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Chi è Luca Dall’Osso “In queste fotografie le pietre e i volti delle persone parlano”, questo è stato il commento di un amico a cui ho fatto vedere in anteprima le immagini colte da Luca Dall’Osso. Credo che sia il miglior complimento che un fotografo possa desiderare. Eppure Luca non è un fotografo, per vivere si occupa di altro. Insieme al fratello gemello Simone (sono nati il 29 febbraio e perciò hanno la fortuna di compiere gli anni una volta ogni quattro) gestisce un negozio di ceramiche e un’attività di rappresentanza degli stessi prodotti all’estero (Australia, Nuova Zelanda Estremo Oriente) che lo tiene lontano diversi mesi dell’anno. La fotografia quindi non è la sua professione ma una vocazione, un’arte nella quale si diletta con passione ed entusiasmo. Perchè Luca è caratterialmente un entusiasta e un generoso. Frequentiamo lo stesso caffè da anni e quando è impegnato nei suoi viaggi d’affari la sua assenza si nota. Mancano le urla, gli evviva e le danze rituali attorno al tavolo con cui sottolinea teatralmente le sue giocate “magistrali” a tresette o a cotecchio. Potremo semplicemente dire che le immagini di Finale da lui colte e fissate nell’obiettivo sono belle, che ottengono il plauso sia dell’occhio esigente e smaliziato dell’esperto che di quello più immediato ma forse più severo del profano, ma non avremo detto ancora tutta la verità più nuda: in queste fotografie ci sono il suo entusiasmo, la sua generosità e il suo amore per Finale permeatisi per osmosi alchemica. Naturalmente c’è anche una certa abilità tecnica, maturata in anni di pratica, di passione e di confronto con gli altri soci del noto circolo fotografico “Photoclub Eyes“ di San Felice sul Panaro, che raccoglie gli appassionati della Bassa. Non va poi taciuto che questo straordinario reportage nasce dall’amore per la nostra città così duramente martoriata dal destino. Perchè è vero che la mamma di Luca è pugliese, ma il sangue paterno è finalese doc. Plurigenerazionale. I più anziani ancora ricordano la nonna Beppa la “sdazara”, fabbricante di setacci per farina, immortalata anche da Celso nei suoi memorabili calendari, che dalla finestra di casa sua teneva ai passanti una sorta di “vita in diretta”. Suo padre Beppe e suo zio Franco, sotto quella finestra hanno gestito per decenni un’autofficina a pochi metri dal Duomo. Proprio nello stesso spiazzo dove loro graffiavano i motori con le unghie, anticamente gli sbirri ducali infliggevano ai malfattori esemplari punizioni corporali mediante frustate e ”tratti” di corda (i malcapitati venivano legati per i polsi e alzati in alto su un’impalcatura di legno da dove venivano poi lasciati precipitare per fermarsi a pochi centimetri dal suolo: fa male solo il pensiero). Paola, poi, l’amore di Luca, è la figlia unica di Franco, che ancora oggi dopo cinquant’anni passa le sue giornate, domenica mattina compresa, a fare le fusa nella sua officina a vespe e lambrette. Negli afosi pomeriggi d’estate la nonna Beppa, mentre lavava il nipotino Luca nella bacinella in cortile, si divertiva a prenderlo in giro declamando un vecchio proverbio finalese: “A lavar la testa all’asino sciupi l’acqua e il sapone”. Che peccato che non abbia potuto vedere questo libro.... (gb) EDIZIONE E DIFFUSIONE OPERE DI CULTURA LOCALE di Gianluca Borgatti (339.4307756) Via Rovere, 2 - Tel. e Fax 0535.90352 - 41034 Finale Emilia (Mo) - borgatticdlsnc@libero.it Impaginazione e grafica: Graficabanzi snc - www.graficabanzi.it - info@graficabanzi.it - Finale Emilia (Mo) Stampa Editoriale srl - Strada Statale, 7/bis - 45/47 - Zona Ind. di Avellino - 83030 Manocalzati (AV) www.stampaeditoriale.com Collezioni Modenesi 2013 - Pubblicazione periodica Reg. Trib. di Modena n. 848 del 9/1/1987. Direttore responsabile: Alessandro Braida

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Questa nostra fatica è dedicata a PIERO GIGLI e BERTO FERRARESI, perchè Finale ha bisogno, oggi più che mai, delle melodie dei poeti.

RINGRAZIAMENTI Grazie alla Parrocchia di Finale Emilia, a DON ETTORE ROVATTI e DON ROBERTO MONTECCHI per aver gentilmente concesso l’utilizzo dello stupendo servizio fotografico sugli interni delle chiese dopo il terremoto, da loro commissionato al talentuoso GIANLUCA GALLETTI - in arte “GI” - di Fotocentro Grazie all’Amministrazione Comunale, in particolare al Sindaco FERNANDO FERIOLI e all’Assessore alla Cultura MASSIMILIANO RIGHINI per aver messo a disposizione le immagini dell’interno del municipio e di altri edifici Grazie a WILLIAM BOTTI, collezionista infaticabile, per la consueta amicizia con la quale ci mette a disposizione i tesori delle sue raccolte Grazie a SILVIO ZIROLDI per le fotografie degli interni della Torre dei Modenesi oggi davvero irripetibili e perciò preziose Grazie a LUCIA MALAGUTI, CARLO VICENZI e MARCELLO VERONESI per la consueta, faticosa ma indispensabile, opera di promozione.

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“... e forse un giorno l’alba invano cercherà le belle torri e nel catino della grande corte, ora ricolmo d’ombra accasciato riposerai stanco di secoli e di inganni. Che io non veda tanta rovina ... “ da “O mio Castello!” di PIERO GIGLI

A FUTURA MEMORIA

“Il terremoto è peggio della guerra perchè non c’è neanche la sirena che ti avvisa dei bombardamenti” Questo libro nasce con l’intenzione abbastanza presuntuosa di documentare per i finalesi di oggi ma soprattutto per quelli di domani, cioè “a futura memoria”, quell’ evento terribile che ha colpito la nostra comunità. Noi speriamo quindi che fra 100 anni i nostri discendenti, guardando questo libro, riescano a farsi un’idea di quello che è accaduto a partire dal 20 maggio 2012. Un’idea non solo dei fatti materiali, nudi e crudi, ma dell’atmosfera di questi mesi. Ecco, se non fosse troppo lezioso il sottotitolo giusto di questa pubblicazione, anche grazie alle splendide fotografie contenute, sarebbe proprio: “Antologia per un’atmosfera”. Un anziano ci ha detto: “credevo in vita mia di non provare più la paura del tempo di guerra, ma il terremoto è peggio della guerra perchè non c’è neanche la sirena che ti avvisa dei bombardamenti e puoi correre al riparo nei rifugi. Allora le bombe venivano dal cielo ma con preavviso, questo maledetto invece viene da sotto terra è può colpire all’improvviso senza lasciarti neanche il tempo di pensare”. Questo semplice ragionamento rende molto bene l’idea del clima anche psicologico che si è creato nella popolazione. Dalle prime ore confuse con la gente che girava smarrita e attonita e ancora non si rendeva bene conto di cosa era accaduto e, soprattutto, di cosa sarebbe poi accaduto nelle ore successive. Quando il cuo-

re del nostro Finale sarebbe stato invaso da Vigili del Fuoco e da militi di tutte le protezioni civili, quando le strade sarebbero state chiuse e proibiti gli accessi delle persone alle proprie case. Quando i campi da calcio sarebbero stati traformati in tendopoli ufficiali e i giardini pubblici e i prati dei condomini in tanti campeggi “spontanei”, quando avresti visto gli anziani costretti a dormire in tenda e costretti in fila per un pasto. Con gli ambulatori dei medici in una tenda, con le farmacie in un container, con le baracche di legno che spuntavano dappertutto quasi fossimo davvero in una località turistica piena di bungalow. Con il Centro Operativo Comunale (per tutti il coc ma si pronuncia cok) allestito nel cortile fra le scuole elementari e le ex Corni, sempre invaso di un brulichìo di persone in fila. File per chiedere informazioni, file per compilare moduli, file per i famosi 200 euro al mese ed i dipendenti e i volontari ad ascoltare pazientemente tutti. Poi gli ingegneri in giro per le case a fare le perizie di agibilità, poi la nuova scossa del 29 maggio e tutto ricomincia da capo. Ma ci sono anche aspetti positivi, perchè anche nei momenti più bui c’è sempre una luce. La luce è stata la catena della solidarietà, quando gli amici, i parenti, i colleghi di lavoro hanno cominciato a telefonare per offrire aiuti, alloggi provvisori; quando le famiglie si sono ritrovate vicine e nu5


clei parentali si sono ricomposti, quando anche quel vicino di casa che sembrava proprio guardarti male ti ha teso la mano e offerto la sua amicizia. Come spesso accade è nei momenti più difficili che le persone si vogliono bene. L’auspicio naturalmente è quello che quando la bufera sarà passata, perchè lo sappiamo tutti che passerà, i finalesi continuino a volersi bene tra di loro. Appena pochi anni addietro abbiamo festeggiato con orgoglio i primi mille anni di vita della nostra città: Finale è disseminata di opere architettoniche che testimoniano materialmente una presenza umana sedimentarsi in una storia plurisecolare. Eppure in pochi attimi tutto si è sbriciolato come fosse stato costruito da un bambino sulla sabbia in riva al mare. Ancora non sappiamo cosa accadrà, ancora non sappiamo se il Castello, la Torre dei Modenesi, il Duomo e tutto il resto che è stato così gravemente danneggiato sarà ricostruito, noi naturalmente lo auspichiamo ma non è detto che si rendano disponibili le enormi risorse economiche necessarie. Quello che cercheremo di fare nel nostro piccolo con questo libro è “soltanto” documentare questo drammatico momento cruciale della nostra storia, mettendo a confronto le immagini del passato con le belle e poetiche fotografie di Luca Dall’Osso con il conforto di piccole gemme letterarie prodotte da poeti finalesi perchè in ogni album di famiglia non ci deve essere solo la ragione ma anche il sentimento. Speriamo che la nostra fatica possa essere apprezzata da tutti i finalesi e che questo oggetto possa davvero diventare l’album di famiglia della nostra comunità. Una comunità che ha dimostrato con forza, caparbietà, tenacia ma soprattutto amore, di voler rimanere unita e di voler continuare a vivere qui. Nessuno fugge, nessuno si arrende. Come diceva Piero Gigli: “A sarèv ‘n’àlbar senza radis, ‘na parpàia senza gl’al s’a duvìs andar via dal miè Final”. Celso Malaguti e Gianluca Borgatti 6


