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TERRA DI PARETE NEL PIÙ FERTILE ED AMENO SITO DELLA CAMPANIA FELICE É SITUATA LA TERRA DI PARETE, OTTO MIGLIA LUNGI DA NAPOLI E DUE DA AVERSA

a cura di: Marilena D‟Angiolella e Raffaele Dell‟Aversana

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Nel più fertile ed ameno sito della Campania felice é situata la terra di Parete, otto miglia lungi da Napoli e due da Aversa. Ella a tutte quelle che la circondano non ha che concedere in fertilitá di grani e di vino frutti e tutto ció che è necessarioo al sostegno dell’humana vita. Adorna di giardini, belle strade, pianezza di sito e buon genio d’habitanti. PACICHELLI DEL REGNO DI NAPOLI IN PROSPETTIVA PARTE I PAG.152 ANNO 1703

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Si ringraziano: Arch. Luigi Costanzo (responsabile del “Progetto Albero�)

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A DISTANZA DI VENTI ANNI Nel 1992 l‟associazione di volontariato “Centro di Animazione Missionaria CAM” e la Cooperativa “UOMO” si fanno promotori a Parete del “Progetto Albero”, con l‟ambizioso obiettivo di «rendere i giovani protagonisti di un processo di riscoperta e di riappropriazione della memoria storica cittadina per conoscere e valorizzare le spinte positive già in atto nel territorio per costruire un'immagine di Parete che superi i tradizionali confini urbani e che soprattutto ne ridimensioni la negativa rappresentazione di città da cui fuggire». Centotrè giovani paretani lavorarono per censire e catalogare i beni culturali, archeologici o di valore artistico, per rilevare lo sviluppo urbanistico della città dal dopoguerra in poi, per riordinare l‟archivio comunale e quello parrocchiale, per recuperare le tradizioni contadine anche intervistando settanta anziani del paese… Come conclusione del progetto era prevista la nascita di un luogo della memoria: la mostra preparata per tale scopo non riuscì a durare a lungo. A distanza di 20 anni appare con evidenza la lungimiranza dell‟intuizione e nasce il desiderio di porre un “atto riparatore” alla miopia delle istituzioni e dei cittadini, raccogliendo in questo volume la memoria orale dei nostri nonni e bisnonni. Non è questo un libro di storia, né una raccolta sistematica di cronache paretane, ma semplicemente un espediente per “fissare” i racconti di coloro che già venti anni fa erano anziani (si tratta di persone nate nei primi decenni del „900) e che rischiano di essere persi per sempre. Fino alla diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, ed in particolare della televisione e del computer, i nonni intrattenevano i bambini di sera e nelle giornate fredde, raccontando, vicino al camino, i “cunti” della tradizione, ma anche gli episodi legati alla loro vita al fronte o al loro fidanzamento… Così si perpetuava la trasmissione di una memoria che non era necessario riprodurre per iscritto. Oggi l‟esigenza di conservare attraverso uno scritto questo patrimonio emerge fortemente se si vuole avvicinare le giovani generazioni alle radici del proprio territorio. Senza questa operazione si rischia di perdere il senso dell‟ “abitare”, dello stare insieme di tante persone nello stesso posto che è radicato nella coscienza collettiva e del quale non siamo normalmente consapevoli. Esso emerge, per esempio, quando ne siamo lontani o siamo costretti a vivere altrove. È proprio la permanenza della memoria collettiva che garantisce la continuità tra passato e futuro, tra la dimensione della memoria e la dimensione del progetto. Siamo consapevoli dei limiti di questa pubblicazione che non è certamente completa o esaustiva. Questo scritto non vuole alimentare semplicemente operazioni nostalgiche e si pone come lavoro in corso: può fare da base di partenza per chi voglia arricchirlo con altri contributi. Soprattutto la speranza è che queste pagine possano stimolare ulteriori e più importanti passi, come ricerche storiche accurate o l‟allestimento di un luogo della memoria contadina, e perché no, di un piccolo museo archeologico… Il volume si apre con il testo che accompagnava la mostra finale del “Progetto Albero” intitolata “Metamorfosi di un terra” e prosegue con la raccolta dei contenuti delle interviste. A questo materiale originario sono stati aggiunti alcuni racconti di vita vissuta e le foto della sezione “I volti di Parete”: i tratti somatici e gli sguardi dei nostri antenati che possiamo ritrovare ancora in tanti volti paretani dei nostri giorni. 4


METAMORFOSI DI UNA T ERRA

Terra di Lavoro Il nome che il nostro territorio ha assunto nei secoli, "Terra di Lavoro", ne afferma la particolare fisionomia agraria. È indiscutibile che la parola "Terra" è legata largamente al vissuto contadino di Parete. La Terra è sempre stata la protagonista delle varie espressioni del vivere in questo paese; il paesaggio dominato dall'albero e dalla coltura della vite è lo sfondo materiale e morale del nostro popolo. Il termine "Terra" è certo un riferimento ad un'esperienza di lavoro, ma anche a qualcosa in più: niente raccolti senza un'alleanza con potenze naturali e soprannaturali, niente lavoro fecondo che non rimandi all'esperienza, alla fatica di intere generazioni. Terra è inseparabile da VITA. Lo si avverte nel mondo contadino: Demetra, dea delle messi, è anche e innanzitutto terra - madre; tutti i miti sull'origine dell'uomo delle civiltà peri - mediterranee vedono l'uomo NASCERE dalla terra. La terra, che sembra amorfa, contiene uno straordinario potenziale di vita, di RINNOVAMENTO CICLICO. Ha in sé la seduzione dell'alternarsi di MORTE e RISURREZIONE: è dalla terra che nasciamo ed è alla terra che ritorniamo con la sepoltura. La terra appare come elemento della partecipazione alla VITA COSMICA, ma anche come teatro, materia di uno sforzo specifico di TRASFORMAZIONE da parte dell'uomo. La tensione tra questi due poli è visibile nella stessa PRATICA AGRICOLA che non sembra staccarsi di molto dall'obbedienza alle leggi generali del mondo. Nelle civiltà rurali vere e proprie non si effettua alcun atto fecondo sulla terra se non partecipando all'armonia di tutti gli aspetti della natura. L'armonia suppone anche un legame tra vita sessuale e produzione della terra. Fecondità terrestre e fecondità degli uomini sono indissociabili, essendo l'una immagine dell'altra. La coltivazione della terra nasce dunque dal compromesso tra AZIONE volontaria e INSERIMENTO nei meccanismi naturali. La trasformazione della terra opera anche una rappresentazione simbolica dell'insieme dell'universo e della società negli insediamenti urbanistici, nel particolare modo di concepire la CITTÀ, la CASA. Tradizionalmente il rapporto con la terra è lontano dall'essere rigorosamente tecnico: esso registra relazioni sociali e religiose radicate o inscritte nel suolo. Quando non si tiene conto di questo ed il rapporto con la terra diventa esclusivamente mercantile, quando si perde il contatto con la terra, nasce un senso di sradicamento, sentito come una perdita sul piano delle realtà che danno valore alla vita. Questo non significa rifiuto della civiltà industriale, bensì la volontà di farne parte in casa propria. Ritrovare nella Terra le proprie radici storiche significa dimostrare la capacità di instaurare nuovi rapporti con la natura e gli uomini, di stabilire contatti con altre entità analoghe, insomma ritrovare un CENTRO ma per superare se stessi.

La Nascita e la Morte Le origini di Parete si perdono nel tempo. I tanti ritrovamenti archeologici, quasi tutti clandestini e irresponsabilmente condotti, confermano la presenza di insediamenti umani nel nostro territorio durante 5


i secoli della storia italica, ma solo una ricerca scientifica seria può far luce tra quelle che oggi si individuano come Osche, Greche, Etrusche, Sannitiche. Possiamo comunque far riferimento alle culture tradizionali di molte città dell'Italia meridionale che, come quella di Parete, si radicano nei millenni di cultura contadina per considerare come LA NASCITA DI UNA CITTA' sempre accompagnata da riti che sacralizzano il tagliare una parte di spazio dalla campagna, dalla natura, che sarebbe poi diventata la città. Questi riti sottolineano la profonda connessione che esiste nel nostro universo simbolico tra la nascita di una città e la NASCITA DI UN UOMO. Qualsiasi nascita sempre separazione da un ambiente anteriore: nel caso della città dall'universo indifferenziato di madre-natura, nel caso dell'uomo dal corpo della madre. L'atto che separa definitivamente il bambino dalla madre è la recisione del cordone ombelicale. Quest'atto è compiuto nelle civiltà contadine locali dalla "vammana" o "mammana", che ha un ruolo di sostituto della madre biologica, in modo da facilitare la separazione del bambino da quest'ultima e la sua integrazione nella società. Non a caso, come raccontano gli anziani sull'antico rito del battesimo, non erano i genitori naturali a portare il bambino in chiesa, ma la "mammana" che adagiava il bambino sul braccio destro se maschio e su quello sinistro se femmina. Il termine corrispondente in italiano a "mammana" è "levatrice", colei che eleva, alza. È infatti la stazione eretta che distingue l'uomo dagli animali e il gesto della madre sociale di sollevare verticalmente il bambino simboleggia la sua introduzione nella società. Questo rituale, come in altre società contadine, anche a Parete serviva a giustificare la fasciatura dei bambini che venivano letteralmente legati, con le braccia e le gambe distese, in fasce di tela, i cosiddetti "tuteri", in modo che potessero assumere la posizione eretta, la più consona all'uomo. I gesti rituali che contrassegnano l'integrazione del neonato nel gruppo sociale, riproducono simbolicamente il processo filogenetico dell'evoluzione dell'uomo e permettono di dominare l'angoscia della morte che può quindi essere concepita come ritorno al seno materno.

Il ciclo della Fertilità Il Pacichelli, nella sua opera "Del Regno di Napoli in prospettiva" del 1703, così comincia la descrizione di Parete: «Nel più fertile et ameno sito della Campania Felice è situata la Terra di Parete (…)». La fertilità della terra è legata, nelle civiltà contadine arcaiche, al lavoro dell'uomo ma anche alla sua capacità di riconoscere i ritmi della natura e di entrare profondamente in essi. Nel CICLO NATURALE è inscritto profondamente l'alternarsi tra la vita e la morte, tra la fertilità e l'infecondità: la vegetazione muore d'inverno ma rinasce in primavera e dá i suoi frutti d'estate; il chicco di grano deve marcire nella terra per far nascere una nuova spiga. Questa profonda unità tra i ritmi biologici della natura e l'organizzazione sociale della vita dell'uomo è espressa, nelle società contadine arcaiche, dai rituali destinati ad assicurare la fertilità della terra. Della civiltà contadina pre-cristiana del territorio dove ora sorge Parete, non sono restate tracce, se non piccoli frammenti, ma è possibile individuare degli elementi significativi di sopravvivenza di riti arcaici per la fertilità, nelle feste che la civiltà contadina cristianizzata ha continuato a celebrare e in molti miti e leggende della cultura popolare paretana. Le feste in onore della Madonna della Rotonda e di S.Pietro si celebrano in primavera e in autunno, così come in molte civiltà contadine arcaiche, i cui rituali erano destinati a chiudere la stagione passata e ad aprire la seguente, ma anche a celebrare i riti propiziatori per il nuovo raccolto e quelli per la fine 6


del raccolto. Nel mito di ritrovamento dell'immagine di Maria della Rotonda è evidente lo stretto legame tra questo culto e la fertilità dei nostri campi. Nel complesso rituale del "volo degli angeli" forse è possibile ravvisare un residuo dei sacrifici alla Terra-Madre che accompagnavano nelle civiltà arcaiche i rituali stagionali della fertilità agraria. Simbolicamente opposta alla Madre-Vergine, nei racconti degli anziani la donna maledetta, la regina Giovanna che addirittura rende infeconda la terra col suo solo calpestare il suolo. I riti agrari che ripetono, in forma nuova, la consuetudine antica di sacrificare al dio o ai demoni del raccolto, tendono a far sì che l'alternanza vita/morte, nell'uomo e nella natura, non sia episodica ma costituisca un ciclo che si rinnova continuamente per evitare la morte della natura e dell'uomo.

Il Paesaggio Urbano: la Casa L'origine di Parete è incerta. Una ipotesi, quella del Corrado, la vuole fondata da coloni romani provenienti dalla vicina Liternum. In effetti, nella pianta topografica di Parete del 1703 riportata dal Pacichelli, l'impianto ad assi ortogonali e la delimitazione a quadrangolo, tipici di un accampamento militare, evidenziano senza dubbio un'influenza romana sul disegno urbano del nostro paese. Il discorso vale anche per la chiesa: la sua posizione fuori dalla delimitazione, in un punto più alto e l'orientamento verso est, sembrano avvalorare l'ipotesi che essa è stata costruita su un preesistente tempio greco-romano.

Colonna stile corinzio – lato nord Chiesa S. Pietro

Dopo l'epoca romana gli ampliamenti dell'insediamento urbano seguono le tendenze delle varie epoche: quella medioevale con il palazzo feudale posto in posizione strategica, nel punto più alto, all'incrocio di 7


strade importanti; l'insediamento a caso intorno alla chiesa di S.Filippo, nella zona del Capo d'Aversa (oggi vico Garibaldi); successivamente l'impianto più razionale della Starza ( ora via Cirillo). L'organizzazione urbana di Parete è molto simile a quella degli altri casali del nostro territorio: essi sono nati intorno ad una chiesa, un campanile, al palazzo signorile e tutti sono contraddistinti da un organismo topologico fortemente caratterizzante, la CASA A CORTE. Nel tessuto urbanistico del nostro centro storico si possono leggere ancora oggi queste tipologie emblematiche (le case a corte chiusa e le case a corte aperta), da cui si evincono testimonianze sugli usi e costumi dei paretani. Al centro della casa a corte c'era il cortile, una vera e propria "camera" senza tetto, che era lo spazio comune al quale si sommavano le tante camere che intorno ad esso si aprivano e si chiudevano: le cucine, le camere da letto, ma anche le stalle, i depositi, a riconferma del fatto che la tipologia della casa è strettamente legata all'attività primaria di un popolo, nel nostro caso all'attività agricola. Questa camera a cielo aperto apparteneva alla casa ma era anche pienamente inserita nel complesso urbanistico più ampio del paese. Questa particolare tipologia abitativa era strettamente legata ai valori che in essa si vivevano, per esempio, quelli della convivialità e della socialità che oggi sembrano perduti nei moderni appartamenti. È dal racconto degli anziani che è possibile ricostruire l'atmosfera familiare in una casa a corte: in un cortile vivevano varie famiglie che molte volte dividevano tutto; i bambini giocavano insieme tutto il giorno; le donne si univano per alcuni lavori, come il fare il pane o lavare i panni, la "culata" che si faceva circa una volta al mese.

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“Feudo di Pareti” fine XVI sec. - inizio XVII sec.

Il Potere Gaetano Corrado, nella sua opera "Parete - Ricerche storiche e cenni descrittivi" del 1912 afferma che «non sappiamo in che epoca il nostro casale fu costituito in feudo, né chi ne fu il primo investito; c'è noto solo che nel X secolo esso faceva parte della Liburia Ducale e dipendeva dai principi longobardi di Capua, i quali disponevano del suo territorio; dopo passò alla contea di Aversa e quindi al reame di Napoli, i cui sovrani furono, forse, i primi a concederlo in FEUDO. Dal primo feudatario di cui si conosce il nome, Ruperto Scaglione, nel 1267, fino ai primi sindaci del 1800, molti sono i nomi dei "signori" che si incontrano nella storiografia del paese. Le piú ampie vicende politiche del nostro Meridione determinano in tutti questi secoli le sorti amministrative di Parete e su tutte si erge un unico e grande testimone: il CASTELLO feudale o PALAZZO ducale.

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Una pergamena della città di Aversa del 1440 riferisce che in cambio del perdono chiesto dagli Aversani per il crimine di ribellione e di lesa maestà, il re Alfonso d'Aragona, insieme ad altre condizioni, pose quella di consegnare alla regia corte la "Torre" di Parete. Nella pianta topografica del Pacichelli, infatti, il palazzo è disegnato con cinque torri merlate di cui una per ciascun angolo dell'edificio e un torrione più alto al centro. È nel '600 che, probabilmente, furono abbattute le torri e il castello assunse l'aspetto di un palazzotto. In tutte le civiltà il palazzo simbolo di magnificenza, di ricchezza, di potere ma anche di tesoro nascosto, di segreto. La sua stessa costruzione è sottoposta alle leggi dell'orientamento che lo inscrivono in un ordine cosmico. L'edificio possiede sempre una parte in cui la verticale domina e unisce i tre livelli: sotterraneo, terrestre e celeste, simboli delle classi della società, ma anche del segreto, del potere, dell'ideale. Universalmente il palazzo rappresenta il punto più alto per il paese dove costruito: nel nostro paese, per secoli, la vita si è svolta intorno al palazzo e alla chiesa che lo fiancheggia. Nei racconti degli anziani di Parete sopravvive la realtà misteriosa, arcana, del palazzo: esso è la sede preferenziale delle "apparizioni" dei "munacielli", dei fantasmi.

La Metamorfosi Fino al 1906, per la maggior parte dei Paretani, il tempo era scandito tra il sorgere ed il calar del sole, 10


dal suono delle campane: in quell'anno che l'antico orologio che suonava solamente le ore, fu sostituito, a spese del comune, da un orologio moderno. Era il segno emblematico che un'era stava tramontando per farne posto ad un'altra. È intorno a quegli anni che si istituisce nel nostro paese l'Ufficio Postale, poi quello Telegrafico e si costruisce la strada Parete-Giugliano. Dal raffronto delle immagini del passato con quelle di oggi è evidente quanto e come il nostro paese si sia trasformato negli ultimi decenni. Non è possibile conoscere il nostro paese solo sulla base di ciò che ci appare oggi: il presente del nostro territorio contiene in sé un passato di storia e di scelte che l'hanno costituito ed è, al tempo stesso, ipoteca, caparra, strada aperta verso il futuro. Ci é sembrato che il rapporto con la Terra sia stato il filo conduttore della cultura del nostro popolo attraverso i secoli, un rapporto che si è evoluto in modo infinitamente più lento di quanto non possa sembrare superficialmente, almeno fino a qualche decennio fa, e che sopravvive nella memoria degli anziani di Parete come conoscenza delle usanze antiche, dei detti, dei racconti, frutto di un legame vivo con uno spazio in cui ogni frammento ha un senso. Conoscere il patrimonio radicato nei millenni della nostra cultura contadina, vuol dire ricostruire il senso dell'abitare insieme in un territorio, essere capaci di appartenere a determinati valori che danno significato al nostro vivere, con la possibilità di costruire un futuro dove la nostra identità è parte viva di una comunità più vasta, a livello provinciale, regionale, nazionale e mondiale. Distruggere la campagna per far posto ad una urbanizzazione selvaggia, con tutto ciò che questo comporta in termini di vivibilità, è frutto della mancanza di legami con la propria terra, dovuta alla assenza di radici storiche: rendere più "umano" il nostro territorio, supponendo che esso non sia solo un luogo di passaggio, o un dormitorio, è un compito di cui si devono far carico tanto l'individuo quanto la collettività.

