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pretesti Occasioni di letteratura digitale

L’acquedotto di Cervia di Gene Gnocchi

L’incantesimo di Dickens di Edoardo Rialti

Il miracolo della parola di Marek Halter

Febbraio 2012 • Numero 2

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Messico e nuvole

di Gianni Biondillo

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Editoriale Sono trascorsi duecento anni dalla nascita di Charles Dickens e Alessandro Mari propone un romanzo digitale a puntate. Roberto Saviano riscuote uno straordinario successo con un rac­ conto in ebook. Sono passati più di cinquecento anni dall’invenzione della stampa e nel 2015 si celebreranno i quarant’anni dal primo Olivetti da tavolo con floppy disk incorporato. Nel valutare la contrazione del tempo di impatto di una nuova tecnologia sulle abitudini di una comunità sicuramente bisognerà tenere presente che, affinché il romanzo si affermasse, sarebbero dovuti passare almeno tre secoli dall’invenzione della stampa a caratteri mobili, mentre nel mondo contemporaneo invece bastano poco meno di quarant’anni dall’inven­ zione di un elaboratore da tavolo alla formazione di una nuova letteratura. Che già mostra in nuce quanto potrà essere radioso il suo futuro. Si attende infatti un’esplosione del mercato degli ebook. Ma ci si dimentica che il successo economico è dato dalla risposta adeguata a un bisogno reale. Come potranno affermarsi nuovi canali di intrattenimento se non si adegue­ ranno i messaggi da trasmettere? Gene Gnocchi si misura allora con la scrittura digitale e dal mondo dello spettacolo e del teatro traghetta una simpatia amara e un dolore inaspettato. Il suo racconto è forte come un pugno nello stomaco e la storia appare veloce e intensa nella mente di chi la legge tra una fermata e l’altra del metrò. Gianni Biondillo ci fa sognare il Messico e con Edoardo Rialti viag­ geremo nei sogni di Dickens. Con Il cabalista di Praga scopriremo invece il destino del figlio di un tipografo, l’autore Marek Halter: sarà bestseller? Roberto Dessì e Daniela De Pasquale per Il mondo dell’ebook fanno luce sui nuovi mezzi e le fortune tecnologiche della letteratura tra social reading e feuilleton. In Buona la prima France­ sco Baucia ricorda un capolavoro della letteratura fantastica curato da Carlo Fruttero (recen­ temente scomparso) e Sergio Solmi per Einaudi mentre con Lorenzo Coveri dell’Accademia della Crusca entreremo nei testi delle canzoni del Festival di Sanremo 2012. Sulla punta della lingua celebra così chi già da tempo è stato costretto a confrontarsi con il cambio delle tec­ nologie per la diffusione dei propri contenuti. In Anima del mondo e in Alta cucina sentiremo Berlino e mangeremo New York. “Entertainment” dicono gli inglesi, e “intrattenimento” possiamo tradurre in italiano: ecco quello che da sempre cercano gli uomini, in ogni forma. Risiede qui la forza della letteratura, nella risposta a questa domanda di “compagnia” che da sempre abita la solitudine dell’uma­ nità. Per questo sogniamo, per questo viviamo, per questo amiamo. Buoni PreTesti a tutti. Roberto Murgia

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Indice

TESTI

IL MONDO DELL’EBOOK

RUBRICHE

05-07 Racconto L’acquedotto di Cervia di Gene Gnocchi

24-27 Quattro passi nel fenomeno del social reading di Roberto Dessì

8-13 Saggio L’incantesimo di Dickens di Edoardo Rialti

28-31 Feuilleton 2.0: il nuovo formato del libro è l’ebook in progress di Daniela De Pasquale

32-34 Buona la prima Le meraviglie del possibile (1959) di Francesco Baucia

14-18 Anticipazione Il miracolo della parola di Marek Halter 19-23 Racconto Messico e Nuvole di Gianni Biondillo

35-37 Sulla punta della lingua L’italiano canterino di Lorenzo Coveri 38-40 Anima del mondo La città invisibile di Luca Bisin 41-44 Alta cucina A Roman Punch in New York di Francesco Baucia 45 Recensioni 46 Appuntamenti 47 Tweets / Bookbugs

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Racconto

L’ACQUEDOTTO DI CERVIA di Gene Gnocchi

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na settimana fa ho tentato il sui­ Sono stato sull’acquedotto di Cervia per cidio. Erano le 19,30 e sono salito quasi otto ore. Siccome non ho minacciato in cima all’acquedotto di Cervia di buttarmi per avere del lavoro o per delle a circa ventisette metri d’altez­ pene amorose, ma per una normalissima cri­ za, anzi a ventiquattro, perché proprio sotto si esistenziale che mi ha portato a conclude­ c’è il perlinato della pizzeria “L’origano”, re che non volevo più niente dalla vita, una un perlinato abusivo, non ancora sanato. ventina, forse diciotto persone sono salite, e Era una giornata fredda e umida, se ben per cercare di convincermi a non buttarmi ricordo era il giorno che avevano trovato sul perlinato della pizzeria “L’origano” mi Antonio Di Pietro schiacciato dal suo trat­ hanno dovuto parlare di quanto sia bello tore a Montenero di Bisaccia, forse aveva vivere e di quante cose belle potesse anco­ cercato di dissodare un ra riservarmi l’esistenza. calanco troppo scosceso, Io avevo spiegato fin da e se ne sono accorti per­ subito che mi buttavo di ché non aveva ancora ‒ sotto perché non mi in­ erano quasi le 18 ‒ rila­ teressava più niente del sciato nessuna dichiara­ mondo, non vedevo nes­ zione contro il malaffare. suna luce, solo buio più L’avevano trovato pro­ altro buio e ancora buio, e prio sotto il trattore, in i giorni mi passavano via maniche di camicia, sot­ lentissimi e non aspetta­ to il peso, come succede Io mi sono ricordato vo niente. Ma tutti questi sempre ai morti da trat­ in quel momento che non se ne sono dati per tore. Ricordo anche che inteso e ognuno a turno quando ero felice nessuno aveva pensato mangiavo dei biscotti, si è sentito in dovere di all’omicidio, neanche dirmi che la vita doveva oppure andavo al Gran l’Italia dei Valori tranne essere vissuta tutta fino Sasso con un mio Donadi che, testuali pa­ all’ultimo giorno, e an­ role, “aspettava le risul­ amico che ha le chiavi che se io gli rispondevo del telescopio del tanze del rapporto della che per me l’ultimo gior­ Gran Sasso polizia anche se a un pri­ no era quello, loro hanno mo esame gli interrogati­ insistito tutti così tanto vi erano parecchi”. che sono rimasto ad ascoltarli. Comunque sia io ero lì per tentare il suicidio È arrivato anche uno con un cappotto scu­ dall’acquedotto di Cervia; in quel momen­ ro, uno magrino senza occhiali che per con­ to, in quel preciso momento non sapevo vincermi a non farla finita mi ha detto che neanche che Di Pietro era rimasto schiac­ se mi fossi buttato avrei perso i benefici del ciato sotto il suo trattore perdendo la vita. ridursi della spinta inflattiva e i vantaggi L’ho saputo dopo, quando è finito tutto. che sarebbero venuti dalla manovra bis e

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dalle liberalizzazioni, oltre al fatto che con gli sgravi fiscali e gli incentivi alle aziende sarebbero ripartiti i consumi, anche non te­ nendo aperti i negozi tutta la notte. Io mi sono ricordato in quel momento che quando ero felice mangiavo dei biscotti, oppure andavo al Gran Sasso con un mio amico che ha le chiavi del telescopio del Gran Sasso. Arrivavamo lì, finito l’orario di lavoro, entravamo in questo salone dove c’era l’enorme aggeggio e mettevamo fuo­ ri fuoco le lenti del telescopio per fare un scherzo, così che la mattina dopo arrivava­ no gli astrofisici, puntavano il telescopio, che so, su Marte o su Plutone o su Saturno e li vedevano tutti sfuocati; così dovevano chiamare il tecnico, che era un nostro amico ‒ uno che lavorava all’Euronics di Chieti e che montava anche le lavatrici e le lavasto­ viglie, e non era sempre disponibile ‒ e lui ci dava la percentuale. Così il telescopio del Gran Sasso stava fuori fuoco anche due o tre giorni e si era tutti, dico tutti in Italia,

ignari delle cose che succedevano su Pluto­ ne o Saturno o Marte, sapendo poi che là ne succedevano di tutti i colori. Ecco, quando la gente saliva sull’acquedotto di Cervia e mi parlava, io ascoltavo un po’ poi mi ve­ nivano in mente questi momenti che non torneranno più. Così, ridisceso anche l’ul­ timo che era venuto su per convincermi, si è formato in cima all’acquedotto un bel si­ lenzio rotondo, pieno, lo stesso silenzio di poche notti piene di grilli che cantano tutti insieme e dopo un po’ smettono per rifia­ tare, e in quel momento si sente solo il re­ spiro assente dei grilli. Era venuto dunque un silenzio ottuso, senza speranza, pieno di silenzi singoli confluenti in quell’unico grande, un bel silenzio buono per decidere. Così mi sono lanciato e posso dire che dopo non c’è niente, neanche il rimpianto di non esserci più. Non c’è paradiso, non c’è l’in­ ferno, non c’è il purgatorio, e questo ve lo voglio dire: tutte le volte che ricevete posta dall’aldilà, diffidate. •

Gene Gnocchi Eugenio Ghiozzi, in arte Gene Gnocchi, è autore di Una lieve imprecisione (Garzanti 1991), Stati di famiglia (Einaudi 1993), Il signor Leprotti è sensibile (Einaudi 1995), La casa di chi (Il Melangolo 1996, insieme a Mauro Bellei), Sistemazione provvisoria del buio (Einaudi 2001), Sai che la Ventura dal vivo è quasi il doppio? (Einaudi 2002) e Il mondo senza un filo di grasso (Bompiani 2004). Il suo ultimo libro L’invenzione del balcone (Bompiani 2011) è disponibile in ebook da Biblet. Disponibile su www.biblet.it

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Saggio

L’INCANTESIMO DI DICKENS Prodigi e portenti dell’esistenza quotidiana nei capolavori del maestro inglese di Edoardo Rialti

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n mezzo a quel gran mare spu­ meggiante d’allegria che è Il circolo Pickwick, con le sue farse e le sue av­ venture picaresche, dove, come nel Don Chisciotte, la ridicola goffaggine dei protagonisti si carica pagina dopo pagina d’un aureola di gioiosa santità, d’un tratto il lettore si trova esposto alla gelida corrente di un racconto del tutto diverso, e rabbrivi­ disce: si racconta la storia di una famiglio­ la imprigionata per debiti. La madre ed il bambino muoiono di stenti, e l’uomo rima­ ne solo. Ed ecco che il narratore fa un pas­ so avanti, come incapace a trattenersi dal ribadire qualcosa di decisivo: “Non sa, chi definisce freddamente la morte dei poveri come una benefica liberazione dal dolore per chi se ne va, e una provvidenziale dimi­ nuzione delle spese per chi gli sopravvive, non sa, dicevo, quale sia l’angoscia di que­ sti lutti. Uno sguardo affettuoso e premuro­ so scambiato in silenzio quando tutti hanno distolto freddamente il loro, la sicurezza di aver conservato la simpatia e l’affetto di un essere umano quando tutti ci hanno volta­ to le spalle, sono un’àncora, un sostegno, un conforto nella più profonda afflizione, e nessuna ricchezza può comprarli, nessuna potenza può renderli obbligatori”. Tanta parte della forza artistica di Dickens costituisce proprio una vasta cassa di riso­ nanza a quel “non sa”: la sua forza nell’ad­ ditare ancora e ancora la glaciale indiffe­ renza di chi (come lo Scrooge che vedrebbe di buon grado la morte dei senza tetto, se questo può abbassare l’eccesso di popola­ zione) riposa nello stato attuale delle cose, ben disposto a conservarlo se ciò comporta il proprio benessere e la propria sicurezza, ma anche dell’altrettanto gelida astrazione

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dei cosiddetti riformatori sociali, così inna­ morati delle proprie buone intenzioni e del proprio amore per l’umanità intera per la­ sciarsi davvero commuovere e coinvolgere dalle vite di coloro che incontrano. Se Man­ zoni ci ha regalato Donna Prassede e il suo stolido moralismo, i romanzi di Dickens pullulano di figure simili, la cui apparente benevolenza si è fatta indistinguibile dalla crudeltà. Basti pensare al grottesco ritratto in Casa desolata della Signora Pardiggle, che si pavoneggia nel presentare alle amiche i figli che ha coinvolto a forza nelle sue atti­ vità benefiche: “Egbert, il maggiore (dodici anni), è il ragazzino che spedì tutto quello che aveva in tasca, ossia cinque scellini e tre pence, agli Indiani Tockahoopo. Oswald, il secondogenito (dieci anni e mezzo) è il bam­

