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Frammenti da un Luna Park PRISCA AMARO


Frammenti da un Luna Park

Š Prisca Amaro - improntediprisca.blogspot.com I personaggi di questi racconti sono di mia fantasia, ma ammetto di aver tratto spunto da accadimenti possibili e da luoghi reali. i


Indice

I.

BIP - Si sente un suono lontano,

II. INCUBO - un respiro affannato III. NEBBIA - che si addensa. IV. NONOSTANTE TUTTO - Un peso al cuore V. PANE - che profuma quasi VI. PAPAVERI - di giovinezza VII. ROSSO IN MEMORIA - e ricordi.

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F R A M M E N T I DA U N LU N A PA R K - B I P

Ero certa che ci fosse un respiro oltre al mio nel sonno, ma non era così. Avrebbe dovuto, perché ero sicura che quella notte sarebbe rimasto nel suo letto, anche se si era svegliato, mentre invece non l’aveva fatto. Era chiaro, oltre ogni modo, che fuori era ancora inverno. C’era silenzio, la neve attutiva perfino gli sbadigli delle montagne, sbadigli grossi; in una coltre bianca erano stati sotterrate tutte le cose. Ma concedetemi l’estate e mi sveglierò. Tutto questo mio dormire lento è accompagnato da un bip ovattato, che però sento acuto per gli altri. Qualcuno che in effetti mi viene a trovare, c’è sempre. Li riconosco coi suoni: li vedo ricoperti di luce azzurra, un contorno che mi mostra corpi intoccabili e bidimensionali. Sento suoni, ma senza distinguere le parole. Poi il freddo. Sono tutti immensamente freddi quelli che entrano, pure il loro fiato lo vedo lucente aleggiare verso di me. I movimenti sfocati si dipingono in quella luce che me li lascia distinguere e poi… Poi vanno via, lasciandomi nel silenzio monotono scandito dal bip. Ho contato settemilaottocentoquarantatré bip, ma in realtà sono di più perché la prima volta, per non stancarmi, avevo deciso di contarli in pacchetti da cento e di sommare al mio risveglio tutti quei singoli pacchetti, ma poi mi è balenato in testa che avrei fatto in tempo a dimenticarmeli: all’estate sembra mancare tanto. Mamma mi è venuta a trovare, il suo tono era molto basso e immagino sia colpa dei tanti bip che sto passando qui, non sentivo la preoccupazione se non al suo tocco leggero fatto alla mia pelle. Credo che sia il suo modo per chiedermi di alzarmi, ma non posso. So che non posso, io devo aspettare l’estate. Il rumore che sentii duecentoventicinque bip fa, mi fece vedere un continuo avvicinarsi e allontanarsi di un piede dall’ingresso. Non che non volesse entrare, ma piuttosto non gli era permesso. Lo sentii vicino quel rumore. Allo scoccare dell’ottomila centoundicesimo bip, il rumore entrò e mi chiuse i bip. Ora come ora, vedo solo un gran buio. 3


F R A M M E N T I DA U N LU N A PA R K - I N C U B O

Aver fatto l’amore fece sentire Davide in pace ma anche in lotta con se stesso. L’aveva lasciata fare e scappare in bagno senza dirle nemmeno “Aspetta...”. E mentre lui se ne stava a fissare un angolo della stanza, la mente occupata a ripassare ogni minuto precedente, Lara era in bagno. Non rideva però. Non ancora, pensò. Non ti tagliare ti prego, me l’hai promesso. Il cuore gli sobbalzò fino in gola, la velocità che stava prendendo era sbalorditiva. Eppure rimase fermo. Voleva e non voleva andare a vedere, in fondo non rideva. Forse non si è data il tempo di ridere, si disse. L’angolo di quella stanza si stava facendo piccolo mentre i suoi occhi si allargavano spaventati. Il cuore che martellava, tu-tum tu-tum tu-tum, faceva quasi male. La porta che si apriva con poca grazia, sbattendo contro il muro. Davide alzò il capo. Lara era lì, salva. Sorrise beato, tornando ad appoggiare la testa sul cuscino. «Ho usato i gomiti» sorrideva, fiera quasi. D’aver usato di gomiti? Si chiese. «I gomiti?». Lara alzò le mani, i palmi rosso sangue, tutto cadeva da quei tagli orizzontali sui piccoli succosi polpastrelli. «Perché non hai riso? Perché non mi hai avvisato?». Gli occhi di Davide tornarono a sgranarsi. Fa qualcosa idiota, si ordinò nella testa. Era bloccato, immobile. 4