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Al Final da ‘na volta Pubblichiamo di seguito un memorabile testo in vernacolo del nostro Piero Gigli, che ci fa una straordinaria descrizione del Finale di una volta, che riteniamo ben si accompagni alla fotocronaca contenuta in questa pagine. Piero Gigli (Finale Emilia 1897 - Modena 1987), ardito della grande guerra, gravemente ferito in battaglia, conobbe Marinetti all’ospedale militare di Udine dove erano entrambi ricoverati. Scrittore e poeta con solide basi letterarie, scoprì una nuova vocazione futurista, divenendo famoso con lo pseudonimo di Iamar14. Conobbe Boccioni, Balla, Carrà, Sironi, Soffici fu a Genova, Roma, Bologna e Firenze. Nel 1927 rientrò a Finale Emilia dove rimase praticamente fino alla morte, avvenuta a Modena presso la famiglia della figlia. Nel dopoguerra si dedicò alla critica d’arte e ad un’intensa attività di poeta dialettale con lo pseudonimo di Pirin dal Final.

fin ch’in n’aviva sunà I’Ino ad Garibaldi e di lavuradór. I omm e il donn i gh’aviva in-d al sàngav la musica, i saviva la Norma, al Nabuco e al Rigoléto a memoria i gh’aviva anch al sangav cald e agh dièva fogh Gregorio Agnìn, oh l’era un bèl om e il donn il’s’ pisàva adòs sol a guardàral. Al FinaI, paes róss ma ch’l’impinìva la cèsa dal Rusàri tuti il sir dal mes ad mag, e nuàltar bagaiét a scapàvan prima dla bandizión p’r andar a butafogh ‘drè al sièv di ort. Al Final da ‘na volta, con i àrzan pr’andar a pampugnìn, al canal par guardar il gamb dil bugadàri, con al gir dal Cundut, su e zó p’r i ratìn, a sguaitar i ‘mrós, dil donn sémpar caldi, mai stufi ad fàras basar. Al Final con la rotónda in fond al córs e al tastón ad Garibaldi, i àlbar ad marón salvàdagh e nu, culgà in tèra, d’istà Dio che durmid con un fil d’erba in bóca. Cmé di colp ad tamburèl in cal silenzi, i marón ach cascava. Cmè èss’r in fond al mar, sóta chi albrón verd. E ala sira, sóta i lampión a gas, a sièdar su ‘na banchina, la man su ‘na stanlìna ruvda, dil parol suspiràdi. Adèsa su chil banchìnn a suspira i vècc dal ricòvar, i òcc apanà e al tastón ad Garibaldi I’è ‘na màcia ciàra. Al Final in avrìl con la Fiera e il corsi di cavài, la sabia da la rotonda a la piaza Garibaldi, i banchét con i balón e al zùcar d’òrz. Al Final in setémbar con la puza dla canva, i navazz pin d’uva d’or, i muschin sui vièdar, sui piàt dla mnèstra, sui sughi e il ciapèl, la Festa dla Madona dil Grazi, la prucisión, la banda e i fughét. Al Final ad tuti il stasón, la campagna a du pass e dóp l’Avmaria un silenzi ch’al ’s taiava con al curtel. In ca, sota a la lumièra a petroli, la fòla dla Bela Barnarda e dla mosca bitosca; pian pian la testa sula tavla. Al paes dla torta d’abrei, dal bicirìn ad sgagna, dla carta unta sóta i pòrtagh, sui crusàr ad piaza, dil granatìnn ad Piran, dl’òrgan ad Faméa e ad Vanoni, “Non conosci il bel suol”, la marcia dl’ Aida, quand a gniva zó la sira e intórna a la Tór dal Campanón i sghétt i fièva di arìn e il prèd dla Ròca il dvintava róssi ruventi. Al gióran dóp il cariol su i giarón il s’cirlàva, il dasdàva il ciàcar dil donn da ‘na fnèstra a cl’àltra, davanti ai banchét digl’urtlànn, su la porta dal Dom e gl’i èra dil fóti che nisun à mai scrit, da cuntàr la vzìglia ad Nadal s’agh fuss incóra al camìn in cusìna, se i pàdar dascurìss incóra coi fiò, su la tavla un tulièr ad turtlìn, ‘na tarìna pina ad sguazaròt e fòra al vént ch’al mulina la nev, ch’al fa al lóv dent’r il cann di camìn, ch’al mét ‘na

AI Sgnor Lustrìssim Al FinaI, un paés fat ad silénzi, ’na volta, quand ‘na cariola sui giarón dla strada la fièva ‘na ruza ‘d infèran e la vita I’era ‘n infèran, la vita di scariulant. II donn li andièva aIa fnèstra e l’èra da fnèstra a fnèstra ch’il’s cuntàva la storia dal paés, un paés con tre o quàtar ca da sgnóri e tanti ca da puvrét. Al Final, con il bugadari in Panara, dil bugadàri ach cantava,’n’ acva freda ch’la taiava il gamb dil donn, donn vèci, donn zóvni, tuti con la léngua longa. S’a sunava i bòtt ‘d ‘na pasàda, i taiàva i pagn adòss anch ai mort, ch’l’aviva fatt i còran a só marì, cal caión, ch’la biastmàva cmè un fachìn ma I’era I’ultma a andar a lèt, la prima a alvàras, la più svelta a rubar i pui, Dio la I’avìs in gloria e il’s fièva al segn dla crós. Al Final, un paés róss impìzz, ch’al zuràva su Gregori Agnìn, un paes ad scariulant, ad donn chi andièva in Piemónt cantand, ch’il turnava cantànd da la risara, ‘na not par far’s impargnàr e po’ via a gramar, a scavzar la canva par pagar al cont a Ia butéga e l’afit dla ca pina ad pùlagh, con l’acva ch’la culava zó pr’i mur, il fnèstar ch’il s’cirlava, al giàz in-d la bròca, al camìn ach fièva fum, i zlón in-d i piè e in-d il man, il bragh róti in-t al cul, i fiò con la candela sota al nas e il grépal in-t i occ, i òmm a ca in tri temp, al Paradìs a I’ustarìa in fond un bicèr ad barletón. Al mar? I mont? Roba da sgnóri, i puvrét i andièva in Panara, i gh’aviva la festa in piaza a ‘scultàr la banda davanti a San Zanón e i ‘n andièva a let, 8


camìsa bianca a San Zanón sul palaz dal municìpi, pòvar San Zanón, anca lu un sant dasmingà. A ‘s a stièva mèi quànd a ‘s a stièva pègio? Anch questa l’è ‘na fóta, cmè dvintàr vèc, cmè vultàras indrè parchè in-d al mond agh’è sémpar sta i fùrab e i caión, i galantom e i làdar, il donn par ben e il slandróni, i sgnóri e i puvrét. Al Final? Tòla e mandòla, al srà sémpar bèl con la Ròca al gir dal Cundut, dil putinn ach fa gnir la góza al nas, con dil gamb drìti cme un fus e di titìn p’r aria ch’i fa cicia cicia la castagnòla, anch se a la not al campanón dla Tór an dascór piu con la campana dal Municipi e a salutar al gióran l’è quela dal Dom un bòt s’agh’è al sól, du bòtt s’l’è nùval, tri s’a piov, la campana ch’la sunarà la mè pasàda p’r andar al zimitèri. Cal scusa, Sgnor Lustrìssim, pòssia far métar su la me cròs: “Pirìn dal Final?”

Cartolina postale illustrata che ritrae una sfilata nell’attuale via Trento Trieste con un carro trainato dai buoi. La cartolina fu pubblicata nel 1909; il 28 dicembre 1908 alle ore 5,21 del mattino un violentissimo terremoto del 10° grado della scala Mercalli colpì Messina e Reggio Calabria; in pochi istanti la città siciliana fu rasa al suolo, il mare si ritirò per oltre 200 metri, alla fine si contarono più di ottantamila morti. In tutto il mondo cominciò una gara di solidarietà per soccorrere quelle popolazioni. Anche Finale nel suo piccolo cercò di fare la sua parte, la cartolina infatti era il ricordo che veniva consegnato ai generosi che versavano offerte per la sottoscrizione di aiuti. Purtroppo non esiste una documentazione che ci consenta di scendere nel merito. 9


IL CASTELLO DELLE ROCCHE Passato in proprietà al Comune di Finale nel 1870 e dichiarato monumento nazionale nel 1892, il nostro castello viene giudicato - in pubblicazioni recenti riguardanti l’Emilia-Romagna - “tra i più cospicui castelli della regione attribuibili al primo venticinquennio del secoloXI”. Alcune sue parti di certo risalgono a secoli precedenti, ma molte fonti citano che fu costruito nel 1402 dall’architetto Bartolino Ploti da Novara su mandato del marchese Nicolò III d’Este. Lo stesso, ventidue anni dopo, affidò all’altro famoso architetto Giovanni da Siena il compito di adattare la fortezza militare a residenza degli Estensi, i quali sostavano sovente a Finale in occasione dei loro viaggi tra Ferrara e Modena. Fu il medesimo architetto ad edificare il raffinato loggiato che si affaccia sul cortile interno e ad approntare un ingresso per via d’acqua orientato in direzione di Ferrara. Il castello infatti, circondato da un fossato su tre lati, nella parte nord si specchiava nelle acque del Canale della Lunga, da cui era quindi possibile controllare la navigazione fluviale. L’architetto ducale Biagio Rossetti vi apportò successivamente ulteriori interventi verso l’anno 1496. Sono diverse le personalità che, di passaggio da Finale, sostarono nel nostro castello. Tra queste il Papa Eugenio IV nel 1439 e Gastone di Foix, che nel 1512 vi raccolse l’esercito francese nella guerra contro Papa Giulio II. Nel 1527 vi si radunarono Carlo di Borbone, il duca Alfonso I e vari capitani alleati di Carlo V in lotta contro il Papa Clemente VII. Le sue stanze hanno pure accolto in breve luna di miele il duca Ercole II con la sua sposa Renata di Francia, figlia del re Luigi XII. Il trasferimento a Modena della corte estense nel 1598 segnò il lento declino della destinazione a residenza del castello finalese. I suoi locali vennero utilizzati come carcere, magazzini del sale, uffici di podestà e governatori. Varie alluvioni e un incendio nell’a-

la esposta ad est ne aumentarono il deterioramento, attenuato da restauri relativamente incisivi nell’arco di secoli successivi. Quando alla fine dell’Ottocento il Panaro della Lunga venne interrato, la muraglia che aveva unito il mastio e la torre marchesana col fine di contenere le acque cessò il suo scopo, per cui nel 1913 il comune deliberò di abbatterla sostituendola con una cancellata in ferro, in modo da rendere visibile dalla strada il sottostante cortile. Il castello è stato sede di carcere mandamentale dal 1861 sino al 1949. Dieci anni dopo anche l’ultima delle famiglie di sfollati della 2° Guerra Mondiale che ne avevano occupati i piani superiori abbandonava la rocca.