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PARETE COME ERA Dalle interviste ad alcune persone nate allâ€&#x;inizio del Novecento emergono le descrizioni del paese come era tanto tempo fa‌ Le strade di Parete erano piene di fossi e "monti di terra" e ai lati delle strade c'erano dei "puoi" dove noi ci sedavamo. Le luci non c'erano, ma si usavano delle lanterne ad olio. Mungiguerra Giulia 6 maggio 1911

C'era unâ€&#x;unica strada principale che andava dal "Pizzo della via nova" al "Capo di Napoli" (odierna Piazza del Popolo) dove finiva Parete. C'era "Chiazza nova" (odierna Via Magenta) ma non esisteva la 12


strada del "Ponte" (odierna via Della Repubblica). Ricordo il "Giardino del Palazzo" con due cancelli: uno vicino alla chiesa (odierna Via M.Basile), l'altro nell'odierna Via Scipione Africano. Dietro al "Giardino del Palazzo" c'era “Abbascia a‟ Roce” (odierna Via G.B.Basile) La "Starza" (Via Cirillo) aveva pochissime abitazioni. Mio nonno mi raccontava che la chiesa di S. Pietro Apostolo non è sempre esistita; essa è stata costruita dai contadini che, quando non andavano in campagna, trasportavano le pietre con asini e carretti. La chiesa principale per loro era la Cappella di San Filippo Neri. Maria Luigia Pezone

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Le strade principali erano: via Roma che finiva al "Pizzo della vianova", Via Vittorio Emanuele che finiva al “Capo di Napoli” cioè Piazza del Popolo. A via Di Vittorio c'era "l'orto" chiamato così perchè si coltivava un po' di tutto. Poi c'era un altro orto che si chiamava "Ablignan" a S. Caterina. Tra via Forno e via Marconi c'era un ponte e dei platani. In via Cirillo c'era una strada tutta rotta che veniva usata per raggiungere il cimitero. Poi c'era via Magenta. Tommaso Sabatino 6 Agosto 1898

Strada nuova Parete - Trentola

Ricordo che le chiese di Parete erano cinque: S. Pietro Apostolo, S. Filippo Neri, la cappella di S.Caterina, la chiesetta della Madonna della Rotonda e la cappella privata dei Cecaro. La chiesetta della Madonna della Rotonda è quella situata nella campagna dove fu ritrovato il quadro della nostra Compatrona. La farmacia a Parete c'è sempre stat;, la gestiva un certo Corrado. C'erano inoltre calzolai, falegnami e sarti. C'era anche l'esattore, Pezone Antonio. A Parete la corrente non c'era e così nelle case si usavano i lumi a petrolio con una canna. Per le strade i lampioni venivano accesi da una persona addetta che era Rumminco Mazzarella. Orsola Dell’Aversana 14


Le strade principali di Parete sono state asfaltate tra il 1943 e il 1944. C‟era un solo spazzino, "Pieto Michele „o parrucchianiello", che con una "carretta e nu' ciucciariello", puliva tutte le strade munito di una scopa ed una pala. Salviati Tammaro 4 Ottobre 1910 Il primo cittadino di Parete (il sindaco) a quei tempi era una persona onesta che cercava di dare un po' di lavoro a tutti; vi erano le "guardie" con il "capoguardia". Era usanza che la sera tardi il sindaco suonava la tromba da casa sua e il “capoguardia" doveva rispondere dal municipio. L'istituto delle suore, chiamato "l'asilo" è stato costruito intorno al 1927; da allora ci furono molte suore a Parete. Le abitazioni prima erano molto modeste tranne che per le famiglie più ricche. Il sindaco aveva la casa con il giardino e una cappella privata. Nel 1930 un terremoto danneggiò la chiesa ed il parroco Don Peppe Tamburrino fu costretto a chiuderla per alcuni mesi. Così molte persone di Parete si recavano nella cappella privata del sindaco per ascoltare la messa. La festa di Pasqua si è svolta sempre nello stesso modo. La processione si svolgeva solo per le strade principali, iniziava alle dieci di mattina e terminava verso le quattordici. L'unica differenza è che c'era molta più devozione per la Madonna ed erano tantissime le persone che seguivano la processione. Il volo dell'angelo si è sempre fatto e pare che una volta gli angioletti fossero un maschio e una femmina e venivano da Aversa. Esposito Mariagiovanna Durante il periodo della guerra si viveva miseramente, gli alimenti necessari venivano dati con la tessera. A ogni persona spettavano solo duecento grammi di pane al giorno. In quei tempi si diffuse il contrabbando. Uno dei prodotti che venivano coltivati era la canapa. Dopo averla raccolta si facevano dei mazzi, legati con una speciale corda, e si lasciavano nell'acqua del lago di Patria con delle pietre sopra, per tenerle giù per una o due settimane. In questo modo la canapa si "maturava"; una volta tirata fuori si dividevano le parti da eliminare (i “cannauccioli” che servivano per 15


accendere il fuoco) dalla canapa vera e propria. Con il passare del tempo i terreni nelle vicinanze del lago sono stati bonificati, si sono prese delle specifiche precauzioni contro il vento (cipressi che circondavano tutto il campo) e sono iniziate le coltivazioni degli alberi da frutta. Il rapporto tra lavoratore e padrone era diverso a seconda dei casi. I padroni che rispettavano i lavoranti e davano loro una paga adeguata, venivano rispettati e ricevevano il massimo dell'aiuto. I lavoranti non rispondevano mai male ed erano pronti a svolgere qualsiasi lavoro. Altri padroni cercavano di sfruttare i lavoranti ed in questo caso il lavoro non veniva svolto bene ed i lavoranti si lamentavano di avere dei cattivi padroni. Anche i bambini dovevano andare a lavorare nei campi, ed il lavoro che svolgevano di solito era pulire il grano dall'erba. Di solito si andava a piedi nei campi, la mattina presto, e si tornava la sera molto tardi. C'erano degli operai che pregavano i padroni di prenderli a lavorare. Un giorno un operaio pregò il padrone, il signore dell'Aversana, di dargli qualche lavoro dicendo che era pronto a fare qualsiasi cosa. Per gioco fecero una scommessa: il lavorante avrebbe dovuto mangiare un chilo di pasta se voleva avere lâ€&#x;impiego. Alla fine non riuscĂŹ a mangiarla tutta e si giustificò dicendo che era molto tempo non ne mangiava e quindi non era piĂš abituato. Il lavoro gli fu comunque dato. Carmela Masiello

Corso Vittorio Emanuele

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USI E COSTUMI DELLA CULTURA CONTAD INA Gli anziani intervistati raccontano gli usi e i costumi della cultura contadina‌

La culata I panni si lavavano circa una volta al mese. Tutte le donne del cortile si riunivano per fare la “culata": in una grande tinozza con acqua calda si mettevano i panni e si faceva filtrare l'acqua bollita con la cenere attraverso un grosso panno chiamato " o' riparo". Quindi si profumavano gli indumenti lavati con le foglie di alloro.

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Il valore dei soldi Una sacchetta di carbone costava 5 soldi. Un piatto di alici costava 2 soldi.

Le case In un cortile vivevano varie famiglie che molte volte dividevano tutto. Ogni famiglia aveva due o tre stanze. Alcune persone più povere vivevano raggruppate in una sola stanza che veniva usata come camera da letto e cucina. Il bagno era lontano dalle stanze ed aveva solo il "cesso". Le porte erano costruite in modo rudimentale e il pavimento era fatto di cemento o di mattoni rossi.

Il fidanzamento I fidanzamenti venivano organizzati dalle "ruffiane" che facevano in modo di far incontrare i due giovani: se tra loro nasceva una simpatia i due ragazzi si incontravano a casa di qualche parente. Il fidanzamento durava circa 10 anni. L'unica volta che i fidanzati uscivano insieme, però sempre in compagnia delle rispettive mamme, era per andare alla messa cantata di Pasqua. La fidanzata non doveva andare mai a casa del fidanzato e neanche nelle vicinanze dell'abitazione. Il fidanzato si presentava a casa della fidanzata ogni otto giorni e non poteva sedersi accanto a lei se non in presenza dei familiari.

La sciuriata Durante il periodo dell'Ascensione si usava fare alla propria ragazza la "sciuriata ": i ragazzi spargevano fiori e confetti davanti al portone dell'amata, mentre con la "murtella" (foglie e rami di piante che si trovavano nel cimitero), si delimitava il viale. Il ragazzo si nascondeva; mentre la ragazza prendeva i fiori e i confetti, lui le cantava la serenata. Nello stesso tempo il ragazzo andava armato di fucile perchè spesso succedeva che gli ex pretendenti mettevono "la roba a dispietto", cioè tra i confetti e i fiori mettevano erbacce e serpenti morti, oppure facevano delle croci nere sui portoni o lasciavano animali morti.

Il capitolo Un' altra usanza era quella del "capitolo": un atto scritto su pergamena e redatto da un notaio. In esso venivano elencate tutte le cose che la sposa e lo sposo avevano in dote. Una copia veniva data alla sposa e una allo sposo. Il corredo della sposa dipendeva dalle disponibilità dei genitori. Esso poteva essere da 10, 15 o 20 pezzi. Se veniva a mancare anche un solo pezzo del corredo stabilito, il matrimonio andava a monte. Quando la sposa preparava la dote, metteva nei bauli anche 15 paia di calze fatte a mano, di tutti i colori. Un'altra usanza era quella di portare in dote una campana di vetro con dentro fiori e santi che veniva posta sul comò.

L’acconciatura della sposa 18


Il giorno del matrimonio la preparazione della sposa era molto semplice. I capelli infatti se li acconciavano tra compagne con la "castagna". Questa serviva per aricciare i capelli ed era a forma allungata; da una parte c'era il manico e dall'altra c'erano due bacchette di ferro che venivano messe sui carboni ardenti, si facevano riscaldare ad una certa temperatura e poi si usavano per l'acconciatura.

Il matrimonio Il giorno del matrimonio, la sposa veniva accompagnata in chiesa da due donne, da una sua parente e una parente dello sposo: le uniche donne che andavano in chiesa. Dietro c'era lo sposo e i parenti che formavano il corteo. In chiesa si andava a piedi. Il resto dei familiari aspettava a casa e preparava i festeggiamenti. Al ritorno si offrivano taralli, i "vascottielli" (biscotti), confetti ricci. Se si faceva il pranzo si mangiavano maccheroni, braciole, polpette, gallina imbottita, bruscolini e noci. Dopo aver consumato il matrimonio, la sposa doveva mostrare la propria verginità alla suocera sopra un lenzuolo o una camicia.

Il Caporale Nei periodi di semina e raccolta era solito da parte dei padroni servirsi di un caporale. Il caporale era una persona che formava squadre di operai che portava al lavoro e dava loro una paga misera rispetto al guadagno che ne ricavava lui.

Strumenti per lavorare la terra Gli strumenti che si usavano per lavorare la terra erano la zappa, il "brussiano" (aratro di ferro), lo "zappiello". I contadini usavano i buoi a cui attaccavano il "brussiano"; in questo modo aravono tutta la terra e poi con la zappa smuovevano la terra sotto le piante. Si coltivava la canapa e il granone e la povera gente si ammazzava per mettere e a maciullare la canapa. Per macinare il granone c'era una grande macina dentro la quale si buttava il grano e sopra ci si metteva un coperchio.

Le stoviglie Quando si mangiava non si usava che ognuno avesse il suo piatto. La persona che sedeva a capotavola mangiava in una grande "zuppiera" che divideva con altre due persone che sedevano ai lati. Il vino era messo in un fiasco chiamato “ „a figliola”. Questo veniva messo a tavola quando si mangiava e tutti bevevano dallo stesso recipiente. In campagna c'erano i pozzi in cui si calavano i “catilli” (secchi di legno). Il catillo riempito restava appeso alla porta di casa e ognuno beveva dalla stessa parte tanto che si consumava il bordo. Il catillo veniva usato anche dai lavoranti e nessuno badava a chi avesse bevuto prima di lui. Si era solito dire: «Chi schifa è schifato».

La fattura Per fare una fattura (incantesimo) si usava andare al cimitero, prendere delle ossa di morti, macinarle e metterle nel pane di chi doveva ricevere la fattura. Oppure si prendeva la fettuccia del grembiule e si facevano tanti nodi. Quando la persona indossava il grembiule si sentiva stringere, non riusciva più a 19


muoversi nè a parlare. Si usavano anche le patate piene di spilli che venivano gettate nei pozzi; man mano che la patata marciva, la persona si consumava e poi moriva. C'erano anche delle persone che “scioglievano” le fatture: se lo facevano in tempo, le persone guarivano.

Il malocchio Per togliere il malocchio si prendeva un piatto e si riempiva d'acqua, poi si poggiava sulla testa della persona che aveva ricevuto il malocchio e si dicevanno delle preghiere. Quindi si mettevano nell‟acqua delle gocce d'olio: se scomparivano il malocchio c'era, se invece galleggiavano sull‟acqua il malocchio non cera.

La ianara Una credenza diffusa era quella dell‟esistenza delle ianare. La ianara era una donna che si trasformava in gatto, entrava di notte nelle case infilandosi sotto la porta o passando attraverso il buco della serratura. Per questo dietro la porta si mettevano delle scope o delle spazzole e nel buco della serratura si mettevano dei capelli arrotolati. La ianara così perdeva il tempo a contare i capelli o i peli della scopa; si faceva mattina e il pericolo passava.

Il Natale La notte di natale si faceva la "vattiata" al Bambino Gesù. Dopo aver finito di mangiare, la padrona di casa preparava una "guantiera" (vassoio) pieno di noci, fichi secchi, roccocò e “cucchietelle” (mustacciuoli) fatte a pezzetti; si metteva a capo tavola e lanciava tutto gridando: "acchiappate!". Poichè la corrente elettrica non c'era, si cenava alla luce delle "lucerne" fatte in casa. In un piccolo recipiente c'era dell'olio e un pezzo di stoffa che serviva da stoppino. A Natale si giocava a tombola e non a carte; specialmente le donne non potevano farlo perchè era considerato un peccato.

Sant’Antuono Il giorno di Sant‟Antonio Abbate si andava per le case a raccogliere le "fascine". Si credeva che, a chi non dava la fascina, Sant' Antonio avrebbe fatto morire il cavallo o qualsiasi altro animale possedesse. Poi si faceva una catasta di fascine a cui si dava fuoco.Tutta la gente intorno ballava e cantava. Alla fine le persone, prima di andare a casa, prendevano la loro "vrasiera" (il braciere) e la riempivano di carbone acceso.

I trebbeti Prima non c'erano le cucine ma si usavano i "trebbeti" su cui si poggiavano le pentole. Questi "trebbeti" venivano posti sul fuoco, nel camino di casa.

I regali Quando nasceva un bambino si mandava "la spasa", ossia maccheroni, olio, zucchero. Invece a Natale e a Pasqua c'era il "canisto" (un canestro pieno di viveri) che i figli mandavano ai propri genitori. 20


Il Carnevale Il giorno di carnevale alcune persone si mascheravano e cantavano "Zeze" girando per il paese. Una persona impersonava Carnevale e un‟altra la moglie: entravano nelle case e ricevevano delle polpette.

La Quaresima Durante la quaresima non si cantava, non si correva e si digiunava perché Gesù era morto. Si usava, nel periodo della quaresima, mettere da parte le uova e, per poterle mantenere fresche, si mettevano nei sacchi di farina. I dolci venivano fatti solo nella Settimana Santa.. Durante la quaresima inoltre si appendevano degli ombrelli nelle strade e sotto di essi si mettevano "i mugnoli", "una saraga" e un "saraghiello", bucce di arancia, un pezzo di baccalà e scorze d'uva. L'ultimo giorno di quaresima, quando si "scioglieva la gloria" (suonavano le campane per festeggiare la Resurrezione di Gesù), questi ombrelli venivano sparati con il fucile per significare che il digiuno era terminato. Quando si "scioglieva la gloria" tutte le persone baciavano per terra in qualsiasi posto si trovassero.

La Settimana Santa Durante la Settimana Santa si andava nelle case dei parenti e degli amici per scambiarsi gli auguri. Quindi per festeggiare si preparavano tanti dolci. Un'altra usanza era quella della benedizione delle case. Il prete andava per ogni casa e benediceva e in cambio le persone gli davano uova fresche. Il Giovedì Santo si andava in chiesa per fare la veglia, poi il Sabato sera si ritornava in chiesa perchè si "scioglieva la gloria" e si baciava per terra.

La festa di Pasqua Durante la Pasqua l'unico svago era andare nel cortile del palazzo ducale per guardare le "vedute": dei fotogrammi visti attraverso l'apposita macchinetta. Il lunedì di Pasqua, come adesso si portava la Madonna in processione; prima però partecipavano tutti gli uomini del paese. Il giro della processione comprendeva le seguenti strade: il Palazzo (via Matteo Basile), la Caserma Vecchia (via Vittorio Veneto), la "Vianova" (via Vittorio Emanuele), via Roma . La festa di Pasqua si è sempre svolta. I "masti di festa" (gli organizzatori) andavano in giro per le campagne tutto l'anno. Infatti i contadini, durante il periodo della vendemmia, davano una "tommola” (recipiente di legno) d'uva; invece quando c'era la raccolta delle pesche davano una cassa di pesche. I prodotti raccolti venivano venduti e il ricavato serviva per la festa. Chi non aveva raccolti da offrire, dava una o due lire. I fuochisti erano due invece di quattro come ora. Il lunedì di Pasqua arrivava da Napoli la Banda Musicale. La domenica di Pasqua si mangiava la "minestra" e nonostante la miseria si facevano molti dolci: la pizza di crema, quella di tagliolini, i taralli. Il martedì in albis, si faceva la scampagnata: tutti andavano nella campagna dalla Madonna della Rotonda e si portavano le "mappatelle" con una bottiglina di gassosa, un "turtaniello con l'uovo" ed un "purtualluccio" se ce l'avevano. Si faceva anche la "furia ai cani" cioè si attaccavano i tric-trac alle code dei cani che scappavano dalla 21


paura. Una volta un cane si avvicinò ad un pagliaio e lo incendiò: da allora non si fece più.

L’illuminazione Durante la festa di Pasqua, l'illuminazione era alimentata ad olio con lucerne colorate. Si racconta che una volta venne a piovere e così le lucerne colorate incominciarono a spegnersi. Più tardi, quando si incominciò ad usare il gas, veniva installata l'illuminazione a gas. Si trattava di un arco di ferro, collegato alla bombola del gas, con dei buchini dai quali uscivano le fiammelle .

La Messa Prima la Messa veniva celebrata in modo diverso: infatti il parroco la celebrava silenziosamente rivolto verso l'altare. I fedeli recitavano le preghiere seguendo il Messale e ripetevano i gesti del sacerdote. Il tutto veniva celebrato in latino.

Il catechismo Quando iniziava il catechismo il parroco mandava una persona per le strade che gridava: «‟a duttrina cristiana, ‟a duttrina cristiana!». Cosi le ragazze e i ragazzi si radunano in chiesa per imparare il catechismo.

I divertimenti Prima non c'erano molti divertimenti. Una coppia di anziani detti “Iarmichielli” la sera si metteva sotto un lampione: mentre il marito suonava quello strumento siciliano usato anche dagli zingari, la moglie cantava; intorno a loro si radunava molta gente e così trascorrevano le serate. La domenica, dopo pranzo, un signore detto “Pascalotto” organizzava un momento di svago: alcune donne con gonne larghe ballavano al suono di tamburi e castagnelle (nacchere).

Pasquale “‘o Francese” Fino agli anni ‟50 non c‟erano le tubature nelle case con l‟acqua potabile. Pasquale “‟o Francese” aveva un carro con una grande botte. La riempiva di acqua del Serino ad Aversa e poi la vendeva a Parete. Passava per le case a vendere l‟acqua.

La spesa Quando si andava a fare la spesa, nelle macellerie o nelle salumerie non davano le buste, ma la massaia portava la tovaglia dove metteva la spesa.

La posta Non esisteva l‟ufficio postale e le lettere venivano consegnate da "Onn‟ Rumminico i Mazzarella", il quale andava a piedi fino alla stazione della Piedimonte di Trentola per prendere la posta.

Il funerale ed il lutto Il comune aveva quattro impiegati che avevano anche il compito di portare la cassa a casa del defunto. Il morto era poi portato in chiesa e al cimitero in spalla dai becchini. Se il morto aveva dei nipoti, erano questi a trasportarlo. 22


Gli uomini che facevano parte di una congrega, quando dovevano accompagnare un defunto, si vestivano tutti di bianco con dei cappucci bianchi in testa e le candele accese in mano e andavano in chiesa dove veniva celebrata la messa. Dalla chiesa formavano un corteo e accompagnavano il defunto al cimitero. Quando una persona moriva, i vicini o i parenti pagavano delle donne per far portare ai familiari del morto il "cuonzolo", un ristoro dopo i funerali. Il primo giorno si portava il brodo, il secondo il ragù. Il lutto veniva molto rispettato: addirittura si metteva un fiocco nero sulla fronte degli animali, per non parlare delle donne che usavano solo abiti neri e si coprivano persino gli orecchini con la stoffa nera.

Le tasse e le multe Intorno agli anni ‟30 si pagavano le tasse sui cani e su tutti gli animali in genere, oltre che sul carro per trasportare le merci. C‟era la tassa di famiglia, cioè ogni nucleo familiare pagava una tassa comunale e poi una tassa fondiaria in base alle proprietà. Siccome l‟area del campanile era buia e molti paretani la usavano come orinatoio, il potestà incaricò una delle due guardie comunali di girare per le strade dicendo: «Chi piscia sotto il “campanaro”, paga la multa e carcerato va».