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bino che ha donato due scellini e nove pence più a fondo. Lo sa bene lo Smike di Nichoal monumento dei Grandi Frammenti Na­ las Nickelby, lo zoppo che tutti ritengono un zionali. Francis, il terzo (nove), uno scelli­ idiota buono solo per le staffilate del sadico no, sei pence e mezzo; Felix, il quarto (sette) Squeers; lo afferma chiaramente il galeotto otto pence alle Vedove Decrepite; Alfred, il Magwitch, sorpreso dal Pip di Grandi spepiù giovane (cinque anni) si è iscritto di sua ranze ad aggirarsi braccato nelle fetide pa­ volontà nelle Alleanze Infantili della Gioia, ludi. Non occorre molto, alle persone come e ha giurato di non far mai uso di tabacco in lui, per raccontare la propria storia: “In pri­ vita sua”. Il laconico commento della voce gione e fuori, in prigione e fuori, in prigio­ narrante è che “non avevamo mai visto ne e fuori. Ecco fatto... Per quel che ricordo, bambini così scontenti”. La signora trasci­ non ci fu mai anima viva che guardasse il na le ospiti in una delle sue ronde nei quar­ giovane Abel Magwitch, con quel poco che tieri poveri, entrando in aveva dentro di lui e su una casa dove il marito di lui, se non con paura “Fermati, tu che leggi, o per cacciarlo via o per ha da poco battuto la e medita per un moglie e che all’ingres­ arrestarlo”. Ma l’arte di momento sulla lunga Dickens ci rammenta so della pia donna le vo­ mita addosso bestem­ che tale ferita è possibi­ catena di bronzo e mie e volgarità: “Se ho d’oro, di spine o di fiori, le in qualsiasi contesto letto il libretto che mi e condizione; si può es­ che mai ti avrebbe avete lasciato? No, non sere sommamente ric­ soggiogato se in un ho letto il libretto che mi chi e potenti, invidiati e solo memorabile avete lasciato”, sbotta temuti, eppure soffrire giorno non si fosse esasperato, ma la donna la stessa fondamentale formato e chiuso il non demorde: “prese un mancanza, come testi­ buon libro, come fosse monia la Signorina Ha­ primo anello” la mazza di una guar­ visham di Grandi sperandia, e dichiarò in arresto tutta la famiglia. ze che ha trasformato i propri beni favolosi Intendo naturalmente in arresto religioso; in un museo delle cere, raggelato al giorno, ma in realtà così fece, come se fosse un ine­ all’ora e al momento preciso in cui il suo sorabile poliziotto morale pronto a traspor­ promesso sposo l’aveva abbandonata per tarla tutta in guardina”. Non si potrebbe profitto. Ed è ciò che, con un sorprendente immaginare una distanza più abissale di colpo di scena, Dickens fa vivere al lettore questo totale scarto di immedesimazione. nelle ultime ore di vita perfino del perfido Certo, ciò che manca ai miserabili è anche Fagin: l’ebreo criminale che strisciava come un alleviarsi delle indigenze (quel “Ne vor­ una vipera e aveva rapito e acconsentito rei ancora, signore” di Oliver Twist) ma alla morte di Oliver, al momento del pro­ dentro e oltre tale bisogno, prima e aldilà di cesso finale ci viene presentato inerme di­ qualsiasi riforma, è proprio la mancanza di nanzi a una foresta di occhi ostili, e sull’om­ quello “sguardo premuroso” ciò che strazia bra dell’untuoso malvivente si sovrappone

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quella di un altro Ebreo processato nella ri­ schiudere una possibilità del tutto diversa, provazione generale, mille e ottocento anni un “salto” che non è appunto determina­ prima. to dalla “quantità” dei vantaggi elargibili, Ma quello sguardo, di cui Dickens esprime ma dalla “qualità” della disposizione di chi la mancanza in una così vasta gamma di decide di coinvolgere la sua vita con quella sfumature e conseguenze, è anche l’unica dell’altro. In Casa desolata la Signora Pardig­ forza, l’unico “incantesimo” capace di ri­ gle, col suo sermoneggiare, non si sofferma baltare qualsiasi situazione, qualsiasi per­ davvero a guardare chi le sta intorno, ma corso, gettando una luce diversa su ciò che l’amica che ha trascinato con sé si accosta in pareva determina­ silenzio alla donna to senza speranza. battuta e si accorge Jill Kriegel la defi­ che costei stringe nì “la paradossa­ al seno un bambi­ le combinazione no morto: “la com­ in Dickens di una passione, la pura critica insistente bontà con la quale dell’ordine sociale si curvò piangendo ed una persistente per poi mettere la fede nell’indivi­ sua mano su quella duo”. Dickens era della madre” han­ convinto che “così no un solo effetto, accade a tutti gli per cui “la donna Dickens coi suoi romanzi e esseri umani. Cer­ dapprima la fissò personaggi ci ha ricordato la cate col pensiero di stupita, e poi scop­ divina dignità per cui “tutti gli eliminare un dato piò in lacrime”. uomini sono tragici, e tutti gli giorno speciale Non si è potuto uomini sono comici” della vostra vita fare niente, eppure e pensate a come tutto è cambiato, e diverso potrebbe esser stato il suo corso! persino il marito violento e bestemmiatore Fermati, tu che leggi, e medita per un mo­ “si era alzato, continuando a fumare la pipa mento sulla lunga catena di bronzo e d’oro, con aria di sfida, ma in silenzio”. Un simile di spine o di fiori, che mai ti avrebbe soggio­ sguardo si fa largo in qualsiasi situazione, gato se in un solo memorabile giorno non si ed è possibile non solo a eroi limpidi e ca­ fosse formato e chiuso il primo anello”. E le vallereschi come il giovane Nicklebly che ri­ sue opere traboccano non solo di momenti torce su Squeers la frusta con cui questi fla­ in cui, in silenzio o con clamore, si forgiano gellava Smike o alla dignitosa e silenziosa le ferree catene dell’odio e della solitudi­ bontà del fabbro Joe che in Grandi speranze è ne, ma anche di come basti un solo istan­ pronto a scomparire pur di non far sfigura­ te nel quale si faccia strada uno sguardo di re l’amico Pip nella sua nuova vita da gran vera, reale compassione e commozione, per signore, ma traluce anche nelle eccentriche 11

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bizzarrie della zia Betsy in David Copperfield e nella compassione con cui la prostituta Nell cerca di aiutare Oliver Twist, ma an­ che nell’affetto che il tenebroso Steerforth ha sempre conservato per David Copper­ field, fin da quando lo proteggeva a scuola, e persino nel contorto affetto con cui Fagin ha accolto lo stesso Oliver, insegnandogli a rubare perché è l’unica arma con cui crede si possa sopravvivere in un mondo di belve feroci. È lo sguardo che Pip rivolge al for­ zato Magwitch mentre lo trascinano via in catene, senza sapere che quell’occhiata ne cambierà per sempre l’esistenza, ed è sem­ pre così che il ragazzo alla fine guarderà anche alla infernale Signorina Havisham, cogliendone tutta la segreta miseria: “al ve­ derla così con i capelli bianchi e il volto di­ strutto in ginocchio ai miei piedi, fui scosso da un brivido che mi penetrò fino alle ossa. Le scongiurai di alzarsi e le tesi le mani”. Tutto può restare quantitativamente im­ mutato, eppure si è aperta la breccia di un mondo nuovo, e lo storpio Smike, alla do­ manda se abbia una casa da qualche parte, può ribattere a Nicholas Nickelby che “La mia casa sei tu.” È così che una pietra di sel­ ce, sgradevole e gelido come una pioggia invernale, come lo strozzino Scrooge, che scopre di aver già addosso le invisibili ca­ tene dell’inferno, può vederle spezzarsi per la pietà che il suo cuore rivolge in silenzio al figlio malato del suo dipendente, prima ancora di poter fare alcunché per miglio­ rarne la sorte. Per il critico Anthony Esolen in Dickens sono proprio i bambini a essere spesso “gli araldi” di questo mondo diver­ so, sebbene sia “facile per il cinico spazzar via la resa dickensiana dei bambini come sentimentalismo. Ma i cinici hanno poco 12

Il circolo Pickwick

da insegnarci sulla profondità di qualsia­ si cosa, figuriamoci dei bambini”. La loro unica forza sta nella possibilità di risveglia­ re in chi li incontra il riconoscimento della propria medesima indigenza, esistenziale e non sociale. Ma questa commozione in Dickens è ben lontana dall’essere solo tragi­ ca, e ancor più distante dall’essere seriosa. Come ha notato quello che resta il suo cri­ tico migliore, G.K. Chesterton, Dickens coi suoi romanzi e personaggi ci ha ricordato la divina dignità per cui “tutti gli uomini sono tragici, e tutti gli uomini sono comici”. La stessa commossa attenzione, che può dare speranza alla circostanza più doloro­ sa, è all’origine della inesauribile simpatia

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con cui Dickens si rivolge a qualsiasi tipo umano, come dinanzi a un evento unico e irripetibile nella sua immensità; ecco, per Chesterton, “la lezione conclusiva e più profonda di Dickens: è nella nostra vita di tutti i giorni che dobbiamo guardare in cer­ ca di portenti e di prodigi”, giacché questo è in effetti “il vero vangelo di Dickens, le inesauribili opportunità offerte dalla libertà e dalla varietà dell’uomo. A paragone con una vita simile, tutta la cosa pubblica, tutta la fama, tutta la sapienza è per sua natura un affare rattrappito, freddo e piccolo”. Ecco perché, secondo Mario Praz, egli risul­ ta secondo solo a Shakespeare nel tratteg­ giare una galleria di personaggi così vasti e indimenticabili (Micawber e la sua ine­ sauribile riserva di allegria, Picwick e Sam Weller, la zia Betsy o l’attorucolo Crumm­ les...), che il lettore lascia a libro concluso con l’affetto e la nostalgia che si riserva ad un amico, o a un parente conosciuto da sem­

pre, e caro persino nei suoi difetti e nei suoi tic; C.S. Lewis ha definito Dickens il canto­ re di quello che i Greci chiamavano storghé, l’affetto, parola che nell’originale antico è tutt’altro che sdolcinata, e possiede anzi una strana forza: solo l’affetto può sorride­ re senza sarcasmo, godendo, per così dire, dell’altro, proprio perché capace di vedere dentro di lui, cogliendo qualcosa del “cuo­ re del suo mistero”, come notava l’Amle­ to di Shakespeare. Per Chesterton “c’è il grand’uomo che fa sentire tutti piccoli. Ma l’uomo davvero grande è colui che fa senti­ re grande ciascuno” e Dickens è stato gran­ de proprio in tal senso: lo sguardo agogna­ to dal prigioniero in Pickwick è anzitutto lo sguardo dell’autore stesso, che attraverso i suoi personaggi raggiunge e contagia i let­ tori, palesando ancora una volta la dignità dell’esistenza quotidiana, donandoci occhi rinnovati a cogliere la grandezza di chi ci sta attorno, e perfino di noi stessi. •

Edoardo Rialti Edoardo Rialti insegna Letteratura presso l’Istituto teologico di Assisi. È collaboratore del quotidiano “Il Foglio”. Studioso e traduttore di letteratura inglese, ha curato opere di C.S. Lewis, M.D. O’ Brien, T. Howard, G.K. Chesterton per Rizzoli, Marietti, San Paolo. Ha pubblicato per Cantagalli L’uomo che ride, biografia letteraria di G.K. Chesterton che raccoglie il ciclo di articoli “Chestertoniana” comparsi settimanalmente su “Il Foglio”. Ha curato nel 2011 il volume Una gioia antica e nuova. Scritti su Charles Dickens e la letteratura di G.K. Chesterton (Marietti).

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Anticipazione

IL MIRACOLO DELLA PAROLA Praga 1600. Il racconto di un segreto millenario tra storia e leggenda

di Marek Halter

Pubblichiamo, in esclusiva per i lettori di PreTe­ sti, un brano tratto dalle prime pagine del romanzo di Marek Halter Il cabalista di Praga (Newton Compton) in libreria e in ebook in questi giorni.

