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BIMESTRALE DI INFORMAZIONE DELL’ASSOCIAZIONE PRODIGIO ONLUS SUL MONDO DEL DISAGIO E DELL’HANDICAP

NUMERO II - APRILE 2020 - ANNO XXI - 119° NUMERO PUBBLICATO

PROGETTO DI GIORNALE

Verona Swimming Team

“Non abbiamo paura di nulla”

Aut. del Trib. di Trento n. 1054 del 5/6/2000 - Poste Italiane spa - Spedizione in abbonamento postale - 70%- DCB Trento . Contiene I.R.

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WWW.PRODIGIO.IT

I care

Prendersi cura degli altri e di se stessi pagine 4 e

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“Con impegno e coraggio tutto è possibile” Xenia Palazzo si racconta

pagina 10

Da Po.LIS a Sanremo

Dalla radio alla televisione, Martina due anni dopo. pagina 11


INNOVAZIONE SOCIALE

IN EVIDENZA

EDITORIALE

Verona swimming team

Cari lettrici e cari lettori, Ben ritrovati in questo spazio culturale che cerca attraverso il linguaggio della narrazione e del racconto giornalistico di portare messaggi di inclusione e di speranza per molte realtà e persone che in questo momento storico stanno vivendo sfide fino a qualche mese fa inimmaginabili. Abbiamo voluto dedicare questo numero al tema della cura. Non intesa in senso stretto, ma in tutte le sue sfumature. Oggi è il tempo di prendersi cura degli altri, che siano familiari o persone in difficoltà. Oggi dobbiamo prenderci cura delle emozioni, dei valori e dell’ambiente che ci ospita. Oggi iniziamo a capire che tutto è collegato, e che quando sei costretto all’esclusione o alla reclusione iniziano a mancare tanti aspetti della vita spesso trascurati: relazioni, libertà, spensieratezza, aria pulita, il sole sulla pelle, un sorriso, un discorso, uno sguardo. Spesso attraverso questa rivista abbiamo cercato di raccontare esperienze di persone che queste condizioni le vivevano già da tempo e che la società percepiva come distanti e diverse. Oggi forse la percezione della realtà sta cambiando, e in un mondo globalizzato iniziamo a condividere anche il disagio, la privazione della libertà, la responsabilità e l’isolamento sociale. In tutto questo vorrei trasmettere un messaggio di speranza, ma credo che sarebbe troppo scontato e facile in questa situazione. È il momento invece di compiere uno sforzo, cercando di immaginare e ricostruire un mondo che deve cambiare prospettiva, e trovare nei bisogni condivisi che emergono spunti e creatività. Ma come facciamo a farlo se non sappiamo da dove ripartire? Forse la soluzione è ripartire dal concetto di “cura”. Una cura della mente, del corpo e dello spirito, per ritrovare le origini delle cose che contano davvero e che sono state messe sempre più ai margini del nostro vivere.

a cura di Ivan Ferigo

Intervista al vicepresidente Marcello Rigamonti

– Conoscere l’associazione –

Come nasce Verona Swimming Team? Siamo nati nel settembre 2018. Esistiamo però già da sei anni ospitati all’interno di altre squadre, pur con la nostra precisa identità. Nasciamo a livello familiare. Il nome è stato scelto da Misha Palazzo, il logo da Xenia Palazzo. Tre dirigenti, due allenatori, e poi gli atleti. Qual è la vostra mission? La nostra mission è doppia: da una parte supportare in tutto e per tutto i nostri atleti di punta (Stefano Raimondi, Xenia e Misha Palazzo) verso i loro obiettivi e sogni, dall’altra avvicinare al nuoto ragazzi disabili di Verona e non. Siamo a disposizione per chi vuole venire a provare. Abbiamo però una caratteristica molto importante: siamo una squadra agonistica, il nostro obiettivo è far fare agonismo ai ragazzi, in un modo che non si discosta per niente da quello dei normodotati. Attraverso i valori etici dell’agonismo vogliamo fare in modo che i ragazzi possano crescere, conoscersi, migliorare la propria autostima, avere più relazioni sociali, girare il mondo, fare esperienza. Gli allenatori non sono volontari, sono tutti professionisti d’alto livello. Come si può entrare nel vostro team? Si può chiamarci o mandarci una mail. Insieme al ragazzo, io e Luisa Andreatta (siamo entrambi allenatori FIN, FINP e FISDIR) vedremo a che livello è e stabiliremo il percorso più adatto, agonistico oppure all’interno della scuola nuoto del Centro Federale.

– Conoscere l’attività –

Com’è lavorare con atleti con disabilità diverse? Bisogna saper gestire situazioni diverse a livello mentale e fisico, a seconda della disabilità. Per ogni ragazzo bisogna avere un approccio completamente diverso: i messaggi che veicoli devono essere diversi. Un allenatore deve essere in grado di adattarsi ai ragazzi, conoscendoli uno per uno. È molto importante un rapporto empatico, emozionale; i ragazzi devono fidarsi di te, soprattutto i mentali. Bisogna essere in grado di sviluppare una comunicazione efficace, che passa non solo attraverso il verbale ma spesso attraverso immagini e filmati. Il nuoto è uno sport ad alta valenza coordinativa: bisogna imparare una serie di gesti estremamente complicati, si tratta di saper applicare bene la propria forza all’acqua, sapendo utilizzare degli schemi motori adatti e secondo un programma individualizzato.

Lorenzo Pupi Caporedattore

Quali realtà vi sostengono? Non potremmo esistere se non avessimo degli sponsor. Le spese sono molto alte, quindi è fondamentale la collaborazione dei main sponsor AGSM e Banco BPM, degli sponsor Bertolaso, Prestiamoci, Immobiliare Peschiera, D&V Serramenti, Astra Zeneca e Mecmas, degli sponsor tecnici Akron e Farmacia Bergognone, del supporto clinico del centro studi I.A.P.N.O.R. La FINP attraverso il Centro Federale ci viene incontro per gli spazi, il CIP ci dà una mano con delle borse di studio. Abbiamo collaborazioni con Don Calabria e Verona Rugby. Anche il Comune ci dà una mano. Gli atleti poi, a loro volta, hanno delle loro opportunità di collaborazione. Per adesso siamo una onlus, siamo aperti a qualsiasi genere di aiuto.

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Proprietà: Associazione Prodigio Onlus Indirizzo: via A. Gramsci 46/A, 38121 Trento Telefono: 0461.925161 Fax: 0461.1590437 Sito Internet: www.prodigio.it E-mail: associazione@prodigio.it Aut. del Trib. di Trento n. 1054 del 5/6/2000 Spedizione in abbonamento postale Gruppo 70% Stampa: Publistampa (Pergine Valsugana).

