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Paulo Varo

Centauro sogna‌

orma del libro


Proprietà letteraria riservata © 2012 Orma del libro Fondazione “Varo Pampana” - Fossa (AQ) Prima edizione 2013 - mese di Febbraio È vietata la riproduzione della presente opera con qualsiasi mezzo senza preventiva autorizzazione dell’autore. Indirizzo: ORMA del LIBRO - Fondazione “Varo Pampana” 67020 Fossa (AQ) - Viale degli Alpini, 11 - Tel. 346 0194713 paulovaro.blogspot.com paulovaro.pampana@gmail.com Le opere edite da Orma del Libro non hanno scopo di lucro ma solo di divulgazione. Nessun collaboratore percepisce compensi in denaro e il ricavato serve alla ristampa delle opere stesse sempre in misura amatoriale e solo per la copertura delle spese. La metà delle opere stampate sono date in omaggio a studi medici, ospedali, ambulatori, mezzi di trasporto, treni, biblioteche e omaggi personali su segnalazione. Tiratura limitata a ............ copie di pregio editoriale. Questa copia è la n. .......... ed è firmata di pugno dall’autore. ................................................................ Il quadro in copertina è opera di Rubens: “Baccanale gli Andrii”


Pubblicazioni dello stesso autore Musica e satira 3a ediz. Primi Canti 5a ediz. I Canti (18) del trovatore Arnaldo Daniello - trad. dal provenzale L’Alta Agopuntura Cinese (metodiche ed interventi) Il Pilastro (Pidauro e Codice di Mohari) Conchiglie 8a ediz. Sogni rusticani - Racconti - 3a ediz. Termini rari e poetici (vocabolarietto) Herbarium Compositum - Trattato di Fitoterapia Medica - in Codice La Comedianza - Poema - Nuova edizione. Vecchia edizione: “La Daslanda” Blu-Celeste-Blu - Haikai Discorso al Congresso Unione Induista Italiana - Milano 1998 La Scoliosi idiopatica (il metodo PmP) - in preparazione Il Lago di Kama - Romanzo - in preparazione Trattato di anatomia umana - disegni Omaggio al divino Michelangelo - disegni La Neurosaltazione (nuovo metodo per la cura dell’emiplegico adulto in prep.) Momenti della mia vita - autobiografia - (in preparazione) Maschere italiane dell’arte e AA. - disegni Amarcantando - Traduzione di cinque grandi poeti latini La morte e il chiodo - Dramma tragico in tre atti La Luna si fermò di camminare - poesie Le meraviglie della Ninfa Aveja - favole per bambini Madrigalia - Madrigali su testi di D’Annunzio - Michelangelo - G. B. Strozzi - Paulo Varo F. Petrarca - e altri autori - a 4 voci. Discorsi - comizi - digressioni - interventi civili Melania - polidramma in un atto e tre momenti - testo e musica Baghavad gita - il canto del Dio di tutti i Mondi universi - traduz. dal Sanscrito in 3a rima (in preparazione) Parabula - momenti di vita quotidiana, tra favola e lezione (in preparazione) Il Gherardesco - opera lirica in tre atti - testo e musica - ispirata alla vita del Conte Ugolino della Gherardesca Ascoltami - epistole a chi… Vita e morte del centauro Chirone - balletto - testo e musica Finalmente un “uomo”! - autobiografia letteraria (in preparazione) Arie di Roma andalusa - (Primi canti - Amate sponde - Blu-Celeste-Blu - Ballata per Meredith Amarcantando) Amate sponde Il Fauno e la Ninfa


Nota dell’editore al Centauro sogna… Quest’ultimo volume, Centauro sogna, contiene due raccolte di poesie dell’autore: Il Fauno e la Ninfa, ch’è l’insieme di trentadue poesie di soggetto disparato. L’altra, Musica e Satira, è ristampa di uno dei suoi primi libri che ha come oggetto la descrizione di alcuni dei più famosi musicisti contemporanei classici che l’autore conobbe a Roma presso le Messaggerie Musicali, dove svolgeva l’attività di esperto di musica classica. Oggi viene ristampato insieme alla prima silloge, perché abbia una dignità editoriale adeguata alla sua conoscenza. L’editore

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Prefazione dell’autore a Musica e Satira Sono trascorsi tanti anni, ormai, da quando componevo queste satire da musici classici contemporanei, che oggi ti ripropongo, o lettore. Queste sono state frutto del mio mestiere di un tempo: esperto di musica classica alle Messaggerie Musicali di Roma, in via del Corso, di fronte alla chiesa di San Carlo e a fianco dell’Hotel Plaza. Eravamo io e un certo Renatino Vannozzi, si può dire in tutta Roma, ad avere una conoscenza così vasta e profonda di tutti i generi musicali, lui per mestiere, io per passione e per studio, avendo passato la mia vita, dall’età di cinque anni, da quando misi le mani sul pianoforte, alla conoscenza di tutto ciò che poteva essere musica lirica, classica, leggera, ed altro. Così vasta era diventata la mia competenza, che in quei cinque anni in cui ho esercitato quella professione avevo acquisito in memoria qualcosa come quattromila spartiti musicali, la loro ubicazione nella struttura dell’azienda, le tonalità di ogni pezzo, l’edizione, l’anno e via discorrendo. Avevo una memoria prodigiosa, per quel tempo; potevo tenere testa a qualsiasi computer: c’era la passione, oltre all’interesse di mestiere, nonostante l’umiliazione di una paga insufficiente e all’onere di una famiglia che cominciava allora, con la nascita del mio primo figlio, Emiliano. Fu qui, alle Messaggerie Musicali, luogo di ritrovo di tutti i musicisti, cantanti e letterati, famosi e non, che conobbi i

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più grandi autori contemporanei, soprattutto classici, dico di Petrassi, Dallapiccola ed altri che ho poi descritto in questo libro, percependo le loro manie, le loro “grandezze” e bassezze, la loro spocchia e arroganza, a malapena celata, da chi ti considerava quasi come un garzone di bottega! La tua cultura e la tua conoscenza del ramo non avevano valore per loro, anzi li incattiviva e li “invidiantava”. Così. quando misi mano alla penna, non mi nacquero nell’animo poesie evocative di genere musicale, romantico o altro, ma satire, calde o fredde, ridanciane o minimaliste, riguardo al soggetto che si reputava un pezzo di storia, al pari di un Verdi o di un Puccini. Per questo mi snobbavano, ritenendomi un concorrente sul loro stesso piano della conoscenza. Ma non me ne adontai, se non nel senso della buona educazione, che porta valore all’altro senza per questo essere obbligati ad esaltarlo o a valorizzarlo. Ma la “cafonatura” era unanime, si respirava come un fatto assodato, com’è normale che uno respiri ossigeno e non altro. Così cominciai lì, dietro il banco, dove ricevevo il pubblico, nei ritagli di tempo, a stendere le prime emozioni e le prime impressioni di coloro che “aiutavo” e non “servivo”. Dopo, mi trasferii a L’Aquila, essendo di qui la mia prima moglie e madre dei miei figli. E qui completai le mie Satire e le pubblicai, ma dovetti faticare non poco a farmi accettare, nelle mie idee e nelle mie aspirazioni. Il mio attivismo sociale, religioso ed altro, era per la società in cui entravo, un elemento di forte disturbo. La gente non voleva assolutamente pensare, non voleva nessun tipo di “profeti” o “vaticinatori” di mondi migliori: voleva accettare solo la vita che aveva davanti, così come avevano fatto i loro padri ma non elucubrare a come ripulire, mantenere

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e valorizzare la propria casa. La casa va in malora! Pazienza, “più scuro di mezzanotte non si può fare!”. Così, dopo molti anni mi arresi all’evidenza. Mi dedicai alla poesia a tempo pieno, e fui molto accettato da tutti perché facevo riflettere divertendo. Così il mio prestigio è unanime. La “conoscenza” è approvata, la risoluzione dei problemi no, troppa fatica! Le lamentazioni di Geremia fanno parte della cultura del nostro popolo. Quando nasceranno generazioni “coraggiose”, eroiche, quando queste capiranno che la salvezza della società dipende solo ed esclusivamente da loro stessi, allora io ci sarò ancora, magari non col corpo fisico ma con la parola, col pensiero, con lo scritto, con l’opera d’arte, tutte con la musica, con la memoria, con la presenza esoterica costante. Quando il “Signore della morte” avrà cancellato la nera invidia, le maldicenze, il malanimo, il sospetto dei cosiddetti “potenti” allora risorgerà l’aurora. Io ci sarò sempre, o mio lettore e amico: il mio Bucintoro passerà di sicuro su queste acque più calme. Tu siediti e aspetta. Dall’Aveja rinnovata, 28 di aprile 2012

Paulo Varo

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Nescite: hic se mors venenum suum bibit, amantes. …Qui profundit in terris cupidinem se videre. O amanti, non sapete: qui la morte beve il suo veleno. Colui che effonde in terra la cupidine guardi se stesso.