La cura delle malattie Non c'era assistenza medica e le medicine erano a totale carico dei cittadini per cui si evitava di comprarle; al loro posto venivano usate le erbe mediche. Se le medicine erano necessarie e non si avevano i soldi, bisognava indebitarsi per curare i propri cari. I medici venivano pagati in natura con il grano o altri tipi di frutta. Per guarire gli oriecchioni si “percantavano” le orecchie, cioè si faceva un rito che prevedeva di disegnare delle croci dietro il lobo e pronunciare delle preghiere. Questa cura era molto diffusa. Per recidere il legamento tra la lingua e il palato si usava l‟espressione “appercantà „o tacio”: si poneva una moneta d‟argento sotto la lingua e si ripeteva la formula: «Una „a reta e n‟ata „a fore. Chi tene „o tacio? Cu‟ chesta mano che tengo e che ammozza, io t‟ammozzo, io t‟ammozzo».

Le elezioni Prima dell‟avvento del Fascismo si votava in questo modo per l‟elezione del sindaco: due candidati si sedevano dietro ad un tavolo. Uno aveva davanti le palline bianche e l‟altro le palline nere. I votanti dovevano scegliere la pallina nera o bianca e metterla in un cesto vuoto per esprimere il voto. Il tutto sotto lo aguardo attento dei candidati!

Gli indumenti All‟inizio si usavano due tipi di stoffa: quella chiamata “pelle di diavolo” perché molto resistente, quella chiamata “fummo di cannone” e “il filo” che era un tessuto “più gentile”. In seguito si diffusero nuove stoffe come le “zigline” che erano utilizzate per i vestiti 23


eleganti. Le camicie, che somigliavano molto a quelle attuali, erano realizzate con la “tela di famiglia”. Le persone che non potevano permettersele usavano i "pettìni" cioè delle finte camicie composte solo dal collo e dal petto legate dietro la schiena con delle fettucce. Le donne vestivano in modo elegante solo in certe occasioni: portavano il “matinè”, una camicia tutta ricamata, corta e stretta in vita, che veniva indossata su una gonna lunga a pieghe. Nei giorni feriali non si usavano le gonne ma il vestito più usato era il "camice" con giacchettina. Le donne non usavano le mutande e i reggiseni, ma il “suttanino” (una sottoveste) che era di mussola, a spalle larghe o con bretelle. Ai piedi si portavano “i chianielli”, cioè le pantofole. Le donne usavano anche un busto chiamato “cursetto” con delle coppette che alzavano il seno, oppure solo una fascia che copriva il seno e si legava in vita. Le ragazze più giovani iniziarono ad usare delle mutande lunghe fermate alle ginocchia da una molla; però il cavallo della mutanda era aperto perchè le donne usavano fare la pipì all'impiedi. Gli uomini usavano portare la "cammesòla" (gilè) con la giacca e i pantaloni con i risvolti, cioè con falsa riga.

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EPISODI DI MEMORIA COLLETTIVA

Dalle interviste agli anziani sono emersi numerosi racconti di vita, episodi spesso mitizzati che si sono fissati nella memoria collettiva...

Miracoli della Madonna Un anno, durante la festa di Pasqua, Carmine di Angelica, Marranghino e Peppino di Panichiello si fermarono davanti alla bancarella del "peramusso" che stava fuori la casa di Nennella del Volto Santo, e chiesero al venditore qualcosa per la Madonna (qualcosa da rivendere all‟asta per finanziare la festa). Il venditore rifiutò dicendo che non aveva ancora venduto niente. A questa risposta, Carmine di Angelica disse che era ancora presto e che sicuramente avrebbe venduto più tardi, ma il venditore replicò :«'O male iuorno se vere da matina». Carmine di Angelica non si lasciò intimorire e prese un muso di maiale per la “vendita”(asta). A questo gesto, il venditore bestemmiò la Madonna. Allora i due paretani "masti di festa", per calmarlo, gli diedero un‟immaginetta della Madonna, ma miracolosamente l‟immagine era scomparsa dal foglio. Interpellarono anche il tipografo di Aversa che aveva stampato le immaginette; questi assicurò di aver controllato scrupolosamente tutte le immagini e che era impossibile aver dato un foglio bianco. Sicuramente era stato un miracolo della Madonna in seguito alla bestemmia del venditore. La festa della Madonna della Rotonda si è sempre fatta; un anno, però, il parroco Don Peppe Tamburrino si "incapricciò" perché era di idee antiche e non voleva che le ragazze andassero con le braccia e le gambe di fuori. Pensate che avevamo sempre le braccia coperte e portavamo le calze doppie anche d'estate, altrimenti il parroco ci cacciava fuori dalla chiesa. Le calze le facevamo noi con i ferri e quando ci riunivamo tra amiche non potevamo uscire fuori dai cortili. Come reazione al capriccio del parroco si riunirono sette o otto giovani di Parete: Salvatore di Carlino, Raffaele di Rosa 'a Bella, e i loro compagni, "i capuzzielli " di Parete. Entrarono in un cortile adiacente alla sacrestia e, attraverso il buco del cesso, penetrarono nella chiesa. Alcuni salirono sul campanile e cominciarono a suonare le campane mentre altri trasportavano il quadro della Madonna all'ingresso della chiesa. Al suono delle campane accorsero il Maresciallo e i Carabinieri e tutte le persone di Parete. La Madonna uscì e il Maresciallo non ebbe il coraggio di fare niente e neanche il parroco perchè la gente era contenta. I giovani portarono la Madonna per tutto il paese e la gente diceva che la Madonna aveva fatto il miracolo perchè aveva messo in testa ai ragazzi che si doveva fare la festa. E da allora la festa si è sempre fatta. Un lunedì di Pasqua il cielo era tutto nero e pioveva a dirotto. La gente con gli ombrelli aperti stava nella piazza davanti alla chiesa aspettando e sperando che il cielo diventasse sereno e che la Madonna venisse portata in processione. In questa occasione era presente anche il Vescovo che guardando verso il cielo in direzione del "pizzo 'a vianova", vide come "un marengo d‟oro". Allora il Vescovo si rivolse alla folla: «Chiudete gli ombrelli, perchè la Madonna uscirà». La gente pensava che fosse diventato pazzo perchè pioveva forte e non accennava a smettere. Però gli organizzatori decisero lo stesso di prendere il quadro della Madonna e di portarlo fuori. Appena il quadro varcò la soglia della chiesa, cominciò a splendere il sole e la festa potè svolgersi. 25


Storie di coppie C'era una volta un marito e una moglie che stavano a letto, però avevano lasciato la parta aperta. Ora, poichè nessuno dei due voleva alzarsi per chiuderla, decisero che chi avesse parlato per primo, si sarebbe alzato per chiudere la porta. Nessuno dei due parlò per tutta la notte. Dei ladri, vedendo la porta aperta, entrarono e rubarono tutto sotto gli occhi dei due. Alla fine la moglie, non potendone più, disse: «Hai visto, i ladri ci hanno derubato di tutto!». Allora il marito, pronto, rispose: « Scendi e chiudi la porta». Tanto tempo fa, don Donato, che faceva il segretario a Vico di Pantano (Villa Literno), come ogni mattina si servì il caffè prima di andare a lavorare. Sul tavolo c'erano due tazze: in una c'era uno spillo da "apparatore" e nell'altra don Donato mise il caffè che poi bevve. Mentre stava andando a lavoro a piedi da Parete a Vico di Pantano, si ricordò dello spillo nella tazza e, poichè era un tipo "sensibile" e “pauroso” pensò: «Io devo tornare a casa: mia moglie non sa che nella tazza c'è uno spillo; se beve il caffè può morire». Allora tornò a casa e la moglie, vedendolo, preoccupata gli chiese: «Runà, che è succieso?» Donato rispose: «Nella tazza c'è uno spillo e ho pensato che tu, non vedendolo, potevi ingoiarlo». Allora la moglie, arrabbiata, rispose: «Ma vallo a piglià in culo».

Personaggi paretani Si racconta che nel periodo di guerra, quando c'erano i bombardamenti, ci si rifugiava nelle grotte (cantine). Una di quelle volte, Cicciotto “„o Blec” nella fretta non era riuscito a mettersi i pantaloni e si coprì con un quadro che raffigurava la Madonna della Rotonda e diceva a tutti: «raccumannateve a chesta!», indicando l‟immagine. Ad un certo punto la tela scivolò dalla cornice senza che se ne accorgesse Cicciotto che continuava a ripetere: «raccumannateve a chesta!». Ecco perché si dice: «È asciuto Cicciotto cu‟ tutt‟o blec a fore». Si racconta che un paretano per eccentricità giunse a fare applicare alle scarpe delle minuscole lampadine che si accendevano ogni volta che il tacco toccava il suolo. Questo signore aveva il soprannome di “Farenello”. Un certo Bernardo che faceva il falegname, fu chiamato da Cecaro per fare dei lavori. Egli si recò a lavoro con i suoi aiutanti che erano dei ragazzi. Si misero in cortile ad aggiustare alcune porte. Nel cortile vi era un piccolo orticello in cui erano seminate delle piante di fragole. I ragazzi, vedendo quelle palline rosse, le presero e le mangiarono. Poco dopo Cecaro scese in cortile e, per evitare che i ragazzi mangiassero le fragole, disse: «Non mangiate quelle palline rosse! Sono velenose! Ne basta una per farvi morire all‟istante». I ragazzi, ridendo, dissero: «Povero fesso, le abbiamo già mangiate e non siamo ancora morti». Un signore chiamato “Nicola „o scemo”, mentre si svolgeva una cerimonia religiosa, salì sul palco dove c'era l'organo e pisciò sulle teste delle suore. Le monache, sentendosi bagnate, guardarono in sù e lo videro. Allora lo denunciarono. Andarono in tribunale e il giudice gli domandò: «Nicola, cosa hai fatto?». Nicola rispose: «Zi‟ Giu‟ (zio giudice), Zi‟ Giù‟, aggio pisciato ‟n chep (testa) „e monache». Allora il giudice lo scarcerò, poichè si rese conto che era scemo. 26


Fuori Parete, in campagna, abitavano, un pò isolati dal mondo, un fratello ed una sorella "vecchi ziti", (non sposati). Era di sabato santo e la sorella disse al fratello: «Gabriè, mo' è Pasqua, pecchè nun te vai a taglià nu‟ poco i capilli?». Il fratello decise di andare il giorno dopo. Mentre stava per entrare nel paese sentì un frastuono di suoni per lui inusuali. Preso dalla paura, si tolse le scarpe di “campagnuolo p‟e centrelle” che teneva ai piedi e scappò attraverso i campi. La sorella, non vedendolo arrivare, preoccupata allarmò i familiari e solo a tarda sera, dopo averlo cercato e chiamato, lo trovarono nascosto sopra un "suppigno" (soppalco) di paglia. Quando gli chiesero perchè era scappato, lui rispose: «Sono andato a tagliarmi i capelli ma, appena arrivato a Parete, ho sentito un rumore che faceva: "tà-zì, tà-zì". Ho avuto paura e sono scappato». La madre, che lo aveva cercato con tanta apprensione, imprecò: «Puozz‟essere acciso! chella seva 'a banna musicale che steva a fà 'o passa-paese, pecchè è Pasqua!».

Munacielli e ianare Si racconta che nel palazzo ducale ci fosse un "munaciello" che si divertiva a fare i dispetti ad una famiglia che abitava lì: durante la notte tirava le tavole da sotto il “saccone” (materasso di paglia). Allora la moglie, impaurita, andò via. Il marito, invece, poichè non aveva paura, decise di restare. Il fatto, però accadde diverse volte e il signore, arrabbiato, se ne andò. Dopo qualche tempo nel palazzo andò ad abitare un'altra famiglia. La moglie fece una cesta di "cocchie" (pagnotte di pane) e durante la notte questo "munaciello" le sparse per terra. Il fatto si ripetè più volte e alla fine, stanca, la famiglia cambiò casa. Infine questo palazzo fu abitato da una famiglia che si conquistò le simpatie del "munaciello". La nuova signora ogni sera metteva sul comodino un piatto con dentro del cibo e la mattina lo trovava vuoto. Per riconoscenza il "munaciello" iniziò a fare dei regali alla famiglia generosa. Si racconta che una donna avesse partorito cinque figli e che tutti fossero stati storpiati dalle ianare. In procinto di partorire il sesto figlio, la donna fece un voto a San Nicola di Bari promettendogli di andare in pellegrinaggio a Bari se le avesse preservato il figlio. Prima del giorno stabilito per il pellegrinaggio, la donna partorì. La stessa notte la ianara andò a far visita alla donna per storpiarle il bambino. Ma, quando stava per raggiungere il suo scopo, il marito della donna si svegliò di soprassalto, agguantò la ianara per i capelli e con il "curtellaccio" le mozzò le braccia. La ianara scomparve dalla casa di Parete e ricomparve in un'altra casa di Bari dove riprese le sue sembianze normali, quelle della moglie di un paretano che, insieme, erano in pellegrinaggio nella città. Il giorno dopo il marito, ignaro delle condizioni della moglie nè sapendo che la notte si trasformasse in ianara, la svegliò: «Ti vuoi alzare che dobbiamo tornare a casa?» E lei rispose: «Non posso, perché dei pellegrini mi hanno tagliato le braccia». L'uomo le chiese chi fosse stato, ma poichè la moglie diceva di non saperlo, andò in giro a domandare tra i pellegrini che erano giunti a Bari. Alla fine, tornati a casa, incontrò il marito della donna che aveva partorito e questi, mostrandogli le braccia da lui mozzate, lo apostrofò rabbiosamente: «Sono queste le braccia di tua moglie? Guarda che unghie che ha! Mi ha storpiato tutti i figli». Allora il marito della ianara, sconvolto e arrabbiato, la gettò nella pece. 27


RACCONTI DI VITA VISSUTA

In questa sezione vengono raccolti alcuni dei racconti di vita vissuta emersi durante le interviste…

Martino Antonio (nato il 27 marzo 1911) Durante la Seconda Guerra Mondiale mi trovavo a Tripoli e non avevamo nè acqua nè viveri. Stavamo camminando già da un giorno intero ed eravamo arrivati al mare. All'improvviso arriva il Generale Borbongolo - detto Barboletta, perchè aveva la barbetta – che parla con il il maggiore. Dopo il colloquio questi ci disse: «Ragazzi, io mi vergogno! Lo so che siete stanchi e non ce la fate più a camminare. Se vogliamo salvarci dobbiamo camminare ancora, perciò buttate tutto, zaino e viveri, altrimenti non ci potremmo salvare». Arrivammo nei dintorni di Johannesburg dove c'era la battaglia. Gli aerei volavano a bassa quota; gli aviatori ci guardavano ma non ci sparavano per paura di ucciderci. Camminammo ancora e arrivammo in città dove mangiammo tutto quello che trovavamo. Purtroppo non c’erano molti mezzi per poterci spostare, così andavamo a piedi. A Bengasi abbiamo trovato un bombardamento e in un villaggio che si chiamava "Agedabia", c'erano oltre 20.000 militari e civili. Mentre ci trovavamo in questo villaggio, è passato un aereo inglese che ci voleva bombardare. In breve quasi tutti i soldati del mio reparto furono fatti prigionieri; eravamo rimasti liberi solo in dieci. Io ed un mio amico di Parete, Orabona Gaetano, ci siamo rifugiati presso l'aviazione italiana, però ci stavano per chiudere in un cerchio di carrarmati e allora siamo saliti su un camion e siamo andati verso il deserto. Le ruote del camion non camminavano sulla sabbia; abbiamo cercato di alzare il camion per farlo partire ma era rotto e così abbiamo passato la notte sul camion, mentre intorno c'erano morti e feriti e il giorno seguente abbiamo proseguito a piedi ancora una volta. Il mitragliamento degli inglesi era ad ondate successive; io ed il mio amico abbiamo camminato per molto tempo mentre il freddo era sempre più forte. Siamo quindi arrivati ad un podere, dove c'erano degli italiani: questo podere era stato fatto costruire da Mussolini. Una signora che abitava lì ci ha fatto entrare e ci ha dato un pò di latte, un pò di caffé e mezza galletta. Subito dopo abbiamo visto arrivare un capitano con una divisa nuova su una macchina nuova. Io l'ho salutato ma lui non ha risposto al saluto perché era una spia inglese. Poi è arrivato un brigadiere con due carabinieri che ci ha chiesto come eravamo arrivati lì e poi ha aggiunto: «Chi fra voi due ha più spirito?». Allora ho risposto: «Io! Non ho paura di morire, cosa devo fare?». Il brigadiere mi ha dato il moschetto e mi ha incaricato di sorvegliare la strada. Un camion invece di fermarsi accellerava ed io ho sparato perchè c'era l'ordine di sparare a chi non si fermava all'alt. Dopo qualche giorno siamo andati in un altro posto dove c'erano tanti italiani ed americani. Da lì con un camioncino siamo arrivati a “Tagiura” e sono entrato nel sessantesimo battaglione Mitragliere e siamo andati nel Deserto Sirtico. Il comandante di compagnia ci veniva a controllare ogni tanto e il nostro maggiore se ne andava al comando perché là si mangiava mentre noi non mangiavamo niente ed eravamo pieni di pidocchi con la pelle tutta rossa e magri come scheletri. Non avevamo un telefono per comunicare ma nemmeno un binocolo. Un giorno un'autocolonna ha iniziato a far fuoco su di noi. Non sapevamo che fare; i miei compagni volevano sparare ma io gridavo: «Fermi! Fermi! Aspettiamo, non sappiamo chi sono!». Per fortuna non abbiamo sparato: erano italiani. Finalmente la mia famiglia ha fatto domanda per farmi tornare a casa con la firma dei miei tre fratelli. Prima di tornare ho dovuto fare la "quarantena"perchè ero magro come uno scheletro. 28


Dopo un pò di tempo sono stato richiamato e mi hanno trasferito dal Battaglione territoriale di Aversa a Bari come caporale istruttore nel decimo battaglione.

Censitore Teodoro (nato il 26 febbraio 1901) Verso i dieci anni iniziai ad andare a scuola e le maestre di quel periodo erano donn‟Amalia, „Ngiulina (Angelina) e donn‟Alena Rass(Grasso). La scuola di quel tempo era molto severa e la prima cosa che si insegnava ai bambini era la "creanza" (educazione) e poi i giorni della settimana, i mesi dell'anno, quanti giorni ci sono in un anno e l'anno bisestile. Quando ero piccolo a casa mia mangiavamo le "cocchie di farenella" con un po' di lardo dentro quando c'era. Poi c'erano le "saraghe" che erano come le sarde, e le aringhe. A Pasqua e Natale mangiavamo i maccheroni e il baccalà, invece gli altri giorni mangiavamo fagioli, ceppe e fagioli, "canzanelle" e fagioli, cucozza zucchera e fagioli, la "iotta" e le “ceppe”(rape) che spesso erano l‟unico cibo della cena. Ora siamo tutti signori, ma prima c'era la fame e quando andai a fare il carabiniere il mio primo salario fu di seicentosessantunolire e novanta: non lo scorderò mai! Da giovane ho avuto delle amicizie femminili e quando una ragazza mi piaceva mi presentavo in questo modo: «Signurì comme state?Vulite metterve a fà ammore cu' me?» Una volta stavo passeggiando e mi ritrovai vicino al cimitero. Qui incontrai due ragazze: Angelina e una sua amica. Per scherzare dissi: «Buongiorno a signurìe, chi se vò mettere a fà ammore cu' me?» Angelina tutta sorridente mi rispose: «Io!» e concordammo che sarei andato a casa sua il giorno dopo per parlare con i genitori. La sera del giorno dopo mi presentai e il papà acconsentì a questo fidanzamento. Mentre tornavo a casa incontrai “Carminuccio i Miracule” il quale mi fermò e disse :«Guagliò, tu ti sei fidanzato con Angelina, ma lei è già fidanzata con me». Allora io, con pronta risposta:«Pigliatella tu, molto piacere e buonasera». Cosi non mi sono piu' presentato a casa sua. Dopo alcuni giorni incontrai il padre di Angelina e gli dissi: «Tu mi devi scusare se non sono venuto più ma io ho avuto un'offesa da voi». Allora lui mi rispose: «I guaglioni „e oggi songo pagliaccielli». Mia moglie l‟ho conosciuta quando stavo imparando a cucire per diventare sarto. Lei aveva un bar dove ora c'è un negozio di abbigliamento. Io lavoravo con altre tre ragazze e mia moglie veniva nella bottega dove noi stavamo imparando il mestiere. Dopo poco tempo le ho chiesto se voleva fidanzarsi con me e lei accettò. Andai a parlare con i familiari e questi furono felici di concedermi la mano della figlia. Dal nostro matrimonio sono nati undici figli.

