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pretesti Occasioni di letteratura digitale

Il terzo sacrificio di Marcello Simoni

La più alta avventura della parola di Maurizio Cucchi

Quel maledetto viaggio dell’Elsinore

di Jack London

Musica russa di Michele Mari

Novembre 2011 • Numero 2

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Editoriale Quando la storia incontra il romanzo, la letteratura crea mondi nuovi e sensi nuovi. Marcello Simoni nel racconto di copertina ha fatto della sua conoscenza storica il cavallo di battaglia di una letteratura da bestseller (è l’autore del Mercante di libri maledetti) e in questo numero ci offre una originale e inedita interpretazione della figura dell’antipapa Onorio II. Con Michele Mari entriamo nella vicenda umana del compositore russo Modest Mussorgskij e insieme al grande Jack London, ripubblicato ora in una nuova edizione da Mattioli 1885, inseguiremo l’Elsinore fino a Capo Horn e oltre nella ricerca di un’identità che lo stesso scrittore non riuscirà a trovare in vita neppure per sé. Sarà poi Maurizio Cucchi a condurre la nostra riflessione nel mondo più alto e nobile della poesia in Italia, la poesia come vocazione al bello e alla trasmissione della conoscenza e della nostra stupenda lingua. Per Il mondo dell’ebook Roberto Dessì analizza il fenomeno Amazon a partire dall’ultima scelta dell’industria di Jeff Bezos, ovvero quella di puntare a diventare editore cartaceo, mentre Viola Venturelli riporta dati e indagini sull’effettiva trasformazione in digitale del mondo dell’editoria: cosa ci riserva il futuro? Nelle rubriche Vera Gheno per l’Accademia della Crusca approfondisce il futuro della lingua in evoluzione con i nuovi mezzi di comunicazione, perché poetico è tutto ciò che viene ben comunicato, e all’educazione del vivere è dedicata Buona la prima con il Galateo di Giovanni Della Casa. Le Langhe di Pavese e Fenoglio e la cucina secondo Mordecai Richler ci sapranno riportare poi alla realtà di una bellezza poetica che sa, come sostiene Fernando Pessoa, arricchire il mondo e la nostra esperienza. Sapete quanto sono buoni i latkes, oltre ogni ragionevole dubbio di critica letteraria? Buoni PreTesti a tutti. Roberto Murgia

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Indice

Testi

Il mondo dell’ebook

Rubriche

05-09 Racconto Il terzo sacrificio di Marcello Simoni

21-24 Il modello Amazon: editoria senza intermediari di Roberto Dessì

10-14 Saggio La più alta avventura della parola di Maurizio Cucchi

25-27 Dall’uomo preistorico al Digital Man: Tablet is the missing link? di Viola Venturelli

28-29 Buona la prima Giovanni Della Casa Galateo (1558) di Francesco Baucia

15-17 Anticipazione Quel maledetto viaggio dell’Elsinore di Jack London 18-20 Racconto Musica russa di Michele Mari

30-32 Sulla punta della lingua di Vera Gheno 33-35 Anima del mondo Dei ed eroi delle colline di Federico Bellini 36-39 Alta cucina Con i latkes per cena non si scappa da casa di Francesco Baucia 40 Recensioni 41 Gli appuntamenti 42 Tweets / Bookbugs

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Racconto

IL TERZO SACRIFICIO di Marcello Simoni

“E non inclinare verso il basso, verso il mondo della luce nera...� Oracoli caldaici, fr. 163 5

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egli occhi di Sua Santità c’era l’abisso. È trascorso più di un decennio da quella notte eppure il suo ricordo non mi dà requie. Era l’anno 1064 e i normanni di Roberto il Guiscardo avevano decimato il nostro esercito. Sua Santità aveva fatto ritirare le milizie superstiti verso il ducato di Parma. Era un uomo finito. L’anatema della Chiesa lo consegnava alla storia come antipapa, il progetto di marciare su Roma si era rivelato un fallimento. All’epoca gli stavo al fianco in veste di consigliere ma mi legava a lui qualcosa di più stretto della semplice lealtà, un rapporto che oserei definire amicizia. Ciò nonostante non potei oppormi alla sua decisione di portarsi al seguito un viandante proveniente dalla Caldea incontrato lungo il tragitto. Me ne stupii assai, poiché il mio signore non era facile alle confidenze verso gli estranei. Il viandante, un ometto smunto di nome Bithisarea, esercitò fin dall’inizio un ascendente particolare su Sua Santità. Fu a causa di quel legame che iniziai a covare nei suoi confronti un misto di invidia e di diffidenza, e tuttavia mi rimprovero di non essere stato abbastanza accorto da smascherare l’inganno di colui che presi l’abitudine di chiamare con sprezzo “il Caldeo”. Giungemmo sani e salvi al ducato di Parma, dove in passato Sua Santità era stato vescovo e aveva goduto della venerazione del popolo. Non ci fu difficile trovare dimora in un castello abbarbicato sugli Appennini e stringere alleanze con la nobiltà locale, ma nonostante l’amenità dei luoghi e la solidità dell’arrocco quel soggiorno si rivelò nefasto. Il mio signore inviò lettere infuocate ai pre-

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lati di Roma ostinandosi a usare il sigillo di pontefice, benché fulminato da scomunica. Un nuovo papa era stato eletto al suo posto, Alessandro II. Inoltre il suo temperamento degenerò. Esplodeva in continui accessi di collera, eccedeva con il vino e sebbene fosse prossimo ai settant’anni giaceva con meretrici. Più di una volta cercai di farlo rinsavire, ma ignorò i miei consigli. Ascoltava soltanto Bithisarea. Lo consultava ogni sera dopo il crepuscolo e si soffermava con lui fin quasi all’alba. Dapprincipio ignoravo l’oggetto delle loro conversazioni, perciò, più che altro per invidia, iniziai a farli spiare dalla servitù. Ma quando fui messo al corrente di cosa parlavano rimasi allibito.

Il Caldeo non era il semplice viandante che credevo bensì un magister di goetia, l’arte di evocare i demoni e di asservirli con formule e talismani Il Caldeo non era il semplice viandante che credevo bensì un magister di goetia, l’arte di evocare i demoni e di asservirli con formule e talismani. Sua Santità ne era rimasto talmente affascinato da diventare il suo discepolo e aveva preso l’abitudine di rinchiudersi con lui nella torre più alta del castello per intere notti, innalzando inni blasfemi e disegnando simboli negromantici su muri e pavimenti. Dapprincipio dubitai dei resoconti che mi venivano riportati, ma presto le testimonianze di servi e concubine terrorizzate aumentarono al punto da non poterle più ignorare e mi persuasi del fatto che Sua

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Santità era stato circuito da un servo di Satana. Il Caldeo nel frattempo aveva preso l’abitudine di stargli vicino anche di giorno, persino a banchetto, e scrutava noi tutti con un ghigno da sciacallo. Quel grottesco legame andò intensificandosi sconfinando poco a poco nella mimesi e dopo neanche un mese dal nostro arrivo al castello la realtà delle cose non era più un segreto per nessuno, anzi se ne parlava apertamente, quasi fosse un vanto ammettere che a corte si ospitava un negromante. Mi ritrovai così ad assistere impotente mentre il mio signore scivolava nella corruzione più turpe e metteva da parte l’ambizione per la vendetta. Ormai parlava pochissimo con i maggiorenti del suo seguito ma si vociferava avesse abbandonato le mire di un tempo. Nelle poche occasioni in cui si esprimeva in pubblico non paragonava più la Chiesa di Roma a un’amante capricciosa da domare, come faceva in passato, ma a una sposa ribelle che l’aveva cacciato dal talamo o a una matrigna crudele che lo incolpava di simonia. Fu allora che intuii la verità, o almeno una parte di essa. Sua Santità non era impazzito ma seguiva un disegno ben preciso:

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non disponendo di milizie sufficienti né di appoggi politici, confidava di riconquistare il soglio apostolico grazie agli insegnamenti del Caldeo. Il mio rimpianto è di aver compreso troppo tardi. Poco dopo, infatti, Bithisarea annunciò che l’apprendistato di Sua Santità era giunto al termine e che intendeva iniziarlo ai segreti ultimi della goetia tramite una cerimonia alla quale avrebbero dovuto assistere tutti gli abitanti del castello. Prima però impose al mio signore tre giorni di digiuno, dopodiché gli ordinò di sacrificare un gallo e di farne essiccare le interiora. Rivelò che quello era il primo dei due sacrifici necessari per soggiogare gli spiriti demonici, ma non si dilungò in spiegazioni. Seppellita la carcassa del gallo, fece recitare a Sua Santità una messa notturna inframmezzata da versetti in una lingua che non avevo mai udito e a suggello di quella liturgia lo marchiò sulla pelle con cinque pentacoli, in corrispondenza delle piaghe del Cristo. Disse poi che per concludere il rituale necessitava la luna nuova, perciò fummo tutti liberi di ritornare alle nostre mansioni fino allo scadere del tempo stabilito:

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una settimana. Durante l’attesa Sua Santità vagò per il castello con crescente inquietudine, pallido come un morto, sobbalzava al minimo rumore. Fu allora che gli chiesi udienza e lo scongiurai di confidarsi con me. E lui, in un inatteso slancio di sincerità, mi confessò che da quando aveva sacrificato il gallo scorgeva qualcosa nelle ombre. Avvertiva una presenza ostile accanto a sé, specie di notte. Per tutelarsi aspergeva gli angoli della camera da letto con l’acqua santa e teneva accesa vicino al giaciglio una candela benedetta, ma ciò non bastava a dissipare le sue ossessioni. A quel punto mi gettai in ginocchio e lo pregai di rinnegare gli insegnamenti del Caldeo. Forse, gli dissi, era ancora in tempo per salvare la propria anima. Ma lui, per tutta risposta, sfoderò un pugnale da sotto le vesti e me lo puntò contro, ridendomi in faccia come un pazzo.

La cognizione dell’inganno è forse il sentimento più aberrante che possa sfiorare l’animo umano Non ebbi più occasione di parlargli. La prima notte di luna nuova Bithisarea entrò nella cappella del castello e fece depositare un agnello sull’altare. Il mio signore era con lui. Noi del seguito, tutti presenti, stavamo ad assistere. Il Caldeo ordinò al pontefice di sgozzare la bestia sacrificale, di versarne il sangue in un grande bacile e di scuoiarla. Sua Santità eseguì senza obiettare e muovendosi come un sonnambulo scurì il vello dell’agnello con

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le ceneri ricavate dalle interiora del gallo, lo pose sulle spalle come un paramento sacro ed entrò nel bacile, immergendo i piedi nel sangue. Nei suoi occhi, lo giuro, c’era l’abisso. Poi l’orrore prevalse e mi ritrovai a fissare una sagoma nera comparsa alle spalle del mio signore. Di primo acchito la scambiai per un gioco d’ombre, poi capii che era reale. Forse aveva sembianze umane. Dico forse perché ne scorsi soltanto le braccia, che d’un tratto cinsero Sua Santità strappandogli un grido lacerante. Ebbi il sentore di assistere a qualcosa di talmente osceno da vacillare e iniziai a implorare come un bambino... Fu il Caldeo a strapparmi dal delirio. Ritto dinanzi all’altare, quell’ometto scoppiò in una risata diabolica che mi scosse nel profondo facendomi sobbalzare, e mi resi conto che tutto era finito. Sua Santità e la sagoma nera erano svaniti nel nulla. Ben misera cosa è l’essere umano! Ben limitata è la portata del suo sguardo! Da allora anch’io ho preso l’abitudine di dormire al barlume di una candela benedetta. E ogni sera, prima di coricarmi, aspergo gli angoli della mia camera con l’acqua santa. Ciò nonostante, i miei sonni sono inquieti. Riguardo la conclusione di quella notte conservo soltanto ricordi confusi. Feci imprigionare Bithisarea e ordinai che venisse torturato con ferocia, ma egli si rifiutò di dare spiegazioni. Io però volevo sapere e lo interrogai in preda a un turbine di emozioni, chiedendogli quale sorte avesse subìto il mio signore. Anziché rispondere si mozzò la lingua con i denti e morì sotto i tormenti del boia, tenendo gli occhi fissi su di me.

