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Proposte audiovisive per le scuole

SCHEDE FILM Il Bambino con il Pigiama a Righe Madagascar 2 Beverly Hills Chihuahua Operazione Valchiria www.primissima.it/scuola


Sommario

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IL BAMBINO CON IL PIGIAMA A RIGHE

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BEVERLY HILLS CHIHUAHUA

n° 5 2008

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MADAGASCAR 2

OPERAZIONE VALCHIRIA

Primissima Scuola è anche online www.primissima.it/scuola PER ABBONARSI A PRIMISSIMA SCUOLA Periodico di informazioni cinematografiche per le scuole ˜˜œÊ£xʘ°Êx `ˆVi“LÀiÊÓään

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Claudio Lugi

L' amicizia attraverso il filo spinato

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n’invalicabile barriera di filo spinato percorsa dalla corrente elettrica ha precluso la libertà di milioni di ebrei orrendamente assassinati. Ma non ha impedito il fiorire di un’amicizia sincera e incondizionata tra due bambini di culture diverse e aliene. È questo il messaggio primario de Il bambino con il pigiama a righe, emozionante fiaba per immagini realizzata dal britannico Mark Herman (Grazie, signora Thatcher, Little Voice…), e prodotta dalla Walt Disney Pictures per la prossima uscita natalizia. Tratto dall’omonimo best seller di John Boyne, appena ristampato in Italia da Rizzoli, il lungometraggio, ambientato nel 1943, durante il secondo conflitto mondiale, snoda la sua trama senza particolari deviazioni rispetto al libro, anzi, la regia di Herman è ben attenta a restituire la valenza soggettiva della vicenda raccontata dal punto di vista del giovane protagonista, Bruno (Asa Butterfield). È un ragazzino di otto anni, intelligente e spensierato, che abita in un’elegante villa nella zona residenziale di Berlino, con

la sua famiglia e alcuni domestici. Il padre (David Thewlis), un ufficiale delle SS appena promosso - da Adolf Hitler in persona - comandante di un campo di concentramento, viene festeggiato da parenti e amici, funzionari del partito nazista e alti gradi dell’esercito tedesco, nella propria casa, prima del trasferimento presso il lager. La moglie, Elsa (Vera Farmiga), che ha organizzato il ricevimento e il trasloco, ha più volte manifestato il suo dissenso a questo radicale cambio di vita paventando l’isolamento di Bruno e di Gretel (Amber Beattle), l’altra figlia di tredici anni. Ma come contraddire una disposizione del Fuhrer? Nella nuova residenza, in prossimità di una foresta e di una misteriosa “fattoria”, Bruno riesce a trovare qualche diversivo interessante al continuo viavai di soldati, uno dei quali, il tenente Kotler (Rupert Friend) gli risulta decisamente inquietante. Sconfiggerà la noia, però, grazie a un’altalena realizzata con un vecchio pneumatico legato ai rami di un albero, e soprattutto con l’esplorazione della boscaglia. Attraverso l’intrico delle ™

piante raggiunge i margini di un lungo recinto elettrificato che si perde a vista d’occhio, da cui può osservare le baracche e un folto gruppo di uomini intenti a lavorare. Tutti vestono una specie di pigiama a righe. Anche il bambino seduto tra i detriti dall’altro lato del reticolato, che nota lo stupore di Bruno, indossa quella strana uniforme troppo larga e sudicia per un corpo così esile e smunto. In breve i due stabiliscono una comunicazione, ognuno sforzandosi di non dispiacere all’altro: la solitudine è il principale nemico. Shlomo (Jack Scanlon) è un ebreo polacco deportato insieme alla sua famiglia dopo la forzata permanenza al ghetto della sua città. La sua richiesta di cibo è solo successiva al desiderio di rivedere il coetaneo. Bruno ha finalmente trovato un fedele compagno di giochi. Appena riesce a liberarsi del maestro privato che il padre gli ha assegnato per compensare l’abbandono della scuola, si precipita, all’insaputa di tutti, all’appuntamento ormai consueto, al di qua della rete. La casa è, difatti, divenuta il regno del malessere e della discordia: frequenti sono le


liti tra i genitori a causa di quella scomoda e sconveniente sistemazione; il fanatico Kotler ha dato più volte prova della propria malvagità, prima picchiando selvaggiamente il povero Pavel (David Hayman), un vecchio medico ebreo internato che in casa svolge ogni tipo di servizio, poi inveendo contro il piccolo Shlomo, utilizzato una tantum a pulire accuratamente i calici di cristallo, infine minacciando Bruno con tutto il disprezzo per gli esseri umani di cui è capace. Mentre il rapporto tra i due bambini assume sempre più i connotati di un’amicizia solida e sincera, inversamente, la tensione aumenta ancor più nella famiglia di Bruno allorché inizia a trapelare la verità: l’acre fumo nero proveniente dalla “fattoria” è un chiaro indizio del fatto che loro stiano vivendo ai

con una pala, mentre l’altro gli ha procurato un “pigiama a righe” che potrà indossare, per condividere finalmente qualcosa con lui… Certo, si fa fatica ad accettarlo, ma nonostante tutto, Il bambino con il pigiama a righe si svolge nei contorni di una favola. Come nel libro omonimo, o come ne La vita è bella l’innocenza dei bambini, la loro inconsapevolezza nei confronti del male, li porta a disconoscere le cause che l’hanno generato: l’odio razziale, il pregiudizio originato da un aberrante complesso di superiorità di carattere biologico, l’efferata violenza dei carnefici nei confronti delle vittime. Ma al tempo stesso l’angolo visuale infantile diviene specchio di una realtà familiare assolutamente tragica.

libro di Boyne, rispondendo così all’esigenza fiabesca, la forza simbolica della narrazione, i riferimenti storici che richiamano alla mente il genocidio degli ebrei, il campo di Auschwitz e il suo famigerato comandante Rudolph Hess, prendono prepotentemente il sopravvento. Ecco perché quest’opera si propone come un’occasione didattica intensa e coinvolgente, specialmente per gli studenti della scuole medie e delle superiori. Da un lato la storia di un’amicizia contrastata e lo scioglimento finale solo parzialmente positivo; dall’altra l’orrore e il pathos che avanzano lentamente, ma costantemente, fino alle sequenze finali, alimentati da un montaggio in parallelo che accentua la tensione e la commozione. La rappresentazione della “banalità del

“Se un cristiano compie una cattiva azione la responsabilità è soltanto sua; se un ebreo compie una cattiva azione, la colpa ricade su tutti gli ebrei.” Anna Frank, Il diario margini di un campo di sterminio. Elsa ottiene, alfine, dal marito, ostinatamente inchiodato al segreto sulla “fabbrica della morte”, la promessa di poter lasciare quei luoghi e ritornare in città. Ma ormai Shlomo e Bruno si sono raccontati, hanno confrontato la loro diversità, si sono confidati la loro rispettiva sofferenza. Il piccolo ebreo rivela all’amico che il padre è scomparso dal campo da qualche tempo. Il giorno in cui la famiglia dovrebbe trasferirsi, Bruno decide di salutare Shlomo un’ultima volta, aiutandolo, tuttavia, nella ricerca del genitore. Così si presenta al solito ritrovo

