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Bimestrale di informazione dell’associazione prodigio onlus sul mondo del disagio e dell’handicap

Numero v -ottobre

2019 - anno Xx - 116° numero pubblicato

progetto di giornale

SCUP 2019

Diamo il benvenuto al nuovo giovane di Servizio Civile

Trentino- Vivo Associazione contro il Bullismo Intervista al Presidente

I Dogon

Misterioso popolo del Mali

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Aut. del Trib. di Trento n. 1054 del 5/6/2000 - Poste Italiane spa - Spedizione in abbonamento postale - 70%- DCB Trento . Contiene I.R.

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WWW.PRODIGIO.IT

-Carolina Espinoza Lagunas per Associazione Prodigio Onlus 2019

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“Prima di dire non sono capace, bisogna sempre provare”

Intervista a Daniela Pierri pagina 11


IN EVIDENZA

EDITORIALE Il viaggio che vi proponiamo in questo numero di pro.di.gio. parte dal Trentino per arrivare in Guatemala, passando per il Mali. Un lungo percorso attraverso storie e territori diversi. Il nostro cammino inizia parlando di bullismo e di come l’associazione Trentino Vivo affronta questo problema, che molti giovani vivono quotidianamente sulla loro pelle. Di assistenza e inclusione tratta invece un articolo che racconta una bella storia di integrazione, di un ragazzo richiedente asilo che si occupa di aiutare una persona con disabilità nelle faccende di tutti i giorni, protagonisti entrambi di uno scambio di aiuto che crea legami speciali. Dal Mali provengono invece le opere d’arte della popolazione dei Dogon, opere a rischio in quanto eredità di religioni animiste fortemente osteggiate dallo Stato Islamico, che avremo la fortuna di poter vedere anche qui in Trentino grazie a una mostra organizzata presso il Centro per la Cooperazione Internazionale. Giungeremo fino in Guatemala, per raccontare il coraggio del piccolo Àngel che non si è piegato al volere dei più forti. Ma non vi è sentiero senza salite e discese. Come in ogni lungo percorso, accade di dare il benvenuto a nuovi compagni di viaggio, e a dover dire addio a chi prima aveva condiviso un tratto di strada assieme. Ma se è vero che è il tragitto, e non la meta, la parte più importante, possiamo dire che non dobbiamo rattristarci perché le nostre strade si separano, ma gioire per aver percorso un tratto insieme. “Mi pesa sulle spalle il poco di cammino che non percorsi” - Casimiro de Brito Grazie e buona lettura!

Giulio Thiella

Nuovo arrivato a prodigio! Diamo il benvenuto a nuovo giovane di Servizio Civile

Ciao a tutti! Sono Ivan, classe 1990, e dal 1° settembre ho iniziato il Servizio Civile presso Associazione Prodigio Onlus. Sono nato a Belluno e risiedo nella vicina Limana, ma dal 2009 Trento è il principale centro dei miei interessi. Qui ho frequentato l’Università, laureandomi prima in Lettere Moderne e poi in Filologia e Critica Letteraria, intraprendendo nel frattempo diverse attività che ancora adesso mi trattengono in città. Impegni strettamente legati alle mie due passioni fondamentali: il giornalismo e il teatro. Sono giornalista pubblicista dall’ottobre 2016 (ma pratico fin da giovanissimo) e collaboro con diverse testate occupandomi di sport, cronaca, cultura e spettacolo. Mi piace scrivere – e cercare di farlo al meglio – e raccontare storie. Per il teatro ho un interesse a tutto tondo: recito, vedo spettacoli su spettacoli, mi piace parlarne, li recensisco, incontro artisti, operatori e critici. Mi piace spostarmi e viaggiare per andare a vedere teatro. Ho aderito allo SCUP perché cercavo un’opportunità per sviluppare ulteriormente conoscenze, capacità e competenze a livello formativo, lavorativo e umano. “Comunità in racconto” è una proposta per la quale mi sono sentito cercato; per come immagino il mio futuro prossimo, il progetto giusto al momento giusto. Credo sia l’adeguato punto d’incontro tra le competenze che posso mettere in gioco e quelle che posso sviluppare o apprendere ex novo. Già nella prima settimana ho capito che sarà un anno nel quale avrò molto da imparare. Non si finisce mai di imparare. Apprezzo, infine, la possibilità di calarmi in un progetto inclusivo, teso a fare rete e, in qualche modo, a “promuovere e comunicare cultura” – quello che sta un po’ diventando il mio motto. Spero che questa esperienza possa essere (e credo lo sarà) una tappa importante nel mio cammino di formazione e di vita, dalla quale uscire tra dodici mesi con idee più chiare e precise sul mio futuro.

Il servizio civile tra storia e cambiamento

Il servizio civile ha vissuto in Italia tre stagioni. La prima è quella iniziata nel 1972 ed è quella degli obiettori di coscienza. Il servizio civile si configurava come una prestazione obbligatoria in sostituzione del servizio militare. Era riservato ai maschi, era caratterizzato da una forte ideologizzazione (antimilitarista), era molto selettivo. Di fatto si risolveva in attività a favore delle organizzazioni che ospitavano gli obiettori di coscienza. La seconda stagione è quella che inizia nel 2001, dopo la sospensione della leva obbligatoria. Il servizio militare diventa volontario e così anche il servizio civile, che si apre alle donne, comincia ad operare per progetti e prevede un compenso a chi partecipa. Questa fase si caratterizza per una forte presenza nel settore dell’assistenza. La crisi economica cambia la società e di conseguenza cambia il servizio civile, ormai entrato in crisi perché sempre uguale a se stesso. Il terzo servizio civile è quello universale, cioè aperto davvero a tutti e con l’intento di coinvolgere il maggior numero possibile di giovani. L’attenzione non è più alla prestazione né al servizio sociale: la priorità di oggi, per il servizio civile, è aiutare i partecipanti a crescere, a diventare adulti, ad imparare a lavorare e ad acquisire quelle conoscenze e fare quelle esperienze che li possano aiutare ad inserirsi nel mondo del lavoro. In provincia di Trento si è cercato di fare tutto questo con il servizio civile universale provinciale (SCUP), che ha coinvolto oltre 2000 giovani negli ultimi cinque anni e ha costituito un supporto utile a tanti per migliorare la propria condizione di vita.

Giampiero Girardi

Direttore dell’Ufficio Servizio civile della Provincia Autonoma di Trento

Ivan Ferigo

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Proprietà: Associazione Prodigio Onlus Indirizzo: via A. Gramsci 46/A, 38121 Trento Telefono: 0461.925161 Fax: 0461.1590437 Sito Internet: www.prodigio.it E-mail: associazione@prodigio.it Aut. del Trib. di Trento n. 1054 del 5/6/2000 Spedizione in abbonamento postale Gruppo 70% Stampa: Publistampa (Pergine Valsugana).

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Direttore responsabile: Francesco Genitoni. Redazione: Luciana Bertoldi, Giulio Thiella, Martina Dei Cas,Carolina Espinoza Lagunas, Ivan Ferigo.

Hanno collaborato: Giampiero Girardi, Trentino- Vivo Associazione

contro il bullismo, Ugo Bosetti, Piergiorgio Cattani, Alessandro Giovannini - Circoscrizione Oltrefersina, Stella Diluiso, Daniela Pierri, Fabio Pipinato, Oriente Occidente. In stampa: 01 ottobre 2019.

Abbonamento annuale (6 numeri) Privati €15,00; enti, associazioni e sostenitori €25,00 con bonifico bancario sul conto corrente con coordinate IBAN IT 67G 08304 01846 000046362000 intestato a “Associazione Prodigio Onlus” presso la Cassa Rurale di Trento indicando la causale “Abbonamento a pro.di.gio.”

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INNOVAZIONE SOCIALE

Trentino - Vivo associazione contro il bullismo a cura di Carolina Espinoza Lagunas

Intervista al presidente Giuseppe Di Lorenzo

Tutti insieme contro il bullismo

- Conoscere l’associazione Nati nel 2017 Trentino - Vivo Associazione Nazionale Contro il Bullismo, creata da Giuseppe Di Lorenzo, si fonda sull’impegno volontario ed agisce in stretto collegamento con altre associazioni italiane. Il gruppo è fondato da una persona che ne è stata vittima e dovuto combatterne diversi aspetti. L’associazione è molto attiva sia negli incontri con i ragazzi che sui social network, dove collabora con la polizia postale. Trentino - Vivo Associazione Nazionale Contro il Bullismo intende sensibilizzare i giovani sui temi di bullismo e cyberbullismo, sia per aiutare le vittime, sia per fare in modo che i bulli si rendano pienamente conto della gravità delle loro azioni. Di seguito, alcune domande a Giuseppe Di Lorenzo, con le relative risposte.