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Dopo quella delirante esperienza l’intero seguito di Sua Santità fuggì via, dal primo notabile all’ultimo valletto. Nel castello restai solo io, a trascinarmi per le stanze deserte in stato febbrile, senza smettere di pensare a quanto avevo assistito. E dopo tanto scervellarmi, finalmente afferrai la parte della verità che mi era stata nascosta. La cognizione dell’inganno è forse il sentimento più aberrante che possa sfiorare l’animo umano, specie se il prezzo dell’ingenuità è la dannazione eterna. Non oso immaginare cosa avesse chiesto il Caldeo alle potenze infere offrendo in cambio l’anima e il corpo di un antipapa, ma andò proprio

così, ne sono sempre più certo. Dopo il gallo e l’agnello, Bithisarea immolò un terzo sacrificio: Sua Santità in persona. Fingendo di compiacerlo, deve aver perseguito i propri fini, qualunque cosa essi siano... E sono anche certo che il Caldeo sia tornato a vivere, in un modo o nell’altro, e che desideri vendicarsi delle torture che gli feci subire. Forse è per questo che a volte, svegliandomi di notte, scorgo i suoi occhi fra le ombre. Immobili, sbarrati, intenti a fissarmi. Lui sa che ho scoperto il suo inganno, e sa che lo temo. E prima o poi si farà strada nel buio, per ghermirmi.

Questo racconto è ispirato alla figura dell’antipapa Onorio II (al secolo Pietro Cadalo) deceduto a Parma nel 1072. Una tradizione storico-leggendaria gli attribuisce la scrittura di un grimorio edito a Roma nel 1629, forse risalente a un testo molto più antico.

Marcello Simoni Marcello Simoni è nato a Comacchio nel 1975. Laureato in Lettere presso l’Università di Ferrara, ha svolto l’attività di archeologo, di catalogatore di beni culturali e di bibliotecario. Dopo aver pubblicato articoli di etruscologia e di archeologia, si è dedicato allo studio del Medioevo. Il mercante di libri maledetti, pubblicato per la prima volta in Spagna nel maggio 2010, è il suo romanzo d’esordio, il primo di una trilogia. Oltre che alla scrittura, si dedica all’organizzazione di eventi culturali e letterari. Il mercante di libri maledetti è disponibile in ebook da Biblet. Disponibile su www.biblet.it

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Saggio

Giancarlo Majorino

Patrizia Valduga

Milo De Angelis

La pi첫 alta avventura della parola Scenari contemporanei della poesia in Italia di Maurizio Cucchi

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el giro di pochi mesi la nostra poesia ha perduto due dei suoi grandi maestri, due dei suoi protagonisti del secondo Novecento e di questo inizio di secolo e millennio, e cioè Giovanni Giudici e Andrea Zanzotto. Due figure che, in modo del tutto diverso, avevano tracciato alcune delle linee maggiori della ricerca poetica italiana dagli anni Cinquanta ai tempi più recenti. Ma pur sentendo la forte mancanza di queste figure guida, la poesia italiana è in ottima salute, nonostante la poca e quasi sempre approssimativa attenzione che le viene riservata, sopratutto dai media. E qui, allora, si aprono due possibili linee del discorso. La prima – più importante – sul valore e sulla consistenza della poesia d’oggi in Italia. La seconda – marginale, se vogliamo, eppure imprescindibile – sul tipo di diffusione e ascolto che le viene riservato. Ogni tanto si sente ripetere che non ci sono più le figure dei maestri, che la poesia d’oggi è sparsa in mille rivoli che la rendono scarsamente identificabile, come un oggetto non ben definito, neppure criticamente. Non è vero, o lo è solo per chi non voglia approfondire la questione, visto che esistono forti figure di riferimento, spesso imitatissime e comunque ben presenti. Qui, naturalmente, è necessario fare dei nomi, anche se il rischio può essere quello di una frettolosa campionatura che finisca con l’escludere voci meritevoli quanto quelle citate. Ma, procedendo un poco per via generazionale e anagrafica, va ricordato che molti degli autori già attivi negli anni Cinquanta e Sessanta sono ancora presenti e in certi casi hanno pubblicato opere rilevanti. Parlo, per esempio, di Gian-

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carlo Majorino, Giampiero Neri e Pier Luigi Bacchini, oltre che di Maria Luisa Spaziani ed Elio Pagliarani, del quale, da tempo, non escono novità, ma che tutti riconoscono come autore di un classico del Novecento, e cioè il magistrale, indimenticabile racconto in versi La ragazza Carla. E ancora, restando ai nomi dei più anziani, di prim’ordine è l’opera di Franco Loi, che continua a scrivere e pubblicare nel suo particolarissimo dialetto milanese. Si tratta di autori molto diversi tra loro, che sono stati esemplari per i poeti della cosiddetta generazione seguente, come lo erano stati (esemplari) poeti già scomparsi come Antonio Porta, Giovanni Raboni, tra i dialettali, Raffaello Baldini, e altri due autori scomparsi di recente, e cioè Luciano Erba e Edoardo Sanguineti. Ma, appunto, è qui ora il caso di venire ai poeti della generazione più o meno di mezzo, e cioè ai nati negli anni Quaranta e Cinquanta, che lo stesso Raboni aveva felicemente definito appartenenti alla “Generazione del ’68”.

La poesia italiana è in ottima salute, nonostante la poca e quasi sempre approssimativa attenzione che le viene riservata Figura di spicco, oltre tutto ben presente, in trasparenza nel lavoro di molti dei più giovani, è quella di Milo De Angelis (nato nel ’51), che dal ’76 (quando uscì il suo primo libro, Somiglianze, tranquillamente già collocabile tra i classici del secondo Novecento) si è imposto per la potente verticalità drammatica della sua poesia, per l’asciut-

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tezza tagliente della sua parola, soprattutcome è stato quello dello Specchio Mondato in opere come Distante un padre e Tema dori, che quest’anno, in marzo, ha pubblidell’addio, fino al recente Quell’andarsene nel cato quattro autori trentenni in uscita conbuio dei cortili. De Angelis è un maestro per temporanea: Fabrizio Bernini, Carlo Carabla poesia delle ultime generazioni, come lo ba, Alberto Pellegatta e Andrea Ponso, che è Valerio Magrelli (nato nel ’57), che per la costituiscono, diciamo così, la parte ora più lucidità razionale e ironica della sua scrittuin vista di una generazione nuova, che conra, per la sua costante attenzione critica ai ta numerosissimi altri personaggi da tenere mutamenti d’epoca, è tra i più apprezzati e assolutamente in considerazione. È davvero a sua volta imitati. Con loro, e non meno di confortante il fatto che proprio nella poesia, loro, si segnalano Cesare Viviani, Valentino nel tempo in cui tutto sembrerebbe spingere Zeichen, Mario Santagoin altra e più futile direstini e Giuseppe Conte zione, i giovani vogliaQuello dei poeti più (che è anche apprezzato no investire il meglio giovani è un fenomeno narratore), e tra le predella propria ricerca indi assoluto rilievo senze femminili Patrizia tellettuale. Ed è questo Valduga, Vivian Lamarun segnale decisivo per que, Rosita Copioli, Biancamaria Frabotta. la resistenza della poesia, per il suo futuro, Come si vede l’elenco è molto nutrito, a temesso in questione tanto spesso, ma solo stimonianza della vitalità di un movimendall’ignoranza pervasiva dell’epoca (e rito collettivo che non dà nessun segno di cordiamo, a questo proposito, un eccellente cedimento, ma che, al contrario, ha trovato pamphlet scritto proprio da un poeta, Gianulteriore slancio e continuità nelle propocarlo Majorino, e intitolato La dittatura dell’iste dei più giovani. E non intendo solo in gnoranza). autori già affermati come Mario Benedetti, Antonio Riccardi, Stefano Dal Bianco, Gian A questo punto è giusto, anzi necessario, Mario Villalta, Claudio Recalcati o Nicola considerare però l’altro punto in questione, Vitale, ma mi riferisco ai nati negli anni Sete cioè la marginale presenza pubblica della tanta e Ottanta, che costituiscono un mondo poesia, e dunque la sua minima, per usare letterario di sorprendente ricchezza vitale, un termine abusato, “visibilità”. e proprio in un tempo in cui la poesia non I grossi editori, complessivamente, pubbliviene per nulla incoraggiata. cano ben poche novità. Alcuni di essi non Quello dei poeti più giovani è un fenomehanno neppure una collana di poesia. Il nuno di assoluto rilievo, già da quasi un demero dei nuovi narratori regolarmente procennio (dalla pubblicazione dell’antologia, posti, invece, è paradossalmente (se rapporcurata da Mario Santagostini, intitolata I tato alla qualità letteraria) enorme, mentre poeti di vent’anni), un fenomeno studiato e gli scaffali di poesia sono quasi invisibili e documentato da diverse, altre antologie, olscarsamente popolati. E questo, naturaltre che da un segnale editoriale molto forte, mente, non favorisce neppure chi vorrebbe

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accostarsi alla poesia contemporanea, che anche nelle scuole è pressoché ignorata, o addirittura rimpiazzata, nei casi peggiori, da mediocri surrogati, come i testi delle canzonette. E qui si apre un’altra parentesi tutt’altro che irrilevante. Da tempo, infatti, vengono promossi al rango di poeti gli autori di testi di canzoni, i cantautori. Ma le canzoni, anche se buone canzoni, nella stragrande maggioranza dei casi non sono poesia. La prova da compiere, per sincerarsene, è delle più semplici: basta leggere un testo di canzone, dimenticando la parte musicale (che in genere, tra l’altro, è ben poca cosa) per rendersi conto della sua insufficienza. Chi è abituato alla poesia e alla sua profonda complessità – dunque al suo spessore, alla sua robusta sostanza – può cogliere al più qualche frammento poetico, qualche sprazzo che da solo non basta a realizzare un vero testo poetico. In genere i testi delle canzoni rivelano, oltre tutto, una totale estraneità dei loro autori al linguaggio della vera poesia maggiore, di cui costituiscono spesso un rudimentale surrogato. Uno degli argomenti a sostegno spesso usati è che la poesia, anticamente, era accompagnata dalla musica. Ma noi, questa musica, non la conosciamo e i testi antichi, classici, che leggiamo hanno comunque una perfetta loro autonomia. Il che non avviene, salvo casi rarissimi, per le canzoni d’oggi. E qui interviene un problema di mercato. Nella società-spettacolo in cui viviamo, la canzone è la più idonea e semplice funzione espressiva; inoltre, questa stessa società non può cancellare dal proprio campo il concetto e la parola “poesia”, perché ne perderebbe in immagine. E dunque la conserva agendo

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su un’alternativa di questo tipo: “Diciamo che la poesia è De Angelis? A quanti potrà interessare: qualche migliaio di persone, oggi. Diciamo che la poesia è Guccini? A quanti potrà interessare? A centinaia di migliaia? E allora diciamo che la poesia è Guccini!”. Non è un problema estetico, è solo un problema di mercato, che crea una sorta di ideologia.