Innanzitutto perché le colpe dei genitori si riversano sui figli. Elsa, dominata dall’indifferenza, comprende troppo tardi che la nuova occupazione del marito non ha nulla a che vedere con la tradizionale attività militare; Gretel è ormai imbevuta della retorica nazista a causa della simpatia per il giovane e spietato “tenentino”; mentre il comandante del lager subisce una nemesi commisurata al proprio progetto di crudeltà, in un dramma che segna il suo fallimento come marito e come padre. E seppure il regista cerchi di universalizzare il messaggio sfumando i dettagli di carattere realistico pur presenti nel ™4 ™

male” (Hannah Arendt), all’interno di contesti rassicuranti quali lo stato, la scuola, l’istituzione familiare, aiutano, inoltre, a comprendere un fenomeno così complesso e distante nel tempo come la Shoah. Pellicole come Il bambino con il pigiama a righe possiedono il pregio di rendere accessibile a un vastissimo pubblico quello che è stato una tragedia collettiva, affinché non abbiano mai più a ripetersi episodi così disumani di discriminazione ideologica e culturale, etnica e religiosa.


“Nel 1944 a Birkenau-Auschwitz la parola Kinder è stata tolta dalla circolazione. In effetti, non aveva ragione di esistere. Perché i bambini venivano eliminati via via che arrivavano.” Oliver Lustig, Dizionario del Lager

Il viaggio della memoria. i superstiti di Birkenau si raccontano alle scuole Anche a settant’anni Andra e Tatiana Bucci appaiono come due bambine. Affabili e semplici come due scolarette chiamate alla lavagna dal maestro, rispondono prontamente all’invito di Marcello Pezzettì, storico insigne e futuro direttore del Museo Italiano della Shoah che sorgerà fra qualche anno presso i giardini di Villa Torlonia di Roma, già residenza di Mussolini dal 1925 al 1943. Le due sorelle italiane, cattoliche di padre ed ebree di madre, provenienti da Fiume (l’attuale Rijeka), in Croazia, all’età rispettivamente di 4 e 6 anni, furono internate nel “Kinderblok” di Birkenau dopo il transito alla Risiera di San Sabba, sul finire del marzo 1944, a causa di un’ignobile delazione. Oggi, 10 novembre 2008, ricorre il 70° anniversario dell’approvazione dei provvedimenti razziali antiebraici varati dalla dittatura fascista in Italia. Davanti a una platea di più di trecento tra studenti e insegnanti, giornalisti e autorità, le sorelle Bucci rivelano di portare ancora impressi sulle braccia i numeri 76482 (Andra), e 76483 (Tatiana). Le loro parole risuonano nell’ampio edificio delle docce e dell’immatricolazione detto “Zentralsauna” di Birkenau: “Siamo orgogliose di portare questo marchio di riconoscimento. Non

abbiamo mai pensato di cancellarlo perché non si deve dimenticare il passato. E bisogna anche guardare al futuro. Nostra madre ci faceva ripetere continuamente i nostri nomi affinché ricordassimo di non essere una fredda sequenza di cifre. Questo ci è stato di grande aiuto, perché al momento della liberazione molti bambini non conoscevano più il proprio nome... ”. Il 28 marzo 1944 Andra e Tatiana, la loro mamma e la nonna Rosa, la zia e il cuginetto Sergio vennero deportati ad Auschwitz. Le bambine (insieme al cugino) superarono la selezione in quanto ritenute utili agli efferati esperimenti del dottor Josef Mengele, dal momento che da piccole erano somigliantissime; era dunque possibile che potessero essere considerate gemelle. Inoltre a Birkenau circa 700 bambini vennero tenuti in vita per questioni relative alla propaganda e utilizzati in vari filmati a documentare il trattamento “umano” riservato agli ospiti del campo.“Un giorno ci misero in fila dicendoci che chi avesse voluto rivedere sua madre avrebbe dovuto fare un passo in avanti. Noi rimanemmo ferme, qualcuno [la responsabile del blocco? n.d.r.] ci aveva avvertite. Nostro cugino si mosse”. Non lo rividero mai più. Sergio fu trasferito al campo di Neuengamme, vicino ™

ad Amburgo, insieme ad altri 20 ragazzini, e venne destinato a una morte atroce. Una sorte non dissimile era toccata alla zia e alla nonna Rosa, già all’arrivo ad AuschwitzBirkenau. Gli studiosi hanno stimato che su 200mila bambini giunti ad Auschwitz ne siano rimasti in vita all’incirca una cinquantina, uno ogni quattromila. Forse per via del caso o della robusta costituzione, della fortuna o del legame strettissimo che le univa, le due bambine Bucci sopravvissero fino alla liberazione del campo da parte dell’Armata Rossa avvenuta il 27 gennaio 1945. Dopo due anni passati in orfanatrofi e in “case di riabilitazione” tra Praga e l’Inghilterra, le sorelline si ricongiunsero finalmente al padre e alla madre, anch’essa miracolosamente scampata all’inferno. Oggi Andra e Tatiana sono due arzille settantenni felicemente maritate e con un certo numero di nipotini di cui vanno fiere. Come tutte le nonne. E pur risiedendo una a Bruxelles (Tatiana), l’altra a Padova, non hanno mai cessato di fornire la loro testimonianza della terribile tragedia della Shoah. Da anni partecipano a manifestazioni pubbliche, a incontri nelle scuole in Italia e in Europa, dedicandosi specialmente alla formazione dei giovani e all’aggiornamento degli insegnanti,


accompagnando gli studenti di mezza Italia. Stavolta hanno donato la loro umanità, il loro anelito di speranza e una memorabile lezione di dignità e civiltà a sessantadue scuole superiori di Roma e provincia.Circa 320 tra studenti e docenti (inclusi due giovani di religione islamica e due di etnia Rom), appartenenti ai licei Giulio Cesare e Albertelli, Manara e Francesco d’Assisi, Agrario Sereni e Talete, II Istituto d’Arte e Tacito, Einstein e Dante, Marco Polo e Fermi, Scuola Germanica e Rossellini, e tanti altri istituti, hanno partecipato al Viaggio nella memoria, progetto del Comune di Roma per le scuole. Dal 9 all’11 novembre, come negli anni scorsi, docenti e discenti hanno visitato i campi di concentramento e di sterminio di Auschwitz-Birkenau, in Polonia, accompagnati dal sindaco Gianni Alemanno, dall’assessore alle Politiche Educative e Scolastiche, Laura Marsilio, dalle operatrici del Dipartimento XI, dai rappresentanti della Comunità Ebraica di Roma (CER) e dal presidente della stessa Riccardo Pacifici, dal già detto Marcello Pezzetti e dai reduci dei lager. Tra questi ultimi, oltre alle sorelle Bucci, menzioniamo Samuele Modiano (78 anni), detto “Sami” e Shlomo Venezia. Il primo, ebreo italiano di Rodi, venne deportato nel luglio del 1944 con tutta la sua famiglia, a soli 13 anni, dall’antichissima e numerosa comunità (cancellata del tutto nei campi) dell’isola del Dodecaneso, insieme ad altri 2000 ebrei nostri connazionali. Dopo la liberazione Sami si chiuse nel silenzio e solo pochi anni fa ha iniziato a narrare la sua storia personale,