Sopra, il Castello delle Rocche in una cartolina postale illustrata risalente ai primi decenni del ‘900. A fianco un’immagine scattata alle prime luci dell’alba del 20 Maggio 2012, poche ore dopo la terribile scossa delle 4,04. 10


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I rundùcc dal castel Nelle ore immediatamente successive al sisma le torri diroccate del castello erano circondate dal volo frenetico, quasi impazzito, di una moltitudine di rundùcc. Alcuni hanno attribuito la cosa al terremoto. In realtà questi volatili abitano da sempre nei sottotetti della nostra bella rocca, che sono meta abituale e preferita delle loro migrazioni. Il Gruppo R 6j6 aveva sede nella torre di destra che guarda la piazza della salina e nelle serate estive i soci facevano il loro ruglét sul piccolo ponte in ferro che attraversa il fossato. Una sera trovai Berto Ferraresi con un piccolo taccuino in mano che guardava il cielo e scriveva dei numeri sulle pagine bianche. Incoriosito gli chiesi cosa stesse facendo. “A cont i rundùcc dal castel”. La faccenda era davvero curiosa e mi sovvenne di domandargli come facesse ad essere sicuro di non contarne qualcuno due volte, visto che anche allora c’era un andirivieni frenetico. “Agh’è un segrét... dop a t’al spiégh”. Ma dopo il discorso è scivolato su altre faccende e il segreto dei rundùcc è poi volato in cielo con il nostro indimenticabile amico Berto. (gb)

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ATTO DI CONTRIZIONE

O MIO CASTELLO

Perdonami, o mia terra natale, se ti ho sempre guardato in superficie, se della tua storia ho raccolto aridi documenti e scialbe testimonianze restituitemi da ingiallite fotografie. Perdonami se ho scritto di condottieri e pontefici, e non del tuo popolo sempre in rissa, bestemmiatore e donnaiolo che riempiva di n.n. i registri dei battezzati della Parrocchia. Romantico fino all’osso, ho risuscitato i tramonti sulle vecchie pietre del Castello Estense e sull’acqua dei canali, senza soffermarmi sul martoriato volto dei tuoi braccianti, sulla ruvida pelle delle tue donne che mischiavano il sesso con la politica, il duro lavoro con le modeste imprese ladresche. Perdonami se mi sono sempre messo in primo piano con i miei piccoli drammi sentimentali, trascurando Ie passioni che ti hanno mutato volto e anima, dal tempo delle paludi alla fertilità della terra coltivata a canapa e a frumento. Ho guardato i maceri non come luoghi di massacrante lavoro ma come specchi per il mio narcisismo di mediocre poeta: perdonami. Alle tue fanciulle in fiore, corazzate corpo ed anima di castità, ho preferito le prostitute delle città; alla tua pace, le inquietanti avventure. Ma ti ho nel sangue. A occhi chiusi riconosco un vicolo e dal profumo dei tigli i viali del cimitero. I sentieri per gli argini del fiume e gli orti mi vengono incontro con le carezze del vento e il ronzio degli insetti. Sei, ora, la gabbia di ferro arrugginito dove ho composto il mio nido, messo al mondo le mie creature, sognato, gioito e sofferto. Perdonami se non ho mai varcato la soglia di un’osteria, bevuto con i tuoi operai. Mi sarebbe venuta incontro l’immagine di mio nonno, liberale e ribelle, morto di cirrosi epatica. Perdonami se non ho mai scavato fino alle radici della tua storia, se ho camminato con la testa nelle nuvole più che nei solchi delle tue valli. Forse per questi peccati morirò lontano da te e non saranno le campane del duomo ad annunziare il mio ultimo viaggio forse verso la eterna luce, forse nel buio eterno. Perdonami.

Narrare vorrei la mia vita nel riflesso della tua luce di vecchia pietra cotta dal sole; o chiuso nelle tue celle silenziose meditare sopra inutili eventi e delle tue leggende comporre racconti per i miei nipoti. Vecchio Castello della mia infanzia, isola di sogni, narrare vorrei la storia delle tue ferite: una pietra aperta nel vivo della carne, un tubo di stufa che annerisce le pietre dorate ma sempre bello rimani e maestoso e dolce sarebbe morire, guardandoti al tramonto che incendia la torre grande come una torcia, mentre all’ombra le tue aquile si addormentano stanche di luce e di silenzio. Vecchio castello di favole ingenue, di battaglie e bivacchi, di notti insonni di condottieri e di meditazioni papali. Ma anche storia di piccoli ladri, di sconci geroglifici incisi sugli affreschi; storie recenti di partigiani e di sogni retorici infranti. O mio Castello, sotto le tue volte risuonano i magli dei fabbri e la putrida acqua dei marmorari fa dolenti Ie tue membra sconnesse. Lento decadi e forse un giorno I’alba invano cercherà le belle torri e nel catino della grande corte, ora ricolmo d’ombra, accasciato riposerai stanco di secoli e di inganni. Che io non veda tanta rovina e possa, come le donne delle case accanto, nella tua luce sedermi, alle tue calde pietre rinfrescarmi e nelle dolci storie del passato ritrovare conforto, addormentando il pensiero della morte

Piero Gigli

Piero Gigli 14


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LA TORRE DEI MODENESI O DELL’OROLOGIO Mancava un anno per festeggiare i suoi otto secoli di storia, durante i quali ha bonariamente osservato dall’alto lo svolgersi della vita dei finalesi. Dall’insostituibile testo “Finale Emilia mille anni di storia” di Don Ettore Rovatti apprendiamo che il castello – definizione alquanto generica- fu eretto dai modenesi nel 1213 e che i documenti sulle fortificazioni degli anni 1306-1307 parlano espressamente della Torre dei Modenesi. A quell’epoca- e una carta del Finale del ‘500 custodita presso l’Archivio di Stato di Modena lo conferma- le mura del paese avevano una forma rettangolare: 270 metri in lunghezza, dal Castello alla Torre dei Modenesi e 170 metri in larghezza, dalla via Torre Portello all’attuale Piazza Verdi. Successivamente, ma nessuna datazione è certa,le acque del Naviglio-Panaro giunsero ad attraversare quel rettangolo e gradatamente venne a formarsi l’abitato finalese. La Torre dei Modenesi, passata alla storia come Torre dell’Orologio e da circa un secolo divenuta monumento nazionale, per diverso tempo fu detta anche “dei Magni”, in dipendenza di una specie di contratto per cui pagava al duca due libbre di cera all’anno. Dopo varie traversie l’importante monumento divenne proprietà del comune di Finale. Era il 15 maggio 1756. Una citazione a parte merita l’orologio, posto per concessione ducale nella “Torre dei Magni” nel 1526 in quanto la primitiva torre, in cui era alloggiato dal 1436, minacciava rovina. Quella “torre vecchia dell’orologio” venne infatti rasa al suolo pochi anni dopo, nel 1553. Quello che per tutti i finalesi è sempre stato “il campanone” veniva all’epoca utilizzato perlopiù per allertare la popolazione di pericoli imminenti, in particolare le piene del Panaro. Già i Magni avevano chiesto al duca l’autorizzazione per metterlo al riparo all’interno di una celletta da costruirsi in cima al tetto, ma questa venne realizzata da Baldassarre Ramondini quando la torre

era divenuta comunale. Nel 1770 fu dato incarico alla ditta Carlo Ruffini di Reggio Emilia di rifondere quel bronzo. Ne uscì un “campanone” ancor più massiccio, 116 centimetri di diametro e 1055 chilogrammi di peso, arricchito di vari fregi e bassorilievi: al lato nord la croce, ad est San Michele Arcangelo, San Zenone e la scritta “Carulus Ruffini

Sopra, una celebre cartolina postale illustrata tratta da una fotografia di G.B. Magni quando il centro cittadino era ancora attraversato dal fiume Panaro. Sulla destra è ben visibile la Torre dei Modenesi. L’orologio ha una sola lancetta non perchè guasto, ma perchè il meccanismo dell’epoca prevedeva un’unica asta segnaore. A destra una foto risalente a poche ore dopo la scossa del 20 maggio 2012. L’immagine del fronte della torre con l’orologio spezzato a metà è divenuta il simbolo dell’intero sisma che ha colpito la bassa modenese ed è stata pubblicata dai giornali di tutto il mondo. 16


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Regiensis fecit”, a sud l’Addolorata e ad ovest le tre torri dello stemma di Finale con la scritta in latino “Quello che l’usura del tempo mandava in rovina, la Comunità di Finale,essendo duca di Modena Francesco III, felicemente regnante,restaurò ed ampliò nell’anno della Redenzione 1770, essendo Priore Giuseppe Bartolomeo Bresciani”.La vecchia torre ha resistito a intemperie e avversità per molti secoli, ma alla fine dell’Ottocento nulla ha potuto per trattenere a sé la compagnia delle acque del Panaro della Lunga che scorrevano ai suoi piedi. Sembrava aver passato indenne anche il furore della guerra 1940-45, ma l’ultimo giorno, le ultime ore prima della Liberazione le sono state fatali. Il 22 aprile 1945, infatti,una granata sparata dai reparti Alleati appostati oltre il fiume ha colpito la torretta, compromettendone la struttura e trafiggendo in più parti il campanone. Si dovettero attendere quattro anni per assistere al ripristino delle parti murarie e in legno della cella. Mosso dal desiderio di riportare agli antichi splendori il nostro imponente monumento, un gruppo di volontari locali si è messo al lavoro nel 1981. Ricollocata all’apice la banderuola girevole con lo stemma di Finale, riparata la macchina e ridipinto il quadrante del vecchio orologio, svuotate le stanze superiori da ingenti quantità di guano dei colombi e collocate reti alle aperture per impedirne il susseguente accesso. Un’operazione davvero ragguardevole di cui va dato giusto merito a quei volenterosi finalesi!! Si è impegnato anche il Lions Club di Finale, nell’anniversario dei 25 anni di fondazione, per far bella la nostra torre. La sera del 13 maggio 1987 ha acceso per la prima volta i fari di un potente impianto di illuminazione, un insieme di caldi fasci di luce che di notte la rendevano visibile anche a notevole distanza. Com’era felice e orgogliosa, così, la nostra torre!!