Paulo Varo

da: Poesie latine ed altri idiomi.

Il Fauno e la Ninfa Domna d’amour, si foss’amor de ma vido! Ti vas dirais a la cansoun esclargido. Fado, comne lumiero, vas dins l’èr de la sèr. Donna d’amore, se tu potessi essere l’amore della mia vita! Te lo dirò con la canzone splendente. Fata, come la luce, voli nell’aria che la sera svaria.

Paulo Varo

da: Poesie latine ed altri idiomi. (Poesia in lingua provenzale.)


1 Quando mi nacqui (autobiografia)

Quando nascesti tu, Paulo, dall’indistinto mar del nostro tempo tutti i pianeti allineati tra di lor, Giove e Saturno insieme, e lo disse a mia madre un’indovina, ch’era di quel di Reggio, man tra la mani sembrava di leggere il destino già segnato come se fosse un disumano sogno. Ogni cinquantanove anni si ripete. Astri del ciel, che foste sempre aperti al mio disegno! passano i tempi e le stagioni, quando sarà l’inizio del “mio regno!”

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2 Zazà (disegno a matita)

Cara Zazà, poiché hai perduto il treno dell’amore e sei volata via, (forse pensavi alla tua libertà fatta di sogni e di possesso altrui) lasci lui ora, che si chiamò “Isaia”, e poi ti penti, e giuri eterno cuore di quella che di cuori non capiva. È troppo tardi, piccola piccina, ora ti resta sol la canzoncina, rimorso e pianto. Innamorato lui se n’è già andato a cercar lidi e dignità con gonfio il petto d’un bel sogno aprico. Ora gli resta un cuor fedele, amico!

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3 La fine del mio tempo

Quando verrà la fine del mio tempo, o mio Signore, e Tu sarai sovrano su tutti i firmamenti dei Tuoi cieli, io sarò lì da Te, ed il Tuo flauto, ed io col liuto in man, Tu sfolgorante in mezzo alle Tue Gopi, innamorate della Tua bellezza, e Radha sarà lì, cinta di lune antiche, e lei dirà: «o poeta tanto noi ti aspettammo, da terra che vi “fece sì feroci”, e dalle menti poche, cantaci quì, per noi, che ti aspettammo, e l’amore e la guerra. Dolce è il tuo canto, e ineguagliato, sopra i concenti delle voci roche».

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4 Confucio (disegno a matita)

Saggio maestro, e buono, fosti il mio primo amico a fanciullezza mia, tua mi fu esempio quella cortesia, e quel cercar quella pietà filiale e per chi è volto al male guardar dentro se stesso la mancanza. Oh, fosse così saggio il mondo umano! Oh, fosse il politico osceno consapevole al male al cittadino arreca la sua arrogante educazione, han trasformato quella libertà che era dei nostri Padri, a un parlamento proni gazzarra, smisurata, e turpe, a una triste spelonca di ladroni!

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5 Pierrot (dal quadro: la morte del pierrot)

Quando ti disegnai, Pierrot, ero malato e stanco di tutti i tradimenti della vita, e allora immaginai d’esser te seduto con la coppa in man, d’anima avita, mentre una barca al vento del mio mare prova a salpar verso dei lidi, il corpo a poppa e l’anima alla prua. Dolce sogno che sognai, io vagabondo al nostro eterno mare! D’isole belle non avrem più mai, e i fiori e i fiordi vanno all’infinito. O mio Pierrot, mentre pensavo al bello della vita, ero guarito!

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6 In Santa Croce

È lì che dorme, in Santa Croce, la più bella italica stirpe del pensiero è lì che può dormire un uomo vero, dopo trascorso il tempo dell’abbaglio. O come vorrei, lì tra di voi, gente di tanto ingegno, esser cullato tra le braccia in tempio! Per quel che ho fatto, o molto o poco non so, ma certo è stato il cuore, ch’era attratto all’immortale sogno della “gloria”. Vorrei giacer con teco, o Alfieri, all’ultimo mio sonno, spero, di questa vita, sentir tra i grandi della terra che questa stirpe nostra ancor non è finita.

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7 Mi dica ben…

«Mi dica ben chi è saggio se prima nacque Amore oppur se nacque un fiore. Io so, ma non ti posso dire; torna da me, mio ardore, torna da me quand’è calendimaggio.» Ci vestiremo a festa e in mano avremo i rami dell’ulivo, perché pulito è il cuore, andrem su rive del mio fiume Aterno, fredde correnti d’acqua smeraldina e rifarem quei gesti che levavano agli dei gli antichi nostri, di questi boschi, dove tutto era sacro e la natura non aveva rei.

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8 La legge del west

Avete ardire, o barbari, di dire la nostra civiltà ch’è in discussione sol perché di Perugia è organizzato pianto-di-stampa ignobile e innocente. E tanta gente, che in Meredith s’annulla e nel dolore e nello strazio chiede vendetta a Dio di tanto oltraggio? O genti, che venite dal Far west, che usate la giustizia del più forte, barbari sempre e solo per lignaggio, date per certa un’innocenza vana agli assassini vostri: l’ignobil pietà teocratico-marxiana.

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9 Meneghin (disegno)

Oh Meneghin, che ciarli, nel tuo bel colorito idioma di lombardo se tu sapessi come tristo il mondo è diventato al tuo “Milan” ch’era una terra ambita in operosa mano, ora a spelonca a tanti bei ladroni. Dov’è la dignità che avevi nel tuo antico carroccio longobardo? Dov’è il garibaldin che mostra il pugno ai barbari oppressori? Ora sei immerso tra gli orpelli e gli ori, che ai vermi deputati son melassa. Ora prendi i tuoi eroi tra il vino e le mignotte, mentre che brindi a tutti i tuoi “ganassa”*.

* Voce dialettale lombarda, che vuol dire: smargiasso.

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10 Albino (cavallo-eroe)

Cavallo Albino, adolescenza mia, nella caserma a via Vincenzo Monti in quel Milan, dov’era il reggimento del Savoja, mito-cavalleria. Tutti i giorni io m’affacciavo a quella tua stanzetta, dov’eri tanto accudito. E tu mi conoscevi, ammutolito, al suono del mio passo, mentre il tuo muso storni alla carezza mia piena d’amore: allevio le ferite che la guerra impose in quell’ora ingrata. Oh, ricordi! Ed io ti amavo, ch’eri un pezzo di storia. Ora sarai sicuro, su, nel cielo, dove Dio volle compensarti in gloria.

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11 L’approdo

Dormon le rose dentro al mio giardino ed io son qui che penso che mi manchi, mi manchi, ed io ti cerco con le dita accorte, e ti accarezzo, come se tu non fossi mai partita, e allor ti prendo come fossi un fiore che i petali alle labbra danno vita. Ma da lontano leva una canzone, dolce e sommessa, del “tuo marinaro, che lascia un sogno che non torna più…” ma dove va, bambina, chi gli ha scavato il cuore dal suo petto? Dove si fermerà? Su quali lidi approda? Eterni sono i giorni e son le ore.