Non poteva fare nulla. «Sento male». Sente male, fa qualcosa. «Guarda Davide, fa male». Il male non si vede Lara, si sente. Dio, fa qualcosa. «Guarda Davide, guarda». No, cazzo. Non stare lì a guardare, alzati e fa qualcosa. I cerotti, cosa si usa per fasciare? Non lo so. «Guarda Davide, guarda». Lara smettila di essere maledettamente felice, smettila di saltellare. Quello non è zucchero filato, è sangue non lo leccare. Dio che schifo. «È ferroso». Contiene ferro il sangue, dannato ferro. Dannato me, fa qualcosa! «Male, tanto male». Le ali fanno male, tanto male. Le ho tenute spalancate per tutto il tempo, Lara stava sopra io sotto. Si muoveva sopra di me, le ali hanno graffiato il materasso. Ho le ali… Ho le ali di ferro. Lei sanguina. Io ho le ali di ferro artigliate al materasso. «Sanguino e fa male». E ride, fa qualcosa. Davide sei uno stronzo. «Sanguino e fa male. Sanguino e fa male. Sanguino e fa male. Sanguino e fa male» canta una nenia estenuante, mi infastidisce. Va a goderti quel sangue in pace lasciando in pace me, me il dannatissimo idiota che non si muove. Perché non mi muovo? «Davide?». Oddio, non parlo nemmeno più ora. Si avvicina, perché si avvicina? No non farlo. Mi prende il volto tra il sangue e io non urlo, non dico. Sono morto? Ma penso. I morti pensano? Smettila smettila smettila. 5


C’è troppo sangue, brucia il sangue. Il sangue di Lara brucia. «Davide? Svegliati... Stai urlando, rischi di spaccarmi i timpani». «Dormivo?» si guardò attorno spaesato, sudava freddo. L’angolo della stanza era normale. «Sì» gli rispose con voce bassa e monotona. «Sognavo». «Sì». «Faceva schifo».

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F R A M M E N T I DA U N LU N A PA R K - N E B B I A

Non potevo vedere il mio riflesso nello specchietto retrovisore, ma Erica lo vedeva benissimo. E io sentivo il suo sguardo rimbalzare su quello specchietto e colpirmi lievemente, come un bacio, la guancia destra. Eravamo usciti per la nebbia, perché avevo provato a descrivergliela, ma non c’era stato verso di azzeccare alla perfezione ciò che in realtà poteva solo essere sentito. Seppur ci fossero le luci accese, si vedeva poco più in là del muso della macchina. Ora che poi non avevo più nessuno davanti, mi sentivo spaesato. Una tra le tante sensazione che potei apprezzare. Ero, in realtà, molto sollevato dopo aver visto girare la vettura che prima mi aveva preceduto; due secondi dopo si era sommato il senso di spavento del condurre una fila di macchine verso l’ignoto. Mi sentivo una formica con le antenne agitate, ogni passo che facevo poteva mostrarmi troppo poco per darmi sicurezza: avevo la sensazione che prima o poi avrei incontrato un muro, o che forse avrei continuato ad andare dritto perdendo di vista la strada che in realtà curvava. Avevo paragonato le macchine che procedevano sulla corsia in senso opposto a noi a ogni cosa possibile, ed Erica, seduta sul sedile posteriore, aveva appoggiato la testa al finestrino. I loro fanali erano stati angeli fiochi, un cuore che si spegne o ancora una ciglia-desiderio soffiata via dal dito: nessuna di queste era stata però la realtà, perché c’erano cose che andavano viste. Mi innamorai ancor di più della nebbia, perché notavo in lei tutto ciò che era opportuno provare: paura, tensione, meraviglia, stupore, tranquillità. Nessuno che superava, nessuno che si spingeva oltre i limiti, il silenzio, il riformarsi dello spazio tra i polmoni e il cuore dopo aver visto che non c’era un muro o il vedere in tempo la curva. Rallentai nelle vicinanze di un parcheggio, facendo lampeggiare la freccia troppi metri prima solo perché non sapevo nemmeno io quando avrei dovuto girare. Valeria, che era salita con noi, scese per prima aprendo la porta a Erica. 7


Le slacciò la cintura e la fece scendere: per lei abituata a vederci, camminare in quel parcheggio denso d’oscurità, coi miei fari ancora accesi che la trafiggevano formando onde simili a quelle d’incenso, era un continuo guardarsi i piedi. Ma Erica, si limitò ad annusare l’aria e a portare in avanti le mani per tastarla, e magari afferrarla. I suoi occhi ciechi mi avrebbero forse aiutato a capire di cosa sapeva la nebbia.

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F R A M M E N T I DA U N LU N A PA R K - N O N O S TA N T E T U T TO

Un peso al cuore

Ci abbracceremo con le dita, e ci soffieremo tra i capelli parole d’amore solo per poterci tradire mentre sgranocchiamo i cereali a colazione. Non siamo la coppia Mulino Bianco o “cereali croccanti per vivere in armonia”, non lo saremo mai. Ci abbracciamo nel letto, al buio, solo per ricordarci che non siamo soli e al mattino è come fossimo in due mondi diversi. Sentiamo gli aliti cattivi, l’uno dell’altro, e non ha senso. Mangiamo mentine per pulirci il palato dai baci e usiamo il dentifricio per proteggerci dai se: «No, scusa, mi sono appena lavato i denti». Ci salutiamo con il Buon Giorno sapendo che non lo sarà, rideremmo se non fosse che è tutto troppo triste. Nonostante tutto rinnoveremmo la promessa, perché l’unica cosa che ci manca è l’amante nell’armadio. Siamo arrivati al capolinea quando abbiamo comprato due detersivi diversi. Abbiamo preso due treni opposti per l’orario del pranzo e anche se non sembra l’unica mancanza che abbiamo, ci permette di vederci al centro commerciale con due liste della spesa e due carrelli: «Credevo di doverci pensare io». Nonostante questo, siamo sempre riusciti a non comprare due volte le stesse cose. Ammazziamo i ragni solo per liberare un angolo in cui buttare le briciole, le mosche le scacciamo via dai piatti come per fare un complimento al cuoco: «Dai non fa così schifo». Ci abbandoniamo sul divano alla sera: io per vedere Rai Due tu per vedere Sky 301. Siamo arenati nella spiaggia della desolazione, perché pure un cactus sembra più felice di noi.

