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Liberi dĂŹ

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Dicembre 2013 - Acerbi pensieri di un bolognese novembrino, Jacopo Curi_ 3

editoriale

- La Terra dei Fuochi, Sabina Grossi, Antonio Manfredonia_ 10-11 - Operazione Minotauro, Matteo Bonelli, Eleonora Celoria_ 14-15

mafia

- Se un fiore dell'antimafia appassisce, Pietro Adami_ 9

- Lettera di don Ciotti al pm Di Matteo_ 13

- Tempi di alta civiltà, Alessandra Sapia_ 16

- Cloe, dell'incomunicabilità Margherita Kay Budillon_ 6

rubrica

riflessioni invisibili

Sommario

antimafia

- 18 milioni di motivi per dire basta, Antonio Cormaci, Tania Bergamelli_ 8

università

- Ferite a morte. Dare voce alle donne, Giulia Silvestri_ 17

bologna

memoria

- L'esordio cinematografico di Pif Flavia Amoroso_ 18

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Il mosaico bolognese Liberi dì n. 06, dicembre 2013 In copertina: foto di Michele Clerico

- L'altro lato della strada, Giulia Zoratti_ 4

- Aut Out, un giro al Pratello sulle

frequenze di Radio Alice,

Flavia Amoroso_ 5

- La colpa è anche nostra Ilaria Bianco_ 7

- Rapido 900, Giulia Silvestri_ 12

recensione

la copertina

,

freddure

di Marco Delvecchio_ 19


Liberi dì

editoriale

Tiepidi raggi invernali fanno capolino sui cornicioni dei palazzi rossastri. di Jacopo Curi Il mattino ha il tenue colore della leggerezza di una giornata appena cominciata. Piazza Verdi si anima dei vivaci capannelli di studenti, già bonariamente stufi delle lezioni non ancora iniziate. La “generosa” università freme per inghiottire questa brulicante umanità. Qualche ritardatario sfreccia per il portico dei Servi, cercando di farsi spazio tra i passanti imbambolati alle bancarelle del Mercatino di Santa Lucia. Un’altra giornata frenetica ha avuto il suo battesimo! E ora via: a lezione, a lezione! Sperando che Lettere non sia di nuovo occupata. Ogni tanto ti chiedi se siano stati di più i conclave degli ultimi due secoli o le occupazioni del 38 di via Zamboni. Quale centro sociale sarà stato mai? Ricchi di idee, ma poveri nei metodi... Rifletti. Un vortice di pensieri e spunti abbozzati cominciano a mulinare nella tua testa. Richiami nostalgici di tempi andati cominciano ad imporsi nel mezzo della tempesta: i magnifici anni delle radio libere, di decisi e quadrati movimenti politici; rapidi che vengono fatti esplodere sugli Appennini che hanno ospitato la Resistenza antifascista; i gruppi di lotta femministi, persi nell’oblio della Storia; il fenomeno mafioso erroneamente relegato da un recinto di “buonsenso” in un qualche paesino del sud Italia. Tutto questo è Storia, in modo altalenante, una grande grande storia. Ora... Ora ci sono le radio sommerse che vanno in onda online, le giornate contro la violenza sulle donne innervate di una miriade di iniziative, sentenze dei tribunali che comprovano in modo irrefutabile la presenza delle mafie al nord. Cosa è cambiato esattamente da allora e cosa no? Qualcosa è effettivamente mutato? Sprazzi e virgulti di cultura e di vitalità politica, separati e circondati da corridoi di grigio nichilismo, di osceno e obliante consumo. È possibile ricomporre questo variegato mosaico? Come dargli un senso coerente? È possibile illuminare e colorare questi grigi corridoi? Senza disintegrare quello che è stato, sarà possibile. Creare il grande consorzio umano, riempiendo quei corridoi, occupandoli e riappropriandocene. Crescendo, e per questo diventando forti. Questa sarà la grande sfida, la grande sfida delle nostre esistenze. In questo numero, abbiamo deciso di raccoglierla.