Qual è la vostra mission?

Questo è quello che facciamo: ascoltiamo telefonicamente le vittime o andiamo a conoscere a casa per creare un rapporto di fiducia che le aiuti a contrastare e cercare di superare le conseguenze degli atti di bullismo subiti.

Quali altre associazioni collaborano o hanno collaborato con voi?

Alcune associazioni con cui il sodalizio collabora sono: We are stronger charity Associazione Nazionale Carabinieri Avis Povo (Tn) Enac Ente Nazionale attività culturali Associazione Eligere Pedagogia Arcobaleno Associazione un Sorriso per Fiorangela Marco Baruffaldi Il cuore rosso e amici

INFO

Via Paludi, 33, 38121 Trento

- Conoscere l’attività Quali sono le vostre attività?

Organizzare e realizzare, in tutto il territorio nazionale, interventi mirati alla prevenzione del fenomeno, soprattutto nelle scuole, con incontri rivolti ad insegnanti, genitori e ragazzi, attraverso testimonianze dirette e l’ausilio di operatori professionisti.

“Se un giorno non avrai voglia di parlare con nessuno, chiamami… staremo in silenzio”. Gabriel Garcìa Màrquez

Come si può partecipare alle vostre attività?

Partecipare alle nostre attvità è semplicissimo: ogni volta che vogliamo realizzare un progetto pubblichiamo le modalità per parteciparvi direttamente sulla nostra pagina facebook, fornendo tutte le spiegazioni necessarie.

- In futuro Quali progetti avete in mente di realizzare?

Sensibilizzazione tra i giovani

Nell’immediato futuro i progetti sono davvero tanti, dall’organizzazione di serate a tema, alla creazione di un punto di ascolto nella città di Trento. Solo che le associazioni no-profit come questa vivono con le donazioni della gente, che effettivamente sono minime, pressoché zero.

Che messaggio vorreste lasciare ai nostri lettori?

Non subite il bullismo in silenzio, non abbiate paura. Denunciare è la cosa giusta da fare, non subite in silenzio la violenza altrui. Chi vi picchia non vi ama e non è vostro amico!

Intervento alla prevenzione del fenomeno

393 219 6276

trentinovivo@mail.com

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www.trentinovivo.com

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T e r r ito r io

Tra condivisione e comunità I martedì al Parco Langer

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ncora una volta, il Parco Langer è stato lo scenario del rinnovamento dell’appuntamento annuale della manifestazione «Aspettando le stelle al Parco Langer», organizzato dalla Circoscrizione Oltrefersina e Polo Sociale Oltrefersina-Mattarello insieme al Comitato Associazioni Oltrefersina. Diverse associazioni del territorio sono state presenti attraverso le diverse attività da loro ideate e svolte durante i quattro martedì di Agosto. Tra le numerose attività, frutto dell’originalità e dell’impegno di ogni associazione, sono stati messi in scena alcuni spettacoli, e anche un piccolo concerto della band «Moodz», che con la loro musica, stile rock-funk, hanno donato un po’ di vita ad una delle serate. Queste erano composte da due momenti diversi intervallati da un pic-nic condiviso, al fine di riscoprire il piacere di sedersi insieme a nuove persone, al fine di creare nuovi ponti tra diverse generazioni, culture e storie di vita, oltre che risvegliare il piacere del dare e del ricevere usufruendo del bellissi-

mo verde del Parco. Inoltre ogni singolo partecipante era libero di proporre un’attività diversa da quelle proposte, che fosse un gioco, una partita a pallavolo, dei canti o altro, sempre all’interno della manifestazione. Una delle novità di quest’anno è stata il concorso fotografico «Il Langer nei tuoi occhi» a cura dell’Associazione «Altrimenti»: chi partecipava lo faceva attraverso il suo scatto del Parco. Alla chiusura del concorso, gli scatti sono diventati dei pezzi di memory, che sono stati consegnati ai bambini oltre che ai primi tre classificati. “È stato un piacere”, ha dichiarato Alessandro Giovannini, referente per la Circoscrizione Oltrefersina, “partecipare anche quest’anno al gruppo di lavoro che sin da gennaio lavora per la realizzazione di quest’evento. È per noi molto importante poter collaborare con un altro prezioso servizio comunale presente sul territorio – quello delle attività sociali – affinché, unendo le forze, si possa essere efficienti nel sostenere progetti come questo, che valorizza-

Attività per tutti, al fine di creare nuovi ponti no la partecipazione e l’intraprendenza di singoli cittadini che si mettono a disposizione della comunità, il bene comune più prezioso e che dobbiamo continuare a saper coltivare. Il nostro ruolo, come istituzione, è stato quello di tessere con passione una rete che fosse prolifica, e voltandoci a rivedere il cammino che abbiamo percorso non possiamo che essere felici di aver costituito un gruppo che ha saputo ritrovarsi negli anni, innovarsi, ampliarsi e offrire ai nostri quartieri prima di tutto la

possibilità di incontrarsi, condita poi da fantasiose e divertenti attività. Non possiamo che sperare che il cammino prosegua anche nei prossimi anni, cercando sempre la lentezza, la profondità e la dolcezza in ogni gesto, prendendo esempio dal famoso motto di Alexander Langer, da cui il parco prende il nome”. Carolina Espinoza Lagunas

Il disagio giovanile L’adolescenza è una fase estremamente determinante del processo di crescita. Questo periodo è compreso tra gli 11 e i 18 anni, ossia tra la fine dell’infanzia e l’entrata nel mondo dei grandi.

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ino a cinquanta anni fa, era il momento in cui un giovane imparava le regole e gli obblighi necessari per diventare uomo: i cinquantenni e oltre ben ricordano l’autorità, a volte l’autoritarismo, dei genitori (ci si rivolgeva loro con il voi!) e degli anziani, il rispetto dei doveri, delle cose altrui e delle leggi, la disciplina a scuola (silenzio e mani sui banco!), il quasi obbligo di frequentare la chiesa e obbedire ai suoi comandamenti. Casa, scuola, chiesa, oratorio, campi da calcio e spiazi erano i punti di aggregazione più importanti, poiché esercitavano uno stretto controllo sulla formazione del giovane costringendolo a tener conto, prima di tutto, di regole da condividere con gli altri. Se qualcuno mostrava comportamenti non proprio corretti (prepotenza, egocentrismo, rifiuto delle regole, etc.) si sentiva rimproverare, quasi minacciare: Cossa vot che i diga i altri? In questi ultimi 40 - 50 anni, però, la scala dei fattori formativi è cambiata: famiglia, scuola, oratorio, anziani hanno perso la loro centralità, lasciando troppi ragazzi ad un fai da te della crescita che troppo spesso li lascia ad annaspare nel vuoto e nel conflitto. Questa è la fase dello scontro tra genitori e figli. Contrasti generazionali caratterizzano da sempre il rapporto giovani-adulti: servono all’adolescente per misurare e verificare la validità dei modi di essere e i limiti dei comportamenti che sta imparando, ma anche ad infrangerli entro margini accettabili. Il periodo adolescenziale è contraddistinto soprattutto da elementi di strutturazione dell’identità, di attesa e di passaggio all’età adulta: un ragazzo si prepara a diventare diverso, un altro, da “ciò che era prima” ma “non è ancora”. I punti di riferimento classici contano sempre meno, specialmente nelle grandi ed anonime concentrazione di persone, lasciando i giovani ad inventarsi

