli della Slovenia, della Croazia e della Dalmazia (Fig.2). Parallelamente il distretto Italico-Peninsulare, anche definito Tosco-Laziale, contempla i bacini idrografici che si estendono dalla Toscana settentrionale (sistema Vara-Magra) sino ai corsi d’acqua della Calabria e Abruzzo (a Sud del bacino del Vomano). Regioni quali Sicilia, Sardegna, Liguria e Puglia non appartengono ad alcun distretto per la sostanziale assenza di forme endemiche caratteristiche. Relativamente all’origine zoogeografica dei salmonidi, alcuni rifugi glaciali distribuiti tra la penisola Anatolica e le regioni Ibero-Marocchine (Fig. 3) hanno portato al differenziamento di 5 diverse linee genetiche (Danubiana, Marmorata, Adriatica, Mediterranea, Atlantica) evidenziate dall’analisi del DNA mitocondriale. In particolare, per quanto riguarda l’area mediterranea le regioni AnatolicoAdriatiche avrebbero dato origine in un periodo identificato tra 100.000 e 500.000 anni fa a linee mitocondriali di trota definite “Adriatiche”. E’ inoltre plausibile che la distribuzione dei reticoli idrografici in epoca glaciale e il contestuale raffreddamento del Mediterraneo abbiano consentito la migrazione dei ceppi adriatici di trota di torrente in diversi corsi d’acqua tirrenici e dell’Europa occidentale. Ne è testimonianza il ritrovamento di trote “adriatiche” in 20


Sardegna, Corsica e Spagna. Il progetto di reintroduzione delle linee mediterranee di trota nei torrenti della provincia di Grosseto è quindi basato sulla valorizzazione di linee di aplotipo “adriatico” e “mediterraneo”, in accordo con quanto sopra esposto; linee provenienti nel caso specifico da una popolazione relitta ritrovata nel Lago di Posta Fibreno e attualmente gestita a livello ittiogenico nella famosa Peschiera dei monaci benedettini dell’antico monastero di Santa Fiora. Fig. 1. Distretti ittiogeografici Padano-Veneto (in grigio) e Italico-Peninsulare (arancione).

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Fig. 2. Il periodo delle glaciazioni pleistoceniche portò ad un abbassamento del livello del Mare Adriatico di circa 120-150 metri con conseguente connessione dei fiumi su entrambe le sponde Adriatiche. E’ ipotizzabile anche la connessione tra corsi d’acqua Adriatici e Tirrenici mediata da laghi appenninici glaciali Fig. 3. Alcuni rifugi glaciali distribuiti tra Penisola Anatolica e regioni AfroIberiche avrebbero consentito il differenziamento di 5 linee mitocondriali nell’ambito dei salmonidi Europei (Danubiana, Marmorata, Adriatica, Mediterranea, Atlantica).

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Allevamento della Trota Macrostigma in Peschiera

La riproduzione della trota macrostigma a Santa Fiora inizia alla fine del mese di gennaio quando i maschi e le femmine sono ormai maturi e pronti a deporre. In questo periodo la livrea di queste bellissime trote cambia radicalmente. I maschi diventano di un colore scuro, in particolare nella regione ventrale, e sviluppano un caratteristico becco all’estremità della mascella inferiore, che serve loro per combattere. Le femmine, invece, presentano un addome rigonfio e morbido al tatto, à biodiversit r e P : à it ad indicare che le uova sono Biodivers le e di tutte m ie s in l’ e ormai mature e pronte per es- si intend diticamente e n e g ti n e sere deposte. In questo perio- forme viv sse istemi ad e s o c e li g e do, tutti i riproduttori di trota a verse e d riatutta la va a c li p Im . macrostigma, presenti nella a correlati cie, i geni, spe d : a ic g lo Peschiera di Santa Fiora, sonoo bilità bio tratemi. Una is s o c e d e controllati settimanalmente per er habitat biole sarebbe e d fe iù p verificare lo stato di maturaziooduzione predella vita tà e ri a v o ne delle gonadi. varietà ianeta. sente sul p

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I pesci sono catturati con l’uso di una rete di lunghezza adeguata e poi spostati all’interno di apposite vasche. Qui ad ogni esemplare viene esercitata una leggera palpazione nella regione addominale per verificare se sono ormai pronti per le pratiche di riproduzione artificiale. La riproduzione che viene eseguita a Santa Fiora è detta a secco ed è una pratica ormai comune in tutte le troticolture a livello mondiale. Il procedimento è molto semplice e consiste nel mescolare uova e sperma insieme, senza acqua, all’interno di un apposito contenitore. Infatti, quando le femmine sono pronte a deporre è sufficiente una lieve pressione p p zona dell’addome per far nella zon Ecosiste uscire le uova e raccous ma: Un ec una porz ione di b osistema è glierle così all’interno di gl iosfera d tata nat elimiuralmen un contenitore in plastica te, cioè me di or l’insieganismi animali pulito pul ed asciutto. Le uova tali che e vegeinteragis c o no tra lo con l’am non soffrono e possono rer biente c he li circ o e Il nome stare in questa condizione onda. “ecosist ema “ si botanico d per diverso tempo Tutti gli d eve al inglese Arthur T che lo fo ansley rmulò n esemplari sono comunque esem el 1935.

