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Gentile direttore, da tempo si parla di un autodromo presso Montorio al Vomano, un autodromo internazionale con criteri di sicurezza da motogp, eppure nella vs rivista (come nelle altre simili) non se ne parla mai. Dei tacchi a spillo sì, ma dell’autodromo mai. Non parlo solo da appassionato motociclista che porta la sua moto (ed i suoi soldi) a correre in altre provincie più sveglie della nostra, né parlo da “politico”. Come dovrebbe fare chi del benessere, dei posti di lavoro, del futuro dovrebbe parlarne, da politico. Non si parla che dei privati vogliono realizzarlo, pur con gli ostruzionismi di una provincia o regione chiusa a novità vitali. Perché darebbe sfogo a tutti gli automobilisti e motociclisti che della strada fanno la sede di amichevoli “tirate” e relativi morti o gravi invalidità permanenti; vitale per la pace dai rumori dei motori su per le strade di montagna; vitale per le innumerevoli manifestazioni motoristiche nazionali ed internazionali e culturali ricreative che ci si svolgerebbero; vitale di conseguenza per l’economia di questa provincia dove, dopo quarant’anni, l’ospedale resta ancora l’unico sbocco lavorativo di riferimento; vitale per i posti di lavoro che direttamente e con l’indotto diretto ed indiretto andrebbe a creare; vitale per il turismo teramano, scoperto da persone che non ci conoscono neanche sulla carta geografica; vitale per il rilancio generale di Teramo capoluogo di provincia; vitale insomma al 100% per una provincia morente, senza alternative per i nostri figli. Vincenzo Leonzi Gent.le lettore, la verve che adopera per perorare la “causa” dell’autodromo a Montorio è meritevole di attenzione da parte di molti professionisti della politica. Le sue parole sottolineano addirittura l’indispensabilità, per la provincia di Teramo, di una struttura del genere. Molto più di strade in buono stato, sanità efficiente, sicurezza in casa e fuori, posti di lavoro per merito e non per “amicizia”, e via dicendo. Un autodromo risolverebbe tutti i problemi che abbiamo? Dal suo punto di vista, sì, ma per tutti coloro che, mi perdoni, della moto se ne infischiano, forse le priorità sono altre. Anche la libertà di indossare i tacchi a spillo. Perché a piedi, comunque, si fa sempre meno danno che “rombando”. Non le pare? Una volta si diceva che era inutile chiedere all’oste se il suo vino fosse buono e così è inutile chiedere al presidente provinciale Catarra se gli enti provinciali servano a qualcosa. Per la sua poltrona sono indispensabili, per noi tartassati le province costano 700 milioni l’anno per la foraggiare la casta con i relativi portaborse e 800 per la spesa corrente. Invece se le province venissero abolite ne risparmieremmo altri 500 per l’accorpamento delle loro funzioni a quelle di regioni e comuni. Tanti soldi con cui potremmo fare tutte quelle cose che adesso le province, che spendono il 70% dei loro bilanci per la loro semplice esistenza e solo il restante 30% per i servizi ai cittadini, non fanno. Cordiali saluti GIanfranco Caserta D’accordo sulle Province. “Scatole vuote” secondo Ugo La Malfa e il discorso, dopo almeno 50 anni, è sempre lo stesso. Né si tratta di una “questione Catarra”, visto che sotto le più diverse bandiere niente cambia. A spese di tutti noi, per mantenere i politici locali. Per le vostre domande, riflessioni, considerazioni scrivete a direttoreprimapagina@libero.it

Ad Anna Maria Veroni Coraggiosa, tenace, grintosa, combattiva, carissima Anna Maria. Ho iniziato questa sorta di lettera cento volte. E cento volte ho ricominciato, sperando di afferrare le parole giuste. Che non arrivano mai, se non ai poeti. O a certe anime elette. Provo a dirti che in questi due anni (da “quel” giorno) ho pensato moltissimo a te. Con malinconia e speranza, dispiacere e senso di inutilità, forza e ansia. Sentimenti opposti dei deboli, che si arrabattano a trovare risposte, che non soddisfano mai. “Quel” giorno - ricordi? -, ci incrociammo tra le bancarelle di un San Berardo pre-natalizio. Mi chiamasti tu (io, distratta, come al solito, non mi ero accorta della tua presenza lì accanto), e all’improvviso, dopo le solite frasi buttate lì, mi annunciasti, in mezzo a quella attesa di festa, che la “bestia” era entrata in te. E scavava una trincea, per dare il meglio di sé, riparata e solerte. Credo di aver pronunciato una serie di imbecillità, alle quali tu desti una risposta “alla Anna Maria”: “Beh, che ci vuoi fare?”. Già. Ma sono sicura che hai combattuto come una leonessa, fede e forza accanto e dentro di te. Le stesse che mettevi all’Aism, presidente risoluta e non credo sostituibile. Fino a che qualcuno, poche settimane fa, comunica che qualcosa sta cedendo. E la guerra, dopo innumerevoli battaglie, è all’epilogo. Per noi, piccoli della verità, la consolazione non c’è. Vorrei immaginarti serena, ma ci vorrebbe la tua spinta decisa. Arriverà, carissima? Tiziana


10 Aci, sicurezza sulle strade, cominciando dalla scuola 12 Autismo, guarire è possibile 20

I.Z.S. una struttura che piace a Brunetta

25 Teramo un allenatore “DOC” 31 Quando il matrimonio finisce 32 A Melbourne sulla via della fede

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44 A passeggio per... Morro D’Oro

Anticipo di vacanze in questo numero di PrimaPagina. A spasso per l’Europa del Nord, Giappone e Australia, i viaggi “virtuali” che vi presentiamo sanno di evasione dai nostri luoghi quotidiani. Ristretti, ripetitivi e stancanti, come una vecchia pendola perennemente in ritardo. Perché non c’è nulla che fiacca se non la noia. Al contrario della vacanza, che sfianca per eccesso di novità. Godiamoci, dunque, questo rapido curiosare tra terre più o meno lontane, mentre l’estate fa il suo ingresso anche da queste parti. Che poi siano tutte teramane (o quasi) le guide che ci accompagnano nel vagabondare, non è male. Il mondo ci apparirà minuscolo. Com’è, d’altra parte. Magari anche più simpatico. Moltissimi chilometri più là, però.

Sommario

e non solo

Viaggi

Tiziana Mattia

EDITO DA

50 Michele Scarano 55 “C andiamo” 59 Crisi e moda

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HANNO COLLABORATO: Francesca Alcinii, Dino Cardarelli, Mira Carpineta, Vincenzo Castaldo, Manolo Ciprietti, Paolo De Cristofaro, Cristian Di Mariano, Sergio Matalucci, Matteo Lupi, Daniela Palantrani, Vincenzo Lisciani Petrini, Gianfranco Puca, Raul Ricci, Ropel, Roberto Santoro

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DISTRIBUZIONE Pegaso Distribuzioni

Chiuso in Redazione 12 giugno 2010


Obiettivo raggiunto : il “Porta a Porta” su tutto il Comune di Teramo Il 31 maggio di quest’anno ha visto l’avvio della raccolta “ Porta a Porta” su tutto il territorio del Comune di Teramo. Quest’ ultimo step ha coinvolto 51 frazioni, per un totale di circa 5.900 famiglie. La raccolta Porta a Porta aveva avuto inizio il 15 dicembre 2009 con il progetto “ pilota” che ha visto protagonisti i quartieri di Colleatterato, San Benedetto, Piano d’Accio e San Nicolò (11.500 abitanti), proseguendo con la seconda fase, iniziata il 30 aprile 2010, in tutto il centro urbano (30.500 abitanti) e concludendosi proprio il 31 Maggio con le frazioni (13.000 abitanti). A tutti i cittadini è stato fornito un kit consistente in due mastelli, un sottolavello, cinque tipologie di buste (verde per vetro, giallo per la plastica, azzurro per lattine e barattolame, bianche biodegradabili per l’organico e in cartone per la carta), un calendario, e la ormai famosa “bussola del rifiuto”. Una peculiarità della implementazione teramana del servizio è proprio il calendario, studiato come “settimana-tipo”, per essere valido in tutti i giorni dell’ anno comprese le festività. I cittadini sono semplicemente tenuti a rispettare gli orari di conferimento dei ma-

stelli o delle buste: dalle 20.00, del giorno precedente la raccolta , alle 6.00 del giorno successivo, per tutti gli utenti che vivono nei quartieri o nelle frazioni, dalle 20.00 alle 24.00 per coloro che abitano nel centro storico di Teramo. Per tutti i cittadini che hanno bisogno di chiarimenti o approfondimenti sulla nuova modalità di raccolta si ricorda che dalle 8:00 alle 13:00, dalle 15.00 alle 17.30 dal Lunedì al Venerdì, nonchè il sabato dalle 8:00 alle 13:00, è attivo il numero verde ( 800 25 32 30) della Te.Am. spa. I rifiuti possono essere conferiti liberamente, anche presso l’Ecocentro di C.da Carapollo ( ex inceneritore) dal lunedì al sabato dalle 13.00 alle 17.00. Nell’ottica di rendere il servizio quanto più agevole e fruibile, anche le modalità operative di raccolta sono omogenee su tutto il territorio, l’ unica differenza è quella che riguarda le cosiddette “ case sparse” delle frazioni, cioè tutte quelle abitazioni che distano qualche chilometro dagli insediamenti urbani o dalla viabilità

pubblica. In questo caso possono essere fornite delle compostiere domestiche, speciali contenitori, che da utilizzarsi per il trattamento dei rifiuti organici al fine di produrre compost riutilizzabile. La raccolta Porta a Porta ha iniziato ad incidere positivamente sulle abitudini dei cittadini teramani, i quali stanno dimostrando una accresciuta maturità persino in attività quotidiane come andando a fare la spesa e scegliendo i prodotti anche in relazione alla riclabilità degli imballaggi. Il Porta a Porta è un processo innovativo con un elevato valore aggiunto e, come tutte le novità, richiede un periodo di rodaggio e messa a punto. Teramo Ambiente, con i suoi tecnici e gli amministratori, è attualmente impegnata nel perfezionamento del servizio e nella gestione di quelle utenze che per tipologia o necessità richiedono un adeguato livello di personalizzazione. Tuttavia, non bisogna trascurare il fatto che si tratta comunque di un servizio di tipo collaborativo, basato sulla sinergia tra Te.Am., Amministrazione Comunale e cittadinanza, attori che ciascuno per la propria funzione e le proprie competenze devono assolvere responsabilmente ai propri compiti.


6 di

Tiziana Mattia

Fare il giornalista oggi Una professione che affascina e attira molti giovani, ma in profonda crisi con giornali in difficoltà e lettori in continua diminuzione. A Marcello Martelli, “mostro sacro” del mestiere e firma di prestigio ed esperienza, chiediamo di accompagnarci nel passato e nel futuro di una professione che non potrà finire. Ora che internet e il web aprono prospettive persino imprevedibili…

Quando lo definiscono “decano” del giornalismo abruzzese, non sa se prendersela o sentirsi lusingato. Intanto, perché il termine addita un’età che avrà pure il vanto dell’esperienza, ma ricorda certi “parrucconi” impegnati ormai a sfogliare in solitudine vecchi almanacchi ingialliti. Che, per uno che i “capelli” li ha dimenticati da qualche parte già in giovane età, fa subito controsenso. Poi, perché “decano” del giornalismo, al giorno d’oggi, ha perso moltissimo del suo significato. Così, introdurre un’intervista a Marcello Martelli, quella che in gergo si chiama “cappello”, non è facile. Come discutere con lui di giornalismo. Dal momento che ha talmente tanta roba da dire, che un articolo, in effetti, è poca cosa. Sorvoliamo, allora, sul “decano” e andiamo rapidi in discesa. Consigliando la lettura a quanti credono ancora nel “mestieraccio”. Nonostante tutto. Sei un personaggio di spicco con un curriculum di tutto rispetto: hai diretto e fondato giornali, fatto l’editore e creato una importante azienda editoriale, lavorato alla Rai e diretto tv locali… Se potessi tornare indietro, ancora giornalista o cambieresti strada? Farei forse il bis. è stata per me una scelta convinta, in contrasto con mio padre che voleva diventassi avvocato come lui. Una professione che mi ha dato, quella del giornalista, ma ho pagato tutto il prezzo di impegno e sacrificio che c’era da pagare. Quali doti servono per avere successo nel giornalismo? Intanto, l’amore per la professione, voglia di apprendere, capacità di cercarsi i maestri giusti, l’umiltà. Saper scrivere è impor-


7 tante (e si può imparare sul campo, strada facendo), ma anche leggere è importantissimo. La cultura è necessaria, non è un optional. Diventare giornalista oggi è più facile? Direi che ci sono più opportunità. I giornali, la tv, il web: i mezzi di comunicazione sono più numerosi. Le opportunità per fare esperienza ci sono, ma le difficoltà per arrivare ad essere un professionista preparato sono sempre tante. Molti non sanno imboccare la strada giusta, per iniziare la carriera. Il precariato e lo sfruttamento nei giornali ci sono sempre stati. Era così pure ai miei tempi, ma i migliori venivano assunti. Ora gli editori purtroppo approfittano, lasciando i precari ai margini della professione, senza prospettive. Né l’Ordine professionale fa molto per formare le nuove leve e per difenderle dagli abusi. Da dove dovrebbe cominciare un giovane aspirante? Senza dare nulla per acquisito, dovrebbe prepararsi. Studiare, frequentare le redazioni e le scuole giuste, tenersi lontano dai cattivi maestri e frequentare quelli veri, che hanno esperienza. Fare il giornalista è bellissimo, ma duro e difficile. Non si arriva senza sacrifici. Le delusioni sono dietro l’angolo. Se è per fare soldi in fretta, meglio il mestiere del decoratore o dell’idraulico, figure professionali fra le più richieste e pagate. Ricorda il tuo debutto professionale? Ho iniziato con Il Giornale d’Italia, prestigioso e autorevole quotidiano della sera. Subito dopo ho avuto la proposta de Il Tempo, giornale fondato nell’immediato

dopoguerra con successo da Renato Angiolillo, grande direttore e mitico protagonista del giornalismo italiano. Frequentare la sua scuola per me, giovanissimo, è stato un privilegio e anche una fortuna. Per aver preferito la testata di Piazza Colonna, il direttore volle premiarmi con l’apertura della redazione di Teramo. Inaugurata da Angiolillo in persona, Alberto Giovannini e altri personaggi di primo piano. Un evento storico per la città e per il giornalismo abruzzese, ora che, purtroppo, gli editori le redazioni locali le chiudono. L’accesso alla professione giornalistica è sotto accusa e viene criticato da più parti. Cosa ne pensi? Penso tutto il male possibile. Ormai sono migliaia i giornalisti senza lavoro. Eppure, in questi ultimi anni, le sessioni d’esame dell’Ordine professionale si sono moltiplicate, per sfornare periodicamente centinaia di nuovi professionisti. Naturalmente, senza speranza. E sorvoliamo sui metodi di selezione, troppo di manica larga. L’accesso alla professione va riformato e anche in fretta. Se nascesse un nuovo Montanelli, troverebbe un posto di lavoro? Credo di sì. Il merito, alla fine, vince sempre. Il guaio è che molti asini ritengono di essere dei Montanelli dalla nascita, senza fare nulla per diventarlo veramente, restando somari come madre natura li ha fatti. Sei stato chiamato a Roma dall’Ordine nazionale nella commissione per gli esami di giornalista professionista. Quali conclusioni hai tratto da quella esperien-

Da ds: Marcello Martelli con Ettore Della Giovanna e Gianni Letta

za? è stato interessante esserci. Ho avuto il polso della situazione. Con una conferma: come per altre professioni, l’abbassamento del livello di preparazione è forte, con punte davvero mortificanti. Un esempio? Una candidata, che aveva compiuto il praticantato nel quotidiano della ex Dc, non conosceva neppure il nome di Luigi Sturzo, fondatore del partito. Ma è stata promossa lo stesso. Quando un giovane viene a dirti che vorrebbe fare il giornalista, cosa gli consigli? Lo incoraggi? Credo nei giovani e non mi piace scoraggiarli, ma li metto in guardia e cerco di far vedere le due facce della medaglia, senza addolcire la pillola. Molti non si fanno vedere più e ben per loro, che non perdono tempo in qualcosa in cui non credono abbastanza. Sei stato sedici anni fa l’ideatore del cosiddetto “giornale panino” e, primo in Abruzzo, ne hai realizzato uno con La Stampa di Torino. Vuoi parlarci di quella iniziativa? Esaltante. Un bel progetto e tale resta. Peccato che ci siano stati errori di gestione amministrativa, che hanno compromesso tutto. In appena sei mesi il quotidiano da me diretto aveva raggiunto il secondo posto per le vendite in questa provincia, che per giunta è fra le ultime come numero di lettori. Oltre dieci anni fa, hai introdotto in provincia il periodico free-press Piazza Grande, distribuito gratuitamente. Anche qui hai fatto scuola ed ora è tutto un fiorire… è un fenomeno positivo ciò che induce a scrivere, stampare e leggere. Peccato che i mezzi a disposizione siano pochi e il mercato pubblicitario povero. Mi dispiace che, spesso, invece di una sana competizione, vedo un confronto dalle forti connotazioni provinciali e autoreferenziali, dimenticando che va lasciato ai lettori il compito di seguire, leggere e giudicare. Sempre che vogliano prendersi il disturbo di seguire e leggere. Posso dire grazie a voi di “PrimaPagina”? Siete l’unico periodico locale, forse, che ha sentito l’esigenza di ascoltare la mia testimonianza di giornalista, ora che la professione è nell’occhio del ciclone. Perché i giornali si leggono poco e sono in crisi? Le cause sono diverse e il discorso sarebbe lungo. La crisi della politica comincia dal distacco del Palazzo dai cittadini. Idem per i giornali, percepiti dal popolo dei lettori come cattedrali inaccessibili, nonostante la con-


8 correnza di Internet. Far pubblicare una notizia o una lettera a un quotidiano è quasi come chiedere un prestito a una banca. Perché lamentarsi poi che il giornale non si vende? Perde lettori, perché non è vicino alla gente e ai problemi veri, privilegiando il gossip e il futile. L’altro giorno, trovandomi nel pronto soccorso di un ospedale, ho visto e sentito cose che nessuno rende di pubblico dominio. Fossi direttore di un giornale, destinerei un cronista fisso per raccogliere le denunce e le testimonianze dei pazienti, per mettere in luce un’organizzazione sanitaria carente. Ma sono altri, purtroppo, gli argomenti agli onori della cronaca. Finirà il giornale stampato? Per fortuna non finirà. Sicuramente dovrà cambiare totalmente, come ai tempi dell’arrivo della tv, quando i quotidiani erano dati per spacciati. Ora i nuovi media non uccideranno il giornale cartaceo. Che, anzi, troverà nuovi sbocchi e sinergie. Il futuro si chiama web? Sì, ma è un mezzo in grande evoluzione e nessuno può dire, per ora, come e quando la grande sfida tecnologica possa concludersi. Sei autore di vari libri. L’Ultimo (“L’Abruzzo tradito” con prefazione di Francesco Cossiga) pubblicato da Carabba, storica casa editrice. Perché i giornalisti, sempre più spesso, scrivono libri?

Quando i giornali rifiutano temi scomodi e graffianti, non resta che affidarsi al libro. In libreria ce ne sono molti e di successo. Segno che i lettori gradiscono ciò che i giornali rifiutano. Cosa tentare per far leggere di più i giornali? Hai una ricetta? La ricetta è quella di sempre, abbastanza dimenticata. I media dovrebbero tornare all’inchiesta, all’indagine e all’approfondimento, staccandosi dal Palazzo. I giornalisti dovrebbero smetterla di andare a braccetto con i politici, perché la stampa sia il contropotere che i cittadini desiderano, per tornare con fiducia all’edicola. Cosa rimpiangi della tua lunga carriera? Il contatto quotidiano con la gente e i lettori, dei quali ero al servizio. Rimpiango le grandi firme e i maestri che ho conosciuto, insegnandomi tanto. Le serate romane a Piazza Colonna nella redazione e nella tipografia de “Il Tempo” con Gianni Letta, Mino Damato, Paolo Brunori, Bruno Vespa e i tanti colleghi malati come me di “tempite”. Le molte vicende che mi legano alla memoria di Fernando Aurini, Nino D’Amico, Edoardo Manbella, Giuseppe De Santis, Arturo Fagiani, Gabriele De Laurentiis, Lamberto De Carolis, Gino Jacondini, Giammario Sgattoni e di tanti altri valorosi pubblicisti e corrispondenti teramani scomparsi. Senza dimenticare

Premio “Maestro della Comunicazione” consegnato da Gianni Chiodi.

A Teramo i “big” della stampa italiana Nel maggio del 1957 Teramo registrò un grande evento con la inaugurazione della redazione provinciale del quotidiano romano Il Tempo, in corso San Giorgio 94. Con a capo il direttore Renato Angiolillo e il notissimo Alberto Giovannini, arrivarono in città altri big dell’importante testata di Piazza Colonna, e del giornalismo italiano e abruzzese. Al taglio del nastro, con il capo della redazione Marcello Martelli, c’erano fra gli altri il direttore amministrativo de Il Tempo Libero Palmieri, il redattore capo Marcello Lucini, il redattore della edizione abruzzese Pino Rauti ed altri. Alla manifestazione presenziarono il vescovo di allora, mons. Amilcare Battistelli, e le maggiori autorità civili e militari. Numerosi i cittadini e i lettori, che accolsero con ammirazione e stima il mitico fondatore-direttore di un giornale all’epoca fra i più importanti ed autorevoli nel panorama della stampa italiana. Davvero bei tempi, quelli. Quando i giornali erano vivi e vitali, lontani dalla crisi di oggi. Francesco Campanella, Giuseppe Lisciani, Franco Baiocchi, Luigi Braccili, Gianni Gaspari, Franco D’Ignazio, Attilio Marramà, Peppino Scarselli e Sandro Morriconi, ora in Toscana, dopo aver onorato la professione come giornalista e grande fotografo di moda. Com’erano a Teramo i rapporti fra i colleghi della stampa? C’era competizione, in particolare fra le redazioni de Il Tempo e Il Messaggero, ma eravamo amici e c’era rispetto reciproco. Spesso ci riunivamo a tavola per conviviali stupende, con Fernando Aurini impareggiabile patron della cucina e preziosità culinarie. Hai avuto tanti allievi da te avviati alla professione… Davvero tanti e non farò i nomi. Rischierei di dimenticarne qualcuno. Sono rimasti tutti amici. Alcuni hanno fatto una grande carriera e mi dimostrano gratitudine. Ad eccezione di quel bravo telecronista della Formula 1, che fra il rombo assordante dei motori ha perso la memoria. Capita. Hai lavorato per grandi testate, ma senza abbandonare la provincia. è stato un errore? Difficile dire, ma non ho rimproveri da farmi. Vivo nella città che amo, anche se priva di memoria. Senza attenzione per coloro che hanno dato e potrebbero continuare a dare. Magari con una testimonianza autentica e un costruttivo contributo di esperienza.