Le canzoni, anche se buone canzoni, nella stragrande maggioranza dei casi non sono poesia Detto questo, risulta evidente che nel tuttovarietà del nostro tempo lo spazio riservato alla poesia è minimo. E a rimetterci non sono i poeti. No, non è questo che conta, soprattutto. A rimetterci sono coloro che potrebbero avvicinarsi alla poesia utilmente, diciamo pure anche piacevolmente, e non sono messi in condizione di farlo da un sistema caotico che tende ad ignorarla, la poesia. Anche perché, oggi, tutto sembra doversi giocare sull’immediato e sulla superficie (o meglio: superficialità… ), mentre la poesia (e sempre, va da sé, la letteratura di ricerca) punta tutto (e non potrebbe essere altrimenti) sulla durata e sulla profondità. Insomma: è in antitesi rispetto alle tendenze prevalenti dell’epoca. È chiaro che la vera poesia non potrebbe avere cittadinanza in un mondo televisivo, per esempio, fondato essenzialmente sul kitsch. Potrebbe averne di più in programmi radiofonici e sulla carta stampata, dove invece, anche nelle pagine culturali, prevale l’ov-

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vietà e l’attenzione riservata ad opere di durata stagionale o di intrattenimento, passate per capolavori. Molto spesso mi è capitato di sentire gestori dell’informazione culturale dire: “La poesia non interessa il pubblico, se ne parliamo perdiamo lettori”. Non è vero. La poesia non interessa, in realtà, a coloro che fanno queste affermazioni e proiettano sul pubblico i propri gusti mediocri o conformistici. L’importante è proporre con convinzione, crederci. Faccio un esempio. Anni fa, il “Corriere della Sera” pubblicò una serie di volumi di grandi poeti. Ogni volume veniva presentato in un teatro. Il primo venne proposto nella nobilissima e raffinata sala del Piccolo Teatro di Milano, che ha però un numero di posti limitato. La gente era in fila a fare invano la coda fuori dal teatro, e molti non riuscirono a trovar posto. Venne allora scelto un teatro più grande, il Carcano, che risultò traboccante di gente perfettamente soddisfatta. E preciso che quando toccò a me presentare si trattava di Rimbaud, poeta grandissimo ma non certo facilissimo... La poesia resta, in ogni caso, la più alta avventura della mente nel corpo della parola, ed è inoltre la vera e propria garante della lingua, della nostra bella lingua così maltrattata dai media e, di conseguenza, parlata sempre peggio. La poesia fa un servizio decisivo alla lingua, e anche per questo è bene che ne venga sottolineata sempre la presenza attiva e l’importanza.

Maurizio Cucchi Maurizio Cucchi, poeta e critico letterario, è nato a Milano nel 1945. Ha esordito nel 1976 con Il disperso (nuova edizione 1984), poi compreso, con le raccolte successive, nel volume Poesie 1965-2000 (2001). Nel 2003 ha pubblicato Per un secondo o un secolo, quindi il romanzo Il male è nelle cose (2005), le prose La traversata di Milano (2007) e il testo in versi per teatro Jeanne d’Arc e il suo doppio (2008). Con Stefano Giovanardi ha curato l’antologia Poeti italiani del secondo Novecento (1996, nuova edizione 2004). Collabora attualmente da diversi anni con il quotidiano “La Stampa”. Il suo secondo romanzo, La maschera ritratto (Mondadori 2011), è disponibile in ebook da Biblet. Disponibile su www.biblet.it

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Anticipazione

QUEL MALEDETTO VIAGGIO DELL’ELSINORE Un giovane scrittore e un’avventura nata sotto una cattiva stella di Jack London Pubblichiamo, in assaggio per i lettori di PreTesti, le prime pagine dell’Ammutinamento dell’Elsinore, un classico di Jack London nella nuova edizione per i tipi di Mattioli 1885, in libreria in questi giorni.

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l viaggio andò male fin dall’inizio. Lasciato l’albergo un brutto mattino di marzo, avevo attraversato Baltimora raggiungendo l’estremità del molo proprio all’ora stabilita. Alle nove in punto il rimorchiatore avrebbe dovuto portarmi attraverso la baia a bordo della Elsinore e sempre più gelato e irritato aspettavo nel taxi. Davanti, sul sedile scoperto, il conducente e Wada stavano rannicchiati, esposti a una temperatura di forse mezzo grado più fredda. E il rimorchiatore ancora non arrivava. Possum, il cucciolo di fox terrier che Galbraith aveva avuto la sconsiderata idea di rifilarmi, uggiolava e tremava sulle mie ginocchia, rintanato dentro la mia giacca, sotto la pelliccia. Ma non si dava pace. Quando stava lì sotto protestava e si agitava per

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uscire; ma appena fuori, morso dal freddo, con la stessa insistenza protestava e si agitava per tornare a rintanarsi. Quel lamento e quel movimento incessanti erano tutt’altro che piacevoli per i miei nervi tesi. Per prima cosa l’animale non m’interessava. Non significava nulla per me. Non lo conoscevo. Durante la sgradevole attesa, diverse volte mi venne la tentazione di consegnarlo al conducente. A un certo punto, vedendo avvicinarsi due ragazze ‒ certamente figlie del guardiano del molo ‒ allungai la mano per aprire lo sportello del taxi, chiamarle e regalar loro quell’infelice seccatura. Una delle solite sorprese di Galbraith, capitato in albergo la notte prima con l’espresso da New York. Era proprio nel suo stile. Eppure quanto sarebbe stato meglio se avesse fatto come gli altri, mandar della frutta... o fiori. Ma no; il suo affetto doveva assolutamente esprimersi con un cucciolo di due mesi che guaiva in continuazione, esasperandomi. Con la comparsa di quell’animale erano comin-

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ciati i guai. Il portiere dell’albergo mi aveva ginare nessuno più diverso da un pilota. Lì preso per un poco di buono, sorprendendonon c’era nessun figlio del mare con la somi in un gesto che non avevo affatto premelita giacca blu e i lineamenti scolpiti dalle ditato. E poi Wada, di sua iniziativa e con intemperie, ma un signore dai modi distinti la sua solita stupidità, aveva cercato d’ine suadenti, il vero tipo dell’uomo d’affari trodurre il cucciolo nella propria stanza ma di successo, che s’incontra in tutti i club del era stato sorpreso da un detective dell’almondo. Si presentò subito, e io l’invitai a bergo. Còlto in flagrante e avendo dimensedere nel mio gelido taxi con Possum e il ticato tutto il suo inglebagaglio. Sapeva solo se, Wada aveva preso a che, nelle disposizioni Mentre gelavo nel spiegarsi in un isterico del capitano West, era taxi su quella desolata intervenuto qualche giapponese con il detective che ricordava solo il cambiamento, ma spebanchina, maledissi suo irlandese, mentre il rava che il rimorchiatoanche me stesso portiere mi lasciò capire e la sconsiderata idea re arrivasse da un moin termini inequivocabimento all’altro. di voler doppiare li che da me non si saE arrivò all’una, dopo Capo Horn a bordo rebbe aspettato altro che che ero stato costretto di una nave a vela questo. ad aspettare e a conMaledetto il cucciolo e gelarmi per quattro maledetto anche Galbraith! E mentre geore terribili. Nel frattempo m’ero del tutto lavo nel taxi su quella desolata banchina, convinto che il capitano West non mi samaledissi anche me stesso e la sconsiderata rebbe piaciuto. Sebbene non l’avessi mai idea di voler doppiare Capo Horn a bordo incontrato prima d’allora, fin dall’inizio il di una nave a vela. suo modo di trattarmi era stato, a dir poco, Alle dieci finalmente arrivò a piedi un gioarrogante. Quando la Elsinore stava nell’Evanotto indescrivibile con una valigia che, rie Basin, appena arrivata dalla California dopo pochi minuti, mi fu passata dal guarcon un carico d’orzo, ero venuto apposta diano del molo. Era la valigia del pilota, da New York per visionare quella che, per disse costui, che prese a spiegare all’autista molti mesi, sarebbe stata la mia dimora. del taxi come raggiungere un’altra banchiSia la nave sia la sistemazione della cabina, dove, non si sapeva bene a che ora, un na m’erano piaciute molto. Mi era sembradifferente rimorchiatore mi avrebbe portato soddisfacente anche lo spazio che mi era to a bordo della Elsinore. Tutto ciò m’irritò stato riservato, molto maggiore di quanto ancora di più. Perché non avevano pensato mi fossi aspettato. Ma poi, sbirciando nella d’informare anche me, come il pilota? cabina del capitano, ero rimasto sbalordiUn’ora dopo, stando sempre nel taxi fermo to per quanto fosse confortevole. Basti dire all’inizio del nuovo molo, finalmente vidi che essa comunicava direttamente con un arrivare il pilota. Non avrei potuto immabagno e che, fra le altre cose, aveva un am-

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pio letto d’ottone come mai avrei potuto immaginare di trovare nella cabina di un veliero. Naturalmente decisi che avrei voluto per me sia il bagno sia il letto d’ottone. Quando chiesi agli agenti di accordarsi con il capitano, essi si mostrarono perplessi e contrariati. “Non ho alcuna idea di quanto possa costare” dissi, “e non me n’importa nulla. Ma costasse centocinquanta dollari o anche cinquecento, voglio averla.” Harrison e Gray, gli agenti, si consultarono sottovoce, convinti com’erano che il capitano West sarebbe stato poco propenso. “Sarebbe il primo capitano, che io sappia, a rifiutare” dissi fiducioso. “Perché sulle navi di linea dell’Atlantico i capitani affittano sempre la loro cabina.” “Ma il capitano West non è un capitano di nave di linea dell’Atlantico” osservò con gentilezza Harrison. “Pensate, trascorrerò a bordo di quella nave molti mesi” obiettai. “Perciò offritegliene anche un migliaio, se necessario.” “D’accordo, cercheremo di convincerlo” mi rispose Mr Gray, “ma l’avvertiamo: non ci speri troppo. Adesso il capitano West si trova a Searsport e noi gli scriveremo oggi stesso.” Con mia sorpresa Mr Gray mi chiamò alcuni giorni dopo per informarmi che il capitano West aveva rifiutato la mia offerta. “Avete provato a offrirgli fino a mille dollari?” gli chiesi. “Cos’ha detto?” “S’è rammaricato di non potervi concedere quello che avete richiesto” rispose Mr Gray. Il giorno dopo ricevetti una lettera del capitano West. La scrittura e il modo di esprimersi erano antiquati e convenzionali. Gli dispiaceva di non avermi ancora incontrato e mi assicurava che si sarebbe occupato egli stesso di fare in modo che la mia sistemazione a bordo fosse confortevole. Nel frattempo aveva già provveduto a inviare a Mr Pike, suo secondo e primo ufficiale sulla Elsinore, l’ordine di abbattere la parete che divideva la mia cabina da quella contigua. Infine ‒ ed è qui appunto che il capitano West incominciò a piacermi poco ‒ m’informava che se poi, una volta salpati, fossi stato scontento della mia sistemazione, ebbene, in quel caso mi avrebbe volentieri ceduto il proprio alloggio. Dopo un simile rifiuto ovviamente nulla più avrebbe potuto persuadermi a occupare il letto d’ottone del capitano West. E ora quel capitano Nathaniel West, che ancora non avevo incontrato di persona, mi aveva costretto a starmene lì a gelare sui moli, per quattro maledette ore. Durante il viaggio la cosa migliore sarebbe stata quella di vederlo il meno possibile, questa la mia decisione; e con piacere pensai allora ai numerosi libri che avevo mandato a bordo da New York. Grazie a Dio, per distrarmi non dipendevo dai capitani di mare. Traduzione di Livio Crescenzi e Silvia Zamagni.

