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l’impresa orafa guida normativa

federazione orafi campani

l’impresa orafa

[0240]

edizione

guida normativa

ascom-confcommercio con il patrocinio di

confedorafi federdettaglianti

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federazione orafi campani

l’impresa orafa

[20 04]

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ascom-confcommercio con il patrocinio di

confedorafi federdettaglianti

artemisiacomunicazione


l’impresa orafa guida normativa pubblicazione a cura di

Federazione Orafi Campani con il patrocinio di

Ascom Confcommercio Confedorafi Federdettaglianti direttore editoriale

Giuseppe Pezzuto coordinamento editoriale

Giovanni Micera testi di

Marco Cantarella hanno collaborato

Angelo Micera (cap. VI, VII, XI, XII) Pietro Gagliardi (cap. XXI) Antonio Perrella, Alfredo Di Dio (Ruolo periti ed esperti) Assocoral (cap. XIX) si ringrazia per il contributo Steven Tranquilli Federdettaglianti Orafi Luigi Costantini IGI Anversa

Confedorafi

designer

Luigi Esposito realizzazione e impaginazione

Artemisia Comunicazione

www.artemisiacomunicazione.com

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[20 04]

edizione


introduzione


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Giuseppe Pezzuto Presidente Federazione Orafi Campani

La Federazione Orafi Campani ha pubblicato l’ultima “Guida Normativa”, L’Azienda Orafa, nel dicembre 1997. A distanza di oltre un quinquennio, pertanto, nasce l’esigenza di redigere una nuova edizione, riveduta ed integrata, alla luce della mutata realtà odierna, istituzionale, sociale e legislativa. Repentini e, per tanti versi epocali, infatti, sono stati i cambiamenti che si sono verificati in tutti i settori della vita nazionale ed internazionale, dal momento che l’intero Pianeta è ormai sottoposto ad un articolato e complesso processo di globalizzazione e, quindi, di regole nuove da far valere a tutti i livelli. La Federazione Orafi Campani, che ha contatti costanti con i suoi associati, avvertendone i bisogni, ha sentito la necessità, come si diceva, di stare al passo con i tempi e di confezionare, in proposito, una nuova guida agile, ma aggiornata, tale da rispondere alle esigenze attuali degli operatori. Ci siamo adoperati, pertanto, perché nella nuova stesura fossero presenti le novità e le revisioni in campo normativo, inserendo la legge che innova i titoli e i marchi dei preziosi, per esempio, così come delle nuove regole che riguardano il regime fiscale dell’oro, le norme di sicurezza per i negozi e i laboratori degli orafi, etc.


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Inserzioni utili, quelle indicate, come si può notare, che scaturiscono per molti di noi dall’esperienza di qualificazione professionale e associativa praticata in tanti anni nel settore, anche attraverso la realizzazione di corsi professionali di apprendimento sulle varie materie e di incontri informativi per tenere allertato chi opera nel nostro delicato comparto. Informazione e formazione costituiscono, infatti, due poli dello stesso problema: da un lato, l’esigenza di far circolare le notizie e le esperienze, dall’altro, l’aiuto che si può dare agli operatori sul campo perché possano accrescere la loro competenza e responsabilità. Resta a tutti noi, poi, l’impegno a fare sempre meglio. Infine, colgo l’occasione per ringraziare tutti coloro che hanno reso possibile quest’opera: il direttivo della Federazione, le Aziende che hanno sostenuto la pubblicazione, gli Autori del volume e l’Artemisia Comunicazione.

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Nicola Curto Presidente Federazione Nazionale Dettaglianti Orafi Gioiellieri Argentieri Orologiai

Nonostante gli anni di impegno sindacale e l’attività svolta a favore del comparto mi sono reso conto che le cose semplici sono le più efficaci e lasciano una traccia indelebile. È il caso di questo manuale dedicato all’impresa orafa, un’opera meritoria per la completezza delle informazioni contenute e per la semplicità con il quale sono illustrate. È perciò tanto più apprezzabile l’iniziativa attuata dagli amici della Federazione Orafi Campani, i quali hanno dato vita ad un prezioso strumento per destreggiarsi tra le mille complessità del sistema legislativo, fiscale e normativo del settore; uno strumento a sostegno della crescita professionale degli operatori, che da sempre trovano nelle associazioni di categoria un faro per le loro istanze quotidiane. D’altronde le associazioni non sono delle entità astratte, super partes o se volete slegate dalla realtà; siamo noi tutti che ne costituiamo l’anima, l’essenza stessa. In definitiva l’associazionismo serve a questo: renderci partecipi di un sistema, condividerne le istanze, in parole semplici creare in noi il senso di appartenenza ad una categoria ed in particolar modo a non farci sentire concorrenti ma colleghi. È questo può essere raggiunto anche attraverso una

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pubblicazione diretta ad integrare la nostra cultura imprenditoriale. Tra le molteplici realtà territoriali che aderiscono a Federdettaglianti gli amici campani da sempre rappresentano una roccaforte per la soluzione delle istanze della categoria ed una fucina di idee. Il lavoro svolto insieme negli anni ha reso molto forte il sodalizio con la Federazione Nazionale Dettaglianti Orafi. Il continuo scambio di informazioni e di esperienze maturate sul campo hanno decisamente contribuito a proiettare le nostre realtà associative verso nuove frontiere; la formazione, l’informazione sono oramai divenuti strumenti indispensabili e rappresentano il nostro impegno quotidiano. Oggi non è facile gestire un punto vendita; mille problemi sorgono quotidianamente quasi ad offuscare i nostri innumerevoli sforzi per rimanere competitivi all’interno di un mercato in continua mutazione a cui inevitabilmente si aggiungono le varie incombenze di natura burocratica di vario genere. Ma in tutto questo dobbiamo far emergere la nostra professionalità o, se volete, la nostra imprenditorialità che, soprattutto in tempi non facili, costituisce la nostra carta vincente.

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Federazione Orafi Campani Piazza Salvo D’Acquisto 32 - 80134 Napoli tel. 081.5518388 - fax 081.5515019 e-mail: napoli@confcommercio.it

La Federazione Orafi Campani, con oltre 500 aziende associate appartenenti a tutte le categorie del mondo orafo (dettaglianti, grossisti, produttori, artigiani), è la più numerosa organizzazione di rappresentanza del settore orafo in Campania. La F.O.C. cura la tutela sindacale degli interessi e delle istanze del settore a tutti i livelli istituzionali, ed inoltre offre assistenza e consulenza specializzata alle singole imprese, particolarmente in materia legale, amministrativa, di accesso al credito ed ai finanziamenti agevolati. La Federazione, attualmente presieduta da Giuseppe Pezzuto, è nata nel 1994 dall’evoluzione dell’Associazione Orafa Napoletana, la storica organizzazione di rappresentanza del settore, fondata nel 1945. La F.O.C. aderisce alla Confcommercio, alla Federazione Nazionale Dettaglianti Orafi e, tramite quest’ultima, alla Confedorafi. Perciò, la F.O.C. è il terminale ed il punto di riferimento in Campania delle organizzazioni nazionali di settore. La F.O.C., direttamente o tramite le ASCOM comunali, ha proprie delegazioni in quasi tutti i comuni della provincia di Napoli e nei principali centri della regione. 2500 aziende, di cui 1500 dettaglianti, 200 grossisti e ben 800 tra industriali ed artigiani : questi i numeri del

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comparto orafo campano, che, oltre ad essere uno dei più importanti e vitali in Italia, rappresenta una colonna portante dell’economia della nostra regione. Dare un contributo concreto alla crescita del nostro settore: è l’obiettivo principale dell’impegno quotidiano della Federazione, volto innanzitutto a fornire ai propri Soci tutti i servizi e gli strumenti necessari per una conduzione moderna ed efficiente della propria azienda. La F.O.C. cura la formazione e l’aggiornamento dei giovani, degli imprenditori e dei loro collaboratori, organizzando corsi e seminari sulla gemmologia, sulle novità normative, sul marketing di settore e in generale su tutte le tematiche e le innovazioni che le imprese devono conoscere per far fronte all’evoluzione del mercato. Particolare attenzione è riservata a un nodo cruciale per lo sviluppo delle imprese, l’accesso al credito: tramite speciali convenzioni con primari istituti bancari oppure attraverso il Consorzio Fidi Ascom la Federazione consente agli associati di ottenere condizioni di favore negli strumenti bancari e tassi inferiori a quelli di mercato. Gli uffici della Federazione sono quotidianamente a disposizione dei soci per affrontare e risolvere insieme, con consulenze personalizzate, tutti i problemi legali, amministrativi ed aziendali che si manifestano durante l’attività.

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La F.O.C. opera per la sicurezza delle imprese attraverso il dialogo costante con le Forze dell’Ordine e specifici programmi di incentivazione, come il “Progetto Sicurezza”, il quale, con il sostegno della Camera di Commercio su proposta dell’Ascom-Confcommercio, ha consentito a numerosi gioiellieri di avere un rilevante contributo per l’acquisto di sistemi antifurto.

CONSIGLIO DIRETTIVO

Presidente

Pezzuto Giuseppe

Vicepresidenti

Capuano Pietro, de Laurentiis Roberto

Consiglieri

Angeloni Ciro, Anzovino Cosma, Ascione Mauro, Caruso Cosimo, De Marco Carmen, De Meo Johnny, De Simone Luigi, Di Dio Alfredo, Di Gennaro Francesco, Giannotti Vincenzo, Lanfreschi Giovan Giuseppe, Minieri Paolo, Natale Giovanni, Pace Salvatore, Pennacchio Aniello, Perrella Antonio, Pezzuto Biancamaria, Salvati Alfredo, Torsi Carlo.

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Sommario

PARTE PRIMA

I.

II. III.

Disciplina dell’attività commerciale 1. Le nuove regole del Commercio 2. Nuove aperture, ampliamenti e trasferimenti 3. Esposizione dei prezzi in vetrina 4. Orari di vendita 5. Vendite straordinarie e sottocosto 6. Rimborso IVA per gli acquisti effettuati da turisti extracomunitari 7. Le garanzie nella vendita dei beni di consumo

pag. pag. pag. pag. pag. pag. pag. pag.

Le regole per il commercio elettronico

pag. 33

Adempimenti speciali per le aziende orafe

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37 37 40 42 42

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45 45 46 46 47 48

pag. pag. pag. pag. pag. pag.

49 49 50 52 53 53

1. La Licenza di Pubblica Sicurezza 2. Il Registro di Pubblica Sicurezza - acquisti di preziosi da privati 3. Gestione delle riparazioni 4. Verifica periodica delle bilance

IV.

Adempimenti fiscali per il settore orafo 1. Cambio merce 2. Vendita di beni usati acquistati da privati 3. Il Conto visione 4. Beni consegnati da privati per la vendita 5. Il Conto Lavorazione

V.

La disciplina dei titoli e dei marchi dei metalli preziosi 1. I metalli preziosi ed i titoli legali 2. Il marchio di identificazione 3. Semilavorati 4. Il marchio tradizionale di fabbrica e le “Griffes” 5. Aziende commerciali dotate di laboratorio

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6. Obblighi dei commercianti 7. Oggetti placcati, dorati, argentati e in bilaminato 8. Oggetti di fabbricazione mista 9. I controlli su produttori e commercianti 10. Certificazione e Laboratori di analisi D.L. 22 maggio 1999, n. 251 D.P.R. 30 maggio 2002, n. 150

pag. pag. pag. pag. pag. pag. pag.

VI.

Regime fiscale dell’oro

pag. 95

VII.

Il prestito d’uso di oro greggio

pag. 99

VIII. Lo statuto del contribuente Le garanzie per i cittadini nei confronti del Fisco 1. Principi generali (art. 1) 2. Caratteri della legislazione fiscale 3. Informazione del contribuente (art. 5) 4. Conoscenza degli atti e semplificazione (art. 6) 5. Chiarezza e motivazione degli atti (art. 7) 6. Tutela dell’integrità patrimoniale (art. 8) 7. Remissione in termini (art. 9) 8. Errori del contribuente (art. 10) 9. Diritto di interpello del contribuente (art. 11) 10. Diritti e garanzie del contribuente sottoposto a verifiche fiscali (art. 12) 11. Il Garante del contribuente (Art. 13) Indirizzi e recapiti telefonici degli uffici del Garante

IX.

Normative di sicurezza per negozi e laboratori orafi 1. La sicurezza degli impianti (legge 46/90) 2. Il d.lgs. 626/94: sicurezza e salute nei luoghi di lavoro 3. Normativa antincendio generale per le imprese non soggette ai controlli di prevenzione incendi

54 55 56 56 57 59 67

pag. 103 pag. 104 pag. 104 pag. 104 pag. 105 pag. 106 pag. 106 pag. 107 pag. 107 pag. 107 pag. 110 pag. 112 pag. 113 pag. 115 pag. 115 pag. 117 pag. 124


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X.

Normative antinquinamento 1. La gestione dei rifiuti - i rifiuti speciali 2. Gli imballaggi 3. Prevenzione dell’inquinamento atmosferico

XI.

XII.

Incentivi ed agevolazioni nazionali

pag. 127 pag. 127 pag. 129 pag. 131

1. Legge 1329/65 (Sabatini) - Finanziamenti agevolati per acquisto di macchinari 2. Legge 488/92 - Contributi in c/impianti alle attività produttive 3. Legge 215/92 - Azioni positive per l’imprenditoria femminile 4. Legge 388/2000 Art.103 - Incentivi a favore del commercio elettronico

pag. 133 pag. 133 pag. 134 pag. 140 pag. 142

Disciplina della Srl artigiana

pag. 145

XIII. Caratteristiche del settore orafo Campano.

pag. 149

Limiti e potenzialità della piccola dimensione, vantaggio del ricorso a forme di collaborazione tra imprese capitolo a cura: Studio Gianni Lepre

PARTE SECONDA

XIV.

I metalli preziosi 1. Oro 2. Platino 3. Palladio

XV.

L’argento 1. Titoli 2. Oggetti placcati, laminati o argentati 3. Principali tecniche di lavorazione 4. Manutenzione e pulizia

pag. 153 pag. 153 pag. 154 pag. 155 pag. 157 pag. 157 pag. 158 pag. 159 pag. 160

XVI. Il libro dei diamanti. Norme CIBJO 1997 Regole di applicazione per il commercio dei diamanti

XVII. Il libro sulle pietre preziose. Blue Book CIBJO 2001 regole di applicazione per il commercio di pietre preziose ALLEGATO A (Normativa: Termini e definizioni) ALLEGATO B (Definizioni commerciali)

XVIII. Il libro sulle perle. Norme CIBJO 1997 Classificazione dei materiali Regole di applicazione per il commercio delle perle

pag. 163

pag. 173 pag. 187 pag. 190 pag. 205 pag. 205 pag. 207


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XIX. Torre del Greco e il corallo Tipi di corallo lavorato dalle aziende torresi

XX.

Tecniche di lavorazione 1. Preparazione della lega 2. Laminatura 3. Trafilatura 4. Stampaggio 5. Imbutitura 6. Incisione 7. Sbalzo e cesello 8. Incassatura 9. Fusione a cera persa e pressofusione 10. Saldature 11. Elettrodeposizione 12. Smaltatura 13. Brunitura 14. Sabbiatura 15. Smerigliatura 16. Satinatura 17. Pulitura

XXI. Gli orologi 1. Introduzione 2. Cenni storici 3. L’orologio meccanico 4. Orologi elettrici ed elettronici 5. Orologi a quarzo 6. Orologi atomici 7. Orologi ornamentali 8. Orologi a pendolo 9. Orologi portatili 10. Orologi meccanici da polso 11. Orologi con caratteristiche supplementari 12. Rivestimento dell’orologio

pag. 215 pag. 216 pag. 219 pag. 219 pag. 219 pag. 219 pag. 220 pag. 220 pag. 220 pag. 221 pag. 221 pag. 222 pag. 222 pag. 223 pag. 223 pag. 223 pag. 223 pag. 224 pag. 224 pag. 224 pag. 225 pag. 225 pag. 225 pag. 226 pag. 226 pag. 227 pag. 228 pag. 228 pag. 229 pag. 229 pag. 230 pag. 232 pag. 233

XXII. La tradizione orafa della Campania

pag. 235

Appendice Ruolo periti ed esperti Le Associazioni di categoria Schede tecniche inserzionisti

pag. 239 pag. 241 pag. 245 pag. 257


PARTE PRIMA


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I. Disciplina dell’attività commerciale

1. Le nuove regole del Commercio Il Decreto Legislativo 31 marzo 1998 n. 114 (pubblicato nel supplemento ordinario n. 80/L alla Gazzetta Ufficiale n. 95 del 24.04.98), meglio noto come “Decreto Bersani”, ha rivoluzionato la disciplina del Commercio, introducendo notevoli semplificazioni. Tra i suoi effetti più importanti, va ricordata la liberalizzazione delle aperture dei cd. “esercizi di vicinato��� (esercizi con superficie di vendita non superiore a 250 mq. nei centri con più di 10.000 abitanti e 150 mq. nei comuni con meno di 10.000 abitanti), la soppressione delle vecchie tabelle merceologiche e l’abolizione del Registro Esercenti il Commercio. In particolare, i settori merceologici sono stati ridotti a due: alimentare e non alimentare, le quali hanno assorbito le precedenti tabelle. Perciò, agli esercizi in attività è stata concessa la facoltà di estendere l’offerta commerciale a tutti i beni del settore di appartenenza (alimentare o non alimentare), esclusi i beni per i quali occorrono specifiche licenze ed autorizzazioni (generi di monopolio, prodotti farmaceutici, carburanti). In pratica, una gioielleria può legittimamente porre in vendita qualsiasi bene appartenente al settore non alimentare. Essendo stato abrogato il REC per le attività commerciali, non è previsto alcun requisito professionale per intraprendere un’attività commerciale nel settore non alimentare, mentre per il settore alimentare è tuttora previsto il possesso di requisiti professionali. 2. Nuove aperture, ampliamenti e trasferimenti Per avviare un’attività di commercio al dettaglio di oggetti preziosi:

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• Bisogna innanzitutto munirsi della Licenza di Pubblica Sicurezza, che resta obbligatoria per coloro che esercitano il commercio al dettaglio ed all’ingrosso di preziosi nonché per gli industriali; • Occorre poi trasmettere al Comune di competenza (con consegna a mano al Protocollo del Comune oppure per raccomandata A.R.) la cosiddetta “Comunicazione di apertura esercizio di vicinato”, che va compilata su un modello prestampato, definito dal Ministero dell’Industria e del Commercio, reperibile presso i Comuni e le Associazioni di categoria. • Una volta trascorsi trenta giorni dal ricevimento della “Comunicazione” da parte del Comune, senza che l’Amministrazione abbia richiesto ulteriore documentazione oppure abbia espresso un diniego, il richiedente può iniziare l’attività (silenzio-assenso). • Non occorre più iscriversi al Registro Esercenti il Commercio, né essere in possesso di particolari requisiti professionali L’apertura di un esercizio senza aver effettuato la comunicazione oppure prima del termine di 30 giorni per la formazione del silenzio-assenso comporta una sanzione tra 2582 e 15493 Euro. Il Decreto stabilisce inoltre alcuni requisiti morali per l’esercizio del’attività commerciale, vietandola, salvo che abbiano ottenuto la riabilitazione, a: • coloro che sono stati dichiarati falliti; • coloro che hanno riportato condanne con sentenza passata in giudicato per determinati reati (delitto non colposo punito con pena detentiva non inferiore a tre anni; delitti contro l’economia pubblica, l’industria e il commercio; commercio di sostanze alimentari contraffatte o adulterate o nocive; frode in commercio; illecita concorrenza con minaccia o violenza; vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine; vendita di prodotti con segnali mendaci); • coloro che sono sottoposti a misure di prevenzione ovvero siano stati dichiarati delinquenti abituali professionali o per tendenza. Il divieto permane per la durata di cinque anni decorrenti dal giorno in cui la pena è stata scontata o si sia estinta ovvero, qualora sia stata concessa la sospensione condizionale della pena, dal passaggio in giudicato della sentenza. Gli esercizi potranno avere una superficie massima di 250 mq. nei centri con più di 10.000 abitanti e 150 mq. nei comuni con meno di 10.000 abitanti. Per superficie si

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intende quella adibita alla vendita, compresi banchi e scaffalature, con esclusione dei depositi, laboratori, uffici e servizi. Anche il trasferimento e l’ampliamento della sede entro i limiti summenzionati sono soggetti al medesimo procedimento di comunicazione e silenzio-assenso. Gli esercizi per la vendita all’ingrosso non sono invece soggetti alla comunicazione al Comune, ma solo all’iscrizione nel Registro delle Imprese presso la Camera di Commercio ed al possesso della licenza di P.S. I requisiti morali valgono anche per l’esercizio del commercio all’ingrosso. E’ vietato svolgere il commercio al’ingrosso ed al dettaglio nel medesimo locale; in caso di aziende che effettuano entrambe le attività, esse dovranno svolgersi in locali separati, anche se attigui. 3. Esposizione dei prezzi in vetrina Il “Decreto Bersani” dispone che tutti i prodotti esposti per la vendita nelle vetrine ed all’interno del negozio “debbano indicare, in modo chiaro e leggibile, il prezzo di vendita al pubblico, mediante uso di un cartello o con altre modalità idonee allo scopo.” (art. 14 comma 1). Ovviamente, tale disposizione, pur volta alla tutela del consumatore, avrebbe comportato seri problemi di sicurezza se applicata integralmente ai negozi di oggetti preziosi ed antiquariato; infatti, precedentemente all’entrata in vigore del “Decreto Bersani” i gioiellieri e gli antiquari erano stati dispensati dall’osservanza di tale norma, essendo loro consentito di utilizzare cartellini visibili solo dall’interno dell’esercizio. Grazie all’intervento ed alle pressioni esercitate dalla Federdettaglianti Orafi, nel 1999 il Ministero dell’Industria ha confermato la deroga per i dettaglianti orafi dall’osservanza integrale delle norme sulla pubblicità dei prezzi. In particolare, il Ministero ha stabilito che “considerate le esigenze di prevenzione della criminalità, particolarmente necessarie in relazione a determinate tipologie di esercizi, nel caso di prodotti d’arte e d’antiquariato nonché di oreficeria, possa ritenersi rispettato l’obbligo di pubblicità del prezzo mediante modalità idonee allo scopo, anche tramite l’utilizzo sul singolo prodotto di un cartellino visibile all’interno dell’esercizio e non dall’e-

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sterno”. (Circolare Min. Industria n. 3467/C del 28 maggio 1999). Quindi, i gioiellieri sono autorizzati ad utilizzare, per indicare i prezzi, dei cartellini collegati agli oggetti in vetrina e collocati in modo tale che il prezzo sia visibile solo all’interno degli esercizi e non all’esterno. La mancata indicazione dei prezzi sugli articoli esposti comporta una sanzione tra 516 e 3098 Euro. 4. Orari di vendita Gli esercenti possono liberamente scegliere l’orario di apertura al pubblico, purché non superi le tredici ore giornaliere e sia compreso tra le ore sette e le ore ventidue. L’orario di apertura va reso noto al pubblico mediante un cartello, o altro idoneo mezzo, collocato in maniera visibile all’interno del negozio. Gli esercizi devono osservare l’obbligo di chiusura settimanale e festiva e, nel caso che il Comune di appartenenza lo abbia stabilito, la mezza giornata di chiusura infrasettimanale. E’ possibile derogare all’obbligo di chiusura domenicale, festiva ed infrasettimanale solo nel mese di dicembre e per altre otto domeniche o festività individuate dal Comune , in accordo con le associazioni di categoria, nel corso dell’anno. Fanno eccezione a queste regole i Comuni ad economia turistica e le città d’arte, nei quali gli esercenti non sono soggetti all’obbligo di chiusura infrasettimanale festiva nei periodi considerati di maggiore afflusso turistico, che possono estendersi anche all’intero anno. La durata di tali periodi e gli elenchi dei Comuni ad economia turistica vengono definiti dalle Regioni, su richiesta dei Comuni. Per quanto riguarda la Regione Campania, la Legge Regionale 1/2000 (BURC n.2 del 10.1.2000) all’art.19 ha stabilito che tutti i comuni costieri hanno rilevanza turistica e che il periodo di massimo afflusso turistico è fissato dal 1 maggio al 30 settembre. In particolare per i comuni compresi nell’area funzionale sovracomunale 4 (Costiera Amalfitana-Sorrentina ed Isole) è riconosciuta l’economia turistica per l’intero anno. La violazione delle norme in materia di orari comporta una sanzione amministrativa variabile da 516 a 3098 Euro.

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5. Vendite straordinarie e sottocosto Le vendite straordinarie (disciplinate dall’art.15 del D.Lgs. 114/98 e, per la Campania, dall’art.20 della Legge Regionale 1/2000 modificato dalla L. R. 13/2003) comprendono le seguenti fattispecie: a) vendite di liquidazione; b) vendite di fine stagione; c) vendite promozionali. Le vendite di liquidazione sono effettuate nei seguenti casi: cessazione dell’attività, cessione di azienda, trasferimento in altro locale, trasformazione o rinnovo dei locali. Esse possono essere realizzate in qualunque periodo dell’anno per un massimo di sei settimane, elevato a tredici settimane nei soli casi di cessione, trasferimento, cessazione o chiusura dell’azienda. E’ obbligatorio inviare comunicazione al comune almeno 15 giorni prima dell’inizio, indicando i motivi, la data di inizio e la durata nonché ogni altro elemento che può comprovare le motivazioni. Le vendite di fine stagione (cosiddetti saldi) riguardano, invece, i prodotti di carattere stagionale o di moda, suscettibili di deprezzamento qualora non siano venduti entro un breve periodo di tempo. I periodi dei saldi vengono fissati dalle Regioni. In Campania il periodo delle vendite di fine stagione viene fissato dall’Assessore regionale al Commercio almeno 40 giorni prima dell’inizio delle vendite, sentite le Organizzazioni di rappresentanza del Commercio e dei consumatori. Le vendite promozionali sono solo parzialmente regolamentate dal Decreto 114/98, il quale si limita a disporre che: esse possono riguardare tutte le merci presenti nell’esercizio, o anche solo una parte di esse; le vendite promozionali vanno comunque effettuate per periodi di tempo limitato. Per il resto, l’ulteriore regolamentazione di tale tipo di vendite è rimandata alla disciplina delle singole Regioni. In Campania, le vendite promozionali sono state regolamentate con la citata Legge Regionale n. 13 del 4 luglio 2003, che ha modificato l’art. 20 della Legge Regionale 1/2000. Le nuove norme stabiliscono che: • le vendite promozionali e di liquidazione (escluse quelle effettuate per cessazione

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dell’attività) non possono essere effettuate nel mese di dicembre e nei 40 giorni antecedenti e successivi alle date ufficiali di inizio e fine delle vendite di fine stagione; • prima di avviare una vendita promozionale, occorre darne comunicazione al Comune di residenza dell’azienda con raccomandata a.r. in carta libera almeno 10 giorni prima della data prevista per l’inizio della vendita promozionale; • le vendite promozionali possono avere una durata massima di 4 settimane; Per quanto riguarda l’esposizione dei prezzi al pubblico, durante tutte le forme di vendite straordinarie le merci devono essere esposte con l’indicazione del prezzo precedentemente praticato, del prezzo ribassato e dello sconto relativo espresso in percentuale. Recentemente il legislatore, con il D.P.R. 6 aprile 2001 n.218 (G.U. n.134 del 12.6.01), è intervenuto a disciplinare anche le vendite sotto costo, vale a dire quelle effettuate ad un prezzo inferiore a quello risultante dalle fatture di acquisto maggiorato delle imposte e diminuito degli eventuali sconti o contribuzioni riconducibili al prodotto medesimo, purchè documentati. Le vendite sottocosto sono soggette alle seguenti prescrizioni: • occorre inviare comunicazione al Comune almeno dieci giorni prima dell’inizio; • possono essere effettuate solo tre volte all’anno con intervalli minimi di venti giorni salvo che si tratti della prima vendita sottocosto dell’anno; • non possono avere una durata superiore a dieci giorni; • il numero delle referenze oggetto della vendita non può essere superiore a cinquanta. Non sono soggette alle suddette prescrizioni le vendite sottocosto svolte in occasione: • di ricorrenza con cadenza almeno quinquennale dell’apertura dell’esercizio; • di apertura di un nuovo esercizio o di ristrutturazione totale dei locali; • di modifica dell’insegna che incida sul carattere individuante dell’azienda. • Vi sono inoltre alcuni prodotti per i quali le vendite sottocosto sono esonerate da tali prescrizioni e limitazioni; tra questi, i prodotti il cui valore commerciale sia significativamente diminuito a causa di modifiche o innovazioni tecnologiche o normative attinenti alla loro produzione o commercializzazione, nonché i prodotti non alimentari difettati ma conformi alle norme di sicurezza, o che siano parzialmente deteriorati da agenti naturali o per fatti imputabili a terzi o accidentali, nonché quelli usati per dimostrazioni, fiere, mostre, prove o che siano stati concretamente utilizzati prima della vendita.

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L’esercente ha l’obbligo, nella comunicazione pubblicitaria, di specificare in maniera chiara e precisa i prodotti, i quantitativi e la durata della vendita e di identificare in modo inequivocabile all’interno del negozio le merci interessate. 6. Rimborso IVA per gli acquisti effettuati da turisti extracomunitari I viaggiatori residenti o domiciliati fuori del territorio dell’Unione Europea hanno diritto ad effettuare acquisti nei paesi UE senza il pagamento dell’IVA (come stabilito dall’art. 38-quater del DPR 633/72, a condizione che: • i beni acquistati siano trasportati fuori della Comunità entro il terzo mese dall’effettuazione dell’operazione (in pratica, dalla data di emissione della fattura); • l’importo minimo degli acquisti, risultante da unica fattura, sia superiore a 154,94 Euro IVA compresa • i beni siano destinati all’uso personale o familiare dell’acquirente e trasportati fuori dell’Unione Europea nel suo bagaglio personale; sono ammessi al beneficio anche i beni inviati al domicilio dell’acquirente con spedizione come “bagaglio non accompagnato”, purché l’acquirente lasci l’Italia con scalo diretto nel proprio paese di residenza (circolari del Dipartimento delle Dogane n. 280 del 3.12.1998 e n. 171 del 3.8.1999). In questo caso il viaggiatore dovrà stipulare un contratto di trasporto con la compagnia aerea, la quale emetterà una Lettera di Trasporto Aereo (LTA) che riporterà, ai fini dei controlli doganali, la descrizione dei beni trasportati così come da fattura emessa dal venditore. Per l’emissione della LTA è necessario presentare alla compagnia l’originale della fattura, che dovrà essere distinta da quella relativa agli altri beni eventualmente acquistati e trasportati nel bagaglio personale. E’ inoltre ammesso che il venditore italiano provveda direttamente alla spedizione dei beni presso il domicilio dell’acquirente, specie nel caso in cui questi prosegua il viaggio in altro stato membro dell’UE. In questo caso il venditore dovrà provvedere anche alle formalità doganali. Il viaggiatore deve esibire, al momento dell’acquisto, il passaporto o documento equivalente dal quale risultino la residenza o il domicilio fuori dell’Unione Europea. Per ottenere il beneficio è obbligatorio emettere la fattura, che dovrà riportare gli estremi del documento dell’acquirente.

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Lo sgravio dell’IVA, secondo la risoluzione del Ministero delle Finanze n. 207 dell’otto ottobre 1997, è applicabile anche ai cittadini italiani residenti o domiciliati in un Paese non appartenente all’Unione Europea. Il beneficio può essere fruito nei modi seguenti: 1. Sgravio immediato dell’IVA: il commerciante non applica l’imposta all’atto della vendita ed emette la fattura senza indicare l’IVA, richiamando in fattura il primo comma dell’art. 38-quater del DPR 633/72. Il viaggiatore dovrà esibire la merce e la relativa fattura all’ufficio doganale al momento dell’uscita dal territorio dell’Unione Europea; la Dogana, constatata la regolarità dell’operazione, apporrà sulla fattura il visto doganale. L’ufficio doganale che dovrà apporre il visto è quello del Paese dell’Unione Europea (anche diverso dall’Italia) da cui il viaggiatore parte per il proprio Paese di residenza, escludendosi la possibilità di ricorrere a visti apposti da altre Autorità, quali ambasciate o consolati. Il viaggiatore dovrà poi far pervenire la fattura, munita del visto doganale, al commerciante entro il quarto mese successivo alla data di effettuazione dell’operazione. Se la fattura non viene restituita nel termine previsto, il commerciante ha un mese di tempo per regolarizzare la vendita, mediante emissione ed annotazione di una nota di variazione con addebito dell’IVA ai sensi dell’art. 26 del DPR 633/72. 2. Rimborso successivo dell’IVA: il commerciante applica l’imposta ed emette fattura con IVA rilasciandone un esemplare all’acquirente, il quale dovrà restituire al commerciante entro il quarto mese dall’effettuazione dall’operazione la fattura con il visto doganale di uscita, apposta da un ufficio doganale appartenente ad un Paese comunitario. Al ricevimento della fattura, il venditore dovrà provvedere a rimborsare l’importo dell’IVA nei modi concordati con l’acquirente. In nessun caso il rimborso dell’IVA può essere effettuato direttamente dagli uffici doganali. 3. Rimborso mediante società di intermediazione (TAX FREE): alcune società, convenzionate con gli esercizi commerciali, offrono il cd. servizio “TAX FREE” che consente ai viaggiatori di ottenere il rimborso immediato dell’IVA al momento dell’uscita della merce dal territorio comunitario senza necessità di rispedire la fattura (mediante i cd. “tax free shopping cheques”, rilasciati in alternativa alla fattura dal venditore italiano all’acquirente, che dovranno essere presentati a cura di quest’ultimo agli uffici della società “TAX FREE” presenti nei principali aeroporti

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e valichi di frontiera per il rimborso dell’IVA; il documento, vistato dalla dogana, dovrà essere restituito al venditore a cura della Società, la quale potrà trasmetterlo anche per via elettronica, conservando l’originale cartaceo) o, in alternativa, consentono al viaggiatore di ottenere un rimborso più rapido; in quest’ultimo caso il viaggiatore dovrà spedire la fattura alla società che cura il servizio la quale si occuperà del rimborso, senza altri obblighi a carico del venditore. 7. Le garanzie nella vendita dei beni di consumo Il Decreto Legislativo n. 24 del 2 febbraio 2002 (pubblicato in G.U. n. 57 dell’8 marzo 2002), introducendo nel codice civile gli articoli da 1519 bis a 1519 nonies, ha fissato nuove regole in materia di garanzie dei beni di consumo, obblighi dei commercianti e diritti dei consumatori. Le norme sulla garanzia riassunte si applicano esclusivamente ai contratti ed alle operazioni effettuate tra aziende e consumatori; sono quindi escluse le transazioni tra aziende ed altri soggetti titolari di partita IVA (imprese o professionisti) che operano nell’ambito della propria attività imprenditoriale e professionale. Vediamo in sintesi gli aspetti principali della nuova normativa: a) Il venditore ha l’obbligo di consegnare al consumatore beni che siano conformi alla descrizione fattane dal venditore, alle caratteristiche descritte nell’etichetta, nei depliant, nei libretti di accompagnamento o tramite altri mezzi pubblicitari; essi devono inoltre essere idonei all’uso al quale servono abitualmente beni dello stesso tipo e presentare le qualità e le prestazioni abituali di un bene dello stesso tipo. b) La garanzia legale dei beni di consumo ha durata minima di due anni e può essere aumentata ma non ridotta, in quanto ogni clausola contrattuale volta a limitare o escludere i diritti riconosciuti da tale normativa è nulla; la durata della garanzia può essere ridotta ad un anno solo per i beni usati, previo accordo tra le parti. c) Il rivenditore al dettaglio è responsabile nei confronti del cliente del difetto, guasto o non conformità del bene, purché essi si manifestino entro i due anni di durata della garanzia legale; il rivenditore potrà rivalersi a sua volta, entro un anno dall’esecuzione della prestazione richiesta dal consumatore (riparazione, sostituzione o altro), sul fornitore o sul produttore del bene difettoso, laddove la respon-

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sabilità dei difetti ricada su questi ultimi, salvo patti contrari stabiliti tra fornitore e commerciante al dettaglio; il venditore può, anche dopo la scadenza di un anno ed anche ove il diritto di rivalsa fosse stato contrattualmente escluso, rivalersi sul suo dante causa (vale a dire sul soggetto che gli ha fornito direttamente i beni) se il difetto di conformità è stato causato da quest’ultimo; il venditore potrà farsi risarcire di tutti i costi sostenuti per soddisfare le richieste del proprio cliente, comprese le spese di trasporto, manodopera, spedizioni, etc. Il consumatore ha due mesi di tempo dal momento della manifestazione del difetto per reclamare la riparazione o la sostituzione del bene, o, qualora queste non siano possibili, la riduzione del prezzo d’acquisto o la rescissione del contratto. Non è più necessario spedire o esibire il documento di garanzia allegato al prodotto (a meno che esso non preveda una garanzia aggiuntiva); è sufficiente, quale prova d’acquisto, lo scontrino. Il consumatore può liberamente optare, senza spese aggiuntive, per la sostituzione o la riparazione del bene, oppure, laddove queste siano eccessivamente onerose in rapporto al valore del bene, per una riduzione del prezzo d’acquisto o la risoluzione del contratto. Il venditore deve provvedere alla riparazione o alla sostituzione entro un congruo termine dalla richiesta (il congruo termine viene stabilito di volta in volta in base alla natura del bene ed al periodo dell’anno); se ciò non avvenisse il consumatore può chiedere la risoluzione del contratto o una congrua riduzione del prezzo; nel determinare l’importo della riduzione o la somma da restituire si dovrà comunque tener conto dell’uso eventuale che il consumatore ha fatto del bene. Nei primi sei mesi dalla consegna, si presume che i difetti riscontrati nel bene fossero sussistenti già al momento della vendita, per cui spetta al venditore provare che il bene non presentava difetti all’atto della vendita; successivamente, l’onere della prova della non conformità del bene alla consegna spetta all’acquirente, il quale dovrà provare che il difetto del bene, anche se manifestatosi successivamente, era già esistente al momento della consegna. Il termine di prescrizione della contestazione del difetto è di 26 mesi dalla consegna del bene; Il venditore o il produttore del bene possono volontariamente stabilire, in favore


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del consumatore, una ulteriore garanzia: la cd. “garanzia convenzionale”; tale garanzia aggiuntiva è vincolante per chi la offre secondo quanto indicato nelle dichiarazioni di garanzia o nella pubblicità relativa al bene; la garanzia aggiuntiva non sostituisce e non sospende gli effetti della garanzia legale.

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II. Le regole per il commercio elettronico

L’attività commerciale svolta mediante l’utilizzo di un sito web, il cosiddetto “Commercio elettronico”, si è notevolmente diffuso negli ultimi anni, anche nel settore degli oggetti preziosi. Ci sembra perciò di particolare utilità riassumere i principali aspetti legali ed amministrativi relativi al commercio elettronico. Per inserire nella Rete un proprio sito Web occorre procedere alla registrazione del dominio (vale a dire l’indirizzo che contraddistingue il sito: www……com, it, net, o altro), la quale viene generalmente effettuata dalla società che fornisce i servizi per la realizzazione di un sito Web (il cosiddetto “Provider”). Il commercio elettronico è attualmente disciplinato dall’art. 18 del Decreto legislativo 114/98 (cfr. il capitolo dedicato alla normativa per le attività commerciali) che regola la “vendita per corrispondenza, televisione o altri sistemi di comunicazione”; ulteriori indicazioni sono contenute nella circolare del Ministero dell’Industria n. 3487/C del 1 giugno 2000, la quale ha dettato l’interpretazione da applicare alle vendite effettuate tramite commercio elettronico. Secondo quanto disposto dal predetto articolo per tali tipi di vendite, per avviare un’attività di commercio elettronico al dettaglio (rivolta cioè al consumatore finale) occorre darne comunicazione al Comune nel quale si trova la sede legale dell’attività utilizzando l’apposito modello COM 6 BIS, reperibile presso i Comuni o le Associazioni di categoria; trascorsi 30 giorni dal ricevimento della comunicazione da parte del Comune, sarà possibile iniziare l’attività. La comunicazione va effettuata anche da parte dei commercianti già in possesso di autorizzazione al commercio al dettaglio che operano in sede fissa, qualora intendano avviare la vendita via internet.

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La sanzione per la mancata comunicazione al Comune va da 2582 a 15493 Euro. Per effettuare il commercio all’ingrosso non occorre la comunicazione al Comune, ma solo l’iscrizione al Registro Imprese ed il possesso dei requisiti morali previsti alla disciplina del commercio. L’operatore che intende vendere sia al dettaglio che all’ingrosso può utilizzare il medesimo sito, ma deve destinare aree distinte del sito per l’attività al dettaglio ed all’ingrosso, in modo che il potenziale acquirente possa distinguere chiaramente le zone del sito destinate alle due tipologie di vendita. Per il resto, si applicano le stesse regole che valgono per le vendite a distanza: • È vietato inviare prodotti al consumatore che non ne abbia fatto specifica richiesta; • È permesso inviare omaggi e campioni al consumatore solo se non vi siano spese o vincoli a carico di quest’ultimo; • Si applicano le disposizioni a tutela dei consumatori in materia di contratti negoziati fuori dei locali commerciali e quelle relative alla protezione dei consumatori nei contratti a distanza contenute rispettivamente nel D. lgs. 50/1992 e nel D. lgs. 185/1999, nonché le disposizioni previste dal Decreto Legislativo n. 70 del 9 aprile 2003 (pubblicato nel S.O. n. 61/L alla G.U. n. 87 del 14.04.03), tra le quali: 1. Informazioni per il consumatore: nella presentazione dell’offerta devono essere fornite al consumatore informazioni chiare e comprensibili sull’identità del fornitore (di cui vanno indicati: ragione sociale, domicilio o sede legale, telefono, fax e indirizzo di posta elettronica, numero di partita Iva e di iscrizione al Registro imprese) e sulle caratteristiche essenziali del bene, sul prezzo e sulle spese di consegna, sulle modalità di pagamento e sul diritto di recesso (questa disposizione viene spesso soddisfatta, nella prassi corrente, con l’inserimento, nella pagina web nella quale l’acquirente conferma l’ordinazione, di un link che invia ad una pagina contenente di nuovo le condizioni contrattuali e le garanzie per i consumatori). Prima o al momento dell’esecuzione del contratto, le informazioni di cui sopra vanno confermate per iscritto; in questa fase il consumatore ha diritto di ottenere informazioni sulle condizioni e le modalità del diritto di recesso, nonché sulle garanzie commerciali esistenti ed i connessi servizi di assistenza. Successivamente all’inoltro dell’ordine da parte del consumatore, il venditore deve, per via telematica, inviare al consumatore ricevuta dell’ordine contenente un riepilogo delle condi-

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zioni contrattuali, le informazioni essenziali sul bene acquistato, sul prezzo, sui mezzi di pagamento, sul recesso, sui costi di consegna e gli eventuali tributi applicabili. 2. Modalità di esercizio del diritto di recesso, spese e rimborsi : l’acquirente può esercitare il diritto di recesso a mezzo raccomandata A.R entro 10 giorni dal ricevimento dei beni o dalla conclusione del contratto (in caso di fornitura di servizi), o a partire dalla data di adempimento degli obblighi informativi di cui al punto 1 da parte del fornitore, se successivo. Il termine sale a tre mesi, se il fornitore non ha adempiuto agli obblighi informativi Le sole spese dovute per l’esercizio del diritto di recesso sono quelle di restituzione del bene, che va riconsegnato nei tempi previsti dal contratto, non inferiori a 10 giorni lavorativi dalla consegna del bene. Il fornitore è tenuto a rimborsare le somme versate dal consumatore come corrispettivo del bene entro 30 giorni. 3. Esecuzione del contratto : il contratto concluso va eseguito entro 30 giorni dal giorno successivo a quello in cui il consumatore ha trasmesso l’ordinazione. 4. Informazioni commerciali : le comunicazioni commerciali devono contenere una informativa che chiarisca in modo inequivocabile la natura commerciale della comunicazione e che indichi inoltre la ditta o società che effettua la comunicazione, le condizioni offerte laddove si tratti di una proposta promozionale e le condizioni di partecipazione, laddove si promuova un concorso a premi; le comunicazioni commerciali non sollecitate devono contenere l’indicazione che il destinatario può opporsi al loro ricevimento in futuro. Per quanto riguarda la licenza di Pubblica Sicurezza, essa è necessaria per chiunque voglia vendere oggetti preziosi via Internet. I commercianti di oggetti preziosi già in possesso della licenza di P.S. non hanno ovviamente bisogno di richiedere una nuova licenza, qualora esercitino l’attività di commercio elettronico con la medesima ragione sociale con la quale svolgono la normale attività commerciale. Coloro che effettuano la sola intermediazione, senza inserirsi nell’attività di commercializzazione, (ad es. coloro che raccolgono le ordinazioni via Internet per poi mettere in contatto i clienti con le ditte fornitrici degli oggetti preziosi) non devono munirsi della licenza di P.S. ex art. 127 TULPS (commercio e fabbricazione oggetti

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preziosi) ma di quella ex art. 115 TULPS ( agenti di affari e mediatori). (Circ. Min. Interno n. 559/C 10908-12020 del 24.05.2000).

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III. Adempimenti speciali per le aziende orafe

1. La Licenza di Pubblica Sicurezza I commercianti, i mediatori e i fabbricanti di oggetti preziosi hanno l’obbligo di munirsi della licenza di Pubblica Sicurezza, rilasciata dalla Questura della provincia ove ha sede l’impresa, secondo quanto stabilito dall’art. 127 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (TULPS – Regio Decreto n. 773 del 18 giugno 1931). Gli orafi iscritti all’albo delle imprese artigiane, i cesellatori, gli incastratori di pietre preziose e gli esercenti mestieri ed arti affini sono stati esonerati dall’obbligo del possesso della licenza di P.S. in base all’art. 16 del Decreto Legislativo 112/98, che ha modificato l’art. 127 del TULPS. Gli artigiani orafi sono esentati dal possesso della licenza anche quando esercitino la vendita al dettaglio di oggetti di propria produzione nei locali di produzione od a essi contigui, come confermato dalla circolare telegrafica del Ministero dell’Interno 19 aprile 2001 n. 559/C.10908-12020 (2). Se invece essi esercitano la vendita al dettaglio di oggetti anche non di propria produzione, dovranno munirsi della licenza di P.S. per il commercio di oggetti preziosi. Pertanto, solo i fabbricanti non iscritti all’albo delle imprese artigiane sono tenuti al possesso della licenza di P.S. La licenza è personale ed è intestata al titolare della ditta individuale ovvero al legale rappresentante della società o a persona delegata dalla stessa. In caso di trasferimento della sede o cambio di ragione sociale, la licenza va modificata. La licenza è valida per tutte le unità locali (esercizi di vendita o laboratori) appartenenti alla medesima persona o ditta, anche se ubicati in località diverse. In ogni unità

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locale va conservata una copia della licenza, con l’annotazione, effettuata dalla Questura, della sede per la quale è rilasciata e delle generalità dell’institore ( cioè coloro che sono preposti dal titolare all’esercizio di una impresa commerciale). Se le unità locali sono ubicate in province diverse da quella ove ha sede l’unità principale, la copia deve essere vistata dalla Questura nella cui giurisdizione si trova la succursale (art. 245 del Regolamento di esecuzione del TULPS – Regio Decreto n. 635 del 6 maggio 1940). I rappresentanti di commercio non sono tenuti al possesso della licenza; essi devono comunque essere muniti di copia vistata dalla Questura, riportante generalità e qualifiche dei rappresentanti, della licenza appartenente alla ditta rappresentata (art. 243 R.D. 635/1940). L’obbligo non sussiste per i rappresentanti di case estere. La licenza è obbligatoria anche per quei commercianti per i quali la vendita di oggetti costituiti in tutto o in parte di metalli preziosi è attività occasionale o accessoria alla principale, come ad es. i rivenditori di articoli da regalo che trattano argenteria. Si tenga presente che alcune Questure rilasciano, su richiesta, licenze riservate esclusivamente alla vendita di oggetti in argento. Essa è inoltre obbligatoria per i fabbricanti e i commercianti di articoli con montature o guarnizioni in metalli preziosi, come gli articoli di ottica, cartoleria, bigiotteria, etc. Sono esentati solo i fabbricanti e commercianti di penne stilografiche nelle quali l’impiego di metalli preziosi è limitato al pennino (art. 244 R.D. 635/1940). La licenza può essere rilasciata per la sola produzione o il commercio di oggetti preziosi, oppure per entrambi. I soggetti che svolgono sia la produzione che il commercio di preziosi sono tenuti a dotarsi di licenza che comprenda entrambe le attività. A questo riguardo, va segnalato che: • I commercianti al dettaglio che esercitano anche l’attività di produzione o riparazione di oggetti preziosi (qualora quest’ultima comporti la trasformazione di oggetti usati o la produzione di parti degli oggetti in sostituzione di componenti deteriorate) devono dotarsi anche della licenza per la fabbricazione. • Secondo il Ministero dell’Interno, i fabbricanti che esercitano la vendita diretta degli oggetti preziosi, presso la propria sede, a grossisti e dettaglianti devono munirsi anche della licenza per il commercio di oggetti preziosi, qualora invece si avvalgano di propri rappresentanti sarà sufficiente che questi ultimi siano in posses-

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so di copia della licenza di P.S. della ditta rappresentata, vistata dalla Questura (circ. Ministero dell’Interno - Dip. Pubblica Sicurezza n. 559/C.26260.12020 (2) del 4 maggio 1998). • I commercianti che trattano esclusivamente oggetti preziosi usati devono essere in possesso della licenza di P.S. per il commercio. E’ quanto precisato dal Ministero dell’Interno con nota n. 557/B.21661.12020(2) del 12 febbraio 2003, ribaltando il parere espresso nella nota del 12 marzo 2002, che aveva invece escluso l’obbligo della licenza di P.S. per questa categoria di operatori. La licenza di P.S. va richiesta al Questore della provincia ove si intende aprire l’attività; l’istanza può essere presentata anche al commissariato di Polizia o comando Carabinieri competente per territorio. Oltre a svolgere gli accertamenti in merito ai requisiti di onorabilità dei richiedenti, le Autorità di Pubblica Sicurezza possono richiedere l’adozione di idonei sistemi di prevenzione e protezione in funzione antirapina ed impartire prescrizioni sulle caratteristiche dell’esercizio al fine di assicurarne la vigilabilità da parte delle forze di polizia e facilitarne l’opera di prevenzione del crimine. La licenza ha natura permanente; essa non è più soggetta a rinnovo annuale in seguito all’entrata in vigore del D.P.R. 28 maggio 2001 n. 311, il quale, introducendo all’art. 2 una deroga all’art. 13 del TULPS, ha stabilito il carattere permanente delle autorizzazioni di P.S. salvo differenti disposizioni legislative nazionali o regionali. Tale interpretazione della norma è stata confermata dal Ministero dell’Interno con la nota n. 557/B.23741.12020(2) del 23 novembre 2001. La trasformazione della durata della licenza da annuale a permanente ha suscitato dubbi in ordine alla prosecuzione dell’obbligo di versare la tassa di concessione governativa per il rinnovo annuale della licenza di P.S. , prevista dall’art. 7 della tariffa annessa al D.P.R 641/72. Tale obbligo pare escluso, in quanto è venuto meno il presupposto della tassa, vale a dire il rinnovo della licenza di P.S.. In questo senso si sono chiaramente espresse, tra gli altri, la Direzione regionale della Liguria (nota n. 43777/2001 del 18.01.2002) e la Direzione provinciale di Trento (nota n. 26674/2001/UB del 17.12.2001) dell’Agenzia delle Entrate. Si ritiene perciò di poter affermare, pur non essendo intervenuta, alla data di pub-

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blicazione del presente volume, una pronuncia definitiva del Ministero dell’Economia e delle Finanze, che la tassa per il rinnovo delle licenze non sia più dovuta. È tuttora dovuta, invece, la tassa di concessione governativa per il rilascio della licenza di P.S., che ammonta a 309,87 Euro per la licenza di fabbricazione e a 206,58 Euro per la licenza di commercio. Il mancato possesso della licenza di P.S. è stato depenalizzato dal Decreto legislativo 507/99 (art. 54) ed è punito con la sanzione amministrativa da 258 a 1549 Euro. 2. Il Registro di Pubblica Sicurezza - acquisti di preziosi da privati I fabbricanti, i commercianti, i mediatori di oggetti preziosi, i cesellatori, i riparatori, gli incastratori di pietre preziose gli esercenti industrie o arti affini hanno l’obbligo di tenere in azienda il registro di pubblica sicurezza sul quale annotare i dati relativi agli acquisti di oggetti preziosi usati da privati (art. 128 TULPS). L’obbligo sussiste anche per le categorie che non sono più tenute al possesso della licenza di P.S. (fabbricanti iscritti all’albo delle imprese artigiane, cesellatori, incastratori, etc.). Il registro ha lo scopo di permettere alle Autorità di polizia, in caso di controllo, di verificare la provenienza degli oggetti preziosi usati detenuti a qualsiasi titolo da parte degli operatori del settore orafo. Il registro deve essere numerato e bollato ad ogni pagina a cura dell’Autorità di Pubblica Sicurezza o dall’Ufficio del Registro, e deve essere esibito ad ogni richiesta del personale di P.S. Sul registro vanno indicate, di seguito e senza spazi in bianco: • Le generalità, il domicilio e gli estremi del documento del venditore; • La data dell’operazione; • La descrizione della merce acquistata, in ordine alla natura, quantità e qualità; • Il prezzo pattuito. A questo riguardo, è consigliabile far firmare il venditore sul registro di fianco all’annotazione del prezzo onde evitare contestazioni su di esso; ricordiamo che il prezzo di acquisto dell’oggetto deve essere adeguato a quello di mercato, onde evitare ogni contestazione in merito ai reati di ricettazione o incauto acquisto.

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Vanno annotati sul registro solo gli oggetti preziosi ceduti da privati, e non quelli ceduti da altre aziende, per i quali fa fede la documentazione fiscale. Va precisato che ogni oggetto acquistato da privati è da considerarsi “usato”. Ricordiamo inoltre che, ai sensi del primo comma dell’art. 128 TULPS, gli operatori orafi possono acquistare oggetti preziosi da privati solo se questi ultimi sono forniti di un documento di identità valido, di cui è opportuno conservare la fotocopia allegandola al registro. Gli oggetti acquistati non possono essere rivenduti o trasformati prima che siano passati dieci giorni dall’acquisto. Successivamente l’oggetto può essere rivenduto, trasformato oppure avviato alla fusione: • Se venduto a privato, andranno annotati sul registro i medesimi dati previsti per l’acquisto; • Se venduto ad altro imprenditore, sarà sufficiente emettere fattura, secondo la normativa vigente; è tuttavia opportuno annotare sul registro gli estremi della fattura; • Se fuso o trasformato presso l’esercizio, occorre annotare la dizione “fuso” o “trasformato” sul registro; • Se fuso o trasformato presso altra azienda non è obbligatoria alcuna annotazione, ma è comunque consigliabile annotare gli estremi del documento di trasporto dell’oggetto insieme alla dizione “fuso” o “trasformato”. Il registro può inoltre essere utilizzato per la gestione delle riparazioni di oggetti appartenenti a privati e per la gestione di merce consegnata in visione o per essere posta in vendita da parte di privati. Il registro può essere tenuto anche su supporto informatico ( Circ. Min. Interno n. 559/C.27003 - 12982.D(17) del 15 gennaio 1997), purché vengano rispettate le seguenti condizioni: • I dati da inserire nel registro devono essere stampati su supporto cartaceo a conclusione di ogni operazione; • Per la stampa si possono utilizzare sia carta a modulo continuo che fogli staccati; ogni singola pagina deve essere però preventivamente bollata e numerata dall’autorità di pubblica sicurezza, la quale deve inoltre attestare il numero totale delle pagine sull’ultima di esse;

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• I fogli devono essere custoditi in appositi raccoglitori ed esibiti su richiesta del personale di P.S.; essi vanno conservati per almeno 5 anni. La sanzione amministrativa per il mancato possesso del registro va da Euro 155 a Euro 1032 (art. 17-bis del TULPS, introdotto dal D.Lgs. 480/94). 3. Gestione delle riparazioni Come già accennato nel paragrafo precedente, il registro di P.S. degli acquisti degli oggetti usati può essere utilizzato anche per annotare i dati relativi agli oggetti consegnati dai clienti per effettuare riparazioni o trasformazioni; sul registro andranno indicati: • Le generalità, il domicilio e gli estremi del documento del venditore; • La data dell’operazione; • La descrizione degli oggetti, in ordine alla natura, quantità e qualità; • La descrizione dell’intervento da effettuare; • Il numero del documento di trasporto, se gli oggetti sono inviati ad un laboratorio esterno. In alternativa al registro è possibile utilizzare le cosiddette “buste di riparazione”, consistenti in una serie di schede stampate in triplice copia su carta chimica, rilegate tra loro, che devono riportare tutti i dati sopra indicati, la ragione sociale della ditta nonché le condizioni generali relative agli interventi di riparazione. La prima copia sarà rilasciata al cliente, la seconda accompagnerà l’oggetto nelle sue fasi di lavorazione e la terza resterà al titolare dell’esercizio, per essere esibita ad ogni richiesta del personale di P.S. Le “buste di riparazione”, il cui utilizzo è stato a più riprese approvato al Ministero dell’Interno, in ultimo con la nota della Prefettura di Roma n. 35/Sett. 1B/P.A. del 11.07.1997, devono essere numerate progressivamente e vidimate dalla Questura. 4. Verifica periodica delle bilance La verifica periodica degli strumenti di misura è finalizzata all’accertamento della loro affidabilità e buon funzionamento, a tutela della fede pubblica, ed al controllo dell’integrità dei sigilli ed etichette previsti dalla legge. Tutte le aziende che esercitano il commercio di preziosi devono iscriversi nei ruoli

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comunali degli utenti metrici, presentando domanda al Comune o alla circoscrizione di appartenenza. Le bilance utilizzate in azienda devono essere sottoposte ad una prima verificazione periodica entro 60 giorni dalla loro prima utilizzazione, e successivamente ogni tre anni dalla data dell’ultima verifica. Coloro che aprono nuovi esercizi sono ugualmente tenuti a sottoporre a verifica i propri strumenti di pesatura entro 60 giorni dall’apertura ed a iscriversi nel ruolo egli utenti metrici. La verifica è eseguita a cura della Camera di Commercio – Ufficio Metrico, alla quale si dovrà rivolgere l’istanza per la verifica. La verifica può essere eseguita presso la Camera di Commercio (in questo caso l’esercente dovrà portare le bilance presso gli uffici della Camera) oppure presso l’esercizio del richiedente (in tal caso il richiedente dovrà effettuare un versamento a fronte della visita domiciliare, a beneficio della Camera di Commercio. In caso di esito positivo, il personale della Camera di Commercio applicherà sulla bilancia una targhetta autoadesiva e non rimuovibile, indicante la scadenza della verificazione periodica. Se l’esito è negativo, lo strumento non potrà essere utilizzato per l’attività commerciale; contro il responso negativo si può proporre ricorso gerarchico al Segretario Generale della Camera di Commercio. Se il personale camerale dispone l’aggiustamento delle bilance, esse potranno essere detenute dall’esercente in attesa delle riparazioni, ma non potranno essere utilizzate e dovranno essere sottoposte a nuova verificazione dopo che siano state riparate. La verificazione deve inoltre essere richiesta dall’esercente ogni qualvolta vi siano riparazioni o modifiche agli strumenti che comportano la rimozione della targhetta apposta in sede di verifica. Ricordiamo che gli esercenti sono tenuti: • a garantire il corretto funzionamento degli strumenti di pesatura, conservando tutta la relativa documentazione; • a mantenere integra la targhetta di verificazione periodica ed ogni altro sigillo presente sullo strumento; • a non utilizzare strumenti non conformi, o comunque difettosi.