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Aci, sicurezza sulle strade, cominciando dalla scuola

Intervista a Teramo con il presidente Vincenzo Di Gialluca di

Ropel

L’avvocato Vincenzo Di Gialluca, 58 anni, è il presidente dell’Aci di Teramo. Da quanto tempo? “Da due anni, per un mandato che ne dura quattro” Questo è un Automobile Club datato. Rispetto all’origine, come si giustificano oggi lo spirito e la finalità associativa? “Credo che si giustifichino ancora di più rispetto al passato. Sostanzialmente, con lo scorso secolo l’Automobile Club d’Italia e quindi anche quelli provinciali hanno avuto una funzione specifica, quella di promuovere lo sviluppo dell’automobilismo nazionale e assicurare una serie di servizi ai loro soci. Con il nuovo secolo gli obiettivi sono in parte mutati. Oggi il nostro sguardo è rivolto di più alla prevenzione, alla sicurezza stradale e ad una serie di altri servizi che riteniamo essenziali. Noi siamo proiettati oggi verso l’educazione e la sicurezza stradale”. Quali sono le principali conno-

tazioni per l’Automobile Club di Teramo? “Innanzitutto vorrei ringraziare il presidente Sorgi, che per circa quaranta anni ha guidato l’Automobile Club, lo ha preservato. Perché bisogna sapere che l’Automobile Club di Teramo è uno dei primi a livello nazionale, sia nel rapporto tra soci e circolante provinciale, che per la situazione economica. Noi siamo uno dei pochi Automobile Club in attivo. Abbiamo un patrimonio costituito da sette stazioni di servizio che sono di nostra proprietà. Siamo riusciti anche ad acquistare la sede, prima in comproprietà con l’Aci Italia, che oggi è valutata 2,5 -3 milioni di euro. Ci muoviamo in una situazione di tranquillità, anche se dobbiamo stare sempre attenti”. Quanti sono attualmente i soci e quale è il trend in Abruzzo? “Il trend è decrescente, ma questo è un dato nazionale. Noi abbiamo oltre 9 mila soci, quasi il doppio delle altre province. A Pescara i soci sono poco più di 4 mila, così come Chieti e ancor di meno L’Aquila”. Presidente, ha fatto cenno a educazione e sicurezza stradale. “Sono tanti anni che operiamo in collaborazione con l’ufficio scolastico provinciale. Organizziamo corsi di educazione stradale nelle scuole, con un gioco chiamato “la patente a punti”, riservato alle classi terze delle scuole medie della provincia. I ragazzi


giocano tutto l’anno, anche in famiglia, perché riteniamo che anche i genitori debbano concorrere all’educazione stradale dei propri figli, anzi credo che questo sia un grande atto di generosità da parte loro. Questa manifestazione si conclude con la premiazione dei vincitori. Adesso abbiamo anche acquistato un simulatore di guida, con il quale, grazie ad un nostro collaboratore, un vicequestore in pensione, Di Marcello, andiamo in giro per le scuole medie e superiori, portando un simulatore”. Sul piano della sicurezza? “La sicurezza è prevenzione. A livello nazionale abbiamo delle società che operano in questo settore. Per noi la sicurezza non può che essere quella della prevenzione. Con la premiazione di questi alunni cerchiamo di applicare il principio che il più bravo è quello che rispetta le regole, non chi le viola. Noi siamo convinti che bisogna sovvertire quello che è il principio della mobilità, che deve essere responsabile. Dobbiamo educare l’utente della strada ad utilizzare l’auto nel rispetto dell’ambiente”. Su un piano di grandi numeri, sia come associazione che come realtà di mezzi in movimento, voi siete un osservatorio privilegiato. Sapete quali mezzi circolano, come è il quadro? “Tramite l’Aci Italia mettiamo a disposizione ogni anno tutta una serie di dati che vengono ricavati in maniera scientifica. Per la provincia di Teramo, abbiamo grossi problemi sulla mobilità, e sotto questo profilo collaboriamo con le varie amministrazioni, soprattutto comunali e quella provinciale, tramite sempre i nostri esperti dell’Aci Italia”. Voi premiate spesso gli anziani titolari di patente. Come mai non sono mai stati premiati i soci anziani di associazione per una fidelizzazione che hanno dimostrato nell’arco di 30-40 anni? “Premiamo i nostri soci che hanno la patente. Le due situazioni coincidono sicuramente”. C’è qualche progetto o iniziativa particolare che volete assumere in corso d’anno? “Continueremo a puntare sull’educa-

zione stradale, anche se non bisogna dimenticare che abbiamo una tradizione sportiva gloriosa, l’automobile club di Teramo organizza la Coppa Acerbo. Tradizione sportiva che abbiamo interrotto per solidarietà con il popolo aquilano dopo il grave sisma che ha colpito il capoluogo. Invece quest’anno abbiamo riorganizzato alla grande, anche se debbo rilevare che i clienti non sono più sensibili come una volta per quanto riguarda queste manifestazioni sportive delle quattro ruote, mentre invece mostrano una grande sensibilità nel settore dell’educazione stradale. Vorrei sottolineare che diamo lavoro, con le nostre stazioni di servizio, a 40 famiglie, e poi per quanto riguarda la sala assicurazioni, abbiamo uno dei maggiori portafogli del centro-sud”. Un sogno come presidente? “Che l’educazione stradale venga istituzionalizzata nelle scuole. Io sono particolarmente sensibile a questo problema e a tutte le vittime, specie giovani, che ogni anno lasciano la vita sulle nostre strade per alcolismo o altre cause. Come automobile club provinciale possiamo solo operare bene, ma il nostro operato è una goccia nel mare”. Teramo soffre sia per la circolazione che per la possibilità di parcheggiare in città. Avete fatto degli studi di settore, o qualche collaborazione all’ente locale? “Per la verità, nonostante un’organizzazione nazionale di altissima qualità su questi profili della mobilità urbana, non abbiamo mai avuto una collaborazione concreta né con l’amministrazione comunale che provinciale”. Vi siete proposti? “Ci siamo proposti spesso, anche in maniera gratuita. Speriamo che in futuro si possa aprire una collaborazione”. Al di là della professione, l’attività politica è un’esperienza da ripetere o riguarda solo il passato? “è un’esperienza che non rinnego, ma che riguarda assolutamente il passato e non è riproponibile”.


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Autismo

guarire è possibile A Teramo primo convegno nazionale di studiosi di

L’associazione Comitato Montinari Abruzzo Onlus, presieduta da Gabriella Lucci, ha organizzato a Teramo il 27 maggio scorso un convegno che si può definire, senza esagerazione, storico. Erano gli anni ’40 quando i primi neuropsichiatri cominciarono ad affrontare il problema “autismo”, termine che è diventato nel tempo un modo disimpegnato per definire tutti i bambini che mostrassero segni di chiusura e di disturbo pervasivo del comportamento. Di un sintomo, insomma, se ne fece una malattia, senza scendere nel profondo delle cause che la sottendevano. Per sfatare falsi miti e ridare fondate speranze sono intervenuti nell’Auditorium dell’I.T.I. alcuni tra i più grandi studiosi del campo: il dott. Antonio Parisi, presidente del Centro Studi Delacato Sorrento (Na), il dott. David F. Delacato, presidente del Delacato International M.D., Philadelphia, USA, il dott. Maurizio Conte, pediatra, esperto di autismo, Roma, il dott. Massimo Montinari, medico chirurgo, esperto dell’Istituto Superiore di Sanità per l’Autismo, la dott.ssa Lucia D’Amato, responsabile scientifico progetto Scuolaba Onlus, la dott.ssa Lara Reale, responsabile coordinamento scuola-scuolaba, la dott.ssa Annalisa Buonomo, direttore scientifico, Centro Studi Delacato, Sorrento (Na). Il convegno si è proposto di presentare la giusta prospettiva per affrontare l’autismo, già dalla diagnosi in età infantile. Ha detto il dott. Delacato: “Per anni l’autismo è stato lasciato alle competenze degli psicologi, che lo hanno affrontato da un punto di vista unicamente comportamentale. L’autismo in realtà nace da

Vincenzo Lisciani Petrini

errori di percezione da parte del cervello, che non riesce a decifrare correttamente il flusso di informazioni esterne. Si tratta, dunque, di vere e proprie lesioni cerebrali che vanno affrontate e risolte con un approccio endocrino e organico. Di sicuro non psicologico.” Trattandosi, dunque, di una patologia, che nulla ha a che vedere con conflitti madre-figlio, tare genetiche etc., si sono scoperti quelli che sono i fattori che innescano la sindrome dell’autismo, che si contrae in età infantile. In primis, intolleranze a metalli come il mercurio e l’alluminio, e malattie virali. Ma anche, forse soprattutto, i vaccini che possono intaccare il sistema immunitario del bambino e inibire i normali processi di sviluppo del cervello. Il dott. Maurizio Conte ha insistito su un punto importante: la diagnosi precoce. L’autismo è infatti diagnosticabile già tra i 18 e i 24 mesi di vita del bambino. E quindi ha sottolineato come al primo dubbio sulla possibilità della contrazione della sindrome, immediatamente si proceda agli esami clinici necessari. Ma esiste una cura per l’autismo? “Una volta tutti dicevano di no”, asserisce il dott. Montinari. “Ma questo è comprensibile dato che la diagnosi era ridotta al solo stadio comportamentale, che è la punta dell’iceberg. Le famiglie erano abbandonate alla chiusura e alla disperazione. Invece la cura esiste, come per la gran parte delle patologie di natura organica. Occorre però capire nel dettaglio quali elementi hanno inibito il processo di sviluppo del cervello e agire di conseguenza.” Non volendo banalizzare la concretezza

delle prove scientifiche addotte dal dott. Montinari, nel convegno è emersa anche la necessità di un’alimentazione diversa per i bambini autistici, che li rifornisca di alcune proteine essenziali ad attivare dei processi endocrini positivi in grado di riprogrammare lo sviluppo cerebrale e al contempo, però, fosse povera di quegli elementi dannosi (su tutti il glutine) che al contrario peggiorano lo stato di salute del bimbo. Sono tantissimi i pazienti che grazie alle cure di Montinari sono riusciti ad ottenere miglioramenti importanti. Altro tema fondamentale della giornata, i servizi della Asl alle famiglie. Sono in via di miglioramento, ma restano ancora insufficienti. Le istituzioni incoraggiano ad andare avanti, quanto più possibile “senza aspettarsi fondi extra”. Dall’autismo, tuttavia, si può uscire.

Dott. Massimo Montinari


Genitori, test da fare per capire Dal dott. Andrea Conte un piccolo test per capire le manifestazioni esterne dell’autismo tra i 18 e i 24 mesi. Si tratta di alcuni sintomi che possono allertare i genitori qualora si manifestassero con frequenza. È bene conoscerli. 1. Il bambino ha perduto capacità psico-motorie precedentemente acquisite? 2. Guarda gli occhi della mamma solo se costretto? 3. Ha difficoltà a copiare/imitare i gesti, vocalizzi o azioni di chi interagisce? 4. È difficile catturare la sua attenzione? 5. Mostra disinteresse a provocare reazioni per avere un’interazione divertente? 6. È difficile comprendere il suo stato d’animo attraverso il viso? 7. Quando gli viene mostrato un oggetto nuovo evita di guardare negli occhi? 8. È indifferente al richiamo del suo nome? 9. Evita di aprire la bocca se imboccato? 10. Mentre gioca con il giocattolo preferito è capace di guardare anche altro?

L’opinione dell’esperto Dal 1983 ho proposto un approccio diverso all’Autismo, scoprendo con triste meraviglia che le mie ricerche danneggiavano gli interessi di chi non aveva minimamente intenzione di trovare una cura e, prima ancora, una diagnosi adeguata a questa patologia. Ad esempio, esiste in molti casi una strettissima correlazione tra l’autismo e le vaccinazioni: è una realtà estremamente grave che è stata nel tempo messa a tacere spostando la diagnosi autistica a dei fattori “x” che nessuno era in grado di prevedere. Ma non è così: certamente le vaccinazioni non sono l’unico fattore. Col mio centro di ricerca, affrontando problemi e ostruzionismi indicibili, siamo riusciti a scendere sempre più in profondità fino a stabilire degli assi fondamentali che orienteranno i nostri prossimi sforzi e che già hanno portato risultati prima impensabili. La diagnosi precoce della malattia resta un fattore decisivo: nessuno deve vergognarsi se il proprio figlio la contrae e soprattutto, per non confoderla con dei traumi infatili, faccia subito gli esami clinici. Occorre

che le famiglie facciano cordata comune perché i servizi sanitari locali sono ancora inadeguati e hanno conservato un approccio anacronistico, poiché lavorano ad una riabilitazione psicomotoria che può solo lenire gli effetti della malattia. Non certo curarli. Oggi dopo quasi 27 anni, con i fatti che mi stanno dando ragione, qualcosa sta cambiando. Ma in Italia siamo ancora piuttosto indietro.


14 L’idea controversa del sindaco di Controguerra. Una Zoning contro la prostituzione

“Chiusa per sesso proibito” di

Raul Ricci

Un vespaio di polemiche annunciato, fomentato dalla stampa locale, spesso gratuito. Le Zoning o Aree Franche per la prostituzione controllata, proposte in alcuni punti del territorio della Bonifica dal sindaco di Controguerra, Mauro Giovanni Scarpantonio, non hanno certo lasciato indifferenti i molti personaggi della politica locale che in più di una occasione hanno stentato a trovare una soluzione al problema di sistemazione delle “lucciole” e dei loro clienti. Il degrado al quale quotidianamente si assiste in qualsiasi ora del giorno e della notte lungo tutta l’area industriale può essere arginato da una semplice organizzazione di una zona franca (Zoning, appunto), che secondo un modello prettamente nord-europeo, impostato su aree denominate “rosse”, permetterebbe maggiore controllo e prevenzione del flusso continuo e spesso inafferrabile della prostituzione. “è ormai dall’ ottobre 2007 che il nostro Comune, primo nel centro Italia, ha attuato l’ordinanza di divieto di contrattazione di prestazioni sessuali all’interno del territorio, con l’obiettivo di penalizzare fortemente i clienti delle prostitute, con multe che partivano da un minimo di 25 ed arrivavano ad un massimo di 500 euro. Dal luglio 2008, il Ministro degli Interni Maroni ha recuperato le varie ordinanze esistenti e le ha integrate nel Pacchetto Sicurezza per poter permettere a tutti i Comuni di applicare la sanzione più alta, da noi subito messa in atto per calmierare il problema della prostituzione. Un mercato illegale a tutti gli effetti, che negli ultimi anni è però cambiato molto. Donne di varia nazionalità venivano in passato sfruttate, mentre ora, escludendo le ragazze di colore che continuano ad essere vittime di tratta, con le nuove ordinanze le prostitute pre-

feriscono praticare l’attività in appartamenti dove possono ottenere guadagni più vantaggiosi e, soprattutto, lavorare “in proprio”. In particolar modo le donne dell’est europeo e per le italiane. Quest’ultime rappresenterebbero un 9% del numero delle prostitute che esercitano. Purtroppo il problema principale rimangono le donne sfruttate di provenienza africana, che continuano a vivere ai bordi delle strade in condizioni igieniche intollerabili e che rappresentano l’ 80% del totale. Un problema al quale è molto difficile porre rimedio, visto che la mobilità di queste vere e proprie schiave del sesso le rende una mina vagante. Per qualche giorno esercitano qui, poi si spostano altrove. Oltre all’ordinanza esistente, un secondo strumento che stiamo applicando è quello del recupero del decoro ambientale della Bonifica, rimuovendo tutti i numerosi “isolotti” adibiti dalle prostitute a vere e proprie camere a cielo aperto. Altro strumento è quello della video-sorveglianza, che comprende l’istallazione di videocamere lungo tutta l’area che permette di carpire tutte le informazioni possibili riguardanti questo universo degradato, con una particolare attenzione al problema dei fuochi, piccoli roghi che le prostitute stesse innescano bruciando materiale che viene loro dato da clienti e da altri soggetti indefiniti che ruotano attorno a questo mondo. Sono molto favorevole, in un futuro prossimo, all’applicazione di Zoning specifiche. Se la fantomatica legge Merlin (del 1958 che rese fuorilegge le Case di

Tolleranza) prevede che prostituirsi non è reato, è pertanto giusto che questa attività venga contenuta e monitorata in aree protette. Ho proposto agli altri sindaci del territorio che venga scelta una zona dove la prostituzione sia tollerata e dove l’intervento delle forze dell’ordine si riduca semplicemente a un’attività di monitoraggio, senza applicare alcuna sanzione. Ritengo che ciò sia un passo fondamentale per potersi riappropriare di una zona ormai deteriorata quale è la Bonifica come già è stato in effetti fatto in passato nella zona di Mestre dal sindaco di Venezia, Massimo Cacciari”. Una proposta che molti altri sindaci hanno interpretato in modo errato. “La realtà è che questa dimensione è vicina a noi. Bisogna prenderne atto. Non ci si può continuare a coprire gli occhi per non vedere. Molti miei colleghi dovrebbero essere più realisti e meno bigotti; essere pratici ed affrontare un tema caldo come questo non significa necessariamente perdere la fiducia degli elettori. è l’occasione per contribuire ad eliminare quello che è un tabù ben radicato nel nostro Paese, per risolvere i problemi reali che ci si pongono quotidianamente di fronte. “ Zoning, case di tolleranza: proposte “chiuse” dal buonsenso italiano?


Campi di lucciole Si muovono silenziose, accattivanti, figlie di una disperazione celata dietro un trucco eccessivo e spesso irregolare. Sono le passeggiatrici che vendono l’amore con la naturalezza di chi offre un prodotto ben reclamizzato. Dietro di loro, il buio. Una zona d’ombra fitta che non lascia trapelare nulla del perché e del per come, rimanendo una incognita che incuriosisce, ma che è meglio non svelare. Avvicinarle è un paradosso esistenziale, per loro che svendono il proprio corpo per meno di 50 euro. Tentare di comunicare è trovare un muro di omertà. Perché in questo mondo al contrario è più lecito subire un abuso che denunciarne la bruttezza. “Voglio solo parlare”, e il mio biglietto da venti euro scivola tra le sue mani. “Alina, ucraina”, si presenta accendendosi una sigaretta. è bella, molto. Stento a credere che non usi il suo corpo in modo migliore. “Lo faccio perché è un’ottima fonte di reddito, come tutte le altre, d’altronde”. Una freddezza nel parlare di ciò che dista mille anni luce dalla morale e dalla logica più comuni. “La trafila è sempre la stessa: si arriva qui sempre tramite qualche aggancio, fino a trovare una sistemazione da qualche amica che, nella gran parte dei casi, è già nel giro. Dalla precarietà a questo lavoro il passo è breve. Almeno per me è andata così. Cosa pensi, che avrei accettato una semplice occupazione in una impresa di pulizie?”. Dove il lavoro è carente, la “strada”, o ciò che ne rimane, è la soluzione più adatta. “Lavoro poco o nulla in strada, se non in determinati giorni e in determinati orari e sempre con la mia macchina, così da poter eludere

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ogni controllo. Ricevo la maggior parte del tempo nel mio appartamento clienti che ormai conosco da un anno e che mi stimano. Molti di loro sono gentili, cortesi nei modi. Alcuni dicono di essere innamorati di me. è per questo motivo che per ora la mia condizione mi sta bene così. Senza alcuna ipocrisia, mi piace ciò che faccio”. Naturale sapere se la sua sia una condizione normale o se, come spesso accade di sentir raccontare, sia privilegiata rispetto a molte altre donne che battono il marciapiede. “Non conosco molte ragazze e sinceramente non ci tengo a farlo. So di per certo che gran parte lo fa per scelta personale e solo alcune sono protette. So di per certo che molte lo fanno come secondo lavoro, come fosse un part-time. Una mia amica italiana, per esempio madre di due bambini, ricopre da non molto tempo una normalissimo ruolo di infermiera presso il pronto soccorso di un ospedale della provincia di Teramo, senza per questo rinunciare a guadagni extra. Sono scelte incondizionate, da prendere o lasciare”. La dignità di una prostituta è discutibile, ma c’è, è palpabile. I sogni di una donna che è di tutti e di nessuno sono vivi nei suoi occhi. “Non voglio certo arrivare alla vecchiaia facendo questo. Ora sono giovane, ho 26 anni, ma conto di cambiare vita dopo aver messo da parte un po’ dei soldi che mi occorreranno per il mio futuro. Mi piacerebbe un domani lavorare in un’agenzia di viaggi e, perché no, innamorarmi, sposarmi ed avere dei figli. Ma questo, per ora, rimane solo un sogno nel cassetto ancora molto lontano”.