quando è tornato ad Auschwitz-Birkenau per illustrare agli studenti romani l’orrore della Shoah. La tensione e la commozione pervade il pubblico presente al racconto delle vicissitudini che portarono Sami, dopo un lunghissimo viaggio durato un mese, da Rodi ad Auschwitz. Ecco le sue solenni parole, pronunciate lo scorso 10 novembre a Birkenau, sotto un sole generoso e raro per il periodo, al cospetto di una platea di circa 400 persone davanti alle rovine del “Krematorium 2”, dove venivano asfissiati e arsi fino a 1500 esseri umani alla volta: “Sono oggi in questo luogo per voi, perché mi avete dato il coraggio di ritornare qui, e voglio trasmettervi la mia esperienza affinché la possiate raccontare ai vostri figli. Non so perché sono sopravvissuto: può darsi che io mi sia salvato per parlare con voi. Sono qui affinché tutto questo non accada mai più”. Nato a Salonicco nel 1923, Shlomo Venezia, autore dello struggente memoriale Sonderkommando Auschwitz, edito presso Rizzoli, è l’unico in Italia, e tra i pochi al mondo, dei superstiti del “Sonderkommando”, la squadra di lavoro formata da circa 800 prigionieri letteralmente “al servizio della morte”, cioè occupata ad ammassare gli internati nelle camere a gas, strappare i denti d’oro dalle bocche dei cadaveri, far funzionare i crematori, suddividere e smistare gli averi dei deportati rimasti sui vagoni, bruciare gli oggetti inutili, ecc. Essi stessi erano destinati a morire, e ciò avveniva con matematica precisione ogni quattro mesi. Shlomo Venezia inizia a parlare sulla “Bahnrampe”, il punto d’arrivo dei treni

all’interno del lager di Birkenau, dove venivano smistati i prigionieri destinati al lavoro (il 25% circa) e i “pezzi” da inviare alla “gassazione”. Il suo racconto è lucido e circostanziato, ma per ragioni di spazio siamo costretti a riportarne una minima parte. In particolare citiamo l’episodio di un unico neonato rimasto ancora vivo dopo l’esposizione allo Zyklon b (l’acido cianidrico) nelle camere a gas: “Un insistente vagito sotto la solita montagna di corpi nudi che con gli altri compagni ci accingevamo a smaltire ci fece trasalire. Si trattava di una bimba di circa due mesi rimasta ancora attaccata al seno della mamma morta. La portammo al militare tedesco di guardia. Lui le sparò un colpo secco alla nuca, con evidente soddisfazione…” A sera incontriamo di nuovo le sorelle Bucci. Comunico loro dell’imminente uscita nelle sale cinematografiche de Il bambino con il pigiama a righe. Loro annuiscono, conoscono già il libro. Andra afferma sicura che sarà un ottimo film. Poi Tatiana riprende: “È una storia di amicizia, d’infanzia negata, una storia dalla parte dei bambini. Anche oggi soffro per ogni male fatto a un bambino: è come se fosse ancora fatto a me.”

Il bambino con il pigiama a righe (The Boy in the Striped Pajamas, Usa/ UK, 2008) Regia di Mark Herman con Asa Butterfield, Zac Mattoon O'Brien, Domonkos Németh, Henry Kingsmill, Vera Farmiga 93', Walt Disney, drammatico

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Claudio Lugi

Ritorno in Africa, la terra madre “Un amico in un’intera vita è molto; due sono tanti; tre sono quasi impossibili. L’amicizia ha bisogno di un certo parallelismo delle vite, di una comunanza di pensiero, di una rivalità d’intenti.” Henry Brooks Adams, L’educazione di Henry Adams

MADAGASCAR 2

(Madagascar: Escape 2 Africa) Regia: Eric Darnell, Tom McGrath 89', Paramount Pictures, animazione

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l Madagascar è uno degli ultimi paradisi del pianeta. Il regno delle orchidee e dei baobab, dei camaleonti e dei lemuri, il paese con il più ricco patrimonio ecologico del mondo. Bianchissime e incontaminate spiagge coralline protese in direzione della costa africana o verso l’Oceano Indiano fanno da sfondo alla lussureggiante foresta pluviale, o alle numerose riserve e parchi naturali, aree naturali caratterizzate dalla presenza di specie endemiche, ovvero da una varietà infinita di piante, di fiori e di creature bizzarre, sia sulla terraferma che nei fondali sottomarini.

Tuttavia, quest’isola meravigliosa pare ormai venuta a noia al simpatico gruppetto di amici dello zoo di Central Park, ivi approdati dopo il naufragio dell’imbarcazione che avrebbe dovuto trasportarli in Africa, la sconosciuta terra dei padri. Il leone Alex, la zebra Marty, l’ippopotamo Gloria e la giraffa Melman, divertentissimi eroi digitali della Dreamworks, dopo le diverse peripezie affrontate nel corso del primo episodio di Madagascar sono ormai determinati a lasciare la fascinosa foresta popolata dagli amici lemuri e ritornare nella loro giungla di cemento a Manhattan. Così, in questo Madagascar 2, scritto da Etan Cohen e diretto nuovamente da Eric Darnell e Tom McGrath, i pinguini, responsabili dell’incidente che li ha bloccati sull’isola malgascia, decidono di aiutare i loro quattro amici un po’ depressi. L’idea è quella di riparare e riportare in volo un vecchio aereo fracassato trovato nella selva. L’operazione sembra destinata al successo: perfino Re Julien, il lemure ballerino, Maurice, il suo braccio destro, e il piccolo Mort - da clandestino - si uniscono con entusiasmo all’ottetto newyorchese sul volo speciale “Air Penguin” per l’America. Ma il velivolo, a corto di carburante, è costretto a un improvvisato atterraggio di fortuna in Africa centro-orientale, proprio alle falde del Kilimangiaro. Anche stavolta i quattro inseparabili compagni dovranno vedersela con un mondo a loro completamente sconosciuto: la vera savana africana, ricca di fascino, ma anche di insidie. Alex, Marty, Melman e Gloria ritrovano il loro ambiente ideale: gli ippopotami che sguazzano nel fiume, le zebre che corrono in continuazione per

la prateria, le giraffe ipocondriache che si confidano malinconicamente, i leoni intenti ai soliti intrighi di potere… L’atmosfera è eccitante. L’ambiente ideale. È bello riscoprire le proprie radici, i propri affetti, fare nuove interessanti conoscenze, magari flirtare con qualche avvenente esemplare della propria specie. Alex - lo apprendiamo dal flashback iniziale - è il leoncino smarritosi nella giungla, dopo essere sfuggito fortunosamente alla cattura da parte dei bracconieri, nella disperazione di Zuba e di Florrie, la leonessa sua compagna. Ora, dopo tanti anni, quei genitori ritrovano insperabilmente il loro cucciolotto che chiamavano Alakay. Mentre il tempo scorre i pinguini hanno ingaggiato una folta squadra di scimpanzé per riparare l’aeroplano e raggiungere New York. Re Julien ha trovato un’occupazione adeguata al suo rango. E Marty vede incrinarsi l’amicizia con Alex, mentre quest’ultimo è stato bandito dalla collettività per non aver saputo affrontare in combattimento un possente leone al servizio di Makunga, un felino malvagio che riesce nell’intento di detronizzare Zuba. G l o r ia , i n f i ne,