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Dicembre 2013

la copertina di Giulia Zoratti I giornali l’hanno descritta come la terra della Solidarietà, il regno della Fratellanza, l’apoteosi dell’Amore, il paradiso della Condivisione: non era possibile non innamorarsi di via Fondazza pur non avendoci mai messo piede. Poi ci sono andata, ho parlato con i proprietari di alcune attività e per l’ennesima volta mi sono ritrovata di fronte alla triste verità che dove ci son rose ci sono anche spine. Fino a quando parli con ragazzi entro alla trentina (con la premessa che stabilire l’età delle persone non è il mio forte) tutto bene, evviva le social street!, evviva facebook!, ma man mano che l’età aumenta aumentano anche i dubbi. Entro al bar, l’unico di via Fondazza, e non appena capiscono perché io sia lì i sorrisi diventano ironici, il tono amaro e sarcastico: “Loro non sono mica ‘Fondazziani veri’, stanno qui da 2 anni e si lamentano che non conoscono nessuno; ci credo, stanno sempre chiusi in casa! Per conoscere la gente basta scendere in strada, venire al bar. Tu credi che siano mai venuti qui? No, ci snobbano stanno sempre fra di loro poi boh, si sono messi lì l’altro giorno a fare le foto davanti al pakistano ma basta. Ci sono il barbiere che è qui da sempre, anche io sono qui da sempre, poi l’osteria di via Fondazza è questa qui, non quella nuova che hanno aperto di là” Non tutti, insomma, apprezzano la novità; forse proprio perché è una novità, forse perché tutto ciò che nasce in internet viene visto con sospetto da chi con internet ha poca familiarità, forse perché i promotori dell’iniziativa hanno, consapevolmente o meno, applicato un filtro, rivolgendosi solo a quella fascia di abitanti che a priori sembrava più ricettiva. Marco, il proprietario della copisteria, mi ha fornito la sua interpretazione: il problema sta nella mancanza di un discorso “storico”, da più punti di vista. Innanzitutto, quelli “vecchi” continuano ad usare il vecchio metodo per socializzare, ovvero trovandosi direttamente al bar dove sono annullate tutte le differenze, dove nessuno ti rompe le scatole, qualunque sia il tuo mestiere; e, anzi, dove trovi sempre .

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L'altro lato della un paio di braccia in più pronte a darti una mano se la macchina resta in panne, qualcuno disposto ad aiutarti. Non capiscono quindi il senso di spostare questo contatto dalla strada al web (per poi riportarlo sulla strada, ma di questo non hanno fatto menzione), e non lo capiscono soprattutto perché, è questo il punto numero due, nessuno glielo ha mai spiegato. Non usano il computer e nessuno si è mai preso la briga di andare a spiegare i propositi della social street a chi già in partenza si dimostra scettico: ne è nata una divisione che a mio parere impedisce di poter dire “Si, questa è una social street dove TUTTI si conoscono e si danno una mano a vicenda”. Alcuni “tutti” si conoscono e non conoscono gli altri “tutti”, che a loro volta si conoscono tra loro ma non conoscono quegli “alcuni tutti”. Ha senso rimproverare ad uno scettico la sua mancanza di interesse, ma non si può pretendere che nasca da lui la voglia di capire come funzionino (come dovrebbero funzionare) le cose. Marco, insomma, è convinto che dovrebbero venir coinvolti anche coloro che abitano lì da tempo immemorabile, da prima della guerra, e che sono dispostissimi a dare una mano ai loro amici dirimpettai anche senza bisogno del wifi come tramite. E questo “revival” andrebbe applicato non solo alle vecchie glorie in carne ed ossa, ma anche ai monumenti, ai tesori che via Fondazza custodisce; non si tratta solo di Casa Morandi, ma di una collezione di reperti storici che possono diventare tappe di un vero e proprio percorso che infatti una volta veniva proposto agli abitanti sotto la guida del libraio, ormai trasferitosi. Via Fondazza era una social street ben prima dell’avvento di facebook: a quanto sembra, cambiano i metodi ma non la sostanza. E il problema è questo: i nuovi metodi non vengono visti di buon occhio e paradossalmente diventano loro stessi ostacolo al progetto che vogliono propugnare, un motivo di frattura all’interno del gruppo che vogliono unire. Perché “non è una cattiva idea. Cioè, Bologna non è più Bologna, una volta c’era molto di più questo elemento ‘sociale’ insomma, tutti erano molto più