16 Manola Di Pasquale (Pd) a tutto campo

“Brucchi? Sindaco ecologista, ma fa il contrario” Di Gianni Chiodi, della politica, di elezioni e strategie invece dice…

di

Mira Carpineta

Avvocato, esponente importante del Pd teramano e regionale, presidente della commissione di Garanzia e Controllo del Comune di Teramo, già commissario del Consorzio Agrario, Manola Di Pasquale ha costruito la sua vita pubblica e privata con innegabile forza di volontà ed energia. Analizza lucidamente e senza perifrasi la situazione del suo partito, uscito più volte sconfitto dalle ultime consultazioni elettorali, sia nazionali che locali, ma difende con coerenza idee e le ragioni che la spingono ad investire il suo futuro politico nel centro sinistra. Spiega che, in realtà, “il Pd non è proprio la sinistra, ma la parte moderata dei popolari, che nel progetto iniziale doveva far convergere le forze di centro di tipo cattolico nello schieramento delle sinistre. è un partito di centro-sinistra, riformista, che ha all’interno queste due forze. è chiaro che non ha ancora superato la sua formazione. è un partito giovane che si sta costituendo attraverso dei contenuti, che ha bisogno di delineare posizioni chiare su argomenti come il lavoro, la ricerca, il welfare, l’ecologia ecc. , ma abbiamo ancora qualche anno per lavorare a un progetto di governo e definire un programma. Anche se il momento difficile che stiamo vivendo impone di accelerare i tempi.” Crede che si andrà ad elezioni anticipate? “No, almeno non subito, anche se a mio avviso questo governo non ce la farà a portare a termine il suo mandato. Le scelte che sta attuan-


do sono parziali e a favore solo di alcune categorie”. A proposito di scelte, come avvocato qual è la sua opinione sulla discussa legge contro le intercettazioni? “Ogni settore ha bisogno di regole, sono d’accordo quindi per una legge che ne regolamenti l’uso, ma è altrettanto importante che sia lasciato alla magistratura il potere decisionale, la quale deve essere tuttavia responsabilizzata per evitare l’uso improprio di questi strumenti. Tuttavia non si può pensare di conoscere il reato a priori, anzi è il contrario. Molte scoperte nelle indagini di mafia o in altri grandi casi di corruzione sono avvenute proprio attraverso l’intercettazione di colloqui che riguardavano piccole cose, a volte casuali, come controlli su carte di credito, usura, o casi non immediatamente e specificatamente riconducibili alla mafia. Senza l’utilizzo di queste tecniche investigative non è possibile quindi arrivare ad altre situazioni di reato. Certo vanno regolamentate, per evitarne un uso improprio. Per questo, non si può neanche impedirne la divulgazione giornalistica, perché molte indagini hanno inizio o sono positivamente coadiuvate proprio dai mass media. Le inchieste giornalistiche sono spesso alla base dello sviluppo di grandi approfondimenti giudiziari”. Tornando alla politica, Teramo ha una forte presenza nell’attuale governo regionale (un presidente e due assessori), nonché la Provincia e il Comune che fanno parte dello stesso schieramento. Siamo fortunati? “Provincia, Comune e Regione hanno la stessa amministrazione politica, ma in questo periodo di grave crisi, c’è un grande bisogno di persone estremamente preparate e in grado di capire e affrontare la situazione. Non tutti ne sono capaci. Qualcuno di buona volontà c’è, ma deve fare i conti con la mancanza di fondi, risorse, senza i quali è veramente molto difficile governare”. Cosa non le piace del sindaco Brucchi, e quale sua azione invece condivide? “Maurizio è una persona concreta e anche molto operativa. Il problema è che non ha

alla base una programmazione politica forte che lo aiuti a portare avanti progetti di lungo respiro. Non ha neanche un esecutivo in grado di aiutarlo adeguatamente. è molto preso a risolvere problemi contingenti, ma bisogna avere anche dei progetti a lungo termine, che diano la prospettiva della crescita economica, occupazionale, culturale del territorio. C’è, tuttavia, da dire che ha iniziato da poco. Gli riconosco la buona volontà e il senso di concretezza.” E del Governatore Chiodi? “Chiodi ha già una visione politica più a lungo termine, ma anche lui non ha a disposizione purtroppo mezzi adeguati per poter portare avanti delle strategie. Persona di grandi capacità, si è trovato a gestire improvvisamente una regione con grandi problematiche, dal punto di vista economico, sanitario, per non parlare del terremoto. è chiaro che senza esperienza tutto è più difficile. Soprattutto dare risposte nell’immediatezza”. Ha qualcosa da suggerire? “Partendo dal presupposto che amministrare è sempre molto difficile e le ricette non le ha nessuno, io sono per scelte progettuali di ampio respiro, proposte, idee da vedere realizzate. Un amministratore dovrebbe innanzitutto porsi la domanda: come vorrei che fosse la mia città? Cosa dovrebbe avere, quale caratteristica dovrebbe sviluppare? Dove? Perché? E quindi scegliere progetti e programmi per attuare tali idee, anche se per realizzarle ci volessero più anni. Poi le scelte possono essere condivisibili o meno, e la gente può esprimersi con il voto, a favore o contro. Faccio qualche esempio. Que-

sto sindaco ha una particolare attenzione all’ecologia. Allora se Teramo, a suo avviso, deve diventare una città ecologica, le scelte politiche, economiche e sociali devono tendere a quell’obiettivo e operare di conseguenza. Non si può pensare all’ecologia e a un termovalorizzatore. Non è coerente, o meglio non si vede un idea di città. Così come per il polo scolastico. Non si può pensare che la soluzione venga solo ed esclusivamente dal privato. Come lo vogliamo fare questo polo? O meglio questi poli? Al centro della città, uno verso la zona di Montorio, l’altro verso la periferia est? Prima di accogliere il privato, si deve avere ben chiaro in che modo e per quali ragioni tali scelte andranno a vantaggio della comunità”. E per quanto riguarda le sue scelte, com’è il suo bilancio, tra attività e passività? E i suoi progetti? “Ogni tanto nella mia vita mi fermo a fare dei bilanci, sia per valutare il lavoro professionale o politico svolto, sia quello che potrei ancora svolgere. Sono abbastanza soddisfatta di quello che ho realizzato, anche se non è stato facile, in campo professionale e politico, ma soprattutto nella famiglia, parte fondamentale della mia vita di donna e di mamma. Ho raggiunto risultati di cui sono molto soddisfatta, ho lavorato sodo, potrei rallentare i ritmi, ma sono una persona iperattiva e ho sempre tanti progetti in corso. In questo momento della mia vita vorrei dedicarmi alla mia crescita politica, una crescita soprattutto di contenuti, perché come dico spesso ultimamente “vorrei andare a fare le leggi”.


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De Paulis, avanti giovani Consigliere comunale a Teramo per il PdL traccia il suo percorso politico. Dal polo scolastico al traffico, dal commercio al nuovo teatro, passando per la Finanziaria di Tremonti di

Eletta Consigliere comunale nelle ultime elezioni, risultando la donna più votata della coalizione di centro-destra, Alessia De Paulis, 32 anni, teramana doc, laureata in Filosofia, vanta già una decennale attività politica che l’ha portata a raggiungere importanti successi. All’interno dell’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) è membro della Commissione Nazionale Politiche Giovanili e della Commissione Nazionale per la Pari Opportunità e membro dell’Ufficio di Presidenza e del Consiglio Nazionale. Di recente ha preso parte, a Taormina, alla II Assemblea Programmatica Nazionale di ANCI Giovane, la consulta nazionale dei giovani amministratori con una relazione sui rapporti tra Federalismo e amministrazioni locali. Si è trattato del più importante appuntamento per gli amministratori con meno di 35 anni operanti in tutti i Comuni italiani. In una due giorni di dibattiti ed incontri con i rappresentanti del mondo delle Istituzioni, dell’impresa, dell’associazionismo e della ricerca, l’obiettivo è stato di far emergere il mondo dei giovani impegnati attivamente nei Comuni e nei territori. Anci Giovane rappresenta gli oltre 27.000 under 35 consiglieri, assessori o sindaci presenti negli 8.000 comuni della Penisola. La nostra chiacchierata inizia da qui: Cosa è emerso da questo incontro? “La sensazione che ho provato e anche condiviso con i colleghi è che il giovane amministratore, appena eletto, si ritrova spesso da solo, magari perché non ancora pratico della materia amministrativa o perché senza una sufficiente maturità politica”. Secondo lei, i “senior” hanno fiducia nei giovani? “Per una questione di età ai giovani manca ovviamente l’esperienza, però d’altro canto sono più

Mira Carpineta

veloci. Nelle ultime amministrative si è avuto un totale cambio di rotta e la presenza, molto più numerosa, di giovani indica sicuramente una prova di fiducia”. Questo significa anche che si stanno riavvicinando alla politica dopo decenni di sfiducia e di abbandono? “Penso che viviamo un momento di stallo politico. C’è grande confusione e i giovani stanno approfittando dei vuoti per trovare un loro posto. Riescono ad inserirsi e a portare un nuovo entusiasmo, che nella seconda repubblica era quasi scomparso”. Che tipo di proposte fanno? “Di tutto in realtà, perché oggi è richiesta molta più preparazione, a prescindere dal livello culturale, e si spazia in tutti i campi. Mentre il politico di ieri si basava molto sulla dialettica, quello di oggi si deve basare sui fatti, sul pratico, sui dati reali, di conseguenza. Ciò che propone deve essere raggiungibile e anche in tempi relativamente brevi”. Come giovane amministratrice, cosa ne pensa del decreto Tremonti? “Un po’ di scontento c’è, ma c’era anche per la Finanziaria, nel momento in cui un comune deve tagliare, togliere dei servizi. L’Anci a questo proposito ha già avuto diversi incontri con il

Governo per mediare, definire queste direttive e per rispettare il patto di stabilità e devo dire che il Governo ha ascoltato. Poi ogni territorio ha le sue caratteristiche e di conseguenza le sue priorità. Noi per esempio, abbiamo dovuto privilegiare la ristrutturazione (post sisma) delle scuole già esistenti e accantonare per il momento il progetto del polo scolastico, anche se la voglia di farlo c’è. Per due motivi fondamentali: svuotare le scuole in centro


che non sono ottime né come struttura né come servizi.Sono edifici vecchi e non adeguabili alle norme attuali. Poi spostando le scuole in periferia per defluire il traffico dal centro, situazione difficile durante l’anno scolastico. Altra piaga il traffico… “Personalmente ritengo che una sola strada utilizzata sia per entrare che per uscire non sia più adatta ad assorbire il traffico cittadino. Inoltre l’ unica alternativa esistente, la tangenziale sopra Villa Mosca è poco usata, forse perché poco conosciuta, o forse perché noi teramani siamo anche poco abituati a utilizzare quello che non ci sembra comodo” . Il centro storico e i commercianti, l’eterna querelle: dalla chiusura alle auto alla concorrenza della grande distribuzione. “In ogni città d’Italia il centro è chiuso al traffico. Teramo non può fare eccezione. è una cosa a cui ci si deve rassegnare. Fatte salve le deroghe per il carico e lo scarico delle merci e altre esigenze particolari. C’è anche da dire che il mondo commerciale teramano ha visto nel Centro Gran Sasso solo un concorrente, cosa che io non approvo perché si dimentica che quel centro rappresenta una grande opportunità di posti di lavoro e per il quale le amministrazioni locali

hanno speso pochissimo. Non ci dimentichiamo che prima del Gran Sasso i teramani andavano a Colonnella. Invece così sia il lavoro che il movimento di denaro rimangono qui. Il centro storico dovrebbe caratterizzarsi per la qualità, l’eccellenza dei prodotti, in contrapposizione alla grande distribuzione, più a buon mercato e di qualità medio-bassa. I lavori artigianali, dal più semplice al più complesso, vanno salvaguardati per un fatto culturale, ma l’economia ha il suo peso e cosa fondamentale il consumatore deve poter scegliere, sia in qualità che in convenienza. Dovere del politico è garantire questa

scelta”. Cosa vuole fare “da grande”? “Credo di essere una persona molto disponibile all’ascolto, all’attenzione, quindi ad accogliere suggerimenti, proposte e progetti. In questo momento credo molto nel progetto del nuovo teatro, ma soprattutto vorrei portare avanti il discorso delle pari opportunità. Chi crede in questo, come me, deve costruire gli strumenti per permetterne l’accesso. è un campo che riguarda soprattutto la condizione femminile, ma in realtà può essere esteso a chiunque. Senza gli strumenti adeguati, che lo stato deve creare, questo squilibrio non è colmabile”.


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I.Z.S., la struttura che piace a Brunetta

Orgogliosi di far parte di uno Stato efficiente. è lo status che piace al ministro della Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta, quando disegna quella parte d’Italia che funziona, che va avanti ogni giorno nel segno della produttività, della soddisfazione dell’utente-cliente, della efficienza. è l’identikit dell’Istituto Zooprofilattico dell’Abruzzo e del Molise “G. Caporale”, Teramo. Che fino a ieri conoscevamo centro di eccellenza nella ricerca in campo veterinario, nella sicurezza alimentare, nella gestione dell’anagrafe animale, nella formazione. Da oggi ne ammiriamo il lato B, quello dell’apparato pubblico efficiente. Lo ha sancito Brunetta, lo ha confermato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Per il direttore dell’Istituto, Vincenzo Caporale, doppia razione di consensi e complimenti. Dapprima dal ministro, davanti alla platea del Forum-PA di Roma, per la consegna della ‘menzione speciale’, una tra i 37 migliori enti locali italiani del concorso “Premiamo i risultati”; poi al Quirinale, tra i primissimi tre per ritirare il “Premio dei Premi”. Insomma, se c’è una sani-

tà che in Abruzzo, prima ancora che in Italia, ha sempre funzionato con bilanci perfetti e nessun conto in rosso, questa è quella che si fa a Campo Boario e nelle altre sedi Izs tra Abruzzo e Molise. Oggi, è significativo apprendere che qui la scienza si accompagna a una macchina burocratico-amministrativa che funziona: lo Zooprofilattico “Caporale” è meritevole sotto il profilo del miglioramento del servizio e della soddisfazione dei clienti, della gestione e soddisfazione del personale, delle relazioni con quelli che in inglese vengono definiti gli stakeholders, i portatori di interessi. Questo si accompagna a una notevole riduzione dei costi. Ma c’è di più. Lo Stato, volendo assegnare all’Izs di Teramo il “Premio dei Premi”, ha inteso gratificare anche e soprattutto l’innovazione al servizio della pubblica amministrazione. Un concetto che da oltre due decenni è nel Dna di questo Istituto, il cui lavoro è teso al

raggiungimento di quei livelli qualitativi che usufruiscono delle nuove tecnologie per perfezionarne di nuove: «Siamo un Ente che risponde a chi paga le tasse e si serve dei nostri servizi – dice il direttore Vincenzo Caporale -. Lo siamo al punto tale che diventiamo un esempio in Italia di come si fa questo. Questa è la dimostrazione che noi non siamo semplicemente una torre d’avorio di scienziati un pò pazzerelloni. Noi siamo gente che fa sì, scienza, ma che mette poi la scienza a disposizione del cittadino che risponde alle esigenze che la società ha e i cittadini hanno». L’idea della competizione a cui si è sottoposto l’Izs, delle competenze e della qualità che ha messo in campo per centrare i due prestigiosi premi nazionali, viene dai numeri degli enti in corsa: oltre 700 pubbliche amministrazioni partecipanti, 295 piani di miglioramento riconosciuti, 195 citati con menzione, solo 37 selezionati come vincitori e premiati da Brunetta. Al Quirinale, l’8 giugno, c’erano soltanto tre università e tre pubbliche amministrazioni: una di queste è stato l’Istituto Zooprofilattico “G. Caporale”, Teramo, Abruzzo, di quella parte dell’Italia che funziona. Ufficio Stampa


“AIUTO, di

Daniela Palantrani

Storie di quartiere

SONO DEPRESSA”

Una giovane teramana racconta la sua odissea costellata di tentativi di suicidio e ricoveri in ospedale. Tentando di combattere un male insidioso e un’organizzazione sanitaria non sempre all’altezza della situazione. “Io sono malata, ho la depressione”. Inizia così la mia chiacchierata con Francesca, che abita a Colleatterrato, quartiere popoloso di Teramo. Non è il suo vero nome, naturalmente. Sguardo timido, sorriso appena accennato, una lucidità straordinaria nel dirmi che sta male. Accusa un malessere tanto comune quanto insidioso, difficile da curare, da negare e nascondere. Nei fatti, spesso, succede così. Francesca ha subìto molti ricoveri, diversi per tentato suicidio, due solo nello scorso anno, e lamenta la solitudine e le cose che non vanno nel reparto dell’ospedale di Teramo dove è stata ricoverata tante volte, mostra la cartella clinica. Racconta di solitudine, imbarazzo, quando in stanza per le visite entrano almeno otto persone, quattro tirocinanti, due medici del reparto e due infermieri, e le chiedono come sta. “Sfido chiunque, anche una persona non sofferente per questa malattia a rispondere sinceramente. Io vorrei parlare con un medico, magari il mio medico, anche solo In verità, la depressione è una malattia in tutto e per tutto. Più o meno grave, ma di certo non si sceglie. La dott.ssa Valeria Valiante, psicologa e psicoterapeuta, ci aiuta a capire cosa e come è la depressione. Spiegare un argomento così complesso non è semplice perché porta con sé vissuti di sofferenza, di fragilità, chiusura, impossibile da imprigionare in poche parole. Si può parlare di depressione esogena quando una persona si confronta con un evento doloroso, quale può essere un grave lutto. Un genitore, ad esempio, di fronte alla perdita di un figlio, può vivere un momento depressivo, passaggio ne-

dieci minuti, ma in privato. Potergli raccontare come sto davvero, non fare conferenza stampa. è imbarazzante, umiliante”. Distoglie lo sguardo, intenerisce, a me ha detto subito che sta male. Non ci sono altre sette persone nella stanza con noi. Racconta della finestra del bagno del reparto, al primo piano del nuovo lotto dell’ospedale, che non ha i vetri oscurati. “Ci tengo molto a questa cosa, andare di bagno di giorno, è brutto perché hai timore di essere vista, ma la notte è ancora peggio. Fuori non vedi nulla, e hai timore di essere scrutata”. Non è finita. Quando è ricoverata a Teramo, ha paura. “Non ci sono le videocamere, se qualcuno ti infastidisce. è un reparto misto, uomini e donne. Con ogni tipologia di malato, depressi, alcolizzati, tossicodipendenti, schizofrenici. La cosa più grave è che se una persona come me lamentasse delle molestie mi potrebbe essere risposto che non è vero, perché io tanto sono ‘matta’”.

cessario per immergersi nel dolore ed elaborare il lutto. In questo caso, anche senza l’uso di psicofarmaci, rivolgersi ad uno psicologo aiuta a trovare un modo diverso di vedere il problema, la chiave di lettura per elaborare quel forte dolore e ricominciare a vivere. Si può scegliere di affrontare ed entrare nel dolore considerandolo un elemento imprescindibile della vita, oppure si può rimanere in uno stato di malessere, congelando o negando le proprie emozioni. Guardarsi dentro e incontrare le proprie emozioni spesso inascoltate è un passaggio essenziale per la guarigione. La depressione endogena, inve-

ce, rimanda all’idea che in ogni tipo di malattia si possono individuare diversi fattori scatenanti: predisposizione ereditaria, difficoltà nell’ambiente familiare e, come sempre, un fattore scatenante. Di certo qui la situazione ha dei risvolti più complessi, che richiede un approccio sia terapeutico che farmacologico. Non è raro, in questi casi, trovarsi di fronte ad un tentativo di suicidio, indice, talvolta, di ricerca di attenzioni da parte della persona che soffre. Di chi? Un genitore, un compagno, dell’intera famiglia? Guarire è possibile, ma dipende, sempre, dalla volontà, dall’impegno e dal desiderio del paziente di mettersi in discussione.


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Pronto Soccorso by night Pensieri e parole, in attesa di...

di

Stasera ci sono capitato io. Partita a calcetto, 21.00-22.30, senza guardare in faccia pioggia e vento, finita con la classica “vecchietta” alla caviglia, in zona Cesarini. Fallo di frustrazione dell’idiota di turno, amico di un amico, altrimenti non si era in dieci per giocare. Ma chi diavolo l’aveva invitato? Ci mettiamo una croce sopra. Eccomi qua. Numero 406. Bollato come un quarto di bue, col mio malanno. La caviglia è già molto gonfia. Mi siedo buono buono nella sala d’aspetto. La caviglia fa male. Sono ancora sudato. Mi beccherò un bel raffreddore. TOILETTE. Entro. Mi sciacquo il viso. L’ambulanza è addormentata, e sembra un guscio vuoto di tartaruga. Si spera che niente debba accadere. Lo schermo della sala d’aspetto è spento. Anche gli sguardi delle persone sono spenti. Vedono tutto, ma non stanno guardando niente di particolare. Un signore quasi anziano è lì con la moglie. Mi sembra per un brutto taglio a una mano. O per un’ustione. Non si riesce a capire bene. UNA VOCE, femminile, dagli altoparlanti: “[crrrr...] 398 sala 2, 398 sala 2 [crrr... tup!]” Una persona si alza. È il suo turno. Va a passi veloci verso il corridoio del pron-

Vincenzo Lisciani Petrini

to soccorso. Ha anche paura: si vede. È normale. Gli altri restano immobili. Avevano sperato toccasse a loro. E invece... non si andrà a letto presto questa notte. Ripiomba il silenzio, quasi cloroformio. Ci si siede sopra la notte dei ricoverati. Si sente il respiro di quei malati, che dormono con orecchie di carta velina. Noi, qui al pronto soccorso, siamo solo ospiti tutto sommato sgraditi di questa notte, che non doveva appartenerci. Anche l’ospedale dovrebbe dormire la sua notte. Se ne sta con l’occhio semispento di un insonne. Tra poco sarà tardi. Mi sparo un caffè; è meglio. Ecco il distributore. Caffè, caffè. Cinquanta centesimi, la macchinetta dà il resto. Bene. Ci metto un euro. Bevanda in erogazione. Pronta. Finalmente. Nel dubbio di attendere, ogni secondo diventa decisivo. Altri entrano, nel frattempo. Qualche viso noto. Una mamma in fondo alla sala con la testa poggiata sulle mani. È distrutta dal sonno. Due fidanzati che si mormorano parole, frasi che si cimentano con vocaboli medici, che non appartengono loro. Ognuno cerca di rassicurare l’altro. Non sarà niente di grave, un’inezia, un piccolo infortunio. Ancora quella voce femminile sorprende la tranquillità di chi cominciava ad essere

incantato dal sorriso delle stanchezza: “[crrr...] 402 sala 1, 402 sala 1 [crrr... tup]” Si alza un anziano accompagnato dalla figlia. Cammina lentamente, come se fosse portato in braccio. Parla ad alta voce. La figlia gli risponde all’orecchio. Lui non capisce. Ripete con più calma, alzando leggermente la voce e scandendo di più. Ora il papà ha capito. Annuisce. Scompaiono insieme nel corridoio. La caviglia mi fa ancora più male, ma cerco di non pensarci. Dio santo quanto si è gonfiata... Tre colpi di tosse. In sottofondo, curioso, si sente quasi impercettibile il gracchiare telefonico di una connessione internet. Non si capisce da dove provenga. Ecco, ci mancava. Un cellulare che squilla. Un signore affretta i passi ed esce a rispondere. Sento la sua voce cupa: “Pronto? ... In ospedale...” che poi si dissolve. Dopo poco anche due signore escono. Vanno a fumarsi una sigaretta. Se ne aggiunge un’altra: fanno comunella e fumano con beatitudine. Tutto aiuta a far passare il tempo. “[crrrrr] 403 sala 2, 403 sala 2 [crr..tup!]!” Che noia. La notte per me è ancora lunga. Maledetto quell’idiota che mi ha sfasciato la caviglia.