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è insidiata da Moto Moto, un ippopotamo vanesio e palestrato come un playboy da spiaggia, e Melman, impossibilitato a dichiarare il suo amore alla graziosa e rotonda amica, medita l’estremo sacrificio… Ma un’improvvisa siccità minaccia l’intera riserva naturale mettendo in pericolo la sopravvivenza di tutte le specie animali che abitano la savana. Chi ha provocato questo disastro? Riuscirà Alex a farsi accettare nella comunità che l’aveva allontanato, a restituire al padre lo scettro perduto e a risolvere la penuria idrica? E soprattutto, ce la faranno i nostri eroi a ritornare tra i grattacieli della Grande Mela? Interrogativi che potranno essere soddisfatti solo a partire dal prossimo 19 dicembre, quando il tanto atteso sequel di Madagascar giungerà nelle sale per ripetere il successo della commedia per famiglie più vista del 2005. Sì, perché questa spassosa favola morale sul valore dell’amicizia e sullo “spaesamento”, che ironizza sul significato dello stato di natura nel XXI secolo, si lascia apprezzare anche dal pubblico adulto per i con-


della pittura dell’artista francese percorrono il lungometraggio, dall’irrealtà dei colori all’esotismo dell’atmosfera, riscontrabili specialmente nello scenario aeroportuale delle prime sequenze e nell’improbabile e spassosissima rampa di lancio dell’aereo costituita da una sorta di enorme fionda tesa attraverso i rami di un gigantesco baobab. Memorabile, a proposito, tutta la scena del volo verso New York, a partire dalle sequenze video in bianco e nero delle sciagure aeree, proiettate in prima classe per Re Julien, fino al disastro del velivolo e all’atterraggio d’emergenza.

tinui - e dotti - riferimenti al cinema del passato e del presente. E non solo. La satira antimoderna e antiamericana di marca Dreamworks riprende nella raffigurazione del genere umano: ignorante e maleducato, irrispettoso e addirittura dannoso nei confronti dell’ambiente, descritto nell’orgoglio nazionale simboleggiato dalla superbia dei modi e dalla rappresentazione della ridicola Statua della Libertà da parte di Nana, “la terribile vegliarda” del primo episodio, giunta nel continente nero per un safari. Un altro elemento di fascino di questo piccolo gioiello animato risiede, a nostro parere, nella grande cura della sceneggiatura e dei dialoghi, nell’intelligente doppiaggio - sia nella versione originale che in quella italiana - nei numerosi stacchi di danza, e nell’azzeccata colonna sonora, ma ancor più nella suggestione cromatica dei disegni che raffigurano la natura, anche stavolta, come nel primo Madagascar, palesemente ispirati all’arte naif di Henry Rousseau detto “il Doganiere”. Profondi echi

Anche stavolta la felice caratterizzazione e l’originale umanizzazione degli animali, compresi i loro scompensi metropolitani, costituisce la carta vincente di questo film animato. L’affidabilità dei protagonisti è difatti ben supportata dai nuovi personaggi che “bucano lo schermo” tanto quanto i loro più celebri compagni. Si pensi alle folli performance del lemure ballerino Re Julien, agli occhioni di Mortino, al cinismo e ai “nonsense” del quartetto in frac (i pinguini), che presto ammireremo in un lungometraggio tutto loro, all’introspezione “scespiriana” del perfido di turno, il leone Makunga, alle gag di Moto Moto, l’ippopotamo macho e “provolone” che corteggia rozzamente Gloria… Amicizia e amore, ironia e comicità, - certo - ma c’è anche spazio per il rapporto tra genitori e figli e per le tematiche ambientali in questo felice lungometraggio che non disdegna diversi inserti musicali, veloci e ossessivi come videoclip, e un finale aperto che prelude a una terza esibizione di Alex, Marty, Melman e Gloria, conquistati dal loro habitat naturale, ma anche un tantino nostalgici della popolarità e delle comodità dello zoo di Central Park.

Per saperne di più… - La lavorazione del film è durata circa 3 anni e mezzo (dall’estate 2005 all’autunno 2008). - La scenografia africana, con lo sfondo del Kilimangiaro, rappresenta il Parco Nazionale del Serengeti, una delle più importanti aree naturali protette dell’Africa orientale. Ha una superficie di 14.763 km², e si trova nel nord della Tanzania, nell’omonima pianura tra il lago Vittoria e il confine con il Kenia. È stato dichiarato “Patrimonio dell’Umanità” dall’UNESCO nel 1981. - Il ruggito di un leone adulto può essere udito fino a 5 km di distanza e, in ambiente umido, fino a 8. - I pinguini facevano parte di un film a cui stava lavorando il regista Eric Darnell dal titolo Rockumentary, sulla storia di un quartetto rock stile Beatles. Quando il progetto venne accantonato e Darnell venne chiamato a dirigere Madagascar, i pinguini vennero inseriti nel soggetto del film e, da musicisti, vennero trasformati in un commando di supersoldati. - Per realizzare un fotogramma di Madagascar 2 ci possono volere fino a 12 ore di lavorazione. - L’albero di baobab che vediamo in Madagascar 2 è il più grande di tutta la storia dell’animazione al computer. La squadra


Riflettori sui protagonisti “Temo che gli animali vedano nell’uomo un essere loro uguale che ha perduto in maniera estremamente pericolosa il sano intelletto animale: vedano cioè in lui l’animale delirante, l’animale che ride, l’animale che piange, l’animale infelice.” Friedrich Nietzsche, La gaia scienza

ALEX

Il re dello zoo di N.Y., dopo aver affrontato i disagi della “natura”, si ritrova nella terra natia, dove le questioni si risolvono più a suon di zanne e artigli che a ritmo di danza. Tuttavia l’egocentrico leone saprà affermarsi anche nella savana grazie alla sua generosità e all’apporto della famiglia e degli amici fedeli.

MARTY

La simpaticissima zebra è il migliore amico di Alex e gli tiene testa continuamente. Giunto nelle grandi praterie africane potrà dar sfogo al suo innato istinto di corridore e confrontarsi con i suoi simili a strisce bianche e nere che, però, non brillano certo in vivacità…

MELMAN

Nella savana vestirà i panni dello stregone presso la comunità delle giraffe, ma troverà un qualche palliativo alla sua ossessione ipocondriaca quando riuscirà a dichiarare il suo amore per la prosperosa “ippopotama” Gloria.