Micillo Rosa (nata il 13-5-1910) In tempo di guerra a Parete vennero i "marocchini" e tutte le ragazze avevano paura di essere violentate. Una volta stavo andando ad Aversa, a piedi, in compagnia di un vicino di casa e incontrammo dei "marrocchini" che portavano delle fasce in testa e certe "sferre" (sciabole) in mano. Appena li vedemmo avemmo paura perchè pensavamo che ci potessero fare qualcosa, ma la Madonna della Rotonda ci aiutò e così riuscimmo a passare. Stettero per un po' accampati a Parete, Lusciano ed Aversa. Poi arrivarono anche i francesi e si accamparono dove ora stanno le scuole medie. Un giorno 29


vennero a casa mia tre di loro ed io ebbi paura perchè non sapevo che cosa volessero. Mio figlio che capiva un po‟ il francese mi spiegò che volevano farsi lavare delle camicie e io gliele lavai. Ma il giorno dopo se ne dovettero andare e così si vennero a prendere le camicie ancora bagnate, però mi ringraziarono e mi lasciarono diversi regalini.

Sabatino Tommaso (nato il 6 agosto 1898) Quanto andai in guerra portavo i rifornimenti di armi ai soldati e ricordo che una volta le bombe dei nemici cadevano sempre più vicino e noi avevamo paura. Il colonello appena seppe che noi volevamo scappare cominciò a gridare: «Vigliacchi, non scappate!». Quando però si accorse che ormai non c'era più niente da fare ci disse:«Ragazzi, se potete scappate». Feci rifornimento di olio e di benzina e scappai. Dopo due giorni, sempre digiuno, arrivai a S.Caterina del Piave, dove una donna mi diede una fetta di polenta. Io che avevo molta fame stavo attento perfino alle briciole che cadevano. Un'altra volta feci salire sulla macchina dei soldati e quando scesero mi ritrovai tutti i vestiti che avevo nella cassetta piena di pidocchi. A Bologna mi fermai da mio fratello sacerdote e la signora da cui egli stava mi ripulì dai pidocchi, bruciò i miei vestiti e mi diede quelli del figlio. Quando ero bambino, non tutti avevano la possibilità di andare a scuola. A Parete c'era solo la terza elementare e la mia prima maestra fu Angelina Miraglia; poi ho avuto come maestro don Cristofaro Sangiuliano fino alla terza elementare. La quarta l'ho fatta privata. Per frequentare la scuola superiore bisognava andare ad Aversa a piedi. Sapendo che dovevo prendere le redini dell'azienda agricola di mio padre non proseguii la scuola e, a sedici anni, iniziai a lavorare. Il primo frutteto l'ho piantato io e, poichè a Parete non c'erano le persone che sapevano fare i buchi, dovemmo rivolgerci a Qualiano.

Mungiguerra Giulia (nata il 6 maggio 1911) Da piccola lavoravo alle dipendenza di un "padrone" e la vigilia di Natale gli chiesi di farmi lavorare a "staglio" (a cottimo) perchè dovevo andare in chiesa per la messa di mezzanotte. Il padrone mi disse di portare fuori "‟o lemmete" (stradina di campagna) le fascine. Io per fare presto ne portavo tre o quattro alla volta infilate in una mazza di scopa appuntita. Finito il lavoro, chiesi al padrone di andare via, invece lui si presentò con una "sarrecchia" (una falce) e dei sacchi da riempire di erba. Cominciai a piangere perchè non avevo mangiato nè di mattina nè di pomeriggio per finire presto. Allora arrivò Nicola “o‟ francese" che mi difese e, rimproverando il padrone, mi disse di andare a casa. Io gli risposi:«Si me ne vaco, chisto nun me pave». E allora Nicola arrabbiato disse:«Vattenne e nun te preoccupà, si nun te pav‟isso, te pav‟ie». Cosi andai a casa e potei andare a messa. Da sposata abitavo in una casa a corte ed ero molto felice perchè divedevamo tutto e quando qualcuno non aveva di che mangiare gli altri contribuivano. Molte volte mettevamo la pentola sul fuoco nel camino e andavamo a raccogliere le “ceppe” (rape) che poi cucinavamo e dividevamo tra noi. Così era anche quando facevo le "cocchie di farenella”: appena sfornate ci mettevamo un cucchiaio di sugna dentro e metà forno finiva subito. Vivevamo come una sola famiglia. Ogni anno ammazzavamo il maiale e in casa avevamo la "pertica" dove appendevamo le salsicce, la ventresca, "‟u vacculare". 30


Quell'anno c'erano appese "diec‟aste „e sasiccie". Una sera andammo a dormire, prima che tornassero i nostri figli e al mattino mio marito si accorse che mancava un'asta di salsiccia e chiese ai figli chi l‟avesse mangiata. Quando i miei figli confessarono che erano stati loro, mio marito alzò le mani al cielo e disse:«Allora, mangiataville tutte quante, pecchè pe‟ vuie l‟aggia fatte».

Mastroianni Elvira (nata il 17 dicembre 1915) Io non conosco mio padre perchè morì quando io avevo appena sei mesi. Mia madre è morta a quarantacinque anni, mentre mio padre ne aveva trentacinque. A 18 anni ho lasciato la mia famiglia per sposare il marito di mia sorella che era morta in giovane età. A Parete non c'erano mezzi di trasporto e mancava quasi sempre l'acqua, così per lavare i panni andavo a piedi fino a Frignano. A Parete prima l'acqua si doveva tirare a mano, poi il sindaco Nicola Miraglia fece fare “u pozze” che si trovava in via Vittorio Emanuele. Quando non c'era ancora il pozzo del comune, si andava a casa di qualche "signore" e in cambio di un secchio di acqua si doveva tirarne una botte per loro. La vita prima era faticosa, specialmente quando i genitori morivano e lasciavano i figli ancora piccoli. Io e i miei fratelli abbiamo sempre lavorato nonostante la salute precaria e i salari da fame.

Ferraro Annunziata (nata nel 1913) Ricordo che, quando avevo circa sei anni, nella zona coltivata a grano dove si trova la cappella della Madonna della Rotonda e precisamente sulla terra di Ciccantuono, cadde un aereo militare con due soldati a bordo. Tutta la popolazione accorse curiosa e io con loro. In un primo momento ci spaventammo perchè non avevamo mai visto niente di simile. La gente vedendo che tutto il grano di Ciccantuono era andato distrutto inventò uno “sfottò”: «U' povero Ciccantuono! e comme stà arraggiato! nu muoio i raurignoli ce l'hanno arruvinato e bum bum bam». Da piccolina ebbi problemi di salute e diventai molto brutta e magra. Una vicina allora si offrì di allattarmi e stetti con lei per circa sei anni e dormivo nel letto con la figlia. La donna che mi allattava filava la canapa e poichè non c'erano le porte ma le "nanze porte", che erano delle porte divise a metà, lei si metteva sulla soglia, prendeva un "pignatiello" con l'acqua calda e lo appendeva alla porta e mentre filava ogni tanto si bagnava le dita per riscaldarsi. Intanto vicino al fuoco c'era un altro “pignatiello” in cui si cuocevano i fagioli che dovevano servire da pranzo e cena. Una volta, nel periodo di guerra, sono andata con la sorella di mio cognato in campagna. Per strada c'erano tanti marrocchini che si avvicinavano minacciosi. Quando arrivammo al podere mio cognato ci rimproverò perchè questi marrocchini avrebbero anche potuto violentarci. Sempre durante la guerra, poichè abitavo lontano dal rifugio, quando suonava l'allarme, per scappare con mio figlio in fasce, dovevo scendere delle scale, scavalcare un muro e attraversare alcuni cortili. Quando le donne restavano vedove, per guadagnarsi qualcosa, andavano a lavare la biancheria ai "signori". C'era una "signora" che faceva la "culata" due volte l'anno e le povere donne, per riuscire a lavare tutta la biancheria, ci mettevano dai tre ai quattro giorni. Alla fine queste poverette avevano i polsi talmente doloranti che non potevano più muovere le mani. E il compenso? Una “mappatella” di fagioli, una “felluccia” di lardo, una bottiglia di vino e un po' di farina. 31


Ferrante Vincenzo (nato il 27 agosto 1902) Ho lavorato in campagna facendo di tutto: ho potato, vendemmiato, ho raccolto la frutta e ho zappato. Ho frequentato fino alla terza elementare e da adulto ho intrapreso il mestiere di commerciante. Ricordo che i padroni erano tutti cattivi e la paga non era adeguata al lavoro svolto. I lavoratori non protestavano per paura di restare senza lavoro, infatti i padroni non si facevano scrupoli a mandarci via nonostante lavoravamo quattordici ore al giorno duramente. Quando avevo 25 anni e c'era al potere Mussolini, se non si ci sposava, si pagava una tassa e cosi mio padre mi diceva in continuazione di sposarmi. Lettera dal fronte Cara, certamente avrai avuto dei tristi momenti, pensando a questo lungo silenzio, ma il mio troppo pensare e la mia malinconia mi costringe per forza a far questo. Sai che io ti amai e ti amo pazzamente, fin dal primo giorno avrei voluto marciare presso di te, ti amavo e non pensavo al tempo futuro della mia schiavitù. Fu il destino che volle che sortissi dal tuo fianco, come quel giorno avvenne, contro il nostro volere. Partii lasciandoti in balia della mamma. Giunsi quà in questa caserma pieno di dubbi e sembravo e sembro uno smarrito. Tuo Vincenzo

Falco Alessandro (nato il 5 agosto 1907) Durante la guerra del 1915-18 avevo otto anni e ricordo che con la mia famiglia vivevo bene mentre per gli altri c'era miseria. Ricordo che mio padre aveva dei lavoranti che erano profughi e tra questi vi erano delle belle signorine che trasportavano l'uva e l'olio e io già allora mi incantavo a guardarle. La scuola era nel palazzo Ducale, però io non avevo voglia di studiare e quando vedevo dalla finestra razzolare le galline nel cortile le invidiavo e dicevo:«Maronna mia, vuless‟essere „na gallina pe nun „j a scola». Il mio maestro era don Cristoforo Sangiuliano. Per andare a scuola mia madre mi dava cinque lire e così tutte le mattine il mio maestro mi chiedeva se avevo i soldi in tasca e poi rimproverava mia madre. Visto che non studiavo i miei genitori pensarono di mandarmi in collegio. Avrei dovuto frequentare la terza elementare ma ero più grande di tutti gli altri alunni, così fortunatamente le monache non mi accettarono. Le mie ragazze le incontravo di nascosto nella stalla o nel pollaio. Mia moglie invece la incontrai tramite una ruffiana e ricordo che dovetti passeggiare nel giardino di casa sua perché lei potesse controllare se io fossi un bel ragazzo e a posto fisicamente. Però dovetti piacere prima al padre e poi alla ragazza: così mi concesse la mano della propria figlia. Quando cominciaiai frequentare la casa della mia ragazza, non eravamo mai da soli, ma la mamma ci teneva sotto controllo e nel frattempo leggeva un libro di preghiere. Io potevo andare a casa della mia ragazza solo in due giorni stabiliti: il giovedì e la domenica. La prima volta che andai nel bagno della casa di questa mia ragazza, rimasi meravigliato perchè al posto del solito buco trovai il cesso. Io non sapendo come fare vi salii sopra con i piedi e così lo ruppi. Presi i pezzi, li misi insieme e andai via preoccupato. 32


Pirozzi Lucia (nata il 10 dicembre 1906) Quando ero piccola facevo parte di un gruppo dell'Azione Cattolica chiamato”Le Figlie Di Maria". Non potevamo avere amicizie maschili altrimenti il parroco ci cacciava dal gruppo. Noi “Figlie di Maria” portavamo dei nastrini con colori diversi a seconda dell'età: viola, rossi, celesti. Quando qualche ragazzo ci corteggiava noi li mandavano via dicendo:«No, nuie simme „e figlie di Maria» e loro rispondevano :«E nuie simme i figli e Sant‟Anna».

Ferraro Carolina (nata il 15 giugno 1916) Quando ero giovane non si aveva l‟abitudine di andare al mare e le poche persone che lo facevano dovevano svegliarsi prestissimo e usare la “cassitta” (il carro trainato dai cavalli). I costumi non esistevano e le donne usavano le sottovesti per stare più coperte; in realtà il vento e l'acqua, le gonfiavano e le alzavano lasciando scoperte le natiche. Per questo in spiaggia si stava divisi tra maschi e femmine. Andavo a scuola nel palazzo ducale, dove si diceva che ci fossero i "munacielli". In cima alla torre vi era una stanza con una piccola finestra con delle sbarre, in cui viveva una vecchietta. Alcune volte noi bambini andavamo a spiarla, ma appena sentivamo un rumore correvamo spaventati e gridavamo:«I munacielli!» e uno di noi rispondeva:«Mettete nu poco„e pane, pecchè vonne mangià». Dalla sua stanza, la vecchietta rispondeva:«Non correte, non c'è nessuno». Quando dovevamo giocare, facevamo le bambole di pezza e nel farle usavamo una certa tecnica che non tutte le bambine riuscivano a capire. Ricordo che c'era una ragazza ricca che, pur avendo la possibilità di comprare bambole costose, voleva imparare a fare queste bambole di pezza. La prima bicicletta a Parete venne costruita da mio fratello Giacomino. Quando a Parete la videro rimasero tutti sbalorditi perchè non ne avevano mai viste. Delle volte succedeva che qualche persona partendo da via Magenta con la bicicletta non riusciva più a fermarsi e finiva contro la porta di "Maurana" che abitava di fronte alla strada.

Dell’Aversano Orsola Ho imparato la "Novena della Madonna" da una signora di Napoli che era venuta a Parete perchè sfollata di guerra. La signora, non avendo avuto notizie del marito per molto tempo, ogni notte recitava la "novena". Una mattina vidi la signora tutta felice e allora le chiesi cosa fosse successo; lei mi rispose che il marito sarebbe ritornato presto. Quando le domandai come facesse a saperlo, lei mi rispose che aveva recitato la "novena" e così le chiesi di insegnarmela. Ecco in cosa consiste: a mezzanotte esco nel cortile e rivolto lo sguardo al cielo dico delle preghiere e poi riesco ad interpretare i rumori che sento nel frattempo. Le preghiere che recito sono: «Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (tre volte) Santa Lena, Santa Lena, pu' mare isti e pu' mare venisti pe' truvà la croce di Cristo. La croce di Cristo l'hai truvata tutta „e lacreme bagnata „n coppa la scala Santa la purtasti Se si zetella pe‟ la mia verginità, se si maritata per la mia necessità.» A questo punto si ripete tre volte il Padre Nostro. 33


Ho fatto la novena quando un ragazzo di Parete è scomparso per parecchio tempo senza lasciare traccia. Si rivolsero a me alcuni suoi parenti. A mezzanotte, pensando a come fosse preoccupata la madre del ragazzo, ho fatto la novena e la mattina dopo ho detto ai parenti che il ragazzo era chiuso in una masseria a Casacelle. Essi non mi credettero subito e quando andarono, lui non c'era più. Passato del tempo, i familiari stessi mi chiesero di rifare la novena. Interpretando i rumori della notte, dissi loro di andarlo a prendere alla stazione di Aversa. Infatti accadde che il ragazzo telefonò ai genitori, chiedendo loro di andarlo a prendere alla stazione. Vicino casa mia abitava una famiglia di Napoli. Il figlio maggiore era andato in guerra e, poichè il ragazzo non tornava, la mamma preoccupata si rivolse a me. Cosi recitai la "novena" e a mezzanotte mi apparve la sorella del ragazzo, morta a ventanni. La ragazza mi disse: «Non ti preoccupare, perchè a mio fratello ci penso io». Infatti il giorno dopo il ragazzo tornò a casa. Ricordo che quella notte mi spaventai molto perchè da lontano vidi un gatto che, mentre si avvicinava, si trasformava in un cane. Questo cane scappò nella stalla e quando ne uscì era diventato una donna tutta vestita di bianco.

Salviati Tammaro (nato il 4 ottobre 1910) Quando ero piccolo, Parete era un paese prettamente agricolo e i lavori venivano eseguiti senza l'ausilio di mezzi meccanici. I piccoli coloni coltivavano la terra per uso proprio, pagando l'affitto del terreno con una parte del prodotto coltivato. Le colture erano: fagioli, fave, grano, granone, canapa... Ai bambini che andavano a scuola, i genitori davano una piccola merenda, formata da due fette di pane e un po' di companatico, almeno coloro che avevano ucciso in inverno il maiale. I datori di lavoro erano molto severi e, pur di finire il lavoro, ci facevano "faticare" da mattina a sera. Il nostro pranzo consisteva solo in una fetta di pane e un po' di cipolla. Durante la guerra fui fatto prigioniero dai tedeschi e deportato in Germania, nei campi di concentramento. Lavoravo nelle miniere di carbone e qui, a causa della polvere di carbone, mi ammalai ai bronchi e fui quindi portato in ospedale. Quando fui dimesso mi diedero sei giorni di riposo e poi mi assegnarono un lavoro più leggero in segheria. Dapprima trasportavo segatura, dopo iniziai a tagliare i tronchi con la sega elettrica. Il campo di concentramento si trovava vicino alla città di Berlino. Prima di partire per la guerra, ero impiegato presso l'amministrazione comunale, per cui la mia famiglia percepiva un sussidio mensile durante la mia prigionia. In questo periodo incontrai una infermiera tedesca che, appena mi vide in ospedale dov'ero ricoverato, perse la testa per me. Alle donne tedesche piacevano molto gli uomini italiani, perchè dicevano che essi sapevano far bene all'amore e le donne restavano soddisfatte e appagate. Questo fu la mia fortuna perchè, grazie a lei, quando mi ammalai di nuovo, ebbi tutte le attenzioni possibili. Infatti, una volta uscito dall'ospedale, mi invitò a dormire a casa sua. Così diventammo amanti, con la benedizione della mamma, che pensava che avrei potuto sposare la figlia. Io lo feci per potermi salvare: infatti, ero già sposato nel mio paese. Finita la guerra, tornai a casa, salutando l'infermiera che mi chiedeva di venire con me. Le dissi che ci saremmo rivisti molto presto e non le rivelai che ero sposato. 34


Arrivato a casa, le scrissi una lettera dove, con tatto, le comunicai che ero sposato. Anni dopo, questa ragazza, essendo venuta in vacanza in Italia, mi venne a trovare. Allora io dissi a mia moglie, alla quale avevo già raccontato tutto, di trattarla bene, perchè era merito suo se ero vivo. Così la portai in giro, mostrandole le bellezze della nostra regione.

Esposito Maria Giovanna Mio marito era "capoguardia" ed era incaricato dal comune per l'approvigionamento. Una volta conobbe un camionista che fingeva di essere straniero, il quale doveva accompagnarlo a Napoli al mulino per prendere la farina. Una volta giunti sul posto il camionista propose al marito di non consegnare il buono del comune; sostenendo che se il camion fosse stato caricato senza alcuna richiesta del buono, questo si poteva utilizzare un'altra volta, e quindi avere il doppio della merce. Il "capoguardia" gli rispose: «Ma tu si‟ pazzo, me vuo‟ mannà in galera?» e così dicendo consegnò il buono. Sulla via del ritorno lo "straniero" gli disse:«Tu muor pezzento, nun saie arrubbà!». Durante la guerra anche a Parete ci sono stati dei morti. Quando arrivarono i tedeschi requisirono le armi che c'erano nelle case; un signore cercò di rubarle per venderle ma fu scoperto, e i tedeschi gli fecero scavare la fossa con le sue mani e poi lo uccisero. Un altro caso si verificò quando i tedeschi lasciarono Parete perchè essi avevano l'abitudine di sparare versoil paese che stavano abbandonando e fu colpito un ragazzo di soli dodici anni.

