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Liberi dì

ANNO 2014 NUMERO 08

La giusta direzione 1


Marzo 2014 ­ Se vogliamo che tutto rimanga com'è

bisogna che nulla cambi, Ilaria Bianco_ 3

editoriale ­ Fedora, delle possibilità Margherita Kay Budillon_ 10

­ Testimoni di giustizia, Flavia Amoroso_ 4

mafia

rubrica

­ Per una moderna politica antimafia, Matteo Neri_ 5­6 ­ Incontro col liceo Arcangeli, Eleonora Testi_ 6

antimafia

riflessioni invisibili

Sommario

­ Nel frattempo, in Ucraina..., Pietro Adami_ 7

geopolitiche

­ Cento passi in più, Tania Bergamelli_ 8

21 marzo

­ 10 valide ragioni Pietro Adami_ 16

,

liberaduno

­ La ragazza senza orecchino Francesca Della Santa_ 17

la copertina

­ La trattativa è legittima, Peppe Rizzo_ 12 ­ La domanda di un'intera

generazione: perché rimanere?,

Riccardo Brezza_ 13­14

,

cultura

­ Renata Fonte, Giulia Silvestri_ 18

memoria

2

La giusta direzione Liberi dì n. 08, marzo 2014 In copertina: foto di Livio Bourbon

freddure

di Marco Delvecchio_ 19


Liberi dì

editoriale

Se vogliamo che tutto rimanga com'è

di Ilaria Bianco

«"Sei pazzo, figlio mio! Andare a mettersi con quella gente! Sono tutti mafiosi e imbroglioni. Un Falconeri dev'essere con noi, per il Re". Gli occhi ripresero a sorridere. "Per il Re, certo, ma per quale Re?" Il ragazzo ebbe una delle sue crisi di serietà che lo rendevano impe­ netrabile e caro. "Se non ci siamo anche noi, quelli ti combinano la repubblica. Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi. Mi sono spiegato?" Abbracciò lo zio un po' commosso». (“Il Gattopardo”, Giuseppe Tomasi di Lampedusa)

Come ogni anno lei arriva, lasciando di qua e di là segni del proprio avvicinarsi, intervallati da scherzi che fanno sembra­ re non voglia arrivare, invece. Ma arriva comunque, come ogni anno, arriva nel giorno del 21 marzo profumata e colo­ rata, come ogni anno. Arriva e tutti l’aspettano, arriva insieme alle nostre tante speranze: quanti sogni e desideri inespressi o inesauditi vengono ri­ mandati a quando “lei arriverà”?; e non parlo di certo delle pulizie o del cambio d’armadio. Arriva, come ogni anno, arriva accompagnata da tante piccole speranze che si rinnovano di volta in volta: è dal 1996, non a caso, che essa porta con sé nel suo primo giorno la “Giornata della Memoria e dell’impegno”, quest’anno la diciannovesima ad essere celebrata o, meglio, ricordata. Sono diciannove anni che, come in un flashback ormai a ca­ denza fissa, si ripercorre un medesi­ mo iter in cui è la memoria a fare pienamente da protagonista ma, so­ prattutto, in cui un formale elenco composto da 900 nomi viene ripetuto da diverse voci assieme, una dietro l’altra. Le voci, le voci impresse e acute che talvolta con toni più bassi e talaltra più alti ripercorrono e ricordano come note che si espandono fluttuando nelle varie città d’Italia le vittime di mafia: il 21 marzo. E poi tutti insieme per la manifestazione nazionale a Latina, il 22 marzo Lei arriva, come ogni anno, arriva e fa sbocciare fiori e amori, ma arriva e se ne va. Talvolta si presenta con anticipo, ma solo per pochi e piuttosto brevi istanti; non tutti inoltre riescono a riconoscerla. Muta d’abito e veste i panni di giovani ra­ gazzi, noi, che di fronte a ragazzi solo di un paio d’anni più giovani instauriamo un dialogo con loro sulla mafia e l’anti­ mafia, in un Liceo, non mettendoci “in cattedra” perché non ne saremmo all’altezza. Non mettendoci in cattedra perché in questi casi si sta da una mede­ sima parte, si gioca nella stessa squadra, non possono essere costruite barriere con una presenza giustificata, perché di solito

si separa “l’altro da noi”, ma “NOI” comprende anche “LORO” in questo caso e non potrebbe essere che così. Ed è bella, lì, tra i ragazzi, è bella e si presenta e la riconosciamo: è Primavera, lì è a proprio agio, getta quei soliti semi di cui ogni 21 marzo si parla, quei semi che po­ trebbero attecchire in maniera formida­ bile se solo avessimo la cura e la dedizione costante che questi meritano. E allora niente confini, niente noi e voi, ma noi tutti insieme. Altre volte Primavera sta a guardare, come noi, quanto fatto da chi di compe­ tenza, da chi tenta di adeguare il contesto affinché la giustizia possa avere la sua massima concretizzazione. Allora Prima­ vera sta a guardare, come noi, ripone speranze, come noi. Ma c’è bisogno di impegno, non può es­ serci solo attesa passiva e speranze in bi­ lico tra atto e potenza: c’è bisogno di non restare con le mani in mano. Ed è la soli­ ta frase che ci ripetiamo ogni anno, quando arriva e si avvicina il 21 marzo, quando arriva e senti caldo, senti caldo dentro e fuori, ti viene in testa che ci vuole partecipazione, perché altrimenti “la mafia vince” e ciò non va bene. Vedi Ignazio Cutrò e capisci che il tuo pensie­ ro era solo un bel pensiero, per l’appunto, ma i pensieri pensati e basta sono belli fino ad un certo punto, poi, però, do­ vrebbero metter su le gambe: e allora si va via, si va via perché la “mafia ha vinto” e basta allora, deponiamo le armi. Ma, di nuovo, come in un costante ed ineluttabile ritorno all’eguale, ci diciamo che non vogliamo che la mafia vinca; Primavera allora torna, accompagnata da speranze e noi che l’accogliamo a braccia aperte e pronti; ma le stagioni vanno avanti e anche i sentimenti e le speranze appassiscono in noi e fuori di noi e i pensieri rimangono pensati e non metto­ no su le gambe che dovrebbero. Dovremmo cercare di non mentire più a noi stessi, o piuttosto cercare di vivere come se fosse sempre primavera?

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Marzo 2014

mafia

Testimoni di giustizia

storia di uno Stato che si fa aguzzino

La legge li defini­ sce come «coloro che, senza aver fatto parte di organizzazioni criminali – anzi, essendone a volte vittime – hanno sentito il dovere di testimoniare per ragioni di sensibilità istituzionale e rispetto delle esigenze della collettività, esponendo se stessi e le loro famiglie alle reazioni de­ gli accusati e alle intimidazioni della de­ linquenza». I Testimoni di giustizia non provengono da ambienti malavitosi, non sono ex delinquenti che si “pentono” e cominciano a collaborare. Sono persone comuni, molte volte imprenditori, gente con vite e famiglie del tutto ordinarie, che però hanno fatto una scelta, quella di denunciare. Si denuncia per stanchezza, per disperazione, per dovere civico, dice la legge, e perché magari si spera in una svolta: la fine dei soprusi e della paura. Ma la collaborazione è solo l’inizio di una passione che non si sa bene di quante tappe sia fatta. La prima è l’allontanamento dal paese d’origine e il divieto di incontrare segre­ tamente parenti e conterranei. Il testimo­ ne di giustizia e la sua famiglia vengono portati in una località segreta e viene data loro una nuova identità. Identità che però non risulterà da nessun documento