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i chiamo David Gans. Sono nato a Lippstadt, in Vestfalia, nell’anno 1541 del calenda­ rio cristiano, ovvero l’an­ no 5301 dalla creazione del mondo per opera dell’Onni­potente, sempre sia lodato. Sono morto a Praga, settan­tadue anni più tardi. Nel vecchio cimitero ebraico una lapide por­

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ta il mio nome. Sopra i sei bracci dello scudo di Davide è incisa un’oca. Due piccoli segni, scavati nella roccia, che parlano della mia vita. In tempi remoti, quello scudo, quella stella a sei bracci, era l’emblema degli ebrei di Praga prima an­ cora di divenire quello di un popolo intero. Oggi nessuno sa che io fui il primo a incider­ la accanto al mio nome. Un oblio che ha una ragion d’essere. I sei bracci così perfetti – il triangolo sulla cima che si rispecchia in uno uguale alla base – avevano per me ancor più valore del ricordo di Salomone. In quei

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tratti rivelavo la passione e il pia­cere della mia vita, la purezza infinita della geometria, capace di tracciare, nel cuore della scienza astronomica, il cammino del Padreterno. E l’oca, allo stesso modo, apparteneva solo a me. Non era certo l’uccello più grazio­ so o coraggioso del Creato, bisogna ammetterlo. Ciò nonostante, portiamo lo stesso nome: gans [Gans significa “oca” sia in tede­ sco che in yiddish]. A lun­ go questo fatto mi è basta­ to per convincermi che ero de­stinato a spiccare il volo nel mondo, senza sperare tutta­ via di regnarvi come un’aquila. Disponibile su In effetti, le aquile le ho fre­ www.biblet.it quentate da vicino. Si chia­ mavano Galileo Galilei, Giordano Bruno, Giovanni Keplero, Tycho Brahe, Isaac Lu­ ria, e la più immensa, il re dei saggi e prodi­ gio della mia generazione: il rabbino Judah Loew ben Bezalel, Gran Rabbino di Poznań e di Praga, colui che noi tutti chiamiamo MaHaRaL. La grandezza del loro spirito fu per me, loro discepolo appassionato, una costante lezio­ ne di umiltà e al tempo stesso una manife­ stazione straordinaria della realizzazio­ ne dell’opera dell’Onnipotente. Perché nessuna bellezza di spirito si compie senza accostarsi alla volontà del Pa­dreterno. Devo ammetterlo: a volte, il volo di quei maestri era così elevato, di un’intelligenza così ardente, da rendermi cieco. Mi sono fatto prendere dall’illusione di potermi elevare

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alla loro altezza. Il tempo mi ha richiamato alle mie proporzioni. Ho appreso la misura di ciò che devo loro e dell’apertura delle mie ali. Sono diventato, per così dire, un veicola­ tore dei loro pensieri. Un corriere della loro gran­ dezza, alla quale tutta la mia vita fu ed è ancora dedicata. Forse per questo la brava gente di Praga ha fatto in­ cidere sulla lapide del mio trapasso, sotto i due sim­ boli della mia vita, queste parole altisonanti: “qui giace héasid morenu david gans, baal zemach david

[Il giusto pio rabbino Da­ vid Gans, autore dello Zemach David]”. La frase suona bene. An­ cora oggi riesce a solleticare la mia vanità. Quella della modestia è una dura scuola. Non basta una vita per apprenderla e non passa giorno senza che io mi ci dedichi... Ah! Sento che la tua pazienza e la tua intelli­ genza, let­tore, iniziano a vacillare. Ti chiedi se colui che parla in queste pagine sia vivo o morto. Questo Gans che dice di essere pol­ vere tra la polvere, oca nel vasto cortile del Padreterno, e che fa discorsi come un vivo mentre da quattrocento lunghi anni il suo corpo è tornato a essere argilla tra l’argilla! Eppure, è così. Il mio corpo non esiste più e la mia parola è viva. L’Onnipotente ci ha concesso il mondo come lo ve­diamo. Noi crediamo di riconoscervi l’unica verità. Ci ha donato la materia. Noi conferiamo a essa il potere di un inizio e di

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una fine. Ciechi e presuntuosi, ecco cosa sia­ mo. Ed è perché non si sono accontentati di quest’il­lusione che i nostri maestri, il MaHa­ RaL, Tycho Brahe, il grande Keplero e pochi altri, hanno raggiunto quel fir­mamento del­ la Conoscenza che si nega ai comuni esseri umani. Per quel che riguarda me, David Gans, in ve­ rità Dio solo sa quando sparirò, poiché abito la Sua dimora, e la Sua dimora è quella del Verbo. Sin dal primo respiro dell’uomo, va così: la parola è la scintilla vitale dell’es­sere.

ne. E mai, mai sin dal primo giorno, ha ta­ ciuto. Ecco: niente si crea al di fuori del Ver­ bo, tutto soccom­be in sua presenza. Coloro che lo ignorano sono deboli; grandi coloro che sanno inchinarsi di fronte a tale po­tere. Esseri umani, semplici esseri umani, noi cre­ diamo che solo la carne generi la carne. Ce­ cità, ignoranza! Il re­spiro, i battiti di un cuo­ re colmo di sangue sono anch’es­si il frutto delle parole che il Padreterno ha messo nelle nostre bocche. Oh lettori, lo sento, molti di voi mostrano già il sorriso dell’incredulità! Permettetemi, prima di lanciarmi nella no­ stra grande storia comune, di narrarvi un piccolo epi­sodio, e, prima di entrare nel pie­

Sin dal primo respiro dell’uomo, va così: la parola è la scintilla vitale dell’es­sere

Certo, donne, uomini, bambini o anziani, noi siamo parole di carne, movimenti di car­ ne, vite ed emozioni di carne. E il tempo che le attraversa sfugge e, passando, le logora. Riduce la più sublime delle materie, la pelle di seta e l’incarnato di rosa, a un granello di polvere che il respiro di un bambino basta a disperdere. Ma il Verbo sì che è immortale. Non viene sopraffat­to dalla furia, non si lascia ridurre in frantumi da alcun maglio. Nessun rogo, neanche tra quelli più insensati di quei seco­ li pieni di violenze, l’ha consumato. È giunto con lo spirito dell’uomo, non con la sua car­

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no della festa, accenna­re insieme a voi amici un passo di danza. Il Talmud (Sanhedrin 65b) racconta che rabbi Chanina e rabbi Oshaya conducevano una vita ritirata e di studio. Durante le veglie dello shabbat, perdevano ogni cognizione della realtà studiando fino alla nausea i rotoli del Sefer Yetsirah, il Libro della Creazione. Ben presto, le ve­glie dello shabbat non bastarono più alla loro passio­ ne. Dedicarono a essa i giorni comuni. Poi le notti comuni. Leggevano, imparavano, meditavano senza tregua. Can­cellando dal­ la propria coscienza il peso delle loro carni e ossa, consideravano solo l’esilità della pro­ pria istruzio­ne. Se dormivano o dedicavano un anche minimo tem­po allo svago, doveva­ no moltiplicare gli sforzi in seguito. Non si

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rendevano conto che l’esilità del loro corpo le. Il grande sapere della Cabala li avrebbe era ben più grave di quella del loro sapere. saziati. Si presero il tempo di un banchetto. La fame iniziò a sfinirli. La pelle del viso e Questa storia l’ho letta tanto tempo fa. del collo era ridotta a una pergamena più Mi faceva sorri­dere come ne sorridete voi, ruvida delle pagine del Sefer Yetsirah. Le loro lettori. Ci credevo solo in parte. Pensavo rughe divennero profonde come un sentiero che fosse una cosa impossibile nel nostro trac­ciato nel deserto. mondo, più simile a Ancora uno shabbat, ciò che i retori greci e la vita li avreb­ be chiamavano paraboabbandonati. Ma né la: parole con la for­ l’uno, né l’altro ave­ za di un’im­ magine. va la forza di andare Parole che all’appa­ in cerca di cibo. Rab­ renza racchiudono bi Chanina dichiarò: solo l’om­bra del pro­ “L’Onnipotente ha prio potere. detto: “Ho messo le Ignoravo che la vo­ Mie parole nella tua lontà dell’Eterno mi Il MaHaRaL era giunto al bocca”. Le parole avrebbe presto reso prodigio dei prodigi. che esco­ no da lab­ testimone di un pro­ Aveva eretto la scala che bra pure generano la digio ancor più stu­ unisce la Terra al Cielo. Vita. Ho fame, devo pefacente, una prova Che sgomen­to, am­metterlo. Cosa ri­ del potere talmente schiamo a creare un forte del Verbo che che terrore! vitello con le nostre ancor oggi il suo mi­ parole, che sono il Verbo dell’Eterno, se non stero m’incute timore. Un miracolo che ha scoprire quanta purezza vi sia nelle nostre dato una direzione e un senso a tutta la mia labbra?”. Rabbi Oshaya rispose: “La nostra esistenza e che l’ha resa quello che è oggi: stupidità e la nostra punizione stanno pro­ l’eternità della parola, che è anche la nostra prio nel fatto di non averci pensato prima!”. memoria e la nostra vita futura. Tutti e due, con una sola voce, pronunciaro­ Un essere fatto di parole, ecco cos’è oramai no le parole necessarie. Ed ecco: un vitello di David Gans. tre anni, dal pelo folto e lo sguardo stupito, Alcuni uomini possono sentirsi orgogliosi si erse di fronte a loro. della pro­ pria scoperta, della propria crea­ Rabbi Oshaya e rabbi Chanina, anche se era zione. La mia unica fie­rezza è la vastità della ciò che speravano, restarono di stucco. Mal­ mia memoria. Io sono il testimone. Il messag­ grado la loro grande debolezza, si alzarono e gero e il mezzo del ricordo. Porto su di me la si avvicinarono al vitello, che sta­va tranquil­ grandezza degli altri e a volte faccio in modo lo. Gli toccarono il collo, i fianchi, la groppa. che non sprofondi nella vostra indifferenza... Tutto era reale e squisitamente commestibi­ Ogni giorno mi sembra abbastanza duro da

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essere l’ultimo, ma poi si leva l’alba succes­ siva e le mie palpebre si schiudono, indican­ domi che la mia missione non è anco­ra com­ piuta. ! Ecco la parola e il fuoco della mia esistenza! Ecco il mistero che ha fatto di me il gilgul, la metamor­fosi, questo ebreo errante senz’altra dimora che la paro­la, che va e viene in mez­ zo a voi, invisibile in mezzo alla folla e tutta­ via presente nella vostra memoria di secoli, qualunque siano le vostre credenze, le vostre paure e le vostre conoscenze. Ecco cosa è successo quel giorno di gennaio del 1600 nel cortile della yeshiva del mio maestro il MaHaRaL, luce d’Israele, sia benedet­ to il suo nome. Quel giorno, sì, la potenza di Dio si è mostrata nel potere dell’uomo. Il MaHaRaL era giunto al prodigio dei prodi­ gi. Aveva eretto la scala che unisce la Terra al Cielo. Che sgomen­to, che terrore! Quale inaudito sapere! golem

E, in seguito, le schiere vollero seguirlo uni­ camente per accaparrarsi la sua conoscenza. Le schiere dell’innocenza e dell’orgoglio. Le legioni del Male, soprattutto. Invano, invano si sono consacrati al mistero del Go­lem. Mai con successo. Nessuno, dopo il rabbi Loew, il mio Maestro, ha saputo risa­ lire la scala di Giacobbe, quella che unisce la Terra al Cielo. Nessuno è stato in grado di penetrare così a fondo nel­le parole, nelle lettere e nella sag­ gezza della Cabala. Gli sforzi non sono man­ cati. Mentre sterminava gli ebrei, Hitler, in eterno sia maledetto il suo nome, ci pro­vò. Che amara ironia! Per lo meno, temendo un simile prodigio, le truppe na­ziste non osa­ rono distruggere l’imponente statua del cre­ atore del Golem che veglia sul ghetto di Pra­ ga. E poco tempo dopo nemmeno i russi si arrischiarono a farlo. Ma ora basta. Ne sapete abbastanza perché possa rac­contarvi la vera storia del Golem, io, David Gans, che fui te­ stimone di questa stupefacente avventura.• © 2012 Newton Compton editori s.r.l. Traduzione dal francese di Federica Romano.