I fuochi di Ciccone – Racconto di Donato Micillo Negli anni sessanta, il centro storico del nostro paese era costituito quasi totalmente da case vecchie e fatiscenti, abitato prevalentemente da poveri lavoratori della terra, perché povera era l‟economia agricola del paese. Ogni cortile del paese era costituito da uno o due” bassi”, a volte con cameretta sovrastante e in ogni vano vivevano intere famiglie. Quelle più fortunate avevano un basso e una camera. In uno di quei bassi dormivamo io e mio fratello, quando nella notte del 24 settembre 1963 fummo svegliati di soprassalto da un enorme boato. Pensai, come tutti, all‟esplosione di una bombola di gas. Naturalmente spaventati, ci precipitammo alla porta per uscire. Non ricordo per quale motivo, la porta era bloccata, come se fosse stata chiusa a chiave dall‟esterno.

Salì così ulteriormente la tensione e la paura, oltre che per il boato anche per il fatto di non poter uscire, con il rischio di rimanere bloccati e soffocati dalla polvere. I miei genitori, forse assicuratisi che la casa era ancora in piedi, erano andati a soccorrere quelli dei cortili vicini, dove le case erano ridotte ad un cumulo di macerie. Presi una barra metallica e facendo leva tra le due ante della porta riuscii ad aprirla. Fuori trovammo una scena infernale di lamenti, di buio e polvere, che impedivano di vedere e capire esattamente quello che era successo. Corremmo nel vicolo dove c‟erano vicini e parenti ma nessuno sapeva dire esattamente cosa aveva provocato l‟esplosione. Solo in tarda mattinata, quando le autorità avevano effettuato accertamenti, si apprese che a pochi metri da casa nostra c‟era un deposito di fuochi d‟artificio che era esploso. A momenti di sollievo per lo scampato pericolo, seguirono giorni tristi e dolorosi per i tanti lutti che colpirono numerose famiglie. 35


Alle prime luci dell‟alba e quando la polvere si diradò, si capì la dimensione della tragedia. Ricordo il corpo di una ragazza adagiata su un tavolo da cucina, senza neanche un familiare che le stesse vicino. Aveva perso anche il padre e la madre. Mi sembrò la scena simbolo di una tragedia di vite umane spezzate nel fiore della gioventù, senza neanche qualcuno che li piangesse. Quindici persone persero la vita e altrettante furono ferite sotto le macerie dell‟esplosione, decine di case furono abbattute e molte altre lesionate. Si disse, qualche giorno dopo, che la moglie del “fuochista”, andando in gabinetto nella notte con un cero accesso, cadendo avrebbe dato fuoco al deposito dei fuochi che era nei pressi.

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I CUNTI Della tradizione orale paretana fanno parte “i cunti”, racconti e favole con i quali i nonni solevano intrattenere i nipoti. Si tratta spesso di storie forse ingenue ma che divertivano i bambini soprattutto con le ripetizioni di cantilene e detti dialettali. I Cunti paretani sono certamente più numerosi di quelli qui riportati. Sono stati scelti quelli che ricorrono più frequentemente nelle interviste agli anziani e che non fanno parte dell‟illustre opera “Lo Cunto De Li Cunti” di Giambattista Basile.

I tre consigli Una signora aveva sette figli ed era così povera che non poteva sfamarli. Per questo motivo, il marito partì e trovò lavoro presso un mago dove stette per venti anni. Trascorso questo tempo chiese al mago di dargli il permesso di tornare a casa per rivedere i figli. Allora il mago gli regalò tre ducati e tre consigli: «Nun cagnà 'a via vecchia pa' nova» (Non cambiare la strada vecchia per la nuova) «Chello che vire vire, chello che siente siente, nun so fatte re' tuoie» (Qualsiasi cosa vedi o senti, non curartene) «Nun partì in prima furia» (Non agire d‟impulso, senza prima pensare) L‟uomo si mise in cammino diretto verso una “cantinella” (piccola cantina). Per arrivarvi, c'erano due strade, una nuova e l'altra vecchia. Mentre stava imboccando la strada nuova, gli venne in mente il primo consiglio del mago: «Nun cagnà 'a via vecchia pa' nova», così prese la strada vecchia. Mentre camminava seppe che, sulla via nuova, era successo un guaio, così pensò: «Aveva ragione il mago!». Arrivato alla cantinella per mangiare, vide la testa della moglie del cantiniere esposta in vetrina, perché il cantiniere aveva scoperto che la moglie lo tradiva e l‟aveva uccisa. Il cantiniere, un tipo molto iroso, voleva che tutti gli chiedessero come mai la testa di sua moglie era esposta in vetrina per attaccare brighe. L‟uomo, ricordando il secondo consiglio del mago: «Chello che vire vire, chello che siente siente, nun so fatte re' tuoie», mangiò e se ne andò, così non ebbe guai. Intanto la moglie, in questi venti anni di lontananza del marito, aveva allevato i figli facendo dei grossi sacrifici e uno di loro era diventato sacerdote. L'uomo arrivò a casa di sera, e sotto il portone, vide un sacerdote che entrava in casa di sua moglie e pensò: «Ah, chesta sa' fa' cu' prepete. Rimane „e matine faccimme i cunti». La mattina seguente il signore andò in chiesa e si ricordò del terzo consiglio del mago: «Nun partì in prima furia». Così prima di ritornare a casa domandò al parroco del paese informazioni sulla sua famiglia. «Ueh!», esclamò il sacerdote: «Giusto, giusto! Hai fatto nù figlio sacerdote, mo‟ ha piglià „a messa e s'adda fa „na grande festa». Allora il signore, ripensando al terzo consiglio del mago disse:«Aveva ragione, perché agendo d‟impulso avrei ammazzato mia moglie e mio figlio». Seguendo questi tre consigli ogni persona può vivere felice.

’O sulecillo (Il topo) C'era una volta una vecchietta che lavava le scale della chiesa; un giorno trovò due soldi e non sapeva cosa comprare. Allora cominciò a pensare: «Si m‟accatte „o furmaggio, aggio ittà „a scorza (se compro il formaggio devo buttare la scorza), Si m‟accatte „i lupini aggio ittà „e schorze (se compro i lupini devo buttare le scorze) Si m‟accatte „e noce aggio ittà „e schorze (se compro le noci devo buttare le scorze), Si m‟accatte „o pane, me careno „e mulliche (se compro il pane mi cadono le molliche) 37


Che m‟aggio accattà?» (che mi devo comprare?) Alla fine decise: «Mo', m'accatto „o russ e mo‟ mette n'coppo „o muss» (Compro il rossetto e lo metto sulle labbra) Così comprò il rossetto , lo mise sulle labbra e si affacciò alla finestra . Passò da quelle parti „na morra e‟ caprettielli (un gregge di capretti). Uno di loro disse: «Che bella vicchiarella, te vulisse spusà cu‟ me?». (Bella vecchietta, vuoi sposarmi?) La vecchierella rispose: «Sì! ma tu comme fai?» (qual è il tuo verso?) Io faccio: «beeh, beeh», rispose la capretta. Allora la vecchia disse: «No, tu me fai mettere paura „a notte». (No, di notte mi spaventi) Passo poi una “morra di porcellucci” (una mandria di maiali). Uno di questi disse: «Che bella vicchiarella, te vulisse spusà cu‟ me?». La vecchietta rispose: «Sì! ma tu comme fai?» Il maiale rispose: «grrrh ! grrh!» La vecchierella: «No, tu me fai mettere paura „a notte». Passò poi una “morra di pullastielli” (dei pollastrelli). Uno di questi disse: «Che bella vicchiarella, te vulisse spusà cu‟ me?». La vecchietta rispose: «Sì! ma tu comme fai?» Io faccio: «piò!piò! ». La vecchierella: «No, tu me fai mettere paura „a notte». Passò una “morra di pintilli” (dei tacchini). Uno di questi disse: «Che bella vicchiarella, te vulisse spusà cu‟ me?». La vecchietta rispose: «Sì! ma tu comme fai?» Io faccio: «glu!glu! ». La vecchierella: «No, tu me fai mettere paura „a notte». Passo' poi una “morra di solicilli” (dei topi). Uno di questi disse: «Che bella vicchiarella, te vulisse spusà cu‟ me?». La vecchietta rispose: «Sì! ma tu comme fai?» Io faccio: «zuì! zuì». Rispose la vecchietta: «Chisto è buon pe‟ me!» (questi fa per me). Così la vecchietta se lo portò casa. Un giorno la vecchierella, di prima mattina, mise sul fuoco un “pigniatiello” (pentolino di terracotta) con i fagioli, e siccome doveva andare in chiesa raccomandò al “solicillo” di non avvicinarsi al “pigniatiello” altrimenti ci sarebbe caduto dentro. Quando tornò dalla messa non riusciva a trovare il “solicillo”. Lo chiamò varie volte, ma lui non rispondeva. Così decise di mangiare da sola. Mentre versava i fagioli nel piatto, si accorse che il “solicillo” era caduto nel pigniatiello e allora cominciò a piangere. Mentre la vecchietta piangeva la porta cominciò a sbattere e allora la scala disse: «Porta, pecchè sbatte?» (Porta, perché sbatti) «Tu nun sai nient?» (non sai cosa è successo?), disse la porta alla scala, «è iuto o‟ solicio rinto „o pignato» (il topo è caduto nella pentola) «‟a vecchia chiagne chiagne, a porta sbatte sbatte» Allora la scala disse: «è iuto o‟ solicio rinto „o pignato, ‟a vecchia chiagne chiagne, a porta sbatte sbatte e a rariata saglie e scenne». Allora la “preula” (pergola), che vide la scala salire e scendere, disse: «è iuto o‟ solicio rinto „o pignato, ‟a vecchia chiagne chiagne, a porta sbatte sbatte, „a rariata saglie e scenne e „a preula s‟è seccata» 38


Allora una “zitella” (donna non maritata), vedendo la pergola seccata disse: «È iuto o‟ solicio rinto „o pignato, ‟a vecchia chiagne chiagne, a porta sbatte sbatte, „a rariata saglie e scenne e „a preula s‟è seccata e io vogl‟ rompere e‟ rangelle» Una “massara” (moglie del conduttore di una masseria) vedendo la zitella rompere le brocche disse: «È iuto o‟ solicio rinto „o pignato, ‟a vecchia chiagne chiagne, a porta sbatte sbatte, „a rariata saglie e scenne , „a preula s‟è seccata, a zetella rompe e‟ rangelle e io vogl‟ spartuglià a farina pa‟ casa» Un “massaro” (conduttore di una masseria), vedendo la massara che disperdeva la farina sul pavimento disse: «‟a vecchia chiagne chiagne, a porta sbatte sbatte, „a rariata saglie e scenne, „a preula s‟è seccata, „a zetella rompe e‟ rangelle, a massara spartuglia „a farina pa‟ casa e io piscio a‟ coppo „o balcone» (la vecchia pange piange, la porta sbatte sbatte, la scala sale escende, la pergola si è seccata, la zitella rompe le brocche, la “massara” disperde la farina per la casa e io piscio dal balcone)

Miezzo Culillo C‟era un bambino di nome “Miezzo Culillo” che era un po‟ monello. Un giorno la madre gli affida il compito di portare il “panaro” (cesto) della “mmarenna” (merenda) con il vino al papà che era nei campi a lavorare. Miezzo Culillo, dopo aver preso il cesto, si incammina verso il campo. Ad un certo punto non resiste al profumo che si sprigiona dal cesto. E mentre sta arrivando dal padre a distanza gli chiede: «Pe dinto, pe dinto (per dentro) o pe fore, pe fore (per fuori?». Il padre occupato nel lavoro risponde distrattamente: «Pe fore!». E allora Miezzo Culillo mangia la merenda ad iniziare da fuori. Poi richiede: «Pe dinto, pe dinto (per dentro) o pe fore (fuori)?». E il padre: «Pe dinto!». Il ragazzo mangia il resto della “mmarenna”. Non contento, beve anche il vino. Così fa la cacca e la mette nel cesto, riempiendo la bottiglia del vino con la sua pipì. Chiaramente quando il padre apre il “panaro” va su tutte le furie e si scaglia contro il figlio che scappa a gambe levate. Miezzo Culillo, temendo il castigo dei genitori si nasconde nel forno di casa. La madre, non vedendo arrivare il figlio, inizia a cercarlo dappertutto. E comincia a gridare: «Miezzo Culillo addò stai?» (dove sei?) E Miezzo Culillo dal forno risponde: «‟N cuorpo a‟ „na vacca!». (Nel ventre della vacca) La madre uccide la vacca ma non trova il figlio nella sua pancia. «Miezzo Culillo addò stai?» (dove sei?) E Miezzo Culillo dal forno risponde: «‟N cuorpo a‟ „nu cane !». (Nel ventre di un cane) La madre uccide il cane ma non trova il figlio. «Miezzo Culillo addò stai?» (dove sei?) E Miezzo Culillo dal forno risponde: «‟N cuorpo a‟ „na pecura !». (Nel ventre di una pecora) La madre uccide la pecora ma non trova il figlio. Ad un certo punto, dopo una lunga strage, la donna chiede: «Miezzo Culillo addò stai?» (dove sei?) E Miezzo Culillo dal forno risponde: 39


«Stong‟ into „o furnillo a mangià pane e casillo» (sono nel forno a mangiare pane e formaggio)

Maria Fresella Una volta, in un palazzo abitavano tredici briganti che rubavano e saccheggiavano. Una ragazza di nome Maria Fresella andò dai briganti e chiese loro qualcosa di soldi perchè era povera. Allora il brigante commosso le diede una manciata di soldi. Il giorno dopo la ragazza ritornò dai briganti e chiese di lavorare in cambio di una paga. Il capo dei briganti accettò, così la raggazza entrò e gli preparò da mangiare e da bere. Quando fu ubriaco, la ragazza prese un sacchetto di denari, cucì il capo dei briganti in un saccone e andò via. La mattina seguente, la furba portò con sè dodici compagne che pulirono e prepararono da cucinare a da bere. Quando tutti i briganti furono ubriachi, ogni ragazza prese un sacchetto di denari. I briganti allora si riproposero di trovare Maria Fresella e le compagne per ucciderle. La ragazza intanto con i soldi dei briganti aveva aperto una bottega in riva al mare. I briganti riuscirono a trovarla e il capo che era furioso decise di ucciderla. Il capo dei briganti fece nascondere i briganti nelle botti e con la scusa di vendere l‟olio fece entrare tutte le botti nel negozio affinchè i briganti di notte dessero fuoco alla bottega . La ragazza, furba, aveva riconosciuto il capo e così, facendo finta di mettere a posto le botti, le gettò a mare una per volta. Intanto il capo si nascose nei pressi del negozio per vederlo andare in fiamme, ma vide galleggiare le botti sull'acqua e capì che Maria Fresella lo aveva ingannato di nuovo. Quindi pensò un altro stratagemma: chiese alla ragazza di sposarla per poterla ammazzare la prima notte. Maria Fresella accettò di sposarlo. La prima notte di nozze la ragazza fece una bambola di zucchero, la vestì e la mise nel letto al suo posto mentre lei vi si nascose sotto. Il brigante, entrato in camera, saltò sul letto dicendo: «Maria Fresella, ti ricordi quando rubasti i miei soldi? Maria Fresella, ti ricordi quando mi cucisti nel saccone? Maria Fresella, ti ricordi quando buttasti i miei barili nell'acqua? Ora ti devo ammazzare!». Così prese la sciabola e tagliò la testa alla bambola. I briganti, dopo aver ammazzato qualcuno, devono leccare il sangue sulla lama della sciabola, altrimenti pensano che non riusciranno più a camminare. Così il capo dei briganti leccò lo zucchero ed esclamò: «Maria Fresella, se sapevo che eri di zucchero non ti avrei uccisa!». Allora la ragazza usci dal nascondiglio e il brigante, ammirato dalla sua furbizia, decise di vivere sempre con lei.

La regina e la schiava C'era una volta un re che, avendo visto una bellissima fanciulla, se ne innamorò e la sposò. Ma nella corte del re c'era una schiava, invaghita di lui, che si ingelosì per il matrimonio. Un giorno ella andò a tirare l'acqua dal pozzo e ci si specchiò dentro, dicendo: «Comme so' bell! Tant che so' bell' che voglio rompere 'sta rangella». (Sono talmente bella che voglio rompere la brocca). E così la ruppe. Intanto la moglie del re, affacciata dal balcone, guardava la scena e rideva, pensando: «Lei è brutta e si ritiene bella e ha rotto la “rangella”». La schiava, accortasi che la regina rideva di lei, si ripromise di vendicarsi. 40


Si presentò così al suo cospetto offrendosi di pettinarle i capelli. La regina in un primo momento rifiutò, poi però si lasciò convincere. Mentre la stava pettinando, la schiava le conficcò uno spillone nell'orecchio; ne stillò una goccia di sangue che, cadendo a terra, come per magia si trasformò in un uccellino che subito volò via. Quando arrivò il re trovò la sua sposa morta e ne ebbe sommo dolore. Furono celebrati solenni funerali in onore della bellissima regina ed il regno osservò un lungo periodo di lutto. La schiava che aveva raccolto l'ultimo respiro dell'amata sposa ebbe la gratitudine del re e poco alla volta entrò nelle sue grazie, fino a prendere il posto che era stato della cara estinta. Intanto l'uccellino, volando, si aggirava nei dintorni della reggia e cinguettava, rivolto al re: «Cip, cip, chesta che tiene nun è regina, chesta è schiava e io so' regina». (Tua moglie non è regina) Il re decise di prendere quel grazioso uccellino che sembrava volesse farsi catturare e lo mise in una grande gabbia appesa fuori alla sua porta. E l‟uccellino tutto il giorno cinguettava: «Cip, cip, chesta che tiene nun è regina, chesta è schiava e io so' regina». La schiava-regina, stanca di sentirlo e adirata, lo fece morire e lo gettò nel giardino che era dietro il castello. L'uccellino che era fatato, cadendo nel giardino del re, si trasformò in un arancio rigoglioso. In quel giardino viveva una vecchia che lavorava per il re da anni innumerevoli e che era stata la sua nutrice. Aveva preferito vivere modestamente in una casetta del giardino, tra gli alberi, invece che nella reggia dove era stata da giovane. Passeggiando tra gli alberi notò l‟arancio che aveva tra i rami un unico, bellissimo frutto. Eppure non era stagione! Lo colse e lo mise sul comò per la sua bellezza. Quando la vecchietta andava a messa il frutto si apriva e ne usciva una bellissima fanciulla che le rassettava tutta la casa e poi ritornava nell'arancia. Tornando a casa la vecchina non si spiegava come la sua casa potesse essere così pulita: qualcuno, certo, entrava durante le sue assenze, e metteva tutto in ordine. Decise allora di scoprire chi fosse questa persona misteriosa che la aiutava senza pretendere nulla. Un giorno fece finta di andare come al solito a messa, ma si nascose dietro la casa e, appena sentì muovere sedie e spostare i mobili, aprì la porta e trovò una bellissima ragazza che tentava di nascondersi nell'arancia. La vecchietta la rassicurò e le chiese il perchè di questo suo comportamento misterioso. La fanciulla raccontò tutto ciò che le era accaduto, con la raccomandazione di non dire niente al re, altrimenti egli avrebbe litigato con la schiava che, ormai ne era convinta, aveva preso il suo posto nel cuore dell'amato sposo. Passarono gli anni. Il re pensò di andare a trovare la vecchina del giardino che non vedeva ormai da molto tempo. Arrivato alla sua casa aprì la porta senza bussare, per farle una sorpresa. E che sorpresa fu per lui vedere la sua sposa! La ragazza infatti credendo che fosse la vecchina a rincasare, non si era nascosta. Il re non riusciva a capacitarsi di questo miracolo e solo dal racconto della sua amata capì cos‟era veramente accaduto e quanto fosse stato ingannato dalla schiava traditrice. Così il re riportò la regina nel suo castello e rimandò la schiava tra i servi, risparmiandole altre punizioni per il buon cuore della sua sposa che credeva perduta per sempre e che aveva ritrovato.