per almeno due anni, e senza documenti non si può nemmeno usufruire del me­ dico di base. Non si può nemmeno lavo­ rare senza documenti, quindi è lo Stato che deve mantenere queste persone, e lo fa attraverso assegni mensili di importi a volte insufficienti per il sostentamento di un’intera famiglia. Manca l’assistenza da parte dello Stato, mancano le giuste cau­ tele, per non parlare delle cartelle esatto­ riali dalle cifre esorbitanti che non vengono bloccate da sospensioni prefetti­ zie, come invece dovrebbe avvenire. I testimoni di giustizia si trovano soli, tra l’incudine e il martello, tra le mi­ nacce della mafia che hanno denunciato e uno Stato che si fa sordo alle loro ri­ chieste di aiuto e al loro diritto di vivere una vita dignitosa, comportandosi come un secondo aguzzino. Le storie dei nostri testimoni di giusti­ zia non incoraggiano a denunciare, ma, anzi, fanno da deterrente a chi vorrebbe seguire il loro esempio. Lo Stato non c’è e qualcuno ha deciso di dire basta. È quello che ha fatto Ignazio Cutrò, presidente dell’Associazione Nazionale dei testimoni di giustizia, un

imprenditore edile di Bivona, nell’agri­ gentino, che dal 1999 ha cominciato a denunciare i suoi estorsori e con la sua collaborazione ha portato nel 2006 alla condanna dei fratelli Panepinto. Ignazio decide di non entrare nel sistema di pro­ tezione, resta a Bivona e continua il suo lavoro, per quanto possibile; ma attorno gli si è creato il vuoto, la sua azienda non riceve più commesse, si vede negato il credito dalle banche e gli viene notificata anche una cartella esattoriale da 85mila euro. L’unica boccata d’aria fresca arriva del 2012, quando il Consorzio Autostra­ dale siciliane gli affida alcuni lavori sul tratto autostradale che collega Messina a Palermo. Ignazio Cutrò aveva deciso di conti­ nuare a lottare, era rimasto in Sicilia perché riteneva essenziale dare testimo­ nianza concreta di come sia possibile sconfiggere la mafia. Oggi si è ricreduto: “Avevo torto. Ero convinto che lo Stato mi avrebbe aiutato. Oggi mi sento sconfitto e il segnale che arriva a chi te­ stimonia contro le cosche mafiose non è certo incoraggiante”. L’imprenditore ha messo in vendita la sua azienda e ha deciso di lasciare l’Italia, si è stancato delle chiacchiere delle isti­ tuzioni, di uno Stato che promette ma poi ti affossa. Vuole dare un futuro mi­ gliore ai suoi figli, che sono stati costretti a lasciare gli studi a Milano e sono tornati a Bivona, vuole vivere in un posto in cui la sua sicurezza non debba di­ pendere da telecamere e carabinieri alla porta. Questo posto non è il nostro paese. Il nostro paese ha fallito in questa sua mis­ sione, e la mafia, come ha detto Cutrò nella sua lettera al viceministro dell’Interno Filippo Bubbico, la mafia ha vinto. Tutto questo non dovrebbe accadere mai più, lo Stato dovrebbe riconoscere il co­ raggio di queste persone straordinarie, facendosi carico delle loro storie e assi­ curando loro la normalità che si merita­ no.

di Flavia Amoroso

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Liberi dì

Perunamoderna politica antimafia di Matteo Neri

Con decreto ministeriale del 10/06/13 si è dato incarico alla commissione presie­ duta dal prof. Fiandaca di elaborare una proposta di interventi in materia di cri­ minalità organizzata. Nella relazione che ne è scaturita si fa riferimento a tre aree criminose indivi­ duabili nelle fattispecie incriminatrici dell’associazione mafiosa, scambio elettorale politico­mafioso e riciclaggio.

Analisi delle proposte di modifica dei reati di associazione mafiosa e riciclaggio Il 416 bis, al terzo comma, individua come elementi che differenziano l’asso­ ciazione per delinquere, di cui all’art. 416, da quella di tipo mafioso per l’avva­ lersi «della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne de­ riva per commettere delitti», elementi più facilmente riscontrabili nelle forme classiche della criminalità organizzata ma che sono meno evidenti nelle nuove forme che questa ha assunto. La commissione ha riscontrato da parte della magistratura difficoltà di interpre­ tazione e di applicazione dell’articolo 416 bis per le nuove tipologie di organizza­ zione criminale “rispettivamente di nuo­ vo insediamento in contesti territoriali in precedenza immuni da fenomeni di tipo mafiosi; oppure, di organizzazioni crimi­ nali straniere a carattere etnico (come ad esempio nel caso della mafia cinese)”. “Dopo un’attenta riflessione, sfociata

anche in un primo abbozzo di possibili modifiche correttivo­integrative del vi­ gente testo dell’art. 416 bis, si è tuttavia all’unanimità ritenuto che allo stato sia preferibile lasciare immutata la formu­ lazione legislativa dell’associazione di stampo mafioso, confidando in una futu­ ra evoluzione giurisprudenziale in grado di fornire soluzioni via via più soddisfa­ centi ai problemi applicativi di cui si è fatto cenno”. Anche la fattispecie dello scambio elettorale politico­mafioso di cui all’art. 416 ter è stata oggetto di discussione. È stato espresso il timore che una modifica possa provocare un eccessivo allarga­ mento dell’oggetto dello scambio, così venendo meno ai principi costituzio­ nalmente tutelati di offensività e pro­ porzionalità. La proposta approvata all’unanimità per il nuovo testo della norma è la se­ guente: «Chiunque, in cambio dell’offerta di de­ naro o di altra utilità, ottiene la promessa di voti da parte di un’associa­ zione di tipo mafioso che si adopera per procurarli con le modalità di cui al terzo comma dell’art. 416 bis, è punito con la reclusione da (…) a (…)». Per quanto riguarda il reato di rici­ claggio si è messa in evidenza la necessi­ tà di modifica, con l’inserimento del reato di autoriciclaggio. Il sostituto procuratore della DNA Maurizio De Lucia, in un’intervista, si era espresso sul tema dicendo che tecnica­ mente sarebbe semplice, basterebbe to­ gliere l’espressione «fuori dai casi di concorso», con cui si apre l’art. 648 bis del codice penale che prevede il delitto di riciclaggio, in modo tale da punire co­ loro i quali commettono il reato che rende profitti illeciti salvo poi cercare di “lavarli”. Negli altri ordinamenti evoluti questo costituisce da tempo un reato “pacifico e severamente punito”. Anche se a pre­ scindere dalla punibilità prospetta note­ voli problemi di fondo. In primis evitare un ingiustificato aggravio delle sanzioni.

antimafia

In questa relazione si è elaborata una proposta di disciplina che trova un’ampia maggioranza di commissari concordi nel prevedere un trattamento penale differenziato in senso mitigativo per i casi in cui il soggetto riciclatore ri­ sulti altresì autore del reato originario da cui derivano i proventi riciclati. Anche un’altra commissione, istituita dall’ormai ex presidente del consiglio Enrico Letta – composta anche da alcuni magistrati, tra cui Roberto Garofani, ma­ gistrato del Consiglio di Stato, e Nicola Gratteri, procuratore aggiunto a Reggio Calabria – con il compito di elaborare proposte per la lotta alla criminalità anche attraverso misure patrimoniali, ha dato alcuni spunti di riflessione esami­ nando il reato di riciclaggio attraverso le sue tre fasi. «Una prima fase coincide con la colloca­ zione del denaro sporco (placement) e si caratterizza per l’introduzione nel mercato lecito dei proventi delittuosi previa separazione dalla fonte di prove­ nienza. La seconda è quella di dissimulazione (layering), segnata da ripetute operazioni di trasferimento finalizzate a far perdere la traccia documentale del denaro. La terza (di integrazione), infine, è mi­ rata ad attribuire legittimità ai proventi illeciti e a farli rientrare nel mercato le­ cito come guadagni ordinari». Anche qui si presta attenzione alla fra­ se con cui esordisce l’art. 648 bis, ed infatti si ritiene abbia autonoma rile­ vanza e disvalore sociale la realizzazione del riciclaggio da parte del reato pre­ supposto e che la mancata incriminazio­ ne dell’autoriciclaggio incida sul sistema economico­finanziario legale favorendo l’inserimento di investitori criminali così da creare significative distorsioni all’ope­ rare del meccanismo concorrenziale. Anche per questo motivo si ritiene sia necessaria una modifica: l’attuale formu­ lazione della norma non è ritenuta adatta a coprire tutte le condotte volte a ripulire il denaro di provenienza illecita.