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Abbiamo un cane e un gatto spiumato perché non avevamo il tempo di comprare una vasca coi pesci e il loro beato silenzio. Riusciamo a masticare dandoci sui nervi e non beviamo caffè nella speranza di chiudere gli occhi in tempo per non vederci. Il resto del giorno siamo a lavoro e non siamo così sicuri del lavoro dell’altro. Abbiamo due auto solo per poter prendere due strade diverse al mattino, con noi si è risolto l’enigma del “lenzuolo più coperta”: tu di qua io di là. Sempre. L’unica foto in cui siamo insieme è quella del matrimonio e non sorridiamo, sembrano pure due estranei: lui con la cravatta stretta per non far arrivare troppo ossigeno al cervello e lei con il corsetto per non farlo arrivare alla bocca. Il taglio della torta lo hanno fatto i miei e il bouquet non è stato lanciato per paura di incastrare qualcun altro come ci siamo sentiti incastrati noi. A questo punto potremmo ingrassare e ubriacarci, ma ci sentiamo ancora single e in caccia. Teniamo sui cartoni del latte il nostro adulterio, e pensiamo l'uno dell'altro cos'è che si è fatto per farlo scappare. Ci diciamo «Buonanotte» perché sappiamo che lo sarà: non dovremo guardarci negli occhi. E ancora non vogliamo farla finita? Perché poi ci prepareremo lo spezzatino stopaccioso per vedere l’altro in difficoltà con coltello e forchetta a togliere il grasso, o il brodo perché sappiamo che lo succhieremo dal cucchiaio rumoreggiando: tutto per odiarci di più. E staremo in silenzio, seduti a un tavolo, diametralmente opposti. Ci muoveremo sulle sedie per accavallare le gambe e darci un calcio ricordandoci che la gente non scompare semplicemente ignorandola. Saremo nati per stare assieme, e in un giorno improbabile ti amerò, ti amerò per davvero. All’età di sei anni costruivo pupazzi di neve. Mettevo la carota, due ceci, una banana per naso, occhi e bocca: insomma, non ero volgare. Lo facevo solo per vedere i barboni mangiare. In un paio d'occasioni, invece, mi divertivo a immaginare una ragazza attraente intenta a inumidire il capo di un filo per infilarlo nella cruna, e il suo spasimante dall’altra parte della sala a srotolare il gomitolo per prendere il capo opposto.

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Lui mangiava il filo come uno spaghetto e all’ultimo, speranzoso di un bacio rubato alla sua lei, si ritrovava ad aver risucchiato l’ago. Era tutto sbagliato in me e tu volevi farlo sembrare giusto, facevo del sarcasmo per ferire e tu dicevi che invece era solo spassoso. Mi volevi smontare come un orologio a cucù senza accorgerti che il mio cuore avrebbe continuato a fare cip cip. Odio la matematica e tu la ami, amo scrivere e tu non ne sei capace. Mi definisco purista della grammatica e tu dici “gli ho detto a Samantha”. Se è sbagliato scriverlo è sbagliato dirlo. Vuoi una posata io una forchetta. Vuoi un gioiello io una collana. Vuoi un riconoscimento io una spilla. Pescheresti a caso in una boccia di numeri per tutta la vita con una benda agli occhi, mentre io voglio sapere se sono numeri o granchi. Guardi i cartoni animati per ridere, io per capire la gente. Accetti tutto così com’è per la sua semplicità, perché per te tutto è sincero e chiaro. Ci sono scompensi in ciò che dici, non analizzi. Non valuti. Prendi e porgi, così. Ti metti il pigiama perché ti hanno detto che va messo a letto, cammini sulle strisce pedonali, sui marciapiedi, stai sul lato destro della strada, non metti sotto nessuno, mangi verdura, fai attività fisica, lavori, respiri… Senza mai dare una motivazione tua. Non ti appartieni, per questo mi prendo la libertà di confiscarti. Mi dispiace che tu debba scoprirlo così, da me. Dal vicino, da un amico o amica, da un parente… Sarebbero stati tutti modi migliori. Per la prima volta vorrai una motivazione, vorrai un senso per tutto questo: «Stanchezza». Non hai mai analizzato abbastanza, perché tutto questo è “togliersi un peso morto”. I pesi morti, i morti, sono sbagliati da portarsi appresso. Tu sei un cadavere perché credi in una vita futura, ma non ti preoccupi di questa. Non abbastanza. Cosa ti costa allora farla finita per davvero?