Genoveffa C'era una volta un regnante con la moglie di nome Genoeffa. Scoppiata la guerra, il regnante partì e lasciò la moglie incinta affidata al servo di nome Cola. 41


Passarono i mesi e il regnante non dava più notizie, cosi il servo pensando che fosse morto cercò di conquistare Genoveffa. La regina lo rifiutò e cosi il servo arrabbiato, quanto ricevette notizie del suo padrone, gli spedì una lettera nella quale la calunniava. Il regnante, infuriato, ordinò al servo di strappare gli occhi alla moglie e di mandarglieli. Il servo, avendo inventato tutto, non sapeva come fare, così decise che avrebbe cavato gli occhi ad una cagnolina. Intanto continuava a infastidire la regina che non sapendo più cosa inventare decise di abbandonarla nel bosco. Sempre col volere di Dio, la poverina riuscì a sopravvivere. Infatti si riparò in una tana di volpe dove partorì il suo bellissimo bambino. Poi il volere di Dio le mandò una cerva che aveva appena partorito e con il suo latte allattò il bambino. Passarano gli anni, il bambino crebbe e quando iniziò ad uscire fuori dalla tana vide su un albero un nido di uccellino. Il bimbo, accompagnato sempre dalla mamma e dalla cerva disse:«Mamma, guarda come sono belle le bestie». E la Mamma rispose: «Non far loro del male, questi sono gli uccellini. Come il signore copre questi uccellini, cosi copre noi». Il bambino andava sempre a guardarli e un giorno tutto contento ritornò nella tana e disse alla mamma:«Mamma gli uccellini si sono coperti di piume!». Nel frattempo il regnante era tornato a casa e trovò una lettera che la moglie gli aveva lasciato prima di partire, in cui ella raccontava tutta la storia del servo traditore. Gli amici del regnante, preoccupati per il loro amico che era riamsto senza moglie, organizzarono una battuta di caccia. Intanto Cola era tranquillo, pensando che la donna fosse morta. La volontà di Dio volle che il regnante con i suoi amici arrivasse nelle vicinanza della tana. I cani che stavano con i cacciatori, annusato il bambino con la cerva, si misero a correre e si fermarono proprio all‟ingresso della tana. La donna riusciva a vedere fuori, mentre il regnante con gli amici non riusciva a vedere dentro. Così il regnante, pensando che dentro la tana ci fosse una volpe, puntò il fucile nella tana. Allora la donna si fece riconoscere, dicendo: «Calmati, calmati! Io sono la tua amatissima sposa, Genoveffa». Il re esclamò: «Anima Beata, esci dalla tana, così saprò che mi hai perdonato». La donna tentò di fare qualche passo avanti, ma cominciarono ad abbaiare. Così la donna spaventata ripetè: «Calmati, calmati! Io sono la tua amatissima sposa, Genoveffa». E allora anche il regnante ripetè: «Anima Beata, esci dalla tana, così saprò che mi hai perdonato». Allora la donna trovò il coraggio di uscire e mostrò al re l‟anello che le aveva regalato per le nozze. Il marito riconosciutola, rimase esterefatto per come si era ridotta la moglie. Quindi l‟abbracciò e mandò gli amici al palazzo a prendere la carrozza e dei vestiti. Al palazzo, la donna, il bambino e la cerva vennero trattati con molta cura. Il re rinchiuse Cola in una cella e lo fece alimetare solo con pane ed acqua per prolungare le sue sofferenze. (Una versione della favola presenta un finale diverso: dopo poco tempo la donna, il bambino e la cerva muoiono e il re rimane di nuovo solo).

Le Mucelle Un vedovo con un figlio ed una figlia sposò una donna con la quale ebbe un‟altra figlia. Quest‟ultima era molto brutta ma la madre la proteggeva tenendola sempre a casa, mentre mandava a lavorare i figliastri: la ragazza a pascolare le pecore e il ragazzo a fare il garzone di bottega. Una volta, mentre la ragazza che si chiamava Catarinella pascolava le pecore, le apparve un vecchietto che le chiese di andargli a prendere del fuoco a casa delle “mucelle”. Le indicò dove abitavano 42


facendole questa raccomandazione: «Quando arrivi da loro chiedi un poco di fuoco dicendo che ti mando io, però non le chiamare "Mucelle” ma “signore”, altrimenti ti graffiano». La ragazza, lasciate le pecore, andò a prendere il fuoco. Arrivata al portone, bussò e si affacciarono le "Mucelle” che le chiesero cosa desiderasse. La ragazza rispose che voleva una "palettella” (palettina) di fuoco. Aprirono e la invitarono a entrare. Le "Mucelle” stavano facendo il pane, quello nero e quello bianco, e invitarono la ragazza a prendere una pagnotta. Catarinella dapprima rifiutò, ma poi scelse quella nera che era la meno saporita. Allora le "Mucelle” le fecero una bella pagnotta bianca e la mandarono al piano di sopra dove c'erano le altre signore. Bussò e queste le chiesero cosa volesse. La ragazza, salutatele, chiese loro un po‟ di fuoco. Siccome le "Mucelle” stavano cucendo, le chiesero se volesse un vestito. La ragazza ringraziò rifiutando, ma esse insistettero e le cucirono un bellissimo vestito. La invitarono ancora a salire dove c'erano delle "Mucelle” che stavano facendo il bagno. La ragazza bussò di nuovo e invitata ad entrare chiese del fuoco. Le signore "Mucelle” la esortarono a fare un bagno. Poichè c'erano due vasche, una con l'acqua profumata e l'altra con l'acqua sporca e avendo la ragazza scelto di farla nell'acqua sporca, la fecero lavare nell'acqua profumata. Alla fine la vestirono, la profumarono e le dettero il fuoco. Mentre si avviava al portone, la richiamarono e le dissero: «Quando stai per uscire dal portone, se raglia l'asino abbassa la testa, se canta il gallo metti la testa nel buco». La ragazza così fece e quando tirò fuori la testa dal buco che le avevano indicato le "Mucelle”, sulla sua fronte comparve una stella, e diventò bella e "affatata" (fatale). Però quando uscì dal portone, il vecchietto non c'era più, perciò prese le pecore e tornò a casa. La madre e la sorellastra vedendola più bella e con una stella in fronte si fecero raccontare cosa fosse successo. Dopo che Catarinella le ebbe raccontato tutto, la sorellastra decise che il giorno dopo sarebbe andata lei a pascolare le pecore. Anche la sorellastra incontrò il vecchietto che le chiese di andare a chiedere un pò di fuoco dalle “Mucelle”. La ragazza prima rifiutò, poi ricordando il racconto della sorella andò a prendere il fuoco. Il vecchietto le raccomandò di chiamare le "Mucelle” signore. Arrivata a casa delle “Mucelle”, quando queste aprirono il portone le derise dicendo: «Anche le "Mucelle” aprono il portone?» Allora queste, arrabbiate le si buttarono addosso e le graffiarono tutta la faccia. Entrando nella prima stanza esclamò: «Anche le " Mucelle” fanno il pane?». Le Mucelle, indifferenti, le chiesero se volesse una pagnotta e avendo la ragazza scelta quella di pane bianco, ricevette quella di pane nero. Poi fece le stesse cose della sorella, ma invece di sciegliere la roba scadente, come aveva fatto l'altra ragazza, scieglieva sempre la roba migliore, ricevendo in cambio la roba scadente. Mentre si avviava al portone, le “Mucelle” le dissero: «Quando canta il gallo alza la testa, quando raglia l'asino metti la testa nel buco». Quando tirò la testa dal buco, invece della stella, sulla fronte si ritrovò una coda. La ragazza disperata tornò a casa e piangendo cantava: «Mamma, mamma, dilin dilon, pigl‟ „a forbice e tagl‟la mo'».(Prendi le forbici e taglia la coda). Vedendola combinata in quel modo, la madre le chiese cosa fosse successo e la ragazza rispose che, pur avendo fatto tutto quello che le era stato detto, era stata graffiata e le avevano fatto crescere la coda sulla fronte. Un giorno nel paese dove abitavano le ragazze arrivò il re che vide la ragazza con la stella sputare per terra: invece dello sputo, però, dalla sua bocca uscirono dei fiori. Il re rimase affascinato dalla bellezza della ragazza e la chiese in moglie. La matrigna gelosa, invece di prepare per il matrimonio la figliastra, preparò la figlia dopo averle tagliato la coda dalla fronte. Quando il re andò a prendere Catarinella, rimase meravigliato e le chiese come mai fosse diventata brutta. La ragazza allora rispose: «È venuto il sole e mi ha cambiato colore, é venuta la luna e mi ha cambiato "parlatura” (il tono della voce)». Il re, anche se a malincuore, la portò con sè. Durante il viaggio la ragazza sputò e dalla bocca uscirono "scarrafoni" (scarafaggi). Il re preoccupato pensava di aver sbagliato nello sciegliere la sua sposa. 43


Intanto la matrigna prese l‟altra ragazza e la buttò a mare per paura che il re potesse trovarla. La ragazza fu catturata da una sirena che la legò su uno scoglio ad una catenella. Il caso volle che il fratello della ragazza che si chiamava Leone diventò garzone al palazzo del re. Siccome andava a passeggiare sulla spiaggia incontrò la sorella e le chiese come poteva liberarla. La ragazza rispose:«Bisogna gettare miele e zucchero nel mare, così la sirena lascerà la catena ed io potrò liberarmi». Un giorno il re, passando sulla spiaggia, vide delle oche che dicevano: «Qua, qua, alla marina simme state, zicchini e oro avimme mangiato. Catarinella, „a sor „i cumpa‟ Leone ce l‟ha dati» (alal marina abbiamo trovato soldi ed oro. Ce li ha regalati Catarinella, la sorella di compare Leone). Quando il re tornò a casa raccontò l‟accaduto al garzone. Leone capì che le oche parlavano della sorella e raccontò al re come la ragazza fosse stata legata e come poteva essere liberata. Il re allora si recò sulla spiaggia in compagnia del garzone e Gettò in acqua lo zucchero e il miele. La sirena lasciò la catenella, la ragazza fu liberata. Il re, che aveva ripudiato la sorellastra, portò Catarinella al palazzo e la sposò. Così vissero felici e contenti per tutta la vita.

Maddalena C'era una volta una ragazza di nome Maddalena. Un giorno, mentre stava nel suo campo a lavorare, sulla strada passò un corteo matrimoniale. In questo corteo c'erano anche alcuni ragazzi che suonavono la fisarmonica. Maddalena, attratta dalla musica, montò sulla sua "ciucciarella" (asinella) e seguì il corteo. Arrivati sul luogo del festeggiamento Maddalena scese dalla "ciucciarella" e si mise a seguire lo svolgimento della festa. Verso sera si accorse di aver perso la "ciucciarella" e preoccupata la cercò nei dintorni pensando: «Come devo fare per tornare a casa? Mio padre mi ucciderà se non riporto la “ciucciarella”!». Ormai stanca di cercare, e pensando che doveva rassegnarsi a trascorrere la notte lì, si intrufolò nella stanza degli sposi e si nascose sotto il letto dove si addormentò. Intanto, finita la cerimonia, gli sposi entrarono in camera e si spogliarono. Mentre stava andando a letto, il marito disse alla sposa:«Ho girato tutto il mondo e alla fine ho scelto te». Maddalena, appena ebbe sentito queste parole, uscì da sotto il letto e disse: «Avisse vist‟ pure a ciucciarella mia?» (Per caso hai visto la mia asina?)

Le due figlie Due signore avevano una figlia ciascuna. Una di queste ragazze era bella e simpatica, mentre l'altra era cattiva e superba. Così un giorno la mamma di quest'ultima, invidiosa della figlia della vicina, le fece una fattura per farla morire. Prese due scarole, le condì e su una mise la polvere di un osso trafugato dal cimitero. Appena la ragazza ebbe mangiato la scarola, si sentì male e dentro di lei cominciò a sentirsi una voce di bambino. Accadde così che questa ragazza cominciò a prevedere il futuro. Quando cercarono di mandare via questo bambino dal corpo della ragazza questi si rifiutò perchè se fosse andato via la ragazza sarebbe morta. Cosi la ragazza è vissuta insieme al bambino tra la meraviglia della gente.

‘O marito impicciuso (esigente) C'era una volta un marito un poco "impicciuso" che un giorno disse alla moglie: «Figlio‟, stasera nun te fa' truva' nè dinte nè fore» (quando torno da lavoro non voglio trovarti né dentro né fuori casa). La povera donna non sapeva come fare e, dopo aver pensato molto, decise di prendere una fune e metterla 44


sulla porta di casa in modo da formare una rozza altalena. Prima dell'arrivo del marito ci si issò sopra e si dondolava avanti e indietro. Così il marito, tornato a casa, vide che la moglie non era nè dentro nè fuori casa e non potè attaccar brighe.

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LE RICETTE ANTICHE Ci sono dei piatti tipici paretani che si usa preparare ancora oggi come la pizza di crema, le polpette con lo zucchero o la pastiera di tagliolini. In questa sezione vengono presentate alcune ricette conservate nella memoria degli anziani intervistati, legate ad un tempo che fu, e soprattutto ai periodi di guerra, quando la cucina era particolarmente povera.

Pizzone di farinella Bollire l'acqua, aggiungere la farinella,un po' di sale e impastare. Aggiungere un po' di lardo, un po' di cotica e qualche briciola di formaggio. Mettere nella teglia e infornare.

Polpette in tempo di guerra Si impastavano patate, pancetta, un po' di pane, due uova, pepe e sale, qualche "pessitiello" (acini di uva seccati nel forno)

Scaurarielli Ingredienti: Farinella, acqua e sale. Esecuzione: Bollire l'acqua poi aggiungere la farinella e il sale e impastare. Poi prendere una porzione di impasto, metterlo in un piatto fondo con farinella e far girare più volte l'impasto muovendo il piatto così da diventare a forma allungata come un panino. Dopo si inforna.

O’ pignatiello e’ fasule Il piatto giornaliero più diffuso era la zuppa di fagioli bolliti nel “pignatiello” (vaso di terracotta) vicino al fuoco del camino.

O’ sang fritto Del maiale non si buttava niente… spesso però i più poveri potevano consumarne solo il sangue raggrumito. Si tagliava a fette e si friggeva.

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GIOCHI I giochi erano l‟unica forma di svago dei bambini ed erano per la maggior parte praticati in strada…

Lo strummolo Una trottola di legno massiccio con delle incanalature e una punta di ferro alla base. Per farla roteare, occorreva girare attorno a essa, lungo le incanalature, un grosso filo, di cui si teneva un‟estremità in mano. A questo punto, la si lanciava per terra e un attimo dopo si dava uno strattone al filo, tirandolo verso di sè, per imprimere la rotazione allo strummolo.

Aùfera afferra afferra Questo gioco consisteva nel toccare un oggetto di ferro prima di essere “presi” cioè toccati dall‟avversario

A’ zecca Si giocava all‟aperto. Con una pietra calcarea o un pezzo di “cravunella” (carbone), successivamente con il gesso, si disegnava per terra uno schema di caselle (la campana). I versione: Si lanciava “la zecca” (un sasso possibilmente largo e sottile) in una casella e lo si raggiungeva saltando su un solo piede. Si spingeva il sasso con la punta del solo piede utilizzato, da una casella all‟altra, facendo attenzione che non andasse sul “singo” (la linea della casella) e senza perdere l‟equilibrio; altrimenti bisognava iniziare da capo. II versione: Si lanciava “la zecca” in una casella e lo si raggiungeva saltando su un solo piede. Si raccoglieva il sasso sempre con un piede solo, senza mai perdere l'equilibrio, altrimenti bisognava iniziare da capo. Raggiunta la " cima " della campana ci si girava e si tornava al punto di partenza. Il gioco poteva essere complicato da alcune regole concordate: per esempio in alcune caselle bisognava entraci a gambe divaricate.

A’ Zimberenella Era un gioco fra due ragazze. Una ragazza portava sulle spalle l'altra dopo aver stabilito il percorso da fare. Chi teneva sulle spalle la ragazza cercava di muoversi parecchio per fare cadere l'avversaria. Alla fine del percorso si invertivano i ruoli

A’ Furmella Poteva essere giocato con diversi gradi di difficoltà. Si trattava di centrare delle buche, poste in percorsi stabiliti, con le “formelle” (bottoni, frutti di ciliegie, sassolini…).

Scaricabotte Una versione paretana del gioco della “cavallina”. Alcuni ragazzi accovacciati ne reggevano altri che recitavano una filastrocca senza senso:«Scaricabotte, „na fella e ricotta, „na fella e uttrina, scinne che pise (scendi che sei pesante)» 47


‘O Cummito Un gioco di società fatto soprattutto dalle ragazze. Si giocava a “fare salotto” dandosi dei ruoli precisi: la sposa, lo sposo, gli invitati, le comare… ogni ragazza che partecipava doveva portare qualcosa da mangiare (un po‟ di pane, di zucchero…)

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STORNELLI, FILASTROCCHE E CANZONI Nella cultura contadina ogni evento, sia sacro che profano era accompagnato da canti o filastrocche. Particolari erano gli stornelli. Durante il lavoro sia in campagna che in paese si udivano vici di donne e uomini che si alternavano.

Stornelli di Pasqua □ □ □ □ □

Pasqua vieneme pesche pe‟ dinte „e frasche S‟è rutto „o giarrone - e vien che io tu san „o cannarone Ovilizz, Ovilazz chi nun ci po' verè ci caca „o cazz Chi va a festa e nun s'accatta „o sciore - se ne vene comme nu turzo „e caulisciòre

Stornello dell’innamorato M‟ ha muzzecato la vespa a lu dito Nun aggio che rimmedio ce fà Viene, còcchete „na notte cummico Nuie durmimmo e lu dito se sane

Filastrocca di chi non ha voglia di lavorare Lunnerì lunnerà Marterì nun filà Miercurì perdiette a rocca Gioverì la ritruvaie Viernerì la „ncunucchiaie Sabato me faciette a testa Dummenica juorno e festa

Filastrocca della ragazza tradita Abbascio o pantaniello, aggio truvato „na spingula d'oro l'aggio truvato e tu si nappetiello, (falso, traditore) io songo riale (sincera) a chi dongo „stu core.

Filastrocca dedicata alle ragazze Che martirio pe l‟omme che adda guardà, cierte vote se va in delirio pe „sta robba che stanno a mustà (mostrare) chelle veste so‟ na festa vide a brutta che cchiù bella se fa mentre annanze cummoglie e scarpine a sotto ce pare tutto o suttanino. Firulì, a l'ommo o fanno suffrì Firulà, ca faccia „nterra o fanno schiaffà. 49


Filastrocca della separazione Dicisti che facivi „o scioglimento, e tutto fra di noi doveva finire Ebbene, mi hai fatto il tradimento, se tu l'hai fatto che cosa devo dire? Io domani parto, preparo il mio bagaglio e me ne vò. Però tu consegnami quello che ti ho regalato, non voglio qui sentir più chiacchiere dammi quello che ti ho dato. Taggio dato i fazzuletti e quattordici cazette,vintuno e pare e guanti e sessantatrè mutande; doie scarpe e frische, na pezza e musullino, vintuno reggipetti, „nu camé e merletto, vintuno savanielli e quarantasei curtielli,ducientatrenta spilli, „na pianta po‟ salotto, „nu mbrello e „nu cappotto,quattuordece butteglie e „nu saccone e sbreglie, „na aniello e „nu fermaglio, tre scope e „nu ventaglio. Tu si „na grande donna senza cor, tenive „o curaggio e lassarme sulo, tu tenive veramente l'ossre a fore mo' nisciuno te canosce chiù. Pecchè t‟aggio sfamata coi cibi di sostanza e mo pe' chesta panze me n‟è cacciato. Me iesce a rinde e mane „bu ruoto e mulignane, tre chile e cefalotti e „nu scatulo e biscotti, sessanta caprisciuri e na carta e maccaruni,e poi nun ti rincrisce mezzo quintale i pesce, o vulisti „o cannullichio, non te lo puoi negare: tre chili e frutti e mare. Mariantò, tutto questo ad ogni costo io la voglia tosta tosta la mia roba mano a te nun a voglio chiù tenè.

