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deciso così. Lasciò la stanza d’albergo del nostro ultimo incontro senza salutare, correndo via in lacrime. Mi piantò lì da solo, frastornato, in un silenzio agghiacciante. Poi, dopo il fattaccio, probabilmente conobbe tutto di me dai giornali e dalla tivvù. E circa un anno dopo mi spedì quei fogli che decifrai a fatica, con l’aiuto di un amico medico: erano le fotocopie delle analisi del DNA di suo marito e del bimbo, da cui risultava che questi non era figlio del padre ufficiale. I nomi però erano stati raschiati via sull’originale, sostituiti ad ogni occorrenza dalle voci MARITO e FIGLIO scrit-

so le responsabilità del nostro fallimento, che, quando poi all’improvviso m’ero ritrovato solo con me stesso, ero rimasto anche da solo a fare i conti con tutto il peso della colpa di entrambi. E così finivo per identificarmi in tutte le occhiate di disprezzo della gente che incontravo all’uscita del commissariato. Ma poi un giorno Morelli mi convocò nel suo ufficio e mi disse che la scientifica aveva reso pubblici i risultati delle proprie indagini, ed era venuto fuori che Raffaella aveva un amante che aveva passato quella notte con lei, che c’erano tracce di seme e DNA altrui dentro e fuori di lei, e capelli di

Sono passati quindici anni, la mia vita non è più cambiata. Faccio il portiere di notte in un alberghetto a cui mi sono affezionato molto perché pare la metafora della mia stessa esistenza: ha conosciuto altri fasti, ogni tre anni perde una stella, e gliene son rimaste appena due. te a mano. Così non riuscii mai più a rintracciarla. Non mi diede alcuna possibilità di abbracciare quello che, dunque, doveva essere il mio bambino. D’altra parte allora mi dissi che era meglio così, ero senza soldi e m’ero deciso a vendere la casa. Ora vivo nella stanza messa a mia disposizione dall’albergo di cui sono il portiere di notte, e mi nutro degli avanzi del ristorante annesso. Ho vissuto per poco più d’un mese radicato nella convinzione d’aver ucciso Raffaella. Mi sentivo in colpa, forse per averla tradita, ma d’averla tradita, in realtà, non m’ero mai sentito in colpa. Allora forse fu perché negli ultimi tempi eravamo così arroccati a difenderci l’uno dalle accuse dell’altra, così ostinati a scaricarci reciprocamente addos-

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un altro nelle sue unghie: impronte di ignoto sul coltello che le aveva scavato il cuore. Il colpevole era sicuramente un altro, mi disse il commissario, mi prese il polso con una stretta rassicurante: «Vedrà», concluse, «lo troveremo quel criminale. Prima o poi, stia tranquillo, lo acciufferemo: abbia fede nella giustizia...». Così seppi tutto in un istante: che mia moglie a sua volta mi tradiva, e che aveva una relazione segreta col suo futuro assassino. Continuai comunque a sentirmi in colpa, sia pure per altri motivi... Invece non l’hanno mai acciuffato, ovviamente, quel criminale. Sono passati quindici anni, la mia vita non è più cambiata. Faccio il portiere di notte in un alberghetto a cui mi sono affezionato molto perché

pretesti | Maggio 2012

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PreTesti • Occasioni di letteratura digitale • Maggio 2012 • Numero 5 • Anno II  

Magazine di letteratura digitale di Telecom Italia S.p.a. Per informazioni info@pretesti.net

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