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preventivamente anestetizzati, in modo tale da ridurre al minimo lo stress e la permanenza fuori dall’acqua. Dopo quella che viene chiamata appunto spremitura, le femmine sono rilasciate in una vasca di acqua arricchita con ossigeno puro, in modo tale da permettere loro di riprendersi completamente, prima di essere rilasciate nuovamente nella Peschiera. Lo stesso procedimento viene fatto per i maschi.

Una lieve pressione dell’addome determina la fuoriuscita dello sperma che viene veicolato sulle uova appena spremute. A questo punto si mescolano lentamente tra loro i gameti con l’uso di una penna d’oca o delle dita, e si lascia riposare per alcuni minuti. Di norma si utilizza lo sperma di un maschio con una sola femmina. In questo momento avviene la fecondazione e da qua inizia a svilupparsi una nuova piccola trota. In seguito si aggiunge un poco di acqua e si inizia a lavare le uova e, una volta che sono ben pulite, sono pronte per essere spostate nelle vasche di incubazione. 25


Perché la riproduzione viene fatta a secco? Le uova delle trote, come tutte quelle degli altri pesci, hanno un piccolo foro sulla loro superficie, detto micropilo, che permette l’ingresso degli spermatozoi. Quando le uova sono emesse, sono in realtà flaccide, ma una volta in acqua, iniziano subito ad assorbire acqua e ad aumentare di volume. Questo incremento di volume determina però la chiusura di questo microscopico foro. In ambiente naturale, questo meccanismo ha lo scopo di impedire, insieme ad altre reazioni biochimiche, che più di uno spermatozoo possa entrare all’interno dell’uovo e per sigillare l’embrione in sviluppo al sicuro all’interno del guscio. La fecondazione in ambiente naturale deve avvenire così in pochissimo tempo. Nella Peschiera di Santa Fiora la fecondazione viene fatta a secco per essere sicuri che tutte le uova siano fecondate. L’acqua viene così aggiunta solo in un secondo tempo. In realtà insieme alle uova viene emessa dalla femmina anche una piccola quantità di liquido celomatico (addominale) che è sufficiente per attivare gli spermatozoi e indurne il movimento per fecondare le uova.

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Ogni femmina depone in media 2000 uova/kg di peso vivo. Quindi un esemplare di 2 kg arriva a deporre circa 4000 uova. In media si producono dalle 30.000 alla 40.000 uova fecondate di trota macrostigma grazie ai soggetti presenti. Alla metà di Febbraio tutti i riproduttori della Peschiera sono stati controllati e spremuti e possono ritornare a nuotare nella loro vasca per iniziare a prepararsi alla successiva stagione riproduttiva. In questa vasca è stata creata anche una corrente d’acqua artificiale per simulare le condizioni del fiume dove viene somministrato loro un mangime appositamente studiato. Le uova fecondate intanto riposano tranquille all’interno della stanza adibita ad incubatoio in speciali vasche. Queste sono state studiate per garantire un flusso continuo di acqua dal basso verso l’alto attraverso le uova e garantire così una ossigenazione ottimale agli embrioni in sviluppo. Il guscio dell’uovo è, infatti, permeabile all’ossigeno, ma è impenetrabile a virus, batteri e sedimento. L’acqua dell’incubatoio deve essere pulita e priva di sedimento e tutta l’acqua in ingresso viene filtrata e controllata giornalmente. In questa fase è importante rimuovere le eventuali uova morte (operazione detta di “monda delle uova”), che si riconoscono facilmente perp ché assumono un colore desossibianco e per impedire lo dell’acido la ig s : A i cui DN sostanza d la , o sviluppo di muffe (saproleic le c ribonu cellule, ite tutte le tu ti s gna) che possono intaccare o c o rmason tte le info tu e tt e m s anche quelle sane. Il tempo o che tra onio gestro patrim o n l e d i n sici e zio di incubazione e di sviluppoo tti i dati fi tu è io c , netico rpo. dipende dalla temperatura a l nostro co e mentali d

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dell’acqua e viene comunemente misurato in gradi-giorno. I gradi-giorno indicano il tempo di sviluppo, fino alla nascita, delle uova se la temperatura dell’acqua fosse di 1 °C. Per ottenere il tempo reale di incubazione è sufficiente dividere i gradi-giorno per la temperatura dell’acqua nelle vasche. Per la trota fario i gradi-giorno sono 450 e la temperatura dell’acqua della Peschiera in inverno è circa 8/9 °C. Quindi le uova necessitano di circa 50 giorni per completare il loro sviluppo e schiudere. Poco prima della nascita si possono osservare all’interno delle uova due piccole macchie scure che sono gli occhi delle future trote. Ad aprile i nuovi nati fanno la loro comparsa nelle acque di Santa Fiora e in circa due settimane tutte le uova schiudono ed escono gli avannotti, di circa 10 mm di lunghezza, trasparenti e poco mobili. Aq questo stadio di sviluppo, pp , ggli avannotti presentano un rigonfiamento detto sacco evidente ri Incubazio ne: E’ il vvitellino, che contiene tutperiodo maturazio d i ne di em te le sostanze nutritive per brion di un anima le.

