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“Finisce che ci andiamo sempre e non facciamo più viaggi”. Aveva ragione. Quando raccontano della loro giovinezza in giro per il mondo mi sembra che parlino di due persone che non ho mai conosciuto. Il radiologo e la casalinga, questi sono i miei genitori. Villetta a Santa Margherita, parete di buganvillee, idromassaggio in bagno perché in giardino non c’è abbastanza spazio per una piscina. Stop. Il sabato sera intorno a mezzanotte li chiamo da casa per dare la buonanotte, poi esco, e loro se la bevono. Alle otto mi raggiunge a casa Marie, la mia migliore amica. Abita fuori Milano, in una zona dell’hinterland che non ho mai visto di giorno ma solo la sera tardi quando la riaccompagniamo a casa dopo le serate. Lei sta con Gavin, che è il più grande di noi. Gavin fa il programmatore ed è mezzo irlandese. Tutti pensano che si faccia chiamare così per Gavin Friday dei Virgin Prunes, e invece è il suo vero nome. Marie a volte sta da lui per settimane intere e anche se abitano a pochi isolati di distanza non torna dai genitori per giorni. I suoi se ne fregano. Marie si porta sempre dietro una borsa nera di pelle enorme, come una cartella, però a tracolla e molto più profonda. Non è a forma di bara ma in qualche modo ne ricorda una. Al citofono dice: “Ciao troietta” e scoppiamo a ridere. Apro la porta e lei ancora non c’è. Poi sento i passi veloci sulle scale. Le vado incontro come se non la vedessi da una vita, pure se è trascorsa appena una settimana dall’ultima volta. Ci diamo un bacio in bocca e le sue labbra sono morbidissime, e anche la sua pelle in generale (le invidio la carnagione chiara, senza imperfezioni). Entriamo in casa e lei fa cadere la borsa a terra, s’inchi-

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na e dice: “Sono piena di sorprese, sorella”. Tira fuori una bottiglia di Lambrusco e richiude la lingua della borsa. “Questa è la prima.” Ci spostiamo in cucina, lei mi segue con la borsa pesante sulla spalla che la fa sembrare una bambina. “Metto un po’ di musica.” Si allontana tenendo nascosto qualcosa sotto il golf nero con le maniche a pipistrello che abbiamo preso insieme in un charity shop di Camden, la scorsa estate. Piaceva a entrambe perché si vedeva che era vecchio, originale degli Ottanta. Avevamo messo due pound a testa e deciso di fare un mese per una, ormai però l’ha lei da un pezzo; non riesco a dirle che toccherebbe a me. Stappo la bottiglia e faccio subito un sorso a canna. Il Lambrusco fa schifo, costa poco e lo beviamo sempre prima delle serate. È tipo una nostra tradizione. Due accordi di chitarra che riconosco subito riempiono la casa. Il volume è al massimo e le casse gracchiano come una radio sintonizzata male. “Scusa!” urla dall’altra stanza, e mi pare impossibile che la sua voce mi raggiunga attraverso quel fracasso. Abbassa di qualche tacca. Comincio a canticchiare e mi accorgo che il pezzo ha un suono differente dal solito. È inciso su vinile ed è tutta un’altra cosa. Corro da lei con la bottiglia in mano. Ci mettiamo a cantare imitando la voce di Fiumani. Con un piede sposto il tavolino, balliamo in mezzo alla stanza, alziamo le braccia in aria e poi ci avviciniamo al collo della bottiglia come fosse il nostro microfono. Un po’ di liquido cade sul divano. “Dove l’hai trovato?” chiedo.

pretesti | Ottobre 2012

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PreTesti • Occasioni di letteratura digitale • Ottobre 2012 • Numero 10 • Anno II  

Magazine di letteratura digitale di Telecom Italia S.p.a. Per informazioni info@pretesti.net

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