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pretesti Occasioni di letteratura digitale

Lo Young Raja della Murgia e la setta delle Lady in Black alla conquista di Hollywood di Gaetano Cappelli

窶連la Al-Aswani, punta di un iceberg in pieno deserto? di Paolo Branca

Come si guarda un quadro di Philippe Daverio

Minotauri Dicembre 2011 窶「 Numero 3

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di Nicoletta Vallorani

pretesti | Dicembre 2011


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Editoriale Chi ha detto che l’approccio al digitale debba essere soltanto di tipo visuale? Certo la grafica conta, l’impatto delle immagini ha cambiato la nostra percezione media della bellezza, i caratteri testuali stessi sono diventati immagini digitali. Se consideriamo tutto questo dovremo anche mettere in conto di dare ragione a studiosi come Eric A. Havelock che ritenevano che una cultura dell’oralità e dell’immagine impoverisse la parte razionale dell’uomo. Quindi, secondo questa teoria, tanto più la nostra cultura diventerà una cultura del digitale visuale, tanto più ci impoveriremo di razionalità. Con i due racconti di Gaetano Cappelli e di Nicoletta Vallorani vi vogliamo dimostrare il contrario. Anzi saremo sicuri di farvi ridere (Cappelli) e piangere (Vallorani) attraverso un testo-immagine che è testo e immagine di mondo nello stesso tempo. Se provate a leggere ad alta voce il vernacolo pugliese di Cappelli vi scoprirete tutti a parlare pugliese. Se ascoltate l’infermiera ucraina della Vallorani avrete un tuffo al cuore di quelli che si provano quando a una richiesta d’aiuto vi viene risposto “no”. L’iPad o il PC dunque vi possono aprire un mondo che non sia soltanto immagine indotta (un video o una foto), ma anche e soprattutto un’immagine che vi si può produrre nel cuore e nella mente, un’immagine vostra, tante immagini da un solo testo quanti siete a leggere questo numero di PreTesti. E impareremo con Philippe Daverio a leggere un quadro e con Paolo Branca a leggere gli eventi attualissimi dell’Egitto in fermento. E con  Il mondo dell’ebook  grazie a Daniela De Pasquale incontreremo gli scrittori che tutto questo nuovo modo di produzione di mondi stanno scoprendo e grazie a Roberto Dessì potremo confrontare i nostri desideri tecnologici del Natale con quelli dei nostri connazionali. Ricorderemo Alexandre Dumas in Buona la prima con Francesco Baucia e Raffaella Setti per l’Accademia della Crusca ci aiuterà a orientarci in una lingua di condivisione piuttosto che di divisione (migranti e NON clandestini). Viaggeremo con Kant nella sua Königsberg e entreremo nella cucina di Nero Wolfe. Tutti questi testi, per voi, cari lettori: che il Natale vi porti nuovi mondi. È il nostro augurio per il 2012 e il nostro impegno. Buoni PreTesti a tutti. Roberto Murgia

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Indice

TESTI

IL MONDO DELL’EBOOK

RUBRICHE

05-11 Racconto Lo Young Raja della Murgia e la setta delle Lady in Black alla conquista di Hollywood di Gaetano Cappelli

26-29 Gli scrittori al tempo degli eBook di Daniela De Pasquale

33-34 Buona la prima Alexandre Dumas Auguste Maquet I tre moschettieri (1844) di Francesco Baucia

12-17 Saggio ‘Ala Al-Aswani, punta di un iceberg in pieno deserto? di Paolo Branca

30-32 Un Natale a tutto eBook di Roberto Dessì

35-37 Sulla punta della lingua Immigrato, migrante, clandestino, fuorilegge: tutti uguali? di Raffaella Setti

18-20 Anticipazione Come si guarda un quadro di Philippe Daverio

38-40 Anima del mondo Ogni città è un mondo di Luca Bisin

21-25 Racconto Minotauri di Nicoletta Vallorani

41-44 Alta cucina Pochi grandi cuochi, pochi grandi scrittori di Francesco Baucia 45 Recensioni 46 Gli appuntamenti 47 Tweets / Bookbugs

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Racconto

Lo Young Raja della Murgia e la setta delle Lady in Black alla conquista di Hollywood di Gaetano Cappelli 5

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Q

uante volte si sente dire: s’è trovato al posto giusto nel momento giusto? Già, ma uno deve pure saperci restare al posto giusto prima che tutti, e probabilmente lui per primo, se ne accorgano che proprio di questo si trattava, perché inizialmente era tutt’al più un posto qualsiasi, se non addirittura un posto di merda, tipo quello occupato da Vittor Ugo Landi nel momento in cui questa storia ha inizio. Ma osserviamolo più da vicino. Sono le 9.30 di un giorno qualsiasi e come ogni mattina, da tre lunghi anni, Vittor Ugo ci è appena entrato: è la grande sala al piano basso d’un convento ma, tranquilli, lui non è un monaco. Landi si trova nel convento di Santa Chiara di Castellaneta, il paese della Murgia dove è nato e da dove ha cercato in tutti i modi di scappare, perché è proprio lì che il comune ha aperto il museo dedicato al suo più insigne cittadino: ehi, si sta parlando del leggendario Rodolfo Valentino! Certo a qualcuno la scelta di intitolargli un luogo sacro apparirà infelice ma Valentino, a suo modo, è pur stato una divinità ‒ il dio del fascino, della seduzione, del tormento erotico ‒ e continua ad esserlo perché, se durante la gran parte dell’anno il museo rimane per lo più deserto, già dalla primavera ‒ e adesso siamo in primavera ‒ eccolo popolarsi di nuovo. Americane, in genere donne ma anche maschi, soprattutto gay, ma anche coppie che arrivano dai lussuosi resort lì intorno. Entrano in punta di piedi con gli occhi sgranati, carezzano i manichini con i costumi del romantico principe Ahmed dello Sceicco, o dell’infelice torero Juan di Sangue e arena,

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o del tormentato studente Armand nella Signora delle Camelie. Si fermano poi in religioso silenzio davanti al letto del divo amato dagli dei ‒ come si dice dei prescelti che trapassano da giovani e figurati il contrario! ‒ piangendone disperate la morte prematura. Per non dire di quelle che si presentano bardate a lutto, con lunghi svolazzanti veli neri. Della prima che, mentre Victor Ugo raccontava della misteriosa “dama in nero” che dalla scomparsa del divo continuò a portare fiori sulla sua tomba ogni giorno per anni, gli aveva confessato: “I’m just the Lady in Black”, ovvero: sono proprio io la dama in nero, Vittor Ugo ha pensato fosse una pazza. Se ne è sempre più convinto quando lei, dopo avergli messo in mano una busta piena di dollari, l’ha implorato d’indossare l’abito di scena de I quattro cavalieri dell’Apocalisse e se lo è tirato in sella sul letto che fu dell’innocente Rudy-ragazzino, guaiendo: “Fuck me fuck me Valentino”, prima d’essere messo al corrente che, queste donne in nero, sono in realtà una specie di setta che da quasi novant’anni continua devotamente ad adempiere, giorno dopo giorno, a quel pietoso rito floreale. Non sono le uniche... che gli chiedono d’essere consolate, dico; né mancano richieste maschili in tal senso ‒ inevase va precisato. Vittor Ugo è infatti quello che si dice un gran bel manzo. Non a caso il suo sogno era fare l’attore e non s’è limitato a sognarlo. Ha studiato, ha lavorato, ha brigato ma... giusto qualche particina, poi il nulla. Così, alla morte della madre che sognava per lui una carriera artistica ‒ sennò perché imporgli quel nome?

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‒ e l’ha mantenuto fino alla fine, per Vittor *** Ugo è già stato un miracolo se il sindaco Deependha Bath è un gay di Bombay ‒ un di Castellaneta, vecchio amico di famiglia, khush di Mumbay come lì dicono ‒ nonché gli ha offerto questo posticino con doppia un vero scherzo di natura. Basso e sottile mansione di guida e custode. Certo se solo dispone di estremità davvero spropositapensa a quanto s’è dite: naso, orecchie, mani, sperato per togliersi piedi e... Anche le mani stu chezz d’accend ‒ sì, certo, così grosse sono l’icontinua a pensare in deale per il suo mestiere. Si castellanetano ma per tratta infatti di un maestro il resto la sua dizione nel massaggio ayurvedico, è perfetta ‒ se solo ci molto ricercato tra i resort pensa dicevo, diventa della zona che ogni anno si verde dalla rabbia. disputano lui e il suo staff Ma ti pouteev anda’ con contratti principeschi. peeggio ti pouteev, sente Nato poverissimo Deepenla sua coscienza verdha può permettersi oggi Valentino, a suo modo, nacolare ripetergli, mo’ quello che vuole... o quasi: dopotuutt pur Valendiin è pur stato una divinità con Vittor Ugo, per esem– il dio del fascino, all’inizio facev il sgicopio, non c’è nulla da fare. della seduzione, del lò... eppoi sei semb nel Innamoratosene a prima mond del cineem sei, e da vista, per averlo gli ha oftormento erotico cousa nasce cousa. ferto cifre inverosimili ma “Mavaffanculo” le risponde ad alta voce su quel versante l’attore fallito, come detVittor Ugo mentre dall’ingresso gli fa eco to, non cede così Bath deve accontentarsi un festoso: “Good morning!” di massaggiarne lo splendido corpo ‒ senÈ una bionda Wasp. E anche se non è in graza prender soldi, ovviamente ‒ e gli piace maglie, da come si muove e lo guarda be’, al farlo predicendogli chissà quali successi suo alter ego cafone che di nuovo gli ripete dal momento che si picca d’essere inolti pouteev anda’ peggio ti pouteev non ha nulla tre mago e indovino. Vittor Ugo si diverte da obiettare. È infatti primavera, l’abbiamo ad ascoltarne, con gli occhi chiusi, la voce detto. La stagione turistica è iniziata. Le inmelodiosa mentre, sul sottofondo di sitar, cantevoli masserie e i resort intorno hanno sarangi e tabla, Bath gli lascia colare una aperto e quas quas staseer me lo ved a fermeel miscela d’olio caldo al sandalo sulla fronte propp nu bell masseeggio, pensa mentre ragmandandolo in estasi, per poi ungerlo tutgiunge la bionda dicendo: “Benvenuta nel to, giù giù fino all’inguine e in quella zona tempio del grande Valentino, l’uomo che le indugia, distraendolo con predizioni semdonne non smetteranno mai d’amare!” pre più strabilianti che mai s’avverano.

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“Allora mai dìar Victor Hugò, io veda granta scianz for iiu... ma proprio rìaly verely sciantz, viccina viccina.” “Aaaghh” sbadiglia Vittor Ugo. “Deependha è da quando ci conosciamo che me lo dici ma niente succede...” e come al solito gli scosta la mano dalla zona topica, appena coperta dal minuscolo tanga. Ma Deependha Bath insiste... con la predizione. Il fatto è che, questa volta, ha un asso nella manica. Su quello stesso lettino ha appena finito un trattamento ad Hariprasad Sharma ed è tutto eccitato. Mannò mannò, cosa andate a pensare: Sharma è uno scorfano puzzolente e Bath è solo con chi è innamorato che ci prova... e allora? Allora Hariprasad è uno dei più famosi registi indiani che, seguendo quella che per Bolly‑ wood sembra ormai una moda, è venuto a girare uno dei suoi capolavori pure lui in Puglia. Così mentre lo massaggiava Bath gli ha raccontato come proprio a qualche chilometro da lì abbia visto la luce Valentino e del museo in suo onore, e il regista gli ha risposto entusiasta che sicuro va a vederlo. Questo particolare certo non lo riferisce a Vittor Ugo: preferisce che la faccenda sia imputabile alle sue facoltà paranormali tantopiù che con Hariprasad s’è giocata un’ulteriore carta. Mentre infatti, col movimento oscillatorio

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della Dhara Patra, l’ampolla piena d’olio caldo, lasciava scivolarne il contenuto sulla fronte del puzzone, esattamente in mezzo alle sopracciglia, lo spazio del terzo occhio, portandolo così in uno stato di semi-trance gli ha sussurrato sottovoce più volte, a un livello talmente basso da risultare subliminale: “Vavetilapiù Valentino”, che in hindi significa “reincarnazione di Valentino”. Ora se è vero che ha compiuto lo stesso rituale su Vittor Ugo ‒ sussurrandogli parole irripetibili ‒ senza nessun risultato, è anche vero che la speranza è l’ultima a morire, infatti così rintuzza il suo adorato: “Nonnò, esta volta Victor tu vedi io ragione... posso giocare mille euro contro tuo tantric embras...” e gli tende tra il pollice e l’indice l’elastico del tanga “... uan o tu deis al maxìm e greit regista di Bollywood vieeni qui in Castellaneita e prende tu in suo film, iu bet?... scommetti?” Bath l’ha sparata talmente grossa che Vittor Ugo gli risponde ridendo: “D’accordo!, a patto però che mi fai concludere anche in amore.” “Ma mai dìar, generally funzionano tughetar... inzieme no?” Be’ sì, pensa Vittor. Se invece dello sfigato che è fosse una star del cinema, Monia dell’Osso, figlia di Adalberto dell’Osso, proprietario dell’omonima masseria-resort extralusso, l’unica che veramente gli fa bat-