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F R A M M E N T I DA U N LU N A PA R K - PA N E

che profuma quasi

Elisa se ne stava in macchina. La sentiva scuotersi leggermente, mentre la teneva in folle. In fondo alla strada vedeva poco chiaramente il semaforo rosso. Aveva spiovigginato tutta notte e solo verso le dieci il cielo aveva deciso di smettere; ora lei se ne stava lì ferma ad osservare il suo parabrezza: una lunga goccia era stata trascinata dai tergi cristalli, tracciando così una linea d’orizzonte sbilenca. Dall’alto ne cadevano tante altre ed Elisa notò che una sola di loro arrivò convinta, attraversandola: tutte le altre si limitarono a scivolarci addosso. In un qualche modo contorto si sentì quasi scossa, ma una serie di clacson la svegliarono e si costrinse a ripartire. Indossava una giacca lunga e pesante di colore beige, solo per non accendere il riscaldamento: le faceva bruciare gli occhi ed era sicura che chiunque percorresse la corsia di fianco avrebbe notato quanto le imprimesse una stupida espressione essere puntata da quel tipo di calore. Scalò di marcia come pochi mesi prima non avrebbe mai osato e poi mise la freccia a destra; rallentando il tipo dietro di lei, decise di superarla evitando per un soffio un incidente con un’alfa. Fece qualche altro metro e parcheggiò davanti alla panetteria “Chicchi di Grano”. Entrata dalla porta risuonarono le campanelle appese proprio sopra di essa, e Luca uscì sgarbato. Era di pessimo umore, la mattina aveva giusto litigato con sua moglie riguardo alle maledette etichette che stanno nascoste nelle maglie. Sua moglie lavorava e penso lavori tuttora, in un negozio Benetton. In quanto a commessa avrebbe dovuto sapere quanto fossero fastidiosi gli inutili foglietti: «Cos’è? Un libretto di istruzioni? Hanno paura che non sappia dove infilare la testa? Per l’amor di Dio Sara tagliali!». Risalito in macchina sbuffò lanciando il pane sul sedile posteriore. 12


Finalmente aveva smesso di piovere e anche se il cielo era di un grigio topo, a Luca andava bene. Stava per affrontare un pranzo. Non importava che tipo di pranzo, era un pranzo, e anche se fosse stata una cena lo avremmo sentito brontolare comunque. Avrebbe dovuto chiacchierare per forza, perché ai pranzi ci sono sempre un sacco di cose che sei obbligato a fare. Devi essere felice, non sereno o pacato o contento. Felice. Devi mangiare con gusto e Luca odiava vedere gli altri mangiare con gusto durante quei pranzi: l’espressione da “ma quanto è buono!” con il cibo in fase di masticazione gli dava sui nervi, ma più di tutto odiava il rumore. Non c’erano chiacchiere che tenessero, perché sentiva masticare tutti. Sempre, per questo lui era arrivato ad un punto tale da rifiutare qualunque cibo che gli pareva avrebbe avuto un rumore troppo forte. Perché lui, al contrario degli altri, rispettava i componenti della tavolata! Mise la freccia a sinistra, attese due o tre macchine, e poi partì. Oltretutto avrebbe dovuto ospitare la gente a casa sua, per questo il pane, per questo la fretta. Inchiodò al semaforo rosso, maledicendo il lento davanti e lo strombazzatore dietro. Maledisse i pranzi e le cene e il prurito che gli procurava la camicia sulla spalla destra. Tornato il verde, tornò anche il freddo con rischio neve ed Elisa se ne uscì scoraggiata dalla panetteria dopo una fila troppo lunga. Aveva pensato, e solo dopo si accorse di come i suoi ragionamenti fossero collegati da sonore buche. Era come ricordare un blabla lontano, peccato che fossero suoi. Risalì in macchina evitando con il piede destro la pozzanghera davanti alla portiera, ma centrandola con il sinistro. Sbuffò quasi annoiata ed entrò buttando sul sedile posteriore il sacchetto di pane. Accesa la macchina guardò l’ora: 11.15. Tardi, era veramente tardi. Mise la freccia a destra e partì facendo rombare la macchina. Il cielo, in quella direzione, si stava rasserenando e questo l’aveva sicuramente spinta alla scelta. In realtà le uniche mansioni di quella mattina erano sistemare casa, prendere il pane e… All’improvviso si dimenticò il motivo del suo ritardo. Perché le undici e un quarto erano “tardi”? 13


