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Bimestrale di informazione dell’associazione prodigio onlus sul mondo del disagio e dell’handicap

Numero vI -dicembre

2019 - anno Xx - 117° numero pubblicato

p r o g e t t o d i gi o r n a l e

Premio Melchionna - IV ed.

L.I.L.A

Stiamo tornando...

“Conosci te stesso!” pagina 3

Aut. del Trib. di Trento n. 1054 del 5/6/2000 - Poste Italiane spa - Spedizione in abbonamento postale - 70%- DCB Trento . Contiene I.R.

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Oltre i limiti

Punti di vista

I limiti e le parole che contano pagina 4

pagina 8

Nessuna barriera può fermare! pagina 10


IN EVIDENZA

EDITORIALE

Ai nostri lettori con affetto

Care lettrici e cari lettori, La redazione tutta vi ringrazia per averci letto e sostenuto, sperando di avervi incuriosito con la nostra costante ricerca di una Un numero che vogliamo dedicare alla parola inclusione: incluṡióne s. f. [dal lat. Inclusio -onis]. Rappresenta l’atto o il fatto di includere, cioè di inserire, di comprendere in una serie, in un tutto. L’etimologia di una parola qui ci descrive in maniera fredda un fenomeno vivo che ritroviamo in ogni aspetto della nostra esistenza, fisica, biologia, chimica, spirituale e sociale. Una parola spesso utilizzata con sufficienza, a sproposito e senza comprenderne la sua reale natura ed essenza. Nel raccontare esperienze e storie, cerchiamo sempre di tenere a mente quanto essa sia invece vitale, concreta e assolutamente parte fondante della nostra società. Crediamo, ogni volta che ci approcciamo a scrivere un articolo che sia importante sottolineare i benefici di una cultura dell’inclusione, e a volte ci pare di toglierle forza nel momento in cui la pronunciamo. Questo forse perché viviamo in una realtà e in un tempo, dove ci si è dimenticati cosa vuol dire includere, cerchiamo piuttosto di escludere, perché ci pare più semplice, più immediato negli effetti. Includere è un’azione, invece, che costa fatica, impegno e bisogna crederci affinché generi quelle ricadute positive che solo un sistema davvero inclusivo può generare. Lo vediamo nelle società che riteniamo più evolute, dove si lavora costantemente per mantenere i più alti standard di inclusione. Si generano così: consapevolezza, senso di appartenenza, lavoro, benessere, cura e attenzione per gli altri. Al contrario le società che tentano di escludere qualcuno, andranno incontro a disuguaglianza, dissenso, amarezza e insoddisfazione. Ecco perché abbiamo bisogno di dedicare questo numero ad una parola, un concetto, un’idea che oggi più che mai deve tornare nell’agenda di ognuno di noi, nelle piccole cose quotidiane come nei grandi temi globali. Buona lettura e buone feste a tutti!a! Lorenzo Pupi Caporedattore

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Proprietà: Associazione Prodigio Onlus Indirizzo: via A. Gramsci 46/A, 38121 Trento Telefono: 0461.925161 Fax: 0461.1590437 Sito Internet: www.prodigio.it E-mail: associazione@prodigio.it Aut. del Trib. di Trento n. 1054 del 5/6/2000 Spedizione in abbonamento postale Gruppo 70% Stampa: Publistampa (Pergine Valsugana).

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Direttore responsabile: Francesco Genitoni. Redazione: Luciana Bertoldi, Giulio Thiella, Lorenzo Pupi, Martina Dei Cas, Carolina Espinoza Lagunas, Ivan Ferigo.

Hanno collaborato: Maurizio Menestrina, Anna Maria Covi - L.I.L.A

Trentino Onlus, Fabio Pipinato, Antonio Boscardin - APAS, Giulia Cologna, Ugo Bosetti, Fabio Folgheraiter - Edizioni Centro Studi Erickson, Kate Fretti - Casa Simoncelli, Antonio Viganò - Teatro La Ribalta, Alessia Vinante, Annalisa Stenech - “Never back down“. In stampa: 01 dicembre 2019.

Abbonamento annuale (6 numeri) Privati €15,00; enti, associazioni e sostenitori €25,00 con bonifico bancario sul conto corrente con coordinate IBAN IT 67G 08304 01846 000046362000 intestato a “Associazione Prodigio Onlus” presso la Cassa Rurale di Trento indicando la causale “Abbonamento a pro.di.gio.”

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INNOVAZIONE SOCIALE

L.I.L.A. Trentino Onlus a cura di Carolina Espinoza Lagunas

Intervista alla presidente Annamaria Covi

L.I.L.A Trentino Onlus

- Conoscere l’associazione La Lega Italiana per la Lotta contro l’AIDSL.I.L.A Trentino è stata costituita nel 1989 da un gruppo di persone sensibili al tema dell’HIV ed è diventata operativa nel 1996 attraverso lo sviluppo di gruppi di auto mutuo aiuto. Alla Lila lavorano fianco a fianco persone sieropositive e non, unite nell’impegno a diffondere corrette informazioni sul HIV e MTS al fine di favorire la prevenzione e combattere lo stigma sociale. L’attuale consiglio direttivo, in carica fino a marzo 2022, è composto da: Annamaria Covi presidente, Lorenza Arlango vicepresidente, Claudia Facchinelli tesoriera, Giancarlo Travaglia e Ivan Dal Lago consiglieri.

Chi collabora con voi?

Sono circa 15 le persone volontarie, soci e amici Lila, che dedicano parte del loro tempo alla realizzazione delle nostre attività.

Qual è la vostra mission?

Difendere il diritto alla salute, affermare principi di solidarietà contro ogni forma di emarginazione e discriminazione attraverso attività di informazione, prevenzione, difesa dei diritti, solidarietà/supporto e formazione. Aspiriamo a promuovere il protagonismo, la diretta responsabilità e la piena partecipazione alla vita sociale e civile delle persone HIV sieropositive e con AIDS.

- Conoscere l’attività Quali sono le vostre attività?

Abbiamo un centralino telefonico (helpline HIV e altre MTS) per informazione e counselling al quale rispondiamo il lunedì dalle 9.00 alle 12.30 il martedì giovedì e venerdì dalle 15.00 alle 19.00. Eseguiamo test HIV e HCV a risposta rapida una domenica al mese, o su appuntamento. Siamo disponibili per colloqui riservati in sede, con accesso diretto o previo appuntamento, lunedì dalle 9.00 alle 12.30, martedì giovedì e venerdì dalle 15.00 alle 19.00, per chiarimenti sulle vie di trasmissione dell’infezione da HIV e altre MTS e informazioni sulle modalità di prevenzione. Per le persone che vivono con HIV offriamo sostegno e counselling, orientamento sanitario e terapeutico, assistenza previdenziale e legale. Su richiesta siamo disponibili per momenti di formazione e offriamo strumenti, esperienze e conoscenze. Ci rivolgiamo a tutta la popolazione, in particolar modo ai giovani, per far conoscere in tutti i suoi aspetti l’Aids, malattia che deriva da un’infezione causata dal virus HIV. Siamo presenti nei luoghi di aggregazione con banchetti e distribuiamo materiale preventivo e informativo.