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tere il cuore ‒ lei, non la masseria ‒ sicuro del mio Young Rajah, il Valentino rinato”. mollerebbe il fidanzato Vitomaria CarmaQuello che Sharma non ha detto è che, ingnola, truzzo ma latifondista. Gli sguardi filandosi nel museo chiuso per la pausa trattenuti di lei glielo dicono. Glielo dice il pranzo, Vittor Ugo se l’è visto davanti già modo che ha di sospirare ogni volta che si travestito da “Young Rajah”, in quanto stafermano per quattro chiacchiere nella zona va incaprettandosi una Lady in Black sebsauna, sorbendo una tisana diuretica al fibene priva di veli... su certe cose meglio nocchio. piuttosto stendercelo un velo. E comunque Così incalza Deependha Bath, sfotticchianla profezia di Deependha Bath s’è poi avdolo: “Ma solo se anche verata anche nella sfeMonia dell’Osso mi vorra sentimentale. Già dalle prime scene rà, eh.” “Lav en lavor vanno tu*** di Young Rajah passate gheta e preisto tu avrai in preview, Vittor Ugo Abbiamo dunque assigranda scianz. Parola di si è ben accorto infatti stito alla trasformazioDeependha Bath!” ne alchemica del podi quanto Hariprasad “Come no!” dice scettisto qualunque, anzi di Sharma sia cane: che co Vittor Ugo e invece merda, in quello giupuoi aspettarti del ecco cosa Hariprasad sto? Qualche dubbio resto da un regista di Sharma dichiara appena resta e proprio a Vittor Bollywood? un mese dopo a Variety: Ugo in primis. “Sono un grande amSì certo, è adesso il fimiratore del leggendario Valentino, anzi danzato ufficiale di Monia dell’Osso che, ho sempre sognato di riportare nelle sale per lui, ormai quasi famoso, ha lasciato il suo film ‘indiano’ Young Rajah, di cui ci quel truzzo di Vitomaria Carmagnola. Ma sono giunti solo pochi fotogrammi. Ma sanon è stata troppo veloce la sua decisione rebbe probabilmente restato solo un sogno e coincidente con l’articolo su Variety e i se Bollywood non avesse scoperto quella successivi inviti dell’attore a TeleGold Pumeravigliosa terra che è la Puglia. Così, glia, TeleTrullo e, soprattutto, a TelePadrecome prima i miei colleghi, sono andato a Pio perché si possa parlare di vero amore? girarci anch’io quando una sera, qualcuE questo poi è solo uno dei tarli che imno in albergo, mi ha riferito una cosa che, pediscono a Vittor Ugo d’essere finalmente non so come, avevo dimenticato e cioé che felice. Valentino è nato proprio non lontano da C’è inoltre la circostanza che avendo lui dove mi trovavo, cioè a Castellaneta. Poi, pagato, da uomo di parola qual è, la sua nel primo sonno, ho sentito questa voce. scommessa a Deependha Bath, be’ ha troDiceva che vi avrei trovato la sua reinvato la faccenda tutt’altro che spiacevole… carnazione. Ed è stato così che ho scoperanche se i dubbi sulla sua sessualità svato Vittor Ugo Landi, l’interprete perfetto niscono davanti alla circostanza che Vittor

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Ugo, ultimamente, non fa che pensare a Sondra May, ovvero la Lady in Black con cui è stato scoperto da Hariprasad in quel fatidico giorno, al museo, e che è tornata ad aggirarsi come un’anima in pena, insieme a un gruppetto di altre consorelle nere, intorno al set. E tutte, dopo le dichiarazioni di Hariprasad Sharma, sono sempre più convinte di quello che, come dimostrato dai loro pellegrinaggi erotici, erano state le prime a intuire e cioè che Valentino si sia

Sono nel salone tappezzato di radica e seta del Divine Rudy, il veliero di lei che gli sospira: “Finailmente tugheta Valentino!... io sono proprio la reincarnescion di Natasha Rambova” reincarnato proprio nel giovane attore... l’unico dubbio che hanno riguarda proprio il film in lavorazione, e questo è anche il terzo e più insinuante dei tarli che angustiano il novello Rudy. Già dalle prime scene di Young Rajah passate in preview, Vittor Ugo si è ben accorto infatti di quanto Hariprasad Sharma sia cane: che puoi aspettarti del resto da un regista di Bollywood? Essì, perché se ne parla tanto ma, tolto qualche balletto ‒ oh, visto uno visti tutti ‒ quel cinema, con le sue storie patetiche, le canzonette melense, gli attorini da filodrammatica di paese, non è poi diverso dalle sceneggiate di Merola o dal turpe filone conseguente a Nu jeans e na maglietta. Certo uno sfigato come Vittor Ugo che, fino

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a pochi mesi prima, faceva il custode-gigolò neanche dovrebbe crearselo un problema simile ma, s’è detto, si tratta del classico tarlo e così è con animo tutt’altro che lieve che il nascente astro della cinematografia globale si accinge a girare l’ultima scena e lo guarda Hariprasad, guarda i suoi baffi da giostraro sulla sua faccia da giostraro, lo guarda dirigere anche come un giostraro e mentre con un grosso sospiro sente il castellanetano dentro lui dirgli comungue nel mond del cineem sei entraad e da cousa nasce cousa, si prepara ad essere rapito dagli emissari del raja nemico del padre del giovane raja, che lo hanno scoperto, in vacanza, nel resort pugliese, ma c’è qualcosa... la scena è talmente perfetta che non sembra proprio opera di Sharma. Quando poi uno degli incappucciati prelevandolo sull’ingresso della masseria dell’Osso ‒ scelta ovviamente come set del film ‒ gli dà una vera botta in testa, Vittor Ugo si dice: “E ci chezz, trooòpp perfeett!” e perde i sensi. I rapitori sono infatti veri e, di conseguenza, il rapimento anche: dei balordi assoldati da quell’imbelle di Vitomaria Carmagnola, che per i loro quindici minuti di celebrità hanno scelto di asportarsi Vittor Ugo proprio durante le riprese, e stanno adesso inoltre per ucciderlo, visto che l’attore ne ha riconosciuto uno ‒ il compagno di scuola cosiddetto “Scannagatti” per la pratica prediletta di quei tempi: cosa aspettarsi quindi da un simile deficiente? ‒ quando nella casupola irrompono le Lady in Black, con una mezza dozzina di body guard armate fino ai denti. Prima di beccarsi un’ulteriore botta in testa Vittor Ugo fa in tempo a vedere Sondra May, la sua preferita,

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e adesso che riapre gli occhi se la trova accanto mentre una dolce brezza marina gli carezza la fronte. Sono nel salone tappezzato di radica e seta del Divine Rudy, il veliero di lei che gli sospira: “Finailmente tugheta Valentino!... io sono proprio la reincarnescion di Natasha Rambova” ‒ laddove la Rambova fu una delle mogli del grande amatore, nonché la creatrice dei costumi indimenticabili del Young Rajah. Prima che il Divine Rudy abbandoni il Mediterraneo, Vittor Ugo fa in tempo a vedere una serie di notiziari che parlano di lui, nonché un’intera puntata di Chi l’ha visto sulla sua scomparsa, ma a tornare in Italia proprio non ci pensa. Sondra May sarà

anche un po’ pazza ma è innamoratissima nonché la nipote amatissima di Ralph Fitzmaurice Henaberry III, il tycoon proprietario della Tentacular Movies che da Hollywood gli ha appena proposto, via skype, di girarlo invece per la sua casa di produzione il nuovo Young Rajah e il nuovo Valentino si trova del tutto d’accordo con il suo alter ego che, in castellanetano stretto, ha sentenziato vuoi meet Hollywood co’ Bollywood, vuoi meett: contr au maiour u minour è cess! Hollywood! eccolo dunque davvero il posto giusto e Vittor Ugo sta finalmente per raggiungerlo.

foto di Ada Masella

Gaetano Cappelli Gaetano Cappelli è nato nel 1954 a Potenza. Ha pubblicato, tra gli altri: Floppy disk (Marsilio 1988), Febbre (Mondadori 1989), Mestieri sentimentali (Frassinelli 1991), I due fratelli (De Agostini 1994), Errori (Mondadori 1996), La vedova, il Santo e il segreto del Pacchero estremo (Marsilio 2008, premio Ernest Hemingway). I suoi libri Storia controversa dell’inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo (Marsilio 2007), Parenti lontani (Marsilio 2008, premio John Fante), Canzoni della giovinezza perduta (Marsilio 2011) e Baci a colazione (Marsilio 2011) sono disponibili in ebook da Biblet. Disponibile su www.biblet.it

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Saggio

‘ALA AL-ASWANI, PUNTA DI UN ICEBERG IN PIENO DESERTO? Conoscere l’Egitto attraverso la letteratura di Paolo Branca

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E

gitto: terra incognita Qualche anno fa capitava abbastanza spesso che le trasmissioni della televisione italiana fossero inframezzate da spot pubblicitari che reclamizzavano l’Egitto come meta ideale per viaggi turistici. Le stupende immagini delle coste del Mar Rosso si alternavano a quelle delle Piramidi e dei resti archeologici dell’epoca faraonica, come pure a quelle della Cittadella del Cairo o di altri famosi monumenti islamici. Dopo l’11 settembre 2001 in tutto il Medio Oriente il turismo ha attraversato un brutto momento e gli spot televisivi si sono a lungo interrotti, per riapparire più di recente pubblicizzando però solamente le località balneari sotto lo slogan “Red Sea Riviera”...! Non mi è difficile capire il motivo contingente di tale cambiamento, ma mi chiedo se questo fenomeno non sia anche un segnale preoccupante di portata più generale. La società moderna è caratterizzata dalla diffusione su larga scala di una gran quantità di informazioni, talmente abbondanti da renderne quasi impossibile la ricezione da parte dei destinatari. Credo si possano tuttavia imparare molte cose anche riflettendo su quello che manca, sulle informazioni cioè che non vengono date o che rimangono accessibili soltanto a pochi. Questa assenza è spesso significativa e diventa di capitale importanza quando si tratta di paesi, tradizioni e culture differenti, poco note nei loro dettagli al di fuori di ristrette cerchie di specialisti. Sul web

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una ricerca di volumi aventi come soggetto l’Egitto fornisce quasi esclusivamente titoli riguardanti l’epoca dei Faraoni o guide turistiche, mentre sono rarissimi i libri relativi all’Egitto moderno! Se pensiamo che

l’Egitto è uno dei più importanti paesi arabi e il più popoloso non possiamo che constatare quanto grave sia la situazione. Si parla tanto di globalizzazione e il tema dell’incontro tra differenti culture e civiltà è tra i più discussi in occasione di conferenze e convegni, ma gli strumenti di base necessari alla conoscenza del mondo arabo, della sua realtà e della sua storia, come si vede, scarseggiano. Facendo una ricerca analoga a proposito di altri paesi, come la Giordania o la Siria, la Tunisia o il Marocco... l’esito non cambia di molto. Eppure, nelle nostre città la presenza di molti immigrati arabi è tutt’altro che irrilevante. Nella sola Milano vi sono numerosi centri islamici

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e gli egiziani sono numerosissimi, i soli copti citate. I volumi che compongono la Storia vi hanno più chiese, un vescovo e un condella letteratura araba di Francesco Gabrievento di monaci: si parla di migliaia di perli o di Paolo Minganti (quest’ultimo ausone che si trovano fra noi ormai da molti tore anche dell’unico libro italiano storico anni, i cui figli frequentano le nostre scuole e sull’Egitto moderno per circa quarant’anche spesso gestiscono negozi e ristoranti nei ni... lacuna recentemente colmata da un voquali gli italiani si recano regolarmente. lume di Massimo Campanini), sono ormai Le prime pagine dei nostri giornali, poi, introvabili ‒ dato che risalgono agli anni sono quasi quotidianamente occupate da Cinquanta e Sessanta ‒ e non sono stati searticoli che hanno a che fare con il Medio guiti da altre pubblicazioni del medesimo Oriente e il mondo arabo-musulmano. È argomento e di pari livello. naturale che tali articoli riguardino soprattutto La letteratura: una feliSul web una ricerca eventi politici e fatti di ce eccezione di volumi aventi cronaca. Non è infatVa detto, però, che il ti compito della stamquadro negativo finora come soggetto pa approfondire e forl’Egitto fornisce quasi tracciato è dovuto prinnire sistematicamente cipalmente alla politica esclusivamente titoli ragguagli storici o altri delle case editrici, menriguardanti l’epoca dati che sono tradiziotre non manca l’interesdei Faraoni o guide nalmente reperibili in se da parte del pubblico. turistiche pubblicazioni di genere C’è un settore in cui fordifferente. Il fatto è che tunatamente e con inqueste ultime sono ancora insufficienti o, telligenza si è saputo approfittare di alcuper certi aspetti, mancano del tutto, così chi ne circostanze favorevoli per dare impulso desidera saperne di più deve purtroppo rialle pubblicazioni in materia: è quello della volgersi alle biblioteche, dove per fortuna letteratura contemporanea. si trovano alcune opere anche di ottimo liLo spartiacque è stata dall’assegnaziovello, ma ormai non più reperibili sul merne del Premio Nobel per la Letteratura a cato, e ‒ nei casi peggiori ‒ ci si deve doNaghib Mahfuz, nel 1988. Le traduzioni cumentare attraverso libri in altre lingue: di narrativa araba in italiano, che dall’inisoprattutto inglese e francese. Se poi parzio del secolo fino a quell’anno erano state liamo di testi specialistici da consultare per poco più di una ventina, dopo quella data approfondimenti, la conoscenza di queste hanno superato il centinaio. Molti sono tidue ultime lingue diventa indispensabile, toli di Mahfuz, ma anche numerosi altri per cui la prima domanda che pongo agli autori egiziani e arabi sono stati finalmenstudenti che vogliono fare una tesi di laute resi accessibili oltre a lui e, cosa molto rea è appunto quella relativa alla loro paimportante, non ci si è più accontentati di dronanza di almeno una delle due lingue partire da traduzioni inglesi o francesi, ma