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Verona Swimming Team

Direttore responsabile: Francesco Genitoni. Redazione: Luciana Bertoldi, Giulio Thiella, Lorenzo Pupi, Martina Dei Cas, Carolina Espinoza Lagunas, Ivan Ferigo.

Hanno collaborato: Maurizio Menestrina, Marcello Rigamonti – Verona Swimming Team, Gianko Nardelli, Alessia Vinante, Emanuela Rossini – deputata per il Trentino-Alto Adige, Fabio Pipinato, Francesca Bortolin, Luisa Pavesi – Cityfriend, Xenia Francesca Palazzo, Martina Romano. In stampa: 01 aprile 2020.

Il team

“Non abbiamo paura di nulla” – In futuro –

Progetti per il futuro? Il nostro è un progetto a lunga scadenza. Dopo Tokyo (Giochi rinviati al 2021), l’obiettivo primario diventano le Paralimpiadi di Parigi 2024. Però ogni anno c’è sempre almeno una manifestazione internazionale importante: europei e mondiali ogni due anni, le Paralimpiadi ogni quattro. Partecipiamo poi a diversi campionati italiani e regionali. In un anno 25-30 gare le facciamo tutte. I nostri atleti migliori sono tesserati per la Leosport, una società di normodotati con cui collaboriamo in un processo d’inclusione, tra le più forti in Italia e nel mondo a livello giovanile. Stefano Raimondi, il nostro atleta più forte, si allena e gareggia prevalentemente con loro. Ognuno dei nostri ragazzi ha una storia incredibile e noi siamo convinti ad investire sempre di più a livello emotivo, di impegno, di sforzo economico, di allenamento, di programmazione. Ci impegniamo molto, su riferimento degli sponsor, nella parte social e nell’organizzazione.

Misha Palazzo, Xenia Palazzo e Stefano Raimondi

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Un motto che rappresenti la vostra associazione. Non abbiamo paura di nulla. Siamo abituati a lavorare sodo, ad affrontare le difficoltà. Affrontiamo tutto nel miglior modo possibile. Un altro motto è per aspera ad astra: attraverso le asperità verso le stelle. Che non è necessariamente vincere un campionato italiano o i mondiali, ma soprattutto migliorarsi, conoscersi meglio, andare oltre. Questo sottolinea l’importanza formativa del nuoto agonistico, in fatto di valori ed opportunità.

Abbonamento annuale (6 numeri) Privati €15,00; enti, associazioni e sostenitori €25,00 con bonifico bancario sul conto corrente con coordinate IBAN IT 67G 08304 01846 000046362000 intestato a “Associazione Prodigio Onlus” presso la Cassa Rurale di Trento indicando la causale “Abbonamento a pro.di.gio.”

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INFO

Via Salvo d’Acquisto 2 c, 37030 Colognola ai Colli (VR)

348 7159360

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I CARE

I CARE

Care leavers

La cura dell’altro La buona vita di Gianko

Un accompagnamento per entrare nella società da protagonisti a cura di Ivan Ferigo

Intervista a Gianko Nardelli

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ualche settimana fa Gianko Nardelli è passato a trovarci in redazione. Ci ha raccontato apertamente la sua storia e regalato qualche ora di armonia, positività, insegnamenti su come guardare alla vita. Se parliamo di cura dell’altro, Gianko è un mirabile esempio

Gianko, presentati. Mi presento, più che come artista, come uomo che ha maturato delle esperienze, anche all’interno della disabilità. In maniera forse anche inconsapevole, ma da cui ho tratto tanti insegnamenti. Da 45 anni sono nel mondo artistico trentino. Già da bambino avevo nel DNA la passione per la canzone, il varietà, l’animazione, l’allegria, lo stare in comunità. Sono molto più social che family. Tutta questa potenzialità – dilettantesca – mi ha portato a proporre i miei sketch, con la collaborazione di validi musicisti, in occasione di feste campestri, matrimoni, compleanni, feste di associazioni, e da metà anni ‘80 nelle RSA, portando una ventata di allegria e animazione agli ospiti. Qui è iniziato un cammino dove l’aspetto artistico è stato la chiave d’accesso al microcosmo della disabilità. Ambito che mi ha fatto scoprire delle cose estremamente importanti e ha mutato la mia prospettiva. Prima ero io, come artista, al centro dell’attenzione; poi nel ‘98 la fisioterapista di una RSA ci lancia una provocazione: nel vostro abbigliamento manca un po’ di colore. Una frase che è come un seme gettato in un campo. Mi ha creato fastidio e inquietudine, ma è stato un seme che poi ha dato frutto. In quell’occasione, ricordo, il pubblico era formato da anziani con diverse patologie, tra cui la demenza senile. Ci ho pensato e ripensato. Mi sono chiesto “cosa possiamo fare per? Non siamo qui per noi, ma per chi ci guarda e ci ascolta, in una modalità di servizio”. Da allora ho cominciato a studiare le possibi-

lità: a sostituire le giacche con camicie più sgargianti e abiti più accattivanti, elementi che fossero già un messaggio di benvenuto. Questo ha influito sul repertorio. Anche qui due scuole di pensiero: il mio collega musicista più tradizionalista, io più discolo, monello, “fantasista”. E la fantasia, la creatività, significa anche cavalcare il momento, adattarsi la situazione, proporre un programma non statico, ma dinamico. Si coinvolge in base al pubblico, all’atmosfera, all’ambiente. Questa un po’ la nostra missione. L’importante è che il momento sia inclusivo. Artisticamente ti definisci fantasista. Cosa vuol dire? È un grande contenitore. Non sei ingessato nella parte dell’attore, del cabarettista, hai la possibilità di volare da una canzone ad una poesia, da un gioco ad uno sketch, per creare animazione e un clima di armonia, in maniera leggera e coinvolgente.