Come si può partecipare ai vostri progetti?

Chi è interessato può venirci a conoscere e

INFO

L.I.L.A. Trentino ONLUS Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids Organizzazione non lucrativa di utilità sociale ex art. 10 D. Lgs. 460/97. Associazione di volontariato iscritta all’Albo delle organizzazioni di volontariato della Provincia Autonoma di Trento. Federata alla L.I.L.A. Nazionale ONLUS che opera dal 1987 sul territorio nazionale attraverso una decina di sedi locali HELP LINE 0461 390112

valutare se le nostre attività corrispondono ai suoi interessi.

Quali altre associazioni collaborano o hanno collaborato con voi?

Collaboriamo con ARCIGAY del Trentino. Siamo parte della rete regionale LGBTQI Trentino Alto Adige. (La Rete ELGBTQI è una associazione di secondo livello, che coinvolge non solo le organizzazioni prettamente “LGBT”, ma anche tutte quelle che riconoscono l’importanza e il valore dell’inclusione delle persone gay, lesbiche, bisessuali, trans*, queen, intersessuali, asessuali nella comunità. In particolare ci si è focalizzati sull’idea di promuovereil benessere psico-sociale delle persone e della comunità LGBTQI). Collaboriamo col CTS (Casa alloggio Lamar Comunità casa di Giano), Associazione Trentina Nuovi Orizzonti (Comunità Bellaria di Cei e centro Kaire Trento), Cooperativa Punto d’approdo di Rovereto (Unità mobile prostituzione e tratta), Pro-positiv di Bolzano. Facciamo parte della Consulta provinciale della salute e della Commissione provinciale AIDS. Collaboriamo anche con servizi di salute pubblica: Ser.D, Servizio sociale U.E.P.E., Reparto Malattie Infettive di Trento e Rovereto, Centro MTS di Trento.

- In futuro Quali progetti avete in mente di realizzare?

Continuare le attività in corso, ampliare l’iniziativa dell’offerta attiva del test a risposta rapida per HIV, HCV e sifilide. Realizzare uno sportello PreP (Profilassi pre esposizione) per affiancare alle tradizionali forme di preven-

Via Fratelli Bronzetti, 29 - 38122 Trento

0461 391420

zione (uso corretto del profilattico) anche l’utilizzo preventivo frlla terapia antiretrovirale, come previsto dal Piano Nazionale AIDS.

Che messaggio vorreste lasciare ai nostri lettori?

L’HIV riguarda tutti, nessun escluso. Si trasmette attraverso sangue, sperma e secrezioni vaginali. La trasmissione del virus può avvenire quando uno di questi liquidi, appartenente a una persona con HIV, entra in circolazione nel sangue della persona ricevente attraverso ferite o lesioni. La principale via di trasmissione è rappresentata dai rapporti sessuali non protetti dal preservativo. Importante sottolineare che l’HIV può non dare sintomi per diversi anni. Si stima che la maggior parte delle infezioni sia trasmessa da persone che non sanno di avere l’HIV perché non hanno fatto il test. È pertanto fondamentale conoscere i comportamenti a rischio di trasmissione per evitarli, effettuare il test in caso di rischio al fine di poter avere al più presto una eventuale diagnosi e il conseguente accesso alle cure. È dimostrato che una persona con HIV che segue regolarmente la terapia e ottiene carica virale irrilevabile, oltre a mantenere buone condizioni di salute, non trasmette il virus. “CONOSCI TE STESSO” è un invito a diventare consapevoli del proprio stato sierologico attraverso una riflessione sui propri comportamenti sessuali e la scelta di effettuare il test per l’HIV se si sono corsi rischi. Qualsiasi sia l’esito costituisce un momento di presa di responsabilità rispetto ai propri comportamenti futuri.

info@lilatrentino.it

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Grazie mille!

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T e r r ito r io

I Dogon a Trento Si è conclusa la mostra realizzata da Knycz e Ipsia

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i è chiusa la mostra DOGON che ha visto la collaborazione tra Prodigio, Ipsia del Trentino, CTA, FAP con il CCI – Centro per la Cooperazione Internazionale e che ha avuto luogo a Trento dal 1° ottobre all’8 novembre. Durante il mese della mostra si sono susseguiti molti eventi che da diverse angolazioni parlavano di questo popolo straordinario presente in Africa. In West Africa. In Mali. A sud del Mali: i Dogon! La mostra fu possibile grazie ad un imprenditore presente in Europa. In Italia. In Trentino: Umberto Knycz. Knycz frequentava il West Africa già dagli anni ‘70 ed ha accumulato un tesoro d’inestimabile valore che fu in parte esposto al Museo di storia naturale di Venezia ed ebbe un successo incredibile: più di mezzo milione di visitatori! Esiste anche un’associazione in Trentino che opera in Mali; proprio con il popolo Dogon: Ipsia del Trentino (l’ONG delle ACLI). Ha costruito una scuola elementare, ristrutturato un hotel per offrire alloggio a ragazze che scappavano dalla guerra nel nord del Paese ed è intervenuta, sempre con l’aiuto della Provincia Autonoma di Trento, per sfamare il popolo Dogon impossibilitato a coltivare le proprie cipolle, sempre causa guerra. Il sig. Knycz e Ipsia hanno in comune il “mal d’Africa”! Conoscono entrambi uno dei posti più belli al

Knycz illustra la mostra

mondo tempestato da bellezze naturali e architettoniche riconosciute dall’UNESCO. Hanno quindi organizzato una mostra di 200 sculture tra statue, finestre, porte, gioielli, maschere che sono stati esposti lungo il corridoio del magnifico CCI! Venerdì 4 ottobre alle ore 18.00 vi fu la conferenza “Il popolo della Falesia”. Erano presenti il Console onorario del Mali Gianfranco Rondello e le due giovani africaniste Manuela Perris e Gaia Lott, per narrare il momento difficile che sta passando il Mali con gruppi estremisti legati ad al-Qā’ida e ISIS/Dae’sh. Giuliano Rizzi, presidente di Ipsia, ha presentato i progetti che l’ONG sta attuando in Mali. A fine incontro è stato possibile visitare la mostra con l’accompagnamento di Umberto Knycz. La mostra fu accompagnata da una serie incredibile di eventi. S’iniziò con un defilé di moda africana che ha avuto luogo venerdì 27 settembre sotto gli archi del chiostro del convento curato dall’atelier etico ed etnico “officina de l’ùcia” (di Ipsia ed Astalli). Hanno sfilato i capi tessuti dai sarti senegalesi richiedenti asilo indossati da una cinquantina di giovani e giovanissimi… e qualche “diversamente giovane”. Alle ore 19.00 dello stesso giorno vi fu una suggestiva cena a numero chiuso (100 persone) al primo piano del convento, tra le ex celle dei frati agostiniani e le statue Dogon. Il ricavato è già stato devoluto per sostenere i progetti di Ipsia in Mali. L’accompagnamento di questa serata è stato curato da Anansi: un cantante pigro, disordinato e ritardatario, ma con molti difetti. Uno dei momenti più suggestivi di tutto il programma DOGON è stato il concerto di Baba Sissoko, sponsorizzato dal Comune di Trento. Baba è uno dei maggiori esponenti di musica etnica e jazz, da anni impegnato nella diffusione della tradizione musicale del Mali in ambito internazionale. Da tempo collabora con diversi musicisti che, a partire dall’approccio tradizionale del jazz, hanno spostato la loro ricerca verso le radici più pure, riscoprendo le origini africane di tutta la “musica nera”: blues, jazz e soul. Il concerto che ha avuto luogo nel chiostro del Convento venerdì 11 ottobre ha visto anche un duo con l’assessore alla cultura e musicista Corrado Bungaro.