Scosse la testa ed accese la musica, decidendo di passare da casa prima di fare qualunque altra mossa. Il semaforo si fece arancione e lei rallentò, una ragazza le sfrecciò alla sua destra inchiodando sulla linea perché ormai era venuto rosso: Valentina arricciò le labbra, ma poi si mise tranquilla. Il motorino era tutto un tremito e lei, per non patire troppo freddo alle mani, aveva escogitato un piano quasi infallibile: si era infilata ad una mano entrambi i guanti, mentre l’altra la teneva al riparo nel piumino. E anche se di tanto in tanto era costretta ad estrarla, alla fine non stava patendo poi tanto freddo. Il semaforo tornò verde e lei poté ripartire sentendo l’acqua sull’asfalto fare piccole onde sporche. Alla rotonda dovette tornare indietro e quando finalmente fu sulla strada giusta, svoltò a destra continuando lungo quella minuscola via: il motorino era l’unico rumore e dagli specchietti vedeva l’alone nero del gas che si diramava verso l’alto, le case tenevano le luci nei portici accese e le finestre avevano i vetri chiusi ma le tende accostate. Spense il motorino e si tolse il casco mettendolo sotto al sellino. Il pane era rotolato verso il basso e una pagnotta era uscita ricoprendosi delle sicure sporcizie: abbandonandola lì andò al civico numero quattro e bussò. Elisa aprì la porta, appoggiò le chiavi sulla TV proprio vicino all’ingresso, e si gettò sul divano. Dalla sua aveva la solita scusa: era nata di domenica, era nata propensa al riposo e probabilmente annoiata. Aveva lasciato il pane in macchina e se ne era accorta perché glie ne era venuta voglia. Ma certo non si alzò per andarlo a prendere. Avrebbe tanto voluto sposarsi in quel preciso istante. Era sicura che nel matrimonio, l’uomo sarebbe andato a prendere il pane, mentre lei sarebbe stata a casa a fare l’intellettuale. Era laureata in biotecnologie e la sua aspirazione più alta era sposarsi e fare la casalinga. Intanto, in attesa dei sogni, lavorava in un call-center: giusto per ridursi agli sgoccioli ogni fine mese al momento del pagamento della rata. E a proposito di acqua, non aveva ricominciato a piovere, questo le dispiaceva: voleva compagnia. Una compagnia di rumori e silenzi che invece Luca continuava a non apprezzare. Erano giusto arrivati al primo, cioè la prima parte realmente rumorosa: l’antipasto era quindi da contare come piattaforma zero. Il via. Tutto questo per il compleanno dei nipoti gemelli, per fortuna solo due. 14


Sara, di grazia, aveva cucinato delle penne: si sentiva fortunato, visto che non erano spaghetti. Riguardo a questi in effetti c’erano racconti ed esperienze a dir poco allucinanti che, piuttosto di farle affiorate, si preferiva evitare con scrupolo. Non odiava la sua famiglia, ma c’erano davvero giorni in cui avrebbe davvero potuto farne a meno. Addirittura coricarsi nello stesso letto con un'altra persona gli procurava un solletico leggero su tutta la pelle, una sensazione troppo simile al ribrezzo che provava nel toccare i piatti sporchi nel lavello. Il telefono squillò e Luca glie ne fu veramente grato; si alzò da tavola trattenendo al petto la cravatta per non intingerla nelle penne ed andò a rispondere alla chiamata, speranzoso si trattasse di una trattativa da tenere per le lunghe: «Pronto?». «Alberto?! Elisa dov’è?». Una voce anziana con una leggera asma bronchiale gli aveva rivolto due domande che però parevano una sola. Avrebbe tanto voluto essere Alberto, e ci pensò su prima di riattaccare sconsolato, ma l’abitudine lo riportò a tavola: «No signora, ha sbagliato numero. Mi dispiace» era vero, gli dispiaceva e la signora anziana al capo dell’altro telefono si scusò. Erano scuse lunghe che per una volta gli fecero realmente piacere, si era risparmiato il rovescio del vino e se l’avesse trattenuta per altri due secondi si sarebbe perso lo strepitare dei festeggiati: entrambi gelosi del regalo dell’altro. Messa giù la cornetta, Silvia inforcò nuovamente gli occhiali e percorse abbastanza meticolosamente l’elenco della rubrica. Trovato il numero della nipote provò a ricomporlo nella maniera corretta, pur credendo in cuor suo di avere il numero sbagliato: il telefono iniziò a petulare come suo solito, finché dall’altra parte una voce femminile non le rispose. «Pronto?». «Elisa, sono la nonna». «Oh ciao nonna, come va?». «Bene, tesoro, tu?». «Sì bene, che succede?» «No, mi chiedevo solo a che ora pensavi di passarmi a prendere… La messa inizia tra quaranta minuti e non so quanto tu ci metta ad arrivare qui». L’impegno più importante della mattinata si era fatto vivo nominando un morto, ed improvvisamente si ricordò pure che il pane era per sua nonna. «Stavo giusto partendo adesso. Vestiti che arrivo».