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i e uova


completare lo sviluppo. In questa fase gli avannotti non si alimentano ma utilizzano questa loro preziosa riserva per crescere rapidamente. Mano a mano che il sacco vitellino si consuma e si riduce gli avannotti diventano sempre più mobili. Anche il colore cambia, grazie allo sviluppano dei cromatofori, cellule specializzate e ricche di pigmenti colorati, che conferiscono loro un colore scuro. Quando il sacco vitellino è stato completamente riassorbito, in circa 10 giorni, gli avannotti sono pronti ad alimentarsi attivamente per la prima volta. Si tratta di un momento molto delicato perché i giovani pesci devono imparare a nutrirsi da soli. In questa fase sono usati mangimi ricchi di proteine e con una granulometria molto piccola (anche mezzo millimetro di diametro) perché la loro bocca non è

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in grado di prendere cibi più consistenti. Gli avannotti sono alimentati in media ogni due ore, anche con l’impiego di mangiatoie temporizzate. La crescita è rapida e verso la fine di maggio hanno raggiunto le dimensioni di circa 3 centimetri. A questo punto cominciano a diventare troppo numerose nelle vasche dell’incubatoio, così una parte viene rilasciata nel fiume Fiora, nelle zone adatte alla loro sopravvivenza. Una parte invece è mantenuta all’interno della Peschiera per accrescersi ed essere utilizzata come futuri riproduttori, in circa tre anni, e dare inizio ad una nuova generazione di trote macrostigma acrostigma all’interno della Peschieellulanghi pluric ra di Santa Fiora. nia ffe: sono fu Mu proleg olare la Sa ri. In partic d’acqua di muffa re e n e g n inato è u è denom o s s e p S dolce. ”, poiché del cotone a ff u m a n stre o “u ne bianca o z e ll e d forma ale. e sull’anim s ro b fi e g gri

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L’Ambiente Naturale

Il MON NTE AMIIATA A (Geoologiaa) L’Amiata è un vecchio vulcano spento, sito nella Toscana Meridionale, isolato dagli Appennini si erge solitario tra Siena e Grosseto. La Val d’Orcia da una parte e la Maremma dall’altra. “Un prodigioso scrigno dove si conservano memorie millenarie abbarbicate allo strato di lava sceso trecentomila anni fa”, Così definì l’Amiata un suo personaggio illustre, Ernesto Balducci. Il Monte Amiata deve la sua altezza (1738 mt) che lo classifica come secondo vulcano più alto d’Italia alle eruzioni che lo hanno formato. La sua attività ha origine sin da 480.000 anni fa, quando le prime eruzioni prevalentemente piroclastiche coprirono le preesistenti formazioni rocciose di natura sedimentaria con rocce ignimbritiche riodacitiche. Contemporaneamente e successivamente, lungo una frattura che si sviluppa in direzione SW-NE si accrebbero quelli che, ancor oggi visibili, furono i coni effusivi (duomi) del complesso vulcanico lcanico amiatino formati da trachiti e eofisivento g e : a c i n siocolate laviche riolitie vulca l’espul n o c a t Eruzion de es che con minori colate i manif e, liqui s d i l e o h s c ( co occe ti delda di r latitiche che ne termicoscrit r i c i t ne rapi n u se) in p . narono il ciclo eruttivoo e gasso tre s matia terre ia mag circa 180.000 anni fa.. la crost c c o r per na e: è u lizzata i t i t h u c , Attualmente la zona preea a r T vid ia e siva, ru ll’ediliz e d i ca effu senta evidenze di natura t ra t prodo e ricavar no. do urba e r r a ’ l l de

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vulcanica residue come putizze, fluidi geotermici superficiali e sorgenti termali.

Legenda: 1,2) Complesso trachidacitico basale, da 3 a 10)complesso delle colate e duomi lavici singoli rilievi 11) colate olivin-latitiche (Ermeta, Macinaie), 12) detrito di vulcanite, 13) faglie, 14)aree collassate 15)faglie sepolte 16)direzione dei flussi magmatici (Carta geologica dell’Amiata semplificata Ferrari et al. 1996).