Marek Halter Marek Halter è nato a Varsavia nel 1936. La madre era una poetessa yiddish e il padre un tipografo. Nel 1940 fugge dal ghetto di Varsavia e trova rifugio in Ucraina, dove una pattuglia di soldati sovietici lo arresta e lo trasferisce a Mosca. Il suo romanzo Abraham, pubblicato in Francia nel 1983, ottiene il premio Livre Inter e resta per otto settima­ ne nella lista dei bestseller stilata dal “New York Times”. Nel 1994 rea­ lizza il film I giusti, che apre nel 1995 il Festival del Cinema di Berlino. Il cabalista di Praga è disponibile in ebook da Biblet. Disponibile su www.biblet.it

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Racconto

Messico e nuvole di Gianni Biondillo


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Città del Messico vivono gli an­ tutto ciò. È semplicemente una questione geli. È quello che penso quando di buon senso: chi di noi prenderebbe un guardo Ana Maria, che è venuta taxi abusivo a Milano? Chi salirebbe su un a prendermi all’aeroporto. Ana mezzo pubblico con un fascio di cartamo­ Maria è una scrittrice messicana, l’ho cono­ neta che gli spunta dalla tasca della cami­ sciuta a Gijon, durante la Semana Negra, ed è cia? Chi si aggirerebbe di notte nei vicoli subito nata fra noi quella curiosa solidarie­ bui della città? tà fra scrittori errabondi. Lei ora mi fa salire Sono un animale metropolitano, le città non su un taxi e mi racconta della sua città, che mi spaventano, basta entrare in risonanza ama appassionatamente, dello stesso amo­ col battito del cuore urbano e il resto viene re che ritrovo nelle parole che spendo per la da solo. In fondo viaggiare è anche questo: mia città, così tanto bistrattata dall’immagi­ fare a pezzi i luoghi comuni che ci portiamo nario collettivo, Milano. dentro, smantellare i pregiudizi. Dunque Non che Città del Messico sia da meno. nei pochi giorni che ho vissuto a Città del A chiunque dicessi qual era la meta del Messico (perché sì, io vivo le città, non le mio viaggio vedevo gli occhi sbarrarsi: non visito e basta) ho cercato di fare tutto quello prendere i taxi per strada, mi dicevano, che mi era stato sconsigliato. Grazie anche non bere nulla col ad Ana Maria, che, ghiaccio, vai in giro depositati i bagagli Sono un animale con una mascheri­ in albergo, mi porta metropolitano, le città na, non prendere subito verso lo Zo­ non mi spaventano, basta la metropolitana, calo, l’enorme piaz­ entrare in risonanza col non mangiare nulla za prospiciente la dalle bancarelle im­ Cattedrale cittadina. battito del cuore urbano provvisate per stra­ Enorme anch’essa. e il resto viene da solo da, muoviti circo­ Tutto è enorme a Cit­ spetto, attento alle tà del Messico. Tutto rapine. La cosa più ha una dimensio­ inverosimile che mi ne quasi favolistica: è stata detta sembra Avenida des Insur­ persino divertente gentes, per capirci, tanto è assurda: Cit­ la strada che taglia tà del Messico è così da sottinsù la città, è inquinata che gli uc­ lunga 42 chilometri. celli di passo cado­ È come partire da no a terra tramortiti! Milano e arrivare a Racconto alla spic­ Como e restare sem­ ciolata queste cose a Ana Maria che sorride, pre nella stessa città. Neppure sanno quan­ anche se vedo un velo di amarezza nei suoi ti abitanti faccia, Città del Messico. C’è chi occhi. Ovviamente io non credo a nulla di dice venti milioni, chi trenta. Metà della

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popolazione italiana concentrata in un uni­ co agglomerato urbano. Sono le persone, il numero sterminato di persone, ovunque, che mi colpisce di più: per strada, nei bar, in metropolitana, nei parchi. Sembrano scatu­ rire dalla terra, piovere dal cielo. Sono dap­ pertutto. Nel frattempo saltiamo sopra un pesero, uno dei trabiccoli che portano verso il centro (“non prendere i mezzi pubblici!”). Sono sul Paseo de la Reforma, attraversia­ mo la Zona Rosa ‒ un quartiere inizio No­ vecento, dal gusto europeo ‒ fermandoci

ogni tanto al richiamo di chi vuole salire. Non ci sono fermate stabilite, il mezzo non ha neppure un numero di riconoscimento. Si sale e si scende quando si vuole, o quan­ do si può. Io butto gli occhi fuori dal fine­ strino e mi faccio puro sguardo. I palazzi crescono di altezza, diventano grattacieli. La città pulsa di vita, sembra un misto fra Berlino e Napoli. Ma è una semplificazione del mio cervello. Sto cercando, con i modelli urbani che conosco, quelli europei, un sen­ so a questa città, ma comprendo che Città del Messico è qualcos’altro. È un po’ come il figlio di due genitori, che per quanto ci si ossessioni a ritrovare il sorriso del padre

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europeo o il taglio d’occhi della madre in­ dia, lui, di suo, il bambino cresciuto, la città enorme, è qualcos’altro di autonomo e indi­ pendente. Ci fermiamo all’Alameda Central – lo stori­ co parco del centro città, quello dipinto dal meraviglioso murales di Diego Rivera – a comprare un po’ di chicharones da una ban­ carella abusiva (“non comprare nulla per strada!”), li mangio goloso, come un bimbo ad una fiera. Poi, più avanti è la volta di un tacos alla carne. Ana Maria ci aggiunge un po’ di guacamole, una salsa piccante all’avo­ cado. In prossimità della cattedrale è la vol­ ta del dolce: polpa di platano glassata. Bene, se la maledizione di Montezuma non mi colpisce ora, penso, non mi colpirà mai più. La voce del povero Montezuma, invece, la sento soffrire nelle pietre degli scavi archeo­ logici a due passi dalla cattedrale. L’ultimo regnante atzeco accolse con tutti gli onori Cortés, mostrando la sua città con orgoglio, pochi anni dopo non ne rimase più nulla. O quasi. Ché la storia non si può cancella­ re mai per davvero. Soprattutto quando ha saputo dare luce a civiltà così complesse. È quello che penso andando con Jorge, il mio nuovo angelo custode, il giorno appresso, verso Teotihuacàn. Mi mostra una foto, Jor­ ge: è gualcita, in bianco e nero, mostra una valle con dei curiosi montarozzi erbosi, al­ cuni bassi, altri più prominenti, alle loro spalle le vette dei vulcani innevati. Ecco com’era Teotihuacàn un secolo fa. Nessuno sapeva che là sotto, ricoperta dalla polve­ re della storia, dormivano la Piràmide de la Luna, la Piràmide del Sol, la Calle de los Muertos. Ci arriviamo in macchina e ad ogni rilievo vagamente conico penso che là sotto potrebbe assopirsi chissà quale al­

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tro gioiello millenario. Ma prima beviamo un tequila (“un”, non “una”. Il tequila è maschile in Messico) da Jesus. Niente sale nell’incavo fra pollice e indice, mi dicono, è roba da gringos. Poi Jesus mi mostra tut­ ta la procedura: dopo aver riempito alcuni bicchierini, taglia in spicchi alcuni frutti di lime, e li spolvera di sale. Infine addenta lo spicchio salato e risparmiandone la buccia, a bocca piena, ingolla il tequila, d’un fiato. Io, di mio, avevo già assaggiato il liquore e mi sembrava abbastanza forte, ma non oso contraddirlo. Ripeto l’intera operazio­ ne, da buon scolaretto che vuole la lode dal suo maestro. Strappo la polpa dell’agrume salato e la faccio seguire dal bicchierino di tequila, che in bocca cambia radicalmente sapore. Il mio palato assiste a una reazio­ ne chimica misteriosa, mi sento come una

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ampolla di un alchimista che mescola gli ingredienti alla ricerca di una pozione ma­ gica. Al terzo tequila Jorge mi rammenta le ragioni del mio viaggio. Lascio dispiaciuto Jesus per inerpicarmi verso la cima della Pi­ ràmide del Sol. E finalmente in cima, men­ tre attendo che il battito del cuore rallenti dopo la fatica della salita, sotto un sole cal­ do e asciutto, una brezza lieve che raffresca le membra, lì, mentre osservo la valle come sul precipizio di un burrone, nella mia per­ fetta solitudine, mi rendo conto di essere davvero felice. Nei giorni a seguire girerò spesso da solo la città, e spesso incontrerò persone che por­ tano con sé una storia, un mondo da rac­ contare: come Rafael, artigiano dell’argen­ to, che sotto i miei occhi ha inciso il volto di un guerriero atzeco con una precisione

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Ovunque fossi, ciò che vedevo, ciò che non vedo più da anni in Italia, era il popolo. Da noi, ormai, c’è solo “la gente” degna dei monili che ho ammirato al me­ raviglioso museo Antropologico, come la piccola india che mi ha venduto i due ponchos che ho acquistato per le mie bambine in uno degli infiniti mercati abusivi della città, come Clara della Libreria Morgana, che vende solo libri in italiano (che cosa cu­ riosa ritrovarsi dall’altra parte dell’oceano), come Leonardo, che nel parco di Chapulte­ pec – enorme e bellissimo – mi ha racconta­ to del suo amore per l’Italia, cercando però poi di vendermi un trattamento per lucida­ re le scarpe (e inutile è stato mostrargli le scarpe da ginnastica ai piedi. “Possibile che un uomo non abbia delle scarpe di cuoio a casa?” sembrava pensare...). Ho girato per le undici linee metropolitane (“non prende­ re la metro!”), mangiando quello che capi­ tava (“non entrare in locali sconosciuti”) e soprattutto ho camminato continuamente, per chilometri e chilometri – San Angel, Coyacàn, Tacubaya, Polanco – come un fol­

le, quasi cercassi di misurarla tutta, conscio che era come cercare di contenere in un bic­ chiere l’oceano. Ci vorrebbe un’intera esi­ stenza per raccontarla tutta questa città. Ché ovunque fossi c’erano persone, facce, corpi, vita che brulicava. Ovunque fossi, ciò che vedevo, ciò che non vedo più da anni in Italia, era il popolo. Da noi, ormai, c’è solo “la gente”, qui, il popo­ lo gremisce ancora le piazze, riempie i par­ chi, scambia, lavora, corre, sosta, ride, can­ ta, soffre; si distende nelle strade della città, se ne impossessa, la ammanta come fosse un unico drappo multicolore cucito con pa­ zienza dalle sapienti mani artigiane delle donne di questo paese. Questo penso mentre sotto di me scorre la città che si perde a vista d’occhio. Ho visto il popolo, penso, mentre l’aereo mi ripor­ ta verso casa. Anche se mi sembra, con una punta di tristezza, che in realtà la stia la­ sciando, casa mia. •

Gianni Biondillo Gianni Biondillo è nato a Milano, dove vive, nel 1966. Architetto, ha pubblicato saggi su Figini e Pollini, Giovanni Michelucci, Pier Paolo Pasolini, Carlo Levi, Elio Vittorini. Fa parte della redazione di Nazione Indiana. Ha scritto numerosi romanzi tra cui, più recente, I materiali del killer, una nuova indagine della serie che ha per protagonista l’ispettore Ferraro e che è stato vincitore del premio Giorgio Scerbanenco 2011 come miglior romanzo noir italiano del Courmayeur Noir in Festival.

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Il mondo dell’ebook

QUATTRO PASSI NEL FENOMENO DEL SOCIAL READING I libri, da sempre fulcro di conversazioni e scambi d’idee, amplificano il loro raggio d’azione grazie ai social network. Da Twitter a Pottermore, ecco i circoli letterari nell’era del web 2.0. di Roberto Dessì 24

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osa c’è di più sociale di un libro? gibile icona letteraria. Twitter è l’emblema Quante amicizie, amori, discus­ dell’anima social-letteraria della Rete. Il sioni e idee sono nate attorno servizio di microblogging, ormai celebre a una storia ben scritta? Quan­ anche nel nostro Paese, offre a tante penne ti volumi abbiamo visto passare di mano, più o meno celebri un rifugio e un podio da sottolineati o annotati qua e là su margini cui arringare i propri follower, a patto di ri­ fino ad allora immacolati? E ora i terribili manere entro il limite dei 140 caratteri. Tra eBook vorrebbero portarci via questa ma­ i più social Paulo Coelho, che dispensa be­ gia, ingabbiandola in fredde sequenze bi­ nedizioni virtuali e pillole dei suoi celebri narie? Non sia mai. Il libro si evolve, ma aforismi, Patricia Cornwell, che cinguetta la sua anima è immortale. Parafrasando per sé e per il proprio alter ego letterario Shakespeare, cambia la materia di cui sono Kay Scarpetta, e William Gibson, papà del fatti, ma non i sogni che contengono, di­ cyberpunk e non a caso appassionato di in­ venuti liquidi e condi­ visibili in tempo re­ ale grazie ai social Twitter offre a tante network, declinati penne più o meno nel social reading. celebri un rifugio e un Tredici semplici lettere che al loro podio da cui arringare i interno nascondo­ propri follower, a patto di no un intero uni­ rimanere entro il limite di verso, gravitante 140 caratteri attorno ai libri e alla Rete, popolato di avatar virtuali dietro i quali si celano letto­ ri, scrittori, case edi­ trici e addetti ai lavori, che trovano in Rete un fertile ter­ reno di discussione. Nell’era Avanti Web 2.0, per entrare in contatto con un autore o si assisteva alla presentazione del suo ultimo romanzo ‒ cercando di novazioni tecnologi­ agganciarlo nella pausa aperitivo ‒ o gli si che. Rimanendo nei pa­ scriveva un’email, attendendo speranzosi tri confini, ecco tra i tan­ una risposta. Oggi è sufficiente fare un giro ti Alessandro Baricco tra i social network, ed ecco spuntare come (che posta solo in spagno­ funghi scampoli della quotidianità di chi, lo), Michela Murgia (che fino a poco tempo prima, era un’irraggiun­ a volte lo fa anche in sardo),