[continua a p. 6]

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Marzo 2014

antimafia

Nelle scuole: un incontro al liceo artistico Arcangeli

[continua da p. 5] Al pari della commissione Fiandaca si propone di lasciare invariato il primo comma, se non per la parte che esclude il concorso e per la misura della multa, che appunto si propone di aumentare. Il secondo comma invece, secondo la commissione, andrebbe riscritto così da prevedere il reato di auto riciclaggio, cioè l’incriminazione “di chi ha commesso o ha concorso a commettere il reato presupposto, il quale sostituisce, trasferisce denaro, beni o altre utilità, provenienti da delitto non colposo, o compie altre operazioni in modo da ostacolare l’individuazione della loro provenienza delittuosa”. Il terzo comma dovrebbe prevedere un aggravante per l’ipotesi in cui il reato sia commesso nell’esercizio di un’attività professionale, cioè “quando il fatto è commesso nell’esercizio di un’attività bancaria, finanziaria o di altra attività professionale, nonché nell’ esercizio dell’ufficio di amministratore, sindaco, liquidatore, ovvero di ogni altri ruolo con potere di rappresentanza dell’imprenditore”. Si propone, infine, di aggiungere un ultimo comma che prevede la diminuzione della pena fino alla metà per chi si adopera affinché il reato non sia portato a conseguenze ulteriori, per assicurare le prove e l’individuazione di beni, denaro o altre utilità oggetto del delitto. Sia la prima che la seconda commissione, quindi, pur attraverso proposte non esattamente uguali, ritengono necessarie alcune variazioni ed aggiornamenti alla normativa di contrasto alla criminalità organizzata e non solo. Le criminalità sono in continua evoluzione, cercano di mimetizzarsi, di adattarsi al territorio in modo tale da passare inosservate e per questo abbiamo bisogno di strumenti adatti per far si che ciò non avvenga.

Matteo Neri

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di Eleonora Testi

Ognuno tendenzialmente avrà, nella vi­ ta, provato la sensazione di totale rilas­ samento che garantisce la cattura degli ultimi posti in fondo all’aula scolastica; così come lo scoramento che conferisce trovarsi in prima fila davanti a un pro­ fessore che si ostina a fare domande. Non sempre però si ha occasione di os­ servare l’altra faccia della medaglia di questa situazione, cioè di vestire il ruolo dell’insegnante. Venerdì 28 Febbraio gli studenti del Liceo artistico “Francesco Arcangeli” ci hanno offerto questa opportunità, invi­ tandoci a parlare di Libera in occasione di una giornata di autogestione. L’idea di mettersi in cattedra quando si hanno pochi anni in più dei ragazzi a cui si deve parlare può apparire inutile, così come presuntuosa; ma questo solo se ci si pone nell’ottica di trasferire sape­ re già acquisito all’interno di “contenito­ ri” che devono limitarsi a riceverlo passivamente. In una situazione simile, invece, ci si rende conto di avere l’opportunità non tanto di formare quanto di formarsi, di approfondire i te­ mi di cui si parla insieme ai ragazzi che ci hanno chiesto spiegazioni. Durante l’incontro abbiamo parlato della storia di Libera così come dei campi di volontariato a cui si può parte­ cipare sui terreni confiscati alla mafia, terminando con un focus sulla prostitu­ zione. Particolarmente positivo è stato il fatto che l’idea di realizzare l’incontro

non fosse venuta da noi in quanto presi­ dio universitario, bensì dai ragazzi stessi che avevano organizzato l’autogestione. È importantissimo che nelle scuole si porti avanti l’educazione alla legalità, soprattutto se l’impulso a ottenere cono­ scenze in materia proviene dagli alunni oltre che dai professori. Non si ribadirà mai abbastanza che l’antimafia della legge non potrà dare risultati veramente efficaci senza essere sostenuta dall’anti­ mafia coltivata in seno alla società; la cultura della legalità deve essere neces­ sariamente portata avanti a partire dalle scuole di ogni ordine e grado, per essere effettivamente efficace. Troppo spesso l’educazione scolastica si limita a fornire nozioni senza impegnarsi parallela­ mente a creare cittadini consapevoli del mondo che li circonda, lasciando i ra­ gazzi che vorrebbero essere meglio informati su determinate tematiche a districarsi tra una miriade di informa­ zioni diverse ma non sempre corrette e complete. Proprio per questo è necessario, pur non facendo strettamente parte degli “addetti ai lavori”, andare a parlare di le­ galità nelle scuole, ovviamente po­ nendosi con la dovuta umiltà nei confronti dei ragazzi che ascoltano, avendo la consapevolezza di avere l’occasione non tanto di trasmettere sa­ pere dall’alto del proprio scranno quanto di migliorare le proprie cono­ scenze sulle stesse tematiche trattate. Antonino Caponnetto affermava che “la mafia teme più la scuola che la giustizia. L’istruzione toglie erba sotto i piedi della cultura mafiosa”; l’educazione alla lega­ lità ovviamente non può risolvere, indi­ pendentemente da altri fattori, il problema della mafia nel nostro Paese; sicuramente, però, l’antimafia può esse­ re forte solo nel momento in cui viene portata avanti, insieme ad adulti compe­ tenti, anche da ragazzi che vogliano ga­ rantirsi un futuro in cui poter vivere una cittadinanza piena e libera da condizio­ namenti.


Liberi dì

L’indignazione mediatica, si sa, è una malattia passeggera, che, come prende rapidamente, poi se ne va altrettanto re­ pentinamente, sempre alla ricerca di no­ tizie più fresche e appetitose. Così, dopo il caso Siria, già archiviato perché tutto sommato la guerra è diventata davvero

parte del popolo ucraino, sembrava che il Paese si fosse addormentato, sotto una sottile coltre di relativo benessere e indifferenza. La miccia della mancata adesione al progetto UE è servita a risve­ gliare le coscienze e a convincere le persone ancora una volta a scendere in

Nel frattempo, in Ucraina...