Colate laviche riolitiche e lititiche: Le colate di lava riolitica, hanno temperatura non elevata ed essendo piĂš viscose scorrono meno velocemente creando cupole, guglie e duomi che solidificano prima di allontanarsi dal condotto vulcanico. Mentre le lave latitiche formano colate tozze, difficilmente distinguibili tra loro. 32 3 2


Scheda: farina fossile Al termine dell’ attività eruttiva, si vennero a formare alle pendici dello stesso vulcano, piccoli laghi che grazie anche al maggior apporto idrico dal nuovo monte che si era formato furono ben presto riempiti. Tali laghi, poi colmatisi in una decina di migliaia di anni (140.000 - 130.000 anni b.p.), hanno dato luogo alla deposizione di potenti bancate silicee provenienti dalla sedimentazione sul fondo degli stessi di piccolissimi gusci dello stesso materiale di varie specie di un organismo acquatico chiamato diatomite. L’enorme capacità riproduttiva di questo microscopico organismo unito alla disponibilità di silice dalle rocce vulcaniche ne hanno permesso la sedimentazione dei resti in spessori spesso superiori ad alcuni mm all’anno, in questo modo molte specie viventi, prevalentemente pesci, che popolavano queste acque, sono rimasti intrappolati in questo sedimento alla loro morte, formando poi bellissimi fossili. Fossili che in parte hanno permesso di ricostruire quale tipo di fauna ittica fosse presente nte nell’area in aepoche passate. La perme m i e i le abil deposizione di gusci o quel perme n e o c s c i l o i R di eab di diatomiti a formare pacità e perm a L c : i a l l i b , nno una roccia biancastra, liquidi che ha a d e c e c t o a r rs ono leggera e friabile, pra-attrave abili s e m r essere e io ticamente composta da a le imp assagg mentre impedire il p sola silice, si deve ad d di capaci un clima idoneo istauraaqua. dell’ac tosi nel bel mezzo di due ue glaciazioni, che prende e il nome di interglaciale, ove 33


le temperature sono state sensibilmente piÚ alte e durato appunto da 140.000 a 130.000 anni fa. La fine di questo interglaciale coincide infatti con l’inizio di un nuovo periodo piÚ freddo, inadatto alla vita delle diatomiti nei laghi amiatini.

Esempio di diatomite in foto realizzata al microscopio elettronico

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L’ACQUIFERO AMIATINO Come ricordato in precedenza, con le eruzioni vulcaniche si ebbe la formazione di una coltre rocciosa di natura trachitica che con il perdurare dell’attività, il vecchio vulcano Amiata formò i numerosi coni vulcanici che in parte sono visibili ancor oggi. Questa massa di roccia vulcanica si sovrappose a quella preesistente di natura calcareo - argillitica formatasi milioni di anni prima sul fondo di un antico mare, infatti ad eccezione del massiccio amiatino tutti i terreni, le montagne e le valli che circondano questo monte sono di origine sedimentaria, ciò ha fatto si che venisse a formare nelle fessure della montagna un potente acquifero non confinato, ovvero un’area di raccolta delle acque delimitato solo inferiormente da uno strato di roccia impermeabile (argille e calcari), mentre al di sopra si trovano rocce permeabili porose ed estremamente fratturate, dalle cui fessure penetra e scorre verso il basso l’acqua. Questa roccia vulcanica, localmente chiamata “peperino”, è la pietra con cui sono stati costruiti tutti i paesi della montagna. In breve le acque occupano pian piano tutte le cavità del terreno, riempiendo i microscopici spazi presenti nei granuli delle rocce, esse impregnano il sottosuolo finché non raggiungono uno strato di rocce impermeabili che ne ostacola l’ulteriore discesa e, accumulandosi negli interstizi, formano una falda acquifera. Una falda acquifera quindi altro non è che una porzione di roccia (può essere sabbia, terra, ciottoli o come in questo caso, roccia molto fratturata) completamente saturata d’acqua, dove ogni vuoto ed interstizio tra i grani di roccia è occupato da acqua. Quest’acqua viene poi a giorno per formare torrenti laghi e fiumi attraverso le sorgenti. 35


Nella figura: Sezione trasversale dell’ Acquifero del Monte Amiata con traccia (linea segmentata) del limite superiore della falda acquifera, faglie (linee nere subverticali), substrato argilloso calcareo impermeabile (colore grigio scuro) e sottostante basamento metamorfico

Nelle figura: visione dall’alto delle vulcaniti amiatine formanti l’acquifero, con sorgenti (puntini grigio scuro) e sezione trasversale (figura a pagina precedente), sono visibili i paesi.

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Una sorgente altro non è che un luogo fisico sulla terra ove l’acqua contenuta dentro ad un acquifero sotterraneo viene a giorno, possiamo denominare come sorgente anche una fuoriuscita di acqua di fusione da un ghiacciaio, in questo caso parleremo di sorgente glaciale. Nel caso amiatino si parla di due tipologie: sorgenti di trabocco, sorgenti di contatto. Sull’Amiata In corrispondenza della fascia di contatto tra il basamento impermeabile delle argille e calcari e le sovrastanti rocce trachitiche, si trova la linea delle sorgenti che ha condizionato la dislocazione degli insediamenti umani a partire dalla fine dell’Impero Romano d’Occidente, determinando la nascita e lo sviluppo di un sistema di centri abitati che circonda la montagna come fosse una corona, essendo situati pressoché tutti alle stesse altitudini, fra i 600 e gli 800 metri proprio perché vi era abbondanza di acqua sorgiva di ottima qualità tutto l’anno.