A fianco le macerie della Torre travolgono alcune automobili parcheggiate nelle adiacenze. Nella pagina successiva un’altra suggestiva immagine scattata nei momenti successivi alla scossa del 20 maggio 18


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AL MI FINAL T’tarcòrdat? Quand agh’éra la girotonda in Piazza Baccarini? In du agh’è adessa al monument di cadù? Nuàltar putin, i ciamàvan i giardìn, agh’èra quat’r o zinch banchìnn, zinch o siè àlbar, par nù I’era al più bel post dal Final, avrev sempar vlù star lì, a zugar a far la stmana sóta i pòrtagh e far arin, ma dop un poch a gniva la mè nunina con una struplina sóta al grimbial, e I’am la dièva sul gamb, par mandàram a cà. E vers sira, specialment ad primavera l’era un spetàcul atóran ala tor d’l’arlòi, agh’èra tant e tant rundanìn e sghét, che i fièva i scambiét propria come nuàltar putlét. Mi a stieva zó par al cuntradìn ad Piròn in Via Morandi in-d ‘na cà tant scura ch’la simbrava ‘na parsón e tuti il scus gl’i-era boni par scapar fora ad cà e andar a zugàr in di giardìn e far arìn con chiàltar putìn. Renata Diegoli Dallolio (Finale 1914- Bologna 2007) scritta nel 1980 20


SÓTA LA TOR DAL CAMPANÓN Da sinistra verso destra: cartolina postale illustrata pubblicata nel 1953 che ritrae la Torre dei Modenesi in tutta la sua maestosità, con campaniletto e banderuola, davanti si può notare la fontana di Piazza Baccarini al centro di un ben curato giardino; la torre “dimezzata“ dopo la scossa delle ore 4,04 del 20 maggio 2012; il tronco rimasto dopo la scossa di assestamento nel pomeriggio della stessa giornata.

A stagh in-t ’na cà nova tanta granda ch’agh prìla par datórna un bel giardin, d’istà a spigòzz inzìma ala veranda e a métt insém ‘na sfilza ad tant sunìn. A védar acsì as dirèv ch’ am manca gnént e agh’ò al camin ch’ al fuma in-t al tinel, a tuti gl’i-ór la cà l’è pina ad zent epur....a sent che dent’r am manca quèl. 21

Mo quand purtà dal ténebri dIa not am prìla in-t al zarvèl i mè magón am basta ad séntar nìtid i sot bòtt e inténdar ch’ l’è la vos dal campanón: d’un coIp chigl’i-ombri scuri ‘I fa fagòt e am mét aI cuor in pas e a volt galón Celso


GLI INTERNI DELLA TORRE Il reportage fotografico che presentiamo in queste pagine è davvero irripetibile e perciò raro e prezioso. Si tratta di una rassegna degli interni della Torre dei Modenesi che pochi finalesi hanno visto e che oggi purtroppo sarà impossibile rivedere. La pubblichiamo grazie alla cortesia dell’autore SILVIO ZIROLDI, appassionato di fotografia, che ce le ha generosamente messe a disposizione. Silvio risiede in via Torre Portello a poche decine di metri dalla Torre ed è stato uno degli ultimi volontari che circa ogni due giorni saliva i ripidi gradini delle scale interne per andare a ricaricare l’orologio, azionato ancora da un congegno meccanico manuale. Salendo e scendendo il fortilizio Silvio ha fortunatamente avuto l’ispirazione casuale di fotografare quegli interni e oggi le immagini dei suoi scatti sono tutto quello che ci resta. Il meccanismo di ricarica avveniva attraverso un sistema di leve e di pulegge che azionavano tra l’altro un martello a ridosso della campana, i cui rintocchi scandivano le ore. Addirittura Ziroldi, che di professione è stato un elettricista, aveva progettato un piccolo impianto che prevedeva l’installazione di un congegno elettrico per il caricamento automatico dell’orologio; una associazione di imprenditori si era già resa disponibile a finanziare l’iniziativa. Ma tutto ciò avveniva prima del 20 maggio 2012....

A sinistra in basso, veduta a volo d’uccello del centro cittadino, ripresa dall’alto della Torre. Le altre immaginini in sequenza illustrano particolari diversi degli interni dell’edificio. I piani inferiori erano serviti da una scala in muratura, mentre sono chiaramente visibili le ripide scale a pioli in legno che collegavano i piani superiori. 22


A sinistra in alto l’ingranaggio meccanico che regolava il funzionamento dell’orologio della Torre dei Modenesi. Nella fotografia più piccola sono visibili i cavi di collegamento tra l’orologio e la campana. In alto a destra il martello ripreso nell’atto di battere l’ora. In basso a destra profilo della campana in bronzo; il foro chiaramente visibile è da addebitare ad una granata sparata il 22 aprile 1945 dalle truppe alleate addossate all’argine destro del fiume Panaro, che danneggiò anche la torricella superiore. 23


A fianco, i mattoni crollati a terra dalla Torre dei Modenesi in seguito all’evento sismico, sono stati raccolti, puliti e catalogati da squadre di volontari coordinate dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Finale Emilia. Raccolti in casse e bancali, sono stati depositati temporaneamente nel cortile delle scuole elementari. Nella pagina successiva un’immagine delle costruzioni provvisorie in cui si sono collocati la Giunta e il Sindaco; il palazzo municipale è risultato inagibile dopo il 20 maggio e tutte le strutture amministrative sono state traslocate nei capannoni adiacenti alle vecchie scuole Corni in via Montegrappa. Vanno indubbiamente sottolineati la grande disponibilità, l’impegno, l’abnegazione e lo spirito di sacrificio che hanno contraddistinto gli amministratori e i dipendenti comunali in quelle giornate tumultuose.

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IL PALAZZO MUNICIPALE I lavori per la costruzione del palazzo municipale sono iniziati nel 1744 e terminarono l’anno successivo con l’erezione della torre centrale. Sovrastata da una cupola a curiosa forma di cipolla su cui svettava una banderuola metallica sormontata dalla croce, la cella conteneva la campana più antica della zona, datata 1543. Restaurato negli anni ’70 del secolo scorso l’edificio presenta al primo piano un balcone in marmo, poi la statua di San Zenone sovrastata dall’orologio e dallo stemma del comune. Sotto la statua del nostro protettore è posta una lapide, che illustra in latino la storia del palazzo. “La torre dell’orologio fu eretta dalle fondamenta per essere di utilità alla piazza e al popolo e la statua marmorea di San Zenone martire per favorire la pubblica pietà fu donata per sempre con copioso denaro di benemeriti cittadini a cura di Carlo Ramondini e dei colleghi Felice Soldati e Giuseppe Grillenzoni, con il consenso e l’approvazione di Francesco III d’Este, glorioso duca di Modena,Reggio,Mirandola e Carpi nell’anno dell’era volgare 1745”. Lo scultore veneto Paolo Groppelli è l’autore dell’aggraziata opera in marmo bianco, sotto cui è collocato un cartiglio recante la scritta in latino “Nostro protettore guardaci”. Ai lati dell’ingresso e dell’ampio scalone che porta ai piani superiori sono state murate in epoche diverse varie lapidi. Nel periodo di costruzione del palazzo operava a Finale il pittore Stefano da Carpi, cui è attribuita la decorazione interna. Nell’anticamera del primo cittadino, al secondo piano, sono esposte cinque sue tempere su tela di notevole effetto: “San Zenone che prega la Vergine”, “Prospettiva con colonnati gotici”, “Prospettiva di archi e colonne”, “Rovine antiche” e “Prospettive e rovine classiche”. Nell’ufficio del sindaco fa bella mostra “La Madonna col Bambino e San Giovannino” dipinto olio su tela di Ippoilito Scarsella detto “Lo Scarsellino”. In altri uffici e corridoi sono appesi alle pareti vari dipinti di valore

più modesto, attribuibili ad autori locali e dell’area modenese: “Paesaggio boscoso con laghetto e due figurine” olio su tela del finalese Giovanni Moretti, sono di ignoto pittore modenese il “Ritratto di fra Giambattista da Modena” ed il “Ritratto di Cesare Frassoni”, mentre ad ignoti pittori locali vengono attribuiti “Il corso del Panaro e la torre dell’orologio” un olio su tela donato alla comunità nel 1962 dalla concittadina Bianca Abbottoni, “Il Panaro con il ponte e la torre dell’orologio”, “Il ponte di piazza e vedute del paese di Finale” così pure “Il castello di Finale dal Panaro”.

Un àlbar senza radis A sarèv cmè un àlbar senza radis ‘na parpàia senza gli àl sa duviss andar via dal miè Finàl. Anch orb a truvarèv i viài dal zimitèri i àrzan ad Panàra il strad pr’i òrt e la campagna. Luntan da Finàl a sarèv cmè murir un poch tut i gióran. An séntar più il campàn dal Dòm, an parlar più al miè dialétt, an dasdàram più pr’i stuss dal marcà, an salutar più chi s’incontra par strada, an essar più salutà da chi passa, an lèzar più al giurnal a cafè, an dascórar più mal dal Sindach, che vita sarèvla? A sarèv cmè un àlbar senza radis ‘na parpàia senza gli àl sa duviss andar via dal miè Finàl. di Piero Gigli 26


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PAESE, MIO PAESE SoIe consunto d’una estate svenata. Cielo di smalto a toni freddi S’inarca più leggero sui viali sfatti SuIIe campagne esauste che ti circondano, Paese. Mio paese. Raccogli il viso tra Ie mani abbronzate In un brivido frettoloso Per pensare. Pensi AgIi antichi canali che ti attraversavano, Ti avvolgevano in un umido abbraccio; AIIe torri vetuste ormai cadenti Che più non narrano Ie gesta di avite memorie. Scuoti Ie stanche membra arrugginite E osservi lontano La tua civiltà ammuffita. Ma iI cuore della tua gente, sempre uguale, ieri come oggi, ti amava e con semplicità ti ama. Alberto Guidetti

A fianco cartolina postale illustrata viaggiata nel 1909 riproducente il nostro palazzo municipale. Nella pagina successiva, a sinistra un bel profilo ravvicinato del campaniletto municipale sbrecciato dal terremoto del 20 maggio alle ore 4,04; a destra in alto il campaniletto completamente sventrato dalla scossa successiva del 29 maggio (fotografia concessa dall’amministrazione municipale) ; a destra in basso, i vigili del fuoco al lavoro per mettere in sicurezza lo stesso campaniletto. 28


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Sopra, particolare del secondo piano del palazzo municipale, la struttura all’interno ha subito danni di grave entità. A destra i vigili del fuoco mettono in salvo le campane che erano contenute nel campaniletto del municipio. Entrambe le fotografie sono pubblicate grazie alla cortesia dell’Amministrazione Comunale. 30