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una autoformazione in cui spesso l’Io prevale sul Noi, l’aggregazione è sostituita dalla baby gang, il bullismo fisico e il cyberbullismo diventano comportamenti normali, l’etica della rinuncia è disprezzata a favore del qui e subito, l’esclusione è il metodo con cui tener lontano chi non si adegua, prevaricazione, trasgressione, conflitto, alcol e droga dettano il ritmo del quotidiano e della vita. A queste condizioni fatalmente il risultato finale è il disagio giovanile, quel mal di vivere del nostro secolo sempre più invasivo in tanti giovani. Se ieri lo spiazal e i spiazaroi erano il massimo luogo di aggregazione, oggi è la baby gang, il branco prepotente e di mucchio, l’aggregazione in cui il debole insicuro Io individuale diventa Io collettivo che dà forza e sicurezza e perfino una sensazione di onnipotenza: bullismo, vandalismo, emarginazione, alcol e droga, suicidio giovanile non sono altro che la loro interfaccia con il resto degli altri!!! Sono diversi i modi in cui queste manifestazioni di malessere si manifestano. Un esempio ben appropriato è la devianza sociale cercata come espressione di se stessi. I ragazzi d’oggi, in generale, hanno sempre meno rispetto per le regole e sempre più tentazioni per il

proibito, mostrano mancanza di rispetto per le regole e per le persone, usano un linguaggio scurrile e si compattano tra loro facendo i bulli e vandalizzando le cose, vedi le bici piegate alla stazione di Trento, le scuole danneggiate, le bande notturne col motorino fracassone, i wrighter, etc…. Si sentono vivi solo nella contrapposizione con gli altri e non hanno rispetto per le persone, specie per i pari età, cosa che porta sovente a forme di violenza: si sente spesso parlare di bullismo in cui un ragazzo, un compagno di scuola, di squadra o di condominio più forte, si prende gioco di uno più debole, denigrandolo, angariandolo, derubandolo o anche picchiandolo davanti agli altri ragazzi. Altre forme di disagio giovanile sono l’esclusione e l’autoesclusione. Uno dei rischi, specie di quest’ultima, è il ricorso bevute esagerate di birra e vino per poi passare alle sostanze stupefacenti leggere, fino alle droghe pesanti, col rischio di arrivare ad una forte dipendenza, se non alla morte da overdose. Un altro rischio: il suicidio giovanile. Al telegiornale si parla di ragazzi suicidi perché stanchi dei maltrattamenti, del senso di inutilità e vacuità e delle prese in giro da parte degli altri ragazzi. In alcuni casi si può verificare un’altra forma di violenza più sottile come

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quella del cyberbullismo, ossia il bullismo online, dove i ragazzi celati dietro un computer o un cellulare, deridono, insultano, minacciano la vittima prescelta. Talvolta rubando persino l’identità della vittima creando un profilo falso col quale postano immagini, video o pettegolezzi imbarazzanti che, il più delle volte, sono anche invenzioni create dal bullo stesso. Probabilmente il bullo dentro di sé avverte una sofferenza dovuta nella maggior parte dei casi a problemi di relazione, in famiglia, a scuola, per strada, ma il fatto di curare le proprie “paturnie” a spese di qualcuno di più debole e fragile di lui crea un doppio danno. Anche il ragazzo preso di mira dal bullo inizia a vivere un proprio disagio, perché diventa uno “sfigato” agli occhi degli altri e egli stesso inizia ad autoescludersi dal mondo esterno rinchiudendosi dentro casa o in un mondo suo. Si può sperare di battere il disagio? Nessuno ha la formula miracolosa!!! Si fa appello all’ascolto e alla comprensione dei bisogni degli adolescenti a scuola ed in famiglia, ad un maggior coinvolgimento collettivo, all’impegno nel sociale, all’offerta di opportunità di lavoro, allo sport per aiutare i giovani a crearsi una capacità di giudizio su se stessi e i propri comportamenti. In ogni caso, per prevenire episodi gravi di bullismo, è a disposizione a Trento un numero verde, il 43002, cui segnalare fatti di prepotenza. Servirà? È un atto di fiducia cui solo il tempo darà una risposta anche se… anche se un po’ di devianza correlata al disagio è utile per cambiare le regole di una società: secondo il sociologo Acquaviva, infatti, è il diavolo (la devianza) a cambiare il mondo, e non l’angelo (il conformismo alle regole). Meditate, gente… meditate!!! Ugo Bosetti


te r r ito r io

“Integrazione e inclusione sono necessarie per il nostro futuro” Quattro domande a Piergiorgio Cattani Intervista a Piergiorgio Cattani

Quali caratteristiche cerchi in un assistente? Come detto, non mi interessa tanto che sia “formato”, quanto piuttosto che abbia qualità umane positive: l’assistenza non è un lavoro facile. Occorrono pazienza, abnegazione… Posso dire che spesso gli italiani non le posseggono. E poi capacità di utilizzare il pc, di scrivere velocemente e di seguirmi in varie occasioni.

Piergiorgio con Alpha

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inizio settembre Piergiorgio Cattani ha spiegato via lettera quanto preziosa sia l’assistenza che gli presta un ex richiedente asilo. Tornando su quell’intervento, gli abbiamo posto alcune domande. Di che tipo di assistenza hai necessità? Mi piacerebbe fare un discorso più generale, perché ogni caso varia. Sicuramente non ho bisogno (ancora) di una assistenza di tipo sanitario/infermieristico per cui ci sono figure più specializzate. Ho una vita un po’ particolare perché oltre i bisogni di tipo “fisico”, legati alla mia incapacità di movimento, ho un’intensa attività lavorativa.

Facendo la rassegna stampa, ci è capitato di leggere altre storie nelle quali un italiano bisognoso di assistenza e uno straniero sono indispensabili l’uno all’altro. Anche nel tuo caso penso ci sia un reciproco scambio: cosa lui dà a te? E, viceversa, cosa tu dai a lui? Uno dei miei collaboratori è un ex richiedente asilo (quelli venuti con i “barconi”, per intenderci). Viene da un ambiente lontano, ma in realtà i desideri, i sogni e le fatiche non conoscono latitudini. In fondo siamo davvero uguali. Da lui posso imparare un approccio alla vita forse più semplice, easy, per dirla all’inglese. Evitare le corse, lo stress della vita “oc-

a cura di Ivan Ferigo

cidentale”. Io posso aiutarlo a muoversi in questa società complessa, a imparare meglio l’italiano e a fargli capire alcune cose dell’Italia e del Trentino. Una breve riflessione sull’importanza di integrazione ed inclusione come strumento di comunità. Vorrei partire da un dato oggettivo: l’Italia sta invecchiando velocemente. Non è tanto una questione demografica: la popolazione sta calando, ma stanno aumentando gli squilibri tra i pochi giovani e i tanti vecchi. Chi pagherà loro la pensione? E per i non autosufficienti: se non ci saranno fisicamente persone in grado di assisterli, cosa accadrà? Per questo dovremo ringraziare gli stranieri (giovani, sani e desiderosi di migliorare la propria vita), non trattarli come ospiti da sopportare oppure come invasori da cacciare. L’integrazione e l’inclusione non sono opzioni che si possono anche non scegliere, sono necessarie per il nostro futuro.

Angelitos La storia di un bambino coraggioso

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artina incrocia la storia di Angelito l’8 luglio 2015. Mentre cerca informazioni per la sua tesi di laurea sul sito del quotidiano nicaraguense El Nuovo Diario, due immagini sullo schermo attirano la sua attenzione. Nella prima, un bambino sorridente con una maglietta rossa e il disegno di un cartone animato stampato sulla pancia. Nella seconda, lo stesso bambino sdraiato a terra, stretto tra le braccia di un uomo in lacrime. Martina apre l’articolo e scopre che il fanciullo in questione si chiamava Ángel Escalante Pérez, aveva 12 anni, sognava di diventare architetto ed era stato scaraventato giù dal ponte Belice, il più alto di tutto il Guatemala, da sei coetanei. La sua colpa era quella di essersi rifiutato di sparare a un autista che i ragazzini, affiliati a una banda di strada, volevano costringerlo ad uccidere come rito d’iniziazione per reclutarlo a forza tra le loro fila. Per giorni l’autrice spera che i media occidentali raccontino la storia di Angelito, contribuendo con penne e microfoni a spezzare la logica del mata o mueres. Purtroppo, però, niente. Martina non ci sta, si arrabbia e comincia a raccontare la storia di Angelito alle persone che ama. Un modo di rendergli giustizia inizialmente confuso, ma che presto si struttura fino al punto da intraprendere una vera e propria indagine per mettersi in contatto con la famiglia. Cercando informazioni sugli Escalante, la scrittrice scopre che a Città del Guatemala un bambino su due aveva paura di andare a scuola, perché proprio lì era più alto il rischio che venisse notato dai mareros e costretto ad arruolarsi tra i loro ranghi. A febbraio 2017 Martina riesce a contattare Luis, il padre di Angelito. Al telefono, Luis le confida che il tragico lutto che aveva colpito la sua famiglia non aveva niente di speciale, perché in Guatemala casi simili sono la norma. Aggiunge poi che il suo bambino l’avevano ucciso due volte: la prima buttandolo dal ponte, la seconda non iscrivendo nessuno nel registro degli indagati. Andava impedito che lo uccidessero una terza volta, con l’indifferenza e l’oblio. Da quel momento, Martina si mette #InViaggioconAngelito. Arrivare in Guatemala con contatti sicuri non è