Sorgenti di trabocco: Si originano quando l’acquifero raccoglie più acqua meteorica di quanta possa contenerne e quindi parte di quest’acqua “trabocca” in alcuni punti più depressi. Sorgenti di contatto: Si originano per contatto dell’acquifero, formato da rocce permeabili, con uno strato impermeabile sottostante che affiora in superficie, causando la fuoriuscita delle acque accumulate nello strato sovrastante quando le stesse vengono ad essere ad un livello superiore del contatto tra i due tipi di roccia.

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Foto in alto: Sorgenti della Galleria Nuova - Acquedotto del Fiora, parte della sorgente principale. La portata attuale di queste sorgenti è circa 650 lt/ sec. La galleria è lunga 620 mt con altre 4 gallerie laterali di drenaggio di pochi metri, il termine è in corrispondenza di Località la Valle (N di S. Fiora) a circa 100 mt di profondità. Foto in basso: La sorgente del Fiume Fiora che sgorga sotto il pavimento della Chiesa della Madonna delle Nevi accanto alla Peschiera di Santa Fiora.

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Da queste stesse sorgenti scaturiscono inoltre alcuni dei principali corsi d’acqua della Toscana Meridionale con portate anche notevoli, basti pensare allo stesso Fiora o al Vivo. Nel corso dell’ultimo secolo e la conseguente evoluzione civile ed industriale, si è resa sempre più impellente la necessità di reperire sempre più grandi quantità di acqua potabile di ottima qualità per il consumo umano. L’introduzione dei servizi igienici nelle case con l’utilizzo di sistemi acquedottistici in grado di far pervenire acqua buona da bere per gli usi domestici a tutti, a partire dal secolo scorso, ha infatti reso necessario l’utilizzo anche delle acque sorgive amiatine per questi scopi. Il primo tentativo fu fatto addirittura dal Comune di Firenze nei primi anni del 1900 che progettò di portare tramite acquedotto a Firenze l’acqua sgorgante da Santa Fiora e dalla sua Peschiera, tanto che acquistò i terreni tutto attorno e la stessa Peschiera. Tuttavia questo tentativo fu frenato dai comuni maremmani che si consorziarono per poter disporre poi di questa risorsa, con un acquedotto che li approvvigionasse con l’acqua di Santa Fiora. Il progetto, dopo alcuni tentativi più o meno fortunati, andò in porto a metà degli anni sessanta del secolo scorso, quando fu ufficialmente inaugurato l’acquedotto del Fiora che serviva e serve con le sue condotte praticamente tutta la Provincia di Grosseto e alcuni comuni dell’alto Viterbese (anche se le sue acque vengono miscelate ad altre nelle zone prossime alla pianura). Attualmente l’ Acquedotto del Fiora raccoglie dalle sorgenti della Galleria Nuova (lunga 620 mt. in direzione NE fino ad incontrare la falda acquifera sotto la località “La Valle”) e dalla galleria che passa sotto la stessa Peschiera, 39


circa 850 litri al secondo di ottima qualità, con bassissimo residuo fisso, bassissima durezza e microbiologicamente pura, tanto che risulta essere migliore della maggior parte delle acque in bottiglia. L’utilizzo di queste acque raccolte per gli acquedotti attraverso gallerie drenanti ha tuttavia fatto si che le sorgenti naturali diffuse lungo i bordi del vecchio vulcano si siano parzialmente depresse, con il conseguente calo di portate dei fiumi aventi origine alle pendici del vecchio vulcano. Tali minor portate, soprattutto nell’estate, hanno prodotto nel corso degli anni un ambiente fluviale itticamente meno ricco dal punto di vista quantitativo ma che, grazie all’elevato grado di conservazione dell’ambiente naturale, conserva ancora la sua biodiversità.

Galleria Nuova Sorgenti dell’Acquedotto del Fiora

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SANTA A FIORA

STORIA Nel territorio di Santa Fiora vi sono tracce di Neolitico, Eneolitico e dell’Età del bronzo (etruschi e poi romani). Vi sono anche prove attestati lo sfruttamento in antichità delle proprietà coloranti del cinabro, ovvero della pietra dal quale si ricava il mercurio e all’estrazione della quale è legata tutta la storia del ‘900 amiatino. Risale tuttavia all’anno 890, e ha come oggetto questioni di confine della proprietà dell’Abbazia di San Salvatore, il primo documento che cita esplicitamente Santa Fiora. Già intorno al 1082, essa compare come insediamento umano dove gli Aldobrandeschi allestiscono le prime mura di protezione conquistando la zona e sottraendo all’abbazia il dominio del borgo, tanto che dal 1141 gli scritti iniziano a parlare di Castello S. Flore. Proprio la penetrazione degli Aldobrandeschi sull’Amiata, messa in atto allo scopo di rompere l’egemonia eserfoto: Santa Fiora panorama da Poggi la Bella per gentile concessione di D. Giaramita