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Elisa in realtà si era messa in pigiama e aveva appena ricominciato a leggere un libro che aveva interrotto tre mesi prima, la morte di suo zio aveva in effetti interrotto molte cose, tra cui una gravidanza. La zia aveva avuto problemi per un mese intero, alcuni più gravi di altri, che la portarono ad un aborto spontaneo e poco liberatorio. La messa era in onore del compleanno di suo zio e, seppur sfalsata di quattro giorni, nessuno si era opposto a quella data. In conclusione, in una data qualsiasi per il ora defunto e ieri zio, si celebrava una messa con tanto di pranzo. Alberto, suo fratello minore, era l’unico a non presenziare ed Elisa in un certo qual modo lo aveva invidiato perché impossibilitata a fare lo stesso: ora come ora avrebbe desiderato anche lei partire per un viaggio di lavoro e non tornare fino all’anno nuovo. A quest’ultimo mancavano la bellezza di quattro mesi, ed Alberto era partito ancor prima della morte dello zio che gli era poi stata taciuta per giorni: fosse stata per lei glie l’avrebbe taciuta fino al ritorno. Scese nel parcheggio davanti casa e salì in macchina; con lo stesso entusiasmo di un bradipo uscì e procedette verso la casa di sua nonna: sarebbe arrivata in ritardo e avrebbero perso sicuramente l’inizio della messa. Valentina uscì da quella casa con ancora in mano il pane, prese il suo casco e con rabbia lanciò contro un parabrezza la pagnotta abbandonata in precedenza. Lasciò perdere i guanti e partì furiosa. Il freddo si fece sentire dopo solo il primo metro, ma ne era grata perché la manteneva lucida: litigare la rendeva pensierosa e distaccata. Aumentò il gas e sentì quasi il motorino scapparle da sotto il sedere, un pizzicotto al cuore le fece tirare un respiro di sollievo: cadere era fuori questione. Elisa passò con l’arancione e si beccò gli strepitii di alcune macchine, il cellulare iniziò a suonare e dal nervoso lo guardò lanciandolo nuovamente sul sedile del passeggero. Con lo sguardo cercò un parcheggio, ma la strada proseguiva dritta. Più in là, all’incrocio Valentina frenò brusca, appoggiato il piede a terra attese il verde. Elisa muoveva di scatto il collo per leggere la rubrica e nel contempo guardare la strada, il telefono fece bip e lei entrò nella cartella dei messaggi: Alberto le chiedeva di fare altre condoglianze e scuse. Era verde e Valentina ripartì, mentre Elisa scalò di una marcia. Il telefono tornò a suonare ed Elisa lo cercò con la mano afferrandolo al contrario, Valentina si faceva più vicina, mentre lei si spostò troppo a sinistra scaraventandola giù per quel piccolo fosso.

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Il pranzo era iniziato alle 12 spaccate e all’una precisa era terminato con il venerato sollievo di Luca. Non avrebbe potuto chiedere regalo migliore: nel pomeriggio era stata organizzata la vera festa di compleanno che non potevano rimandare. Grazie e ancora grazie, continuava a ripetersi nella sua testa cercando di controllare i muscoli facciali. L’idea che voleva dare era quella del normale parente che saluta la sua famiglia, ma quel sorriso era troppo prorompente. Preso dal tanto entusiasmo salutò i gemelli sollevandoli per aria, fece fare loro l’aeroplano e li rimise a terra ancora vorticanti. Ridevano e lui era felice, felice come ad ogni pranzo era giusto mostrarsi. Sara scuoteva leggermente la testa conoscendo alla perfezione i suoi modi, ma non disse niente… Come sempre. Salutò la suocera e Luca si sbracciò in un ultimo saluto, poi un’ambulanza passò di tutta fretta lungo la strada principale: vide sua madre farsi il segno della croce, mentre lui si limitò a sentirsi pure fortunato.

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F R A M M E N T I DA U N LU N A PA R K - PA PAV E R I

di giovinezza

Neanche si trattasse di papaveri! Era così facile per lui parlare di morti. Ma incredibilmente in vergogna nel pulirsi le mani dai sughi per la selvaggina: si puliva le mani da quell’unto nei tovaglioli di carta, stropicciandoli e strappandoli. Li rendeva impresentabili, quasi avessero fatto a botte. Per quanto li rigirasse, avevano comunque da mostrare l’aria sbattuta. Aveva sempre ritenuto che ogni cosa avesse un verso. Un verso in cui andava piegata, un verso in cui appoggiarla, un verso perfino per essere mangiata. Per lui erano leggi naturali insite nell’uomo, tanto quanto lo era parlare di morte. Era così semplice per lui, troppo. Mi traumatizzava quasi vederlo così deciso e lento, provavo una morsa al petto desiderando ardentemente che andasse avanti senza pause. Ma le pause erano parte di lui, di quei discorsi. Che ti si imprimevano dentro come un marchio. Provavo nausea nello stare troppo lungo ferma su quell’argomento, tanto da desiderare di alzarmi e muovermi. Sentirmi viva mi avrebbe forse dato la forza per aprire bocca e dire qualche parola, ma la mia paura era che, stando ferma, in realtà avrei vomitato. Non ero così forte, non lo sono nemmeno ora. E nemmeno lui lo era, solo che… Aveva delle leggi, nella testa, che lo rassicuravano. Mentre io non le ho mai avute. Quando passeggiavamo per strada era invece molto nervoso il suo passo, eravamo – seppur magari di poco – sempre disposti in un assetto diagonale, dove lui teneva il volto un po’ spostato verso un lato. 18