Conoscere l’autrice

semplice, ma ad agosto 2017 la scrittrice riesce finalmente a conoscere di persona Luis Escalante. L’incontro avviene nell’unico luogo dal quale i mareros si sarebbero tenuti alla larga: una biblioteca. Qui Martina incontra un uomo costretto dalla vita a rinunciare alla giustizia per suo figlio, ma che mai avrebbe potuto rinunciare – ultimo desiderio rimastogli – alla speranza che ad altri bambini, ad altri Angelitos, venisse evitata una simile sorte. Una storia vera, cruda, ma che nella sua durezza lascia qualche traccia di speranza. La violenza va combattuta con la testimonianza e con la cultura.

Martina Dei Cas (1991), laureata in Giurisprudenza, vive ad Ala in Trentino e nel 2010 è stata insignita dal Presidente della Repubblica del titolo di Alfiere del Lavoro. Ama viaggiare per terra, per mare o tra le pagine dei libri e dare voce alle storie dimenticate che incontra lungo il cammino. Ha scritto Cacao amaro e Il quaderno del destino, due romanzi ambientati in Nicaragua, con le cui royalty supporta da otto anni il progetto “Un libro per una biblioteca” in favore della scolarizzazione nelle zone rurali. Segui Martina attraverso i social network @Martina Dei Cas #inViaggioConAngelito

Il libro “Angelitos”, pubblicato da Prospettiva editrice, è patrocinato da Amnesty International Italia e dal Centro per la cooperazione internazionale di Trento.

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PAGINA Di PUBBLICA UTILITà DELLA PROVINCIA AUTONOMA DI TRENTO

Trento, una provincia dove lo sport è per tutti In Trentino lo sport valorizza la disabilità S

e “Il Sole 24 Ore” ha certificato che Trento è per la quinta volta (su tredici) la provincia col più alto indice di sportività, probabilmente un ruolo determinante lo hanno anche le politiche di promozione dello sport e dell’associazionismo sportivo messe in campo dalla Provincia autonoma con la propria legge sullo sport, la numero 4 del 2016. Sono infatti 5,4 i milioni di euro che nel 2019 la giunta provinciale ha messo a disposizione di federazioni, associazioni e società sportive trentine per sostenerne le varie attività e iniziative, cui si aggiungono altrettanti 5,4 milioni destinati alla costruzione o ammodernamento delle strutture sportive. Tra i beneficiari di queste risorse, la Provincia Autonoma di Trento include anche le federazioni, le associazioni e le società sportive trentine riconosciute dal Comitato Italiano Paralimpico, ente che la legge provinciale ha ufficialmente accreditato, al pari del CONI, con l’ultima modifica introdotta dal Consiglio provinciale nel 2019. La norma dedica infatti l’intero capo quinto allo sport inteso come strumento per valorizzare le diverse abilità, riconoscendo l’attività sportiva delle persone disabili come fondamentale mezzo d’integrazione e aggregazione, nonché di miglioramento della loro condizione psico-fisica. Il principio è quello di non lasciare indietro nessuno, di offrire a tutte e tutti l’opportunità di godere appieno della libertà e bellezza del praticare un’attività sportiva ad ogni livello. Di beneficiare appieno delle occasioni di incontro, della socialità e delle emozioni che solo lo sport sa trasmettere, superando qualsiasi barriera. Tra gli aiuti riconosciuti dall’ufficio attività sportive alle associazioni vi è il concorso alle spese di acquisto e sostituzione di specifiche attrezzature individuali per la pratica di una disciplina sportiva da parte di loro atleti con disabilità. Nel 2019 sono stati concessi su questa linea di finanziamento contributi per 78.628 euro a nove associazioni sportive. Si va dalle hand-bike acquistate per i propri atleti dall’ASD disabili Sport Team Vallagarina al sollevatore attrezzato che il Circolo Altogarda Kite utilizzerà nell’ambito del proprio progetto “Kitesurf senza limiti”; dagli ausili necessari agli atleti con disabilità visiva della apposita sezione avviata dall’ASD Baseball Trento alle cinque carrozzine per la pratica del basket su cui gareggeranno gli atleti dell’ASD Albatros di Trento. Altro filone di sostegno è quello che include le iniziative riguardanti la pratica sportiva di persone con disabilità. Sono state cinque le associazioni sportive trentine ad aver presentato progetti per il 2019, per un finanziamento complessivo pari a 31.582 euro. Tra i beneficiari ci sono i quaranta mountain biker coinvolti dalla Scuola di ciclismo fuoristrada Val di Non e Sole che hanno partecipato al progetto “Sport per tutti, nessuno è fuorigioco”, i ragazzi e le ragazze della Cooperativa di solidarietà sociale CS4 che si sono cimentati con la pallacanestro grazie al progetto “Dopo le 4” promosso dall’ASD Basket Pergine, le otto squadre che, grazie all’organizzazione dell’Adige United Hockey Club, hanno partecipato a Mori alle finali di Coppa Italia di ParaHockey su prato. Aiuti sono previsti anche per sostenere le spese di funzionamento delle associazioni sportive che aprono e gestiscono una sezione destinata a persone con disabilità, con particolare attenzione alle iniziative sportive di squadra. Sono cinque le associazioni sportive trentine che nel 2019 hanno chiesto e ottenuto complessivamente 14.000 euro di contributo per la gestione delle loro sezioni disabili.

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Investire nello sport significa investire, innanzitutto, sul futuro del Trentino, i giovani. Ma non solo, significa anche incentivare corretti stili di vita, sviluppare l’integrazione sociale, favorendo la partecipazione di tutta la popolazione, a prescindere dall’età e dalla condizione fisica, alle attività sportive. Praticare sport fa bene a tutti, ed in particolare alle persone a rischio di emarginazione, perché sviluppa l’autostima, le relazioni, il desiderio di mettersi in gioco, di diventare parte attiva ed integrante di un gruppo. Un momento in cui l’inclusione sociale diventa reale e massima. Molto è cambiato negli ultimi anni, e l’attività sportiva si sta diffondendo sempre più fra le persone disabili, grazie anche ad esempi di fama internazionale che spingono gli altri a provare. Si pensi, ad esempio, ad Alex Zanardi, protagonista al Festival dello Sport di Trento, che nonostante l’incidente e la conseguente disabilità non ha perso la voglia di vivere e di fare sport. In seguito a questa tendenza, sempre in crescita, sono nate non solo delle manifestazioni dedicate ai disabili, come ad esempio le Paralimpiadi, ma anche delle associazioni sportive che promuovono lo sport paralimpico. Nelson Mandela diceva che lo sport ha il potere di cambiare il mondo, di unire le persone in un modo che poche altre cose fanno. Ecco, credo molto in questa affermazione, e credo pertanto che abbiamo il dovere di garantire a tutti i ragazzi trentini, dalle materne alle superiori, un’adeguata formazione motorio-sportiva, come strumento di cura di sé, dal punto di vista fisico, psichico ed etico. In questa visione si inseriscono i tanti progetti in essere, portati avanti anche nelle scuole trentine, in collaborazione anche con il CONI, con l’auspicio che il binomio sport-scuola possa crescere e rafforzarsi. Roberto Failoni Assessore provinciale all’artigianato, commercio, promozione, sport e turismo