Il ricco programma è proseguito venerdì 18 ottobre con il film “Timbuktu” che fu introdotto da Katia Malatesta di “Religion Today” e commentato da Marco Pontoni (lavocedinewyork)! Trattasi di un film bellissimo che ha concorso per la Palma d’oro al Festival di Cannes 2014, dove ha vinto il Premio della Giuria Ecumenica e il François Chalais Prize e ha ricevuto la candidatura all’Oscar al miglior film straniero nell’ambito dei Premi Oscar 2015! Il 25 ottobre John Mpalisa (originario di Bukavu - Repubblica Democratica del Congo e trentino d’adozione), appena rientrato da una marcia che l’ha visto attraversare tutta Italia a piedi con lo slogan “Restiamo Umani”, ha narrato la sua di Africa. John è l’animatore de L’Italia che R-esiste del Trentino ed ha incontrato, nel suo peregrinare, i resistenti come il sindaco di Riace e Papa Francesco. Il programma ha chiuso il 7 novembre con testimonianze e conoscenza dei maliani residenti in Trentino accompagnati dalla corale Altreterre che ha letteralmente emozionato le moltissime persone convenute all’incontro e a visitare la mostra. Per tutti i 40 giorni la mostra è rimasta aperta alle scolaresche e ai visitatori grazie al volontario in Servizio Civile di Prodigio Ivan Ferigo e alle volontarie FAP. Per sostenere i progetti è possibile donare sul conto corrente: IT29G0830401807000007335132 presso la Cassa Rurale di Trento. Fabio Pipinato Ipsia del Trentino Segnaliamo che purtroppo la mostra non è stata usufruibile da persone con disabilità in quanto barrierata. Pur sapendo che l’accesso allo struttura è vincolato da Belle Arti e tutela paesaggistica, ne auspichiamo l’adeguamento alle necessità di persone con disabilità motorie.

LA REDAZIONE Stiamo tornando... Premio artistico-letterario internazionale Giuseppe Melchionna IV^ edizione “L’attimo che ti cambia la vita” Inviaci un racconto, una poesia o una fotografia per rompere insieme gli stereotipi e le barriere culturali sulla disabilità! In palio l’inserimento in un’antologia cartacea, le bellissime stampe del vignettista Maurizio Menestrina e tanti buoni acquisto libri!

Iscriviti entro martedì 10 marzo 2020 Con il patrocinio di

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PROGETTI NEL SOCIALE

Riparare la solitudine: percorsi di giustizia riparativa ed incontro tra vittime ed autori di reato Conferenza organizzata da APAS il 4 ottobre 2019

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l 4 ottobre, nella cornice della settimana dell’accoglienza, si è tenuta a Trento una conferenza dal titolo “Riparare la solitudine: percorsi di giustizia riparativa ed incontro tra vittime ed autori di reato”. L’evento, organizzato da APAS e CNCA, si è tenuto presso la sala della Fondazione Caritro ed ha visto la partecipazione in veste di relatori dell’avv. Federica Brunelli, mediatrice della Cooperativa Dike di Milano, Riccardo Pavan del CNCA del Veneto e Manlio Milani, presidente dell’Associazione familiari dei caduti della strage di Piazza della Loggia. Nell’ambito della conferenza si è affrontato il tema della giustizia riparativa sotto diversi punti di vista, grazie

alle particolari esperienze professionali e di vita dei relatori. L’avv. Federica Brunelli ha portato la prospettiva della Cooperativa Dike di Milano. Una cooperativa per la mediazione dei conflitti strettamente legata all’Ufficio per la Mediazione penale di Milano, costituita sotto il patrocinio del Presidente del Tribunale per i Minorenni di Milano. L’attività della Cooperativa Dike può essere considerata un esempio eccellente di come attuare strategie di giustizia riparativa per sanare i conflitti causati da comportamenti criminali. Nel perseguire questo scopo si serve dello strumento giuridico della mediazione che viene affiancato a quello del processo penale senza volersi sostituire ad esso. I meccani-

“Citius, Altius, Fortius”: più veloce, più alto, più forte, urla il motto olimpico, incitando i corpi degli atleti. “Lentius, Profundius, Suavius”: più lento, più profondo, più dolce, osò sussurrare Alexander Langer, rovesciando il motto olimpico e rivelando in queste tre semplici parole piene di musica, un altro linguaggio, quello dell’anima. Un mondo che parli il linguaggio dell’anima: a scuola, sul lavoro, nel mercato, in politica… che dolcissima utopia! “Silenziate per un po’, per favore, i vostri altoparlanti, moderate le vostre televisioni, limitate le vostre pubblicità. Date spazio e voce, ospitalità e megafono, alle molte voci dei piccoli, alle voci di coloro che non scelgono di gridare o che non hanno più fiato per farlo”. (Alexander Langer) Non abbiamo bisogno di animatori, ma di essere pieni d’anima. Diamo finalmente spazio e voce all’anima, che parla con “gemiti inesprimibili”, si nutre di luce e cerca pace. Ciao Ale Pituit Studio d’Arti

smi tradizionali della giustizia penale, primo fra tutti il processo, mirano a ricostruire il fatto di reato, accertare la responsabilità penale dell’imputato e irrogare una pena, e per il modo in cui sono costituiti difficilmente possono affrontare e risolvere appieno bisogni ulteriori, tanto della persona offesa quanto dell’autore del reato. La mediazione invece offre a questi due soggetti spazi e momenti dove incontrarsi e, grazie alla guida del mediatore, una occasione per confrontarsi e cercare di ristabilire la relazione che il reato ha reciso. La vittima ha l’opportunità di ottenere direttamente dalla controparte risposte a domande che non potrebbe altrimenti avere; il reo l’occasione per fare ammenda, dimostrare la sua intenzione di voler riparare alle conseguenze del suo gesto. Di particolare impatto è stato l’intervento di Manlio Milani. Vittima indiretta dell’attentato terroristico di Piazza della Loggia, dove perse la vita sua moglie, ha raccontato con grande lucidità e chiarezza le sensazioni provate, le molteplici domande e pensieri che affollano la mente di chi è stato colpito da una violenza così estrema e insensata. Un bisogno di risposte, necessario per cercare di razionalizzare una simile esperienza così da poter continuare a condurre la propria vita, benché con la coscienza che quella ferita non si rimarginerà mai del tutto. Una prima reazione di rabbia e dolore che progres-