Fonte foto: presseurop.eu

troppo lunga per meritare ancora la no­ stra attenzione (i 140.000 morti sono entità senza nome che fanno da contorno opaco), e dopo una breve parentesi, quella davvero fugace, sulla tragedia dei migranti morti a Lampedu­ sa, è tempo di fare i conti con il nuovo argomento del momento: l’indipendenza della Crimea e la conseguente futura annessione alla Federazione Russa. Ora, è bene innanzitutto ricordare co­ me si è arrivati a questa tragica spaccatura, che sembra aver spinto le lancette del mondo indietro di 40 anni, quando Stati Uniti e Unione Sovietica si contendevano il globo a colpi di guerra fredda. Proprio mentre in Europa spira­ no sempre più forti i venti euroscettici, anche in vista delle elezioni di fine maggio, in Ucraina la decisione di Yanu­ kovich di sospendere di botto le trattati­ ve con l’Europa, in favore dell’amico orientale Putin, ha scatenato un putife­ rio. Migliaia e migliaia di persone sono scese in piazza a Kiev per protestare contro la decisione del Presidente e co­ stringerlo alle dimissioni. Dopo la Rivo­ luzione Arancione del 2004, che aveva rappresentato uno dei momenti più forti di contestazione all’apparato corrotto da

piazza per i propri diritti. Alla fine Yanukovich, gridando al colpo di Stato, ha rassegnato le sue di­ missioni, e l’Ucraina potrà finalmente avere libere elezioni. È stata inoltre libe­ rata Yulia Timoshenko, primo ministro ucraino dal 2007 al 2010, in carcere dal 2011 per malversazione di fondi pubblici, dopo un processo che definire farsa è vo­ ler usare un eufemismo. Ma proprio nel momento in cui le persone festeggiavano le loro conquiste democratiche, ecco che l’ingombrante vicino russo ha deciso di fare la voce grossa. La Russia, che poi al giorno d’oggi sembra essere sinonimo di Putin, spinta da un imperialismo e da un’arro­ ganza decisamente anacronistici, si è opposta alla ribellione ucraina e ha per tutta risposta rivendicato la Crimea co­ me proprio territorio. La Crimea, peniso­ la a Nord del Mar Nero, è una regione di etnia prevalentemente russa, che dal 16 Marzo, dopo il referendum indetto per chiedere l’indipendenza dall’Ucraina, si è staccata dai propri connazionali e presto diventerà parte integrante di un redivivo URSS. Il risultato schiacciante, quasi ple­ biscitario, con cui hanno vinto i sì all’indipendenza (più del 96% dei vo­ tanti) non lascia dubbi sulle intenzioni

geopolitiche

degli abitanti della regione. L’Unione Europea e gli Stati Uniti hanno fortemente condannato l’esca­ lation militare russa, le brame di potere di Putin e il referendum, definito ille­ gittimo e non riconoscibile a livello internazionale. Sono state annunciate nu­ merose sanzioni verso la Russia, in pri­ mis l’esclusione dal G8, che si sarebbe dovuto tenere a Sochi, all’indomani delle Olimpiadi invernali. Ma Vladimir Putin non sembra particolarmente preoccu­ pato dalle minacce che arrivano da Occi­ dente, tanto che ha dichiarato che le sanzioni previste gli suscitano ironia. Alla luce di tutti questi fatti, forse è giusto fermarsi un secondo a riflettere. Il principio di autodeterminazione dei po­ poli, sancito per la prima volta da Woo­ drow Wilson nel trattato di Versailles del 1919, è naturalmente ancora valido e, se una parte di un Paese sente di non voler più condividere la stessa bandiera e la stessa identità, quella è liberissima di scegliere. Resta da capire quanto in que­ sto caso sia stata una scelta consapevole e libera, e quanto invece non sia l’enorme peso russo ad aver profonda­ mente influenzato il voto in Crimea. Inoltre, suscita profonda perplessità la posizione degli Stati Uniti, che criticano a gran voce le ingerenze russe, gridando alla violazione democratica, ma che forse dimenticano che tuttora hanno enormi contingenti di forze armate impegnati in Iraq ad “esportare la demo­ crazia” americana. Rimane da chiedersi che valore possiede il diritto internazio­ nale, che, una volta violato, non sembra prevedere sanzioni adeguate. Non di­ mentichiamoci che la Russia fa parte del Consiglio permanente di Sicurezza dell’ONU e può dunque porre il veto su ogni decisione presa dal Consiglio. Forse sarebbe corretto rivedere la strutturazio­ ne dell’ONU ed evitare che paesi, per ra­ gioni storiche sicuramente dignitose, possano impedire l’applicazione dei principi internazionali solo per il proprio ruolo egemonico. Ed infine l’Europa, che dovrebbe essere una protagonista attiva nella risoluzione del conflitto, sembra davvero il grande assente, ripiegata su se stessa a combattere la crisi economica, sempre meno determinante negli equili­ bri geopolitici internazionali.

di Pietro Adami

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Marzo 2014

21 marzo

Cento passi in p iù

di Tania Bergamelli

Novecento storie perse, inghiottite in uno dei tanti buchi neri della storia ita­ liana. Uno di quei buchi tipici nostri, buio di pece, fitto di morti ammazzati tra le vicende di uno Stato che si dimentica di fare giustizia e di scoprire le verità. Sono molti, i morti ammazzati; specie per un Paese in fondo ancora giovane, come una margherita appena nata a pri­ mavera. Le mafie sono una delle più evidenti cause di queste zone oscure, anche se preferiamo scordarcelo. Ci piace celebra­ re, questo sì; anzi, siamo forse i più grandi esperti della retorica della commemorazione: sappiamo andare in scena, un po’ come lo sa Gep Gambardella ai funerali. Mettiamo su una faccia contrita e recitiamo parole di circostanza. Che un tale atteggiamento Libera non se lo potesse permettere, don Ciotti l’aveva ben chiaro, nel momento in cui per la prima volta ha pensato ad una giornata in memoria delle vittime di mafia. Lo sapeva bene perché a fargli venire l’idea, lì per lì, è stata la voce di una ma­ dre che gli domandava: “perché non di­ cono mai il nome di mio figlio?”. Il nome. Rischia di parerci poco, dire il no­ me; invece, è molto. La madre era quella di Antonio Montinaro, il figlio era uno degli “uomini della scorta” di Falcone e il suo nome, come quello di molti altri, ‘naturalmente’ scompariva di fronte a quello del magistrato. Come se esistesse il morto eccellente di mafia e, dietro, i morti accessori. La memoria è davvero, nelle intenzioni e nei fatti, uno dei pilastri di Libera, e lo è per motivi semplici quanto evidenti: perché fingere che più di 900 vittime di mafia nel nostro Paese non esistano non è degno di nessun popolo. Ancora, perché se non ci ricordassimo delle persone perse nei buchi di patria vuota non sapremmo nemmeno da dove co­ minciare, noi che stiamo ancora in su­ perficie e la vorremmo riempire di vita, la nostra patria: la vorremmo realizzare patria di cittadini. Altra logica conseguenza, a questo punto, diventa l’istituzione di una Giornata che unisca Memoria e Impe­

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gno: non si dà l’una senza l’altro. Per non essere più il Paese della messinscena, delle celebrazioni di retorica, preoccu­ pato delle ghirlande di fiori e del conte­ gno da mantenere, dobbiamo sapere che l’unico senso del fare memoria sta nell’impegno concreto e quotidiano che si realizza il giorno dopo, e poi di segui­ to, in tutti i giorni a venire. Il 21 marzo, giorno simbolico di rinascita, ovvero di vita e di speranza, i vari presidi di Libera organizzano la lettura dei nomi delle vittime per ricordarci che ogni giorno si sceglie da che parte stare. Il binomio “memoria e impegno” ammonisce a que­ sto: non ci possiamo permettere di non essere partigiani. Ma il 21 marzo diventa anche occasio­ ne per ritrovarsi in una manifestazione nazionale alla quale partecipano persone da tutta Italia. Tradizionalmente, si sce­ glie il weekend più vicino alla data del 21; quest’anno sabato 22 marzo, e il luo­ go di ritrovo è Latina. Non a caso, natu­ ralmente. Nella “Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti di mafia” la presenza di chi de­ nuncia che la mafia “è una montagna di merda” – tanto per citare una definizione celeberrima e calzante – e chi grida, di conseguenza, che non la vuole nel suo Paese raggiunge numeri davvero impres­ sionanti. Un’onda di gente che si colora, nelle increspature più alte, di giallo, arancione e fucsia: il contrario di quel buco nero che la muove e la motiva, fitta non di buio bensì di giovani, di sorrisi, di grida. Del resto, nessuno ci crederebbe, se ci sentisse dire che la mafia fa schifo vedendoci con gli occhi a terra e la faccia rabbuiata. Quei 900 nomi li pronunciamo con do­ lore ma soprattutto con rabbia, perché appartengono alle persone finite in uno dei pantani della nostra storia che non sarebbe rivangato proprio da nessuno, se non ci fosse la Giornata del 21 marzo. Ovvio: si ha timore che quello che ne verrebbe fuori potrebbe finire col dare fastidio. Ecco, sia chiaro: suscitare fasti­ dio in chi normalmente tiene la bocca chiusa, fare baccano in memoria di chi è finito nel cupo della patria vuota, della patria dimenticata, sono due dei più ba­ nali segnali di antimafia. State all’erta, se vi capitasse di avvertirli intorno a casa vostra. Non a caso a Latina, dunque; perché un’occasione come questa Libera decide di giocarla ogni anno in una zona parti­ colarmente difficile. Si è andati a Milano precisamente quando ci si ostinava a dire che la mafia, lassù, non c’era. Si è andati a Potenza, città soffocata dall’omertà, e