Filastrocca della richiesta di matrimonio Maddalè, io m'aggio a „nzurà (sposare) o si no „o tiempo passa e me l'aggio miso 'ncapo 'stu capriccio, si nun me „nzoro, io mò pago a tassa*, e me ne trovo 'n „ata e subto me spiccio. Aggio furnuto già vinticinc‟anni, m'ha trovo cchiù bellella e nun me vanto. Me sposo 'na zitella che m'appiccia cchiù e te. O storta, o brutta, o bella, m'ha porto o municipio, che aggia fa, l'ommo sulo nun po sta e perciò m'aggio a 'nzurà. Già m'aggio fatto 'o lietto, „o stipone e a culunnetta (comodino), l'armadio e a cristelliera, duie cummò, cu e finimenti assaie attuorno, dieci seggie, e tazze e 'na guantiera. E lire tutt‟e juorno abbusco (guadagno) e abbrango (arraffo). M'aggio a 'nzurà pecchè niente me manca, perciò m'aggio a 'nzurà. *Si riferisce alla tassa che vigeva in epoca fascista per i celibi che superavano i 25 anni di età

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Detto in tempo di guerra Nott senza luce juorno senza pane e a notte vene l'aeroplano

Filastrocca di Maria Din din la campanella passa Maria ma quanto è bella chi t'ha fatto „stu vestito astipatillo* pe crai** matina. Crai matina è a festa e Maria aiere passaie pe Santa Chiara chi te deve „na mazzata chi te deve „na scuccata chillo sango che scurreva int‟o calice metteva *Conservatelo ** Domani

Filastrocca di Maria (II) Maria steva „ncàmmera e cuseva aspettava lu figlio suoio che veneva sentette „nu rummore pe grare (scale) era San Giovanni che saglieva. «Giovanni, mio Giovanni, che nova puorte avisse visto chillo figlio mio si è vivo o si è muorto?» «Nun laggio visto nè vivo e manco muorto». A Madonna quanno sentette chesto, cadette 'nterra e le se spaccaie lu core. Doppo ddoie ore se svegliaie Maria. E se ne partì pe chella via. «Zingari maleditti, facite lu chiuovo fine e gentile che chella carne bella adda spercià (perforare)». Dicettene e zingari: «L'avimmo a fa gruossi e spuntuti che chella carne bella addà spercià» «Zingari maleditti, avite i‟ spierze (vagare senza meta) comm'o sole, avite „mbracità (marcire) comme 'o limone avite alluggià (alloggiare) sotto e purtune».

Filastrocca di Gesù Gesù Cristo cuglieva li sciuri e agneneva* lu maccaturo**, 51


lu maccaturo e „na cunnulella*** addò fa la nonna l'angiulella . Angiulella do Paraviso chi t'ha fatto „stu bello vestito? Me l'ha fatto „o Signore Dio Astipatillo pe craie matina, Crai matina iammo a festa e l'angiulillo ce aspetta ce aspetta „nccopp e luce e a Madonna e Casaluce ce aspetta ind‟a viarella a Madonna quanto è bella. *Riempiva - ** Fazzoletto - *** Culla

Filastrocca dello scarparo Scarpà me ha fa „nu pare e scarpe urlate, sbrullate e sbringule tagliate Si nun me faie urlate, sbrullate e sbingule tagliate ce pierde a ualature, a sbrulature e pure a sbringulatagliatura.

Canzone della rivalità E po‟ io so‟ nato „nmiez‟e ruotele, tu si nata „nmieze e zuoccule. Chi ce nasce, ce po sta, capisci. Io so „nu giovane, so‟ nato pa scimmerica*, e a scarpa e pelle lucida, a penna e o ben pensar. Perciò penso e dico, o male saie qual è, o male saie qual è? Io so signore e tengo o core cchiù signore e te. Si fosse nato giovane pe vincoli e pe l‟obbligo, pa‟ cascetta e fraula, te liv„a** scurdà. Ma po‟ me metto a ridere, e manco duie righi e lettera scrivo pe te lassà. E perciò te penso e dico, e dico proprio a tte, o male o sai qual è? Io so‟ signore e tengo o core cchiù signore e te. *cappotto, segno di distinzione economica **te lo dovevi

Canzone della monacella Quanno me ietto(1) a fa zì munacella ancora eva(2) cumpì 15 anni. A primma notte che stiette in cella, sentevo il mio caro sposo che ieva(3) cantanno. Tanto da voce bella che teneva, aizaie l‟uocchie „ncielo e me scappaie lu chianto. «Signora badessa, signora badessa, datamella a mezz‟ora e permesso, mentre che vaco in trattoria, vaco a parlà cu „nu fratello do mio». «Sbruignatella(4), faccia tustella(5), chillo era il suo amante sposo e a ditto suo fratello». «Luateme(6) sti panni, vestiteme da sposa, chillo era il mio amoroso che nun ha potuto arripusà(7)». (1)andai 52


(2)dovevo (3)andava (4)svergognatella (5)tosta (6)toglietemi (7)riposare

La canzone del giocatore Nu juorno ce steve „nu jucatore che a moglie e a figlia eva(1) campà. Nu juorno se vide in disperazione e „mmiez‟ a „nu bosco se mette a chiammà. Se mette a chiammà chella brutta tentazione, chella brutta tentazione. «Tu jucatore che vuò che m‟haie chiammato, che vuò che m‟haie chiammato?» «„Na somma e dinare m‟avite(2) a da». «Tu jucatore, si tu lu dice overo, si tu lu dice overo, sulo l‟anema e tua mugliera tu ce ha dà». Quanno arriva a diecimila lire, a diecimila lire, «mugliera mia viestete e iammuncenne(3), viestete e iammuncenna che li signure ce stanno a aspettà». Quanno arriva a diecimila lire, a diecimila lire, «trova „na cappelloccia, marito mio, me voglio scravaccà e „n‟orazione a Maria voglio fa». (La donna entra in chiesa) «Mamma mia, tu dimme a verità, tu dimme a verità. Dimme mariteme addò me vo purtà pe guadagnà e a quale povero bosco va a chiammà». La Madonna se spoglia e chillo viso, se spoglia e chillo viso, e si mette into o‟ viso da figliola. (La donna esce dalla chiesa) Mugliera mia comme te si fatta bella, come te si fatta bella, chella è a cuntantezza de denare, chella è a cuntantezza de denare, doveva mi dovete (3)andiamocene (1)

(2)

La canzone di Cecilia „Ncopp‟a „na muntagnella, nave che bella e fiore d‟amor; „ncoppà „na muntagnella ce stevane tre figliole: Cecilia e la cchiù bella e nave che bella e fior d‟amor; Cecilia e la cchiù bella e fior d‟amor, e mentre che ricamava, l‟anello le cascò. Menammo(1) „n‟uocchio all‟onda, nave che bella e fiore d‟amor, menammo „n‟uocchio all‟onda, pare che veco „na piscatore. Tu piscatore dell‟onda e nave che bella e fiore d‟amor, tu piscatore dell‟onda, vieni quaggiù a pescar. Se ti pescherò l‟anello, nave che bella e fiore d‟amor, se ti pescherò l‟anello, che cosa mi dai a me? Me trovo ciento scuse, nave che bella e fiore d‟amor, me trovo ciento scuse e una borsa di denari. La borsa di denari, nun la voglio, nave che bella e fiore d‟amor, 53


la borsa di denari, nun la voglio, voglio „nu bacio del primo amor. Un bacio non te lo posso dare, nave che bella e fiore d‟amor, un bacio non te lo posso dare, c‟è mio marito che m‟accira. E vien allora di notte, nave che bella e fiore d‟amor, e vieni allora di notte quanno stanno tutti a durmì. Cu „na mano apro la porta, nave che bella e fiore d‟amor, cu „na mano apro la porta, pe „n‟ata t‟abbraccio a te. Marito mio perdona la donna e nave che bella e fiore d‟amor, marito mio perdona la donna e che io aggio pazziato. Non perdono le donne, nave che bella e fiore d‟amor, non perdono le donne, no nessuno e io ti ammazzerò. Sonate li campanelli, nave che bella e fiore d‟amor, suonate li campanelli che è morta Cecilia bella. Suonate li campanoni, nave che bella e fiore d‟amor, suonate li campanoni che è morta Cecilia a puttanona. buttiamo

(1)

La canzone del monaco cappuccino Un monaco cappuccino che andava a chiedere l‟elemosina, arrivò in una casa dove abitava una ragazza che in quel momento era molto malata. La madre lo fece entrare per far confessare la figlia. Il monaco disse: «Mo‟ la confesso io co‟ sto‟ curdone». La mamma nel frattempo andò in farmacia e quando tornò il fatto era già compiuto. In realtà il monaco era il fidanzato Parte Cantata: Oih ma‟ quant‟è bellillo „o zio munaciello Oih ma‟ quant‟è bellillo „o zio munaciello Chillo m‟ha fatto passà Chillo m‟ha fatto passà Chillo m‟ha fatto passà „na ciorta „e freva E a mamma se credeva a freva do friddo E a mamma se credeva a freva do friddo Ruvugliù, Ruvuglià è a trubesia (tubercolosi). E „ncapo a cinco mise „na ciorta e freva E „ncapo a nove mise ruvugliù ruvuglià „nu cappuccino, e arrisigniva tutto a arrisignava tutto a zio munaciello

Margarita de Parete Margarita de Paréte, Era 'a sarta de ssignore, se pugneva sempe 'e ddete pe' penzare a Salvatore...

( Cinquegrana, Fassone)

E' caduta dinta rezza chella povera senzélla... se tagliasse chella trezza, se facesse munacella! Margarí', hê perzo a Salvatore...

Margarí', hê perzo a Salvatore... 54


Margarí', ma ll'ommo è cacciatore... Margarí', nun ce haje colpa tu... chello ch'è fatto...è fatto, 'un ne parlammo cchiù!

Dice a gente che a Parete, c'è na fonte 'mmiez'ê ppiante... e chi passa e tene sete, guarda, véve...e passa 'nnante! Margarí', hê perzo a Salvatore...

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DETTI E PROVERBI Ogni area geografica ha i prori detti e proverbi, quelli nati a Parete sono legati al vissuto contadino o ad episodi della memoria collettiva…                                     

A cammisa do curto nun va a nisciuno A cape te serve sulo pe spartere e recchie (testa che non pensa, testa vuota) A carne a sotto e i maccarone „ncopp (portare o mettere su ciò che è meno importante) A chillo le fete „o mustaccio (uomo di principio, guappo) A coppo o tuocco (ceppo, parte di tronco d‟albero) addà ascì (uscire) a tacca (legno per il fuoco) Accuitamme (accontentiamo) a creatura (rivolto ad un adulto che fa i capricci) Acquaiuò (acquaiolo), l‟acqua è fresca? È comme a neve (nessuno disprezza ciò che vende) Addò arrivammo mettimmo o spruoccolo (asta di legno) (si fa quello che si può fare). Addò c‟è gusto nun c‟è perdenza Addò nun miette l‟ago, miette a capa (se non si rimedia subito, diventa guasto irreparabile) Addò nun vide l‟uocchie, nun te aspettà e lacrime A confidenza è padrone da mala creanza A chietta (gruppo di contadini) do capurale Pavarasessa tutti principi e principesse, a chietta do capurale o' Cippetto tutti stuorti e scanganeti. (questo detto testimonia la rivalità tra i vari caporali) A cera se struie (consuma) e a processione nun cammina A cunfedenzia è padrone da mala creanza. A famme è „na brutta bestia A fèmmena nun se sposa 'o ciuccio pecchè le straccia e lenzole (le donne vogliono sposarsi comunque) A fortuna mia sta annascosa „nmieze e spine: va pa ascì e se pogne A furtuna 'e scazzetta, jette p' fa e se ne carette. A gallina fa l'ove e a o gallo l'abbrucia o culo A gente cu e stentine (intestini) „nmano, vanno a mangià o suffritto int a cantina (in risposta a chi si lamenta eccessivamente di un liene malanno) A gente e Fratta chi nun e sape care s‟accatta (se li compera) A lietto stritto, cùcchete 'nmiezo (per evitare di cadere) A vecchiaia co‟ e cauze rosse (da vecchie vogliono vestirsi come giovani) A mala nuttata e a figlia femmena (due sfortune insieme) A mamma pe nun putè vedè e nore (nuore) vo verè „o figlio co culo a fore A meglia vita è a vita e Michelasse: magne, beve e sta o spasse (non lavora) A morte a chi acconcia (aggiusta le cose) e a chi sconceca. A morte nun guarda 'nfaccia a nisciuno A murì e a pavà (pagare) nce sta sempe tiempo A „o core nun se cumanna A paura fa nuvanta e chi s‟a piglia fa nuvantuno A pulenta t'abbotta (gonfia) e t'allenta (stanca), sulo pe „n'ora te fa sta cuntento A tutto c‟è rimedio, tranne che a morte All'anema do pere e puorco (una cosa spropositata) Ambasciatore nun pave pena. Ammore e mamma nun te 'nganna 56


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Ammore nun va truvanno ricchezze Ammuina è bbona pa guerra Appilà a vocca a qualcuno (mettere a tacere) A tardanza nun è mancanza (meglio tardi che mai) Arille, arille, arille, sti fatti ca' nun vann pe chilli (sono fatti diversi) Ascì a fore e panne (uscire dalle righe, fare una cosa scandalosa) Ave Maria, a nacerta (lucertola) dinto a via: a ietto a manià e chella me muzzecà Ca e pezze e ca 'o sapone (do ut des) Cainate (cognate), facce lavate (false) Cainati (cognati), foglie scaurate (non valgono niente) Caurà (pentola grande che si metteva sul fuoco) fatte llà che me tigne (tingi) Chi bella vo parè, pene e guai se adda paté (patire) Chi chiagne (piange) fotte (inganna) a chi ride Chi cumanna nun sude (chi comanda non suda) Chi è nato po marito, nun more vecchia zita (zitella) Chi fa benne addà (ha da) essere acciso. Chi fatica magna, chi nun fatica magna e beve. Chi fraveca (costruisce) e sfraveca (demolisce) nun perde mai tiempo Chi male fa, male penza. Chi male me vo‟, bene me vo' Chi nun è avezzato a tenè e brache, quanno e tene tutto se caca Chi nun sente a mamma e o pate se trove e parte che nun sape Chi prateca cu o zuoppo, 'ncapo all‟anno zoppeca. Chi se vanta nun vale „nu fasulo Chiove e acqua fà, a casa e l‟ate nun se va Chiove e iesce o' sole, tutte e vecchie fanno ammore, fanno ammor e dinto „o tiano tutte e vecchie sò ruffiane Cunsiglio e volpe, rammeggio (danno) pe valline (galline) Cuofene (paniere) saglie e cuofene scenne, l'anema mia Dio sa piglie (Il lavoro dei campi sfianca) Damme e dongo (dammi e do) e amicizia dura Dio vede e provvede. Doppo arrubbato, Santa Chiara se facette e porte e fierro E juorno guardate attuorno, e notte nun parlà forte E sordi fanno venì a vista a e cecati Essere 'na mezza pugnetta (basso di statura) Essere 'na mosca janca (molto raro) Essere 'n‟ommo e conseguenza (uomo d‟onore) Essere 'nu spilapippo (molto magro) Fa comme t'è fatto che nun è peccato Gesù Cristo è lungariello, ma no scurdariello (può tardare ma non dimentica) Giorgio se ne vo ire e „o vescovo no vo mannà Grazie, quanno a trippa (pancia) sta sazia, quanno sta riuna nun ringrazia a nisciuno Iamme e venimme che guallera (coglioni) tenimmo I (andare) a fa o' battesimo senza a creatura (tralasciare una cosa importante) I facenno zite e murticielle (partecipare a tutte le occasioni per divertirsi) 57


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Iennere (generi) e neputa, chello che faie è tutto perduto L'asiniello piccirillo pare sempe bellillo L'ommo è comme a ‟nu gravone (carbone): muorte, te tegna (tinge), e vivo te coce (scotta) L‟ommo co sacco e a femmena ca sacca (tasca), o vence (L‟uomo può guadagnare quanto vuole, se la donna è spendacciona si è sempre in miseria) Mazz'e panell fann'i figlie bell', mammm'senza mazz fa i figlie fess'e pazz. Meglio essere parente a cana che o cane (della donna che dell‟uomo) Meglio „nu quintale „ncuollo (sulle spalle) che „nu quarto a culo Meglio „na mala jurnata che „na mala vicina Mentre a bella sa pretene, a brutta s‟ammarita (prende marito) M'par'a badess'p'tant na less'. Mmore (povera) chella pecora che nun fa a lana soia „Ncapo „nu truono a chi nun piace o buono Nisciun te dice: lavate a faccia che par cchiù bella e me! Nu chiappo „mpise (ragazzo molto discolo, furbo) Nu',puorc s'fa rass'e nu'figlie s'fa fess' Lietto se chiamma Rosa, si nun duorme, ripose Occhi e malocchi e butticielli agli occhi, chi vo male a sta figlia mia adda vedè 'o culo co‟ l'uocchi Medico pietuso fa a chiaia (ferita) fetente Sazio nun crede „o iaiuno (digiuno) Par farenello (uomo eccentrico) Pare a monaca e bis-bis fino a quanno nun trova a isso (l‟uomo giusto per il matrimonio) Passata a cinquantina, „nu dulore a sera e „n‟ato a matina Pazzi e criature Dio l‟aiuta Pazziammo e redimmo, ma a tabacchera nun a muvimmo (non tocchiamo i tasti seri) Prievete, monache e cani; s'addà j sempe cu' „nu stacchero (bastone) „n mano Puozzo carì „nu tuono sicuro addò nun ce stanno e criature Quanno vide appiccià (accendere) o pagliare e l‟ate, guardate o tuoie Ruoccolo (broccolo) è figlio a foglie (tale padre, tale figlio) Santa Barbara, scoppa a rassa, ciento miglie e ciento passi; ciento a je (andare) e ciento a venire, „npuzzo e mare pozza j a finire. Si a fessa (sesso femminile) tenesse e manicelle, pure chella nce desse mmano e figlie (un padre che dà tutto, fa passare ogni capriccio ai figli) Si tien a sciorta, m‟enate a mare, che pure o' mare te caccia So belli e Santi, so belle e Madonne, ma chi aiza „stu diavulo a ca „nterra? (quando il peso è eccessivo) Statte accorta che se ne addona (accorge) „o fegato e se ne jesce „o pulmone Tanto gira u puorco pa rogna che trova a purcella pa zella (accoppiamento dei simili) Tiene o pizzo (becco) bbuono e e scelle (ali) rotte (mangia ma non vuole lavorare) Tiene a sciorta e Cazzetta: ietta a piscià e se ne cadette Tutti vann'a a vedè „o muorto e passà, nisciuno pa casa soia Tutto fummo e niente arrusto (solo apparenza senza sostanza) U ciuccio porta a paglia e „o ciuccio sa‟ raglia (la mangia) U lassato è perduto (bisogna cogliere le occasioni) Viestete Ciccone che pare barone (l‟abito fa il monaco) 58


PREGHIERE E GIACULAT ORIE

Preghiere del mattino Madò*, mannece 'nu bbuono juorno a nuie e a tutto o prossimo cristiano e chi male o bene ce vò. *Si scrive con la “d” e si legge “r”

Buongiorno Madonna mia tutto il mondo a voi si inchina per il frutto che donaste tutto il mondo rallegraste, rallegraste l'anima mia Buongiorno Madonna mia

Preghiere della sera Me cocco e m'adderizzo, quattro cose arraccumanno a Gesù Cristo. Luca, Marco e Matteo e Santo Bartulumeo e santa Margherita. Fatt'a croce e còcchete cummico. Me cocco dint'a 'stu lietto e Maria tengo 'mpietto. Io dormo e Maria veglia si è quaccosa me risveglia. Gesù Cristo m'è frate, San Giuseppe m‟è pate, a Madonna m'è mamma, e Sante me songo pariente, se cocca..... (nome della persona che recita la preghiera) e nun se mette paura e niente. Me cocco dint'a 'sta fossa cu chesta preta me cummoglio. A capo o lietto mio c'è nostro Signore Dio, accanto o Spirito Santo, all'ato lato l'Annunziata, ai piedi Santo Sirvestro, 'nmiez 'a casa San Biasio, 59