Nelle iniziative di nuova realizzazione o ristrutturazione delle strutture sportive la Provincia promuove, in conformità alle disposizioni in materia di eliminazione delle barriere architettoniche, l’accessibilità e la fruibilità degli impianti sportivi da parte delle persone con disabilità. Si tratta di interventi spesso complementari, come lo sbarrieramento di accessi, di servizi igienici e spogliatoi, che danno tuttavia la cifra di un’attenzione peculiare a chi, suo malgrado, approccia la pratica sportiva da una prospettiva diversa. Infine, da segnalare la recente attivazione del sostegno alla promozione dello sport di cittadinanza per tutti. Il primo degli obiettivi della misura è di favorire la partecipazione di tutta la cittadinanza e di incrementare le persone - anche con disabilità fisiche, intellettive e sensoriali - che praticano attività motoria, sportiva e di gioco, col fine di incentivare corretti stili di vita e favorire le relazioni sociali. Il secondo punta a proposte progettuali, con particolare attenzione a quelle dedicate all’area della disabilità e del disagio, che realizzano attività all’aperto e gratuite di promozione di più discipline sportive, a favore di tutta la cittadinanza; organizzano manifestazioni per la diffusione delle discipline sportive tra i giovani e con il coinvolgimento delle scuole; organizzano manifestazioni per incentivare la partecipazione di giovani under 18 a sport di squadra; organizzano specifici eventi di informazione, sensibilizzazione e promozione sportiva all’interno di festival e grandi eventi sportivi e culturali; implementano piattaforme digitali per monitorare le prestazioni atletiche; introducono e potenziano le competenze manageriali e digitali nella gestione delle società sportive.

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PAGINA DI PUBBLICA UTILITà DELLA PROVINCIA AUTONOMA DI TRENTO

Trento, una provincia dove lo sport è per tutti In Trentino lo sport valorizza la disabilità BEBE VIO

È un emblema del movimento paralimpico. Bebe Vio ha travalicato i confini italiani ed è fra le sportive, non solo paralimpiche, più importanti e conosciute del mondo. Testimonial di brand internazionali, fra abbigliamento sportivo, fashion e case automobilistiche, è fra le atlete dell’associazione art4sport. Nata a Venezia nel 1997 e vissuta a Mogliano Veneto, studia a una università americana a Roma. Fiorettista, unica al mondo a tirare di scherma amputata ai quattro arti dopo una meningite, nel 2016 ha vinto due medaglie alla Paralimpiade di Rio, dove fu portabandiera azzurra nella cerimonia di chiusura: l’oro individuale e il bronzo a squadre con Loredana Trigilia e Andreea Mogos. A Tokyo vuole migliorarsi e raggiungere l’oro anche con la squadra (lo ha già fatto ai Mondiali di Roma). Fenomeno fra i fenomeni paralimpici.

ONEY TAPIA

Stella fulgente dell’atletica paralimpica azzurra, Oney Tapia è personaggio conosciuto anche al di fuori dei confini dello sport, grazie alla sua vittoria a Ballando con le Stelle. Nato a Cuba, ma diventato italiano, è prima di tutto atleta e uomo di sport. Anche lui è diventato cieco, ma non per una malattia come Assunta Legnante: nel 2011 un tronco lo colpì mentre lavorava come tree climber. Prima giocava a baseball e tirava di boxe. Cominciò con il torball e poi si innamorò dell’atletica. Cinque anni dopo era alla Paralimpiade di Rio, dove vinse un argento. Saltò per problemi fisici i Mondiali di Londra nel 2017, al suo ritorno in pedana agli Europei di Berlino lo scorso anno fu subito medaglia d’oro nel lancio del disco, la sua specialità, cominciata quando lo avvolse il buio. Ha scritto anche un libro: “Più forte del buio”. Fenomeno non solo nello sport.

FRANCESCA PORCELLATO

Di Castelfranco Veneto, è un’atleta paralimpica italiana, classe 1970. Soprannominata “la rossa volante” per le sue innumerevoli vittorie e per quella sua folta chioma di riccioli rossi, gareggia sulla sedia a rotelle perché paraplegica da quando, a diciotto mesi, fu investita da un camion nel vialetto di casa. Gareggia sia nello Sci di fondo Paralimpico sia nell’Atletica Leggera Paralimpica, detenendo un vasto palmares di Campionati Italiani, Europei, Mondiali e Paralimpiadi. E’ una delle atlete più note in Italia e nel mondo e vanta 9 partecipazioni ai Giochi Paralimpici, sei in quelli estivi e tre in quelli invernali, conquistando 11 medaglie. È una delle poche atlete al mondo ad aver conquistato il titolo di Campionessa Paralimpica sia nelle edizioni estive che in quelle invernali. A Pechino è stata anche portabandiera ufficiale della delegazione italiana. Atleta versatile, si cimenta su distanze che variano dai 100 mt alla maratona (vincendo, tra l’altro, quelle di New York, Londra e Parigi). Dopo i XII Giochi estivi di Atene 2004, si dedica anche allo sci di fondo paralimpico, partecipando a Torino 2006 e Vancouver 2010. Il 21 marzo 2010 conquista la medaglia d’oro nella gara di sprint.

MARTINA CAIRONI

È la più grande sprinter paralimpica del mondo. Nessuna come lei fra le atlete amputate di gamba. Martina Caironi è una delle star internazionali dell’atletica paralimpica. Bergamasca, aveva 18 anni quando un pirata della strada investì la moto dove lei era con il fratello e scappò. Le venne amputata la gamba appena sopra il ginocchio. Alla sua prima Paralimpiade, quella di Londra 2012, ritenuta la più bella di sempre, vinse la medaglia d’oro nei 100 metri, bissando poi a Rio 2016. Sui 100 metri, con 14”61 è la prima donna amputata a scendere sotto i 15 secondi. Nel salto in lungo ha migliore prestazione di sempre fra coloro con 4,91 m. È diventata un punto di riferimento per le atlete paralimpiche nel mondo.

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PAGINA DI PUBBLICA UTILITà DEL comune DI TRENTO

Un’area verde per Campotrentino Progettato dagli stessi residenti, il giardino ha giochi per diverse fasce d’età e una zona per il relax e la socializzazione

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ampotrentino ha finalmente la sua area verde, pensata dagli stessi residenti, che hanno affiancato l’Amministrazione comunale nella progettazione grazie a un percorso partecipato avviato già nel corso del 2017. Tra via Maccani e via Guetti, l’area ospita due aree gioco pavimentate organizzate con giochi e attrezzature per due differenti fasce d’età. È stata realizzata anche una zona per il relax con una pergola e panchine che permettono la sosta di ragazzi o genitori che accompagnano i bambini. La posizione della zona relax nelle vicinanze dell’uscita su via Maccani consente di poter vedere entrambe le aree gioco e di impedire l’uscita in strada involontaria dei bambini. Sono stati messi a dimora alberi e aiuole ed è stato realizzato un nuovo vialetto con una pavimentazione dura che permette l’attraversamento del parco anche a persone con disabilità motorie. L’area è stata chiusa con una recinzione metallica di colore in linea con gli elementi all’interno del parco. Il rifacimento del tappeto erboso ha previsto la realizzazione di alcune collinette in terra in modo da aumentare

l’attrattività del gioco libero sul prato. Il progetto del parco giochi, oltre a rispondere alle richieste dei cittadini, cerca di stimolare nei fruitori la creatività, grazie ai movimenti del terreno e agli avvallamenti. L’area inoltre è stata pensata anche per l’organizzazione di feste di compleanno e per incontri sociali, non solo di bambini. Già di proprietà di Itea, l’area è stata inserita tra le opere destinate al finanziamento del Fondo Strategico territoriale della Pat. Negli accordi intercorsi fra Enti, si è riconosciuta la valenza strategica del giardino pubblico e si è ribadito l’impegno di Itea a rendere subito disponibili le aree e a cederle successivamente in proprietà al Comune di Trento. Il progetto esecutivo è stato redatto da un gruppo di lavoro composto dall’architetto paesaggista Valeria Zamboni per la parte architettonica, per l’incarico di coordinamento della sicurezza in fase progettuale dall’architetto Massimo Peota, per le verifiche strutturali dall’ingegner Arturo Maffei e per la relazione geologica e geotecnica dal dottor Alberto Pisoni. L’opera è costata 190 mila euro.