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si sono prese le mosse dai testi originali in arabo. La letteratura, come anche altre forme d’arte quali la musica, è portatrice di valori universali, ma nello stesso tempo è profondamente legata all’ambiente in cui nasce. Di conseguenza, la narrativa supplisce spesso alle carenze di altri settori editoriali, offrendo un accesso diretto alle tradizioni, alle idee-chiave, ai problemi del mondo di cui essa è espressione. Se ciò vale in generale, per la cultura araba è ancor più vero, dato il “logocentri-

Le prime pagine dei nostri giornali sono quasi quotidianamente occupate da articoli che hanno a che fare con il Medio Oriente e il mondo arabo-musulmano smo” che caratterizza tale civiltà, la quale si esprime al meglio e più compiutamente laddove la lingua ricopre il ruolo di mezzo di espressione privilegiato delle sue radici più profonde. Dobbiamo quindi essere grati a quanti, ormai da anni, si stanno dedicando con passione a questo delicato e importante compito. Essi stanno infatti contribuendo al superamento di quella che potremmo chiamare la “deriva esotista”, paradossalmente ancora incombente sulle pubblicazioni che riguardano le civiltà orientali. Anche se, rispetto all’Estremo Oriente, il mondo arabo è geograficamente meno distante dal nostro, nell’immaginario collettivo esso mantiene un persistente carattere di esoticità che sembra resistere te15

nacemente alla riduzione degli spazi anche culturali determinata dallo straordinario incremento della circolazione di uomini e idee nel “villaggio globale” contemporaneo. La diffusione degli stereotipi di questi “Orienti” più immaginati che realmente conosciuti è stata a lungo affidata alle opere letterarie, cosicché la favolistica e i romanzi d’avventura hanno rappresentato fino a non molto tempo fa lo strumento principale attraverso il quale si forniva al grande pubblico la ricostruzione di intere civiltà in funzione dei suoi gusti e delle sue aspettative. Anche le relazioni dei grandi viaggiatori medievali più stimati per la loro attendibilità non hanno saputo evitare di attardarsi spesso nella descrizione di straordinarie “maraviglie” senza le quali i loro resoconti sarebbero stati più realistici, ma paradossalmente proprio per questo meno credibili agli occhi dei lettori, mossi soprattutto dalla curiosità rispetto a un mondo diverso e lontano. Analogamente gli scrittori dell’Ottocento, che cercavano soprattutto in Oriente la compensazione alle proprie nostalgie, avrebbero finito per offrire anch’essi di questo universo un’immagine essenzialmente funzionale alle esigenze dei suoi osservatori e nella quale difficilmente quanti vi erano ritratti avrebbero potuto riconoscersi. Oggi la fortuna di questi generi letterari si è ormai molto ridotta e più in generale l’immagine dei paesi lontani è monopolizzata da strumenti di comunicazione diversi dal libro: stampa quotidiana e periodica, audiovisivi e, soprattutto, televisione.

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‘Ala al-Aswani Di professione dentista, il romanziere egiziano contemporaneo ‘Ala al-Aswani (classe 1957) si è dedicato alla letteratura per pura passione... e con non poche difficoltà, come testimoniano le sue esilaranti avventure riportate in quella specie di surreale autobiografia artistica che è Se non fossi egiziano (Feltrinelli, 2009). I personaggi realistici ma poco gradevoli rappresentati nella sua opera prima gli hanno infatti causato notevoli fastidi con la casa editrice pubblica che rifiutò alla fine di pubblicarla in quanto ritenuta “denigratoria e disfattista” a causa dell’immagine che dava del Paese. A poco, infatti, sono servite tanto le spiegazioni dello scrittore che tentava di chiarire all’ottuso burocrate di turno che un autore non si identifica nei suoi personaggi, né ne approva necessariamente il comportamento, quanto una sua paradossale (e inutile) lettera di “dissociazione” con cui prendeva le distanze da taluni eroi della sua storia e ne condannava la condotta immorale... Date le premesse, finì per pubblicare a sue spese anche il famoso romanzo Palazzo Yacoubian (Feltrinelli, 2006) che ebbe un enorme successo e dal quale venne poi tratto persino un film. Leggendolo, si capiscono benissimo le motivazioni che hanno indotto molti a non incoraggiarlo nelle sue velleità letterarie: una catena di ingiustizie, forme di sopraffazione e corruzione che portano a un desolante quadro di decadenza morale e sociale

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sono il filo conduttore di tutto il romanzo. Evidentemente gli egiziani vi si sono riconosciuti e hanno premiato una forma di letteratura che aiuta almeno a rappresentare le proprie miserie, con una segreta speranza che ciò possa indurre a qualche forma di reazione salutare. Ancora più esplicito è stato il romanzo successivo, intitolato Chicago (Feltrinelli, 2008) in onore della città americana dove non solo l’autore ma anche molti altri egiziani hanno condotto e conducono studi specialistici soprattutto in medicina. Racconta, tra l’altro, l’incontro tra un neo-arrivato e una prostituta di colore non più tanto giovane contattata per telefono, che naturalmente si risolve in un disastro, la relazione “complicata” tra un giovane arabo e un’americana d’origine ebraica e persino le discriminazioni che devono sopportare i copti, costretti ad espatriare per poter raggiungere posizioni professionali elevate non accessibili a loro in madrepatria per motivi religiosi... Tutti temi tabù esaltati dall’ambientazione occidentale della narrazione. Insomma, un

grande autore fuori dagli schemi, capace di ritrarre in forma spietata i vizi di un paese a cui tuttavia sente di appartenere e che ama profondamente. Una serie di saggi, intitolata La rivoluzione egiziana (Feltrinelli, 2011) del resto lo testimonia senza incertezza. Pur avendola prevista e persino invocata, la primavera di piazza Tahrir ha preso alla sprovvista anche al-Aswani, che è uscito di casa per parteciparvi restando per le strade ben diciotto giorni, fino alla caduta di Mubarak, mentre troppi altri intellettuali del Paese restavano prudentemente alla finestra. Significativamente ogni pezzo, pubblicato sui maggiori quotidiani nazionali prima di finire in una raccolta in più volumi di cui l’edizione italiana è un concentrato, finisce con lo slogan: “L’unica soluzione è la democrazia” che riecheggia ma al tempo stesso contesta il leit-motiv dei religiosi: “L’islam è la soluzione”, del tutto assente nelle manifestazioni che hanno portato al tramonto del vecchio regime ma ora rimontante subdolamente con gli esiti delle elezioni svoltesi in pieno inverno.

Paolo Branca Paolo Branca insegna Lingua e letteratura araba all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Ha tradotto il romanzo Vicolo del Mortaio di Naghib Mahfuz (Feltrinelli 1989) e ha trattato in numerosi libri le problematiche del rapporto Islam-mondo moderno, con speciale riferimento ai fenomeni del fondamentalismo e del riformismo musulmani. Si ricordano, tra gli altri: Introduzione all’Islam (San Paolo 1995), Moschee inquiete. Tradizionalisti, innovatori, fondamentalisti nella cultura islamica (Il Mulino 2003), Egitto. Dalla civiltà dei faraoni al mondo globale (Jaca Book 2007) e Il sorriso della mezzaluna. Umorismo, ironia e satira nella cultura araba (con B. De Poli e P. Zanelli, Carocci 2011). I suoi libri I musulmani (Il Mulino 2000) e Il Corano (Il Mulino 2001) sono disponibili in ebook da Biblet. Disponibile su www.biblet.it

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Anticipazione

Van Eyck, Coniugi Arnolfini © 2011. Copyright The National Gallery, London / Scala, Firenze

COME SI GUARDA UN QUADRO Una via di fuga dal consumismo dell’arte visiva

di Philippe Daverio Pubblichiamo in esclusiva per i lettori di PreTesti un brano tratto dall’ultimo libro di Philippe Daverio Il museo immaginato (Rizzoli) in libreria in questi giorni.

P

ochi spettacoli generano un senso di disagio umano maggiore di quelli che si ripetono quotidianamente nei musei. Intere truppe di esseri umani vengono spinte da un mito ignoto a percorrerne le sale a velocità da maratoneta per vedere da lontano opere celate dagli

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altri visitatori che si trovano davanti a loro. Lo potete vedere al Louvre come agli Uffizi. Al Louvre si sale con elegante fatica lo scalone che porta alla Nike di Samotracia, poi si gira a destra e si corre velocemente fra le sale degli artisti d’Italia, fino a entrare in un grande salone dove le orde, ormai già perse e disaggregate, rivolgono preferibilmente lo sguardo al soffitto: esso è molto decorato, ricorda una immagine confusa di pompa monarchica e viene come tale fotografato. Il Pao‑ lo Uccello appeso sotto appare un marinaio

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perso in un porto lontano. Poi si entra nel e si aspetta il turno, immersi nella illuminacorridoio, si passa accanto al San Giovanni zione grigia del sommo museo. La soddidi Leonardo che sembra indicare la strada sfazione è infinita ma non appare. I vetri di con il suo dito alzato; la porta del destino è Bruges sono perfettamente puliti (roba belfra pochi passi a destra. Si scivola senza acga) e l’illuminazione è buona, sicché potrete corgimento lungo il Parnaso che piacque a specchiarvi benissimo e vedere se le cozze e Lévi-Strauss e si penetra nel salone grande. patate fritte della sera precedente hanno laLe enormi Nozze di Cana di Veronese vensciato nere le occhiaie. gono sbirciate nel retroLa pittura nei musei è visore perché si è giunti più sfortunata del meIl tempo dedicato ai a destinazione: eccola la lodramma all’opera. La quadri è talvolta di folla davanti alla Gioconmusica, e in generale pochi secondi, e per da. Guai a essere un po’ tutte le arti che richiedopiù bassi della media, no la rappresentazione, giunta si può fingere perché allora la si può obbligano lo spettatore di vederne trecento vedere solo quando la in un’ora. Ovviamente a un tempo di fruiziocoda avanza. Nella coda ne stabilito dallo sparvedere ma non tante mani sono alzate tito e dalla volontà del guardare. perché protendono i tedirettore d’orchestra di lefonini per la foto d’obaccelerare un poco o ralbligo. Infine per alcuni secondi si può vedelentare il tempo d’esecuzione. Ma il tempo re l’icona, dietro uno spesso vetro protettivo lì c’è. Al massimo si riesce a sfuggire dall’inverde che la fa apparire come un’ostrica nel fluenza artistica schiacciando un sonnellino, suo sugo. Cinque secondi per non vedere il ma non è detto che Morfeo impedisca l’assicapolavoro che Napoleone teneva in camera milazione. da letto e guardava prima di cadere nel suo Il tempo dedicato ai quadri è talvolta di pobreve sonno. Ma a quel punto il compito è chi secondi, e per giunta si può fingere di vesvolto, si esce, un salto al bookshop, una carderne trecento in un’ora. Ovviamente vedere tolina e il meritato ristoro in una brasserie ma non guardare. Non si può sentire e non con la baguette jambon beurre. Non diverso ascoltare la Traviata, ed è tuttora impossibile agli Uffizi, solo che lì di solito fa più caldo. sentire tutte le opere di Verdi in un’ora. Disattenzione totale per la Madonna d’OgnisI dipinti che tratto nel mio libro, ma non solo santi di Giotto. Lo scopo unico è la Primavera loro, nascevano da un lungo periodo di gedi Botticelli, la quale è già stata conquistata stazione, e per quanto Luca Giordano fosse purtroppo da un autobus di giapponesi che chiamato “Luca fa presto”, non riusciva a non mollano la piazza occupata. Il vetro prorealizzare un dipinto in una mattina. I dipintettivo è più grande e la polvere (si sa che ti che finivano in chiesa erano poi guardati in Italia manca sempre il personale) si è irridai fedeli lungo l’arco d’una intera vita, talmediabilmente annidata sul retro. I piedi si volta col sole che permeava un vetro o che gonfiano nel frattempo, si prova la panchina si colorava in una vetrata, altre volte con il

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sapore grigio d’una giornata di pioggia, oppure ancora di notte o di prima mattina nella calda luce delle candele. Lo si vedeva ogni volta diverso e, anche se non lo si scrutava con attenzione, lo si assimilava lentamente. Però lo si rispettava, ed era frequente che dinnanzi a esso si facesse il segno della croce, si meditasse o si pregasse, magari chiedendo a san Rocco di guarire le piaghe della zia inferma. I dipinti “laici” rimanevano nelle stesse famiglie spesso per generazioni. Il Tondo Doni rimase nella stessa proprietà dal 1506 fino al 1825, quando gli ultimi eredi lo vendettero al Granduca di Toscana per gli Uffizi. E ora gli si presta una attenzione non superiore ai venti secondi pretendendo di averlo capito. C’è un modo per uscire dal consumismo dell’arte visiva. Ridare tempo al tempo. Andare nel museo e guardare un quadro solo. Non è facile, è veramente roba da iniziati. E poi uscendo velocemente si può scorgere un quadro al quale non si sarebbe mai pensato: lo si saluta con un arrivederci. Poi ci sono i libri. Vanno guardati con simpatica e distratta attenzione, aprendoli di tanto in tanto. Infine c’è il magico strumento della nostra epoca. Vorrei suggerirvi un esercizio. Andate a cercarvi una grande riproduzione dei Coniugi Arnolfini di Jan van Eyck. La scaricate dal web. Poi ingranditela e muovetela.