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IL DUOMO Dedicata ai Santi Apostoli Filippo e Giacomo la chiesa maggiore di Finale ha una data di prima edificazione incerta. Soltanto dal quattrocento in avanti, grazie a vari documenti, si può interpretare la storia del nostro Duomo, sorto sulle basi di una precedente chiesa molto più piccola. Risalgono al 1475 l’innalzamento e l’ampliamento che ne portano i muri perimetrali alle dimensioni attuali. Il campanile è stato eretto nel 1567 e dotato delle campane in occasione dell’inaugurazione, avvenuta nel 1571. Asportate durante l’ultima guerra, vi è stato ricollocato un nuovo concerto di quattro bronzi: il più grosso pesa 690 chilogrammi e il più piccolo 190. Lo stesso campanile e l’abside sono stati dichiarati monumento nazionale nel 1912. La facciata del Duomo, dal solenne equilibrio neoclassico, è stata realizzata nel 1807 dal finalese Cesare Rossi. Nel timpano campeggia lo stemma della Comunità del Finale, replicato al centro del pavimento della chiesa. Le volte del soffitto delle navate centrali, oggetto del rifacimento interno effettuato nel 1770 su progetto del finalese Angelo Marescotti, sono state dipinte a secco negli anni 1942-43 dal pittore Giuseppe Busoli, anch’egli finalese. All’interno della chiesa e in sagrestia sono affisse numerose lapidi, importanti dal punto di vista storico, e in canonica si trovano numerosi dipinti provenienti da altre chiese del luogo, in attesa di una più adeguata collocazione. Le otto cappelle sono arricchite da statue e dipinti di autori diversi, ad alcuni dei quali sono state dedicate vie del paese: Bastianino, Crespi,Caula,Cignani,Consetti. La terza cappella a sinistra venne dedicata nel 1771 a San Zenone, proclamato Patrono di Finale nel 1745. Vi sono custodite alcune ossa del Santo. La cappella successiva è stata dedicata alla Madonna delle Grazie nel 1631, al tempo in cui la comunità- per ringraziare la Vergine per la fine della peste- fece voto solenne di portare

in processione la statua l’otto settembre di ogni anno. L’artista finalese Elmo Diegoli ha lasciato un suo tangibile segno nel nostro Duomo. Sua è la statua in legno e gesso- realizzata nel 1920- raffigurante Sant’Antonio da Padova con il Bambin Gesù, così come il disegno- realizzato due anni dopo- per la copertura del battistero settecentesco in marmo rosso, posto nella prima cappella di destra.

A-JÒ VIST A-jò vist un om cavàras al capel, ‘na dona far’s al segn dla cros parchè dal Dom ‘na campana la sunava a mort. Agh’è incora amor a ‘sta mond. Berto Ferraresi

Nella pagina a fianco, a sinistra cartolina postale illustrata risalente al 1970 circa, che ritrae la facciata del nostro duomo. A destra la stessa facciata dopo le scosse del 20 maggio 2012. 32


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A sinistra, il crocifisso che era collocato sull’apice del timpano della facciata del Duomo, crollato nella sottostante Via Cesare Battisti, a ridosso del palazzo municipale. Sopra, particolare della facciata del duomo crollata con le scosse del 20 maggio. Nella pagina successiva profilo di via Cesare Battisti: sullo sfondo Via Mazzini, dove sono ben in evidenza le macerie provocate dal crollo della facciata del Duomo parrocchiale. 34


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Alcune fotografie eccezionali che fanno parte di una documentazione realizzata da Gianluca “Gi“ Galletti per conto della Parrocchia di Finale Emilia. Sono immagini rare che documentano con feroce bellezza alcuni particolari. In alto a destra, osserviamo la sala San Lorenzo con la statua della Madonna della Cintura, mutilata dal sisma. 36


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LE ALTRE CHIESE UN VÈC ALA FNÈSTRA

Gli edifici religiosi del centro storico finalese, trattandosi di costruzioni plurisecolari, sono stati tutti gravemente danneggiati. In piazza Garibaldi la chiesa di San Bartolomeo, che tutti conoscono come chiesa della Buona Morte; tra Via Oberdan e via Ventura quel piccolo gioiello barocco che è la chiesa del Rosario; sempre nella stessa via Oberdan la chiesa di San Francesco attigua all’ex scuola materna statale; in via Saffi, la chiesa dell’Annunziata; nei viali del cimitero la chiesa di San Francesco da Paola, dove si officiavano le cerimonie funebri e in piazza Don Bosco la chiesa del Seminario, oggi annessa al nuovo oratorio parrocchiale, nei cui cortili è stata allestita la tensostruttura adibita alla celebrazione di tutte le funzioni religiose. Sempre nei cortili dell’oratorio Don Bosco sta nascendo la nuova scuola materna parrocchiale, in sostituzione del vecchio edificio del Sacro Cuore di via Oberdan gravemente danneggiato. Nel forese, sempre nel territorio comunale, ha subito gravi danni anche la chiesa parrocchiale di Reno Finalese, l’edicola votiva di Canaletto, il convento degli Obici gestito dalla Congregazione dei frati di San Giovanni, la chiesa parrocchiale di Massa Finalese. Nelle pagine che seguono presenteremo una carrellata panoramica di questi importanti edifici religiosi, arricchita dallo straordinario reportage fotografico riguardante gli interni realizzato con rara maestria dal fotografo Gianluca “Gi“ Galletti di Finale Emilia.

Tanti fnèstar a’na fnèstra un om: un om ach guàrda al zièl. In zièl un sol róss dal sàngav róss su i àlbar su Ia tèra sul ca su la fàza dl’òm ala fnèstra la fnèstra quand a cala la sira. Su la cèsa dla Mort ‘na cros négra na zvéta indurminzàda un gat. Su la piàza un putìn e l’om aIa fnèsfra al suspìra, Al putìn al corr e al canta pirata indiano soldato ma un gior’n al srà un vèc ala fnèstra ach guàrda calàr zó Ia sira: un vèc ala fnèstra ach suspira. Piero Gigli

A fianco cartolina postale illustrata, viaggiata nel 1938, che riproduce l’incrocio tra piazza Garibaldi e via Generale Bruno Malaguti dove è ben visibile il complesso architettonico della chiesa della Buona Morte. Nella pagina seguente, a sinistra la facciata della chiesa; a destra il porticato d’ingresso dell’edificio religioso dove è stata collocata una scultura, opera di Salvatore Amelio, raffigurante Padre Pio. 38


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Sequenza degli interni della chiesa di San Bartolomeo, detta della Buona Morte, nelle prime due immagini è visibile anche Don Roberto Montecchi mentre ispeziona sconsolato l’edificio. 40


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A sinistra, cartolina postale viaggiata nel 1939 che ritrae la facciata della chiesa del Rosario. Sopra, sono ben visibili le profonde crepe dovute al sisma. 42


Sequenza degli interni della chiesa del Rosario. Sull’altare la scultura della Madonna del Rosario, precipitata dalla nicchia in cui era collocata

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In alto a sinistra, cartolina postale viaggiata nel 1940 raffigurante la chiesa di San Francesco d’Assisi in via Oberdan. In basso a sinistra, particolare dei danni alle volte del soffitto. Sopra, la facciata con i decori del timpano crollati sulla strada. Nella pagina a fianco due fotografie degli interni, una in direzione dell’altare e l’altra del portone d’ingresso. Questo edificio da molti anni è recuperato ad usi civili: per lungo tempo è stato sede del gruppo culturale R6J6, mentre recentemente ha ospitato il centro aiuti gestito dalla Caritas. 44


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La chiesa dell’Annunziata di via Saffi. I danni esterni ed interni in questa sequenza fotografica. L’edificio era stato da poco recuperato per esposizioni artistiche. 46


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UN CUOR PIN AD SÓL

AL MIÈ FINAL

Dio, ach malincunia ‘sta zièl culór ‘d ‘na lavagna. Ma a dar culor al cuor agh’è al campanil dla cèsa dal zimitèri iluminà dal sóI, ‘na spada dòra drita cmè un fus un punt esclamativ al mutiv dla nota ‘d un viulin in n’urchestra ad cuntrabas. Dio, fa dar al zièl ‘na spanlàda ad celèst par ‘n insuni pin ad lus e fa ch’am désda cuntént al cuor pin ad sól

Al miè Final ! Bisogna andar luntan par savér, cus iè i àrzan, la Tor, la Ròca, i màsar e il zinzal, la Rotónda e al Cundut: insoma al to paes ch’al t’à vist nàssar e dov at vris murìr... più tard ch’as pol. Paes dastes, strad driti cm’ un fus, al canal ch’al t’arcòrda i temp luntan e al vial dal zimitèri pr’andar a salutar i nòstar mort e dov at vris durmìr con i to mort. Piero Gigli

Piero Gigli

Anche la chiesa di San Francesco da Paola, annessa al cimitero, ha subito gravi danni con il crollo del campanile addossato all’abside posteriore. 48


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Anche gli interni della chiesa del Cimitero risultano gravemente danneggiati. Le funzioni sono state trasferite nella tensostruttura collocata nel cortile dell’oratorio Don Bosco. 50


In basso, cartolina postale illustrata risalente al 1904 raffigurante il complesso architettonico del Seminario oggi sede dell’oratorio parrocchiale “San Giovanni Bosco”. L’annessa chiesa, nella quale sono custodite importanti opere d’arte, ha subito danni abbastanza rilevanti, come documentano le foto in alto, tali da rendere l’edificio inagibile alle funzioni religiose. 51


SU L’ÀRZAN AD PANARA Am par d’avéri chì in pal’m ad man al castèl ‘d Gagliàza e quél ‘d la Palàda tant i par ’vsin, dadlà dai Bratalàr, e as ved anch il muntagn luntan luntan con ‘st’aria ciara, fresca, ‘na s’ciuptada ch’l’am vien sovra la pel a rumigar. A par che al sól al zòga a far lughéta coi piopp indurminzà là zó in rastàra, e l’acqua che più in bass par ch’la ciacara sottvós coi sàlas verd ch’agh’è in-t la rìva: la i bràza e la i smulsìna intant ch’la i bagna, la ‘gh cónta dla sò vita e dla sò storia ad piòvv, fumànn e név ch’i la rend viva, dil sò aventur pasàdi su in muntagna. Am par ‘d turnàr indrè con i me ann ai temp ch’a gnìva a caza ad pampugnìn, al cors ‘drè ‘na vulàndra da impustar ai zògh ingènuv fat p’r un qualch basìn, i’m sembra incora quéi parfìn i udór dil viòl, di pisalèt e ad tutt i fior, profum ‘d’na spensierada gioventù pasàda in présia e ormai ch’l’an torna più. ...Il campàn ad Rén li sóna l’Av Maria li ciama a la preghiera la sò zént, vers la Cabiànca al sól l’è drè andar via àrzan a vagh, ma mì a t’ò semp’r in ment !

Celso

A sinistra, la volta della navata destra della chiesa di Reno Finalese nella quale è parroco Don Oscar Bin, residente nella canonica di Finale Emilia e molto amato dai finalesi. A destra un profilo dell’edificio religioso, nelle pagine successive alcune immagini degli interni. 52


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Sopra, il dormitorio dei frati di San Giovanni presso il convento degli Obici ricoperto di calcinacci. L’intera struttura ha subÏto danni rilevanti dal sisma. A destra, nella parete sono chiaramente visibili alcune pericolose crepe che si incrociano tra loro. Nella pagina a fianco la piccola chiesa annessa al convento che ha subito danni al tetto e alle strutture.