strada

disponibili verso gli altri, magari questo aiuta a far tornare le cose un po’ come prima. Io amo la mia città e in via Fondazza mi trovo benissimo, è un’isola felice, un assaggio della vecchia Bologna; non come quando stavo in via delle Belle Arti”. Via delle Belle Arti che è stata il punto di partenza delle mie indagini: neonata social street, ha ancora molta strada da fare prima di potersi definire veramente tale. Moltissimi non sanno nulla dell’iniziativa, altri – di nuovo, i più anziani – ricordano che non è niente di nuovo, ai loro tempi ci si metteva d’accordo e si organizzavano le feste dal meccanico perché aveva lo spazio più ampio, ci si collegava al contatore della coop per gli addobbi natalizi, mentre ora alla gente non interessa più nulla, si fanno tutti i cavoli loro. Gli immigrati (una forma di razzismo al contrario?) dicono che “si, io sono ‘social’ perché vengono sempre a chiedermi il latte in prestito e io glielo do, ma non ho mai chiesto niente in cambio, non so se loro sarebbero altrettanto ‘social’ con me.” Ma anche qui l’idea ha i suoi sostenitori, tra cui la giornalaia (definita da terzi il centro della via, quella che ha tutto sotto controllo), che trovano nel gruppo su facebook un’occasione anche per soddisfare le proprie curiosità, come ad esempio il significato delle scarpe appese ai fili dell’alta tensione davanti alla biblioteca Bignavi (chi lo sa? Eh?). Anche in via del Pratello, via Nazario Sauro, via del Borgo di San Pietro, via Santa Caterina l’iniziativa è nata da troppo poco tempo perché qualcuno abbia saputo qualcosa in più rispetto a “sì, è passata una con i volantini, ma non so bene, il computer lo uso poco” ; si respira molto meno scetticismo da queste parti e i proprietari di alcune attività commerciali si sono iscritti al gruppo della loro via perché, ad ogni buon conto, intanto si fanno conoscere. Quindi le “social street” non sono quel fenomeno rivoluzionario che avevo tanto sperato, non sono ancora abbastanza conosciute e apprezzate; non sono un fenomeno di tutti. Riusciranno a diventarlo?


C’è un luogo a Bologna, che sembra una paese a sé, ha le sue regole, i suoi tempi. Sembra quasi staccato dal resto della città, una strada che è un quartiere, un quartiere con un’anima e una storia. Chi non si è mai fatto una birra al Pratello? Chi non ha mai fatto avanti e indietro sui suoi sanpietrini, magari in bicicletta? Ma questa non è solo la strada delle birrerie e delle buone trattorie, la storia del Pratello è antica e affascinante. Inizia nel Medioevo, quando faceva da rifugio a truffatori e giocatori d’azzardo, e arriva fino ai giorni nostri, trovando il suo culmine negli anni Settanta, con Radio Alice, il Circolo Pavese e le case occupate. Radio Alice fu una delle prime radio libere italiane, iniziò a trasmettere nel 1976 proprio da una soffitta di via del Pratello. La radio, espressione creativa di componenti del movimento studentesco settantino, si rese mezzo di questa nuova forma di comunicazione libera e volle farsi promotrice di un nuovo fermento culturale, aprendo i suoi microfoni a chiunque avesse voglia di esprimersi. Ma che fine ha fatto Alice? “Alice dove sei?” è appunto il titolo della prima puntata del nuovo programma di Radio Sommersa, web radio universitaria nata da un progetto dei ragazzi di Sinistra Universitaria, che si chiama Aut Out. Il nome non fa riferimento all’opera di Kierkegaard, né vuole