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IV. Adempimenti fiscali per il settore orafo

1. Cambio merce In caso di restituzione della merce al dettagliante da parte del cliente e sostituzione di essa con altra merce, il venditore (se il valore della merce presa in sostituzione è maggiore di quella che si intende sostituire) dovrà emettere un nuovo scontrino fiscale che riporterà la somma da restituire al cliente come rimborso per restituzione di merce venduta. Lo scontrino dovrà indicare l’importo totale dei beni acquistati in sostituzione, il corrispettivo pagato in precedenza da sottrarre dall’importo totale, e la somma dovuta dal cliente, risultante dalla sottrazione dell’importo da rimborsare dal totale dovuto. Tale procedura è indicata nella risoluzione n. 154 del 5 ottobre 2001 emanata dall’Agenzia delle Entrate, che ha precisato le modalità di applicazione dell’art. 12 del decreto del Ministro delle Finanze 23 marzo 1983, modificato dall’art. 8 del D.M. 30 marzo 1992, laddove stabilisce che lo scontrino fiscale deve indicare anche “eventuali rimborsi per restituzione di vendite”. È opportuno conservare l’originale o la copia dello scontrino precedentemente emesso per la merce restituita unitamente allo scontrino emesso all’atto del cambio merce, onde evitare contestazioni in caso di verifica fiscale. Se l’importo dei beni presi in sostituzione dal cliente è pari a quello dei beni per i quali si richiede la sostituzione, non sarà necessario emettere un nuovo scontrino, potendosi usare quello emesso in precedenza. Se i beni in sostituzione sono di minor valore di quelli precedentemente acquistati, si potrà consegnare al cliente un “buono-acquisto” da spendere in futuro, utilizzando, per l’emissione dello scontrino, il medesimo procedimento precedentemente descritto: in pratica, quando il cliente utilizzerà il buono l’esercente emetterà un nuovo scontri-

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no sottraendo dal corrispettivo del bene acquistato in quel momento l’importo già pagato precedentemente dal cliente. Quando invece il dettagliante rimborsa integralmente al cliente il prezzo di un bene restituito, è consentito emettere uno scontrino fiscale “negativo”. Lo prevede la risoluzione dell’Agenzia delle Entrate n. 219/E del 5.12.2003. Si può ricorrere allo “scontrino negativo” solo in caso di rimborso integrale del prezzo di acquisto e non in caso di sostituzione dei beni. Inoltre, l’emissione dello “scontrino negativo” è subordinata all’apertura di una pratica di reso contenente i dati ed i documenti relativi all’operazione di vendita del bene restituito e recante un numero di identificazione che andrà riportato sullo scontrino unitamente alla causale “rimborso per restituzione vendita”. Lo “scontrino negativo” andrà annotato in diminuzione nel registro dei corrispettivi. Inoltre, nello scontrino di chiusura giornaliero emesso il giorno in cui si effettuato il rimborso dovrà restare traccia dell’operazione. 2. Vendita di beni usati acquistati da privati Il Decreto Legge 23 febbraio 1995, convertito in legge dalla L. n. 85 del 22 marzo 1995, stabilisce che “Per il commercio di beni mobili usati, suscettibili di reimpiego nello stato originario previa riparazione, nonché degli oggetti d’arte, degli oggetti d’antiquariato e da collezione (…) acquistati presso privati nel territorio dello Stato o in quello di altro Stato membro dell’Unione Europea, l’imposta relativa alla rivendita è commisurata alla differenza tra il prezzo dovuto dal cessionario del bene e quello relativo all’acquisto, aumentato delle spese di riparazione e di quelle accessorie.” In pratica, l’IVA relativa alla vendita di un oggetto prezioso acquistato da un privato si calcola non sull’intero prezzo di vendita, bensì sulla differenza tra quest’ultimo ed il costo di acquisto maggiorato dell’eventuale costo della riparazione. Ad esempio, se un dettagliante acquista un oggetto da un privato per 1000 Euro e ne spende 300 per ripararlo o trasformarlo, rivendendolo poi a 2000 Euro, l’importo su cui calcolare l’IVA sarà di 2000 - 1300 = 700 Euro. 3. Il Conto visione Il cd. “Conto visione” indica una prassi molto diffusa tra le aziende orafe: un sog-

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getto (grossista o fabbricante) consegna la propria merce ad un altro soggetto (commerciante all’ingrosso o al dettaglio), il quale potrà poi decidere se acquistarla o restituirla, in tutto o in parte. Il Conto visione si configura come un contratto atipico che, secondo la dottrina prevalente in materia tributaria, rientra nella fattispecie del “contratto estimatorio” ovvero in quella del “contratto di vendita con effetti traslativi sospesi”. Nel caso in cui il contratto di conto visione venga considerato come “contratto estimatorio”, la cessione dei beni si considera effettuata all’atto della vendita degli stessi a terzi, oppure per i beni non restituiti, alla scadenza del termine di restituzione stabilito tra le parti (Dpr 633/72 art. 6 comma 2 lett. d). La fatturazione da parte del cedente dei beni oggetto del contratto dovrà avvenire entro il mese successivo a quello di effettuazione dell’operazione, vale a dire entro il mese successivo alla vendita dei beni a terzi o alla scadenza del termine di restituzione. Laddove il contratto di conto visione venga considerato come “contratto di vendita con effetti traslativi sospesi”, la cessione dei beni al soggetto che li ha ricevuti in conto visione si considera effettuata nel momento in cui viene meno la sospensione dell’effetto traslativo della vendita; la fatturazione, in questo caso, dovrà coincidere col momento della cessione. 4. Beni consegnati da privati per la vendita Quando un privato consegna un oggetto prezioso ad un commerciante al dettaglio affinché egli lo ponga in vendita nel suo esercizio, dovrà essere sottoscritta da entrambi i soggetti una lettera di deposito che dovrà riportare in maniera chiara: • L’incarico a vendere conferito al dettagliante da parte del privato, in nome e per conto proprio; • Il prezzo di vendita dei beni, con un eventuale minimo garantito; • Il corrispettivo di spettanza del dettagliante in caso di vendita, che potrà consistere in una percentuale del prezzo di vendita oppure in una cifra fissa; • La descrizione degli oggetti preziosi; • La durata del mandato, che non potrà essere superiore ad un anno. Onde evitare la presunzione di acquisto in caso di verifiche fiscali, oltre alla conser-

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vazione della lettera di deposito il commerciante dovrà annotare le merci ricevute nel registro delle merci in deposito o in conto vendita. Alla vendita del bene, il commerciante non emetterà fattura o scontrino (in quanto, ai fini fiscali, è il privato che cede il bene) bensì una quietanza dell’importo ricevuto a nome del privato. Il commerciante emetterà poi fattura nei confronti del privato (entro il mese successivo a quello in cui è stata effettuata l’operazione) che gli ha dato l’incarico di vendere l’oggetto per il compenso relativo all’attività di intermediazione. La fattura potrà essere emessa al momento del pagamento di tale compenso. Unitamente alla fattura, si potrà emettere lo scontrino, in modo da poter registrare l’importo ricevuto nel registro dei corrispettivi, e non solo in quello elle fatture emesse. 5. Il Conto Lavorazione Il sistema del “conto lavorazione” è un meccanismo utilizzato da numerose aziende di commercio all’ingrosso ed al dettaglio di oggetti preziosi, le quali acquistano oro fino esente da IVA da soggetti autorizzati ai sensi della Legge 7/2000, per consegnarlo in conto lavorazione ai propri fornitori o direttamente a laboratori orafi dai quali riceveranno poi i prodotti finiti; in tal modo potranno pagare l’IVA sul solo costo della manifattura e non anche su quello della materia prima. Si ricorda che l’IVA va comunque indicata in fattura secondo il metodo del “reverse charge” da parte del soggetto che acquista l’oro fino (vedi il capitolo sulla disciplina IVA dell’oro nel presente volume). L’oro fino può essere consegnato, da parte del commerciante, o al laboratorio che lo trasformerà in prodotto finito o al grossista che provvederà a trasmetterlo ai laboratori. In ogni passaggio, l’oro dovrà sempre essere accompagnato da documento di trasporto recante la causale “conto lavorazione”. I vantaggi di tale sistema sono evidenti se si considera che, su un ipotetico importo complessivo della merce finita di 50.000 Euro, di cui 40.000 Euro corrispondono al costo della materia prima e 10.000 Euro a quello della manifattura, l’IVA andrà calcolata sul solo importo di 10.000 Euro e non su quello complessivo di 50.000 Euro.

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V. La disciplina dei titoli e dei marchi dei metalli preziosi

La normativa riguardante i titoli ed i marchi di identificazione dei metalli preziosi è stata riordinata dal Decreto Legislativo 22 maggio 1999 n. 251 (pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 180 del 3.8.1999) e dal suo regolamento di attuazione (Dpr 30 maggio 2002 n. 150, in G.U. n. 173 del 25 luglio 2002), che hanno abrogato e sostituito la precedente legislazione in materia (Legge 46/1968 e Dpr 1496/70). Ne riassumiamo di seguito i contenuti di maggiore interesse, rimandando, per un esame complessivo della normativa, al testo integrale dei due provvedimenti, che riportiamo in appendice al presente capitolo. 1. I metalli preziosi ed i titoli legali I metalli preziosi di cui si tratta nella presente normativa sono: oro, argento, platino e palladio. I metalli preziosi, le loro leghe e gli oggetti in metallo prezioso devono portare impresso il titolo in millesimi ed il marchio di identificazione del produttore o importatore. Il marchio ed il titolo vanno impressi prima che le materie prime o gli oggetti vengano posti in commercio. E’ vietato porre in vendita oggetti privi dell’indicazione del titolo e del marchio, con le eccezioni più avanti indicate. I titoli legali ammessi sono: per l’oro, 750 (e titoli superiori), 585, 375 millesimi; per l’argento, 925 (e titoli superiori), 800 millesimi; per il platino, 950 (e titoli superiori), 900 e 850 millesimi; per il palladio, 950 (e titoli superiori), 500 millesimi.

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Non sono ammesse tolleranze negative sui titoli dichiarati, tranne che per gli oggetti in platino e palladio massiccio (5 millesimi) e quelli in platino o palladio a saldatura semplice (10 millesimi). La produzione di oggetti con titoli diversi da quelli indicati è ammessa per l’esportazione in paesi in cui tali titoli siano legali. Per quanto riguarda gli oggetti importati, occorre distinguere tra: • Oggetti importati da paesi non facenti parte dell’Unione Europea o dello spazio economico europeo: devono recare, oltre all’indicazione del titolo legale in millesimi, anche il marchio di responsabilità del fabbricante estero ed il marchio di identificazione dell’importatore; laddove però gli oggetti portino un marchio di responsabilità del fabbricante depositato e riconosciuto in Italia o nello spazio economico europeo, possono non recare il marchio dell’importatore, purché lo Stato di provenienza degli oggetti accordi analogo trattamento agli oggetti prodotti in Italia. • Oggetti prodotti nei paesi appartenenti all’Unione Europea ed allo Spazio Economico Europeo: sono esentati dall’obbligo di recare il marchio dell’importatore, purché portino il marchio di responsabilità del produttore previsto dalla normativa del paese d’origine, oltre naturalmente all’indicazione del titolo. 2. Il marchio di identificazione Tutti coloro che producono o importano oggetti in metallo prezioso o vendono lingotti, verghe, laminati, profilati, semilavorati in genere in metallo prezioso devono dotarsi del marchio di identificazione, iscrivendosi a registro degli assegnatari dei marchi tenuto presso le Camere di Commercio. Sono tenuti al possesso del marchio anche gli operatori che effettuano, quale attività principale o accessoria, la riparazione di oggetti preziosi qualora quest’ultima comporti la trasformazione di oggetti usati o la produzione di parti degli oggetti in sostituzione di componenti deteriorate. L’obbligo del marchio sussiste inoltre per quegli operatori che effettuano la fusione di oggetti usati per ricavarne lingotti o verghe da rivendere a terzi. L’obbligo del possesso del marchio non sussiste invece per coloro che eseguono lavorazioni che non alterano il metallo costituente l’oggetto, come la pulitura, la luci-

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datura, l’incassatura di pietre preziose, il montaggio, o la riparazione di oggetti usati effettuata senza aggiungere componenti nuovi all’oggetto o intervenire sul metallo. I titolari di marchio possono autorizzare, per iscritto e sotto la propria responsabilità, altri fabbricanti dotati di marchio che partecipano al processo produttivo su loro commissione ad apporre il marchio di fabbrica del committente sugli oggetti commissionati. Per ottenere la concessione del marchio occorre presentare domanda in bollo alla Camera di Commercio - Ufficio Metrico (si ricorda che gli Uffici Metrici sono stati accorpati alle Camere di Commercio, le quali ne hanno assunto le competenze), allegando copia della licenza di P.S. (ad esclusione delle imprese artigiane, che non vi sono tenute) ed effettuando un versamento del seguente importo: • Imprese artigiane e laboratori annessi ad aziende commerciali: 64,56 euro; • Aziende industriali con meno di 100 dipendenti: 258,23 Euro • Aziende industriali con più di 100 dipendenti: 516,46 Euro La concessione del marchio è soggetta a rinnovo annuale da effettuarsi entro il 31 gennaio di ogni anno. Per ottenere il rinnovo, occorre presentare istanza in bollo alla Camera di Commercio - Ufficio Metrico - ed effettuare un versamento di importo pari alla metà di quello previsto per il rilascio del marchio. Il mancato pagamento della tassa di rinnovo comporta il ritiro del marchio e la cancellazione dal registro degli assegnatari dei marchi. Eventuali ritardi nel pagamento comportano l’applicazione dell’indennità di mora pari ad un dodicesimo del diritto annuale per ogni mese o frazione di ritardo. Entro e non oltre due mesi dalla data di presentazione della domanda, la Camera di Commercio assegna il numero del marchio e fa eseguire le matrici con l’impronta del marchio. Dalle matrici vengono ricavati i punzoni con l’impronta dei marchi; l’allestimento dei punzoni si effettua presso la Camera di Commercio (previa apposita istanza in bollo e versamento dei relativi diritti) oppure, su richiesta, presso l’azienda o laboratorio idoneo, alla presenza di personale della Camera di Commercio. I punzoni resi inservibili dall’uso devono essere restituiti alla Camera di Commercio. Il furto o lo smarrimento dei punzoni devono essere comunicati alla Camera di Commercio entro 48 ore. Il marchio deve recare il numero di identificazione del produttore od importatore e la provincia ove ha sede legale l’impresa. Alle imprese che svolgono la propria attività in più sedi è assegnato un unico marchio.

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Il marchio di identificazione resta attribuito all’impresa anche in caso di variazione degli intestatari della licenza di pubblica sicurezza. Il trasferimento della proprietà dell’impresa comporta il trasferimento del marchio al subentrante, purché questi sia in possesso della licenza di P.S. (se richiesta) e comunichi alla Camera di Commercio entro trenta giorni i seguenti dati: denominazione e sede legale dell’azienda, le generalità del titolare dell’impresa o della licenza di P.S., sede delle eventuali filiali e stabilimenti dell’azienda. Vi sono alcune esenzioni dall’obbligo del marchio di identificazione e del titolo; tra queste, segnaliamo: a) gli oggetti di peso inferiore ad un grammo, purché contenuti, all’atto della vendita dal produttore all’acquirente (grossista o dettagliante), in involucro sigillato accompagnato da documento (fattura, documento di trasporto o certificato di garanzia) con l’indicazione del produttore o importatore, del titolo e delle caratteristiche generali dell’oggetto. Anche l’involucro deve riportare la descrizione dell’oggetto. I dettaglianti devono conservare il documento, l’involucro ed i sigilli fino ad esaurimento della merce. b) Gli oggetti di antiquariato, purché accompagnati da fattura di acquisto o certificato di autenticità redatto da esperti iscritti negli albi camerali. c) Gli oggetti usati non di antiquariato in possesso delle aziende commerciali, purché regolarmente descritti nel registro dei beni usati previsto dall’art. 128 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza. d) Monete coniate dalla Zecca di Stato o corrispondenti Istituti esteri. e) Medaglie ed oggetti preziosi fabbricati dalla Zecca. Gli oggetti destinati all’esportazione fuori dello Spazio economico europeo possono essere prodotti senza marchio di identificazione; anche gli oggetti destinati alla commercializzazione nello Spazio economico europeo possono essere prodotti senza il marchio, purché rispettino le norme del paese di destinazione. 3. Semilavorati Quando gli oggetti preziosi sono realizzati a cura di vari fabbricanti, ognuno dei quali realizza solo una parte dell’oggetto (semilavorati), il titolo ed il marchio di iden-

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tificazione saranno apposti dal fabbricante che immette l’oggetto in commercio. In questo caso i semilavorati privi di marchio dovranno essere scambiati in involucri chiusi e sigillati accompagnati da documenti (fattura, documento di trasporto o certificato) con l’indicazione del titolo, del produttore e delle caratteristiche degli oggetti. I semilavorati privi di marchio possono essere oggetto di scambio solo tra soggetti titolari di marchio. 4. Il marchio tradizionale di fabbrica e le “Griffes” Le imprese possono apporre sugli oggetti preziosi, oltre al marchio di identificazione, un proprio marchio tradizionale di fabbrica, previa istanza alla Camera di Commercio; esso può essere inserito nel punzone recante il marchio di identificazione, sempre con la necessaria autorizzazione della Camera di Commercio. È inoltre consentito apporre sugli oggetti preziosi sigle identificative, nominativi o altre dizioni indicate dai committenti degli oggetti, come nel caso di aziende che non dispongono di un proprio marchio di identificazione ma intendono comunque commercializzare oggetti con la propria Griffe, realizzati in laboratori autorizzati; anche in questo caso occorre darne comunicazione alla Camera di Commercio, affinché questa possa verificare se tali marchi non possano ingenerare equivoci con i titoli ed i marchi di identificazione. 5. Aziende commerciali dotate di laboratorio Le aziende commerciali dotate di un proprio laboratorio per la fabbricazione di oggetti preziosi che esercitano prevalentemente la vendita di oggetti di fabbricazione altrui (come la maggior parte dei dettaglianti provvisti di laboratorio) possono ottenere la concessione del marchio di identificazione. La concessione del marchio è subordinata alla verifica, da parte della Camera di Commercio, dell’idoneità alla fabbricazione di oggetti preziosi del laboratorio. Riguardo ai requisiti considerati necessari per stabilire se un laboratorio è o meno idoneo alla produzione di preziosi, va segnalata la circolare n. 330665 del 21 marzo 1981 emanata dal Ministero dell’Industria - Divisione XII - Ufficio Centrale Metrico, ai cui criteri gli Uffici Provinciali Metrici si sono generalmente attenuti. La circolare ministeriale considera,

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quale requisito essenziale per stabilire l’idoneità alla fabbricazione di oggetti preziosi di un laboratorio, la possibilità di effettuare lavorazioni che determinano il titolo degli oggetti, e quindi la capacità di fondere o trasformare i metalli. Pertanto, il Ministero ritiene indispensabile la presenza in laboratorio, unitamente al banco da orafo con gli utensili caratteristici, di “un qualunque mezzo o fonte di calore atto a fondere o saldare i metalli” e di “una bilancia di portata e sensibilità, o valore di divisione, tale da assicurare la preparazione di leghe o l’impiego di quantità di saldature conformi a quanto richiesto dalle disposizioni vigenti in materia di titoli e relative tolleranze”. 6. Obblighi dei commercianti I commercianti all’ingrosso ed al dettaglio hanno l’obbligo di controllare, all’atto dell’acquisto della merce, l’effettiva corrispondenza di essa a quanto riportato nei documenti di accompagnamento, ed inoltre la presenza e leggibilità sugli oggetti del titolo e del marchio di identificazione. Ricordiamo che il rivenditore è sempre responsabile verso l’acquirente dell’esattezza del titolo degli oggetti venduti; egli può comunque rivalersi verso il produttore o il grossista che gli ha ceduto gli oggetti. Per promuovere l’azione di rivalsa, il commerciante deve essersi accertato, all’atto dell’acquisto, che gli oggetti rechino in maniera leggibile il marchio di identificazione del produttore, ed inoltre deve conservare la documentazione fiscale attestante la provenienza degli oggetti. Si ricorda che la messa in commercio di oggetti dal titolo inferiore a quello dichiarato, oltre alle sanzioni amministrative previste dall’art. 25 del Decreto 251/1999, configura il reato di frode nell’esercizio del commercio. È proibito ai commercianti, sia all’ingrosso che al dettaglio, di tenere in azienda oggetti privi del marchio e del titolo legale, esclusi gli oggetti usati e di antiquariato, purché questi ultimi siano riportati sul registro dei beni usati. Gli oggetti preziosi usati che non possono essere considerati pezzi d’antiquariato devono comunque recare i marchi previsti dalle leggi precedentemente in vigore, vale a dire la legge 305/34 e la legge 46/68. Gli oggetti di antiquariato, per essere considerati tali, devono essere accompagnati da fattura d’acquisto o altro documento e da perizia effettuata da perito iscritto all’albo della Camera di Commercio.

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Il divieto di detenere oggetti privi di marchio non vale per i commercianti titolari di laboratorio e marchio di identificazione, limitatamente agli oggetti in corso di lavorazione ed ai semilavorati. Ricordiamo che gli oggetti privi dell’indicazione del titolo o del marchio sono passibili di sequestro da parte degli organi di controllo. I commercianti al dettaglio hanno inoltre l’obbligo di esporre al pubblico un cartello indicante, in maniera chiara e leggibile, i titoli in millesimi degli oggetti commercializzati (vedi il modello riportato in basso). In caso di presenza di oggetti importati, occorre esporre anche una tabella di comparazione riportante i titoli e marchi differenti da quelli previsti per gli oggetti prodotti in Italia. 7. Oggetti placcati, dorati, argentati e in bilaminato È vietato imprimere l’indicazione del titolo in millesimi o in carati, nonché il marchio di identificazione del produttore, sugli oggetti dorati, placcati o argentati. Tali oggetti non possono essere denominati e posti in vendita come articoli di “gioielleria”, “oreficeria” o “argenteria”. È consentito esclusivamente, sugli oggetti di metallo comune rivestiti in oro, apporre il termine “dorato”, “placcato” o “laminato” seguito dal simbolo Au; i termini “placcato” o “laminato” possono essere apposti, seguiti dai rispettivi simboli Ag (argento), Pt (platino), Pd (palladio), sugli oggetti rivestiti in argento, platino o palladio. Gli oggetti realizzati con la tecnica del “bilaminato” (vale a dire quelli consistenti di una lamina di metallo prezioso, perlopiù argento, applicata su una lastra di metallo comune e lavorata insieme a questa con la tecnica dello stampaggio) possono recare esclusivamente: la sigla della provincia ove ha sede il produttore, il simbolo del metallo prezioso, l’indicazione in cifra della massa di metallo fino arrotondata al grammo e seguita dal simbolo “g”, la sigla indicante il numero corrispondente al marchio di identificazione del produttore. Anche gli oggetti in bilaminato non possono recare il titolo in millesimi né l’impronta del marchio di identificazione del fabbricante, né possono essere qualificati come oggetti di “oreficeria” o “argenteria”. Gli oggetti di sostanze non metalliche con rivestimenti in metalli preziosi ottenuti mediante deposizione elettrogalvanica possono recare un particolare marchio di fab-

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brica, le cui caratteristiche sono definite dall’art. 36 comma 2 del regolamento (Dpr n. 150 del 30 maggio 2002 - vedi in appendice al presente capitolo). 8. Oggetti di fabbricazione mista Gli oggetti costituiti da parti da metalli preziosi e parti in altre sostanze o metalli devono riportare titolo e marchio di identificazione. Le parti in metallo comune devono essere chiaramente distinguibili o smontabili dalle parti in metallo prezioso, e recare l’indicazione “M” oppure “Metallo”, o il nome el metallo o della lega impiegata, o, per l’acciaio, la dicitura “inox”. Negli oggetti cavi in metallo prezioso è vietato introdurre altre sostanze o metalli, con l’eccezione degli oggetti rivestiti con lamina in metallo prezioso, dei basamenti di vasi, coppe, candelabri, etc. o dei manici dei coltelli, nei limiti e con le modalità definite all’art. 39 comma 2 del regolamento (vedi in appendice). Negli oggetti dotati di congegni a molla, le molle devono essere realizzate nello tesso metallo costitutivo dell’oggetto, con le eccezioni definite dall’art. 40 del regolamento (anellini a molla, moschettoni con molle, braccialetti estensibili, portasigarette, accendisigari, casse da orologio, etc.). 9. I controlli su produttori e commercianti Al personale delle Camere di Commercio (generalmente si tratta del personale tecnico già appartenente agli Uffici metrici) è demandato il compito di effettuare visite ispettive presso laboratori di produzione ed aziende di commercio di preziosi al fine di: a) accertare l’esattezza del titolo dichiarato per le materie rime e del titolo legale dei semilavorati e degli oggetti finiti. A tale scopo essi possono prelevare campioni da sottoporre a saggio nei laboratori abilitati. b) verificare i marchi di identificazione, controllarne l’autenticità e la loro idoneità all’uso. Il personale delle Camere di Commercio, nell’espletamento dei suoi compiti ispettivi, gode della qualifica di polizia giudiziaria. Solo il personale con tale qualifica può eseguire il prelevamento dei campioni. Il personale ispettivo deve essere dotato di una

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speciale tessera di identificazione munita di fotografia, rilasciata dalla Camera di Commercio di appartenenza. Il personale ispettivo può effettuare visite non preannunciate e può entrare liberamente durante l’orario di apertura nei locali aziendali adibiti alla produzione, al deposito ed alla vendita di oggetti preziosi, anche con l’ausilio della forza pubblica, se necessario. Gli ispettori possono accedere in azienda anche in assenza del titolare o legale rappresentante. In questo caso però i campioni non potranno essere prelevati immediatamente; essi dovranno essere chiusi in plichi sigillati e dati in consegna alla persona che in quel momento ha in affidamento l’azienda. I plichi dovranno essere recapitati alla Camera di Commercio a cura dell’azienda nel termine disposto dall’ispettore. Del prelevamento dei campioni viene redatto un verbale indicante il peso, il valore, le caratteristiche ed il marchio di identificazione degli oggetti prelevati. Il titolare dell’azienda sottoposta ad ispezione può far inserire proprie dichiarazioni nel verbale. Egli può inoltre asportare dagli oggetti prelevati le eventuali pietre preziose. I risultati degli esami sono riportati in appositi certificati, di cui l’azienda può ottenere copia. I campioni e gli oggetti prelevati, in caso di esito positivo degli esami, vengono restituiti all’azienda. Nel caso che il titolo riscontrato non sia conforme a quello dichiarato, la Camera di Commercio applica le sanzioni amministrative previste dall’art. 25 del Decreto 251/1999 e trasmette il rapporto concernente le violazioni al Questore. In caso di recidiva, alle sanzioni amministrative si aggiunge la sospensione dall’attività per un periodo da un minimo di 15 giorni ad un massimo di 6 mesi. 10. Certificazione e Laboratori di analisi Oltre ai certificati rilasciati in seguito alle analisi disposte dalla Camera di Commercio nel corso delle sue attività ispettive, i fabbricanti possono richiedere certificazioni aggiuntive, da ottenersi presso laboratori abilitati a rilasciare tali certificazioni. Il laboratorio dovrà, dopo il rilascio della prima certificazione, svolgere periodicamente presso il fabbricante ulteriori controlli sugli oggetti prodotti.

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Solo le certificazioni rilasciate da laboratori abilitati hanno valore ufficiale e sono opponibili a terzi. I laboratori abilitati gestiti da privati possono inoltre effettuare le analisi sui metalli per conto della Camera di Commercio, che questa fa effettuare nell’espletamento della sua attività di vigilanza (vedi par. precedente). I laboratori che intendono effettuare l’attività di certificazione devono richiedere l’abilitazione alle Camere di Commercio, la quale accerta i requisiti tecnici e professionali del laboratorio. A tal fine la Camera di Commercio designa un ispettore, iscritto in un elenco di ispettori tecnici per la qualità tenuto dalle Camere di Commercio. L’ispettore ha innanzitutto il compito di verificare la documentazione relativa alle attrezzature ed alla dotazione organica del personale del laboratorio richiedente l’abilitazione. Accertata la correttezza della documentazione, l’ispettore ne informa la Camera di Commercio che provvede a stabilire, sentito il laboratorio, a stabilire la data della visita ispettiva da parte dell’ispettore. Entro 60 giorni dalla prima visita ispettiva, se questa ha dato buon esito e se sono state eliminate eventuali non conformità, la Camera di Commercio concede l’abilitazione. A garanzia dell’indipendenza del laboratorio, il titolare ed i dipendenti non devono svolgere attività di lavorazione o commercio di preziosi in proprio o per terzi, né eseguire analisi se non per conto del laboratorio stesso. Essi sono inoltre tenuti al rispetto del segreto professionale. I responsabili tecnici dei laboratori devono possedere la laurea, o titolo equivalente, in chimica oppure diploma di perito tecnico. La Camera di Commercio dispone visite ispettive periodiche, con cadenza annuale, nel laboratori abilitati, per la conferma dell’abilitazione. Al termine di ogni visita è redatto, a cura dell’ispettore, un rapporto che viene trasmesso alla Camera di Commercio. In base al rapporto la Camera di Commercio decide per la conferma dell’abilitazione. I costi relativi alle procedure di abilitazione e di conferma della stessa sono a carico dei laboratori.

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Decreto Legislativo 22 maggio 1999, n. 2511 Disciplina dei titoli e dei marchi di identificazione dei metalli preziosi, in attuazione dell’articolo 42 della legge 24 aprile 1998, n. 128

CAPO I I METALLI PREZIOSI E LORO TITOLI LEGALI Art. 1. 1. I metalli preziosi considerati ai fini del presente decreto sono i seguenti: platino, palladio, oro e argento. Art. 2. 1. I metalli preziosi e le loro leghe devono portare impresso il titolo in millesimi del fino contenuto ed il marchio di identificazione, secondo quanto prescritto dalle norme contenute nei successivi articoli. 2. È vietato l’uso di marchi di identificazione diversi da quelli stabiliti dal presente decreto. Art. 3. 1. Il titolo del metallo prezioso contenuto nell’oggetto deve essere espresso in millesimi. 2. I titoli legali da garantire a fusione, per ogni parte degli oggetti, sono i seguenti: per il platino, 950, 900 e 850 millesimi; per il palladio, 950 e 500 millesimi; per l’oro, 750, 585, 375 millesimi; per l’argento, 925 e 800 millesimi. 3. È ammesso qualsiasi titolo superiore al più alto indicato per ciascuno dei metalli di cui al comma 2. 4. Non sono ammesse tolleranze negative sui titoli dichiarati relativi alle materie prime in oro, argento, platino e palladio, nonché sui titoli legali ad eccezione dei seguenti casi: a) negli oggetti di platino a saldatura semplice è ammessa una tolleranza di 10 millesimi; negli oggetti di palladio massiccio e di pura lastra è ammessa una tolleranza di 5 millesimi; b) negli oggetti di platino a saldatura semplice è ammessa una tolleranza di 10 millesimi; negli oggetti di palladio a saldatura semplice è ammessa una tolleranza di 10 millesimi; c) per gli oggetti in oro eseguiti col metodo della fusione in cera persa, con iniezione centrifuga, è ammesso il titolo legale 753 con la tolleranza di 3 millesimi. 5. Le modalità per il riconoscimento delle caratteristiche costruttive dell’oggetto sono fissate dal regolamento di applicazione previsto dall’articolo 27, di seguito denominato regolamento. Tale regolamento indica anche i metodi ufficiali di analisi per la determinazione del titolo, da applicare ai fini del presente decreto, e la misura massima dell’errore ammissibile in sede delle analisi medesime. Art. 4. 1. Gli oggetti in metallo prezioso fabbricati e posti in commercio nel territorio della Repubblica debbono essere a titolo legale e portare impresso il titolo stesso ed il marchio di identificazione. Art. 5. 1. Gli oggetti in metallo prezioso legalmente prodotti e commercializzati nei Paesi membri dell’Unione 1. Pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale 3 agosto 1999, n. 180, serie generale.

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europea o dello Spazio economico europeo, per essere posti in commercio sul territorio della Repubblica, sono esentati dall’obbligo di recare il marchio di identificazione dell’importatore a condizione che rechino l’indicazione del titolo in millesimi e del marchio di responsabilità previsto dalla normativa del Paese di provenienza o, in sostituzione di quest’ultimo, di una punzonatura avente un contenuto informativo equivalente a quello del marchio prescritto dal presente decreto e comprensibile per il consumatore finale. 2. Gli oggetti in metallo prezioso importati da Paesi che non siano membri dell’Unione europea o della Spazio economico europeo per essere posti in commercio nel territorio della Repubblica, devono essere a titolo legale, recarne l’indicazione in millesimi, riportare il marchio di responsabilità del fabbricante estero ed il marchio di identificazione dell’importatore previsto all’articolo 7. 3. Gli oggetti in metallo prezioso, quando rechino già l’impronta del marchio di responsabilità previsto dalla normativa di uno Stato estero non appartenente alla Unione europea o allo Spazio economico europeo, nel quale tale marchio sia obbligatorio e garantisca il titolo del metallo, e che sia depositato in Italia o nello Spazio economico europeo, possono non recare il marchio di identificazione dell’importatore, allorché risulti che lo Stato estero di provenienza accordi analogo trattamento agli oggetti fabbricati in Italia e in esso importati e sempreché i titoli garantiti ufficialmente siano corrispondenti o superiori a quelli previsti dal presente decreto. 4. Al fine di garantire una corretta informazione al consumatore, sono fissate nel regolamento le caratteristiche della tabella di comparazione da esporre in maniera chiara da chiunque vende al dettaglio gli oggetti disciplinati dal presente articolo, che riportano titoli e marchi differenti da quelli previsti per gli oggetti di produzione italiana. Art. 6. 1. È consentita la produzione di oggetti con titoli diversi da quelli stabiliti con il presente decreto sia ai fini dell’esportazione fuori dello Spazio economico europeo sia di commercializzazione nei Paesi dello Spazio economico europeo, semprechè tali titoli siano previsti dalla normativa di quel Paese. CAPO II MARCHIO DI IDENTIFICAZIONE Art. 7. 1. Per ottenere il marchio di identificazione, i fabbricanti, gli importatori ed i venditori di metalli preziosi ne fanno richiesta nella domanda prevista dall’articolo 14, comma 2, unendo alla medesima la quietanza di versamento del diritto di saggio e marchio di L. 125.000 se trattasi di aziende artigiane iscritte all’albo delle imprese artigiane o di laboratori annessi ad aziende commerciali e di L. 500.000 se trattasi di aziende industriali. Il diritto è raddoppiato per quelle aziende industriali che impiegano oltre cento dipendenti. 2. La concessione del marchio è soggetta a rinnovazione annuale previo pagamento di un diritto di importo pari alla metà di quelli indicati nel comma 1, da versarsi entro il mese di gennaio di ogni anno alla camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura che di seguito è denominata camera di commercio. 3. Nei confronti degli inadempienti si applicherà l’indennità di mora pari ad un dodicesimo del diritto annuale per ogni mese o frazione di mese di ritardo nel pagamento del diritto. 4. Qualora il pagamento non venga effettuato entro l’anno la camera di commercio provvede al ritiro del marchio di identificazione ed alla cancellazione dal registro di cui all’articolo 14, comma 1, dandone comunicazione al questore, affinché sia provveduto al ritiro della licenza di pubblica sicurezza.

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Art. 8 1. Le caratteristiche del marchio di identificazione sono indicate nel regolamento. 2. Nell’impronta del marchio sono contenuti il numero atto ad identificare il produttore od importatore e la sigla della provincia dove questi risiede. 3. Il numero caratteristico da riprodurre sul marchio di identificazione è assegnato dalla camera di commercio competente. 4. La cifra indicante il titolo dei metalli preziosi, espressa in millesimi, deve essere racchiusa in figure geometriche le cui forme e dimensioni sono indicate nel regolamento. 5. Per le materie prime e gli oggetti di platino e di palladio l’impronta del titolo deve essere, rispettivamente, seguita dai simboli Pt e Pd. 6. I marchi di identificazione e le indicazioni dei titoli devono essere impressi su parte principale dell’oggetto. 7. Per gli oggetti che non consentono una diretta marchiatura, questa sarà impressa su piastrina dello stesso metallo dell’oggetto e ad esso unito mediante saldatura dello stesso metallo. 8. Gli oggetti di fabbricazione mista di due o più metalli preziosi devono portare, quando ciò sia tecnicamente possibile, l’impronta del titolo su ciascuno dei metalli componenti; in caso contrario le impronte sono apposte sul metallo di peso prevalente. 9. Gli oggetti costituiti da più parti smontabili, non vincolate da saldature, devono portare il marchio di identificazione e l’impronta del titolo su ciascuna di tali parti, con le eccezioni che, per ragioni tecniche, saranno previste dal regolamento. 10. Salvo i casi previsti dall’articolo 15, è fatto divieto di introdurre, all’interno degli oggetti, metalli non preziosi, mastice ed altre sostanze. Art. 9 1. I marchi tradizionali di fabbrica, o sigle particolari, sono ammessi, in aggiunta al marchio di identificazione, ma non devono contenere alcuna indicazione atta a ingenerare equivoci con i titoli ed il marchio medesimo. Art. 10 1. La camera di commercio non oltre due mesi dalla data di presentazione della richiesta di cui all’articolo 14 assegna al richiedente il numero caratteristico del marchio e fa eseguire le matrici recanti le impronte del marchio stesso. Con il regolamento sono definiti criteri e modalità di stampa delle matrici, tali da garantire sicurezza e uniformità su tutto il territorio nazionale. Art. 11 1. Le matrici vengono depositate presso le camere di commercio competenti per territorio. 2. I titolari dei marchi provvedono, secondo le modalità del regolamento di esecuzione del presente decreto, alla fabbricazione di punzoni contenenti le impronte dei marchi stessi, nel numero di esemplari occorrenti, ricavabili dalle matrici di cui al comma 1. 3. Detti punzoni devono essere muniti, a cura della camera di commercio, dello speciale bollo avente le caratteristiche previste dal regolamento. 4. I marchi di identificazione resi inservibili dall’uso devono essere rimessi alle camere di commercio per la deformazione che viene effettuata con le modalità previste dal regolamento. Art. 12 1. Non sono soggetti all’obbligo del marchio di identificazione e dell’indicazione del titolo ma devono essere garantiti con le modalità che saranno stabilite dal regolamento:

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a) b) c) d) e) f) g)

gli oggetti di peso inferiore ad un grammo; i semilavorati ed i lavori in metalli preziosi e loro leghe per odontoiatria; gli oggetti di antiquariato; i semilavorati e le loro leghe, oggetti e strumenti per uso industriale; gli strumenti ed apparecchi scientifici; le monete; le medaglie e gli altri oggetti preziosi fabbricati dalla Zecca, che, in luogo del marchio di cui all’articolo 8, saranno contrassegnati dal marchio speciale della Zecca medesima; h) gli oggetti usati in possesso delle aziende commerciali; i) i residui di lavorazione; j) le leghe saldanti a base argento, platino o palladio. 2. La prova di oggetto usato deve essere data dalla descrizione dell’oggetto riportata nel registro delle operazioni previsto dall’articolo 128 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, approvato con regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, e dalla corrispondente fattura redatta dal commerciante acquirente. 3. L’autenticità degli oggetti di antiquariato di cui alla lettera c) deve essere riconosciuta da esperti, iscritti nei ruoli dei periti e degli esperti, presso le camere di commercio. Art. 13 1. I metalli e gli oggetti contenenti metalli disciplinati dal presente decreto possono essere sottoposti a saggio, a richiesta degli interessati, da parte delle camere di commercio, che appongono, sul metallo o sull’oggetto saggiato, apposito marchio con le impronte indicate dal regolamento. Art. 14 1. Presso ogni camera di commercio è tenuto il registro degli assegnatari dei marchi di identificazione al quale devono iscriversi: a) coloro che vendono platino, palladio, oro e argento in lingotti, verghe, laminati, profilati e semilavorati in genere; b) coloro che fabbricano od importano oggetti contenenti i metalli di cui alla lettera a). 2. Per ottenere l’iscrizione al registro di cui al comma 1, gli interessati presentano domanda alla camera di commercio competente per territorio in cui hanno sede legale ed uniscono alla domanda stessa copia della licenza rilasciata dall’autorità di pubblica sicurezza, ai sensi dell’articolo 127 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, approvato con regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, e successive modifiche. 3. Ai sensi del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112, articolo 16, la licenza di cui al comma 2 non è richiesta per coloro che sono iscritti all’albo delle imprese artigiane. 4. Il registro di cui al comma 1, è aggiornato a cura della competente camera di commercio e può essere consultato su tutto il territorio nazionale dalla pubblica amministrazione, anche mediante tecniche informatiche e telematiche. Tale registro è pubblico. CAPO III OGGETTI PLACCATI, DORATI, ARGENTATI E RINFORZATI O DI FABBRICAZIONE MISTA Art. 15 1. È fatto divieto di imprimere indicazione di titoli in millesimi ed in carati, e comunque di imprimere altre indicazioni che possano ingenerare equivoci, sugli oggetti di metalli differenti da quelli preziosi, anche se dorati, argentati, ovvero placcati.

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2. Le indicazioni del titolo ed il marchio sono obbligatorie per gli oggetti costituiti in parte di metalli preziosi, ed in parte di sostanze o metalli non preziosi; in tal caso, su questi ultimi devono essere apposte sigle od iscrizioni atte ad identificarli, secondo quanto stabilito dal regolamento. 3. Lo stesso obbligo di cui al comma 2 sussiste nei casi particolari, precisati dal regolamento, di oggetti in metalli preziosi che, per gli usi cui sono destinati e per esigenze di ordine tecnico, richiedano introduzione, nel loro interno, di mastice od altre sostanze non preziose, in deroga al disposto di cui all’articolo 8. 4. Per tali oggetti il regolamento stabilisce, altresì, le modalità con cui le sostanze estranee devono essere, anche quantitativamente, identificate. CAPO IV RESPONSABILITÀ, SISTEMI DI CERTIFICAZIONE VIGILANZA E SANZIONI Art. 16 1. Il rivenditore risponde verso il compratore dell’esattezza del titolo dichiarato, salvo l’azione di rivalsa. Art. 17 1. titolari di marchi di identificazione, previa autorizzazione scritta e sotto la propria responsabilità, possono far apporre il proprio marchio di identificazione ad altri soggetti titolari di marchi di identificazione, che partecipano al processo produttivo. Art. 18 1. I laboratori che effettuano il saggio degli oggetti in metallo prezioso e rilasciano le relative certificazioni del titolo devono essere abilitati dalle camere di commercio o appartenere alle stesse o a loro aziende speciali. 2. Tali laboratori devono offrire garanzie di indipendenza e di qualificazione tecnico professionale volta in particolare al settore orafo argentiero per la determinazione del titolo dei metalli preziosi. 3. La domanda di abilitazione è presentata alla camera di commercio competente per territorio, ed è corredata della documentazione comprovante: a) la dotazione organica del personale addetto al laboratorio con le relative qualifiche professionali; b) l’attrezzatura del laboratorio destinato alle operazioni di saggio dei singoli metalli preziosi, per i quali viene richiesta l’abilitazione. 4. Il personale del laboratorio abilitato è tenuto ad osservare le seguenti prescrizioni: a) divieto di esercitare, sia in proprio, direttamente o indirettamente, sia alle dipendenze di terzi o in collaborazione o società con terzi, qualsiasi attività di commercio o lavorazione nel settore dei metalli preziosi; b) divieto di eseguire, in proprio, nel laboratorio al quale è addetto, analisi e ricerche che non siano per conto del laboratorio stesso; c) rispetto del segreto professionale. 5. La vigilanza ed il controllo sui laboratori abilitati volti a verificare l’osservanza dei suddetti requisiti sono esercitati dalle camere di commercio competenti per territorio, secondo le modalità stabilite nel regolamento. Art. 19 1. Allo scopo di garantire la conformità alle disposizioni del presente decreto, sono ammesse certificazioni aggiuntive. 2. A tal fine il fabbricante o il suo mandatario ha facoltà di richiedere apposita certificazione rilasciata

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da un laboratorio di cui all’articolo 18, oppure da un organismo di certificazione accreditato a livello comunitario in base alle normative tecniche vigenti che risulti rivolto al settore produttivo dei metalli preziosi. 3. I criteri per l’individuazione degli organismi di certificazione di cui al comma 2 sono stabiliti nel regolamento. 4. Ai sensi del presente articolo i laboratori e gli organismi di certificazione svolgono periodicamente presso il fabbricante controlli sugli oggetti pronti per la vendita. Le modalità di tali controlli, mediante prelievi di campioni di oggetti ed i relativi esiti delle analisi di saggio, sono stabilite nel regolamento. Art. 20 1. Agli effetti dell’articolo 57 del codice di procedura penale, il personale delle camere di commercio, durante l’espletamento e nei limiti del servizio per l’applicazione delle norme del presente decreto, sono ufficiali e agenti di polizia giudiziaria. 2. Per l’identificazione, il personale suddetto deve essere dotato di una speciale tessera munita di fotografia rilasciata dalla camera di commercio di appartenenza. Art. 21 1. Il personale della camera di commercio effettua visite ispettive anche non preannunciate. A tal fine ha facoltà di accesso nei locali adibiti alla produzione, al deposito ed alla vendita di materie prime e di oggetti contenenti metalli preziosi, allo scopo di: a) prelevare campioni di materie prime portanti impressi il titolo dichiarato, di semilavorati ed oggetti di metalli preziosi finiti, già muniti di marchio e pronti per la vendita, per accertare l’esattezza del titolo dichiarato per le materie prime e del titolo legale per i semilavorati e gli oggetti finiti mediante saggi da eseguirsi presso i laboratori di cui all’articolo 18; b) verificare l’esistenza della dotazione di marchi di identificazione; c) controllare le caratteristiche di autenticità dei marchi e la loro perfetta idoneità all’uso; 2. Del prelevamento di cui alla lettera a), che può essere effettuato solo da personale con qualifica di ufficiale di polizia giudiziaria, viene redatto verbale in presenza del proprietario o di persona, che, nell’occasione, lo rappresenti. 3. Il verbale deve specificare, tra l’altro, il peso, il valore, le caratteristiche ed il marchio di identificazione dell’oggetto e della materia prima lavorata. Art. 22 1. Ai fini dell’articolo 21 i saggi sono eseguiti con i metodi prescritti dal regolamento, non danno luogo ad indennizzo ed i risultati devono essere indicati in appositi certificati. Art. 23 1. I campioni e gli oggetti prelevati per il saggio ed i residui dei campioni e degli oggetti stessi sono restituiti al proprietario se risultano rispondenti a quanto prescritto dal presente decreto. Art. 24 1. È fatto divieto ai produttori, importatori e commercianti di vendere oggetti in metalli preziosi sprovvisti di marchio di identificazione e di titolo legale. 2. È fatto altresì divieto ai commercianti di detenere oggetti di metalli preziosi pronti per la vendita sprovvisti di marchio e del titolo legale di cui al comma precedente. 3. Il divieto di cui ai commi 1 e 2 non riguarda gli oggetti di cui all’articolo 5, e quelli elencati all’articolo 12.

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4. I semilavorati su cui non è possibile effettuare la punzonatura del marchio di identificazione e del titolo potranno formare oggetto di scambio solo tra operatori muniti di marchio di identificazione, purché siano contenuti in involucri sigillati portanti il marchio di identificazione e l’indicazione del titolo. Art. 25 1. Salva l’applicazione delle maggiori pene stabilite dalle leggi vigenti qualora il fatto costituisca reato, per le violazioni delle norme del presente decreto si applicano le seguenti sanzioni: a) chiunque produce, importa e pone in commercio o detiene materie prime ed oggetti di metalli preziosi senza aver ottenuto l’assegnazione del marchio, ovvero usa marchi assegnati ad altri ad eccezione di quanto previsto all’articolo 17, ovvero usa marchi non assegnati o scaduti o ritirati o annullati è punito con sanzione amministrativa da L. 300.000 a L. 3.000.000. La stessa sanzione si applica anche a chi pone in commercio o detiene per la vendita materie prime ed oggetti di metalli preziosi privi di marchio di identificazione o di titolo, ovvero muniti di marchi illeggibili e diversi da quelli legali; b) chiunque produce materie prime ed oggetti di metallo prezioso il cui titolo risulti inferiore a quello legale impresso, è punito con sanzione amministrativa da L. 600.000 a L. 6.000.000; c) chiunque pone in commercio o detiene per la vendita materie prime od oggetti di metallo prezioso il cui titolo risulti inferiore a quello legale impresso, è punito con la sanzione amministrativa da L. 150.000 a L. 1.500.000, salvo che dimostri che egli non ne è il produttore e che gli oggetti non presentano alcun segno di alterazione; d) chiunque fabbrica, pone in commercio o detiene per la vendita oggetti di metalli comuni con impresso un titolo, anche diverso da quelli previsti dal presente decreto, oppure con indicazioni letterali o numeriche che possono confondersi con quelle indicate dal presente decreto, è punito con la sanzione amministrativa da L. 60.000 a L. 600.000; e) chiunque smarrisce uno o più marchi di identificazione e non ne fa immediata denuncia alla camera di commercio è punito con la sanzione amministrativa da L. 60.000 a L. 600.000. 2. La sanzione di cui al comma 1, lettera d) si applica altresì nei casi di inosservanza alle disposizioni di cui all’articolo 8, commi 6, 7, 8, 9 e 10, all’articolo 9, all’articolo 11, comma 4, all’articolo 15, all’articolo 24, commi 3 e 4, nonché di quelle stabilite dal regolamento. 3. Copia del rapporto concernente taluna delle violazioni alle disposizioni del presente decreto è trasmessa al Questore. Art. 26 1. Salvo i casi di particolare tenuità, qualora il fatto costituisca reato, alla condanna penale consegue la pubblicazione della sentenza a norma dell’articolo 36 del codice penale. 2. In caso di recidiva, ferme restando le disposizioni di cui agli articoli 99 e seguenti del codice penale ove applicabili, alla sanzione consegue la sospensione dall’esercizio della attività di produzione o commercio di materie prime od oggetti di metalli preziosi per un periodo da un minimo di 15 giorni ad un massimo di 6 mesi. Nella determinazione del periodo di sospensione dall’esercizio dell’attività si tiene conto del periodo di sospensione eventualmente eseguito, per i medesimi fatti, a norma dell’art. 10 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, approvato con regio decreto 18 giugno 1931, n. 773. Art. 27 1. Entro 6 mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto, con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Ministro per l’industria, del commercio e dell’artigianato, di concerto con il Ministro dell’interno, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, sentiti il Comitato centrale metrico ed il Consiglio di Stato, sarà emanato il regolamento di applicazione del presente decreto.

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2. Nelle more dell’emanazione del suddetto regolamento, si applica il regolamento approvato con decreto del Presidente della Repubblica 30 dicembre 1970, n. 1496 e successive modifiche ed integrazioni. Art. 28 1. Sono abrogate la legge 30 gennaio 1968, n. 46, ed ogni altra disposizione diversa o contraria a quelle contenute nel presente decreto. Art. 29 1. Fino al prodursi dell’efficacia del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri attuativo del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 112, articoli 20 e 50, le funzioni conferite alle camere di commercio con il presente decreto continuano ad essere esercitate dagli uffici metrici provinciali. Art. 30 1. Il presente decreto entra in vigore sessanta giorni dopo la sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale. 2. Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sarà inserito nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. È fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.

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Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n.150 Regolamento recante norme per l’applicazione del decreto legislativo 22 maggio 1999, n. 251, sulla disciplina dei titoli e dei marchi di identificazione dei metalli preziosi. (GU n. 173 del 25-7-2002)

CAPO I DEFINIZIONI Art. 1. 1. Agli effetti del presente regolamento si intende: decreto”, il decreto legislativo 22 maggio 1999, n. 251; a) per “d metalli preziosi”, il platino, il palladio, l’oro e l’argento; b) per “m materie prime”, i metalli preziosi puri e le loro leghe nelle seguenti forme: c) per “m 1) i lingotti, i pani, le verghe, i bottoni, i granuli ed in genere ogni prodotto ricavato da fusione; 2) i laminati ed i trafilati, in lamine, barre, fili ed in genere ogni prodotto predisposto ad ogni processo di trasformazione; 3) i semilavorati di qualsiasi forma e dimensione, e cioè i prodotti di processi tecnologici di qualsiasi natura meccanici e non, che pur presentando una struttura finita o semifinita non risultano diretti ad uno specifico uso o funzione, ma sono destinati ad essere intimamente inseriti in oggetti compositi, garantiti nel loro complesso dal produttore che opera il montaggio; 4) le polveri prodotte con processi di natura chimica o elettrochimica o meccanica; 5) le leghe brasanti, ad eccezione delle leghe per saldature “ad argento” destinate ad impieghi industriali estranei alla lavorazione dei metalli preziosi; marchio di identificazione”, il marchio costituito da un’impronta poligonale, recante d) per “m all’interno la sagoma di una stella a cinque punte, il numero caratteristico attribuito all’azienda assegnataria e la sigla della provincia ove la medesima ha la propria sede legale; e) per “ttitolo” delle materie prime e dei lavori in metalli preziosi, il rapporto in peso tra il fino ed il complesso dei metalli componenti la lega; f) per “ttolleranze sui titoli”, le tolleranze sui titoli legali degli oggetti, previste all’articolo 3, comma 4 del decreto; g) per “eerrori ammessi in sede di analisi”, l’incertezza di misura dei metodi di analisi; h) per “ccampioni d’analisi”, le parti di metallo prelevato dalla materia prima o dal semilavorato o dall’oggetto, per eseguire il saggio tendente ad accertare l’esattezza del titolo. Tali campioni possono essere costituiti da interi oggetti, quando particolari caratteristiche costruttive o dimensionali degli stessi lo richiedono; personale della camera di commercio” il personale ispettivo di cui all’articolo 20 del decreto; i) per “p l) per “rregistro”, il registro degli assegnatari dei marchi di identificazione dei metalli preziosi, tenuto dalle camere di commercio, di cui all’articolo 14 del decreto; diritti di saggio e marchio”, i diritti da versare ai sensi dell’articolo 7, commi 1 e 2 del m) per “d decreto; n) per “iindennità di mora”, le indennità previste all’articolo 7, comma 3, del decreto; o) per “ttipologia produttiva”, la modalità di produzione di un oggetto inerente alla forma finale ed al tipo di tecnologia impiegata; p) per “llaboratori di analisi”, i laboratori che effettuano il saggio dei metalli preziosi e rilasciano le

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relative certificazioni del titolo, di cui all’articolo 18 del decreto; q) per “ssaggio facoltativo”, l’analisi delle leghe e degli oggetti contenenti metalli preziosi, richiesta facoltativamente dagli interessati, ed eseguita dai laboratori di saggio delle camere di commercio o da loro aziende speciali, di cui all’articolo 13 del decreto; r) per “vverbale di prelevamento”, il verbale redatto dal personale della camera di commercio, in sede di vigilanza, di cui all’articolo 21 del decreto; s) per “ccertificazione aggiuntiva”, la facoltà riconosciuta al fabbricante o suo mandatario, ai sensi dell’articolo 19 del decreto, di garantire la conformità dei propri prodotti alle disposizioni dello stesso decreto. CAPO II I METALLI PREZIOSI E LORO TITOLI LEGALI PRELEVAMENTO DI CAMPIONI, METODI DI ANALISI Art. 2. 1. L’obbligo del marchio di identificazione e della indicazione del titolo si applica alle materie prime ed ai lavori in metalli preziosi anche se eseguiti per conto del committente e con materiali da questi forniti. 2. Nelle materie prime contenenti in misura commercialmente valutabile altri metalli preziosi, oltre quello prevalente, all’indicazione del titolo di questo può essere aggiunta anche quella del titolo degli altri metalli preziosi presenti nella lega. 3. Il titolo delle materie prime e dei lavori in metalli preziosi si intende garantito a fusione quando, indipendentemente dalla eventuale eterogeneità della lega o dalla natura composita delle diverse parti dell’oggetto, corrisponde al titolo dichiarato espresso in millesimi. 4. Ai sensi del comma 3 si considera come fino il platino eventualmente presente nelle rispettive leghe. Art. 3. 1. In sede di controllo del titolo, si considera garantito a fusione il titolo della materia prima o dell’oggetto, determinato con l’osservanza dei metodi di analisi e con le modalità di prelievo dei campioni di analisi di cui agli articoli 7 e seguenti, tenuto conto delle eventuali tolleranze sul titolo nominale e degli errori ammessi in sede di analisi. Art. 4. 1. Gli oggetti in metalli preziosi aventi un titolo effettivo compreso tra due titoli legali rispettivamente ammessi, sono marchiati con il titolo legale inferiore. 2. È ammesso che i lavori in metalli preziosi portino impresso, il titolo effettivo, quando questo risulta superiore ai massimi titoli legali rispettivamente consentiti, e cioè di 950/1000 per il platino e il palladio, di 750/1000 per l’oro e di 925/1000 per l’argento. 3. Le materie prime possono essere prodotte a qualsiasi titolo, ma devono recare impressa l’indicazione del loro titolo reale. 4. Il marchio d’identificazione e l’indicazione del titolo sono impressi sulle materie prime e sugli oggetti in metallo prezioso prima di essere posti in commercio. 5. Le materie prime e gli oggetti di metalli preziosi si intendono pronti per la vendita, ad eccezione dell’ipotesi prevista all’articolo 20, comma 1, quando recano impresso il titolo ed il marchio di identificazione ed hanno ultimato il ciclo produttivo o, comunque, quando lasciano la sede del fabbricante, importatore o commerciante di materie prime, per essere consegnati all’acquirente. 6. Chiunque vende al dettaglio oggetti di metalli preziosi espone un cartello indicante, in cifre, in

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maniera chiara e ben visibile, i relativi titoli di cui ai commi da 1 a 5. 7. La tabella di comparazione di cui all’articolo 5, comma 4, del decreto riporta le informazioni esplicative secondo lo schema riportato all’allegato I. Allegato I TABELLA DI COMPARAZIONE PER I TITOLI E I MARCHI RIPORTATI SU OGGETTI IMPORTATI Titoli e marchi riportati su oggetti importati

Riproduzione del punzone indicante il titolo

Corrispondente titolo legale ammesso in Italia

Riproduzione del marchio di responsabilità previsto nel paese di provenienza.