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PALAZZO DEI VENEZIANI

AL VIAZ Agh’ho da far un viaz, un viaz luntàn. A vadrò di post nov, e zent furesta. A cont i gióran, a cont igl’ór.

La navigazione fluviale dalle nostre parti è stata fiorente per secoli, Modena e le sue terre si collegavano al mare attraverso i corsi del Naviglio e poi del Panaro. Venezia e Ravenna,in tempi lontani grandi empori commerciali , venivano raggiunte da persone e merci, che resero Finale scalo di primaria importanza. Proprio in prossimità del Canale Cavamento, il cui alveo ha occupato fino alla fine dell’Ottocento l’odierna via Frassoni, Carlo Grillenzoni costruì nel 1669 l’austero palazzo di pianta rettangolare, detto “dei veneziani” in quanto divenne in seguito proprietà della famiglia Fiocchi, mercanti della città lagunare. I suoi ampi locali divennero depositi per le merci, alquanto utili per i fiorenti commerci che si sviluppavano per via d’acqua. Un tempo si accedeva, attraverso l’altissimo voltone, ad un vasto giardino retrostante e dal 1737 fu attivato per molti anni un piccolo teatro ad uso esclusivo della nobiltà finalese. Da una lapide marmorea collocata nel palazzo si apprende che nel 1706 qui fu ospite il principe Eugenio di Savoia.

L’è vera! L’è ’n àltar mond. I òcc i ‘n ‘s a-stufa mai: quant quèi ch’i’gh’ ha da guardar! Al zarvèl al frula: quanta roba ch’al’gh ha da tgnìr’s in ment! L’è tut bèI, l’è tuta ‘na nuvità, I gióran, più che pasàr i vola. ................ ‘Na rata, un pont con quèl in mèz ch’al cuacia tut. Ma da-d zà e da-d là, di mur i cumincia a gnir su, sempar più elt, sempar più ch’a tgnós: palaz di Venezian, palaz ad Bursar, al Castel, al campanil dal Dòm, dal Municipi. E po’ ....... ‘na gran dastesa ad cópp. Cum’t’è bèl, Final ! Farmèv, arlòi e sól !

Cartolina postale illustrata viaggiata nel 1903, ci offre una panoramica dell’attuale viale Frassoni poco dopo lo spostamento del fiume Panaro. Sulla destra dell’illustrazione è visibile palazzo dei Veneziani, ripreso anche in una foto immediatamente dopo la scossa del 20 maggio nella pagina seguente

Berto 58


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La casa fortezza di via Frassoni, a suo tempo palazzo gentilizio di riviera bagnato dal fiume Panaro, era per gran parte della sua superficie da tempo in stato di grave degrado e abbandono. Il sisma ha definitivamente compromesso questo storico edificio. L’Amministrazione Comunale per ragioni di sicurezza ha dovuto provvedere alla sua demolizione. Nelle fotografie le varie fasi esecutive di questo mesto intervento. È stato possibile salvare soltanto il piano terra dell’officina Mari, nel cui muro perimetrale è dipinta la carta del territorio visibile nell’immagine di sinistra. 60


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PALAZZO BORSARI E’ sempre in riva al ramo del Panaro - detto di Cavamento - che in epoche remote si sviluppano le maggiori operosità. Accanto al palazzo “dei veneziani”, nella via denominata “della Punta”, la famiglia finalese Borsari- facoltosi commercianti di cereali - costruisce poco oltre la metà del Settecento questo edificio imponente. Ritenuta da molti una delle costruzioni private più importanti della Bassa modenese, si pregia di un ampio giardino retrostante. Un largo scalone a tre rampe collega le ampie sale al piano terra con i vani ai piani superiori, lussuosamente decorati con pitture, affreschi e stucchi. Nella prima metà del Novecento i Borsari cedettero la residenza patrizia ad un’altra famiglia di facoltosi proprietari terrieri: i Rossi. Recentemente, con le inevitabili divisioni dovute alle successioni ereditarie, alcuni eredi hanno ceduto l’ala di sinistra dell’immobile all’ imprenditore del settore tessile Ettore “Cinzio“ Bregoli. Il palazzo è di notevole interesse artistico ed è stato più volte visitato da studiosi e critici d’arte, tra i quali il noto polemista televisivo Vittorio Sgarbi. L’augurio è che questa struttura che è stata gravemente danneggiata dal sisma possa ritornare ai fasti originari.

In alto a destra, cartolina postale illustrata viaggiata nel 1921. Riproduce palazzo Borsari, dai finalesi di oggi più conosciuto come palazzo Rossi. Una curiosità: nel retro della cartolina il nobile Edoardo Borsari scrive da Finale al marchese Francesco Carandini di Verona, per ringraziarlo dell’ “amabile accoglienza“ riservatagli in quella città dove evidentemente è stato ospite. In basso un particolare del palazzo fotografato da corso Matteotti, nel quale sono in evidenza i danni provocati dall’evento sismico. Nella pagina successiva osserviamo il profilo dell’edificio nelle prime ore di domenica 20 maggio, quando le strade sono già pattugliate dalle forze dell’ordine e con tante persone che vagano disorientate. 62


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LE SCUOLE Scuole Elementari “Elvira Castelfranchi” Nel 1930 viene offerta ai bambini finalesi una degna e definitiva sistemazione, con la costruzione del nuovo fabbricato adiacente le vie Oberdan e Monte Grappa. Progettisti gli ingegneri Pirani,Baracchi e Albertelli. Sette anni dopo si provvede ad innalzare la recinzione esterna, che racchiude l’ampia area vocata a giardino e nel 1938 viene completato un ampliamento del già grande edificio, sotto la direzione dell’ingegner Casoli. Seppure sia di recente costruzione vi risultano particolarmente interessanti le decorazioni in altorilievo raffiguranti maschere e festoni floreali, che ornano le parti superiori delle facciate.

Scuola Media Statale “Cesare Frassoni” Terminata la sua costruzione nel dicembre 1955, già ai primi dell’anno successivo il grande fabbricato sorto all’incrocio della via Rotta con la via Oberdan ha ospitato le nostre scuole. Al primo piano la scuola Media ed al secondo e terzo il Liceo Scientifico. Quest’ultimo, divenuto statale nel 1959, lascerà i locali per trasferirsi nell’ex Palazzo Pretorio, sino ad allora sede dell’Avviamento Professionale “Ignazio Calvi”. Fino all’avvento della riforma, infatti, a Finale esistevano due scuole per chi usciva dalle elementari: quella di avviamento al lavoro di indirizzo commerciale per coloro che indicativamente non avrebbero proseguito gli studi e medie per chi intendeva iscriversi al liceo o ad altri istituti superiori. Poi nacque la Scuola Media Unificata.

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A sinistra, due immagini che raffigurano i danni subiti dalle scuole elementari finalesi. A destra alcuni locali interni delle scuole medie. In conseguenza del sisma è stata approntata la costruzione, attraverso soluzioni modulari antisismiche, delle nuove scuole elementari e medie ubicate sulla via Rovere, nell’immediata periferia cittadina, ai margini del quartiere Portone. Nelle due pagine seguenti alcune immagini delle fasi iniziali di costruzione di questi edifici 65


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In via Oberdan da innumerevoli anni opera una scuola materna, un tempo gestita dalle “Ancelle del Sacro Cuore di Gesù”, oggi diciamo “scuole paritarie“, che purtroppo hanno subito gravissimi danni. Il palazzo anticamente era l’abitazione di un ramo della ricca famiglia finalese dei Borsari. Al suo interno vi era addirittura il teatro privato. In questa pagina abbiamo due immagini realizzate dal fotografo Gianluca “Gi“ Galletti per conto della parrocchia che illustrano lo stato interno dell’edificio. Nella pagina seguente dal profilo fotografico di via Oberdan, ripresa davanti al portone della scuola materna, sono visibili i danni al tetto dell’edificio.

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In questa pagina alcune immagini riprese nelle vicinanze dell’ospedale nelle ore immediatamente seguenti al primo sisma. La struttura è stata sgomberata e i degenti trasferiti in altri nosocomi. Nella pagina successiva il punto di primo intervento provvisoriamente allestito in una tenda. 70


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Sopra, cartolina postale illustrata risalente al 1955 circa, raffigurante il teatro Sociale di Finale Emilia fondato il 19 ottobre 1910 da un gruppo di facoltosi cittadini finalesi, guidati dall’ingegner Arrigo Finetti. Con il sisma del maggio 2012 la struttura ha subìto danni sia esterni che interni. Nelle fotografie osserviamo i vigili del fuoco impegnati nell’opera di messa in sicurezza del timpano della facciata anteriore gravemente lesionato in più posizioni. Al suo posto l’Ente Regionale dei Teatri ha allestito un teatro tenda provvisorio in un’area verde sulla via per Modena, nell’immediata periferia della città. 72


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In via Trombi, compresa tra via Marconi e via Leonardo da Vinci, esisteva un’antica torre plurisecolare probabilmente appartenente al complesso fortilizio del palazzo del Capitano. Purtroppo lo storico edificio ha subito gravi lesioni dal terremoto e per ragioni di sicurezza si è reso necessario abbatterlo. Questo è stato il primo intervento del reparto del Genio Militare a Finale Emilia. Nelle fotografie da sinistra verso destra, la torre all’indomani della prima scossa e il basamento murario dopo la demolizione. Nella pagina successiva, il palazzo della Guardia situato all’imbocco della via Cavour gravemente lesionato. Al piano terra vi erano uffici e negozi, mentre ai piani superiori il sindacato UIL. Negli ultimi decenni questo è stato a lungo considerato il palazzo del potere locale avendo ospitato le sedi di Pci e Psi, dominanti a Finale Emilia. 74


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A sinistra cartolina postale pubblicata nel 1950 raffigurante il cinema teatro Spinelli. La struttura fu demolita nel 1989 per lasciare il posto l’anno successivo ad un moderno centro commerciale con appartamenti residenziali ai piani superiori.

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A sinistra, un palazzo di via Oberdan, proprietà Pizzoli, messo in sicurezza con le caratteristiche intelaiature di legno che hanno invaso un po’ tutto il centro cittadino. In alto, l’inizio di corso Matteotti con la porta carraia della Cassa di Risparmio di Firenze i cui pilastri sono gravemente danneggiati. Seriamente danneggiato anche l’arco d’ingresso del campo sportivo comunale, una delle ultime testimonianze dell’architettura razionalista a Finale. 77


MASSA FINALESE L’importante frazione è stata colpita dal sisma in forma più lieve rispetto al capoluogo. Sono state gravemente danneggiate la chiesa parrocchiale e alcune abitazioni del centro. Pur non avendo altre fragili vestigia plurisecolari, che danno un’immagine terribile dell’evento, a Massa Finalese è stato comunque approntato un efficiente valido servizio di soccorso con i volontari dell’associazionismo e della Protezione Civile, il campo dei Vigili del Fuoco e un sistema di protezione sociale che ha consentito di affrontare con efficienza il disagio. Il supermercato cittadino della Conad, che era ubicato nel vecchio cinema, è stato trasferito in una tensostruttura lungo la circonvallazione.