sivamente lascia spazio ad una chiara consapevolezza di cosa è davvero utile per superare un trauma di questa entità. Il cappello conclusivo della giornata è stato affidato a Riccardo Pavan, impegnato da anni in percorsi riparativi coi minori, che ha approfondito il metodo riparativo sotto vari punti di vista, quindi non solo tramite la mediazione penale. Nel caso del suo lavoro, giustizia riparativa significa dare la possibilità al minore autore di reato di mettersi alla prova in contesti educativi, dove ricostruire quella fiducia perduta nei confronti della società così come della vittima del reato. Pavan ha inoltre approfondito il tema della riparazione del danno, dando forte risalto all’ambiente in cui questa dev’essere praticato: protetto, ma reale, calato all’interno della società, così da essere evidente in sede di valutazione finale. La giornata è stata dunque densa di contenuti e di stimoli, sia sul piano umano ed emotivo che tecnico e di contenuto, permettendo ai presenti di cogliere l’importanza della riparazione, oltre la pena meramente punitiva e retributiva. Antonio Boscardin Stagista presso APAS

RIMA DELLA TERRA STRETTA di Bruno Tognolini -Rime ramingheC’era una volta uno stretto confine Che separava due terre vicine Una chiamata Paese del Noi L’altra chiamata Paese del Voi Per mille secoli queste due terre Fecero gare, fecero guerre Per chi correva più lento o veloce Per chi contava le storie più belle Per chi cantava con più bella voce E per chi aveva più chiara la pelle Ma in mezzo a loro c’eran creature Che erano chiare ma erano scure Erano buone ma anche cattive Sempre ammazzate e sempre più vive Non erano qua, non erano là Come se stessero sempre a metà Non erano Nostri, non erano Vostri E li chiamarono Mostri

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PAGINA Di PUBBLICA UTILITà DELLA PROVINCIA AUTONOMA DI TRENTO

Trentino: una provincia a misura di famiglia Denatalità:

emergenza demografica,culturale ed economica Al via l’ottava edizione del Festival della famiglia “Denatalità: emergenza demografica, culturale ed economica. Quali gli impatti e quali le politiche di contrasto efficaci?” sarà questo il tema dell’ottava edizione del Festival della Famiglia, in programma dal 2 al 7 dicembre a Trento. Previsti 51 appuntamenti, 24 incontri, 16 convegni e 21 workshop. Al centro i temi della natalità e della denatalità, discussi da esperti, studiosi, accademici, amministratori, politici, con il coinvolgimento di tutto il tessuto sociale della nostra società, famiglie, giovani, anziani, studenti, operatori economici e sociali, amministratori. “Il tema di questa edizione ci offre l’occasione per parlare di un argomento di stringente attualità - è il commento del presidente Maurizio Fugatti - che è stato più volte al centro della nostra azione amministrativa: sono numerose infatti le azioni che abbiamo messo in campo per favorire la ripresa della natalità, come il contributo straordinario per i nuovi nati, o l’azzeramento delle tariffe degli asili nido per le famiglie con Icef fino a 0,40, il voucher culturale e quello sportivo, accanto a progetti sperimentali, come il coliving”. “Se cresce e si rafforza la famiglia, crescono il welfare, la coesione sociale, la società stessa e in definitiva cresce tutto il territorio spiega l’assessore alla famiglia Stefania Segnana - Oggi in Trentino oltre il 90% dei cittadini trentini vive in un Comune amico della famiglia e questo perché in provincia esiste un tessuto amministrativo che crede nelle politiche family friendly. Questo per noi amministratori è un segnale fondamentale: il nostro compito è quello di far crescere le famiglie, farle restare sul territorio. In questo Festival

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non solo verranno illustrate le iniziative messe in campo dal punto di vista delle politiche per il benessere familiare, ma rappresenterà un’occasione importante per fare il punto sulle strategie per il futuro”. Il programma completo del festival è disponibile sul sito www.festivaldellafamiglia.eu

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Trentino: una provincia a misura di famiglia

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PUNTI DI VISTA

Il limite ieri, oggi, in noi Il limite è oggi, come ieri, una grossa pietra ancorata agli estremi dell’esistenza di ognuno.

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empo fa scrissi un elaborato per un esame presso l’Università degli Studi di Padova, in cui trattavo il tema del tempo, del Presentismo e della crisi postmoderna in connessione alla lingua Latina. Nello stesso, sottolineavo l’importanza dello studio delle origini della nostra lingua, del nostro parlare, come strumento di relazione atto alla risoluzione delle problematiche quotidiane individuali e collettive. Lo studio dei verba, ossia delle parole, ad esempio, l’etimologia, apre mondi di significati e riflessioni ormai abbandonati. L’etimologia del “termine” limite non svela nulla di particolarmente sorprendente. Di per sé sta a significare “confine”, ma le implicazioni e gli usi di questo spaziano in molti ambiti scientifici, dalla matematica, alla sociologia, alla filosofia, eccetera. Così, fra le pagine di vecchi libri, ho trovato storie antiche che riportano alla mente significati e simboli ormai desueti del termine. Ai tempi dell’antica Roma, il termine

limite veniva attribuito ad un dio, figlio della grande Madre Aer, dea del tempo e dello spazio aereo e illimitato. Il dio Limite – o Termine – era portatore delle stagionalità, della strutturazione tempistica che rende possibile per l’uomo la distinzione tra tempo lavorativo, tempo riflessivo per se stessi e tempo condiviso di socialità. Il dio Limite era inoltre figlio della Natura ed in quanto tale, poneva confini e barriere sul suolo terrestre, nonché demarcazioni alle proprietà degli uomini. Egli infatti era protettore dei Limiti, grosse pietre segnanti i confini agricoli e terrieri, considerati talmente sacri da non potersi rimuovere nemmeno dal dio Giove. Fin dall’antichità il limite fu considerato sacro, ma lo sguardo a questa sacralità si è distolto nel corso della storia umana, lasciando spazio alla presunzione di essere immortali ed infallibili. Esso è la metafora che rende rilevante il nostro esserci, lo stare qui. Nel limite sta la creazione di ogni quotidianità,

della ciclicità di cui l’individuo e la società necessitano per progettare, immaginare e agire per la realizzazione del futuro desiderato. In esso troviamo la capacità di ringraziare l’Altro, consapevoli dell’incompletezza dell’Ego e nella visione che scruta al di là dei limiti del tempo e dello spazio. Il limite ci accompagna nell’ambito della disabilità, ove lo sguardo dell’uno spesso classifica, definisce e quindi inevitabilmente confina e limita l’altro, nella sua diversa capacità di funzionamento. Il limite, inoltre, viaggia con noi sul binario della conoscenza del mondo e si

prefigura talvolta come punto di rottura o crisi, talvolta come punto di svolta, opportunità da cogliere. Nel ricostruirci sempre diversi, nuovi o migliori, il mutamento delle identità, la definizione di chi sia il noi e di cosa sia il non-noi, porta con sé la riconsiderazione dei nostri limiti. Il limite è oggi, come ieri, una grossa pietra ancorata agli estremi dell’esistenza di ognuno. Giulia Cologna