Passeggiate del benessere

In autunno un altro ciclo

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i è concluso il ciclo primaverile delle “Passeggiate del benessere”, promosse gratuitamente dalle Farmacie Comunali. Con un numero compreso tra 70 e più di 100 partecipanti alla volta, le 5 passeggiate primaverili hanno confermato il grande apprezzamento per l’iniziativa, la cui “ricetta” è semplice ed evidentemente gradita: camminare in compagnia – aiutati dalle guide - e in allegria alla scoperta delle mille piccole meraviglie che l’ambiente naturale del Trentino può regalare. Il 2019 è la terza annata delle

Passeggiate del Benessere, che le Farmacie comunali hanno ideato proprio allo scopo di incentivare la salutare attività del camminare coniugandola con la conoscenza del territorio, della flora e della fauna. È in preparazione il ciclo di passeggiate autunnali, che come di regola verranno promosse con locandine e pieghevoli nelle sedi delle farmacie, con una novità: un ciclo di passeggiate nella splendida Val di Rabbi in occasione dell’apertura della nuova sede di S. Bernardo.

Villazzano,

nuovo parcheggio 27 posti auto in via dei Molini

È

stato da poco ultimato un nuovo parcheggio da 27 posti auto in via dei Molini a Villazzano. La realizzazione della nuova area si è resa necessaria in seguito alla decisione di accorpare le attuali due scuole materne di Villazzano (in via Giordano e via Molini) in un’unica struttura a cinque sezioni. Per fare ciò si è previsto di intervenire sull’edificio di proprietà in via Molini, adiacente alla scuola primaria di primo grado, attualmente destinato per il 70% alla scuola dell’infanzia (tre sezioni) e per il restante 30% ad attività per la collettività. Destinando questo 30% all’utilizzo scolastico, con un modesto ampliamento dell’attuale scuola materna si centra l’obiettivo di riunire tutte le sezioni in un unico edificio. Con l’accorpamento si è reso necessario anche l’allargamento del giardino, che va a occupare l’area del parcheg-

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Il progetto è conseguenza dell’accorpamento della scuola materna in un’unica sede gio dell’adiacente scuola elementare. Da qui la necessità di realizzare un nuovo parcheggio acquisendo l’attigua proprietà del Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in agricoltura, che si è resa disponibile alla vendita al Comune di parte dell’area. Il parcheggio è stato progettato da tecnici del Servizio Attività Edilizia. Il costo complessivo è di 400 mila euro. Sono in corso i lavori di realizzazione del parcheggio per la scuola elementare e dell’ampliamento del giardino per la scuola materna, che saranno conclusi per l’inizio dell’anno scolastico 2019-2020.


SALUTE

L’importanza delle vaccinazioni Correva l’anno 1956 quando in Italia scoppiò un’epidemia di poliomielite. Io non sono stata vaccinata e, purtroppo per me, il mio numero è stato estratto.

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a malattia è provocata da un enterovirus altamente contagioso, che si trasmette per via orale, per esempio per ingestione di cibi o acque contaminate. Fortunatamente, in presenza di un sistema immunitario efficace, l’infezione risulta asintomatica, oppure provoca lievi disturbi gastrointestinali. Soprattutto nei bambini, che non hanno ancora sviluppato delle efficaci barriere immunitarie, il virus può migrare, attraverso il sangue, nel sistema nervoso centrale, dove colpisce, di preferenza, i centri motori. Per questo la malattia era anche chiamata “paralisi infantile”. “Gli individui che sono esposti al virus, tramite infezione o tramite l’immunizzazione con il vaccino antipolio, sviluppano l’immunità” (Wikipedia) In altre parole, tutti coloro che, in quello sfortunato 1956, mi circondavano, erano stati esposti alla malattia. Io, invece, ho avuto la “colpa” di essere ancora troppo piccola e indifesa. Indifesa a causa di una scelta sbagliata dei miei genitori o, quantomeno, della loro ignoranza del pericolo e della loro incapacità di utilizzare lo scudo vaccinale. I vaccini antipolio hanno permesso, dal 1950 ad oggi, un abbattimento dalle centinaia di migliaia di casi l’anno, fino ai meno di mille attuali. Il traguardo sperato è la completa eradicazione, come già successo per il vaiolo. Ma in alcuni Paesi del mondo (Nigeria, Pakistan, Afghanistan) la polio è ancora una malattia endemica, e la facilità di spostamento che i mezzi di trasporto

Quanto maggiore è la percentuale di individui che sono resistenti, minore è la probabilità che un individuo suscettibile entri in contatto con l’agente patogeno (es. virus).

attuali ci assicurano non ci permette di abbassare la guardia. Personalmente, ho avuto la fortuna di incrociare nel mio cammino la “Fondazione Pro Juventute Don Carlo Gnocchi” nei cui centri ho potuto usufruire delle cure necessarie alla patologia, delle protesi ortopediche e, soprattutto, della possibilità di un percorso scolastico e formativo per il raggiungimento di una dignitosa qualità della vita. E così, paradossalmente, la mia malattia è diventata il trampolino di partenza per un destino diverso, ma comunque ricco di eventi positivi. E, fortunatamente, oggi esistono anche altre onlus sensibili alle problematiche dei molti che, per i motivi più diversi, presentano delle disabilità o altre forme di disagio sociale, e persone che in

esse si impegnano esaltando la propria umanità. Ma molte cose mi sono mancate. Non ho potuto vivere, come nel diritto di ogni bambino, l’infanzia e l’adolescenza in famiglia, circondata dall’affetto dei genitori e fratelli, perché, a causa della loro impossibilità di curarmi ed assistermi, mi hanno mandato in collegio. Non ho mai potuto sognare di fare la ballerina o l’attrice, come tanto spesso sognano le ragazzine. Non ho mai fatto una bella corsa liberatrice in un prato, fino a restare senza fiato. Non mi sono mai comprata un bel paio di scarpe col tacco per recarmi in discoteca. Non ho mai calzato un paio di ciabatte per mettermi a giocare a pallone sulla spiaggia. Per la strada cammino a testa bassa perché devo porre attenzione a non inciampare nelle buche o sui marciapiedi dissestati. E non posso visitare musei e luoghi di cultura, se non provvisti di ascensore. Col procedere del tempo, esiste anche la possibilità non remota, poiché riguarda quasi il 50% dei casi, di svilup-

pare la Sindrome Post Polio: debolezza muscolare, dolori agli arti inferiori per eccessiva sollecitazione, crampi. Ho voluto raccontare la mia esperienza per richiamare l’attenzione sull’importanza delle vaccinazioni, in un momento in cui il dibattito è assai sentito. Personalmente penso che la scoperta dei vaccini sia una grande conquista per tutta l’umanità, alla quale non si può rinunciare, sia per il proprio benessere che per quello di tutta la comunità. Esiste, infatti, la cosiddetta “immunità di gregge”, ovvero il principio secondo il quale “nelle malattie infettive che vengono trasmesse da individuo a individuo, la catena dell’infezione può essere interrotta quando un gran numero di appartenenti alla popolazione sono immuni o meno suscettibili alla malattia. Quanto maggiore è la percentuale di individui che sono resistenti, minore è la probabilità che un individuo suscettibile entri in contatto con l’agente patogeno (es. virus). Se l’agente patogeno non trova soggetti recettivi disponibili circola meno, riducendo così il rischio complessivo nel gruppo.” (Wikipedia). Perciò vaccinarsi e vaccinare i propri figli vuol dire anche proteggere coloro che per vari motivi di salute non possono farlo. Anche questa è una forma di generosità: pensiamoci! Stella Diluiso