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12 Amor corsaro

Come se fosse il ciel quando fa giorno, all’ombra del Gran Sasso, l’animo non s’inganna all’amor tuo; ma che vuoi dire? Tu non l’ammetti; e poi quando sorridi già pensi al mio ritorno. Oh, sì, lo sò, ci son “gli impedimenti” e c’è “il dovere”, e poi c’è “l’obbedienza”, che poi nasconde “invidia pel tuo bene”. Ma quante nella vita le catene! Per un soffio di vita che dura tanto poco! E ce lo rendono amaro. Ma noi sappiam che c’è, sappiam che questo amore ha l’animo corsaro.

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13 La nevicata

Millenovecentocinquantasei! Mio Dio, che neve che scese giù dal cielo, come a febbraio di quest’anno austero. Io stavo in quel collegio, a Santa Caterina, in quel di Pisa, a piangere dal freddo e dal dolore, piaghe alle mani, e il vento delle steppe ci stringeva il petto quando ci levavamo la mattina. Ma combattemmo poi tante battaglie ardite, della vita, tanti dolori, tante cose belle, tante ambasce tanti i dispiaceri, e non placano i ricordi, d’oggi o d’ieri.

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14 Papaveri rossi

Benvenuti, ragazzi, anche quest’anno, dentro il giardino mio. Oh, voi vedete che il bidente pio ancor non metto a ripulire il letto ove giacciono altri fiori alla rinfusa, com’usa il giardiniere, e l’altra gente ch’è vicino a me, ché a me piace la vita quando è nata. Oh, sì, vi prendo alla giornata per l’offerta al tempio, alla mia casa, e lì siete più belli assai, ché tanto per magia vivete in più che se non foste dov’è la primavera, tutta ripiena della sua virtù.

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15 Il Dio Pan

O erbe e fontanili, e fiori ai prati, oh, vi svegliate! È l’ora. Ma non sentite il Dio Pan ch’è ritornato? O voi fedeli a vita, qui tra di voi con i suoi vecchi amori? Ha ricinto il suo capo con le rose e gli asfodeli e suona il suo flauto garrule canzoni ammaliacuori. Danzan le selve insieme ai ciclamini, e i cervi e i caprioli. È tornato il Dio Pan! Se n’era andato; ha lasciato a fiorire il biancospino; posò la vecchia soma con il suo eterno aspetto di bambino.

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16 A chi verrà…

Non ho fatto di me e della mia vita una finzione, com’è d’uso ai poeti, ma feci di me una cosa grande, anzi divina, e suffragata da segni trentadue, su questo corpo mortale che mi porto addosso, e che dovrò lasciar come la seppia l’osso, al nostro amore ancestrale, a chi mi amò sovrano, a chi per mano mi prese quando volli andare a dar conforto agli ignoranti e ingrati. E poi passai per disegnar l’aurore a mostrare il Gran Carro, che delimita un prato senza i giorni e l’ore.*

* Mi riferisco al carro dell’Orsa Maggiore che dopo il timone, delimita, con quattro stelle, un “prato celeste”, su cui le anime di tutti i devoti si incontreranno in un’altra dimensione spirituale.

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17 Don Chisciotte (balletto classico)

Classico ballo per le notti insonni alla mia casa nuova, proprio ispirato a te, gran cavaliere antico, nella tua follia. C’è Dulcinea che appare, la gran dama, alle disgrazie della vita, prova di tanto amore all’esistenza. Lì son con te Basilio, ch’è barbiere, e la sua amata Kitri, con quel suo padre buggerone, che vuol la sposi Gamache tra i cavalieri. Oh, leggiadria di danze, e nacchere e ventagli e musica divina, e ritmo insieme! Tutti travolti in vortici e in abbagli.

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18 Alla Brigata Maiella

Guardando sopra i monti la Maiella sento un canto di guerra che si leva ardito tra le grotte e i boschi. O chi è? Sembran fantasmi d’un gran tempo antico. «Ov’è il nemico?» Un urlo mi scompone. Sento gelarmi il cuore, o miei fratelli in armi, o immortali fantasmi dal moschetto amico. Tempi di volontà, di sacrificio, tempi di morte e gloria! Or che insieme a Libertà nata è la boria d’una casta infame, che s’è arroccata dentro una Bastiglia, che muoia il disonesto nel letame!

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19 Ventidimaggio (2012)

Oggi, ventidimaggio di quest’era, che un po’ per volta è diventata austera, trema la terra su per le Romagne, crollan le torri d’una storia antica, squarci di fumo da case e palazzi, e terra cela e fiamme e il fuoco, di giganti pazzi. Oh, quanto noi abusammo, noi mortali! Quanto arrogammo, quanto poi sventrammo a piacer nostro madre terra, che da ospiti appropriammo, come se fosse un legittimo possesso. Il sacro torni nella mente all’uomo! chi si crede padrone è solo ossesso.

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20 Bambino alato

Dorme il Sirente sopra la vallata, col suo mar nelle nebbie, e i boschi, e il fiume Aterno, e lungo i fossi dove i platani gonfi sotto il vento cercano il sole col suo carro ardente. Già si portò di quel che fu l’inverno, duro e perenne, sopra le contrade. Para le aiuole a te, villan del mio villaggio nuovo: quel ch’era vecchio diventò l’Averno. I fiori e i prati giocano col grano ancor fanciullo. E tu, bambino alato, che hai per nome Amore, su, su, non fare il bullo.

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21 Pagliaccio non son…

«No, pagliaccio non son... se il viso è pallido, ma di vergogna...» sento che canti e sento la tua pena al petto tuo, tremante, a scendere nel mio ch’è addolorato. Covo di serpi è il mondo, o mio pagliaccio a faccia di farina, ché tu per donna ingrata sei dannato in cuore; e che credevi? Amore è un’assassino, e quando ti mira uccide e questo e quello. Attento alla sua faccia di bambino! Arriva “lei” ma tu non te l’aspetti, semina d’oro il mondo, invece è orpello; è tua la fine a lama di coltello.

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22 Lettera ideale…

«Quant’anni son passati, grande Iddio! Ma quelli tuoi non pesan su di me, son come ieri, come la prima volta ch’io ti venni a cercare, e ti feci regina, subito pronta alla mia reggia avita, e lì con te ho capito chi era colei che, dopo inganno e duolo, ebbe il suo premio: un’anima infinita. Pudore e forma d’una donna indù, eri Lucrezia rediviva, eri “romana” con la tua virtù. Passammo il tempo con l’idea che il mondo non sapesse di noi, ma che illusione! Per gioco ti cantavo una canzone.

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23 A Paola-Maria (mia sorella)

All’ombra della torre immacolata, retta da guglie e tutta trifiorita ecco che tu prendesti vita, lì, in via Santa Maria, sì, proprio a pochi passi. Volge l’estate all’imbrunire, al sei settembre, mentre lui se ne va alla svinatura. Noi ti aspettammo, come si aspetta un gioco giù dal cielo, a rallietar la casa nostra, in cui l’ilarità e il sorriso ci furon sempre come un paradiso. Era il ricordo d’un’infanzia bella, legata a segni primitivi più ancestrali. Cominciasti a dipingere i bei sogni, immersi dentro nuvole invernali.

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24 Ottaviano (il mio secondo figlio)

Quand’era il sole alla sua casa avita, spargendo i solleoni alla sua terra ecco, sbocciasti tu, nella mia vita, il tanto amato e atteso, che per gloria di quei giorni fugaci, volli per te d’imperatore scomodare il nome, quello d’Augusto, il Divo, il mondo amò perché lo fece libero e giusto. Volarono le muse tutte intorno a celebrare i fasti della guerra, e gli animi gentili furon vòlti a cantar le gioie della terra arcadia, tra Ninfe e tra pastori, e l’erbe, e i fiori, e i vini, e l’olio, e il grano nella madia.