È come se aveste il dipinto in mano. Per un attimo, anche lungo questa volta, siete gli eredi Arnolfini. Poi andate a vedere la collana di vetro appesa al muro, rimarrete stupiti dalla abile riproduzione della luce nell’ombra che lascia sul muro, vedrete quanto questo muro è screpolato, come in un dipinto dell’Ottocento. Poi andate a salutare le arance sul davanzale, troverete il legno dell’incavo della finestra con i chiodini arrugginiti, mentre la maniglia è fresca e potrete toccare il cemento che lega i mattoni. Poi tralascerete per un attimo la faccia cerulea del padron di casa, quella l’avete già da tempo in fondo alla memoria, quasi banalizzata, come la mano della moglie sul proprio ventre. Guardate invece gli zoccoli di legno di lui, con le stringhette di cuoio invecchiato, e lui invece felice d’avere la calzatura di seta indenne dalle sozzure stradali. Che delizia poi le scarpette riposte di lei, vicino al tappeto d’Oriente, su di un pavimento di legno inchiodato che sentirete con la punta delle vostre dita. E ricordatevi che è del 1432, e che tutto ciò ossessiona ancora oggi la pittura del reale. Siete pronti a questo punto ad andare a Londra, fare un paio d’acquisti inutili e una seria visita alla National Gallery dove il dipinto è appeso. Vi garantisco che non lo guarderete solo dieci secondi.

Philippe Daverio Philippe Daverio è nato nel 1949 a Mulhouse, in Alsazia, e vive a Milano. Professore di Storia dell’arte presso lo IULM di Milano e di Storia del design presso il Politecnico di Milano, è direttore della rivista “Art e Dossier”. È autore e conduttore di Passepartout e da dicembre 2010 è anche uno dei volti di RAI5.

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Racconto

Minotauri di Nicoletta Vallorani

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uesta è una città d’acqua. Lo è stata. La rete di canali è stata coperta, cambiando natura a questo posto, lastricandolo d’asfalto. Strade al posto dei fiumi. Strade che portano fuori città e che vi tornano, ingarbugliandosi e intrecciandosi in mappe che nessuno riesce a disegnare. Non sono mai finite, già obsolete prima ancora di essere ultimate. Dev’essere stato questo che ci ha affascinati, che ci ha portati qui. Eppure a entrambi è toccato lo stupore di non trovare traccia di quell’acqua, se non in forma di pioggia dal cielo. Di quella ce n’è sempre stata: rivoli, rigagnoli fangosi che disegnano isolotti slabbrati sul nostro balcone. Non ricordo più quand’è stata l’ultima vol-

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ta che sei uscito di qui. Fosse anche solo per sbirciare la città dal balcone. E non ricordarlo mi fa sentire in colpa. Dovrei saperlo. Non posso aver dimenticato così in fretta. Ti sfioro per avere la certezza che sei reale. E mentre lo faccio, la sensazione fredda e umida, come il corpo di un pesce, mi ricorda che questo è il mondo reale. Nei navigli, in nessuno di essi, nuotano creature viventi. Sulla Martesana, l’ultima volta che siamo andati, galleggiavano rimasugli marcescenti vegliati dalle nutrie. Me le hai mostrate ridendo, godendoti il mio disgusto. Venivo dalla provincia io. Non sapevo niente, se non quello che mi bastava per partire e scegliere di stare con te. Non ho mai provato pentimento. Te l’ho detto? Credo di sì.

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E comunque c’era il sole, una specie di magia a Milano. Il sole, la Martesana, le biciclette, il ritorno a casa, il sapore dei corpi, la cena davanti alla finestra sul balcone, i rumori di Via dei Transiti. C’era il sole, eravamo felici, eravamo vivi. Niente soldi, questo è chiaro. Abbiamo vissuto come naufraghi, per molto tempo del tutto felici del nostro isolamento. Il sole, infantilmente, ci bastava.

Sento il rumore della pioggia battente, ora, come se fosse in questa stanza. Accarezzo di nuovo la tua mano. Bianco nel bianco, sul lenzuolo che non sente il tuo peso. Siamo insieme nella stessa stanza. Ma uno solo di noi due respira e sente battere il suo cuore. L’altro è, senza speranza, un oggetto colmo del silenzio dei morti. 26 ore dalla tua morte. Anche se io non lo so ancora, non davvero. Accettarlo, che tu muoia, non è mai stato nei miei programmi. E questi sono stati gli ultimi due giorni. 26 ore dall’ultimo respiro, prima che anche quello si spegnesse. Non credo di aver mai fermato la musica. È sommessa, e non di22

sturberà nessuno. E in modo del tutto irrazionale ho paura di svegliarti. Come se fosse solo sonno, la grande stanchezza di questi ultimi anni difficili. Prima, invece è stato bello. Facile mai, questo devo ammetterlo. I miei sotterfugi da provinciale hanno rischiato di guastare tutto. La mia paura dello scandalo, della condanna. All’inizio, mi nascondevo. Siamo amici, dicevo. Quando qualcuno pensava che tu fossi mio padre, quando capivo che l’allusione era questa, lasciavo correre. E tu ti infuriavi. Mi facevi complicati ragionamenti, mi mostravi i tuoi libri, raccontavi storie che non avevo mai sentito. Così l’irritazione diventava stupore, la confusa ammirazione dei bambini quando si trovano a dover dipanare un mistero troppo grande. E tu prendevi gusto alle storie che vedevi riflesse nei miei occhi sgranati. Imparavo. Imparavo la vita senza saperlo. Me ne innamoravo. E tutto finiva, come sempre, un passo più avanti della lite precedente, con qualche complicità in più. Un passo dopo l’altro, mi lasciavo guidare verso quello che avrei accettato. Io e te. Questa casa condivisa. Questa città inospitale e bellissima. Queste piccole, inesorabili trappole che chiamano amore. La mappa si è srotolata per gradi. Non ho mai davvero visitato questa città, mai pensato di impararla. Ne ho studiata la storia ascoltandoti raccontare quello che sapevi. Ho immaginato i tempi in cui anco-

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ra i navigli erano vene aperte, corsi d’acqua le che portavano al ballatoio di casa tua. spalancati al cielo. Lo dicevi sempre: i miei Un professore: questo eri per me. occhi sono fissi su un mondo che non c’è. Punto. Sono una persona d’altri tempi, per quanto Cosa ero io per te? Era, allora, un domanda pochi siano i miei anni. che non volevo pormi: troppo più grande In questo difetto di realtà, hai navigato di me. Si fanno, a quell’età, scelte che si facome in acque sicure, raccontandomi per ticano a comprendere. Si fanno e basta. ogni luogo una storia, incastonandolo nelIl resto, se si è fortunati, viene da sé. la topografia immaginaria che venivo coNoi abbiamo avuto fortuna. struendo un pezzo per volta. Nel Lazzaretto, ho visto con te i cadaveri In senso tecnico, siamo stati dei pezzenti. della peste, spiando pietra per pietra per Intellettuali, gente di cultura, in un posto trovare le tracce di tutte quelle vite finiche non ne ha bisogno. te. Nel Duomo ho cerQuesta è una città di cato i lineamenti dei commercianti. Le tratta“Ci crederesti, Arianna? tive si sono spostate, ma costruttori. I progetIl Minotauro non si è tisti mi interessavano sono rimaste il tessuto meno. Volevo il respiro quasi difeso.” Abbiamo latente e l’ossatura pridei poveracci anonimi maria. fatto così anche noi? che avevano lasciato Nel tempo, le merci si Abbiamo rinunciato a la vita, in parte o tutta, sono fatte più inconsidifenderci? dentro le navate silenstenti, eteree, oggetti ziose, nell’arco eleganinafferrabili, principi. te di una porta e dietro un altare. – Sei uno Un sistema di vita che si è trasformato in strano caso di socialista dell’arte – dicevi. un meccanismo di espulsione. L’alieno è Ridendo. Io non capivo, ma ridevo lo steschiunque non somigli. Il mostro visibile, so, per amore e per allegria. pericoloso in teoria, solitario di fatto. Però non capivo. La creatura di Frankenstein. Più che altro non capivo che ci facessimo Il Minotauro nel labirinto. insieme. E tuttavia è un’alchimia che mi è Abbiamo letto Borges insieme. bastata, un mistero che ho pensato fosse La casa di Asterione. giusto lasciare dov’era, chiuso nel bozzolo Ci siamo commossi entrambi quando, alla di un’intesa inspiegabile. fine del racconto, Teseo racconta ad Arianna, riavvolgendo il filo che lo conduce fuori 26 ore, minuto più minuto meno. dal labirinto, di come sia stato strano queA spanne, il tempo che ho impiegato a desto duello contro un avversario inerme. cidere di partire per venire qui. Mai fatte “Ci crederesti, Arianna? Il Minotauro non troppe domande, all’epoca. si è quasi difeso.” Non avevo idea di come me la sarei caAbbiamo fatto così anche noi? Abbiamo rivata, e neanche, a dirla tutta, della faccia nunciato a difenderci? che avresti fatto trovandomi sulle scaIo sì. 23

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Ho rinunciato. 26 ore fa. 26 ore, e cosa resta ora? Dodici anni. Un tempo eterno. Sono giovane, ancora. E dunque? Uscire di qui, trovare un lavoro per bene. Dimenticare questi anni, questa storia, questo corpo. Dimenticare la colpa e il segreto, ricostruire la vita. Riprendere a studiare. Integrarmi. Ma poi perché? Dimenticare questo corpo, le dita che ho visto muoversi nell’aria disegnando mondi. Il mio rifugio. Il silenzio complice. La rabbia anticonformista. La rivolta ironica. Dimenticare tutto questo passato gravido di dolore. Il problema è: voglio farlo? Non credo. In ogni caso, 26 ore non sono abbastanza. È una città civile, dicono. Una città che muore ogni giorno un poco. Col sole, riprende baldanza, si veste di un tepore che non le è familiare. Ma dura poco, sempre poco. Poi, di nuovo, acqua dal cielo. Come ora. Macchine su Viale Monza, battelli appiccicosi di smog su un fiume grigio. Acqua dal cielo, in questo inverno che non finisce. Sudamericani in parka strappati litigano. Schiudo la finestra, ma è impossibile sentire le voci. Un motorino oltrepassa il gruppo, slitta sull’asfalto viscido. La danza si ferma. Qualcuno cade, ma si rialza. Noi non ci siamo rialzati. Ho deciso che ci avrei pensato io. 24

Ho capito che non saresti uscito vivo dall’ospedale, ho firmato, ti ho portato a casa. Ho fatto ogni cosa pensando che sarebbe stato più dolce, meno difficile. Non è vero. Qualunque cosa è diventata un problema. Non ci amavano prima, quando stavamo bene. Da quando ti sei ammalato, hanno preso a guardarci con sospetto. La tua magrezza, i tuoi silenzi infiniti, la tua incapacità di portare a conclusione una frase di circostanza quando una vicina veniva a trovarci, i primi tempi. Poi non è venuto più nessuno. Una rete impalpabile ma solidissima ci è stata tessuta intorno. Dopo un po’, ho smesso di chiedermi i motivi e di dare spiegazioni. Mi è bastato esser qui, ogni volta che mi cercavi. Uno sguardo diventa prezioso. Più di quanto si creda. 27 ore fa. L’ultima visita. La maledetta infermiera arriva e si ferma sulla porta. È ucraina, dice, ma parla un italiano perfetto. La motivazione fa miracoli nell’apprendimento linguistico: lo dicevi sempre anche tu. Sa fare tutto, l’ucraina, anche se non è proprio ancora infermiera. Speriamo. Del resto, non ho trovato nessun altro che venisse a cambiare la flebo. Troppa pioggia. Lei entra. Mi guarda. Osserva le foto alle pareti. Ci siamo io e te, quasi in tutte. Abbracciati, in molte. Esita, la quasi-infermiera. Io parlo e sudo, sperando che resti. Arriva sulla porta della tua camera, guarda dentro. Un corpo di ossa, un respiro affannoso.