per quegli sparuti potentini di Libera la marea di gente colorata ha significato un insperato rinnovo di fiducia nella propria onestà e nel proprio impegno. Que­ st’anno si va a Latina perché quello è oggi uno dei territori più sotto controllo mafioso, pur nell’inconsapevolezza gene­ rale. Non si direbbe che la mafia è tanto presente, nel Lazio; invece i ragazzi di Li­ bera lo sanno bene, avendolo speri­ mentato sulla propria pelle. Almeno, coloro che nel 2013 erano al III Raduno nazionale a Borgo Sabotino, in provincia di Latina, appunto. Noi ragazzi del raduno eravamo in un bene sequestrato, assegnato in gestione a Libera. Oggi, purtroppo, il bene – “villaggio turistico”, secondo i discutibili gusti estetici della Camorra – non è più sotto sequestro ma, anzi, è purtroppo tornato nelle mani di chi l’aveva costrui­ to. Tuttavia, in quella caldissima e umida settimana di luglio, ci siamo fatti sentire, e il “baccano della legalità” ha dato parecchio fastidio; per fortuna. Così, in fin dei conti, quel sabotaggio dell’ultima sera per noi non ha significato altro che baccano, puro e felice: ci hanno tagliato acqua e luce lasciandoci nel buio fittissi­ mo di quello pseudo­villaggio turistico. Il buio. Quello pseudo­villaggio che non era più loro: era il nostro “villaggio della legalità” prontamente reintitolato a “Se­ rafino Famà”. Saremo rimasti in silenzio per due secondi, forse meno. Poi, abbia­ mo ricominciato esattamente come pri­ ma, cantando, ballando, suonando. L’unica differenza è stata nelle quantità, nell’ingigantirsi della nostra convinzio­ ne, del nostro entusiasmo, della giovane e onesta follia che ci contraddistingue; tutto a livelli che, altrimenti, non sa­ rebbero stati possibili. Non siamo stati né zitti né fermi, fino all’alba e ancora dopo. E oggi, ancora, ci capita di scalpitare, grazie al ricordo di quella notte… Ah, che gran sabotaggio. A Latina c’è davvero bisogno di farsi sentire; perciò saremo là, il prossimo 22 marzo. Attraverseremo le strade della città coi cento, centomila passi in più che ancora occorre e ha senso percorrere. Là porteremo i nomi delle 900 e più vittime accertate di mafia: che non rimangano mai nel buco nero della storia. Sebbene col rammarico per i tanti che ancora ci sfuggono, sebbene con la consapevolezza dei molti che tardano ad essere inseriti nell’elenco, quei nomi li pronunciamo in segno del riconoscimento della dignità di novecento persone: e noi lo sappiamo. Che attraverso i loro nomi si gioca anche la nostra, di dignità.


Liberi dĂŹ

21 marzo

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rubrica

riflessioni invisibili

Fedora, delle possibilitĂ 

di Margherita Kay Budillon

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Liberi dì

la copertina

La chiamano “strategia difensiva” gli avvocati dell’imputato al processo sulla trattativa stato­mafia in corso a Palermo, ma è solo l’ultimo dei pretesti del gene­ rale dei Ros Mario Mori per togliere di mano l’inchiesta dall’occhio attento dei pm della procura di Palermo. Notizia

del pm Nino Di Matteo, il procedimento disciplinare aperto a suo carico dal CSM e poi archiviato senza neanche un bricio­ lo di vergogna, le imbarazzanti ma ancor più agghiaccianti dichiarazioni che i vari collaboratori di giustizia stanno avanzando man mano che si susseguono

spetto alla giustificata “ragion di stato” qui camuffata e ricompresa nella cate­ goria di un particolare “stato di necessi­ tà” per quei comportamenti oggi al vaglio dei giudici e che hanno rappre­ sentato il punto di forza dei mafiosi per mettere a ferro e fuoco il Paese da Pa­ lermo a Milano passando per Roma e Fi­ renze. Se così fosse, se è la trattativa ad essere ritenuta legittima e non il processo, che partano in processione gli eccellenti au­ tori e in prima fila tutti gli imputati pre­ senti e assenti in Aula, col capo chino, a spiegare ai familiari delle vittime delle stragi del ’93, ai familiari di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino senza mai di­ menticare anche quelli di Francesca

dell’ultima udienza è infatti l’espressione della volontà dell’imputato di spostare il procedimento in un’altra sede per via dei rischi all’incolumità pubblica a seguito delle minacce proferite in carcere da To­ to Riina. Preoccupazione maggiore dell’imputato pare sia infatti quella di salvaguardare l’incolumità delle centina­ ia di persone fra studenti, giornalisti, pubblici ministeri, avvocati e giudici che transitano per l’aula bunker di Palermo durante le udienze del procedimento. Accanto a questo malcelato tentativo di destabilizzare il normale esito del giudi­ zio, ovviamente non mancano gli appunti su come, nel corso dell’ultima commemorazione nell’anniversario della strage di via d’Amelio, “vacua e ingiusti­ ficata” sia stata la manifestazione di soli­ darietà del Procuratore Generale di Palermo Roberto Scarpinato in favore dei suoi colleghi impegnati in prima li­ nea a sostenere l’accusa. In attesa del giudizio della Cassazione sullo spostamento della sede del proces­ so non si arresta quindi l’onda di critiche sul procedimento penale più discusso del momento, nato per chiedere la verità e dimostrare solo una piccola parte delle responsabilità emerse a proposito della strategia della tensione messa in atto da Cosa Nostra già con gli attentati nelle stragi di Capaci e via D’Amelio. Non sono bastate, dunque. le minacce di morte e le intimidazioni nei confronti

le udienze e che, se confermate anche solo in minima parte, lascerebbero emergere la figura di pezzi di uno Stato criminale ancor prima che fragile. A tutto questo si aggiunge la Visione Somma dell’autorevolissima voce dottri­ nale del conosciutissimo autore del più utilizzato manuale di diritto penale del Paese. Difficile criticare l’imponente giudizio di chi da anni studia la materia e che su un saggio pubblicato qualche mese fa dal Foglio, esclude senza remore la pos­ sibilità di una condanna per il reato di minaccia a corpo politico dello Stato così come formulato dai pm palermitani per gli imputati del processo sulla trattativa. Non volendomi addentrare nella conte­ stata relazione dell’insigne professor Fiandaca per via dell’ancora superficiale uso degli strumenti del diritto penale di cui lo scrivente dispone, non si riesce pe­ rò a fare a meno di dare un giudizio sull’impronta del volume appena pubbli­ cato da Laterza proprio dai professori Giovanni Fiandaca e Salvatore Lupo. Per quanto difficile possa essere conte­ stare l’approccio dottrinale del Fiandaca, nessuna remora può essere manifestata nell’impostazione giustificatrice di matrice sociologica e politica che nel vo­ lume «La mafia non ha vinto» (Laterza, 2014) viene data nei confronti degli imputati al processo. Nel libro non mancano infatti ampie ammissioni ri­