“perSUB diventare uguali” Una Onlus per i diversamente abili amici del mare e degli abissi

di

Matteo Lupi

Nel mondo vivono milioni di persone con più o meno gravi forme di ritardo mentale e fisico, secondo le stime più recenti. Solo nella nostra nazione i numeri parlano di centinaia di migliaia di “portatori di handicap”. Nell’evidenza che molte di queste persone hanno la volontà, ma non sempre le possibilità, di poter vivere un’esistenza il più possibile ‘normale’, sono nate negli ultimi anni associazioni ed enti che hanno focalizzato il proprio operato sui cittadini diversamente abili. HSA Italia è una onlus che si occupa di attività subacquee per disabili proprio sulla base di questo principio. Nata all’ inizio degli anni ’80 in California, nel tentativo di ampliare esperienza avviate nel decennio precedente, l’HSA ha trovato in Aldo Torti l’ideale punto di appoggio per aprire una succursale nel Belpaese. Le difficoltà iniziali sono state superate dall’impeto degli organizzatori, i quali hanno dato prova delle loro abilità tra conoscenze tecniche e sentimento di solidarietà. A diretto contatto con l’acqua, tra lezioni teoriche ed emozionanti immersioni, un folto gruppo di esperti, tra cui tecnici, medici, terapisti, accompagnatori, volontari e supporter, preparano da oltre vent’anni centinaia di istruttori. I quali a loro volta, hanno ‘patentato’ moltissimi subacquei disabili. I brevetti riguardano attività con portatori dei diversi tipi di handicap, tra cui paraplegici, tetraplegici e non vedenti. Tutto ciò è possibile grazie al notevole livello di esperienza maturato con gli anni e ai sistemi didattici sempre in aggiornamento, che permettono di proporre lezioni aperte a gruppi di allievi eterogenei, quindi non solo disabili. Anche subacquei praticanti, assistenti e semplici appassionati che abbiano intenzione di allargare i propri orizzonti avviando un processo che stimoli all’integrazione. Un’ambizio-

ne importante, perseguita con professionalità e scrupolo. Ecco dunque i brevetti “Open Water” dove, come in ogni caso, la sicurezza dell’insegnamento è ampiamente garantita, “Dive Buddy” per chi vuole dare la possibilità ad amici e parenti con disabilità fisica di essere coinvolti nello sport subacqueo, fino al più specifico “Diving Vehicle”, che con tecnologia selezionata permette, previa completa preparazione, di superare il problema dello spostamento in acqua tramite veicoli a propulsione. In ognuno di questi casi è assicurato un assoluto divertimento. Ma HSA Italia è anche altro. Corsi di approfondimento ad esempio. Siete istruttori e intendete essere aggiornati su come è necessario comportarsi dentro e fuori l’acqua in presenza di disabili? Siete Aiutanti o Dive Masters (istruttori di guida subacquea) e siete disposti ad ampliare le capacità d’insegnamento? I corsi di formazione istruttori dell’ente sono adibiti proprio a questo. Perché mentre si affinano le proprie conoscenze nel campo dell’accompagnamento, viene data la possibilità di partecipare ad un’esperienza forte e sorprendente. In lezioni pratiche, con immersioni in mare aperto e a contatto con le situazioni più problematiche per ragazzi disabili, anche gli istruttori più smaliziati ricevono rinnovata linfa vitale per il loro mestiere e diventano Educatori Subacquei Specializzati. In conclusione, citiamo le parole del presidente dell’associazione, quel Aldo Torti che per primo ha creduto nel progetto: “Il mare è sempre diverso per ognuno di noi. Nelle emozioni, nelle sensazioni e nella sua immensa grandezza ci accoglie con i nostri pensieri più profondi. Le attività subacquee sono alla portata di tutti e ognuno può viverle in sicurezza, in relazione alla propria fisicità e autonomia”.


Calcio

Teramo un allenatore “DOC” di

è Rinaldo Cifaldi il nuovo allenatore del Teramo Calcio. La scelta, ormai nell’aria già da qualche settimana, ufficializzata nei giorni scorsi dalla società del presidente Campitelli, che non ha avuto esitazioni e lo ha preferito ad Aldo Ammazzalorso come guida dell’undici biancorosso nel prossimo campionato di serie D. Già durante la scorsa estate il nome del quarantanovenne tecnico teramano era stato accostato alla panchina del Diavolo, ma poi la scelta era caduta su Domenico Izzotti. A distanza di un anno, il “matrimonio” calcistico tra le parti stavolta è andato a buon fine, con reciproca soddisfazione. A cercare di riportare il Teramo nel calcio professionistico sarà dunque un allenatore sicuramente preparato, che conosce la categoria e ha già ottenuto, in passato, tre promozioni, tutte dall’Eccellenza alla serie D. Nato a Teramo nel 1961, dopo una carriera da giocatore iniziata nel settore giovanile biancorosso, proseguita nel Montorio e conclusa a Nepezzano, Cifaldi comincia ad allenare proprio nella squadra della frazione cittadina, dove prima si dedica al settore giovanile, quindi viene promosso sulla panchina della prima squadra, nella stagione 1997/98, in Promozione. Lo nota il Morro d’Oro, compagine che all’epoca militava in Eccellenza, e che decide di puntare su di lui. In riva al Vomano rimane per quattro campionati, dal 1998/99 al 2001/2002 e, dopo una prima annata già positiva, nella stagione 1999/2000, al secondo anno in biancorosso, compie l’impresa di ottenere il primo trionfo della sua carriera, con una formazione tutt’altro che favorita alla vigilia del torneo. Nei due anni successivi, in Serie D, il Morro d’Oro si conferma, conquistando in entrambi i campionati una salvezza tranquilla. Terminata l’esperienza morrese, Cifaldi si trasferisce nella Marsica, a Celano, dove debutta nel 2002/03, vincendo al primo colpo il secondo campionato di Eccellenza della sua carriera, e aggiudicandosi, nella stessa annata, anche

Dino Cardarelli

la Coppa Italia di categoria. Il trainer teramano resta alla guida dei biancazzurri anche nelle stagioni 2003/04 e 2004/2005, quando il Celano disputa ottimi tornei di serie D. L’esperienza celanese si conclude nel corso del campionato 2005/2006. L’anno dopo Cifaldi vive una parentesi breve ma intensa sempre in Eccellenza, a Notaresco, dove subentra in corsa, portando la squadra prima a qualificarsi per i playoff e poi a vincerli, nella finale unica dove una tripletta di Mario Orta permette ai rossoblu di superare 3-1 l’Hatria. Il sogno della serie D però si infrange agli spareggi nazionali, con la doppia sconfitta subita dai laziali del Genzano. A quel punto la carriera del neotecnico biancorosso prende il volo. La consacrazione definitiva arriva a Chieti, in una delle piazze più importanti della regione. In neroverde Cifaldi ripete l’impresa di Celano, vincendo l’Eccellenza al primo tentativo nella stagione 2006/2007. Nel successivo torneo di serie D resta sulla panchina teatina solo per poche giornate, prima di essere esonerato. L’ultima esperienza, in ordine di tempo, quella della stagione appena conclusa, a L’Aquila. Nel capoluogo, in una situazione molto difficile, soprattutto dal punto di vista logistico a causa del terremoto, Cifaldi porta la squadra a lottare per il vertice fino alle ultime giornate, concludendo comunque con la qualificazione ai playoff. Ora, questa nuova sfida, probabilmente la più affascinante, nella città che gli ha dato i natali e alla guida della squadra per la quale ha sempre tifato. Al suo fianco, nel nuovo staff tecnico, entrano anche Antonio Obbedio, che Cifaldi ha avuto a Chieti come giocatore, e va a ricoprire l’incarico di direttore sportivo, e Massimo D’Aprile, che sarà il Team Manager. Per quanto riguarda la squadra, i giocatori certi di rimanere sono Orta, Bolzan ed i fratelli Lenart. Possibile anche la conferma di Fiorotto, mentre per Taua sarà lo stesso Cifaldi a decidere, dopo essersi confrontato con l’attaccante caledoniano.


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Astrid Magnúsdóttir

L’ISLANDA è vicina il VULCANO anche Un docente universitario con sangue teramano nelle vene racconta un evento che ha sconvolto la vita e i programmi di tutti. “Così ho vissuto quei giorni”. La testimonianza di Astrid. di

Mentre il vulcano dal nome impronunciabile tace per il momento in Islanda, PrimaPagina ha “scovato” un teramano-genovese che vive da dodici anni nel paese dei ghiacciai e delle verdi distese. Impossibile non tentare una sorta di reportage tra Teramo e Akureyri, bella città nel nord del paese. In compagnia, dunque, di Giorgio Baruchello, professore alla Faculty of Humanities and Social Sciences University of Akureyri, e di Astrid Magnúsdóttir, islandese “doc”, responsabile della biblioteca nella stessa università. Anche se gli ultimi “rigurgiti” di cenere e vapore si vedono ancora, i nostri compagni di viaggio sperano – come tutti noi, del resto, che la montagna di ghiaccio e fuoco “si addormenti e non si risvegli nel prossimo futuro”. Eyjafjallajökull, con il suo improvviso “vomitare” sull’Europa, dopo quasi centonovant’anni, ci ha fatti incontrare. Tanto che l’Islanda ci appare più vicina. Quasi familiare. Soprattutto quando il prof. Baruchello rivela che, nato e cresciuto nel capoluogo ligure, ha

Tiziana Mattia*

“sangue abruzzese nelle vene”, poiché “gli avi del mio nonno materno, Severino Domenico Dolente - sottolinea - provenivano dalle campagne intorno a Teramo. In effetti, so per certo che la mia famiglia ha ancora dei contatti con i nostri lontani parenti in Abruzzo”. E se poi si inserisce Astrid che aggiunge di avere moltissime cose in comune con gli italiani, il cerchio si chiude. “Ricordo quando, alcuni anni fa, dopo un viaggio nel mio paese – racconta - un italiano disse che gli islandesi sono come la gente del sud d’Italia. Affettuosi, cordiali, passionali, molto legati alla famiglia. Al contrario di quanto pensava di noi islandesi, che riteneva freddi e chiusi in se stessi”. Insomma, danni ne ha fatti, indiscutibilmente, ‘sto vulcanaccio della malora”, ma ha aperto anche varchi insospettabili, tra montagne di cenere ed eruttazioni a distanza. Ma una scossa l’avrà pur data alla tranquilla vita degli abitanti di Akureyri (distante, peraltro, parecchi chilometri dal gigante di fuoco). “Fortunatamente, non ha intaccato il

nostro quotidiano – risponde Astrid -. Ad eccezione del fatto che il traffico aereo è stato molto più intenso, quando i voli internazionali sono stati dirottati all’aeroporto della nostra città. Non è stato piacevole sentire continuamente il rumore dei grandi jet sulla testa. Quelli che hanno avuto problemi sono stati soprattutto gli agricoltori che abitano vicino al vulcano. L’eruzione ha sicuramente modificato il loro modo di vivere. Ha colpito i terreni, gli allevamenti di bestiame. Alcuni contadini hanno addirittura abbandonato le loro campagne, e molti pastori hanno dovuto trasferire il gregge in altre parti del Paese. Alcune scuole sono rimaste chiuse e i ragazzi non hanno potuto più giocare fuori, come d’abitudine in questo periodo dell’anno. Le persone hanno dovuto anche indossare maschere protettive. La cenere ha coperto quasi tutto, e molti volontari hanno aiutato contadini e abitanti a toglierla”. E subito dopo arriva un appunto ai nostri mezzi di comunicazione. “Le notizie qui in Islanda - sotto-


linea Astrid - sono state più realistiche, rispetto a quanto riportato dalla stampa italiana e internazionale. Che ha insistito sul fatto che noi islandesi vivessimo un reale pericolo e che fosse davvero molto rischioso venire nel nostro Paese. Non è vero del tutto. Molte persone hanno cancellato i viaggi programmati in Islanda e le prenotazioni negli hotel sono scese notevolmente rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Per questo la Iceland Travel Board ha aperto un sito internet, www.inspiredbyiceland.com, per informare il mondo che è sicuro venire in Islanda, e per combattere i negativi effetti che il vulcano ha prodotto all’industria turistica del nostro paese”. Gli islandesi, secondo Astrid, davanti a fatti naturali consueti per il loro territorio, come i terremoti o le eruzioni dei vulcani, non hanno paura. “Siamo un po’ fatalisti – spiega-. Soprattutto i contadini dei quali ho molto rispetto. Sono forti e umili, ma questo evento ha sicuramente reso la vita difficile a molti di loro. Per questo il governo

sta stanziando degli aiuti, nonostante la crisi economica che attanaglia il paese dal 2008, dovuta allo sconquasso creato da tre banche privatizzate nel 2003”. Il prof. Baruchello, da docente di filosofia, ha idee ben precise sul concetto di “differenza” o “uguaglianza” tra popoli. “A parte il fatto che le necessità fondamentali delle persone sono identiche, dovunque uno vada, anche i loro desideri e i loro progetti di vita sono oramai simili, visto che l’organizzazione sociale e le strategie di mercato sono davvero globali. Certo, il caffé può essere corto o lungo, i cornetti quadrati o a triangolo, ma se uno gira per l’Europa, i vestiti, i locali alla moda, i film al cinema o le carriere professionali, solo per fare qualche esempio, sono sostanzialmente gli stessi. A differenziare davvero i paesi rimangono solo la lingua, gli edifici storici e qualche tradizione locale, difesa di solito per spirito identitario o perché piace tanto ai turisti. Se invece parliamo dell’Islanda come territorio e della sua natura, allora è dav-

vero un mondo a parte. La vegetazione, i paesaggi, i colori del cielo, il clima, la sparuta fauna delle valli coperte di muschi e di radi cespugli...”. Ma “fatalista” è anche questo gevovese-teramano che aggiunge subito: “Abitando in Islanda ci si abitua velocemente ai vulcani e ai terremoti. Fanno parte tanto della storia del paese quanto della sua quotidianità. Ai miei amici dico talvolta che l’esistenza in Islanda è un ‘memento mori’ ininterrotto, il che aiuta a capire meglio perché valga la pena vivere. Immagino che qualcosa di analogo sia diffuso tra tanti nostri connazionali in Campania, all’ombra del Vesuvio”. E sulle notizie catastrofiche che preannunciano già possibili cambiamenti climatici dopo quel lungo borbottìo dal nome impossibile, entrambi sono concordi. “No. Questa eruzione non è così massiccia. Certo, se ne seguissero a breve delle altre, di altri vulcani, allora qualcosa di più radicale potrebbe succedere. Per ora, a cambiare davvero il clima, ci pensano più le automobili che i vulcani!”


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In alto: Giorgio Baruchello In basso: i figli Kieran Logi e Lorenzo Kiljan

Nel paese che sostiene la famiglia e la parità dei sessi Giorgio Baruchello da Genova, ma con parenti teramani, vede cambiare la sua vita nel giro di pochi anni. E del tutto casualmente, come sovente accade. Dal progetto Erasmus che lo porta una prima volta in Islanda per migliorare l’inglese al ritorno in Italia per concludere gli studi in Filosofia, e poi di nuovo in giro per il mondo tra il Canada e l’Inghilterra. Sempre però con un filo sottilissimo, che lo lega a quella terra su nel nord dell’Europa, rappresentato da un professore dell’università di Reykjavík che gli offre saggi consigli di studio e approccio al mondo del lavoro. Finché, sette anni fa, sempre lo stesso professore, che intanto è diventato preside di una nuovissima facoltà universitaria, nel nord dell’Islanda, ad Akureyri, lo contatta e gli offre un contratto per un anno. Il lavoro è precario, ma è solo l’ inizio della carriera accademica. Sono oramai passati sette anni, in cui è progressivamente avanzato di ruolo, diventando l’anno scorso professore ordinario di filosofia. Nel frattempo, il vecchio professore e preside è tornato a Reykjavík. Baruchello è rimasto ad Akureyri, dove ha intenzione di rimanere. “Sempre che la crisi – precisa - non mi obblighi a emigrare nuovamente (la situazione è

talmente seria che in parlamento si discute se chiudere o meno delle intere università!)”. Il terremoto, da abruzzesi, come sa, l’abbiamo conosciuto ahinoi, con effetti talmente devastanti a L’Aquila e dintorni da parlarne ancora continuamente. Invece, mi sembra di capire, in Islanda la convivenza con certi fenomeni naturali sembra quasi quotidianità. In questo si sente islandese? “Forse, più che islandese, sono flemmatico... Non saprei. Devo però sottolineare il fatto che i terremoti, qui in Islanda, sono piuttosto frequenti e di intensità limitata. Inoltre, non ci sono molti centri urbani con edifici alti e vetusti, sicché i danni che i terremoti possono produrre, anche quelli più poderosi, sono relativi”. Sembra quasi che siamo noi a Sud a dare un rilievo notevole all’evento “vulcano in eruzione”. Tutti “provinciali” noi italiani? “Nel villaggio globale siamo tutti provinciali. Quello che succede in un altro paese viene ingigantito e distorto dai mezzi di comunicazione di massa, i quali puntano sul chi urla più forte nel tentativo di catturare l’attenzione del pubblico per il tempo che basta a propinargli la pubblicità pagata dagli inserzionisti. Mi dispiace essere così critico nei confronti del settore in cui lei opera, ma spesso i mezzi di informazione non informano granché”. Cosa


la spinge a restare in Islanda? “I tre fattori principali sono l’amore per questo paese, la stanchezza accumulata negli anni 1998-2003 (in cui ho cambiato il mio recapito postale undici o dodici volte) e l’assenza di alternative occupazionali credibili in un contesto di crisi internazionale”. è pur sempre meglio che tornare in Italia? “Sino a quando ci sarà il lavoro, e si tratta di un lavoro specialissimo e desiderato ardentemente che combacia con tutto il mio essere e mi definisce come persona, la qualità della vita di cui posso godere in Islanda è molto elevata. Potessi trovarlo in Italia, sarei disposto a trasferirmi, anche per essere più vicino ai miei genitori e prendermi cura di loro quando saranno anziani. Dovrebbe poi trovarlo anche mia moglie, un’affermata giurista scozzese che insegna pure lei in Islanda, perché non potrei certo chiederle di abbandonare la sua carriera solo per ritornare in Italia”. Ma dell’Italia cosa le manca? “Lasagne, pietre, e vino rosso. Le spiego. Le lasagne sono il piatto forte di mia nonna paterna: significano la famiglia. Le pietre sono le chiese e il centro storico di Genova, una meraviglia storica, architettonica e culturale. Il vino rosso, beh, è il vino rosso: in Italia se ne trova di ottimo a buon prezzo; qui in Islanda anche il peggiore costa un occhio della testa!” Ci racconti il quotidiano di un italiano (privilegiato, credo) che sceglie di “emigrare” - si fa per dire - al Nord. “Privilegiato eccome, perché ho realizzato in Islanda la mia vocazione professionale. Essere un filosofo è, per me, come essere un sacerdote. Per il resto, che dirle, ci si sveglia presto, tra le 6.00 e le 7.00, si portano i bambini all’asilo (il più grande, Kieran Logi, ha quasi 5 anni; il più piccolo, Lorenzo Kiljan, 2), si va a lavorare e, alle 16.00, si stacca e si riportano i bimbi a casa,

dove si cena attorno alle 17.30. Ecco, se c’è una cosa ‘particolare’, in questa quotidianità, è l’atteggiamento nei confronti dei bambini e, di conseguenza, dei padri. Ci si aspetta infatti che i padri si prendano tanta cura dei figli quanto le madri, per cui gli orari di lavoro sono molto più umani che in Italia o, visto che conosco quelle realtà, in Canada o in Gran Bretagna. Questo è un aspetto importante delle società nordiche e del loro impianto socialdemocratico. A differenza dei paesi in cui ci si aspetta che i padri lavorino come schiavi sino alle 20.00 e che le donne rinuncino a una carriera, o che la scelgano in alternativa alla maternità, nel Nord Europa si fanno politiche per la famiglia, tanto che i tassi di natalità sono ben più alti di quelli italiani e, ironicamente, la maggioranza dei figli nasca all’interno di coppie non sposate. Tutto ciò richiede un livello di fiscalità molto alto (e una lotta feroce all’evasione fiscale), una ridistribuzione del reddito che promuova una società più omogenea, nonché una cultura della parità dei sessi che, a dire il vero, qui in Islanda è stata ‘imposta’ dall’alto, copiando più o meno la legislazione norvegese e danese nel tentativo, riuscito, di far ‘progredire’ gli abitanti”. *Grazie a Mira Carpineta e alle sue…relazioni internazionali


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Quando il matrimonio finisce Un’associazione abruzzese aiuta i mariti rimasti soli. E poveri. di

Cristian Di Mariano

Un articolo del Corriere della Sera, di qualche mese fa, li descrive come i nuovi poveri della società italiana. Disperati, hanno perso tutto, si ritrovano a chiedere conforto e ospitalità alle mense della Caritas, e i sacerdoti si prendono cura di loro come fanno con i normali clochard. Stiamo parlando dei padri separati, uomini che una volta benestanti, ora sono costretti a vivere come un comune barbone, a causa di una vita coniugale evidentemente non troppo felice, e di un sistema giudiziario che va atrocemente a loro sfavore. In una situazione apparentemente così drammatica, quanto è diffuso il fenomeno dei padri separati in provincia di Teramo, o meglio ancora, in tutto l’Abruzzo? Lo abbiamo chiesto a Giacomo Rotoli, responsabile abruzzese dell’associazione “Papà Separati”, che da anni si occupa di offrire supporto ai padri, e di recente anche alle madri, che si trovano a dover affrontare tutte le problematiche che la separazione comporta. Rotoli racconta che solo di recente l’associazione ha ricominciato a funzionare normalmente, dal momento che, avendo sede a L’Aquila, il terremoto ha colpito anche loro. “Papà Separati” opera sul territorio ormai da dieci anni, aiutando non solo la provincia aquilana, ma tutto l’Abruzzo. “La situazione abruzzese è più o meno uguale al resto dell’Italia – afferma Rotoli -. Ci sono molti casi, è vero, ma il problema principale è la disinformazione. Ogni padre separato dovrebbe essere messo a conoscenza di una serie di informazioni utili che possono evitare loro di impelagarsi in un tritacarne legale, dal quale spesso escono distrutti. Ad esempio, non tutti sanno che le spese legali sono gratuite per chi ha un reddito particolarmente basso”. Poi continua: “I pa-

dri appena divisi si ritrovano ad affrontare una situazione critica. Improvvisamente non hanno più un tetto sulla testa, e sono costretti a ricominciare da capo, da soli. Inoltre, devono affrontare i limiti che le madri impongono a quello che è un loro sacrosanto diritto, ovvero quello di vedere i propri figli quando e come vogliono.” Tuttavia, le vittime di queste tristi storie, specifica Rotoli, non sono sempre gli uomini. Benché la legge italiana vada innegabilmente a favore delle donne, a volte a complicare le cose ci si mettono i padri stessi, che scappano via senza dare più notizie, e negando ogni genere di aiuto alla madre, che a quel punto si trova sola a gestire i figli della coppia. Come si può evitare che le cose degenerino in maniera irrevocabile? Il modo migliore, spiega Rotoli, è quello di usare il buon senso. Entrambe le parti lese della coppia farebbero meglio a risolvere la questione in maniera tranquilla e ragionata, dividendosi autonomamente i beni, il tempo con i figli e le spese legali, e, soprattutto, dando poco ascolto agli avvocati, che per puro tornaconto personale spesso finiscono per aggravare ulteriormente il rapporto tra moglie e marito.