Dicevi che da bambini e diversamente abili hai imparato molto. Assolutamente sì. I bambini hanno due caratteristiche essenziali: la semplicità e il potere della meraviglia, dello stupore, della scoperta. Sono insegnanti carini, simpatici, belli, ma spietati. Sono genuini, non hanno i filtri e le barriere di noi adulti. Se hai il naso lungo o non gli stai simpatico, te lo dicono. Non hanno bisogno dell’animatore per giocare, anche se questo serve per organizzare: i bambini sono buoni anarchici. Hanno bisogno di regole. La regola è fondamentale, è qualcosa che ti protegge, che ti permette di fare un percorso sicuro. Con i disabili? Quando vado a Nuova Casa Serena dico che “vado fra gli angeli”. Devo andare con le pantofole, andare pian pianino con il ritmo, con la musica… A loro basta poco per agitarsi, emozionarsi, entusiasmarsi. È un mondo parallelo, come le carceri e altri luoghi speciali. È una questione di vibrazioni: deve essere una cosa assolutamente rispettosa. È una frequenza diversa, devo esserne consapevole. È tutto “disorganizzato”; devo farlo fra loro. Non è solo “guardatemi”, è un abbraccio grande. Una platea abbracciosa. Questo permette di creare questi momenti soft. Con le loro condizioni, non con le mie. Sono io a dovermi inserire nel loro contesto, non il contrario. Devo essere molto fluido e flessibile. Il tuo motto è “buona vita!” È quello che ha suggellato il mio cambio di prospettiva. Dovevo concretizzarlo non solo a livello ideologico o di sensazione, ma in qualcosa che fosse visibile e percettibile. Quando faccio lo spettacolo, nel mio leggio non c’è più il banner “Gianko Show”. Dovevo fare il salto di qualità, non tanto artisticamente, quanto umanamente. “Buona vita!” non è un’invenzione mia, ma un saluto regalatomi da mio cognato anni fa e che ho

Ivan e Gianko in Redazione

fatto mio. La buona vita c’è da augurarla a tutti, dal bambino ancora in grembo all’anziano sul letto d’ospedale che sta salutando la vita terrena. In questo motto c’è dentro tutto: tutte le età, tutti i Paesi. È un saluto per me universale. Un augurio, una benedizione. Benedizione vuol dire “dire bene”, quindi io ti auguro “buona vita!” C’è qualcos’altro che ti preme aggiungere? Il fatto di aver focalizzato finalmente un’immagine che prima non mi apparteneva. Il fatto che l’altro è un mistero; normodotato o diversamente abile, è comunque una persona da esplorare. Con creatività e curiosità. Capire chi ho davanti: sì, è vestito in questa maniera, ha questo aspetto, ma cosa c’è dietro questo corpo umano, che anima, che esperienze? C’è quindi anche un discorso di approccio empatico, senza farsene troppo carico, ma abbandonando pregiudizio e giudizio, avendo tutta la prudenza possibile e la curiosità di capire in maniera nobile e pura chi ho davanti. Ecco che le diversità, le differenze, che prima erano un limite, adesso sono un punto di partenza. E questo ti arricchisce l’animo e la mente. Sono sempre percorsi vantaggiosi, in termini economici e soprattutto di crescita, di acquisizione di conoscenze, esperienze, contatti. Questo ti libera da un sacco di fardelli e ti arricchisce. La cosa bella di bambini, diversamente abili, anziani, è che ti fanno capire molti limiti che abbiamo, e che ho personalmente, e tante possibilità di miglioramento. Ti fanno rialzare la vita. Ecco la buona vita. Il fatto di camminare, vedere, toccare, sentire, gustare, apprezzare. Se guardi in giro, c’è molta gente che non sorride, che ha tutto magari, ma gli manca la cosa più preziosa che ci è stata donata. Perché noi siamo un dono per l’altro. Grazie mille e buona vita!

Un percorso di consapevolezza Educare i bulli accompagnandoli

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ome fronteggiare il problema del bullismo? Alle medie Manzoni sono convinti che i bulli non si recuperino con la sospensione, misura ritenuta inefficace, ma con soluzioni educative costruttive. Lo spiega bene la dirigente scolastica Paola Pasqualin: «Ci capita periodicamente di dover fare delle scelte rispetto all’adottare o meno sanzioni disciplinari. In questi casi, il consiglio di classe si riunisce e decide cosa fare per recuperare la situazione. Generalmente ci siamo dati la regola che la sospensione non ha senso: vuol dire fare un piacere a questi ragazzi. Sarebbe un intervento senza alcun valore educativo. Starebbero tutta la mattina a giocare con i videogiochi. Ci sarebbe una rincorsa alla sospensione. Per evitare questo, ogni consiglio di classe si attiva rispetto ad esperienze di utilità sociale: dall’aiuto in mensa, alla pulizia delle scale o delle aule, al tutoraggio ai più fragili o ai più piccoli. Ogni consiglio

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Francesca Righi, Paola Pasqualin, Annalena Sega e Maurizio Menestrina di classe ha libertà creativa, purché l’obiettivo sia quello di recuperare un clima sereno all’interno della classe». Nel caso specifico, una ragazzina particolarmente fragile veniva presa di mira in modo sistematico da un gruppo di quattro ragazzi. Il consiglio di classe ha deciso di sperimentare un’attività legata al territorio, a contatto con una realtà particolare: l’ANFFAS di corso

Buonarroti. Qui Maurizio Menestrina ha aperto le porte ai ragazzi e alle insegnanti Annalena Sega, Wilma Cristofolini e Francesca Righi. Due ore extrascolastiche alla settimana, per quattro volte, tra marzo e aprile dello scorso anno. Ad ascoltare le docenti, l’inserimento dei ragazzi è stato graduale, molto attento al loro incontro con persone affet-

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a cura di Ivan Ferigo

Intervista alla deputata Emanuela Rossini

te da disabilità anche gravi. Sono stati dapprima coinvolti in attività pratiche (giardinaggio, falegnameria), per poi pian piano, affiancati da un operatore del centro, prendere contatto con la disabilità. Sperimentando, ad esempio, la difficoltà, ma anche la cura e la precisione, di queste persone nel realizzare quadri, borse di stoffa… e l’immancabile “pesce grazie”. A fine progetto, i ragazzi hanno spiegato ai compagni la loro esperienza. Come sono stati non puniti, ma accompagnati in un percorso di consapevolezza che li ha portati a cambiare modo di porsi nei confronti dell’altro. Così facendo, il risvolto educativo c’è stato non solo per gli ex bulli, ma ha avuto un riflesso impattante su tutto il gruppo classe. A partire dalla ragazzina inizialmente isolata. Ivan Ferigo