Non teneva le spalle dritte in assetto con il bacino, era più uno sbilanciamento in avanti: come dovesse arpionare qualche cosa. In quei momenti, avevo sempre la sensazione che sarebbe partito. Non partiva mai, questa è la verità. Mai. E in me si era creata quell’angoscia interminabile, dove anche il rilassarmi era una congiura. Immobile anche a bere un tè, mi sentivo scalpitare le interiora, come se non entrasse abbastanza aria. Nulla ormai riusciva a calmarmi. Occupavo le mie giornate facendo cose semplici e ripetitive. Mi alzavo e facevo colazione su quel tavolo, anche se prima si reggeva bene su quelle gambe. Ci si sta effettivamente in due, stretti, ma andava bene così: almeno non mi sarei sentita sola, nemmeno se lo fossi stata per davvero. Vi bevevo, appoggiata coi gomiti, una tazza di caffè, guardando fissa il vuoto ai piedi della porta; fino a che i suoi piedi non comparivano rimanevo dispersa senza essere sicura di star bevendo per davvero. In genere non sorrideva, entrava bloccandosi in quel punto mentre si annodava la cravatta, sempre diversa, per poi passare a darmi un bacio frettoloso – a volte non centrava proprio bene le mie labbra – e con una mano sola – trattenendo il nodo alzato – prendeva la moka e si versava la sua tazza. La beveva in piedi, sul tinello. Raramente si concedeva la tregua di star seduto in mia compagnia. Per lui era una forma di costrizione credo, anche se non ho mai avuto l’esigenza di domandarglielo. Mi andava bene così: lui rendeva a brandelli i tovaglioli, lui beveva il caffè sul tinello, lui parlava di morti come fossero papaveri. Di quest’ultima parte avevo davvero una scarsa stima. Generalmente non mi soffermavo troppo in quei dialoghi con la mente, mi isolavo giocherellando con una delle tante collane che portavo al collo. Sempre grandi e spesse da poterle sentire tra le dita. Concentrata a questo modo mi ponevo le risposte a grandi quesiti che non avevo mai avuto la gioia o la pazienza di chiedermi: avrei sistemato le petunie sul davanzale nel retro, il tappeto lo avrei scosso nelle prime ore pomeridiane per non intossicare nessuno, avrei scritto qualche cosa a macchina verso le dieci di mattina per imbibirmi del sole malato che si affacciava sulla nostra casa, mentre avrei rassettato il rassettabile nelle pause.

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Qualunque cosa per me sfociava in una pausa, i miei ritmi erano cauti e monotoni, passando da una stanza all’altra nello svolgere i miei compiti guardavo a destra e a manca per cercare il da farsi: trovatolo lo avrei svolto, poi la pausa. E la pausa consentiva delle distrazioni: potevo ritrovarmi a sistemare una libreria dopo aver scosso il tappeto, nel sistemare i libri avrei potuto intrappolarmi aprendone uno, trovando così il da farsi successivo. Solo quando quell’azione avesse iniziato a puzzare, l’avrei interrotta in cerca di un’altra pausa. Per certi versi la mia vita era uno scandalo: la riempivo di misere scappatoie nell’attenderlo a casa. E lì, con la cena pronta, chiacchieravamo davanti al camino con l’unica luce concessaci dal fuoco. Mi accomodavo sul nostro divano ancora vestita degli abiti del giorno, piegando le gambe senza scarpe. Ricordo bene il tenere la testa inclinata e appoggiata al braccio destro, mi consentiva di ascoltare le sue parole e intrappolarle nella mia testa nel caso fossero state buone. In caso contrario avrei lasciato che la mano si spostasse dall’orecchio destro facendo uscire come aria ogni suono. Più di tutto risento nel tempo di quella posizione d’ascolto: le ginocchia mi dolgono solo a pensare a quanto le abbia trattenute così issate, ma mai mi sarei mossa. Si sarebbe forse accorto che ero viva. Eh… Ridicolo sì, ma ero giovane e sposata con un uomo di parole, non potevo farne a meno. I giorni in cui lo vedevo tornare a casa troppo stanco mi era concesso di aiutarlo a svestirsi. Iniziava lui levandosi la giacca, o il cappotto, per poi sfilargli le braghe partendo dalle bretelle, la camicia era affare suo, mentre io gli slacciavo le scarpe. E qui sì, qui ciondolava un po’ le gambe per far cadere i pantaloni a terra. Non che li spostassimo fino al giorno dopo, ma qualcosa mi diceva che era giusto vederli lì, abbandonati dopo una giornata di lunga fatica e durata. Rattrappiti li guardava catatonico, mentre si sdraiava con il solo intimo sotto le coperte. Per più di qualche minuto li continuava a guardare, non so se indeciso dal tirarli su o se si aspettasse che si alzassero da soli: nulla di tutto ciò effettivamente accadeva. Non mi rimaneva così che coricarmi accanto a lui, facendo finta di aver avuto la stessa pesante giornata. E in silenzio come il resto del giorno, mi toccava affrontare le ultime ore di veglia, fino a sprofondare nel sonno riparatore della mia noia.

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F R A M M E N T I DA U N LU N A PA R K - RO S S O I N M E M O R I A

e ricordi.