GLORIA

Nata e cresciuta nello zoo di New York, Gloria è un po’ vanitosa, ma possiede un carattere dolce e ottimista. E poi cosa si può pretendere di più da una femmina di ippopotamo? In Africa - scenario ideale - spera di riuscire a innamorarsi, ma non cederà facilmente al semplice fascino dei muscoli.

RE JULIEN

Il lemure ballerino non vede l’ora di sbarcare nella Grande Mela per scatenarsi nella danza, governare a tempo di musica e festeggiare. Anche in Africa, però, si ritaglia ampi spazi con il suo contagioso ottimismo e istrionismo, al ritmo di “muoversi, muoversi”…

MAURICE

Cosa sarebbe un sovrano senza il suo fidato consigliere? Maurice è un lemure preciso e diligente, l’insostituibile braccio destro di re Julien, e provvede che tutti facciano il proprio dovere.

MORTINO

È il lemure “orsetto” della combriccola. Piccolino, dagli occhi grandi e tondi conquista chiunque con il suo sguardo tenero e lacrimoso.

SKIPPER

Proveniente anch’egli dallo zoo di Central Park, il capo dei pinguini psicopatici è un perfetto organizzatore. Tanta sicurezza e buone dosi di cinismo per raggiungere ogni obiettivo. Basta osservarlo nella riparazione e nella guida di un aeroplano.

KOWALSKI

Ottimo esecutore di qualsiasi piano od ordine, Kowalski è il più alto di tutti i pinguini, un soldato mentalmente e tatticamente “dotato”.

RICO

L’aiutante principale di Skipper, dai modi affabili, ma decisi, è un efficientissimo trovarobe.

PRIVATE

Il più basso dei pinguini psicopatici non gode di grande considerazione. Viene utilizzato prevalentemente a svolgere azioni diversive…

MASON e PHIL

I due scimpanzé dello zoo di Manhattan farebbero di tutto per tornare in America, e riusciranno a reclutare una folla di scimmie operaie per raggiungere lo scopo. Phil è muto e comunica con Mason con il linguaggio dei sordomuti.

NANA

L’anziana signora con la borsetta, più attaccabrighe di un energumeno, è nemica di Alex fin dai tempi dello zoo. La ritroviamo in Africa con un gruppetto

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di turisti per un safari, sempre pronta a menar le mani e imbracciare un fucile. Siamo americani, no?

ZUBA

È il leone alfa del gruppo, il vero re della foresta. Forte e saggio, e con una voglia a forma d’Africa, proprio come il suo figliolo, si sacrifica per la sua famiglia e per l’intera riserva.

FLORRIE

La leonessa, compagna di Zuba e madre di Alex (ALAKAY), incarna la tipica figura materna, premurosa e saggia, comprensiva e temperante. La sua più grande gioia è l’aver ritrovato il figlio dopo tanti anni: tutto il resto non conta.

MAKUNGA

Intrigante e infido, ambizioso e scaltro, Makunga aspira a diventare il leone alfa del gruppo. È disposto ad utilizzare ogni mezzo per raggiungere il proprio fine. Arrivato al potere dimostrerà tutta la sua incapacità a governare l’eterogenea comunità africana.

MOTO MOTO

Tipico ippopotamo da spiaggia, dal fisico prestante, si avvale di una tecnica di seduzione che fa scarsa presa su Gloria. Meno male che i sentimenti e il romanticismo mantengono ancora qualche ascendente sul bell’esemplare femmina d’ippopotamo.


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Claudio Lugi

Risate a quattro zampe BEVERLY HILLS CHIHUAHUA

“Tutti gli animali domestici sono veri e propri schiavi, solo il cane è un amico.” Konrad Lorenz, L’anello di Re Salomone

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l chihuahua è un inimitabile amico a quattro zampe. È allegro, fedele e, soprattutto, dotato di una caratteristica estremamente vantaggiosa: è di formato “tascabile”, dunque può continuare a regalare il suo buonumore alle persone, ovunque si vada. Il nome assai curioso trae origine dalla capitale dell’omonimo stato messicano dove si trovavano i primi allevamenti di questa fortunata razza canina. Il chihuahua può essere a pelo raso, o più raramente, a pelo lungo, e di differente colore. È provvisto di coda alta e piegata verso il dorso, mentre la testa ha la forma a “mela”, con le orecchie ben aperte e gli occhi rotondi, ma non sporgenti. Il suo peso varia dai 7 ai 25 kg., e le dimensioni, come accennato, lo rendono particolarmente adatto come cane da compagnia o da salotto.Più volte approdato nei cartoni animati in ruoli secondari (in Lilli e il vagabondo, ad esempio), un cagnolino così intelligente e gioviale

Regia: Raja Gosnell Cast: Piper Perabo, Manolo Cardona, Eugenio Derbez, Jamie Lee Curtis 91' Walt Disney Pictures

non poteva non trovare una parte da protagonista anche al cinema dopo il successo dei suoi illustri predecessori: Rin Tin Tin, Lassie e Rex... La ghiotta occasione è fornita da un lungometraggio della Walt Disney Pictures che negli USA ha già realizzato incassi record e che uscirà nelle sale italiane a partire dal 16 gennaio 2009. Si tratta di Beverly Hills Chihuahua, una commedia brillante e avventurosa scritta da Analisa LaBianco e Jeff Bushell per la regia di Raja Gosnell, un tipo assai a suo agio con i cani avendo già diretto i due episodi live-action di Scooby-Doo. E anche il film in esame è un live-action concitato, ricco di ritmo e circostanze comiche. La situazione di partenza descrive il jet set canino di Beverly Hills: signore ricche e annoiate al volante di auto fiammanti e lussuose, o a passeggio per le vie eleganti dello