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citata su tutto il territorio dagli abati di San Salvatore, fa di Santa Fiora, a partire dal XIII secolo, uno dei centri più importanti della bassa Toscana infatti il borgo divenne ben presto una delle principali piazzeforti aldobrandesche della zona e il castello assunse una tale importanza che gli Aldobrandeschi vennero chiamati Conti di Santa Fiora ed i loro possedimenti compresero gran parte della Provincia di Grosseto. La frantumazione dei possedimenti della famiglia e il passaggio sotto il controllo dei senesi è il segnale del declino che investe la Contea di Santa Fiora dalla metà del XIV secolo; “...e vedrai Santafior com’è oscura”, scrive a tal proposito Dante nel VI canto del Purgatorio. In seguito (1439) con il matrimonio tra Cecilia Aldobrandeschi (Figlia di Guido, spodestato da una nobildonna senese della famiglia Salimbeni) e Bosio della Famiglia Sforza di Milano, il decadimento di Santa Fiora sembrò in parte arrestarsi, anche se i nuovi Signori preferiranno “investire” a Roma

Aldobrandeschi: Gli Aldobrandeschi furono una nobile famiglia di origine longobarda (discendevano dai duchi di Spoleto Ildebrando e Mauringo ed appartenevano alla stessa stirpe dei Re d’Italia Liutprando, Ansprando ed Ildebrando), che nel corso del Medioevo dominarono le località di Colle Val d’Elsa, Santa Fiora e di Sovana (antica Soana), oltre a Tuscania in territorio laziale.

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lasciando i possedimenti amiatini in mano ad amministratori, tra i quali spiccano quelli della famiglia romana dei Luciani nel XVIII secolo. Il ramo degli Sforza di Santa Fiora ebbe il suo periodo di massimo splendore nel ‘500, grazie anche alle politiche diplomatiche e di alleanze intessute dal capostipite Guido, il quale, non solo era spostato con una parente stretta del Papa Paolo III Farnese, ma riuscì a maritare due dei suoi discendenti con la figlia e la nipote dello stesso pontefice. Tali intrecci garantirono e indirizzarono i membri della famiglia sulla strada di brillanti carriere ecclesiastiche e militari. Nel Seicento Santa Fiora era uno dei centri più popolosi della parte occidentale dell’Amiata, tuttavia qualcosa cominciava a scricchiolare nel potere degli Sforza consolidatosi anche per merito di un altro personaggio importate, Mario Sforza. Da una parte, quindi, la non altrettanta lungimiranza dimostrata dagli altri componenti della famiglia, che determinò la dismissione e la vendita di molte proprietà, dall’altra il potere e le politiche attuate in iglia della fam e m o Toscana e quindi ann Il suo Sforza: nome del n ra p o che a Santa Fiora, s l a dolo deriva d zio Atten u M passata in mano alla , re Rafondato 9 - vicino 6 3 1 Repubblica di Firenze , la o (Cotign no di un capita ), 4 già a metà del XV seco2 4 1 l servenna, omagna a R a ll lo, da Pietro Leopoldo, e d poli, ventura ioini di Na g n A portarono i feudatari di re i e er la vizio d a (Forte) p rz fo S Santa Fiora alla perditaa to a chiam nza. di molti privilegi. Tra ill sua presta Settecento e l’Ottocento o 43


gli Sforza, divenuti nel 1674 Cesarini Sforza (matrimonio tra Federigo Sforza e Livia Cesarini, ricca ereditiera romana), potevano comunque ancora contare su molti possedimenti, anche se la popolazione si stava progressivamente impoverendo, in parte a causa dell’eliminazione degli usi civici. Con l’unità d’Italia la situazione non migliorò: l’inasprimento fiscale e altri obblighi imposti dal governo centrale peggiorarono notevolmente la situazione.

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LA PESCHIERA DI SANTA FIORA

Scrive Papa Pio II Piccolomini nei “I Commentari”del XV secolo “Sul lato occidentale erompe un fiotto abbondante d’acqua che, dopo aver riempito un ampia peschiera, attraverso certe condutture scende con grande strepito nella valle sottostante. Nella peschiera sono allevate, come in un vivaio, trote grandissime, delle quali fu fatta non piccola pesca alla presenza del Papa P Papa”. Per capire l’imio II P iccolom Pio II, portanza della Peschiera p ini: nato E nea S Piccol di d Santa Fiora in epoca ilvio omini (Corsig 18 ott n ano, medioevale è necessario m obre 1 405 – na, 14 A ncoritornare ai primi anni del rit agosto 1464) il 210 , fu cristianesimo e più precisacri º papa della C cattoli h i esa mente tra il 400 ed il 500 me ca da l 145 morte. 8 alla d.c. quando vennero stabiliti 45