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Roberto Saviano e Beppe Severgnini, at­ tivissimi twittatori. La cosa fantastica dei social network è che sanno essere democra­ tici, dando a tutti le stesse chance di suc­ cesso. Chi è celebre offline non ha difficoltà a farsi degli amici online, ma anche quando si è semisconosciuti, con un po’ di tattica e pazienza si può mettere in vetrina e vender bene il proprio brand. John Locke e Amanda Hocking, entrambi nel club dei “milio­ nari” dell’eBook, hanno costruito le loro for­ tune usando i social network come ufficio stampa e marketing. Tralasciando gli aspetti voyeuristici del Web, il social reading è tale quando crea un rapporto paritario e oriz­ zontale tra lettori. Condivisione è la parola chiave, che si tratti di una generica recensio­ ne sul libro appena letto, o si vada nel detta­ glio annotando e integrando note a margine sull’eBook. Senza tirare in ballo l’osannato duo Facebook-Twitter, l’universo sociale dei libri ‒ digitali e non ‒ comincia da Anobii, capostipite dei book social network. Qui si può dar sfogo alle proprie frustrate aspirazioni di critici letterari, rendendo partecipi gli altri iscritti del proprio entusiasmo per la lettura appena conclusa, o spulciare le opinioni dei propri contatti e trovare così ispirazione per il prossimo titolo da acquistare. Parlando di scaffali non si può non citare GoodReads, che emula – in salsa sociale – il meccanismo

di suggerimento dei libri usato da Amazon. Qui però basta votare venti libri per far sì che il sistema intuisca i più adatti al nostro gusto, e ce li segnali. Se poi oltre ad un libro volete cercare anche una dolce metà con cui leggerlo accoccolati sotto le coperte, potete rivolgervi a Alikewise. A metà tra il social network e l’agenzia matrimoniale, il sito offre un singolare modo per conoscere l’a­ nima gemella: l’affinità di preferenze lette­ rarie. Si aggiungono sul profilo i titoli letti, qualche informazione personale, una bella foto e… si attende che il sistema selezioni per noi dei potenziali partner con i quali, se non altro, non si litigherà sui libri da acqui­ stare. Per la categoria degli impazienti, che non sanno resistere alla foga del commento e leggono l’eBook annotandolo immediata­ mente con le proprie impressioni, ecco un social network che parla italiano, con spic­ cato accento sabaudo: su Bookliners ogni appunto si trasforma in una discussione, ogni sottolineatura in un momento di con­ fronto, aggregando gli utenti non più sul libro ma sulla singola frase, rendendo la narrazione teoricamente infinita. Gli spa­ gnoli di 24 Symbols strizzano invece l’oc­ chio ai bulimici della lettura, e offrono una piattaforma dalla quale leggere e commen­ tare a sazietà. Un’integrazione tra recensio­

Condivisione è la parola chiave, che si tratti di una generica recensione sul libro appena letto, o si vada nel dettaglio annotando e integrando note a margine sugli eBook 26

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ne e commento in tempo reale è quella di BookGlutton, che ambisce a raccoglie­ re l’eredità dei circoli letterari al grido di “books are conversation”, slogan di cluetrai­ niana memoria: annotazioni e commenti avvengono all’interno di cerchie di contatti talvolta aperte a tutti, talaltra più selettive. Rasenta la genialità (o la follia?) uno degli ultimi arrivati: Small Demons. Così come del maiale non si butta via nulla, anche il libro può essere “tagliato” e catalogato per gruppi musicali, celebrità, prodotti e brand citati nella narrazione, collegati e incrociati con altre letture per creare e tracciare sor­ prendenti percorsi tematici.

Fin qui i social network sui libri. Che dire in­ vece dei libri che diventano social network? Esiste un solo caso, ma merita una catego­ rizzazione a sé: Pottermore è il rifugio vir­ tuale di migliaia di aspiranti maghette e ma­ ghetti fan di Harry Potter e offre, oltre alla possibilità di leggere in esclusiva gli eBook della fortunata creatura di J.K. Rowling, un’immersiva esperienza di role play tra i corridoi della Scuola di Hogwarts. Non temano, comunque, i nostalgici del profumo di carta, né gli apocalittici che pre­ dicono un futuro privo di relazioni sociali vis à vis. Il passo da virtuale e reale è breve, tanto quanto quello da libro a eBook. •

J.K. Rowling

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Il mondo dell’ebook

Feuilleton 2.0: il nuovo formato del libro è l’eBook in progress Un viaggio letterario nel tempo, dai romanzi a puntate dell’Ottocento alle nuove forme narrative seriali in formato digitale, in compagnia di Charles Dickens di Daniela De Pasquale

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ew York 1841. La nave in arri­ vo da Londra fu assalita da una folla che chiedeva: “Ma Nell è ancora viva?”. Il più impazien­ te andò incontro alla nave con una barchetta di fortuna. Poco importava se Nell Trent era una bambina di carta e inchiostro. I lettori americani non poteva­ no aspettare un’ora di più per conoscere la sua sorte, nell’ul­ timo episodio de La bottega dell’antiquario, storia pubblica­ ta a puntate sul giornale Master Humphrey’s Clock dall’auto­ re-editore Charles Dickens. E racconta ancora la critica lette­ raria Paola Colaiacomo che Di­ ckens ricevette molte lettere dai suoi lettori perché non facesse morire Nell e altrettan­ te proteste dopo la lettura della sua triste sorte. Emerge in questo racconto la forza dirompente del feuilleton, forma letteraria

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in voga nella Francia e nell’Inghilterra di fine Ottocento, nata da pure logiche com­ merciali ma rivelatasi un potente diffusore di cultura popolare e letteratura di massa. Nel 1836 Émilie de Girardin fondò La Presse, quotidiano low cost che ambiva a fidelizzare un ampio pubblico. Ripensando a due casi di successo, il feuille­ ton di Louis-François Bertin di fine Settecento ‒ un insieme di rubriche di critica teatrale al­ legato al Jounal des débats ‒ e la pubblicazione su un giornale di Honoré de Balzac di alcuni capitoli del suo libro per creare interesse e attesa, de Girardin decise di dedicare lo spazio che altri giornali riservavano alla critica lettera­ ria alla pubblicazione di romanzi a punta­ te. Nacque così il feuilleton (foglio, pagina di libro), conosciuto anche come romanzo d’appendice (perché pubblicato in ultima o

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penultima pagina), da non considerare solo come letteratura di serie B, dal momento che ha dato vita a grandi classici. Tre su tutti: I tre moschettieri (Alexandre Dumas), I misteri di Parigi (Eugène Sue) e Le avventure di Pinocchio (Carlo Collodi). L’idea fu rivoluzionaria e con effetti a lungo termine: nella seconda metà del XIX secolo la cultura era un lusso e non esistevano al­ tri mezzi di informazione se non i giornali. La borghesia leggeva le storie a puntate per svagarsi, le fasce più povere e meno istruite avevano finalmente accesso facile ed eco­ nomico alla lettura. In Italia, per lo storico Michele Giocondi fino alla Grande Guerra un bestseller era un libro che in cinque anni vendeva 10.000 copie, col fascismo si salì a 20.000. I romanzi d’appendice potevano su­ perare quota 100.000, forte segnale dell’al­ fabetizzazione del Paese. Certamente l’iniezione di serialità crea di­ pendenza dalle storie, ma quali sono gli in­ gredienti magici del siero che trasformava tutti in lettori e che oggi vorremmo tanto ri­ scoprire, visti i 723mila lettori italiani persi nel 2011, secondo l’ISTAT? Per Aldo Gras­ so sono quattro: l’oleografia, la presenza di stereotipi riconoscibili che permettono al lettore di identificarsi col personaggio per trarne gratificazione; la contrapposizione eroe positivo/eroe negativo e bene/male, in cui i valori borghesi sono perfettamente codificati e difesi con il riscatto finale e il trionfo dei primi sui secondi. Infine l’agni­ zione, il colpo di scena: una rivelazione im­ provvisa che determina una svolta decisiva nella vicenda. Caratteristiche superbamente e lucidamen­ te mixate nella serialità televisiva america­ na, tanto che per lo stesso Grasso oggi l’e­

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ducazione sentimentale degli adolescenti non si forma più con la grande narrativa ottocentesca ma con i teen-drama. A suppor­ to di questa tesi, alcuni critici hanno defi­ nito l’autore della serie The Sopranos Da­ vid Chase come il Charles Dickens di oggi. Per Jonathan Franzen, le serie tv “stanno rimpiazzando il bisogno che veniva soddi­ sfatto da un certo tipo di realismo del XIX secolo. Quando leggi Dickens ottieni gli stessi effetti narrativi”. In realtà, prima di soap-opera e fiction con mafiosi, dottori e

Oggi, grazie alla tecnologia, gli stilemi della narrazione seriale tipici del feuilleton dell’Ottocento si ripresentano in nuove forme letterarie sul web e altre piattaforme, coinvolgendo anche gli eBook casalinghe, a ereditare le strategie narra­ tive del feuilleton sono stati i fotoroman­ zi e i fumetti, i radiodrammi e il cinema. E il pensiero torna ancora a Dickens e alla sua incredibile modernità, perché, sostiene John Bowen ‒ tra i suoi massimi studiosi ‒ “è facile da adattare per la tv, il cinema e il teatro e usa tutte le strategie moderne di pubblicità per far conoscere i suoi libri. È multimediale”. E non aveva Facebook. Oggi, grazie alla tecnologia, i meccanismi della serialità si ripresentano in nuove for­ me letterarie: sul web e sui blog si molti­ plicano i romanzi a puntate e alcune azien­ de stanno realizzando storie a episodi per

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nuove piattaforme, sull’onda del successo dei keitai shosetsu, i romanzi giapponesi per cellulare scaricabili da iTunes una puntata al giorno. E, naturalmente, arriviamo agli eBook. Il processo di convergenza fonde

la pausa narrativa con cui sul più bello si conclude l’episodio, lasciando il lettore con l’impaziente curiosità di scoprire cosa suc­ cederà nel successivo. Tra un’uscita e l’al­ tra, c’è il tempo di dialogare con i lettori su

Banduna, l’eBook a puntate di Alessandro Mari nella collana Zoom di Feltrinelli, non è una storia già scritta e distribuita un capitolo per volta, ma un eBook in progress, che si evolve con l’interazione dei lettori più media, compaiono nuovi device e le storie non sono più un semplice travaso da un formato all’altro, ma fluidi narrativi che si adattano ai nuovi contenitori. D’altra parte il leit motiv di queste settimane, dopo “If Book Then”, incontro internazionale de­ dicato al futuro del libro, è proprio la neces­ sità di innovare per costruire nuovi modelli di ricavi e nuove logiche di funzionamento per l’editoria. Lo sa bene Alessandro Mari, che ha abbracciato il nuovo progetto di Fel­ trinelli aggiungendo un significativo tassel­ lo al concetto di social writer. Banduna è sta­ to il primo titolo della collana Zoom inte­ ramente digitale: un eBook a puntate setti­ manali da € 0,99 con prima uscita gratuita. Lo sforzo creativo autoriale è alto, il rac­ conto ha un ritmo sincopato e ogni capi­ tolo deve raggiungere un cliffhanger, quel­

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un sito creato ad hoc, per ricevere feedback immediati da inserire “nella centrifuga dell’immaginazione” e, come un attore di teatro che sente l’umore della sala, decidere l’evoluzione della narrazione. Banduna non è dunque una storia già scritta e distribuita un capitolo per volta, ma un eBook in pro­ gress. Ci sono poi altri esempi di offerta di contenuti digitali a rate. L’azienda BookRiff offre un servizio di DJ letterario: smembra gli eBook in capitoli vendibili singolarmen­ te, e permette di creare nuovi eBook-com­ pilation assemblando testi di diversi autori. DripRead è un’applicazione che suddivide eBook e altri file in piccole parti, inviando­ ne una ogni giorno tramite email. Nell’at­ tesa che altre aziende italiane si lancino in progetti di questo tipo, sul territorio nazio­ nale arriva Chichili Agency, editore tedesco

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che vanta il maggior numero di vendita di eBook in Germania e già nelle classifiche di Amazon.it con l’horror seriale Chills. La sua mission è stare al passo con un lettore mo­ derno hi-tech e sempre in movimento: chi legge in metropolitana probabilmente è un lettore forte che non vuole rinunciare alla lettura durante i suoi spostamenti. L’offerta è quindi un libro digitale di massimo trenta pagine, da leggere in quindici minuti e dal prezzo contenuto. Anche Banduna ha un li­ mite di battute tra le 23 e le 26mila a punta­ ta, l’equivalente di circa mezz’ora di lettura. L’idea di presentare contenuti, non necessa­ riamente seriali, per tempo di lettura non è nuova, basti pensare allo store EmmaBooks o al sito giornalistico Longreads, focaliz­ zato su forme di long journalism godibili proprio su tablet e eReader. Aggiungendo il fattore prezzo al tempo di lettura, il pen­ siero vola ai Kindle Single che Amazon ha lanciato oltre un anno fa: racconti low cost

di 10-30mila caratteri, lunghezza “perfet­ ta per buttar giù una singola idea geniale, ben sviluppata, argomentata e illustrata”. La stessa collana Zoom di Feltrinelli contie­ ne singoli racconti delle sue firme di punta, estratti da raccolte già pubblicate o inediti digitali. La tecnologia riduce le barriere d’accesso alla pubblicazione dei contenuti tanto che, per David Houle, oggi si pubblicano più libri in una settimana che in tutto il 1950. La serialità può essere allora considerata un valido terreno di esplorazione per una nuova concezione di letteratura prêt-à-por­ ter al costo di un caffè: per l’editore 2.0 è un nuovo modello di business; per lo scrittore 2.0 è una nuova sfida creativa; per il letto­ re 2.0 è un nuovo prodotto economico che si inserisce nel flusso veloce delle sue gior­ nate, e lo aiuta ad acquisire familiarità con nuovi dispositivi e nuovi modi di concepire l’oggetto-libro.•