Specificazione del paese di provenienza e dell’organismo, ufficio o altro ente che ha apposto tale marchio.

Art. 5. 1. In relazione alla riconosciuta difficoltà di imprimere il prescritto marchio d’identificazione e l’indicazione del titolo, senza danni, sulle casse da orologio in metallo prezioso, successivamente al montaggio di queste o all’introduzione in esse delle relative macchine, è consentito che le casse da orologio allo stato grezzo siano importate, in temporanea, in territorio nazionale da Paesi che non sono membri dell’Unione europea o dello Spazio economico europeo, per l’apposizione del prescritto marchio di identificazione dell’importatore. 2. La stessa facoltà è accordata all’importatore di oggetti in metalli preziosi totalmente smaltati, o recanti pietre preziose o comunque aventi caratteristiche di fragilità tali da impedirne la marchiatura, responsabile della commercializzazione in Italia. Art. 6. 1. La tolleranza di dieci millesimi, è ammessa sul titolo medio, a fusione completa dei lavori in platino, o in palladio, a saldatura semplice, e cioè per i lavori nei quali le saldature, anche se plurime, sono tutte effettuate con leghe brasanti dello stesso titolo. 2. Sui lavori di cui al comma 1 il titolo della lega costitutiva, saldature escluse, non è inferiore al titolo tollerato dall’articolo 3, comma 4, lettera a), del decreto. 3. La tolleranza di 3 millesimi sui lavori in oro eseguiti col metodo della microfusione in cera persa con iniezione centrifuga, è ammessa sui soli oggetti che recano l’indicazione del titolo di 753 millesimi, applicato con la speciale impronta prevista nell’allegato V di cui all’articolo 16. 4. Il riconoscimento delle caratteristiche costruttive previste dal decreto ai fini dell’eventuale concessione delle tolleranze sul titolo nominale di cui ai commi da 1 a 3, si effettua a vista seguendo i criteri indicati negli stessi commi. 5. In caso di dubbi o di contestazioni sull’esito del riconoscimento a vista di cui al comma 4, in tutti i casi in cui ciò si renda necessario ai sensi del decreto, detto esame è integrato da ulteriori indagini, non escluse quelle da effettuare con le modalità di prelievo di campioni di analisi di cui agli articoli 7 e seguenti. Art. 7. 1. Ai fini della costituzione del campione di analisi il quantitativo di metallo da prelevare è tale da consentire per ciascuno di essi, l’esecuzione di almeno quattro saggi, come previsto dall’articolo 44. 2. Il prelevamento di campioni di analisi di materie prime, portanti impresso il titolo dichiarato ed il

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marchio d’identificazione, tranne che nel caso previsto dall’articolo 20, comma 1, si effettua col metodo della trapanatura o della cesoiatura o dell’unghiatura in più punti, compatibilmente con le caratteristiche dimensionali del pezzo, dopo aver pulito le porzioni di superficie prescelte, avendo cura che materiali estranei, eventualmente aderenti al metallo prezioso o agli utensili impiegati, non abbiano a mescolarsi col campione prelevato; per i semilavorati può procedersi anche con il metodo della raschiatura. 3. Una parte della materia prelevata, sigillata dal personale delle Camere di commercio, può essere lasciata in consegna all’interessato, se egli ne fa espressa richiesta, per eventuali contestazioni e ripetizioni dei saggi. 4. La scelta dei punti di prelevamento dei campioni di analisi delle materie prime si opera come appresso: a) lingotti, verghe e simili: tre prelievi, di cui due ad opposte estremità del pezzo, ed una in profondità nel corpo del medesimo; b) bottoni, pezzi tondeggianti in genere: due prelievi, di cui uno nel corpo del pezzo. Nel caso di bottoni di piccole dimensioni si procede al ritiro di uno o più esemplari scelti a caso; c) lastre, profilati, eccetera: due prelievi, in punti convenientemente distanti del pezzo; d) semilavorati: 1) se di peso inferiore a 5 grammi: ritiro di due o più esemplari scelti a caso; 2) se di peso superiore a 5 grammi: prelievo di almeno un grammo di metallo su ciascun esemplare, da un gruppo di almeno tre, scelti a caso; e) polveri ed affini: prelievo nella massa, previo rimescolamento della stessa; f) leghe brasanti: prelievo come al punto c). Art. 8. 1. Negli oggetti in oro le eventuali saldature sono effettuate con leghe aventi lo stesso titolo dell’oggetto, con le seguenti eccezioni: a) negli oggetti in oro con titolo superiore a 750 millesimi, la saldatura è effettuata con lega d’oro a titolo non inferiore a 750 millesimi; b) nelle catene d’oro realizzate con un filo di diametro inferiore a 1 mm, le saldature possono essere effettuate con leghe non aventi contenuto aureo, ma non devono, comunque, comportare che il titolo reale dell’oggetto risulti, a fusione, inferiore al titolo legale dichiarato. 2. Negli oggetti in platino le eventuali saldature sono effettuate con leghe aventi un contenuto complessivo di metalli preziosi non inferiore a 800 millesimi. 3. Negli oggetti in palladio le eventuali saldature sono effettuate con leghe aventi un contenuto complessivo di metalli preziosi non inferiore a 700 millesimi. 4. Negli oggetti in argento le eventuali saldature sono effettuate con lega d’argento avente un titolo non inferiore a 550 millesimi. Art. 9. 1. Il prelevamento di campioni da oggetti di metalli preziosi finiti già muniti, nei modi previsti dal presente regolamento, del marchio d’identificazione e dell’impronta del titolo legale e pronti alla vendita, si effettua con i metodi della trapanatura, della cesoiatura, previo accertamento che l’oggetto e gli utensili da impiegare siano convenientemente puliti. 2. Ferma restando l’esigenza di disporre dei quantitativi minimi di metallo di cui all’articolo 7, comma 2, si evita, laddove ciò sia tecnicamente possibile, ogni eccessivo danneggiamento dell’oggetto. A tal fine il possessore dell’oggetto ha la facoltà di procedere personalmente, o con l’ausilio di persona di sua fiducia, alla effettuazione dell’operazione secondo il metodo scelto dal personale delle camere di commercio.

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3. Parte della materia prelevata può essere trattenuta dal possessore dell’oggetto, con le modalità e per gli scopi di cui all’articolo 7, comma 2, unitamente a quanto resta dell’oggetto. 4. La scelta dei punti di prelevamento dei campioni di analisi da oggetti finiti, si effettua come di seguito specificato: a) oggetti stampati o microfusi o a canna vuota a diametro costante o elettroformati di grandi dimensioni: tre prelievi in zone convenientemente distanti l’una dall’altra. Il risultato è l’espressione della media aritmetica dei singoli risultati; b) oggetti a canna vuota a diametro variabile: tre o più prelievi in zone convenientemente distanti l’una dall’altra. Il risultato è l’espressione della media aritmetica dei singoli risultati; c) oggetti elettroformati di piccola pezzatura: fusione completa; d) oggetti assemblati tramite saldature: un prelievo in parti lontane dalle stesse. Ove questo non sia possibile (punti di saldatura non visibili), il titolo dell’oggetto è dato dalla media aritmetica dei risultati di tre prelievi; e) oggetti formati da leghe di colore diverso: ove possibile è fatto almeno un prelievo per ogni colore. Il titolo dell’oggetto è dato dalla media aritmetica dei risultati dei prelievi per ogni colore; il numero dei prelievi non è inferiore a tre; f) lavori in filigrana, a piccole maglie e oggetti in genere ottenuti dalla elaborazione di un filo continuo: tre prelievi, compatibilmente con l’estensione dell’oggetto, ritagliati in più punti dell’oggetto stesso. Il risultato è l’espressione della media aritmetica dei singoli risultati dei prelievi. Art. 10. 1. Il ricorso alla fusione completa dell’oggetto può essere operata nei casi in cui il risultato del primo ed, eventualmente, del secondo saggio dà adito a fondati dubbi circa l’effettiva corrispondenza dei campioni di analisi, prelevati con i metodi di cui all’articolo 9, alla composizione dell’oggetto da cui derivano. Lo stesso procedimento è eseguito quando ciò è esplicitamente richiesto dal possessore dell’oggetto, e a suo carico. 2. La fusione dell’oggetto è eseguita presso i laboratori di analisi, o presso l’officina, idoneamente attrezzata, del titolare del marchio di identificazione secondo le direttive e alla presenza di personale della camera di commercio. Art. 11. 1. I metodi ufficiali di analisi per l’accertamento dei titoli delle materie prime e dei lavori in metalli preziosi, ai fini della legge, sono quelli riportati all’allegato II. 2. Per tutti i metalli preziosi, le analisi sono eseguite con doppia determinazione del titolo, per ciascun campione di analisi prelevato dalla lega in esame. 3. Sono altresì da considerarsi metodi ufficiali di analisi tutti quelli previsti dalle norme emanate da enti di normazione nazionale o internazionale che presentano un grado d’incertezza eguale o minore a quelli dettati nell’allegato II.

Allegato II METODI UFFICIALI DI ANALISI PER L’ACCERTAMENTO DEI TITOLI DELLE MATERIE PRIME E DEI LAVORI IN METALLO PREZIOSO PLATINO Metodo I: si segue la norma UNI EN ISO 11210 (1997), determinazione del platino nelle leghe di pla-

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tino per gioielleria: metodo gravimetrico dopo precipitazione dell’esacloroplatinato di ammonio. Metodo II: si segue la norma UNI EN ISO 11489 (1997), determinazione del platino nelle leghe di platino per gioielleria: metodo gravimetrico dopo riduzione con cloruro di mercurio. Metodo III: analisi per coppellazione e successivi attacchi (spargimenti) con acido nitrico ed acido solforico, fino a separazione completa dei metalli preziosi presenti nella lega. Il metodo III di saggio è valido per le sole materie prime Il grado di precisione dei metodi comporta, in sede di analisi, una incertezza non superiore a millesimi ± 3,0. PALLADIO Si segue la norma UNI EN ISO 11490 (1997): determinazione del palladio nelle leghe di palladio per la gioielleria: metodo gravimetrico con dimetilgliossina. Il grado di precisione dei metodi comporta, in sede di analisi, una incertezza non superiore a millesimi ± 2,0. ORO Si segue la norma UNI EN 31426 (1997): determinazione dell’oro nelle leghe di oro per la gioielleria: metodo della coppellazione e successivo spartimento con acido nitrico. Il grado di precisione dei metodi comporta, in sede di analisi, una incertezza non superiore a millesimi ± 1,0. ARGENTO Metodo I: si segue la norma UNI EN 31427 (1997): determinazione dell’argento nelle leghe di argento per la gioielleria: metodo volumetrico (potenziometrico) con utilizzo di bromuro di potassio. Metodo II: si segue la norma UNI EN 3753: determinazione dell’argento nelle leghe di argento: metodo per precipitazione di Gay Lussac, per attacco con acido nitrico e precipitazione con cloruro di sodio. Il grado di precisione dei metodi comporta, in sede di analisi, una incertezza non superiore a millesimi ± 1,0. CAPO III MARCHIO DI IDENTIFICAZIONE E TITOLI Art. 12. 1. Le caratteristiche e le dimensioni nominali del marchio di identificazione sono riportate nell’allegato III. 2. In relazione alle esigenze degli oggetti da marchiare, la matrice del marchio di identificazione è realizzata a cura della camera di commercio competente, in una serie di quattro diverse grandezze. 3. Le caratteristiche dell’impronta sono tali da risultare incise sull’oggetto e non impresse a rilievo, la stella, il numero e la sigla di cui al comma 1 e, per le impronte della quarta grandezza, anche il contorno poligonale dell’impronta medesima. 4. Oltre che nelle quattro grandezze di cui ai commi da 1 a 3, il Ministero delle attività produttive dispone, con suo decreto, sentito il Comitato centrale metrico, che il marchio di identificazione può essere realizzato anche in altre grandezze, quando ciò è espressamente richiesto da esigenze di carattere tecnico. 5. Per le stesse esigenze di cui al comma 4 e con le stesse modalità, possono essere disposte, per i fusti

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dei punzoni, dimensioni normalizzate diverse da quelle previste dall’articolo 15, comma 3, e per le impronte dei titoli legali e per le impronte del marchio delle Camere di commercio. Allegato III TABELLA DELLE CARATTERISTICHE E DIMENSIONI DELL’IMPRONTA DEL MARCHIO DI IDENTIFICAZIONE DEI METALLI PREZIOSI

A

H B

Dimensioni del marchio di identificazione Impronte 1a grandezza 2a grandezza 3a grandezza 4a grandezza

A mm

B mm

0,6

1,8

0,8

2,7

1,2

3,8

1,6

5,6

Art. 13. 1. Nell’ipotesi di cui all’articolo 5, comma 2, del decreto, l’importatore all’atto in cui pone in commercio nel territorio della Repubblica e dello Spazio economico europeo gli oggetti importati, assume tutte le responsabilità e gli oneri imposti dal decreto e dal presente regolamento ai produttori nazionali. Art. 14. 1. È fatto divieto di apporre il proprio marchio di identificazione su oggetti in metalli preziosi o loro leghe, di fabbricazione altrui, ad eccezione delle ipotesi di cui agli articoli 5, comma 2, e 17 del decreto. 2. Quando all’esecuzione di oggetti in metalli preziosi concorrono vari fabbricanti, l’obbligo dell’apposizione del marchio di identificazione e dell’impronta del titolo incombe al fabbricante che cura l’immissione in commercio del prodotto finito, ad eccezione dell’ipotesi di cui all’articolo 17 del decreto. 3. Ai fini indicati dal comma 2, lo scambio delle parti dell’oggetto si effettua con le norme stabilite all’articolo 19 per i semilavorati. 4. L’obbligo di detenere ed usare il marchio di identificazione non sussiste per chiunque esegue, per conto di terzi titolari del marchio stesso, lavorazioni parziali che non alterano la sostanza costitutiva dell’oggetto, come: pulitura, incassatura, montaggio; non sussiste per chiunque esegue, su oggetti usati, riparazioni per conto di privati committenti. 5. I predetti operatori sono però tenuti a procurarsi e ad esibire, in sede di eventuali controlli operati ai sensi dell’articolo 21 del decreto, documenti giustificativi atti a comprovare l’origine e la proprietà degli oggetti detenuti presso il proprio laboratorio.

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Art. 15. 1. I marchi di identificazione sono ricavati, a cura del titolare dei marchi stessi o di persona da lui delegata, dalle rispettive matrici depositate presso le Camere di commercio; l’operazione è effettuata presso le predette Camere di commercio o, a richiesta dell’interessato, presso l’azienda, o presso idoneo laboratorio specializzato da essa indicato, alla presenza di personale qualificato delle camere di commercio. 2. La riproduzione del marchio si ottiene mediante compressione del fusto vergine contro la relativa matrice; ogni altra tecnica di riproduzione è tassativamente esclusa. 3. I fusti destinati a ricevere l’impronta del marchio sono ricavati da profilati in acciaio, a sezione quadrata, aventi caratteristiche normalizzate, secondo quanto indicato dall’allegato IV. 4. Può essere anche autorizzata qualsiasi altra forma e dimensione, per la realizzazione di punzoni di tipo speciale, destinati o meno ad essere inseriti in appositi attrezzi o dispositivi meccanici, a condizione che risulti in ogni caso possibile l’apposizione, su di essi, del bollo di autenticazione previsto dall’articolo 11, comma 3, del decreto. 5. È anche autorizzato l’allestimento di punzoni recanti, oltre l’impronta del marchio di identificazione, quella del titolo legale ed, eventualmente, del marchio o sigla di cui all’articolo 9 del decreto. 6. Le autorizzazioni di cui ai commi 4 e 5 sono concesse, dalle camere di commercio competenti per territorio, agli interessati che ne presentano motivata richiesta, allegando alla domanda il disegno quotato dei punzoni stessi e dell’alloggiamento del dispositivo destinato a contenerli. 7. Il bollo di autenticazione è costituito da una figura geometrica, identificata nell’allegato VI, recante all’interno il numero caratteristico che distingue la camera di commercio. 8. La consegna dei punzoni si effettua contro ricevuta rilasciata dal titolare del marchio o dalla persona da questi delegata, e nella quale i punzoni sono indicati per quantità e tipo. 9. Dell’avvenuta consegna la camera di commercio prende debita nota.

Allegato IV PUNZONI DI TIPO NORMALIZZATO

S S L1 L Dimensioni del punzone Impronte

S mm

L1 mm

L mm

1a grandezza 2a grandezza

7

60

80

7

65

80

3a grandezza 4a grandezza

7

65

80

8 o 10

65

80

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Allegato VI BOLLO DI AUTENTICAZIONE DEI PUNZONI RILASCIATI AGLI ASSEGNATARI DEI MARCHI DI IDENTIFICAZIONE Fac-simile di un’impronta recante il numero caratteristico della Camera di Commercio

Art. 16. 1. A norma dell’articolo 8, comma 4, del decreto, le figure geometriche racchiudenti le cifre dei titoli legali sono rigorosamente normalizzate, e hanno le forme e le dimensioni indicate nell’allegato V. 2. Le cifre che indicano il titolo risultano incise sull’oggetto e non impresse a rilievo; dette cifre e la figura che le racchiude costituiscono nel loro complesso l’impronta del titolo legale. 3. In relazione alle caratteristiche degli oggetti da marchiare, l’impronta di ciascun titolo legale è realizzata in una serie di quattro diverse grandezze, aventi le dimensioni di cui all’allegato V. 4. Ciascuno degli assegnatari del marchio di identificazione provvede direttamente, sotto la propria responsabilità, alla costruzione dei punzoni recanti le impronte dei titoli legali, attenendosi rigorosamente alle norme di cui ai commi da 1 a 3. 5. È in facoltà dei predetti assegnatari di limitare la propria dotazione alle sole impronte e alle sole grandezze delle medesime che interessano la propria attività. Allegato V IMPRONTE NORMALIZZATE RECANTI L’INDICAZIONE DEL TITOLO ORO

ORO C

A

A

D

Impronte 1a grandezza 2a grandezza 3a grandezza 4a grandezza

B

B

Per i titoli di 375 - 585 - 750 millesimi

Per i titoli superiori a 750 millesimi

A mm 0,6 0,9 1,2 1,8

Dimensione delle impronte dei titoli legali B C D mm mm mm 1,5 0,6 A 0,75 B 2,3 0,6 A 0,75 B 3,0 0,6 A 0,75 B 4,5 0,6 A 0,75 B

E mm 0,5 B 0,5 B 0,5 B 0,5 B

F mm 0,4 B 0,4 B 0,4 B 0,4 B

Dimensioni approssimate a ± 0,1 mm

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ARGENTO

PLATINO C A

Pt E B

B

per tutti i titoli

per tutti i titoli

C

Pd F B

per tutti i titoli

Art. 17. 1. L’indicazione del titolo reale sulle materie prime si appone con l’impiego delle impronte di cui all’articolo 16 nei soli casi in cui il titolo predetto corrisponde esattamente ad uno dei titoli legali ammessi dal decreto. 2. In tutti i casi diversi da quelli considerati nel comma 1, il titolo reale si appone con l’impiego di impronte non normalizzate, facendo precedere le cifre indicanti i millesimi e i decimi di millesimo di metallo fine, dai simboli Pt, Pd, Au, Ag, rispettivamente per il platino, il palladio, l’oro e l’argento e facendole seguire dal simbolo 0/00. È anche ammesso che il titolo sia espresso sotto forma di frazione, con denominatore 1000 e con la eliminazione del simbolo 0/00. 3. L’indicazione del titolo delle materie prime è sempre accompagnato dal marchio di identificazione del produttore. 4. Le camere di commercio, in quanto detentrici delle matrici, verificano l’autenticità dei marchi di identificazione impressi sulle materie prime e sui lavori di metalli preziosi recanti la sigla della provincia di propria competenza, e rilasciano apposita dichiarazione di autenticità. Art. 18. 1. La bollatura degli oggetti in metalli preziosi si effettua con l’apposizione del marchio di identificazione e della indicazione del titolo legale, avendo cura di impiegare, in relazione alle caratteristiche e dimensioni dell’oggetto da marchiare, impronte di grandezze corrispondenti, secondo il disposto di cui agli articoli 12, comma 2, e 16, comma 5. Art. 19. 1. Le materie prime di platino, palladio, oro e argento, in piccoli grani, in fili e fogli sottili, in polvere, eccetera, ed i semilavorati in genere che, in relazione alla loro particolare struttura od alle loro ridotte dimensioni, non consentono la marchiatura, sono posti in vendita in involucri chiusi e sigillati. 2. Gli involucri sono costituiti di qualsiasi materiale idoneo allo scopo e sono confezionati anche all’atto della vendita, ma non devono potersi aprire dopo eseguita tale confezione e sigillatura se non per lacerazione dell’involucro stesso o rottura dei sigilli. 3. I sigilli sono apposti su laminetta in metallo o lega metallica, non ferrosi, o anche in materiale plasti-

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co, sulla quale è incisa la parola “sigillo”, seguita dalla indicazione del titolo e del marchio di identificazione del produttore. In alternativa all’uso della laminetta le indicazioni del titolo e del marchio di identificazione sono riportate sull’involucro stesso purché esso renda evidente ogni tentativo di manomissione che possa essere effettuato su di esso o su tali indicazioni. 4. Il Ministero delle attività produttive autorizza, con suo decreto, sentito il parere del Comitato centrale metrico, l’uso di ulteriori materiali, per le laminette di cui al comma 3, od altre forme di apposizione di sigilli riconosciuti idonei allo scopo. 5. I materiali contenuti negli involucri sigillati di cui ai precedenti commi sono sempre accompagnati da documento (fattura, certificato di garanzia o documento di trasporto) fornito dal venditore in cui risultano indicati, oltre la ragione sociale e l’indirizzo del medesimo, il titolo, la specificazione merceologica e la quantità dei materiali stessi. 6. I semilavorati in genere formano oggetto di scambio, anche se sprovvisti del marchio di identificazione e del titolo, quando lo scambio avviene tra aziende titolari di marchio e l’acquirente ne fa espressa richiesta e sempreché i semilavorati stessi siano contenuti negli involucri sigillati di cui ai commi da 1 a 5. Art. 20. 1. Gli oggetti che, in ragione della loro delicatezza o complessità di forma, o per la presenza di perle, pietre preziose o smalti, non consentono l’impressione del marchio, possono essere marchiati dal produttore, ancora prima di essere finiti, quando risultano ancora allo stato grezzo e non sono stati montati nelle loro diverse parti. 2. Il marchio di identificazione e l’impronta del titolo legale sono impressi su di una parte principale dell’oggetto, e cioè sulla parte che risulta di peso o volume prevalente o che serve di supporto principale ad altre parti dell’oggetto stesso purché tecnicamente idoneo alla punzonatura, è però ammesso che i bolli siano apposti in qualsiasi altra parte, se quella principale, per la presenza di gemme o smalti, risulta chiaramente soggetta a danneggiamenti per effetto dell’applicazione dei bolli stessi. 3. Il marchio di identificazione e l’impronta del titolo legale, sugli oggetti composti di più parti dello stesso metallo smontabili manualmente, sono apposti su ciascuna di tali parti, salvo il caso che queste sono di peso inferiore a un grammo e risultano perciò esenti dalla marchiatura a norma dell’articolo 12 del decreto; fermo restando l’obbligo della corrispondenza del titolo delle parti stesse al titolo legale impresso su di uno di esse, unitamente al marchio di identificazione. 4. Per le catenine i bolli si applicano su anellini terminali che risultano tali da non potersi asportare senza deformazione delle maglie contigue. 5. Per gli oggetti che non consentono una diretta marchiatura, il marchio di identificazione e l’indicazione del titolo legale sono apposti su piastrina dello stesso metallo dell’oggetto, unita ad esso mediante saldatura con tale metallo. 6. Lo stesso sistema di cui al comma 5 è adottato per tutti i lavori aventi particolare pregio artistico e per i gioielli recanti perle e pietre preziose od altre sostanze pregiate quali corallo, tartaruga, ambra, giada, nei quali il valore di esecuzione, o il valore delle perle, delle pietre ed altre sostanze, supera di almeno dieci volte il valore del metallo. L’accertamento delle predette condizioni si effettua sulla base delle relative fatturazioni o in caso di dubbio, è affidato ad esperti debitamente riconosciuti a norma dell’articolo 12, comma 3, del decreto. Art. 21. 1. Nelle casse da orologio il marchio di identificazione e l’indicazione del titolo legale si applicano soltanto sul fondello e non sulla “lunetta” (cerchietto porta vetro) e sulla “carrure” (contorno porta movimento); i bolli sono applicati anche all’interno del predetto fondello, a condizione che questo sia apribile, agevolmente senza danno, per ogni possibile controllo. Le parti non marchiate sono allo

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stesso titolo del fondello e si intendono garantite dalla indicazione apposta su questo. 2. I braccialetti ed ogni altro complemento o ornamento accessorio, applicato agli orologi, sono considerati a tutti gli effetti parti staccabili e sono sottoposti a specifica marchiatura. Art. 22. 1. Gli oggetti di fabbricazione mista di due o più metalli preziosi portano l’indicazione del titolo su ciascuno dei metalli componenti, in tutti i casi in cui ciascuno di questi, se di peso superiore a un grammo, costituisce una parte nettamente distinta da ogni altra parte dell’oggetto e risulta tecnicamente atta a ricevere l’impronta. 2. Le impronte del marchio di identificazione e del titolo del metallo prezioso di peso prevalente sono apposte su quest’ultimo in tutti gli altri casi, ed in particolare: a) negli oggetti nei quali i diversi metalli pur risultando distinguibili l’uno dall’altro, sono intimamente combinati tra loro, per motivi artistici o per esigenze di natura tecnica; b) negli oggetti nei quali i metalli di maggior pregio sono inseriti, per incastonatura od intarsi, nel corpo del metallo di peso prevalente; c) nelle casse da orologio (fondello). Art. 23. 1. L’obbligo della garanzia del titolo, per gli oggetti che, a norma dell’articolo 12 del decreto, sono esenti dall’obbligo del marchio di identificazione e della indicazione del titolo e per i quali lo stesso decreto non prescrive specifiche norme, si adempie all’atto in cui gli oggetti sono ceduti in vendita, con le seguenti modalità: a) gli oggetti di peso inferiore ad un grammo di cui all’articolo 12, comma 1, lettera a), del decreto, all’atto della vendita dal produttore o importatore all’acquirente sono contenuti in involucri debitamente sigillati con l’osservanza delle modalità indicate dall’articolo 19. Una descrizione dettagliata o sommaria degli oggetti contenuti nell’involucro è ripetuta sull’involucro stesso. I dettaglianti conservano il documento, l’involucro e gli eventuali sigilli di cui all’articolo 19 fino ad esaurimento della merce; b) i semilavorati, le leghe e i lavori per odontoiatria o per uso industriale, gli strumenti ed apparecchi per uso industriale o scientifico, di cui all’articolo 12, comma 1, lettere b), d) ed e), del decreto, sono accompagnati, ad ogni passaggio dal produttore od importatore al grossista o dettagliante, e da questi al consumatore, da un documento su cui è indicato il titolo reale dello stesso oggetto, o delle parti di esso costituite da metallo prezioso, che può essere diverso dai titoli legali previsti dal decreto. Per le leghe contenenti in proporzioni dichiarate due o più metalli preziosi, è indicato il titolo di ciascuno di questi; c) gli oggetti di antiquariato sono accompagnati da fattura di acquisto o da certificato redatto e sottoscritto ai sensi dell’articolo 12, comma 3, del decreto, controfirmato e datato dal venditore; d) gli oggetti usati non aventi pregio di antichità pervenuti ad aziende commerciali in epoche successive a quella di entrata in vigore della cessata legge 30 gennaio 1968, n. 46, per essere posti nuovamente in commercio sono già provvisti dei marchi di cui alla cessata legge 5 febbraio 1934, n. 305. Essi, inoltre, all’atto della vendita, sono accompagnati da regolare fattura, sulla quale risulta trascritta la descrizione dell’oggetto stesso, quale essa fu redatta sul registro delle operazioni dell’azienda, all’epoca in cui l’oggetto fu acquistato; e) i residui di lavorazione di cui all’articolo 12, comma 1, lettera i), del decreto, quando sono ceduti a terzi e quando provengono da materie prime di titolo omogeneo, sono venduti con le stesse norme previste dal precedente articolo 19; f) i residui di lavorazione provenienti da materie prime o da operazioni tecnologiche eterogenee ed

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in genere gli scarti di lavorazione, le ceneri e le spazzature di laboratorio, sono accompagnati da dichiarazioni attestanti che si tratta di “residui” del tutto privi di ogni garanzia sulla loro composizione e sul titolo dei metalli preziosi ivi contenuti; g) le leghe saldanti di cui all’articolo 12, comma 1, lettera l), del decreto sono parimenti vendute con le norme di cui all’articolo 19. Quando è richiesto da esigenze commerciali e risulta tecnicamente possibile, le dette leghe sono fornite senza involucro, a condizione che rechino l’indicazione del marchio di identificazione e del titolo. 2. Per leghe saldanti a base di argento si intendono quelle il cui contenuto di detto metallo è tale da consentirne l’impiego nella produzione argentiera. Le leghe cosiddette “da saldatura ad argento” usate per la saldatura dei metalli comuni sono vendute come metallo non prezioso. Art. 24. 1. L’esonero dell’apposizione del marchio di identificazione e della indicazione del titolo, di cui all’articolo 12, comma 1, lettera f ), del decreto, si intende esclusivamente concesso alle monete coniate dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato e dai corrispondenti Istituti esteri, che hanno corso legale, e che, se fuori corso, risultano sempre emesse dagli Istituti stessi. 2. L’applicazione del marchio d’identificazione e della indicazione del titolo è obbligatoria quando le monete di cui al comma 1 sono riprodotte al di fuori degli Istituti di Stato che le abbiano legittimamente emesse, anche se tale riproduzione risulta autorizzata. 3. L’obbligo di cui al comma 2 incombe, in ogni caso, ai produttori ed importatori di medaglie commemorative o di gettoni premio e di pseudo monetazioni di qualsiasi natura. Art. 25. 1. Gli oggetti destinati ad essere esportati fuori dello Spazio economico europeo sono prodotti senza il marchio di identificazione. 2. Gli oggetti destinati ad essere commercializzati nei Paesi dello Spazio economico europeo possono, altresì, essere prodotti senza il marchio di identificazione, sempreché rispettino le norme vigenti nel Paese di destinazione. 3. Il produttore è però soggetto a tutte le norme di legge per quanto concerne la corrispondenza del titolo reale degli oggetti di cui ai commi 1 e 2, al titolo indicato. 4. È consentita l’apposizione di eventuali marchi speciali, richiesti dagli importatori stranieri. 5. Per gli oggetti che all’atto dell’esportazione o della commercializzazione nello Spazio economico europeo sono regolarmente provvisti del marchio di identificazione e della indicazione del titolo legale l’esportatore è tenuto, a tutti gli effetti, alla osservanza degli obblighi di legge. 6. Gli oggetti da esportare verso Paesi con i quali sussiste l’ipotesi di cui all’articolo 5, comma 3, del decreto, sono muniti, obbligatoriamente, del marchio di identificazione nonché dell’impronta del titolo legale, ovvero della indicazione di uno dei titoli considerati legali nel Paese di destinazione. 7. Gli oggetti di cui ai commi da 1 a 6 sono posti in vendita anche nel territorio della Repubblica italiana alle seguenti condizioni: a) conformità delle caratteristiche costruttive di essi alle norme di legge e alle prescrizioni del presente regolamento; b) applicazione del marchio e dell’impronta del titolo legale, seguendo per quest’ultimo le prescrizioni di cui all’articolo 4, commi 1 e 2; c) cancellazione di qualsiasi eventuale impronta di marchio od impronta di titolo, diversa da quelle legali, che è stata apposta ai fini dell’esportazione. 8. Gli oggetti il cui titolo reale è inferiore al più basso dei titoli legali previsti dalla legge, se non sono esportati, sono venduti come oggetti di metallo non prezioso.

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CAPO IV IL REGISTRO DEGLI ASSEGNATARI DEI MARCHI DI IDENTIFICAZIONE Art. 26. 1. Il marchio di identificazione è assegnato alle aziende che esercitano una o più delle seguenti attività: a) vendita di metalli preziosi o loro leghe allo stato di materie prime o semilavorati; b) fabbricazione di prodotti finiti in metalli preziosi o loro leghe; c) importazione di materie prime o semilavorati o di prodotti finiti in metalli preziosi o loro leghe. 2. Ai sensi del comma 1, lettera b), il marchio di identificazione è anche assegnato, a domanda, a quelle aziende commerciali che, pur esercitando come attività principale la vendita di prodotti finiti di fabbricazione altrui, risultano dotate di un proprio laboratorio, idoneo alla fabbricazione di oggetti in metalli preziosi. La concessione è subordinata all’accertamento di tale requisito, da effettuarsi a spese dell’azienda interessata, dalla camera di commercio competente per territorio. Art. 27. 1. La domanda di iscrizione al registro è presentata alla camera di commercio, industria e artigianato della provincia ove l’azienda richiedente ha la propria sede legale. 2. Detta domanda contiene le seguenti indicazioni: a) la denominazione dell’azienda e la sua sede legale; b) le generalità del titolare della licenza, ove prevista, di cui all’articolo 127 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza di cui al regio decreto 18 giugno 1931, n. 773 e la sua posizione in seno all’azienda. Nel caso di ditte individuali o di imprese artigiane, le generalità del titolare della ditta o dell’impresa medesima; c) l’attività o le attività esercitate dall’azienda, ai sensi dell’articolo 26; d) il numero e l’ubicazione delle eventuali altre sedi dell’azienda (filiali, stabilimenti) anche se situate in altre province, nelle quali sono svolte le stesse attività. 3. Alla domanda sono allegate: a) copia della licenza di pubblica sicurezza, di cui al comma 2, lettera b); b) ricevuta di avvenuto pagamento dei diritti di saggio e marchio previsti all’articolo 7 del decreto. 4. Per le aziende industriali, la documentazione da allegare alla domanda di concessione del marchio è corredata da una autocertificazione sulla quale è indicato, per gli effetti dell’articolo 7, comma 1, del decreto, il numero dei dipendenti dell’azienda stessa. 5. In detto numero sono inclusi tutti i prestatori di lavoro subordinato dell’azienda, indipendentemente dalle rispettive qualifiche, operai, impiegati, dirigenti amministrativi o tecnici, e dal loro eventuale impiego in settori dell’impresa anche non direttamente connessi con la lavorazione dei metalli preziosi. Art. 28. 1. Il registro contiene le seguenti indicazioni: a) numero d’iscrizione nel registro delle imprese; b) data di ricevimento della domanda di iscrizione; c) denominazione e sede legale dell’impresa; d) ubicazione delle eventuali altre sedi dell’azienda (filiali, stabilimenti), anche se situate in altre province; e) attività esercitate dall’azienda, ai sensi dell’articolo 26; f) numero e data d’iscrizione nel registro delle ditte o nell’albo delle imprese artigiane; g) numero e data della licenza, ove prevista, rilasciata dall’autorità di pubblica sicurezza, generalità del titolare della licenza stessa e sua posizione in seno all’azienda;

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h) la riproduzione degli eventuali marchi tradizionali di fabbrica, o sigle particolari, consentiti ai sensi dell’articolo 9 del decreto e depositati nei modi di cui all’articolo 33; i) numero caratteristico del marchio d’identificazione, assegnato dalla camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura entro due mesi dalla data di presentazione della domanda di concessione del marchio stesso; l) l’indicazione dell’eventuale laboratorio o organismo di certificazione presso cui l’azienda ha chiesto la certificazione aggiuntiva ai sensi dell’articolo 19 del decreto, e l’eventuale logo concesso alla stessa azienda secondo quanto stabilito all’articolo 53. 2. Il suddetto registro dei fabbricanti ed importatori comprende tutti gli assegnatari dei marchi di identificazione. 3. La consultazione del registro da parte della pubblica amministrazione è gratuita. Art. 29. 1. Il numero caratteristico da riprodurre sul marchio di identificazione, è assegnato alle imprese richiedenti, nell’ordine di ricevimento delle rispettive domande di concessione, rispettando la pregressa numerazione. 2. La numerazione prosegue nell’ambito di ciascuna provincia senza soluzione di continuità. 3. Il numero caratteristico dei marchi per qualsiasi motivo scaduti, ritirati o annullati non è più attribuito. 4. Eccezioni al disposto di cui al comma 3 sono fatte con provvedimento della camera di commercio competente, per quelle ditte cui il marchio è stato ritirato ai sensi dell’articolo 7, comma 4, del decreto e che, all’atto della eventuale ripresa della propria attività e della presentazione della nuova domanda di iscrizione nel registro e di concessione del marchio, richiedono l’attribuzione dello stesso numero precedentemente posseduto. 5. Dei marchi di identificazione comunque scaduti, ritirati o annullati, e di quelli eventualmente riattribuiti ai sensi del comma 4, viene data cronologicamente notizia nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana. 6. Sulla stessa Gazzetta Ufficiale è data altresì notizia degli eventuali smarrimenti o furti di punzoni recanti l’impronta del marchio di identificazione. 7. La denuncia di tali smarrimenti o furti è fatta dall’interessato alla camera di commercio entro quarantotto ore. 8. Il segretario generale della camera di commercio competente ha facoltà di disporre, che all’azienda che ha smarrito uno o più punzoni è assegnato un nuovo numero caratteristico di marchio, quando risulta accertato l’uso abusivo dei punzoni smarriti. 9. I punzoni dei marchi comunque scaduti; ritirati od annullati, e quelli resi inservibili dall’uso, sono riconsegnati alla competente camera di commercio, che ne prende debita nota e ne rilascia ricevuta all’interessato, dopo averne accertata l’autenticità. 10.La deformazione dei punzoni di cui al comma 9 è effettuata dalla stessa camera di commercio almeno ogni sei mesi ed è parimenti registrata. Art. 30. 1. Il marchio di identificazione è assegnato all’impresa, e ad essa rimane attribuito indipendentemente dalle eventuali variazioni delle persone fisiche titolari della relativa licenza di pubblica sicurezza, ove richiesta. 2. Il trasferimento di proprietà, per atto tra vivi o a causa di morte, dell’impresa che produce oggetti in metallo prezioso comporta, altresì, il trasferimento a chi subentra del marchio di identificazione, sempreché il subentrante continui l’esercizio della medesima attività, sia in possesso della licenza di pubblica sicurezza, ove richiesta, e comunichi alla camera di commercio i dati di cui all’articolo 27, comma 2, lettere a), b) e d), del presente regolamento entro il termine di trenta giorni.

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3. Entro il medesimo termine l’impresa segnala alla camera di commercio competente anche le variazioni di cui al comma 1. 4. Alle imprese che svolgono la propria attività in più sedi o stabilimenti, è assegnato un unico marchio. Art. 31. 1. All’atto di accoglimento della domanda di concessione del marchio di identificazione la camera di commercio riscuote i diritti di saggio e marchio. 2. Le imprese artigiane che perdono i requisiti di cui alla legge 5 agosto 1985, n. 443, sono tenute ad effettuare un versamento integrativo per il raggiungimento dell’importo del diritto di saggio e marchio stabilito per le aziende industriali. 3. Ai fini di cui al comma 2 la camera di commercio notifica all’impresa l’obbligo di effettuare il versamento predetto e di munirsi della licenza di pubblica sicurezza. 4. I diritti di saggio e marchio, le indennità di mora e i versamenti integrativi sono versati alle camere di commercio secondo modalità stabilite dalle stesse. 5. All’atto del pagamento del diritto relativo al rinnovo annuale del marchio da effettuare ai sensi dell’articolo 7, comma 2, del decreto, le aziende industriali producono, aggiornata, la dichiarazione di cui all’articolo 27. Art. 32. 1. Oltre che per il caso previsto dall’articolo 7, comma 4, del decreto, si procede al ritiro del marchio e alla cancellazione dal registro, per decadenza della licenza, di cui all’articolo 127 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza di cui al regio decreto 18 giugno 1931, n. 773. CAPO V MARCHI TRADIZIONALI DI FABBRICA, MARCHIO PER IL SAGGIO FACOLTATIVO Art. 33. 1. I produttori che intendono avvalersi della facoltà di cui all’articolo 9 del decreto, di apporre, in aggiunta al marchio di identificazione, il proprio marchio tradizionale di fabbrica, presentano formale dichiarazione alla camera di commercio competente per territorio, accompagnandola con le impronte di tali marchi, impresse su lastrine metalliche, per ciascuna delle grandezze del marchio medesimo. 2. I marchi di cui al comma 1 sono inoltre depositati su supporto cartaceo o informatico alla camera di commercio. 3. Con l’osservanza delle condizioni di cui all’articolo 9 del decreto e con le stesse modalità di cui al comma 1, i produttori hanno la facoltà di apporre, su richiesta e per conto di committenti, la indicazione del nominativo dei medesimi, e della loro ragione sociale od apposite sigle identificative indicate dai singoli clienti. 4. Le camere di commercio stabiliscono se il marchio di fabbrica di cui al comma 3 contiene eventuali indicazioni atte a ingenerare equivoci con i titoli ed i marchi di identificazione, ed hanno la facoltà di vietare, in caso affermativo, l’uso del marchio stesso. 5. Contro il provvedimento adottato dal funzionario responsabile della camera di commercio è ammesso ricorso gerarchico al Segretario generale della stessa camera di commercio, che può richiedere parere tecnico al Ministero delle attività produttive. Art. 34. 1. Il marchio di cui all’articolo 13 del decreto è costituito da una impronta riproducente, racchiuso in un contorno circolare, il numero identificativo della camera di commercio interessata.

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2. L’impronta di cui al comma 1 è realizzata in una serie di tre diverse grandezze; le sue caratteristiche e dimensioni sono indicate nell’allegato VII. 3. Il suddetto marchio è apposto sugli oggetti in metalli preziosi a convalida delle impronte del titolo legale e del marchio di identificazione impressi sugli oggetti medesimi ad eccezione dei casi previsti all’articolo 25, comma 1; esso è applicato quando il titolo reale risulta, attraverso l’analisi, uguale o superiore al predetto titolo legale, tenuto conto delle tolleranze previste dal decreto. A tal fine la camera di commercio interessata si avvale del proprio laboratorio di saggio, o di quello di un’altra camera di commercio, o del laboratorio dell’azienda speciale di una delle suddette camere. 4. Nel caso in cui dall’analisi di oggetti destinati ad essere posti in vendita risulti un titolo reale inferiore a quello impresso sugli oggetti stessi, essi sono resi all’interessato e non sono rimessi in vendita se non previo adeguamento alle norme di legge. 5. Il marchio di cui ai commi da 1 a 4 si appone, altresì, sulle materie prime, a garanzia del titolo reale riscontrato in sede di analisi. A tal fine il laboratorio di cui al comma 3 provvede direttamente ad imprimere tale titolo, espresso in millesimi e decimi di millesimi, accanto al predetto marchio. 6. L’apposizione del marchio e del titolo di cui al comma 5 sono, in ogni caso, subordinati alla preventiva apposizione da parte del produttore, del proprio marchio di identificazione.

Allegato VII MARCHIO PER IL SAGGIO FACOLTATIVO

000 Impronta normalizzata

Impronte 1a grandezza 2a grandezza 3a grandezza

Dimensione in mm 1,6 3,2 6,0

Art. 35. 1. Il saggio facoltativo e l’apposizione del relativo marchio sull’oggetto saggiato, sono richiesti ed ottenuti a condizione che il presentatore dichiari di conoscere ed accettare l’eventuale danneggiamento che può derivare all’oggetto dall’applicazione di uno dei metodi di analisi previsti dal presente regolamento. 2. Se è presentato al saggio facoltativo un considerevole numero di oggetti, al fine di garantire modalità omogenee di prelevamento, il numero degli esemplari da cui estrarre i campioni di analisi, per ogni tipologia produttiva e lega utilizzata è fissato dallo schema riportato nell’allegato VIII, che può essere modificato con decreto del Ministro delle attività produttive. 3. In presenza di esito positivo delle analisi si procede, in alternativa su richiesta dell’interessato, all’applicazione del marchio su tutti gli oggetti, ovvero, alla certificazione dell’intera partita. 4. Nel primo caso previsto dal comma 3 le operazioni di marchiatura sono eseguite direttamente dal presentatore degli oggetti o da un suo delegato, sotto il diretto controllo del personale del laboratorio, altrimenti il certificato di analisi, indicante la data, il peso, il titolo ed il metallo prezioso relativo,

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è sigillato insieme agli oggetti cui si riferisce all’interno del laboratorio medesimo. Tale involucro reca all’esterno i sigilli comprovanti l’avvenuta certificazione. 5. Le spese per il saggio e per l’applicazione del suddetto marchio sulle materie prime e sugli oggetti sono a carico del richiedente. Allegato VIII SCHEMA PER INDIVIDUARE IL NUMERO DI ESEMPLARI DA CUI ESTRARRE I CAMPIONI DI ANALISI Numero di oggetti della stessa tipologia produttiva e tipo di lega

1-80 81-224 225-449 450-700 701-1000 Oltre 1000

Numero degli esemplari da prelevare

Minimo 1 4 8 15 22

Massimo 3 7 14 21 30

30 esemplari più uno per ogni cento oggetti oltre i mille

CAPO VI OGGETTI PLACCATI, DORATI, ARGENTATI E RINFORZATI O DI FABBRICAZIONE MISTA Art. 36. 1. Sugli oggetti costituiti di metalli comuni recanti rivestimenti di oro è consentita l’iscrizione del termine “dorato” od anche dei termini “placcato” e “laminato” seguito dal simbolo Au; tali termini, seguiti rispettivamente dai simboli Pt, Pd, Ag, sono usati anche per gli oggetti rivestiti di platino, palladio ed argento. 2. Sugli oggetti costituiti di sostanze non metalliche, senza pregiudizio di limite di peso specifico, recanti rivestimenti di metalli preziosi realizzati mediante procedimento di deposizione elettrogalvanica è consentita l’apposizione di un particolare marchio di fabbrica composto da una impronta racchiusa in un ottagono, secondo il modello unificato di cui all’allegato IX, recante all’interno la sigla del produttore, l’indicazione “DG”, il simbolo del metallo prezioso come indicato al comma 1, l’indicazione in cifre del peso del metallo fino espresso in grammi seguita dal simbolo “g” e la sigla della provincia dove il produttore ha la propria sede legale, a condizione che detti oggetti rispondano alle seguenti prescrizioni: a) il materiale ricoperto non è alterabile né degradabile; b) il rivestimento ha uno spessore tale da consentire autonomamente, in ogni sua parte, l’applicazione delle indicazioni di cui al presente comma. 3. Il marchio particolare di fabbrica, privo dell’indicazione relativa al peso, è depositato dagli interessati presso la camera di commercio competente per territorio, che stabilisce se lo stesso è conforme alle prescrizioni del modello unificato di cui al comma 2 ed ha facoltà di vietare, in caso di difformità, l’uso del marchio stesso. 4. Con provvedimento del Ministero delle attività produttive si possono disporre variazioni e modifiche del modello unificato di cui al comma 2, in relazione alle esigenze che possono in concreto manifestarsi.

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5. Contro i provvedimenti adottati dal funzionario responsabile ai sensi del comma 3 è ammesso ricorso gerarchico al Segretario generale della stessa camera di commercio, che può richiedere parere tecnico al Ministero delle attività produttive. 6. Sugli oggetti costituiti da una lamina di metallo prezioso applicata su una lastra di metallo comune è consentita l’apposizione, nell’ordine, di tutti i seguenti elementi: sigla della provincia in cui l’azienda ha sede legale, simbolo chimico del metallo prezioso, indicazione in cifra della massa di fino arrotondata al grammo seguita dal simbolo “g”, e sigla del produttore coincidente con il numero caratteristico assegnato dalla camera di commercio ai sensi dell’articolo 29. 7. La denominazione “gioielleria” “oreficeria” e “argenteria” non sono applicabili agli oggetti di cui ai commi 1, 2 e 6. Su tali oggetti è vietata l’impressione del marchio di identificazione, nonché qualsiasi indicazione di titolo in millesimi o in carati, a norma dell’articolo 15 del decreto e, salvo quanto previsto ai commi 2 e 6, qualsiasi indicazione concernente la quantità del metallo prezioso del rivestimento.

Allegato IX MARCHIO PARTICOLARE DI FABBRICA PER GLI OGGETTI OTTENUTI PER DEPOSIZIONE ELETTROGALVANICA Mascherina di alloggiamento per i punzoni delle cifre relative al peso

Spazio riservato al logotipo del produttore

MARCHIO PER LAVORI RECANTI RIVESTIMENTO IN METALLI PREZIOSI OTTENUTO CON TECNICA DEL DEPOSITO GALVANICO

1. I valori numerici indicativi del peso del metallo prezioso depositato sono realizzati nel centro dell’ottagono, in un alloggiamento rettangolare idoneo a ricevere i punzoncini recanti le cifre da imprimere 2. Il marchio deve essere realizzato in un ottagono regolare inscritto in un cerchio di diametro di 8 mm oppure di 7 mm. 3. L’indicazione in grammi per i metalli preziosi costituenti il rivestimento diversi dall’argento deve essere riportata fino alla prima cifra decimale. Nei casi di rivestimento d’argento tale indicazione deve essere limitata alle cifre intere. 4. La sigla del produttore, oltre che di tipo alfanumerico, può essere costituita dal logotipo del produttore medesimo. 5. L’impronta che costituisce il marchio particolare di cui al precedente numero 4 deve risultare incisa sull’oggetto e non impressa a rilievo. 6. La profondità dell’incisione relativa all’eventuale virgola non deve essere inferiore a quella degli altri caratteri e del contorno ottagonale. 7. In relazione alle esigenze degli oggetti da marchiare, l’impronta può essere realizzata in una serie di due diverse grandezze aventi le dimensioni indicate al numero 2

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Art. 37. 1. Gli oggetti che, per loro natura o per gli usi cui sono destinati, sono completati con materiali diversi, non metallici, quali legno, osso, avorio, cuoio, porcellana, smalto, cristallo, marmi e pietre dure, sono soggetti all’obbligo della apposizione del titolo e del marchio, e non delle altre indicazioni di cui all’articolo 39, a condizione che i materiali non metallici siano fissati alle parti in metallo prezioso con adesivi o con collegamenti metallici chiaramente visibili. 2. Le lastre in metallo prezioso realizzate con la tecnica dello stampaggio a cui, a completamento, viene aggiunto successivamente un materiale plastico, o similare, portano impresso comunque il titolo ed il marchio di identificazione. Art. 38. 1. Gli oggetti finiti, pronti per essere posti in commercio, che, per loro natura o per gli usi cui sono destinati o per esigenze di ordine tecnico, si compongono di parti in metallo prezioso e di parti in metallo comune sono soggetti all’obbligo della indicazione del titolo e del marchio e alle seguenti altre prescrizioni: a) tutte le parti in metallo comune sono chiaramente visibili e distinguibili, anche per colore, o smontabili dalle parti in metallo prezioso; b) su ciascuna delle parti in metallo non prezioso è impressa in maniera visibile l’indicazione “M”, racchiusa in un quadrato o, facoltativamente, l’indicazione “Metallo”, ovvero il nome specifico del metallo o della lega impiegata, o per l’acciaio, l’indicazione “inox”. 2. Sugli oggetti in lega di metallo prezioso è fatto divieto di depositare metalli non preziosi, ad eccezione di iridio, osmio, rodio e rutenio, con il metodo di deposizione galvanica o metodi simili. Art. 39. 1. Negli oggetti cavi di platino, palladio, oro e argento, è vietata l’introduzione di metalli non preziosi e di sostanze di qualsiasi genere. 2. Ai sensi dell’articolo 15, comma 3, del decreto sono ammesse le seguenti eccezioni: a) negli oggetti parzialmente o totalmente rivestiti in lamina di metallo prezioso, è consentito l’uso di mastice per fissare la lamina al suo supporto, a condizione che la densità del mastice non sia superiore a 2,5 g/cm3 e che la sua percentuale in peso non superi il 25% del peso totale dell’oggetto, e che sia incisa l’indicazione “R” racchiusa in un quadrato, accompagnata dalla indicazione del peso del metallo, in grammi e decimi di grammo, seguita dal simbolo “g” per i rivestimenti in platino, palladio ed oro, e alle condizioni di cui alla successiva lettera c) per i rivestimenti in argento; b) nei piedi o basamenti di vasi, candelabri, coppe ed oggetti affini, che per praticità di uso sono rinforzati ed appesantiti, è ammessa la introduzione di un riempimento metallico, a condizione che questo sia applicato in maniera da poter essere smontato e che risulti totalmente visibile o che, se ricoperto con piastre o coperchi metallici o non metallici, tale copertura sia fissata in modo da poter essere, anche essa, agevolmente smontata. Su ogni parte di metallo comune, ivi comprese le piastre di copertura, deve essere impressa l’indicazione “metallo” ovvero il nome specifico del metallo o della lega impiegati. Nel caso in cui la piastra di copertura sia in metallo prezioso, essa reca il marchio di identificazione, l’indicazione del titolo, il termine “riempito”, nonché il peso del metallo fino espresso in grammi seguito dalla lettera “g” della piastra stessa; c) nei manici dei coltelli è ammesso il riempimento con sostanze non metalliche senza pregiudizio dei limiti di densità, ed è consentito altresì che la lama sia fissata al manico con saldatura in metallo non prezioso a condizione che in ogni manico sia inciso il termine “riempito” o facoltativamente l’indicazione “R” racchiusa in un quadrato, accompagnata dalla indicazione del peso della lega di metallo prezioso, in grammi e decimi di grammo, seguita dal simbolo “g”. Nei

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manici in argento, nei quali il peso del metallo prezioso è inferiore o uguale a 50 grammi, detto peso però può essere espresso anziché col suo valore effettivo, in maniera approssimata, facendo seguire la lettera “R” (riempito) da una delle seguenti notazioni: due cifre, separate dal simbolo “÷” seguite dalla lettera “g”, nelle quali le cifre rappresentano, in grammi, i valori minimo e massimo entro i quali il peso stesso deve intendersi contenuto: 1÷2, 2÷3, 3÷5, 5÷7, 7÷10, 10÷13, 13÷16, 16÷20, 20÷25, 25÷30, 30÷35, 35÷40, 40÷45, 45÷50. Art. 40. 1. Gli oggetti contenenti congegni a molla hanno le molle composte dello stesso metallo costitutivo dell’oggetto, con le eccezioni di cui appresso, nelle quali è consentito l’impiego di molle in materiale non prezioso per motivi di funzionalità: a) anellini a molla, moschettoni con molle e braccialetti estensibili, ad elementi smontabili, con il limite di peso di 1,5 grammi; b) portasigarette, accendisigari, borsette, scatole, casse da orologio e, in genere, qualsiasi altro oggetto nel quale la presenza di molle di acciaio è giustificata da esigenze tecniche e le molle stesse sono applicate in modo visibile e distinguibile dal metallo prezioso e il loro peso non supera 1g per il platino, palladio ed oro e di 3 g per l’argento. 2. Nei casi di cui al comma 1, lettere a) e b), le molle non sono campionate per la determinazione del titolo. 3. Se gli oggetti di cui al comma 1, lettere a) e b), sono provvisti di molle di peso superiore a quelli indicati, o di organi in acciaio di varia natura, quali viti, perni, cerniere e simili, è impressa l’indicazione “M” (metallo) racchiusa in un quadrato ed il peso complessivo delle parti in acciaio espresse in grammi e decimi di grammo seguito dal simbolo “g”. CAPO VII RESPONSABILITÀ DEGLI OPERATORI, FUNZIONI DI VIGILANZA DELLE CAMERE DI COMMERCIO Art. 41. 1. I commercianti all’ingrosso ed i rivenditori di oggetti in metalli preziosi hanno l’obbligo di controllare all’atto dell’acquisto della merce, la effettiva corrispondenza di essa alle indicazioni riportate nei documenti che li accompagnano, nonché la presenza e la leggibilità delle impronte del marchio e del titolo impresse sugli oggetti ed ogni altra eventuale indicazione la cui presenza è imposta o consentita dal presente regolamento. Art. 42. 1. La vigilanza sulla produzione e sul commercio dei metalli preziosi è esercitata dal personale delle Camere di commercio anche nei confronti di coloro che producono, importano o rivendono oggetti placcati, argentati o rinforzati o di fabbricazione mista. 2. Il suddetto personale, per esercitare le funzioni di agenti e ufficiali di polizia giudiziaria, ha frequentato con esito positivo un apposito corso teorico-pratico di formazione, inoltre, nell’esercizio della sua azione di vigilanza, esibisce la tessera di cui all’articolo 20, comma 2 del decreto. Art. 43. 1. Il personale di cui all’articolo 42 ha libero accesso ai locali delle aziende soggette alla sua vigilanza, ai sensi dell’articolo 21 del decreto, in tutto il tempo in cui questi sono aperti al pubblico o vi si esercita una normale attività lavorativa.