Le parole contano! D

isabile, handicappato, invalido, inabile, diversamente abile (o diversabile!!), menomato, minorato, infermo, offeso, infelice, cerebroleso… Capita spesso di arrampicarsi sulle parole per chiamare, definire o descrivere un altro con una disabilità, incerto sia sui termini da usare in riferimento alla sua “diversità”, sia su quelli da non usare per non rischiare offese e brutte figure! Qualcuno, per non correre rischi, si rifugia nel “politically correct” utilizzando in modo forzato parole correttissime oppure, al contrario, precipitando in un pietismo così becero e peloso da diventare insopportabilmente falso! Peggio ancora, qualcuno (…e non pochi!) usano i termini handicappato, mongoloide, ritardato, spastico con un’accezione spregiativa: “cammini come uno spastico”, ”ragioni come un mongoloide”, convinti di essere immuni, chissà perché, da qualsiasi forma di disabilità! Comunque sia, l’immagine della disabilità ne esce connotata negativamente dando fiato a stereotipi e pregiudizi micidiali il cui risultato finale è lo sminuimento del valore della persona stessa, ridotta alla sua condizione esteriore, fisica o mentale che sia! Perché diciamocela proprio tutta, le buone intenzioni sottintese a certe frasi usate, hanno sì un valore linguistico e semantico proprio di chi le usa, ma possono anche essere espresse in modo scorretto, sbagliato, esagerato, offensivo e perfino stereotipato: cambiare il modo di definire o chiamare una persona cambierà quindi anche il modo di percepirla e relazionarsi con essa! La definizione delle cose “conta” perché mostra il nostro livello di cultura, il nostro grado di civiltà, il modo di pensare, il livello di attenzione verso gli altri e i più deboli in particolare: quel che c’è di vero al di là dell’apparenza di superficie! Cerchiamo pertanto di usarle nel modo più appropriato! Il primo passo verso un uso corretto delle parole è saper bene quali usare e quali no! E, se questo è vero per ogni parola e per ogni persona, lo è ancor più quando si parla

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appunto di soggetti deboli: se definisci qualcuno non in maniera rispettosa, anche l’opinione e la percezione di costui sarà deformata e nella mente si formerà un’idea distorta e diversa di quella persona! Pertanto, tatuiamoci nel cervello termini corretti: il rispetto verso gli altri è indispensabile per una comunità di uguali in cui nessuno sia servo o padrone di qualcun altro! Ma i termini giusti? Semplice: in generale, si definisce una persona con difficoltà fisiche e psichiche “persona con disabilità”. Tutto qui! L’attenzione viene focalizzata sulla persona, non sulla sua capacità funzionale, sulla qualità del suo pensiero, sull’abilità nel fare qualcosa, sulla sua indispensabilità. La sua condizione specifica, se necessaria, viene dopo e ne completa la qualifica: prima di tutto viene la persona, il “chi è”, in qualità di essere umano e come cittadino di questa Repubblica! Poi, se è indispensabile “qualificare” quella persona per indicarne una limitazione nella capacità di essere o fare qualcosa, allora si indicherà il tipo di disabilità: paraplegico, tetraplegico, cieco, amputato, non vedente, non udente, spastico... Questi ultimi, beninteso, utilizzati non come sostantivi che lo definiscono per il suo “esserci”, bensì aggettivi qualificativi della sua condizione! Queste parole, naturalmente, non sono ghiribizzi mentali né punti di vista dello scrivente e neppure una fissazione ossessiva del suo modo di voler esser percepito e definito dagli altri: è soltanto una delle indicazioni fondamentali adottate dalla “Convenzione Internazionale sui diritti delle persone con disabilità” (New York, 2006, ratifi-

cata l’anno dopo dallo Stato italiano e quindi legge!). Quindi dimentichiamoci con consapevole assennatezza gli strani per non dire strampalati, modi di intendere la disabilità: diversamente abile, disabile, handicappato o, addolcito, portatore di handicap, invalido, etc... Oggi, nel 2019, si parla esclusivamente di “persone con disabilità”! Esempio: il signor Rossi è soltanto il signor Rossi, padre, ragioniere, professore, impiegato, medico, autista o chissà che altro, fin quando non divenga necessario riferirsi alla sua condizione fisica o mentale! Sarà allora che si preciserà “il signor Rossi”, con disabilità nel camminare, nel vedere, nel percepire, nell’esprimersi, nel pensare... Per rendere ancor più completo l’esempio, immaginiamo stavolta un signor Bianchi, geometra, che a cinquant’anni sia stato colpito da un ictus o da una malattia degenerativa o ancora da una paralisi traumatica invalidante: egli resterà sempre il “geometra Bianchi” che era una certa persona e faceva un certo lavoro e che ora ha una paralisi!! Non diventerà un handicappato che fa (o faceva) il geometra! La sua condizione umana e personale resterà sempre quella di “geometra Bianchi” e non certo quella sopravvenuta, nel tempo, di paralizzato! Ben se n’erano resi conto due autori pur a vent’anni uno dall’altro. Il primo, Franco Bomprezzi, caporedattore di vari giornali a tiratura nazionale, aveva intuito già negli anni ‘90 la necessità e l’importanza di definire correttamente persone e situazioni. Affetto fin da piccolo da “osteogenesi imperfetta”, malattia genetica caratterizzata dalla

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fragilità delle ossa che lo avrebbe costretto a muoversi su una sedia a rotelle, non se ne lasciò condizionare più di tanto nell’attività professionale! Egli rimase sempre e soltanto “il caporedattore Franco Bomprezzi”: l’osteogenesi era esclusivamente affar suo! Era ben consapevole, di fronte all’incertezza sui termini da usare, di come stampa, radio e tv potessero condizionare il pensiero e, a loro volta, il linguaggio e l’azione. Preparò ed introdusse nella redazione di vari giornali un decalogo della “Buona informazione sulla disabilità”, in cui segnalava ai redattori le parole da utilizzare parlando di persone con qualche disabilità. Pur se ammetterà, molti anni dopo quel ‘98, di dover constatare come i dieci punti sembrino ancora lontani da una corretta applicazione, ecco i primi quattro: -Considerare nell’informazione la persona con disabilità come fine e non come mezzo. -Considerare la disabilità come una situazione “normale” che può capitare a tutti nel corso dell’esistenza. -Rispettare la “diversità” di ogni persona con disabilità: non esistono regole standard né situazioni identiche. -Scrivere di disabilità solo dopo avere verificato le notizie presso fonti documentate e imparziali. Il secondo, Tullio De Mauro, scrisse nel 2016 un libretto su “Le parole per ferire”, con una serie di termini d’odio adoperati per offendere l’altro! La situazione deve essere parsa estremamente preoccupante anche al nostro Governo se, tramite una recentissima commissione sull’intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni di odio, la cosiddetta “Commissione Segre” ha deciso di intervenire con fermezza! In ogni caso e senza intoppi imprevedibili, si sta diffondendo sempre più una più marcata consapevolezza della disabilità e un autentico rispetto nei confronti dei disabili: alla sensibilità di ognuno di noi il compito di trovare le parole più adatte! Ugo Bosetti