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Leggo una irragionevole paura nei suoi occhi. – Io non resto. Mi dispiace – dice, rimettendosi la giacca. – Io vado. Chiama l’ambulanza. Gli dico: – Perché? Ha il cancro, non l’Aids. E lei mi risponde: – Con voialtri non si può mai sapere. Morale: la maledetta infermiera non ti ha cambiato la flebo. Perché tu sei un uomo e io pure. Tu sei un uomo e io il tuo innamorato. Sono rimasto da solo, a guardarti. Avevi il braccio gonfio. Un cimitero di macchie che non riuscivo a sistemare in una costellazione possibile. Il respiro pesante, affannoso. Una scommessa della vita contro la morte. Una scommessa quasi perduta. “Ci vuole una mascherina a ossigeno” pensavo. “Ci vuole un medico. Ci vuole…” Tempo, tempo. Non ho chiamato l’ambulanza. Tempo. Finito.

Questa è una città d’acqua. Galleggiamo a fatica. Cerchiamo sagole di salvataggio, senza trovarle. Lo è stata. In un tempo che non ricordo, sono stato felice. Lo siamo stati. La rete di canali è stata coperta, cambiando natura a questo posto, lastricandolo d’asfalto. Troverò un posto per te? Troverò un luogo dove lasciarti riposare? Strade al posto dei fiumi. Strade che portano fuori città e che vi tornano, ingarbugliandosi e intrecciandosi in mappe che nessuno riesce a disegnare. Mi perderò, e sarebbe bello riuscirci. Mappe che non sono mai finite, sono già obsolete prima ancora di essere ultimate. Questa è una città d’acqua, e nessun nome vi rimarrà scritto. Non il mio, non il tuo.

Nicoletta Vallorani Nicoletta Vallorani è nata a San Benedetto del Tronto e vive a Milano. Insegna Letteratura inglese all’Università degli Studi di Milano. Il suo primo romanzo Il cuore finto di DR (nuova edizione Todaro 2003) ha vinto nel 1992 il premio Urania. Ha scritto numerosi libri, tra cui: Eva (Einaudi 2002), Lapponi e criceti (Edizioni Ambiente 2010) e Le madri cattive (Salani 2011). I suoi libri sono tradotti in Francia da Gallimard.

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Il mondo dell’ebook

Gli scrittori al tempo degli eBook Il profumato libro di carta, privato della sua materialità, e trasformato in eBook, rappresenta per gli scrittori un rischio o un’opportunità? di Daniela De Pasquale

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entre pensiamo a come camspin-off, modellarsi in base all’interazione bia il ruolo dei lettori con il con i lettori. Una simile idea di eBook arriclento ma inesorabile avanzare chito va considerata nel lungo periodo, sodel digitale, dividendoci tra prattutto in Italia. Volendo soffermarci sul innovatori e conservatori, pronti a toglierci presente, è utile chiedersi: essere scrittore il saluto alla stregua dei tifosi di un derby, oggi assume nuovi significati? E il prodotsono in pochi a interrogarsi su come stiano to del suo lavoro è sempre un testo, inteso vivendo questo passaggio gli autori. come sinonimo di libro oppure, nella misuNon che per loro si tratti della prima volra in cui Marshall McLuhan sosteneva che ta: Joseph Conrad continuò a scrivere in“il medium è il messaggio”, l’eBook non tingendo il pennino nell’inchiostro anche può essere considerato il semplice travaso dopo l’avvento della stilografica; la tastiera di una storia da carta a bit? provocò una crisi creativa a Norman MaiPer capire come un autore si pone nei conler, superata solo con il ritorno alla penna. fronti degli eBook (favorevole o contrario) Reporter e scrittori, come Indro Montanelli, bisogna guardare al suo legame con l’ediche usavano la Lettera tore (ne ha uno oppure 22, la mitica macchina no). Mettendo a sistema Agli autori oggi sono da scrivere della Olivetqueste informazioni, ti, difficilmente passavaotteniamo una matrice richieste, oltre a doti no ai modelli superiori. che definisce quattro tinarrative, anche La vera rivoluzione non pologie di scrittori. competenze di è stata il passaggio da Tralasciando i “parolieri penna a macchina da informatica, marketing, a progetto”, che finanscrivere, ma da quest’ulziano autonomamente interazione e visione tima al computer: con la prodotti cartacei per vavideoscrittura non c’è rie finalità amatoriali, più un’idea sviluppata ordinatamente, ma arriviamo ai tradizionalisti, ossia quegli auun insieme di idee aggiunte, cancellate, spotori contrattualizzati da un editore, che non state e modificate in corso d’opera. vogliono avere nulla a che fare col digitale, Se, tuttavia, fino a ieri l’obiettivo dello scritperché non lo ritengono pronto ad accoglietore, alla pari di un sarto, era cucire storie, re lavori specifici, come manuali tecnici o non importa se fatte a mano o rifinite a macopere dal forte impatto grafico quali i fuchina, oggi le possibilità offerte dal digitametti. In altri casi, nonostante le pressioni le trasformano il nostro artigiano in un imdell’editore, non vogliono proprio cedere i prenditore multitasking, a cui si richiedono diritti digitali, come il premio Booker Gracompetenze narrative, ma anche di inforham Swift, secondo cui l’eBook è un nemimatica, marketing, interazione e visione. co perché le royalties derivanti sono troppo Se in tv la misura del successo è la capacibasse per permettere di vivere di scrittura, tà di “sfondare lo schermo”, con un device e perché l’immaterialità del supporto smil’autore deve fare lo stesso, e il suo racconto nuisce tutto il lavoro editoriale che sta diedeve uscire da quei pollici, prendere vita in tro al prodotto-libro. Al confine tra tradizioanimazioni multimediali, moltiplicarsi in nalisti e avanguardisti è da poco apparso

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Ray Bradbury, saltellando da un quadrante all’altro come si fa sulla linea di confine tra due Stati. Un esercizio stancante per qualunque novantenne, ma non per il testardo autore di Fahrenheit 451, capolavoro mondiale di fantascienza che non è però riuscito a convincere il suo papà ad aprirsi alla tecnologia. E così, con un contratto editoriale in scadenza, rinnovabile solo con l’aggiunta dell’opzione digitale, Bradbury ha accettato, ma ha scelto un prezzo per l’eBook più che doppio rispetto alla carta. Il mondo degli autori con i piedi ben saldi nel quadrante degli avanguardisti è variegato. Si parte dal modello basic, ossia quegli autori pubblicati sì in eBook, ma come ripiego per ridurre i rischi, o perché si tratta di emergenti o perché “non vanno”. In un commentatissimo post sul suo blog, Loredana Lipperini scrive del pericolo di “abdicazione dell’editoriale”, quando gli editori parlano di eBook come opportunità, ma agiscono secondo logiche di marketing, trasformando gli autori in “meri copisti dei loro desiderata”. C’è poi il modello intermedio degli autori che pubblicano l’eBook insieme o dopo l’uscita del libro (la maggioranza in Italia). Gli eBook, in realtà, stanno cambiando le logiche delle classifiche dei più venduti, e spesso i titoli della backlist ritrovano linfa nel nuovo formato e diventano bestseller, superando le novità. Infine, c’è il modello advanced. Il suo paladino è Stephen King, che ha da poco pubblicato Miglio 81 solo in digitale e a un prezzo interessante, 4,99 €: più o meno lo stesso che negli USA gli ha fatto vendere 200.000 copie. Un caso che potrebbe segnare l’inizio di un’era perché, secondo il suo editore Sperling & Kupfer, “è la prima opera di un grande scrittore a uscire in Italia solo in versione elettronica”. E l’Italia ha proprio bisogno di

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contenuti ‒ tanti e di qualità ‒ per lanciare il mercato, diffusione di tablet e eReader permettendo (vedremo cosa ci “regalerà” il Natale). Ma la prima esperienza digitale di Stephen King risale al 2000. L’autore si pone così ai due estremi di un continuum che lega questo quadrante a quello del self-publishing. All’epoca, aveva reso scaricabile gratis il racconto Riding the Bullet e recuperato The Plant, un vecchio romanzo non finito, per pubblicarlo online a puntate, stabilendo un

Dividendo gli autori tra favorevoli e contrari al digitale, e guardando al loro rapporto con gli editori, otteniamo quattro tipologie di scrittori al tempo degli eBook patto con i suoi lettori: “Se pagate la storia va avanti. Se non pagate, si interrompe”. La pirateria ha causato la fine prematura dell’esperimento, e il re dell’horror ha fatto un po’ meno paura a tutti quegli editori che tremavano all’idea degli autori fai-da-te. Perché ancora oggi molti editori temono tanto il digitale? Forse perché l’aspetto democratico della rete porta sempre più autori a fare a meno della filiera che li sostiene? È proprio in questo quadrante che troviamo casi eclatanti come Pottermore dell’autrice J.K. Rowling, il solo sito su cui è possibile acquistare gli eBook di Harry Potter e che offre un’esperienza unica di lettura sociale e interattiva. Al suo seguito, altri autori forti, come Stephenie Meyer (saga di Twilight), midlist writers e autori sconosciuti, diventati vere case history per il self-publishing:

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da Cory Doctorow a John Locke e Amanda Hocking. Saranno le royalties inique imposte dagli editori, mentre i costi si abbassano, sarà l’ambizione degli aspiranti autori, per i quali le barriere all’ingresso si azzerano, sta di fatto che oggi è possibile competere ad armi pari con i big: lo dimostra la classifica Amazon dei 100 eBook più venduti negli USA, 24 dei quali autopubblicati. Il selfpublishing ha il merito di mostrare il reale cambiamento dello scrittore che, per dirla con Giuseppe Granieri, deve “essere riconoscibile online e far muovere interesse sulle

Autori di Manuali tecnici e opere di grafica

proprie opere”. Siamo partiti da Marshall McLuhan e chiudiamo con il suo più grande erede, Derrick de Kerckhove, che ha coniato il termine di screttore, un ibrido tra scrittore e lettore al tempo della connettività illimitata. All’autore di oggi sono richieste nuove competenze, ma praticarle tutte al meglio porta via tempo alla sua attività principale: scrivere. Per questo c’è ancora tanto bisogno degli editori: i più pronti a recepire il messaggio saranno quelli che meglio si posizioneranno nel nuovo mercato.

Con Editore Ray Bradbury

Modello Basic

Tradizionalisti Graham Swift

Autori che non pubblicano eBook

Modello Intermedio

Avanguardisti

Parolieri a progetto

Modello Advanced

Autori che pubblicano eBook

Self publishing

J.K. Rowling

Amanda Hocking

Stephen King

John Locke

Senza Editore Cory Doctorow

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Stephenie Meyer

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Il mondo dell’ebook

Un Natale a tutto eBook iPad ed eReader in cima alle liste dei desideri di grandi e piccini: anche in Italia il regalo può essere digitale

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Natale! L’aria è frizzantina e carica di luci al neon, masse brulicanti di persone che si disperdono e riaggregano tra viali e negozi, profumi di leccornie cucinate con amorevole passione si spandono nell’aria, il grande albero agghindato con sfere colorate e… possono mancare loro? Naturalmente no. Ai piedi dell’abete, avvolti in carta colorata e nastrini vari, i pacchetti attendono pazientemente di essere scartati dai rispettivi destinatari. Curiosi di sapere cosa gli elfi del caro vecchio Santa Claus abbiano riservato quest’anno a

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di Roberto Dessì

chi è stato buono? Salite con noi sulla magica slitta di PreTesti: vi porteremo in giro per il mondo, svelando ogni segreto del Natale 2011. E chissà che tra le tante proposte non riusciate a trovare qualche buona idea per riempire i pacchetti di amici e parenti. Allacciate le cinture e copritevi bene: si parte! La prima tappa ci porta negli Stati Uniti. Come ogni anno, Babbo Natale è stato sommerso dalle letterine di bambini e meno bambini, nella maggior parte dei casi riportanti una sola breve parola: “iPad”. Una ricerca Nielsen incorona il tablet Apple quale