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Racconto

Musica russa di Michele Mari

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l più grande amore di Modest Petrovič Mussorgskij era la Russia, la grande madre Russia, l’antichissima anima del popolo russo. Tutta la sua vita e tutta la sua arte furono messe al servizio di questa idea, con una passione antropologica prima ancora che musicale: chi, leggendo i manifesti del Gruppo dei Cinque, non ha l’impressione di ascoltare un proclama, rivoluzionario o reazionario esso sia? Ma c’era un problema: Mussorgskij era troppo russo perfino per i suoi compagni, che gli rimproveravano l’alcolismo e i modi selvatici nella vita, l’eccesso di naïveté e la trascuratezza tecnica nell’arte. Purtroppo per lui il più tecnico dei Cinque era Nikolaj Rimskij-Korsakov, che un po’ per la sua formazione accademica, un po’ per la necessi-

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tà di esportare in Europa la musica russa, sarebbe sceso a più di un compromesso con l’abominato Occidente. Così, dopo la precoce morte di Mussorgskij, il buon Rimskij ne sottopose l’opera a un sistematico lavoro di riscrittura, procurandone sì il successo, ma snaturandone completamente il carattere. E tanto efficace e fortunata fu questa trasfigurazione, che per ascoltare nella versione originale il Boris Godunov o Una notte sul Monte Calvo c’è voluto quasi un secolo, e ancora oggi non si può dire che le ragioni della filologia abbiano prevalso su quelle della storia. Il secondo problema di Mussorgskij si chiamava Piotr Ilič Ciaikovskij. Ciaikovskij era l’alfiere della musica russa nel mondo, Ciaikovskij era il dialogo dell’Orso con

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Praga, con Vienna, con Berlino e con Lipsia, Ciaikovskij era la tecnica che mancava a Mussorgskij, Ciaikovskij era coltissimo e raffinatissimo ma piaceva a tutte le classi sociali, Ciaikovskij eccelleva nella musica sinfonica e in quella da camera, nell’opera e nel balletto, Ciaikovskij era omosessuale ma era sempre pieno di mogli e di protettrici, Ciaikovskij era un uomo baciato dal-

la sorte eppure la sua depressione e i suoi complessi di persecuzione erano diventati proverbiali, Ciaikovskij passava gran parte del tempo in Europa e in America ma era stabilmente installato nella conversazione dei Russi, in effetti Ciaikovskij era abbastanza mostruoso. Su questo, in particolare, Mussorgskij non riusciva a darsi pace: come fosse possibile che un classicista come Ciaikovskij fosse più popolare di lui, e, inammissibile onta, che un simile cosmopolita fosse più russo di lui. Così, quando i due problemi si incrociarono, Mussorgskij impazzì. Ciaikovskij si ispirava a Dante e a Shakespeare? Bene, lui avrebbe attinto alle scaturigini dell’epos nazionale, sarebbe stato per il folklore

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russo quello che i Grimm erano stati per il folklore tedesco. Così concepì il Boris Godunov, e fra mille difficoltà riuscì a portarlo in scena nel 1874. Poteva essere il suo trionfo, invece fu la sua rovina: e quel ch’è peggio lo fu per colpa dei suoi compagni, sconcertati da quella che sul momento parve ingenuità ed imperizia. Si sarebbe consolato, l’autore, sapendo che un secolo dopo quell’insuccesso sarebbe stato attribuito dai musicologi all’audacia innovatrice della composizione? Non lo crediamo. Perché se la musica è un’azione, come lo era per lui, essa si deve esplicare nel proprio tempo, il tempo per il quale è stata concepita. Pochi mesi più tardi un amico dei Cinque, Vladimir Stassov, organizzò a San Pietroburgo una mostra di disegni di Viktor Hartmann, da poco scomparso. Quasi scherzando, propose a Mussorgskij di trascrivere musicalmente le impressioni di un immaginario visitatore di quella mostra, e senza pensarci due volte Mussorgskij accettò. Forse era l’occasione per riprendersi, pensò, e pensò male. Perché i Tableaux d’une exposition erano fin dal titolo troppo parigini per entrare subito nel canone mussorgskiano; perché non mancò chi lo accusò di aver voluto incautamente sfidare Ciaikovskij sul suo stesso terreno; perché ormai si viveva in un’epoca in cui si combatteva a colpi di opere teatrali e di sinfonie, anzi di cicli di sinfonie, un’epoca in cui una partitura per piano solo non poteva spostare gli equilibri; e perché di lì a poco, morendo, l’opera di Mussorgskij sarebbe diventata solo una parte dell’opera di Rimskij-Korsakov. Ma la suprema beffa doveva ancora arriva-

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re. Quasi cinquant’anni dopo, nel 1922, un compositore eclettico come Maurice Ravel prese la partitura dei Tableaux e la orchestrò. A suo avviso, impeccabilmente, la novità e la necessità della musica di Mussorgskij erano state distrutte dalla normalizzazione di Rimskij-Korsakov: ma, non volendo avviare un’operazione di restauro filologico, optò per una delle poche opere non toccate da Rimskij, nell’intento di renderla più mussorgskiana dell’originale. Sì, perché al suo orecchio quella scarna partitura nascondeva in sé tutto un mondo – il mondo di Modest Petrovič, il mondo delle izbe e delle steppe – che chiedeva solo di essere tirato fuori e valorizzato. Così il versatile e volubile Ravel, che per scrivere il suo Bolero e le sue rapsodie tzigane si fece spagnolo e ungherese, si fece russo per passeggiare in quella galleria d’arte di San Pietroburgo insieme a Mussorgskij. E bisogna dire che fece un buon lavoro, anzi ottimo, senonché... Senonché, è il nostro sospetto, proprio la Promenade, il cui tema funge da connettivo e insieme da intermezzo alle rappresentazioni musicali dei singoli Tableaux, fu composta da Mussorgskij con spirito negativo, come esemplificazione di ciò che la musica, ridottasi a stilizzazione accademica, non

dev’essere: e tantomeno lo deve, quanto più i Tableaux esprimono, in potenza o in atto, l’epos e il pathos dell’anima russa. Rendendo russi e mussorgskijani i quattro movimenti corrispondenti alla Promenade Ravel annullò la contrapposizione, privando l’opera del suo primo, e quindi ultimo, significato. Di tutto questo il povero Mussorgskij, morto a San Pietroburgo nel 1881, si dolse non poco: un attimo, però, e già l’aveva raggiunto il regale Ciaikovskij, che nel 1893, dopo aver girato tutto il mondo, scelse di morire proprio a San Pietroburgo. Appena lo vide Mussorgskij gli si avvicinò circospetto, cercando di dominare l’antico tumulto: ma non ce ne fu bisogno, perché Ciaikovskij gli disse: “Chiudi gli occhi, ti ho portato una cosa”. E Mussorgskij chiuse gli occhi, e udì una delle musiche più belle e più struggenti che avesse mai udito, più struggenti e più russe. Era il secondo movimento della quarta sinfonia di Ciaikovskij. “Vedi”, gli disse questi subito dopo, “non eravamo poi così lontani”. “No”, rispose Mussorgskij con gli occhi gonfi di lacrime. “No”, e pianse; e mentre piangeva si sentì leccare la mano. Aprì gli occhi, era un orso.

Michele Mari Michele Mari (Milano 1955) insegna Letteratura italiana all’Università degli Studi di Milano. Ha pubblicato romanzi (Di bestia in bestia, 1989; La stiva e l’abisso, 1992 nuova edizione 2002; Rondini sul filo, 1999), raccolte di saggi (I demoni e la pasta sfoglia, 2004 nuova edizione 2010) e poesie (Cento poesie d’amore a Ladyhawke, 2007). I suoi romanzi Verderame (Einaudi 2007), Rosso Floyd (Einaudi 2010) e la raccolta di racconti Tu, sanguinosa infanzia (Mondadori 1999, nuova edizione Einaudi 2009) sono disponibili in ebook da Biblet. Disponibile su www.biblet.it

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Il mondo dell’ebook

Il modello Amazon: editoria senza intermediari di Roberto Dessì

La società di Jeff Bezos mira all’editoria cartacea dopo aver conquistato il mercato di eBook ed eReader. Con un sogno per la testa: diventare la nuova Apple.

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a sala è gremita di giornalisti e a casa editrice capace di accaparrarsi senza addetti ai lavori: c’è curiosità e battere ciglio i diritti dell’ultimo lavoro di impazienza, lo speaker dovrebbe Liao Yiwu, poeta, scrittore e dissidente del arrivare a momenti. Ed eccolo sul regime cinese, e di altre penne blockbuster palco, raggiante, salutare la folla. Un uomo portate dalla propria parte grazie a dollari sulla cinquantina, canuto, viso vagamente sonanti e alla forza di un’idea: avvicinare il nerd e abiti casual. Prende la parola e il relettore allo scrittore. La genesi dell’eretico sto attorno a lui diventa silenzio: tutti muti pensiero è semplice: tra i due ci sono troppi a pendere dalle sue labbra. Disinvolto come passaggi intermedi. Lo scrittore butta giù il se prendesse un caffè al bar, snocciola cifre romanzo, lo consegna all’editor che lo rivee dati da navigato imbonitore, descrive le de e corregge, mentre l’agente tratta con la caratteristiche dell’ogcasa editrice sui diritti getto che tiene stretto in spettanti per la pubbliProvate a sostituire pugno, lo esalta, dichiacazione; il libraio mette le parole editor, ra scandendo le parole: in commercio e il lettoagente, casa editrice ne venderemo milioni. Le re – finalmente – si gode e libraio con una sola: il prodotto finito. Ora: immagini scorrono sul maxischermo alle sue provate a sostituire le “Amazon”. Ecco la spalle, facendo il resto. parole editor, agente, nuova concezione Se leggendo queste ricasa editrice e libraio dell’industria libraria ghe avete pensato a Stecon una sola: Amazon. secondo Jeff Bezos. ve Jobs, sappiate che Ecco la nuova concenon parliamo del comzione dell’industria lipianto genio di Cupertino. Questa è la stobraria secondo Jeff Bezos. Sarà Amazon a ria di Jeff Bezos, la storia di Amazon. rivedere e correggere i romanzi laddove Ma non vi siete sbagliati di molto: sono in necessario, offrendo una tantum il 70% detanti a vedere in lui il nuovo Jobs, e non solgli introiti allo scrittore e pubblicandolo tanto per la teatralità delle presentazioni. sotto le proprie insegne. Quanto alla venIl fatto è che quel “secchione” milionario dita nessun problema, è la specialità della sta cambiando giorno dopo giorno e pezcasa: quella su cui si sono fondate le fortuzo dopo pezzo la concezione di libro nella ne dell’azienda. mentalità americana e in quella mondiale, Un modello che sembra avere logica e funcosì come Jobs è riuscito a fare con i PC prizionare, tanto da far paura: Andrew Wylie, ma, con la musica e la telefonia poi. Tutto agente letterario conosciuto nell’ambiente ciò passando per periodi di scetticismo, come “lo sciacallo”, lancia quotidianamendifficoltà economiche e bolle speculative. te strali e appelli contro il colosso di Seattle; In quindici anni Amazon si è trasformata decine di editori si stracciano le vesti studa “venditrice per corrispondenza” (eletdiando azioni legali e invocando interventronica) di libri scritti e pubblicati da altri, ti dell’antitrust. Poco importa che lo stesso