SGUARDI OLTRE

Edizioni Centro Studi Erickson Da 35 anni per promuovere l’inclusione scolastica e sociale Intervista al co-fondatore Fabio Folgheraiter

a cura di Ivan Ferigo

Edizioni Centro Studi Erickson

Stabilito il tema centrale dell’inclusione, la rassegna stampa ci ha ricordato dei 35 anni di attività di Edizioni Centro Studi Erickson. Una realtà che da tanto opera per diffondere una cultura dell’inclusione scolastica e sociale. La coincidenza ha fornito l’occasione perfetta per un’intervista con Fabio Folgheraiter, insieme a Dario Ianes fondatore della casa editrice e centro di formazione. Edizioni Centro Studi Erickson nasce nel 1984 da un’intuizione. Da lì, 35 anni di storia che vi hanno portato ad essere una delle case editrici più prolifiche in Italia. La casa editrice nasce nel 1984, ma il Centro Studi e la relazione con il mio socio Dario Ianes nascono ben prima. Abbiamo fatto il liceo e quattro anni di Psicologia assieme. Finiti gli studi universitari nel 1978, nel 1979 abbiamo iniziato ad operare nel campo dell’educazione e del sociale, facendo soprattutto formazione. Abbiamo frequentato dei master di specializzazione sul metodo cognitivo-comportamentale allora emergente, precorrendo i tempi, tentando all’inizio anche un po’ d’attività clinica. Siamo però subito stati assorbiti, all’inizio degli anni Ottanta, da una grande richiesta di formazione nel campo della disabilità. Nel 1977 c’era stata la legge dell’inclusione scolastica, per cui le scuole – soprattutto – e i servizi socio-assistenziali avevano interesse verso questa tematica. Abbiamo subito organizzato un grande corso nazionale sul metodo cognitivo-comportamentale applicato alla disabilità, iniziando a farci conoscere. Da lì in poi abbiamo avuto un sacco di richieste. Dovendo fare formazione, c’era anche la necessità di studiare: ci siamo messi a leggere riviste e libri internazionali, attivando una sorta di Centro Studi per supportare l’attività di formazione. Tra 1980 e 1984 abbiamo cominciato a preparare delle dispense, con traduzioni o riflessioni nostre su varie tematiche, nuove per allora. Abbiamo così iniziato ad avere richieste a livello nazionale, anche importanti e sostenute. Lì l’intuizione di pubblicare le dispense e mettere in piedi un’attività editoriale. Così al Centro Studi e all’impresa iniziale a carattere formativo abbiamo affiancato l’attività editoriale. Questo forte intreccio tra formazione ed editoria è una caratteristica forse unica della nostra casa editrice. Nell’estate del 1984 abbiamo editato cinque bozze, uscendo in ottobre con cinque libri. Abbiamo avuto subito un riscontro importante, capendo di aver toccato un tasto sensibile.

Da allora ad oggi, l’evoluzione più importante? Siamo partiti applicando il metodo cognitivo-comportamentale alla disabilità grave e certificata. Per anni siamo rimasti in un ambito molto di nicchia, specialistico: tutti i primi libri erano indirizzati a fornire strumenti e metodologie per operare in questi ambiti molto “severi”. Alla fine degli anni Novanta ci siamo allargati a forme di difficoltà meno marcate, allora meno diagnosticate, come i disturbi specifici dell’apprendimento. Abbiamo così avuto una forte estensione di interesse, diventando una realtà consolidata dell’editoria nazionale. La parola inclusione è centrale nella vostra attività editoriale. Che significato ha per voi? È la base di tutta la nostra attività. Oltre che nel campo del supporto all’educazione scolastica, ci siamo mossi nell’ambito dei servizi sociali. E la parola che lega questi mondi è proprio inclusione. Ci siamo attivati per dare indicazioni con l’idea che le persone con difficoltà debbano essere accompagnate in percorsi di terapia o riabilitazione anche molto concreti, in modo che possano affrancarsi da una condizione di svantaggio e partecipare di più alla vita sociale. Prima di tutto quella scolastica. C’è stata, ad esempio, tutta la partita della scuola che doveva attrezzarsi per includere veramente bambini che prima erano tenuti fuori, visti come delle palle al piede. Abbiamo sempre sostenuto che la capacità della società di includere e la volontà delle persone di entrare nei processi della vita sociale fosse un elemento di ricchezza straordinario per la scuola e per la società, prima ancora che per le persone che beneficiavano di questo progresso civile. Adesso non parliamo quasi più di inclusione tecnica – diamo per scontato che le persone abbiano tutti i supporti per poter progredire nella maniera più efficace nel loro percorso d’apprendimento – ma di inclusione come una qualità della vita per cui le persone vengono aiutate nelle difficoltà ma apprezzate per quello che

sono. Persone che devono essere messe nelle condizioni, abbattendo barriere e pregiudizi, di poter dare il loro apporto. Questo non solo con bambini, ma anche con adulti e famiglie, persone che hanno difficoltà ma anche una ricchezza esistenziale da poter offrire e mettere in valore. Altre due parole per voi centrali mi sembrano innovazione e interculturalità. Abbiamo sempre cercato di guardare in avanti. Quando siamo nati eravamo proiettati nell’ambito internazionale e cercavamo di portare quello che ci sembrava nuovo e praticabile, spendibile, usufruibile nel concreto nella realtà italiana. Oggi può sembrare una strategia, allora era proprio un elemento costitutivo. Ce l’avevamo nel DNA, poi i giovani che sono arrivati hanno assorbito questa cultura. Abbiamo cercato di portare metodi e strumenti, ma anche approcci profondi e filosofici all’attività pedagogica e di cura. L’idea stessa che abbiamo di inclusione è

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ancora di per sé innovativa, un’idea di reciprocità. Abbiamo sempre messo in discussione la nostra visione attraverso elaborazioni teoriche e metodologie che presuppongono la relazione e la reciprocità tra tanti soggetti che partecipano a definire dei progetti di vita. La vita non è dei tecnici, dei professionisti, delle burocrazie, delle amministrazioni; come diceva Goethe “la vita è dei viventi”. Bisogna quindi rispettare l’alterità, la capacità di chi vive di esserne governatore, e tenere in gioco tutte le persone che possono dare un contributo. Su questo elemento credo ci sia il maggior elemento di innovazione, su cui c’è sempre da lavorare. Quando i tecnici entrano nella vita delle persone si capisce che questa è la strada: mettersi in relazione, in dialogo, ascoltare le proposte. Allora le soluzioni ai problemi emergono da tanti punti di osservazione, da tante voci che si possono e si devono esprimere.