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25 Emiliano (mio primogenito)

Pochi giorni, e non fu calendimaggio! E alla mia terra tòsca parton le giovinette da paterna casa con corone in testa, e tra le mani i fiori dei giardini messi in festa, a celebrar per noi l’antica usanza, quando la rosa affiora in abbondanza lungo le siepi e gli orti. E lì, tra i fior più forti, nacque il tuo nome, come un buon augurio, d’Emiliano Zapata, il gran guerriero, che tra i giusti ora stà nel paradiso; ora il tuo karma è un altro, che per sapienza in alto se ne va.

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26 A Sirio (mio fratello)

La mamma volle darti un grande nome quando nascesti: quello d’una stella, quella era Sirio, poiché più luce dona al firmamento intero quando l’aurora illumina il sentiero. Così tu illuminasti il mondo nostro d’energia, senza di che più nulla vive dentro questo universo così tondo. Nacque per volontà la tua sapienza, fatta di perfezione, e nel rigore immerso. Ti prego adesso, sii gentile, allunga, anche col tempo la tua mano ch’è il preciso congegno della vita, sorgi, e poi torna a riguardar lontano.

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27 Fiorangela (mia sorella)

Ti chiamavam “La cicci” da piccina, laghi d’azzurro gli occhi e una cascata di gran capelli biondi sulle spalle. Di fronte al mar Tirreno, il maschio mare, eri la meraviglia dei bagnanti, proprio un’ondina, dal voler cantare, al sol vederti «…questa musica strana che tu dolcemente sussurri qua giù…» era la voce del nocchiero nostro, così gentile e sempre appassionata. Poi fosti artista, che sempre alla riuscita il karma ti guidò, poiché eri nata, rinnovella Penelope, alla vita.

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28 Nimài (il mio nuovo cane)

«Ti portarono a me gradito dono, in quel dicembre, quando il sole invitto già da millenni illumina il cammino a nostra gente e nell’aria si sente la zampogna allegra che addormenta le greggi dei pastori». Ed era Federica e la sua mamma e mi dissero un dono non sperato, ed io che, ignaro, non pensavo ormai che a rallietare il giorno più venisse un folletto, sì, Nimài, che prese il posto della mia bambina, che fu da sempre l’essere più amato, e che lei lo volesse il suo spirito pregai.

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29 Genti di strada

Parlan di me, le genti della strada, e del mio canto, intorno intorno rimenano il mio vanto, ché appena tocco il liuto la poesia fluisce come fiume tra le mani. La Poesia è un gran dono che gli dèi fanno agli umani, ingentilisce i cuori e le fatiche e ambasce della vita, e i sacrifici di sopravvivenza, dà all’esistenza un senso, se eleva le menti e in alto pasce. E tu, o Potente, e duro d’intelletto, e d’ignoranza, con l’arroganza tipo del Palazzo, dice la plebe al suono del mio canto: tu sei “poeta” e lor non sono un lazzo!

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30 Ninfa etrusca (ad Elisa S.)

Ma sai, s’io fossi un fauno ti verrei a cercare dentro i tuoi boschi quanto più è calura, e mentre che tu indugi alla verzura, ninfa divina in braccio al dio del sonno, venga piano a destarti i sensi addormentati, e come un sogno fingo che l’alba ci trovi abbracciati, lì, d’una siepe addosso. Oh, quei tuoi veli! Son meglio dell’aurora mattutina. Io sono un fauno, è vero, ma di grazia, non supero la luce alabastrina.

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31 Messaggio (all’ipocrisia)

M’invii messaggi pieni di sciocchezze e sdolcinati approcci, mi dici “t’amo”, e poi “tesoro”, e poi “che amore!”. E forse provi la seduzione di tua vita in cocci. Ed io, come un cretino un po’ bonario, ci casco, come sempre, ché mi svario al fascino muliebre, perciò rispondo alle commedie tue fingendo d’esser saturo di vino, e tento, e un po’ m’accoccio, e più mi spingo, ch’oltre il buon senso sei. Ma tu rispondi :”Satiro!” ed io: “non è più tempo andar per cicisbei.

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32 Crepuscolo

Anche il mio Canto è giunto ormai alla fine. A voi miei amati, il cuore pio s’invola. Con la mia penna, parola si trasfonde in armonia, e forse, proprio in questo sta il mio vanto. Taci, o chitarra! Ho preso ormai la lyra. Come ai bei tempi, Pindaro levò carmi agli dèi, su su pei firmamenti. Senti, o poeta, giunge ai popoli il canto come se fosse rondine giuliva, vola nei borghi e scende nelle valli, vola pel bimbo e la massaia, e fa la vita gaia!

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Musica e satira (Conforme all’originale)


Retro-copertina delle passate edizioni: Musica e Satira Musicisti e musicofili, che l’autore ha in parte conosciuto durante la sua attività di “esperto di musica classica” presso le Messaggerie Musicali di Roma, tutti colti nel momento “panico” della loro vicenda umana ed artistica, trafitti, lui, antico «Centauro» dei boschi maremmani, dalla freccia di una Satira, a volte ridanciana, a volte malinconica… *** Paulo Varo, pseudonimo di Paolo Pàmpana, da Pisa, è alla sua 4a ristampa di una raccolta poetica, che fu definita variamente dai critici: “sulfurea”, “greca”, “classica”, “d’avanguardia”, sulle orme di grandi poeti, come Eliot, e pervasa da un’estrema dolcezza musicale, affidata al tempo ed alla memoria…

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Prefazione dei “Lettori” … La silloge di Paulo…”Musica e Satira” è… una validissima raccolta di liriche in cui l’esperienza, la dottrina ed una sottile indignazione dell’Autore lievitano fino a divenire messaggio e sintesi di reazione. Lo scorrere e il combinarsi fino all’esito giambico dell’ironia sulfurea di questo Poeta ottiene lampi che fanno pensare a certe ricerche d’avanguardia; ma qui siamo distanti da tali pretese; la verità è un’altra: essa risiede nel proposito di incidere un bozzetto tra caricatura e scucitura, tra il salace ed il sarcastico. L’effetto è apprezzabile e non è mai monotono. È certo che l’Autore ha in serbo notevoli energie che sarebbe interessante conoscere e seguire nel potenziale estrinsecarsi. Udine 24/08/1976 Biancamartina E. “Comitato dei lettori”

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DALLAPICCOLA Nel mandarti miei versi Pochi Di un’età in nuce Dallapiccola rispondi - Mallarmé Poesia non muore Finché vi son Poeti Che cantano. Canto. Maggiore d’una penna - asciutta Così tornita allo stelo greco Mi esalti Con quel canto in gola di cavalli Appena abbeverati Ecco Alceo, nel tuo Ulisse senza freni Uomo che parte e resta Ulisse! Ulisse! Chi chiama? Ulisse Uomo in bilico che resta e parte! Noi Sfortunati naufraghi Pieni di Fenici gli occhi Noi Ulissidi geniali e fòlli cranio

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mutilato In te ci sentiamo nuovi Ulissi Mio Dallapiccola! Pi첫 Poeta che Uomo, pi첫 Ulisse Che cavallo di legno Dal ventre Coperto Resta Quello che sei Canea mafioleggiante Interiora il XX secolo!!!

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PETRASSI Uhm… Uhm… Uhm… Dorme il Piccolo dei Sakya Al vocalizzo Lene Vorrei impegnarmi a fondo Già reclino! Un Calibro tale Può fermarsi a un vocalizzo? Infine non m’importi Belle note Paesaggi Canto Rapido è il sonno sul concerto Due cinque quattro tre Che altro Domani cominceremo Goffredo Petrassi!