Morvillo, Vito Schifani, Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro, Emanuela Loi, Walter Cosina, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli e Claudio Traina; che spieghino loro la “necessità” di quelle morti per la salvaguardia di altre vite forse più importanti da proteggere (?). Spieghino come la revoca di oltre 300 provvedimenti di detenzione al carcere duro possano essere stranamente revo­ cati e allo stesso tempo essere conside­ rati un atto di “discrezionalità politica”. P.S. Una piccola nota a margine a se­ guito delle ragioni avanzate dal generale Mori rispetto allo spostamento del pro­ cesso in un’altra sede: avendo ricevuto l’accoglimento per la costituzione di parte civile nel processo, Libera sarà pre­ sente, con tutti i sorridenti volti della no­ stra grande famiglia, a qualunque udienza si terrà da Bolzano a Lampedusa andando anche oltre i confini del nostro Paese se sarà necessario. Senza mai stancarci di chiedere verità e giustizia per i terribili fatti di quegli anni.

La trattativa è legittima

di Peppe Rizzo

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la copertina

La domanda Probabilmente, se dovessimo riassu­ mere in una frase la più grande do­ manda della nostra generazione, potremmo dirci che “perché rimanere nel nostro bel paese?” sarebbe nella top ten delle nostre più grandi ansie. Di sicuro la troveremmo tra i più inflazionati dubbi esistenziali del no­ stro vivere quotidiano, accompagnati da un diffuso senso di smarrimento nell’osservare il presente che avanza, divenendo futuro, in maniera piutto­ sto confusa e nebulosa. Se sulla domanda siamo ferratissi­ mi, sulla risposta non lo siamo altrettanto e, anzi, sempre più il que­ sito si trasforma in un più semplice: perché non andare? Perché non scappare da questa Italia che dimo­ stra di non volerci, di non volerci dare prospettive? Non credo di poter dare una rispo­ sta così convincente o definitiva, avendo 22 anni ed essendo ovvia­ mente anche io assorbito dal vortice di domande vitali circa il mio futuro. Vorrei però provare a dare un contri­ buto sulla questione cercando di ri­ baltare il paradigma perverso che ci spinge a non intravedere futuro dentro i nostri confini nazionali.

[continua a p. 13]

«Italia in fuga», Maria Vittoria Bindelli

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Liberi dì

di un'intera generazione:

la copertina di Riccardo Brezza

perché rimanere?

[continua da p. 12] Certo è una scommessa, che come tutte le scommesse hanno in sé la loro percentuale di rischio. Certo, non siamo oggi sicuri di come potrebbe andare ma, detto sinceramente, quando mai una ge­ nerazione che si appresta a prendere il testimone della guida di un paese ha mai avuto nella storia garanzie sul pro­ prio futuro collettivo? Ribaltare questa logica può voler dire mille cose. Non voglio ora giudicare le scelte di nessuno ma cerco solo di offrire un punto di vista, uno schema. Penso fortemente che questo paese abbia urgenza di noi. Lo penso perché credo che ci sia bisogno di riprendere in mano una narrazione sul futuro, uno sguardo verso ciò che sarà l’Italia tra die­ ci o vent’anni. Penso che solo noi possia­ mo essere in grado di iniziare questa narrazione, un po’ perché giovani, un po’ perché fuori dalla molte logiche che hanno stretto e legato la nostra nazione. Se penso al passato, tutti i grandi mu­ tamenti e le grandi svolte sono state spesso guidate da giovani donne e uomi­ ni che avevano il coraggio di guardare oltre. Oltre al fango e all’incertezza, oltre la paura che ti stringe. La paura di non avere un lavoro, una casa, una vita consi­ derata normale. La paura ci frena e ci spinge a scappare, ma penso che questo paese, condannando la nostra generazio­ ne alla “fuga”, condanni se stesso. Allora credo che sia sovente una que­ stione di mancata autostima a spingerci a non credere in noi, nelle nostre po­ tenzialità. Ci raccontano da anni che sa­ remo la generazione “del NON”, della possibilità mancata, della mancata rea­ lizzazione. Siamo una generazione condannata alla retorica della sconfitta;

forse è un po’ forte, ma io ne sono convinto. Dovremmo riprenderci i nostri spazi di rappresentanza, nella società ci­ vile organizzata e nelle istituzioni. Do­ vremmo credere maggiormente in noi e nelle nostre possibilità. Ben sapendo che esistono anche limiti oggettivi e quindi non voglio riassumere tutta questa faccenda in un banale “se vuoi, puoi”. Voglio solo provare a dire che se ci battiamo davvero per ciò in cui credia­ mo, se questa società comincerà a perce­ pire come ineluttabile la nostra presenza nei luoghi decisionali, allora la nostra posizione potrebbe cambiare. Se vi fermate per un momento a pensare, potreste sentire dentro quella voglia di non darla vinta a tutti quei maestri dalla previsione facile che dico­ no da anni che tutto ormai è finito. Sicu­ ramente è finito secondo la loro visione di mondo e di società, ma perché impe­ dirci di realizzare la nostra narrazione collettiva? Già sento le voci di chi dice che questa è retorica e la realtà sta tutta da un’altra parte. Ma io mi chiedo: non è forse reto­ rica in egual misura quella di chi ci racconta da tempo la storia dallo stesso punto di vista? Non è forse una retorica morente e schiacciata quella di chi da anni ci impone di osservare la terra perché ha troppa paura del cielo? Lo so che questo paese fa acqua da tutte le parti, ma penso che dovremmo fare un po’ come gli “angeli del fango” a Firenze nel ’66, che dall’acqua dell’allu­ vione tirarono fuori il meglio di un’Italia che credeva ancora in se stessa e che si preparava ad una grande rivoluzione culturale. Non sono forse in condizioni peggiori di noi quelle migliaia di ragazzi che oggi

si battono per il loro paese nel nord Afri­ ca, nell’est del mondo o in sud America? Siamo forse meno convinti che il nostro paese ce la possa fare ad avere un futu­ ro? Probabilmente, sì. Probabilmente ci siamo convinti di non potercela fare, di non poter sopportare un peso tanto grande. Certo avere il futuro tra le mani e gettarlo via è cosa meschina ed egoista, certo il nostro paese ci chiama per nome e, forse, dovremmo rispondere. Io ne sono convinto. L’Italia ci chiama uno ad uno, come quell’elenco di nomi che leggeremo tra pochi giorni a Latina. Ecco, ripartiamo da quei nomi. Dalla lo­ ro voglia di vivere in un paese diverso. Ripartiamo da Rita Atria, dalla sua scelta tormentata e dolorosa di togliersi la vita, perché non vedeva alcun futuro. E magari diciamoci che non ci devono più essere persone che in questo paese dubitano di poterne avere uno. Impegniamoci ogni giorno per questo obiettivo: sarà più facile, sarà più bello e sarà importante. Andare via per sempre o rimanere, questa scelta stretta tra la paura e la pos­ sibilità. Io, per ora, scelgo la possibilità, perché in questa grande cornice sento di poter dipingere un quadro meraviglioso. Tutti assieme sarebbe di sicuro più bello e appassionante. Tutti assieme forse vinceremmo la scommessa e risponderemmo all’appello ritornando a guardare lontano.