ricordare la radio libera di Cinisi di Peppino Impastato e Salvo Vitale. Letteralmente è “o fuori”, ma fuori da cosa? “Fuori de coccia”, dice simpaticamente Carmen, una dei quattro ideatori e conduttori del programma. Aut Out è una “partogenesi collettiva” di ragazzi che hanno già fatto radio in passato e che hanno un intento comune: quello di realizzare un programma d’approfondimento, in cui le informazioni non siano ricavate dalle solite fonti, come wikipedia o altri siti web, ma dalle persone, per arrivare meglio alle persone. Il programma è stato lanciato con un aperitivo che ha riempito di gente uno dei luoghi simbolo del Pratello, il vecchio Circolo Pavese. Nelle scorse settimane, armandosi di registratore, i ragazzi hanno fatto su e giù per via del Pratello raccogliendo un sacco di materiale che hanno poi usato per la loro prima puntata, dedicata appunto a questa piccola realtà bolognese. L’idea, spiega Giosuè, era quella di contestualizzare la realtà attuale del Pratello nella sua storia passata; così, partendo dall’intervista a Lino, l’edicolante della via, si ricostruisce la storia di Radio Alice, ripercorrendo i suoi 13 mesi di vita intensissima, a cui parteciparono grandi personalità come Andrea Pazienza e Carmelo Bene, fino al momento dello sgombero da parte delle forze dell’ordine nel 1977.

Liberi dì

la copertina di Flavia Amoroso

Ma parliamo di radio libere in un programma trasmesso da una web radio. Grazie ai portentosi server che mandano in diretta streaming anche da casa, oggi mettere su una radio è davvero semplice. Certo, tale facilità ha portato con sé qualche complicanza per gli utenti: mentre prima bastava girare la manopola per ritrovarsi su una delle quattro o cinque stazioni esistenti, oggi le opzioni si sono moltiplicate grazie all’immensa rete di web radio che offre palinsesti per tutti i gusti. Un gesto di libertà in Aut Out e, più in generale, in Radio Sommersa c’è e sta nella scelta di mandare in onda solo musica “sommersa”, brani cioè non depositati in SIAE ma coperti dalle licenze Creative Commons, che possono circolare senza troppe restrizioni. In questo modo, si promuovono anche le band e gli artisti emergenti, proponendosi come punto di promozione e aggregazione culturale per la realtà studentesca. Trovate tutte le informazioni sul profilo FB del programma: Aut Out, e sul sito web www.radiosommersa.it

Aut Out , un giro al Pratello

sulle frequenze di

Radio Alice

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Dicembre 2013

rubrica

riflessioni invisibili

«A Cloe, grande città, le persone che passano per le vie non si conoscono. Al vedersi immaginano mille cose uno dell’altro, gli incontri che potrebbero avvenire tra loro, le conversazioni, le sorprese, le carezze, i morsi. Ma nessuno saluta nessuno, gli sguardi si incrociano per un secondo e poi si sfuggono, cercano altri sguardi, non si fermano […]. Qualcosa corre tra i vari abitanti della città, uno scambiarsi di sguardi come linee che collegano una figura all’altra e disegnano frecce, stelle, triangoli, finché tutte le combinazioni in una attimo sono esaurite, e altri personaggi entrano in scena […]. Così tra chi per caso si trova insieme a ripararsi dalla pioggia sotto il portico, o si accalca sotto un tendone del bazaar, o sosta ad ascoltare la banda in piazza, si consumano incontri, seduzioni, amplessi, orge, senza che ci si scambi una parola, senza che ci si sfiori con un dito, quasi senza alzare gli occhi».

Cloe, dell'incomunicabilità

La Cloe di Calvino è la città dagli incontri muti: nessuno si conosce, tutti s’incrociano, si sfiorano ma restano indifferenti gli uni agli altri. Nessuno sembra sapere interagire con l’altro, come se un incantesimo avesse racchiuso tutti gli abitanti di Cloe nel proprio bozzolo, tappandogli bocca e orecchie e lasciando scoperti solo gli occhi. Ci si ferma alle immagini, le conversazioni e le carezze sono solo immaginate. Si crea così un dialogo silenzioso fatto di sguardi che tessono fili: si srotola un gomitolo sperando che qualcuno ne raccolga un capo e lo segua. Sono tutte Arianne in questa città e non c’è nessun Teseo. Dentro ogni abitante si agitano sogni senza che si cerchi di dar loro vita. Si tratta di una visione della città moderna in cui siamo legati, collegati, ma senza una vera comunicazione. Sarà che ormai è più semplice comunicare solo con il proprio mondo. Grazie alla tecnologia è possibile chiudersi nella propria cerchia di amici, o meglio di contatti, decidendo cosa comunicare e ricevendo ciò che questi scelgono di comunicare. È più semplice rispetto al confronto con le folle del mondo esterno. Perché sì, da una parte è difficile essere soli: non ci si riesce proprio, neanche a volerlo, neanche a cercarlo: è un diluvio di folle, dovunque. In nessuna epoca della storia si è mai vista una tale quantità di folle in giro per il mondo, e non