Chi sono i care leavers? Sono ragazze e ragazzi neomaggiorenni che escono da percorsi di affido o di comunità perché allontanati da piccoli dalla loro famiglia di origine causa gravi rischi (abusi, violenze, dipendenze dei genitori). Hanno alle spalle un’infanzia dolorosa e in comunità sono riusciti a trovare una nuova famiglia. Giunti ai 18 anni, per legge vengono considerati adulti, perdono alloggio e ogni cura e tutela. I dati ufficiali, a livello italiano, parlano di circa 3000 giovani senza una famiglia alle spalle che si trovano all’improvviso a dover badare a se stessi. Perché oggi diventa cruciale occuparsi di questi giovani? Pensare al dopo i 18 anni è fondamentale. Molti di loro non possono rientrare in famiglia e non sono autonomi. In Trentino sono attualmente 82, per cui si interviene con misure ad hoc (domicili autonomi o gruppi appartamento) fino ai 21 anni. Sarebbe importante mettere a sistema alcune condizioni permanenti di accompagnamento a cui non si sta facendo fronte. Oggi stiamo dialogando con la Provincia per attivare un tavolo

permanente sull’età della transizione e pensare a percorsi di accompagnamento allo studio, alla formazione al lavoro, abitativo e al supporto personale. Non è assistenza, sono maggiorenni, ma sono troppo giovani e con alle spalle già un’infanzia difficile, per essere lasciati soli. Che istanza hai intercettato? Esprimono tutti le stesse richieste: ci chiedono di adottare un approccio globale per aiutarli, non basta dare loro una stanza o un lavoro. È l’accompagnamento, il che significa relazioni, inserimento sociale, partecipazione in reti di prossimità, e soprattutto mantenere rapporti affettivi con chi li ha accompagnati fino a 18 anni, siano essi operatori, famiglie affidatarie, coetanei in comunità, membri della famiglia di origine e cittadinanza in generale. Che misure sarebbero utili? Misure a due livelli: quello istituzionale, per garantire loro un servizio di assistenza legale e medica nei momenti di bisogno; poter completare il percorso scolastico; avviarsi ad una formazione al lavoro o all’università, mettendo

a disposizione figure di tutor come in molti Paesi europei, e riservando una quota di borse di studio e di residenza. L’altro piano è quello della cittadinanza: stemperare pregiudizi nei loro confronti e diventare società accogliente. A gennaio è passata una norma importante in Parlamento a tua prima firma. Di che cosa si tratta? Per la prima volta si è stabilito che l’età della transizione va dai 18 ai 25 anni, e non più solo fino ai 21. Questo per aiutarli a costruirsi una formazione oggi richiesta dalla società, in grado di attrezzarli alla vita. Ecco perché il mio emendamento, che dovrà ora passare al Senato, stabilisce una cornice nuova in Italia, in linea con gli altri Paesi europei. La questione è poi arrivata a Bruxelles. Sì, a febbraio sono stata insieme alla rete europea dei care leavers, anche con giovani di Trento, a presentare le loro proposte ai parlamentari europei. È stato un bel momento costruttivo che ora porto avanti.

Care leavers a Bruxelles

“Cura di se” Atteggiamento socratico da tenere presente

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el tempo caotico e pressante che stiamo vivendo diventa difficile ritagliarsi degli spazi in cui ascoltare le proprie esigenze e, quindi, prendersi cura di sé. Chiusi nel dovere, riteniamo che dedicare del tempo a noi stessi sia da egoisti, dimenticando che, se non pensiamo prima a star bene noi, prenderci cura degli altri diventa un dispendio di energie distruttivo, anziché portarci benessere interiore. Già Socrate parlava di “Cura di se”, usando l’espressione greca “Epimèleia heautoù”, ripresa e tradotta in “Cura sui” nella cultura romana di epoca tardo-antica. Questa nozione si è ampliata nel tempo, Foucault ci trova «in primo luogo, il tema di un atteggiamento generale, di un certo modo di considerare le cose, di essere nel mondo, di realizzare determinate azioni, di intrattenere delle relazioni con gli altri. Il che significa che l’epimèleia heautoù è un atteggiamento: verso di se, verso gli altri, verso il mondo; ...» . Un atteggiamento che viene molto utile al giorno d’oggi se contrapposto a quello del “Produrre a tutti i costi”, facendo riscoprire una dimensione fondamentale del sé. Con queste righe di poesia provo a darvene un accenno: Mi prendo cura di ogni piccola risata di ogni parola uscita e non pensata, del raggio di sole che mi coccola il viso del pianto che si alterna al sorriso.

Tengo lontano l’impulso di comprare ed arrivare: è solo bisogno... di calore e di sogni, di trovarmi oltre le maschere, di abbracciarmi e darmi una mano. Sono stanco, arrabbiato e confuso, ma queste emozioni le uso... per creare qualcosa di bello: stare al mondo non è portare un fardello. La società mi chiede di produrre, ma io guardo la mia anima... dove mi vuole condurre. Nel momento in cui ci ricordiamo di essere umani, possiamo trovare il tempo di assecondare la nostra vera natura, standoci vicino. Ci ricarichiamo, mettendoci nelle condizioni di essere energia/forza positiva anche per gli altri. Rimane altresì vero che, prendendoci cura degli altri, impariamo anche a prenderci cura di noi stessi. Quindi, questa forma di attenzione/sguardo verso l’altro, può partire anche se non siamo ancora bene in grado di prenderci cura di noi: saranno proprio le esperienze/emozioni che viviamo attraverso l’altro ad indicarci la via per stare bene. In ogni caso, ascoltate Socrate e prendetevi il tempo di conoscervi, di guardarvi dentro! Alessia Vinante

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PAGINA DI PUBBLICA UTILITÀ DELLA PROVINCIA AUTONOMA DI TRENTO

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PAGINA DI PUBBLICA UTILITÀ DELLA PROVINCIA AUTONOMA DI TRENTO

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TURISMO ACCESSIBILE

TERRITORIO

Cityfriend: un amico che rende accessibile l’italia

Staffan, il cooperante Il passaggio di de Mistura a Trento, su invito di Ipsia del Trentino, non è passato inosservato. Ad ogni incontro pubblico c’era il pieno. Dalla Federazione Trentina per la Cooperazione che ha visto convenire 300 giovani, sino a sala Falconetto a metà febbraio, sino alla Campana dei Caduti dove è stato premiato da Giuliano Rizzi (presidente Ipsia) come tessitore di pace.

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taffan parla 8 lingue. Nacque a Stoccolma da un padre italiano della Dalmazia, nobile dell’impero austroungarico, che si rifugia in Svezia come apolide e si sposa con una svedese, che dà ai suoi due figli la cittadinanza svedese Staffan avrà la cittadinanza italiana solo nel 1999, per una delibera del Consiglio dei Ministri, come un riconoscimento alla carriera. Il padre spinge i due figli sul cammino della autoformazione. Raccontano gli amici di famiglia che dava 100 dollari (corrispondenti a 487 dollari con il potere di acquisto di oggi) e li inviava nelle vacanze in due direzioni diverse. Chi chiamava per primo, per chiedere soldi, aveva perso. Staffan una volta chiamò dalla Persia e l’altra dal Circolo Artico... Questo allenamento a trovare il modo di cavarsela lo aiuterà molto nella sua carriera. Per alcuni la diplomazia è la capacità di capire le ragioni degli altri. E questa diventa la caratteristica di de Mistura. Impressionante la sua capaci-

tà di chiedere e ascoltare i molti trentini che lo avvicinavano. La capacità di capire le ragioni degli altri, significa anche capire la comunicazione. Tornato a Roma per lavorare con il WWF, aprì una campagna contro la caccia. Rimase famoso il suo invito alle TV di essere ad un’ora precisa davanti alla sede della Federazione della Caccia, arrivando con un camion che scaricò due tonnellate di bossoli. Oggi Staffan parla perlopiù della sua esperienza siriana, dove per 4 anni ha cercato di porre fine ai conflitti. Ma la pace in Siria non dipendeva più dai siriani. Era ormai un conflitto con troppi interessi, con 11 potenze sul terreno, pronte tutte a combattere una guerra sino all’ultimo siriano. Una tragedia di proporzioni senza precedenti. Mezzo milione di morti, ed oltre sei milioni di profughi, di cui una parte sono arrivati in Europa, creando una nevrosi ben utilizzata da alcune forze politiche. Pochi riflettono che i profughi dalla Siria, e