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2. Quando i locali sono chiusi si procede, per accertare l’osservanza delle norme del decreto e del presente regolamento, nelle forme di legge. 3. In caso di rifiuto del libero accesso, da parte del titolare dell’azienda o di chi lo sostituisce, il personale preposto alla vigilanza può far ricorso all’ausilio della forza pubblica. 4. L’assenza del titolare o rappresentante legale della azienda non costituisce causa di impedimento per il libero accesso del personale ispettivo della camera di commercio. Art. 44. 1. Il prelevamento delle materie prime, dei semilavorati e degli oggetti, in sede di vigilanza, si effettua tenendo presenti, quanto alla qualità e quantità degli oggetti o delle parti di oggetto da prelevare, le modalità di prelievo dei campioni di analisi, e tenendo presente altresì l’esigenza di effettuare per ciascun campione di analisi, almeno quattro saggi, ove si manifesti la necessità di ripetere il saggio, per esigenza del laboratorio di analisi o su richiesta delle parti o dell’autorità giudiziaria. 2. Può essere prelevato l’intero oggetto, anche se di peso o di volume rilevante, se l’interessato preferisce non procedere, seduta stante, al ricavo dei campioni di analisi. 3. Gli oggetti in platino, palladio, oro e argento di piccola mole o di scarso peso sono prelevati nel numero di due o più esemplari, scelti a caso. 4. Il produttore, importatore o commerciante ha la facoltà di asportare dagli oggetti sottoposti a prelievo, preventivamente, le eventuali pietre preziose. Art. 45. 1. All’atto del prelevamento di oggetti da sottoporre ad accertamento del titolo su di esso impresso, il produttore, importatore o commerciante ha il diritto di far inserire nel verbale eventuali dichiarazioni che ritiene utili ai fini dell’accertamento stesso ed in particolare, segnalazioni atte a favorire la classificazione dell’oggetto in una delle categorie per le quali è ammessa una tolleranza sul titolo, a norma dell’articolo 3, comma 4, del decreto. 2. Il verbale di prelevamento delle materie prime o degli oggetti da sottoporre al controllo del titolo è sottoscritto dal funzionario della camera di commercio che opera il prelevamento e dal titolare dell’azienda o da persona che ha il potere di rappresentarlo. 3. Il detto titolare, o il suo rappresentante, è avvertito agli effetti delle disposizioni di cui agli articoli 21 e 22 del decreto. 4. Sul verbale di cui al comma 2, oltre alle indicazioni prescritte a norma dell’articolo 21, comma 3, del decreto, sono indicati il luogo e le circostanze in cui si effettua il prelevamento ed ogni altra indicazione atta ad identificare compiutamente le persone dei verbalizzati. 5. Se il prelevamento effettuato presso aziende commerciali o che operano nei casi previsti dall’articolo 17 del decreto riguarda oggetti con marchi di identificazione altrui, il titolare della azienda, o chi nell’occasione lo rappresenta, ha la facoltà di far inserire a verbale la formale richiesta che i reperti siano trattenuti presso la camera di commercio competente per almeno cinque giorni, prima dei successivi adempimenti di cui all’articolo 46, affinché il produttore o i produttori, opportunamente avvertiti da esso titolare, abbiano modo di intervenire in tempo utile con proprie eventuali deduzioni. 6. In caso di assenza del titolare dell’azienda e di persona che ha il potere di rappresentarlo, le materie prime o gli oggetti prelevati sono chiusi in plichi sigillati dallo stesso funzionario che ha operato il prelevamento, e dati in consegna alla persona, che, al momento, ha in affidamento l’azienda. La consegna è effettuata con verbale, nel quale è notificato l’obbligo di presentare i plichi sigillati presso la sede della camera di commercio, entro il termine indicato dal verbalizzante secondo le esigenze del servizio, comunque non inferiore alle successive ventiquattro ore. 7. La procedura della consegna diretta dei campioni presso la camera di commercio da parte dell’azienda

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può anche essere disposta dal funzionario che ha proceduto al prelievo. In tal caso si osservano le modalità del comma 6 relativamente alla chiusura e suggellatura dei campioni e al termine di consegna. Art. 46. 1. I campioni relativi a materie prime, semilavorati e oggetti prelevati a norma degli articoli 44 e 45, racchiusi in involucri autosigillanti debitamente firmati dal funzionario che ha effettuato il prelevamento e dal proprietario dello stesso materiale prelevato o da chi nella occasione lo rappresenta, sono consegnati o inviati al prescelto laboratorio di analisi, per l’esecuzione dei necessari saggi, a cura dello stesso funzionario della camera di commercio competente che ha effettuato il prelevamento. Art. 47. 1. Il risultato del saggio è trasmesso dal laboratorio di analisi alla camera di commercio competente, mediante apposito certificato accompagnandolo con i campioni e gli oggetti prelevati e con i residui dei campioni e degli oggetti stessi. 2. Se il titolo è riscontrato conforme a quello legale o dichiarato, tenuto conto delle tolleranze eventualmente ammesse e dell’errore massimo ammissibile in sede di analisi, i campioni e gli oggetti prelevati, con i residui dei campioni e degli oggetti stessi, sono ritirati dal proprietario presso la competente camera di commercio entro e non oltre sessanta giorni dalla data di ricevimento della relativa comunicazione effettuata a cura della stessa camera; trascorso tale termine la restituzione è effettuata d’ufficio da parte della camera di commercio a spese del proprietario stesso. 3. Copia del certificato di cui al comma 1 è rilasciata all’interessato, su richiesta del medesimo. 4. Se il titolo è riscontrato non conforme a quello legale o dichiarato, tenuto conto delle tolleranze eventualmente ammesse e dell’errore massimo ammissibile in sede di analisi, la competente camera di commercio applica le sanzioni di cui all’articolo 25 del decreto e ne dà comunicazione al Questore, ai sensi del comma 3, dello stesso articolo. 5. Nel caso di cui al comma 4 i frammenti degli oggetti e dei campioni, prelevati e non utilizzati per l’effettuazione del saggio, ed i residui del saggio medesimo sono trattenuti dalla camera di commercio, per gli eventuali adempimenti previsti dagli articoli 25 e 26 del decreto e dalle norme vigenti in materia di sanzioni. CAPO VIII SISTEMI DI CERTIFICAZIONE, LABORATORI DI ANALISI Art. 48. 1. I laboratori di analisi, operano, oltreché secondo quanto stabilito nel presente regolamento, secondo i criteri generali espressi dalla norma di cui all’allegato X con particolare riferimento alle prove sui metalli preziosi eseguite secondo i metodi previsti all’articolo 11 ed assicurano la riferibilità delle misure ai campioni nazionali. 2. I responsabili tecnici dei suddetti laboratori sono muniti del diploma di laurea o equivalente in chimica o in chimica industriale oppure del diploma di perito chimico. Art. 49. 1. Ai fini dell’abilitazione di cui all’articolo 18, comma 1, del decreto, i laboratori interessati sono sottoposti a visite ispettive periodiche, condotte in conformità ai criteri generali espressi dalla norma di cui all’allegato X, da parte di ispettori per la qualità in possesso dei requisiti di cui all’articolo 50. 2. I criteri generali da seguire per la suddetta abilitazione sono i seguenti: a) presentazione della domanda, specificando le prove per le quali si chiede l’abilitazione;

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3. 4. 5.

6. 7. 8.

b) entro trenta giorni dalla presentazione della domanda, la camera di commercio competente designa un ispettore, ed invia a quest’ultimo la documentazione per l’esame preliminare. Accertata la completezza e la correttezza della documentazione l’ispettore ne dà comunicazione alla camera di commercio competente che provvede, sentito anche il laboratorio, a stabilire la data per la visita ispettiva; c) l’abilitazione è concessa a seguito del buon esito della visita ispettiva e della soluzione di eventuali non conformità emerse; entro sessanta giorni dalla prima visita ispettiva la camera di commercio competente rilascia l’abilitazione. La vigilanza sui laboratori già abilitati ha periodicità annuale e la conferma dell’abilitazione è subordinata al buon esito della visita ispettiva ed alla soluzione delle eventuali non conformità emerse. Le visite ispettive sono finalizzate a verificare che il laboratorio operi secondo quanto stabilito dal presente regolamento. Al termine della visita ispettiva è redatto il rapporto di verifica che, assieme ad una lista di controllo ed alla documentazione comprovante la soluzione delle eventuali non conformità, è trasmessa dall’ispettore alla camera di commercio competente per territorio. Questa provvede al rilascio o meno dell’abilitazione oppure alla sua conferma nel caso di laboratori già abilitati. La lista di controllo e la modulistica utilizzata dagli ispettori è stabilita uniformemente da Unioncamere a livello nazionale ed eventualmente aggiornata, sentito il Ministero delle attività produttive. I costi relativi alle procedure di abilitazione, alle visite ispettive e alla relativa conferma annuale, sono a carico del laboratorio richiedente l’abilitazione. Presso ogni camera di commercio è tenuto un registro dei laboratori abilitati che è aggiornato a cura della camera e che la pubblica amministrazione ha facoltà di consultare gratuitamente anche mediante tecniche informatiche e telematiche. Tale registro è pubblico.

Art. 50. 1. Gli ispettori per la qualità sono iscritti da ciascuna camera di commercio in un elenco consultabile su tutto il territorio nazionale. Essi sono scelti con criteri di imparzialità e rotazione ed operano con modalità omogenee stabilite da Unioncamere su tutto il territorio nazionale, sentito il Ministero delle attività produttive. 2. L’iscrizione all’elenco è subordinata ad almeno una delle seguenti condizioni, oltre a quella di possedere una comprovata esperienza nel saggio dei metalli preziosi: a) essere iscritti nell’elenco ispettori tecnici per la qualità di un ente di accreditamento di laboratori che opera secondo la norma di cui all’allegato X e che ha stipulato ampi accordi di mutuo riconoscimento in ambito europeo; b) essere qualificati come ispettori interni per la qualità dei laboratori di prova delle camere di commercio o loro aziende speciali; tali ispettori operano nel settore del saggio dei metalli preziosi o hanno frequentato e superato un corso di qualificazione sulle analisi di saggio dei metalli preziosi condotte secondo i metodi stabiliti all’articolo 11. 3. La cancellazione dall’elenco avviene per perdita di tali requisiti o con provvedimento motivato del segretario generale della camera di commercio. Art. 51. 1. Il fabbricante o il suo mandatario che si avvale della facoltà di certificazione aggiuntiva si rivolge ad uno dei laboratori di analisi, oppure ad un organismo di certificazione che opera secondo le norme di cui all’allegato X e che risulta rivolto al settore produttivo dei metalli preziosi, che è accreditato da un organismo che opera secondo la norma di cui al suddetto allegato X e che ha stipulato ampi accordi di mutuo riconoscimento in ambito europeo. 2. Se l’organismo di certificazione non provvede direttamente all’analisi di saggio, si rivolge ad uno dei laboratori di cui all’articolo 48 oppure ad un laboratorio accreditato per l’analisi dei metalli preziosi

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secondo le norme di cui all’allegato X che applica metodi di analisi di cui all’articolo 11 e opera nell’ambito dell’Unione europea. Allegato X NORME DI RIFERIMENTO PER I LABORATORI DI ANALISI E GLI ORGANISMI DI CERTIFICAZIONE 1. (articolo 48, comma 1 e articolo 51, comma 2) I criteri generali secondo i quali i laboratori di analisi operano sono quelli espressi dalla norma UNI CEI EN 45001 sul funzionamento dei laboratori di prova 2. (articolo 49, comma 1) I criteri generali secondo i quali sono condotte le visite ispettive presso i laboratori interessati all’abilitazione da parte delle camere di commercio sono quelli espressi dalla norma UNI EN 30011 – parte 1a sull’attività di verifica ispettiva dei sistemi di qualità. 3. (articolo 50, comma 2) La norma di riferimento secondo la quale opera un ente di accreditamento di laboratori è quella appartenente alla serie UNI CEI EN 45003 sui sistemi di accreditamento dei laboratori di prova e taratura 4. (articolo 51, comma 1) La norme secondo cui operano gli organismi di certificazione sono quelle appartenenti alla serie UNI CEI EN 45011 e UNI CEI EN 45012, mentre quelle secondo cui opera l’organismo di valutazione e accreditamente dei suddetti organismi di certificazione sono quelle della serie UNI CEI EN 45010 Art. 52. 1. Al fine di richiedere la certificazione aggiuntiva, gli interessati presentano al laboratorio o all’organismo prescelto una domanda nella quale sia specificata la finalità di garantire la conformità degli oggetti, dei semilavorati e delle materie prime alle disposizioni del presente regolamento. 2. In tale domanda, inoltre, l’interessato autorizza il laboratorio o l’organismo prescelto a svolgere periodicamente, e comunque almeno tre volte l’anno, presso le sedi di produzione e deposito, controlli sui lavori pronti per la vendita, mediante prelievi di campioni da sottoporre ad analisi di saggio. 3. Le modalità di prelievo sono quelle indicate agli articoli 7 e seguenti. 4. Per ogni tipologia produttiva e tipo di lega utilizzata il numero di esemplari che costituisce il campione di saggio è fissato dallo schema riportato all’allegato VIII, che può essere modificato con decreto del Ministro delle attività produttive. 5. I laboratori e gli organismi di certificazione trasmettono alla rispettiva camera di commercio competente per territorio, annualmente, un elenco aggiornato delle aziende che si avvalgono della certificazione aggiuntiva. Art. 53. 1. A seguito della domanda di certificazione, il laboratorio o l’organismo prescelto svolge una prima visita presso l’azienda, atta a verificare che i prodotti pronti per la vendita siano conformi alle norme di legge, in particolare per quel che riguarda l’apposizione dei marchi, e prelevano un campione di analisi con le modalità di cui all’articolo 52. 2. Se l’esito della prima visita è positivo, anche per quel che riguarda l’analisi del campione prelevato, il laboratorio o l’organismo rilascia all’azienda, entro sessanta giorni dalla visita, la certificazione di cui all’articolo 51.

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3. Su richiesta, il laboratorio o l’organismo può concedere all’azienda certificata l’uso di un logo, la cui utilizzazione da parte dell’azienda medesima è condizionata alla permanenza della certificazione. 4. Le caratteristiche e le modalità d’uso del logo sono stabilite dal laboratorio o dall’organismo che rilascia la certificazione. 5. L’impronta del logo suddetto è depositata presso la camera di commercio competente per territorio. All’atto dell’aggiornamento dell’elenco delle aziende certificate di cui all’articolo 52, comma 5, tale impronta è altresì riprodotta sul registro, a fianco dell’indicazione del laboratorio o organismo che certifica l’azienda interessata. 6. Il funzionario responsabile stabilisce se l’impronta di cui al comma 4 contiene eventuali indicazioni atte a ingenerare equivoci con i titoli ed i marchi di identificazione, ed ha la facoltà di vietare, in caso affermativo, l’uso del marchio stesso. Contro tale provvedimento è ammesso ricorso gerarchico al segretario generale della camera di commercio competente, che può richiedere parere tecnico al Ministero delle attività produttive. Art. 54. 1. Copia dei certificati di analisi dei campioni di cui all’articolo 53, comma 1, sono inviati all’azienda interessata che li conserva per almeno cinque anni. 2. Se il laboratorio o l’organismo di certificazione verifica che i campioni saggiati non sono conformi alle disposizioni di legge o che comunque il titolo reale riscontrato sugli oggetti è inferiore a quello indicato, revoca la certificazione e ne dà comunicazione immediata alla camera di commercio competente, che provvede a cancellarla come azienda certificata secondo quanto previsto all’articolo 28, comma 1, lettera l). 3. Nel caso di cui al comma 2, l’azienda interessata può richiedere nuovamente la certificazione aggiuntiva non prima di sei mesi. CAPO IX SANZIONI Art. 55. 1. Salva l’applicazione delle maggiori pene stabilite dalle leggi vigenti qualora il fatto costituisca reato, la inosservanza delle disposizioni del presente regolamento, non rientranti tra quelle già previste nell’articolo 25 del decreto, è punita con la sanzione amministrativa da euro 30,99 ad euro 309,87. Art. 56. 1. Se le infrazioni si riferiscono alla dubbia autenticità dei marchi, si procede al sequestro ed all’inoltro all’autorità giudiziaria. 2. Se le infrazioni si riferiscono all’eccessiva usura dei marchi di identificazione, ovvero all’assenza ed all’incompletezza od alla illeggibilità delle impronte del marchio o del titolo apposte sulle materie prime o sugli oggetti, si procede al sequestro. 3. Il sequestro di cui al comma 2 è effettuato, con le stesse modalità previste dall’articolo 46, anche per gli oggetti già posti in commercio se non recano le indicazioni prescritte. CAPO X NORME FINALI Art. 57. 1. Il riferimento, negli articoli 11, 48, 49, 50 e 51, alle norme tecniche di cui agli allegati II e X può

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essere modificato o variato con provvedimento del Ministero delle attività produttive, in relazione alle esigenze che possono in concreto manifestarsi. Art. 58. 1. È abrogato il decreto del Presidente della Repubblica 30 dicembre 1970, n. 1496. Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sarà inserito nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. È fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.

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VI. Regime fiscale dell’oro

Dal 5 febbraio 2000 la disciplina Iva divide l’oro in: • oro da investimento : lingotti o placchette di peso superiore ad un grammo e purezza non superiore a 995/1000 (rappresentato o meno da titoli) e monete d’oro coniate dopo il 1800 con purezza non inferiore a 900/1000 che hanno avuto o hanno corso legale e con valore che non sia superiore al 180% del valore dell0oro contenuto; • oro diverso dal precedente (cd. oro industriale): materiale d’oro e semilavorati di purezza pari o superiore a 325/1000; le operazioni relative all’oro industriale sono imponibili. Oro da investimento: le importazioni definitive, cessioni, operazioni finanziarie e relative prestazioni sono esenti, salva la facoltà per i soggetti passivi di optare in sede di dichiarazione annuale per la loro imponibilità (per le importazioni i requisiti stabiliti devono risultare da apposita attestazione dell’importatore da rilasciare in sede di dichiarazione doganale); rientrava nell’oro da investimento anche quello “grezzo” che non sia necessariamente in lingotti, pani, verghe, ecc.. Per le operazioni imponibili è previsto il meccanismo per l’assolvimento dell’imposta denominato Reverse charge, per il quale e’ tenuto al pagamento dell’imposta il cessionario, anziché il cedente, come di consueto. Il cedente emetterà una fattura senza addebito dell’imposta con l’indicazione dell’art.17, comma 5, del d.p.r. 633/1972. Il cessionario integrerà la fattura con l’Iva. e l’annoterà nel registro delle fatture emesse o dei corrispettivi entro il mese di ricevimento e, comunque, non oltre 15 giorni dal ricevimento con riferimento al relativo mese. I corrispettivi delle importazioni devono essere indicati separatamente in dichiarazione Iva annuale e periodica.

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Analogo meccanismo vale per le cessioni di argento in lingotti e grani di purezza pari o superiore a 900 millesimi. REGIME FISCALE DELL’ORO

Oro industriale 1

Oro da investimento

Regime Iva

Imponibile (aliquota 20%)

Modalità applicazione Iva

- riverse charge: cessioni a - fatture esente da Iva soggetti Iva ed importazioni - riverse charge: se esercitata - ordinaria: cessioni a privati opzione per imponibilità 2

Detrazione

Integrale

Esenti: importazioni definitive, cessioni, operazioni finanziarie e relative prestazioni (salvo opzione)

- Produttori, “trasformatori” e del 10.12.2000 anche commercianti: integrale (opzione per NON imponibilità) - Altri: solo per acquisti di oro da investimento (o industriale da trasformare in oro da investimento) e servizi di modifica oro; non possono di optare per l’imponibilità

(1) Sono compresi anche i semilavorati in oro in qualsiasi forma e purezza diverso da quello da investimento nonché l’argento in lingotti o grani, di purezza pari o superiore a 900/1000. (2) Sono escluse le cessioni ai privati che sono sempre operazioni esenti.

Chiunque effettua il commercio in oro deve dichiarare l’operazione all’Ufficio Italiano Cambi. L’obbligo di dichiarazione, previsto dall’art. 1, comma 2, della Legge 17 gennaio 2000, n. 7, comprende le operazioni seguenti: a) la compravendita, il prestito d’uso, il conferimento in garanzia e qualsiasi altra operazione non finanziaria in oro; b) la consegna materiale di oro nel compimento di operazioni finanziarie su oro; c) il trasferimento di oro al seguito da o verso l’estero, al di fuori dei casi di esecuzione delle operazioni di cui alle lettere a) e b). Per le operazioni indicate nella lettera a) la dichiarazione deve essere effettuata dal venditore, dal soggetto che concede in prestito, dal garante o dal soggetto che a qual-

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siasi titolo si rende cedente dell’oro. Nel caso di operazioni compiute con l’estero, la dichiarazione deve essere effettuata dalla parte residente. Per le operazioni di cui alla lettera b) gli intermediari finanziari effettuano la dichiarazione per l’oro materialmente consegnato o ricevuto. Per le operazioni di cui alla lettera c) la dichiarazione deve essere effettuata da chi ha il possesso dell’oro. La dichiarazione deve contenere: a) i dati identificativi del dichiarante; b) i dati identificativi della controparte; c) la data, il tipo dell’operazione, il quantitativo di oro espresso in grammi e il relativo valore. La dichiarazione va effettuata avvalendosi dell’apposito modulo e deve essere consegnata ad una banca ovvero deve essere trasmessa all’Ufficio mediante lettera raccomandata con ricevuta di ritorno, mezzi postali similari o consegna diretta. La dichiarazione, debitamente compilata e sottoscritta, deve essere trasmessa all’Ufficio entro la fine del mese successivo a quello nel quale l’operazione e’ stata compiuta. Le operazioni del medesimo tipo, compiute con la stessa controparte nell’arco di un mese, formano oggetto di un’unica dichiarazione nella quale deve essere indicato il numero delle operazioni, la quantità complessiva dell’oro negoziato e il relativo valore. Nei casi di operazioni di trasferimento al seguito verso l’estero la dichiarazione deve essere effettuata e trasmessa all’Ufficio prima del trasferimento stesso. Copia della dichiarazione e del documento che ne attesta l’avvenuta trasmissione all’Ufficio devono accompagnare l’oro. I dichiaranti conservano per dieci anni copia delle dichiarazioni trasmesse e della documentazione utilizzata per la loro predisposizione.

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VII. Il prestito d’uso di oro greggio

È una forma d’approvvigionamento di materia prima molto diffuso e semplice: con il contratto di prestito d’uso, una banca concede in uso, ad un’azienda orafa, un certo quantitativo di metallo prezioso affinché questi lo possa utilizzare nella sua attività. Con questo tipo di contratto l’azienda orafa, pagando un canone periodico, prende in prestito la quantità di oro da immettere in lavorazione, riservandosi la facoltà alla scadenza stabilita di restituire la stessa quantità e qualità di metallo ricevuto e di pagare un corrispettivo per l’avvenuto uso oppure di acquistare totalmente o parzialmente la quantità di metallo ricevuto in prestito; il prezzo sarà quello della quotazione alla data dell’acquisto. Col prestito d’uso l’operatore orafo è in grado di posticipare l’acquisto del metallo a momenti di mercato a lui più favorevoli, senza essere costretto ad immobilizzare subito grossi capitali ed evitando altresì i rischi legati all’oscillazione del prezzo dell’oro. Grazie al tasso di interesse applicato molto conveniente, il prestito d’uso in oro rappresenta un’utile opportunità per gli operatori che hanno la possibilità di gestire in economicità il mantenimento o l’accrescimento delle scorte di magazzino Inoltre l’opzione per l’acquisto può essere esercitata in qualsiasi momento, anche prima della scadenza del periodo convenuto. Con l’assunzione in prestito d’uso, l’impresa immette l’oro in lavorazione senza l’impiego di capitali necessario per l’acquisto e la relativa assunzione di rischio di prezzo, riservandosi la possibilità di un successivo acquisto, anche parziale, dell’oro al momento della fatturazione al cliente (con eliminazione del rischio di prezzo). Il contratto di prestito d’uso è oggetto di animate discussioni tendenti ad individuarne la natura giuridica. Dalle caratteristiche sopra descritte si evince che si tratta di un contratto atipico in quanto, pur possedendo aspetti simili a quelli di taluni

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contratti espressamente disciplinati non esiste nel nostro codice civile una fattispecie giuridica specificatamente individuata riconducibile ad esso. Uno dei contratti con il quale quello in esame si ritiene abbia dei punti di contatto è il contratto di mutuo, in quanto, in entrambi i contratti, è analoga la causa che è fondamentalmente identificabile nel finanziamento. Esistono tuttavia sostanziali differenze tra i due contratti, in quanto, mentre nel contratto di mutuo, che ha carattere essenzialmente reale, il trasferimento della proprietà del mutuante al mutuatario avviene al momento della consegna del denaro o di altre cose fungibili, in quello di prestito d’uso le parti contraenti convengono solitamente che l’acquisito dell’oro, e quindi il trasferimento della proprietà di quest’ultimo, avviene non al momento della consegna del metallo, bensì quando in alternativa alla restituzione, viene esercitata l’opzione per l’acquisto di parte o dell’intero quantitativo del metallo stesso ricevuto in prestito, con il pagamento del prezzo in base alla quotazione di quel giorno. Inoltre, altro elemento caratterizzante della diversità rispetto al contratto di mutuo è che il contratto di prestito d’uso di oro contiene la clausola secondo la quale la ditta che prende in prestito l’oro deve mantenere le proprie giacenze in detto metallo su valori almeno equivalenti alla quantità avuta in prestito ovvero la clausola consistente nell’impegno di non trasferire, senza il consenso del soggetto che lo ha ceduto in prestito, l’oro a suo tempo ricevuto. Pertanto, il contratto di prestito d’uso di oro greggio è da ritenere un contratto di mutuo con l’atipicità che, per effetto delle clausole contrattuali in esso di regola contenute, il trasferimento della proprietà avviene al momento dell’esercizio dell’opzione per l’acquisto. Tale interpretazione è stata condivisa anche dal Ministero delle Finanze, il quale ha precisato, nelle circolari n.293/95 e 127/96, che fino al momento dell’acquisto, l’operazione non ha alcuna rilevanza fiscale, salvo che per i costi di lavorazione che dovranno essere contabilizzati come sempre. Il corrispettivo pagato alla banca per l’uso del metallo, inoltre, è considerato esente da IVA ai sensi dell’art.10 del D.P.R. n. 633/72 anche se, trattandosi di prestazione di servizio, rientrerebbe nel campo d’applicazione dell’IVA. Assai simile al contratto di prestito d’uso appare un’altra operazione bancaria: l’a-

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pertura di credito in oro fino con utilizzo rotativo. Con questo tipo di contratto la Banca offre all’imprenditore la possibilità di disporre, in qualsiasi momento, di una certa quantità di metallo che potrà essere ritirata totalmente o parzialmente e solo nel caso in cui esistano effettive esigenze di lavoro, corrispondendo un canone periodico calcolato sull’effettivo utilizzo dell’apertura di credito. Si potrà successivamente pagare o restituire il metallo entro un termine temporale che verrà stabilito all’atto delle firma del contratto. Anche in questo caso l’offerta del servizio si abbina con un tasso di interesse molto vantaggioso.

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VIII. Lo statuto del contribuente Le garanzie per i cittadini nei confronti del Fisco

Lo Statuto dei diritti del Contribuente ( Legge n. 212 del 27.07.2000, pubblicata in Gazzetta Ufficiale n. 177 del 31.07.2000), le cui disposizioni “costituiscono principi generali dell’ordinamento tributario” (art. 1 comma 1) , stabilisce le regole di chiarezza e trasparenza cui deve attenersi l’elaborazione della legislazione fiscale, ed inoltre disciplina i rapporti tra l’Amministrazione finanziaria ed i contribuenti, indicando precisamente le garanzie e gli strumenti di tutela per i cittadini e le imprese. Una recente sentenza della Corte di Cassazione (n. 17576 del 2002) ha stabilito che i “principi generali dell’ordinamento tributario” contenuti nello Statuto sono vincolanti per l’Amministrazione finanziaria, che non può emettere atti contrari allo spirito o alla lettera dello Statuto, in quanto, come recita la sentenza, “il dubbio interpretativo o applicativo sul significato e sulla portata di qualsiasi disposizione tributaria, che attenga ad ambiti disciplinati dalla Legge 212 del 2000, deve essere risolto dall’interprete nel senso più conforme ai principi statutari”. Ciò significa che non solo le norme emanate successivamente allo Statuto, ma anche quelle precedenti vanno interpretate alla luce delle garanzie stabilite dallo Statuto. Perciò, lo Statuto è un prezioso strumento per le imprese che vedono accresciute le proprie garanzie nei confronti del Fisco; esso definisce i limiti dell’azione dell’Amministrazione finanziaria nel caso di verifiche fiscali e di controlli in azienda, riguardo ai quali vengono disciplinate le modalità di accesso, di ispezione e verifica; esso stabilisce inoltre che l’azione di controllo non deve intralciare il normale esercizio dell’attività e non deve pregiudicare le relazioni commerciali del contribuente. I principi contenuti nello statuto si applicano anche agli Enti locali e di conseguenza al contenzioso tributario con Regioni, Province e Comuni. Riportiamo una sintesi degli aspetti principali dello Statuto, precisando che i periodi compresi tra le virgolette sono citazioni testuali della Legge.

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1. Principi generali (art. 1) Lo Statuto costituisce principio generale dell’ordinamento tributario e può essere modificato solo espressamente e mai con leggi speciali L’adozione di norme interpretative è ammessa solo in casi eccezionali e con legge ordinaria, “qualificando come tali le disposizioni di interpretazione autentica”. 2. Caratteri della legislazione fiscale Chiarezza e trasparenza delle norme tributarie (art. 2) : le leggi tributarie, così come le loro partizioni interne e i singoli articoli, devono menzionare il proprio oggetto nel titolo; il contenuto delle altre leggi richiamate va indicato in sintesi, per facilitarne la lettura comparata. Fatte salve le disposizioni interpretative, le norme tributarie non possono avere effetto retroattivo. Le modifiche a tributi periodici (es. IRPEF, IRAP) “si applicano solo a partire dal periodo d’imposta successivo a quello in corso alla data di entrata in vigore delle disposizioni che le prevedono” (art. 3 comma 1). Le disposizioni che prevedono nuovi adempimenti non si applicano prima che siano trascorsi 60 giorni dalla data di entrata in vigore della legge o dei provvedimenti di attuazione (art. 3 comma 2). I termini di prescrizione e di decadenza degli accertamenti non possono essere prorogati (art. 3 comma 3). Con decreto legge non possono né essere istituiti nuovi tributi né applicare tributi esistenti ad altre categorie di contribuenti. Tale possibilità è riservata solo alle leggi ordinarie (art. 4). 3. Informazione del contribuente (art. 5) L’Amministrazione finanziaria deve adottare tutte le iniziative idonee a far sì che i contribuenti possano conoscere, anche in tempo reale, le disposizioni legislative e amministrative in materia tributaria. L’applicazione di questa importantissima disposizione ha indotto l’Amministrazione ad una maggiore tempestività e capillarità della pubblicazione

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degli atti e delle disposizioni in materia fiscale che, secondo la legge, devono essere posti gratuitamente a disposizione dei contribuenti (art. 5 comma 1). Segnaliamo che, in virtù di tale norma, circolari e risoluzioni dell’Amministrazione finanziaria sono consultabili, con libero accesso da parte di chiunque, sul sito www.agenziaentrate.it . 4. Conoscenza degli atti e semplificazione (art. 6) L’articolo detta alcune significative disposizioni in materia di obbligo di informazione e tutela del contribuente. Innanzitutto, l’amministrazione deve assicurare al contribuente la conoscenza degli atti a lui destinati, comunicandoglieli al suo effettivo domicilio ovvero nel luogo ove egli ha eletto il domicilio. “Gli atti sono in ogni caso comunicati con modalità idonee a garantire che il loro contenuto non sia conosciuto da soggetti diversi dal loro destinatario” (comma 1). “L’Amministrazione deve informare il contribuente di ogni fatto o circostanza dai quali possa derivare il mancato riconoscimento di un credito ovvero l’irrogazione di una sanzione” (comma 2), per dargli la possibilità di presentare integrazioni o effettuare correzioni senza dover ricorrere immediatamente al contenzioso per ottenere il riconoscimento di un credito o l’annullamento della sanzione. L’Amministrazione deve garantire “che i modelli di dichiarazione, le istruzioni e, in generale, ogni altra propria comunicazione siano messi a disposizione del contribuente in tempi utili e siano comprensibili anche ai contribuenti sforniti di conoscenze in materia tributaria e che il contribuente possa adempiere le obbligazioni tributarie con il minor numero di adempimenti e nelle forme meno costose e più agevoli” (comma 3). “Al contribuente non possono, in ogni caso, essere chiesti documenti e informazioni già in possesso dell’Amministrazione finanziaria o di altre amministrazioni indicate dal contribuente” (comma 4). Prima di procedere alle iscrizioni a ruolo derivanti dalla liquidazione delle dichiarazioni, “qualora sussistano incertezze su aspetti rilevanti della dichiarazione, l’Amministrazione finanziaria deve invitare il contribuente, a mezzo del servizio postale o con mezzi telematici, a fornire i chiarimenti necessari o a produrre i documenti mancanti” entro un termine minimo di 30 giorni dalla data di ricezione della richiesta. La stessa disposizione si applica “qualora, a seguito della liquidazione, emer-

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ga la spettanza di un minor rimborso di imposta rispetto a quello richiesto”. I provvedimenti emessi in violazione di tali disposizioni sono nulli (comma 5). 5. Chiarezza e motivazione degli atti (art. 7) Gli atti notificati dall’Amministrazione finanziaria devono tassativamente, a pena di nullità (commi 1 e 2): a. essere motivati, indicando presupposti di fatto e ragioni giuridiche alla base delle decisioni dell’Amministrazione, in modo tale da garantire il diritto alla difesa del contribuente. Eventuali atti a cui l’Amministrazione fa riferimento nella sua richiesta devono esservi allegati ovvero il loro contenuto deve essere adeguatamente richiamato nella motivazione; b. indicare l’ufficio presso cui è possibile ottenere informazioni e il responsabile del procedimento; c. indicare l’organo presso il quale è possibile promuovere un riesame dell’atto, anche nel merito, in sede di autotutela ( l’autotutela è lo strumento attraverso cui la stessa amministrazione che ha promosso l’atto può deciderne l’annullamento, qualora ne verifichi l’infondatezza); d. indicare le modalità, i termini, l’organo giurisdizionale o l’autorità amministrativa competente per proporre ricorso. Il titolo esecutivo (il ruolo) deve riportare il riferimento all’eventuale precedente atto di accertamento o la motivazione della pretesa tributaria (comma 3), nonché il codice fiscale del contribuente. “La natura tributaria dell’atto notificato non preclude il ricorso agli organi di giustizia amministrativa, quando ne ricorrano i presupposti” (comma 4). 6. Tutela dell’integrità patrimoniale (art. 8) Le obbligazioni tributarie possono essere estinte anche per compensazione con altre imposte (comma 1). “E’ ammesso l’accollo del debito d’imposta altrui, senza liberazione del contribuente originario” (comma 2).

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Al contribuente dovrà essere rimborsato il costo delle fideiussioni richieste per ottenere la sospensione del pagamento, la rateizzazione o il rimborso dei tributi, qualora sia definitivamente accertato che l’imposta non era dovuta o era dovuta in misura inferiore (comma 4). L’obbligo di conservazione di atti e documenti ai fini tributari non può eccedere il termine di 10 anni (comma 5). 7. Remissione in termini (art. 9) In casi particolari (cause di forza maggiore o eventi eccezionali e imprevedibili), il Ministro delle Finanze può rimettere in termini i contribuenti o sospendere il termine per l’adempimento degli obblighi tributari. 8. Errori del contribuente (art. 10) “I rapporti tra contribuente e Amministrazione finanziaria sono improntati al principio della collaborazione e della buona fede” (comma 1). Pertanto, il contribuente non dovrà subire sanzioni pecuniarie nel caso che “egli si sia conformato ad indicazioni contenute in atti dell’Amministrazione finanziaria, ancorché successivamente modificate dall’Amministrazione medesima” oppure se il comportamento del contribuente sia stato determinato da ritardi, errori od omissioni dell’Amministrazione (comma 2). Parimenti, il contribuente non può essere sottoposto a sanzioni “quando la violazione dipende da obiettive condizioni di incertezza sulla portata e sull’ambito di applicazione della norma tributaria o quando si traduce in una mera violazione formale senza alcun debito di imposta” (comma 3). Non sono perciò punibili gli errori formali che non hanno inciso sulla corretta determinazione dei tributi dovuti. 9. Diritto di interpello del contribuente (art. 11) Ogni contribuente potrà interpellare per iscritto l’Amministrazione finanziaria su casi concreti e personali, “qualora vi siano obiettive condizioni di incertezza sulla cor-

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retta interpretazione delle disposizioni”, proponendo all’Amministrazione un’interpretazione della norma e chiedendo di valutarne preventivamente la correttezza, prima di porre in essere un comportamento rilevante ai fini tributari (ad esempio, prima di presentare la dichiarazione od assolvere ad un’imposta o di emettere una fattura). La presentazione dell’istanza di interpello non sospende i termini per l’adempimento degli obblighi tributari, né interrompe i termini di prescrizione. In ogni caso, l’Amministrazione è tenuta a fornire risposta scritta e motivata entro 120 giorni (comma 1). La risposta dell’Amministrazione è vincolante limitatamente alla questione oggetto dell’istanza e al richiedente, anche se ovviamente essa costituisce un punto di riferimento per tutti i contribuenti che si trovano in situazioni analoghe. A questo proposito, va sottolineato che le “obiettive condizioni di incertezza” necessarie per proporre l’interpello non sussistono quando l’Amministrazione abbia già fornito una soluzione interpretativa a casi analoghi che sia stata pubblicata nelle banche dati aperte al pubblico dei siti internet www.agenziaentrate.it o www.finanze.it . In tal caso, l’Amministrazione dovrà comunque rispondere alle istanze presentate indicando almeno gli estremi dei documenti contenenti la soluzione richiesta e il modo in cui essi sono reperibili. L’interpello è ammesso solo riguardo all’interpretazione di norme primarie e secondarie (leggi, decreti e regolamenti) ad esclusione di atti privi di contenuto normativo, quali circolari e risoluzioni. Inoltre, la procedura d’interpello prevista dallo Statuto non si applica alle materie relative all’interpello per l’applicazione delle disposizioni antielusive di cui alla legge 413/91, tra cui le problematiche relative alle spese di pubblicità, propaganda e rappresentanza. L’interpello previsto dallo Statuto non va inoltre confuso con l’istanza prevista dall’art. 37 bis comma 8 del DPR 600/1973, finalizzata ad ottenere la disapplicazione di norme tributarie che limitano deduzioni e detrazioni. L’istanza d’interpello può essere presentata dai singoli contribuenti, dai sostituti d’imposta (limitatamente alle questioni riguardanti le ritenute alla fonte) e dai soggetti obbligati al versamento di imposte per conto dei loro clienti (ad es. i notai). Le associazioni di categoria e gli ordini professionali non possono presentare istanze d’interpello per conto dei loro iscritti, ma potranno continuare a richiedere la consu-

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lenza giuridica dell’Amministrazione secondo le modalità illustrate nella circolare 99/E del 18 maggio 2000. Tali richieste di pareri non produrranno gli effetti propri dell’interpello previsto dallo Statuto. L’istanza va presentata in carta libera, essendo esente dall’imposta di bollo, alla Direzione regionale delle Entrate competente per territorio, mediante consegna a mano o tramite lettera raccomandata con ricevuta di ritorno, in plico senza busta. L’istanza, che deve essere sottoscritta dal contribuente o dal suo legale rappresentante, deve contenere, a pena di nullità, i dati identificativi del contribuente, la descrizione precisa del caso da trattare, l’indicazione del domicilio dove l’Amministrazione deve indirizzare le sue comunicazioni. In mancanza della firma del contribuente sull’istanza, l’Amministrazione dovrà invitare il contribuente a recarsi presso i propri uffici per sottoscrivere l’istanza nel termine di 30 giorni dal ricevimento dell’invito. All’istanza può essere allegata documentazione relativa all’oggetto dell’istanza. Se l’Amministrazione non risponde entro il termine di 120 giorni dalla data di ricezione dell’istanza si applica il principio del silenzio-assenso, e quindi si ritiene che “l’Amministrazione concordi con l’interpretazione o il comportamento prospettato dal contribuente”. La risposta dell’Amministrazione può giungere al contribuente mediante notifica, raccomandata con avviso di ritorno, fax o e-mail. L’Amministrazione può chiedere al contribuente di integrare la documentazione esibita, sospendendo per una sola volta i termini per la risposta fino alla trasmissione dei documenti richiesti. Ulteriori inviti a produrre documenti, anche se motivati, non interrompono i termini. Qualsiasi atto, anche a contenuto impositivo o sanzionatorio, emanato dall’Amministrazione in contrasto con la risposta è nullo. Ciò vale anche laddove si è applicato il principio del silenzio assenso nei confronti della soluzione prospettata dal contribuente nell’istanza d’interpello (comma 2). Il contribuente che non abbia ricevuto risposta dall’Amministrazione entro i 120 giorni non può essere sottoposto a sanzioni, da parte dell’Amministrazione finanziaria, riguardo alla questione oggetto dell’interpello (comma 3). Va comunque ricordato che le interpretazioni dell’Amministrazione (quindi anche le risposte alle istanze d’interpello), secondo quanto sancito dalla Cassazione, Sezione

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I civile, con sentenza N. 11931 del 17 novembre 1995, non rappresentano fonte di diritto e quindi sono contestabili in sede giudiziaria. Le risposte alle istanze sono perciò vincolanti unicamente per gli uffici finanziari gerarchicamente sottoposti, che infatti dovranno attenersi a quanto stabilito nella risposta e non potranno emettere atti in difformità dai suoi contenuti. L’Amministrazione può comunicare una nuova risposta al contribuente dopo il termine dei 120 giorni, per rettificare la risposta data in forma esplicita o mediante silenzio-assenso. Le risposte rettificative dell’Amministrazione hanno però effetto solo sui comportamenti successivi del contribuente e non su quello indicato nell’istanza di interpello, se già posto in essere. In conseguenza di una rettifica dell’Amministrazione, possono verificarsi due casi : a) se il contribuente si è già uniformato all’interpretazione prospettata dall’Amministrazione (in caso di risposta già data) o implicitamente condivisa (in caso di silenzio-assenso), nulla può essergli contestato e gli atti emanati in difformità dalla prima risposta sono nulli. b) Se invece il contribuente non ha ancora posto in essere alcun comportamento in ordine alle questioni oggetto dell’istanza, l’Amministrazione potrà procedere al recupero delle imposte con i relativi interessi, senza però applicare sanzioni. Nel caso in cui l’istanza di interpello riguardi questioni simili sollevate da un numero elevato di contribuenti, l’Amministrazione finanziaria può rispondere attraverso circolari o risoluzioni tempestivamente rese pubbliche (comma 4). In questo caso l’Amministrazione dovrà comunque comunicarne ai contribuenti interessati gli estremi e le modalità di reperimento. L’applicazione del diritto di interpello è stata regolamentata dal decreto del Ministro elle Finanze del 26 aprile 2001 e dalla circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 50 del 31 maggio 2001, cui si è fatto ampio riferimento nella stesura di questo paragrafo. 10. Diritti e garanzie del contribuente sottoposto a verifiche fiscali (art. 12) La norma introduce alcuni importanti principi di carattere generale a tutela del contribuente sottoposto a verifiche. Innanzitutto, accessi, ispezioni e verifiche nei locali dell’impresa sono effettuati

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“sulla base di effettive esigenze di indagine e di controllo sul luogo” e devono svolgersi “salvo casi eccezionali e urgenti adeguatamente documentati, durante l’orario ordinario di esercizio dell’attività e con modalità tali da arrecare la minore turbativa possibile allo svolgimento delle attività nonché alle relazioni commerciali o professionali del contribuente” (comma 1). Le verifiche devono sempre essere autorizzate dal capo dell’ufficio dell’Amministrazione finanziaria o degli altri organi addetti ai controlli. È dunque buona norma richiedere al personale che conduce le ispezioni la visione dell’ordine di servizio che prevede la verifica in corso. Si sottolinea che, per quanto riguarda la Guardia di Finanza, la consegna al contribuente di copia del foglio di servizio è esplicitamente prevista dalla circolare 1/1998 e ribadita dalla circolare 250400 del 17 agosto 2000 del Comando generale della Guardia di Finanza. Se i locali dell’impresa coincidono con l’abitazione del contribuente occorre l’autorizzazione del Procuratore della Repubblica presso il tribunale. Ispezioni effettuate senza le prescritte autorizzazioni comportano la nullità dei successivi avvisi di accertamento (Sentenze della Cassazione n. 15209/2001 e 15230/2001) . All’inizio della verifica “il contribuente ha il diritto di essere informato delle ragioni che l’abbiano giustificata e dell’oggetto che la riguarda, della facoltà di farsi assistere da un professionista abilitato alla difesa davanti agli organi di giustizia tributaria, nonché dei diritti e degli obblighi che vanno riconosciuti al contribuente in occasione delle verifiche” (comma 2). L’esame della documentazione può avvenire, su richiesta del contribuente, nell’ufficio dei verificatori o del professionista che lo assiste (comma 3). Le osservazioni del contribuente e del professionista che lo assiste, anche riguardanti il comportamento dei verificatori, vanno riportate nel verbale di verifica (comma 4). La permanenza dei verificatori presso la sede del contribuente non può superare, di norma, i 30 giorni lavorativi, prorogabili di altri 30 giorni “nei casi di particolare complessità dell’indagine, individuati e motivati dal dirigente dell’ufficio”. Decorso tale termine, i verificatori potranno tornare nella sede del contribuente solo per esaminare osservazioni e richieste da lui presentate oppure per specifiche ragioni, motivate dal dirigente dell’ufficio. (comma 5). Se il contribuente ritiene che i verificatori procedano con modalità non conformi alla legge, può rivolgersi al Garante del contribuente (comma 6), che, come si vedrà

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più avanti, può sollecitare gli Uffici finanziari, sulla base delle segnalazioni dei contribuenti, al rispetto delle regole previste per le verifiche nonché ad avviare procedimenti disciplinari nei confronti del personale che si sia comportato in maniera non conforme alle regole. A questo proposito, l’art. 15 dello Statuto prevede, da parte del Ministero delle Finanze, l’emanazione di un codice di comportamento per regolare l’attività del personale addetto alle verifiche tributarie, che però non è stato ancora definito. Al termine delle operazioni di verifica, dopo il rilascio della copia del verbale di chiusura al contribuente, egli ha sessanta giorni di tempo per comunicare osservazioni e richieste agli uffici, che dovranno valutarle. L’avviso di accertamento non può essere emesso prima della scadenza del termine dei sessanta giorni. 11. Il Garante del contribuente (Art. 13) Il Garante del contribuente è istituito presso ogni Direzione Regionale delle Entrate ed è composto da tre membri scelti tra appartenenti al mondo accademico, delle professioni o all’Amministrazione finanziaria. Il Garante, autonomamente o “sulla base di segnalazioni inoltrate per iscritto dal contribuente o da qualsiasi altro soggetto interessato che lamenti irregolarità, scorrettezze, prassi amministrative anomale o irragionevoli o qualunque altro comportamento suscettibile di incrinare il rapporto di fiducia tra cittadini e Amministrazione finanziaria, rivolge richieste di documenti o chiarimenti agli uffici competenti, i quali rispondono entro trenta giorni”; inoltre, potrà attivare procedure di autotutela che prevedono, da parte dell’Amministrazione finanziaria, l’annullamento di atti di accertamento o riscossione emessi senza fondati motivi (comma 6) . Il Garante potrà richiamare gli uffici al rispetto delle disposizioni dello Statuto in materia di informazione del contribuente ed al rispetto delle procedure e delle garanzie del cittadino durante le verifiche fiscali, nonché all’osservanza dei tempi e delle modalità di rimborso delle imposte; inoltre, il Garante potrà segnalare alla Direzione Regionale delle Entrate ed al Comando della Guardia di Finanza tutte le disfunzioni dell’Amministrazione finanziaria che recano pregiudizio ai contribuenti, per l’eventuale avvio di un procedimento disciplinare (comma 11).

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Gli indirizzi ed i recapiti telefonici degli uffici del Garante, presso le Direzioni Regionali delle Entrate, sono i seguenti: Abruzzo

0862/648301

Corso Federico II, 9

L’Aquila

Bolzano

0471/443218

Piazza Tribunale, 2

Bolzano

Basilicata

0971/337231

Via dei Mille

Potenza

Calabria

0961/720145

Via Acri, 19

Catanzaro

Campania

081/4281699

Via Diaz, 11

Napoli

Emilia Romagna

051/6002831

Via Larga, 35

Bologna

Friuli Venezia G.

040/4198412

Largo Panfili, 2

Trieste

Lazio

06/48776240

Gal. Reg. Margherita

Roma

Liguria

010/5548250

Via Fiume, 2

Genova

Lombardia

02/62892763

Via Manin, 25

Milano

Marche

071/2080362

Corso Mazzini, 55

Ancona

Molise

0874/411125

Via Scatolone, 4

Campobasso

Piemonte

011/5587066

Corso Vinzaglio, 8

Torino

Puglia

080/5210689

Piazza Massari, 50

Bari

Sardegna

070/4090301

Via Bacaredda, 27

Cagliari

Sicilia

091/588317

Piazza Marina

Palermo

Toscana

055/4978213

Via Della Fortezza, 8

Firenze

Trento

0461/263865

Via Vannetti, 15

Trento

Umbria

075/5033109

Via Canali, 12

Perugia

Valle D’Aosta

0165/262235

Piazza Manzetti, 2

Aosta

Veneto

041/2409545

Cannaregio, 1753

Venezia

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IX. Normative di sicurezza per negozi e laboratori orafi

1. La sicurezza degli impianti (legge 46/90) Una normativa di grande importanza per gli esercizi commerciali ed i laboratori artigiani è quella che detta le regole sulla sicurezza degli impianti; essa è contenuta nella Legge 5 marzo 1990 n. 46 e nel suo Regolamento di attuazione (D.P.R. 6 dicembre 1991 n. 447). Le disposizioni della L. 46/90 si applicano ai seguenti impianti: elettrici, idrosanitari, di riscaldamento e climatizzazione, elettronici, gas, ascensori e montacarichi, protezione antincendio e da scariche atmosferiche, radiotelevisivi. Fino all’entrata in vigore della Legge 23 agosto 2003 n. 200 le disposizioni della L. 46/90 si applicavano, nel caso delle imprese, esclusivamente agli impianti elettrici. Dal 1 gennaio 2005, per effetto della citata legge 200/2003, le norme della 46/90 si applicheranno a tutte le imprese, di qualsiasi tipologia e dimensione, per ogni genere di impianti. Riassumiamo di seguito gli adempimenti principali previsti dalla legge. Innanzitutto, la realizzazione e la manutenzione straordinaria degli impianti può essere effettuata esclusivamente da imprese i cui requisiti tecnico-professionali siano stati riconosciuti dalla Commissione provinciale per l’artigianato o da una apposita commissione della Camera di Commercio (artt. 2 e 4). Le imprese abilitate saranno perciò dotate di certificato di riconoscimento rilasciato dalle suddette commissioni. Il committente dei lavori (e cioè, nel nostro caso, il titolare del negozio o del laboratorio) prima di affidarne l’esecuzione, dovrà accertarsi che le imprese installatrici siano abilitate ai sensi di legge (art.10). Per l’installazione, trasformazione o ampliamento, tra gli altri, di impianti elettrici

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in esercizi di superficie superiore a 200 mq o con alimentazione superiore a 1000 V o di impianti di riscaldamento, è obbligatoria la redazione di un progetto, contenente gli schemi dell’impianto, i disegni planimetrici ed una relazione tecnica sulla consistenza e la tipologia dell’installazione, da parte di un professionista iscritto al relativo albo professionale (art. 4 D.P.R. 447/91). Gli impianti devono essere realizzati secondo le norme tecniche di sicurezza dell’Ente Italiano di Unificazione e del Comitato Elettrotecnico Italiano e nel rispetto di quanto prescritto dalla legislazione tecnica in materia. In particolare, gli impianti elettrici dovranno essere dotati di impianti di messa a terra e di interruttori differenziali ad alta sensibilità o altri sistemi di sicurezza equivalenti (art.7 L. 46/90). Al termine dei lavori, l’impresa installatrice dovrà rilasciare al committente dei lavori una dichiarazione di conformità dell’impianto alle vigenti norme tecniche con una relazione sui materiali impiegati (art.9). Il titolare dell’impresa presso la quale è stato installato l’impianto dovrà conservare in azienda la dichiarazione di conformità e le altre documentazioni relative all’impianto. Tali documenti andranno a far parte della documentazione di sicurezza dell’azienda. Copia della dichiarazione di conformità e del progetto dovrà essere depositata presso il Comune a cura dell’impresa installatrice entro 30 giorni dal termine dei lavori (art.13). Il rilascio del certificato di agibilità da parte del Comune è subordinato alla presentazione della dichiarazione di conformità. Per quanto riguarda i dispositivi di protezione contro le scariche atmosferiche e gli impianti di messa a terra, secondo quanto disposto dal DPR 22 ottobre 2001 n. 462, la dichiarazione di conformità, che equivale all’omologazione dell’impianto, va depositata entro trenta giorni dalla messa in esercizio degli impianti presso l’ISPESL e la ASL o l’ARPA (Agenzia Regionale per la Protezione del’Ambiente), nonché presso lo Sportello Unico per le Attività Produttive del Comune, se attivato. Il datore di lavoro è tenuto a far verificare questi ultimi impianti ogni 5 anni da parte del’ASL o dall’ARPA o da altro organismo autorizzato, a proprie spese. Il verbale relativo alla verifica periodica, redatto dall’organismo di controllo, deve essere conservato in azienda. La legge prevede sanzioni pecuniarie molto pesanti, da Euro 516 a 5164, per la mancata osservanza delle disposizioni richiamate.

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Si tenga presente che affidare i lavori relativi agli impianti elettrici ad imprese non abilitate comporta ulteriori rischi molto gravi oltre alle sanzioni amministrative previste dalla L. 46/90, in quanto, qualora si verifichino degli incidenti causati dall’impianto, il titolare dell’attività sarà chiamato a risponderne in prima persona se non potrà dimostrare di aver commissionato i lavori ad imprese abilitate e di essere in possesso della dichiarazione di conformità. 2. Il d.lgs. 626/94: sicurezza e salute nei luoghi di lavoro Il Decreto Legislativo 626/94, poi modificato dal Decreto Legislativo 242/96, che ne ha semplificato in parte gli adempimenti, ha sistematizzato e parzialmente innovato le precedenti disposizioni in materia di tutela della sicurezza dei lavoratori sui luoghi di lavoro (contenute essenzialmente nel D.P.R. 547/55 per gli infortuni sul lavoro e nel D.P.R. 303/56 riguardante l’igiene dei luoghi di lavoro), dettando una serie di prescrizioni ispirate all’esigenza di prevenire i rischi per la salute e l’integrità fisica dei lavoratori. Il D. Lgs. 626/94 si applica a tutte le imprese che impiegano lavoratori subordinati o ad essi equiparati. Esso prevede una serie di adempimenti, sia amministrativi che operativi, a carico del datore di lavoro; inoltre, esso definisce i ruoli di responsabilità rispetto alla sicurezza in azienda, oltre a riassumere e rinnovare parzialmente le norme sulle caratteristiche dei locali e sulle condizioni di lavoro. Vediamo in sintesi le prescrizioni più importanti per le imprese commerciali ed artigianali. Il datore di lavoro, quale responsabile ultimo della sicurezza in azienda, ha l’obbligo di effettuare la valutazione dei rischi presenti in azienda durante l’attività lavorativa, derivanti dalla tipologia di attività, dalle lavorazioni svolte, dall’uso delle attrezzature e dalla manipolazione delle materie prime, dalle caratteristiche strutturali dei locali di lavoro. Il datore di lavoro dovrà poi individuare le misure di prevenzione e protezione dai rischi nonché i dispositivi di protezione individuale (ad es. indumenti protettivi) che i lavoratori dovranno obbligatoriamente adottare se addetti a lavorazioni che presentano dei rischi.

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Il datore di lavoro deve inoltre elaborare il documento di valutazione dei rischi, che conterrà tutte le indicazioni relative ai criteri adottati per individuare i rischi, alle misure di prevenzione ed alla loro attuazione ed ai dispositivi di protezione individuale per i lavoratori. Ogni qualvolta cambino le condizioni di lavoro in azienda, a seguito di modifiche nei locali o nelle attrezzature, la valutazione dei rischi dovrà essere ripetuta ed il relativo documento andrà aggiornato. Le aziende familiari e quelle fino a dieci dipendenti sono esonerate dalla stesura del documento di valutazione del rischio. In tal caso il datore di lavoro potrà limitarsi ad effettuare una autocertificazione nella quale si attesta l’avvenuta valutazione dei rischi. Nel computo dei dipendenti vanno inseriti, oltre ai dipendenti a tempo indeterminato: i lavoratori con contratto di formazione e lavoro, i lavoratori stagionali (solo se il loro inserimento è indispensabile per il ciclo produttivo), i soci lavoratori di cooperative o di società, gli apprendisti, i lavoratori part-time in misura al numero di ore contrattualmente previste. Non vanno invece computati i collaboratori familiari, i lavoratori in prova e quelli a tempo determinato che sostituiscono lavoratori assenti con diritto alla conservazione del posto, i lavoratori con rapporto di agenzia e di rappresentanza commerciale. L’autocertificazione dovrà contenere i seguenti dati: generalità dell’azienda e del datore di lavoro, attività svolta, nominativo del responsabile del servizio di prevenzione, dichiarazione dell’avvenuta valutazione dei rischi e dell’individuazione delle misure preventive e di sicurezza. Sia il documento di valutazione dei rischi che l’eventuale autocertificazione sostitutiva vanno obbligatoriamente conservati in azienda. Va sottolineato che il decreto 626/94 ha rivoluzionato la gestione della sicurezza in azienda, individuando una serie di nuovi ruoli a cui sarà affidata la messa in pratica dell’attività di prevenzione dei rischi e cioè: • il responsabile del servizio di prevenzione e protezione • gli addetti al servizio di prevenzione e protezione • il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza Il datore di lavoro ha l’obbligo di istituire il servizio di prevenzione e protezione e designarne il responsabile e gli addetti.