Discalculia Una panoramica su un disturbo specifico dell’apprendimento poco noto

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on settembre è ricominciata la scuola. Tra i tanti temi che si potrebbero toccare, pare utile tornare sui disturbi specifici dell’apprendimento, dal momento che, stando all’ultima indagine dell’Ufficio Statistica e Studi del MIUR (riguardante l’anno scolastico 2017/18), sono in costante aumento i casi certificati di studenti con problemi nella lettura, nella scrittura e nei calcoli, ovvero colpiti da dislessia, disgrafia, disortografia e discalculia. In questa sede, pur nella necessaria sintesi, punteremo il focus su quest’ultima, tra le citate tipologie di DSA probabilmente la meno conosciuta. Che cos’è. Per discalculia si intende una difficoltà specifica per l’apprendimento del sistema dei numeri (come scriverli, come leggerli, identificare i rapporti tra le cifre) e l’elaborazione dei calcoli di base (tabelline, addizioni, sottrazioni, divisioni, moltiplicazioni). Una sorta di cecità numerica, il che non pregiudica risultati magari ottimi in altre materie. Questo in assenza di altri problemi neurologici, e nonostante un’istruzione e un’intelligenza nel-

la norma. I soggetti affetti da questo disturbo apprendono e memorizzano le procedure aritmetiche senza però capirne la logica ed essere in grado di replicarle. Sintomi. Spie tipiche della discalculia sono la difficoltà nel compiere un conto alla rovescia, nel ricordare i numeri e

capirne il senso, la lentezza nei calcoli, la scarsa capacità di effettuare stime, l’evitamento di attività legate alla matematica. Il disturbo tende a diventare più evidente con il procedere degli anni: sarebbe utile soffermarsi sui segnali che possono presentarsi in età prescolare, durante la scuola primaria

e poi secondaria, ma per questo rimandiamo ad articoli più ampi. Cause. I ricercatori sostengono si possa trattare di un deficit derivante da fattori ereditari, ambientali, da un diverso sviluppo delle parti del cervello o da lesioni cerebrali. Comorbità. È probabile che la discalculia si manifesti insieme ad altre patologie, quali dislessia, ADHD (disturbo da deficit di attenzione/iperattività), ansia e diverse malattie genetiche. Diagnosi e terapia. Quando il bambino mostra per lungo tempo problemi con la matematica, è buona norma sottoporlo ad un’indagine diagnostica. La prassi può partire con una visita dal pediatra che possa indirizzare ad uno specialista, il quale emette la diagnosi e fa eseguire al bambino esercizi volti a migliorare le sue competenze e ripristinare in lui autostima, buon umore e abilità sociali. Ivan Ferigo

Per saperne di più www.stateofmind.it/tag/discalculia/

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CULTURA

I dogon Misterioso popolo del Mali

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Dogon sono una popolazione africana del Mali. Questo popolo di circa 240.000 individui occupa la regione della falesia di Bandiagara a sud del fiume Niger, e alcuni gruppi sono stanziati nei territori attigui al Burkina Faso. Sono prevalentemente coltivatori di miglio, caffè, cipolle e tabacco, e hanno una particolare abilità come fabbri e scultori, tant’è che nella capitale Bamako v’è un quartiere di soli fabbri che ripetono un rito antico quanto il popolo. Lingua. La lingua Dogon presenta caratteristiche particolari, con molte varianti e molti dialetti. Ogni membro di questa popolazione ha quattro nomi: un nome proibito e segreto, un altro “corrente”, uno che si riferisce alla madre, uno alla classe di età. Per evitare problemi con le altre parole di uso comune, questi nomi sono presi dai dialetti di altre tribù Dogon. Ogni nome ha un significato linguistico. Si narra che per decidere un matrimonio il consiglio degli anziani parli una lingua non comprensibile alle donne del villaggio, e altresì che le donne fanno finta di non comprenderla. I Dogon si sono spostati dalla regione Mandé, a sud est del Mali, durante il XIV secolo, e si sono fermati nella regione di Bandiagara, allora abitata dai Tellem. La loro storia si collega a questo punto con quella dei vicini Bozo, con cui intrattengono molti rapporti di scambio e reciprocità. Arte. I Dogon hanno realizzato statue solenni raffiguranti gli antenati, talvolta rappresentate con le braccia alzate (come segno d’invocazione della pioggia). Tra le più caratteristiche vi sono quelle gemelle e a due teste, riferite al mito dei gemelli divini, e quelle raffiguranti guerrieri a cavallo o donne con un bambino al braccio. Molto diffuse e variegate sono le maschere, tra le quali spicca quella monumentale che rappresenta il serpente iminama, che raggiunge anche i dieci metri di altezza. Caratteristiche anche le “porte da granaio”, arricchite da rilievi collegati alla cosmogonia. Chi frequenterà il CCI – Centro per la

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Cooperazione Internazionale dal 1° ottobre all’8 novembre potrà ammirare l’arte Dogon. Arte che sta rischiando molto in Mali con l’arrivo dello Stato Islamico, intento a distruggere la simbologia di una religione animista. Religione. Tradizionalmente i Dogon praticano una religione animistica, e nonostante i contatti con l’Islam nero e con altre religioni monoteistiche mantengono un legame molto forte con le loro tradizioni. La religione dei Dogon presenta un unico Dio creatore, Amma, che ha generato i suoi figli con la Terra, sua sposa, Yurugu, e che moltiplicò il genere umano tramite il sacrificio di Lebe. Il Nommo è un essere quadruplo, in quanto formato da due gemelli, ciascuno sia maschio che femmina; è il maestro della parola e la insegna ai primi otto esseri umani Dogon: i primi quattro maschi e le ultime quattro femmine, ma in possesso anche dell’anima del sesso opposto, cioè ermafroditi. Nati dalla prima coppia umana plasmata nell’argilla da Amma, genereranno ciascuno una famiglia di antenati Dogon prima di rientrare nella Terra e diventare essi stessi Nommo. Cerimonie. Una volta ogni sessant’anni viene cele-

brato il Sigui, cerimonia itinerante di villaggio in villaggio, che rappresenta la perdita dell’immortalità da parte dell’uomo, attraverso la rievocazione della morte del primo antenato Dyongu Seru, rappresentato dalla iminama, una grande e straordinaria maschera alta circa dieci metri che viene intagliata a forma di serpente e poi conservata in una grotta segreta. Il villaggio è costruito seguendo le forme umane: la testa è costituita dal toguna, la casa della parola, una bassa tettoia dove l’hogon e gli anziani si ritrovano per discutere le questioni importanti del villaggio; il tronco e gli arti sono occupati dalle case di fango con i relativi granai dal caratteristico tetto di paglia di forma conica. Astronomia. Gli antropologi Griaule e Dieterlen, che tra il 1931 e il 1956 hanno vissuto tra i Dogon, hanno riferito che essi sembravano possedere conoscenze astronomiche molto avanzate, sull’origine delle quali si sono sviluppate numerose controversie. In particolare, nel 1933 Griaule trascorse un lungo periodo in compagnia dello sciamano Ogotemmêli, che si può considerare la fonte primaria delle notizie relative alla cosmogonia dei Dogon. Stando a quanto riportato dallo studioso, da oltre 400 anni questo popolo sarebbe stato al corrente dell’esistenza della stella Sirio B. Sempre gli stessi autori riferirono di avere riscontrato conoscenze relative agli anelli di Saturno e alle lune di Giove. La mostra. La mostra sui Dogon è qualcosa di unico nel panorama internazionale e Prodigio è tra i promotori. Si tratta di 200 pezzi unici e originali. Reperti di inestimabile valore. Sarà anche l’occasione per conoscere l’attività dell’atelier etico ed etnico e i progetti che IPSIA (Istituto Pace Sviluppo Innovazione Acli) ha in Mali. Vi aspettiamo.

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Fabio Pipinato


SPORT

“Prima di dire non sono capace, bisogna sempre provare” Daniela Pierri si racconta Intervista a Daniela Pierri

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i siamo imbattuti, nelle ultime settimane, nella storia di Daniela Pierri. Nata priva della gamba destra e con un’ipoplasia congenita alla mano destra, da tre anni si è dedicata all’atletica, conquistando importanti risultati nella corsa e nel salto. Incuriositi dalla sua esperienza sportiva, l’abbiamo raggiunta al telefono per porle qualche domanda. Daniela, presentati... Ho 37 anni, sono nata in Puglia, e lì ho vissuto fino al 2007. Poi mi sono trasferita in Friuli-Venezia Giulia per 12 anni, adesso vivo in Toscana. Faccio atletica ufficialmente dal 2018. Quando il tuo percorso si è incrociato con l’atletica? Tre anni fa, anche se era un sogno che avevo fin da piccola, solo che per il co-

a cura di Ivan Ferigo

sto elevato delle protesi non ho mai potuto cominciare a praticare. Nel 2016 ho avuto un infortunio sul lavoro: questo mi ha portato ad avere contatti con l’INAIL. In quell’occasione ho potuto conoscere il vicepresidente del CIP del Friuli-Venezia Giulia, che mi ha convinta a iniziare questo percorso. E in ortopedia a Udine mi hanno fatto provare una protesi da corsa.