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“regalo più desiderato”, bissando il successo iPad, e battezzandola per l’appunto Kindle dello scorso anno quando arrivò alla piazza Fire (150 €). Nel Black Friday, il primo venerd’onore. Un americano su quattro (e nella fa- dì post-festa del Ringraziamento che negli scia 6-12 anni quasi 1 su 2) l’ha messo al pri- States è sinonimo di prezzi scontati e shopmo posto nella lista dei desideri, seguito da ping natalizio, il Fire ha venduto perfino più computer, eReader e “altri tablet”, quelli con del tablet Apple. Questione di prezzo, si pensistema operativo Android. serà malignamente e non a torto: se il seconCome non rimanere affascinati dai brillanti do ha fatto conoscere al mondo il concetto di colori del touchscreen 9,7 pollici e dalle cen- tablet, il primo con una politica di prezzi più tinaia di migliaia di app disponibili? Certo, aggressiva potrebbe “portarne uno in ogni il costo è tutt’altro che abbordabile (modello casa”, parafrasando il motto di Bill Gates. base da 484 €), soprattutto in tempi di crisi. Attenzione però: acquistare il Fire significa, E allora ecco fioccare come per l’iPad, accettare alternative altrettanto le regole di un ecosistema Una ricerca Nielsen funzionali, forse meno chiuso: niente Android incorona per la prima Market, si naviga in Rete “cool” ma decisamente più “cheap”: i tabletcon il browser Amazon volta il tablet Apple eReader, dispositivi Silk, gli eBook si acquiquale “regalo più dotati di schermo a costano dall’app Kindle. desiderato” lori da 7 pollici e funTroppo restrittivo? Risazionalità tablet (naviliamo sulla slitta e dirigazione in rete, video, giochi ecc.), ideali per giamoci in Canada, patria di Kobo e del tablet la lettura di eBook e – soprattutto – riviste Vox, stesso prezzo del Fire ma molti meno digitali. vincoli. Di recente la società è stata acquisita Il mercato negli ultimi mesi si è infiammato, dalla nipponica Rakuten, quindi effettuerein un susseguirsi di presentazioni di nuovi mo uno scalo tecnico nella terra del Sol Ledevice: complice il successo del capostipite vante, approfittandone per dare un’occhiata Nook Color (150 € al cambio attuale), pre- al potenziale regalo di Natale 2011: coreano sentato quasi un anno fa, quelli che a torto o (ma con cuore tecnologico USA), costa circa ragione vengono definiti “eReader a colori” 230 € ed è il primo eReader con schermo eInk hanno guadagnato il rispetto e l’attenzione a colori della storia a essere commercializzadei consumatori, tanto da spingere la stessa to su larga scala. Come a dire: i vantaggi di Nook a proporre un “upgrade” della pro- un tradizionale lettore di eBook e di un tablet pria fortunata creatura: per 37 € aggiuntivi fusi in un unico device. garantite prestazioni doppie nelle medesime A proposito di eReader. Rifacendoci ancora ridotte misure. alla ricerca Nielsen, risultano essere il seconLa metafora del fuoco non è casuale: Ama- do regalo più gradito in graduatoria appaiati zon ha acceso la miccia oltre due mesi fa, pre- ai PC; con un prezzo decisamente più consentando al mondo la risposta allo strapotere tenuto, al di sotto della fatidica soglia di ac-

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quisto d’impulso dei 100 dollari, ci si porta a casa uno dei magnifici 3: Amazon Kindle (ma non legge gli eBook in formato ePub), Nook Touch (che legge solo PDF ed ePub) o Kobo Touch (l’unico senza sistema operativo Android). Per il resto si fronteggiano ad armi pari: schermi touchscreen a inchiostro elettronico di ultima generazione, dimensioni e peso ridotti all’osso, autonomia di batteria che supera il mese, prezzo fissato a 75 €. Problema non di poco conto: in Italia, iPad e Kindle 4 a parte, nessuno dei device descritti è ancora disponibile. Salvo affidarsi a corrieri espresso internazionali, con però incognite chiamate “tempi e spese di spedizione”, “dazi doganali” e “cambio valuta” a pendere come spade di Damocle sulla testa dell’“Operazione Natale”. Planiamo ora sull’Europa, che di recente è stata contagiata dalla febbre della lettura digitale. A ulteriore riprova, nel Regno Unito una persona su quattro conta di regalare (o farsi regalare) un Kindle o un eReader equivalente, relegando l’iPad addirittura in sesta

posizione nell’ideale lista di doni natalizi. E l’Italia? Ha una scelta di potenziali regali nell’universo eBook ugualmente interessante: dicembre ha portato con sé un’inaspettata strenna pre-natalizia, il Kindle versione “basic” (cioè senza touchscreen, a 99 €); data però la lacuna ePub di cui sopra, potreste voler ripiegare sull’eReader Sony T1, peraltro inspiegabilmente commercializzato a 199€ (50 in più che nel resto d’Europa); da tenere d’occhio anche il Cybook Odyssey, auto-proclamatosi “il più veloce eReader sul mercato”, e un nuovo arrivato prodotto dall’italianissima Onda per Telecom Italia: esteticamente vicino al Kindle Keyboard, ha dalla sua uno schermo 6” eInk Pearl e connettività 3G – abbastanza rara in un eReader – per scaricare ovunque i propri eBook preferiti. Il nostro magico viaggio in giro per il mondo si conclude qui. Sperando di avervi allietato, mitigando l’“ansia da regalo” con qualche utile dritta, cogliamo l’occasione per augurarvi buon Natale e… felice eBook reader nuovo!

Gli eReader risultano essere il secondo regalo più gradito in assoluto negli Stati Uniti, appaiati ai PC

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Buona la prima Storie di libri ed edizioni

ALEXANDRE DUMAS - AUGUSTE MAQUET

“I TRE MOSCHETTIERI” (1844)

di Francesco Baucia

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e la storia del sodalizio tra Alexandre Dumas e Auguste Maquet dovesse diventare un film, il miglior autore a cui affidare la sceneggiatura sarebbe senza dubbio Stephen King. Non perché sia una storia dell’orrore, niente affatto, ma perché ha al centro un tema assai caro allo scrittore americano: il doppio letterario. In un racconto intitolato Finestra segreta, giardino segreto (da cui è stato tratto nel 2004 un film con Johnny Depp nei panni del protagonista) King raccontava di un celebre scrittore perseguitato da un uomo misterioso che lo accusava di aver plagiato un suo libro. A questo racconto è da aggiungere inoltre il romanzo La metà oscura, basato su una trama molto simile. Peccato, però, che il film sul rapporto tra Dumas e Maquet sia già stato realizzato, a partire invece da una pièce di Cyril Gély ed Eric Rouquette intitolata Signé Dumas (Firmato Dumas), un lavoro che ha riscosso uno straordinario successo in Francia sin dalla sua apparizione nel 2003. Il film e la pièce sono incentrati su uno dei legami letterari più sorprendenti nella storia della narrativa. Alexandre Dumas, prolifico campione dei romanzi a puntate, era solito avvalersi per la stesura delle sue opere di un’équipe di fidati collaboratori. Si tratta di un costume niente affatto sorprendente per quanto riguarda i grandi dell’arte figurativa: questi, d’abitudine, si attorniavano di allievi e apprendisti i quali eseguivano in parte o per intero opere che, una volta portate a termine, lasciavano trasparire genericamente la mano del maestro. Tale pratica risultava – e risulta tuttora – abbastanza impensabile invece per quanto concerne la creazione letteraria, forse perché questa è concepita romanticamente come prodotto di un artista eroico e solitario, o forse ancora perché non è sempre ben assimilata la distinzione tra prosa “d’arte” e letteratura di consumo. Poeta, drammaturgo e studioso di storia, Auguste Maquet (1813-1888) iniziò a collaborare con Dumas dal 1839, dopo che quest’ultimo rimaneggiò la sua opera teatrale Bathilde. Il sodalizio tra i due diede alla luce alcuni dei più noti

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romanzi storici e d’avventure dell’Ottocento: La regina Margot, Il conte di Montecristo e, più famoso di tutti, I tre moschettieri. Maquet forniva a Dumas abbozzi, trame e scenari che il maestro successivamente arricchiva con il suo stile brillante e con quella impareggiabile conoscenza del cuore umano e dei gusti dei lettori che Albert Thibaudet definì “il genio della vita”. Alcuni studiosi, basandosi sulle dichiarazioni del diretto interessato, si sono spinti a sostenere che Maquet avesse composto in totale autonomia alcuni capitoli interi di quei romanzi. Così, verosimilmente, nacquero le immortali avventure del cadetto d’Artagnan e dei suoi compari Aramis, Athos e Porthos, avventure che non smettono di appassionare il pubblico di tutto il mondo come dimostra ancora di recente l’ultima fortunatissima trasposizione cinematografica del romanzo. Il successo, però, come è noto, incrina irrimediabilmente i rapporti umani, soprattutto quando questi, come il sodalizio tra Dumas e Maquet, non sono davvero paritari. Così Maquet finì per denunciare Dumas e ottenne da questi un congruo risarcimento, a patto che rinunciasse ad accampare diritti sulle opere del vecchio mentore e amico. Dopo questo episodio Maquet continuò a scrivere per conto proprio, senza però avvicinarsi neanche

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lontanamente al successo del maestro. Ciò riprova il fatto che il talento di Dumas era forse davvero più cristallino dei pur brillanti spunti del suo “ragazzo di bottega”. Riletta oggi, la storia di Dumas e Maquet ci appare come la trama di uno stupendo feuilleton, quale sarebbe potuta nascere proprio dalla penna di Dumas. Se Stephen King fosse davvero lo sceneggiatore della vicenda non ci stupiremmo se alla fine l’identità di Auguste Maquet si rivelasse una creazione dello stesso Dumas, come accade appunto in Finestra segreta, giardino segreto. E così in questo thriller letterario sarebbe davvero un colpo da maestro il fatto che sulla tomba di Maquet, il più famoso ghost writer della storia del romanzo, siano incisi ironicamente i titoli dei libri più famosi di Alexandre Dumas, come chiunque può verificare passeggiando per i viali del cimitero Père Lachaise a Parigi.

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Sulla punta della lingua

Come parliamo, come scriviamo

Rubrica a cura dell’Accademia della Crusca

Immigrato, migrante, clandestino, fuorilegge: tutti uguali? di Raffaella Setti

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flussi migratori degli ultimi decenni hanno prodotto anche nuove abitudini linguistiche, quasi sempre contraddistinte da chiare venature di intolleranza, spesso di vero e proprio razzismo. Clandestino e clandestinità sembrano non poter mancare in ogni discorso, articolo, intervento che tratti di immigrazione. Non si tratta certo di parole nuove per l’italiano: l’aggettivo clandestino, formatosi sulla base dell’avverbio latino clam ‘di nascosto’ ed entrato attraverso il francese clandestin, è presente dal XVI secolo con il significato molto generale, di ‘fatto di nascosto, contro il divieto delle autorità’; dal Novecento è stato usato anche con funzione di sostantivo (Cesare Pavese indicò con il sostantivo clandestini coloro che lottavano segretamente contro il fascismo durante la II guerra mondiale), e il suo derivato clandestinità ha la prima attestazione, secondo i dizionari, nel 1832 (Silvio Pellico, Le mie prigioni). I significati primari di ‘cosa, azione fatta di nascosto’ e di ‘identità tenuta segreta’ sono trasparenti in espressioni quali “matrimonio clandestino”, “organizzazione clande-

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stina”, “giornale clandestino”, “bisca clandestina” e simili, in cui si mette in rilievo la segretezza di qualcosa esistente o compiuto nonostante una prescrizione di legge contraria. Quelli di clandestino e di clandestinità sono diventati da qualche decennio concetti pressoché inscindibili dal fenomeno dell’immigrazione: con un determinante contributo dei mezzi d’informazione “l’emergenza clandestini” è entrata nel pensiero e nella lingua comune, si è appiccicata a ciascuno di noi come accade per i peggiori pregiudizi fino a farci convincere che dietro a ciascun immigrato non solo si possa nascondere l’ombra della clandestinità, ma che a questo status sia fatalmente unito quello di ‘fuorilegge, criminale’. Se le scelte linguistiche di un’informazione approssimativa e “d’effetto” hanno senza dubbio favorito lo slittamento di significato della parola clandestino da quello primario di ‘segreto, nascosto’ verso quello di ‘fuorilegge, criminale’, va tenuto presente che in ambito legislativo forse non è stata fatta sufficiente chiarezza, linguistica ma soprattutto giuridica, per frenare il processo di sovrapposizione dei due significati. Alla legge 943 del 30 dicembre 1986, la prima in materia di immigrazione, sono seguite altre leggi, in particolare il decreto legislativo n. 286 del 1998 (c.d. legge Turco-Napolitano) che con-

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templa l’aggettivo clandestino (nell’espressione “immigrazioni clandestine”), ma soprattutto la legge n. 94 del 2009 (il cosiddetto “Pacchetto Sicurezza”) che ha “promosso” l’immigrazione clandestina a reato e ad aggravante di qualsiasi altro reato: ciò significa che è considerato fuorilegge non solo chi si trova in Italia e ha il permesso di soggiorno scaduto (detto anche clandestino irregolare, dove sarebbe più corretto dire migrante o immigrato irregolare perché in questo caso si sta contravvenendo a un regolamento), ma acquisisce immediatamente questo “marchio di illegittimità” qualsiasi cittadino extracomunitario che entri nel territorio italiano senza visto d’ingresso e prima ancora di poter chiedere, ad esempio, il diritto d’asilo o avere riconosciuto lo status di rifugiato; inoltre la stessa legge prevedeva la clandestinità come aggravante di altri reati, articolo che è stato poi dichiarato incostituzionale dalla Corte Costituzionale (con la sentenza n. 249 del 2010) e chiama in causa anche pubblici ufficiali e medici che sarebbero tenuti a denunciare di essere venuti a conoscenza del reato di clandestinità nello svolgimento delle proprie mansioni; si tralasciano poi i dilemmi umani, così ben rappresentati nell’ultimo film di Emanuele Crialese Terraferma (2011), che sorgono nei casi in cui pescatori o marinai, fedeli alla legge non scritta del mare, prestino soccorso ai migranti in pericolo, rischiando l’accusa di favoreggiamento del reato di immigrazione illegale. Forse invece non veniamo informati con altrettante insistenza e chiarezza di alcune cifre particolarmente significative: la stragrande maggioranza degli immigrati (tra