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Il servizio può essere svolto da personale interno all’azienda o da consulenti e tecnici esterni, in possesso di capacità e requisiti adeguati alla natura dei rischi presenti sul luogo di lavoro. Tanto il responsabile che gli addetti devono avere come requisiti minimi un titolo di studio non inferiore al diploma di istruzione secondaria superiore ed il possesso di un attestato di frequenza di corsi di formazione in materia di prevenzione dei rischi. Il responsabile dovrà inoltre frequentare uno specifico corso in materia di prevenzione e protezione dei rischi, anche di natura ergonomica e psicosociale, di organizzazione e gestione delle attività tecnico-amministrative, di tecniche di comunicazione in azienda e di relazioni sindacali.. Sono esonerati dalla frequenza dei corsi i soggetti in possesso di laurea triennale in “Ingegneria della sicurezza”, “Scienze della sicurezza” o di “Tecnico della prevenzione”. I suddetti requisiti sono stati introdotti dall’art. 8-bis D. Lgs. 626/94, introdotto dal Decreto Legislativo n. 195 del 23 giugno 2003; il Decreto fa comunque salva la posizione di chi già esercitava le funzioni di responsabile o di addetto, stabilendo che coloro che possono dimostrare di svolgere tali mansioni da almeno sei mesi dalla data di entrata in vigore del decreto (13 agosto) potranno continuare a patto che frequentino entro un anno il corso di formazione sulla prevenzione dei rischi presenti sul luogo di lavoro. Fino all’organizzazione di tali corsi secondo le previsioni della nuova normativa, anche i soggetti privi dei sei mesi di esperienza nelle mansioni di responsabile e addetto potranno ricoprire tali ruoli, purché in possesso di diploma di istruzione superiore e di attestato di frequenza dei corsi di formazione organizzati in base al Dm 16 gennaio 1997. È bene ricordare che, anche quando il responsabile del servizio sia una persona esterna all’azienda, la responsabilità ultima della sicurezza aziendale ricade comunque sul datore di lavoro (art. 2087 Codice Civile). Il nominativo del responsabile deve essere comunicato agli organi di vigilanza (ASL ed Ispettorato del Lavoro) unitamente al suo curriculum professionale. Il servizio collabora con il datore di lavoro nell’individuazione e nella valutazione dei rischi e delle misure di prevenzione e protezione da attuare; provvede inoltre all’informazione ed alla formazione dei lavoratori sui rischi ed organizza la riunione periodica (obbligatoria solo nelle aziende con più di 15 dipendenti, con cadenza annuale) con i lavoratori sulla prevenzione e protezione.

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Il datore di lavoro può assumere in prima persona, nelle aziende fino a 200 dipendenti, il ruolo di responsabile del servizio di prevenzione. Il datore di lavoro che svolga direttamente tali compiti dovrà inviare agli organi di vigilanza comunicazione dell’avvenuta valutazione dei rischi e della redazione del documento o dell’autocertificazione, unitamente ad una dichiarazione attestante la capacità di svolgimento di tali compiti, l’attestazione di frequenza del corso di formazione, una relazione sugli infortuni in azienda relativa agli ultimi tre anni in base ai dati del registro infortuni. Il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza dovrà essere consultato dal datore di lavoro in occasione della valutazione dei rischi, della designazione del responsabile e degli addetti del servizio di prevenzione e riguardo alla formazione dei lavoratori. Il rappresentante è scelto dai lavoratori riuniti in assemblea e della sua elezione deve essere redatto un verbale sintetico, da conservarsi unitamente agli altri documenti riguardanti la sicurezza aziendale. Il rappresentante dei lavoratori ha diritto a ricevere, a cura del datore di lavoro, una apposita formazione in materia di salute e sicurezza, della durata minima di 32 ore. L’attestazione di tale formazione deve essere conservata in azienda. Il datore di lavoro ha inoltre l’obbligo di informare i lavoratori sui rischi e sulle misure di prevenzione, nonché sulle procedure da adottare in caso di pericolo e sui nominativi degli addetti al servizio di prevenzione e protezione. Inoltre, i lavoratori dovranno essere adeguatamente informati sui rischi connessi alle proprie specifiche mansioni. Gli eventuali addetti al servizio antincendio dovranno ricevere una apposita formazione. I lavoratori hanno precisi obblighi prescritti dal decreto, da rispettare a pena di sanzioni penali ed amministrative o del licenziamento: essi devono osservare le disposizioni impartite dal datore di lavoro in materia di sicurezza ed utilizzare correttamente le attrezzature ed i dispositivi di protezione forniti dal datore di lavoro, non utilizzare attrezzature o svolgere qualsiasi incarico se non autorizzati, non effettuare operazioni che possano mettere in pericolo altri lavoratori, cooperare con il datore di lavoro al mantenimento delle condizioni di sicurezza. Riguardo alla gestione delle emergenze, il datore di lavoro dovrà assicurarsi che

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tutti i lavoratori siano in grado di abbandonare la propria postazione di lavoro per mettersi in salvo rapidamente. È opportuno tenere in luogo ben visibile un cartello con gli indirizzi ed i numeri di telefono utili in caso di emergenza (Vigili del Fuoco, Pronto Soccorso, etc.). È inoltre obbligatorio tenere a disposizione una dotazione minima di materiale per il primo soccorso o, nelle aziende con 5 o più dipendenti, una cassetta di pronto soccorso. Per quanto riguarda la figura del medico competente, essa è prescritta solo laddove sia previsto l’obbligo della sorveglianza sanitaria, (art. 33 del D.P.R. 303/56). Nel caso dei laboratori orafi, tale obbligo è previsto per le lavorazioni che utilizzino, per operazioni di lucidatura, saldatura, fusione, etc., sostanze potenzialmente dannose quali cadmio, arsenico, mercurio, resine, solventi etc. Le attività commerciali in genere sono escluse dall’obbligo della sorveglianza sanitaria e non sono pertanto tenute alla nomina del medico competente. Si tenga però presente che gli addetti alla movimentazione di carichi superiori a 30 Kg. e gli operatori al videoterminale (esclusi i registratori di cassa) che utilizzano l’attrezzatura, in modo sistematico ed abituale, per almeno 20 ore settimanali, dedotte le pause di 15 minuti ogni 2 ore previste dalla legge, devono obbligatoriamente essere sottoposti a sorveglianza sanitaria. In particolare, l’art. 53 del Decreto 626/94 prevede che i datori di lavoro pongano particolare attenzione, nella valutazione dei rischi connessi all’attività dei videoterminalisti, ai rischi per la vista, alle problematiche concernenti la postura e l’affaticamento fisico e mentale, nonché alle condizioni generali ergonomiche e di igiene ambientale. Il Medico competente non si limita a effettuare le visite periodiche sugli addetti alle lavorazioni a rischio nei tempi previsti dalla legge; il decreto 626/94 gli conferisce un ruolo essenziale nel sistema di sicurezza aziendale, dovendo egli collaborare attivamente con il datore di lavoro ed il servizio di prevenzione e protezione alla predisposizione ed all’attuazione delle misure per la tutela della salute dei lavoratori. Tra gli adempimenti già previsti dalla normativa precedente alla L. 626/94, si ricorda che tutte le aziende sono obbligate a tenere nei propri locali un registro degli infortuni vidimato nel quale vanno annotati tutti gli infortuni sul lavoro che com-

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portino un’assenza di almeno un giorno, da tenere a disposizione degli organi di controllo (D.P.R. 547/55). Riguardo alle caratteristiche degli ambienti di lavoro delle aziende commerciali, il decreto rimanda alle disposizioni contenute nei regolamenti comunali ed alla normativa urbanistica per l’individuazione dei limiti minimi per altezza, cubatura e superficie dei locali (generalmente 3,00 m di altezza minima per gli ambienti di lavoro con una tolleranza del 10% per gli spazi secondari e i casi particolari, e 2,40 per servizi e vani di passaggio).Tali limiti minimi, per le aziende di produzione con più di 5 dipendenti, sono fissati dal decreto in m. 3 per l’altezza dei locali (con una tolleranza del 10% in particolari casi), 10 metri cubi di cubatura e 2 metri quadri di superficie per ciascun lavoratore. Il decreto fissa comunque alcune norme generali per tutte le imprese, che riassumiamo di seguito. La pavimentazione deve essere regolare ed uniforme, priva di ostacoli e dislivelli e costruita con materiali non scivolosi. Le vie di accesso e di passaggio devono essere libere da ostacoli ed adeguatamente illuminate. I macchinari devono avere protezioni adeguate ed essere collegati con l’impianto di messa a terra. Ascensori e montacarichi devono avere la licenza di impianto ed il libretto di manutenzione. Scaffali e ripiani devono essere stabili e privi di parti taglienti. Le scale fisse devono essere dotate di parapetti alti almeno 1 metro ed un corrimano; la dimensione dei gradini deve essere regolare e tale da consentire un passaggio veloce e sicuro (dimensione ideale: gradino + gradino + pedata = 63 cm.). Le scale a pioli devono avere appoggi antiscivolo. Le porte devono essere facilmente apribili dall’interno per consentire l’uscita rapida in caso di pericolo ed avere una larghezza minima di cm. 80 (con una tolleranza del 2%) per i locali nei quali operino fino a 25 lavoratori e 1,20 m. nei locali fino a 50 lavoratori. Tale disposizione non si applica ai locali in esercizio alla data del 27 novembre 1994. Le porte apribili in entrambi i versi devono avere un oblò trasparente che consenta la veduta sul locale comunicante. Ai locali di lavoro devono essere annessi spogliatoi ed armadietti (nelle aziende fino a 5 dipendenti lo spogliatoio può essere unico per entrambi i sessi) e servizi igienici per il personale (nelle aziende con più di dieci dipendenti di sesso diverso i servizi igienici devono essere divisi per sesso).

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L’illuminazione, possibilmente di fonte naturale e se del caso integrata da illuminazione artificiale, deve essere adeguata all’ambiente ed al tipo di lavorazione eventualmente svolta; la superficie finestrata non deve generalmente essere inferiore a 1/10 della superficie del pavimento. Il ricambio dell’aria deve essere costante ed adeguato; la superficie finestrata apribile non deve generalmente essere inferiore a 1/20 della superficie del pavimento. Filtri e condotte degli impianti di condizionamento vanno tenuti costantemente puliti. La temperatura deve essere mantenuta possibilmente tra i 18 e i 24 gradi, con un tasso normale di umidità (40-60%). L’esposizione al rumore non dovrebbe superare valori di 80-85 decibel; in caso di esposizione costante a tali livelli il datore di lavoro deve fornire adeguati dispositivi di protezione (cuffie o altro). Nei locali di lavoro deve essere apposta una apposita segnaletica di sicurezza (definita dal Decreto legislativo n. 493 del 14 agosto 1996), con particolare riguardo alle vie di uscita ed ai mezzi di protezione antincendio. Per quanto riguarda i laboratori orafi nei quali si utilizzano sostanze potenzialmente pericolose, come quelle prima indicate, essi dovranno utilizzare impianti atti a salvaguardare la salubrità dell’ambiente di lavoro, come sistemi di aspirazione localizzata sulle macchine, banchi di lavoro forniti di aspirazione, etc., sufficienti ad eliminare fumi e polveri che, se inalati, potrebbero danneggiare la salute degli addetti. I titolari dei laboratori dovranno poi individuare le misure adeguate ad evitare ogni pericolo connesso all’utilizzo dei macchinari, come ad es. i rischi da lesioni connessi all’uso di presse, pulitrici, cannelli a gas, etc. Pertanto, tutti i macchinari andranno messi in sicurezza con apposite protezioni e schermi per le parti potenzialmente pericolose; il personale dovrà essere dotato degli opportuni dispositivi di protezione individuale (dpi) in relazione alle mansioni svolte. Dovrà essere posta attenzione ai rischi derivanti dalle posture scorrette durante lo svolgimento dell’attività lavorativa; pertanto, i posti di lavoro dovranno rispettare i criteri ergonomici. Nei laboratori orafi possono verificarsi casi di eccessivo affaticamento visivo dovuto all’opera svolta su pezzi di piccole dimensioni: in questo caso, è consigliabile distribuire il lavoro, ove possibile, in modo tale da evitare operazioni affatiganti o ripetitive a carico dei medesimi addetti disponendo turnazioni o pause.

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3. Normativa antincendio generale per le imprese non soggette ai controlli di prevenzione incendi Le regole generali da seguire in materia di prevenzione degli incendi da parte delle aziende che non presentano particolari rischi di incendio e non sono perciò tenute a richiedere il Certificato di prevenzione incendi (in pratica, tutte le aziende commerciali ed i laboratori di piccole dimensioni) sono contenute nel Decreto del Ministero dell’Interno 10 marzo 1998 “Criteri generali di sicurezza antincendio e per la gestione dell’emergenza nei luoghi di lavoro”, emanato in attuazione dell’art. 13 della Legge 626/94, della quale il decreto stesso costituisce un completamento. Innanzitutto, il responsabile dell’attività dovrà effettuare la valutazione del livello di rischio di incendio, sulla base del tipo di attività svolta, delle caratteristiche costruttive e delle dimensioni dei locali, delle attrezzature e degli arredi, del numero di persone presenti nei locali, siano essi dipendenti dell’azienda o clienti. La valutazione dovrà evidenziare le possibili fonti di rischio ed individuare i lavoratori e gli altri soggetti maggiormente esposti in caso di incendio (ad es. il pubblico, in caso di notevole affollamento), indicando le misure di sicurezza adottate per eliminare il rischio. Il livello di rischio di incendio dovrà essere classificato, sulla base della valutazione dei rischi, in basso, medio, od elevato. In generale, si può tranquillamente ritenere che la maggioranza delle aziende commerciali e dei laboratori artigiani rientrino nel livello di rischio basso, mentre si potrà parlare di un rischio medio e raramente elevato per le attività già soggette all’obbligo del Certificato di prevenzione incendi. Dovrà poi essere realizzato un documento contenente la valutazione del rischio di incendio: tale documento farà parte integrante del documento di valutazione dei rischi previsto dall’art.4 della legge 626/94. Naturalmente, il documento andrà redatto solo nei casi previsti dalla legge, e cioè nelle aziende con più di 10 dipendenti; nelle aziende con meno di 10 dipendenti, è sufficiente effettuare la valutazione del rischio. In seguito alla valutazione del rischio di incendio, andranno adottate immediatamente, qualora ciò non sia già stato fatto, tutte le misure tecniche od organizzative necessarie per ridurre la probabilità di incendi; il decreto (allegato II) pone in evidenza le più importanti:

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a) misure di tipo tecnico: • realizzazione impianti elettrici a regola d’arte (vedi L. 46/90-par. 1) • collegamento di messa a terra di impianti, strutture e masse metalliche • realizzazione di impianti di protezione contro i fulmini • ventilazione degli ambienti ove vi sia possibile accumulo di polveri o gas infiammabili b) misure di tipo organizzativo • rispetto dell’ordine e della pulizia • controllo delle misure di sicurezza • predisposizione di un regolamento interno sulle misure di sicurezza • informazione e formazione dei lavoratori Riguardo alle misure di prevenzione incendi, il decreto raccomanda di porre particolare attenzione ad alcuni aspetti, tra cui l’utilizzo di fonti di calore (generatori, forni ed affini) o di bombole di gas. Inoltre, nelle aziende con più di dieci dipendenti, dovrà essere redatto il piano di emergenza, contenente le seguenti indicazioni: • le azioni da intraprendere in caso di incendio • le procedure per l’evacuazione e le misure per assistere le persone disabili • l’indicazione dei dipendenti aventi il compito di attuare e controllare le misure e le procedure antincendio Le aziende con meno di dieci dipendenti sono esentate dalla redazione per iscritto del piano di emergenza, ad eccezione delle attività soggette ai controlli di prevenzione incendi (vedi par. 3). Il responsabile dovrà inoltre garantire l’adeguatezza delle vie di uscita, tenendole sgombre da attrezzature o altre cause di possibile intralcio. Le porte installate lungo le vie di uscita devono essere apribili nel verso dell’esodo e devono poter essere aperte senza l’uso di chiavi. Le vie di uscita devono essere indicate da appositi cartelli conformi alla normativa vigente. I luoghi di lavoro già in uso alla data di entrata in vigore del decreto dovevano essere adeguati alle disposizioni sulle vie di uscita entro il 7 ottobre 2000. Per l’allarme in caso di incendio, il decreto dispone che nelle aziende a rischio di incendio basso o medio l’allarme possa semplicemente essere dato a voce, se il locale di lavoro sia unico, oppure da un sistema elettrico (sirena) a comando manuale. Gli estintori andranno collocati in modo che la distanza per raggiungerli da qual-

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siasi punto dei locali non sia superiore a 30 metri. Per le aziende a rischio basso o medio, andrà generalmente collocato almeno un estintore di media potenza (13 o 21A - 89 o 113 B) ogni 100 metri quadrati, secondo la tabella riportata al punto 5.2 dell’allegato al decreto. Le misure di protezione antincendio ed i relativi impianti (porte resistenti al fuoco, estintori, impianti di allarme, etc.) andranno controllati periodicamente. Tutti i dipendenti dovranno ricevere informazioni complete sui rischi e sulle misure di sicurezza antincendio. Nelle piccole aziende l’informazione sui rischi e sulla prevenzione potrà essere fornita ai lavoratori anche solamente tramite cartelli ben visibili o avvisi scritti. Nelle aziende ove ricorre l’obbligo di redigere il piano di emergenza, i lavoratori dovranno partecipare, almeno una volta all’anno, ad esercitazioni antincendio all’interno del luogo di lavoro per verificare nella pratica le procedure di intervento antincendio e di primo soccorso. I lavoratori esposti a particolari rischi di incendio (ad es. coloro che utilizzano sostanze infiammabili) e quelli che svolgono compiti relativi ala prevenzione incendi, devono ricevere una specifica formazione, di diversa durata a seconda del grado di rischio dell’attività: 4 ore per attività a rischio basso, 8 ore per quelle a rischio medio e 16 ore per quelle a rischio elevato.

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X. Normative antinquinamento

1. La gestione dei rifiuti - i rifiuti speciali Il Decreto Legislativo n. 22 del 5 febbraio 1997 (cd. Legge Ronchi) e le sue successive modifiche hanno stabilito che tutti i rifiuti, tranne quelli urbani ed assimilati agli urbani, derivanti da attività industriali, artigianali o commerciali, devono essere conservati a cura del produttore (cioè nell’azienda la cui attività ha generato i rifiuti) ed avviati al riciclaggio o allo smaltimento, ed in nessun caso eliminati individualmente o dispersi nell’ambiente. Per rifiuti urbani ed assimilabili si intendono i rifiuti simili a quelli domestici che normalmente vengono affidati al servizio di smaltimento del Comune, quali piccole quantità di carta, vetro, plastica, legno, tessuti, etc.., . I rifiuti non assimilabili agli urbani sono detti rifiuti speciali, e sono ulteriormente distinti in rifiuti pericolosi o non pericolosi. Essi, come già accennato, vanno obbligatoriamente affidati ad uno smaltitore autorizzato che li avvierà al recupero o allo smaltimento controllato. I rifiuti possono essere conservati in azienda al massimo per un anno, prima di essere avviati allo smaltimento. Tra i rifiuti classificati come speciali che compaiono con maggiore frequenza nei negozi e nei laboratori orafi vi sono: le pile esauste (quelle comunemente usate per il funzionamento degli orologi), i fanghi derivanti dalla lavorazione di metalli preziosi, la trielina, la soda esausta. Il gesso scagliola è generalmente considerato rifiuto assimilabile agli urbani. Gli scarti derivanti dalla lavorazione dei metalli preziosi e la spazzatura proveniente dai laboratori orafi, avviati presso laboratori attrezzati per l’affinazione ed il recupero dell’oro non sono considerati rifiuti, ai sensi dell’art. 4 comma 21 della legge n. 426 del 9 dicembre 1998.

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Vediamo adesso in sintesi gli obblighi per gli operatori orafi la cui attività comporti la produzione o l’accumulo di rifiuti speciali. a) Formulario di identificazione dei rifiuti : i produttori di rifiuti speciali devono innanzitutto dotarsi del formulario di identificazione dei rifiuti (art.15 D. Lgs. 22/97), il cui modello è stato definito dal D.M. n.145 del 1 aprile 1998 e che può essere acquistato presso i rivenditori autorizzati (in generale, le rivendite di materiali per ufficio). Il formulario deve essere numerato progressivamente e vidimato dall’ufficio del registro o dalla Camera di Commercio. Ogni trasporto di rifiuti deve obbligatoriamente essere accompagnato dal formulario di identificazione. Il formulario deve riportare: nome ed indirizzo del detentore del rifiuto (cioè l’azienda produttrice del rifiuto), origine, tipologia e quantità del rifiuto, nome ed indirizzo dell’impianto di destinazione. Il formulario è composto da una serie di moduli in quadruplice copia in carta ricalcante. Per ogni singola consegna di rifiuti al trasportatore va compilato un modulo in quadruplice copia, che deve essere firmato sia dal produttore del rifiuto che dal trasportatore: una copia resterà all’esercente che ha consegnato il rifiuto, una copia resterà al trasportatore, la terza copia all’azienda incaricata dello smaltimento o del riciclaggio, la quarta copia sarà restituita dal trasportatore all’esercente a prova dell’avvenuta consegna a destinazione del rifiuto. Le copie utilizzate del formulario vanno conservate per cinque anni. b) Registro di carico e scarico dei rifiuti : i produttori di rifiuti speciali derivanti da attività industriali ed artigianali devono tenere in azienda il registro di carico e scarico dei rifiuti (art. 12 D.Lgs. 22/97) sul quale annotare le informazioni relative alla natura ed alla quantità dei rifiuti nonché quelle sullo scarico dei rifiuti (cioè sulla consegna al trasportatore e/o allo smaltitore). I produttori di rifiuti derivanti da attività commerciali e le imprese artigiane con meno di tre dipendenti sono escluse dall’obbligo di tenuta del registro. Le annotazioni sul registro vanno effettuate entro una settimana dallo scarico dei rifiuti. Il registro deve essere numerato e vidimato dall’ufficio del registro. Il modello del registro è stato modificato nel 1998 (D.M. 1 aprile 1998 n. 148 in G.U. 15/05/98 n. 118); tuttavia è possibile continuare ad utilizzare i registri già in uso pur-

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ché vi si annotino tutte le informazioni richieste dal nuovo modello. Per ogni tipo di rifiuto è sufficiente avere un unico registro, così come un unico formulario. Il formulario fa parte integrante del registro: pertanto, i dati di identificazione delle copie utilizzate del formulario andranno riportate sul registro laddove si annota lo scarico del rifiuto, e similmente il numero di annotazione nel registro andrà riportato sul formulario. Il registro va obbligatoriamente conservato per almeno cinque anni. c) Modello Unico di Dichiarazione Ambientale : I produttori di rifiuti speciali derivanti da attività industriali ed artigianali (con l’esclusione delle attività commerciali e delle imprese artigiane con meno di tre dipendenti) hanno inoltre l’obbligo di comunicare annualmente alla Camera di Commercio quantità e qualità dei rifiuti prodotti, recuperati e smaltiti, con il Modello unico di dichiarazione ambientale (MUD). La dichiarazione va generalmente effettuata entro il 30 aprile di ogni anno, salvo diverse disposizioni ministeriali. La dichiarazione può essere effettuata su apposito modello cartaceo, reperibile presso le Camere di Commercio o le rivendite di materiali per ufficio, oppure su supporto informatico, reperendo l’apposito programma presso le Camere di Commercio o rivolgendosi alla propria Associazione di Categoria. Ricordiamo che, in forza delle richiamate esenzioni previste dalla legge, i commercianti di oggetti preziosi che vengono in possesso di rifiuti speciali derivanti dall’attività commerciale (come nel caso delle pile esauste degli orologi) o che dispongano di un laboratorio di produzione con meno di tre addetti sono tenuti al solo possesso del formulario di identificazione, essendo esonerati dall’obbligo del registro e del MUD. Sono però tenuti al possesso del registro ed all’invio del MUD gli operatori commerciali che autoproducono gli imballaggi della merce o che importano direttamente dall’estero merce imballata o imballaggi vuoti. Sono esclusi dall’obbligo quegli imballaggi che costituiscono parte sostanziale ed inseparabile dalla merce che vi è contenuta, come nel caso degli astucci per orologi o per determinati monili, per i quali l’imballaggio costituisce una protezione da conservare per il suo intero ciclo di vita. 2. Gli imballaggi Tutte le imprese utilizzatrici di imballaggi, cioè quelle che producono o vendono prodotti imballati con materiali di qualsiasi genere (carta, legno, plastica, vetro, etc.)

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devono iscriversi al Consorzio Nazionale degli Imballaggi (CONAI). L’obbligo di iscrizione al CONAI rientra nel quadro normativo dei cd. “Decreti Ronchi” ed è finalizzato all’avvio del recupero e riciclaggio dei rifiuti da imballaggio. È bene ricordare che i rifiuti da imballaggio potranno essere consegnati al normale servizio di smaltimento del Comune, come si fa oggi, finchè non saranno emanate da parte delle Amministrazioni Comunali differenti disposizioni in materia, o sia organizzato un servizio di raccolta differenziata. L’iscrizione al CONAI si effettua inviando i moduli di partecipazione (reperibili sul sito www.conai.org o presso la propria Associazione di Categoria) al seguente indirizzo: CONAI - Ufficio Iscrizioni - Via Donizetti 6 - 20122 MILANO - unitamente all’attestato di pagamento della quota di partecipazione , la quale è composta da una parte fissa e da una variabile. La parte fissa, uguale per tutte le imprese, è di 5,16 Euro. La parte variabile, dovuta solo dalle imprese con un fatturato superiore a 516.456,90 Euro, è pari allo 0,00025 del valore dei ricavi per le imprese commerciali; per le imprese artigianali ed industriali, essa è pari allo 0,015 del costo degli acquisti di imballaggi utilizzati per confezionare i propri prodotti. Alla parte variabile andrà naturalmente aggiunta la parte fissa. La quota va versata sul conto corrente postale n. 98753007 intestato al CONAI oppure sul c/c bancario n. 11589 della Banca Antonveneta di Milano – agenzia 25 - Piazza Fontana 4, 20122 Milano (cod. ABI 05040- CAB 01612). Il versamento della quota d’iscrizione va effettuato una volta sola e non va più ripetuto negli anni successivi. Il CONAI è un Consorzio e perciò la quota d’iscrizione non va considerata fiscalmente come un costo; in sede di bilancio, essa va inserita nell’attivo dello stato patrimoniale alla voce “partecipazione ad altre imprese”. La mancata iscrizione al CONAI comporta una sanzione pari a sei volte l’importo dovuto. I controlli sono di competenza delle Province. Nel caso che l’azienda importi direttamente dall’estero beni imballati, scatta l’obbligo di effettuare con cadenza almeno annuale una apposita dichiarazione al CONAI e di versare il contributo ambientale calcolato sullo 0,15 del valore delle merci importate (procedura semplificata per le piccole aziende). Il CONAI emetterà fattura con IVA a fronte del versamento del contributo ambientale.

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3. Prevenzione dell’inquinamento atmosferico I laboratori orafi che non effettuano fusione di metalli sono classificati come “attività ad inquinamento poco significativo” (art. 2 ed allegato 1 del D.P.R. 25/07/91). L’unico adempimento amministrativo cui sono tenuti i titolari di tali attività consiste nell’effettuazione della “Comunicazione relativa ad esercizio di attività ad inquinamento poco significativo”, che va inviata alla Regione (settore ecologia), all’Amministrazione Provinciale, al Comune ed alla ASL competente. La dichiarazione va ripresentata ogni tre anni. I laboratori orafi che sono dotati di attrezzature per la fusione di metalli, aventi meno di 25 addetti, sono invece considerati come “attività a ridotto inquinamento atmosferico” (art. 4 ed allegato del D.P.R. 25/07/91) e necessitano di specifica autorizzazione all’immissione in atmosfera, concessa dalla Regione per il tramite della ASL. Naturalmente, i titolari di attività ad inquinamento poco significativo dovranno comunque impegnarsi a ridurre in ogni modo le proprie emissioni in aria, utilizzando filtri e cappe adeguate per l’abbattimento dei fumi.

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XI. Incentivi ed agevolazioni nazionali

1. Legge 1329/65 (Sabatini) Finanziamenti agevolati per acquisto di macchinari 1.1 Settore di intervento Compravendita o locazione finanziaria di nuove macchine utensili o di produzione con pagamento rateale. Le cambiali rilasciate, aventi scadenza fino a 5 anni dalla loro emissione, devono essere scontate presso una banca che, di seguito, provvede a richiedere l’intervento agevolativo del Mediocredito Centrale. Il provvedimento è attualmente in fase di revisione in quanto, a seguito del decentramento, è diventato di pertinenza delle singole Regioni. Si prevedono quindi delle notevoli variazioni, in particolare con l’utilizzo dei fondi regionali sotto forma di incentivi in c/capitale. 1.2 Beneficiari Piccole e medie imprese industriali, commerciali, artigiane, agricole e di servizi. Sono esclusi dalle agevolazioni i seguenti settori: siderurgico, cantieristica navale, pesca e trasporto. Il settore agricolo di base è soggetto a limitazioni relative al valore massimo degli investimenti ed al rispetto dei regolamenti comunitari in materia. 1.3 Investimenti ammessi Macchine utensili o di produzione nuove, loro parti accessorie nonché spese afferenti il trasporto, il montaggio, il collaudo e l’imballaggio, nel limite massimo complessivo del 15% del costo della macchina purché comprese nel prezzo fatturato e nel contratto di compravendita o di locazione.

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Non sono ammessi alle agevolazioni i seguenti investimenti: - macchine usate; - autoveicoli o veicoli semoventi o rimorchianti muniti di targa; - macchine oggetto di compravendita o contratto di leasing con durata inferiore a 12 mesi. 1.4 Agevolazioni previste Consiste nello sconto a tasso agevolato di un regolamento cambiario rilasciato direttamente al venditore oppure alla società di leasing a fronte della fornitura di macchine utensili. Il contributo, calcolato sull’importo del credito capitale dilazionato, è pari alla differenza fra il netto ricavo dell’operazione di sconto, calcolata al tasso di riferimento, ed al tasso agevolato vigenti alla data di erogazione dello sconto. Tale contributo agli interessi sulla dilazione del pagamento è corrisposto in un’unica soluzione ed anticipatamente e varia in base all’ubicazione dell’unità produttiva in cui è utilizzato il macchinario. Attualmente nelle aree Obiettivo 1 il contributo in c/interessi è pari agli interessi stessi, per cui si determina un’operazione a tasso 0. Nella nuova versione regionalizzata del provvedimento, è previsto un contributo in c/impianti del 25/35%. I tempi previsti sono i seguenti: per lo sconto 1-2 mesi; per l’ottenimento del contributo 6-7 mesi dalla punzonatura.

2. Legge 488/92 Contributi in c/impianti alle attività produttive 2.1 L.488/92 Industria 2.1.1 Settore di intervento Promozione di investimenti nei territori svantaggiati 2.1.2 Beneficiari Imprese classificate di piccola, media e grande dimensione che svolgono attività

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estrattive (sezione C della classificazione delle attività economiche ISTAT 1991), manifatturiere (sezione D della classificazione delle attività economiche ISTAT 1991), di costruzioni (sezione F della classificazione delle attività economiche ISTAT 1991), produzione e di distribuzione di energia elettrica, di vapore e acqua calda (40.10 e 40.30 della classificazione delle attività economiche ISTAT 1991). Sono inoltre ammissibili alle agevolazioni le attività esercitate dalle imprese di servizi esplicitamente individuate dal testo normativo 2.1.3 Investimenti ammessi Progettazione e direzione dei lavori, studi di fattibilità economico-finanziaria, suolo, opere murarie, infrastrutture, macchinari, impianti e attrezzature, programmi informatici, brevetti, nuovi impianti, ampliamenti, ammodernamenti, ristrutturazioni, riconversioni, riattivazioni e trasferimenti. I progetti agevolabili devono essere correlati ad un programma di investimenti organico e funzionale, atto a conseguire obiettivi produttivi, occupazionali ed economici.

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Sono ammissibili le seguenti tipologie di spese:I progettazione, direzione lavori, studio di fattibilità e di valutazione di impatto ambientale, oneri per la concessione edilizia e collaudi di legge (fino ad un massimo del 5% dell’investimento ammissibile); terreno (fino ad un massimo del 10% dell’investimento ammissibile); opere edilizie; infrastrutture specifiche aziendali; macchinari, impianti e attrezzature nuove di fabbrica; attrezzature semplici (purché connesse all’attività d’impresa e fino ad un massimo del 20% dell’investimento sostenuto per macchinari, impianti e attrezzature); brevetti (fino ad un massimo del 25% dell’investimento ammissibile nel caso di grandi imprese); software (limitatamente alle piccole e medie imprese)

2.1.4 Agevolazioni previste La sovvenzione prevista è erogata sotto forma di contributo in c/impianti in

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due o tre tranches a scadenza predeterminate. L’importo effettivo delle agevolazioni erogate varia a seconda della dimensione dell’impresa e della sua ubicazione produttiva. Sono previsti 2 bandi per ciascun anno, normalmente a giugno e dicembre. Entro 4 mesi dalla chiusura del bando, il MAP pubblica le graduatorie ed emana i decreti di concessione. 2.2 L.488/92 Commercio 2.2.1 Settore di intervento Promozione di investimenti nei territori svantaggiati 2.2.2 Beneficiari - esercizi commerciali di vendita al dettaglio classificati esercizi di vicinato - esercizi commerciali di vendita al dettaglio classificati di media e grande struttura; - esercizi commerciali di vendita all’ingrosso e centri di distribuzione, con superficie dell’unità locale pari almeno a 1.000 mq gestiti da singole imprese commerciali o da strutture operative dell’associazionismo economico; - attività di commercio di vendita di corrispondenza; - attività di commercio elettronico; - servizi complementari alla distribuzione. (v. D.M. 21/12/2000 in G.U. n. 3 del 4/1/2001). 2.2.3 Investimenti Ammessi - Per gli esercizi commerciali di vendita al dettaglio classificati esercizi di vicinato sono ammessi investimenti per: • ristrutturazione; • trasferimento; • nuovo impianto; • ampliamento; • ammodernamento.

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- Per i fornitori di servizi complementari alla distribuzione sono ammessi investimenti per: • nuovo impianto; • ampliamento; • ammodernamento; • ristrutturazione; • riconversione; • riattivazione; • trasferimento. - Per gli esercizi commerciali di vendita al dettaglio classificati di media o grande struttura; - Per gli esercizi commerciali di vendita all’ingrosso o centri di distribuzione; - Per le attività di vendita per corrispondenza o di commercio elettronico sono ammessi investimenti per: • nuovo impianto; • ampliamento; • trasferimento. Sono ammissibili le seguenti tipologie di spese: • Progettazione, direzione lavori, studi di fattibilità economico - finanziarie e di valutazione di impatto ambientale, oneri per concessioni edilizie, collaudi di legge, quote iniziali di contratti di franchising certificazioni di qualità e ambientali (fino ad un massimo del 5% dell’investimento ammissibile); • Suolo aziendale (fino ad un massimo del 10% dell’investimento ammissibile); • Opere murarie e assimilate, infrastrutture specifiche aziendali fino a un valore massimo del 50% dell’investimento complessivo ammissibile dell’intero programma • Macchinari ed attrezzature nuovi di fabbrica; • Programmi informatici commisurati alle esigenze produttive e gestionali dell’impresa (solo per piccole e medie imprese); • Mezzi mobili non targati ed utilizzati all’interno della struttura

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2.2.4 Agevolazioni previste Contributo a fondo perduto per gli investimenti. E’ variabile a seconda dei territori e delle dimensioni dell’impresa. L’importo dell’agevolazione richiesta è reso disponibile in due o tre quote annuali di pari ammontare. 2.3 L.488/92 Artigianato 2.3.1 Settore di intervento Promozione di investimenti nei territori svantaggiati 2.3.2 Beneficiari I soggetti che possono beneficiare delle agevolazioni sono le imprese iscritte nell’Albo delle imprese artigiane rientranti nella classificazione di piccola impresa. In particolare possono beneficiare delle agevolazioni le imprese che: - operando nel settore delle attività estrattive e manifatturiere, delle costruzione e della produzione e distribuzione di energia elettrica, di vapore e acqua calda: • hanno meno di 50 dipendenti; • hanno un fatturato annuo non superiore a 7 milioni di euro, oppure un totale di bilancio annuo non superiore a 5 milioni di euro; • abbiano il requisito dell’indipendenza (capitale o diritti di voto non detenuti per il 25% o più da una sola impresa o congiuntamente da più imprese di dimensioni superiori); • operando nel settore dei servizi: • hanno meno di 20 dipendenti • hanno un fatturato annuo non superiore a 2,7 milioni di euro, oppure un totale di bilancio annuo non superiore a 1,9 milioni di euro; • abbiano il requisito dell’indipendenza (capitale o diritti di voto non detenuti per il 25% o più da una sola impresa o congiuntamente da più imprese di dimensioni superiori) Tali requisiti sono cumulativi, nel senso che devono sussistere tutti e tre. Il d.m. 21 novembre 2002 ha inoltre stabilito che tali imprese possono operare anche in regime di contabilità semplificata ai sensi dell’art. 18 del D.P.R. n.600 del 1973.

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2.3.3 Investimenti ammessi Il programma di investimenti da agevolare può riguardare la realizzazione di un nuovo impianto, l’ampliamento, l’ammodernamento, la ristrutturazione, la riconversione, la riattivazione o il trasferimento di impianti produttivi esistenti. Sono ammissibili le seguenti tipologie di spese: - Progettazioni ingegneristiche riguardanti le strutture dei fabbricati e gli impianti, direzione dei lavori, studi di fattibilità tecnico-economico-finanziaria e di valutazione di impatto ambientale, oneri per le concessioni edilizie, collaudi di legge, prestazioni di terzi per l’ottenimento delle certificazioni di qualità e ambientali (fino ad un massimo del 5% dell’investimento ammissibile); - Suolo aziendale (fino ad un massimo del 10% dell’investimento ammissibile); - Opere murarie; - Infrastrutture specifiche aziendali; - Macchinari, impianti ed attrezzature varie nuovi di fabbrica. - Programmi informatici; - Brevetti concernenti nuovi tecnologie di prodotti e processi produttivi. 2.3.4 Agevolazioni previste Le agevolazioni vengono rese disponibili dal soggetto gestore in due quote annuali di pari importo alla stessa data di ogni anno. Ciascuna quota è erogata, subordinatamente all’effettiva realizzazione della corrispondente parte degli investimenti, direttamente alle imprese beneficiarie ovvero, per la parte degli investimenti agevolati acquisiti in locazione finanziaria, tramite gli istituti collaboratori. Per le imprese artigiane non è richiesto il versamento della cauzione o la sottoscrizione della fideiussione bancaria o polizza assicurativa da allegare alla domanda ai fini della concessione delle agevolazioni. A conclusione del programma di investimenti, l’impresa deve produrre la relativa documentazione finale di spesa; sulla base della stessa il soggetto gestore effettua gli accertamenti sulla realizzazione del programma. Sulla base di tali accertamenti, il soggetto gestore provvede al ricalcalo delle agevolazioni spettanti e successivamente adotta le disposizioni di concessione definitiva ovvero di revoca delle agevolazioni.

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3. Legge 215/92 Azioni positive per l’imprenditoria femminile 3.1 Settore di intervento Incentivazione alla creazione e allo sviluppo dell’imprenditoria femminile nei settori dell’industria, dell’artigianato, dell’agricoltura, del commercio, del turismo e dei servizi. Le agevolazioni non possono essere concesse per investimenti relativi ai seguenti settori: a) produzioni siderurgiche; b) costruzioni e riparazioni navali; c) produzioni di fibre tessili artificiali. 3.2 Beneficiari L’intervento è rivolto: - Alle società cooperative e di persone, costituite in misura non inferiore al 60% da donne; - Alle società di capitale le cui quote di partecipazione spettino in misura non inferiore ai 2/3 a donne e il cui organo di amministrazione è costituito per almeno i 2/3 da donne; - Alle imprese individuali gestite da donne. Tali soggetti devono essere piccole imprese. 3.3 Investimenti ammessi Le attività finanziabili riguardano gli investimenti effettuati successivamente alla presentazione della domanda per: - avvio di nuove attività o acquisto di attività preesistenti; - realizzazione di progetti aziendali innovativi connessi all’introduzione di qualificazione ed innovazione di prodotto, tecnologica o organizzativa; - acquisizione di servizi reali destinati all’aumento della produttività, all’innovazione organizzativa, al trasferimento delle tecnologie, alla ricerca di nuovi mercati per il collocamento dei prodotti, all’acquisizione di nuove tecniche di produzione, di

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gestione e di commercializzazione, nonché allo sviluppo di sistemi di qualità. Per l’avvio di nuove attività, l’acquisto di attività preesistenti o la realizzazione di progetti aziendali innovativi, le spese ammissibili sono: - impianti generali; - macchinari ed attrezzature; - acquisto di brevetti; - acquisto di software; - opere murarie e relativi oneri di progettazione e direzione lavori, nel limite del 25% della spesa relativa agli impianti generali e ai macchinari; - studi di fattibilità nel 2% del costo complessivo dell’investimento. Per l’acquisizione di servizi reali, le spese ammissibili sono: - Le spese sostenute per l’acquisizione di uno o più servizi. Sono esclusi dalle agevolazioni: - l’acquisto di terreni e fabbricati; - i beni materiali comunque connessi alla fornitura dei servizi; - gli investimenti realizzati mediante commesse interne o oggetto di autofatturazione; - l’acquisto di attività preesistente perfezionata o tra coniugi o tra parenti e affini entro il secondo grado; - l’avviamento. 3.4 Agevolazioni previste Il contributo in c/capitale non può superare, per le regioni del Mezzogiorno (obiettivo 1), il 35% calcolato in Equivalente Sovvenzione Netta (ESN) ed al 15% in Equivalente Sovvenzione Lorda (ESL); 10% ESL + 8% ESN per i comuni del “centro -nord”; 20% ESN + 10 ESL % per Abruzzo e Molise; 50% ESN + 15% ESL per la Calabria. Il contributo può essere richiesto anche in regime “de minimis” e in tal caso può giungere fino al 75% dell’investimento fino ad un massimo di 100.000 Euro.

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L’ultimo bando si è chiuso il 15/03/2003. Si attende il prossimo bando per il 2004.

4. Legge 388/2000 Art.103 Incentivi a favore del commercio elettronico 4.1 Settore di intervento Lo strumento ha lo scopo di favorire lo sviluppo per via elettronica delle transazioni sia tra impresa e impresa (BtoB) e sia tra impresa e consumatori finali, nei mercati interni o esteri. Le attività possono consistere, in particolare, nella vendita on line di merci. Non si tratta necessariamente di servizi che portano a stipulare contratti in linea ma anche di servizi non remunerati dal loro destinatario, nella misura in cui costituiscono un’attività economica, come l’offerta di informazioni o comunicazioni commerciali in linea o la fornitura di strumenti per la ricerca, l’accesso e il reperimento di dati. 4.2 Beneficiari - Imprese titolari di partita IVA, individuali o societarie anche aventi forma di cooperative; - consorzi e società consortili; - società consortili miste tra imprese industriali, commerciali e di servizi; - consorzi di sviluppo industriale; - centri per l’innovazione e lo sviluppo imprenditoriale. Sono escluse le imprese che operano nei settori per i quali non è applicabile la disciplina de minimis (settore dei trasporti, agricoltura, pesca, acquicoltura; attività connesse all’esportazione; attività connesse agli aiuti condizionati all’impiego preferenziale dei prodotti interni rispetto agli importati). 4.3 Investimenti ammessi Sono agevolabili le spese per:

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- hardware e software per le finalità specifiche di cui al progetto; - consulenze specialistiche e sviluppo di applicativi per la gestione delle nuove tecnologie, consulenze sull’organizzazione logistica, sul marketing, sul controllo di qualità, nonché per tutoraggio, con un limite del 20% dell’investimento complessivo; - formazione del personale ed e-learning, nel limite del 20% dell’investimento complessivo. Sono agevolabili le spese per dotazioni interne nel limite del 10% del costo del progetto per un importo non superiore a 5.000,00 euro. In questo caso sono agevolabili le spese per: - acquisti diretti; - acquisti mediante leasing (canoni agevolabili nel limite di un triennio l’importo non può superare l’agevolazione concedibile sul prezzo di acquisto del bene da parte della Società di leasing); - acquisti a rate ai sensi dell’art. 1523 del codice civile (canoni agevolabili nel limite di un triennio - l’importo non può superare l’agevolazione concedibile sul prezzo di mercato del bene); - canoni di affitto per hardware e software (per un periodo massimo di 3 anni dalla data del decreto di prenotazione delle risorse) Il costo complessivo agevolabile del progetto non deve essere inferiore a 7.500,00 Euro. 4.4 Agevolazioni previste L’agevolazione, nel limite di 100.000,00 euro (de minimis) consiste in un credito d’imposta nei termini di seguito indicati: da 1 a 14 imprese 50% delle spese agevolabili,da 15 imprese e più 60% delle spese agevolabili. Il contributo verrà erogato in due soluzioni: - il 90% quando è stato pagato almeno l’80% del costo totale agevolabile e risultano pagate tutte le spese per consulenza e per formazione del personale; - il restante 10% del credito d’imposta quando, entro i primi due esercizi successivi alla data termine del progetto, l’impresa consegua i risultati previsti in fase di domanda di prenotazione.

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XII. Disciplina della Srl artigiana

La Legge 8 agosto 1985, n. 443 (Legge-quadro per l’artigianato), aveva riconosciuto la qualifica artigiana alle imprese che, perseguendo gli scopi e rispettando i limiti dimensionali stabiliti dalla legge medesima, fossero costituite ed esercitate in forma di società, anche cooperativa, escluse le società a responsabilità limitata e per azioni ed in accomandita semplice e per azioni. Il secondo comma dell’art. 3 della legge n. 443 del 1985 prevedeva, inoltre, che la costituzione dell’impresa artigiana in forma di società era sottoposta alla condizione che la maggioranza dei soci (o, nel caso di società con due soli soci, uno dei due) svolgesse “in prevalenza lavoro personale, anche manuale, nel processo produttivo” e che il lavoro avesse “funzione preminente sul capitale”. L’esclusione delle forme societarie “di capitale” dal novero delle società artigiane aveva trovato una sua giustificazione nella limitazione di responsabilità patrimoniale propria di esse la quale, secondo un orientamento classico e convenzionale, risultava incompatibile con uno dei requisiti essenziali richiesti per il riconoscimento della qualifica di impresa artigiana, vale a dire la responsabilità piena del titolare con l’assunzione di tutti i rischi inerenti alla direzione ed alla gestione dell’impresa artigiana. Tale orientamento era stato assunto quando il nostro ordinamento aveva definito l’artigianato del dopoguerra, ritenendo che la piena responsabilità patrimoniale dell’imprenditore artigiano e la connessa assunzione di tutti i rischi inerenti la direzione e la gestione dell’impresa fossero rigidamente incompatibili con qualsiasi forma di delimitazione, anche parziale, della responsabilità dei soci artigiani nell’impresa costituita in forma di società a vocazione in tutto o in parte capitalistica (come nei casi della S.r.l. e anche, in parte, della S.a.s.). La legge n. 133 del 1997 ha innovato la suddetta disposizione, ampliando il novero

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di società attraverso cui l’impresa artigiana può essere esercitata. L’art. 3, comma 3, della legge n. 443 del 1985, nel testo modificato dalla citata legge n.l33 del 1997, prevede, infatti, che nel rispetto dei limiti dimensionali e degli scopi stabiliti dalla stessa legge quadro sull’artigianato, l’impresa artigiana può essere costituita anche nelle forme della società a responsabilità limitata con unico socio e della società in accomandita semplice. A tale proposito si ricorda, da un lato, che i limiti dimensionali dell’impresa artigiana sono fissati dal primo comma dell’art. 4 della legge n. 443 del 1985, il quale indica il numero massimo di dipendenti che l’impresa artigiana può avere, differenziandolo in relazione a distinte categorie di imprese artigiane e, dall’altro lato, che, ai sensi del primo comma dell’art. 3 della medesima legge n. 443, scopo prevalente dell’impresa artigiana deve essere lo svolgimento di un’attività di produzione di beni, anche semilavorati, o di prestazione di servizi (ad esclusione dello svolgimento di attività agricole, di prestazione di servizi commerciali, di intermediazione nella circolazione dei beni o ausiliarie di queste ultime, di somministrazione al pubblico di alimenti e bevande, salvo il caso in cui tali attività siano svolte come strumentali e accessorie all’esercizio dell’impresa artigiana). Fermi quindi tali limiti e tali scopi la possibilità di costituire l’impresa artigiana nella forma di società a responsabilità limitata unipersonale o di società in accomandita semplice viene dalla disposizione ora in commento subordinata ad una duplice condizione: infatti in forza delle modifiche apportate all’art. 3, della legge n. 443 del 1985, il socio unico della società a responsabilità limitata e ciascun socio accomandatario della società in accomandita semplice, per un verso, devono possedere i requisiti dell’imprenditore artigiano fissati dall’art. 2 della stessa legge n. 443 e, per altro verso, non devono essere unico socio di altra società a responsabilità limitata ovvero socio in altra società in accomandita semplice. Ma è soprattutto grazie alla legge n.57 del 5 marzo 2001, concernente il riconoscimento della qualifica artigiana alle società a responsabilità limitata con pluralità di soci, che la storica incompatibilità fra società artigiana e delimitazione di responsabilità è stata definitivamente superata. La norma in questione prevede che la S.r.l. artigiana, costituita ed esercitata secondo gli scopi e nei limiti dimensionali previsti per l’impresa artigiana, viene ricono-

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sciuta a condizione che la maggioranza dei soci, ovvero uno nel caso di due soci: - svolga in prevalenza lavoro personale, anche manuale, nel processo produttivo e, quindi rispetti uno dei requisiti di qualifica essenziali riconducibili alla figura dell’imprenditore artigiano; - conferisca e detenga la maggioranza del capitale sociale non solo nella fase di costituzione della società ma anche nel successivo esercizio della stessa, rispetto alle partecipazioni esterne di capitale; - detenga la maggioranza negli organi deliberanti garantendo la propria partecipazione maggioritaria nell’assemblea e nel consiglio di amministrazione (laddove costituito). In sostanza si riconoscono i presupposti affinché la società artigiana possa rafforzare la propria struttura finanziaria senza perdere la peculiare connotazione di società di piccola dimensione, con una composizione societaria spesso riferita ad un gruppo familiare, assicurando che nelle medesime mani della maggioranza dei soci artigiani si concentrino capitale, direzione, organizzazione ed amministrazione, e garantendo, soprattutto, il rispetto del principio della preminenza funzionale del lavoro rispetto al capitale. Per altro verso va evidenziato che la stessa maggioranza di soci che partecipa con il proprio lavoro prevalente nel processo produttivo, deve detenere la maggioranza degli organi deliberanti: ciò significa che i medesimi soci artigiani, oltre a svolgere funzioni tecnico-operative e professionali nell’azienda, devono svolgere funzioni di direzione, di organizzazione e di amministrazione. Resta aperta, comunque, la possibilità di affidare funzioni di amministrazione della società anche ad altri soggetti, fra i soci non partecipanti (non artigiani), ovvero, in base ad esplicita disposizione dell’atto costitutivo, anche a non soci (ex art.2487, co. 1, c.c.), fermo restando il requisito organizzativo della detenzione della maggioranza nel consiglio di amministrazione da parte della medesima maggioranza composta dai soci artigiani partecipanti. E’ esclusa, pertanto, la possibilità di affidare integralmente l’amministrazione, con le connesse responsabilità, ad uno od a più soci al di fuori del novero dei soci-artigiani. Per comprendere a pieno il significato della norma in questione occorre evidenziare la situazione in cui sono costrette a muoversi attualmente le società del settore artigiano; queste sono imprese nelle quali proprietà e controllo, patrimonio dei titolari e patrimo-

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nio delle loro famiglie sono eccessivamente confusi, fino a nuocere allo stesso funzionamento della società. Per questa categoria di società si pone il problema della preclusione giuridica di ricevere risparmio e partecipazione di capitale di investimento; il che aggrava le condizioni oggettive di sottocapitalizzazione di tali imprese le quali sono subordinate alle stringenti condizioni di accesso al credito bancario quale unica alternativa di finanziamento oltre alla disponibilità del patrimonio personale e familiare. Proprio al fine di consentire alle società artigiane di evolversi e di sviluppare le proprie potenzialità, la legge n.57/2001pone le condizioni per rafforzare la loro struttura finanziaria e per favorire il loro accesso alla partecipazione di capitale esterno in modo da affrontare le condizioni sempre più complesse della concorrenza nei mercati e da poter svolgere adeguatamente, al contempo, il proprio insostituibile ruolo di avviamento qualificato al lavoro e di incremento dell’occupazione. Da ultimo va evidenziato che il provvedimento ha previsto che la nuova forma di S.r.l., se in possesso dei requisiti richiesti, qualora “presenti domanda” alla Commissione Provinciale per l’Artigianato, “ha diritto al riconoscimento della qualifica artigiana ed alla conseguente iscrizione nell’albo provinciale”. In tale ottica l’iscrizione rimane facoltativa e resta affidata alla volontà esclusiva dei soci che, avendo deciso, in piena discrezionalità, di costituire ed esercitare la società secondo i nuovi requisiti, maturano il diritto di conseguire il riconoscimento della qualifica artigiana e la relativa iscrizione all’Albo. Si ritiene che tale iscrizione, una volta effettuata, dispieghi comunque la stessa efficacia costitutiva propria dell’iscrizione all’Albo, ai fini dell’applicazione delle varie norme di legge riferibili all’artigianato, con specifico riferimento agli obblighi previdenziali ed assicurativi previsti per i soci artigiani ed i loro familiari coadiuvanti, ed alla classificazione della stessa impresa artigiana con dipendenti ai fini contributivi.