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10 ragioni più che valide ... per non mancare al di Pietro Adami

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1. Vi sarà sicuramente entrato in circolo un po’ di clima primaverile, insieme a un’insana voglia di lasciarvi andare a sfrenate danze fino a tarda sera. Il Venerdì tra la Ska e la balcanica, il sabato tra il rock e lo swing, direi che ce n’è da scatenarsi per tutti i gusti, tutte le religioni e tutti i sessi. (Libera si esime da responsabilità di ormoni impazziti che si aggireranno in quei giorni). 2. Se mi trovate una sola cosa che valga più di sentire Pino Maniaci parlare col suo siciliano indagatore… no, non potete trovarla. 3. Che poi urlare una volta di più che la mafia è una montagna di merda non fa poi così male. 4. Se scopriamo tra l’altro che qualcuno di voi non è venuto al Liberaduno ed è andato al Campus by night, vi veniamo a cercare uno a uno e vi facciamo sentire la discografia completa dei Cugini di Campagna per 48 ore di fila. 5. Avete ancora il minimo dubbio che la mafia a Bologna non esista? Questa forse è la più grande ragione per venire e ricredersi. 6. Avete mai assaggiato il vino rosso “Placido Rizzotto” di Libera? Se no, dopo il primo bicchiere rimarrete estasiati e non vi staccherete più da Libera (e dalla bottiglia). 7. Quest’anno la grinta raddoppia, ed insieme al caro Presidio Universitario ci sarà il Presidio Studentesco a tessere le trame del Liberaduno. Che volete di più? 8. Tanto comunque sareste in piazza Verdi, quindi anche non volendo vi toccherà sentire i nostri fantastici incontri all’aperto. 9. Se anche solo sentite che in questo bel Paese qualcosa che non va effettivamente ci sia, ma non sapete da dove partire per cambiare le cose, un piccolo passo venendo a parlare di mafia e di cultura, nel cuore studentesco della città, può smuovere le montagne. 10. Se non venite, farò questi elenchi da propaganda stalinista per i prossimi mille anni! Saremo disorganizzati, incasinati, sempre all’ultimo momento, forse esa­ geratamente ambiziosi e un poco imbranati, ma crediamo davvero in quello che facciamo. E se vorrete, anche solo per un attimo, assaporare un po’ dell’energia che ogni giorno ci

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spinge a dedicare una fetta della no­ stra vita a Libera e alla bellezza dell’antimafia, non vi resta che infila­ re il naso a Le Scuderie, il 4 e il 5 apri­ le, e dare il vostro contributo a rendere il Liberaduno 2.0 un bel mo­ mento di condivisione e di speranza.


Liberi dì

L’altro giorno sono entrata in una ta­ baccheria per comprare un biglietto dell’autobus, davanti a me c’erano due si­ gnore asiatiche che hanno chiesto, in un inglese maccheronico, “qualcosa che rappresenti Bologna”, la tabaccaia ha allungato loro due calamitine di dubbio gusto: le torri e il quadro della ragazza dall’orecchino di perla. Brividi. Senza contare che qualcuno potrebbe far notare che Vermeer, come suggerisce il nome, ha poco di emiliano o bologne­ se, quello che fa davvero rabbrividire è la necessità di assimilare a un oggetto, brutto e dozzinale, delle opere d’arte, è il bisogno di avere simboli per riconoscere cosa è “da vedere”, e non cosa è bello o interessante. L’idea che Roma sia il Co­ losseo e Napoli Pulcinella, che Torino sia la Mole e Bologna le due torri: un turi­ smo che non arricchisce. Allo stesso modo la mostra a Palazzo Fava segue questa politica e, difatti, da­ vanti a un quadro di Vermeer diverso da quello della ragazza con l’orecchino, pas­ siamo indifferenti, perché, quello che serve per identificare il nostro “essere stati alla mostra” e il nostro “interesse culturale” è quell’unico pezzo, che ormai ci esce dagli occhi e dalle orecchie perché visto, rivisto e stravisto in vetrine, forse molto meglio di quanto si possa ve­ derlo dal vivo: almeno non ci sono le centocinque persone che spintonano perché sono già passati i tuoi cinque mi­ nuti. “Il mito della Golden Age, da Vermeer a Rembrandt”, così si chiama la mostra, ma l’unica immagine che rimarrà, pas­ sato il 25 maggio, sarà lo sguardo impau­ rito di una giovane donna con un turbante. La tristezza di un quadro che ha abbandonato la sua epoca ed è stato reso assoluto, intoccabile dal tempo. Moltiplicato in ogni forma e dimensione, guarda passare i bolognesi da tutte le prospettive pensabili, è stampato in bolli­ ni sotto i portici, riprodotto in falsi nelle vetrine di antiquari, icona in quelle di ottici, profumerie, negozi di abbiglia­ mento, è il nuovo menu di molte tratto­ rie, chissà se Vermeer aveva la vaga idea di che forma avessero le tagliatelle al ra­ gù proposte. La folla di gente che stanzia in fila da­ vanti a Palazzo Fava fa sperare, fi­ nalmente, a un evento culturale che riesca ad attrarre il vasto e vario pubbli­ co, ma lo è davvero? Per chi è stata pensata questa mostra? E perché, se la gente è disposta a pagare 13 euro per entrare, non c’è il triplo della coda all’ingresso della pinacoteca (2 euro)?

Perché non si vedono fiumane a Santa Cecilia o nel Museo Medievale, ospitato dallo stesso palazzo della mostra? Ho riflettuto e discusso a lungo sul va­ lore da dare alle mostre. Se nell’800 i ricchi rampolli potevano permettersi il gusto di un viaggio europeo per visitare le meraviglie, oggi pochi di noi hanno il denaro, ma soprattutto il tempo, per affrontare una simile impresa. Una mo­ stra, ovvero il trasferimento per un de­ terminato periodo di opere d’arte da un museo ad un altro, può essere un interes­ sante alternativa, un’occasione per molti di vedere dal vivo quadri, sculture e ope­ re. Bene, se ciò è fatto in certi termini, con determinati accorgimenti, e conside­ rando pur sempre che spostare un’opera da un paese a un altro comporta, oltre che un enorme spesa (bisogna firmare accordi e pagare assicurazioni di ogni sorta), anche un notevole pericolo per l’opera, la quale, anche escludendo danneggiamenti evidenti, viene rovinata in ogni caso: l’arte è duratura, ma, ahi­ mè, non eterna. Tuttavia, ciò è ancora accettabile se poi la mostra raggiunge, appunto, il fine spe­ rato; invece, quella ragazza, isolata in una sala dove le persone si accalcano per scorgerla, non ha più niente di Vermeer, niente dell’Olanda, niente del Seicento. È assolutizzata, ma questo l’annienta, non è più un’opera d’arte poiché mille sono le copie; è un’opera di marketing, questo sì, ma allora dobbiamo chiederci: è effettivamente questa la cultura che ci interessa incenti­ vare? Non si parla più, quindi, di questa sola mostra, ma un discorso più ampio, che coinvolge i vari settori dell’amministra­ zione dei Beni Culturali. Assodato che il Ministero dei Beni Culturali riceve sempre un posto di riguardo nei discorsi d’insediamento dei vari governi che si so­ no succeduti, salvo poi cadere nel più completo oblio per tutto il periodo successivo, non è forse il caso di utilizza­ re le poche risorse economiche fornite alle sovraintenze per salvaguardare e promuovere ciò che già è all’interno del nostro patrimonio, piuttosto che ospitare mostre da tutto il mondo? A Bologna Vermeer, a Roma Frida, a Ferrara Matisse e intanto crolla l’ennesimo muro di Pompei (vengono

cultura

addirittura rubati gli affreschi), il centro storico di Bologna languisce nel degrado, senza contare l’enorme numero di musei perennemente vuoti e deserti. Perché non fare pubblicità anche a questi posti? Una pubblicità sana, non interessata al vendere più biglietti possibili e far comprare più gadget, bensì a un accre­ scimento culturale. Troppo spesso si è sentito che “con la cultura non si mangia”, o anche che “i Beni Culturali sono la grande cassa dell’Italia”; tali affermazioni, apparente­ mente in contrasto l’una con l’altra, sono entrambe frutto di una medesima cultu­ ra: quella per cui ciò che non è “econo­ micamente stimabile” non serve ed è un di più. Invece, le opere d’arte e i beni pae­ saggistici del nostro paese sono da salva­ guardare, tutelare e rivalutare a prescindere da un eventuale valore eco­ nomico, sono da mantenere perché sono nostri, di noi cittadini grazie all’art.9 della Costituzione, ma non solo, di noi come umanità. “La bellezza non fa rivo­ luzioni, ma arriva il giorno in cui le rivo­ luzioni hanno bisogno di lei”, e se scriviamo bellezza per dire cultura, allo­ ra non credo sia necessario aggiungere altro.