Roberto Savio, Fabio Pipinato, Paola Martinelli, Mauro Montalnetti, Staffan de Mistura

prima dall’Iraq e dalla Libia, fuggivano da conflitti in cui abbiamo delle dirette e gravi responsabilità. Come ben diceva un cartoon del noto El Roto del Pais, “noi mandiamo bombe e loro ci mandano rifugiati”. Ma in questi anni di missione impossibile, de Mistura riuscì a stringere rapporti personali con tutti gli attori del conflitto. Ed è simbolico di una vita spesa per la pace e la cooperazione internazionale, che il suo addio al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, con il suo rapporto finale sulla Siria, abbia visto un omaggio senza precedenti: tutti i delegati gli hanno tributato in piedi una gran ovazione. Ovazione anche di coloro che hanno impedito un accordo di pace, ma che riconoscevano il lavoro instancabile di de Mistura. Va ricordato che i Cinque Membri Permanenti sono responsabili della vendita dell’82% della produzione di armamenti nel mondo: ed uno di essi, in concreto la Gran Bretagna, ha cercato di convincere la Germania a proseguire nella vendita di armi all’Arabia Saudita, dopo l’inaccettabile omicidio di Kashoggi… business first, come si dice in inglese… Non importa che l’Arabia Saudita abbia disseminato nel mondo moschee con imam salafiti o wahhabiti, i creatori del radicalismo religioso, la base del terrorismo islamico… Ed è qui che la figura di de Mistura diventa emblematica: è un servitore di valori universali, dell’umanità, non di Stati o di organizzazioni. Ma non è stato un vaso di creta fra vasi di ferro. È stato capace di portare avanti una battaglia di ideali e di valori, usando la diplomazia nel senso più nobile, di incontro e

condivisione. Mentre ora la diplomazia sta diventando solo uno strumento tecnico al servizio di interessi nazionali. Il multilateralismo, cioè la cooperazione come strumento di pace e di governabilità, è in fase di rigetto per nazionalisti e sovranisti, che sfruttano in una epoca di crisi la xenofobia, la paura e la cupidigia. La speranza è che dalla società civile nasca un rinnovamento basato sui valori che ci stiamo dimenticando, anche se stanno nelle costituzioni: la trasparenza contro la corruzione, la partecipazione dei cittadini contro l’indifferenza, la giustizia sociale contro i crescenti squilibri, la pace contro le spinte nazionalistiche. E si arrivi così ad un momento nel quale gli interessi ritornino ad essere gli ideali, e dove si rifletta sulla nostra storia, perché si capisca che una governabilità mondiale basata solo su interessi e non su valori comuni è una illusione che la storia ha sempre smentito. Papa Francesco ci ha indicato la grave crisi del nostro tempo. Una Terza Guerra Mondiale, frazionata in tanti conflitti locali, la crisi della solidarietà e della giustizia sociale, il ritorno di falsi profeti e il ritorno degli Uomini della Provvidenza. Ma la testimonianza di Staffan de Mistura, una vita dedicata con successo ad un impegno ideale, ci dice che quanto il Papa chiede è possibile. E riteniamo il messaggio di fondo di Staffan: non perdete mai la capacità di indignarvi. Fabio Pipinato

TURISMO ACCESSIBILE

Uno sguardo oltre confine L

o scorso semestre ho avuto l’opportunità di trascorrere alcuni mesi in Belgio, grazie al programma Erasmus+ offerto dall’Università di Trento. Mi sono stabilita nella città di Anversa, la seconda più grande del Belgio. Le città delle Fiandre sono molto simili fra loro: borghi antichi e strette strade di ciottolato conducono generalmente alla piazza principale, circondata da alti edifici medievali. Queste cittadine, dove il tempo sembra essersi fermato, meritano certamente una visita. Proprio riflettendo su questo punto, ho iniziato ad interrogarmi sulla questione relativa alla loro accessibilità sia fisica che culturale: questi luoghi meravigliosi ma allo stesso tempo così antichi, sono facilmente visitabili e/o abitabili da persone con disabilità? Cercando maggiori informazioni sull’argomento sono rimasta piacevolmente sorpresa: la regione delle Fiandre, sul suo sito web ufficiale VisitFlanders ha dedicato un’intera sezione (in inglese) all’accessibilità della regione, fornendo informazioni precise, accurate, efficaci e complete circa le modalità di trasporto, l’assistenza sanitaria, l’accesso agli edifici, ai siti culturali, ai parcheggi e ai servizi. Ogni singola attrazione viene descritta minuziosa-

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Anversa mente nella sua architettura, indicando se vi è la possibilità di richiedere assistenza del personale e se il luogo è dotato di ascensori e/o rampe per facilitare lo spostamento del disabile. La guida si occupa di un numero piuttosto ampio di problematiche (sordità, cecità, difficoltà motoria e psichica, nonché deficit dell’apprendimento, allergie alimentari e demenza) e fornisce le necessarie informazioni circa le principali città e regioni fiamminghe. Interessanti iniziative per l’abbattimento delle barriere architettoniche e culturali sono state inoltre avviate dalla città di Anversa. Sempre sul sito turistico ufficiale della città, sono presenti tutte le informazioni necessarie per la pianificazione del soggiorno. Nono-

stante alcuni luoghi risultino inaccessibili per la ristrettezza delle vie e l’architettura degli edifici, vengono forniti tutti gli strumenti per poter beneficiare al meglio dei servizi offerti dalla città. Per i più tecnologici, vengono indicate alcune app per smartphone specificamente dedicate al supporto del disabile nella ricerca di un parcheggio, servizi igienici accessibili e assistenza sanitaria. In più, la città ha studiato un sistema che permette di visitare le principali attrazioni in maniera efficiente e semplice: una mappa – reperibile gratuitamente negli uffici turistici – indica due itinerari alternativi percorribili anche in sedia a rotelle (wheelchair-friendly). I due percorsi, rispettivamente di 3 e 3,5 chilometri, attraversano Anversa per-