'nfaccia a porta l'angiulo forte che 'nce fa sòsere (alzare) vivi dimane a matina. E 'na santa notte 'n'angelo a porta a Maria. Pa casa, o triste se ne jesce e o bbuono nce trase, e nce trase Gesù Cristo cu e quatto Evangelisti, Luca, Marco, Matteo e san Bartolomeo e Santa Margherita. Fatt'a croce e cocchète cummico. Io me cocco a lietto e a Madonna sta e rimpetto, io me cocco e essa veglia, si è caccosa me risveglia. Io me cocco e me sto cuccato, trideci angeli tengo 'ncapo, trideci angeli tengo a lietto e a Madonna tengo 'mpietto. Sott'o manto da Madonna aiutame tu Madonna mia si o dummonio me vena a tuccà Madonna tu m'add aiutà. Me voglio fa 'na croce tanto bella cu 'nu braccio 'ncielo e 'n'ato 'nterra. San Giovanni passione co 'nu libro 'nmano leggeva peccatori e peccatrici. Chi sape o Verbo e Dio, o riceve, chi nun o sape se l'addà 'mparà; si no all'ato munn sette linee e fuoco addà passà. Buona sera Regina grande che fiorisci come palma. Benedetta sei tu come il nome di Gesù, la bella mamma mia che sapete voi chi è la Vergine Maria che porto "mpietto" a me. Gesù, Giuseppe e Maria pace pe vuie e pe chest'anema mia. Gesù, Giuseppe e Maria te dongo 'stu core e 'st'anema mia; 60


assestiteme fino all'urdema agonia. Aggio a murì e nun saccio quanno; aggio a murì e nun saccio comme. Pozzo murì e nun saccio addò. Pozzo murì stanotte, me trovo in peccato mortale e me ne vaco dritto all'inferno. Vergine 'Mmaculata liberateme 'sta nuttata a nun murì cu lu peccato. Me cocco e m'adderizzo, tre cose cerco a Gesù Cristo: Confessione, communione e Uoglio Santo e co tutt'e Sacramenti. Saccio a cuccata e nun saccio a susuta e m'arraccumanno a Santissima Trinità. Maria tengo 'mpietto, io dormo e essa veglia si è quaccosa me risveglia. Me cocco dint'a 'stu lietto, io sopra a lana, Dio sopra a Croce. Misero me che aggia murì tutt'e ccose annà furnì. Angelo, Arcangelo, Madonna do Carmine, aiutece e accumpagnece, accumpagna chest'anema mia che aggia murì 'ngrazia e Dio. Cqua santa benedetta, tu me lave e tu m‟annette m‟annette sti‟ piccati a fa comme si mo‟ fosse nato

Preghiere alla Madonna E sempre sia lodato a chi mente ci ha portato o Regina sacratissimo Rosario a chi rendi grazia. Sia benedetta a Madonna e santo Dumminico e 'stu rusario che cantammo a Maria l'appresentammo. Ce l'appresentammo tutti in gloria 61


e sia pe l'anema del purgatorio. Ce l'appresentammo in compagnia e 'stu rusario è di Maria, l'appresentammo a lu buon amore chè lu canta lu paccatore. O Maria, madre d'amore, Maria che di sabato nasciste, una grazia io ti voglio dumandare, pe chillo Santo Figlio che faciste e prego che tu mi puoie perdonare. E poi Maria mia, ne tengo divozione e pensammo a Gesù Cristo e alla Santa Passione. Io ho visto o peccatore e comme staie accussì sdignata e Gesù nostro amore che di spine sta incoronato. 'Ncopp'a la Croce è morto e patì 'na notte sana. Fu condannato a morte e la croce lu travisò 'nmieze a mille spade. Piangeva la cara madre quanno lo vide 'ncroce. Piangeva l'afflitta mamma ai piedi di quella Croce. Non devi piangere più o dolcissimo mio Gesù, non devi piangere più. A Madonna 'nmiezo o mare steva e nun se bagnava e manco se nfunneva cu nu libro e oro mmano teneva. Cu l'uocchie liggeva e cu lu core chiagneva. O figlio suoio le diceva: «Mamma, mamma pecchè chiagne?» «Figlio, figlio che brutto suonno m'aggio sunnato, li giudei t'avevano acchiappato, 'na curona e oro t'avevano levato e cu 'n'ata e spine t'avevano 'ncoronato» «Mamma, mamma chesta nun è bucia, ma verità». Chi o dice tre vote e notte, nun ha paura da mala morte; chi o dice tre vote e matina, nun ha paura do male destino; chi o dice tre vote 'ncampagna, nun ha paura nè de trone, nè dei lampi. 62


Atto di dolore M'addenocchio 'ncoppo a 'st'altare Dio mio nun ve sdegnate Scennite angiuli santi e annettàteme (asciugate) 'stu chianto; annettàtamillo pulito che ha scennere Gesù Bambino. M'accosto sull'altare, Dio mio nun te sdegnà pe 'stu peccato maledetto che tengo dinto a 'stu pietto. Scenne l'angelo santo, annèttateme 'stu chianto, che il vostro Gesù ce deve trasì: ànema mia, scòpete (spazza) a casa che adda trasì il vostro sposo. Quatto carezze quanno trase, atti e carità preziosi.

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I VOLTI DI PARETE

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SCHEDA STORICA CHIESA DI S.PIETRO Secolo XII Una ipotesi vuole che la chiesa sia stata edificata tra il 1100 e il 1250 sui ruderi della preesistente "cella sancti Petri" edificata nei primi secoli del cristianesimo.

Colonna stile Corinzio lato sinistro Chiesa S. Pietro

1400 Prima notizia di questa chiesa riguardante la costruzione di un oratorio da parte del presbitero Andrea Russo, riportata in una "Miscellanea Bullarium et beneficiorum reddituum", che si conserva nell'archivio vescovile di Aversa 10 Marzo 1476 Renzo de Lucia di Aversa riceve il possesso della cappelleria della chiesa con una bolla di investitura 71


da parte del Vescovo di Aversa Giovanni Paolo. Secolo XVI Prima ristrutturazione. 13 Maggio 1542 Visita di Monsignor Fabio Colonna. In quell'anno era cappellano don Nicola De Composta. 1596 Il quadro di Maria SS. della Rotonda viene portato in questa chiesa. 1597 Il Vescovo Pietro Ursini visita la chiesa e parla nel suo libro del nuovo altare eretto a Maria SS. della Rotonda. 1621 Visita del Vescovo mons. C.Carafa Aprile 1621 E' battezzata in questa chiesa Dorotea Anna Virgilia, figlia di don Marino Caracciolo e donna Costanza di Capua 25 dicembre 1697 E' sepolta in questa Chiesa Maria Ursino, moglie di don Francesco Moles, duca di Parete. 6 dicembre 1717 E' sepolto don Giovanni Moles, duca di Parete, figlio di don Francesco 17 agosto 1707: Si domanda il permesso di fare nella cappella di S.Maria delle Grazie una nicchia per riporvi la statua di S.Pietro. 1722 Visita del card. Innico Caracciolo 1732 Parete fu colpita da un tremendo terremoto e la chiesa ne restò danneggiata. Don Silvestro Conti, parroco in quel periodo, ricorse ad un debito di 62 ducati per ripararla. 1750 Intorno a quell'anno fu costruita, all'interno della chiesa, la cappella di S.Anna. 9 gennaio 1774 Fu sepolta, nella cappella del Carmine, Maddalena Moles, moglie di Nicola Caracciolo, principe di Avellino e duca di Parete. 1789 72


Costruzione dell'altare di marmo della cappella del Purgatorio. 1803 La cappella dell'Annunziata di proprietĂ della famiglia Di Marino rischiĂ’ di essere demolita. Fu solo in seguito all'intervento di don Tammaro Di Marino che il progetto di demolizione fu sospeso. 26 Agosto 1803 Don Luigi Pezone - don G.B.Di Marino - don Bernardo Pezone - don Alessandro Gagliardo - don Saverio Cecaro - don Antonio Tamburrino e don Matteo Di Marino dichiararono il possesso della cappella dell'Annunziata della famiglia Di Marino con tutti i diritti spettanti ad essa. 1825 Costruzione del palco dell'organo con la cooperazione del sacerdote don Antonio Tamburrino. 1826 Distruzione di un muro della cappella della Madonna delle Grazie fatta ricostruire in seguito al ricorso di Don Tammaro Di Marino. 1829 Data di fusione di una delle tre campane del campanile. 1848 Visita del Vescovo De Luca 1888 - 1890 Costruzione della nuova sacrestia Rifacimento della cappella del Carmine Una leggenda di Parete racconta che sotto l'altare di questa cappella erano le reliquie di S.Pio Papa. 1906 Costruzione dell'orologio sul campanile 1939 Un decreto ministeriale cataloga la Chiesa di S.Pietro come Monumento nazionale

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1958 Ristrutturazione della chiesa

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ELENCO DEI PARROCI DELLA CHIESA DI S.PIETRO APOSTOLO 1476

DON RENZO de LUCIA di Aversa

1575

Don LUIGI CAMPANIA di Aversa - Cappellano

1542

Don NICOLA de COMPOSTA

1565/1573 Don GIOVANNI ANGELO PAGANO 1591

Don OTTAVIO GIGLIO di Aversa

1594

Don MARCANTONIO FERIA

1599/1612 Don VINCENZO GRIMALDO - Parroco 1613/1630 Don TAMMARO FABOZZI 1630/1666 Don GIULIO BIANCARDO 1666/1668 Don TOMMASO PEZONE 1668/1675 Don GIOVANBATTISTA PIROZZI 1675/1693 Don CARLO AVERSANA 1693/1702 Don SALVATORE CANTILE 1702/1732 Don ROCCO BASILE 1732/1758 Don SILVESTRO CONTI 1758/1783 Don FRANCESCO ANTONIO PEZONE 1783/1795 Don DOMENICO FELICELLI 1795/1822 Don MELCHIORRE BASILE 1822/1845 Don MICHELE FABOZZI di Trentola 1845/1875 Don GIOVANBATTISTA GRASSO 1876/1902 Don FILIPPO SANGIULIANO 1902/1930 Don PIETRO DELL'AVERSANA 1930/1953 Don GIUSEPPE TAMBURRINO 1953/1968 Don CARMINE CICCARELLI 1968/...

Don ANTONIO BASCO

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Don EMILIO TAMBURRINNO 75


SCHEDA STORICA PALAZ ZO DUCALE

Anno 1440 Il re Alfonso d'Aragona accetta le scuse dei cittadini della cittĂ di Aversa per il "crimine i ribellione e lesa maesta'" e chiede in cambio che "Serro Brancaccio consegnasse alla regia corte LA TORRE di Parete" Anno 1675 Francesco Giordano, duca di Parete, moriva "in suo palatio". La voce popolare tramanda che in questo periodo furono abbattute le torri ed il castello assunse la forma attuale di palazzotto. Inizio secolo XX Il palazzo ducale era di proprieta' della famiglia Caracciolo di S.Teodoro 18 gennaio 1917 Il palazzo fu venduto da donna Teresa Caracciolo al signor Vincenzo D'Alterio per 16.000 lire. 1939 Un decreto ministeriale cataloga il palazzo ducale come monumento nazionale. Anno 1990 Gli eredi della famiglia D'Alterio hanno venduto il palazzo al Comune di Parete

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ELENCO DEI FEUDATARI

Secolo XIII 1267 - Ruperto Scaglione, signore di Parete sotto Carlo I d'Angiò Angelus Miles di Gaeta Maria Apayes, ava paterna di Francesco Boccapianola Bianca Latro, baronessa di Parete Secolo XIV 1302 - Berardo Caracciolo, signore della terza parte del feudo 1311 - Giovanni Caracciolo. 1311 - Francesco Boccapianola succede, nella signoria d'una parte del feudo, all'ava paterna, Maria Apayes 1311 - Guglielmo Abenavolo 1322 - Pietro Cacapece 1333 - Aldomario Romano di Scalea, riceve da Roberto D'Angi tutti i beni che in Parete avea Francesco Boccapianola, vecchio di ottanta anni e senza eredi legittimi. 1333 - Giovanni de Ponte, padrone della quarta parte del feudo di Parete. 1335 - Ciccarello e Giovannuncio de Ponte, eredi dello zio Giovanni de Ponte 1335 - Andrea di Campo di Fiore, padrone della quarta parte del villaggio per averla comprata da Ciccarello e Giovannuncio de Ponte. 1337 - Giovanni di Ariano riceve dalla Regina Sancia tutti i beni che erano appartenuti ad Aldomario Romano. 1343 - L'Ospizio ospitaliero della chiesa di S.Maria Spina Corona di Napoli, per aver ricevuto una parte del villaggio da Giovanna I. 1346 - Giacomo Caracciolo, signore del feudo di Parete, sotto Giovanna I. 1374 - Il Monastero di S.Martino di Napoli possiede parte del casale, per concessione di Giovanna I.

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Secolo XV 1423 - Il monastero di S.Martino possiede ancora il suo feudo in Parete. 1440 - Sarro Brancaccio possessore, in questo anno, della Torre di Parete, forse perchè padrone del feudo. 1476 - Berardo Caracciolo 1480 - Francesco Coppola compra il feudo da B. Caracciolo Secolo XVI 1503 - La famiglia Abenavolo investita del feudo di Parete dal vicerè Gonsalvo di Cordova. - Pietro di Capua riceve, dagli Abenavolo, la signoria di Parete. 1528 - Berardino Filangieri, fino a quest'anno, signore di Parete 1528 - Geromino de Colle riceve il feudo dal principe di Orange 1532 - Francesca Mombel, principessa di Sulmona e di Boiano, maritato a Carlo della Noy, principe di Sulmona e poi vicer di Napoli, riceve in dono da Carlo V il casale di Parete - Giorgio della Noy, riceve il feudo dalla madre, Francesca Mombel - Pietro Marcario compra il feudo di Parete 1590 - Goffredo Scaglione, signore di Parete Secolo XVII 1615 - Antonio Carafa, duca d'Andria, e donna Francesca della Noy, duchi di Parete 1615 - Camillo Caracciolo, principe di Avellino, compra il feudo di Parete da Antonio Carafa e Francesca della Noy. - Don Marino Caracciolo cede a don Giuseppe, suo fratello, il casale di Parete 1629 - Don Giuseppe Caracciolo e donna Costanza di Capua, signori del feudo 1642 - Il monastero di S.Martino continua a godere parte del Casale di Parete 1675 - Don Francesco Moles compra il casale di Parete da don Marino Caracciolo, principe della Torella 1675 - Francesco Giordano, duca della terra di Parete 1717 - Giovanni Moles, duca di Parete 78


1731 - Don Carlo Francesco Moles-Trivulzio, duca di Parete ( autore del libro “Discorso intorno alle Imprese� pubblicato nel 1731 ) 1750 - Don Francesco Caracciolo e Maddalena Moles - Nicola Caracciolo, figlio di Francesco Caracciolo e Maddalena Moles Secolo XIX 1808 - Francesco Maria Caracciolo, principe di Avellino e duca di Parete

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I SINDACI DAL 1807 AD OGGI

1807

SAMUELE TAMBORRINO

1808/9

LUIGI PIROZZI

1810/1811

GIUSEPPE SICA

1812

DOMENICO CECARO

1813

ANTONIO DI CESA

1813/1815

DAVIDE CECARO

1816/1819

MICHELE GRASSO

1820/1821

PAOLO FELICELLI

1822/1825

RAFAELE PEZONE

1826

CRISTOFARO SANGIULIANO

1827/1828

RAFAELE PEZONE

1829

CRISTOFARO SANGIULIANO

1830

FRANCESCO PIROZZI

1831/1837

RAFAELE PEZONE

1838/1846

PASQUALE MAIONE

1846

VINCENZO DELL'AVERSANA

1847/1850

RAFAELE PEZONE

1851/1856

RAFFAELE PICONE

1856/1867

GIUSEPPE CECARO

1867/1875

ANTONIO PIROZZI

1875/1876

Avv. LUIGI PEZONE

1877/1881

MICHELE DELL'AVERSANA

1882

Notaio LORENZO FABOZZI 80


1882/1885

NICOLA DI NARDO

1886/1899

Ing. DAVIDE CECARO

1900

GIUSEPPE CACARO

1901/1905

DONATO D'ANDREA

1905/1913

Ing. DAVIDE CECARO

1913

NICOLA DI NARDO (per un giorno perchè‚ deceduto)

1913

Notaio ANGELO RAFFAELE DELL'AVERSANA

1913

Rag. MICHELE SCHIENA, regio commissario

1914

DAVIDE CECARO

1915/1916

ANGELO RAFFAELE DELL'AVERSANA

1917/1919

DAVIDE CECARO

1920/1926

Avv. NICOLA MIRAGLIA

1926/1927

Cav. NICOLO' BASILE, podestà

1928

Avv. RAFFAELE PROTO, commissario prefettizio

1928/1930

Prof. GAETANO CORRADO, podestà

1930/1932

FELICE TANGO, commissario prefettizio

1933

Avv. DIODATO PAOLIZZI, commissario prefettizio

1933

Avv. MODESTINO ORABONA, commissario prefettizio

1934

DOMENICO CECARO, commissario prefettizio

1935/38

DOMENICO CECARO, podestà

1939

Prof. GAETANO CORRADO, commissario prefettizio

1939

Prof. GAETANO CORRADO, podestà

1940

Prof. GAETANO SERAO, podestà

1941

Dott. ENRICO FARINA, commissario prefettizio

1944

TOMMASO SABATINO, commissario prefettizio

1944

TOMMASO SABATINO, podestà 81


1945/1946

TOMMASO SABATINO, commissario prefettizio

1946

RICCARDO DELL'AVERSANA, commissario prefettizio

1946

FRANCESCO DI MARIA, commissario prefettizio

1946/1948

Avv. NICOLA MIRAGLIA

1949/50

Dott. SILVESTRO DELL'AVERSANA

1951

SALVATORE PEZONE

1951

SILVESTRO DELL'AVERSANA

1951

SALVATORE PEZONE

1952/1956

Prof. EMILIO MOLA

1956/57

DOMENICO FALCO

1957

SILVESTRO DELL'AVERSANA

1957

DOMENICO FALCO

1957/1964

SALVATORE AVERSANA

1964/1966

VINCENZO D'ALTERIO

1966

Dott. BONAVENTURA COSTABILE, comm. prefettizio

1967

Prof. NICOLA MACCHIONE

1967

Dott. BONAVENTURA COSTABILE, comm. prefettizio

1967/1968

Prof. NICOLA MACCHIONE

1968/1969

LUIGI DI MARINO

1970/1971

AGOSTINO FALCO

1972

DOMENICO FALCO

1973

Dott. GENNARO FALCO

1973

LUIGI DI MARINO

1974/75

C. RICCIARDI, Comm. Prefettizio

1975/1985

LUIGI DI MARINO

1985/1987

ANTONIO ORABONA 82


1987/1988

EDUARDO NUGNES

1988

DONADIO Comm. Prefettizio

1988/93

Luigi a.e. Verrengia

1993/2001 Pietro Paolo Ciardiello 2001/2006 Pietro Volpe 2006/2011 Luigi A.E. Verrengia 2011/...

Raffaele Vitale

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Avviso d'asta del 1875 a firma del Sindaco Avv. Luigi Pezone 84


METAMORFOSI DI UNA TERRA ................................................................................................................................... 5 PARETE COME ERA ..................................................................................................................................................... 12 USI E COSTUMI DELLA CULTURA CONTADINA .................................................................................................... 17 EPISODI DI MEMORIA COLLETTIVA ......................................................................................................................... 25 RACCONTI DI VITA VISSUTA ...................................................................................................................................... 28 I CUNTI ............................................................................................................................................................................. 37 LE RICETTE ANTICHE .................................................................................................................................................. 46 GIOCHI ............................................................................................................................................................................. 47 STORNELLI, FILASTROCCHE E CANZONI .............................................................................................................. 49 DETTI E PROVERBI ....................................................................................................................................................... 56 PREGHIERE E GIACULATORIE .................................................................................................................................. 59 I VOLTI DI PARETE ........................................................................................................................................................ 64 SCHEDA STORICA CHIESA DI S.PIETRO................................................................................................................. 71 ELENCO DEI PARROCI DELLA CHIESA DI S.PIETRO APOSTOLO .................................................................... 75 SCHEDA STORICA PALAZZO DUCALE .................................................................................................................... 76 ELENCO DEI FEUDATARI ............................................................................................................................................ 77 I SINDACI DAL 1807 AD OGGI .................................................................................................................................... 80

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Libro terra di parete  
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