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CANI DI IERI E DI OGGI… SULLO SCHERMO “NON C’È PATTO CHE NON SIA STATO ROTTO, NON C’È FEDELTÀ CHE NON SIA STATA TRADITA, FUORCHÉ QUELLA DI UN CANE VERAMENTE FEDELE” KONRAD LORENZ, L’ANELLO DI RE SALOMONE La voce di Montezuma (Placido Domingo), il capo chihuahua che istruisce Chloe, risuona potente nella mente della cagnetta a ricordarle l’importanza della sua cultura, delle sue antiche radici. Ma potrà servire anche al pubblico come promemoria delle prossime uscite di pellicole del “filone canino” che si apprestano a invadere le sale nelle prossime settimane. In verità la casa di Topolino ha già fatto uscire Bolt – Un eroe a quattro zampe, uno spassoso cartone animato in 3D, in cui un cane-attore crede di avere i superpoteri anche nella realtà. A Natale approderà al cinema Marley & Me, diretto da David Frankel, con Jennifer Aniston e Owen Wilson, che racconta di una famiglia che impara importanti lezioni di vita dal loro adorabile, quanto nevrotico cane. Dopo le festività, invece, arriverà sul grande schermo Hotels for Dogs (regia di Thor Freudenthal), che annovera nel cast, un centinaio di esponenti della razza canina, tra cui le “stelle” di Beverly Hills Chihuahua, Chloe e Delgado. La vicenda, con pochi esseri umani, narra le vicissitudini di due ragazzini che salvano gli amici a quattro zampe dal canile municipale, e li accolgono in un albergo abbandonato. Richard Gere, invece, sarà protagonista di Hachiko: A Dog’s Story, diretto da Lasse Hallstrom e basato sulla storia vera di un professore universitario e del cane abbandonato che adotta. Jeff Bridges sarà l’interprete principale di A Dog Year, che racconterà della crisi di mezza età di un uomo e del suo cane, ancora più stralunato di lui. Nel 2009, inoltre, sarà Steven Spielberg a realizzare l’ennesima vicenda canina. Lo farà portando sul grande schermo le avventure di Tintin, il famoso eroe del fumetto, e del suo inseparabile cane Snowy. Dunque, Hollywood ha riscoperto i cani e si avvia a sfruttarne il momento di popolarità semplicemente utilizzandone la personalità e l’istinto, debitamente sollecitato. Non va tuttavia dimenticato che la cinematografia canina anche negli scorsi anni ha impiegato copiosamente questi fedeli animali (tralasciamo gli inquietanti horror) sia nei cartoni animati che nelle commedie; ma tra i titoli di qualità ricordiamo specialmente Amores Perros, Il cane giallo della Mongolia, Bombon-El Perro… Che i cani “bucassero lo schermo” era un fatto piuttosto risaputo. La televisione italiana, in particolare, ha presentato, senza titubanza alcuna, i teneri e fieri occhioni di tanti protagonisti dei pomeriggi e delle serate invernali di qualche tempo fa. Il primo di questi popolarissimi eroi si chiamava Rin Tin Tin, un pastore tedesco coraggioso e intelligente, punta di diamante del Settimo Cavalleggeri di Fort Apache, e campione d’ascolto della tv in bianco e nero fin dal lontano 1954. Il mito di questo splendido “attore” è suggellato dalla stella dedicatagli sulla Hollywood Walk of Fame. Stesso ambito riconoscimento è spettato anche a Lassie, un collie che ha calcato le scene tanto sul piccolo quanto sul grande schermo. Debuttò addirittura nel lontano 1943 a fianco di una giovanissima e splendida Liz Taylor. Questa serie infinita consta di ben 675 episodi televisivi girati tra il 1954 e il 1989 (in b/n e a colori), e acquistati da oltre 50 paesi del mondo. Le avventure di questo straordinario esemplare sono improntate alla devozione, alla generosità e al valore del migliore amico dell’uomo. Negli anni Novanta, e fino ai nostri giorni, è stato il turno ancora di un pastore tedesco (residente, però, in Austria). Rex, la star protagonista di centinaia di telefilm ambientati a Vienna, è addirittura un commissario della polizia criminale che grazie al suo intuito e alla sua scaltrezza riesce a risolvere complicati casi di omicidio, di contrabbando e traffico di stupefacenti. A partire dall’undicesima a stagione (2008) la scena si è spostata a Roma, con l’ispettore Lorenzo Fabbri (Kaspar Capparoni) che ha adottato il cane. Rex continuerà a preferire i wurstel, o si convertirà definitivamente alla porchetta di Ariccia?

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shopping, che fanno la spola dalla boutique più trendy del momento al centro estetico di grido, sempre accompagnate da specie canine graziose e di piccola taglia come pechinesi e barboncini, bassotti e volpini, carlini e yorkshire. Chloe (voce di Drew Barrymore in originale), una deliziosa femmina di chihuahua dal pelo bianco, fa la sua degna figura in quell’ambiente lussuoso e sofisticato, viziata e coccolata dalla sua ricca padrona Vivian (Jamie Lee Curtis). In quel mondo vacuo di lustrini e nastri colorati Chloe dimostra di trovarsi a proprio agio. Al punto da snobbare le attenzioni di Papi (voce di George Lopez), un cucciolo di chihuahua ben più ruvido e risoluto, ma decisamente innamorato di lei. Come reagirebbe la cagnetta alla perdita di tutte quelle comodità? La risposta è data dallo svolgimento dell’intreccio. Viv è costretta a partire per un viaggio d’affari e allora affida, un poco a malincuore, l’amica a quattro zampe a sua nipote Rachel (Piper Perabo), la quale è in procinto di intraprendere una vacanza mare e relax in Messico con le amiche, naturalmente portando con se Chloe, ma finendo per smarrirla. Sola e sperduta sulle strade del Messico, dopo qualche disorientamento, e confortata dall’incontro di cani e animali d’ogni sorta, trascorrerà varie avventure e vicissitudini. Scoprirà, ad esempio, di essere discendente di una specie guerriera che combatteva al fianco dei guerrieri aztechi; finirà tra le grinfie di un pellicciaio e conoscerà l’esperienza di un canile; incontrerà il pastore tedesco Delgado (voce di Andy Garcia), un ex cane poliziotto avvezzo alla strada che le fornirà assistenza utile, e ritroverà il fedelissimo Papi con la sua squadra di animali, insieme a Sam Cortez (Manolo Cardona), il giardiniere di Viv, allertato telefonicamente da Rachel. Grazie a questi amici, e a un po’ di fortuna, supererà svariati ostacoli, e tenterà coraggiosamente di recuperare la via di casa… Ispirato - probabilmente - a Paris Hilton, starlette protagonista della cronaca per il recente smarrimento del suo adorato chihuahua, il film costituisce un mix riuscito di avventura e simpatia che troverà d’accordo sia i bambini che gli spettatori adulti. Le scene d’azione sono state girate nel completo rispetto dell’incolumità e della dignità degli animali, molti dei quali provenienti da rifugi canini di Los Angeles e del Messico, con il supporto di una nutrita squadra di eccellenti addestratori coordinati da Mike Alexander, e con ampio ricorso alla tecnologia digitale. Tuttavia se diamo una scorsa alla lista delle partecipazioni troviamo “i big” di Hollywood sia tra gli interpreti che tra i doppiatori, tra i quali, oltre ai citati Barrymore e Garcia, ricordiamo Edward James Olmos (il


tenente Castillo della serie tv Miami Vice, nonché poliziotto ossessionato dagli origami in Blade Runner), e perfino il celeberrimo tenore Placido Domingo. Racconto di formazione e road movie canino Beverly Hills Chihuahua è una riuscita parabola sull’amicizia e sulla scoperta delle proprie radici, sullo spaesamento e la tolleranza, sulla ricerca della propria identità e sul riconoscimento dell’altrui diversità. È anche una metafora in cui le variegate specie canine e gli altri animali presenti nella storia rappresentano la difficile convivenza del melting pot contemporaneo. Ma è soprattutto un film di grande intrattenimento che unitamente ai messaggi educativi propone una tenera storia d’amore, e tanto, tanto divertimento, nelle forme delle gag comiche e umoristiche, e in quelle dell’avventura (la locandina richiama Indiana Jones), in cui non mancano momenti di incertezza e diversi colpi di scena. E in questa intelligente sfilata di interpreti canini d’ogni forma e dimensione, di personaggi reali e digitali, non possiamo non ammirare i numerosi fondali messicani, vere e proprie “cartoline” che esaltano la bellezza di un territorio e di una natura unici ed estremamente vari, che potranno solleticare gli spettatori a compiere un viaggio natalizio nel paese dei cactus e dei sombrero, per assaggiare la tequila e l’ospitalità dei messicani, e magari, innamorarsi di un tenerissimo cucciolo di chihuahua…