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Wylie un anno fa abbia provato a piazzare in esclusiva ad Amazon i diritti sugli eBook dei propri “protetti” (salvo poi essere riportato all’ordine dalla minaccia di incombenti cause legali), o che tutte le case editrici siano ancora presenti con i propri libri nello sterminato catalogo online Amazon: gli equilibri si sono definitivamente rotti, tutto può accadere. In verità sono cinque anni che Bezos si diverte a sfidare la filiera dell’editoria: l’ha già fatto con gli eBook, che grazie a un apparecchietto di nome Kindle sono passati da amenità per tecnovori a un quinto delle vendite di libri e affini. Stando a cifre più o meno attendibili se ne vendono 105 ogni 100 libri di carta, inclusi i tascabili economici. Non pago, Jeff ha recentemente rilanciato l’ipotesi di un sistema di acquisto degli eBook sotto forma di abbonamento all you can read: come nelle tavole calde a buffet, pagata la tariffa mensile o annuale si legge a sazietà. Ma per gli editori il pranzo potrebbe risultare alquanto indigesto.

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E come non parlare del self publishing? Non un’invenzione Amazon, che però ha avuto il merito di metter su la piattaforma più grande e remunerativa del settore, coronando il sogno di ogni aspirante romanziere: veder pubblicato (o meglio digitalizzato) il proprio manoscritto, sepolto da anni di polvere, scartoffie e “no” delle case editrici, guadagnando per giunta il 70% del prezzo di copertina. Il miglior spot di questa pratica è John Locke; non un filosofo e neppu-

Amazon sta dando una impressionante prova di forza anche nel turbolento mercato degli eReader re un personaggio di serie TV, ma un semisconosciuto scrittore snobbato per anni dalle case editrici, che un bel giorno decide di pubblicare i propri romanzi su Amazon a 99 centesimi l’uno. In cinque mesi ne

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vende qualcosa come un milione, entrando nella ristrettissima élite dei “milionari” dell’eBook, tra mostri sacri del calibro di Stieg Larsson e James Patterson. Ora le case editrici se lo contendono, e anche il cinema ha messo gli occhi sui suoi libri, gli stessi che prima nessuno voleva. Se ciò non bastasse, Amazon sta dando una impressionante prova di forza anche nel turbolento mercato degli eReader. La lotta si è accesa un anno fa, con prezzi in picchiata e modelli (oltre al Kindle troviamo il Nook, il Kobo e il Sony eReader) sempre più potenti e leggeri. Cinque mesi fa Nook esce con un nuovo eReader touchscreen, superiore sotto ogni aspetto a quello allora proposto da Amazon e presto ribattezzato il “Kindle killer”. Tempo qualche mese di silenzio e illazioni, ed ecco Jeff Bezos salire ancora sul palco a presentare in pompa magna tre nuovissimi eReader dai prezzi sbalorditivi, e non pago lanciare la sfida a sua maestà iPad con il primo tablet firmato Kindle. Si chiama Fire, è poco più grande di un eReader e costa meno della metà della tavoletta Apple, ma date le sue caratteristiche non dovrebbe pestarle i piedi. A meno che, come in molti sospettano, Bezos non intenda farne uscire una versione XL da 9 pollici: in tal caso ne vedremo delle belle. Tornando alla domanda d’apertura:

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sarà Bezos a prendere corona e scettro di Jobs? Che siate d’accordo con Gizmodo che ne tesse le lodi, o con Mashable che va cauta con i paragoni, una cosa è certa: l’editoria non è e non sarà più la stessa. Le regole del gioco stanno cambiando, a scriverle e pubblicarle sarà Amazon. In anteprima assoluta.

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Il mondo dell’ebook

Dall’uomo preistorico al Digital Man: Tablet is the missing link?

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n tablet ci conquisterà tutti. È l’anello mancante tra l’uomo di ieri e l’homo digitalis. Parola di Ken Doctor, un consulente editoriale americano che si è inventato la Newsonomic, un paradigma che interpreta le tendenze di lettura, produzione e diffusione dell’informazione nei prossimi dieci anni. Che sono digitali. Ci ha scritto sopra un libro, Twelve New Trends That Will Shape the News You Get, e la Newsonomic, l’”economia della notizia”, è un vero e proprio modello di business editoriale che oggi va colto, interpretato e soprattutto messo in pratica dal mondo dell’editoria.

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di Viola Venturelli A leggere e ascoltare i suoi interventi su www.newsonomics.com o durante le sue conferenze internazionali, Ken sembra disegnare l’uomo “pre-tablet” come un primitivo che non ha ancora scoperto il fuoco né il pollice opponibile, e il post-tablet come l’evoluzione che cambierà le nostre vite. Sì, ma l’anello mancante tra cosa? Tra l’uomo e i giornali (il grande malato del terzo millennio), tra l’uomo e l’online? Siamo entrati nella fase due dell’uso del tablet. Non è più soltanto un big-iphone, ma un prodotto che rivoluziona il business dell’informazione su carta e tv. Dove si sta spostando la vita digitale delle persone oggi? Su mobile,

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sulle piattaforme video, sui social network: da Arianna Huffington, direttore e fondatriil tablet mette insieme questi tre filoni di cre- ce dell’Huffington Post, durante l’edizione scita (e consente di ottenere l’engagement, pa- 2011 dello IAB Forum davanti a una attentisrolina magica che entusiasma pubblicitari e sima platea di professionisti: “self expression responsabili marketing) e li consegna al pro- is the new entertainment”. Il gioiellino che la tagonista assoluto di questo inizio di millen- Huffington ha intenzione di portare anche in nio, l’ego digitale. Il tablet crea un ecosistema Italia (“Berlusconi è tutto tranne che noioso, informativo in cui l’utente ha l’accesso pieno avremo molto da scrivere” – ha dichiarato), e completo alla carta e contemporaneamente per metà quotidiano online e per metà aggrealla tv, secondo contenuti strutturati apposta gatore, a luglio superava le pagine lette del per lui. Una ricerca Doxa commissionata in New York Times, diventando il primo quoItalia da Intel e Fujitzu tidiano online al mondo e uscita di recente sul per numero di pagine Il tablet crea un Corriere della Sera ha viste. L’Huffington Post setacciato il carrello ecosistema informativo – nato come un blog perin cui l’utente ha acquisti degli italiani sonale della giornalista – per comprendere a che ha tutte le caratteristiche l’accesso pieno e punto siamo con la difdi un giornale della nuocompleto alla carta e fusione del tablet, chi va era: è online, dunque contemporaneamente lo compra, chi lo usa aperto alla possibilità di alla tv e soprattutto per cosa commentare, condivideviene usato. Si utilizza re e vedere pubblicato ovviamente per navigare su internet e – gio- anche un proprio articolo, consentendo al ia per gli editori, per leggere (77%) sia i gior- lettore di diventare protagonista del dibatnali sia i libri. I possessori della “tavoletta”, tito; è abbastanza autorevole per competere infatti, hanno fatto un paragone tra il prima con i quotidiani internazionali più patinati; e e il post acquisto, e si sono scoperti a leggere presenta una formula mista, anche in termini più quotidiani (36%), periodici (36%) e libri di contenuti, che offre notizie fatte di parole (26%), e in compenso a guardare meno la tv scritte, servizi video, foto, multimedialità in (27% dei casi). senso lato. E che, come tale, è destinato ad Ma non ci si limita a queste funzioni perchè essere un media ideale da consultare su un con il tablet si guardano film (67%), si ascol- tablet. L’editoria, a dispetto dei “profeti” che ta la musica (55%), si fanno e si riguardano datano l’ultima copia venduta del New York le foto (51%), ci si gioca (45%) e si lavora Times al 2042, vive ancora e può sopravvive(38%). È insomma un prodotto che consente re se si adatta ai nuovi paradigmi. Bisognela fruizione a trecentosessanta gradi di tutto rà mettere insieme il meglio del giornalismo lo spettro dell’entertainment, oltre ad essere tradizionale – la professionalità dei giornalispesso utilizzato come strumento di lavoro. sti, l’originalità e la veridicità dei reportage Il che ben si ricollega alle parole pronunciate e il rispetto della deontologia – con il meglio

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che può dare l’online: condivisione, diffusione, tempestività, verificabilità. Anche perché, per tornare alle teorie di Doctor, è un dato ormai noto che ai “lettori di carta” si vanno ad aggiungere i “lettori digitali”, vengono cioè raddoppiati i pubblici e non dimezzati né sostituiti. L’online in altri termini non sostituisce la carta ma va ad affiancarsi ad essa per raccogliere un lettorato diverso, e in definitiva più corposo. Tale proporzione tra pubblici si può applicare anche alla pubblicità, sia sui canali tradizionali sia sull’online, che di recente in America ha superato la L’online non sostituisce la carta spesa sui media offline poma va ad affiancarsi ad essa per sizionandosi seconda solo raccogliere un lettorato diverso, alla tv. I numeri confermano che la direzione indicata dal e in definitiva più corposo nuovo paradigma è quella giusta, e in ogni caso, che non si può più stare a guardare. Il rapporto tra i visitatori unici giornalieri del New York Times e i lettori del giornale di carta è di 30:1 (milioni), mentre se guardiamo ai ricavi complessivi dei quotidiani tradizionali, nel 2005 erano pari a 134 miliardi di dollari, nel 2011 hanno subito una forte contrazione sino ad arrivare a 93 miliardi. Con l’avvento del tablet, che rivoluziona il sistema di fruizione dei contenuti, forse finalmente i mondi dell’informazione e della comunicazione, da anni alla ricerca di una quadra per integrarsi con il digitale salvando l’esistente, hanno trovato... the missing link. Per approfondire:

Ricerca Doxa “Gli italiani e il tablet”, pubblicata sul Corriere della Sera dell’8 ottobre 2011 Ken Doctor, The Newsonomics of the Tablets as the Missing Link, www.newsonomics.com Arianna Huffington intervistata da Vodafone Lab al IAB Forum 2011, Milano 13-14 ottobre 2011

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Buona la prima Storie di libri ed edizioni

I Giovanni Della Casa

Galateo (1558)

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di Francesco Baucia

l professore ha l’aria triste e stropicciata, e la faccia di Alain Delon. Indossa sempre un cappotto cammello con il bavero rialzato, quasi come se glielo avessero inchiodato sulle spalle. Nella sua nuova classe recita una poesia che inizia così: “O sonno, o de la queta, umida, ombrosa / notte placido figlio…”. Chiede agli alunni di provare a indovinare chi sia l’autore. Un’affascinante studentessa azzarda: Leopardi. Il professore replica che l’intuizione è buona, ma no, l’autore non è Leopardi. È monsignor Giovanni Della Casa. Questa scena del film cult di Valerio Zurlini La prima notte di quiete – che tanto ha fatto palpitare il cuore delle teenagers degli anni Settanta – rappresenta forse l’apice della celebrità di Giovanni Della Casa nella cultura popolare. In realtà, se a pochi è noto il suo nome, a tutti invece è familiare la sua opera, il Galateo. Familiare forse non tanto per quello che le sue pagine contengono, ma perché quel libro ha dato l’inizio a un fortunato filone letterario, e per il fatto che il suo titolo è entrato prepotentemente nel nostro vocabolario come sinonimo di “buona educazione”. Nato nel 1503 in Mugello da una nobile famiglia fiorentina, Della Casa studiò diritto e letteratura a Bologna, dove ebbe modo di coltivare l’amore per i classici latini. Nel 1534 intraprese la carriera ecclesiastica assumendo presto delicati incarichi amministrativi e diplomatici. Fu nunzio apostolico a Venezia e successivamente primo segreta-

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rio del pontefice Paolo IV. Nel 1553, tre anni prima della sua morte, in precarie condizioni di salute e deluso per non aver ricevuto la nomina a cardinale da parte di Giulio III, Della Casa si ritirò nell’Abbazia dei conti di Collalto a Nervesa sul Montello (vicino a Treviso) e lì, facendo tesoro della sua ricca esperienza mondana, scrisse il trattato in cui ragionava “de’ modi che si debbono

o tenere o schifare nella comune conversazione”. Lo intitolò Galateo, in omaggio al nome latinizzato (“Galatheus”) dell’amico Galeazzo Florimonte, che l’aveva incoraggiato a scrivere il libro. Nei trenta capitoletti che compongono il trattato, Della Casa si cela dietro la maschera di un vecchio che si proclama illetterato, e che propone a un giovane ammaestramenti sulla condotta da tenere in società. Sono consigli ricchi di affabilità, ironia e malizia, attraverso cui traspare l’ideale dell’eleganza come consolazione filosofica alle angosce della vita. L’autore però non poté vedere pubblicato il frutto delle proprie fatiche, né tantomeno conoscere il successo che lo accolse, perché morì nel 1556, mentre il libro apparve per la prima volta in volume nel 1558.

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Se la fortuna del testo è rimasta viva nei secoli, forse però soltanto al genio di Giorgio Manganelli si deve la piena comprensione della sua profondità. Nella celebre introduzione all’edizione BUR del trattato, Manganelli evidenzia il fatto che l’“aureo libretto” delle buone maniere non è assimilabile a uno dei tanti trattatelli didascalici della sua epoca e tantomeno “gli ammaestramenti su come soffiarsi il naso sono la meta della vita letteraria e morale del Casa”. Piuttosto, il Galateo è “un lavoro di arte e di angoscia, simile ad un trattato ascetico”. Un’ascesi però tutta terrestre, e perciò assolutamente moderna. Della Casa infatti comprese lucidamente, a metà del Cinquecento, ciò che è evidente a noi oggi, in quella che noti studiosi hanno chiamato “civiltà dello spettacolo”: ossia che il vivere sociale, anziché un dato di partenza, una condizione naturale dell’esistenza umana, è piuttosto un artificio, un’arte. E di conseguenza, “se arte è il vivere sociale, arte è anche l’agire, l’avere un corpo, e viverlo” (Manganelli). Da questo deriva la necessità di una codificazione dei comportamenti, anche dei più ridicoli come il raccontare i propri sogni con fervore e dovizia di dettagli, lo sbadigliare in pubblico, o l’opportunità di portare la barba lunga in una città o in un paese dove tutti siano d’abitudine perfettamente rasati. E in questo senso, inoltre, le convenzioni finiscono per apparire come un grande ricatto cui sono sottomessi, allo stesso tempo nella veste di ricattati e ricattatori, tutti i membri del consesso umano. Ancora ha ragione Manganelli a sostenere che con il Galateo “ci troviamo di fronte ad una sinistra, prodigiosa anticipazione della società di massa”.

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Sulla punta della lingua

Come parliamo, come scriviamo

Rubrica a cura dell’Accademia della Crusca

La tecnologia cambia la lingua? di Vera Gheno “Ti bibiemmo dopo”; “Hai letto il documento in attach?”; “Il suo Twitter è molto popolare, ha più di mille follower”; “Ti ho faxato le carte: prepara il documento ASAP”. Tutti scampoli di conversazioni realmente occorse, alle quali chiunque può quotidianamente assistere o prendere parte. Davanti a simili manifestazioni linguistiche è normale porsi delle domande circa la tecnologia e le sue possibili ricadute sul piano linguistico. D’altro canto, che la lingua subisca le ripercussioni dei mutamenti della realtà è naturale, e le riflessioni sul fenomeno sono state numerose anche in passato: si pensi al lungo dibattito sulla “nuova lingua italiana” che ebbe luogo negli anni ’60, al quale presero parte scrittori e pensatori come Pasolini, Arbasino, Citati e Calvino, che, proprio per quell’occasione, concepì il noto testo intitolato L’antilingua, famoso per la feroce critica all’italiano burocratizzato, affetto da un vero e proprio terrore semantico. Oggi, più che dal burocratese, al quale siamo – forse 30

tristemente – assuefatti, rimaniamo colpiti dai mutamenti linguistici che appaiono collegati all’arrivo di nuove tecnologie. Si ricordi che il nostro paese è attualmente il primo in Europa per numero di cellulari in circolazione (con una penetrazione che ha superato il 150%) ed è primo anche nell’acquisto di smartphone. Il telefonino ha cambiato le nostre abitudini in toto: siamo raggiungibili praticamente sempre, e dove non è possibile parlare possiamo ricorrere a mezzi scritti come gli SMS o, in alcuni casi, a canali di instant messaging (per esempio, al popolare Blackberry Messenger, o BBM, esclusiva degli omonimi cellulari, dal quale deriva appunto il verbo bibiemmare citato in apertura di questo articolo). Anche nell’uso di Internet, l’Italia è in costante crescita, pur essendo ancora sotto la media europea. L’ingresso di Internet nelle nostre vite è considerato da molti una terza rivoluzione della comunicazione dopo l’invenzione della stampa e l’avvento della televisione. L’utente non è più uno spettatore passivo, ma un agente attivo, fino a diventare egli stesso creatore di contenuti (non a caso adesso si parla di web 2.0). D’altro canto, con l’arrivo di Internet avviene una tripla rivoluzione della comunicazione: cambia il mezzo di trasmissione, il modo di creare i testi e, infine, anche la modalità di fruizione, di lettura.

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L’utente informatizzato ha accesso a una quantità inimmaginabile di informazioni. Questo modifica anche il nostro modo di porci nei confronti della conoscenza. Abbiamo meno tempo per soffermarci su testi lunghi, e la natura non esclusivamente testuale della pagina web favorisce un tipo di lettura “impressionistica”, spesso assai superficiale; avviene un cambiamento evidente nella modalità percettiva e cognitiva, come rileva Raffaele Simone nel suo testo intitolato La terza fase (Laterza, 2001). Da una parte, dunque, abbiamo le tecnologie cellulari, dall’altra le tecnologie informatiche. E la lingua, a tutto questo, come reagisce? Chiaramente l’italiano, che da un punto di vista linguistico è in salute – considerato anche il numero dei suoi parlanti –, si adatta. I mutamenti linguistici sono naturali: nessuna lingua viva è un oggetto immoto ma, al contrario, reagisce prontamente ai cambiamenti che avvengono nella realtà extralinguistica. I mutamenti più veloci avvengono di solito a livello lessicale, mentre le parti più “profonde”, come la sintassi o la morfologia, sono più resistenti alle modifiche. Il lessico accoglie parole ed espressioni nuove in base alle necessità del momento. L’italiano, tra l’altro, è da sempre particolarmente aperto nei confronti delle altre lingue: si pensi a mais, parola che “prendiamo” dallo spagnolo nel 1500, assieme al granturco stesso, a paprika, che adottiamo dall’ungherese nel corso dell’Ottocento, o ancora, al più recente tsunami, termine giapponese molto più connotato dell’espressione onda anomala. Quindi, con l’arrivo di Internet in Italia, è abbastanza comprensibile che abbiamo fatto nostro

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anche il suo lessico, in larga parte inglese, seppur con adattamenti. Negli anni Novanta, quando in Italia si iniziava a comunicare tramite il PC, la connessione si pagava a tempo. Ogni carattere risparmiato significava spendere qualche lira in meno. I fenomeni tachigrafici che vanno dall’uso di sigle (LOL ‘laughing out loud’; BRB ‘be right back’; IMHO ‘in my humble opinion’; K, ulteriore accorciamento di OK) ai troncamenti di parola (asp ‘aspetta’, direz ‘direzione’, and ‘andare’) alle contrazioni (cmq ‘comunque’, nn ‘non’, dv ‘devo’, grz ‘grazie’, prg ‘prego’) o all’uso di sequenze di segni che assumono un valore convenzionale (<3 ‘ti voglio bene’, XOXO ‘baci e abbracci’) andavano tutti nella direzione del risparmio di banda. La stessa necessità di evitare sprechi di “spazio comunicativo” si ripropone

Con l’arrivo di Internet avviene una tripla rivoluzione della comunicazione: cambia il mezzo di trasmissione, il modo di creare i testi e, infine, anche la modalità di fruizione, di lettura poi con l’avvento del cellulare: nel parlato si saltano, ad esempio, i rituali di presentazione, visto che, in caso di telefonate tra conoscenti, l’identità dei partecipanti è già nota prima dell’inizio della chiamata; nello scritto, in particolare degli SMS, si ricerca la maggior densità comunicativa possibile: un messaggio potrebbe contenere solo 160