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il 60 e il 70% secondo i dati 2006 dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), negli ultimi 10-15 anni, è entrata in Italia in modo regolare, mentre si è calcato la mano sull’aumento via via crescente del

Quelli di clandestino e di clandestinità sono diventati da qualche decennio concetti pressoché inscindibili dal fenomeno dell’immigrazione numero delle persone entrate senza regolari controlli di frontiera e quindi della diffusione di quei “lavoratori immigrati clandestinamente” (così definiti anche nella legge del 1986). Qui l’avverbio clandestinamente sembra ancora conservare in buona misura la sua accezione originaria di ‘fatto di nascosto, in segreto, senza essere visti’: la legge fa riferimento quindi alla presenza di lavoratori stranieri che sono entrati in Italia di nascosto, sfuggendo al controllo di frontiera e che, di conseguenza, nascondono e tengono segreta la loro identità per non rischiare l’espulsione. Oltre che per l’aumento oggettivo, numerico, degli immigrati che entrano clandestinamente nel nostro paese (ma non solo in Italia, è sempre bene ricordarlo), la loro visibilità è diventata via via crescente anche grazie alla frequenza e insistenza con cui i media hanno proposto e, in molti casi continuano a proporre, il termine clandestino: quando va bene, il termine viene associato all’immagine di un’emergenza sociale che potrebbe minacciare la conser-

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vazione dei diritti dei cittadini italiani (ladestino non decada nemmeno in caso di voro, casa, scuola, ecc.), nei casi peggiori, morte... compare in contesti relativi al problema Se sul piano giuridico e sociale la gestiodella pubblica sicurezza e riferito quindi a ne dei flussi migratori è ancora segnata da protagonisti, reali o presunti, di azioni criprocedure contorte e talvolta discutibili, minali. forse sarebbe utile almeno assumere qualLa logica conclusione verso la quale semche buona abitudine linguistica: usare e brano convergere (e far convergere l’opidiffondere termini precisi, univoci per non nione pubblica) da un lato l’informazione, confondere ancor più le idee e non rendere sbrigativa quando non addirittura approsancora più “oscuro” alla comprensione ciò simativa, e dall’altro il recente quadro leche è già molto complicato nei procedimengislativo, è clandestino = fuorilegge (sulla ti burocratici e giuridici. Abbiamo a dispobase della falsa premessa che la stragransizione la parola migrante per indicare chi de maggioranza degli immigrati sia clandestino); si Abbiamo a disposizione la parola tratta di un’associazione migrante per indicare chi lascia il ormai purtroppo largaproprio paese per cercare migliori mente penetrata nel pensiero profondo di molti, che condizioni di vita altrove talvolta sembra riemergere inconsapevolmente, quasi come un lapsus, lascia il proprio paese per cercare migliori in alcune scelte linguistiche: si arriva ad ascondizioni di vita altrove; abbiamo clandesociare l’attributo clandestini anche a cadastino per indicare chi contravviene a un reveri recuperati nel Mediterraneo, persone golamento ed entra in un altro paese senza morte prima ancora di entrare nelle acque i necessari permessi senza aver commesso territoriali o nel territorio italiano e quindi nessuna azione criminosa; abbiamo poi fuodifficilmente definibili ancora come clanderilegge, delinquente, ladro, assassino, criminale stini (“Centocinquanta cadaveri di clandeda usare con molta cautela per riferirsi posstini ripescati in mare al largo della Tunisibilmente solo a chi ha davvero commessia”, http://wwwaqvariuscom.blogspot. so reati e crimini. Una maggiore chiarezza com/2011/06/centocinquanta-cadaverilinguistica può guidare verso una maggiodi-clandestini.html); o a titolare una notizia re chiarezza di pensiero che può essere il con l’espressione cimitero di clandestini per punto di partenza per azioni più giuste ed riferirsi a un cimitero di Scicli dove sono efficaci. stati sepolti “migranti ignoti” (come sono denominati più opportunamente all’interno dell’articolo), morti durante la traversata del Mediterraneo (“Corriere della Sera”, 4 aprile 2011). Sembra che lo status di clan37

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OGNI CITTÀ È UN MONDO

Anima del mondo Paesaggi della letteratura

Kant e l’idea di viaggiare di Luca Bisin

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el prodigio d’oro e seta del suo palazzo, dove le stanze s’aprono all’infinito su altre stanze e i giardini sono affollati come mondi, circondato dallo sfarzo e dall’esultanza di una corte in cui le donne più avvenenti e gli uomini più valorosi non hanno altra incombenza che il diletto del loro signore, gli occhi neri e belli di Kublai Khan s’ammantano di malinconia mentre egli ascolta da Marco Polo il racconto delle città che non ha mai visto. La finzione di Calvino ha consegnato a un capolavoro letterario tutta l’ansia e la frustrazione con cui Kublai cerca di trarre dalle parole del viaggiatore un’immagine di quelle città di cui,

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forse, non si può dare alcuna figura ma solo un racconto, luoghi visibili soltanto in un atlante immaginario che sappia contenere “la forma delle città che ancora non hanno una forma né un nome”. Ma anche la cronaca di Polo, capolavoro letterario anch’essa, dà notizia di quella tensione: il Khan, nel Milione, teneva per folli quei suoi messaggeri che attraversavano l’impero da un capo all’altro come fossero ciechi, e dai loro viaggi sterminati tornavano senza recare immagini né racconti, ma soltanto un’ambasciata per il loro signore, mentre questi “piue amava gli diversi costumi delle terre sapere che sapere quello per che gli avea mandato”.

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Per una di quelle affinità che tracciano talvolta audaci analogie attraverso i tempi e gli spazi, l’inquietudine di un imperatore mongolo del tredicesimo secolo potrebbe trovare un’insospettata simmetria nella proverbiale sobrietà di un filosofo tedesco del diciottesimo secolo: come Kublai, Kant non viaggiava e anch’egli cercava di trarre

dai racconti di altri la forma visibile di luoghi che non avrebbe mai visitato. Fascinazione invincibile, al punto da dedicarvi più di metà della propria biblioteca personale, Kant seppe fare della letteratura di viaggio perfino uno strumento di filosofia: alla conoscenza dell’uomo, leggiamo nell’Antropologia, appartiene il viaggiare, ma dove questo non sia possibile si può utilmente supplire con la lettura dei resoconti di viaggio. E nell’annunciare le sue lezioni di geografia fisica, ai tanti studenti che affollavano giornalmente la piccola stanza al pianterreno della sua casa di Königsberg, Kant avvertiva: “Di colui che ha molto viaggiato si dice che ha visto il mondo. Ma alla cono-

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scenza del mondo appartiene qualcosa di più che il semplice vedere il mondo”. Potrebbe sembrare questa non più che un’astuta scusante con cui il Magister si scagionava dall’imbarazzo di raccontare ai suoi uditori un mondo che egli stesso non aveva mai visto. Le infinite variazioni delle acque e delle terre, l’esuberanza delle forme e dei colori che la natura assegna agli animali e alle piante, la varietà delle razze, delle lingue, dei costumi in cui l’umanità si divide lungo le regioni dell’Asia e dell’Africa, dell’Europa e delle Americhe, persino l’arte di navigare, sapiente combinazione di perizia e ardimento, non sono per Kant che idee lette sui libri, seduzioni di un altrove troppo incognito e minaccioso per poter essere davvero inseguito. Incapace del viaggio e della sorte, minato nel corpo dall’ipocondria e affetto nell’animo da un bisogno vitale di ordine e disciplina, Kant non darà a quelle seduzioni di avventura altra attuazione che nelle sue leggendarie passeggiate lungo le strade di Königsberg. Ogni giorno e con qualsiasi tempo, dopo il pranzo che, animato da commensali e conversazioni, poteva protrarsi fino alle sei, egli si metteva in cammino, preferibilmente da solo, perché riteneva più salutare che si passeggiasse senza parlare, tenendo la bocca chiusa e respirando solo col naso. A passo moderato, concedendosi soste frequenti per evitare di sudare, cosa che gli riusciva insopportabile, si spingeva di solito fino al Philosophendamm, la passeggiata dei filosofi nel sobborgo a sud della città, ritornan-

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do ai luoghi dove aveva trascorso la sua infanzia: i prati sulle rive del fiume Pregel, spesso inondati d’acqua, il Ponte Verde che un Kant fanciullo attraversava giornalmente per recarsi a scuola, certo lanciando di sfuggita uno sguardo incuriosito all’arruffio di voci e di lingue, di facce e di abiti che da inimmaginabili lontananze giungevano via mare alle sponde del Pregel, l’isola di Kneiphof, nel mezzo del fiume, dominata dall’imponente cattedrale, densa di strade e di case, dove il filosofo abitò per molto tempo cambiando diversi alloggi, lamentandosi spesso del frastuono e della confusione che animava le strade affollate di carrozze e le rive del fiume al passaggio delle barche, e poi la città vecchia, fino al castello reale sotto il cui maestoso profilo Kant abiterà, nei suoi ultimi anni, una casa finalmente di sua proprietà. Come certe città sull’atlante di Kublai, Königsberg ha cambiato forma e nome. E di quei luoghi kantiani non esiste più, oggi, che una traccia remota tra le strade di una città russa che si chiama Kaliningrad: non c’è più il castello alla cui ombra abitava il vecchio Kant, l’isola di Kneiphof non è più il crocevia frenetico di tragitti esotici, e il Ponte Verde è stato soppiantato da un lungo viale intitolato a Lenin, su cui si stagliano i profili invadenti delle architetture sovietiche. Ma ciò che Kant ricavava dalle sue passeggiate quotidiane era certo più che la vista di un angolo di mondo destinato a scomparire. Privo di un impero e di una corte sfarzosa, avido soltanto di un alloggio tranquillo nella città dove trascorse tutta la vita, Kant aveva però dalla sua qualcosa che è più utile, forse, di mille servitori: la ragione al servizio di se stessa. E così, di quel-

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la frenesia vaga e pungente che ci prende talvolta leggendo i racconti di viaggio, del malumore e del disinganno che ci dà il ritrovarci ogni volta chiusi nel nostro piccolo spicchio di mondo, appena toccati dal sentore della distanza e dell’incerto, egli poté fare un esercizio di filosofia e una misura di vita. La passeggiata kantiana per le strade di Königsberg non era soltanto la prassi di un camminare filosofico a cui, da Aristotele a Rousseau, da Kierkegaard a Heidegger, altri pensatori si sono volentieri applicati, né soltanto il mesto surrogato di un’avventura che non abbiamo osato tentare. Piuttosto Kant vi esercitava quello sguardo di cui gli ignari messaggeri di Kublai Khan non erano capaci nelle loro lunghe peregrinazioni: viaggiare è un esercizio difficile, non meno che filosofare, e come questo richiede anzitutto un’idea. Sicché, in quel piccolo mondo che è una città, il metodico Kant seppe forse scorgere quel che Kublai cercava invano nei racconti di Marco Polo o nell’avido scrutare il proprio atlante fantastico: quell’unica forma di città che nel grande mondo si trova ripetuta in infinite variazioni e innumerevoli qualità. E al turbamento che agitava l’imperatore mongolo nel suo inquieto aggirarsi tra le mille stanze del proprio palazzo, egli riuscì forse a dare quel nome che Kublai non sapeva dire: “Dove potremo conoscere il mondo senza dover viaggiare per esso?”