Jamie Lee Curtis

Papi Chloe Piper Perabo

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La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Animale LA DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI DELL’ANIMALE È STATA PROCLAMATA IL 15 OTTOBRE 1978 A PARIGI, PRESSO LA SEDE DELL’UNESCO. IL SUO TESTO È STATO REDATTO, NEL CORSO DI RIUNIONI INTERNAZIONALI, DA PERSONALITÀ APPARTENENTI AL MONDO SCIENTIFICO, GIURIDICO E FILOSOFICO E ALLE PRINCIPALI ASSOCIAZIONI MONDIALI PER LA PROTEZIONE DEGLI ANIMALI. TALE ATTO COSTITUTIVO REGOLAMENTA I RAPPORTI TRA GLI ESSERI UMANI E LE ALTRE SPECIE ANIMALI. DIFATTI ESSA STABILISCE UN CORPUS DI NORME MORALI CHE DOVREBBERO ISPIRARE LA LEGISLAZIONE IN MATERIA DI TUTELA DEGLI ANIMALI DEI PAESI COSIDDETTI “CIVILI”, VISTA LA CONTINUA MINACCIA ALLA BIODIVERSITÀ REGISTRATA NEL MONDO ATTUALE. ECCO, DI SEGUITO GLI ARTICOLI CHE COMPONGONO LA DICHIARAZIONE. PREAMBOLO - Considerato che ogni animale ha dei diritti; - Considerato che il riconoscimento ed il disprezzo di questi diritti hanno portato e continuano a portare l’uomo a commettere dei crimini contro la natura e contro gli animali; - Considerato che il riconoscimento da parte della specie umana del diritto all’esistenza delle altre specie animali costituisce il fondamento della coesistenza della specie nel mondo; - Considerato che genocidi sono perpetrati dall’uomo e altri ancora se ne minacciano; - Considerato che il rispetto degli animali da parte dell’uomo è legato al rispetto degli uomini tra loro; - Considerato che l’educazione deve insegnare sin dall’infanzia a osservare, comprendere, rispettare e amare gli animali. Articolo 1 Tutti gli animali nascono uguali davanti alla vita e hanno gli stessi diritti all’esistenza. Articolo 2 a) Ogni animale ha diritto al rispetto. b) L’uomo, in quanto specie animale, non può attribuirsi il diritto di sterminare gli altri animali o di sfruttarli violando questo diritto. Egli ha il dovere di mettere le sue conoscenze al servizio degli animali. c) Ogni animale ha diritto alla considerazione, alle cure e alla protezione dell’uomo.

Articolo 3 a) Nessun animale dovrà essere sottoposto a maltrattamenti e ad atti crudeli. b) Se la soppressione di un animale è necessaria, deve essere istantanea, senza dolore, né angoscia. Articolo 4 a) Ogni animale che appartiene ad una specie selvaggia ha il diritto a vivere libero nel suo ambiente naturale terrestre, aereo o acquatico e ha il diritto di riprodursi. b) Ogni privazione di libertà, anche se a fini educativi, è contraria a questo diritto. Articolo 5 a) Ogni animale appartenente ad una specie che vive abitualmente nell’ambiente dell’uomo ha il diritto di vivere e di crescere secondo il ritmo e nelle condizioni di vita e di libertà che sono proprie della sua specie. b) Ogni modifica di questo ritmo e di queste condizioni imposta dall’uomo a fini mercantili è contraria a questo diritto. Articolo 6 a) Ogni animale che l’uomo ha scelto per compagno ha diritto ad una durata della vita conforme alla sua naturale longevità. b) L’abbandono di un animale è un atto crudele e degradante. Articolo 7 Ogni animale che lavora ha diritto a ragionevoli limitazioni di durata e intensità di lavoro, ad un’alimentazione adeguata e al riposo. Articolo 8 a) La sperimentazione animale che implica una sofferenza fisica o psichica è incompatibile con i diritti dell’animale sia che si tratti di una sperimentazione medica, scientifica, commerciale.

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Articolo 9 Nel caso che l’animale sia allevato per l’ali mentazione, deve essere nutrito, alloggiato, trasportato e ucciso senza che per lui ne risulti ansietà e dolore. Articolo 10 a) Nessun animale deve essere usato per il divertimento dell’uomo. b) Le esibizioni di animali e gli spettacoli che utilizzano degli animali sono incompatibili con la dignità dell’animale. Articolo 11 Ogni atto che comporti l’uccisione di un animale senza necessità è un biocidio, cioè un delitto contro la vita. Articolo 12 a) Ogni atto che comporti l’uccisione di un numero di animali selvaggi è un genocidio, cioè un delitto contro la specie. b) L’inquinamento e la distruzione dell’ambiente naturale portano al genocidio. Articolo 13 a) L’animale morto deve essere trattato con rispetto. b) Le scene di violenza di cui animali sono vittime devono essere proibite al cinema e alla televisione, a meno che non abbiano come fine di mostrare un attentato ai diritti dell’animale. Articolo 14 a) Le associazioni di protezione e di salvaguardia degli animali devono essere rappresentate a livello governativo. b) I diritti dell’animale devono essere difesi dalla legge come i diritti dell’uomo.


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Pierpaolo Festa

Attentato al Führer Arriva sugli schermi il 30 gennaio Operazione Valchiria, la pellicola che racconta il complotto del 20 luglio 1944, quando Claus Von Stauffenberg e i suoi uomini misero in atto un piano per uccidere Adolf Hitler.