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XIII. Caratteristiche del settore orafo Campano. Limiti e potenzialità della piccola dimensione, vantaggio del ricorso a forme di collaborazione tra imprese capitolo a cura: Studio Gianni Lepre

Il settore orafo campano vanta la presenza di circa 2500 aziende con 7000 addetti. Esso si caratterizza per l’elevata presenza di imprese della distribuzione al dettaglio dato la forte propensione al consumo di tali prodotti e per la forte vocazione artigiana delle aziende di produzione locale. Esse sono localizzate, per ragioni storiche, prevalentemente al “Borgo Orefici di Napoli”, a Torre del Greco per quanto riguarda la lavorazione del corallo, e al centro polifunzionale “Il Tarì” di Marcianise di recente costituzione (1994). Il Borgo Orefici ha una tradizione che risale al tempo degli Angioini e degli aragonesi. Già nel 1400, infatti, gli orefici avevano le loro botteghe in questo quartiere di Napoli ed i loro maggiori clienti erano i membri della casa reale e della Corte. L’attività orafa, nei secoli, non ha travalicato i confini di questo quartiere, nonostante la cattiva costruzione ed irregolarità degli edifici, è andata crescendo per produzione, numero di aziende ed addetti. Recentemente, però, si è sentita l’esigenza di costruire strutture “dedicate” all’attività di produzione e di commercializzazione degli oggetti preziosi. Nasce, così, il centro orafo “Il Tarì” nella zona industriale di Marcianise in provincia di Caserta che conta 250 soci tra produttori e grossisti. Per le stesse ragioni, si sta creando un altro centro “Oromare“ ubicato sempre a Marcianise che conterà altrettanti soci per lo più delocalizzati da Torre del Greco e dal Borgo Orefici. Il settore orafo Campano (come quello nazionale) è, quindi, molto frammentato, caratterizzato dalla presenza di numerosissime piccole aziende per lo più a carattere familiare e localizzate in aree sistema in cui è consolidato un modello di specializzazione per fasi di produzione e distribuzione. Nel tessuto produttivo si fa ricorso alla sub fornitura e al decentramento delle lavorazioni che consentono un’ampia diversificazione della produzione ed un contenimento del

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costo del lavoro. Se questa caratteristica del settore rende le aziende di produzione più elastiche nella diversificazione del prodotto, la piccola dimensione rappresenta un forte limite all’internazionalizzazione delle stesse. La scarsa conoscenza delle caratteristiche dei mercati esteri da parte dei singoli operatori del settore costituiscono problematiche da affrontare con ricorso a forme di cooperazione burocratica tra imprese quali i consorzi export. Le imprese del comparto orafo campano dovrebbero affrontare l’internazionalizzazione utilizzando strumenti consortili così come viene fatto dalle imprese del centro Nord che, infatti, esportano il 90 % del prodotto orafo nazionale. Tali strumenti consentono di accentrare operazioni e costi di ricerche di mercato sui consumatori esteri e di creare economie sui crescenti costi dell’attività di promozione e distribuzione dei prodotti orafi. Soprattutto questi ultimi, infatti, sono in costante aumento a causa del forte ampliamento della gamma di articoli sul mercato, correlato allo spostamento dei costi relativi ai viaggiatori, alle assicurazioni, alla sicurezza, e soprattutto all’organizzazione amministrativa. Sotto l’aspetto finanziario le imprese del settore hanno spesso la necessità di investire in nuove tecnologie produttive, in ricerca e sviluppo, in marketing avendo a loro disposizione di incentivi comunitari, nazionali (legge 488, legge 215, crediti d’imposta) e regionali (legge 28\87 per l’artigianato). Le imprese campane investono molto nella ristrutturazione dei locali e nel rinnovo dei macchinari, poco in ricerca e sviluppo e marketing, segno di una maggiore attenzione alla funzione produttiva rispetto a quella commerciale e promozionale. L’alto valore intrinseco dei beni orafi, per investire nell’approvvigionamento di nuova materia prima da destinare alla lavorazione, rende spesso necessario il ricorso a particolari forme di finanziamento bancario (solo bancario, perché nessuna norma di finanziamento a fondo perduto prevede l’acquisto di scorte), quali il prestito Artigiancassa ad interessi agevolati, il prestito d’uso o semplici prestiti di liquidità. Questa necessità di ricorrere al credito bancario è più sentita dalle piccole imprese produttrici della Campania rispetto alle imprese del centro nord. Queste ultime possono, infatti, contare, nei rapporti industria - distribuzione, sul ruolo guida svolto dalla figura del grossista raccoglitore che svolge funzioni importanti quali quella di raccogliere la produzione estremamente parcellizzata in piccole unità produttive, e la funzione di finanziatore, in quanto disponendo di liqui-

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dità, anticipa il capitale per l’acquisto dell’oro e delle pietre al produttore e offre consistenti dilazioni di pagamento al distributore al dettaglio, in più, spesso, commercializza i prodotti orafi con un proprio marchio commerciale occupandosi del marketing dello stesso. In Campania non si riscontra questa assunzione di centralità strategica e finanziaria dei distributori locali, pertanto, l’unica via di finanziamento è l’accesso al credito bancario spesso impedito dall’assenza di garanzie reali da qui l’esigenza di costituire un consorzio fidi per le aziende del settore. Questi consorzi, infatti, combinano l’impegno mutualistico di garanzia con l’organizzazione della domanda complessiva del credito accrescendo il potere contrattuale delle impresi minori, mettendole in condizione di ottenere più credito e a condizioni migliori. Nonostante i limiti del settore orafo Campano esso ha delle enormi potenzialità di crescita. La secolare tradizione artigianale della nostra regione, le antiche tecniche di lavorazione dell’oro tramandate da generazione in generazione fanno sì che le nostre aziende producano monili unici nella loro bellezza ed esclusività (in quanto interamente fatti a mano). Questo patrimonio di cultura va, però, non solo conservato ma capitalizzato. La tendenza a riorganizzare le aziende nel territorio della regione dovrebbe, non soltanto, rispondere alle esigenze legate alla localizzazione quali la sicurezza, la viabilità, la vicinanza a clienti e fornitori, ma le nuove strutture di localizzazione quali “Il Tarì“ ed “Oromare“ dovrebbero fornire servizi comuni di formazione, internazionalizzazione ed accesso al credito alle imprese al fine di superare i limiti della piccola dimensione. Per quanto riguarda Borgo orefici, oltre a valere le considerazioni sulla necessità di ricorrere ad iniziative consortili per l’internazionalizzazione, la formazione e l’accesso al credito, la presenza di aziende artigiane del settore, nonché la numerosissima presenza di negozi al dettaglio, dovrebbe essere sfruttata per attirare flussi turistici così come per i pastori di San Gregorio Armeno. A tal fine, apprezzabile è l’iniziativa di un importante argentiere napoletano che ha donato per esposizione permanente al “Borgo orefici“ un presepe d’argento del peso complessivo di 1000 chili ed una superficie di 24 mq che creerà flussi di convergenza turistica tra Borgo Orefici e san Gregorio Armeno valorizzando le potenzialità turistiche del centro antico della città. Si può concludere affermando che le traiettorie di sviluppo e il fattore di successo delle imprese orafe Campane sono affidate alla capacità del singolo di comprendere i vantaggi derivanti dal ricorso a forme di collaborazione tra imprese.

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PARTE SECONDA


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XIV. I metalli preziosi

1. Oro L’oro (simbolo chimico: AU), dal caratteristico colore giallo vivo, possiede le seguenti caratteristiche: • alta malleabilità (per malleabilità si intende la capacità dei metalli di lasciarsi ridurre in lastre anche estremamente sottili), questa caratteristica rende l’oro uno dei metalli più facili a lavorarsi al laminatoio; • alta duttilità (la duttilità di un metallo consiste nella sua attitudine a trasformarsi in filo attraverso apposite trafile); • elevata densità: il suo peso specifico è di 19,30 (il peso specifico è il rapporto tra il peso di un certo volume di una sostanza e quello di un volume identico di acqua distillata a 4 gradi di temperatura - in pratica, l’oro pesa 19,30 volte più dell’acqua). L’oro è inoltre inossidabile, inalterabile nel tempo ed inattaccabile dalla maggior parte degli acidi; esso può essere sciolto dall’acqua regia, composta da una parte di acido nitrico e tre parti di acido cloridrico, e viene precipitato in polvere giallo bruna dal solfato di ferro. Esso fonde a 1064 gradi e volatilizza a 2600 gradi. Le sue caratteristiche di malleabilità e duttilità, e la possibilità di ricavare lamine o fili sottilissimi e comunque resistenti, hanno reso l’oro particolarmente adatto non solo per le opere di gioielleria ma anche per lavori di decorazione (quadri, arazzi, porcellane). L’oro allo stato puro è però troppo morbido per poter essere lavorato efficacemente; esso perciò deve essere unito in lega con altri metalli. I metalli utilizzati in lega con l’oro sono prevalentemente il rame, l’argento ed il palladio. Le leghe utilizzate posso-

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no avere un diverso grado di purezza a seconda della quantità di oro impiegato; il rapporto tra quest’ultima e la quantità degli altri metalli utilizzati si dice “titolo”. I titoli legali ammessi dalla legge italiana (vedi il capitolo dedicato alla legislazione su marchi e titoli) per l’oro sono: 375, 585, 750 millesimi e titoli superiori. Il titolo più utilizzato in Italia è il 750 millesimi. Le leghe a più basso contenuto di oro sono destinate prevalentemente all’esportazione. I metalli utilizzati in lega con l’oro ne determinano anche la colorazione, secondo le quantità utilizzate. Le leghe più comuni sono ottenute nel modo seguente: • oro giallo : oro, argento e rame • oro rosso : oro, rame e argento • oro bianco : oro, rame, nichel, zinco; il colore bianco uniforme può essere ottenuto mediante una placcatura di rodio • oro verde : oro e argento L’unità di misura di peso dell’oro è l’oncia Troy pari a 31,1035 grammi. La quotazione internazionale di riferimento, al prezzo per oncia, viene stabilita sul mercato di Londra. Il punto di riferimento per il mercato italiano è costituito dal prezzo al grammo stabilito sul mercato di Milano. 2. Platino Il platino (simbolo chimico: Pt) è molto raro in natura; usato già dagli egizi che dalle civiltà precolombiane in America, fu riscoperto solo nel 1735, in Colombia. L’uso del platino in gioielleria si è però generalizzato solo dalla fine dell’Ottocento in poi. Esso è di colore bianco, leggermente plumbeo; è meno duttile e malleabile dell’oro, ma più denso (peso specifico 21,45) e meno morbido; la sua durezza ne consente la lavorazione allo stato quasi puro: il titolo più elevato del platino è di 950 millesimi. Il suo elevato peso specifico lo pone al riparo da imitazioni. I titoli ammessi dalla legislazione italiana per il platino sono: 950, 900 e 850 millesimi. Il platino è inossidabile e si scioglie con l’acqua regia come l’oro. Il platino fonde a temperature elevatissime (1773 gradi) per cui non è possibile uti-

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lizzare le normali fucine degli orefici, in luogo delle quali si adoperano le fonditrici elettroniche, i forni elettrici o il cannello a gas. Il processo di fusione del platino presenta difficoltà maggiori rispetto ad altri metalli, tanto per l’alta temperatura necessaria quanto per l’esigenza di evitare ogni traccia di porosità o impurità del metallo che potrebbero creare fratture o alterazioni di colore. Generalmente, per evitare tali inconvenienti viene eseguita una sgrassatura ed un trattamento in acido cloridrico prima della ricottura. La durezza e la solidità del platino lo rendono particolarmente adatto alla lavorazione in gioielleria: si taglia e si lima agevolmente e reagisce bene alle saldature. 3. Palladio Il palladio (simbolo chimico: Pd) appartiene alla famiglia del platino; si trova in natura generalmente insieme ai metalli di tale famiglia. Il suo costo è notevolmente inferiore a quello del platino. In gioielleria viene utilizzato quasi puro, a titolo 950, in lega con l’argento o più raramente con rodio o rutenio. Ha densità inferiore a quella dell’oro e del platino (peso specifico 12,16) e fonde a 1549 gradi.

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XV. L’argento

L’argento è metallo molto duttile e malleabile; queste caratteristiche lo rendono particolarmente adatto alla lavorazione. L’argento si trova in natura generalmente combinato col piombo; più raramente con l’oro o lo zolfo o allo stato puro. Esso viene separato dal piombo con il metodo cosiddetto della “coppellazione”; l’argento puro ricavato con tale procedimento prende il nome di “coppella” e si presenta in forma di granuli. 1. Titoli L’argento allo stato puro è eccessivamente tenero per essere lavorato: per raggiungere una durezza sufficiente, esso deve essere unito in lega con il rame. I titoli legali in Italia sono: 800: 800 parti di argento puro e 200 parti di rame 925: 925 parti di argento puro e 75 parti di rame I prodotti con un titolo inferiore a 800 millesimi non possono essere commercializzati in Italia. Tutti i prodotti in argento (esclusi ovviamente gli oggetti di antiquariato) devono recare l’indicazione del titolo legale ed il marchio di identificazione del produttore, con il numero di matricola e la sigla della provincia di appartenenza. Il marchio di identificazione può essere apposto solo sui prodotti in argento con titolo legale. I prodotti provenienti dall’estero devono recare il titolo ed il marchio dell’importatore, tranne nel caso in cui provengano da paesi dello Spazio economico europeo o da Paesi coi quali sia in vigore un accordo di reciproco riconoscimento dei rispettivi mar-

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chi di garanzia; si ricorda che è illegale porre in commercio prodotti provenienti da paesi extraeuropei privi del marchio dell’importatore o di altri marchi riconosciuti. 2. Oggetti placcati, laminati o argentati Gli oggetti placcati, laminati o rivestiti in argento non possono recare né il titolo né il marchio di identificazione del produttore; tale divieto è dovuto alla necessità di evitare che essi possano essere confusi con oggetti realizzati interamente in argento. Tali oggetti non possono essere qualificati e commercializzati come “Argenteria”. Su di essi è però consentita l’iscrizione dei termini “placcato “ o “laminato” seguiti dal simbolo “Ag”. Tra le lavorazioni più comuni vi sono: • Bilaminato: oggetti consistenti di una lamina di metallo prezioso, perlopiù argento, applicata su una lastra di metallo comune e lavorata insieme a questa con la tecnica dello stampaggio. Essi possono recare esclusivamente: la sigla della provincia ove ha sede il produttore, il simbolo del metallo prezioso, l’indicazione in cifra della massa di metallo fino arrotondata al grammo e seguita dal simbolo “g”, la sigla indicante il numero corrispondente al marchio di identificazione del produttore, da non confondersi col marchio stesso. • Argentone: meglio nota come lega Christofle (dal nome del produttore francese), è una lega di rame, zinco e nickel argentata galvanicamente. • Deposizione galvanica: tecnica di rivestimento in argento di oggetti costituiti di sostanze non metalliche mediante procedimento elettrogalvanico. Gli oggetti realizzati con tale procedimento possono recare solo un marchio ottagonale contenente la sigla del produttore (non confondibile con il marchio di identificazione) e della provincia ove si trova la sede legale dell’azienda, l’indicazione “DG”, il simbolo dell’argento Ag, l’indicazione del peso del metallo prezioso seguita dal simbolo “g”. • Old Sheffield Plate: lavorazione in uso in Inghilterra fino alla metà dell’ottocento, consistente nella realizzazione di oggetti costituiti da una lamina di rame racchiusa tra due lamine d’argento mediante stampaggio a freddo, sbalzo o cesello. • Victorian electroplate o “Sheffield”: da non confondersi con l’Old Sheffield Plate, è una tecnica sviluppatasi in Inghilterra attorno al 1840 basata sul metodo dell’elettro-

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deposizione, che soppiantò del tutto il metodo di lavorazione dell’Old Sheffield. Il nuovo metodo consisteva nell’argentatura dei metalli mediante bagno galvanico; in questo modo si otteneva un rivestimento in argento, più o meno spesso a seconda delle tipologie di oggetti. Inizialmente i metalli base utilizzati furono il rame e la lega “Britannia”, composta di stagno, rame ed antimonio. Il rame, per il suo alto costo, fu poi soppiantato da altri materiali: l’ottone (lega di rame e zinco), l’alpacca (lega di rame, nichel e zinco con piccole percentuali di ferro e piombo) ed il nichel silver (lega di rame con il 20% di nichel ed il 5-10% di zinco). Il nichel silver è anche detto “hard metal” (metallo duro) per distinguerlo dalla lega “Britannia”, detta “soft metal”. Il nichel silver riportava la punzonatura E.P.N.S. (Electro Plated Nichel Silver) mentre il Britannia era contraddistinto dal punzone E.P.B.M. (Electro Plated Britannia Metal). Gli oggetti in “Sheffield” recano generalmente il marchio del produttore, differente quanto a disegno e dimensioni per ogni manifattura in quanto non vi era alcuna norma di legge che dettasse regole per l’apposizione dei marchi. Dato l’enorme sviluppo che ebbe la produzione di “Sheffield” a partire dalla metà dell’ottocento, sono giunti fino a noi centinaia di marchi di fabbrica, che è possibile ritrovare nelle pubblicazioni specializzate. Una corretta identificazione del marchio è molto importante per stabilire la qualità e la data di fabbricazione del prodotto. Va segnalato comunque che esistono anche oggetti di buona fattura privi di qualsiasi marchio. • Silverplate: ottone argentato con procedimento elettrogalvanico. I prodotti in silverplate ed altri manufatti rivestiti in argento recano talvolta i marchi “Arg. 800” o “Arg. 1000”: tali marchi non vanno assolutamente confusi con i marchi ammessi dalla legge per i titoli legali e si riferiscono esclusivamente ad oggetti di metallo argentati con procedimento galvanico. 3. Principali tecniche di lavorazione • Sbalzo: realizzazione di forme o decori in bassorilievo o altorilievo su lastra di metallo, mediante l’uso di un martello • Cesellatura: il “cesello” è un piccolo scalpello in acciaio con il quale vengono perfezionati i contorni e le forme ottenute con lo sbalzo; gran pate degli oggetti artistici in argento sono ottenuti mediante sbalzo e cesello

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• Incisione a bulino: realizzazione, mediante una punta di acciaio (bulino), di linee di diverso spessore in maniera tale da creare forme e decori con effetto di bassorilievo. • Incisione a guilloché: incisione a macchina di linee diritte o ondulate che, incrociandosi, producono effetti geometrici. • Stampatura: tecnica di realizzazione di oggetti vari mediante stampi in acciaio; articolarmente utilizzata per la posateria. • Tornitura: realizzazione di forme tonde ed ovali mediante tornio. • Martellatura: utilizzata per realizzare oggetti e forme (vassoi, vasi, etc) che richiedono un’esecuzione manuale, da rifinire successivamente con altri tipi di lavorazione. • Montatura: assemblaggio mediante saldatura dei componenti del prodotto finale. • Fusione: tecnica antichissima, che consiste nella realizzazione di oggetti mediante fusione di modelli in cera. Il metallo fuso viene colato in un cilindro di materiale refrattario nel quale è inserito il modello in cera. Il metallo, ad altissima temperatura, scioglie la cera prendendone la forma; si realizza così, quando il metallo è tornato allo stato solido, un oggetto identico al modello. Si utilizza in argenteria per realizzare monili o parti ornamentali da saldare ad altri oggetti (manici, piedini, figurine, etc). • Argentatura: rivestimento degli oggetti con uno strato di argento puro mediante bagno galvanico, per ottenere un effetto di maggior lucentezza. 4. Manutenzione e pulizia L’argento tende ad ossidarsi, assumendo una patina nerastra, a causa dello zolfo presente nell’atmosfera. Per evitare la formazione dell’ossido è buona regola pulire gli oggetti con un panno morbido e non abrasivo almeno due volte ogni settimana, eventualmente utilizzando gli appositi prodotti per la pulitura dell’argento, qualora l’annerimento fosse più marcato o resistente. La posateria e gli oggetti da tavola non devono restare in contatto prolungato con alimenti dal potere corrosivo quali aceto, sale, limone, uovo, maionese, zafferano, formaggio. Per una conservazione prolungata, occorre utilizzare custodie in panno antiossidante o, in mancanza, avvolgere gli oggetti in carta velina o fogli di giornale e chiuderli ermeticamente, facendo prima uscire l’aria, in sacchetti di plastica. Gli elastici in

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gomma, che possono contenere percentuali di zolfo, non devono venire in contatto con l’argento. Le posate in argento utilizzate a tavola devono essere lavate, anche in lavastoviglie, con detersivi non eccessivamente aggressivi ed eventualmente con acqua e bicarbonato.

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XVI. Il libro dei diamanti. Norme CIBJO 1997 Regole di applicazione per il commercio dei diamanti

art. 1 Definizione del diamante 1) Il diamante è un minerale naturale di carbone cristallizzato avente una struttura cubica. 2) La genuinità del diamante non deve essere menzionata specificatamente poiché l’uso della parola “diamante” i sé è automaticamente una dichiarazione della sua genuinità. 3) È proibito l’uso della parola “diamante” per descrivere quei prodotti che sono stati in parte o interamente cristallizzati o ricristallizzati con intervento umano, senza distinzione del materiale di base e dei metodi adottati. I prodotti di questo tipo possono essere chiamati “diamanti sintetici” solo quando le loro proprietà strutturali, fisiche e chimiche nella loro massa totale, corrispondono a quelle del diamante. In questi casi la parola diamante deve essere seguita dal termine “sintetico” o “artificiale”. 4) Marchi di fabbrica o nomi di fantasia non devono mai mostrare similitudine con la parola “Diamante” 8es. Diamantine, Diamlite). Nomi di ditte, di fabbricanti o marchi di fabbrica non devono essere usati in connessione di diamanti sintetici o artificiali, a meno che tali nomi siano chiaramente preceduti dalle parole “sintetico” o “artificiale”. Esempio: La definizione “GE -diamond” (General Elettric) è inammissibile e deve essere formulata con “diamante sintetico GE”. art. 2 Peso del diamante 1) Il peso del diamante è sempre espresso in carati (abbreviazione internazionale: ct)

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almeno fino a due decimali. Si può arrotondare per eccesso il peso a due cifre decimali solo se la terza cifra decimale è un nove. 2) Se è dato il peso totale di tutti i diamanti contenuti in un gioiello, il peso deve essere specificato chiaramente e senza ambiguità con i termini “peso totale”, o parole di pari significato e importanza. art. 3 Colore 1) I colori dei diamanti sono determinati dalle sette pietre campione della CIBJO (vedi art. 8 Masterstones), le quali determinano il limite inferiore di ogni colore. 2) I colori devono essere definiti come segue: Scala internazionale gradazione del colore CIBJO 1) 2)

Hochfeines Weiss+ Hochfemes Weiss

Blanc exceptionnel+ Blanc exceptionnel

Exceptional white+ Exceptional white

Bianco extra eccezionale+ Bianco extra eccezionale

Feines Weiss+ Feines Weiss

Blanc extra+ Blanc extra

Rare white+ Rare white

Bianco extra+ Bianco extra

F Top Wesselton G

Weiss

Blanc

White

Bianco

H Wesselton

Leicht getontes Weiss

Blanc nuancé

Slightly tinted white

Bianco sfumato

I Top Crystal/ J Crystal

Getontes Weiss

Légèrement teinté

Tinted white

Bianco leggermente colorito

K Top Cape L

Getont 3)

Teinté

Teinted colour

Colorito

M From cape to Z Yellow

Farbige Diamanten (fantasiefarben)

Diamants de coluler spéciale

Fancy diamonds

Diamanti colori fantasia

1) Termini comparativi GIA 2) Uso transitorio sino al 1990 3) Suddivisione facoltativa per alcuni paesi (es. Sud Africa)

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D. River E


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3) La determinazione del colore deve essere fatta da un professionista esperto. Essa è determinata dal confronto con una serie di pietre, scelte in conformità alle pietre campione originali della CIBJO, sotto la luce artificiale normalizzata equivalente a 5000°/5500° Kelvin (D 55). Se non si nota differenza tra una di queste pietre campione e il diamante da classificare, il colore della pietra campione è decisivo. Se il colore del diamante da classificare si colloca tra quello di due pietre campione, il colore della più scura di queste due è decisivo. 4) Tinte non sul giallo (es. tinte sul bruno) sono classificate secondo l’intensità del colore confrontato alle pietre campione. 5) Diamanti di colore fantasia che hanno un colore preciso e distinto sono descritti separatamente. 6) Le misure fotometriche non hanno valore determinante. 7) La fluorescenza di un diamante ha valore puramente descrittivo e deve essere espressa con le gradazioni seguenti: nulla - debole - media - forte così come viene vista sotto una lunghezza d’onda UV (336 mm). Queste gradazioni sono definite dalle tre pietre di riferimento per la fluorescenza della CIBJO, descritte nell’art. 8. 8) Il colore base nei diamanti fluorescenti deve essere determinato sotto luce normalizzata (D 55 CIE). 9) Se un’offerta contiene la qualità del diamante, il colore non deve essere menzionato senza la purezza e viceversa. 10) La suddivisione dei primi due colori Bianco extra eccezionale e Bianco extra in due sottogruppi è ammissibile solo per le grandezze di carati 0,47 ed oltre. art. 4 Purezza 1) Tutte le caratteristiche interne appartengono alle inclusioni internamente percettibili. Queste sono: - linee di cristallizzazioni e inclusioni solide, nuvole, punti; - fessure, piume, fessure alla cintura (barbe); - fenomeni di struttura (solo nel caso di visibilità chiara all’interno della pietra, es. linee di accrescimento di colore bruno o comunque colorate o piani di grani riflettenti).

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2) La purezza del diamante deve essere esaminata da un professionista esperto in luce normale con una lente a dieci ingrandimenti acromatica e aplantica come descritto qui di seguito: Puro alla lente (lc): un diamante è denominato puro alla lente quando alle condizioni succitate risulta assolutamente trasparente e privo di inclusioni. VVS° (VVS1, VS2): minuscola/e inclusione/i, molto difficilmente visibile/i con la lente 10X. VS° (VS1, VS2): molto piccola/e inclusione/i che possono essere difficilmente visibili con lente 10X. SI° (SI1, SI2): piccola/e inclusione/i facilmente visibili con lente a 10X, non osservabili ad occhio nudo attraverso il lato corona. PI (piquè I): Inclusione/i immediatamente visibili con una lente a 10 ingrandimenti, difficili da individuare ad occhio nudo attraverso il lato corona e che non riduce/ono la brillantezza del diamante. PII (piquè II): Grande/i e/o numerose inclusione/i facilmente visibili ad occhio nudo attraverso il lato corona e che riduce/ono leggermente la brillantezza del diamante. PIII (piquèIII): Grande/i e/o numerose inclusione/i visibili molto facilmente ad occhio nudo attraverso il lato corona e che riduce/ono la brillantezza del diamante. ° La suddivisione del grado di purezza VVS, VS e SI in due sottogruppi è ammissibile solo per le grandezze di carati 0,47 e più. Termini come “puro”, “puro all’occhio”, “commercialmente puro” o altre espressioni o definizioni di diverso significato non devono essere usate.

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3) Le caratteristiche esterne non influenzano la purezza. Questo soprattutto per quanto riguarda: - linee di politura, punti grezzi, segni di bruciature e cinture con barbe molto lievi; - danni esterni come graffi e danni puntiformi; - faccette supplementari e le parti rimanenti del diamante grezzo (naturale); - linee di contatto, linee di accrescimento, noduli, linee di grani superficiali. Caratteristiche esterne più gravi che non possono essere asportate con la politura senza notevole perdita di peso devono essere prese in considerazione quando si determina la purezza. art. 5 Taglio e forma 1) Non è ammesso descrivere i diamanti come “tagliati correttamente” se le loro proporzioni e simmetria non corrispondono alle norme attualmente usate. Tali norme tengono conto delle proporzioni generali della pietra e, seguendo le leggi dell’ottica, consentono il massimo di brillantezza per il taglio moderno del diamante. 2) Il moderno taglio a brillante è basato su specifici calcoli ottici che mirano ad un massimo di bellezza come risultato della brillantezza e della dispersione. Combinazioni diverse di proporzioni possono dare dei risultati altrettanto buoni e quindi la valutazione della qualità di taglio non può essere determinata esclusivamente con le misure. D’altronde, la finitura del diamante è indipendente dalle proporzioni ed è meno importante della qualità del taglio. Si rilevano due indicazioni separate relativamente alle deviazioni di simmetria e al grado di politura osservabili. Queste non si riferiscono alla brillantezza. 3) Il termine “brillante” senza alcuna descrizione aggiuntiva del materiale, si può solo riferire ai diamanti rotondi aventi un taglio a brillante. 4) Il taglio a brillante o “taglio pieno” è una forma rotonda costituita da una parte superiore (corona) con almeno trentadue faccette (esclusa la tavola) e una parte inferiore (padiglione) con almeno ventiquattro faccette (esclusa la culasse o tavola inferiore). Gli altri tagli (8/8, 16/16, ecc.) devono essere indicati come tali. 5) Altre forme comuni sono la marquise o navetta, la goccia, l’ovale, il cuore, il taglio a smeraldo, il triangolo, la baguette ecc.

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art. 6 Designazione dei trattamenti e abbinamenti di pietre preziose 1) Se il colore naturale di un diamante è stato alterato artificialmente, si deve dichiarare chiaramente che il diamante è stato “trattato”, “colorato artificialmente” o “irradiato”. 2) I diamanti trattati artificialmente con lo scopo di alterare la loro purezza attraverso la foratura del laser o altre tecniche devono essere chiaramente dichiarati come “forati” o forati con il laser. La classificazione deve corrispondere al grado di purezza originale. Il foro stesso di perforazione è pure considerato un’inclusione. 3) Diamanti che sono stati trattati artificialmente per alterarne la purezza con infusione di sostanze estranee devono chiaramente indicare la dicitura “trattato”. 4) Qualunque gioiello messo in vetrina o presentato per la vendita, costituito da elementi sia naturali, sia sintetici o artificiali, deve essere accompagnato da un’etichetta leggibile che spiega i dettagli della composizione secondo le regole della nomenclatura. Quando i diamanti (o pezzi di gioielleria con diamanti) sono messi in mostra assieme a prodotti artificiali o sintetici (o pezzi di bigiotteria così costituiti) una chiara etichetta deve indicare la natura degli oggetti esposti. art. 7 Specifiche sui referti dei diamanti 1) La classificazione precisa di un diamante può essere effettuata solo quando questo è stato smontato. 2) Un referto sul diamante può essere fatto solo per diamanti che pesano almeno 0,47 carati. 3) Un referto sul diamante comprende le caratteristiche principali e le note di identificazioni; comprende né più né meno della descrizione di peso, colore, grado di purezza, forma e taglio, misure, la proporzione dell’altezza con il diametro in percentuale, il grado di finitura per la politura, la descrizione della cintura, l’intensità della fluorescenza ed eventuali commenti. 4) Le misure delle forme si riferiscono sia al diametro minimo e massimo, sia all’altezza (forma a brillante) o alla lunghezza, larghezza e altezza (altre forme). 5) Descrizione della cintura: grezza-faccettata-lucidata-sottile-media-spessa.

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6) I gradi di finitura sia per la simmetria sia per la politura sono: ottimo-buonomedio-scarso. 7) Le caratteristiche esterne, visibili dal lato della corona devono essere menzionate nei referti sui diamanti nella parte “comments” - osservazioni, es. caratteristiche esterne trascurabili, caratteristiche esterne naturali, culassa aperta, linee di accrescimento, linee di grani superficiali, noduli. 8) Referti semplificati sui diamanti possono essere pubblicati per misure tra 0,20 e 0,47 carati e contengono notizie riguardanti peso, colore, purezza, forma e misure. art. 8 Masterstones (pietre campione) 1) È stata selezionata una serie di sette diamanti, approvata dalla Commissione Esecutiva il 27 aprile 1978 come la serie ufficiale di masterstones (pietre campione) per la determinazione dei gradi di colori. Questi diamanti sono di 1.00, 1.17, 1.03, 1.00, 1.17 e 1.09 carati. La stessa cosa è fatta con tre pietre di riferimento di carati 0.33, 0.30 e 0.31 per determinare l’intensità della fluorescenza. 2) La serie campione è scelta ad occhio secondo la sua gradazione di colore che rappresenta il limite inferiore di ogni colore. Ulteriore misurazioni con strumenti avranno solo valore indicativo. La CIBJO non le accetterà come determinanti e non cambierà mai la serie a causa di risultati ottenuti attraverso strumenti. Se, nel futuro, dovessero sorgere delle difficoltà tra la serie CIBJO e altri sistemi esistenti, la CIBJO non consentirà di cambiare la serie adottata dato che questa serie è la rappresentante della pratica e dell’uso commerciale per tutte le organizzazioni commerciali rappresentate nella CIBJO. 3) Duplicati nazionali delle masterstones devono essere paragonati e scelti in maniera equivalente alla serie ufficiale CIBJO e devono essere approvati da una commissione CIBJO. 4) Le masterstones devono avere un peso minimo di almeno 0.70 carati, una buona proporzione, una gradazione di colore di componente gialla, con fluorescenza nulla o trascurabile, una cintura faccettata o lucida e nessuna inclusione colorata o nera o comunque che possa disturbare.

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art. 9 Ulteriori applicazioni delle regole generali CIBJO 1) Oltre i precedenti articoli per il diamante devono essere applicate alcune regole CIBJO indicate per le pietre preziose e per le perle. 2) Tali regole non devono essere variate con l’uso di espressioni straniere. art. 10 Laboratori CIBJO I laboratori ufficiali CIBJO sono basati sulle seguenti regole: a) Il laboratorio deve essere espressamente riconosciuto come rappresentativo della organizzazione nazionale che è membro della CIBJO. Tale riconoscimento non può, in linea di principio, essere concesso che a un unico laboratorio per ciascun Paese, includendo però eventuali succursali. b) Il laboratorio deve essere indipendente nei confronti di tutte le imprese private o gruppi di imprese aventi carattere commerciale. c) Il laboratorio deve essere sempre condotto da una competente direzione professionale. d) Il laboratorio deve riconoscere integralmente senza eccezioni le decisioni della CIBJO e deve lavorare in accordo con le seguenti pubblicazioni della CIBJO: - il libro dei diamanti - il libro delle pietre preziose - il libro delle perle e) Il laboratorio deve avere una serie di pietre campione di diamanti riconosciute dalla CIBJO. f) Il laboratorio può solo rilasciare referti sui diamanti, pietre preziose e/o perle il cui contenuto corrisponde alle decisioni prese dalla CIBJO, altrimenti si può essere cancellati dalla CIBJO.

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Tipi di taglio del diamante

taglio a smeraldo

taglio ovale

taglio a brillante

taglio a cuore

taglio a goccia

taglio Amsterdam

taglio a navetta o marquise

taglio Anversa

taglio a baguette

taglio Americano

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XVII. Il libro sulle pietre preziose. Blue Book CIBJO 2001 regole di applicazione per il commercio di pietre preziose

1. Finalità La terminologia e la classificazione delle pietre vengono stabilite in funzione di riferimento per la pratica commerciale corrente, in conformità con le classificazioni e gli usi del commercio internazionale delle pietre preziose e della gioielleria. La terminologia e le classificazioni ivi stabilite devono essere utilizzate da parte di tutti gli operatori commerciali aderenti ad organizzazioni facenti parte della CIBJO in tutti gli stati membri. Eccezioni sono ammesse solo in caso di conflitto della legislazione del Paese membro con le presenti norme. 2. Riferimenti normativi The Diamond Book e The Pearl Book, CIBJO (il “Libro dei Diamanti” ed il “Libro delle Perle”, la cui traduzione è pubblicata nel presente volume). 3. Termini e definizioni Ai fini delle norme CIBJO, si applicano i termini e le definizioni contenute nell’allegato A. 4. Classificazione delle sostanze L’industria della gioielleria ed il relativo commercio riconoscono due categorie di sostanze: sostanze naturali e prodotti artificiali. 4.1 Sostanze naturali Sono sostanze naturali quelle completamente formatesi in un processo naturale senza intervento da parte dell’uomo e successivamente modificate solo mediante

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taglio e lucidatura e i procedimenti di cui ai paragrafi 4.1.3 e 4.1.4. 4.1.1. Pietre preziose, fini ed ornamentali Sostanze naturali inorganiche, esclusi i metalli, usate in gioielleria e negli oggetti d’arte. 4.1.2. Sostanze organiche Prodotti naturali di origine animale o vegetale utilizzati in gioielleria o per oggetti d’arte. Le pietre preziose, fini ed ornamentali nonché le sostanze organiche possono spesso essere modificate in seguito a trattamenti di varia natura, prima o dopo il taglio, per migliorarne il colore o la purezza. Vi sono due categorie di pietre o sostanze organiche sottoposte a trattamenti: a) pietre che devono essere accompagnate da informazioni generali sui trattamenti subiti b) pietre che devono essere accompagnate da informazioni specifiche sui trattamenti subiti. 4.1.3 Pietre e sostanze organiche che devono essere accompagnate da informazioni generali sui trattamenti subiti Le pietre e le sostanze organiche che devono essere accompagnate da informazioni generali sui trattamenti subiti comprendono solamente quelle elencate dal punto 4.1.3.1 al punto 4.1.3.4. 4.1.3.1. Sostanze incolori presenti nelle fratture, come agenti coloranti Pietre e sostanze organiche modificate dall’inserimento nelle fratture di sostanze incolori quali olio, cera, resina, o altre sostanze incolori diverse dal vetro. 4.1.3.2. Lucidatura della superficie con agenti lucidanti e/o impregnanti a base cerosa, oleosa o resinosa Pietre e sostanze organiche modificate in superficie mediante sostanze incolori quali olio, cera o resina.

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4.1.3.3. Riscaldamento Pietre e sostanze organiche modificate in modo permanente da processi termici. Una pietra o una sostanza possono ancora essere classificate in questa categoria laddove residui dei processi termici siano presenti nelle fratture risanate, sempreché, a 10 ingrandimenti,tali residui non risultino possedere –all’occhio dell’esperto- una lucentezza diversa da quella del materiale ospitante, una volta lucidati. 4.1.3.4. Sbiancamento Pietre e materiali organici modificati mediante sbiancamento. 4.1.4 Pietre e sostanze organiche che devono essere accompagnate da informazioni specifiche sui trattamenti subiti. Le pietre che devono essere accompagnate da informazioni specifiche sui trattamenti subiti sono tutte quelle non comprese nei punti da 4.1.3.1 a 4.1.3.4, e precisamente le seguenti, da 4.1.4.1 a 4.1.4.6: 4.1.4.1 Irradiazione Pietre e materiali organici il cui colore è stato alterato da irradiazione. 4.1.4.2 Trattamento di diffusione Pietre e sostanze organiche in cui il colore è stato modificato e/o un eventuale effetto ottico è stato realizzato mediante trattamento di diffusione. 4.1.4.3 Tintura o colorazione artificiale con altre sostanze coloranti Pietre e sostanze organiche con alterazioni del colore dovute ad agenti coloranti, oppure pietre sottoposte ad iscurimento mediante procedimento chimico del tipo “zucchero/acido”. 4.1.4.4. Fratture o cavità otturate o infiltrate Pietre e sostanze organiche che son state assoggettate a riempimento di fratture e/o cavità aperte.

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Nota: Allorché le fratture e le cavità otturate o infiltrate vengono lucidate concomitantemente alla superficie delle faccette della pietra, il riempiente esibirà, all’occhio esperto ai 10 ingrandimenti, lucentezza superficiale diversa da quella del materiale ospitante. 4.1.4.5. Impregnazione Pietre e sostanze organiche modificate per impregnazione con sostanze plastiche o similari. Tale categoria non include i materiali realizzati con sostanze allo stato pulverulento fissate con collanti, che vanno considerati prodotti artificiali. 4.1.4.6 Rivestimento o ricopertura Pietre e sostanze organiche modificate mediante ricopertura. 4.2 Prodotti artificiali Prodotti in tutto o in parte realizzati all’uomo. 4.2.1. Pietre ricostituite Prodotti artificiali ottenuti tramite liquefazione (senza successiva cristallizzazione) o fusione di sostanze naturali, volta a formare un insieme omogeneo. 4.2.2. Pietre composite (assemblate) Prodotti artificiali composti di due o più parti, precedentemente separate, unite con l’uso di collanti o altri metodi artificiali. I loro componenti possono essere tanto di origine naturale che artificiale. 4.2.3. Pietre sintetiche Prodotti artificiali le cui proprietà fisiche, composizione chimica e struttura cristallina corrispondono essenzialmente a quelle delle controparti naturali. 4.2.4. Pietre artificiali Prodotti cristallini artificiali privi di analogo in natura.

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4.2.5. Imitazioni Prodotti artificiali che imitano l’aspetto di pietre preziose, fini ed ornamentali o di sostanze organiche senza possederne la composizione chimica e/o le proprietà fisiche e/o la struttura cristallina. 5. Nomenclatura generale 5.1. Descrizioni Le pietre preziose, fini ed ornamentali, le sostanze organiche, le pietre ricostituite, le pietre composite, le pietre sintetiche, le pietre artificiali e le imitazioni devono essere indicate e descritte in accordo con la terminologia e le classificazioni contenute nella presente trattazione e negli allegati A e B, tanto nelle pubblicazioni e nelle comunicazioni indirizzate al pubblico quanto nei documenti relativi all’attività commerciale (ad es. pubblicità, offerte, cartellini ed etichette, fatture, note di consegna), nei certificati e nei referti d’identificazione. 5.2. Denominazione dei tagli La denominazione del taglio può essere usata solo unitamente all’esatta denominazione della pietra o della sostanza: ad es. “zaffiro taglio brillante”, “ambra taglio a rosa”, “topazio trattato taglio marquise”, “rubino sintetico taglio a smeraldo”, “ambra ricostituita taglio cabochon”, YAG (prodotto artificiale) taglio a baguette”, “doppietta granato/vetro taglio a goccia”. Fa eccezione solo il diamante con taglio “a brillante”, che può essere descritto come “brillante” senza ulteriori specificazioni. 5.3 “Gatteggiamento” Le pietre che presentano il fenomeno detto “Gatteggiamento” devono essere indicate con il loro corretto nome addizionato del suffisso “occhio di gatto” o del suffisso “gatteggiante”. (Es.: “tormalina occhio di gatto”, “tormalina gatteggiante”). 5.4 Asterismo Le pietre che presentano un effetto a stella (asterismo) devono essere indicate con

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il loro corretto nome seguito dall’aggettivo “stellato” o dal suffisso “asteria”. Ad es.: “rubino stellato sintetico”, “quarzo asteria”, “quarzo asteriato”. 5.5 Il termine “coltivato” Il termine “coltivato” può essere utilizzato solo per le perle coltivate. 5.6 Il termine “semi-prezioso” Il termine “semi-prezioso” è fuorviante e non può essere utilizzato. 5.7 Peso ( Massa ) 5.7.1 Carato metrico Il peso (massa) di una pietra deve essere espresso/a in carati metrici (ct); un carato è equivalente a 200 milligrammi (0,200 g). Il peso in carati deve essere espresso in unità, decimi e centesimi. 5.7.2 Arrotondamenti Il peso ( massa ) sarà arrotondato/a per eccesso solo se il terzo decimale equivarrà a nove: ad es. . 0,996 = 0,99 ct; 0,998 = 0,99 ct 0,999 = 1,00 ct Il centesimo di carato può anche essere detto “punto”. È considerata pratica commerciale scorretta fornire erronea o ingannevole dichiarazione del /della peso (massa) di una pietra. È inoltre scorretto indicare il peso /massa di tutte le pietre contenute in un articolo senza che tale peso/massa sia accompagnato/a con uguale risalto ed evidenza dalla parola “peso/massa totale” o parole di significato simile, in modo da indicare chiaramente che il peso/massa così indicato/a è quello relativo/a a tutte le pietre presenti nell’articolo e non solo relativo/a alla pietra centrale o alla pietra più grande. 5.8 Dimensioni Le dimensioni di una pietra devono essere espresse in millimetri con due decimali dopo la virgola. Si applicano i seguenti criteri dei rilevazione:

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- forma rotonda: diametro minimo, diametro massimo e profondità (altezza totale); - altre forme: lunghezza, larghezza e profondità (altezza totale). 6. Nomenclatura - Sostanze interamente naturali Gli aggettivi “autentico”, “prezioso”, “genuino” o “naturale” possono riferirsi o designare esclusivamente sostanze naturali, modificate e non. 6.1 Luogo di origine 6.1.1. Aree geografiche Denominazioni di aree geografiche possono essere usate solo quando stanno ad indicare il luogo di origine delle pietre o delle sostanze organiche. 6.1.2. Dichiarazioni sull’origine delle sostanze Quando pietre o sostanze organiche naturali vengono dichiarate come originarie di un determinato luogo, tale indicazione va considerata come cosa discutibile ai fini valutativi. 6.1.3. Origine e qualità Il luogo di origine di una data sostanza non implica alcun determinato livello qualitativo. 6.1.4. Centri di lavorazione e luoghi di origine I nomi dei centri di taglio, lavorazione o esportazione non possono essere usati per indicare l’origine geografica delle sostanze. 7. Nomenclatura - Pietre preziose 7.1 Descrizione e denominazioni commerciali L’allegato B.1 comprende le corrette denominazioni commerciali delle pietre preziose, fini ed ornamentali più comuni. La denominazione mineralogica di una pietra può essere utilizzata in luogo della sua denominazione commerciale (es. olivina invece di peridoto ). La corretta denominazione mineralogica preceduta o seguita dalla descrizione del colore può sostituire la denominazione commerciale o tipologica. 7.2 Denominazioni mineralogiche

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Le pietre non elencate nell’allegato B.1 possono essere indicate solo con la loro denominazione mineralogica (riconosciuta dall’Associazione Internazionale di Mineralogia) o geologica. 7.3 “Gatteggiamento” ed asterismo Le pietre interessate dalla presenza di gatteggiamento o asterismo (elencate o meno nell’allegato B.1) devono essere descritte secondo quanto stabilito ai paragrafi 5.3 e 5.4. 7.4 Approvazione delle denominazioni commerciali Tutte le denominazioni commerciali non elencate nell’allegato B.1 (tranne quelle di cui al par. 7.3) nuove o vecchie, devono essere sottoposte alla CIBJO per l’approvazione e la loro inclusione nella presente normativa. 7.5 Uso combinato di denominazioni di pietre preziose Escluse le combinazioni contenute nell’allegato B.1, non è consentito l’uso combinato di denominazioni di pietre per indicarne il colore o altra caratteristica (quali ad es. “quarzo topazio”, “topazio citrino”, “citrino topazio”, “zaffiro alessandrite”) onde non ingenerare equivoci sull’identità della pietra. 8. Nomenclatura - Sostanze organiche 8.1 Descrizione e denominazioni commerciali L’allegato B.2 comprende le denominazioni commerciali corrette per le sostanze organiche comunemente usate in gioielleria. La denominazione biologica o geologica di tali sostanze può essere usata in luogo della denominazione commerciale. 8.2 Denominazioni biologiche Le sostanze organiche non specificamente inserite nell’allegato B.2 devono essere indicate con la loro denominazione biologica. 8.3 Approvazione delle denominazioni

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Tutte le denominazioni commerciali non elencate nell’allegato B.2, nuove o in uso, devono essere sottoposte alla CIBJO per l’approvazione e la loro inclusione nella presente normativa. 8.4 Uso combinato di denominazioni di sostanze organiche Non è consentito l’uso combinato di denominazioni di sostanze organiche per indicarne il colore o altra caratteristica onde non ingenerare equivoci sull’identità della sostanza. 9. Nomenclatura - Pietre e sostanze organiche che devono essere accompagnate da informazioni generali sui trattamenti subiti 9.1 Descrizione Le pietre e le sostanze organiche che devono essere accompagnate da informazioni generali sui trattamenti subiti ( dal punto 4.1.3.1 al punto 4.1.3.4.) devono essere denominate e descritte allo stesso modo delle analoghe pietre e sostanze non modificate (allegato B.1 e B.2). Gli operatori commerciali devono poter disporre di tutte le informazioni relative ai trattamenti subiti da una data pietra o sostanza e sottoporle ai loro clienti. Tali informazioni devono essere disponibili per i consumatori finali. 9.1.1. Descrizioni nei documenti commerciali I documenti commerciali che accompagnano una pietra o sostanza organica di cui al punto 9 devono includere diciture generali relative ai loro trattamenti. Tali diciture devono essere riportate ad ogni livello della catena commerciale. Esempi di tali osservazioni sono “Le pietre preziose sono spesso sottoposte a riscaldamento, prima e/o dopo il taglio, per migliorarne il colore o la purezza” oppure “Le pietre preziose sono spesso trattate, prima e/o dopo il taglio, con sostanze incolori per migliorarne la purezza”. 10. Nomenclatura - Pietre e sostanze organiche che devono essere accompagnate da informazioni specifiche sui trattamenti subiti 10.1 Descrizione Le pietre o sostanze organiche che devono essere accompagnate da informazioni

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specifiche sui trattamenti subiti ( dal punto 4.1.4.1 a 4.1.4.6) devono essere descritte con la denominazione corretta del proprio analogo non trattato, seguita dal termine “trattato/a” che dovrà figurare,in caso di rappresentazione scritta, con il medesimo rilievo e con caratteri della stessa grandezza e colore di quelli utilizzati per la corretta denominazione della pietra o sostanza. L’indicazione “trattato/a” non dovrà figurare come abbreviazione o come nota in calce al testo. In alternativa, il termine “trattato” può essere sostituito dai seguenti termini (per l’uso dei quali si rimanda ai rispettivi paragrafi): “irradiato” (4.1.4.1.), “colorato artificialmente” (da 4.1.4.1. a 4.1.4.3.), “trattato mediante diffusione” (4.1.4.2.), “con fratture otturate od infiltrate” (4.1.4.4.), “impregnato” (4.1.4.5.), “ricoperto” (4.1.4.6.). 10.2 Esposizione Quando le pietre descritte ai punti 4.1.4. e 10 o merci contenenti tali pietre sono esposte al pubblico (sia da sole come pure unite ad altre pietre o sostanze naturali in pezzi singoli od altro), le pietre sciolte o gli oggetti devono essere accompagnati da cartellini o etichette chiaramente e facilmente leggibili che ne indichino precisamente la reale natura, secondo le definizioni della presente normativa. 11. Nomenclatura - Prodotti artificiali 11.1 Prodotti artificiali usati come imitazioni Qualsiasi prodotto artificiale può in certe circostanze conformarsi alla classificazione ed alla definizione delle imitazioni (4.2.5. ed allegato A 21). Quando ciò accade il prodotto può essere descritto in conformità a quanto previsto al par. 16 (imitazioni). 11.2 Esposizione Allorché dei prodotti artificiali o delle merci contenenti tali prodotti vengono esposti al pubblico (da soli o mescolati a pietre o sostanze naturali in un singolo pezzo di gioielleria o altro), gli oggetti devono essere accompagnati da cartellini o etichette chiaramente e facilmente leggibili che ne indichino precisamente la reale natura, secondo le definizioni della presente normativa. 11.3 Denominazioni di aree geografiche

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È vietato utilizzare denominazioni di aree di produzione di pietre preziose o di centri di taglio ed esportazione nella denominazione di prodotti artificiali. 11.4 Gli aggettivi “autentico”, “prezioso”, “genuino”, “naturale”, etc. È vietato utilizzare gli aggettivi “autentico”, “prezioso”, “genuino”, “naturale”, etc, o altri termini o frasi di significato similare comprendenti le espressioni “pietra preziosa”, “pietra fine” o “pietra ornamentale” nella descrizione dei prodotti artificiali. 11.5 Denominazioni di sostanze naturali È vietato utilizzare la denominazione di qualsiasi sostanza naturale in connessione diretta con la denominazione di un prodotto artificiale (per descriverne il colore o altre caratteristiche) in maniera tale che la reale natura della pietra non risulti evidente. Ad es. è corretta la definizione “spinello sintetico di colore acquamarina”, mentre non è corretta la definizione “vetro smeraldo”. 12. Nomenclatura - Pietre ricostruite 12.1 Descrizione Le pietre ricostruite devono essere indicate con la denominazione corretta del loro analogo naturale seguite dal termine “ricostruito/a” (tranne che nel caso previsto al par. 11.1) che dovrà apparire, in caso di presentazione scritta, con il medesimo rilievo e con caratteri della stessa grandezza e colore di quelli utilizzati per la denominazione della pietra o sostanza. L’indicazione “ricostruito/a” non dovrà figurare come abbreviazione o come nota in calce al testo. Ad es.: “ambra ricostruita”. 12.2 Termini diversi da “ricostruito/a” È vietato usare termini diversi da “ricostruito/a” per descrivere le pietre ricostruite tranne che nei casi previsti al par. 11.1. 13. Nomenclatura - Pietre composite 13.1 Descrizione Le pietre composite devono essere descritte (tranne che nel caso di cui al par. 11.1) con i termini “doppietta” (due parti) o “tripletta” (tre parti) o “composite” (più di

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tre parti – vedi par. 13.4) e questi termini devono immediatamente essere seguiti dalle corrette denominazioni dei componenti dei prodotti assemblati (tranne che nei casi di cui ai par. 13.2 e 13.3) che devono essere indicate a partire dalla parte superiore e separate dal segno grafico (/). Se tutte le parti di una pietra composita sono della medesima sostanza (esclusa la sostanza usata come collante) essa potrà essere nominata una volta sola. I termini “doppietta”, “tripletta” e “pietra composita” dovranno apparire, in caso di presentazione scritta, con il medesimo rilievo e con caratteri della stessa grandezza e colore di quelli utilizzati per la denominazione dei componenti. L’indicazione relativa alla natura composita della pietra non dovrà figurare come abbreviazione o come nota in calce al testo. Ad es., una doppietta composta nella parte superiore di granato ed in quella inferiore di vetro, sarà denominata “doppietta granato/vetro”. Una pietra composita che consti di due parti, entrambe di spinello sintetico unite insieme da uno strato colorato o altro, sarà denominata “doppietta di spinello sintetico”. 13.2 Doppietta di opale Una composizione di due pezzi nella quale un sottile strato di opale è cementato ad un materiale che funge da basamento, verrà denominata “doppietta di opale”. 13.3 Tripletta di opale Una composizione di tre pezzi nella quale un sottile strato di opale è cementato ad una base di colore scuro mentre uno strato superiore, solitamente a cupola e consistente di quarzo o vetro trasparenti con funzione protettiva , può essere definita “tripletta di opale”. 13.4 Mosaico di opale Il termine “composito” deve essere rimpiazzato dal termine “mosaico”, allorché le diverse parti del composto sono sistemate fianco a fianco (per creare un’immagine o un disegno) purché l’uso di tale termine soddisfi le condizioni previste per l’uso del termine “composito” di cui al punto 13.1.

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13.5 Termini diversi da quelli specificati al par. 13 Le pietre composite non possono essere denominate in modo diverso da quanto stabilito al presente paragrafo (tranne che nel caso di cui al par. 11.1) 14. Nomenclatura - Pietre sintetiche 14.1 Descrizione Le pietre sintetiche devono essere indicate con la corretta denominazione del loro analogo naturale seguite dal termine “sintetico/a” (tranne che nel caso previsto al par. 11.1) che dovrà apparire, in caso di presentazione scritta, con il medesimo rilievo e con caratteri della stessa grandezza e colore di quelli utilizzati per la denominazione della pietra o sostanza. L’indicazione “sintetico/a” non dovrà figurare come abbreviazione o come nota in calce al testo. Ad es.: “smeraldo sintetico”. 14.2 Termini diversi da “sintetico/a” È vietato usare termini diversi da “sintetico/a” per descrivere le pietre sintetiche tranne che nei casi previsti al par. 11.1. 14.3 Denominazioni di marchi o produttori Se si utilizza la denominazione di un marchio o di un produttore questo deve essere aggiunto alla denominazione della pietra nel modo seguente, ad esempio: “smeraldo sintetico (nome del fabbricante o del marchio)”. 15. Nomenclatura - Pietre artificiali 15.1 Descrizione La denominazione di una pietra artificiale deve essere usata in congiunzione con il termine “prodotto artificiale” o “pietra artificiale” (fatta eccezione per quanto disposto al paragrafo 11.1) che dovrà apparire, in caso di presentazione scritta, con il medesimo rilievo e con caratteri della stessa grandezza e colore di quelli utilizzati per la denominazione della pietra o sostanza. L’indicazione “pietra artificiale o “prodotto artificiale” ” non dovranno figurare come abbreviazione o come nota in calce al testo.

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15.2 Denominazioni consimili La denominazione di una pietra artificiale non può presentare rassomiglianze od assonanze con la denominazione (né interamente né in forma abbreviata o per allusione) di qualsiasi sostanza naturale e neppure con la denominazione accettata di un’altra pietra artificiale. Ad es., l’alluminato di ittrio artificiale sarà indicato come “YAG - prodotto artificiale”, oppure “YAG-pietra artificiale” oppure il niobato di litio artificiale come “Linobate - prodotto artificiale” ovvero “Linobate-pietra artificiale”. È vietato usare termini come “Diamantina”, “Diamlite”, “Smeraldolite” “Smarill”, o altri simili che possono ingenerare equivoci sulla natura della pietra. 15.3 Termini diversi da “pietra ar tificiale” o “prodotto ar tificiale” È vietato usare termini diversi da “pietra artificiale” o “prodotto artificiale” per descrivere le pietre artificiali ,tranne che nei casi previsti al par. 11.1. 16. Nomenclatura - Imitazioni 16.1 Descrizione Un’ imitazione dovrà essere descritta con la corretta denominazione della sostanza di cui è composta, in accordo con le presenti norme ed i relativi allegati, oppure con la denominazione della sostanza naturale imitata, seguita dal termine “imitazione”, che dovrà apparire, in caso di presentazione scritta, con il medesimo rilievo e con caratteri della stessa grandezza e colore di quelli utilizzati per la denominazione della pietra o sostanza. L’indicazione “imitazione” non dovrà figurare come abbreviazione o come nota in calce al testo. Ad es.: “vetro”, “plastica”, “ceramica”, oppure “corallo imitazione”, smeraldo imitazione”, etc. rappresentano la corretta denominazione per queste sostanze. 16.2 Termini diversi da quelli specificati al paragrafo 16 È vietato usare termini diversi da quelli indicati al par. 16 per descrivere le imitazioni.

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ALLEGATO A Normativa Termini e definizioni Ai fini della normativa CIBJO, si applicano i termini e le definizioni contenuti nel presente allegato.

A.1 Prodotti artificiali Prodotti in tutto o in parte realizzati all’uomo. A.2 Pietre artificiali Prodotti cristallini artificiali privi di analogo conosciuto in natura. A.3 Asterismo Le pietre con taglio cabochon che esibiscono due o più linee distinte e scintillanti intersecantesi l’un l’altra nell’attraversare la superficie della pietra, effetto della riflessione della luce indotta da inclusioni presenti nella pietra, sono note come pietre asteriate o stellate (star stones). Il fenomeno descritto è detto “Asterismo”. Talvolta, ad una pietra asteriata ,è anche assegnato l’attributo di pietra “fenomenica” o pietra con “fenomeno ottico particolare”. A.4 Sbiancamento Rimozione del colore mediante l’utilizzo di agenti chimici o fisici oppure della luce. A.5 Assemblaggio L’unione o coesione di due o più oggetti o parti di un oggetto ottenuta mediante l’uso di una sostanza o di un agente cementante esterno. A.6 Cavità Un’area cava in una pietra; un buco. Vedi anche: “Fratture” e “Fessure”. A.7 Gatteggiamento o effetto “occhio di gatto” Le pietre con taglio cabochon che esibiscono una singola linea distinta e scintillante che attraversa la superficie della pietra e che è

ingenerata dall’effetto della riflessione della luce da parte delle inclusioni presenti nella pietra, sono note come pietre “occhio di gatto”. L’effetto ottico particolare da esse esibito va sotto il nome di gatteggiamento, e ad esse viene assegnato l’attributo “gatteggiante”. Talvolta, ad una pietra gatteggiante, è anche assegnato l’attributo di pietra “fenomenica” o pietra con “fenomeno ottico particolare”. A.8 Rivestimento o ricopertura Uno strato di una sostanza colorante o protettiva applicato sulla superficie di una pietra o parte di essa a fini di colorazione, decorazione o protezione. A.9 Cangianza o metamerismo Proprietà posseduta da certe pietre e consistente nell’esibizione di differenti colorazioni a seconda delle condizioni di illuminazione, vale a dire condizioni di luce naturale diurna o di luce artificiale incandescente. A.10 Pietre composite Prodotti artificiali composti di due o più parti, precedentemente separate, unite con l’uso di collanti o altri metodi artificiali. I loro componenti possono essere tanto di origine naturale che artificiale. A.11 Il termine “coltivato” Il termine “coltivato/a” è applicabile solo per le perle e per nessun altro tipo di sostanza. Le perle coltivate sono formazioni madreperlacee secrete all’interno di un mollusco fertile. Gli strati esterni delle perle coltivate sono composti da strati concentrici di sostanza organica (una scleroproteina chiamata conchiolina) e




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da carbonato di calcio (generalmente sotto forma di aragonite). La secrezione degli strati madreperlacei è causata dal metabolismo degli stessi molluschi viventi; l’intervento umano consiste solo nel dar avvio al processo di secrezione. Le presenti definizioni valgono per tutte le perle coltivate, con nucleo solido e/o con innesto organico. A.12 Trattamento di diffusione La diffusione di elementi coloranti o causanti fenomeni ottici in una pietra. A.13 Doppietta Pietra composta consistente di due parti. A.14 Otturazione o infiltrazione Intervento su una pietra consistente nel riempirne in tutto o in parte le cavità, fessure o fratture. A.15 Fessura Crepa molto sottile; frattura così minuta che le sostanze fluide vengono trattenute al suo interno. A.16 Fluido Sostanza liquida molto scorrevole e di bassa viscosità. A.17 Frattura Apertura o spaccatura. A.18 Pietre fini Sostanze naturali inorganiche, esclusi i metalli, usate in gioielleria e negli oggetti d’arte. Ai fini delle presenti norme tutte le regole relative alle pietre fini si applicano anche alle pietre preziose ed ornamentali. A.19 Genuino Dicesi di sostanza in possesso dei caratteri o attributi propri di quel genere di sostanza. A.20 Riscaldamento Modificazione di una pietra tramite processo termico, generalmente mediante forno o

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apparecchio ad alta frequenza. A.21 Imitazioni Prodotti artificiali che imitano l’aspetto esteriore delle pietre preziose, fini ed ornamentali o delle sostanze organiche, senza possederne la composizione chimica e/o le proprietà fisiche e/o la struttura cristallina. A.22 Impregnazione Procedimento di saturazione o riempimento. A.23 Impregnato Vedi “Impregnamento”. A.24 Irraggiamento o irradiazione Esposizione delle pietre alle radiazioni A.25 Irradiato Dicesi di sostanze esposte o trattate con radiazioni. A.26 Oggetti d’arte Oggetti considerati di valore artistico A.27 Sostanze organiche Prodotti di origine naturale animale o vegetale, usati in gioielleria e in oggetti d’arte. A.28 Pietre ornamentali Sostanze naturali inorganiche, esclusi i metalli, usate in gioielleria e negli oggetti d’arte. Ai fini delle presenti norme tutte le regole relative alle pietre fini si applicano anche alle pietre ornamentali. A.29 Pietre con fenomeni ottici o pietre fenomeniche Pietre che presentano fenomeni di asterismo, gatteggiamento, cangianza, etc. A.30 Pietre preziose Sostanze naturali inorganiche, esclusi i metalli, usate in gioielleria e negli oggetti d’arte. Ai fini delle presenti norme tutte le regole relative alle pietre fini si applicano anche alle pietre preziose.