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mettendo di visitare i luoghi più significativi della città, creando utili pit-stop in prossimità di bar, ristoranti e musei accessibili. Nonostante il punto focale sia posto sulla condizione del turista, non bisogna credere che queste indicazioni possano essere utili solo per il visitatore occasionale. Un costante aggiornamento dell’accessibilità dei luoghi e una corretta e precisa informazione può infatti rivelarsi utile anche per il residente o l’abitante di una zona limitrofa. La creazione di una rete sociale attenta alle necessità della disabilità è senz’altro un valore aggiunto per uno Stato, e in questo campo il Belgio fornisce un buon esempio di inclusione sociale. Da italiana, consapevole della bellezza che il nostro Paese può offrire, mi rendo conto di come a volte la mancanza di un’accurata informazione possa rivelarsi un elemento discriminatorio, particolarmente nei confronti della disabilità. Questo è certamente un peccato: uno sguardo oltre confine a volte può rivelarsi un buon punto di partenza. Francesca Bortolin

a cura di Ivan Ferigo

Intervista alla co-founder Luisa Pavesi

Cityfriend

Cos’è Cityfriend? E da che esigenza nasce? Cityfriend è una startup innovativa a vocazione sociale che nasce dall’esigenza di rispondere ai bisogni delle persone con disabilità o con esigenze specifiche, in viaggio e nella gestione del loro tempo libero. Un progetto che nasce sei mesi fa a Torino da me, Andrea Panattoni e Alessandro Parisi. Che cosa fa la figura professionale del cityfriend? Il progetto nasce con l’idea di formare professionisti del turismo accessibile. Possono essere sia persone che già lavorano nell’ambito turistico, come guide o accompagnatori, sia educatori, volontari, OSS, che si occupano del terzo settore in ambito sociale. Per unire questi due percorsi in un’unica professione, organizziamo corsi (due a Torino, uno in Valle d’Aosta, a Roma, in Abruzzo e a Salerno) che sono la base per conoscere le esigenze delle persone in esperienze turistiche, ricreative, culturali e artistiche. Il cityfriend è una persona in grado di facilitare questo tipo di esperienze a persone con disabilità o esigenze specifiche. E poi c’è la piattaforma web. Puoi spiegarci come funziona? Una volta che hanno superato il test, pubblichiamo i profili dei cityfriend sul nostro sito. Questo perché vogliamo che siano gli utenti stessi a scegliere le persone da cui farsi accogliere. Il cityfriend non è un accompagnatore che parte e accompagna un’esperienza di una settimana, ma una persona che conosce molto bene la propria città o località, e può raccontarla proprio come fosse un amico, in tutti i suoi aspetti. I profili sono schede dettagliate che di ciascuna persona riportano le competenze, le lingue parlate, gli interessi. Vogliamo che il viaggiatore scelga il cityfriend in base ai propri interessi e passioni, in modo che siano fruibili a seconda delle esigenze. Sul sito, inoltre, si trovano delle esperienze che noi come azienda abbiamo già verificato o configurato come accessibili, grazie alla collaborazione con tour operator. Qual è il vostro mercato potenziale? Ad ora ci rivolgiamo principalmente alle persone con disabilità o con esigenze specifiche, come anziani o famiglie con bambini piccoli. Ci rivolgiamo anche alla clientela di altri Paesi interessata a vivere esperienze turistiche in Italia, legate sia alle città d’arte che, soprattutto al sud, alle vacanze al mare. I numeri sono sicuramente interessanti, perché si tratta di dieci milioni di potenziali utenti: non solo persone che vanno in vacanza, ma anche i residenti, che tramite un cityfriend possono riconoscere e scoprire nuovi lati della propria città. La proposta non è rivolta solo a persone con disabilità, ma anche con bisogni diversi. Ci rivolgiamo soprattutto agli anziani. L’età media della popolazione italiana sta aumentando. Durante i corsi facciamo dei moduli dedicati a come rispondere alle esigenze degli anziani, spesso molto vicine a quelle delle persone con difficoltà motoria o sensoriale. Questi utenti, nella maggior parte dei casi, hanno bisogno di tempi più lenti nel racconto dell’esperienza culturale, piuttosto che di percorsi inframezzati da pause o luoghi dove mangiare o prendere un caffè. Quanto alle famiglie con bambini, le esigenze sono diverse: ad una visita, può essere importante avere un modo che permetta ai bambini di scoprire l’attività artistica o culturale in modo divertente e ricreativo. I genitori così possono godersi di più la visita e i bambini partecipare in maniera più coinvolgente.

Team Cityfriend prossime regioni in cui vorremmo organizzare corsi rivolti a tutte le persone che vogliano iniziare questo percorso di facilitazione turistica. Emilia-Romagna, Toscana e Lombardia sono altri territori che vorremmo riuscire a coinvolgere prima della fine dell’anno, per arrivare il prossimo su tutto il territorio nazionale. Quanto si potrebbe fare in Italia a livello di turismo accessibile? Sicuramente si potrebbe fare di più, soprattutto dal punto di vista della comunicazione. Borghi storici, paesi di montagna o località di mare possono essere più accessibili se si rendono più piacevoli ed accoglienti grazie alla facilitazione di una persona. Nel nostro progetto proprio le persone possono fare la differenza, perché meglio in grado di far fruire le bellezze naturali e di valorizzare l’ambiente in tutti i suoi aspetti. Non necessariamente bisogna abbattere le barriere che riguardano le difficoltà motorie, quanto piuttosto lavorare sulla comunicazione in modo da rendere l’offerta turistica maggiormente fruibile a tutti.

Convegno ANFFAS

La tua esperienza in tre mosse !