periodi di digiuno, più o meno lunghi, in corrispondenza di importanti celebrazioni religiose. Oltre alle piccole, infatti, si stabilirono tre momenti di digiuno di 40 giorni ciascuno corrispondenti al Natale, la Pasqua e la Pentecoste. Queste prescrizioni divennero però ben presto inconciliabili con lo stile di vita dell’epoca e già nel 653 d.c., durante il Concilio di Toledo, venne concesso a vecchi e malati di mangiare carne, su licenza del vescovo. Nel 800 venne poi ammesso l’uso del vino, delle uova e dei latticini, durante questi lunghi momenti di preghiera. In epoca più recente, cioè alla fine del XV secolo, sono concessi due leggeri pasti quotidiani. Il pesce entra così in modo preponderante nella dieta dell’epoca in sostituzioni della carne nei periodi di divieto, che coprivano quasi tre mesi all’anno. Ecco quindi che nel Medio Evo si assiste alla nascita di moltissime peschiere, stagni, piscine dove trattenere, accrescere ed allevare i pesci, divenuti così preziosi nella alimentazione dell’epoca. Chiese, monasteri, ordini religiosi si adoperarono dunque per utilizzare ogni zona dove fosse possibile, per la sua conformazione, allevare pesce ed acquisire diritti di pesca esclusivi su laghi e fiumi. In questo contesto e fermento per garantire il supporto di pesce, si inserisce così l’origine della Peschiera di Santa Fiora. L’origine delle sue vasche sembra risalire al periodo di massimo splendore della Abbazia del SS Salvatore (oggi il paese Abbadia San Salvatore), complesso benedettino, nato nel 762, ad opera del duca Longobardo Ratchis, tra il X e XII secolo. Sembra quindi che i Benedettini siano stati i primi ad aver iniziato a mantenere le trote in queste grandi vasche, alle sorgenti del Fiora, per l’alimentazione. E’ probabile che le trote si 46


riproducessero naturalmente in queste grandi vasche e che il compito dei monaci fosse quello della alimentazione, tutela e gestione di questo patrimonio. L’allevamento del pesce era, infatti, una pratica molto diffusa presso tutti i monasteri e conventi che si trovavano lontano dal mare, sia in Italia che in Europa. In seguito furono gli Aldobrandeschi, nobile famiglia di origine longobarda, signori di Santa Fiora, dal 1082 al 1439, a proseguire l’attività di allevamento nella Peschiera. Santa Fiora con le sue numerose chiese e conventi non poteva fare a meno di un cibo così importante, la cui fama arriva presto anche presso la corte papale a Roma. Papa Pio II Piccolomini (Enea Silvio Piccolomini, Corsignano, 18 ottobre 1405, Ancona, 14 agosto 1464) nei suoi “Commentari” descrive ampliamente le grandi trote che si trovavano presso la peschiera di Santa Fiora e la bontà delle loro carni. In seguito la Peschiera passa alla nobile famiglia dei Visconti di Milano, grazie a complicate parentele tra le famiglie nobili obili italiane, alla quaqua le si deve l’aspetto attuale, uale, do risalente alla fine del o sino o i l i c on ese io: Il c XIX secolo. All’uscita ne chi u c Concil l a i d rtoa vita delle acque dalla Peella O u q è, nell e m une, co una ri schiera, è realizzato un , a cristia c i l o elle o Catt bellissimo lavatoio, in tanti d n dossa e s e r p ragdi rap principio usato esclusi-li, per a nione c o l e chies ttorno vamente come abbeveeenso a diverse s n o c te la re un ratoio per gli animali, poi oi uardan g giunge i r o t isioni gomen dalle donne come lavatoio oio re dec a un ar e d n e r per p e, al di sopra, è collocata ata fede o ale. pastor a r u t a una scultura in peperino rino di n 47


raffigurante due delfini con il tridente e la dicitura “Sorgente del Fiume Fiora”. Il parco della Peschiera racchiude oggi splendidi esemplari, alcuni secolari, di leccio (Quercus ilex), castagno (Castanea sativa), tigli (Tilia cordata), cipressi (famiglia Cupressaceae), cedri (Cedrus libani), tuie (Thuja occidentalis), magnolie (Magnolia soulangeana) e rododendri (Rhododendron sp.)

Benedettini: L’Ordine di San Benedetto, popolarmente denominato Ordine Benedettino, è un ordine monastico fondato nel 534 da Benedetto da Norcia basato su una vita comunitaria che prevede un tempo per la preghiera ed uno per il lavoro e lo studio (Ora et Labora), lontana dalle privazioni e mortificazioni estreme imposta dalla vita in solitudine e, quindi, attuabile anche da persone comuni. Per quanto riguarda il lavoro,i Benedettini non intendono solo quello fisico che nei primi secoli significava soprattutto dissodare, disboscare, bonificare e coltivare i luoghi inospitali e disabitati dove erigevano le loro abbazie, ma anche lo studio e, una volta, la trascrizione di testi antichi (non solo religiosi ma anche letterari o scientifici). Del resto per loro un’alta forma di preghiera è anche il proprio atteggiamento verso il lavoro. Così San Benedetto organizza la vita monastica intorno a tre grandi assi portanti che permettono di fare fronte alle tentazioni impegnando continuamente ed in modo vario il monaco: preghiera comune, preghiera personale, lavoro