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POCHI GRANDI CUOCHI, POCHI GRANDI SCRITTORI

Alta cucina Leggere di gusto

Fatiche culinarie e letterarie di Nero Wolfe

di Francesco Baucia

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’investigatore privato Nero Wolpassioni. Ma l’investigatore coltiva anche fe di New York ha due passioni un altro passatempo: la lettura. Lo scopriache sono arcinote al pubblico demo in Nero Wolfe, discolpati (Plot it yourself) gli amanti del giallo: la coltivazioventiduesimo romanzo della serie creata ne delle orchidee e la cucina. In questi due dallo scrittore americano Rex Stout. Seconcampi, oltre che nella soluzione dei casi che do il suo assistente e braccio destro Archie gli vengono affidati, Wolfe è maniacale, ed Goodwin, Wolfe legge più di duecento liessendo ricchissimo può applicarsi alle sue bri all’anno. In base al rituale seguito dal passioni nel modo più puntuale possibile. detective per leggerli, Archie li classifica in Ha una serra all’ultimo quattro categorie: A, B, piano della sua casa sulC e D. “Se, quando scenla 35a strada e vi trascorre de in ufficio dalla serra buona parte del giorno. alle sei, prende il libro Il resto del tempo lo pasdi turno e lo apre prima sa in primis ai fornelli, a di suonare per la birra, inventare o sperimentare e se la pagina è indicata pietanze in compagnia con un segnalibro d’oro del suo cuoco personale, […], il libro è di categolo svizzero Fritz Brenner. ria A. Se prende il libro Dice Wolfe, in un romane lo apre prima della zo della serie: “Ci sono birra, ma il segnalibro è pochi grandi cuochi, una di carta, siamo in B. Se manciata di discreti e prima suona per Fritz e una pestifera legione di poi apre il libro, e il sepessimi. Il mio è discregno consiste in un orec“Ci sono pochi grandi chio nella pagina, siamo to […]. Non ha fantasia, cuochi, una manciata in C. Se aspetta che Fritz non ha ispirazione, ma è competente e raffinato”. abbia versato, prima di di discreti e una Una frase in apparenza cercare il libro, e il segno pestifera legione di poco generosa, che però è un orecchio, siamo irpessimi” è un grande complimenrimediabilmente in D.” to se esce dalle labbra del Difficile che un soggetto bisbetico e mastodontico detective: la fandal palato così raffinato possa essere al contasia e l’ispirazione in cucina, d’altronde, tempo un lettore dai gusti grossolani: infatsono affar suo. Solo dunque a margine delle ti, osserva Archie, nella mole di volumi che occupazioni predilette Wolfe riceve i clienWolfe consuma in un anno ci sono al masti, con l’atteggiamento stoico di chi sa che il simo cinque o sei A. Non sembra nemmelavoro è un’amara incombenza da espletare no troppo desideroso di mescolare il lavoro per poter poi godere al meglio delle proprie alla passione della lettura quando, in questa

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avventura, viene ingaggiato da un comitafido collaboratore Archie. Per un pranzo to di scrittori ed editori che gli chiedono di non troppo impegnativo il vorace detective risolvere un caso di “plagio seriale”. Alcuni elabora un’omelette che i suoi fans possoscrittori di bestseller sono stati raggirati da no agevolmente sperimentare, anche senza sedicenti vittime di plagio e alleggeriti di l’ausilio di uno chef patentato come Fritz. È cospicue fette dei loro proventi. Tutti i casi lo stesso cuoco a enunciare gli ingredienti, presentano un modus operandi (come direbnel romanzo: “Quattro uova, sale, pepe, un bero i criminologi) alquanto simile. A Wolfe cucchiaio di burro aromatizzato al dragonil compito di scoprire se dietro i differencello, due cucchiai di panna, due cucchiai ti episodi si nasconde di vino bianco secco, una sola mano. Senza un mezzo cucchiaino Secondo il suo spostarsi dal suo habitat di scalogno, un terzo di assistente e braccio naturale, nel quale è ratazza di mandorle indicato come un elefante destro Archie Goodwin, tere e venti funghi frenella savana, il geniale schi”. Chiosa di Archie Wolfe legge più di detective risolve il caso a questo elenco: “Creduecento libri all’anno armandosi, se necessadevo fossero le dosi per rio, degli strumenti produe persone, ma lui mi pri di un critico letterario di alto profilo. rispose che mio Dio no, erano solo le dosi Una volta letti i tre misconosciuti testi sui per il signor Wolfe”. Ovviamente se non si quali si fondano le accuse di plagio rivolte ha l’appetito e la mole (un settimo di tonai suoi clienti, per capire se siano o meno nellata!) che possiede Nero Wolfe, queste opera della stessa persona, Wolfe si sofferquantità possono andare benissimo per due ma sugli “a capo” e sentenzia con l’autopersone. La preparazione è affatto semplirità di un letterato: “Il lessico e la sintassi ce. Si fa rosolare lo scalogno tritato con il possono essere controllati con un processo burro al dragoncello, e in una padella a parrazionale e consapevole, ma il respiro delte si fanno saltare in cinquanta grammi di la frase è assolutamente istintivo, viene daburro i funghi privati dei gambi, finché non gli stadi profondi della personalità. Posso saranno adeguatamente appassiti e asciutammettere che certe somiglianze lessicali e ti. Le mandorle vanno tostate invece a fiampersino la punteggiatura siano coincidenze, ma moderata con altri cinquanta grammi quantunque altamente improbabili, ma gli di burro e poi scolate e messe da parte. Per a capo no. E gli a capo di questi tre racconla base dell’omelette, si sbatteranno in una ti sono opera di una stessa persona”. Sarà ciotola con la frusta le uova sgusciate, a cui questa la traccia giusta per la risoluzione andranno uniti vino, panna, sale e pepe. Ne del caso. Non è da pensare, tuttavia, che tra dovrà risultare un composto cremoso, che le fatiche investigative e quelle letterarie, verrà versato nella padella con lo scalogno, Wolfe trascuri di solleticare il proprio palaprecedentemente riscaldata. Non appena il to, e di conseguenza, anche quello del suo fondo dell’omelette sarà cotto ma la sua su-

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perficie ancora morbida, si disporranno al centro le mandorle e circa un terzo dei funghi. Una volta arrotolata, l’omelette andrà servita su un piatto bollente e guarnita con gli altri funghi e una generosa spolverata di prezzemolo. Potete accompagnarla con un boccale di birra, come fa Nero Wolfe quando si appresta a leggere un libro. Chi intendesse seguire passo a passo le gesta

culinarie del detective può avvalersi dal 2007 di una guida preziosa: il Manuale di cucina di Nero Wolfe pubblicato da Sonzogno in cui Barbara Burn ha raccolto, sotto la supervisione di Rex Stout, tutte le ricette contenute nei romanzi che hanno per protagonista la premiata ditta Nero Wolfe, Archie Goodwin & company. Certamente un libro di categoria A.

OMELETTE CON FUNGHI E MANDORLE Ingredienti: 20 gr di scalogno tritato 20 funghi champignon 100 gr di burro 100 gr di mandorle intere pelate 4 uova 2 cucchiai di vino bianco secco 2 cucchiai di panna una manciata di prezzemolo sale pepe Il burro aromatizzato al dragoncello si può ottenere mescolando una presa abbondante di dragoncello essiccato con un cucchiaio di burro e lasciando riposare il composto per circa mezz’ora.

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IL LABIRINTO DI CARTA

Recensioni

1Q84

di Haruki Murakami Se, come ha affermato Paul Klee, l’arte non si pone il fine di riprodurre il visibile, ma di concretizzare e rendere sperimentabile l’invisibile, l’intera opera di Haruki Murakami, vera e propria icona pop della cultura giapponese, sembra a noi lettori esemplificare in pieno tale assunto. Mettendo in scena, attraverso ardite metafore e immagini simboliche, mondi paralleli legati all’immaginario e all’onirico, la scrittura dell’autore di Kyōto prende la forma di un labirinto in cui, come in un’opera barocca, più ci si perde più il nostro gusto estetico viene solDisponibile su lecitato. Mai però www.biblet.it come nella sua ultima fatica, di cui Einaudi ha pubblicato in un unico libro i primi due volumi (l’ultimo uscirà nel 2012), lo scrittore giapponese fa i conti con la propria arte, distillandone l’essenza. 1Q84, questo il titolo del romanzo, riprendendo la tecnica già utilizzata in Kafka sulla spiaggia, narra parallelamente le vicende di due enigmatici personaggi: il killer in minigonna e tacchi a spillo Aomame (letteralmente “verde pisello”) e il ghost writer Tengo. Apparentemente le vite di entrambi non hanno nulla in comune. Niente vi può essere di più distante. Ma tra le due storie gradualmente il lettore inizia a cogliere delle corrispondenze nascoste. E quando

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Aomame, alzando gli occhi verso il cielo stellato di Tokyo, si trova a scorgere una seconda luna, comprende come il suo destino sia ormai inscindibile da quello di Tengo. Scritto con un stile borgesiano, sfiorando le tematiche care ai surrealisti, 1Q84 rappresenta l’arte dello scrittore giapponese al suo meglio. In esso, infatti, si ritrova all’ennesima potenza quello che nel tempo è diventato il marchio della sua poetica, ovvero l’esistenza di due mondi, due realtà in opposizione speculare, il mondo reale (l’anno 1984 in cui è ambientato il romanzo), e il mondo immaginario (1Q84, dove la pronuncia della Q in giapponese è simile alla pronuncia del numero nove). Queste dimensioni distinte, esemplificazione dei molteplici piani dell’essere, a volte nel corso della narrazione si contaminano, creando un sottile senso di vertigine nel lettore. I personaggi disegnati dalla penna di Murakami passano infatti attraverso porte invisibili che collegano realtà distanti, e dal quel momento le loro azioni tendono ad assumere conseguenze imprevedibili. La precisa e accurata descrizione di questi passaggi garantisce la costruzione di un mondo che, benché irreale e fantastico, sembra assumere un profilo in sé perfettamente coerente. Magia dell’arte dunque, che riesce dove il semplice raziocinio fallisce. Solo i buoni romanzi hanno questo potere. E se siamo disposti a seguire la guida dell’autore, può capitare che attraverso questi passaggi segreti si possa mettere piede in una realtà che non siamo abituati a vedere. Questo vuol dire perdersi nel labirinto di Haruki Murakami.

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CORMÒNSLIBRI 2011. FESTIVAL DEL LIBRO E DELL’INFORMAZIONE e gli altri eventi del mese CORMÒNSLIBRI 2011. FESTIVAL DEL LIBRO E DELL’INFORMAZIONE Torna il consueto appuntamento prenatalizio con il Festival del Libro e dell’Informazione, diventato ormai tradizione per la cittadina di Cormòns, in provincia di Gorizia. Quest’anno il tema principale attorno a cui ruota la manifestazione è quello della felicità nelle sue molteplici sfaccettature. Ne discutono personaggi provenienti dal mondo della narrativa e del giornalismo tra cui Tullio Avoledo, Oliviero Beha, Federica Manzon, Pino Roveredo e Lidia Ravera. Chiude la rassegna uno spettacolo di Dario Vergassola. Fino al 15 dicembre. SALONE DELLA PICCOLA E MEDIA EDITORIA MERIDIONALE “SUD’S” La quarta edizione del più grande evento editoriale pugliese, che si svolge a Foggia, si pone anche quest’anno l’obiettivo di offrire un palcoscenico di prestigio alle realtà editoriali meridionali più interessanti e magari meno note al grande pubblico. La rassegna offre un ricco calendario di eventi: convegni, incontri e presentazioni con autori locali e di fama nazionale. Significativa anche la partecipazione di case editrici più affermate tra cui spiccano Castelvecchi, Fandango e Meridiano Zero. Dal 16 al 18 dicembre. MOSTRA DEL LIBRO PER RAGAZZI La mostra del libro per ragazzi ha luogo quest’anno a Polla (Salerno), magnifico centro cilentano insignito per una settima46

Appuntamenti

na del prestigioso riconoscimento di Città del libro. Tra gli eventi principali della rassegna, si segnala la presentazione del progetto “Librarsi”, che ha come scopo la diffusione della biblioterapia, una nuova frontiera del trattamento psicoterapeutico utilizzata per alleviare la depressione e altri gravi disturbi psichici attraverso la pratica della lettura. Numerosissime le altre iniziative che vedranno la partecipazione di artisti a stretto contatto con il mondo dei giovani, come ad esempio Giordana Galli, Giusy Rinaldi e Claudia Camicia. Fino al 16 dicembre. INNESTI. FESTIVAL ITINERANTE DI CONTAMINAZIONI LETTERARIE Organizzato dalla Libreria del Frattempo di Sansepolcro (Arezzo), in collaborazione con “Corpifreddi Itinerari Noir”, si svolge in questi giorni il festival “Innesti”, che ha per suggestivo scenario svariate location tra Sansepolcro e Anghiari. La rassegna, nata con la finalità di far dialogare generi letterari e artistici differenti, vede anche quest’anno la partecipazione di molte personalità provenienti non solo dal mondo della scrittura, ma anche da quelli della musica e delle arti figurative. Tra gli eventi notevoli di questo mese segnaliamo, il 16 dicembre a Pubbone, lo spettacolo visivosonoro “Solo blues, maledetto blues” dello scrittore Alessandro Zannoni, accompagnato dai musicisti Andrea Giannoni e Gastone Gastardelli. Fino al 18 dicembre.

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Tweets @JessDamned No vi prego, manteniamo umo almeno il piacere del prof le della carta e del sfogliare pagine di un libro...

@graziabuscaglia Prima il pilates, poi l’ebook e ora la nanna! Notte.

@MarcoFerrante turo. il passato proiettato sul fu d, il Scarichi i giornali sull’ipa opero sci a display dice che caus dei poligrafici non sono dis ponibili.

@Librinnov

and

@QwertyValentine Esperimento interessante. Io una playlist di storie brevi me la farei volentieri...

o La lettura d igitale e il w eb: “Se cambia no i libri, ca m bia anche il mo do di fare e diffondere cult ura in Italia ”.

ok @Pianeta_eBo arrivo, der a colori in Un altro #eRea States. L’Ectaco stavolta dagli ole (ma sato per le scu Jetbook è pen non solo).

Bookbugs

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PreTesti • Occasioni di lettura digitale Dicembre 2011 • Numero 3 • Anno I Telecom Italia S.p.A. Direttore responsabile: Roberto Murgia Coordinamento editoriale: Francesco Baucia Direzione creativa e progetto grafico: Fabio Zanino Alberto Nicoletta Redazione: Sergio Bassani Luca Bisin Fabio Fumagalli Patrizia Martino Francesco Picconi Progetto grafico ed editoriale: Hoplo s.r.l. • www.hoplo.com In copertina: Gaetano Cappelli - foto di Gianni Giansanti © L’Editore dichiara la propria disponibilità ad adempiere agli obblighi di legge verso gli eventuali aventi diritto delle immagini pubblicate per le quali non è stato possibile reperire il credito. Per informazioni info@pretesti.net

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