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GAZZELLONI Quel Che resta di campi Amo Seguo le mandrie A monte Flauto di canna a sette fori Preso da un dolce estro Improvviso imitando tue dita canore Mi esalto Inebrio Fermo Siedo e considero Il mio canto rotto Poi scommetto col vaccaro Selci: Suono di canna Arriva all’oro deI massiccio Tuo!

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CAGE Quando Scienza avrà debellato rumore Ridando dimensione all’Uomo Che ci spetta Che ti resterà, John Cage Del succo dei tuoi nervi senza pelle? Americano…!… Acciaio è Rombo e sonno ronzìo di forge elettriche frullate Al neon sogno strusciante nastri magnetici illudono stringer Dimensioni Così presto ricondotte Il vociare Alle mie, ed alle tue Finestre Così ricettive Come antenne d’un mercato nucleare Che ti resterà Un giorno, John Cage - Americano Di questo filo d’uomo traballante Su cinque rotti scalini?

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STOCKHAUSEN Tu sia maledetto, o Stockhausen Noi Che abbiamo bisogno di bere la vita Che ci è tolta Incapace romper valvola Mitrale Al nostro cuore sfruttato! Dov’è Libertà Dove bandiera Banner! Banner! Che vorremmo udire al fine Del tuo martellar secco E dei tuoi scherzi concentrici un gioco “ATOMICO” credo Alle tue bizze Di vichingo Allorché battevano Carene di cigno i tuoi vecchi Disperazione Di “ERRANTI” senza pietre!

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DALLAPICCOLA Quando mi parli d’un Poeta Con quel tuo non dire, che dice! Ch’è musico prima, non ci arrivi Tendi l’arco al Fuoco Puntillizzi il Notturno Canti la nostra Figlia, Mia e tua Di pastori maledetti, di questo secolo Tutto di sangue! Eppur negli archi, al basso Ti sento lui Morte del Cervo Gorgogliar nell’otre e ruzzare cavalli Chirichiani ghiaie d’Ombrone Al ridotto del Serchio! Ti sento cantarlo in vetta ai pizzicati del tuo Anacreonte E tu non l’odi Se non “mondanamente” assente giochi di Kimono la sua “adorabile” incompetenza musicale! Benedetta - che lo fece Musico di parole (Forse troppe?!)

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Benedetto il chiostro ove adorava Vivaldi E Tartini al calcagno batteva Sckriabin! O antico Ulisse, quanto E’ ignobile Alla tua generazione questo Millenovecentotrentotto indimenticabile mezzo Secolo Che in me è impresente Feroce come una condanna, Agosto 1941!

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CAGE Ci hai detto: Una chitarra elettrica, qualche Nastro-batteria aritmica nella nostra dimensione Inorientale Noi neonati! Un dio da reinventare e cancellare John - Cage Che sogno idiota! Stradivarius Amatizzante Che rifiuti quel dio Ecco, Forgiami Barbarici strumenti e diciotto Sinfonie Brevi Quanto un breve capello di questo Breve momento cosmico! Io batterò i fianchi e i lombi e tornerò Catullo mio maestro!

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MATSUDAIRA MEI Lamento trapassato a un sogno senza più contorno MEI - MEI Delicata Bocca di Pan porgente unica canna ondulata senza amaro piani e forti onde singhiozzi speranze O consolatrice del Dottor Steinecke Mi dò coraggio AI tuo lamento che osa Ancora invocare, fratello. Mio spirituale L’animo del trapassato Wolfgang Qui Nel mio mondo s’invoca più? Si maledice, ci si rassegna Ci si guarda chini e bastonati E si finisce Per cercar la morte Maledicendola… Tu Mi porti Speranza O MEI Quel Sol - Quel la -

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Portante bocca il respiro, Punti in attesa Di chiamata Sol io e te possiamo udire - O MEI, O Mei Affilami Dunque Un flauto Ch’io possa evocare i miei morti e udir l’eco Di usignoli Tornare all’orecchio e alla bocca Arcuata Del rito.

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POLILLO O Polillo, o Polillo, dove Metteremo noi numeri Piaggianti alla deriva Del nostro Flaubert E chine e i Malstmoom di Rimbaud Cauterio adolescente E l’ansia orribile del Leopardo E il travaglio neurotico fatto salubre D’Alighieri Sui nostri asfalti precisi e senza fine? Dove Poggeremo le nostre teste “Sine posible descanso” Quando il sogno impellente e ineluttabile Costringerà Su capitelli di granito Altri corsi Fiumi preordinati e inconoscibili? O Polillo, o Polillo! Alfiere Di un sogno che rifiuta l’ARTE Che bandisce e proclama, che non “vuole” essa stessa Nata e così compiuta O alfiere ostinato d’un esercito di cui Non POTRETE m a i! essere simbolo! Discorso Inutile quando

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PRETENDE Gioco senza lima Legumi Rinsecchiti In quattro poveri istrumenti Ignobili perché Estranei Coloro essi stessi viventi! O Polillo, o Polillo O nome dolce Vituperosamente greco e latino! Se ti dà pace Requiescat! Amen Gli altri legni Gli otri ribattuti Volontà spasmodica Dimenantesi Sogno nero… ciottolìo Legnoso Burattini tirati da mano precisa e fedele Rotta neI ghiaccio Pochi nomi, così latini Scioccamente tronfi e seriosi Con le loro “session” i loro “Kasoo” o tempi In cui dal nostro Indigeno Era un grappolo pregno di mille e una vita (O tempo, che corri all’altro tempo! Tirèmm innanz!

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CAGE Quando la Scienza avrà debellato anche ogni Vocale, e l’etere sarà etere - con l’Uomo immerso nell’etere Che ci resterà, John Di una qualche dimensione? UOMO Quando questa neurotica domanda avrà scompigliato il nostro sistema di fili di marionette avrà troncato ali e fantasmi neoscurantista filosofia Avvento del Vostro Sospirato MASSIMO EVO, John Cage Sobbarcatore americano Continuerò a bere ai trii ed ai quartetti Di quel retrogrado sordo nucleare Fin nel più inquietante dei silenzi Quali campioni ancora intatti D’isole da sverginare.

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PANNI Avant! Mesdames et Messiers Attention Jouer! Che musici, la mia generazione! Jouer! Jouer! Musique! Mi piacciono tarocchi, il fante a spade, L’uomo nero, bizzarrie di contorni affascinanti E paurosi Come un tempo che mi fu trasmesso, La sera Solitario Come un corvo saggio Che fuma e dispone mano solenne al rito Un breve e secco vento D’uscio srotola vicenda ordita dalla notte ecco il tuo Domino, o Panni La cima di te Io che credevo un surrogato breve ritiro nel tempo che ho perso Tanto! O Panni Gioco da giocare in allegria Fra altalene e alberi, e rimpiattini, Settecentone! O grande, O maraviglioso bambino! Tu

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Che “animi” e ti esalti al bel gesto Che hai virtù “sentir” le terga Esaltatore Trascinatore d’animi - simili Pontefice il tuo mondo troppo ricco Farfugliatore D’istanze Stendi le carte di un buon solitario! Lì Canterai il sogno d’una dama rossa, altera Imprigionata da mano fiorita Che afferra il suo bel fante di picche Bonario e acuto Suo scudo rosso crociato Poiché inerme è la tua musica, o Panni Insolitaria Più la volti Più la stringi Più tace Inutile carte chiuse per sempre a loro soluzione Da un fante, un regio e un pessimo sette di quadri Giochi il bimbo povero Che ha sempre un pollice Ardente, creta mista a sale!