Storia di un padre Trentanove anni, operaio, F.B. vive ad Alba Adriatica con due bellissime bambine, separato di recente con la procedura della “constatazione amichevole”. “Quando una coppia decide di sposarsi non ha la minima idea delle cose a cui si sta per andare incontro - racconta -. All’inizio sembra tutto rose e fiori, ma la convivenza e la condivisione di ogni cosa finisce per far scaturire i lati peggiori della gente, e quella persona per cui magari avresti dato tutto, può ad un certo punto risultarti insopportabile.” Spiega che la situazione aveva raggiunto la saturazione abbastanza in fretta, e invece di trascinarsi dietro una convivenza forzata, hanno deciso di comune accordo di mettere la parola fine al loro matrimonio. “Penso sia stato meglio così anche per le bambine – aggiunge -. è meglio che vivano un po’ con la madre e un po’ col padre, invece di stare sempre nel clima teso di una casa dove la coppia non va d’accordo”. Hanno deciso autonomamente come dividersi la casa, il tempo con le bambine, si sono rivolti ad un avvocato per gestire la parte legale e hanno diviso equamente le spese. Ha un’aria felice, racconta come trascorre le sue giornate tra il lavoro e le sue bambine, e come esca quasi tutte le sere, come faceva prima del matrimonio. Alla domanda se si è pentito delle sue scelte, risponde: “Non sono pentito di essermi separato, ma di essermi sposato nove anni fa, decisamente sì.”


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A Melbourne sulla via della fede Vita e avventura di una famiglia teramana con genitori e sei figli al seguito, lungo il cammino neocatecumenale. Con nel cuore i ricordi dell’Abruzzo, dei parenti e… della cucina. Paolo Muccini è un teramano di 38 anni, sposato con Grazia, padre di sei figli. Da quattro anni è andato a vivere, insieme a tutta la sua famiglia, a Melbourne, in Australia. Scelta dettata dalla fede profonda, scoperta a 13 anni, quando ha iniziato il cammino neocatecumenale, durante il quale ha conosciuto quella che sarebbe poi diventata sua moglie. Lo abbiamo contattato per conoscere meglio la sua storia. Cosa vi ha spinto a partire? “La gratitudine. Siamo sposati da 16 anni, con sei figli, ma abbiamo vissuto anche momenti difficili. Nei primi due anni di matrimonio sono nati tre bimbi, Anna Maria e, dopo un anno e mezzo, i gemelli Davide e Letizia. Questo ci ha spaventato sia dal punto di vista fisico, per mia moglie, che da quello economico. Abbiamo quindi deciso di distanziare le nascite e non voler altri figli. Ma il nostro matrimonio è andato in crisi perché avevamo tradito lo spirito della nostra vocazione, il dono reciproco in funzione della vita. è intervenuta la Chiesa, con il cammino neocatecumenale, che ci ha esortato a fidarci del

Signore, non con discorsi convincenti ma con la semplice vita della comunità, fatta di liturgie, eucarestia e comunione con i fratelli. Grazia è rimasta incinta di nuovo. Al quarto mese scopriamo che il bimbo che aspettiamo ha una malformazione: labiopalatoschisi, labbro e palato aperto. Ci consigliano più volte l’aborto, invece, sorprendentemente, questo evento è stato una benedizione. Andrea nasce con un cesareo d’urgenza, affronta 4 operazioni in 3 anni e in questo periodo io e mia moglie riscopriamo una comunione nuova. Ora che il bambino ha 7 anni non posso che confermare tutto ciò, è il più testardo della famiglia. Ci eravamo fidati del Signore e Lui non ci aveva traditi”. Perché proprio l’Australia? “La Chiesa aveva bisogno di una famiglia a Melbourne, ha chiesto la nostra disponibilità e noi abbiamo accettato. Il giorno del mio compleanno, il 12 gennaio 2006, in un incontro con altre 200 famiglie provenienti da tutto il mondo, Benedetto XVI ci ha inviato in Australia. Dopo Andrea, sono nati Simone e Benedetta, entrambi sanissimi, a conferma che Dio ci manda ciò di cui

Dino Cardarelli Daniela Palantrani

di e

abbiamo bisogno al momento giusto”. Come spiegherebbe ad un “profano” cosa è il cammino neocatecumenale e come ha cambiato la vostra vita? “Il cammino neocatecumenale è il posto dove ho conosciuto Dio, ho scoperto che si prende cura di noi e che di Lui ci si può fidare. E se non lo avessi visto concretamente, non avremmo avuto sei figli, non ne vorremmo altri e non avremmo lasciato tutto per andare in missione in Australia”. Come si svolgono le vostre giornate? “Cerchiamo di iniziare pregando insieme per avere la forza di affrontarle. In questo periodo poi sto facendo un corso professionale alla Swimburne University, mia moglie mi accompagna alla stazione alle 8 e prosegue per il giro delle scuole dei ragazzi. Dall’asilo alle elementari, fino alle superiori, per un giretto che, viste le distanze di Melbourne, dura un’ora e mezzo. Alle 16 siamo tutti a casa, compiti e verso le 18.30, secondo lo stile australiano, cena. Molto spesso usciamo di nuovo alle 19.30 per impegni di missione. Seguiamo due comunità neocatecumenali, abbiamo meeting per


preparazioni al battesimo o al matrimonio e seguiamo anche la pastorale dei ragazzi, spiegando loro le letture della messa. Il sabato mattina non c’è scuola, e la sera tutti insieme alla celebrazione della Eucarestia. La domenica lodi mattutine con tutta la famiglia che si riunisce e parla di ciò che è accaduto durante la settimana”. Ogni quanto tempo tornate in Italia? “Non c’è un tempo preciso, anche in questo ci affidiamo alla Provvidenza. Di solito cerchiamo di non far passare più di due anni senza tornare, per non perdere i contatti con parenti e fratelli della nostra comunità neocatecumenale in Italia, e anche per condividere con loro quello che stiamo vivendo. In quattro anni siamo tornati due volte”. Cosa vi manca dell’Italia? “Tutto. Parenti e amici, ma anche il cibo, unico al mondo. Molto anche la mentalità italiana, noi siamo molto più confusionari e disordinati degli anglosassoni, ma d’altro canto anche più aperti e socievoli. E anche il clima con le stagioni ben definite. A Melbourne c’è un proverbio che dice: ‘Non ti piace il tempo oggi? Aspetta due minuti… cambierà’. C’è una variabilità metereologica incredibile che ti porta ad avere quattro stagioni in una sola giornata. E questo a volte incide anche sull’umore”. Ci sono

altre famiglie italiane nella vostra zona? “Siamo in missione con un’altra famiglia, Lorenzo e Annalisa, di Treviso. Anche loro hanno sei figli, a Melbourne da 9 anni, e con un sacerdote indiano, fr. Sagay, di Madras, con noi da cinque anni”. Quali sono le difficoltà maggiori che avete affrontato in Australia? “La diversa mentalità. La società qui è molto chiusa e riservata. In Australia i tempi della giornata sono differenti, si lavora dalle 8 alle 17.30, non si fa pranzo e si cena alle 18. Normalmente i bambini vanno a letto alle 19.30, gli adulti alle 21.30. In Italia è tutto diverso, il pranzo è un luogo d’incontro per la famiglia, e dopo cena è possibile vedersi con gli amici. Altra difficoltà il dover ricominciare da capo, sia nella ricerca del lavoro che nell’imparare come funziona la società. In Australia poi tutto è al contrario: le stagioni, con il Natale d’estate e Pasqua in

autunno, la guida a sinistra, porte e rubinetti che si aprono all’inverso”. Consigliereste ad altri la vostra esperienza? “Consiglierei di andare in parrocchia e partecipare alle catechesi del Cammino Neocatecumenale. Per riscoprire Dio, non come giudice severo pronto a punirci ma come padre buono pronto ad aiutarci. La missione ci ha dato tantissimo, una forte intimità con il Signore, ma è soprattutto una chiamata. Magari non tutti sono chiamati a questo, o al sacerdozio, ma è importante riscoprire l’amore di Dio per noi. E questo il cammino lo può fare”.


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Irlanda, fra leggende e fantasmi Viaggio in una terra ricca di storie antichissime, misteri svelati tra le mura dei castelli. Dove anche un teramano si sente a casa. di

Vincenzo Castaldo

L’Irlanda è una terra magica, dove miti e leggende si confondono con la realtà. Sono tantissime le storie che tra una birra e l’altra è possibile ascoltare in qualche pub, mentre le live band animano la serata con canzoni folkloristiche. Molti Irlandesi attribuiscono alla passata presenza dei Druidi, i tanti fenomeni soprannaturali della loro terra. È così, che un italiano, residente a Dublino, seduto accanto a me al bancone di un noto locale, inizia il suo racconto sulle origini delle leggende irlandesi. I Druidi erano soliti sacrificare giovani vergini ai loro dei durante le cerimonie sacre. Furono maghi, giudici, medici, poeti, rappresentando la vera memoria storica di un popolo che non adoperava di fatto la scrittura. Come gli sciamani, i Druidi fungevano da intermediari fra gli uomini e gli spiriti silvestri, curavano i malati mediante l’alchimia delle piante, evocavano le tempeste, parlavano con gli animali e con le anime dell’aldilà, che, qualche volta, secondo la leggenda, riuscivano a restituire al mondo. Inoltre, seppi, dal racconto dell’amico, che questo popolo, sembra fosse riuscito a creare una comunicazione con un’altra dimensione, a noi invisibile. Ciò spiegherebbe la presenza dei tanti fantasmi che infestano questa terra. Eccomi allora pronto a partire per il mio Ghost Tour. Prima meta Malahide Castle, forse il castello irlandese più importante a livello storico. Nelle vicinanze di Dublino, secondo alcune voci, si dice sia abitato da cinque fantasmi, fra cui la dama Bianca che durante la visita, è possibile vedere ritratta in un quadro insieme ai suoi due figli. Nel castello la visita è blindatissima, due operatori seguono la cerchia ristretta di

turisti, affinché nessuno scatti fotografie. Nel salone principale viene mostrata una porticina. Tale passaggio, si dice, venga utilizzato dal fantasma di famiglia, Puck, apparso per l’ultima volta nel 1975. Ma il primato del castello più infestato d’Irlanda spetta al Leap Castle, che per la sua fama è stato oggetto di attenzione da parte di un programma televisivo americano, Ghost Hunters. Questo luogo tetro era una rocca degli O’Carrol (antico clan irlandese). Ha rappresentato, durante i secoli, una delle edificazioni militari più inespugnabili dell’intera isola. Sarebbe proprio a causa della sua storia, così brutale e sanguinaria, che è diventato, almeno secondo le testimonianze, sede propria di un terribile spirito, dei più impressionanti ed aggressivi. Stando alle testimonianze, non avrebbe una fisionomia precisa, sembra avere terrificanti occhi umani, color rosso fuoco, ed intorno alla sua figura buia, si materializzerebbero strani vapori e fumi che renderebbero ancor più indefinita la figura. Tutto intorno a sé, questo personaggio oscuro emanerebbe un profumo dolciastro. Si racconta che il fantasma apparterrebbe ad un prete, componente della famiglia degli O’Carroll, ucciso da un colpo di spada inferto da suo fratello, pretendente al trono, mentre celebrava una messa in quella che oggi viene chiamata “Cappella Maledetta”. Oltre alla cappella, nel castello, si trova un luogo ancora più funesto, la prigione dei sotterranei. I malcapitati venivano gettati nelle segrete tramite un’apertura nel pavimento. Lasciati cadere su degli spuntoni, nel caso in cui riuscissero ad evitare la morte istantanea, erano destinati a morire di fame, in mezzo ai cadaveri dei loro compagni di sventura. Si

racconta che alcuni operai, agli inizi del secolo ventesimo, mentre stavano ripulendo le prigioni, abbiano udito lamenti agghiaccianti provenire dalle segrete. Durante i lavori furono rinvenuti tre scheletri umani, diversi oggetti ed un orologio risalente al 1800, a testimonianza del fatto che l’uso di tali barbarie, fu perpetrato probabilmente fino al XIX secolo. Gnomi, fate, fantasmi, tutto in Irlanda sembra appartenere ad un mondo onirico e soprannaturale. Esistono però anche leggende che riguardano Santi della Chiesa Cattolica, come quella legata a San Patrizio. Si dice che questa terra fosse un tempo abitata da numerosi serpenti, finché San Patrizio giunse sull’isola e li gettò in mare, facendoli sparire per sempre (metafora del Cristianesimo che spazza via il paganesimo). Ed è proprio il Cristianesimo che accomuna gli Irlandesi al nostro popolo, che in Irlanda oltre a godere di paesaggi mozzafiato e di storia, si sente proprio come a casa sua, per la particolare e squisita accoglienza.


Breve reportage dal Giappone a cura di

Ropel

Turista non per caso L’avere un figlio che vive e lavora in Giappone mi ha dato e, ringraziando Iddio, continua a darmi, la possibilità di un viaggio, di norma annuale, in Oriente. Ecco, allora, l’ occasione di una particolare corrispondenza dall’estero, per i lettori di PrimaPagina, chiaramente precisando che, dovendo rispettare un ideale limite di spazio, si tratterà solo di qualche flash. Impressioni e/o riflessioni di un teramano che ama osservare, conoscere e - se possibile - dare uno ‘sguardo dietro la facciata’. Un improponibile parallelo con la nostra realtà italiana (teramana in particolare), scrivendo a ‘ruota libera’ su ciò che maggiormente mi ha colpito. Una prima curiosità: perché si dice “orientarsi”? Perché… tutto comincia dall’est (saggezza orientale), appunto. La prima impressione, lungo le strade, è data dalla totale assenza di qualsiasi buca o irregolarità nel fondo stradale, sia nelle arterie principali sia in quelle secondarie, quasi minu-

scole. Per terra (nota dolente per noi italiani) non c’è letteralmente un solo pezzetto di carta! Nel loro Dna non esiste un margine per compiere un gesto così disdicevole. Anche per starnutire si mettono da parte e portano la mascherina - se sono raffreddati - per rispetto degli altri. Di brutto, esteticamente, c’è che, alzando lo sguardo, si resta colpiti da una miriade di fili (elettrici e telefonici), tutti in alto e all’aperto per ragioni di sicurezza a causa dei frequenti terremoti. Per le strade le auto vanno piano (fuori città la velocità massima consentita è

Ecco come vengono vendute le mele: presentate in bella vista una per una, ma con certi prezzi!

Fuori la Chiesa (ma anche fuori luoghi pubblici) vano portaombrelli (con chiavetta di sicurezza);

di 80 km orari, anche in moltissime superstrade a due o tre corsie per senso di marcia.. È praticamente impossibile vedere in giro macchine tamponate o soltanto ammaccate. Se accade, non si va in giro, evidentemente! E, poi, sono

tutte pulite. Un’altra caratteristica “locale” è data dalla possibilità per i residenti di personalizzare la targa, scegliendo cioè un ‘proprio’ numero es. Con tanti 7 o 8 numeri fortunati. I pedoni, invece, corrono sempre. Con i loro passetti frequenti e quel senso, quasi tangibile, di far presto e bene, perché questo è il loro dovere. Ovviamente, tutti attraversano solo sulle strisce pedonali o con il semaforo verde. Non si parcheggia lungo le strade. Infatti, tranne limitatissime eccezioni, è severamente vietato fermarsi lungo le corsie stradali. Se necessario, lo si può fare negli spazi di fronte ad esercizi commerciali o nei parcheggi pubblici. È appena il caso di far presente che ci sono numerosissimi silos ove parcheggiare anche per meno di un’ora Se si acquista un’auto bisogna dimostrare di avere un proprio parcheggio (o dove si affitta un postoauto). Altro aspetto, all’apparenza incredibile, è dato dal fatto che - tranne che al centro di Tokjo e di Kyoto, antica e bella capitale - in Giappone le strade non sono denominate. Eppure la posta viene distribuita regolarmente! L’ovvio interesse a comprendere mi ha fatto scoprire che applicano un sistema, forse arcaico all’apparenza, ma evidentemente funzionale, di divisione della città per quartieri. Questi, a loro volta, per aree con precisi punti di riferimento e una serie di numeri per l’individuazione della sottozona, via e civico finale. Anche la corrispondenza, qui, viaggia sempre e con puntualità incredibile. Un esempio. Premesso che in Giap-


pone, se si vuole spedire un pacco è possibile farlo 24H/24H - senza alcuna eccezione per festività - a fine anno ci sono assunzioni straordinarie di pensionati (per 3 o 4 settimane al massimo) perché gli auguri per il nuovo anno devono essere recapitati tassativamente il 1° gennaio. Le persone sono sempre cortesi. Spesso sorridono. Come è stato rilevato, il comportamento dei giapponesi è molto formale, al punto che può venire il dubbio che ci sia qualcosa di falso. Non mi è sembrato proprio così, e poi spero si possa essere d’accordo con me: un sorriso non guasta mai e fa piacere ! è difficile che i giapponesi stringano amicizia profonda - anche tra di loro - ma sono portati alla solidarietà anche per piccole cose. Se un giapponese cambia casa è tenuto a una semplice “cerimonia di contatto” con chi abita nelle vicinanze della nuova residenza, offrendo dolci o regalini simbolici, come cortesia, ma ottenendo un concreto aiuto da tutti i colleghi di lavoro nel trasferirsi e sistemarsi nella nuova casa. Che è essenzialmente di due soli tipi. O un appartamento in un grattacielo - di solito realizzato al centro delle principali città o nelle nuove realtà direzionali - o una “villetta” monofamiliare.In verità ci sono pure brutti edifici a 8-10 piani, direi anonimi. I grattacieli, rigorosamente e veramente antisismici, sono realizzati con tecnologia ultramoderna. Le “villette” sono realtà minimaliste, di non più di 50 mq. Lo spazio maggiore è ‘l’area bagno/servizi’, con ambienti separati. I giapponesi usano farsi la doccia per poi rilassarsi in vasca da bagno. Tale “operazione” occupa un tempo lun-

Fuori moltissimi ristoranti, ci sono (in plastica a rilievo ed a colori) i piatti assolutamente identici a quelli serviti all’interno

Interno di una Chiesa cattolica (una rarità!) con testo di preghiere e canti proiettati sulle pareti

ghissimo, tutte le sere, e va avanti fino a tardi, a scapito del sonno. Il resto della casa ha l’essenziale. Pochissimi mobili, rari i “soprammobili”, una microcucina - di norma un piano cottura con al massimo tre fuochi -, la stanza da letto col ‘fouton’ (materasso molto basso poggiato sul pavimento). è alquanto facile adagiarvisi, non altrettanto alzarsi, specie per chi non è... smilzo! Per mia fortuna in Giappone sono ospitato da mio figlio che (buon sangue non mente) ha una casa - sotto tutti i profili - molto all’italiana. Il mangiare tutto sommato è buono, specie per il vero sushi o per la tempura (frittura). I trasporti risultano di un’efficienza e puntualità da mortificare tutte le “alta velocita’” nostrane; la sanità, onerosa ma valida, ha rimedi sempre light; la moda (tranne i giovanissiLa distanza tra edifici molto spesso è inferiore a 50 cm mi molto “occidentalizzati”) con le signore di qualsiasi età sempre curatissime, in ogni dettaglio, e gli uomini con scarpe sempre lucidissime, senza un granello di polvere. Svilupperò – al rientro in Italia - questi ed altri argomenti sul mio sito (www.quiteramo.it). Un arrivederci a presto, permettendomi di ricordare che se è bello ed interessante viaggiare, è tuttavia importante conoscere bene e valorizzare quello che di buono e di valido si ha nella propria città.