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A.31 Pietre e sostanze organiche modificate Pietre o sostanze organiche modificate nella forma o nelle caratteristiche tramite mezzi diversi dal taglio e dalla lucidatura.

A.37 Trattamento di diffusione in superficie La diffusione, in superficie o appena al di sotto di essa, di elementi coloranti o causanti fenomeni ottici all’interno della pietra.

A.32 Sostanze naturali Le sostanze completamente formatesi in natura senza intervento da parte dell’uomo e successivamente modificate solo mediante taglio e lucidatura e procedimenti di cui ai paragrafi 4.1.3 e 4.1.4.

A.38 Pietre sintetiche Prodotti artificiali le cui proprietà fisiche, composizione chimica e struttura cristallina corrispondono essenzialmente a quelle delle pietre naturali loro analoghe.

A.33 Autentico Genuino; non artificiale. A.34 Pietre ricostruite o ricostituite Prodotti artificiali ottenuti tramite liquefazione (senza successiva cristallizzazione) o fusione di sostanze naturali, volta a formare un insieme omogeneo. A.35 Semiprezioso Attualmente considerato termine equivoco e quindi non utilizzabile, indicava precedentemente le pietre non rare. A.36 Pietre Sostanze naturali e prodotti artificiali usati in gioielleria e negli oggetti d’arte, esclusi i metalli.

A.39 Trattato Suffisso che deve essere aggiunto alla denominazione delle pietre o sostanze organiche il cui aspetto è stato alterato in misura tale da richiedere specifiche informazioni sul trattamento subito; talvolta il termine “trattato” deve essere seguito o sostituito dai termini descrittivi delle tecniche usate. (vedi par. 10). A.40 Tripletta Pietra composita consistente di tre parti. A.41 Vuoto Cavità non contenente alcuna sostanza. A.42 Peso (Massa) Massa di una pietra.




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ALLEGATO B Definizioni commerciali B.1 - Pietre preziose ed ornamentali

Sostanza

Varietà/Tipo

Definizione commerciale

Possibili modificazioni

Reperibile in forma sintetica

Actinolitetremolite Actinolite Actinolite

Actinolite

Actinolite

Nessuna

No

Actinolite Nephrite

Tintura (rara) Nessuna

No No

Actinolite

Nephrite

Tintura (rara)

No

Actinolite

Nephrite

Actinolite Nephrite, o Giada-Nephrite Nephrite, o Giada-Nephrite Nephrite, o Giada-Nephrite

No

Actinolite Actinolite

Tremolite (colore da rosso a violetto dovuto al manganese) Ambligonite

Tremolite Esagonite

Impregnamento con olio, resina o cera incolore Nessuna Nessuna

Ambligonite

Nessuna

No

Montebrasite

Montebrasite

Nessuna

No

Chiastolite Nuummite

Andalusite Chiastolite Nuummite

Nessuna Nessuna Nessuna

No No No

Apatite Aragonite Aragonite Satin Spar Axinite Azzurrite (Chessylite) Azzurrite (Chessylite) Azzurrite (Chessylite)

Nessuna Nessuna Nessuna

No No No

Nessuna Nessuna

No No

Lucidatura a cera (frequente) Impregnamento con olio, resina o cera incolore (rara) Nessuna

No

AmbligoniteMontebrasite AmbligoniteMontebrasite Andalusite Andalusite AntrofilliteGedrite Apatite Aragonite Aragonite

Aragonite fibrosa

Axinite Azzurrite Azzurrite Azzurrite

Azzurrite



AzzurriteMalachite

AzzurriteMalachite

No No

No

No


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Azzurrite Azzurrite

Benitoite Berillo

Berillo

Berillo

Berillo

AzzurriteMalachite AzzurriteMalachite

Smeraldo (colore verde dovuto al cromo +/- vanadio Smeraldo (colore verde dovuto al cromo +/- vanadio Smeraldo (colore verde dovuto al cromo +/- vanadio Smeraldo (colore verde dovuto al cromo +/- vanadio

AzzurriteMalachite AzzurriteMalachite Benitoite Smeraldo

Smeraldo

Smeraldo

Smeraldo

Lucidatura a cera (frequente) Impregnamento con olio, resina o cera incolore (rara) Nessuna Nessuna (molto rara)

No

Olio, cera o resine incolori nelle fratture (frequente) Tintura con oli colorati (rara)

Molto raramente

Fratture e cavità riempite con resine rafforzanti (frequente) Nessuna (rara) Riscaldamento (frequente) Nessuna

Molto raramente

Nessuna

Raramente

Irradiamento (frequente) Nessuna

Raramente

Raramente

No No No No No No No No No No

Berillo Berillo

Acquamarina Acquamarina

Acquamarina Acquamarina

Berillo

Goshenite

Berillo

Eliodoro

Berillo

Eliodoro

Berillo

Morganite

Berillo

Morganite

Berillo

Berillo blu

Goshenite, o berillo incolore Eliodoro, o Berillo giallo o dorato Eliodoro, o Berillo giallo o dorato Morganite, o Berillo rosa Morganite, o Berillo rosa Berillo blu

Berillo

(altri colori)

Berillo colorato

Riscaldamento (frequente) Blu ottenuto per irradiamento (sempre) Nessuna

Calcite fibrosa Calcite massiccia Calcite massiccia Calcite massiccia

Berillonite Brasilianite Calcite Calcite satin spar Marmo Marmo Marmo Cassiterite Cerussite Caroite

Nessuna Nessuna Nessuna Nessuna Nessuna Lucidatura a cera Tintura Nessuna Nessuna Nessuna

Berillonite Brasilianite Calcite Calcite Calcite Calcite Calcite Cassiterite Cerussite Caroite

No

No Spesso

Molto raramente

Talvolta Talvolta No

Raramente

No

Raramente




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Crisoberillo Crisoberillo Crisoberillo Crisoberillo Crisoberillo

Crisoberillo occhio di gatto Crisoberillo occhio di gatto Alessandrite (colore dovuto al cromo) Alessandrite occhio di gatto

Crisocolla Crisocolla Crisocolla

Cordierite Corindone

Crisoberillo Crisoberillo occhio di gatto Crisoberillo occhio di gatto Alessandrite

Nessuna Nessuna

Talvolta Raramente

Irradiamento per modifica colore Nessuna

Raramente

Alessandrite occhio di gatto Crisocolla Crisocolla Crisocolla

Nessuna

Talvolta

Nessuna Lucidatura a cera Impregnazione con sostanze plastiche o resina Nessuna Nessuna

No No No

Rubino

Riscaldamento (frequente)

Talvolta

Rubino

Talvolta Riempimento di fratture (frequente)

Rubino

Molto raramente Fratture aperte riempite con vetro (raro) Molto raramente Impregnazione (rara)

Cordierite o Iolite Rubino

Corindone Corindone

Rubino (colore rosso dovuto al cromo) Rubino (colore rosso dovuto al cromo) Rubino (colore rosso dovuto al cromo) Rubino (colore rosso dovuto al cromo) Rubino (colore rosso dovuto al cromo) Rubino (colore rosso dovuto al cromo) Rubino a stella Rubino stellato

Corindone Corindone

Rubino stellato Rubino stellato

Rubino stellato Rubino stellato

Corindone Corindone

Zaffiro (blu) Zaffiro (blu)

Zaffiro Zaffiro

Corindone

Zaffiro (blu)

Zaffiro

Corindone

Zaffiro (blu)

Zaffiro

Corindone

Corindone

Corindone

Corindone

Corindone



Rubino

Rubino

Rubino a stella Rubino stellato

Colorazione mediante diffusione (raro) Nessuna Riscaldamento (raro) Impregnamento Asterismo ottenuto mediante diffusione (raro) Nessuna Riscaldamento (frequente) Fratture aperte riempite con vetro (raro) Colorazione mediante diffusione (raro)

Spesso

No Spesso

Molto raramente

Spesso Molto raramente Molto raramente Molto raramente

Spesso Talvolta Molto raramente Talvolta


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Corindone Corindone

Zaffiro stellato (blu) Zaffiro stellato Zaffiro stellato (blu) Zaffiro stellato

Corindone

Zaffiro stellato (altri colori) Zaffiro stellato (altri colori)

Zaffiro stellato colorato Zaffiro stellato colorato

Corindone

Zaffiro stellato (altri colori)

Zaffiro stellato colorato

Corindone

Padparadscha

Corindone

Padparadscha

Corindone

(altri colori)

Corindone

(altri colori)

Corindone

(altri colori)

Padparadscha, o Zaffiro arancione Padparadscha, o Zaffiro arancione Zaffiro o Corindone colorato Zaffiro o Corindone colorato Zaffiro o Corindone colorato

Corindone

Danburite Datolite Diaspro Diopside Diopside Diopside Diopside Dumortierite Enstatite Enstatite Enstatite Enstatite Epidoto Euclasio Feldspato (famiglia del) Albite Labradorite Labradorite Labradorite Labradorite

Diopside Cromo Violan Diopside stellato Enstatite (Colore verde dovuto al cromo) Bronzite Iperstene

Labradorite con labradorescenza Labradorite con labradorescenza Labradorite con avventurescenza

Nessuna Spesso Asterismo ottenuto Molto raramente mediante diffusione Nessuna Talvolta Riscaldamento (raro) Asterismo ottenuto mediante diffusione (raro) Nessuna

Spesso - Asterismo ottenuto con riscaldamento Molto raramente

Spesso

Riscaldamento (raro) Nessuna

Molto raramente

Molto raramente

Danburite Datolite Diaspro Diopside Diopside Cromo Violan Diopside stellato Dumortierite Enstatite Enstatite Cromo

Riscaldamento (raro) Colore giallo prodotto mediante irraggiamento Nessuna Nessuna Nessuna Nessuna Nessuna Nessuna Nessuna Nessuna Nessuna Nessuna

Bronzite Iperstene Epidoto Euclasio

Nessuna Nessuna Nessuna Nessuna

No No No No

Albite Labradorite Labradorite, o Spectrolite Labradorite, o Spectrolite Labradorite Pietra del Sole

Nessuna Nessuna Nessuna

No No No

Lucidatura a cera (rara) Nessuna

No

Spesso

No

No No No No No No No No No No

No




l’impresa orafa guida normativa

Microdino Microdino

Amazzonite Amazzonite

Amazzonite Amazzonite

Microdino

Amazzonite

Amazzonite

Oligoclasio Oligoclasio

Ortoclasio Ortoclasio

Oligoclasio con avventurescenza

Ortoclasio

Ortoclasio trasparente, giallo Adularia

Fluorite Fluorite Fluorite

Blue John Blue John

Granato (famiglia del) Almandino Almandino-piropo Andradite Andradite Andradite Grossulario

Nessuna Lucidatura con cera o olio incolore (frequente) Impregnamento con sostanze plastiche (rara) Nessuna Nessuna

No No

Nessuna Nessuna

No No

Pietra di Luna

Nessuna

No

Fluorite Blue John Blue John

Nessuna Nessuna Riscaldamento (frequente)

No No No

Nessuna Nessuna Nessuna Nessuna Nessuna Nessuna

No No No No No No

Nessuna Nessuna

No No

Nessuna Nessuna Nessuna

No No No

Lucidatura a cera (frequente) Nessuna

No

Nessuna Tintura (frequente) Lucidatura a cera (frequente) Nessuna

No No No No No

Oligoclasio Feldspato Avventurina o Pietra del Sole Ortoclasio Ortoclasio giallo

Almandino Almandino Andradite Andradite Demantoide Melanite Melanite Tsavorite o Tsavorite (colore Grossulario verde dovuto al vanadio e/o cromo Cromo Essonite Essonite Grossulario Grossulario (altri colori) Grossulario colorato Piropo Piropo Piropo Cromo Piropo Cromo Piropo Piropo-Spessartina, Piropo-Spessartina o Granato Malaia, o Umbalite Spessartina Spessartina Rhodolite

Uvarovite

Uvarovite Gesso Gesso Gesso

Alabastro Alabastro Alabastro

Alabastro Alabastro Alabastro

Gesso

Satin Spar

Satin Spar



No

No No

No


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Ematite Giadeite, o Giada Giadeite, o Giada Giadeite, o Giada

Ematite Giadeite Giadeite Giadeite

Giadeite Giadeite Cornerupina Kyanite Lazulite Lazurite Lazurite Lazurite

Cloromelanite

Lazurite Malachite Malachite

Lapislazzuli

Lapislazzuli Lapislazzuli

Malachite Malachite

Maw-sit-sit Ossidiana Ossidiana Ossidiana Ossidiana Ossidiana Olivina Olivina

Lapislazzuli Malachite Malachite Malachite

Malachite

Malachite

Giadeite, o Giada Cloromelanite Cornerupina Kyanite o Distene Lazulite Lazurite Lapislazzuli Lapislazzuli

MalachiteAzzurrite MalachiteAzzurrite MalachiteAzzurrite

MalachiteAzzurrite MalachiteAzzurrite MalachiteAzzurrite

Ossidiana Mogano Ossidiana lucente Ossidiana fiocco di neve Ossidiana arcobaleno Peridoto Peridoto

Maw-sit-sit Ossidiana Ossidiana Mogano Ossidiana lucente Ossidiana fiocco di neve Ossidiana arcobaleno Peridoto Peridoto

Nessuna

No

Impregnazione con sostanze polimeriche seguente a trattamento con acidi (frequente) Tintura (frequente) Nessuna Nessuna Nessuna Nessuna Nessuna Nessuna Lucidatura con olio o cera incolore (frequente) Tintura (frequente) Nessuna Lucidatura a cera (rara) Impregnamento con sostanze plastiche o altri agenti indurenti (raro) Nessuna

No

Lucidatura a cera (rara) Impregnamento con sostanze plastiche o altri agenti indurenti (raro) Nessuna Nessuna Nessuna

No

Nessuna Nessuna

No No

Nessuna

No

Nessuna Lucidatura con olio o cera incolore (rara)

No No

No No No No No No No No

No No No No

No

No

No No No




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Olivina

Peridoto

Opale

(descrizione basata sulla scala dei colori) Da nero a molto Opale nero scuro Da nero a molto Opale nero scuro

Opale Opale

Opale

Peridoto

Da nero a molto scuro (trasparente o semi-trasparente) Da nero a molto scuro

Opale nero Cristallo

Opale Opale

Bianco Bianco

Opale Bianco Opale Bianco

Opale

Bianco (trasparente o semi-trasparente) Bianco (trasparente o semi-trasparente)

Opale Bianco Cristallo Opale Bianco Cristallo

Opale Opale

Opale ciottolo Opale ciottolo

Opale ciottolo Opale ciottolo

Opale Opale Opale

Opale Arancio Opale matrice Opale matrice

Opale Fuoco Opale Massiccio Opale Massiccio

Opale Opale

Opale matrice Opale matrice

Opale matrice Opale matrice

Opale Opale

Opale d’acqua Opale d’acqua

Opale d’acqua Opale d’acqua

Opale

Opale d’acqua

Opale d’acqua

Opale

(incolore)

Opale comune

Opale

Opale



Opale nero Cristallo

Riempimento di fratture con sostanze incolori

No

Nessuna

No

Impregnamento No con sostanze plastiche o resina (raro) Nessuna No

Impregnamento con sostanze plastiche o resina (raro) Nessuna Impregnamento con sostanze plastiche o resina (raro) Nessuna

No

Impregnamento con sostanze plastiche o resina (raro) Nessuna Impregnamento con sostanze plastiche o resina (raro) Nessuna Nessuna Infusione di sostanze incolori nelle cavità (rara) Nessuna Trattamento con acidi o zuccheri (frequente) Nessuna Infusione di sostanze incolori nelle cavità (rara) Trattamento con acidi o zuccheri (frequente) Nessuna

No

No No

No

No No

No No No

No No

No No

No

No


l’impresa orafa guida normativa

Opale comune

Opale

Impregnamento con sostanze plastiche o resina (raro) Impregnamento con sostanze plastiche o resina (raro) Nessuna Nessuna Nessuna

No

No

Opale muschiato

Impregnamento con sostanze plastiche o resina (raro) Nessuna

Opale Legno

Nessuna

No

Oficalcite Oficalcite

Nessuna Lucidatura a cera (rara) Nessuna Lucidatura a cera (rara) Nessuna Lucidatura a cera (rara) Nessuna Nessuna Nessuna Nessuna Nessuna

No No

Nessuna Riscaldamento (raro) Nessuna

Spesso Spesso

Nessuna

No

Nessuna

No

Irradiamento (raro) Nessuna

Spesso

Opale

Bianco, porcellana Opale Cacholong

Opale Opale Opale

Opale Arancio Opale Verde (altri colori)

Opale

(altri colori)

Opale

Con inclusioni dendritiche di colore verde (Pseudomorfo del legno)

Opale Oficalcite Oficalcite

Opale Fuoco Opale Verde Opale comune colorato Opale comune colorato

Oficalcite Oficalcite

Connemara Connemara

Connemara Connemara

Oficalcite Oficalcite

Verde antico Verde antico

Verde antico Verde antico

Fenachite Prehnite Porporite Pirite Pirofilite Quarzo (macrocristallino) Quarzo Quarzo

Fenachite Prehnite Prehnite Pirite Pirofilite

Ametista Ametista

Ametista Ametista Ametista Citrina

Quarzo

Ametista Citrina (bicolore) Quarzo latte-ametista Quarzo fumè

Quarzo

Quarzo fumè

Quarzo

(dal marrone scuro al nero)

Quarzo Quarzo

Quarzo latte-ametista Quarzo fumè o marrone Quarzo fumè o marrone Morione

No

No No No

No

No No No No No No No No No

Talvolta

Talvolta




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Citrino, o Quarzo giallo Citrino, o Quarzo giallo Prasiolite, o Quarzo verde Prasiolite, o Quarzo verde Cristallo di Rocca Nessuna Quarzo Avventurina Quarzo blu

Quarzo

Citrino

Quarzo

Citrino

Quarzo

Prasiolite

Quarzo

Prasiolite

Quarzo Quarzo Quarzo

Quarzo Quarzo

Cristallo di Rocca Quarzo rosa Quarzo Avventurina Quarzo blu (colore dovuto alle inclusioni di dumortierite) Quarzo iris Quarzo iris Quarzo iris Quarzo iris

Quarzo

Quarzo iris

Quarzo iris

Quarzo Quarzo Quarzo

Quarzite Quarzite Quarzite

Quarzite Quarzite Quarzite

Quarzo

Quarzo occhio di gatto Quarzo con inclusioni Calcedonio o Agata

Quarzo occhio di gatto Quarzo Tormalina Nessuna

No

Crisopraso (colore verde dovuto ad inclusioni di nichel) Calcedonio cromo (colore verde dovuto al cromo) Calcedonio crisocolla (colore blu o blu-verde dovuto ad inclusioni di crisocolla) Corniola Corniola

Crisopraso

Nessuna

No

Calcedonio cromo Nessuna o Mtorolite

No

Calcedonio

Nessuna

No

Corniola Corniola

Nessuna Riscaldamento (frequente)

No No

Quarzo

Quarzo Quarzo cripto/microcristallino Quarzo

Quarzo

Quarzo

Quarzo Quarzo



Nessuna

Spesso

Riscaldamento (frequente) Nessuna

No

Riscaldamento (frequente) Nessuna Nessuna Nessuna

Dato sconosciuto

Nessuna

Spesso

Nessuna Riscaldamento (raro) Tintura (frequente) Talvolta Tintura (frequente) Impregnamento con sostanze plastiche, oli e resine (raro) Nessuna

Talvolta Talvolta

Spesso

Spesso Talvolta No

No No No No

No


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Quarzo Quarzo Quarzo Quarzo Quarzo Quarzo Quarzo Quarzo Quarzo Quarzo Quarzo Quarzo Quarzo Quarzo Quarzo Quarzo Quarzo Quarzo Quarzo Quarzo Quarzo

Quarzo Quarzo Quarzo Quarzo Quarzo Rodocrosite Rodonite Scapolite Serpentine (famiglia delle) Serpentine (famiglia delle) Serpentine (famiglia delle)

Corniola Sardonica Praseo (altri colori uniformi) (altri colori uniformi) (altri colori uniformi) (altri colori uniformi) (altri colori uniformi) Agata striata Agata striata Agata fuoco Agata iris Agata muschiata Onice (presenza di strati bianchi e neri) Onice sardonica Diaspro Eliotropo Diaspro multicolore Diaspro sferico Diaspro, altri colori Diaspro, altri colori Pseudomorfi della crocidolite: Occhio di Falco Occhio di Tigre Occhio di Tigre Occhio di Tigre Pseudomorfi del legno

Corniola Sardonica Praseo Agata o Calcedonio colorati Agata o Calcedonio colorati Agata o Calcedonio colorati Agata o Calcedonio colorati Agata o Calcedonio colorati Agata striata Agata striata Agata fuoco Agata iris Agata muschiata Onice

Tintura (rara) Nessuna Nessuna Nessuna

No No No No

Tintura in nero (sempre) Tintura in blu (sempre) Tintura in verde (sempre) Tintura (frequente)

No

Nessuna Tintura (frequente) Nessuna Nessuna Nessuna Tintura (sempre)

No No No No No No

Onice sardonica

Nessuna

No

Eliotropo Diaspro multicolore Diaspro sferico Diaspro colorato

Nessuna Nessuna

No No

Nessuna Nessuna

No No

Diaspro colorato

Tintura (frequente) No

Occhio di Falco Occhio di Tigre Occhio di Tigre

Nessuna Nessuna Riscaldamento (frequente) Tintura (frequente) Nessuna

No No No

Nessuna Nessuna Nessuna Nessuna

No No No No

Lucidatura a cera (frequente) Tintura (frequente)

No

Occhio di Tigre Legno pietrificato Rodocrosite Rodonite Scapolite

No No No

No No

No




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Antigorite

Antigorite

(vedi famiglia delle serpentine) (vedi famiglia delle serpentine) (vedi famiglia delle serpentine) (vedi famiglia delle serpentine) (vedi famiglia delle serpentine)

(vedi famiglia delle serpentine) (vedi famiglia delle serpentine) (vedi famiglia delle serpentine) (vedi famiglia delle serpentine) (vedi famiglia delle serpentine)

Sillimanite Sinhalite Smithsonite Smithsonite o Bonamite Sodalite Sodalite Sfalerite

Nessuna Nessuna Nessuna Nessuna

No No No No

Nessuna Tintura (rara) Nessuna

No No No

Nessuna Nessuna

Si No

Kunzite Kunzite

Spinello Pleonasta, o spinello nero Gahnospinello Gahnite Kunzite Kunzite

No No No No

Kunzite

Kunzite

Hiddenite (colore verde dovuto al cromo) (altri colori)

Hiddenite

Nessuna Nessuna Nessuna Riscaldamento (frequente) Irradiamento (frequente) Nessuna

Spodumene colorato Spodumene colorato

Nessuna

No

Verde prodotto mediante irradiazione (raro)

No

Sugilite Steatite Steatite Taafeite Tectite Moldavite Titanite

Nessuna Nessuna Tintura (rara) Nessuna Nessuna Nessuna Nessuna

No No No No No No No

Bowenite

Bowenite

Crisotile

Crisotile

Lizardite

Lizardite Williamsite

Sillimanite Sinhalite Smithsonite Smithsonite

(dal blu al verde)

Sodalite Sodalite Sfalerite Spinello (famiglia dello) Spinello Pleonasta Spinello-Gahnite Gahnite Spodumene

Gahnospinello

(altri colori)

Sugilite Talco Talco Taafeite Tectite Tectite Titanite



Steatite Steatite

Moldavite

Williamsite

No No


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Topazio Topazio

Topazio Topazio

Topazio

Topazio

Topazio

Topazio

Topazio

Topazio

Topazio

Topazio

Tormalina (famiglia della) Tormalina

incolore

Tormalina

Dal rosa al rosso

Tormalina

Dal rosa al rosso

Tormalina Tormalina Tormalina

Verde dovuto al cromo o al vanadio Verde Tormalina verde Verde Tormalina verde

Tormalina

Verde

Tormalina verde

Tormalina

Verde

Tormalina verde

Tormalina

Dal verde al blu (dovuto al rame) Dal verde al blu (dovuto al rame) Dal verde al blu (dovuto al rame)

Tormalina Paraiba

Dal verde al blu (dovuto al rame)

Tormalina Paraiba

Tormalina Tormalina

Tormalina

Dal rosa al rosso

Tormalina incolore o Acroite Tormalina rosa o rossa, o Rubelite Tormalina rosa o rossa, o Rubelite Tormalina rosa o rossa, o Rubelite Tormalina Cromo

Tormalina Paraiba Tormalina Paraiba

Nessuna Riscaldamento per ottenere il rosa (frequente) Irradiamento e riscaldamento per ottenere il blu (frequente) Irradiamento per ottenere il giallo e l’arancio (raro) Irradiamento per ottenere il verde (raro) Diffusione per ottenere il verde (frequente) Nessuna

No No

Nessuna

No

Riscaldamento (raro) Irradiamento (frequente) Nessuna

No

Nessuna Riscaldamento (frequente) Riempimento di fratture con sostanze incolori (raro) Riempimento di fratture con sostanze incolori rafforzanti (raro) Nessuna

No No

Riscaldamento (frequente) Riempimento di fratture con sostanze incolori (raro) Riempimento di fratture con sostanze incolori rafforzanti (raro)

No

No

No

No

No

No

No No

No

No

No

No

No




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Tormalina

Blu

Tormalina

Blu

Tormalina Tugtupite Turchese Turchese

(altri colori)

Tormalina blu o Indicolite Tormalina blu o Indicolite Tormalina colorata Tugtupite Turchese Turchese

Nessuna

No No

No No

Zoisite Zoisite

Dal blu al viola Dal blu al viola

Tanzanite Tanzanite

Zoisite

Trasparente Altri colori Thulite Non trasparente Altri colori

Tanzanite colorata

Riscaldamento (frequente) Nessuna Nessuna Nessuna Impregnamento con sostanze plastiche (frequente) Lucidatura con olio o cera (frequente) Tintura (rara) Nessuna Nessuna Nessuna Nessuna Riscaldamento per ottenere il blu, il rosso e l’assenza di colore (sempre) Nessuna Riscaldamento per migliorare il giallo (frequente) Nessuna Riscaldamento (quasi sempre) Nessuna

Thulite Zoisite colorata

Nessuna Nessuna

Turchese

Turchese

Turchese Variscite Verdite Vesuvianite Vesuvianite Zircone

Turchese Variscite Verdite Vesuvianite Californite Zircone

Californite

Zircone Zircone

Zoisite Zoisite

Zircone Zircone

No No No No

No No No No No No No

No No

No No No

B.1 - Sostanze organiche

Sostanza

Nome commerciale

Possibili modificazioni

Reperibile in forma sintetica

Ambra Ambra

Ambra Ambra

No No

Ambra

Ambra

Nessuna Riscaldamento (frequente) Tintura o trattamento in superficie per aggiungere colore



Varietà/Tipo

No


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Ammonite

Ammonite

Conchiglia Ammonite (con iridescenza) Conchiglia Ammonite (senza iridescenza)

Ammonite

Nessuna

No

Ammonite

Impregnamento con sostanze rafforzanti incolori (frequente) Nessuna Riscaldamento (frequente) Tintura o trattamento in superficie per aggiungere colore Nessuna Sbiancamento (frequente) Impregnamento con sostanze rafforzanti incolori (frequente) Nessuna Lucidatura con cera incolore (frequente) Tintura (frequente) Impregnamento con sostanze rafforzanti incolori (frequente) Vedi corallo rosa Vedi corallo rosa Nessuna Sbiancamento dal corallo nero (frequente) Nessuna Vedi corallo rosa Nessuna Sbiancamento (frequente) Tintura (rara) Trattamento con cera incolore (raro) Impregnamento con sostanze rafforzanti incolori (frequente)

No

Copale Copale

Copale Copale

Copale

Copale

Corallo Corallo

Bianco Bianco

Corallo bianco Corallo bianco

Corallo

Bianco

Corallo bianco

Corallo Corallo

Rosa Rosa

Corallo rosa Corallo rosa

Corallo Corallo

Rosa Rosa

Corallo rosa Corallo rosa

Corallo Corallo Corallo Corallo

Rosso Arancio Dorato Dorato

Corallo rosso Corallo arancio Corallo dorato Corallo dorato

Corallo Corallo Avorio Avorio

Nero (altri colori)

Corallo nero Corallo colorato Avorio Avorio

Avorio Avorio

Avorio Avorio

Avorio

Avorio

No No No

Si Si Si

No No

No No

Vedi corallo rosa Vedi corallo rosa No No

No Vedi corallo rosa No No No No No




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Avorio Avorio Avorio Avorio Avorio Conchiglia

Avorio d’elefante Avorio di mammuth Avorio di mastodonte Denti (altri animali) Odontolite

Conchiglia

Madreperla

Conchiglia Conchiglia Tartaruga

Madreperla



Avorio d’elefante Avorio di mammuth Avorio di mastodonte Avorio (con nome dell’animale) Odontolite Conchiglia (con nome dell’animale) Conchiglia (con nome dell’animale) Madreperla Madreperla Tartaruga

Vedi avorio Vedi avorio

Vedi avorio Vedi avorio

Vedi avorio

Vedi avorio

Vedi avorio

Vedi avorio

Vedi avorio Nessuna

Vedi avorio No

Tintura (frequente) No Nessuna Tintura (talvolta) Nessuna

No No No


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XVIII. Il libro sulle perle. Norme CIBJO 1997

Classificazione dei materiali A) PERLE NATURALI A 1 - Perle Le perle sono delle formazioni naturali secrete accidentalmente e senza alcun intervento umano all’interno dei molluschi. Esse sono composte da una sostanza organica (una scleroproteina chiamata cochiolina) e da carbonato di calcio (generalmente sotto forma di argonite) disposti a strati concentrici, il più esterno dei quali è madreperlaceo. Fatta eccezione per la perla conchiglia in cui gli strati sono radiali. A 2 - Blisters I blisters sono delle protuberanze interne della conchiglia causate dall’intrusione di corpi estranei tra il mantello e la conchiglia, o da delle secrezioni di materiale madreperlaceo che sigilla il buco fatto da molluschi perforanti, vermi o spugne. L’interno è cavo e la secrezione avviene naturalmente, senza l’aiuto umano. A 3 - Perle Blisters Se una perla perfora il mantello del mollusco, essa può iniziare a ricoprirsi di materiale madreperlaceo mentre ancora aderisce all’interno della parete della conchiglia. Il risultato è che gli strati formati dalla perla successivamente sono omogenei a quelli della conchiglia e si forma così una perla attaccata. Queste perle sono rotonde o di forma irregolare e sono secrete senza alcun intervento umano.




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B) PERLE COLTIVATE B - Perle coltivate Le perle coltivate sono delle formazioni madreperlacee secrete all’interno di un mollusco produttivo. Gli strati esterni delle perle coltivate sono composti da strati concentrici di sostanza organica (una scleroproteina chiamata conchiolina) e da carbonato di calcio (generalmente sotto forma di aragonite); la secrezione degli strati madreperlacei è causata dallo stesso metabolismo dei molluschi viventi, l’intervento umano serve solo per far iniziare la secrezione. Questo si applica a tutte le perle coltivate sia con un nucleo solido e/o con un trapianto organico. B 2 - Perle coltivate Queste perle coltivate sono volutamente coltivate con dei nuclei di forma sferica o con strati madreperlacei derivanti da molluschi. C) PERLE COLTIVATE COMPOSITE Le perle coltivate composite sono il prodotto risultante dall’assemblaggio umano della parte superiore di una perla coltivata con una o più parti inferiori della stessa natura o di altre sostanze. D) PERLE D’IMITAZIONE Le perle d’imitazione sono prodotti completamente o parzialmente creati dall’uomo, imitando l’aspetto, il colore e l’effetto delle perle naturali o coltivate senza possederne le proprietà fisiche e chimiche persino quando vengono usate delle sostanze naturali. Qualsiasi prodotto che sembra in apparenza una perla è un’imitazione di questa se gli strati esterni non sono completamente composti da una formazione madreperlacea secreta nell’interno del mollusco produttivo.

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Regole di applicazione per il commercio delle perle art. 1 Generalità a) Le perle, le perle coltivate, le perle coltivate composite e le perle d’imitazione devono essere denominate e descritte in conformità con la loro classificazione (da A a A3, da B1 a B2, C e D). Questa regola si applica specialmente alle descrizioni in una pubblicità ufficiale in tutte le comunicazioni indirizzate al pubblico così come a tutti gli operatori del settore (per esempio nella pubblicità, sulle etichette, sui certificati, sui bollettini di consegna e sulle fatture). b) I termini e le regole della nomenclatura sono stati stabiliti con riferimento agli usi commerciali di perle, in conformità con le classificazioni e la pratica del commercio internazionale delle perle. Se questa nomenclatura richiede complementi, ogni aggiunta deve apparire, nell’eventualità di una presentazione scritta, con uguale risultato ed importanza con le stesse caratteristiche di taglio e di colore corrispondenti al nome stesso: tutte le abbreviazioni sono proibite. Le trasgressioni a queste regole devono essere penalizzate in accordo con le leggi in vigore, in particolar modo a quelle sulle frodi, sulle falsificazioni e sulla concorrenza sleale. Possono essere fatte eccezioni se le leggi di quel particolare Paese sono in conflitto con queste regole. c) Quando la merce è esposta, devono essere applicate le seguenti regole: nei casi in cui l’esposizione non è esclusivamente dedicata alle perle o alla gioielleria decorata con perle ma contengono perle coltivate, perle coltivate composite o perle d’imitazione o gioielleria decorata esclusivamente con questi prodotti o altri, ci deve essere un cartello facilmente rilevabile che deve chiaramente indicare al pubblico la precisa natura degli oggetti esposti. d) Per ogni pezzo di gioielleria in esposizione che è composto sia da elementi naturali che non, deve essere aggiunto ad ogni pezzo un’etichetta facilmente leggibili che deve indicare nei particolari la sua composizione in accordo con la classificazione qui elencata.




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art. 2 Referti dei laboratori sull’identificazione delle perle Il referto sulla perla deve indicare solo le seguenti definizioni in riferimento alla perla: - la sua classificazione (perla, perla coltivata, perla coltivata composita, perla d’imitazione); - ed eventualmente il suo nome commerciale come indicato nella nomenclatura; - il suo colore di base (specificando se naturale o artificiale); - il peso, quando è possibile; - le dimensioni; - se forata, completamente o parzialmente, non forata o tagliata; - la forma (rotonda, a pera, a bottone, barocca o fantasia). Non deve essere data nessuna indicazione del luogo di origine. art. 3 Uso scorretto dei nomi di perla e altri termini È proibito l’uso dei termini Commerciale o Varietà non specificati nella nomenclatura I,II,III e IV. Ogni altro termine, sia nuovo che vecchio, deve essere sottoposto e approvato dalla CIBJO prima di essere utilizzato. art. 4 Uso dei termini “autentico”, “prezioso”, genuino”, “orientale”, “naturale” e altri a) Gli aggettivi autentico, prezioso, genuino, orientale o altre espressioni si riferiscono esclusivamente alle perle naturali e devono essere usati solo per designare le sostanze naturali definite nei paragrafi da A1 a A3. b) È proibito l’uso di queste espressioni per descrivere degli articoli o delle sostanze (vedi paragrafi B e C) quando sono coltivate. Lo stesso si applica quando il prodotto è fatto dall’uomo (vedi paragrafo D). art. 5 Indicazione di peso, “peso totale”

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È una pratica scorretta di commercio dare un’idea sbagliata di peso di qualsiasi perla o di ingannare sempre in riferimento al peso di questa. E’ anche scorretto dichiarare o rappresentare diversamente il peso di tutte le perle contenute in un articolo a meno che il peso sia accompagnato con lo stesso risalto ed importanza dalla parola “peso totale” o parole di significato simile, così da indicare chiaramente che il peso dichiarato o rappresentato è quello di tutte le perle contenute nell’articolo e non il peso del centro o della perla più grossa. art. 6 Perle naturali a) Il termine “perla” senza alcuna qualificazione può essere solo applicato alle perle naturali definite nei paragrafi da A1 a A3. E’ una pratica scorretta di commercio usare la parola “perla” in riferimento a qualsiasi altro oggetto o prodotto che non sia effettivamente una perla naturale. b) La definizione “perla orientale” o “perla d’acqua dolce” deve essere applicata solo alle perle naturali. art. 7 Perle coltivate a) Il termine “perle coltivate” deve essere applicato solo alle perle definite nei paragrafi da B1 a B2. Questo si applica alle perle coltivate con o senza nucleo solido organico, qualunque metodo sia stato usato per ottenerne la formazione. E’ dunque proibito usare la parola “perla” riferendosi a una perla coltivata e la parola “coltivata” deve immediatamente seguire con lo stesso risalto ed importanza la parola “perla”. b) È proibito l’uso del termine “perla del Giappone” (o giapponese) per descrivere perle coltivate originarie del Giappone, o perle coltivate semisferiche e soprattutto, tutte le specie di imitazione di perla. c) Il mettere un asterisco vicino alla parola “perla”, dove la spiegazione dell’asterisco è a fondo pagina e spiega che il prodotto è una perla coltivata, non è conforme ai dettami di queste regole. d) Nel caso di perle coltivate tagliate deve essere chiaramente descritto se è una

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perla coltivata tagliata a ≤ o una perla coltivata tagliata a metà, per evitare che si crei confusione con perle coltivate a ≤ o per le coltivate a metà come definito nel paragrafo B2. e) Le perle coltivate composite sono definite nel paragrafo C e devono essere menzionate in maniera non ambigua e chiaramente descritte come tali. art. 8 Perle d’imitazione a) Le perle d’imitazione definite nel paragrafo D devono essere indicate come tali. La parola “imitazione” o “simulazione” deve sempre essere una parte integrante della designazione. b) È proibito l’uso del termine “perla”, “perla coltivata”, “perla che sembra coltivata” o ogni altra espressione che si riferisce a una perla d’imitazione. c) Il mettere un asterisco vicino alla parola perla, per spiegare, con una nota in fondo alla pagina, che il prodotto è un’imitazione, non è conforme ai dettami di queste regole. d) Tutte le imitazioni devono essere descritte in modo chiaro e distinto e le indicazioni commerciali o i nomi di fantasia devono mostrare senza dubbio che l’articolo in questione è un’imitazione (per esempio, perla di imitazione di Majorca, mostrando senza dubbio che l’articolo in questione è un’imitazione il cui nome commerciale è “Majorca”). e) È proibito l’uso del nome di un’area geografica associata alla produzione, alla lavorazione o all’esportazione di perle naturali o perle coltivate in connessione con e/o in riferimento a perle d’imitazione (per esempio “perla di Kobe”). art. 9 Proibizione del termine “riproduzione”; “replica”; ecc. a) È inammissibile usare i termini riproduzione, replica o altri similari per descrivere, identificare o riferendosi a perle d’imitazione. art. 10 Colorazione artificiale e trattamento

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a) La colorazione artificiale di perle naturali (per esempio grigio o nero) deve essere dichiarata chiaramente o direttamente con lo stesso risalto ed importanza. b) Non è necessario specificare se le perle sia naturali che coltivate sono state sbiancate. c) In relazione alle perle coltivate, non è necessario specificare una leggera alterazione di tinta (per esempio rosa) dovuta a un trattamento che esse hanno subito. La colorazione artificiale (per esempio le perle coltivate colorate d’acqua dolce, le perle coltivate trattate nere, ecc.) deve essere chiaramente e direttamente specificata. d) Il rivestimento con una sostanza estranea (per esempio lacca, plastica, ecc.) della parte esterna di perle coltivate deve essere chiaramente indicato come perla d’imitazione. e) La luminosità delle perle o delle perle coltivate deve essere dichiarata come “trattata” o “irradiata”. art. 11 I laboratori della CIBJO I laboratori riconosciuti da parte della CIBJO sono soggetti alle seguenti regole: a) Il laboratorio deve essere riconosciuto dall’organizzazione nazionale come un membro della CIBJO poiché rappresentante del proprio Paese e del commercio. Questo può essere fatto, in principio, solo per un laboratorio per ciascun Paese, includendo delle filiali. b) Il laboratorio deve essere indipendente da imprese commerciali e private, o da gruppi di tali imprese. c) Il laboratorio deve sempre essere condotto da una direzione professionale competente. d) Il laboratorio deve ottemperare a tutte le norme della CIBJO senza eccezioni e deve lavorare in accordo con le seguenti pubblicazioni del CIBJO: - Il libro sul diamante - Il libro sulle pietre preziose - Il libro sulle perle. e) Il laboratorio può solo rilasciare referti sul diamante, sulle pietre preziose e/o sulle perle che sono preparati in accordo con le normative della CIBJO, altrimenti perde il riconoscimento da parte della CIBJO.




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Nomenclatura I. Perle naturali (definite ai paragrafi da A1 a A3)

Materiale Perla

Prima varietà Perla di acqua di mare

Nome commerciale Perla (tutti i colori), Perla Orientale, Perla Abalone, Blister, Perla Blister, Seme, Perla Conchiglia, Perla Rosa

Perla

Perla di acqua dolce

Perla (tutti i colori), Perla di fiume, Perla Mitilo, Blister, Perla Blister, Seme

Nomenclatura II. Perle coltivate (definite ai paragrafi da B1 a B2)

Materiale Perla Coltivata

Prima varietà Perla coltivata d’acqua di mare con o senza nucleo

Nome commerciale Perla Coltivata Akoya, Perla Coltivata dei Mari del Sud, Perla Coltivata di Tahiti

Perla Coltivata

Perla di acqua dolce con o senza nucleo

Perla Coltivata Cinese, Perla Coltivata Biwa

Nomenclatura III. Perle coltivate composite (definite nel paragrafo C)

Materiale

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Prima varietà

Nome commerciale Perle Coltivate Composite Mabe, Perle Coltivate Composite HanKei


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Nomenclatura IV. Imitazioni (definite nel paragrafo D)

Annotazioni Keshi è un nome commerciale giapponese, che significa piccola perla. Keshi può derivare da ostriche selvatiche o da ostriche coltivate, come un sottoprodotto di coltivazione di perle di mare.

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XIX. Torre del Greco e il corallo

Torre del Greco e il corallo: un binomio secolare ed inscindibile, una tradizione forte e radicata come le radici dell’“oro rosso” nato dal sangue della Gorgone uccisa da Perseo. La storia del corallo è strettamente legata a quella di Torre del Greco ed al suo popolo di marinai. È una storia legata all’economia, all’arte, alla letteratura e allo spirito d’impresa. Già tra il ‘500 e il ‘600, Torre del Greco, piccolo borgo marinaro traeva la sua principale economia dal mare. Erano già decine le imbarcazioni armate a “coralline” (la tipica barca usata per la pesca del corallo), che a quei tempi si spingevano lungo le coste del mediterraneo alla pesca di coralli e spugne. Ma è solo agli inizi dell’800 che si apre il capitolo più importante che lega Torre del Greco al corallo: infatti nel 1805 un rescritto di Ferdinando IV concede al marsigliese Paolo Bartolomeo Martin una privativa decennale per la lavorazione del corallo a Torre del Greco. Grazie a questo, Martin avvia la prima officina per la lavorazione del corallo, ottenendo dai Borboni regnanti l’esenzione dalle tasse in cambio della formazione e l’avviamento all’artigianato per i giovani torresi. La bravura del Martin, ben presto coadiuvato da numerosi maestri incisori della scuola romana e napoletana, e le forti richieste di manufatti realizzati con stile tipico della cultura partenopea, dettero slancio a questa attività, tanto è vero che in pochi anni divennero numerose le attività artigiane per la lavorazione del corallo. Il numero complessivo dei torresi addetti alla lavorazione e alla pesca del corallo, andò sempre crescendo, fino ad arrivare ad una flotta di circa 400 “coralline” già alla fine dell’800 in concomitanza della scoperta di importanti banchi e giacimenti di materia prima, che dettero notevole impulso all’artigianato locale. La supremazia dei torresi nel settore della lavorazione del corallo divenne ben presto una sorta di vero e proprio monopolio, tanto che si cominciò ad avvertire la

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necessità di creare una scuola in grado di assicurare all’attività produttiva una classe di artigiani di alto livello. Ed infatti nel 1878, con un regio decreto di Umberto I, venne fondata la scuola della lavorazione del corallo, da allora punto di riferimento per le varie generazioni di artisti. Per tutto il corso dell’800 si lavorò esclusivamente corallo pescato nel Mediterraneo e solo negli ultimi venti anni del secolo sul mercato europeo comparvero i coralli pescati nei mari del Giappone. Nel ‘900, dopo un breve periodo di stasi dovuto al periodo della guerra, la ripresa: dapprima più lenta poi, a partire dagli anni ’50, sempre più vivace. Da tutto il mondo cominciarono ad arrivare alle aziende importanti e numerose richieste di corallo grezzo o lavorato da montare in gioielleria, spesso associato ad oro, brillanti ed altre pietre preziose. Attualmente a Torre del Greco sono circa 375 le aziende che si occupano di lavorazione del corallo. La maggior parte sono piccole aziende a conduzione familiare che si avvalgono della collaborazione di soli due o tre addetti. Vi sono poi una cinquantina di grosse aziende che, oltre alla lavorazione del corallo, si occupano anche della distribuzione del prodotto, per lo più nei mercati esteri (Stati Uniti, Giappone ed Europa). Tipi di corallo lavorato dalle aziende torresi Si distinguono due tipologie di corallo: quello mediterraneo e quello asiatico, a seconda del luogo di pesca. Inoltre a partire dal 1965 sono stati scoperti nuovi banchi di un particolare tipo di corallo, indicato appunto come “nuovo corallo”. Coralium tradizionali specie:

Denominazione commerciale: (italiano-giapponese) :

Colore:

Caratteristiche:

Rubrum

Sardegna

Rosso uniforme

A cespuglio, con una altezza media di 15 cm, un peso medio di 100 grammi ed un diametro del tronco di circa 8 millimetri.

Japonicum

Moro (Aka)

Rosso scuro e scurissimo con una “anima” longitudinale bianca

A ventaglio, con una altezza media di 25 cm, il diametro del tronco di circa 12 mm, ed un peso medio di 200 grammi.

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Elatius

Cerasuolo (Momo)

Rosso vivo, salmone, arancione e carnicino con “anima” longitudinale bianca.

Valori dimensionali superiori alle altre specie: a ventaglio, con una altezza media di 35 cm, un diametro medio del tronco di 25 mm ed un peso medio di 500 gr.

Konojoi

Bianco (Shiro)

Bianco latteo e bianco punteggiato rosso o rosa.

A ventaglio, con una altezza media di 25 cm, il diametro del tronco di circa 12 mm, ed un peso medio di 200 grammi.

Secundum

Pelle d’Angelo (Boké)

Rosa carne di diversa intensità

A ventaglio, con una altezza media di 25 cm, il diametro del tronco di circa 12 mm, ed un peso medio di 200 grammi.

Nuovi Corallium specie:

Colore:

Mari di pesca e profondità:

Caratteristiche:

Rosato (Midway)

Bianco o rosa punteggiato o venato rosso.

Isola Midway (1965) 400-600 mt.

A ventaglio, con una altezza media di 25 cm, il diametro del tronco di circa 12mm, ed un peso medio di 200 grammi.

Garnet

Rosa chiaro uniforme granato con sfumature Rosa di varie intensità.

Isola Midway (1970) 700-900 mt.

A ventaglio, con una altezza media di 25 cm, il diametro del tronco di circa 15 mm, ed un peso medio di 200 grammi.

Deep Sea

Rosso vivace, rosa chiaro, bianco sempre venati o chiazzati color granato.

1979: N/O di Midway 1000-1200 mt., 1981: N/O di Midway verso Emperor-Seamount oltre i 1500 mt.

A ventaglio, con una altezza media di 25 cm, il diametro del tronco di circa 15 mm, ed un peso medio di 200 grammi

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XX. Tecniche di lavorazione

1. Preparazione della lega L’oro e gli altri metalli necessari alla preparazione della lega (oppure l’oro al titolo richiesto) vengono posti nel crogiolo, secondo le proporzioni previste per ottenere il titolo ed il colore richiesti. I crogioli differiscono per forma e dimensione a seconda delle quantità di metallo da fondere e della tecnica utilizzata. Per agevolare il processo di fusione vengono aggiunte speciali sostanze che facilitano la liquefazione dei metalli, come il borace o il salnitro. Il metallo viene portato alla temperatura di fusione e poi versato nelle speciali forme di ferro o ghisa, previamente riscaldate ed ingrassate. Il raffreddamento successivo lo porterà ad assumere la forma voluta (generalmente il lingotto a forma di parallelepipedo). Il lingotto andrà poi sottoposto a battitura (per eliminare le tracce di borace) ed imbianchimento. 2. Laminatura La laminatura consiste nel ridurre lo spessore della verga d’oro attraverso ripetuti passaggi in una macchina, detta laminatoio, composta da due cilindri d’acciaio ruotanti in senso inverso, in modo da ottenere lamine d’oro che possono essere anche estremamente sottili. I laminatoi possono essere di diverse dimensioni ed azionati a mano o a motore, e generalmente sono dotati di appositi dispositivi per regolare lo spessore delle lastre. 3. Trafilatura Scopo della trafilatura è di ottenere, dalla verga d’oro, fili più o meno sottili. La verga viene dapprima passata sotto uno speciale laminatoio scanalato per ricavarne

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un filo di sezione quadrata o esagonale, il quale viene poi lavorato con la trafila, che consiste in una barra d’acciaio dotata di fori di diametro decrescente attraverso i quali vengono passati i fili. I fili ottenuti, a causa dell’indurimento del metallo dovuto ala trafilatura, vanno sottoposti a ricottura dopo un certo numero di passaggi. Le trafile in uso differiscono tanto per la forma dei fori che per il tipo di costruzione; comunque, il principio di funzionamento è sostanzialmente il medesimo. Le trafile vengono utilizzate anche per ottenere le canne, inserendo nella trafila, anziché un filo, una lastra sagomata. Per ottenere piccole quantità di filo la trafila viene bloccata su una morsa ed il filo viene tirato a mano con una pinza; per ricavare invece fili di maggiore spessore o lunghezza, si utilizza un banco a trafila dotato di un cavalletto di ferro con una catena ruotante azionata a mano o a motore ed un supporto rigido per l’applicazione della trafila, mentre il filo viene tirato con una pinza speciale. Per ricavare grosse quantità di filo si utilizzano macchine trafilatrici dotate di dispositivi per l’avvolgimento e lo svolgimento automatico del filo in bobine. 4. Stampaggio Tecnica di realizzazione di oggetti e loro parti con l’uso di stampi in acciaio e bilancieri, mediante i quali si comprime la lastra di metallo contro lo stampo per ottenerne un’immagine o un oggetto. 5. Imbutitura Tecnica che serve a conferire alla lastra d’oro una certa convessità o concavità, mediante l’uso della bottoniera (piastra d’acciaio dotata di svasature a mezza sfera) e dei punzoni. La forma concava o convessa viene ottenuta ponendo la lastra d’oro sulla svasatura della bottoniera e battendo col martello sul punzone, in modo da far penetrare il metallo nel foro e fargli prendere la forma di una mezza sfera. Per tale operazione può essere utilizzata anche la castoniera, composta di un blocco d’acciaio con svasature a forma d’imbuto e di punzone di forma conica. 6. Incisione Utilizzata per ricavare disegni e linee su varie superfici (oro, argento, gemme, cam-

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mei), in oreficeria ed argenteria viene realizzata attraverso l’uso del bulino (incisione a mano) o del pantografo (incisione meccanica). Il bulino è un utensile dotato di una punta di acciaio di forme diverse e più o meno aguzze a seconda del tipo di incisione che si intende ottenere. 7. Sbalzo e cesello La tecnica dello sbalzo consiste nella realizzazione di forme o decori in bassorilievo o altorilievo su lastre di metallo, operando dal rovescio, mediante l’uso di un martello e di punzoni, dopo aver riportato il disegno sulla lastra stessa. E’ spesso necessario dover sottoporre la lastra a ricottura, per restituirle la malleabilità e poter proseguire nel lavoro senza rischio di rotture. Il lavoro viene poi perfezionato mediante la cesellatura: il “cesello” è un piccolo scalpello in acciaio con il quale vengono perfezionati i contorni e le forme ottenute con lo sbalzo. 8. Incassatura L’incassatura consiste nel montaggio delle pietre sul gioiello e viene eseguita da un artigiano specializzato (detto “incassatore” o “incastratore”) la cui opera è fondamentale per la riuscita tecnica ed estetica del gioiello. Una incassatura a regola d’arte deve garantire la stabilità delle pietre e valorizzarne l’effetto al massimo grado. Gli oggetti da incassare vengono generalmente fissati su di un sostegno di legno, detto fuso, sul quale viene applicato uno strato protettivo di gommalacca o di pece. Esistono vari tipi di incassatura, in relazione alla linea del gioiello ed alla natura ed alle dimensioni della pietra. L’incassatura può essere a “giorno” (concepita per utilizzare al meglio la capacità di rifrazione della pietra, consentendo alla luce di penetrare da più lati) oppure a “notte”, per le pietre non trasparenti. Le tecniche di incassatura utilizzate più frequentemente sono: - incassatura su castone o a “battuto”: l’incassatore prepara, mediante assottigliamento e svasamento, l’interno del castone in funzione delle dimensioni e delle caratteristiche della pietra e,una volta inseritala nel castone, procede a ripiegare mediante un punzone un sottile bordo di metallo sul bordo della pietra. - incassatura su griffes: con l’uso del bulino l’incassatore blocca la pietra ripiegando ad artiglio le punte sulla gemma.

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- incassatura a pavé: utilizzata per ricoprire una superficie di metallo di pietre di piccola dimensione ed ottenere un tappeto uniforme di gemme; l’incassatore opera con il bulino trasformando il metallo vicino alla dimora delle gemme in minuscoli pallini (granette) che hanno l’effetto di trattenere le pietre. 9. Fusione a cera persa e pressofusione La fusione a cera persa è una tecnica antichissima che consisteva originariamente nel realizzare un modello in cera dell’oggetto da produrre che poi veniva ricoperto di argilla o altro materiale e poi passato in forno per far sciogliere la cera imprigionata nel rivestimento di argilla e farla uscire attraverso lo sfiatatoio. Si otteneva così un calco nel quale si poteva inserire il metallo fuso che, solidificandosi, assumeva la forma lasciata dalla cera. Tale tecnica è tuttora utilizzata per la realizzazione di pezzi artigianali unici. Dalla fusione a cera persa nasce la tecnica della pressofusione, che si avvale di speciali centrifughe, anche molto sofisticate, e consente di produrre molti esemplari dello stesso modello in una’unica fase. Il procedimento è il seguente: si realizza un modello in alpacca o altro metallo sul quale vengono poi applicati alcuni strati di una speciale gomma adatta alla vulcanizzazione, la quale deve prendere la forma del modello, mediante un procedimento combinato di pressione e cottura delle gomme stesse; le gomme così ricavate vengono liberate del modello in metallo e poi riempite con cera liquida, in modo da ottenere un modello in cera identico a quello in metallo. I modelli così ottenuti vengono saldati ad albero ed inseriti in un cilindro che viene riempito di uno speciale gesso resistente al calore. Scaldando il cilindro si otterrà la fuoriuscita della cera, mentre il gesso si indurirà. Mediante centrifugazione, il metallo fuso viene inserito nel cilindro di gesso, del quale occuperà tutti gli spazi vuoti, per cui all’interno dell’involucro di gesso si formerà un albero interamente in metallo da cui i relativi modelli potranno essere distaccati per le successive lavorazioni. Questa tecnica di lavorazione consente un’ottima riuscita dei dettagli e quindi rende più agevole il successivo lavoro di rifinitura 10. Saldature Le saldature tra due oggetti in oro vengono effettuate utilizzando speciali leghe

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(dette “brasanti”) aventi un punto di fusione inferiore a quello dell’oro. Esistono in commercio vari tipi di leghe per saldature con punti di fusione differenti, in relazione al tipo di lavorazione che occorre effettuare. 11. Elettrodeposizione Tecnica basata sul principio del bagno galvanico, usata generalmente per ottenere rivestimenti di oro o di argento su superfici di metalli non nobili. Gli oggetti da rivestire vengono immersi in una soluzione chimica nella quale l’azione dell’elettricità induce l’oro o l’argento a depositarsi uniformemente sulla superficie dell’oggetto da rivestire. Tale tecnica viene utilizzata anche per migliorare l’aspetto di oggetti in metallo prezioso oppure per ottenere colorazioni particolari. La “rodiatura” è un esempio di procedimento elettrolitico che si utilizza per rendere più vivo e brillante l’aspetto degli oggetti in oro bianco, platino ed argento ricoprendoli con uno strato di rodio. Tecnica derivata dall’elettrodeposizione è quella dell’”elettroformatura”, che viene perlopiù utilizzata per realizzare oggetti in oro di forma e spessore difficilmente ottenibili con altre tecniche. 12. Smaltatura La smaltatura consiste nell’applicazione a fuoco sull’oggetto prezioso, che deve essere adeguatamente preparato affinché lo smalto aderisca all’oggetto senza debordare dallo spazio che deve occupare, di una vernice vetrosa colorata composta generalmente di silice ed ossidi metallici. Lo smalto, impastato con acqua viene applicato col pennello e fatto asciugare; l’oggetto smaltato va poi posto in forno per la fusione dello smalto. 13. Brunitura Tipo di lucidatura ottenuto mediante i “brunitori”, attrezzi in acciaio o pietra dura che si applicano mediante compressione o sfregamento sugli oggetti ottenendo una levigatura ed una lucidatura estremamente durevoli e resistenti. 14. Sabbiatura Utilizzo di un getto di sabbia finissima o aria compressa per ottenere una finitura opaca sugli oggetti.

