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MY LAST FEW DAYS WITH A GHOST

Pics & Txt. Mirai Non penso di stare affrontando la morte di Marcin, come dovrei. Non penso di aver ancora digerito il dramma che è accaduto. Anzi se devo dire la verità, mi viene così difficile per

non dire impossibile, solo il realizzare che lui non ci sia più fisicamente. Ed è una cosa che mi sta facendo imbestialire, mi sembra che non ne stia rispettando a dovere la sua

memoria. Mi sembra che il mio vizio di procrastinare le cose importanti, gli ostacoli che la vita quotidianamente ci para innanzi, stia prendendo il sopravvento ancora una volta, e

questa volta coinvolgendo non solo me, ma anche una persona che avevo sinceramente a cuore, e che sicuramente non si merita nessun atto procrastinatorio.

Ne sono il giusto esempio queste stesse righe che sto cercando di scrivere da più di due settimane, da quando ho ricevuto la tragica notizia, e che rimando sistematicamente al giorno dopo. Così come ancora non sia riuscito a farmi il giusto pianto liberatorio, se non la sera stessa al telefono con Monika, la sorella. Ma lì lo confesso, ciò che mi aveva

commosso fino alle lacrime era che fosse stata lei per prima a chiamarmi perché aveva

trovato il mio numero sul telefono di Marcin, e aveva pensato che dovesse avvertirmi, perché magari si ricordava del mio nome dai racconti del fratello.

Finalmente dopo qualche giorno dalla sua morte, Marcin mi fa visita in sogno. Io sono

uno di quelli che da molta importanza ai sogni, e a volte arrivo addirittura a pensare che i sogni siano la stessa “realtà” delle cose. Marcin era vivo, ed eravamo in tour più o meno

con la stessa cricca con cui eravamo andati a Bangkok appena qualche settimana prima.

Era vivo, ma in un certo senso, noi tutti sapevamo che avesse già preso la decisione di

morire, e lui stesso era il primo a mostrarsi rassegnato. Mi ricordo nettamente che avevo il desiderio di avvicinarlo, magari per dirgli qualche cosa che lo potesse un attimo sollevare

dal peso di quel manto nero che si portava addosso, o magari solo per dargli un abbraccio

come si deve, come solo chi ti vuole veramente bene sa fare. Ma non lo feci. Non lo feci perché aleggiava tra tutti noi una sorta di imbarazzo strano, un qualcosa che non riusciva

ad essere più forte della rassegnazione stessa di Marcin, del suo silenzio fiero e testardo, e del suo sorriso poco convinto. Un sorriso che non riusciva ad essere nulla più che un atto di gentilezza verso le persone che gli stavano attorno. Invece, l’unica cosa che riuscii

a fare fu quella di scattargli una foto mentre era dentro una macchina. Una macchina che non aveva sedili dentro, ma un pavimento di mattonelle e uno sgabelletto in legno

chiaro su cui era seduto. Fuori dai finestrini, dietro di lui, delle montagne grandi, impervie,

minacciose, grigi di nebbia, bellissime. La frase che vedete come titolo di questo scritto,

mi venne in mente proprio mentre lo stavo guardando negli occhi attraverso l’obiettivo della macchinetta. Poi mi sono svegliato.

E mi son ricordato quasi subito, di una frase che avevo sentito in un film horror che avevo

visto solo poco tempo addietro: “Che cos’è un fantasma? Un evento terribile condannato a ripetersi all’infinito. Forse, solo un istante di dolore. Qualcosa di morto che sembra ancora

vivo. Un sentimento sospeso nel tempo. Come una fotografia sfocata, come un insetto intrappolato nell’ambra.”

Marcin, sono così tante le cose che vorrei ancora dire e così poche le parole che possono esprimerle, perdonami. Ti amo dal profondo del mio cuore.

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