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JAZZ O Jazzisti, che paura Avete per la VOSTRA “Arte”! “Noi dobbiamo sottolineare la bravura di ……… l’altra notte, un vero artista, (e il Jazz è Arte!) ha vinto Abbiategrasso affascinata platea “E che di Gil Cuppini i suoi legni, Nervo-simbiosi in crescendo davvero miracoloso, ci ha portato tra le vette della vera Arte (E il Jazz è Arte) entusiasmando il pubblico presente… “E c’era lì, signore e signori, alla tastiera, accarezzata lungamente fremente adolescente dai fianchi scoperti……… La sua Arte! Ha toccato le vette del quasi… (il Jazz è Arte) La mano destra cercava in una ossessione quasi spiritica, in giri concentrici, tesi e stesi, i problemi della nostra ansia giornaliera, sorretta qua e là da qualche accordo ben costruito, come scale magiche che innalzano fantasmi di luce e si sciolgono, per ricrearsi dopo qualche secondo d’ondeggiamento del rame (Turco, dev’essere,

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o l’Arte!...) E il singulto del basso (Uomo robusto e fiero, il basso!) che confabula lo stesso scherzo concentrico della mano d’artista istancabile negli impulsi (o gocce fini a se stesse! polvere che non diverrà mai pietra omogenea, destinata com’è ad esaltare il momento, anziché il fondo d’ansia che muove un particolare!) E’ come il patema del giocatore di birilli che in eterno maledice il punto perso e i due probabili, non riusciti! Il Jazz, o amici, è tutta “incertezza” un bluff che d’improvviso sembra giunto al supremo del rito e a mano a mano non ha incenso per alimentarlo Che orribile sofferenza NON DISCIPLINA Questo ineffabile esaurirsi in uno spazio Che terminerà Restando tale Ha colto il suo momento Di gelsomino!

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VLAD Roman Vlad Nome e cognome magnifici! Entrambi sospesi al punto giusto. Romanticamente latino, con un che di slavo amaro sotto, i denti

Compositore di spettacolo Bei motivi riusciti Legati nell’intimo all’azione Spirito che coglie ed è colto, esatto Come un’ora battuta

Pochi interpretano come lui la gentilezza ed i sogni inespressi quasi fossero i suoi, “romanticamente” aperto A volte boriucola annulla facilità di linguaggio, la biondo-rossiccio-verdognola Simpatia, che ce lo fa latino, facile All’entusiamo, commozione. A volte emana un ché di “ciarlatano” d’alta classe. Ma le sue. Colinde rimarranno fresche, aria di salute Che favole antiche cantavano al ceppo

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Pieno d’ansia Ansia mia di ragazzo Uomo Vecchio cumulo delle mie vite trascorse In un’ora breve Colinde Fatte di sogno Preciso e vago Mia giovinezza fermatasi… Alt!

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CLEMENTI Clementi Aldo - Professione: Alchimista Mani e sguardi aggressivi Che vorrebbero tutto curvare Schizofrenico, con qualche rara abilitĂ funambolesca eterno brontolĂŹo, al ciglio di labbra Sospese che vorrebbero travolgere Livello di espressione Schizofrenico feroce che impegna La nota a salti e discinsioni - instabile E insaziabile Crea gruppi Il silenzio Non fonde sempre Alto Grido Altissimo e secco Sospende Situazioni Che a fatica Alla calma Di spirito - Tensione Tende Schizofrenico Occhio nero, impaziente Mani che furano Nevrosicontinua!

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Gran cercatore! Mio buon Aldo Lodo il tuo sforzo ossessivo Ansia Neurastenia : Valium 5, due volte al dì : Becozyn netto, ai pasti : Insidon, tre volte Labirinti di sogni più variati Desiderio Di canto inespresso Parola Gioia … la… Bevo in un corno di capra Antichi stregoni Saggi Figli di puttana… A cavallo di canne Lunari Cerco, da anni Isole Alle soglie del Buthan Volta pagina, o imperfetto cercatore di colonne Carena quelle di Ercole più sù! O L T R E Foreste Oltre la verginità del suono I N bilico………

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O borghesia Decorazione di camere stagno, pioggia A TOMI in tappeti volanti, fuori CA Dimensioni terrestri! Ho Udito canti sacri Zen - Giappone Legni Ritmo Pneumatico Di cuore umano Ho udito - pianto - esaltato Impaurito HO CHIUSO BACH !! Ho bisogno di cantare Provare tutte le corde Che parevano incantate Ed in me Canto Di te Tutto è discorsi di frammento Alla radice Un autentico inespresso Oscurissimo desiderio di canto. La dimensione è un’altra Ed è fatta anche di curve

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Il nuovo millennio È di là Dalle foreste inaccesse il canto Torna Preda Per chi voglia…

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SCARPINI La figura d’un pedante musicista Scesi un po’ i capelli Uscito da gazzette d’altri tempi E rivestito a nuovo Borioso-serio, Scarpini Sussequioso A vista corto Del successo Mediocretto nel filo del naso Strinto di borsa e gran ciarliero “facitor di ciarle” Ma audace trascrittor del nuovo Librato su fili aerei di tensione Sacra e profana Dallapiccoliane chiuse in canti alti e solari Tra risciacquìo d’acque In fiumi primitivi e arene riconosco In te L’acume e il coraggio D’una vecchia razza A cui orgoglioso appartengo TESTE QUADRE In noi il compasso Ha perno sulla fronte

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Ma di te, etrusco (come me etrusco)! Purtroppo hai l’aria un poco VACUA D’un pochetto “VACUICOLO” etrusco!

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RAZZI QUI SI FECE MUSICA GIOVANE NASCENDO VECCHIA Fausto Razzi Di talento Argento Scuro Occhio Brizzolato nella educazione fatale arrivare solo arrivare Musica? Importa Che? Arrivare - fatale - solo imitare arrivare - musica - importa Razzi - d’oggi - talento Si perde - argento capelli nel vento attento Fausto Razzi!

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HENZE Ecco il Bassaride Henze Sibarita Henze Così rotondetto e biondo “Kompositore tetesco!” Prolifico tanto Che quasi non distinguo Frase d’uno o d’altro Henze Collo Bolognese Come un su perno Curvo Antenne e vele alla testa CUNNUS! Non distinguo in partitura d’opera Il nesso Professore Di cacofonia scientifica Impegnato Al braccio stesi Giornali cubani ?!? E il resto dovè ?…? Cerco e domando Spulcio Eterni rosari Duri come moccoli toscani

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Prolificissimo figlio Dell’aperta Germania Ti ho cercato ubi es?

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MARCELLA CRUDELI Ecco Venere chiusa in un’ampolla Fragile Sulla bocca del sesso Trattenuta in respiro Forza in grazia muranesca decadente Da sfogliare vicino a un caminetto inverno In voce Pergolesi Marcella Crudeli Aria di cristallo in trasparenza di sogno Mia adolescente della mia adolescenza Ti avevo pelle calda e voce Incanto Pronta a rompersi di gioia o meraviglia Ombra Campi aperti Languore Dei nostri sessi proibiti al bianco del petto Altra età Altri ricordi Visi ripiegati nella memoria Altre dita musicali dolci e forti Sensibili nel cristallo vivo del sesso accarezzato Negli occhi tuoi velati

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Di miope amo crescere fonti desiderio Ansia mia bocca Muta In te persa Nel conto delle note -

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VANDOR Vandor Detto Ivan Mezza linea Occhiale a Schubert - Lungo Sguardo vasto dei romantici Corrente filo di naso Affascinante Incrocio: di: Slavo Ungherese Polacco Italico Bizantino Un tutto americano “prediletto” “ideatore” Del bel mondo Che fu nostra giovinezza Pianoforte In lungo melodie Rosa e dolci fanciulle occhi neri Passi quasi danzando vie Antiche e luci di negozi E vetri e donne

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D O N N E diverse Un pochino scialbe Donne da musicista Amanti Tantino frigide Pallide ombra della cenere ottocento Così Mi sognavo a finestre montane In altri tempi La penna era d’oca e i segni Di caverne rupestri Inventavo il destino Quasi fabbro di stelle, in corona Tempi, Tempi! O tempi Dove Soffitte Eran nidi di favole alte E il piccione rado, Rompeva i muri del suono/E i tetti Campane di sole ed ombra Custodi del regno d’Opera Scene di vecchie storie Personaggi Paludatj Evocati nei giochi dell’infanzia Così - Ivan Mi è apparso il tuo “quartetto”

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All’apparenza così lrto e”reale” In realtà bonario e dolce Corrente filo di naso Occhiale tondo Sguardo lungo e vasto Dei romantici Vandor

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BUSSOTTI O Bussotti, O Bussotti! Giuocator di bossolotti Rotti e Zoppi Spruzzi Schizzi e zuppi di seppie A sprazzi Rossi, neri e lazzi In fogli QUADRI ARAZZI !?! Grassi “leggo” CHE “P” AZZI Arrivo in fondo Bevo Penso Ammutolisco - Non capisco Questo vuoto Che presenti pieno sapiente e scaltro - Punto su punto Più e meno rendiconto di banca Banco non pieno “Osceno” O Leonarduzzo di spruzzo Diventa struzzo O la mente mi strizzo Al rezzo!