Creatore

di supereroi Disegnatore di fumetti per Marvel Comics. Dai banchi del Liceo Artistico di Teramo ai film nella “Mecca” del cinema. di

Mira Carpineta

Per le opere di Carmine Di Giandomenico: © Sergio Bonelli e Marvel Comics

Dai banchi del Liceo Artistico di Teramo a Hollywood, Los Angeles. Quattro ragazzi teramani, “come i moschettieri”, armati di sogni, di matite e tanta passione hanno conquistato il mondo disegnando fumetti e storyboards. Carmine Di Giandomenico racconta la fantastica avventura che lo ha portato, come i suoi amici e oggi colleghi, Adriano De Vincentis, Cristian de Mattheis e Cristiano Donzelli, a lavorare per il cinema e per le più importanti case editrici di fumetti del mondo. “La passione per il disegno e il fumetto, in particolare, inizia da giovanissimo. Indirizzo i miei studi in quella direzione frequentando il liceo artistico, ma all’epoca il fumetto era un tabu. Ancora oggi è un genere poco insegnato anche nelle scuole d’arte. Se qualcosa si muove è solo grazie a qualche insegnante più dinamico. Ho rinunciato all’università per proseguire da autodidatta. Quando ho iniziato c’era una sola scuola, a Roma e per me non era possibile frequentarla. Noi quattro passavamo i pomeriggi insieme a studiare questo tipo di linguaggio.” Perché di un vero e proprio linguaggio si tratta. Il fumetto utilizzato per alfabetizzare l’Italia, come le storiche strisce del

Corriere dei Piccoli. “Poi ognuno di noi ha preso strade diverse, Adriano e Cristiano sono andati in America a lavorare per il cinema, dove hanno partecipato a grandi produzioni hollywoodiane per la stesura degli storyboards di film come ‘Le crociate’ o ‘Gangs of New York’ . A quest’ultimo ho partecipato anch’io.” Ma la grande avventura di Carmine inizia sul web. Navigando sulla rete, alla ricerca del suo mondo fantastico, si imbatte nel blog di un personaggio importante del fumetto americano. “Era il sito dell’attuale direttore artistico della Marvel Comics, c’era anche un forum. Con il Google Translate (il traduttore del motore di ricerca) ho iniziato a lasciare dei commenti e qualche disegno. Dopo qualche mese ho ricevuto una mail in cui mi diceva che i miei disegni erano molto interessanti. All’inizio credevo fosse uno scherzo, allora ho chiesto aiuto a mia moglie e abbiamo risposto con un mail in inglese - perché solo con il google translate la cosa non era possibile - chiedendo eventuali critiche o pareri. Dopo sole tre ore mi è arrivata la risposta, mi invitava a inviare dell’altro materiale. In tre settimane è arrivato il contratto. Era il

2005. Gli americani investono molto nei settori artistici. Con loro ho iniziato una seconda gavetta, prima una piccola miniserie e poi ho collaborato con autori che avevo letto da bambino. L’ultimo lavoro in ordine di tempo è stato “Magneto Testament”, sulle origini del personaggio di Magneto della serie X-MEN, che in America ha avuto un grandissimo successo, tant’è che ci hanno fatto anche una lezione universitaria di storia. Un lavoro sull’angoscia che porta l’uomo ad odiare l’uomo. Un importante studio psicologico. Il film è di prossima uscita.” Carmine parla senza sosta del suo mondo fantastico, fatto anche di tanta tecnica e precisione, delle tipologie di fumetto, all’americana, molto centrato sulla fisicità e sul movimento, alla francese o all’italiana, con le differenze di sceneggiatura e di impaginazione. Spiega la funzione dello storyboard, nato per contenere i costi di produzione dei film, disegnando la scena da girare in modo da avere la visione dello spazio, delle posizioni degli attori e dei colori, così da non sprecare inutilmente la pellicola. Oggi lavora con la Marvel Comics. è stato il primo autore italiano di cui hanno accettato un’ idea: riscrivere le origini


del supereroe DareDevil, partendo dalla storia del padre. Il lavoro si intitola Battlin’Jack Murdock. Lavora in casa e si ritiene fortunato per questo, anche se occorre tanta autodisciplina e le sue giornate, e gran parte delle sue notti, sono trascorse alla

scrivania e al computer: “I disegnatori non fanno una grande vita sociale. A parte rare uscite, a volte necessarie, come fare la spesa o impegni familiari, sono sempre al lavoro. La tecnologia digitale ha velocizzato i tempi, ma ha reso possibile l’aumento del volume di lavoro da preparare in tempi sempre più stretti. Una prima fase, quella del bianco e nero rimane tuttora artigianale, fatta rigorosamente a mano. è un lavoro abbastanza complesso, bisogna entrare in sintonia con lo sceneggiatore, studiare la storia e coordinare l’idea artistica. Quando il fumetto arriva in edicola in realtà è stato disegnato l’anno prima”. Parliamo del futuro e gli occhi di Carmine si illuminano, perché nella sua vita sta per arrivare un’altra meravigliosa avventura: tra qualche giorno nascerà la sua bimba, Elena: “Io e mia moglie dovremo riorganizzarci. Magari attrezzerò il mio studio per

Classe 1973, Carmine Di Giandomenico è considerato uno tra gli autori di punta del panorama fumettistico italiano contemporaneo, noto al pubblico soprattutto come il creatore, insieme ad Alessandro Bilotta, del personaggio di Giulio Maraviglia, nonchè della sorprendente distopia de La Dottrina. Come disegnatore, esordisce nel mondo del fumetto disegnando la miniserie Examen, scritta da Daniele Brolli, opera che gli permette di farsi notare dall’editore Marvel Comics che gli commissiona un numero della serie Conan scritto da Chuck Dixon e pubblicato per il mercato spagnolo. Oltre ad avere collaborato come story-board artist per la televisione e per il cinema (con i registi Martin Scorsese, Tsui Hark e Sergio Rubini), ha progettato e realizzato l’architettura per la città virtuale su cui è strutturato il sito ufficiale del cantautore Claudio Baglioni. Nel 2004 ha esordito come autore completo con l’opera in 2 parti Oudeis, originale rilettura in chiave cyber-fantasy del personaggio omerico di Ulisse. Nel 2005 continua la splendida collaborazione insieme ad Alessandro BiIlotta e inizia la realizzazione di due serie francesi: la prima “Romano” per Glenat, e la seconda “La lande des Aviateurs” per Humanoides Assosies. Nel 2005/6 inizia la sua collaborazione con la Marvel Comics, con la quale collabora attivamente fino ad oggi.

accoglierla e le insegnerò a disegnare”. E infine il suo progetto, quello di cui è autore, sia dei disegni che dei testi, un personaggio Oudeius, ispirato a Ulisse e rivisto in chiave ciber – fantasy. Ma questa è un’altra storia…

Inizia con la miniserie Vegas scritto da Karl Kesel apparsa su amazing Fantasy 13-14 e prosegue con la realizzazione di una storia breve di Paladin insieme a Chris Kipiniak . Continua con due one-shot (il primo dedicato a Justice scritto da Peter David, il secondo Red Wolf sempre con Karl Kesel). Realizza anche due What if? il primo dedicato a Capitain America, insieme a Tony Bedard, editato nel dicembre 2005 e il secondo nel 2006 dedicato a Wolverine insieme a Jimmie Robinson. Nel 2007 inizia la realizzazione delle miniserie Battlin’ Jack Murdock che ripercorrono le origini del personaggio di Dare Devil dove oltre ad essere il disegnatore è anche “ideatore” della storia e “co-sceneggiatore” insieme a Zeb Wells, il “primo” Italiano ad ottenere un incarico così importante in Marvel. Tra il 2008 e il 2010 realizza la miniserie di 5 numeri Magneto testament che racconta per la prima volta le origini del personaggio mutante Magneto (scritta da Greg Pak), la miniserie Spider-man noir (scritta da David Hine) e Annual Invincible Ironman (scritta da Matt Fraction). Inoltre, sempre per la Marvel comics, una breve storia di Namor. Attualmente oltre a collaborare con le più prestigiose case editrici, è insegnante di anatomia in movimento presso la Scuola del Fumetto di Pescara.


La scrittura come

punto di partenza a cura di

Vincenzo Lisciani Petrini

Luci

della ribalta

Io non credo che si possa insegnare a scrivere delle storie importanti, belle, significative, ma credo che sia necessario, per me e chiunque voglia avvicinarsi alla sceneggiatura, imparare a canalizzare la propria energia creativa in un discorso che possa essere compreso da tutti. Questo si può insegnare ed è quello che ho cercato di imparare durante i due anni di corso di “Creazione e Produzione Fiction” del Centro Sperimentale di Cinematografia, sede Lombardia. Ho imparato a usare correttamente gli strumenti per poter rendere chiaro il mio discorso. Sottolineo “chiaro”. Per me il cinema si rivolge alla gente e deve tener conto della gente, non con superficialità, né con senso di superiorità, ma con affetto. Amo il cinema che riesce a divertire, far sognare e instillare un dubbio sulle proprie convinzioni esattamente in quest’ordine. Amo molto i film che circondano anche i personaggi più negativi della dignità di esseri umani; amo la commedia all’italiana, Takeshi Kitano, Ken Loach, un cinema che riflette

una realtà multiforme, anche violenta e cattiva, ma in cui ci si può ritagliare un angolo di magia o di calore umano per scaldarsi. Spero di essere tra i giovani che scriveranno il prossimo cinema italiano: quelli che non devono aver paura di sfidare, con le loro storie e i loro personaggi, i problemi del nostro tempo e del nostro paese, prendendoli di petto e costringendo lo spettatore a farci i conti. Tutto questo deve essere, però, comunicato con sincerità e padronanza del linguaggio, fuggendo la noia, la pesantezza moralistica, la convinzione di essere in possesso di una superiorità ideologica nei confronti della gente comune. Comunicare è sempre uno scambio; solo in questo modo il cinema, che sembra un mezzo di comunicazione univoco, può ricevere qualcosa dal suo pubblico, oltre a dare qualcosa. Questo è il cinema che vorrei scrivere. Scrivo. Forse la regia sarà un

punto di arrivo di questo percorso, non un punto di partenza. Scrivere è il mio punto di partenza. Penso che un bel film debba poggiare su una base forte e prima bisogna imparare a costruire delle fondamenta solide. Per questo motivo, nei miei studi universitari presso l’ Università “La Sapienza” di Roma, Corso di Laurea in Arti e Scienze dello Spettacolo, mi sono concentrato soprattutto sulla drammaturgia in tutte le sue applicazioni, compresa la serialità televisiva. La tesi di laurea che ho scritto nel 2007 riguarda convergenze e divergenze tra due serie televisive all’apparenza molto diverse tra loro: Twin Peaks e Desperate Housewives, analizzate sia dal punto di vista narrativo che visivo. Ho scelto di voler scrivere cinema e televisione anche perché mi permette di confrontarmi con un gruppo di persone che lavorano su uno stesso progetto, con diverse idee ed energie. L’esperienza


43 CHI è sul set che ho fatto, specie come assistente alla regia, è stata illuminante, come lo è stata la mia unica regia all’attivo: Verona – non giurare sulla luna è un musical teatrale, messo in scena da me e un gruppo di cantanti e attori al Teatro delle Muse di Roma nel 2004.

NOME: Davide COGNOME: Orsini SOPRANNOME: non lo dico STUDI: Liceo Classico “M. Delfico” (Teramo), Laurea in Arti e Scienze dello Spettacolo (Roma, La Sapienza) Centro Sperimentale di Cinematografia, sede Lombardia, Milano COLLABORAZIONI: co-autore di THE GREEN JOB con Alberto Cozzutto e Giacomo Gailli. Responsabile del casting e Assistente alla Regia di Francesco Amato per cortometraggi “Ma che ci faccio qui!” e “L’uomo più potente del mondo” PROSSIMI PROGETTI: stage presso una casa di produzione. Poi tornare a Roma, forse come editor di sceneggiature SOGNO NEL CASSETTO: scrivere per il cinema, che altro?! UN AGGETTIVO PER DESCRIVERSI: curioso, ottimista

E un confronto inaspettato e stimolante l’ho vissuto grazie agli studenti dell’ I.T.I.S. di Teramo. Nel 2008 e nel 2010 ho avuto il piacere di tenere un corso di quaranta ore sulla scrittura e l’analisi della narrazione cinematografica e televisiva. Il corso prevedeva poche ore di teoria propedeutiche a un’attività pratica di laboratorio, in cui gli allievi sono stati guidati nell’ideazione e produzione di un cortometraggio. I due prodotti realizzati dalla scuola ora partecipano a vari concorsi per corti: uno di loro è stato recentemente selezionato all’Efebocorto 2010 di Castelvetrano. Insegnare è stato un momento molto formativo della mia carriera e mi ha co-

stretto a confrontarmi con le mie competenze, la mia (poca) esperienza e un gruppo di ragazzi non sempre interessati. Creare qualcosa insieme, indicare una via e sostenerli nell’ideazione di qualcosa che fosse “loro” (e non “mio”) è stato bellissimo. Un’esperienza che spero di fare ancora, in futuro. Cinema e tv, questi i miei ambiti. Tuttavia la scrittura è qualcosa di variegato e spesso scrivo anche per altri generi e canali. Ho scritto un romanzo breve e qualche racconto, teatro, intrattenimento. Non ho ancora pubblicato (altrimenti lo sapreste), ma anche pubblicare è un punto d’arrivo, non di partenza. E io sono ancora sulla strada.


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Idella luoghi nostra terra

A passeggio per... Morro d’Oro


Morro d’Oro sorge su una bella collina del teramano, a m. 210 d’ altezza, tra le vallate dei fiumi Tordino e Vomano. Gode di uno splendido panorama che spazia a perdita d’occhio. Davanti si affaccia sul Mare Adriatico da cui vede sorgere il sole che, a sera, tramonta dietro al Gran Sasso d’ Italia. La vegetazione, favorita dal clima mite, é rigogliosa, i campi di grano, i vigneti e gli uliveti che scendono tutt’intorno, indorano il paesaggio e mutano colore seguendo il ritmo delle stagioni. La storia di Morro d’Oro è antica. Le sue origini risalgono al Medioevo VIII-X secolo, forse al periodo degli incastellamenti. Comunque il documento più remoto della sua esistenza in cui compare con il nome” Muro” risale al 1021, in un atto di donazione fatta al Monastero di Montecassino da Adelberto De Apruzio. In seguito, in altri passaggi, il toponimo diventa Murum o Morrum per poi arrivare all’attuale denominazione con l’aggiunta di “D’Oro” appunto per la fertilità dei terreni. Non a caso, quindi, lo stemma del Comune rappresenta al centro tre spighe di grano. Quel grano coltivato fin dai tempi passati, tanto prezioso da essere usato dai nostri avi come moneta sonante per pagare gli artigiani e fare donazioni alla Chiesa. I contadini morresi sono stati considerati da sempre esperti agricoltori e vinificatori ed oggi nel territorio comunale sono numerosi i frantoi e le aziende vinicole che producono con sistemi innovativi, olio di qualità extravergine DOP “Pretuziano delle Colline Teramane” e vino D.O.C.G. (denominazione di origine controllata garantita) Montepulciano d’Abruzzo delle Colline Teramane. Attualmente l’agricoltura si è trasformata da tradizionale ad artigianale-industriale ed è praticata con attrezzi meccanizzati; le colture selezionate di ortaggi e frutteti affiancano la produzione di cereali in genere. Proprio per non dimenticare le usanze e le tradizioni del passato, anche se non molto lontano, è stato allestito il Museo della Civiltà Contadina, delle Arti e Tradizioni Popolari. Fondato dal prof. Mario Martella, inaugurato nel 1984, oggi conta innumerevoli oggetti, più di 300, di uso quotidiano o artigianale e strumenti agricoli che la stessa popolazione ha donato. è possibile visitarlo anche virtualmente attraverso internet. La cucina tradizionale teramana, preparata in ogni famiglia morrese dalle ottime cuoche, si può gustare anche nei molteplici luoghi di ristoro e agriturismi di cui il territorio comunale è ricco.


46 Non rimangono molte tracce dell’antico castello. Spicca ancora la torre a pianta quadrata che insieme al bastione appartiene alla tipologia dei manufatti di difesa dell’area teramana dei secoli XIV e XV.

Al centro del paese si trova la chiesa di San Salvatore, in stile gotico risalente all’inizio del Trecento come proprietà dei duchi di Acquaviva. Conserva all’interno tele del Regazzini, altari lignei ed una suggestiva Madonna in cotto del 1500. Il complesso attualmente è in restauro. Perfettamente conservata nella struttura originaria è, invece, l’Abazia di Santa Maria di Propezzano. In stile romano-gotico, sorge sul luogo dove, secondo la tradizione, apparve la Madonna il 10 maggio del 715. Bellissimo il portale in pietra del Trecento detto Porta Santa. L’attiguo convento ha un grande chiostro quadrangolare con pozzo in mezzo e lunette affrescate del Seicento, mentre nel refettorio gli affreschi del Qattrocento illustrano la storia della fondazione. Tuttavia per poter ammirare tali bellezze è necessaria una espressa richiesta poichè la struttiura è aperta solo il giorno dell’Ascensione e il 10 Maggio. Il convento di Sant’Antonio, fuori dal paese, probabilmente è stato fondato in uno dei tre

passaggi di San Francesco d’Assisi in Abruzzo (1215,1220 e 1225). Abbandonato per lunghi anni dopo la soppressione napoleonica, oggi è stato ristrutturato dal proprietario e se ne possono ammirare delle parti interne ed esterne.


49 Mountain bike Escursionismo

Trekking

Parco avventura Scialpinismo


50 Michele Scarano, cantautore e poeta teramano, presenta al pubblico il suo primo album “Il mendicante laureato”

“La strada è la mia scuola” di

Da certi incontri non sai mai cosa aspettarti. È inutile. Con gli artisti non puoi usare troppo mestiere per intervistare e la diffidenza fa parte del gioco. Michele Scarano, cantautore siculo-abruzzese, sta per presentare il suo primo disco, evento ancora in via di definizione. Per prima cosa, quasi di rito, dimmi qualcosa sulla tua poetica… “Quello che cerco di fare è dedicato prima di tutto alle persone, soprattutto le più umili e le più fragili. Da loro sento una costante poesia che viene fuori e ti sorprende. La strada è la mia vita. Mi piace raccontare storie di strada, intesa anche come cammino di vita. E raccontare a volte può voler dire denunciare, denunciare ingiustizie e soprusi. Spesso, se vuoi scrivere di cose vere, devi per forza andare contro quelle istituzioni che non conoscono il rispetto e

Vincenzo Lisciani Petrini

l’umanità. Di questo scrivo. La mia musica parla di questo.” Il tuo album si intitola “Il mendicante laureato”. Chi è questo personaggio e a chi ti sei ispirato? “Credo sia la parabola dei giorni nostri. La difficoltà di trovare lavoro, la facilità di perderlo dopo averlo ottenuto. Mi è sembrato che questo tema, prettamente sociale, contenesse in verità tutta la condizione esistenziale dell’uomo di oggi. Sempre in bilico e prigioniero di un nemico che non vedrà mai in faccia. A chi mi sono ispirato? Be’, ai laureati di oggi, ovviamente. No, scherzo. Anche se in parte è vero. C’è stato un fatto di cronaca che mi ha colpito molto: dei ragazzi che picchiarono e arsero vivo un mendicante, a Roma, ex insegnante di scuola. Mi chiesi da cosa potesse nascere un simile odio. Dalle risposte e dal dolore di quel fatto è nata la canzone che dà il titolo anche all’album.” Allora ci mettiamo ad ascoltare insieme alcuni brani del disco. Scorrono rapidamente le tracce Il mendicante laureato, Il respiro del mondo, Ci sarai, Denise (dedicata proprio a Denise Pipitone, “ma non è nel disco”, dice Michele). Gli dico che mi piacciono molto, senza scherzare, senza buonismo, ma la diffidenza - un po’ la stessa di prima - lo spinge a precisare: “Guarda che non mi offendo se mi dici che non ti piacciono!” Gli spiego perché mi sono piaciute: sonorità semplici e molto evocative, che spaziano da ballate melodiche a ritmi cubani e gitani. Parole profonde, cercate

senza intaccare il senso metrico e senza creare assonanze insensate. Insomma. un prodotto maturo sia musicalmente che poeticamente, che piace e dice molto di questo nostro mondo che cammina sempre più per conto suo. Cosa pensi dei cantautori di oggi? “Ce ne sono molti di bravissimi, ma nessuno li conosce. Attualmente si assiste al triste spopolare del commerciale più becero, in cui sono incappati anche i cantautori di vecchia generazione, che stanno scrivendo poco e male, fidandosi del loro nome. Altri cercano di portare avanti un discorso diverso, ma non è facile. Mancano spazi e soldi. Ma soprattutto manca libertà… e quando manca libertà, si vive nella paura. E nessuno vuole saperne di novità”. Tornando al disco: fai tutto da solo o qualcuno ti aiuta? “Ci tengo a dire che il disco è autoprodotto: è stata una bella fatica, credimi. Tuttavia non ho fatto tutto da solo. La musica la scrivo io, necessariamente. Mio figlio Manuel cura invece gli arrangiamenti insieme ad un compositore di Siena, Alessandro Pieroni. I testi sono tutti miei, a parte alcune collaborazioni che ho fatto con lo scrittore spagnolo Juan Mari Montes. Io lavoro nella musica da quando andavo alla scuola media. Ora che ho qualche anno in più… vivo ormai solo per questo. Ho scritto centinaia di canzoni, tutto da solo.” Come mai solo adesso pubblichi un tuo album? “Bella domanda. Forse perché solo adesso mi sono sentito veramente maturo per farlo. Ma alla fine questo momento è arrivato: spero che sia un lavoro apprezzato.” è ora di salutarsi. Qualche parola di congedo e una calorosa stretta di mano. Michele monta a bordo della sua macchina, una station wagon che gli fa anche da ufficio e qualche volta, se necessario, anche da casa. Lo saluto da lontano. “Il mendicante laureato”, ripenso. Bel titolo. Quasi quasi me lo compro.


A Teramo selezioni per la prima classe del Coreutico al “M.Delfico”. I protagonisti raccontano…

LICEO PER DANZARE di

Nasceranno anche a Teramo le future stelle della danza. Dal prossimo anno partiranno infatti, all’interno del Convitto Nazionale “M. Delfico”, i corsi del Liceo Coreutico, unica scuola del genere in Abruzzo e tra le cinque sole sedi italiane (le altre sono Genova, Busto Arsizio, Udine e Roma). Si tratta di una delle scuole secondarie di secondo grado introdotte dalla riforma Gelmini, all’interno della quale i ragazzi potranno dedicarsi sia allo studio delle materie tradizionali, quali ad esempio Storia, Matematica, e Letteratura Italiana, che di quelle coreutiche, legate cioè alla danza e alla musica. Grande la soddisfazione del Rettore del Convitto, Sergio Centinaro, per la possibilità di far partire proprio a Teramo questo nuovo corso di studi: “La mia soddisfazione è enorme – ci dice –. Proprio pochi giorni fa ho partecipato ad una riunione del ministero, a Roma, nella quale si è parlato di questo argomento. C’è un grande interesse nei confronti del Liceo Coreutico, e sicuramente, per la nostra città, si tratta di una opportunità di grande prestigio”. Centinaro descrive le peculiarità di questa nuova scuola e le prospettive future per gli studenti che ne usciranno: “Ci saranno 18 ore settimanali dedicate alle materie tradizionali, alle quali si aggiungeranno 14 ore per le discipline coreutiche. Al termine dei cinque anni i ragazzi avranno molti sbocchi lavorativi o potranno iscriversi alle varie facoltà universitarie, in quanto avranno acquisito una preparazione completa”. A seguire gli allievi della scuola nel corso

Dino Cardarelli

degli studi docenti dell’Accademia Nazionale della Danza di Roma, con cui il Rettore del Convitto ha stipulato una sorta di convenzione. E proprio due insegnanti di questa Accademia, Giovanna Greco e Manuela Cerreto, sono state le selezionatrici dei ragazzi nella prova di ammissione che si è svolta lo scorso 27 maggio. “La particolarità di questo nuovo liceo – spiega la professoressa Greco, docente di Tecnica della Danza Classica, così come la Cerreto – è che, alle comuni materie curriculari, si affiancano 12 ore di una disciplina tecnica quale la danza, una novità assoluta per le scuole di secondo grado, mentre a livello di scuola media esisteva già la sezione musicale. Per frequentare questo liceo occorrono una buona preparazione tecnica e classica, idoneità fisica e attitudine alla danza. Gli sbocchi professionali – prosegue la Greco – sono molteplici: chi uscirà da questo corso potrà partecipare a concor-

si nazionali ed internazionali, ad audizioni nelle compagnie teatrali in Italia e all’estero, o anche dedicarsi alla storia del teatro e della danza”. Gli aspiranti liceali, in larga maggioranza ragazze, provenienti dal Teramano, ma anche da fuori provincia e dal resto d’Italia, sono apparsi tutti piuttosto emozionati, e pochi di loro hanno voluto parlare prima della prova che avrebbe deciso il loro futuro. Tra queste Greta, che è partita da San Paolo di Civitate, in provincia di Foggia, per inseguire il suo sogno: “Amo la danza e mi sono iscritta a questa scuola perché voglio continuare a praticarla. La danza ormai è parte di me. Ho scelto Teramo perché qui potrò anche continuare a studiare”. Lara arriva invece dalla provincia di Napoli: “Il mio obiettivo è quello di diventare una ballerina, mi piace danzare ed è per questo che ho scelto di provare ad entrare in questa scuola. Ho deciso di venire a Teramo perché mi sembrava una buona scuola ed anche perché era la più vicina a me. Appena sono arrivata ed ho visto l’insegna del liceo coreutico mi sono emozionata. Spero di realizzare il mio sogno”. Tra i pochi maschi presenti, Davide, di San Marco in Lamis, provincia di Foggia: “Mi piace la danza sin da quando ero piccolo. Adesso sto provando in varie scuole per vedere se riesco ad entrare in qualcuna. Ho scelto Teramo perché è comoda, grazie a questo liceo. Il mio sogno è quello di fare qualcosa che riguardi la danza, anche se non dovessi diventare un grande ballerino”.