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O lt r e i li m iti

Archè Camp Nasce in Trentino una nuova formula di vacanza attiva dedicata a giovani con disturbi dello spettro autistico e le loro famiglie

Tutti insieme

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a Cooperativa Sociale Archè, che opera in Trentino dal 2005, dopo più di 5 anni di ricerca e operatività sul campo ha creato una proposta completa per ragazzi con autismo e le loro famiglie. L’Archè Camp è, volendo semplificare molto, un Camp con taglio sportivo della durata di una settimana dedicato a giovani con autismo, con attività e proposte specifiche anche dedicate alla loro famiglia, il tutto supportato e supervisionato dal Laboratorio di Osservazione, Diagnosi e Formazione (ODFLab) dell’Università di Trento. Una proposta di qualità, frutto di un percorso di accelerazione d’impresa sociale grazie ad un’iniziativa della Fondazione Caritro - Progetto Accompagnami. Un percorso di avvicinamento e accompagnamento per realtà di Terzo Settore che intendono approfondire i temi dell’imprenditorialità sociale. La Fondazione, in collaborazione con numerose realtà partner, ha

offerto opportunità formative ed esperienze sul campo, per creare nuove imprese sociali o per sviluppare quelle esistenti, come nel caso di Archè Camp. L’iniziativa s’innesta nel più ampio tema della vacanza accessibile con l’obiettivo di stimolare e implementare nei partecipanti, relazioni e nuove competenze. Il tutto con il supporto di educatori formati anche nell’ambito tecnico-sportivo. Il lavoro in gruppo verrà svolto tenendo in considerazione le caratteristiche personali di ogni singolo partecipante, anche grazie al coinvolgimento di figure professionali del Laboratorio di Osservazione, Diagnosi e Formazione (Odf-Lab) dell’Università di Trento. Lo sport sarà strumento di emozioni condivise in cui ognuno può sperimentarsi con le proprie capacità e i propri limiti. L’attenzione e la cura del tempo libero rappresente-

ranno aspetti fondamentali di questa proposta. L’esperienza del Camp porterà i giovani a vivere una settimana attiva in Trentino dalla prossima estate, donando al contempo alle loro famiglie la possibilità e la libertà di godere degli aspetti culturali, storici e naturalistici del territorio. L’ampia offerta di attività outdoor, la collaborazione con l’Università, il personale qualificato e una metodologia specifica rendono questo Camp innovativo e unico nel suo genere. Una vera vacanza per genitori e figli, che nei prossimi tre anni la cooperativa ha intenzione di esportare anche in altri contesti e regioni. Lorenzo Pupi

Casa Marco Simoncelli Apre a Coriano il centro diurno voluto dalla Fondazione dedicata al motociclista Fondazione Marco Simoncelli

a cura di Ivan Ferigo

Intervista a Kate Fretti

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naugurata lo scorso 20 gennaio, Casa Marco Simoncelli è ora pronta, entro fine anno, ad entrare in funzione. Questo centro diurno per ragazzi disabili è uno dei tanti e lodevoli progetti della Marco Simoncelli Fondazione. Ne abbiamo parlato con Kate Fretti, storica fidanzata dello sfortunato motociclista ed ora responsabile comunicazione, raccolta fondi e attività promozionali della onlus che ne porta il nome. Come nasce l’idea di Casa Marco Simoncelli? Conoscevamo la Comunità di Montetauro, Marco c’era stato due-tre volte nel 2011, a fare autografi e foto con i ragazzi. Cinque anni fa, questa si è interfacciata con il Comune di Coriano. Nella frazione di Sant’Andrea in Besanigo c’era un albergo in disuso di proprietà della Chiesa. Si è pensato di ristrutturarlo e renderlo un centro diurno per ragazzi disabili. Ci è stato chiesto se come Fondazione volevamo prenderci in carico le spese. Ci sono state trattative lunghe, un anno di burocrazia per permetterci di iniziare i lavori. La Chiesa ha ceduto alla Fondazione per 99 anni la struttura. L’abbiamo abbattuta e ricostruita da zero. Ora la diamo in gestione alla Comunità di Montetauro. L’idea, quindi, è del Comune e della Comunità di Montetauro, che ne hanno parlato con Paolo, che ha accettato. Era una sfida grande e ambiziosa: all’inizio io ero contraria perché il progetto era economicamente importante. Che possibilità offre la struttura? Funzionerà come centro diurno per una trentina di ragazzi disabili della provincia. Ha una palestra e una piscina riabilitativa, oltre a sei posti letto per il

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Taglio del nastro riposo pomeridiano. All’esterno verrà attrezzata con un parco giochi ad hoc. All’interno – notizia recente – realizzeremo anche una stanza multisensoriale per il sollievo di ragazzi con malattie rare e incurabili. Si tratta di un progetto di una dottoressa di Milano sposato da un’azienda di Roma. In futuro poi vorremo che la Comunità di Montetauro attuasse al suo interno il progetto “Dopo di noi”, pensato per le famiglie con ragazzi con gravi disabilità. La Fondazione vuole portare avanti i valori di Marco. State lavorando ad altri progetti ed eventi? Stiamo pensando, in occasione del compleanno di Marco, ad uno spettacolo di comici e cantanti, che ogni anno cambia città. Il ricavato di tutti gli eventi dall’anno prossimo in poi, invece, andranno a finanziare un progetto di lungo periodo sull’autismo. Paolo pensava ad un bar ristorante dove possano la-

Un sogno diventato realtà vorare normodotati e ragazzi con forme d’autismo lievi, bravi nei lavori manuali e nel rapportarsi con il pubblico. Oppure ad una fattoria: c’è un’altra branca dell’autismo ai quali soggetti piace stare all’aria aperta, lavorare con la legna e gli animali. Ad ora per noi il progetto è troppo caro. Se qualcuno si vuole fare avanti, è il momento. Come si può sostenervi? Mettendo il codice fiscale della fondazione nel CUD. Oppure si può fare una donazione tramite bonifico: tutti i nostri contatti si trovano sul sito www.fondazionemarcosimoncelli.it. Da questo si può accedere alla sezione “Dona ora” e pagare con carta di credito o tramite bonifico. Mandare una mail in modo da rintracciare l’indirizzo. In cambio dell’iscrizione, diamo un gadget a scelta del donatore.