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PERRONE

… Spirate pur, spirate Acqueta il cor, mio bene Aurette vezzose e amate Ella nel cor mi tiene…

Voce rotonda a pietra Alla finestra Consunta D’un cortile Alta Un po’ fanciullesca - non voluta Affatto innaturale - Strano! Come un sesso così violentemente scuro Rosso-di-corvo Nasconda una voce tanto dolce Utero-spirituale Lago d’ombra e sole di meriggio Il tuo Scarlatti Grazia composta Regno di favole in fiore Ho amato, sognato anch’io “Baudelaire compagnon” Di assidermi all’ombra del tuo grembo I cespi mirti E il forte pino Odoroso

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Alitare Tra colli rossi e il bosco - notte Dei capelli al vento! O ritorno alla natura Dopo tanto prezioso canto! In te sogno Fiere e baracconi E atletesse more-argento Fiori di carni O mistero E il fascino di donne di casini Peccamitudine Ombre di fiaccole Carta e paglia dal sapore Zuccherino E piccoli mostriciattoli da grinta di perfidia Paurosi Ruzzolare dall’ombra Nel troppo piccolo e il troppo grande Il Circo, il Circo Di questa vita! fanfare nel vasto telone del mondo e tante teste Allegria immediata Rimpianto Qualcosa di perso Tenerezza

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Pianto Malinconia del Circo! Il Circo! Mi fermo Qui Sotto E ascolto Chitarre Fuori moda dalla cassa ad Otto Piene di lustrini E il suono un po’ consumato Di riposte corde e il tuo Vocar Quieto Dall’alto di questo cortile Lungo i tetti Dov’è il mistero e dove L’Uomo ricorda se stesso Al ciglio del tetto Io mi sospendo Amarilli in erba e Filli Aurore bagnate In Venezia

Voci Ho udito Pure Poche Levarsi a rallietare L’incontentabile mia ricchezza

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Di cui avaro godo Negli orribili silenzi di queste Mie torri Senza veglia Sospeso il canto tuo Su questo ponte di grazia Restami quella che sò Dal fondo d’un cortile … Indifferenza… Io e te Unica e SOLA scena Voce tua Amarillide Sòrta -

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POLLINI «Il Maestro è ammalato, il Maestro Soffre Il Maestro piange per la sua impotenza» “musicale”, s’intende “Oggi, il Concerto del Maestro è rimandato Per indisposizione dello stesso (Maestro!) O dei della Musica! Il Vate Non scuote Né gratta la cetra O prodigio! Ma in compenso mi dicono che parla Parla “dichiara” Annuncia e PROCLAMA Un artista di musica o dèi Che dice???!!! Il Governo ha la bronchite Il ministro polmonite L’avvocato ladronite Il Consiglio partitite La Giustizia Vietnamite

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Con gli U.S.A. DINAMITE L’Italiano poltronite falegname faesite E tutto l’Ade in Ite Finisce?? Ma che ha da dire, o Dei Un musicista che non sia “il Richard” fatale, delle fughe parigine Colui cantò travaglio Dei E l’Uomo in immortale. (E anche quando disse - o scrisse - fu comunque un “musicista”!) O Dei, liberate nos Dal cialtronesco romanticume pappagallesco Dai Rompispartiti Rompiosottutto Rincoglioniti le tue mani - pur forti Ecco, han letto gazzette Mondane Ritorna a mane!

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(Sarà bene che si spari, a un tuo concerto) Così - Stendhal - milanese Disse E morì -

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BERG Berg - Alban Tam - Tam Pulsa - il sangue Tam - Tam Cuore - Tempie Tam - Tam Rompe - Il vento Tam - Tam Golfi - Rossi Tempie - Mari Tam - Tam Pulsa - Il sangue Dove - Dove? Tam - Pulsa Dove? - Tam Tam - Ah Ferma Tam‌ Tam‌ - Orlo Poi - Tam Muore - Qui nasce il tuo musicale Dolce moderno Ovattato del tuo clarinetto Scenario di maschere italiane Arguto Sogghigno Dietro palchi e cordami

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E qui la tua ironia di cartapesta Avanza in scena Tra golfi di bionde nebbie Più latino che tedesco Orgoglio Musica Nuova - Flusso E riflusso nel vecchio Nel nuovo sull’onda Dei dodici Elaborati e dissolti ……… Mi è apparso, il tuo Wozzeck Dagli antri magnaschi Canali sotterranei In ombra In ampie cavità nebbiose Il tuo Wozzeck Avanza Dio di tenebra nero Destriero Qui li tuo canto è insuperabile Da ogni altro Qui Il tuo Dio Fiammeggia il rosso-perso Come un drago ringhioso Il suo Fato di morte Morte!

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Wozzeck Breve Nome E tremendo Uscitomj dalle cavità del respiro Mio sangue Mio tutto me stesso Canto fatto spirale Da bronchi di segni mediani La Musica “è” questo Questo dev’essere Musica, Berg, Alitare In fondo a sé Quel ricco spirito Di sogno e materia Fintanto che appaia Composto “Simigliante”

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CERRONI Star sul proprio limite legato e impacciato “Tutto ha fine e si perde” Siamo Transitiamo E’ il R O M a n O D’oggi Inzuppato di Cristo casalingo

V I A !!

Sofferenza o verità? Scelgo : Viaggi tra mondi X Paradisi negli inferni E inferni paradisi Specchio in pozze senza nome E mangio il cuore a tutti gli orologi dall’alto di torri del mio sangue MONOTREAN Ecco! il mio fato Antiromano Sofferenza o Verità Noi scendemmo

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Nei Meandri del sapere: Wagner Eschilo Bach Nietsche Shakespeare Kant Il tuo Mozart Fino Mozart “legato” Al tuo voler essere “romano” Star sul proprio Limite Legato e impacciato “Tutto ha fine e si perde” Siamo Transitiamo Via, Luciano Pagan noi Sunyata Vertigine orribile cara e Nagarjuna A noi Costan cicli bufere Bonacce, Calma scende all’ugano Fiumi che vorremmo Eterni, Pulsan golfi Angusti Un tempo Senza Veglia Luciano, Fuori di noi è il resto Gigante dal Cuor di pettirosso

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Mammola idiota In colore Sceglie Il condor Becco selvatico rompe aquile antiche spazio di Puro Avvenire Luciano Romano

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DONATONI Ma Questo, cos’è Donatoni Questo Questo Non-so,-eppure-capisco-Questo Buio felino A Questo Laser Questo, Palle! Sarà ma Questo Intelletto Questo Tante ciacole senz’A senza B Hercle! Male dixisti mihi! Ma Questo Donatoni Questo Si perde il talento per strada Questo Ozioso e studioso per forza Questo Sospeso a farfalle Strambe Come…? O Questo mi manca Un testo - Questo - testone Che sono! Lascio il dilemma alla “Matempsicosi” e Questo Speriamo capisca Questo!