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15. Smerigliatura Particolare tipo di finitura che si ottiene mediante sfregamento, manuale o meccanico, di carta smeriglio o tela sugli oggetti. 16. Satinatura La satinatura consiste in una rifinitura che si ottiene mediante una tecnica di incisione, adoperando il “millerighe”, un particolare tipo di bulino dotato di una serie di rigature nella parte inferiore. 17. Pulitura E’ l’operazione conclusiva che si effettua sull’oggetto e serve a conferire all’oggetto la sua particolare brillantezza. Si tratta di un passaggio estremamente delicato che spesso viene affidato a laboratori specializzati. Generalmente si utilizza il motore elettrico a spazzole rotanti le quali vengono guarnite di paste abrasive ed altre sostanze. Tali macchino sono spesso dotate di un aspiratore che serve a raccogliere le particelle d’oro volatilizzate dall’abrasione. Dopo la spazzolatura gli oggetti vengono sgrassati in un bagno di acqua, sapone e soda e quindi asciugati mediante segatura di legno riscaldata. Attualmente è sempre più frequente l’uso, particolarmente nell’ambito delle lavorazioni industriali, di pulitrici ad ultrasuoni, nelle quali gli oggetti vengono immersi in un bagno di speciali detersivi e sottoposti a vibrazioni ad alta frequenza.

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XXI. Gli orologi

1. Introduzione Orologio. Strumento usato per indicare l’ora e per misurare il trascorrere del tempo. Le parti principali che lo costituiscono sono un motore, un sistema di trasmissione e di controllo dell’energia e un indicatore del tempo. I modi più comuni di classificazione degli orologi si basano sul tipo di motore (a peso, a molla, elettrico), sul sistema di trasmissione dell’energia (meccanico, elettrico o elettronico), sul sistema di regolazione degli impulsi (a pendolo, a bilanciere, a quarzo, atomico) o di indicazione dell’ora (analogico o digitale), ma soprattutto sull’uso prevalente, e talvolta unico: si hanno perciò orologi da torre, da parete, da tavolo e portatili, questi ultimi ulteriormente distinti in orologi da tasca o da polso. Le sveglie sono semplicemente orologi, generalmente da tavolo, dotati di un dispositivo che, a un’ora prefissata, aziona una soneria. 2. Cenni storici Nel corso della storia, il tempo è stato misurato in base al movimento della Terra rispetto al Sole e alle stelle. Lo strumento più antico, in uso probabilmente in Egitto intorno al 3500 a. C., era una rudimentale meridiana, che sfruttava l’ombra proiettata da uno stilo o da un obelisco in funzione di gnomone. La prima meridiana emisferica fu descritta nel III secolo a. C. dall’astronomo caldeo Berossus. tra i metodi antichi per misurare il tempo in assenza di luce solare diretta vi sono l’uso cinese di bruciare una corda con nodi equidistanti o una candela a tacche. Di origini antiche sono pure le forme elementari di clessidra, in cui lo scorrere del tempo veniva misurato dal flusso di sabbia o di acqua attraverso un piccolo foro. Verso il 270 a. C., il greco Ctesibio di Alessandria costruì il primo orologio idromeccanico, in cui l’acqua,

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cadendo in un recipiente, faceva salire un galleggiante che azionava un ingranaggio a cremagliera. 3. L’orologio meccanico L’origine storica dell’orologio meccanico è ignota. Sicuramente nel XIV secolo furono costruiti meccanismi relativamente complessi, pesanti e ingombranti, dotati di sonerie elaborate e spesso collocati sulle torri campanarie (non a caso in inglese l’orologio non portatile è detto clock, che originariamente significava “campana”). L’orologio della cattedrale di Rouene, in Francia, costruito nel 1389, aveva una sola lancetta su un quadrante diviso in quarti d’ora. Il più completo orologio di quei tempi fu costruito in quattordici anni di lavoro, dal 1348 al 1362, dall’italiano Giovanni dè Dondi. Il meccanismo, dotato di un sistema di regolazione della velocità di rotazione delle ruote dentate (scappamento a verga e bilanciere), era azionato da un peso normale e da un peso supplementare per le ore notturne. Non aveva lancette ma numerosi quadranti girevoli che indicavano le ore e il moto del Sole, della Luna e di cinque pianeti, oltre che il calendario perpetuo delle feste religiose mobili. 4. Orologi elettrici ed elettronici L’orologio elettrico fu inventato negli Stati Uniti agli inizi del Novecento da E. Warren che convinse i produttori di energia elettrica a regolare con precisione la frequenza della corrente alternata, erogata, in modo da poter usare motori sincroni per azionare gli orologi. Nel 1921 l’invenzione del pendolo libero di Shortt, istallato per la prima volta presso l’osservatorio di Edimburgo, rese possibile la costruzione di un orologio la cui precisione fu superata soltanto nel 1929 con la realizzazione dei primi orologi al quarzo. L’orologio atomico al cesio fu costruito in Inghilterra nel 1955. Gli orologi da polso elettrici comparvero sul mercato nel 1957, seguiti nel 1959 da un orologio elettronico che aveva un piccolo diapason al posto del tradizionale scappamento a bilanciere, e usava una pila per alimentare un circuito oscillante transistorizzato. Novità più recente sono gli orologi digitali con quadrante a Led o a cristalli liquidi. in entrambi i tipi di orologi, un cristallo di quarzo controlla le oscillazioni di una corrente elettrica, la cui frequenza viene ridotta a valori utili per la misurazione del tempo. I primi orologi elettrici per uso domestico erano in realtà orologi meccanici da parete o da

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tavolo, con scappamento a bilanciere, azionati da un piccolo motore elettrico sincrono alimentato a pila. Quelli moderni sono invece azionati da un minuscolo motore a pila che ruota con periodo costante e quindi è privo di scappamento. Gli orologi elettrici stradali sono in genere solo dei ripetitori comandati da un orologio pilota. Gli orologi al quarzo, inventati nel 1929, sono dotati di un circuito elettronico che sfrutta l’effetto piezoelettrico di un cristallo di quarzo, oscillante a 100.000hz (herz; o cicli al secondo), per regolare la frequenza della corrente elettrica fornita dalla pila. Negli orologi analogici, gli impulsi di corrente scanditi dal cristallo fanno girare le lancette, mentre in quelli digitali eccitano i cristalli. 5. Orologi a quarzo La fonte di energia in questo tipo di orologio è la pila; essendo il tempo misurato da un risonatore al quarzo. Le pile più comuni che vengono utilizzate negli orologi a Orologi al quarzo

Risonatore al quarzo

motore passo-passo

ruotismo

lancette tradizionali

pila

circuito integrato lancette elettroniche

indicatore numerico

indicatore con lancette elettroniche e cifre combinate

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quarzo sono l’ossido di argento di 1.55 volt. Il quarzo è ossido di silicio o cristallo di rocca le cui vibrazioni ad alta frequenza (32768 Hz) vengono ridotte elettronicamente da un circuito miniaturizzato fino ad una soltanto al secondo. Il dispositivo per ritardare od anticipare il tempo degli orologi a quarzo si chiama Trimmer, condensatore variabile che aumenta o diminuisce l’afflusso di corrente elettrica che stimola il quarzo. Tipo di quadrante generalmente usato per gli orologi a quarzo: Digitale (o numerico) con cifre: A) sistema L.C.D. (liquid cristal display) sempre leggibile, indicazione dell’ora con cristalli liquidi, sfruttando le proprietà tipiche dei cristalli, per quanto concerne la rifrazione della luce, su uno schema di sette segmenti, che formano una 8; il circuito integrato comanda l’accensione immediata. Il quadrante classico a lancette è chiamato a lettura analogica, usa un micromotore passo-passo che converte gli impulsi provenienti dal circuito integrato, in movimento rotatorio delle lancette. Gli orologi a quarzo a lettura analogica sono protetti contro i campi magnetici esterni (per via del micromotore); tutti gli altri con quadranti numerici non ne hanno bisogno perchè nessun componente è suscettibile di essere magnetizzato. 6. Orologi atomici Gli orologi più precisi oggi conosciuti sono gli orologi atomici, che sfruttano la frequenza di oscillazione delle radiazioni emesse da particolari atomi o molecole, in corrispondenza di transizioni tra stati energetici diversi. Il funzionamento dell’orologio atomico al cesio, usato per definire l’unità di tempo del Sistema internazionale, è basato sulla frequenza dell’energia assorbita da un atomo di cesio in corrispondenza di transizioni tra stati atomici caratterizzati da una diversa orientazione del momento magnetico. 7. Orologi ornamentali L’orologio, oltre che uno strumento di pura utilità, rappresentò spesso un elemento ornamentale e artistico. Molti orologi antichi erano decorati con incisioni raffinate, e addirittura gli orologi da torre dell’Europa tardo-medievale azionavano grosse statue di santi o di figure allegoriche. intorno al 1730 nella Foresta Nera, in Germania, cominciò la produzione degli orologi a cucù, tuttora popolari, nei quali un uccellino di legno scolpito usciva dalla cassa “cantando” l’ora. Anche l’orologio a pendolo da pavimento detto “orologio del nonno”, ha mantenuto il medesimo aspetto di quando le sue ruote dentate

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venivano fabbricate a mano: è ancora un orologio ornamentale di grande fascino e popolarità, caratterizzato da un alto mobile in cui trovano posto la scatola della meccanica, nella parte superiore, oltre al pendolo e al peso, ben visibili nella parte inferiore. 8. Orologi a pendolo Una serie di invenzioni nel XVII e nel XVIII secolo migliorò la precisione degli orologi e ne ridusse il peso e l’ingombro. L’isocronismo delle oscillazioni del pendolo, descritte da Galileo nel XVI secolo, permise al fisico olandese Christiaan Huygens di realizzare nel 1657 il primo orologio basato su tale principio. Nel 1667 Robert Hooke inventò un tipo di cappamento, poi perfezionato dall’orologiaio George Graham, che consentiva di utilizzare pendoli con piccole oscillazioni. Negli orologi a pendolo il meccanismo dello scappamento regola il rilascio graduale dell’energia e del peso mediante l’avanzamento a scatti di una ruota dentata, liberata e subito arrestata da una levetta solidale con il pendolo stesso. Mentre quest’ultimo oscilla, la ruota di scappamento avanza di un dente, emettendo il caratteristico clic, le lancette dell’orologio percorrono lo spazio equivalente a un secondo e il peso scende gradualmente finchè l’orologio deve essere ricaricato. in altri tipi di orologio meccanico la funzione del peso è sostituita dalla forza esercitata da una molla avvolta su se stessa. 9. Orologi portatili Gli orologi portatili diventarono possibili dopo l’introduzione, avvenuta in Italia verso il 1450, del motore a molla, una molla a spirale piana che, dopo essere stata caricata, forniva l’energia necessaria ad azionare il meccanismo. I primi orologi da tasca, detti in seguito a un errore di traduzione “uova di Norimberga”, furono costruiti probabilmente dall’orologiaio tedesco Peter Henlein intorno al 1500. Nel 1525 a Praga l’orologiaio Jacob Zech inventò la fusella (o conoide), un dispositivo che regolarizzava l’azione della molla motrice. Altri perfezionamenti furono la molla a spirale del bilanciere, inventata intorno al 1660 da Robert hooke, e lo scappamento ad ancora, inventato nel 1765 dall’inglese Thomas Mudge. Nel XVII secolo comparvero le lancette dei minuti e dei secondi e il vetro di protezione del quadrante; nel XVIII secolo furono introdotti i “rubini”, i cuscinetti di pietra dura che riducono l’attrito nei perni nei fori, prolungando così la vita degli orolo-

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gi. Nei secoli che precedettero la fabbricazione a macchina delle singole parti occorreva un’abilità artigianale di altissimo livello per costruire orologi precisi e resistenti. Per controllare l’attività e l’apprendistato degli orologiai sorsero organizzazioni locali di artigiani come la Corporazione degli orologiai di Parigi (1544). La corporazione nota come Clockmakers’ company, fondata a Londra nel 1630, esiste tuttora. Anche in Olanda, Germania e Svizzera lavorarono bravissimi orologiai la cui produzione era famosa per bellezza e alto grado di perfezione meccanica. Gli orologi portatili erano inizialmente scatolette di forma cilindrica o sferica e venivano portati appesi alla cintura e tenuti in tasca. Gli orologi da polso nacquero quando le dimensioni lo consentirono. dal XVIII secolo l’industria orologiaia svizzera, localizzata inizialmente nelle montagne del Giura e costituita da piccolissime fabbriche casalinghe che coinvolgevano tutta la famiglia, acquisto importanza a livello mondiale, fino a trasformarsi in un’industria di grandi dimensioni. 10. Orologi meccanici da polso Negli orologi meccanici la forza motrice, fornita da una molla o da corrente elettrica, viene trasmessa mediante un sistema di ruote dentate, la cui velocità di rotazione è controllata da un sistema oscillante, detto scappamento a pendolo o a bilanciere. L’ora è indicata più comunemente da lancette in movimento su un quadrante. Le parti di un orologio meccanico da polso si possono dividere in sei gruppi di componenti. 1) meccanismo di ricarica. Azionando il meccanismo di carica si tende la molla contenuta nel bariletto. Questa operazione si esegue per mezzo della corona di carica che aziona pignoni e ruote dentate. 2) Bariletto a molla. Ha la forma di un cilindro piatto dentato sulla superfice esterna. La ruota che si trova sopra il bariletto si chiama rocchetto, è solidale con l’asse e serve a ricaricare la molla. Le estremità della molla, contenuta nel bariletto, si agganciano da una parte all’asse, e dall’altra parte alla parete interna del bariletto. Le molle degli attuali orologi meccanici sono realizzate con metalli infrangibili ed inossidabili. 3) Ruotismo. È composto da tre ruote dentate ed è il legame tra il bariletto (sorgente di energia) e lo scappamento (distributore dell’energia).Le ruote sono dentate sulla circonferenza e solidali, al centro, con un pignone anch’esso dentato. Gli orologi di

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buona qualità sono previsti di cuscinetti e controperni di rubino sintetico (durezza 9) per ridurre l’usura dei delle ruote e per ottenere una maggiore precisione. 4) Lo scappamento. Ha il compito di distribuire l’energia. Si compone di tre parti: la ruota, l’ancora e il disco. la ruota in questo caso dentata, ed è dotata di ganci tagliati obliquamente alle estremità in modo tale da poter eseguire la duplice funzione di appoggio e di spinta sulle leve dell’ancora. Questo movimento spinge la forchetta, situata all’estremità opposta dell’ancora da sinistra a destra o viceversa, a seconda della posizione di partenza. Tra i denti della forchetta è situata la caviglia del disco, la quale, a sua volta è solidale con il bilanciere 5) Il bilanciere. È avviato dalla spirale, che è una lamella metallica estremamente sottile, dotata di grande elasticità. Allentandosi e tendendosi come una molla la spirale fa compiere al disco e alla caviglia un moto armonico, diventando così un oscillatore. Ad ogni oscillazione la caviglia urta i denti della forchetta, libera così, una delle leve della ancora dalla posizione di appoggio sui ganci della ruota di scappamento. L’ancora, così liberata, da un impulso di forza alla caviglia, ridando alla spirale energia sufficiente a completare un’altra oscillazione. Terminato il suo I SEI PRINCIPALI ORGANI DELL’OROLOGIO 1.Meccanismo di ricarica e di messa all’ora ricarica della molla e messa ll’ora delle sfere 2.Bariletto e molla motore (sorgente di energia) 3.Ruotismo (3 ruote) trasmissione della forza 1

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4.Scappamento (ruota, ancora, disco) distributore della forza 5.Bilanciere e spirale oscillatore (misura del tempo) 6.Minuteria (3 ruote sulla piastra, sotto il quadrante) Indicazione dell’ora 3

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compito l’ancora spostandosi da una posizione all’altra, va ad appoggiare l’altra sulla leva contro il gancio successivo della ruota di scappamento. Tale operazione si ripete finchè l’orologio non è scarico. 6) La minuteria. La ruota di minuteria e il ruotino di rinvio sono le minuterie dell’orologio. il rocchetto dei minuti è montato, con una frizione, sul perno della ruota di centro, sullo stesso perno gira invece liberamente la ruota a cannone. La ruota di minuteria, per mezzo del suo pignone, trasferisce la rotazione del rocchetto alla ruota cannone, demoltiplicandola allo stesso tempo di un dodicesimo. In tal modo per ogni giro completo del rocchetto dei minuti, la ruota a cannone compie solo un dodicesimo di giro. 11. Orologi con caratteristiche supplementari 1) Orologio a carica manuale. Ha all’interno una massa (rotore) che si muove per gravità a seconda dei movimenti del polso, ricaricando così la molla. Si riconosce per il caratteristico rumore del rotore e per la carica senza fine. 2) Orologio con datario. Fornisce le indicazioni della data del mese e su alcuni modelli, anche del giorno della settimana, usando un quadrante rotante, situato sotto quello normale. La correzione della data si ottiene azionando la corona, con o senza spostamento delle sfere. 3) Cronometro. La qualifica di cronometro viene assegnata, da appositi enti internazionali, agli orologi meccanici estremamente precisi che hanno superato rigorose prove di qualità. Famosi, ma ormai di solo interesse storico, sono i cronometri della marina, montati su una sospensione cardanica per tenere il delicato meccanismo sempre in posizione rigorosamente orizzontale. 4) Crongrafi. I cronografi invece sono i più comuni dei cosiddetti orologi con complicazioni: sono dotati infatti di un meccanismo complesso, capace di scandire anche le frazioni di secondo, e di un quadrante multiplo su cui si trovano lancette supplementari per fornire varie indicazioni. Alcuni cronometri specializzati, come quelli usati nelle competizioni sportive, non danno l’indicazione dell’ora, ma misurano gli intervalli di tempo fino a un millesimo di secondo. La grande diffusione degli orologi con complicazioni: oggi esistono orologi che misurano la pressione atmosferica, la profondità di immersione in mare o l’altitudine in montagna

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il battito cardiaco, la velocità di un’automobile , oppure che indicano la cadenza delle maree o la durata di una partita di calcio. 5) Impermeabile. Orologio con cassa dotata di guarnizioni, vetro particolarmente resistente e, sui modelli migliori, corona a vite con guarnizione. Nei subaquei la profondità, generalmente, è data dalla casa costruttrice in metri o in atmosfere. In quest’ultimo caso per trasformare le atmosfere in metri bisogna moltiplicare per 10 e sottrarre, dal numero così ottenuto, 10. 12. Rivestimento dell’orologio Ogni orologio può essere rivestito con diversi materiali, a seconda della importanza e del pregio dell’oggetto. 1) La cassa. esistono in oro 18kt e 14kt (rispettivamente 750/1000 e 585/1000) in argento 925/1000, placcate in acciaio; in materiali plastici in genere le più economiche. Sulle casse svizzere originali ci deve essere il marchio caratteristico (la testina). Quelle placcate in oro si ottengono con procedimento galvanico o laminatura a caldo con spessore che va da 10-80 micron (millesimo di millimetro). 2) Il vetro. Per orologi impermeabili, la preferenza è per vetri armati, o minerale con guarnizione. Il vetro infrangibile è in plexiglas, il vetro in cristallo è più duro ma si rompe, il vetro in zaffiro sintetico, è molto duro, infrangibile antigraffio. 3) Il quadrante. può essere tutto di plastica, alluminio, ottone, argento, oro e pietre dure. Le cifre si distinguono in: dipinte, intagliate, in rilievo, smaltate e in oro. Una vernice protegge il quadrante. La dicitura T. Suisse Made T sui quadranti indica invece del radium (per rendere luminoso il quadrante al buio) è usato il tritium.

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XXII. La tradizione orafa della Campania

È dalla seconda metà del XIII secolo, con l’istituzione di una scuola autoctona e con il primo statuto dell’Arte degli Orefici, concesso da Carlo II d’Angiò e poi modificato da Giovanna I nel 1380, il quale riconosceva capacità giuridica alle corporazioni artigiane, che si consolidò a Napoli, nel quartiere Pendino, il Borgo Orefici; esso divenne nel tempo il luogo rappresentativo della produzione orafa locale. Primo capolavoro riconosciuto della scuola napoletana è il busto in argento e pietre preziose di San Gennaro conservato nel tesoro del Duomo di Napoli. L’arte orafa si qualificò sin dai primi anni come arte cortigiana : non a caso i primi maestri orafi furono considerati alla stregua di consiglieri del re, ricevendo feudi e titoli nobiliari. Nel secolo XV, con lo sviluppo del commercio, la corporazione non ebbe più come solo riferimento la corte, potendo ormai contare su una committenza più vasta, soprattutto di origine borghese. Si consolidò così una scuola napoletana, con maestri indigeni che si erano sostituiti a quelli francesi e toscani che avevano dato inizio alla scuola in epoca angioina. A partire dal XVI secolo, con la dominazione spagnola, la corporazione degli orafi rappresentò la categoria artigianale economicamente più elevata, assecondando i capricci delle famiglie nobili. Le dame adornarono le già sontuose vesti con gioielli articolati e ridondanti nello sviluppo di catenine e pendenti, il “nuovo” nella moda seicentesca. Soffocato dalla pomposità del Barocco, il gioiello subì un nuovo alleggerimento delle forme. Scomparve il pendente, lasciando il posto a nastrini di velluto e a collane dagli intrecci e forme floreali. Fecero la loro prima comparsa le parures e i bracciali costituiti da diversi fili di perle tenuti insieme da piccole miniature. Sugli anelli si usarono mescolanze di pietre colorate, diamanti e strass. Per gli uomini furono realizzate

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spille e borchie per fissare le onorificenze da ostentare sugli abiti di gala. Il gioiello non fu più considerato come un oggetto di gusto personale, ma come un prodotto alla moda. In questo contesto cambiò anche il mestiere dell’orafo, che nel creare forme ripetibili per fasce sociali sempre più ampie, divenne un tecnico specializzato. L’ampliamento delle botteghe artigiane favorì un incremento della produzione di monili e preziosi, comportando di conseguenza maggiore attenzione verso la Corporazione, le cui norme per aderirvi divennero sempre più restrittive e qualitative. I nuovi sovrani, pur se favorirono il patronato di importanti e prestigiose commissioni, non mancarono però di requisire ori e argenti anche dai patrimoni ecclesiastici (con l’esclusione prioritaria del Tesoro di San Gennaro). Con le scoperte di Ercolano e Pompei ebbe grande impulso la moda del gioiello ispirato all’oreficeria romana e greca. Gli orafi si dedicarono nuovamente ad una lavorazione più tipicamente artistica, riproponendo nell’originalità di nuove forme la classicità degli antichi preziosi. Nell’ottocento si assiste anche alla grande riscoperta dei cammei, motivando la corsa al collezionismo di quelli antichi L’utilizzo del corallo divenne imperante alla fine del XVIII secolo (vedi il capitolo sul corallo). Ben presto a quella produzione fu associata l’incisione su conchiglia, anch’essa favorevole ad un mercato in progressiva crescita. Anche modelli gotici e neorinascimentali furono fonte d’ispirazione, come è testimoniato dall’opera di Carlo Giuliani e Giacinto Melillo, due maestri napoletani tra i più rappresentativi dell’ottocento. Comunque, a parte alcuni episodi propri del cosiddetto “stile borbonico” (ad es. i famosi orecchini “a lampadario”) la gioielleria napoletana dell’ottocento seguì le grandi tendenze della moda del tempo, perlopiù ispirate da modelli parigini, sempre reinterpretati in maniera originale dai nostri maestri. Nella seconda metà dell’800, il contatto con l’arte giapponese apportò nuove forme e l’utilizzo degli smalti. Si arrivò al grafismo dell’Art Nouveau e gli artigiani napoletani inventarono nuove forme pur ispirandosi al mondo vegetale e animale. Intanto il Borgo Orefici aveva visto completamente mutare la sua fisionomia in seguito alla risistemazione urbanistica di fine ottocento (il cd. “Risanamento di Napoli”). Alle soglie del primo conflitto mondiale le avanguardie artistiche toccarono anche Napoli. Si abbandonarono le sinuosità liberty in favore di linee semplici ed ordinate

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nel pieno rispetto della purezza geometrica e la produzione orafa rientrò anch’essa nel settore della produzione industriale del dopoguerra. Accanto ad una produzione artigianale di qualità medio-alta, prevalentemente ispirata ai modelli coevi della gioielleria europea o agli stilemi della cosiddetta “gioielleria borbonica” (il cd. “stile antico”) si affermavano a Napoli dall’inizio del novecento alcune “Maisons” di alta gioielleria, come Ventrella o Virgilio, in cui l’altissima qualità della lavorazione artigianale si univa ad una spiccata originalità nel design e nella creazione di nuovi modelli. Nel contesto di una commercializzazione sempre più ampia di prodotti, larga fortuna ebbe la perla coltivata che trasformò il mercato di quelle naturali in un mercato sempre più esclusivo. L’utilizzo del platino (scoperto all’inizio del secolo) grazie alla sua malleabilità e morbidezza, si diffuse sempre più, permettendo una realizzazione di montature leggere e maggior utilizzo delle pietre tagliate a baguette, secondo l’ultima moda della gemmologia. Dopo la seconda guerra mondiale fu rilanciato l’oro giallo che soppiantò il ridondante uso di pietre preziose creando gioielli meno impegnativi e più facili da indossare. Fino alla fine del ‘900 l’artigianato orafo campano è rimasto sostanzialmente concentrato nei tradizionali poli produttivi del Borgo Orefici e di Torre del Greco. In particolare, a Torre del Greco sono attive circa 400 aziende del settore, che danno lavoro a quasi 6.000 addetti. Operano due scuole dedite esclusivamente alla formazione di giovani artigiani. Il Borgo Orefici continua ad essere un punto di riferimento per l’artigianato di qualità, con oltre 150 aziende artigiane e la presenza di oltre 100 gioiellerie in meno di un chilometro quadrato, che ne fanno un centro commerciale unico al mondo. Le mutate esigenze produttive e l’espansione del settore hanno indotto numerosi imprenditori el settore ad adottare il modello del centro polifunzionale, dove allocare le attività produttive, distributive all’ingrosso ed i servizi alle attività commerciali e produttive. E’ nato così il “Tarì”, ubicato nell’area industriale di Marcianise (CE), a 12 km. da Napoli, dove si concentrano oltre 200 aziende di produzione e commercio di preziosi e le relative attività di servizio. Il Tarì è divenuto operativo nel 1996 ed ospita periodicamente manifestazioni fieristiche. Un secondo centro polifunzionale, “Oromare”, sta sorgendo nell’area industriale di

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Marcianise; esso ospiterà oltre 200 aziende già operanti nel settore o di nuova costituzione. E’ inoltre in fase di realizzazione, in un’area adiacente al “Tarì”, il “Polo della Qualità”, complesso dedicato alla Moda ed alla Gioielleria.

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APPENDICE


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Ruolo Periti ed Esperti

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Iscrizione al ruolo dei periti e degli esperti presso le camere di commercio Il decreto ministeriale del 29 dicembre 1979 ha delineato il nuovo regolamento tipo per la formazione del ruolo dei periti e degli esperti presso le camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura (pubblicato in Gazzetta Ufficiale n°24 del 25/1/1980). Il ruolo è distinto in categorie e sub categorie, comprendenti funzioni, merci e manufatti in relazione alle singole attività economiche di produzione e di servizi che si svolgono nella provincia , secondo un elenco prodotto dalla camere di commercio ed approvato dal Ministero dell’industria, del commercio e dell’artigianato . L’aspirante all’iscrizione deve presentare domanda in bollo (Euro 10,33) corredata dei documenti comprovanti i seguenti requisiti : a) avere compiuto 21 anni di età b) essere cittadino italiano o di uno degli Stati membri della Comunità economica europea c) essere residente nella circoscrizione della camera di commercio a cui è diretta la domanda d) avere assolto gli obblighi derivanti dalle norme relative alla scuola dell’obbligo vigenti al momento dell’età scolare dell’interessato, conseguendo il relativo titolo (se cittadino di uno degli stati membri della comunità economica europea l’aspirante deve allegare alla domanda l’originale o copia autenticata del titolo di studio che l’autorità diplomatica o consolare italiana , competente per territorio, abbia riconosciuto corrispondente a quello richiesto per i cittadini italiani). e) godere dell’esercizio dei diritti civili. Gli iscritti in albi professionali sono tenuti a presentare solo i documenti nelle lettere b) e c). L’ aspirante deve esibire tutti gli altri titoli e documenti validi a comprovare la propria idoneità all’esercizio di perito o di esperto nelle categorie e sub categorie per le quali richiede l’iscrizione (l’iscrizione non può avere luogo per più di tre categorie e sempre che tali categorie siano affini tra loro). La commissione , nominata dalla giunta della camera, valuta i titoli e i documenti presentati dall’aspirante a comprovare la propria idoneità all’esercizio di perito o di esperto nelle categorie e sub categorie per le quali richiede l’iscrizione.

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La commissione, nel caso ritenga a suo insindacabile giudizio che i titoli e i documenti esibiti non siano sufficienti a comprovare l’idoneità dell’aspirante all’esercizio di perito ed esperto nelle categorie e sub categorie per le quali richiede l’iscrizione, ha facoltà di sottoporre il candidato ad un colloquio. Ai fini del medesimo la commissione potrà avvalersi di persone di riconosciuta competenza in materia. Per iscriversi l’aspirante deve corrispondere la tassa di concessione governativa ed il diritto di cui alla legge 27/02/1978, n. 49 (il versamento per i diritti di segreteria è di euro 31 mentre il versamento per tasse di concessioni governative è di euro 129,11) La camera di commercio provvede, ogni anno, all’aggiornamento del ruolo in base agli elementi in suo possesso ed alla proposta della commissione, mentre ogni quattro anni provvede alla revisione generale del ruolo in base ad istruttoria eseguita dalla commissione anzidetta. E’ da precisare infine che i periti e gli esperti iscritti nel ruolo esplicano funzioni di carattere essenzialmente pratico con esclusione di quelle attività professionali per le quali sussistono albi regolati da apposite disposizioni. Iscrizione all’albo dei consulenti tecnici d’ufficio C.T.U. presso i Tribunali Si danno di seguito alcune indicazioni di massima sull’iter amministrativo per l’iscrizione all’albo dei consulenti tecnici d’ufficio (C.T.U) presso i Tribunali, tenendo presente che esso può variare a seconda delle sedi giudiziarie e che quindi occorre informarsi sulla procedura adottata presso il Tribunale ove ci si intende iscrivere. Occorre generalmente presentare la seguente documentazione : 1) domanda in bollo indirizzata al Presidente del Tribunale (fac-simile da ritirare all’ufficio C.T.U.) 2) estratto di nascita (esente da bollo) 3) certificato di residenza in bollo, di data non anteriore a 6 mesi, rilasciato da un comune del circondario 4) certificato di iscrizione, in bollo, all’ordine o al collegio professionale ovvero alla Camera di Commercio (di data non anteriore a 6 mesi) 5) certificato generale del Casellario Giudiziale, in bollo, di data non anteriore a 6 mesi 6) eventuali specializzazioni in bollo 7) autorizzazione dell’amministrazione di appartenenza per gli aspiranti che siano pubblici dipendenti

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8) attestazione del versamento di euro 129,11 da effettuarsi sul conto corrente postale n°8003 intestato all’Ufficio Tasse e concessioni governative di Roma L’aspirante all’iscrizione nell’albo dei C.T.U., ai fini della valutazione della “specchiata condotta” deve essere immune da condanne penali e non avere procedimenti penali a suo carico. È da evidenziare che chi è iscritto ad un albo professionale (geologi,ingegneri…) può iscriversi all’albo C.T.U. (producendo le specializzazioni di interesse come al punto 5) non ha l’obbligo di iscriversi al ruolo dei periti ed esperti della camera di commercio La commissione C.T.U. decide se accettare l’iscrizione valutando i titoli presentati.

Soci della Federazione Orafi Campani iscritti nel ruolo Periti ed Esperti delle Camere di Commercio della Campania AVELLINO

Di Dio Alfredo

BENEVENTO

Perrella Antonio

SALERNO

Ferrante Gaetano

NAPOLI

Cosma Anzovino, Gaetano Cardola, Cosimo Caruso, Ciro Cuomo, Marina De Martino, Maurizio De Nobili, Luigi De Simone, Francesco Di Gennaro, Pasquale Esposito, Leonardo Gaito, Maria Gaito, Stefania Gaito, Pasquale Gallotta, Maurizio Mandile, Luigi Nardi, Gennaro Palmieri, Angela Petraccone, Raffaella Petraccone, Biancamaria Pezzuto, Giuseppe Pezzuto, Luciano Salvati.

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Associazioni di categoria

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CONFEDORAFI

Viale Trastevere 108 00153 Roma tel. 06 5813613 - 06 5813164 fax 06 5814523 www.confedorafi.it email: info@confedorafi.it

Presidente: Vincenzo Giannotti Direttore: Claudio Tomassini La Confedorafi è l’Unione italiana delle federazioni ed associazioni nazionali di categoria tra industriali, artigiani, commercianti all’ingrosso, commercianti al minuto, rappresentanti ed agenti di commercio di oreficeria, gioielleria, argenteria, orologeria, metalli preziosi, pietre preziose, diamanti, perle, coralli ed affini. La Confedorafi ha il compito di rappresentare unitariamente il settore orafo argentiero italiano presso le istituzioni internazionali, nazionali e locali. La sua finalità è quella di armonizzare le istanze e coordinare le attività delle dieci Federazioni ed Associazioni Nazionali che la compongono, indirizzando le singole esigenze all’interesse generale della categoria. A tale scopo può sia supportare le iniziative federali, sia assumersi direttamente la responsabilità di specifici progetti. Attraverso le proprie Federazioni, cura la formazione e l’aggiornamento professionale. La Confedorafi collabora strettamente con le principali fiere orafe italiane; con gli enti di promozione dell’oro, del platino e dei diamanti; con istituti bancari per progetti in campo creditizio, assicurativo, previdenziale.

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ASSOCIAZIONE ORAFA VALENZANA

Piazza Don Minzoni 1 15048 Valenza (Alessandria) tel. 0131 941851 telefax 0131 946609 e-mail: aov@interbusiness.it; aov@confedorafi.it

Presidente: Vittorio Illario Vice Presidente: Roberto Mangiarotti Segretario: Bruno Guardona Direttore: Germano Buzzi L’Associazione Orafa Valenzana riunisce le imprese che fanno riferimento al distretto produttivo e commerciale di Valenza Po.

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ASSOCORAL

Via Marconi 26 - P.O. Box 122 80059 Torre del Greco (Napoli) tel. e telefax 081 8821427 e-mail: assocoral@libero.it; assocoral@confedorafi.it

Presidente: Mauro Ascione Vice Presidente Vicario: Giuseppe Rajola Vice Presidente: Giovanni Aucella Direttore: Nello Del Gatto L’Assocoral è l’Associazione Nazionale Produttori di Corallo, Cammei e Materie Affini; Orafi, Commercianti, Agenti di Commercio e Disegnatori di gioielli ed oggetti con componenti di Corallo, Cammei e Materie Affini. L’Assocoral si pone come scopo la valorizzazione, la tutela, la salvaguardia, la promozione di tutto quanto attiene il Corallo, i Cammei, le Materie Affini, nonché i comparti produttivi orafi ad essi connessi.

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FEDERARGENTIERI

Federazione Nazionale Fabbricanti Argentieri Piazza Michelangelo Buonarroti, 32 20149 Milano tel. 02 43319765 telefax 02 43319542 e-mail: federargentieri@iol.it; federargentieri@confedorafi.it

Presidente: Matteo Stancampiano Vice Presidente: Vittorio Belfiore Vice Presidente: Franco Mercuri Segretario: Gianmario Gatti La FederArgentieri rappresenta e tutela gli interessi degli argentieri italiani, artigiani e industriali - produttori di gioielleria, posateria e vasellame - presso lo Stato Italiano, gli Organi Nazionali ed Internazionali di categoria e le Fiere orafo-argentiere in Italia e all’estero.

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FEDERBANCHI

Federazione Nazionale Banchi Metalli Preziosi Via S. Pietro all’Orto, 3 20121 Milano tel. 02 76005060 - 76 008738 telefax 02 782415 e-mail: federbanchi@orafalombarda.it; federbanchi@confedorafi.it

Presidente: Fausto Faleri Segretario: Francesca Argentiero La Federazione riunisce le aziende che commercializzano metalli preziosi allo stato grezzo e sotto forma di semilavorati, le imprese che effettuano il saggio dei metalli e quelle che eseguono il recupero dei metalli dai cascami di lavorazione.

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FEDERAZIONE NAZIONALE DETTAGLIANTI ORAFI, GIOIELLIERI, ARGENTIERI E OROLOGIAI

Via Re Tancredi, 8 00162 Roma tel. 06 4404105 telefax 06 44251229 e-mail: info@fndettorafi.it; federdettaglianti@confedorafi.it

Presidente: Nicola Curto Vice Presidente Vicario: Piero Blondi Vice Presidente: Fiorenzo Ghiso Vice Presidente: Giuseppe Petochi Segretario: Alberto Vannini Direttore: Steven Tranquilli La Federazione Nazionale Dettaglianti Orafi riunisce circa 5000 aziende di commercio al minuto e 41 associazioni territoriali facenti parte del sistema Confcommercio.

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FEDERAZIONE NAZIONALE COMMERCIANTI GROSSISTI ORAFI, GIOIELLIERI, ARGENTIERI

Piazza G.G. Belli, 2 00153 Roma tel. 06 5898280 - 06 5866390 telefax 06 5898473 e-mail: orafigrossisti@confcommercio.it; federgrossorafi@confedorafi.it

Presidente: Luigi Cassata Direttore: Alessandra Colonna La Federazione Nazionale Grossisti Orafi, Gioiellieri, Argentieri riunisce le imprese che esercitano il commercio all’ingrosso di oreficeria, gioielleria ed argenteria.

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FEDERPIETRE

Federazione Nazionale Commercianti in Diamanti, Perle, Pietre Preziose e Lapidari Viale della Repubblica 3/d 15048 Valenza (Alessandria) tel. e telefax 0131 942881 e-mail: federpietre@confedorafi.it

Presidente: Roland Smit Vice Presidente: Raffaele Maino Segretario: Danilo Pasquarelli Responsabile Comunicazione e Segreteria: Sonia Sbolzani Federpietre associa le maggiori imprese italiane specializzate nell’importazione, lavorazione e commercio di diamanti, pietre preziose, perle naturali e coltivate.

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FEDERRAPPRESENTANTI

Federazione Nazionale Rappresentanti ed Agenti di Commercio Preziosi Via Condotti 61/a 00187 Roma tel. 06 6783461 telefax 06 6798841 e-mail: federrappresentanti@libero.it; federappresentanti@confedorafi.it

Presidente: Carlo Valabrega Presidente Onorario: Carlo Bonomo Vice Presidente: Massimo Leone Segretario: Giovanni Vignola La Federrappresentanti è l’organizzazione associativa nazionale degli agenti e rappresentanti di commercio operanti nel settore dei preziosi (oro, gioielli, pietre, argento, orologi, coralli ed affini).

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FEDERORAFI

Federazione Nazionale Orafi Gioiellieri Fabbricanti Piazza Buonarroti, 32 20149 Milano tel. 02 4815364 fax 02 4815118 www.federorafi.it e-mail: info@federorafi.it

Presidente: Alessandro Biffi Direttore: Stefano De Pascale La Federorafi riunisce le imprese produttrici di gioielleria ed oreficeria. Aderisce a Confindustria.

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Schede tecniche

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SCHEDA TECNICA

Aprile srl

nome ragione sociale indrizzo città tel. fax e-mail web partita iva cciaa sede legale anno di fondazione referente area of business descrizione attività

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Aprile Aprile srl c/o Centro Orafo Il Tarì - Zona Asi Sud 81025 Marcianise (Ce) 0823 821447-48 0823 837177 aprile@tari.it www.aprileorafi.it 06521940632 496335 via Donnalbina, 56 - 80134 Napoli 1992 Dr.ssa Carmen Caccia Italia Industria Orafa


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Gruppo Assiteca Metodi e strumenti per soluzioni assicurative mirate

Il Gruppo Assiteca nasce nel 1982 dall'iniziativa di alcuni professionisti del settore assicurativo ed è ora considerato una tra le più importanti realtà del brokeraggio assicurativo in Italia. Il responsabile della sede napoletana è Sergio Esposito. “La forza del gruppo Assiteca si basa da sempre sulle capacità di calare nelle specifiche realtà locali la propria esperienza internazionale - dichiara il broker napoletano”. Assiteca Napoli nata nel 1986 è oggi una delle società di brokeraggio assicurativo più importanti dell'Italia Meridionale specializzatasi negli anni in settori complessi quali rischi industriali, trasporti, banche. Ma non solo. Significativa è la loro presenza nel comparto dell'oreficeria campana sia nei segmenti della produzione che della distribuzione. Da anni Sergio Esposito è il broker delle principali realtà italiane di questo comparto. “Grazie ad una lunga esperienza maturata con i più importanti imprenditori del settore siamo in grado di suggerire le proposte più appropriate per affrontare e coprire tutti i rischi legati all'operatività aziendale - continua il nostro interlocutore”. Assiteca fornisce al cliente una gamma completa di servizi personalizzati: la sua attività consiste sia nella consulenza e intermediazione assicurativa che nell'analisi tecnica dei rischi aziendali. “Uno dei nostri punti di forza è quello di riuscire a dare ai clienti - continua Esposito - le migliori soluzioni per la gestione del rischio e la combinazione costi-benefici più vantaggiosa”. Oggi il Gruppo Assiteca è costituito da quattordici sedi in Italia e tramite EOS RISQ, gruppo leader di brokeraggio assicurativo, è presente in oltre 100 Stati, in Europa e nel mondo.

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SCHEDA TECNICA

Astronomo G. sas

nome ragione sociale indrizzo

tel. fax e-mail partita iva cciaa anno di fondazione descrizione attività

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Astronomo Astronomo G. sas via Ernesto Capocci, 12 80133 Napoli e c/o Centro Orafo Il Tarì / 235 - Zona Asi Sud 81025 Marcianise (Ce) 0823 513163 0823 513164 info@astronomodiamanti.com 04456200635 NA - 360142 1985 Commercio preziosi (diamanti)


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SCHEDA TECNICA

Cangiano di Nardo & C.

nome ragione sociale indrizzo città tel. fax e-mail web partita iva cciaa sede legale anno di fondazione referente area of business descrizione attività

Cangiano Di Nardo & C. Di Mauro & Raul Cangiano sas c/o Centro Orafo Il Tarì - Zona Asi Sud 81025 Marcianise (Ce) 0823 513174 0823 513175 cangianodinardo@tin.it www.gioiellicangiano.com 02436070615 Ce - 1998 - 47229 Centro Orafo Il Tarì 1925 Cangiano Mauro Italia - Estero Commercio all’ingrosso di oreficeria

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SCHEDA TECNICA

Nicola Capuano sas

nome ragione sociale indrizzo città tel. fax e-mail web partita iva anno di fondazione referente area of business descrizione attività

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Nicola Capuano sas Nicola Capuano sas di Bianca Maria Capuano e C. c/o Centro Orafo Il Tarì - Zona Asi Sud - Mod. A1T02 81025 Marcianise (Ce) 0823 837624 0823 837625 nicolacapuano@tari.it www.nicolacapuano.com 0685140636 1897 Ing. Pietro Capuano Italia Ingrosso gioielleria artigianale prodotta in paesi a basso costo di mano d’opera


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SCHEDA TECNICA

Consorzio Antico Borgo Orefici

nome ragione sociale indrizzo città tel. fax e-mail web partita iva cciaa sede legale anno di fondazione referente area of business descrizione attività

Consorzio Antico Borgo Orefici Consorzio di attività esterna Piazza Bovio, 33 80100 Napoli 081 5523708 081 5424497 info@anticoborgorefici.it www.anticoborgorefici.it 07601820637 n.REA 636264, iscr. del 17/05/2000 Napoli 2000 Roberto de Laurentiis, Fabrizio Monticelli Oreficeria - Gioielleria (servizi) Realizzazione di iniziative ed attività finalizzate alla riqualificazione dell’area urbana denominata “Antico Borgo Orefici” ed alla valorizzazione dell’artigianato artistico rappresentato dalla lavorazione dei metalli e delle pietre preziose.

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SCHEDA TECNICA

di Luca 1929

nome ragione sociale indrizzo città tel. fax e-mail web partita iva cciaa sede legale anno di fondazione referente area of business descrizione attività

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di Luca 1929 di Luca 1929 spa Via Montedoro, 21/23 80059 Torre del Greco (NA) 081 8824666 081 8492132 info@diluca1929.it www.diluca1929.it 01268031216 01709170631 - R.E.C./315997 Torre del Greco (NA) 1957 Luigi di Luca, Aristide Bello Italia - Giappone - Usa - Europa Linee di gioielleria: “di Luca e il Mediterraneo”


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SCHEDA TECNICA

D.G. Preziosi srl

nome ragione sociale indrizzo città

tel. fax partita iva cciaa sede legale anno di fondazione referente area of business descrizione attività

Pino Di Gennaro & figli D.G. Preziosi srl Via Grande Orefici, 1 80133 Napoli e c/o Centro Orafo Il Tarì - Zona Asi Sud 81025 Marcianise (Ce) 081 200104 - 0823 513011 081 204335 - 0823 513013 06538820637 498399 via Cilea, 183 - 80100 Napoli 1900 Diego Di Gennaro (Tarì), Riccardo Di Gennaro (Napoli) Italia Lavorazione e commercio diamanti. Produzione e commercializzazione di montature per gioielleria

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SCHEDA TECNICA

Di Gennaro Giuseppe srl

nome ragione sociale indrizzo città tel./ fax partita iva cciaa sede sociale anno di fondazione referente descrizione attività

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Di Gennaro Giuseppe Di Gennaro Giuseppe srl c/o Centro Orafo Il Tarì - Zona Asi Sud (filiale) mod. 171 81025 Marcianise (Ce) 0823 513093-94 04838500637 Napoli 397530 via dei Mille, 40 - 80121 Napoli 1985 Di Gennaro Giuseppe Commercio ingrosso preziosi (diamanti)


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SCHEDA TECNICA

D.P. Gioielli

nome ragione sociale indrizzo città tel. fax e-mail web partita iva cciaa sede legale anno di fondazione referente area of business descrizione attività

Giuseppe Di Gennaro D. P. Gioielli di Giuseppe Di Gennaro & C. sas c/o Centro Orafo Il Tarì - Zona Asi Sud 81025 Marcianise (Ce) 0823 513017 0823 513016 dpgioielli@tari.it www.dpgioielli.com 06113740630 Napoli 473654 via dei Mille, 16 - 80121 Napoli 1990 Francesco Di Gennaro Italia/Spagna Produzione gioielleria e ingrosso pietre preziose

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SCHEDA TECNICA

Fratelli Dinacci srl

nome ragione sociale indrizzo città

tel. fax e-mail partita iva sede legale anno di fondazione referente area of business descrizione attività

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Fratelli Dinacci Fratelli Dinacci srl c/o Centro Orafo Il Tarì - Zona Asi Sud, Mod 38/39/168 81025 Marcianise (Ce) Via B. Cellini, 4 80133 Napoli 081 204831 - 0823 838974 081 283921 - 0823 513156 fratellidinacci@libero.it 00702820630 via Grande Orefici, 7 - 80133 Napoli 1900 Flavio Dinacci Europa - America - Asia Produzione e distribuzione montature per gioiellerie. Saggio metalli preziosi. Recupero metalli da pulimenti scorici. Semilavorati e microfusione.


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SCHEDA TECNICA

F.lli Vigorita

nome ragione sociale indrizzo città tel./ fax e-mail web partita iva anno di fondazione referente area of business descrizione attività

F.lli Vigorita F.lli Vigorita surl c/o Centro Orafo Il Tarì - Zona Asi Sud / mod. 63-64 81025 Marcianise (Ce) 0823 513209 fratellivigorita@tari.it www.fratellivigorita.com 02748540610 1980 Francesco Vigorita Italia Produzione di gioielli in montatura.

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SCHEDA TECNICA

Fioretti Argenti

nome ragione sociale indrizzo città tel. fax e-mail partita iva cciaa sede legale anno di fondazione area of business descrizione attività

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Fioretti Argenti Fioretti Argenti srl c/o Centro Orafo Il Tarì - Zona Asi Sud 81025 Marcianise (Ce) 0823 513108-09 0823 513106 fiorettiargenti@tari.it 02320000611 Rea 152558-Ce Marcianise (Ce) 1996 Italia (oreficerie e gioiellerie) Ingrosso argenterie. Bijoutterie


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SCHEDA TECNICA

Gianni Carità

nome ragione sociale indrizzo città tel. fax e-mail web partita iva cod.fisc. e reg.imp. iscrizione r.e.a. sede legale anno di fondazione referente area of business descrizione attività

Gianni Carità Gianni Carità & Figli spa c/o Centro Orafo Il Tarì - Zona Asi Sud 81025 Marcianise (Ce) 0823 821252 0823 513232 giannicarita@tari.it www.giannicarita.com 07794310636 Napoli 06521900636 Napoli 660326 Via Donnalbina, 56 - 80134 Napoli fondazione storica 1834 Vincenzo Carità Italia - Estero Produzione e distribuzione di gioielleria ed oreficeria

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SCHEDA TECNICA

Gianni Pace Gioielli

nome ragione sociale indrizzo città tel. fax e-mail web partita iva sede legale anno di fondazione referente area of business descrizione attività

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Salvio Pace Gianni Pace Gioielli sas di Pace Salvatore & C. c/o Centro Orafo Il Tarì - Zona Asi Sud, mod. A4T06 81025 Marcianise (Ce) 0823 517046 0823 839275 gpacegioielli@tari.it www.giannipacegioielli.com 06519270638 c/o Studio Lepre - via S.Baldacchini, 11 / Napoli 1956 Salvio Pace Campania (e Sud) Produzione gioielleria


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SCHEDA TECNICA

I Gioielli del Sole

nome ragione sociale indrizzo città tel. / fax e-mail web partita iva sede legale anno di fondazione referente descrizione attività

I Gioielli del Sole I Gioielli del Sole sas di Gaetano Cardola c/o Centro Orafo Il Tarì - Zona Asi Sud 81025 Marcianise (Ce) 0823 513244 igioiellidelsole@tari.it www.igioiellidelsole.com 02433190614 c/o Centro Orafo Il Tarì - Zona Asi Sud 1997 Gaetano Cardola Produzione di articoli di gioielleria con diamanti e pietre preziose

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IGI International Gemological Institute

Fondato nel 1975, l’International Gemological Institute oggi è il più grande istituto gemmologico del mondo. Oltre 380 professionisti altamente qualificati ogni giorno identificano e classificano migliaia di diamanti, pietre di colore e articoli di gioielleria. Il Diamond Report attesta l’autenticità del diamante ed elenca le 4 C basate sul sistema di classificazione internazionale. Il Colored Stone Report conferma l’autenticità della gemma identificandone specie e varietà. Il Jewelry Identification Report fornisce una descrizione di tutte le differenti componenti di un pezzo di gioielleria, quali i metalli preziosi, i diamanti e le pietre di colore. È di estrema importanza sottoporre le pietre ad un esame gemmologico in un momento di proliferazione di pietre sintetiche e trattate. I servizi Laserscribe permettono la microincisione su diamanti di logo, numeri seriali e messaggi personali in modo di dotarli di mezzi permanenti di identificazione. Componente centrale dell’I.G.I. è la Scuola di Gemmologia che eroga corsi a studenti di tutto il mondo anche nei paesi di origine, nelle più svariate lingue (inglese, francese, olandese, arabo, cinese, hindi, giapponese, russo, coreano, spagnolo, turco e naturalmente italiano). Le gemme studiate sono il diamante sia grezzo che lavorato, le pietre di colore e le perle. La Scuola di Gemmologia dell’I.G.I. organizza anche seminari e apposite sessioni educative destinate alle aziende di gioielleria al dettaglio. L’I.G.I. ha iniziato l’attività della Scuola di Gemmologia in Italia nel 1997 ed organizza corsi a Cavalese, Napoli, Trieste, Bolzano, Mestre-Venezia, Catania, Roma, Macerata, Perugia e altre città. Ogni anno centinaia di studenti seguono i corsi e dopo il superamento di un esame finale ottengono i Certificati e i Diploma I.G.I. riconosciuti in tutto il mondo.

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SCHEDA TECNICA

Oromare

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Consorzio Oromare Oromare S.C.AR.L. Via Tironi, 10 80059 - Torre del Greco (NA) 081 8829735 081 8495986 info@oromare.com www.oromare.com 03537031217 Torre del Greco (NA) - Marcianise (CE) 1998 Paolo Improta Consorzio di 200 imprese operanti nella produzione e/o commercializzazione all’ingrosso di corallo, cammei, oro, argento, preziosi e semipreziosi. In fase di costruzione un centro polifunzionale che accoglierà tutte le imprese nel Comune di Marcianise.

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Storie di successo RAS: Servizi su misura per gli operatori del comparto orafo

La Storia: La Ras - Riunione Adriatica di Sicurtà, viene fondata a Trieste nel 1883, allora principale porto dell’Impero Asburgico - con una vocazione marcatamente internazionale. E’ nel 1889 che viene costituita a Vienna l’Interunfall, prima società di un gruppo che continua ad espandersi, nonostante le battute d’arresto delle due grandi guerre mondiali. Nel 1947 la sede sociale della compagnia è trasferita a Milano. Spiccate capacità d’innovazione portano la Ras a precorrere i tempi ed a essere antesignana non solo nel settore assicurativo ma anche in quello finanziario. Sin dal 1970 la Compagnia è infatti presente nel comparto dei fondi comuni d’investimento lussemburghesi; il primo fondo d’investimento viene lanciato nel 1984 proprio dalla Ras. Anche il primo fondo pensione istituito da una compagnia di assicurazioni ad essere utilizzato nel paese è Previras della Ras.Seguendo queste direttrici, nel 1989 la compagnia ha fondato Rasbank, diventata nel 1995 la prima banca telefonica italiana, che oggi ha estesa la sua attività anche via internet. Nel 1996 la Ras, rappresentata dall’Agenzia Principale Napoli Ovest, sigla con il Tarì, Centro Polifunzionale orafo ubicato a Marcianise, un accordo per assicurare il complesso e le sue società operative . Apre, altresì, un ufficio per garantire un servizio continuativo ai soci ed ai loro dipendenti e collaboratori. L’attività svolta nel corso degli anni ha consentito alla Ras, compagnia che opera a 360 gradi dai rischi industriali alla gestione al risparmio, dalla previdenza alla protezione dei beni e della persona, l’approfondimento, l’individuazione e soluzione delle problematiche caratteristiche del comparto orafo. Attualmente si contano all’attivo 2500 clienti, soci del Consorzio e non, grazie ad un servizio di consulenza portato avanti da professionalità attente e preparate che seguono i clienti condividendone bisogni e aspettative.

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SCHEDA TECNICA

Roberto Giannotti

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Roberto Giannotti e Figli Roberto Giannotti e Figli srl c/o Centro Orafo Il Tarì - Zona Asi Sud 81025 Marcianise (Ce) 0823 512511 0823 838324 info@robertogiannotti.com www.robertogiannotti.com 03996400630 347027 Via Strettola agli Orefici, 8 - 80133 Napoli Vincenzo Giannotti Ing. Amedeo Giannotti Distribuzione all’ingrosso di oreficeria e gioielleria. Leader per quantità e qualità del portafoglio-clienti nel Centro-Sud Italia

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SCHEDA TECNICA

Trasparenze

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Trasparenze Trasparenze sas di Paolo Minieri & C. c/o Centro Orafo Il Tarì - Zona Asi Sud 81025 Marcianise (Ce) 0823 837635 0823 837637 trasparenze@tari.it www.trasparenze.net 06539470630 497355 c/o Centro Orafo Il Tarì - Zona Asi Sud 1992 Paolo Minieri Italia-Europa Taglio e importazione pietre preziose e semipreziose.


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SCHEDA TECNICA

Urigold

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Urigold Urigold srl c/o Centro Orafo Il Tarì - Zona Asi Sud / mod. 90-91 81025 Marcianise (Ce) 0823 513072-73 urigold@tari.it www.urigold.com 06485270638 492204 Via V. Padula, 2 Ed.E/2 - Napoli 1975 Sozio Marcello Europa Ingrosso preziosi

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finito di stampare a Napoli nel mese di marzo 2004


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