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caratteri, se non si tiene conto della possibisu altri strati della lingua, come ad esempio lità di creare messaggi concatenati, a un cola sintassi: troviamo riproposte nella scritsto ovviamente maggiore. tura telematica molte caratteristiche della Va, tuttavia, notato che neanche simili “tatlingua parlata, per esempio la tendenza a tiche di contrazione” sono realmente nuocomporre frasi più brevi e con meno suborve: le tachigrafie, per esempio, erano già dinate. Un fenomeno del tutto naturale, e da in uso tra i romani, e più tardi tra gli amavedere in linea di massima come positivo, nuensi medievali; perfino la tanto vituperaperché indice di una buona salute della nota k ha alle sue spalle una lunga storia, che stra lingua, che si dimostra adattabile, ben risale addirittura ai placiti cassinesi, datati disposta nei confronti del cambiamento. È 960-963 d.C.: sao ko kelle terre... Per non parchiaro, però, che l’impiego di certi stilemi lare dell’uso della k in modo contestatorio, legati alla “tecnologizzazione” della lingua dall’Amerika degli anni ’70 al Kossiga degli ha un senso solo nel contesto comunicatianni ’90. vo appropriato, e non deve diventare un tic Adesso, in teoria, non dobbiamo più preonnipresente e ingiustificato. occuparci della TUT, tariffa urbana a tempo, e nemmeno i messaggini hanno costi particolarmente elevati. Ma la comunicazione telematica continua a fare uso di questi vezzi comunicativi, spesso giustificabili se si pensa alla La tanto vituperata k ha alle sue spalle velocità che desideriamo che una lunga storia, che risale addirittura le nostre comunicazioni abai placiti cassinesi, datati 960-963 d.C. biano. E poi, ci sono sempre tecnologie nuove alle quali adattare le nostre capacità: si pensi ad esempio al servizio di microblogging Twitter, che ci “costringe” a condensare in nostri tweet in 140 caratteri. Le tecnologie, quindi, cambiano la lingua: da una parte perché ci troviamo ad assimilare un vero e proprio lessico tecnico legato al mezzo impiegato (e non sempre inglese: la nomenclatura che riguarda il cellulare, per esempio, è in larga parte italiana. Si pensi a messaggino, tacche, segnale ma anche a telefonino, termine con chiara connotazione affettiva). D’altro canto, la velocità del mondo in cui viviamo oggi agisce anche

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Anima del mondo Paesaggi della letteratura

Dei ed eroi sulleLe Langhe colline secondo

Cesare Pavese e Beppe Fenoglio

di Federico Bellini

Prive del glamour delle cugine toscane come della docile ma orgogliosa prosperosità di quelle emiliane, le colline piemontesi sono quasi pudiche nella loro bellezza. Lasciate a margine nella costituzione di un’identità piemontese che si è sempre voluta più urbana e Torino-centrica di quanto realmente non fosse, sono un mondo dal fascino altero che solo di recente ha cominciato a scoprire le sue potenzialità turistiche. Ma già prima che il vino diventasse un culto e una moda,

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questi colli si erano conquistati uno spazio nell’immaginario collettivo grazie all’amore che per essi nutrirono due fra i più grandi scrittori italiani del Novecento, che ne fecero sfondo e sostanza delle loro opere. Cesare Pavese, nato in quella Santo Stefano Belbo da lui stesso definita “un poco la metropoli delle Langhe”, fa di questi paesaggi molto più di uno sfondo pittoresco: una presenza vitale dei suoi romanzi, quasi un personaggio che assiste agli eventi con regale o divi-

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no distacco. “Gli dei sono il luogo”, scrive nei Dialoghi con Leucò, e le sue colline appaiono davvero intrise di una vitalità pagana, che si riveste degli attributi antropomorfi di divinità ctonie, come quando, in Paesi tuoi, al primo arrivo a Monticello si stagliano come profili di mammelle. Nella loro robusta e ruvida morbidezza Pavese ritrova un senso femmineo della natura, i segni di un mondo ancestrale con il quale la cultura contadina aveva conservato un rapporto fatto di riti, celebrazioni, abitudini. Dalle Langhe come teatro di questa ritualità legata alla terra Pavese risale ai tempi preisto-

rici di un’umanità primitiva, ai culti delle madri, all’intreccio violento di sacrificio e fecondità che rimette in scena nelle trame dei suoi romanzi. L’essere donna e madre della terra Pavese l’aveva prima esperito sulla sua pelle vivendo in questo paesag-

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gio, poi riscoperto nei testi della nuova antropologia che curava per la “Collezione di studi religiosi, etnologici e psicologici” della casa editrice Einaudi; nelle poesie di La terra e la morte il binomio è capovolto, e sarà la donna a farsi paesaggio: “Anche tu sei collina / e sentiero di sassi / e gioco nei canneti, / e conosci la vigna / che di notte tace. / Tu non dici parole”. In modo tutto diverso Beppe Fenoglio, l’altro gigante letterario langarolo, guardava alle stesse colline, tra le quali trascorse gran parte della sua vita e soprattutto l’esperienza della lotta partigiana. Il suo occhio cercava non i segni di un passato mitico, di storie archetipiche e di una terra che rivendicava sangue e sudore, ma le cicatrici ancora fresche di un passato storico saturo di violenza e crudeltà. Attorno ai paesi e alle campagne teatro dei suoi romanzi, le colline non si stringono più in un abbraccio di madre o matrigna, ma si dispongono in una folla di quinte ammassate, che proiettano nuove e stranianti ombre a seconda della luce che le investe. Così esse mutano in una fantasmagoria di forme, facendosi il grembo che in anfratti e cascine offre calore e protezione, ora figure modellate in una sostanza d’incubo. In Una questione privata, ad esempio, la

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fuga del protagonista è incanalata in un paesaggio che gli preme addosso e scivola via ai suoi lati deformato dalla sua velocità. “[Milton] correva come non aveva mai corso, come mai nessuno aveva corso, e le creste della colline dirimpetto, annerite e sbavate dal diluvio, balenavano come vivo acciaio ai suoi occhi sgranati e semiciechi. Correva, e gli spazi e gli urli scemavano, annegavano in un immenso, invalicabile stagno fra lui e i nemici”. Altrove si apre a un’atmosfera fatata e sospesa, dai colori di fiaba gotica: “Il paese figurava come un bastimento in bilico sull’ondata maggiore di quel mare solidificato d’incanto. La nebbia scalava l’enorme collina, rapidamente uncinò l’abitato e lo fasciò tutto. Solo la cuspide del campanile affiorava, vi si era impigliata, dopo molto vagolare, una ragnatela di vapori nerastri” (Primavera di bellezza). Pavese e Fenoglio, tuttavia, nonostante la diversità 35

di tavolozza, si ritrovano in un tono di fondo comune, un carattere anche stereotipicamente piemontese che è come il riflesso morale della geologia di queste valli: una sobrietà appassionata, una virilità affettuosa, la declinazione del mito e della tragedia in una scala domestica. Dice Giorgio Bàrberi Squarotti, critico e poeta delle Langhe per nascita e per passione, che “dal paesaggio di queste colline mi è sempre venuta una lezione di pazienza delle angosce, degli affanni, delle fatiche di vivere: ma perché è un paesaggio senza sogni, senza avventura, senza gioia delle cose, nel quale si possono incontrare gli Dei e gli Eroi di Omero, ma nelle incarnazioni delle più radicali e definitive sconfitte, e mai i carri dei vincitori o le tende azzurre dei signori della storia e del tempo.”

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Con i latkes per cena non si scappa da casa

Alta cucina Leggere di gusto

La mappa del cuore (e del palato) di Mordecai Richler tra Canada e Israele di Francesco Baucia

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L

a legge secondo cui i posti migliori dove fermarsi a mangiare un boccone sono quelli solitamente frequentati dai camionisti non è nota solo dalle nostre parti. È piuttosto un deposito indiscusso nella memoria collettiva, quasi una legge universale. E in quanto tale era nota anche nella Montréal della prima metà del Novecento, anche nel quarCosì descrive uno dei locali mitici del suo tiere ebraico, dove il locale per eccellenza quartiere la voce narrante delle Meraviglie di per i camionisti di passaggio era il bar di St. Urbain Street di Mordecai Richler, voce Tansky. Ideale per le loro soste anche perdietro la quale si nasconde, senza troppi ché situato in St. Urbain Street, una strada infingimenti, l’autore stesso. Fu Richler ad che portava alle statali 11 e 18 e dove giorno ammetterlo, dicendo che l’unico protagoe notte transitavano “grossi camion frigorinista dei suoi libri nel feri e merciai ambulanti quale si riconosceva non su Chevy fracassone, e era tanto (come molti si a volte turisti, in viagsarebbero aspettati) il gio da o per il Quebec celeberrimo Barney Pasettentrionale, l’Ontario nofsky della Versione di e lo Stato di New York”. Barney, ma proprio il Se qualche avventore protagonista delle Meraera di Toronto, Tansky viglie di St. Urbain Street, non gli risparmiava il nostalgico romanzouna delle battute prefe“L’unica cosa buona di memoir che scrisse nel rite del suo repertorio: Toronto è la strada per 1969 quando si trovava “L’unica cosa buona di Toronto è la strada per Montréal. Non è vero?” a Londra, città dove trascorse un lungo perioMontréal. Non è vero?”. do della sua vita. Se per il narratore il bar Ma in realtà al proprietario del bar interesdi Tansky è il luogo principe da cui far parsava una cosa sola: la politica. Non vedeva tire la rievocazione appassionata del prol’ora di parlarne coi suoi clienti, e se qualprio quartiere, ciò è dovuto al fatto che la cuno di loro si mostrava disinteressato o mitologia del bar rivestì davvero un ruolo contrario alle sue idee progressiste, “reclicentrale nell’esistenza di Mordecai Richler. nava l’ispida testa grigia, e bisognava ricorLo racconta alla perfezione Christian Rocdargli di aggiungere salsa e mostarda agli ca in Sulle strade di Barney (Bompiani 2010), hamburger”. Se invece altri gli davano un un vademecum imperdibile per gli amanti po’ di corda, “a loro toccavano piatti colmi dell’universo reale e fantastico di Richler. di patatine fritte e un caffè bis in omaggio”.