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IL FIIUMEE FIO ORA

Conosciuto anticamente con il nome Arminio che conservò fino al XIII° sec., quando prese il nome del paese. Di primaria importanza nel contesto territoriale, basti pensare alla sua lunghezza, che dalla sorgente alla foce raggiunge i 60 Km, e l’estensione del suo bacino imbrifero, pari a ben 825 Kmq. Con quest’ultimo termine si indica la porzione di territorio che alimenta, attraverso le acque ruscellanti, il fiume stesso: praticamente tutte le acque piovane che cadono all’interno di questa area vanno a finire, prima o poi, nell’alveo del corso d’acqua. Il fiume costituisce un ecosistema acquatico di primaria importanza sia per la sua azione modificatrice del paesaggio (erosione e deposito), sia per la 49


capacità di diffondere umidità nel terreno circostante e di trasportare continuamente sostanze minerali verso il mare; è una delle principali risorse naturali per le piante, gli animali e l’uomo. Esso si sviluppa all’incirca per metà in Toscana e per metà nel Lazio, toccando importanti centri abitati, come Sorano, Pitigliano, Ischia di Castro, Valentano, Montalto di Castro, Canino ed altri. Le sorgenti del Fiora scaturiscono presso l’abitato di Santa Fiora , alle pendici del Monte Amiata. Abbiamo già parlato della natura delle rocce amiatine e delle loro caratteristiche e grazie ai tempi relativamente brevi di transito, unitamente alla natura “acida” delle formazioni acquifere, le acque assumono caratteri oligominerali ovvero con valori di salinità totale molto bassi. Anche la Durezza totale è bassissima, appena 2,5°F. Possiamo asserire che il fiume Fiora trae origine da fonti di tutto rispetto, di ottima qualità, direttamente alimentate dai circuiti idrici del Monte Amiata. Le sorgenti 50


di Santa Fiora in realtà sono quattro: Peschiera, Carolina, Galleria bassa e Galleria nuova; solo la prima alimenta direttamente il Fiora, mentre le altre tre sono tutte captate per usi idropotabili, la principale è la Galleria nuova con una portata complessiva di 600 – 650 l/sec. La portata complessiva è enorme: si tratta di valori compresi fra 900 e 1000 l/sec., delle quali. La Peschiera rappresenta solo una minima parte del deflusso, pari all’incirca a 100-200 l/sec. e scaturisce proprio all’interno dell’abitato di Santa Fiora, ad una quota di circa 645 m s.l.m. Purtroppo queste captazioni hanno privato di buona parte della sua naturale il corso del fiume Fiora. La vegetazione lungo le sue sponde è caratterizzata da carpini bianchi (Carpinus betulus) e neri (Ostrya carpinifolia), ontani (Alnus glutinosa) , pioppi (Populus nigra), di saliconi (Salix caprea) e salici piangenti (Salix babilonica) olmi (Ulmus campestris) e molti altri.

dell’acer durezza P : a z z re u D re che de un valo n te in i s a qu ioni di ontenuto di c il e m ri p s e venienti gnesio (pro a m e io lc a i c sali solubil i d a z n e s dalla pre he di even c re lt o ) a nell’acqu resenti i pesanti p ll ta e m li a tu nell’acqua.

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BIBILIOGRAFIA E RIFERIMENTI WEB •• Università degli Studi di Parma, Dipartimento di Biologia Evolutiva e Funzionale - Spin Off Accademico GEN TECH •• A cura di Lucia Niccolai “Santa Fiora. Invito alla scoperta del centro storico e del territorio” Edizioni Effigi •• Tracce…”Il paese della’acqua” “Percorsi culturali storici e ambientali per la ex contea di Santa Fiora” 2008 Edizioni Effigi •• Stefano Ardito “Un approdo felice. Guida alla natura, alla storia e ai segreti dell’Amiata” Pubblicazione a cura dell’AZIENDA DI PROMOZIONE TURISTICA DELL’AMIATA. Abbadia San Salvatore (SI) 1995 •• Tracce…”Percorsi storici culturali e ambientali per Santa Fiora 2001” Annuario 2001 Edizioni Cultura della Pace (FI) •• “Viaggio sull’Amiata” Comunità Montana del Monte Amiata Zona 11 Area Grossetana C. & P. Adver S.N.C. ••

Guida agli alberi e arbusti d’Europa Oleg Polunin

•• Biotopi naturali ed aree protette nella provincia di Grosseto F. Selvi, P. Stefanini •• Atti della giunta per la inchiesta agraria sulle condizioni della classe agricola Vol. XI° Fascicolo I Province di Roma e Grosseto. Roma Forzani e C. Tipografi del Senato 1883

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www.maremmachevai.it

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www.sapere.it


•• www.comune.santafiora.gr.it/j15/images/stories/manni/ le%20risorse.pdf ••

www.sienanatura.net/ombfaunaamiata.htm

••

www.encarta.msn.com

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www.wikipedia.it

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www.minieredimercurio.it

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www.rete.comuni-italiani.it/blog/01350 di Sara Radicia

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finito di stampare nel mese di Marzo 2011 da Stampa 2000 - Abbadia San Salvatore (SI)

Le trote di Santa Fiora  

Tutela della biodiversità e delle tradizioni del Monte Amiata

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