La serialità può essere considerata un valido terreno di esplorazione per una nuova concezione di letteratura prêt-à-porter al costo di un caffè

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Buona la prima Storie di libri ed edizioni

“ LE MERAVIGLIE DEL POSSIBILE” (1959)

A CURA DI SERGIO SOLMI E CARLO FRUTTERO di Francesco Baucia

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essuno è al sicuro, nessuno si salva, la nostra civiltà è fragilissima e può crollare in ogni momento”: chi negli ultimi mesi, leggendo le notizie economiche e politi­ che, non ha sussurrato tra sé frasi di questo genere? Chi, pensando al sistema della finanza globale che sembra strangolare i destini di nazioni e individui, non lo ha immaginato come una sorta di mostro fantascientifico? La frase che abbiamo ci­ tato qui in apertura è di Carlo Fruttero, che la scrisse con negli occhi le immagini dell’atten­ tato alle Twin Towers. Nel testo da cui è estrapolata, lo scrittore torinese meditava sulla ca­ pacità della science-fiction di essere “profetica” nel senso più alto, ossia di mettere la mente

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dell’uomo in assonanza con il proprio tem­ po per coglierne quelle linee direttrici che conducono al domani. Una missione, inol­ tre, quasi filosofica, se come diceva Hegel la filosofia è “apprendere il proprio tempo con il pensiero”. Su questa scia, si potrebbe tentare una definizione della fantascienza dicendo che essa è “apprendere il proprio tempo con la fantasia”. I mondi possibili e i futuri immaginari che questo genere ele­ va a proprio orizzonte sono infatti solo un modo trasfigurato per parlare di noi, della no­ stra vita attuale e di ciò che le può accadere da un momento all’altro. Tra i molti meriti lettera­ ri ed editoriali che van­ no ascritti a Carlo Frut­ tero, morto di recente a 85 anni nella sua casa di Castiglione della Pe­ scaia, c’è senza dubbio quello di aver promosso instancabilmente la dif­ fusione della science-fiction in Italia. Lo ha fatto in due modi: dirigendo dal 1961 al 1986 (per un lungo periodo anche in coppia con Franco Lu­ centini) la mitica collana mondadoriana Urania e prima ancora curando a quattro mani con Sergio Solmi l’antologia di fantascienza Le meraviglie del possibile, apparsa per Einaudi nel 1959. L’intento che soggiaceva a que­ sta operazione editoriale era quello di por­ re sotto l’egida severa e autorevole dello Struzzo un genere di narrativa che veniva

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considerato perlopiù come di puro intratte­ nimento, in un periodo in cui l’engagement della letteratura era visto come una priorità assoluta. A questa nobilitazione del genere contribuiva in modo decisivo la dotta intro­ duzione al volume firmata da Solmi, in cui tra l’altro si indicavano i lontani ascendenti della fantascienza addirittura in Platone e Luciano di Samosata. Ma ai lettori sarebbe bastato addentrarsi nelle pagine dei rac­ conti collezionati nel libro per convincersi, anche senza articolate arringhe, dell’assolu­ ta nobiltà di quei te­ sti. Perché sfogliando le pagine si sarebbero imbattuti nel distillato dell’arte dei maestri del genere, partendo dal precursore H.G. Wells per arrivare agli “assi” Ray Bradbury, Philip K. Dick, Isaac Asimov e Robert Heinlein. L’idea programmatica del libro, indica Solmi nell’introduzione, è di mostrare attraverso la narrativa come dopo le numerose crisi filo­ sofiche e religiose del­ la modernità alla sola scienza è ancora possi­ bile nel presente “riaprire le porte del Me­ raviglioso, che l’uomo aveva chiuse da un pezzo”. Leggendo i racconti dell’antologia, però, ci si accorge che forse la vista di quel Meraviglioso nuovamente dischiuso è in­ sostenibile, presaga com’è di scenari foschi i quali non fanno che ripetere in ingegnose

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variazioni le oscurità della storia passata. Una vena rigogliosa di pessimismo serpeg­ gia nelle pagine di molti racconti, insinuan­ do più di un sospetto sulle “magnifiche sorti e progressive” che la scienza sembra spalancare all’umanità. Così, i naufraghi sul piovoso pianeta Venere del racconto Pioggia senza fine di Bradbury ci appaio­ no come soldati sull’orlo della follia nella giungla vietnamita; la riscoperta capacità dell’umanità futura di contare senza calcolatrici viene piegata a fini bellici in Nove volte sette di Asimov; l’utilizzo di robot uma­ noidi con obiettivi spionistici scardina l’affidamento nell’ami­ cizia e negli affetti in Impostore di Philip K. Dick; e la volontà di serafici monaci tibetani di calco­ lare tutti i possibili nomi di Dio attraverso un supercomputer nasconde il desiderio di causare la fine del mondo, nel racconto I nove miliardi di nomi di Dio di Arthur C. Clarke. Ma il capolavoro assoluto della rac­ colta è forse il racconto più breve, il fulmi­ nante Sentinella di Fredric Brown, lungo una pagina scarsa. Vi leggiamo i pensieri di un soldato di trincea in una guerra inter­ galattica, lontano cinquantamila anni luce dalla sua patria e piegato alle dinamiche di un conflitto che non comprende. Si trova a compiere quello che è richiesto a ogni buon soldato, ossia uccidere una di quelle schi­ fose creature nemiche contro cui combatte. Ma l’identità della sua vittima non è così

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scontata come il lettore sarebbe portato a pensare fin dalle prime righe, e non la rive­ liamo qui per consentire a chi vorrà cimen­ tarsi con Le meraviglie del possibile di godersi in pieno la sorpresa. Basti indicare però che, in consonanza con i suoi “colleghi”, l’auto­ re suggerisce che la Storia, e anche la fantaStoria, obbedisce alla solita eterna logica di prevaricazione e violenza, da qualunque prospettiva la si guardi. In un intervento di qualche mese fa su “TuttoLibri” della Stampa, Tullio Avoledo (l’autore italiano che si è cimentato con più suc­ cesso nel genere fantascientifi­ co) ha scritto che leggere testi di science-fiction può alimentare la fiducia nel futuro. Di primo acchito sembrerebbe diffici­ le affermarlo visto l’orizzonte oscuro che tracciano numerosi racconti dell’antologia di Sol­ mi e Fruttero. Ma guardando le cose da un altro versante, ci accorgiamo che in fondo ha perfettamente ragione. Se i maestri-veggenti della fantascienza hanno molte volte espresso vaticini così cupi è per farci comprendere che il futuro è davvero nelle nostre mani, che la fantasia è tutt’uno con la libertà, e che possiamo inventare sul serio un avvenire differente da quello che gli istinti del genere umano sembrano inva­ riabilmente suggerire. Ci ribadiscono che il “mondo migliore” è alla nostra portata, al pari dei molti altri possibili. E poi c’è chi dice che la fantascienza non è engagée…

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Sulla punta della lingua

Come parliamo, come scriviamo

Rubrica a cura dell’Accademia della Crusca

L’ITALIANO CANTERINO di Lorenzo Coveri

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he italiano è quello della canzo­ ne? Che rapporti (di dare e di avere) vi sono tra la lingua usata nei testi delle canzoni e quella di tutti i giorni? È possibile tracciare una storia linguistica della canzone italiana? Sono interrogativi che si può porre tanto l’appassionato di musica leggera, magari in procinto di seguire, come ogni anno, di questa stagione, il Festival di Sanremo (nato nel 1951 e oggi diventato più un evento te­ levisivo che una gara di canzoni), quanto il linguista, che ormai da qualche decennio ha sdoganato il fenomeno, se non altro per il suo rilievo sociale, culturale, economico nel Paese del bel canto. Prima di tutto occorre sgomberare il terreno da un equivoco: il testo della canzone non ha, salvo rarissimi casi, una propria auto­ nomia; esiste solo in quanto è destinato ad essere messo in musica, è al servizio della struttura musicale (la cosiddetta mascherina), e non viceversa. E ciò dovrebbe essere sufficiente a smentire chi voglia considera­ re la canzone come poesia (la quale esauri­ sce in sé tutti i sensi, mentre il testo canzo­

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nettistico ha bisogno di quell’”aggiunta di senso” che sono le note), i cantautori come i “nuovi poeti” da antologizzare (ma è credi­ bile che essi contribuiscano ad instillare un certo gusto della poesia nelle giovani gene­ razioni). Se è vero che le parole delle can­ zoni sono “parole per musica”, è dunque conseguente che la lingua italiana (adatta alla melodia, meno adatta dell’inglese e del francese al ritmo) venga piegata alle esigen­ ze musicali. Altrimenti, come si spieghereb­ bero, in fine di verso, tanti monosillabi (te, me, io), tante parole tronche, magari in verbi al futuro (vivrò, lavorerò, piangerò, in Io vivrò di Battisti e Mogol, ma anche in Francesco De Gregori, La donna cannone), tante zeppe (e sai, e poi), tante inversioni sintattiche (“e all’improvviso venivo / dal vento rapito”, Nel blu, dipinto di blu di Modugno e Migliac­ ci)? Questo vale certamente per la canzone cosiddetta ancien régime del primo secolo unitario, con le sue radici nel melodramma e nella grande tradizione napoletana, fino alla svolta interpretativa rappresentata, nel 1958, dal teatrale “volo” di Domenico Mo­ dugno a Sanremo. Le cose cambiano a partire dagli anni Ses­ santa (e poi, più marcatamente, Settanta), con la nascita del fenomeno (tipicamente italiano, ma con modelli Oltralpe e Oltreoceano) dei cantautori, che per la prima vol­ ta riuniscono in sé le figure, prima distinte,

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dell’autore del testo (il paroliere, l’artigiano delle parole), del musicista, dell’interprete. Anche il linguaggio, prima desueto e retori­ co (“Signorinella pallida / dolce dirimpet­ taia del quinto piano”, Signorinella, di Bo­ vio e Valente, 1931) si abbassa decisamente di tono, diventa dimesso, più vicino all’i­ taliano quotidiano (“Mi sono innamorato di te / perché / non avevo niente da fare”,

neri, di forme e di modelli (e di tipo di pub­ blico) è la chiave della situazione attuale. Basta leggere (ma non senza, per le ragioni che si sono dette, ascoltarli in musica) i te­ sti di Sanremo 2012 per averne conferma. Qui, accanto a moduli tipici della vecchia can­ zonetta (“Io non voglio amare / solo libertà / sono chiusa a chiave / e ci resterò / so di farmi male / male non mi fa”, Respirare,

Mi sono innamorato di te, di Tenco), se non altro confrontandosi con l’evoluzione del linguaggio poetico e anche con una più am­ pia diffusione dell’italiano, cui proprio la canzone avrà, almeno in parte, contribuito. Dagli anni Ottanta in avanti la canzone ita­ liana conosce una grande varietà di gene­ ri (accanto alla canzone d’autore, il rock, il pop, il rap), tra i quali ha particolare rilievo il recupero del dialetto (in funzione lirica, come nel grande esempio di Fabrizio De André; in funzione polemica e ideologica, come nelle posse). Tale compresenza di ge­

interpretata da Gigi D’Alessio e Loredana Berté; “baci come spine, sulla bocca mia”, Sei tu, dei Matia Bazar; “Se un giorno tu / tornassi da me / dicendo che”, Per sempre, Nina Zilli; ma sparsi qua e là un po’ in tutti i testi), troviamo esempi ed echi dell’espe­ rienza cantautorale (“Un pallone rubato / è dovuto passare / dalla noia di un prato all’inglese / a un asfalto che fu Garibaldi a donare, / dalle scarpe di Messi / alle scarpe ignoranti, / a una rabbia calciata di punta che lo / fa volare più in alto dei santi”, Un pallone, di Samuele Bersani; “Seguo l’imma­

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ginazione / la strada dei passi passati da qui / sento una dolce evasione negli occhi / che mi hanno guardato così”, Al posto del mondo, Chiara Civello). Si nota una ricerca espressiva più sofisti­ cata, meno consueta, tendente a liberarsi dalle pastoie della canzone “all’italiana” (si pensi anche alle decisive innovazioni me­ triche e sintattiche introdotte dalla “cantan­ tessa” Carmen Consoli), come è evidente nella presenza di versi più lunghi e sintatti­ camente più complessi (“No questo no, non è l’inferno ma non / comprendo com’è pos­ sibile pensare che / sia più facile morire”, Non è l’inferno, Emma; “Avere l’impressio­ ne di restare sempre al punto di partenza”, Sono solo parole, Noemi), nella sostituzione di assonanze alle rime baciate (“appena io mi rendo conto / di avere perso la metà del tempo, / e quello che mi resta è di trovare un senso”, E tu lo chiami Dio, Eugenio Fi­ nardi), nelle figure retoriche (similitudine: “Come sassi in un torrente / come fanno i nostri sogni”, La tua bellezza, di Francesco Renga), nell’uso di un lessico più quotidia­ no (“c’è un camionista da accontentare”, Nanì, di Pierdavide Carone e Lucio Dalla; “per chi ci vuol fregare”, Ci vediamo a casa, di Dolcenera). Paradossalmente, è la pre­ senza meno “sanremese” di tutte, quella del gruppo rock dei Marlene Kuntz, a te­ ner conto giudiziosamente del contesto (il tipo di pubblico, il supporto di una gran­ de orchestra) e a presentare la loro Canzone per un figlio (di ispirazione letteraria, come spesso succede nel repertorio della band) meno trasgressiva di quanto ci si sarebbe atteso (altrove il congiuntivo disperda rima­ va provocatoriamente con merda), affidan­ do alla musica e soprattutto all’interpreta­