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Redazionale

Electric Power srl, energia all’avanguardia Electric Power srl, ditta all’avanguardia nel nostro territorio, è attiva dal 1978, ed è una delle prime aziende in Italia ad occuparsi di robotica sperimentale. Prende il nome del fondatore Patrizio Paterna e si specializza in impianti elettrici e tecnologici, allarmi, automazione e condizionamento, sia nel campo civile che industriale. Solo anni dopo, con l’entrata dei figli Alessandro e Andrea nell’ azienda, quest’ ultima cambierà nome in Electric Power srl, e si orienterà verso nuove tecnologie, come le energie alternative e rinnovabili. Nel territorio teramano, ha già messo in opera ben 61 impianti fotovoltaici, su commessa di privati, aziende ed enti. Fornisce assistenza dal progetto alla consulenza per gli incentivi, alla finitura dell’impianto, avvalendosi della preziosa collaborazione della ditta Coenergy, e del dott. Fabrizio Biondi. Il risultato garantisce un impianto in grado di produrre utili, sfruttando non il calore, ma soltanto la luce del sole. L’Abruzzo, in questo senso, gode di una posizione geografica ottimale. La ditta Electric Power srl installa impianti fotovoltaici di diverse tipologie e tecnologie in base alle varie strutture come industrie, capannoni ar-

tigianali, aziende agricole, abitazioni civili, terreni, serre ecc., avvalendosi di personale qualificato per lo studio e lo sviluppo di nuovi sistemi di energie pulite. Come funziona un impianto fotovoltaico? I pannelli fotovoltaici generano corrente continua quando vengono esposti alla luce, la corrente continua va nell’inverter che la trasforma in corrente alternata (quella che usiamo quotidianamente nelle nostre case). Perché investire in un impianto? In tempo di crisi economica bisogna fare i passi giusti, non rischiare e risparmiare dove possibile. La bolletta energetica ha raggiunto livelli assurdi, e continuerà inevitabilmente ad aumentare. Ma alla fine del tunnel c’è una “luce” fornita dalle energie rinnovabili. È un investimento che, grazie agli incentivi, permette di abbattere i costi per un’energia verde e tra qualche anno, di guadagnare dal proprio impianto. Grazie al basso tasso di interesse oggi sono ancora più convenienti, anzi sono a costo zero. Le migliori referenze di Electric Power srl sono serietà, personale qualificato, e utilizzo di materiale di alta qualità.

Il Comune di Crognaleto Presenta: IV° Concorso di Poesia “diVerso in Verso”

di Carina Spurio

Parco Culturale 18/08/2010 h:16:00 Nerito di Crognaleto incontra i Poeti

“I Poeti vivono per sciogliere i silenzi delle attese in attesa di niente. Di notte s’aggirano tra le macerie del plesso solare e sui percorsi senza bussola. Sobbalzano davanti ai tronchi spezzati dal dolore, slogandosi caviglie immaginarie. Scendere dentro sé raramente è dolce. Tra polveri antiche e cimiteri personali, capita di incrociare una coda di cometa che ispira una sillaba che illumina tutti i nostri ieri come una nuova alba da vivere.”

La rassegna letteraria, organizzata dal Comune di Crognaleto, ha lo scopo di presentare, dopo una selezione, le opere poetiche degli autori partecipanti. L’interazione culturale si prefigge di individuare i poeti presenti sul territorio e andare oltre la conoscenza astratta, elaborando un’esperienza conoscitiva che miri al contatto reale tra autore e pubblico, per conservare e rendere visibile la cultura locale restituendo alla comunità il frutto dell’ingegno dell’artista. Il progetto, riservato a tutti gli autori, intende rappresentare un momento di incontro, al fine di dare una maggiore visibilità e di conseguenza una maggiore diffusione alle opere letterarie degli stessi, percorrendo il sentiero culturale già intrapreso negli anni scorsi al fine di incentivare la creatività artistica. REGOLAMENTO E BANDO DI CONCORSO

Art 1. La partecipazione al concorso è aperta a tutti i cittadini italiani e stranieri residenti in Italia. Art 2. Una Poesia (a tema libero) che non superi i 25 versi. Art 3. La partecipazione è assolutamente gratuita.

Art 4 L’ opera dovrà essere inviata entro e non oltre il 20 Luglio 2010 alla seguente e-mail : carina.spurio@gmail.com Art 5. Il Materiale inviato non sarà restituito e l’organizzazione si riserva di divulgare opere, con ogni mezzo pubblicitario, nulla è dovuto all’autore, pur garantendo la citazione dell’autore medesimo .

Art 6. I Poeti vincitori saranno avvisati tramite l’indirizzo di posta elettronica indicato nella scheda di partecipazione. I Poeti esclusi o non vincitori saranno invitati alla cerimonia di premiazione. Art 7. Non sono previsti rimborsi in denaro, spese viaggi e pernottamento. Art 8. Ai Poeti classificati saranno assegnati i seguenti premi: Trofei e attestati di merito


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Pallanuoto

La ASD Olimpia Nuoto Teramo conquista la promozione. Exploit del “settebello” aprutino, guidato da Stefano Pompei, e del suo presidente, Gianfranco Careddu

di

Dino Cardarelli

La pallanuoto teramana approda, per la prima volta nella sua storia, in serie C. Un risultato che ha tutto il sapore dell’impresa, ed è stato ottenuto, tra mille difficoltà, dalla ASD Olimpia Nuoto Teramo. Il merito principale di questo exploit va al presidente del sodalizio aprutino, Gianfranco Careddu, che, a fine 2005, in un momento nel quale la pallanuoto sembrava sul punto di sparire, ha deciso di prendere in mano il club, insieme ad un ristretto gruppo di amici e collaboratori spinti dalla passione per questo sport. Rilanciandolo alla grande, fino ad aggiudicarsi in questa stagione il campionato di Promozione Abruzzo-Marche, quello che un tempo si chiamava Serie D. è stata una vera e propria cavalcata trionfale, cominciata a febbraio e conclusasi a fine maggio, quella dei ragazzi guidati da Stefano Pompei, che hanno vinto 10 delle 12 partite giocate, perdendone appena 2, tra le quali l’ultima, ormai ininfluente, proprio nella giornata conclusiva, a giochi ormai fatti. La partita decisiva, che ha sancito il trionfo dell’Olimpia Teramo, era stata infatti la penultima, quella contro gli storici rivali del Roseto, giocata il 22 maggio nella piscina di Ascoli Piceno, sede degli incontri casalinghi per il “settebello” teramano, visto che in città non esiste una piscina omologata per la disputa delle partite di campionato. Di fronte ad un pubblico particolarmente numeroso e caloroso, Ricci e compagni, avendo vinto la partita d’andata con 7 gol di vantaggio, avrebbero potuto anche accontentarsi di un pareggio, per poter brindare alla promozione. Invece, senza fare calcoli, i biancorossi hanno preferito non concedere sconti ai “cugini”, aggiudicandosi il match 13-11, al termine di una

“C andiamo” contesa dura, equilibrata e combattuta, come è giusto che sia quando la posta in palio è così importante. Logico quindi che a fine gara sia esplosa incontenibile la festa dei ragazzi teramani, che hanno indossato una maglietta con scritto “C andiamo” e si sono poi lasciati andare ad una giustificata gioia. Grazie a loro infatti, anche la pallanuoto si distingue come uno degli sport nei quali Teramo brilla. Tutto questo nonostante i tanti problemi ai quali la società deve far fronte, primo fra tutti la mancanza di impianti. La squadra di Pompei per allenarsi a Teramo, nel corso della settimana, è costretta ad utilizzare la piscina dei tuffi, larga 10 metri per 10, nella quale è molto difficile “far stare” contemporaneamente tutti i giocatori. Ciò rende assai complicato provare schemi o tattiche. Nonostante questo, però, in città la passione per la pallanuoto è cresciuta esponenzialmente, e a dimostrarlo ci sono i numeri dei tesserati. Oltre alla prima squadra, infatti, l’ASD Olimpia Nuoto Teramo può contare anche su circa 50 ragazzi del settore giovanile, che partecipano ai vari campionati di categoria. Un patrimonio importante, che bisognerà cercare di valorizzare ulteriormente nei prossimi anni. In questo senso toccherà anche alle istituzioni cittadine cercare di essere vicine alla società. Anche in vista dell’impegno

nella categoria superiore, che comporterà sicuramente un maggiore sacrificio a livello economico. Ma soprattutto, appare necessario provare a risolvere finalmente il cronico problema dell’inadeguatezza degli impianti cittadini. Intanto il sindaco Brucchi, lo scorso 7 giugno, ha ricevuto in Comune l’intera squadra, che è stata premiata per lo storico traguardo appena raggiunto. La rosa completa dell’Asd Olimpia Teramo: Daniele Alesii, Antonio Astolfi, Remo Biocca, Dario Celani, Alessandro Coccagna, Gianni Cruciani, Mirko D’Ettorre, Andrea Di Cola, Michele Di Francesco, Fabio Di Giangiacomo, Agostino Di Marcantonio, Augusto Francesco D’Intino, Tiziano Di Sabatino, Massimo La Barbera, Federico Lapa, Alessandro Lelii, Davide Lunetti, Davide Malizia, Patrizio Mascitti, Lorenzo Pallotta, Raul Ricci, Luigi Sassi, Ermanno Sciarra, Stefano Scipioni, Dario Traini.

foto Fabio Careddu


Alla ribalta nel segno del Rally Grande successo di pubblico per il 19° Rally di Teramo. L’evento, organizzato dall’Automobile Club di Teramo e dal Team Essetech, mai come quest’anno ha offerto spettacolo a tutti gli appassionati delle quattro ruote. A vincere è stato ancora una volta il pilota di casa, Alfredo De Dominicis, giunto alla quarta affermazione della carriera in questa competizione. Un successo mai in discussione, quello di “Dedo”, che, alla guida della Peugeot 207 S2000, in coppia con il navigatore Massimo Daddoveri, ha chiuso con il tempo finale di 34’55.4, precedendo di 45 secondi Tonino Di Cosimo, che correva su Ford Fiesta S2000, mentre l’altro teramano, Umberto Fiorile, anche lui a bordo di una Peugeot 207 S2000, è salito sul gradino più basso del podio, classificandosi ad oltre un minuto dal vincitore. “Vincere nuovamente il Rally di Teramo mi ha dato molta soddisfazione – è stato il commento di De Dominicis –. Sono riuscito ad aggiudicarmi tutte le prove con grandi distacchi, nonostante avessi di fronte avversari molto validi e competitivi, a cominciare da Di Cosimo. Inoltre non era facile per me tornare al successo in una gara su asfalto, visto che negli ultimi due anni avevo gareggiato solo su

terra. Non era scontato tornare a correre su strada e ottenere subito la vittoria, che perciò assume ancora più valore”. Oltre a correrlo, il pilota teramano si è anche occupato personalmente di molti aspetti del rally: “Sono stato io a volere la prova speciale del Palascapriano, l’attraversamento di alcuni paesi della provincia quali Canzano e Notaresco, o anche la presenza di led luminosi al palco della partenza, novità assoluta per un rally. Tutte queste novità hanno suscitato grande interesse da parte del pubblico, in

di

Dino Cardarelli

particolare la speciale di Scapriano, visto che di solito non capita mai che una prova simile venga fatta a poche centinaia di metri dal centro della città. In questo modo, anche le persone che solitamente non si interessano a queste competizioni, sono state spinte dalla curiosità e hanno assiepato le strade cittadine. A questo – prosegue Dedo – si è aggiunta la presenza di molte emittenti radiofoniche e televisive che hanno ripreso le immagini della gara per poi farle rivedere al pubblico”. Importante è stato poi il contributo delle istituzioni: “Devo dire grazie – spiega ancora De Dominicis – sia al comune che alla provincia di Teramo, che hanno risposto in maniera egregia, dando al rally il giusto spazio e permettendo di portare nel centro cittadino, in Piazza Martiri, la partenza, l’arrivo e i box”. Archiviato l’impegno teramano, la stagione prosegue con altri appuntamenti significativi: “Attualmente sono terzo nel campionato italiano – conclude De Dominicis - Il prossimo impegno sarà quello del Rally di Sardegna, gara che vale sia come prova per il titolo tricolore che per il campionato mondiale IRC. Nella prima settimana di luglio sarò invece di scena sulle strade di San Marino”.


Teramo - Ostiamare,

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quaterna con promozione

TABELLINI: Teramo:Grilli,Marcangeli,Catto,D’Aprile,Arnoni,Cia rrocchi,Cannellini(21’ s.t. Di Giustino),D’Angelo,Di Giuseppe,Ruffini(21’ s.t. Amelii),Tortora. All.:Aldo Ammazzalorso Ostiamare: Lafuenti,Mastellone,Buttaro,Di Battista,Migliorini(1° st Romani),Falessi(30° st Del Ca nuto),Madocci,Carruba,Boncori,Petrolati,Bechini All.: D’Avelio

Arbitro: Anzalone di Palermo Reti: 6° Tortora,19° D’Angelo,35° pt e 20° st Di Giuseppe Note: 2600 spettatori circa

Biancorosso3

grande tifoso biancorosso, che ancora oggi ricordiamo con affetto, “Teschione”, che aveva dato tutto per il Teramo e per Teramo che erano le sue grandi passioni.

Amarcord

“La quaterna all’Ostiamare regala la matematica promozione..” cosi titolava il quotidiano Il Centro del 18 Aprile 1994. Con una grande prova in campo e sugli spalti il Teramo torna a calcare i campi professionistici dell’allora C2. Tre i turni di anticipo rispetto alla fine del campionato all’arrivo della matematica… e il Teramo di Ammazzalorso che continuerà ad allenare i biancorossi fino al 1996 si aggiudica il Gir. F di CND, toccando quota 53 punti sui 62 disponibili. Grande festa in città, invasione di campo con bandiere e caroselli in strada fino a notte inoltrata. Questa era Teramo dopo la tanto attesa promozione, una Teramo appassionata di calcio. A caldo, subito dopo la vittoria queste le parole di alcuni personaggi di spicco: Ammazzalorso: “Resterò” Mentre il presidente Cerulli Irelli prometteva: “Andremo lontano” Tra i migliori giocatori di quella cavalcata sicuramente dobbiamo menzionare Fabrizio Grilli, saracinesca biancorossa sempre pronto e d’aiuto per la causa, Massimo D’Aprile, allora ancora assai giovane, e due nomi ancor più importanti, Ruffini e Tortora. Però alla festa si unì anche il dolore per la scomparsa di un

fansteramoblog@gmail.com


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Quando la crisi è di… moda Dalle griffe più in voga al recupero della tradizione. Per ritrovare noi stessi, e soprattutto il nostro passato. di

Sergio Matalucci

è stridente sentire che la felicità e la gaiezza della moda si risolvano in sogni dai toni sempre più cupi, con la luce che si spegne sulle avventure di case di moda e di stilisti. Gli inquirenti londinesi hanno concluso – riferisce la Bbc – che lo stilista britannico Alexander McQueen, morto l’11 febbraio 2010, si è impiccato dopo un mix di cocaina, tranquillizzanti e sonniferi. Lo stilista, che a soli 20 anni si trasferì a Milano per lavorare con Romeo Gigli, era un genio della moda, un uomo capace di creare con i suoi abiti ambientazioni e sogni, di riuscire nella missione di rendere ancora più appariscente Lady Gaga – ne curò il video tormentone Bad Romance – e di muovere con la sua griffe un cospicuo giro d’affari. Se si considera il commissariamento della IT holding e il suo finanziamento in pool del valore di 60,6 milioni di euro, garantito dallo Stato, il fallimento della Mariella Burani Family Holding dello scorso 9 aprile e le indagini per bancarotta fraudolenta su Walter Burani e figli, le crisi economiche di altri celebri case di moda e la riduzione drastica delle spese per feste, allestimenti e per il personale – lo scorso ottobre Reuters dà notizia di circa il taglio di circa un quarto del personale mondiale di Versace e di 200 posti temporanei da parte di Chanel – è difficile pensare che il mondo della moda mantenga l’aurea magica e favolosa degli anni ’80. Soprattutto pensando che spesso le case di moda non sono più sogni, ma vere proprie aziende, con annesse strategie di marketing e con gli immancabili processi e le immancabili cause (Milkcrate che fa causa a Nike con l’accusa di aver lanciato una linea di sneaker che ricorda il proprio marchio di fabbrica). A livello economico la crisi si è fatta sentire per tutti. “Nessuna organizzazione può permettersi di continuare così, specialmente considerando le prospettive nel 2010”, aveva detto pochi mesi fa, in un’intervista a Reuters, Giangiacomo Ferraris, amministratore delegato da luglio 2009 di Versace. Alcuni segnali di ripresa si sono fatti sentire questi primi mesi del 2010, la crescita delle vendite di Hermes, Prada e di Gucci nel primo trimestre dell’anno ne sono un esempio. I colossi della moda francese sono stati capaci di generare congiuntamente un fatturato di circa 35 miliardi di euro, ovvero circa il

doppio del Prodotto Interno Lordo dell’Islanda, e superiore al Pil del Kenya, paese con oltre 30 milioni di abitanti. è comunque difficile pensare che anche i risultati economici positivi possano da soli cambiare qualcosa. Come riferito da diversi analisti ed esperti del settore, Milano è e rimarrà sicuramente il quartier generale della moda italiana, e per alcuni versi di quella mondiale, mantenendo la leadership dei prodotti commerciali per l’uso quotidiano dell’uomo e della donna. Ma è un bene o un male? Le griffe stanno comunque perdendo clienti nei confronti di marchi più economici che ugualmente regalano sogni momentanei come H&M, Zara o Mango, e questo non è detto che non sia un incentivo. Ma come faranno a resistere alla tristezza che fa fuori i designer più illuminati? La parola moda, che deriva dal latino modus, è quindi una maniera, una misura, un modo. A questo punto resta da capire quale modo sia. Speriamo soltanto non la tendenza al poco rispetto di se stessi – la giovane Allegra Versace è un esempio di anoressia non troppo rassicurante –, e speriamo che le brutture di queste tendenze non vengano emulate da noi, persone comuni. E a questo punto ci si potrebbe magari semplicemente rifare alla tradizione, mangiando i cagionetti, e rispolverando anche i ferri della mamma o della nonna, per crearci un mondo forse più calmo, personale e voluto. Da noi però. E non da qualche mito che venderà migliaia di capi costosi, ma che non si sa quanta voglia abbia di continuare a vivere una vita fatta di lustrini ormai con poca luce. Lo stilista “sopraffatto dal dolore” McQueen si è tolto la vita e magari lui, con il suo sacrificio, potrebbe aiutarci a ricordare chi siamo veramente. Detto questo, ben vengano anche la marca e la griffe. Basta però che siano piene di luce, la nostra luce. E come dice l’autrice di libri sulla moda Linda Grant, “con stile si nasce, e lo si cresce”. Grant ha scritto “qualsiasi cosa indossi, Victoria Beckham non è sexy … e Scarlett Johansson lo è sempre”. Guardiamoci un attimo dentro, e poi decidiamo, ma sempre ricordandoci allegramente chi siamo.