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BALESTRA Balestra scocca Dita latino andaluse Ricreare Mondo di sogno cortigiano sale di pietra e vetro Cinquecento Arie e giullari di casa nostra Ingegni a cuor di allodole Erranti Poveri vagabondi Sale e torri e cortili Liuti garruli e tristi O sempre lieti O mondo nostro Evocato Crini di legno De Bonis Dita come flauti di bosso Melodie interrotte o notti O maggi di rose Vissuti nel ciglio Della memoria O Balestra O Maestro latino-andaluso Chitarra è un cuore Stanco di trombe e cembali di gesso

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Impari lĂŹ la vita essere breve Quanto un vibrar di corde Gitane Nostrane !!

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PREVITALI Si crede Toscanini! Ha l’aria intemperante Insofferente Strafottente Da ruspante Perché Si crede Toscanini! O-cacchio,-se-crede! Che fa...? sarà Forse nello sguardo Guardiarnolo Un po’ O no! È un po’ meno allucinato Forse è nei capelli Osserviamolo Un po’ Mah no! È un po’ meno Cincischiato Forse è nel naso miriamolo Un po’ Mah! È un po’ meno esagitato certo è difficile dire

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Dove somigli Al Maestro Chiedete un po’ a Lui Può darsi Conosca sé stesso Che colpo! per i suoi denigratori!

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UN CRITICO FAMOSO Squilla il Bigòl Olé Il grandé criticò Musical! Come come, chi è? Non sai!? non sa… getta Stantuffi d’inchiostro Bigòl! Riunisce In volume le prodezze Sale-acume Del suo fiuto musicale Corrisposto Da vecchie ciabatte sdentate Diplomate Un po’ fissate Sul “bel tempo antico” Aringhe di salotto Affumicate Bigòl E’ Re della penna! Non v’è aria di nuovo Che entri Tappate ha porte e finestre

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Fredda l’aria è pura Non apre La nonna ha paura Sentite, sentite Parla d’un certo Webérn (‘a cconuscite, Webèrn...) Chi fosse lo ignora del tutto Lo ascolta per caso S’intende, lo chiama “Puntillista - telegrafico - palo” Teutonico Non c’è male Il suo verbo sconsiglia Con quattro capriole lo azzitta Webèrn Poi, per ventura, s’imbatte In un tale Schoenbèrg (‘a cconuscite, Schoenbèrg…?) Mi pare, cortese Lo mastica amaro Si sente. Bigòl non è Diverso Da qualche zucca Dell’amico Marziale Salve, O Catullo, Salvete!

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PETRASSI Ha l’aria d’un Sioux Cheyennes Forza - di - Mento Morbidocchio Statuario Regale Seduto in Toro Bevo I tuoi Non - sense Bonario Distratto Fiacca ho la penna Domani saprò forse Se mantieni il passo Goffredo Petrassi…

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Note


NOTE Pag. l - VV. 1 - 8 Mi riferisco alla lettera di Luigi Dallapiccola in ringraziamento per l’invio di un mio volumetto di liriche: PRIMI CANTI, in occasione della prima esecuzione romana dell’Ulisse. I versi, tratti da Mallarmé, famosi ormai, iniziano: Poetes, race disparu ecc. ecc. Pag. 2 - V. 26 Cranio mutilato.... L’immagine mi è stata suggerita dal ritrovamento in Abruzzo di una gigantessa senza cranio, forse uccisa a furor di popolo al tempo di Barbarossa (?). Penso godesse fama di stregoneria. La mutilazione assumeva per il popolino un qualche significato, o faceva parte di un rituale antichissimo da attuarsi in determinate circostanze? Pag. 3 - V. 2 Il piccolo dei Sakya è riferito al mio figlio più grande a cui fu dato per secondo nome quello del Buddha Sakyamuni. Pag. 7- VV. 1 e seg.ti Polemizzo con il Maestro riguardo al D’Annunzio e all’interpretazione “musicale” che dà dello stesso. La fonte è nel Volume “Incontri, Appunti Meditazioni dello stesso Dallapiccola. Mi pare che egli, come tanti intellettuali ed artisti sia ancor oggi, condizionato (riserva comprensibile) dal passato politico di D’Annunzio (che mi è estraneo!) Poesia e Musica erano nello stesso, Poesia e Musica. Pag 9 - VV 1 e seg.ti Prendo lo Spunto per questa Satira da una vecchia intervista di Cage per lo Spettatore Musicale dove faceva affermazioni tutte ridicole circa il “nostro” Ludwig. Mi pare non abbia capito un gran che…

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Pag. 10 - V. 10 Mi riferisco alla composizione di Matsudaira, MEI, in onore del defunto dottor Steinecke. Come la “lessi” mi piacque, mi riempì di tristezza e mi portò al quel mondo orientale che tanto è parte di me. Pag. 12 - VV. seguenti La curiosità con cui leggevo “Musica Jazz diretta da Polillo, se da prima mi divertiva finì per venirmi a noia. Le polemicuzze con tanti lettori cretinetti, adolescenti, per lo più, sanguisughe d’ignoranza, o anzianotti di secondo pelo, minoranze incomprensibili e incomprese, considerate e trattate in lunghi articoli, mi rivelò il mondo del Jazz. Velleitario e assurdo. Scommetto mi daranno del retrogrado! Gratis gratia Deo! Pag. 31 - VV. seguenti Lungi l’idea d’irriverenza per la Signora Crudeli, concertista di fama mondiale. Dal primo momento in cui l’ho veduta ho avuto nell’insieme un’impressione di fragilità. Solo gli occhi traducono l’immagine degli esseri forti e artisti. E’ un’eccezione di donna, apparizione inconsueta nella vita d’un artista di “spirito”. Pag. 37 - VV. seguenti Giulia Perrone è una bellezza violenta dalla voce dolcissima. Moglie dell’ex proprietario del Messaggero. “Hobbista” notevole. La canzone classica è sua. Canta per cantare. Alla sera, dietro l’ombra d’un cortile, rubavo il suo canto disinteressato. Pag. 47 - VV. seguenti Monotrean - Farmaco che agisce sull’offesa del sistema nervoso centrale.

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INDICE 1 Quando mi nacqui 2 Zazzà 3 La fine del mio tempo 4 Confucio 5 Pierrot 6 In Santa Croce 7 Mi dica ben… 8 La legge del West 9 Meneghin 10 Albino 11 L’Approdo 12 Amor corsaro 13 La nevicata 14 Papaveri rossi 15 Il Dio Pan 16 A chi verrà… 17 Don Chisciotte 18 Alla Brigata Majella 19 Ventidimaggio 20 Bambino alato

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21 Pagliaccio non son… 22 Lettera ideale 23 A Paola Maria 24 Ottaviano 25 Emiliano 26 A Sirio 27 Fiorangela 28 Nimài 29 Genti di strada 30 Ninfa etrusca 31 Messaggi 32 Crepuscolo

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Musica e Satira Prefazione dei “lettori” Dallapiccola Petrassi Gazzelloni Cage Stockhausen Dallapiccola Cage Matsudaira Polillo

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Cage Panni Jazz Vlad Clementi Scarpini Razzi Henze Marcella crudeli Vandor Bussotti Perrone Pollini Berg Cerroni Donatoni Balestra Previtali Un critico famoso Petrassi

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Note

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Il ricavato di questo volume è destinato alla riapertura della Biblioteca-Museo della Fondazione “Varo Pampana” sita in Fossa (AQ) nella “zona rossa”, colpita dal terremoto del 6 aprile del 2009. Si informa che il museo è visibile solo dopo prenotazione presso il Comune di Fossa al numero 346 0194713 Eventuali donazioni per la ricostruzione della biblioteca e del museo in una zona idonea e antisismica vanno indirizzate, esclusivamente per vaglia postale, a: Dott. Paolo Pampana - viale degli Alpini, 11 - 67020 Fossa (AQ) - M.A.P.

Centauro sogna  

Un libro di Paulo Varo

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