di Francesca Della Santa

La ragazza

senza

orecchino

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memoria

La fìmmina che sapeva troppo Diventata insegnante alle elementari, Renata cominciò ad impegnarsi nella vita politica all’interno del Partito Repubblicano Italiano, della quale fu Segretario cittadino, prima di entrare nel direttivo provinciale. Si candidò alle elezioni amministrative comu­ nali nel 1982 e divenne assessore alle Finanze; si spostò poi all’assessorato della Pubblica Istru­ zione, Cultura, Sport e Spettacolo. Al contempo il suo impegno civile si estese tanto che diventò anche la dirigente del Comi­ tato per la Tutela di Porto Selvaggio, un parco naturale minacciato dalle lottizzazioni e dalle speculazioni edilizie: la sua lotta e quella del Comitato vennero riportate anche sui mass me­ dia, e questo impegno portò all’emanazione di una legge regionale a tutela del parco stesso.

di Giulia Silvestri

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Le donne che hanno sfidato le mafie, e che lo hanno fatto per amore, soprattutto dei propri fi­ gli, sono sempre esistite. Donne che sono nate all’interno di una famiglia mafiosa e, dopo aver assistito a quella crudeltà che non risparmia mai donne e bambini, hanno scelto di crescere i loro figli e le loro figlie in un ambiente sano e non corrotto. Donne che sono state “adottate” da una famiglia mafiosa dal momento in cui si so­ no spostate, o addirittura solo fidanzate, con un affiliato. Tutte loro hanno un volto e un nome, e rendo­ no vive queste poche righe. Poi, ci sono quelle donne, come Renata Fonte, che hanno sfidato la mafia per mantenersi fede­ li ai propri valori. Renata Fonte nacque a Nardò, in provincia di Lecce, il 10 marzo del 1951. Dopo essere stata lontana dalla sua terra per seguire il marito, vi fece ritorno quando questo venne assegnato all’aeroporto di Brindisi.

Renata Fonte è stata uccisa la notte del 31 marzo del 1984, alla sola età di trentatré anni. Stava tornando a casa dopo un Consiglio Co­ munale. Questo dettaglio è molto importante: non ha mai smesso di fare il suo lavoro, non si è mai piegata, non si è mai fatta sedurre da pro­ poste illegittime, o comunque degradanti per la terra che tanto amava. Gli esecutori materiali del delitto, coloro che l’hanno freddata con tre colpi di pistola, sono Marcello My e Giuseppe Durante, e il mandante è risultato essere – secondo le indagini prima, confermate dalle sentenze poi – Antonio Soria­ no. Soriano era un altro membro del PRI, un uomo conosciuto col nome di “procuratore di pensioni per finti invalidi”, nonché il primo non eletto al consiglio comunale. Renata Fonte: anche lei donna che ha sfidato la mafia per amore. Un amore travolgente come può essere quello per il tuo paese, per il luogo in cui sei nata o cresciuta; quell’amore che implica cittadinanza attiva, impegno e, anche, resistenza. A Renata nel 2009 è stata dedicata una stele, situata all’interno del parco di Porto Selvaggio, che la ricorda proprio per il suo impegno civile e politico.

RenataFonte


Liberi dì

... Tutte le notizie che Libera non mi ha censurato nelle settimane appena trascorse.

Mi rendo conto che sta per scoppiare una guerra in Crimea, ma preferisco pensare all'uscita del prossimo libro di Jules Verne.

Se Putin avesse giustificato l'occupazione della Crimea affermando che in Ucraina da decenni scrivono "qual'è" con l'apostrofo, su Facebook nessuno gli avrebbe rotto il cazzo.

non c'è un cazzo da ridere

Non pago, fai il frocio per Ozpetek sopportando Ambra Angiolini sul set che ti canticchia Renga nell'orecchio in pausa pranzo. Ad una certa, disperato, impari persino l'inglese sparandoti i più grossi blockbuster: tutte le cronache de Narnia, il film degli zombie con Brad Pitt, Rush, Angeli e Demoni dove ti tocca scorrazzare il culone di Tom Hanks in giro per le chiese di mezza Roma... e non vai a perderti proprio l'unico cazzo di film, girato fra l'altro sotto casa tua, che ti va a vincere l'oscar? Certo che essere Pierfrancesco Favino, oggi, ti girano i coglioni a mille, eh.

Che poi, diciamocelo, La Grande Bellezza è semplicemente lo spin­off de Il Divo su Paolo Cirino Pomicino.

Renzi ha quella faccia un po' imbecille che ha la gente quando è li che non gli viene lo starnuto.

Riccardo Fogli canta per i russi in Crimea. L'Europa c'è andata giù pesante con le sanzioni.

Ok, non sei male, hai una faccia che funziona, sei ambizioso e per inseguire l'utopia di una statuetta dorata inizi con le tristonate sentimentaliste di Muccino che tanto piacciono alle giurie americane. Poi Romanzo Criminale, con Michele Placido che ti urla addosso e ti fa rifare le scene 300 volte solo per farti vedere che lui ne sa.

Beatrice Borromeo è quella figlia introversa un po' snob a cui molto ottimisticamente hai installato internet sperando che, malgrado le giornate di refresh disperato e compulsivo sulla home Gucci e gli euro buttati in costose cover per iPhone 5s da 200 carati, potesse inspiegabilmente diventare un giorno non dico la nuova Zuckerberg ma almeno una cazzuta latifondista di successo su Farmville. E invece l'ingrata ti spezza il cuore facendosi beccare su Yahoo Answer mentre digita: "Sto scrivendo un articolo romanzato di copule in tenera età. Conoscete vostre amiche che si sono fatte stappare di fresco? (^_~) No bonifici, Sì ricariche cell o in alternativa vite gratis a Candy Crush".

Le Olimpiadi invernali sono state così noiose che la RAI avrebbe potuto tranquillamente aumentare lo share mandando in chiaro per 4 ore e mezzo il mio pc che faceva la deframmentazione disco e mostrare a tutti la magia delle caselline rosse che diventano blu, nessuno se ne sarebbe lamentato.

Prima di prendere una decisione di tale importanza, credo sia fondamentale sentire l'opinione delle dirette interessate: donne, siete d'accordo con le quote rosa o le vorreste di un altro colore?

Matteo Renzi è uno di quelli che in pizzeria, mentre stai per raggiungere il tavolo dei tuoi amici, alza il dito e ti ordina una "prosciutto e funghi" scambiandoti per il cameriere. #larobabuona

Spero che quando si parli di viralità riferita al video su youtube "First Kiss" (aka VideoCheHaCommossoIlWeb n#63132579) la si intenda nel senso di mononucleosi massiva e fulminante.

di Marco Delvecchio

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Liberi dì 08