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CULTURA

Teatro La Ribalta a cura di Ivan Ferigo

Intervista al direttore artistico Antonio Viganò

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Fragilità e vulnerabilità diventano arte

o scorso 17 ottobre al Teatro di Pergine ha fatto tappa Otello Circus, ultima poetica produzione firmata Teatro La Ribalta. Una compagnia che da anni persegue un progetto d’arte professionale che porta attori con disabilità ad esiti di elevata qualità artistica. Un progetto che rifugge l’etichetta di “teatro sociale”, ponendosi invece come intento primario quello di «cogliere il mistero che appartiene all’inesplicabilità dell’arte, mentre la terapia è costretta a fermarsi su quella soglia», favorendo per questa via una più compiuta inclusione culturale e sociale. Come lavori con artisti con disabilità? Come li porti ad un livello artistico alto? Non credo possa esserci una specificità, un modo diverso di lavorare. L’operazione più grande che faccio riguarda l’ascolto. Mi piace molto l’idea di “scoprirli”. Tra i tanti che hanno partecipato ai laboratori, da sei anni abbiamo scelto che alcuni possano fare la scelta professionale, ovvero rompere il paradigma che per loro il teatro possa essere solo ricreativo, terapeutico, di svago. A noi interessava invece un progetto

d’arte. Logicamente, con questo passaggio si passa dall’handicap a persone con un nome e un cognome. Intraprendere la professione dell’attore vuol dire lavorare. Noi ricostruiamo identità e professionalità: sono tutti inseriti in agibilità Enpals, sono lavoratori dello spettacolo a tutti gli effetti, hanno ormai quasi tutti un contratto a tempo indeterminato, con tutte le questioni sociali (TFR, ferie, etc.) annesse. Una compagnia vera e propria, che vuole essere da una parte come tutte le altre, riconosciuta come un soggetto culturale e non sociale, dall’altra una compagnia con delle ombre profonde, dovute ad una condizione che però sul palcoscenico diventa comunicazione. La condizione dell’handicap, del cromosoma in più o in meno, lì per me non c’entra più: deve diventare comunicazione. La qualità del lavoro è dovuta anche al fatto di averci creduto e di avere la possibilità di lavorare con loro tutti i giorni, come con una compagnia “normale”. Queste caratteristiche di fare un lavoro non sociale ma culturale si vedono molto bene in Otello Circus, dove si

Teatro La Ribalta

nota appunto un ascolto degli attori non in quanto disabili, ma in quanto attori a tutti gli effetti. Capisco che facciamo un lavoro sociale. Ma tutto il teatro è sociale, che sia fatto da piccolo-borghesi, persone con disabilità, carcerati, proletari o impiegati. Si può aprire un tema più grande e che ci interessa di più: quello della fragilità. I miei attori sono fragili, vulnerabili, portano lo stigma dell’handicap sulla faccia o nel corpo. Ma io credo che la fragilità e la vulnerabilità non appartengano esclusivamente a loro. I miei attori le fanno diventare strumenti d’arte. Siamo umani perché siamo vulnerabili e fragili. Fragilità e vulnerabilità sono nel nostro DNA. Nel momento in cui questi elementi non ci saranno più, non saremo più umani, saremo qualche altra cosa. È difficile racchiuderci in una categoria: cerchiamo di essere un soggetto culturale a tutti gli effetti. Credo che ci stiamo riuscendo, e ci viene riconosciuto: ce lo riconoscono il mercato teatrale, la critica con i premi Ubu e ANCT, i teatri che ci mettono in programmazione. Questo per noi è molto importante.

Un libro per sentirsi meno diversi Intervista a Annalisa Stenech

nnalisa, noi siamo amiche da anni, presentati ai lettori. Sono una ragazza trentina, studio Psicologia presso l’Università di Scienze Cognitive di Rovereto. Amo la musica, fare shopping e aperitivo con gli amici. Fin qui, tutto normale... Un giorno, ridendo, mi hai detto: “Ho scritto un libro” Sì, non avrei mai pensato di riuscirci, invece eccolo qui, tra le mie mani! Che traguardo! La scrittura non è il mio forte, ma reputo il libro un valido strumento comunicativo. Quindi ho deciso di utilizzarlo per trasmettere un messaggio che mi sta molto a cuore. Il messaggio è arrivato ad Ail Trento Odv, che ha poi finanziato la pubblicazione del libro. L’Associazione Italiana contro le Leucemie – Linfomi e Mieloma, che ringrazio caldamente, ha accolto il mio contributo scritto e contattato Nella Valentini per creare dei disegni da unire alle mie parole. La realizzazione del libro è avvenuta sotto la guida professionale della psicoterapeuta dott.ssa Silvana Selmi. Il libro, finito di stampare da Publistampa Arti Grafiche nel mese di Ottobre 2019, si può trovare gratuitamente presso l’Associazione. Il tuo libro racconta di te, ma soprattutto parla ad alcune persone specifiche... Sì, il libro racconta del mio vissuto di

bambina ospedalizzata, ma anche di tutti quei bambini che si sono trovati ad affrontare situazioni di malattia più grandi di loro. Il libro parla a quei “Ragazzi forti” come me, ai loro genitori e alle persone care. Vuole essere un aiuto, da tenere sul comodino per sentirsi un po’ meno soli, un po’ meno diversi; ma anche un mezzo per incoraggiare il personale sanitario ad instaurare un rapporto quanto più possibile sincero ed umano col bambino in cura. Inoltre, mira a sensibilizzare riguardo queste esperienze traumatiche, nella speranza che le persone imparino a mostrare meno chiusura e più empatia. La copertina è d’impatto, illustracela tu! Vero, ho voluto che fosse così. Il titolo “...Never back down. Arrendersi, mai!” è il mio motto, mi ha sempre accompagnato nei momenti difficili e tutt’ora lo fa. L’immagine, invece, prende una passione che ho da sempre e la mette a servizio del libro come metafora della vita. Sto parlando della F1 e MotoGp, il mondo dei motori! “Sembra di vedere la Ferrari sul circuito!”, dice la tua voce infantile riportata in un aneddoto. A cosa ti riferivi? All’aghetto usato per fare le analisi ai bambini: nella spirale vedevo il circuito e il mio sangue era la Ferrari. Il circuito, la siringa, il colore rosso, il semaforo verde... sono alcuni degli elementi

…NEVER BACK DOWN. ARRENDERSI, MAI!

A

a cura di Alessia Vinante

ANNALISA STENECH

…NEVER BACK DOWN ARREnDERsI, mAI!

Illustrazioni di

NELLA VALENTINI

che contraddistinguono il mio libro e lo rendono significativo a livello psicologico. Svelaci allora questo messaggio... Porto l’attenzione sull’importanza della comunicazione verso il paziente bambino. “Il bambino deve sentirsi incluso nella relazione comunicativa tra adulti (genitori, medici, staff infermieristico)”, scrivo in uno dei tanti box dove esprimo le mie emozioni ed esigenze di bambina. A parer mio i bambini ospedalizzati hanno il diritto di sapere cosa sta succedendo; ovviamente occorre informarli utilizzando i corretti canali e un linguaggio appropriato, e per fare ciò il personale sanitario va adeguatamente formato.

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Se pensi al tuo libro, ora a disposizione di tutti presso Ail, dove lo immagini? La mia intenzione è portare le copie del mio libro nei reparti pediatrici e di onco-ematologia pediatrica di tutta Italia, bisogna però vedere come attuare il tutto. Finalmente puoi salutare con amore la bambina che sei stata. Qual è il tuo prossimo obiettivo? Mi piacerebbe laurearmi in Psicologia, e poi in Psicologia Clinica. Per lavorare in ambito pediatrico ed aiutare il paziente bambino nel percorso oncologico attraverso le abilità e conoscenze che ho sviluppato finora. Complimenti e in bocca al lupo per i tuoi sogni,

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pro.di.gio. Dicembre 2019  

L'Associazione PRODIGIO Onlus dal 1999 si occupa di informazione sociale e di sensibilizzazione sui temi della disabilità e della condizione...

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