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sempre per una circostanza eccezionale. Intanto, la solitudine aumenta e si fa più acuta. In quanto negazione radicale dell’autentica comunicazione, dell’autentico relazionarsi delle persone con se stesse e con l’altro, la folla è la quintessenza della solitudine. Vivendoli in questo modo, tra folle e solitudini, gli spazi quotidiani diventano luoghi abitati solo da fantasmi; nella folla le persone che ci circondano non si fanno reali, assumono statuto di pallide figure mute, appartenenti a una realtà altra, con cui non si riesce a interagire. Ogni giorno, nelle nostre città, strade, palazzi, siamo circondati da altri fantasmi, che si manifestano per apparizioni discontinue, eppure fanno sentire la propria presenza continuamente: conosciamo gli orari di tutti, quando si svegliano e quando cucinano, conosciamo la musica che ascoltano, i cibi che mangiano e le sigarette che fumano. Ne conosciamo le voci che però abbiamo ascoltato quando non erano rivolte a noi. Pur immaginandone tutta una vita al di là del muro (materiale e mentale) che ci separa, non abbiamo il coraggio di superarlo, il muro. Così Cloe resta immutata, trattenendo le sue vibrazioni represse. Qualcuno che ha abbattuto il muro però esiste: partendo dal semplice presupposto che condividiamo le stesse necessità e desideri di chi ci circonda, il

signor Federico Bastioni (cfr. articolo a pag. 4) ha deciso di rendere reali i fantasmi che abitavano la sua strada. Nessun incantesimo è servito, ma un annuncio ha reso una strada fantasma una strada sociale. «Se uomini e donne cominciassero a vivere i loro effimeri sogni, ogni fantasma diventerebbe una persona con cui cominciare una storia fatta di inseguimenti, di finzioni, di malintesi, d’urti, di oppressioni, e la giostra della fantasia si fermerebbe». Ha ragione Calvino: se ciascuno cercasse di dar corpo ai propri sogni, la giostra della fantasia non suonerebbe più la stessa musica. Ma ci sarebbe allora qualcuno con cui condividere problemi e cercare soluzioni, a cui chiedere aiuto in caso di necessità. Qualcuno con cui far accadere le conversazioni, le sorprese, le carezze, i morsi, prima soltanto immaginati.

di Margherita Kay Budillon


“L’Arena del Sole deve vivere”, urlava Moni Ovadia dal palco dell’Arena stessa lo scorso 16 novembre, al termine del suo “Prapatapumpapumpapà”. Questo teatro deve vivere, urlava ed io lo ascoltavo e me ne convincevo, ancora incantata da quelle 2 ore bellissime, sulla mia comoda poltrona, nonostante un biglietto acquistato a soli 6 euro per i palchetti più sfigati, quelli che stimolano la tua immaginazione in quanto altrimenti i protagonisti sembrerebbero tutti delle sagome informi. Fortuna mia, da una parte, dall’altra, ahimè, data la scarsa affluenza, lo Stabile aveva deciso di chiudere il settore più basso, il mio appunto, ed aprire i palchetti sopra. In Via dell’Indipendenza dal lontano 1810, acquistata dal Comune di Bologna nel 1984, questo meraviglioso spazio culturale risente anch’esso da qualche tempo dell’indifferenza dei più. Sì, c’è crisi economica, si potrebbe assumere come scriminante in merito: ma la giustificazione non regge quando dall’altra parte l’Arena si mostra da sempre attenta verso i più giovani, universitari dell’Alma Mater perlopiù, rinnova annualmente la convenzione con il Dipartimento delle Arti e Spettacoli dell’Università di Bologna, riduce i biglietti per gli under 29 e così via. Moni Ovadia non recitava più ma urlava il suo appello per ridarle vita, portatore di tale istanza già da mesi, ormai. Quest’estate, infatti, lessi un articolo sul

