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Narciso io…?, e giurava di no.

Da una testimonianza di Giancarlo Vigorelli, 1980

V

i sono molte ragioni, tutte legittime, per non amare Malaparte uomo, scrittore e personaggio. Ma nessuna, a nostro avviso, per negargli un posto di primo piano tra gli interpreti più singolari di un ventesimo secolo le cui inquietudini si prolungano nel nostro. Questo “maledetto toscano” di respiro autenticamente internazionale – e non solo europeo, dacché l’Europa dopo il 1945 gli andava stretta – rappresenta un paradigma non eludibile dell’intellettuale contemporaneo. È un modello che molti dopo di lui hanno cercato (e cercano) di imitare senza riuscire a eguagliarne l’algida presenza, il valore e lo stile. È giunto ormai il momento di sgombrare il campo dagli stereotipi che, spesso con la complicità dell’interessato, ne hanno occultato l’immagine. Mitomane, esibizionista, affabulatore, Malaparte non è stato il voltagabbana che abbandona una dopo l’altra le cause perse per correre incontro ai vincitori, quali che siano. Personalità irta di contraddizioni e di esigenze spesso in conflitto tra loro, egli fu guidato o dominato, in ogni scelta, più dal temperamento che dagli eventi. La sua coerenza interna può non piacere alle anime belle, ma ci sembra indiscutibile, come il suo coraggio. Se da camaleonte ha saputo adattarsi a tutte le circostanze, la vocazione di esteta armato è riuscita a preservarlo dalle complicità peggiori, e ad innalzarlo sopra le mode, anche quelle che aveva creato. È stato un inviato speciale nella terribilità della storia, capace di passare senza muovere un muscolo del

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volto dai salotti alle trincee, dalle rivoluzioni alle conferenze diplomatiche, dai campi da golf a quelli di sterminio, da Mussolini a Hitler, da Stalin a Mao, dagli anarchici al papa. Un “antieroe del nostro tempo”, che ha respirato l’aria delle ideologie totalitarie senza esserne intossicato. Malaparte ha cercato di riproporre una visione dell’Uomo moderno ricalcata dai tragici greci: impasto di grandezza e cinismo, ideali e servitù – in cui, da buon Narciso, rispecchiava se stesso. Più di cinquant’anni dopo la sua morte, ha vinto la scommessa. Piaccia o non piaccia, è sempre lì, vivo e vegeto, in Italia e forse, più ancora, all’estero. Se scelse d’impantanarsi nel “sangue, voluttà e morte”, cantati da Maurice Barrès, prince de la jeunesse, nella generazione precedente, Malaparte ha attraversato tutte le correnti della sua epoca senza farsi coinvolgere totalmente in alcuna. Non ha mai perso di vista il fatto di essere uno scrittore prima che un militante, di avere soprattutto il compito di testimoniare, beninteso a suo modo. Non vi è professione di fede che possa arginare il talento, perché nessuna causa merita di esser presa troppo sul serio. Questo prova la sua ambiguità, ma anche il bisogno di libertà, il rifiuto di appiattirsi in alcun partito, anche il più allettante. Malaparte si ritrova preso in un vortice di vite e leggende sempre ricominciate, finchè non calerà il sipario. Quest’uomo, che sembra vivere per la platea, coltiva il silenzio per ritrovare se stesso. Provocatore nato, ideologicamente inservibile, tentò a più

pretesti | Ottobre 2012

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PreTesti • Occasioni di letteratura digitale • Ottobre 2012 • Numero 10 • Anno II  

Magazine di letteratura digitale di Telecom Italia S.p.a. Per informazioni info@pretesti.net

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