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zione la forza di un testo che rivela dime­ stichezza con la scrittura poetica, con litoti (“La felicità non è impossibile”), similitu­ dini (“come un’ebbrezza effimera che può imbrogliare”), personificazioni (“la felicità che sorride”), e via dicendo. Parole per mu­ sica, appunto. E persino a Sanremo, a lungo considerato il tempio inespugnabile della conservazione, si può affacciare alla scena un nuovo italiano. •

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Anima del mondo Paesaggi della letteratura

LA CITTÀ INVISIBILE

Berlino: immagini in dissolvenza di Luca Bisin

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on c’è più il battipalo a vapore ad Alexanderplatz, sbuffante e strillante mentre al ritmo ca­ denzato dei suoi colpi trafig­ ge un suolo scavato, rimestato, squarciato, lacerato, nel frastuono dei cantieri per la metropolitana e nello stridere incessante dei tram. Non c’è più l’umanità variopinta che si aggira per le strade nei dintorni, chi sgobba, chi osserva, chi si affanna, chi sta fermo, chi beve, chi ha freddo, chi esce da un negozio, chi s’infila in una bettola, chi at­ traversa la piazza, chi si accalca su un mar­ ciapiede, ma allo sferzare indifferente del vento i loro volti sono tutti uguali e “cosa succede in loro? chi potrebbe dirlo?”, a scri­ verlo ne verrebbe un libro enorme ma poi

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nessuno lo leggerebbe. Se non bastassero già i nomi mutati di certe vie o di certe inse­ gne, ci penserebbe la torre della televisione, col suo profilo così sfacciatamente sovieti­ co, tanto insolente da riuscire alla fine quasi bello, a raccontarci quanta storia è trascorsa all’Alex da quel 1929 in cui Alfred Döblin, in Berlin Alexanderplatz, ne sanciva la po­ tenza simbolica di una città lanciata senza freni alla costruzione della propria identi­ tà di metropoli. I turisti ordinatamente in fila, mentre attendono di salire a gettare da 212 metri uno sguardo alla Berlino degli ar­ chitetti, delle sperimentazioni, delle nuove tendenze, dei giovani con pochi soldi, della musica elettronica, dell’estro che reinventa gli spazi, non hanno certo più molto del­

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lo smarrimento che, nel romanzo, provava È forse vero allora, come ha osservato Wim Franz Biberkopf appena uscito dal carcere Wenders, che a parlare oggi di Berlino sono di Tegel, mentre col tram 41 s’inoltrava nel­ soprattutto i suoi spazi vuoti, come gli scor­ le viscere della città babelica e implacabile, ci in cui la città dei simboli storici e delle e “dentro di lui qualcosa gridava con terro­ arditezze architettoniche offre al nostro re: attenti, attenti, si comincia!”. sguardo un varco d’incertezza, il pretesto Eppure, non è che Berlino ci parli oggi con di uno smarrimento che non avevamo pre­ meno irruenza. In un certo senso, anzi, la visto e che ci lascia più interdetti di quanto città è divenuta quasi il prodotto viven­ possa mai fare la vista, improvvisa ma non te di quel montaggio frenetico che Döblin davvero inattesa, di una Trabant. Del resto, esercitava nelle pagine del suo romanzo, proprio Döblin affermava che “Berlino è sgretolandone la forper la maggior parte ma narrativa in un invisibile”, a ricor­ arruffio di segni, darci come quel ba­ È forse vero, come ha voci, balenii, scheg­ lenare di segni, quel osservato Wim Wenders, ge, mentre da dietro tramestare beffardo il più piccolo detta­ che a parlare oggi di Berlino della storia sia an­ glio (l’insegna di un cora niente o quasi: sono soprattutto i suoi negozio, lo scorcio di Berlino trapela altro­ spazi vuoti un caffè, il titolo di ve, in un certo nostro giornale…) poteva sguardo più sottile e far capolino lo sguardo di un futuro troppo involontario, e nel remoto turbamento che irrefrenabile e incerto per non riuscire mi­ ci procura. naccioso. A chi passeggi oggi per Berlino, Vista da una finestra all’angolo della Tau­ quasi ogni batter d’occhio è come un gioco benstrasse, come in un racconto di E.T.A. audace di stacchi, dissolvenze, incroci lun­ Hoffman, la Berlino del 1822 poteva già go una narrazione di cui la storia stessa si produrre “una piccola vertigine che assomi­ è incaricata di mescolare i tempi e gli spazi: gliava al delirio non sgradevole di un sogno le linee inflessibili del vecchio aeroporto di a venire”, solo nell’ondeggiare della folla in Tempelhof, nella cui severità ancora s’indo­ una piazza durante un giorno di mercato. E vina l’allucinata monumentalità della capi­ la Berlino guglielmina dei romanzi di Theo­ tale Germania vagheggiata da Hitler, accol­ dor Fontane, appena sbozzata negli interni gono senza imbarazzo l’atmosfera svagata ordinati della case borghesi, nelle passeg­ e un po’ fricchettona di un parco; e sulle giate lungo la Sprea, nei balconi affacciati facciate solenni degli edifici lungo la Karlsul Tiergarten, sapeva però già pungolare Marx-Allee, réclame architettonica del so­ crucci inconfessati e smascherare inquie­ cialismo reale nella Berlino divisa, si apro­ tudini a lungo represse: una passeggiata no come nulla fosse le vetrine chiassose dei per l’Unter den Linden poteva rivelare alla supermercati e dei fast-food. Ma tutto que­ giovane Effi ciò che la signora von Briest sto ci arriva nella figura già rasserenata di ignorava, compiaciuta della bontà d’animo una storia che conosciamo, di una città che della propria figlia che viveva senza prete­ è proprio quella che ci hanno raccontato e se, “fra fantasticherie e sogni”: il fatto che, che siamo venuti a vedere. nondimeno, in certe questioni Effi aveva

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delle pretese; e durante l’afflitta monoto­ stasi di un uomo che torna a casa dopo l’in­ nia del matrimonio con il barone Instetten, contro con la sua promessa sposa, incerto è la prospettiva di un trasferimento a Ber­ sulle sue gambe per la troppa felicità e il lino ad estorcerle l’involontaria ammissio­ troppo bere, sembra quasi risplendere nel­ ne di un’infelicità che il costume borghese le strade e negli edifici trasfigurati alla luce voleva invece inconfessabile: “Dio, ti rin­ del crepuscolo, fino alla disillusione di un grazio!”, sussurra Effi in tono di preghiera, finale agghiacciante. abbracciata alle ginocchia del marito. Berli­ È certo solo a Berlino che il giovane Walter no, in fondo, ha sem­ Benjamin, passeg­ pre avuto la natura giando per il Tier­ È certo solo a Berlino che il garten, poteva impa­ sfuggente e un po’ scorbutica di una cit­ giovane Walter Benjamin, rare a “smarrirsi in tà che non accoglie, una città come ci si passeggiando per il non sorride, non lan­ smarrisce in una fo­ cia seduzioni appari­ Tiergarten, poteva imparare resta”; o che Joseph scenti, ma ci tocca in Roth poteva ricono­ a “smarrirsi in una città un modo più miste­ scere nella vista in­ come ci si smarrisce in una rioso e importuno, nocua di uno snodo foresta” quasi intimo e per ferroviario l’imma­ questo inquietante. gine più evocativa e Come in certi romanzi berlinesi di Nabokov, pregnante di una vita intera, “il cuore di un dove la città può sorprendere con non più mondo”. E a Berlino, ancora oggi, potreb­ che una strada in una notte di pioggia, con be succedere che un dettaglio inoffensivo, “l’opaco luccichio dell’asfalto” sul quale le uno scorcio apparentemente scialbo o per­ cose e le persone si rifrangono in un calei­ fino brutto ci tocchi tanto nel profondo da doscopio di riflessi e di colori “sparendo risvegliare in noi quello sgomento che pro­ tra le ombre e riemergendo nella luce obli­ vava Franz Biberkopf di fronte a un futuro qua riflessa dalle vetrine” (Re, donna, fante). ancora vago, quella smania di “pretendere O come nel fulminante racconto Dettagli di dalla vita qualcosa di più che il pane quoti­ un tramonto, sempre di Nabokov, dove l’e­ diano”. •

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Alta cucina Leggere di gusto Edith Wharton

A ROMAN PUNCH IN NEW YORK Il cocktail dei papi nell’Età dell’innocenza di Edith Wharton

di Francesco Baucia

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iò che stava o non stava ‘bene’ gionewyorchese di fine Ottocento. All’inizio cava un ruolo nella New York di del libro lo vediamo in un palco dell’Aca­ Newland Archer altrettanto imdemy of Music di New York, dove si sta rap­ portante di quello degli inscrutabili presentando il Faust di Gounod. Più che al totemici terrori che avevano governato i destini melodramma, Newland è attento a quanto dei suoi progenitori migliaia di anni fa.” L’età succede in un palco dirimpetto al suo in cui dell’innocenza, romanzo di Edith Wharton si trova la giovane promessa sposa May Wel­ vincitore nel 1921 del premio Pulitzer, è uno land insieme al parentado. Nella balconata struggente racconto d’amore e, come molte fa il suo ingresso una figura femminile inat­ storie d’amore, è anche una storia spietata. tesa, una più matura cugina della ragazza, la Perlomeno nella misura in cui rappresenta contessa Ellen Olenska. La donna sta divor­ lo scontro di un sentimento con un sistema ziando da un nobiluomo europeo, e questo di rigide regole che ne ostacola la completa episodio ha suscitato molte chiacchiere nel maturazione. Dalla vicen­ milieu da cui provengo­ da archetipica di Romeo no sia Newland che May. I modi di imbandire e Giulietta a quella nar­ Archer è un individuo le tavole, i piatti che rata nell’Età dell’innocenil cui animo è conteso za il passo è breve, perché da empiti di ribellione vi si consumano anche qui ci troviamo di abitualmente, l’abilità e da prepotenti rigurgi­ fronte al consumarsi di ti di conformismo. Inu­ dei servitori sono un una passione all’ombra di tile dire che l’incontro insieme di segni che con l’affascinante Ellen, convenzioni sociali tanto radicate e articolate quan­ rivela le caratteristiche di cui finirà per inna­ to assurde. E buona parte morarsi perdutamente, profonde di chi dà del libro è dedicata ap­ metterà a repentaglio le i ricevimenti, oltre punto al ritratto accurato sue già piuttosto labili l’immagine che essi dell’insieme di dettami in certezze riguardo al pro­ vogliono offrire di sé prio futuro. E il rischio cui sono impigliati, come in una ragnatela, i perso­ cui va incontro dando naggi principali della vicenda. Non è un seguito a quella passione è proprio lo spau­ caso infatti che Martin Scorsese, un cineasta racchio più temibile per un animo timoroso che ha dedicato parte significativa del pro­ come il suo: la messa al bando dall’abbrac­ prio lavoro al racconto delle ferree regole cio confortante ma crudele di quella società delle comunità criminali (Mean streets, Quei che non tollera sbandamenti dai propri mo­ bravi ragazzi, The departed, solo per citarne delli di riferimento. alcuni), sia stato attratto da questo romanzo Il largo della prosa di Edith Wharton segue tanto da trarne nel 1993 una straordinaria così lo svilupparsi di questo conflitto nell’a­ versione cinematografica. nimo del protagonista fino a quando, mol­ Protagonista della vicenda è Newland Ar­ ti anni dopo il primo incontro, Newland e cher, giovane esponente dell’alta borghesia Ellen si ritroveranno, finalmente liberi dai