“Fatto Quotidiano” proprio sull’Arena del Sole. Il rinnovo delle convenzioni da parte delle istituzioni pubbliche era arrivato, ma tagliato di centomila euro rispetto all’annata precedente. Nonostante ciò, 28 lavoratori dello stabile di Bologna, gratuitamente in quanto in cassa integrazione, programmarono comunque una settimana di spettacoli a libera offerta, con Alessandro Bergonzoni ad esempio, Moni Ovadia per l’appunto ed altri. Perché l’economia del Paese è in crisi, l’Italia non ha soldi, si deve pur tagliare da qualche parte per evitare il collasso totale. Ma per chi vive di essa e con essa, chi vive affinché la cultura sia fruibile ai più, a noi giovani studenti soprattutto, si è “APERTI COMUNQUE”, come recitava il loro slogan a luglio, nonostante la mancanza di appoggio economico e, soprattutto, le incertezze circa la futura continuità o meno del loro lavoro. “Questo è il cuore pulsante del teatro bolognese: non posso immaginare la città senza Arena del Sole: il problema della cultura è strategico per uscire dal pantano del nostro Paese”, Ovadia in quei giorni, nei giorni dopo ed oggi, ancora. Dopo gli applausi per il meraviglioso spettacolo visto, dall’altra parte non ho potuto evitare di fare i conti con lo svilente spettacolo messo in scena da noi tutti i giorni, evitando le (troppo semplici) accuse ai soliti piani alti, ma guardando alla mia realtà, ad un palmo dal mio naso, guardando a noi.

Liberi dì

la copertina

Come affetti da uno strano bipolarismo, infatti, da una parte critichiamo lo Stato, le istituzioni che tolgono fondi all’Università, l’appiattimento culturale che i mass-media ci propinano ogni giorno; dall’altra, siamo ogni sera a terra in Piazza Verdi, magari alla quarta birra della serata, non si va a letto senza aver speso almeno 5 o 6 euro in bevute. E allora la domanda sarebbe solo una, ma la risposta stenterebbe a venire. Se non siamo noi a comprendere – noi stessi, che da bravi Dr. Jekyll critichiamo tanto chi ci governa – che è dalla Cultura che potremmo ripartire, che è con essa che potremmo cercare di risollevarci sotto ogni punto di vista essendo indispensabile e, a mio avviso, sufficiente di per se stessa, e che quei 6 euro a sera per sbronzarci in compagnia potrebbero essere investiti diversamente dato che ce n’è l’opportunità. Se non comprendiamo ciò, come pretendiamo di criticare? Ecco, credo che ora come ora non possiamo, facendo i conti con la nostra reale (altra-) natura da Mr Hyde.

di Ilaria Bianco

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Dicembre 2013

universitĂ di Antonio Cormaci e Tania Bergamelli

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18 milioni di motivi per dire basta


di Pietro Adami

Se un fiore

dell'antimafia

appassisce

Quest’estate sono stato in Calabria, ad Isola Capo Rizzuto, per portare un piccolo contributo alla cooperativa “Terre Ioniche”, attraverso i progetti di Libera Terra. Ho conosciuto molte persone, gio-