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Nutrizione e benessere,

un problema

di

Paolo De Cristofaro *

Salute

Il rapporto tra nutrizione e benessere è molto intrigante perché la cosiddetta “società del benessere” sta sviluppando un malessere crescente proprio nei confronti del cibo di cui non ci si fida più, come una volta, e che al di là dell’aspetto accattivante e seduttivo è visto anche come invasivo, tossico e ingrassante, tanto da istituzionalizzare la cultura della dieta, della disintossicazione e della catarsi. A ciò si aggiunge il paradosso che, a dispetto di una società ipercompetitiva ed edonistica, in cui contano molto sia l’immagine che la ricerca di una qualità di vita sempre più soddisfacente, si è sviluppata una società lipofoba, che produce sempre più obesi. Ma mal li sopporta, tanto da presentare per riflesso una patologia del comportamento alimentare in crescita e altrettanto preoccupante. Perché tanti obesi, perfino nell’infanzia? H. Bruch afferma che molti bambini e ragazzi grassi temono di dimagrire. L’accumulo di grasso non è solo la conseguenza passiva di un bilancio energetico positivo, bensì esprime l’immagine interiore di quello che il bambino inconsciamente vuole essere. “Quel gran peso gli dà sicurezza e forza; l’adipe per lui è il muro che lo ripara dalle minacce esterne e il mangiare è per lui l’unico modo di esercitare l’aggressività”. In questi bambini al riparo e rassegnati dietro a un muro di grasso c’è un fantasma che vince le sue battaglie, cercando cibo da ingurgitare e distruggere, mentre ci si ritira dalle lotte quotidiane della vita. La stessa cosa avviene anche negli adulti, ma la soluzione non è nel limitare un corpo affamato e divorato da desideri. Preoccupiamoci, invece, di nutrire bene il nostro pensiero, proteggendoci dall’eccesso di informazione, e cercando di approfondire solo ciò che vediamo positivamente collegato alla nostra capacità espressiva e creativa. Il

corpo verrà dietro. A seguito della perdita della saggezza alimentare (complice l’informazione alimentare), al di là di un apparente conformismo alimentare è evidente la non condivisione o addirittura la disapprovazione del modello affermatosi, per cui ne risalta tutta l’estraneità e la precarietà. è forte la constatazione che la cucina non è fatta di solo cibo, ma ci si nutre anche attraverso la condivisione emotiva di storia, valori, arte, pittura, musica, poesia, attualità, senza trascurare il rapporto di continuità con la naturalità degli ingredienti. Esiste un cibo che nutre il corpo, un cibo che nutre la mente, un cibo che nutre il sogno, un cibo che nutre l’amore, un non cibo che elude e smaterializza il corpo. Il cibo inappropriato lo paghiamo in termini di malessere psicofisico, di mancanza di energia corporea, di apertura mentale, di creatività e di capacità comunicativa. Purtroppo, quando non si conosce il corpo lo si mette a dieta, ma la dieta dura poco. “La cucina dietetica è come il sesso senza orgasmo”. Non deve sorprendere se le informazioni sull’alimentazione corretta sono spesso confuse e confondenti per i consumatori, segno evidente del sottile malessere del nostro tempo in cui, a causa della nostra sempre maggiore difficoltà di discernimento, ci troviamo spesso sottomessi alla tossicità dell’informazione. Al contrario, il benessere, secondo la bellissima definizione di Holford è livello costante, evidente ed elevato di energia, desiderio di mantenere la forma fisica e consapevolezza di cosa sia utile al nostro corpo, di cosa migliori la salute, e di quali siano le necessità e le priorità in un dato momento. Per dar forza alle mie argomentazioni sfrutterò l’equivoco grammaticale del filosofo Feuerbach: “Ille est quod ille est”. La frase si può tradurre sia con “egli è ciò che è”, sia con “egli è ciò che mangia”, confermando che il benessere è nel saper rappresentare ed esprimere ciò che si è. Attraverso una sana alimentazione. *Responsabile Centro Regionale di Fisiopatologia della Nutrizione ASL Teramo Consulente Nuova Ricerca di Rimini


Crescere cantando

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A Nereto seconda edizione de “La Voce d’Oro” di

Manolo Ciprietti

“Senza parole” direbbe Vasco per raccontare emozioni indescrivibili. Come indescrivibile è l’emozione, velata però dalle incantevoli voci, dei quaranta ragazzi che hanno partecipato, di recente, alla seconda edizione de “La Voce d’Oro” – competizione canora organizzata dall’“Associazione culturale sport e musica”, in collaborazione con il CSI S. Martino e il patrocinio dell’amministrazione comunale di Nereto –, che ha ufficialmente eletto le tre più belle ugole (nelle rispettive categorie kids, junior, senior) e che più di ogni altra cosa ha dato a tutti i ragazzi la possibilità di mettere in mostra i loro talenti. E lo hanno fatto. Soprattutto hanno stupito con la loro semplicità e grinta, allegria e entusiasmo a partire dalla piccola Chiara Micalessi, di Nereto, prima nella categoria kids con il brano “Il coccodrillo come fa”. A seguire, la categoria junior ha visto trionfatrice Siria Cialini di Garrufo di S. Omero con il brano “Invece no” di Laura Pausini, mentre per la categoria senior il successo è andato a Serena Lo Cane di S. Egidio alla Vibrata, che ha cantato “Senza nuvole” di Alessandra Amoroso. Nel corso delle quattro serate, lo spettacolo ha visto avvicen-

darsi vari ospiti, dal Dj Be Angel al talentuoso chitarrista Federico Paciotti (ex Gazzosa). Ha brillare è stata soprattutto il soprano Carla Laudi, che insieme al suo gruppo Ensemble ha omaggiato gli spettatori con la sua voce straordinaria. La manifestazione, a detta degli organizzatori, è sì un’interessante vetrina per giovani talenti emergenti, ma prende le mosse dall’impegno di far conoscere ai ragazzi le vere potenzialità della musica. La competizione passa pertanto in secondo piano e ad emergere è la voglia dei partecipanti di stare insieme, interagire con gli altri e coltivare un forte spirito di collaborazione e senso di partecipazione. Il momento di aggregazione tra allievi e maestri è non soltanto un modo per studiare a fare musica in sé, ma anche un mezzo validissimo per crescere. Basta vedere i teneri eppur vivaci volti dei protagonisti per capire che è proprio così.


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Aggressività felina Comportamento naturale o disturbo psichico? a cura di

Francesca Alcinii*

I migliori amici dell’uomo

Al giorno d’oggi sentiamo sempre più parlare di aggressività canina. I mass media diffondono notizie come “neonata uccisa dal cane di famiglia”, oppure “donna aggredita e sfigurata da un cane randagio mentre faceva footing”. Di questi e di molti altri casi analoghi siamo a conoscenza, ma di aggressioni feline verso l’uomo e altri animali abbiamo mai sentito parlare? Eppure sono altrettanto numerosi e diffusi. Psicologi e sociologi hanno cercato di dare una definizione di “aggressività” a partire dagli anni ‘60/’70, incontrando diverse problematiche. Prima fra tutte definire se in ogni caso di aggressione si può parlare di intenzione nel nuocere. Con il trascorrere degli anni non si è trovato un punto in comune e tutt’oggi si hanno diverse risposte. Qualcuno afferma che sia inscindibile, qualcun altro, invece, che sia di difficile valutazione. Possiamo dire che ogni comportamento che causa un danno alla libertà o all’integrità fisica e/o psichica di un terzo individuo è aggressione. Questa definizione è puramente descrittiva e non funzionale. Infatti non indica l’interpretazione della funzione dell’aggressione. Probabilmente quando un gatto aggredisce un potenziale predatore non ha l’intenzione di danneggiare la sua integrità fisica e psichica, piuttosto avrà l’intenzione di difendersi, quindi l’aggressione sarà la conseguenza di una risposta a un istinto di sopravvivenza. Perché un gatto è aggressivo? Molti studiosi si interrogano, ma non sembrano trovare un punto in comune. Sarà forse un comportamento innato, una reazione di difesa o ancora una conseguenza di una frustrazione? Probabilmente è tutto questo insieme. Con sicurezza sappiamo che un’aggressione è una sequenza comportamentale di atti che teoricamente possono essere suddivise in tre fasi: appetitiva (minaccia), consumatoria (attacco) e di appagamento (arresto). Alcuni studiosi fanno

seguire a queste tre fasi una quarta detta periodo refrattario o di recupero, dove l’animale lentamente esaurisce l’eccitazione e torna ad avere un corretto recupero di sé. Altri studiosi, invece, includono questo periodo refrattario nella fase di appagamento. Ogni sequenza comportamentale è caratterizzata da messaggi chiari espressi dalla postura, dai vocalizzi e dalla mimica. Spesso accade che queste fasi non si susseguano nella loro naturalità e completezza, ma che siano destrutturalizzate o del tutto assenti. Il gatto può omettere la fase appetitiva e attaccare direttamente senza aver manifestato comportamenti di minaccia etologicamente corretti. È possibile che non ci sia una fase di arresto o che si intensifichi la fase consumatoria. Esistono diverse combinazioni alterate di queste sequenze comportamentali, e quando ne osserviamo una, sappiamo che non siamo più spettatori di un comportamento naturale ma psicopatologico. A causa della vastità delle classi dei comportamenti aggressivi, ci limiteremo ad elencarne alcuni nomi: aggressione da gioco, da molestia, in coalizione (mobbing, ganging), competitiva - sociale, da irritazione (da frustrazione, da dolore, da costrizione, gatto accarezzato-morsicatore, postcoito, antisessuale), sessuale, intrasessuale, per la gestione dello spazio, per la difesa dei gattini, critica e da paura, atipica (aggressioni generalmente associate agli stati patologici del gatto), appresa, da predazione, conflitti adulti-gattini (dello svezzamento, disciplinare, educativa), infanticidi. Quando il comportamento aggressivo diventa inopportuno rispetto al contesto e il gatto non riesce ad adattarsi al sistema in cui si trova, si parla di disturbi psicologici. Un padrone attento riconosce se l’aggressività del proprio amico è naturale o patologica e, se riuscirà a riconoscere la fase di minaccia (qualora questa sia presente), riuscirà anche a prevenirne l’attacco. Questo concetto di prevedibilità e prevenzione può essere esteso anche al mondo canino.


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Buone e cattive

“Ho bisogno di te”

abitudini alimentari Spino

Spino ha circa 4 mesi ed è stato lasciato nei pressi del canile assieme ai suoi fratelli chiuso in 2 cassette da frutta legate tra loro. I suoi fratelli sono stati adottati, ma lui ancora aspetta di trovare una famiglia che lo accolga. è dolcissimo!

Canili e associazioni che desiderassero trovare posto in questa rubrica potranno contattare l’indirizzo di posta elettronica direttoreprimapagina@libero.it Per informazioni si può contattare il Canile comunale di Teramo, contrada Carapollo, Tel. 0861 324220

Scarsa digeribilità e probabilità di contrarre forme parassitarie sono le caratteristiche della carne cruda. Fortemente sconsigliata dai veterinari anche perché i cani ne sono particolarmente ghiotti e rischiano che una volta assaporata rifiutano le crocchette, alimento invece completo per animali. Si può, tuttavia, mischiare un cucchiaio di carne cotta a un alimento che non mangiano tanto volentieri per invogliarli. Può essere utile nei cambi di alimentazione, come ad esempio la comparsa di un’intollerabilità o di un’allergia verso un alimento, oppure per somministrare dei farmaci come pillole (si nasconde la pastiglia in un bocconcino di carne). L’importante è che non diventi un’abitudine, e che la carne sia sempre cotta.

Milly ha circa 6 mesi ed è stata lasciata insieme al fratello chiusa dentro una scatola di cartone davanti al canile; è molto vivace e giocherellona, oltre che affettuosa, ha bisogno di spazio per correre.

Milly

*Dr. in tutela e benessere animale. Tel. 340.4992690


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Banche e crisi finanziaria

Responsabilità e pericoli futuri di

Che qualcosa nel sistema finanziario, e specificatamente nel bancario, non funzioni è opinione talmente diffusa che ci sono pochi dubbi sulla necessità di una regolamentazione più precisa, puntuale e dura. Ne sia prova la radicale riforma finanziaria, fortemente voluta dal presidente Barack Obama e passata in Senato a fine maggio, che impone regole più stringenti per banche e mercati Usa. E questa, che dovrebbe essere firmata da Obama nelle prossime settimane, suggerisce che la finanza e le banche fanno sempre più parte dell’agenda politica. Prova di una crescente consapevolezza che i sistemi economici, sociali e politici sono correlati e legati insolubilmente, e non solo a livello nazionale, ma anche a livello globale. Come ha mostrato il calo di tutte le borse mondiali lo scorso 4 giugno, trascinate dal crollo dei titoli bancari sulle voci di un’esposizione sui derivati di Société Générale e su una possibili crisi dell’Ungheria. Fondi hedge, mutui “subprime” (quelli che fecero iniziare la crisi del 2006 negli Usa) e credit default swaps sono i soggetti e i prodotti che contribuirono alla bancarotta di Lehman Brothers e al caso di Goldman Sachs e Morgan Stanley, ex banche d’affari diventate nel settembre 2008 banche “normali”. E così le banche esposte alla crisi decisero di sospendere il commercio dei propri fondi di investimento per evitare il deprezzamento, causando una crisi mondiale che, come detto il 22 aprile dal segretario al Tesoro Usa Timothy Geithner, trova una consistente responsabilità degli Stati Uniti. Sinteticamente e quindi sommariamente, la crisi può essere riassunta come segue: gli strumenti derivati complessi venduti da banche e altre istituzioni finanziarie, difficili da valutare sotto il profilo del rischio e oggetto di una regolamentazione limitata, hanno creato una sfiducia nel pubblico e sui mercati che hanno disinvestito, causando continue

Sergio Matalucci

cadute di Borsa. Le stesse banche han- tutta la società, nel cercare facili profitti e nel no cercato di realizzare nuovi modelli dimenticarsi l’importanza delle regole, strudi business, limitando l’erogazione di mento per una coesistenza e una coesione credito ai cittadini comuni e quindi com- fondata. portando una crisi dell’economia reale. “Le tasse sono una cosa bellissima, un modo L’economia reale è infatti dipendente civilissimo di contribuire tutti insieme a beni dal credito delle banche per investire, indispensabili quali istruzione, sicurezza, ambiente e salute”, aveva detto nell’ottobre 2007 per realizzare e creare ricchezza. Secondo Gertrude Tumpel-Gugerell, l’allora ministro Tommaso Padoa-Schioppa. E membro del Comitato esecutivo del- se il messaggio può essere facilmente travila Banca centrale europea, “le banche sabile, l’importanza di quel messaggio risiehanno avuto un ruolo centrale nell’attua- de nella responsabilità di ciascun cittadino, che sia un avvocato, un broker finanziario, le crisi finanziaria ed economica”. “Le principali responsabili sono state le un commesso o un politico, ad essere regrandi banche internazionali di investi- sponsabili e a capire le conseguenze di facili mento o le banche che si sono allonta- conquiste che lasciano il tempo che trovano, nate dalla loro attività tradizionale rivolta che si dissolvono facilmente. Oltre al senso al retail verso un presunto più ‘moder- di partecipazione, Padoa-Schioppa aveva anno’ modello di business”, aveva detto che sottolineato l’importanza delle regole, ora lo scorso anno Tumpel in un incontro indicate da tutti come unico modo per uscire all’Università Bocconi di Milano, sottoli- dalla crisi: gli standard contabili imposti alle neando il ruolo esercitato in questo qua- banche da Basilea 2 (e tra poco da Basilea 3) dro dagli strumenti finanziari complessi. ma anche la richiesta di banche e governi di In una intervista del 31 maggio al Cor- regole condivise per i diversi mercati finanziariere della Sera il ministro dell’Economia ri nazionali sotto l’egida dell’Unione Europea Giulio Tremonti si è scagliato parallela- sono soltanto due esempi. mente contro le “piramidi di carta”: “Il numero delle transazioni finanziarie è salito vertiginosamente sull’asse verticale, ha perso il collegamento con la base, e si è caricato di pericolo”. E di Ropel quindi lo scollamento della finanza dall’economia reale ha accentuato la pericolosità Surrealismo degli strumenti finanziari, inUn pio uomo muore vestendo non solo la struttura e viene ricevuto economica ma l’intero assetto da San Pietro che lo politico e soprattutto sociale, destina, ovviamente, al come il dramma greco può e paradiso. Ogni giorno mangia deve ricordare. pane e mortadella. Un po’ deluso, chiede A questo punto, magari ricored ottiene di scendere a vedere cosa si dando l’intervento del numero mangia al purgatorio e all’inferno. uno di Unicredit Alessandro In purgatorio tanti piatti freddi mentre Profumo al forum Ocse 2010 all’inferno….tutto alla brace. secondo cui “le banche aliTorna da San Pietro, per avere chiarimenmentano la crisi perché aliti, ma ottiene una laconica risposta: “Figlio mentano le bolle”, è facile mio, mica sono matto che mi metto a capire che le banche hanno cucinare per uno solo”. sbagliato, ma che ha sbagliato


Il diritto di critica giornalistica Roberto Santoro (Magistrato)

In una sentenza dello scorso marzo, la Corte di Cassazione ha confermato la decisone della Corte d’Appello secondo cui l’espressione “sarebbe meglio una gestione al maschile”, rivolta ad una dirigente di una pubblica struttura, nel corso di un’intervista su un quotidiano, è oggettivamente diffamatoria ed è, da sola, idonea ad affermare la responsabilità sia dell’intervistato che dell’intervistatore, trattandosi di un suggerimento assolutamente gratuito, sganciato dai fatti e che costituisce una mera valutazione. La pronuncia offre lo spunto per una breve riflessione in ordine ai rapporti tra il diritto di critica giornalistica ed il diritto alla dignità sociale di ciascun individuo. L’art. 595 del codice penale punisce chiunque, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, prevedendo un aumento di pena nel caso in cui l’offesa venga arrecata – tra l’altro - con il mezzo della stampa. L’art.1 della legge 8 febbraio 1948, n.47 considera stampe o stampati tutte le riproduzioni tipografiche o comunque ottenute con mezzi meccanici o fisico-chimici, in qualsiasi modo destinate alla pubblicazione. La diffamazione a mezzo della stampa costituisce da sempre terreno di scontro tra gli opposti interessi costituzionali della tutela dell’onore della persona (art. 2 Cost.) e la protezione della libertà di pensiero, anche sottoforma di libertà di critica (art. 21 Cost.). Il diritto di critica - inteso come libertà di dissentire dall’opinione altrui operandone una consequenziale valutazione personale - viene ritenuto lecito dalla prevalente giurisprudenza allorquando il discorso giornalistico, sviluppandosi su

tematiche fortemente dibattute e nell’ àlveo di una polemica intensa e dichiarata, si mantenga entro i limiti della rilevanza sociale dell’argomento, e si manifesti attraverso l’utilizzo di espressioni anche aspre, ma pur sempre connotate da oggettiva correttezza e pertinenza con l’oggetto della discussione. Viceversa, tutte le volte in cui si trascenda in attacchi personali, volti unicamente a colpire sul piano morale il bersaglio della censura (e perciò senza alcuna finalità di pubblico interesse), gli àmbiti di liceità del diritto di critica vengono inescusabilmente travalicati, trovando piena applicazione il rigore del codice penale. Non c’è dubbio, in altri termini, che la critica - per sua stessa natura - sia inevitabilmente parziale e diretta ad evidenziare e stigmatizzare gli aspetti e le ideologie del soggetto criticato. Tuttavia la libertà di dissenso non può mai prescindere da una corretta manifestazione linguistica del pensiero, dalla verità - quantomeno putativa – della notizia e dalla oggettiva rilevanza pubblica dell’argomento, non essendo ammissibile utilizzare la stampa come mezzo per infliggere alcun tipo di attacco personale, teso unicamente a screditare in maniera gratuita la reputazione dell’individuo.

Famiglia legittima e famiglia di fatto di

La famiglia legittima è fondata sul matrimonio ed è riconosciuta dall’art. 29 della Carta Costituzionale; la famiglia di fatto è costituita dalla convivenza stabile e duratura, con o senza figli, fra una donna e un uomo, che si comportano anche esternamente come coniugi, senza essere sposati. Il nostro ordinamento disciplina dettagliatamente solo la famiglia legittima (caratterizzata dalla serietà dell’impegno reciproco che, con il matrimonio, gli sposi assumono dinanzi alla legge e alla comunità) mentre non è prevista alcuna disciplina per la famiglia di fatto; alcuni interventi, per lo più di natura giurisprudenziale, hanno disciplinato solo particolari ipotesi nelle quali anche il convivente non spostato ha diritto ad una tutela. Risarcimento danni da morte. La Cassazione Civile (sentenza n. 2988/1994) ha riconosciuto il diritto al risarcimento dei danni morali e materiali anche in favore del convivente more uxorio per l’evento morte dell’altro convivente, cagionato da fatti illeciti di terzi. Figli. Anche se vengono indicati come legittimi i figli nati da genitori sposati, e naturali i figli nati da genitori solo conviventi, le legge li equipara, e stabilisce espres-

(Eventuali tematiche da trattare possono essere segnalate all’indirizzo avvocato@studiolegalepuca.it)

Gianfranco Puca (avvocato)

samente che i genitori hanno medesimi diritti e doveri nei confronti dei figli, siano essi legittimi o naturali. La prole, quindi, è tutelata a prescindere dal rapporto (giuridico o di fatto) tra i genitori, in quanto la Costituzione stabilisce che i figli dei conviventi non devono trovarsi in posizione deteriore rispetto ai figli legittimi (art. 30). Nel rispetto del dettato costituzionale, la legge n. 54 del 2006 sull’affidamento condiviso prevede che le norme in essa contenute siano applicabili anche alle controversie riguardanti l’affidamento ed il mantenimento dei figli naturali; in caso di cessazione della convivenza, e disaccordo tra i genitori, sarà il Tribunale dei minorenni a stabilire tempi e modi di frequentazione dei figli e gli obblighi di mantenimento (se la coppia è sposata, invece, in caso di separazione o divorzio sarà il Tribunale ordinario ad occuparsi di tali aspetti). Adozione. La legge prevede un minimo di tre anni di matrimonio per poter richiedere l’adozione, a nulla rilevando una precedente convivenza. Scioglimento della convivenza. L’ordinamento giuridico non regola la coppia di fatto durante la convivenza e neanche i rapporti quando essa termina; nel ma-

trimonio, invece, è previsto l’istituto della separazione e della cessazione degli effetti civili del matrimonio (il divorzio). Dal punto di vista patrimoniale l’ex convivente non può pretendere nulla nei confronti dell’altro: nessuna somma per il mantenimento e, ad esempio, se l’abitazione in cui si è svolta la convivenza è di proprietà esclusiva di uno dei componenti della coppia, nessun diritto può essere vantato in capo all’altro soggetto. Per le coppie di fatto i c.d. accordi di convivenza (vale a dire un apposito contratto con cui i conviventi disciplinano tutti gli aspetti patrimoniali ed economici della convivenza, e le condizioni in caso di cessazione della stessa) rappresentano l’unico mezzo giuridico per prevedere le conseguenze in caso di cessazione della convivenza, oltre che per regolamentare diversi aspetti patrimoniali durante la convivenza stessa.

Angolo del legale

del dott.


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Dal volume “Una ricca...cucina povera” di Roberto Pelillo

Risotto all’ortica Ingredienti ½ kg di riso, 2 lt. di brodo di carne, 1 o 2 noci di burro, ½ porro tagliato a fettine fini, 50 foglie di ortica (foglioline tenere), un mazzetto di asparagi campagnoli, 2 carciofi tagliati a fettine, un mazzetto di rucola, poco sale. N.B. le foglie di ortica devono essere tenute in acqua almeno 24 ore (cambiare l’acqua almeno 4 o 5 volte). Le verdure con cottura differita vanno cotte a parte con poco olio.

Preparazione

La ricetta del mese

Dopo aver fatto tostare il riso con il burro ed il porro tagliato a fettine, lentamente versare il brodo. A metà cottura aggiungere le verdure già cotte. Terminare la cottura del riso sempre girandolo con un cucchiaio di legno, con il rimanente brodo. Prima di versare il riso nei piatti, si può aggiungere un’altra noce di burro, girando il riso bene e velocemente.

Meringata di casa mia Ingredienti 500 gr. di mandorle (pelate e tritate), 250 gr. di zucchero, 4 albumi di uova, molto fresche, ½ limone da spremere + pastafrolla, crema gianduiotto (o cioccolato dolce).

Preparazione Montare gli albumi a neve, versare zucchero e alla fine le mandorle tritate e il limone. Deporre il “composto” ottenuto in una tortina (antiaderente o unta pochissimo) ove avremo messo sul fondo la pastafrolla per realizzare una “camicia”. N.B. Sopra la pastafrolla versiamo la crema gianduiotto sciolta a parte a bagnomaria (se necessario aggiungere ½ bicchiere di latte). Aggiungere come detto sopra uno spesso strato del composto e spruzzare in superficie cacao dolce in polvere. In forno – a 180° - per circa 20-25 minuti. Tirata fuori la meringata, si può dividere irregolarmente quando ancora calda.


PRIMAPAGINA giu. 2010  

mensile per Teramo e provincia www.primapaginaweb.it

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