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rispettivi legami sociali e matrimoniali, e lontani dall’ambiente di provenienza. Le decisioni dettate nel passato dagli scrupo­ li avranno ancora un peso sulle loro scelte? A conclusione della vicenda, nelle ultimis­ sime pagine del libro l’autrice saprà rega­ larci un esito sconsolato e commovente per questa avventura d’amore “impossibile”. Ma ciò che avvince i lettori, forse più che la suspense per l’eventuale co­ ronamento del­ la passione, è l’affresco detta­ gliato che Edith Wharton resti­ tuisce di una so­ cietà allo stesso tempo opulen­ ta e severa, una versione raffina­ ta della comunità dei padri fondatori d’A­ merica, potentemente ritratta da Nathaniel Hawthorne nella Lettera scarlatta. E un af­ fresco così accurato non poteva mancare di soffermarsi sul palcoscenico in cui le regole di comportamento trovano spesso la loro rappresentazione più sontuosa, ossia le riu­ nioni conviviali. Nell’Età dell’innocenza sono raccontati infatti numerosi pranzi, feste e rinfreschi: i modi di imbandire le tavole, i piatti che vi si consumano abitualmente, l’a­ bilità dei servitori sono un insieme di segni che rivela le caratteristiche profonde di chi dà i ricevimenti, oltre l’immagine che essi vogliono offrire di sé. Ad esempio, quando Sillerton Jackson, un noto pettegolo dell’alta società, viene invitato a pranzo dalla signo­ ra Archer, madre del protagonista, sa che è solo perché questa desidera qualche notizia

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indiscreta di prima mano. La non perfetta cura della cucina in casa Archer denota d’al­ tronde un fatto noto e irrevocabile, quasi una legge, che Jackson così compendia nel suo pensiero: “New York, a memoria d’uo­ mo, era sempre stata divisa nei due grandi gruppi fondamentali dei Mingott-Manson e tutto il loro clan, ai quali importava il cibo, i vestiti e il denaro, e degli Archer-Newlandvan der Luyden, tribù dedita ai viaggi, all’orticol­ tura e ai migliori romanzi e che di­ sdegnava le for­ me di piacere più grossolane.” Così chi è ospite degli Archer può aspet­ tarsi ad accoglier­ lo conversazioni “sui panorami alpini e sul Fauno di marmo”, mentre chi va dai Mingott-Manson può go­ dere pasti in cui sono serviti “anatra moret­ ta, zuppa di tartaruga e vini d’annata”. Non è un caso dunque che proprio in uno dei ricercati pranzi organizzati dai Lovell Min­ gott (ramo del clan Manson-Mingott di cui fa parte la fidanzata di Newland) faccia capoli­ no una pietanza dalla storia curiosa. Si tratta del Roman punch, una sorta di cocktail-dessert che, invece di essere servito a fine pasto, si consumava tra le due portate principali, come si usa a volte fare con i sorbetti. Le sue origini affondano nientemeno che nelle cu­ cine vaticane del Settecento, dove la bevan­ da era nata per rinfrescare il palato dei papi nei mesi estivi. Pare che la ricetta sia rimasta segreta fintanto che, con la campagna d’Ita­ lia di Napoleone, il figlio di un cuoco di Pio

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VI decise di unirsi al seguito di Bonaparte, diventando prima servitore di Giuseppina di Beauharnais, poi di altri aristocratici eu­ ropei e diffondendo con i suoi viaggi la deli­ ziosa bevanda. Chi voglia infrangere l’antica segretezza dei ricettari papali può preparar­ si un bicchiere di Roman punch tenendo pre­ senti questi ingredienti e proporzioni: 1/5 di succo d’arancia, 2/5 di limonata, 1/5 di champagne, 1/5 di rum, la crema ricavata

da un albume montato a neve con una spol­ verata di zucchero a velo e qualche goccia di succo di limone. Si serve mescolando deli­ catamente gli ingredienti base del punch in un bicchiere capiente con cubetti di ghiaccio. Poi si guarnisce la bevanda con uno strato della crema di albume, limone e zucchero. È consigliato inserire uno stirrer nel cocktail in modo che si possa mescolare il punch con la crema soffice prima di berlo.•

Il Roman punch, è una sorta di cocktail-dessert che, invece di essere servito a fine pasto, si consumava tra le due portate principali, come si usa a volte fare con i sorbetti

ROMAN PUNCH Ingredienti: 1/5 di succo d’arancia 2/5 di limonata 1/5 di champagne 1/5 di rum 1 albume montato a neve 1 cucchiaino di zucchero a velo succo di limone

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La nostra coscienza digitale

Recensioni

SUPER SANTOS di Roberto Saviano

Roberto Saviano sbarca sul web e sbanca. Fel­ delle regole, hanno i loro arbitri che interven­ trinelli Zoom lancia un’iniziativa a 99 centesi­ gono quando qualcuno le infrange, ma sono mi di euro che subito porta l’autore di Gomorregole di boss, di sottomissione e spavento. ra a confermarsi scrittore leader anche per il “Per i ragazzi essere pali significava poter vi­ digitale. Eppure il testo è un racconto breve, vere giocando a pallone. Per il clan giocare a 55mila caratteri, che riconduce buona parte pallone significava poter vivere mentre i ra­ degli italiani a un’infanzia mai dimenticata e gazzi facevano i pali”, così sintetizza Saviano vissuta come nostalgia. Il Super Santos contro le due prospettive differenti con le quali veni­ il Super Tele, qualità a basso prezzo contro il vano viste le regole del gioco (del calcio o della solo basso prezzo. Il rac­ camorra). E proprio nel momento conto è in realtà una ripub­ in cui il gioco diventa occasione di blicazione di un inedito formazione per lo stato di diritto, uscito con il Corriere della quello sulla carta, la cultura crimi­ Sera il 2 giugno del 2011, nale innesta i propri rami. Che bel­ festa della Repubblica del lo allora poter leggere Super Santos centocinquantesimo anni­ sul pc o sul tablet o sul telefonino, versario dell’Unità d’Italia. se possiamo in un istante cancel­ L’infanzia degli italiani e lare questa memoria dell’infanzia l’infanzia dell’Italia, quin­ perduta che si annida in ciascuno di, sulla carta. Ma la carta di noi. Per questo forse vogliamo è stata scavalcata dal web leggere Super Santos in ebook: per e allora da questo successo poterlo cancellare subito dopo. È il in nuova forma dovremo rischio più grande della nostra in­ Disponibile su ripartire, anche per chie­ fanzia digitale, quello di rimuove­ www.biblet.it derci se non sia finita la no­ re il male compiuto, ma in fondo stra infanzia di carta e ora vogliamo tutti ri­ anche il futuro della nostra coscienza colletti­ cordare, ma senza lasciare davanti a noi resti va di giocatori di pallone. “Guagliò, o Super di questa memoria. Quante angherie abbiamo Santos s’è bucato. Guagliò accattamm’ n’ato fatto e quante subito da ragazzini per una par­ Super Santos”. La carta non muore mai (“car­ tita vietata a un compagno, per un vetro rot­ ta canta”, si dice) i palloni invece si bucano, i to, per non arrivare tardi a casa? Dario, Rino, files si perdono o si cancellano, ma quell’ora Giovanni e Giuseppe sono le tentazioni che di curiosità che ci ha fatto ricordare chi siamo tutti abbiamo vissuto da piccoli, quando c’e­ ci ha senz’altro lavati dalle impurità e riani­ ra da capire cosa fosse il bene e cosa il male mati di uno spirito nuovo: non ci si ricorda del e un pallone diventava occasione per un’az­ male compiuto senza la nostalgia per l’inno­ zuffata o per imparare delle regole. I quattro cenza perduta. Sta a noi scegliere ogni giorno ragazzi di Super Santos imparano anche loro se essere pali o capocannonieri.

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BUK. FESTIVAL DELLA PICCOLA E MEDIA EDITORIA

Appuntamenti

e gli altri eventi del mese

BUK. FESTIVAL DELLA PICCOLA E MEDIA EDITORIA Programmato in origine per il 4 e il 5 febbraio, a causa del maltempo che ha colpito buona parte d’Italia la quinta edizione del Festival di Modena è stata ufficialmente posticipata al 3 e 4 marzo. La manifestazione, che si terrà presso il Foro Boario (via Bono da Nonantola 2), rimane uno dei fiori all’occhiello nell’agenda dei lettori più attenti alle proposte editoriali “di nicchia”. Molto intenso il programma della kermesse: tra i numerosi even­ ti proposti (presentazioni, reading e conferenze) segnaliamo gli incontri con il giornalista Stefano Feltri del “Fatto Quotidiano” che parlerà del suo libro Il giorno in cui l’euro morì (Aliberti Editore) e con l’ex maresciallo dei Ris Luciano Garofano e la reporter Andrea Vogt, autori del volume Uomini che uccidono le donne (Rizzoli), che dialogheranno con Rossella Diaz sui casi più scottanti della cro­ naca italiana recente. All’interno della cornice del festival saranno inoltre annunciati i nomi dei vin­ citori del premio letterario “Due Vittorie” e del premio di giornalismo scolastico “Prima pagina”. 3 e 4 marzo LIBRI COME. FESTA DEL LIBRO E DELLA LETTURA L’Auditorium Parco della Musica di Roma ospita la terza edizione di “Libri come”, un evento che si propone già dal suo titolo di portare i lettori dietro alle quinte dell’officina del libro, sia sul versante degli autori che su quello degli editori. Saranno presenti infatti scrittori big della lettera­ tura nazionale (Gianrico Carofiglio, Enzo Bian­ chi) e internazionale (John Banville, Carlos Ruíz Zafón, Tzvetan Todorov), e non mancheranno spazi per workshop e laboratori sulla scrittura e le professioni dell’editoria. Molto si parlerà del destino del libro, coinvolgendo gli scenari digi­ tali che già ne costituiscono un solido presente. Dall’8 all’11 marzo

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INCONTRI LETTERARI DI CASA MELANDRI Nella sala D’Attorre di Casa Melandri a Raven­ na (via Ponte Marino 2), sede del Centro relazioni culturali, è in svolgimento la trentottesima edizio­ ne di una fortunata serie di incontri con scrittori, poeti e artisti. A oggi l’iniziativa, nata nel 1974, si pregia di aver presentato nel corso degli anni più di 1250 opere letterarie. Tra gli appuntamenti di febbraio segnaliamo, venerdì 17, l’intervento di Francesco Fioretti, autore del recente bestseller targato Newton Compton Il libro segreto di Dante; la settimana successiva sarà invece ospite della rassegna il critico Flavio Caroli (personaggio noto anche al pubblico televisivo per la rubrica sulle vite degli artisti nella trasmissione Che tempo che fa di Fabio Fazio) che presenterà il suo volume sulla storia dell’arte edito nel 2011 da Mondadori Electa. Fino al 24 febbraio TUTTI MATTI PER I GATTI “Dio ha creato il gatto perché l’uomo provasse il piacere di accarezzare la tigre” ha scritto Charles Baudelaire, e il poeta francese non è l’unico lette­ rato ad aver tratto ampia ispirazione dalla Musa felina. Da otto anni presso la Libreria Mursia di Milano (Via Galvani 24) si tiene la rassegna “Tutti matti per i gatti”, dedicata tanto agli amanti dei libri quanto agli appassionati dei più seducen­ ti amici dell’uomo. Il tema di questa edizione è la curiosa predilezione di molti dei potenti della Storia per i felini. Chi non ricorda, ad esempio, la celebre foto di sir Winston Churchill che si inchina per accarezzare il suo inseparabile gatto Jock? Lo spunto per discutere di questo argomento è for­ nito dal libro di Marina Alberghini Gatti di potere. I gatti consiglieri dei grandi della terra (Ugo Mursia Editore), che l’autrice presenterà all’interno della manifestazione venerdì 17 febbraio, insieme con lo storico Luca Gallesi. Contestualmente alla ras­ segna si potrà visitare, sempre nei locali della li­ breria Mursia, la mostra “Gatti famosi” con opere del pittore Franco Bruna. Fino al 17 febbraio

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Tweets @la_stampa signicrescere sul digitale non re la fica in alcun modo intacca . rta qualità del giornale di ca @Finzioni milione Eccola la domanda da un escono to di euro: ma dopo quan ci sa i libri in ebook? Nessuno rispondere?

@pandemia Una spruzzatina sul i tuo ebook reader e risolv lla l’assenza del profumo de s ok carta > Smell of Bo

@criboavida sto leggendo editoria digital e sul kindle. Navigo, condivido e non provo nostalgia per il profum o della carta:)

@Pianeta_e

Boo

k Jonathan #F ranzen sugli –o meglio contr o – gli #eBo ok: “danneggia no la società ”

@LACASEBooks to decolla sulle Ebook, il merca fa nascere ali del Tablet e nuovi editori

Bookbugs

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pretesti Occasioni di letteratura digitale

PreTesti • Occasioni di letteratura digitale Febbraio 2012 • Numero 2 • Anno II Telecom Italia S.p.A. Direttore responsabile: Roberto Murgia Coordinamento editoriale: Francesco Baucia Direzione creativa e progetto grafico: Fabio Zanino Alberto Nicoletta Redazione: Sergio Bassani Luca Bisin Fabio Fumagalli Patrizia Martino Francesco Picconi Progetto grafico ed editoriale: Hoplo s.r.l. • www.hoplo.com In copertina: Gene Gnocchi L’Editore dichiara la propria disponibilità ad adempiere agli obblighi di legge verso gli eventuali aventi diritto delle immagini pubblicate per le quali non è stato possibile reperire il credito. Per informazioni info@pretesti.net

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PreTesti • Occasioni di letteratura digitale • Febbraio 2012 • Numero 2 • Anno II  

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