“Io compio davanti a Dio questo eterno giuramento: che mostrerò fedeltà incondizionata ad Adolf Hitler, il Führer del Reich tedesco”. Queste parole venivano pronunciate da chiunque si fosse arruolato nell’esercito del Reich. Molti di questi uomini riuscirono a vedere il male negli occhi del Führer, ma furono in pochissimi che osarono sfidarlo. Questa è la loro storia. Ancora una volta è il cinema americano ad assicurarsi una delle pagine più interessanti della storia; Operazione Valchiria riunisce dopo tredici anni lo sceneggiatore Christopher McQuarrie, premio Oscar per I soliti sospetti (1995) e Bryan Singer, che era il regista di quel film. Con uno script di ferro e un budget da 95 milioni di dollari sborsati dallo stesso Tom Cruise (produttore del film), arriva la storia del conte Claus Schenk von Stauffenberg, eroe di guerra che osò sfidare il male. Nelle parole dello sceneggiatore: “il film è la storia di un eroe. Nella prima parte vi spiegheremo chi erano questi uomini e cosa avrebbero dovuto affrontare per assassinare Hitler. La seconda metà invece ricostruisce il giorno dell’evento”. Continuando a parlare di questi personaggi veramente esistiti e di come sia nata l’idea per un grande film hollywoodiano McQuarrie ha spiegato: “C’è una costante minaccia di essere scoperti; il protagonista potrà avvicinarsi al bersaglio solo se recluta le persone che gli stanno attorno. Ma questo è il punto: di chi ti puoi fidare?”. 20 luglio 1944: l’Operazione Valchiria Una volta preparate le carte e piazzata ogni singola pedina, l’Operazione Valchiria consisteva in due atti. Nel primo si doveva togliere di mezzo Hitler: era stato previsto l’uso di due chili di esplosivo al plastico per far saltare in aria sia lui che i suoi collaboratori più stretti. Ucciso il Führer, bisognava poi prendere il controllo di Berlino e ultimare il colpo di stato per salvare la Germania. Quella mattina andò tutto per il verso sbagliato: arrivati al Wolfsschanze (La tana del lupo), quartier generale di Hitler nella Prussia orientale, von Stauffenberg e un altro congiurato, Werner von Haeften, furono disturbati mentre preparavano la valigetta contenente l’esplosivo. Hitler aveva previsto una riunione, ma l’aveva anticipata all’ultimo momento di mezz’ora, dovendo poi incontrarsi con Benito Mussolini. A causa della fretta, Stauffenberg riuscì a mettere nella valigetta un solo chilo di esplosivo. Entrato nella sala riunioni, la piazzò sotto il tavolo impostando il timer a sei minuti. Poco prima della detonazione i due congiurati lasciarono la sala e, appena

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usciti dal bunker, videro l’esplosione. Stauffenberg tornò in volo a Berlino, convinto che il complotto fosse andato in porto. Quello che nessuno gli disse è che qualche secondo prima della detonazione, qualcuno aveva spostato involontariamente la valigetta davanti a una delle gambe del tavolo, qualche metro più in là rispetto a Hitler. Ironia della sorte, quel tavolo era stato costruito in solido legno di quercia e sopra vi erano decine e decine di pesanti mappe militari. Grazie a tutti questi ostacoli il Führer se la cavò semplicemente (e miracolosamente) con qualche graffietto, pronto ad avere la sua vendetta e far giustiziare i responsabili del complotto con una fucilazione che avvenne la notte stessa. L’artefice del complotto Claus Von Stauffenberg (sullo schermo Tom Cruise) era un nobile e idealista, che sin dall’inizio del conflitto non aveva aderito pienamente al nazismo; nel 1943, durante l’invasione tedesca in Africa fu ferito dallo scoppio di una mina. Riuscì a sopravvivere ma perse l’occhio sinistro, la mano destra e due dita (anulare e mignolo) di quella sinistra. Tornato in Germania continuò a far parte dell’esercito, seppur con pieno spirito antinazista. A giudicare da alcune lettere scritte alla moglie nel 1944, Stauffenberg sentiva il dovere di fare qualcosa per salvare la Germania: “Noi tutti, ufficiali dello Stato Maggiore, dobbiamo assumere la nostra parte di responsabilità – le scriveva, aggiungendo che anche se l’operazione fosse stata un insuccesso - la si deve compiere egualmente: la cosa importante è dimostrare davanti al mondo e davanti alla storia che il movimento di resistenza tedesco è esistito e che ha osato passare all’azione, a prezzo della vita”. Gli altri membri chiave dell’operazione Valchiria Henning Von Trezscow (Magdeburgo, 10 gennaio 1901 – Bialystok, Polonia, 21 luglio 1944) Generale dell’esercito tedesco e inizialmente simpatizzante nazista, divenne presto disincantato dal pensiero hitleriano. Pianificò diversi attentati al Führer, ma tutti fallirono. Il generale era l’uomo più vicino a Stauffenberg durante la preparazione del complotto, si pensa addirittura che fu il suo mentore. Quando venne a sapere che l’Operazione Valchiria non aveva avuto successo, si uccise usando una granata: al momento della morte si trovava in Polonia, sul versante di guerra orientale. Lo interpreta: Kenneth Branagh Friedrich Olbricht (Leisning, 4 ottobre 1888 – Berlino, 21 luglio 1944) Il Generale Olbricht è stato uno degli architetti principali dell’operazione. Sin dai primi giorni

di governo di Hitler, mostrò una grande mancanza di fiducia nel Führer, servendolo tuttavia nel migliore dei modi durante la campagna contro la Polonia nel 1939 e nel ’40 contro la Francia. Anche lui fu uno dei catturati della sera del 20 luglio: venne fucilato insieme a von Stauffenberg. Lo interpreta: Bill Nighy Ludwig Beck (Brebrich, 29 giugno 1880 – Berlino, 21 luglio 1944) Il generale Beck è stato il cervello dietro l’Operazione Valchiria: era uno dei pochi ufficiali ad opporsi a Hitler sin dai primi giorni del suo regime. Sapeva che una guerra contro l’occidente non poteva essere vinta e allora decise di ritirarsi dall’esercito nel 1938. Dopo il fallito attentato gli fu permesso di suicidarsi con la sua pistola; si accecò soltanto. Fu ucciso da un

plotone d’esecuzione solo dopo aver assistito alla morte degli altri congiurati. Lo interpreta: Terence Stamp Albrecht Riter Merz von Quirnheim (Monaco, 25 marzo 1905 – Berlino 21 luglio 1944) Quirnheim era un ufficiale nazista che rimase deluso da Hitler, dalla maniera in cui questo decise di condurre la guerra nel 1943. Dopo l’attentato venne fucilato anche lui a Bendlerblock. Successivamente diversi membri della sua famiglia, tra cui i genitori e una delle sue sorelle, furono arrestati. Suo cognato venne fucilato il 13 settembre del ’44. Lo interpreta: Christian Berkel

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Carl Goerdeler (Schneidemühl, 31 luglio 1884 – 2 febbraio 1945) Goerdeler era l’ex sindaco di Lipsia: un politico conservatore e oppositore del regime nazista. Era il figlio di un famoso giudice prussiano e divenne uno dei nemici storici di Hitler. Diede le dimissioni dagli incarichi governativi nel 1934 dopo essere entrato in disaccordo col Führer riguardo la politica di stato. Fu arrestato dopo il fallito attentato e decapitato nel carcere di Ploetzensee a Berlino nel ’45. Lo interpreta: Kevin McNally Erwin von Witzleben (Breslau (Polonia), 4 dicembre 1881 – Berlino, 8 agosto 1944) Witzleben è stato uno dei conquistatori della Francia nel 1940. Proprio come Stauffenberg,

capì che Hitler avrebbe portato la Germania alla distruzione. Per questo entrò nell’Operazione Valchiria. Venne arrestato e strangolato nel carcere Ploetzensee a Berlino. Lo interpreta: David Schofield

Operazione Valchiria (Valkyrie, Usa/Germania 2008) Regia di Bryan Singer con Tom Cruise, Kenneth Branagh, Bill Nighy, Terence Stamp, Carice van Houten, Thomas Kretschmann 01 Distribution, thriller/storico

Primissima Scuola - Dicembre 2008  

Periodico d'informazione cinematografica per le scuole

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