Vedremo esperienze di questo tipo anche in Trentino? Sappiamo quanto il Trentino sia attento ad accogliere nel miglior modo possibile i turisti. È una delle

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Corso sulle disabilità motorie

Tour del cioccolato per disabilità visive

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C U LT U R A

SPORT

“Con impegno e coraggio tutto è possibile”

Da Po.LIS a Sanremo Intervista alla LIS performer Martina Romano

a cura di Ivan Ferigo

Intervista a Xenia Francesca Palazzo

Il movimento paralimpico italiano è esploso”, ci ha raccontato nello scorso numero Luca Pancalli. Il nuoto è tra le discipline che ne hanno giovato di più. Tra le nuove protagoniste di questo sport, Xenia Francesca Palazzo, due titoli e due argenti europei a Dublino 2018 e argento mondiale nei 400 stile libero a Londra 2019. L’abbiamo incontrata a fine gennaio, quando è passata per Trento per condividere la sua storia. Una testimonianza di determinazione, coraggio, sfida ai propri limiti

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Xenia, raccontaci qualcosa su di te. Mi chiamo Xenia Francesca Palazzo. Ho 21 anni e vivo a Verona, dove mi sono trasferita – da Palermo – nel 2008 per trovare nuove opportunità nella scuola e nello sport. Qui, nel 2012, ho scoperto il nuoto paralimpico. Sono nata con una vasta emorragia cerebrale a causa di una CID (coagulazione intravasale disseminata), una patologia incompatibile con la vita. I medici dicevano che non sarei sopravvissuta. Poi... Qui il primo nodo di svolta: il tuo avvicinamento al nuoto ha una storia particolare. Mia mamma ha avuto il coraggio di portarmi in piscina a tre mesi, come riabilitazione. All’inizio non c’erano successi, il mio corpicino era molto duro, una pietra; invece dopo i suoi massaggi speciali e la terapia dell’acqua, pian piano diventava più sciolto. Così ha voluto continuare questa terapia. Voleva portarmi a vivere, non sopravvivere. Grazie al nuoto sono riuscita, dopo tanti anni, a prendermi belle soddisfazioni. Così hai cominciato a gareggiare. Dal 2013 in competizioni internazionali, ma già dagli 8 anni in agonistica. All’inizio avevo tante difficoltà: per imparare un movimento tecnico, rispetto ai miei compagni, ci mettevo non tre mesi, ma tre anni se non di più. Questo negli anni si è ribaltato a favore mio, perché mi ha portato dove sono oggi. Quanto è cresciuto il nuoto paralimpico italiano negli ultimi anni? La FINP (Federazione Italiana Nuoto Paralimpico) è nata il 25 settembre 2010. Una federazione giovanissima, creata da Luca Pancalli, Roberto Valori, Riccardo Vernole e Franco Riccobello. Nel 2009 Vernole, tornato da un’esperienza mondiale da tre medaglie con Cecilia Camellini e Federico Morlacchi, ha deciso di creare un progetto a lungo termine. Da allora il movimento è cresciuto sempre di più, finché il 15 settembre 2019 l’Italia è diventata campione del mondo per la prima volta. Un exploit che nessuno avrebbe pensato, neanche il Comitato Internazionale. Che spettacolo è riuscita a fare la FINP! 50 medaglie, 20 ori, 18 argenti, 12 bronzi: non è mai successo in nessuna federazione. Grazie a questo lavoro, poi, tanti ragazzi stanno migliorando sempre di più, e ne arrivano di nuovi, anche bambini. E pure i genitori si stanno avvicinando sempre di più al mondo paralimpico senza timore.

Andiamo oltre il nuoto. Sei testimonial della campagna per la donazione di sangue “Libera la mente e il cuore, vinci ogni ostacolo”. Ce ne parli? È un progetto partito dopo i mondiali di Londra. Collaboro con un’associazione di Verona, Il Sorriso di Mavi onlus, che mi aiuta con tante donazioni che mi consentono di pagare spese mediche, trasferte, tutto ciò che mi serve. Si parlava di fare qualcosa sulla donazione del sangue, visto che a Verona e non solo ci sono carenze di sangue di ogni tipo; ho accettato subito perché donare il sangue significa donare una parte di sé a qualcuno che ne ha più bisogno. Questo il messaggio della campagna: tuffarsi nella solidarietà, senza pensarci due volte. A chi vive quotidianamente la disabilità, ma non ha mezzi per poter essere un esempio come voi, che messaggio vorresti mandare? Non abbattersi. Non è la fine del mondo. Anch’io ho avuto momenti di grandi difficoltà, sono stata presa in giro per anni perché diversa, ma non mi sono lasciata abbattere. Sapevo di avere una famiglia forte, i miei fratelli che mi spingevano ogni giorno, tutti i miei compagni di Nazionale, il mio allenatore, i miei medici… Se ci riescono Zanardi o Bebe Vio, se ci riesco io, perché non ce la dovete fare voi? Basta andare dritti per la propria strada, mettendoci tanto impegno e coraggio, senza interruzioni e senza perdere lo stato d’animo giusto. Così anche la cosa che sembra più impossibile sarà possibile.

Nasce a Palermo il 29 Aprile 1998. È un’atleta con disabilità intellettiva e relazionale (coagulazione intravasale disseminata). Ha fatto il suo esordio in una gara ufficiale nel 2012. Le sue discipline sono i 100 metri dorso, i 200 metri stile libero, i 100 rana e i 200 misti. Sacrificio, sogno, dedizione, forza di volontà sono state le chiavi per Rio 2016, Dublino 2018 e per Londra 2019.

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“Lo sport unisce le persone, quando nuoto mi sento come gli altri”

Xenia Francesca Palazzo

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Qualcosa in più su Xenia...

Il suo percorso

Xenia a Londra 2019

a cura di Carolina Espinoza Lagunas

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Vice campionessa mondiale 400 stile libero Londra 2019 Campionessa europea 2018 Dublino 200 misti e 400 stile libero 4 medaglie agli Europei 2018 Sesta classificata 200 stile libero Paralimpiadi Rio de Janeiro Ottava classificata 100 dorso Paralimpiadi Rio de Janeiro Finalista mondiali 200 stile libero Montreal 2013 Finalista europei 200 stile libero, 100 dorso e 100 rana Eindhoven 2014 6 volte campionessa europea INAS Primatista mondiale ed europea 800 stile libero INAS vasca corta Primatista europea INAS 200 delfino vasca corta 22 record italiani assoluti FINP 21 record italiani assoluti FISDIR 16 volte campionessa assoluta FISDIR 26 volte campionessa assoluta FINP Prima atleta S14 della storia a qualificarsi ad una finale agli Europei, Mondiali e Paralimpiadi.

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ue anni fa, la curiosità mi portò al “PoliMi”, a conoscere dei ragazzi fantastici che al tempo davano vita ad un progetto all’insegna dell’inclusione. Enrica e Martina, insieme ad altri ragazzi, realizzavano la trasmissione “Po.LIS”, una radio visual che abbatteva il silenzio di chi non può sentire, oltre a donare le emozioni delle canzoni attraverso l’interpretazione in LIS. Non per niente il loro slogan era “Sentire con gli occhi”. Uno dei ricordi che mi sono portata di quel giorno è quello quando Martina provava “Logico #1” di Cremonini. Adesso quella canzone la ascolto sentendo le emozioni con un’altra magia, grazie alla LIS. In questa intervista incontriamo Martina, che con le mani riusciva a trasmettere ogni emozione delle canzoni a “Po.LIS”. Questa volta l’ha fatto per tutta l’Italia, attraverso il festival musicale più celebre del Paese. Nella sua settantesima edizione, per la prima volta il Festival di Sanremo ha dato l’opportunità ai sordi di sentire e condividere le emozioni dell’evento, grazie a questa novità.