In alto a destra, la chiesa Parrocchiale di Massa Finalese, con i ponteggi di sicurezza dopo il sisma; in basso un particolare dal quale si notano chiaramente il distacco della facciata dal corpo di fabbrica e le crepe nella struttura. Nella pagina successiva una suggestiva immagine della Samis Bellentani. In realtà quell’edificio era già in stato di degrado prima del terremoto, l’evento sismico ha semplicemente acuito il danno. Questa immagine è stata pubblicata dalla stampa internazionale, con evidenti errori di localizzazione: riportava infatti la dicitura “Rivara di San Felice, provincia di Ferrara“. A pagina 78 un capannone della zona artigianale di Massa Finalese danneggiato in modo pauroso. A pagina 79 un edificio danneggiato in località Canaletto: anche in questo piccolo centro tra il capoluogo e Massa si sono verificati danni in numerose costruzioni. 78


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LE ATTIVITÀ PRODUTTIVE Finale Emilia è stato duramente colpito negli edifici che rappresentano il cuore della sua storia millenaria, ma lo è stato meno, rispetto ai centri vicini di Cavezzo, Concordia e Mirandola, per quel che riguarda le attività produttive artigianali e industriali. Alcune ditte hanno avuto i capannoni seriamente danneggiati, la forza dell’evento sismico è stata impressionante, dove ha colpito ha distrutto: pareti crollate, magazzini sventrati con le merci precipitate sul pavimento come documentano le foto che pubblichiamo in questa e nella pagina successiva. Tutto sommato come finalesi possiamo comunque ritenerci abbastanza fortunati: le industrie maggiori non hanno avuto danni tali da bloccare la loro produzione in maniera permanente e non ci sono così state conseguenze dirette di lungo periodo per l’occupazione. In più il dinamismo degli imprenditori, la voglia di ricominciare, hanno consentito una veloce riapertura. C’è solo da augurarsi che, aldilà dell’evento sismico, rimanga il lavoro per le future generazioni...

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FABBRICATI RURALI Tutto il territorio del comune di Finale Emilia è disseminato di edifici a tipologia rurale, sia abitazioni che fienili, bassi servizi e magazzini. La maggioranza di queste costruzioni è oggi del tutto obsoleta e non più di servizio per quel che riguarda l’agricoltura moderna. Il suo grande valore è soprattutto storico, di testimonianza di un’antica civiltà contadina oggi completamente scomparsa. Il sisma del maggio 2012 ha inferto un durissimo colpo a questo tipo di costruzioni. A fianco e nelle pagine seguenti pubblichiamo alcune immagini della catastrofe con valore di mera testimonianza poichè, se si fosse dovuto repertoriare il danno completo, non sarebbe bastato l’intero volume.

Fondo Bosco, via per Modena; nella pagina successiva Fondo San Lorenzo, il signor Germano Beltrami ritratto era particolarmente dispiaciuto per l’inagibilità della stanza di stagionatura dei suoi salami.

Zona Reno Finalese - Campodoso

Fondo Gesù, via per Ferrara 84


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Fondo Sabbionara, via per Modena

Fondo “Bisèla”, via Legnari, nella pagina seguente via Campodoso

Ex caseificio Santa Teresa, via Campodoso

via Legnari 86


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NASCONO LE BARACCHE

FÉRMAT

Férmat, ‘na ca ad cuntrada la m’à dit, férmat vèram il fnèstar ch’a viena dent’r al sol stusa a la mi porta ch’a viena dent’r dil vós dam un putin ch’al córa par il scal dam una dona ch’am tiéna dacat fam védar Final, il ca avsìn a mi fam ciacarar, arcurdar: fam vìvar anca mi.

Ci si abitua a tutto. Conoscevamo già le baracche di legno utilizzate più che altro come garage supplementari o per il ricovero di attrezzi da giardinaggio nei parchi delle ville. Dopo il sisma tutto il panorama si è arricchito di baracche e container; sia come abitazione provvisoria alternativa a tende e roulotte ma soprattutto come sede per le attività che si trasferivano dal centro storico inagibile e desertificato. Così edicole, gelaterie, pizzerie, ma anche le farmacie, gli ambulatori dei medici di famiglia, gli uffici della municipalizzata del gas, le assicurazioni... la nostra cittadina ha preso il volto strano di un enorme accampamento. Chi ha vissuto queste giornate farà davvero fatica a dimenticarsele.

Berto

FINAL

Final da l’élta. Un pugn ad ca, tant cópp róss ‘n anel ad verd, ch’al va fin in fond un ziel celest, ch’al cuàcia tut. Final dal bas Se a fa cald l’è cald se a fa fred l’è fred ma Final l’è sémpar Final col brut e col bel l’è al mé paes

Berto

Roberto Ferraresi, ma per tutti semplicemente Berto. Fondatore e animatore della vita culturale cittadina, inventore del Museo Civico e del Museo del Territorio, ha svolto anche una intensa e ispirata attività di scrittore sia in prosa che in poesia. La sua scomparsa è stata una grave perdita per l’intera comunità finalese.

Sopra, tutte le tre farmacie cittadine sono state dichiarate inagibili dopo il sisma e hanno trasferito la loro attività dentro a container nel viale del cimitero. Nella pagina successiva, piazza Garibaldi in emergenza 88


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DIO AL BANDISSA

TAS

Al miè paes, incora al paes da ‘na volta, piazz, strad, al dom e dil ca, port averti, port sradi. Curtil pin ad mufa. Chi‘gh’è dentr’in chil ca? A-iò caminà tuta not. La luna la taiava a fétt, ciari scuri, il ca e il strad. Un can al baiava da luntan: un lament. Zent alvada zent a let. In cla ca è mort un mì amigh, in cl’altra al mi profesor, psìssia turnar su l’òrgan dla cèsa, che silenzi in-d i viai dal zimiteri. Am son farmà su i àrzan e, sota, il ca. Da la luna a piuviva dl’arzent sui cópp, sul miè paes indurminzà. Dio al bandissa. Piero Gigli

Tas, e sta’ féram: sént che bèl! ‘N at mai sintù un silénzi acsì? An as sent gnént: nè la vós dal Final là in fónd, nè la rana in cal fòs lì. Gnént. Tas... Ziga ! Ziga fòrt, dì quèl, fa’ dla cunfusión: sta silenzi al ‘m ha fat paura. Ziga ! Ziga più fòrt! Berto

A destra, l’arte di arrangiarsi: alcune famiglie si sono adattate in abitazioni provvisorie; nella pagina successiva un fotoromanzo sulla trasformazione antropologica del viale del Cimitero nelle settimane post terremoto. 90


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FORZE ARMATE E VOLONTARI: ANGELI FRA LE MACERIE E’ sicuramente difficile effetture un censimento preciso di tutte le formazioni militari e volontarie che hanno prestato servizio presso la comunità finalese nelle settimane cruciali successive al terremoto. Naturalmente vanno citati i Vigili del Fuoco con la loro postazione permanente tra largo Cavallotti e viale Marconi, i vari reparti di volontari e di effettivi che si sono alternati e che hanno svolto diverse funzioni indispensabili di protezione, messa in sicurezza e per accompagnare le famiglie nelle loro abitazioni inagibili a prelevare abiti, medicinali e altro... Poi, naturalmente, i carabinieri, da quelli della stazione finalese ai numerosi altri inviati dai comandi superiori; i militi della Guardia di Finanza, della Polizia di Stato, dei corpi Forestali, le numerose pattuglie di Vigili Urbani provenienti da tutta Italia, i tantissimi volontari della Protezione Civile inquadrati nelle diverse organizzazioni associative. Come gli Alpini che presidiavano due tendopoli, che si sono fatti notare dagli abitanti del vicinato per la loro suggestiva organizzazione militaresca, con tanto di inno alzabandiera al mattino, rancio a mezzogiorno e tromba del silenzio alla sera. E poi i volontari della Caritas, della Croce Rossa, gli Scout un susseguirsi di sigle di organizzazioni per un colorato carosello di solidarietà. La presenza di tutte queste persone, dei mezzi di soccorso, ha dato ai finalesi la sensazione fisica, materiale, di non essere lasciati soli.

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LE TENDOPOLI Nei momenti immediatamente successivi al sisma si è manifestata la necessità di trovare un alloggio a tutte le persone che non potevano o non volevano rientrare nelle loro case, anche solo per comprensibili ragioni di paura. Molti, specialmente i residenti ai piani alti, che avevavano visto “ballare” i loro appartamenti erano terrorizzati dalla prospettiva di rinchiudersi di notte dentro delle mura. Il Centro Operativo Comunale con la collaborazione della Protezione Civile ha così allestito le diverse tendopoli ufficiali dislocate al Centro Sportivo Comunale di via Montegrappa, allo stadio in via di Sotto, al Parco Robinson nei pressi della stazione delle autocorriere, nei prati del quartiere Ovest in via Cassetti, nella palestra dell’istituto agrario e un altro nel campo sportivo di Massa Finalese. Complessivamente nelle tende blu hanno trovato alloggio oltre 2.000 persone. Ovviamente, con una coabitazione forzata di questo tipo, non sono mancati i momenti di tensione e di difficoltà nei rapporti anche in considerazione della forte presenza numerica di cittadini extracomunitari che hanno abitudini religiose e alimentari diverse. Tuttavia, complessivamente, possiamo dire che l’emergenza è stata superata senza gravi incidenti. Con il trascorrere delle settimane e dei mesi la gente che non aveva le abitazioni gravemente danneggiate è poi rientrata in casa; prima di giorno per le piccole attività domestiche e infine anche a dormire. Così progressivamente le tendopoli verranno smantellate per un ritorno graduale alla normalità.

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In alto, a sinistra il Campo 3 nel campo sportivo comunale; In alto a destra il Campo 1 al parco Robinson; In basso a sinistra la sala mensa del Campo 1; in basso a destra l’ingresso del Campo 3 97


I CAMPEGGI SPONTANEI FINAL, NOT AD FERAGOST

Quello che ha cambiato il volto urbanistico della nostra vita quotidiana è stato lo spuntare delle tante tende private, allestite spontaneamente dalle famiglie negli spazi liberi. Sono così nati molti campeggi improvvisati nei giardini delle abitazioni, nelle aree cortilive condominiali, nei parchi pubblici. Uno dei più animati è stato quello sorto nei giardini De Gasperi, letteralmente invasi da tende, roulotte e camper e nel quale, grazie anche alla contemporanea presenza del tradizionale chiosco, si è sviluppata spontaneamente una sorta di allegra comunità giovanile con grigliate, serate musicali e bivacco permanente.