Oltretutto le protesi con cui mi alleno non vanno più bene. Ora come ora non sono nelle condizioni di poter arrivare a Tokyo, e non mi sono qualificata per i mondiali. Vedremo agli europei l’anno prossimo come va. Comunque si continua a lavorare. In Toscana, nonostante le difficoltà avute a livello di salute, sto migliorando tantissimo a livello tecnico e sono contenta dei risultati in gara.

Da lì le gare, le vittorie e la rincorsa a Tokyo 2020. Da quel momento mi sono attivata per trovare i fondi per l’acquisto delle protesi, ma solo ad aprile 2017 sono riuscita a trovare i soldi necessari. A marzo 2017 ho comunque fatto la prima gara, 60 metri piani, vincendo il titolo indoor. La protesi è arrivata a fine anno: da lì ho iniziato a gareggiare seriamente, grazie anche ad una lamina che mi permetteva performance migliori. Nel salto in lungo, la mia passione principale, ho vinto il titolo indoor e ottenuto due secondi posti. Quest’anno ho iniziato con il salto in alto: me ne sono innamorata. In passato non l’avevo mai considerato, ora è la mia disciplina preferita. Preferisco i salti alla corsa. Quanto a Tokyo: l’obiettivo rimane, ma è stato un anno difficile per una serie di problemi di salute legati al moncone. Dovrei operarmi per amputarlo un po’, ma al momento non me la sento.

Nella tua vita, quanto la disabilità ti ha limitato? E quanto invece ti ha spinto a superare questi limiti? Le mie condizioni non sono state mai un problema. Il fatto di essere nata con un certo tipo di disabilità mi ha fatto vivere sempre in modo normale. Ho sempre fatto tutto a modo mio, trovando il mio equilibrio nel fare le cose. Non ho dovuto adattarmi a nessuna situazione nuova, come succede invece a chi subisce un trauma. Riconosco di essere stata fortunata riguardo alle persone incontrate: a differenza di altri, non ho mai subito discriminazioni; anzi, ho sempre legato benissimo con tutti. Tutti sapevano delle mie condizioni, non sono mai stata un peso per nessuno. E ho avuto genitori che non mi hanno mai messo sotto una campana di vetro, trattandomi come gli altri cinque fratelli, senza alcun privilegio. Questo mi ha permesso di crescere nel modo migliore possibile.

Oltre che un’atleta, sei anche testimonial. Sono testimonial SuperAbile da inizio anno. È un progetto che va nelle scuole a parlare di mobbing, discriminazione e inclusione. Ho collaborato con CONI e CIP, parlando, soprattutto ai bambini di elementari e medie, di inclusione. Sono temi per i quali lavoro da sempre e a cui tengo particolarmente. Sono anche segretario regionale FISPES per la Toscana. Voglio creare una stretta collaborazione con le scuole per parlare di bullismo e inclusione, anche attraverso lo sport. Ho poi contatti con YouAble e FormidAbili: se ho iniziato a fare atletica, lo devo a quest’ultima. Se ho bisogno di acquistare ausili per me o per altri atleti, mi rivolgo a loro. “Non ho mai detto non sono capace” è il tuo motto. Ho questa filosofia. Nasciamo tutti allo stesso livello, poi gli eventi della vita ci portano a fare determinate cose. Quindi prima di dire non sono capace, bisogna sempre provare. Se si tenta, prima o poi si riesce. Nel caso di persone con disabilità, non siamo fatti con lo stampino, non abbiamo tutti lo stesso bagaglio di esperienze, quindi non si possono applicare le stesse metodologie ad ogni persona. Se la soluzione non c’è, bisogna crearla.

Oriente Occidente L’incontro tra danza e disabilità

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a anni Oriente Occidente è in prima linea sui temi dell’accessibilità e dell’inclusione. Anche nell’ultima edizione l’incontro tra l’arte della danza e la disabilità è stato uno dei filoni conduttori. Una relazione che racconteremo attraverso tre linee: una panoramica dei progetti europei in corso, il metodo di lavoro della Stopgap Dance Company, il libro Altri corpi / nuove danze. Nel primo tema è Anna Consolati, responsabile dei progetti europei di danza e disabilità, a guidarci. Quattro i percorsi attualmente attivi; ci soffermeremo qui sul maggiore: Europe Beyond Access. Un piano quadriennale che intende abbattere l’isolamento degli artisti con disabilità e dare loro possibilità performative attraverso scambi, laboratori internazionali, residenze creative e altre modalità ancora. “Soprattutto in Italia – commenta Consolati – c’è necessità che il settore abbia voce e prenda forma: artisti ne abbiamo, alcuni anche molto affermati (come Chiara Bersani), c’è però da fare un lavoro capillare di cambiamento culturale, affinché una persona con disabilità possa pensare che se ha talento può essere un’artista, e come tale avere una propria autodeterminazione”. In questa logica rientra il lavoro della Stopgap Dance Company. La compagnia inglese, come si può dedurre dal nome, intende far crollare le barriere della diversità, proponendo – usando le parole di Consolati – “un modo di proporre la pratica della danza contemporanea attraverso la trascrizione di un linguaggio nuovo che permetta l’inclusione delle diversità nel processo creativo senza abbassarne la qualità”. Oltre ad offrire in prima nazionale il debutto di Frock, Stopgap ha tenuto – dall’1 al 4 settembre, e il 5 esito finale in piazza Urban

City – un workshop (Frippery) aperto ad amatori abili e disabili del territorio. Il laboratorio è stato un successo di partecipazione e un’occasione unica di prendere parte ad un approccio all’insegnamento e alla creazione davvero inclusivo, innovativo e di alto livello artistico. Il dialogo tra danza e disabilità, infine, è al centro di Altri corpi / nuove danze, volume a più voci curato da Andrea Porcheddu ed edito da Cue Press. Ci racconta il curatore: “Il libro nasce da due motivi. Primo: la mia ricerca di critico teatrale. Tra le creazioni più belle ed interessanti del teatro danza, c’è quel che nasce dall’incontro tra gli artisti e condizioni di disagio. Secondo: la sollecitazione di Oriente Occidente, tra gli appuntamenti di teatro danza più importanti in Italia e in Europa. È stato un lavoro di coinvolgimento di artisti (sempre più avanti, con il loro sguardo acuto), critici, studiosi, operatori. Il libro non vuole dare risposte, ma aprire una riflessione su ciò che sta accadendo tra arte e disagio. C’è un fermento ampio e diverso nella diversità. Per gli artisti con disabilità si può parlare finalmente di teatro contemporaneo e di grande qualità”.

Caro Alessandro, hai scelto di fare un tratto di strada con gli amici di Prodigio, aderendo qualche anno fa al progetto di Servizio Civile. Ci travolgevi con la tua originalità, con la tua sensibilità e semplicità nel raccontare il mondo. Ci raccontavi e condividevi con noi i tuoi sogni, le tue passioni per i viaggi, per la scrittura e la fotografia, esplorando al contempo il mondo e l’animo umano. Con noi hai imparato a conoscere e comprendere le mille sfaccettature del sociale e le forme del disagio che colpiscono le persone più fragili. Ci mancherà il tuo modo di fare, che ha lasciato, certamente, un segno indelebile in tutti noi. Ti vogliamo ricordare così come sei, semplice, generoso e attento verso gli altri! Un abbraccio a te e a tutta la tua famiglia dalla redazione di pro.di.gio.

Pensiero sulla responsabilità comune La parola respons-abilità svela la sua essenza invertendone le componenti: abilità di rispondere. Talvolta, questa capacità è necessaria di fronte ad un dilemma, più spesso ad una richiesta emotivo-affettiva. Essa è questione che riguarda ciascuno di noi; richiama alla consapevolezza, alla necessità di fermarsi, di essere qui, lettori e oratori di noi stessi, uditori presenti delle altrui narrazioni. Essere responsabili, abili di risposta, è conseguenza del bisogno primordiale di venire protetti e di proteggere, di prestare attenzione al nostro compagno di strada, e forse, impedire che egli si perda. Chi leva la mano da sé, pone un’intera comunità dinanzi al proprio fallimento, ma soprattutto, invita a squarciagola alla responsabilità, quella vera, che ascolta e accoglie.

Ivan Ferigo

Ad Ale, giovane viaggiatore Giulia Cologna

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