Il giorno in cui mi vennero le prime mestruazioni avevo la febbre a quaranta: ero alta u n m e t r o e u n o s p u t o e i n d o s s a v o u n a c a m i c i a d a n o t t e .
 Quella camicia da notte si macchiò orribilmente e l’alone rosso ferro non è più venuto via. Ancora oggi cerco di scacciare il trauma continuando a lavarla, con il risultato di sbiadire ogni altro colore, ma non il mio. Sembra una sorta di lode a me stessa: tu resterai con me, sempre. La febbre mi passò e le mestruazioni durarono sette giorni, tornai a scuola solo dopo e s s e r e s i c u r a c h e f o s s e r o p a s s a t e .
 Ancora non avevo bene in mente il concetto del ritorno, così quando il mese successivo mi tornai a macchiare di rosso pensai a una congiura. Avevo undici anni e per quanto mia madre si impegnasse, la cosa non mi sembrava avere un senso. E me ne vergognai fino alle superiori, anno in cui ogni singola ragazza sembrava aver subito la mia sorte, ma per un periodo suscitai un’enorme curiosità in c h i u n q u e n o n a v e s s e u n c a m i c e t t a c o m e r e l i q u i a r i o .
 Le ragazze mi rivolgevano parola solo sussurrando, e spesso mi trascinavano lontano dalla folla per paura di essere udite. Durante l’intervallo iniziarono ad accompagnarmi in bagno: le loro sopraciglia si contorcevano per ricreare un misto di curiosità e preoccupazione. All’inizio erano come spaventate all’idea che non potessi più andare in bagno da sola, ma più i mesi passavano e più si chiedevano cosa sarebbe successo loro. Io ero come un ponte di collegamento tra la realtà e il Mondo Rosso. Nel Mondo Rosso, a quanto pareva, bisogna arrivarci tutte, prima o poi, e non era sempre una passeggiata. Era chiaro che quel rito di passaggio era ardentemente bramato e odiato; una volta beccai una ragazzina di un anno più grande sbirciare nel pattume del b a g n o .
 Sentii il mio naso arricciarsi sotto la spinta del labbro superiore: la mia smorfia di disgusto deve averla spaventata a morte, perché se ne uscì piagnucolando scuse e chissà quale altra preghiera. La mia notorietà come unico esemplare del Mondo Rosso non durò a lungo, tutto svanì non appena venne scoperto che molte delle ragazze avanti a noi erano cittadine uffic i a l i d a o r m a i d u e a n n i .
 Io ne fui contenta, ma una parte di me ne era ancora profondamente stupita e spaven21


tata. Una notte sognai di camminare per la casa, che però non era davvero casa mia. Al posto della moquette c’era un bel prato verde e arrivata di fronte allo specchio in sala, notai che mi ero lasciata dietro una lunga traccia di foglie rosse. Le perdevo dal mio corpo e poi quando provai a raccoglierne una mi sembrò impossibile: allungavo la mano, ma questa rimaneva a terra e al tatto risultava come un capello enorme, ma dall’aspetto sottilissimo. Era la stessa sensazione di quando avevo la febbre, una sensazione che mi dava l’idea di afferrare delle formiche, ma che queste formiche avessero intorno a loro un corpo t r a s p a r e n t e p i ù g r a n d e .
 Mi svegliai che un forte mal di testa e con le mestruazioni, quel giorno si andava in git a .
 Si trattava di una mostra sulla fotografia: la trovai molto interessante, anche se a tratti barbosa. Apprezzai i soggetti naturali, mentre evitai di guardare insetti e altri animali repellenti. A sentire la professoressa di italiano, la mostra era organizzata piuttosto male: la sezione riguardante l’invenzione della fotografia era al centro del labirinto, quando in realtà sarebbe dovuta stare all’ingresso. Così, quando arrivammo di fronte alla stanza nominata “Camera oscura” l’insegnante si voltò con uno sguardo illuminato dall’entusiasmo. Qui c’è l’inizio, l’inizio di tutto. Era stata molto solenne come presentazione, pensai, e quando la guida aprii la porta ci chiese di entrare in fila indiana e di non toccare niente. Quello era un luogo sacro. Non lo disse propriamente così, ma fu quello che intesi: all’interno di quelle mura si stava compiendo un lavoro, un lavoro sul quale si basava tutto il presente. In quel momento entrammo nel Mondo Rosso della fotografia, e io svenni nel vedere il c u r a t o r e s o l l e v a r e u n f o g l i o b i a n c o d a u n a b a c i n e l l a .
 Per il resto della giornata rimasi con la professoressa di italiano, mentre i miei compagni continuarono a girare per le varie sale. Non dovetti piacerle più molto, ma quando ne parlai con mia madre lei mi chiese perché avessi avuto quella sensazione: io le dissi che, da quando riaprii gli occhi fino alla fine della giornata, notai nella sua sclera una sfumatura di luce rossa. Mia madre rise, ma si trattenne dal ridere e cercò di tranquillizzarmi. Il giorno dopo un mio compagno si presentò con una lampadina rossa e me la sventolò davanti al naso, ululando come un fantasma: quello fu il momento esatto in cui sentii di p r o v a r e a t t r a z i o n e p e r q u a l c u n o .
 Era più che il voler giocare a nascondino, era un desiderio. Era come quella macchia sulla camicia da notte, una parte di me, come quelle foglie nel sogno che non riuscivo a tirare su, ma che sentivo perfettamente sulla pelle. Quel ragazzino rimase nella mia testa per i successivi quattro anni, e la cosa veramente straordinaria è che non ricordo come ho smesso di ricordarlo e iniziato ad averlo impresso in memoria.

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Frammenti da un luna park