Provando “Logico #1” Ci siamo conosciute a Po.LIS, quando tu ed Enrica creavate un programma radio in LIS. Cos’è cambiato da quel momento? Cos’hai fatto nel frattempo? È vero, è passato un bel po’ di tempo. Grazie ad Enrica ho potuto partecipare al bellissimo progetto “una radio visual”. L’esperienza mi ha insegnato a mettermi sempre in gioco, a non avere paura delle sfide. Sono cambiate tante cose da allora, ho finito gli esami, ho seguito un corso di Daniele DiBenedetti per acquisire altre competenze, ho fatto un’esperienza in un’agenzia pubblicitaria, la “TBWA”. Non mi sono mai fermata. Ora mi trovo alla fine del mio percorso universitario, a completare la tesi di laurea. Com’è stata la tua esperienza a Sanremo? Che differenze hai notato rispetto a Po.LIS? È stata una grande sfida, ho dovuto abbattere la mia timidezza e mettermi in gioco. Per esempio, attraverso la canzone di Elettra Lamborghini, per la quale oltre a segnare dovevo ballare. Le differenze tra Po.LIS e Sanremo LIS sono tante. Per la radio eravamo in una stanza, tutto era programmato nel dettaglio, avevo un testo ed Enrica lo faceva scorrere cosi fa parlare e segnare in contemporanea. I brani li facevo a metà puntata, ma era quasi come essere in camera mia. Trovarmi in uno studio virtuale, con quattro telecamere, è stato molto diverso. Quando la lucina rossa si accendeva dovevo fissarla, guardare la regia per capire quando entrare e uscire in scena, e lo spazio attorno a me era completamente verde. Dato che eravamo in uno studio virtuale l’immagine del palco è stata aggiunta tramite il montaggio e si vedeva online. Inoltre, dovevo osservare sia la coreografa, che suggeriva i movimenti, sia la mia interprete, che mi dava i tempi. Insomma, abbiamo solo due occhi ma me ne sarebbero serviti mille, e

“Vorrei tanto che la Lingua dei Segni Italiana (LIS) venisse riconosciuta in Italia, per poter abbattere tutte le barriere comunicative. Senza di essa non sarei ciò che sono.”

Martina Romano

memoria. Nel mio caso avevo davanti un’interprete, Moira, che mi dava i tempi musicali. La mole di lavoro, era veramente tanta e quindi è stato difficile per tutti.

Martina a Sanremo allo stesso tempo bisognava sorridere e concentrarsi sul brano. Il programma è in diretta e tutto può succedere, a volte si deve anche improvvisare. Cosa senti di aver guadagnato da questa esperienza? Tantissime cose. Per me è stata una grande scommessa personale, mettermi in gioco con il mondo della televisione e con me stessa. Non credevo ci fosse tanto lavoro dietro le quinte di un programma per il piccolo schermo. Ricorderò soprattutto il gruppo di performers, tutte bellissime persone, eravamo sempre pronti a sostenerci a vicenda, come una famiglia. È bello vedere la Rai pronta a fare questo salto di qualità e per me essere parte di un cambiamento così importante è stato un onore. Cosa ha significato per te partecipare a tale progetto? Essere parte di un grande cambiamento della Rai, mostrare che indipendentemente dalla sordità tutto è possibile, per me ha significato molto. Ho tradotto ed interpretato il brano “8 marzo” di Tecla, mi piaceva l’idea di portare il suo messaggio anche alle donne sorde, che magari hanno subito o stanno subendo delle violenze, cercare di trasmettere loro forza e coraggio. E dire ancora una volta che non basta ricordare la festa con un fiore. In quanti eravate? Eravamo in tutto quindici Performer, di cui due sordi e gli altri udenti. Ci hanno affiancati gli interpreti che normalmente collaborano con la Rai per la traduzione in LIS dei TG Rai. In cosa consisteva la preparazione dei performer? “LIS performer”, non consiste solo nella traduzione delle canzoni, ma nel cercare di rendere interamente l’esperienza artistica multisensoriale, seguendo il più possibile il ritmo della canzone con i movimenti del corpo. Tutto questo avviene attraverso lo studio del brano, l’attenzione ai suoi messaggi e alle metafore da far emergere. Soprattutto servono tante, tante prove. Gli udenti erano facilitati, potendo sentire le parole, i sordi invece dovevano imparare tutto a

Questa novità ha dato l’opportunità ai sordi di seguire la trasmissione del festival nella sua interezza, quindi tutto sommato è stato un Sanremo all’insegna dell’inclusività. Secondo te siamo sulla buona strada per realizzare una società più inclusiva nei confronti dei sordi? Con questo obiettivo in mente, cos’altro pensi si potrebbe fare? Il fatto che alla Rai si inizi a cercare mezzi per una vera inclusione, non solo per i sordi, ma per tutti, è già un segnale molto positivo. È tanto ma si potrebbe fare di più, anche se so che si stanno muovendo in varie direzioni e con diversi progetti, come i programmi per bambini sordi. Per loro è una cosa nuova, durante Sanremo LIVE LIS i registi avevano difficoltà a riprendere le mani, o a concentrarsi sui dettagli importanti per i sordi. Si procede a piccoli passi, ma l’importante è farli. Secondo te come potrebbe contribuire ognuno di noi perché questo lento cambiamento diventi una realtà? L’unione fa la forza. Lottare per lo stesso obbiettivo, insieme. Supportarci e venirci incontro a vicenda. In questo caso, parlando di Sanremo, se la Rai offrirà tutti servizi, nessuno escluso, allora sarà giusto che il canone lo paghino tutti. Dopo questa bellissima esperienza hai qualche altro progetto in cantiere? La Laurea! Sto per finire la specialistica in Marketing, consumi e comunicazione presso l’Università IULM di Milano. Poi chissà. Chi può dirlo? Mi sono sempre definita una ragazza che ha fame di vita e di esperienze. Ti ringraziamo per la tua disponibilità. In conclusione, vorrei chiederti: quale messaggio vorresti lasciare ai nostri cari lettori? Vorrei tanto che la Lingua dei Segni Italiana (LIS) venisse riconosciuta in Italia, per poter abbattere tutte le barriere comunicative. Senza di essa non sarei ciò che sono. Vorrei incitare i lettori a lottare sempre per i propri obiettivi, nonostante le difficoltà. L’unico vero limite è quello mentale.

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I performer di Sanremo

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