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Da quando si era ristabilito a Montréal, fino delle principali preoccupazioni di Richler, alla fine della sua vita, lo scrittore non rila memoria affettuosa del cibo tradizionale nunciava per nulla al mondo a una capariemerge tuttavia in diversi passi delle Metina da Ziggy’s, il bar che nella Versione di raviglie di St. Urbain Street. Infatti, il quartieBarney trasfigurò amabilmente in Dink’s, il re ebraico di Montréal non era celebre solo covo dove il protagonista del romanzo, così per il bar di Tansky. Era noto anche per una come l’autore, si rifugiava a sorseggiare il certa Mrs Miller, della Panetteria Miller, suo amato scotch Macallan. Ma la mappa che fece un enorme khale (la pagnotta indel cuore di Richler non contemplava solo trecciata che gli ebrei mettono in tavola soZiggy’s. Un posto di rilitamente il sabato) e lo lievo era occupato da mandò a Buckingham La memoria affettuosa Palace per il compleanSchwartz, sul St. Laudel cibo tradizionale rent Boulevard (più no della principessa Elinoto come The Main), la sabetta (futura regina). riemerge in diversi Charcuterie Hébraïque Ricevette un biglietto passi delle Meraviglie dove Richler divorava di ringraziamento dalla di St. Urbain Street sandwich di carne affamiglia reale, e si merifumicata e speziata alla tò per questo numerosi maniera ebraica, un piatto diventato un articoli sui giornali. Colse la palla al balzo, classico della cucina nordamericana (noto intanto, per farsi un po’ di pubblicità: “Per anche con il nome di origine yiddish pastrail consumo locale” diceva ai cronisti che la mi), ma che affonda le proprie radici nelle intervistavano “facciamo anche gli knishes tradizioni culinarie degli ebrei dell’Europa [gnocchi di patate e cipolle] e provvediamo orientale e del sud della Russia. Per far caal servizio per matrimoni di qualità”. pire come i due posti fossero strettamenMa c’è un altro meraviglioso episodio del te collegati nella mente di Richler, Rocca libro in cui fa la sua apparizione un classico racconta che quando lo scrittore si trovava della cucina tradizionale ebraica. È un cada Ziggy’s ed era colto dalla fame, ordinapitolo dallo stile agrodolce, esilarante e allo va un sandwich da Schwartz per telefono, stesso tempo venato di amarezza come tute poi mandava un taxi a ritirarlo. Oltre a te le migliori pagine di Richler. bar e charcuteries c’era però anche spazio, Il protagonista vi racconta di quando, tra i locali più amati da Richler, per il ristonell’estate del 1942, la propria famiglia derante Le Mas des Oliviers dove, al pari del cide di prendere a pensione Herr Bambinsuo eroe Barney, si concedeva ricche porger, un profugo proveniente dall’Europa in tate di costolette d’agnello e di sanguinacguerra. Inviperito perché il pigionante occi (boudins), il tutto accompagnato da un cupa la stanza che gli era stata a lungo probordeaux d’annata. E per finire non poteva messa, oltre che per i severi consigli in mamancare il cognac, e un sigaro Montecristo. teria di educazione della prole che questi Se l’alimentazione kosher non era certo una impartisce ai suoi ospiti, il narratore decide

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di fuggire da casa. Si reca allora alla Park Bowling Academy, dove lavora Hershey, uno dei suoi migliori amici, per coinvolgerlo nell’avventura. “Ti andrebbe di scappare da casa con me?” gli chiede. E si sente rispondere candidamente da Hershey: “Puoi aspettare fino a lunedì? Domani abbiamo latkes per cena.” Così il narratore sarà costretto a tornare dalla famiglia e a fare pace con il pensionante. E alla fine avrà anche la sua camera, perché Herr Bambinger lascerà la casa sperando nell’arrivo della moglie e del figlio, scappati in Australia. Una speranza alla fine frustrata, e che tingerà di tonalità fosche questo spassoso ritratto di famiglia. Hershey nel frattempo si sarà goduto i tanto desiderati latkes? Non ci è dato saperlo dalla voce di Richler, ma i lettori possono facilmente sostituirsi all’amichetto del protagonista del romanzo in questa esperienza

culinaria. I latkes sono delle frittelle di patate che vengono associate generalmente alla festività ebraica di Khanukkah, conosciuta anche come Festa delle Luci. Sono molto semplici da preparare, e chi voglia cimentarsi con questa pietanza necessita solo di quattro o cinque patate grandi, una cipolla, quattro uova e settanta grammi scarsi di farina di matzà, una farina ottenuta frullando le sfoglie di pane azzimo che fungono da sostituto del pane lievitato nella Pasqua ebraica. Una volta sbucciate le patate e la cipolla, si grattugiano e si uniscono alle uova. Poi si mescola il tutto con la farina, il sale e il pepe. Nell’olio bollente si friggono cucchiaiate abbondanti del composto ottenuto, finché non sono ben dorate su entrambi i lati. I latkes sono generalmente serviti con la panna acida, o con un formaggio fresco cremoso.

Latkes I latkes sono delle frittelle di patate che vengono associate generalmente alla festività ebraica di Khanukkah

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Ingredienti: 4/5 patate di grosse dimensioni 1 cipolla 4 uova 70 gr di farina di matzà Sale Pepe Olio

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Recensioni È dunque un innamorato che parla e che dice…

LA TRAMA DEL MATRIMONIO di Jeffrey Eugenides

L’amore romantico e le sue conseguenze possono sembrare, a prima vista, i temi meno indicati per un romanzo che si ponga l’obiettivo di delineare la mappa affettiva della nostra epoca. Sclerosi dell’anima, indifferenza e apatia appaiono infatti i cardini a cui molti scrittori appendono il loro personale ritratto del mondo contemporaneo. Sorprende dunque trovare al centro dell’ultima fatica di Jeffrey Eugenides, edita da Mondadori, una minuziosa e attenta analisi di ciò che Roland Barthes definisce il “discorso amoroso”. Ma, a un’osservazione Disponibile su più accurata, si www.biblet.it scopre che la scelta dello scrittore di origine greca, già vincitore del premio Pulitzer nel 2003 per il romanzo Middlesex, possiede l’abilità di donare nuova linfa al romanzo contemporaneo. La trama del matrimonio, rileggendo la grande tradizione letteraria ottocentesca legata al tema del matrimonio e dell’amore, narra infatti, in maniera raffinata ed essenziale a un tempo, la storia di un triangolo amoroso ambientato negli anni ’80. Il sipario si alza su Madeleine Hanna, laureanda in letteratura, la quale vive nella convinzione che il vero amore si possa trovare esclusivamente secon-

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do le modalità suggerite dai romanzi di Jane Austen, George Eliot e Henry James. Le sue credenze crollano quando entra in contatto con Leonard Bankhead, giovane affascinante che soffre di profonde crisi depressive, il quale la fa perdutamente innamorare. Il rapporto tra i due si rivela però immediatamente difficile, in quanto si mantiene sul pericoloso equilibrio della malattia di Leonard. Sembrerebbe così forse più saggio per Madeleine cedere alla corte del suo miglior amico, Mitchel Grammaticus, studioso di religioni che da sempre vede in lei la donna ideale. La prosa di Eugenides esplora a fondo l’intrecciarsi di affetti e passioni di questa trama, al fine di donarci un affresco il più possibile veritiero dell’animo umano. Attraverso viaggi in India, crisi spirituali e follia, l’autore tenta di convincerci dell’esistenza di quel sentimento chiamato amore, in un mondo che sembra aver abbandonato, con l’avvento del postmodernismo e del nichilismo, ogni credenza in tal senso. Lo fa utilizzando una prosa tagliente che tenta di scuotere fin dal profondo il lettore, obbligandolo a riflettere sul proprio universo di sogni ed emozioni. L’opera che ne risulta, fondendo in sé la tragedia e la commedia, riesce così ad evadere da ogni paradigma precostituito, rivitalizzando il genere letterario del romanzo d’amore. La trama del matrimonio di Jeffrey Eugenides vuole essere pertanto un’ulteriore possibilità di dare dignità ad un modo di sentire, quello dell’innamoramento, apparentemente sconfitto nella storia dei sentimenti. A noi sembra che tale nobile proposito sia stato mantenuto.

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GAUDEAMUS FIERA DEL LIBRO DI BUCAREST e gli altri eventi del mese GAUDEAMUS FIERA DEL LIBRO DI BUCAREST La diciottesima edizione della Fiera del libro Gaudeamus, in programma a Bucarest, avrà come ospite d’onore l’Italia, nel centocinquantesimo anniversario della sua unità nazionale. Patrocinata da Radio Romania, la manifestazione proseguirà il cammino intrapreso nella scorsa edizione, dove lo stand italiano, organizzato dall’Ambasciata Italiana, dal Centro Culturale Italiano a Bucarest e dall’Associazione Italiana degli Editori, si è presentato come uno dei più complessi e dinamici. Al fine di celebrare la straordinaria vastità della cultura dello stivale e avvicinare il pubblico romeno agli aspetti più sconosciuti della storia italiana, saliranno sul palco alcune tra le più prestigiose firme nazionali. Dal 23 novembre al 27 novembre. CITTA’ DEL LIBRO RASSEGNA LETTERARIA Si rinnova il consueto appuntamento a Campi Salentina con la Rassegna nazionale degli autori e degli editori, giunta ormai alla sedicesima edizione. La fondazione onlus Città del Libro, organizzatrice della manifestazione, ospiterà alcuni tra i più importanti scrittori e giornalisti del panorama letterario italiano contemporaneo come Dacia Maraini, Enrico Vaime, Cinzia Tani e Arrigo Petacco. Dal 24 novembre al 27 novembre.

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Appuntamenti

GUADALAJARA INTERNATIONAL BOOK FAIR Giunta alla venticinquesima edizione, riapre i battenti la Fiera del libro di Guadalajara, l’evento culturale più importante dell’America Latina. Straordinario incontro tra diverse culture, la rassegna avrà quest’anno la Germania quale ospite d’onore. Numerosissimi gli scrittori internazionali attesi durante il corso della manifestazione tra cui preme ricordare i premi Nobel Herta Müller e Mario Vargas Llosa, il giallista James Ellroy, Alejandro Jodorowsky, Marcela Serrano e Paco Ignacio Taibo II. Dal 26 novembre al 4 dicembre. COURMAYEUR NOIR FESTIVAL Evento di primo piano nel panorama culturale italiano, anche quest’anno il Courmayeur Noir Festival, di cui si festeggia la ventunesima edizione, si prepara a celebrare i re del brivido della narrativa nazionale e internazionale. Nel nome di Raymond Chandler, vero e proprio nume tutelare del genere, il festival renderà omaggio a due grandi maestri, Andrea Camilleri e Petros Markaris, che con le loro rispettive incarnazioni letterarie, il siciliano Salvo Montalbano e il greco Kostas Charitos, hanno contribuito a portare la letteratura noir ad altissimi livelli. Dal 5 dicembre al 11 dicembre.

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Tweets @mgiacomello maAcquistabili dall’Italia su A ook zon.com gli oltre 2.200 e-b ori. trade del Gruppo Mondad

@ferrazza Agenda digitale. Banda larga. Innovazione. Però nella scuola di Simone ci sono i topi e i bagni fanno schifo.

@Pianeta_eBook In biblioteca a prendere in prestito un eBook: a New Yo rk i libri digitali fanno rifiorire i templi della cultura. @macitynet Adobe, “Addio a Flash Player mobile colpa nostra e di Apple”...

@panoramalibri Ebook reader: dieci regole d’oro per scegliere quello “giusto”.

@MYSIA19

@tropicodellibro condannati I lettori digitali sembrano gliere il a perdere più tempo a sce bri. dispositivo di lettura che i li

Libri digitali  all’universit à? Sarà! Ma... viva la mati ta che sottolin ea e il cranio sprofondato nel cartaceo . Sono retrò.

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Pretesti • Occasioni di lettura digitale Novembre 2011 • Numero 2 • Anno I Telecom Italia S.p.A. Direttore responsabile: Roberto Murgia Coordinamento editoriale: Francesco Baucia Direzione creativa e progetto grafico: Fabio Zanino Alberto Nicoletta Redazione: Sergio Bassani Luca Bisin Fabio Fumagalli Patrizia Martino Francesco Picconi Progetto grafico ed editoriale: Hoplo s.r.l. • www.hoplo.com In copertina: Marcello Simoni L’Editore dichiara la propria disponibilità ad adempiere agli obblighi di legge verso gli eventuali aventi diritto delle immagini pubblicate per le quali non è stato possibile reperire il credito. Per informazioni info@pretesti.net

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PreTesti • Occasioni di letteratura digitale • Novembre 2011 • Numero 2 • Anno I  

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