Am pias girar p’r il strad e pedalar pian pian, scultar i tò rumór ch’i ‘m rìva da luntan. Luntan, là zó in-t la val Ient, con fadiga, un mutór tira al sò piò p’r aràr la tera antiga. Su i àlbar di giardìn e tut ad lóngh i viai il zigàI e i grii i canta ‘na nènia p’r il parpài. Al campanón dla tor con dódas di sò bòtt I’arcòrda a quasi ‘nsun ch’l’è bèla mezanòt. E pedaland al scur in mez a la tó pas il mè certézz Ii trema e al mè pinsièr an tas. C’m al strìca sta magón... no, minga andar via, sta incóra chi con mi cara malincunia !

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Celso


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LO SMARRIMENTO DELLA GENTE Sono immagini davvero rare e preziose perchè parlano senza bisogno di nessuna spiegazione. I volti raccontano lo smarrimento, l’incredulità e, talvolta, la disperazione di quei momenti.

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AL SCARIULANT

E VITTORIA DISSE: “LAVAMI LA MANINA !”

Tì rugh e sudor in front. La tò ombra ‘na dona fazulét in cò, fàcia scura, putìn in braz e tant àltar atach ala stanèla. L’è lì che anca gliè la cùcia. Tò muier, quanta lus ch’la fa!

Da quel 20 maggio sono trascorsi quattro mesi. Quattro, come le ore,quattro come i minuti di quel mattino in cui il cuore di migliaia di persone si è fermato per un attimo per poi lanciarsi in una folle corsa. Il nostro mondo è cambiato con quel 5.9 della scala Richter che ha dato il via ad un dramma la cui fine è tutt’altro che vicina. Pensavamo di vivere in una terra esente da simili fenomeni ma stavolta è toccata a noi, alla nostra gente, porsi nella furia di fronte ad un pericolo nuovo,imprevedibile, distruttivo. In un attimo tutto è cambiato anche dentro di noi: paura,preoccupazione e incertezza per il futuro sono divenuti pensiero dominante finendo così per aggrapparsi ad eventi che hanno dell’eccezionale, per trasformarli in simboli che diano forza e speranza. Come la storia della piccola Vittoria Vultaggio, uscita miracolosamente illesa dal crollo della sua casa. Una vicenda che per certi risvolti ha dell’incredibile. Vittoria – sei anni appena compiuti il giugno scorso- abita agli Obici assieme alla sua famiglia. Mamma Alessandra, papà Bartolomeo e il fratellino Francesco sono con lei la notte che attende l’alba di domenica 20 maggio, nella casa che i suoi hanno restaurato con cura. Hanno rimesso a nuovo anche la quattrocentesca torretta attigua, che con la sua altezza in epoche remote fungeva da avvistamento per i signorotti della tenuta. La scossa di terremoto che si fa ben sentire poco oltre l’una consiglia i genitori a coricarsi accanto ai figlioletti per infondere loro serenità: Francesco va col papà mentre la mamma si adagia accanto a Vittoria, nella sua cameretta. Tre ore dopo arriva il terrificante scuotimento. Un parte della torre che si sbriciola si abbatte sulla casa e scalcia prepotentemente Alessandra fuori dalla camera. Un urlo, nell’immane frastuono, e il disperato tentativo di riportarsi all’interno. Ma Vittoria non c’è più, al suo posto un cumulo informe di macerie. Nell’immaginabile disperazione degli attimi successivi è tutto un accorrere dal vicinato.Daniela,Letizia,Marta ed Elena si precipitano a dar conforto alla madre, nei pressi i frati del vicino monastero pregano sommessamente in ginocchio. Arriva Andrea Giovanardi, che nel buio aggiunge le sue mani a quelle di Bartolomeo nell’affannoso rovistare fra le macerie. Giun-

Berto

I VÈCC DAL RICÒVAR Su ‘na banchina i bév al sol. Dil stàtav ad legn scur e i òcc cmè un ziel pin ‘d nùval. Al calor dal sol I’indurménza al pinsièr dla mort ch’la fa lughéta fra i àlbar pronta a slungàr la man. Cla vècia sota ‘n àlbar la dis al rusàri, i “ora pro nobis” i casca par tera cmè dil fòi séchi. Piero Gigli

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gono da Finale Arturo Gherardi e Filippo Pecorari- volontari della Protezione Civile- che nonno Gino Grillenzoni ha strappato dalle già devastate strade di Finale. Adesso le mani sono otto. E scavano,scavano, incuranti dei terrificanti sussulti che la terra continua a sprigionare. “La bimba mi risponde!” si affaccia un istante il papà per tranquillizzare come può Alessandra, che giù in basso, con Francesco tra le braccia, continua a disperarsi e gridare freneticamente al telefono con quanto fiato ha in corpo per chiedere altri soccorsi. Crede di aver chiamato un’amica e nell’agitazione chissà quali tasti ha pigiato. Le risponde il dottor Armando Passeri, medico romano che si trova nientemeno che a New York. Comprende subito il dramma che si sta consumando e contatta la madre nella capitale, che di là a sua volta attiva i canali giusti. Non fa ancora l’alba ed ecco infatti arrivare i vigili del fuoco ed un’ambulanza, scortati dalla polizia a sirene spiegate. Ore 6.20, sono trascorse due ore: un raggiante Arturo Panzanini, cui i colleghi hanno concesso questo “onore” quale pompiere del luogo, riporta Vittoria tra le braccia della sua mamma. Esultanza e commozione si fondono tra i presenti e proseguono intensi tra le confortevoli lamiere dell’ambulanza, che fila via veloce alla volta dell’ospedale di Carpi. “Ha solamente bisogno di una bella doccia” tranquillizza soddisfatto il medico di reparto dopo due giorni di accurati accertamenti. Non c’è un ematoma né un graffio sul corpo della piccola, e nemmeno un granello di polvere nei suoi polmoni! Un miracolo, davvero un miracolo, propiziato da una trave spezzata che ha creato una sorta di bolla, un angusto spazio vuoto che ha protetto la piccola dall’enorme peso sovrastante. Nelle redazioni dei giornali che ne hanno dato notizia giungono per lei tanti giocattoli. Anche in ospedale si manifesta tanta solidarietà. Una azienda locale- la Twin Set- fa addirittura avere a madre e figlia due valigie di biancheria, molto utili per la loro permanenza in corsia. Per il momento Vittoria deve tentare di cancellare dentro di sé quei momenti terribili. Per questo la famiglia la circonda di premurose attenzioni assicurandole lunghe vacanze in montagna e al mare. E là in spiaggia, da chiacchierina qual’ è, non si risparmia dal raccontare la sua avventura. “Sai- confida ad una signora vicina di ombrellone- quando ero là sotto è arrivata la Madonnina Nera (la Madonna di Loreto, alla

quale sa che la madre è molto devota): mi ha dato un bacio e mi ha raccomandato di stare tranquilla. Io allora le ho ubbidito e mi sono messa quieta…”. Arturo Gherardi aggiunge un simpatico particolare di quella notte, rivelatore dell’ingenuo lessico in uso ai bambini d’oggi. “Quando operavamo per liberare completamente la piccola, continuando ad incoraggiarla e sostenerla, mi si è rivolta con tono buffamente imperativo: ‘se non mi salvi ti uccido!’”. Grande è stata anche la sorpresa per il suo collega Filippo quando Vittoria, ancor sotto le macerie, gli si è rivolta chiedendogli di lavarle la manina, così da consentirle di “ciucciare” il dito pollice, come era sua abitudine. Ci sarà ancora tempo prima di ritornare nella casetta degli Obici, tuttora in cantiere per i necessari ripristini. Là, tra qualche mese, Vittoria riceverà il dono più bello e desiderato: una sorellina. E sarà lasciato a lei il compito di sceglierne il nome, un dolce e concreto segnale di indipendenza per farle crescere, nell’infantile innocenza, la fiducia di potersi costruire un avvenire sereno senza più drammi. Celso

Nel riquadro la piccola Vittoria Vultaggio, miracolosamente sopravvissuta sotto le macerie della sua casa, visibile nell’immagine a fianco 107


ALBO DEI SOTTOSCRITTORI Della presente pubblicazione è stata effettuata anche una edizione in tiratura limitata, certificata e numerata, stampata su carta pregiata di fabbricazione speciale, rilegata con copertina cartonata. Questa particolare edizione è riservata ai seguenti amici sottoscrittori che con la prenotazione di una di queste copie hanno di fatto patrocinato e consentito la realizzazione dell’opera. Ancora grazie a:

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INDICE GENERALE Chi è Luca Dall’Osso............................................................... pag.

2

Ringraziamenti ........................................................................ pag.

4

A futura memoria .................................................................... pag.

5

Poesie e prose di Piero Gigli Al Final da ‘na volta ................................................................ pag 8 Atto di contrizione................................................................... pag. 14 O mio castello ......................................................................... pag. 14 Un àlbar senza radis ................................................................ pag. 26 Un vèc ala fnèstra.................................................................... pag. 38 Un cuor pin ad sól................................................................... pag. 48 Al miè Final ............................................................................. pag. 48 Dio al bandissa........................................................................ pag. 90 I vècc dal ricòvar ..................................................................... pag. 106

Il Castello delle Rocche ........................................................... pag. 10 La Torre dei Modenesi o dell’Orologio..................................... pag. 16 Il Palazzo Municipale .............................................................. pag. 26 Il Duomo ................................................................................. pag. 32 Le altre chiese ......................................................................... pag. 38

Poesie di Roberto “Berto“ Ferraresi A-jò vist ................................................................................... pag. 32 Al Viaz..................................................................................... pag. 58 Férmat ..................................................................................... pag. 88 Final ........................................................................................ pag. 88 Tas ........................................................................................... pag. 90 Al Scariulant ............................................................................ pag. 106

Palazzo dei Veneziani .............................................................. pag. 58 Palazzo Borsari ........................................................................ pag. 62 Le scuole ................................................................................. pag. 64 Massa Finalese....................................................................................pag. 78 Le attività produttive ...........................................................................pag. 82

Poesie e prose di Celso Sóta la tor dal campanón ......................................................... pag. 21 Su l’àrzan ad panara ................................................................ pag. 52 Final, not ad Feragost............................................................... pag. 98 E Vittoria disse: “lavami la manina !” ...................................... pag. 106

Fabbricati rurali ....................................................................... pag. 84 Nascono le baracche ............................................................... pag. 88 Forze armate e volontari: angeli fra le macerie...................................pag. 92 Le tendopoli....................................................................................pag. 96

Poesie di Alberto Guidetti Paese, mio paese ..................................................................... pag. 28

I campeggi spontanei......................................................................pag. 98 Lo smarrimento della gente ............................................................pag. 102

Poesie di Renata Diegoli Dallolio Al mi Final............................................................................... pag. 20

Albo dei sottoscrittori......................................................................pag. .108 111


112


Finale Emilia - ANNO ZERO