vani e meno giovani, impegnate ogni giorno a portare un briciolo di speranza in una terra arida di sogni, dove ’ndrangheta e Stato sono molte volte intercambiabili, dove tracciare un confine è spesso impresa ardua, se non impossibile. Ho incontrato, in un torrido pomeriggio calabrese, anche Carolina Girasole, sindaco di Capo Rizzuto dal 2008 al 2013, balzata agli onori della cronaca per i continui attacchi e le numerose minacce subite dalla mafia. Mi ha subito colpito la sua storia di determinazione e cocciutaggine, in barba a tutto e a tutti, in prima linea contro l’ndrangheta ed il clan Arena. Insieme a me, ad ascoltarla, c’erano molti ragazzi venuti da tutta Italia per conoscere la vita di questo sperduto paese calabrese così indissolubilmente legata alla vita della Girasole, che davanti alla platea racconta con fermezza il suo difficile cammino. Intimidazioni, lettere anonime, macchine bruciate, minacce sui muri, con gli abitanti del comune quasi sempre muti sotto il peso dell’indifferenza. Isola di Capo Rizzuto, in realtà un lungo promontorio a dispetto del nome, “scopre” la mafia nel 2003, quando il comune viene sciolto per infiltrazione mafiosa, tornando ad elezioni solo nel 2008. Si candida Carolina Girasole e da subito si fa portavoce di legalità, con parole dure e forti contro l’ndrangheta. Inizia il suo mandato ed iniziano gli attacchi. La Girasole non si arrende, sostenuta con forti messaggi di solidarietà dal mondo politico nazionale e da Libera. “L’indignazione e la rabbia che ci spingono ad essere con te oggi, carissima Carolina, in questa giornata di libertà e legalità, è tutt’altro che la vuota ritualità di una mobilitazione di piazza. È la caparbia volontà di riscatto, l’alba di una liberazione”. Con queste parole Tonio dell’Olio, dell’ufficio di presidenza di Libera, nel 2010 iniziava un bellissimo comunicato sul sito dell’associazione, in sostegno del sindaco dopo l’ennesimo attacco mafioso. In breve tempo Carolina Girasole diventa simbolo di antimafia, a fianco di Carmela Lanzetta ed Elisabetta Tripodi, inneggiata come eroina di giustizia nel meridione. L’ultimo attacco lo subisce il 29 maggio di quest’anno, all’indomani delle elezioni comunali che la vedono perdere nettamente. Le viene incendiata la casa dove trascorre le vacanze estive, sembra l’ennesimo atto arrogante dell’ndrangheta, che vuole coronare la sua vittoria elettorale. “Le scelte impopo-

Liberi dì

antimafia

lari, il garantire i diritti e il non fare favori non garantiscono un ritorno elettorale”, sostiene quel giorno la Girasole. Da martedì 3 dicembre Carolina Girasole, ex sindaco di Isola Capo Rizzuto e paladina dell’antimafia, è agli arresti

domiciliari. La guardia di finanza di Crotone ha eseguito 13 ordinanze di custodia cautelare, a seguito dell’operazione denominata “Insula” avviata dalla Procura distrettuale antimafia di Catanzaro. Tra gli arrestati vi è il boss Nicola Arena, capo dell’omonima ’ndrina, già in carcere. Carolina Girasole, insieme al marito Franco Pugliese, è indagata per voto di scambio e turbativa d’asta: in cambio di voti, la Girasole avrebbe promesso di favorire il clan Arena nel mantenimento del possesso di un bene, sequestrato nel 2005 e confiscato nel 2007, di 78 ettari, l’azienda agricola San Giovanni. La notizia mi ha colpito come un cazzotto nello stomaco. La prima reazione è stata di incredulità, seguita da una forte indignazione, culminata nella rassegnazione. Perché continuare a lottare, ogni giorno, quando i tuoi compagni di battaglia spesso si rivelano più mafiosi dei mafiosi stessi? Perché sprecare fiato, energie, sogni, quando la realtà troppe volte ci schianta per terra, ci lascia disincantati e sgomenti? Perché non unirci anche noi al coro di voci che in questi giorni chiedono la testa di Libera e di don Ciotti, colpevoli di aver sostenuto in questi anni la Girasole? Perché è nella nostra indole, la lotta per la libertà si fa a prescindere. Punto. Ed ogni volta che un girasole appassirà, noi saremo pronti seminare nuova terra e a far sbocciare nuovi fiori. P.S. Libera, un’associazione composta da oltre 1500 realtà associative, naturalmente non sempre compie le scelte giuste. A volte ci sono casi, come quello di Carolina Girasole, in cui sembra impossibile tutto ciò che è successo in questi giorni. Urge un comunicato da parte di Libera nazionale che chiarisca questa vicenda. Ma io, e credo noi tutti, rimaniamo convinti che il modo migliore di fare antimafia sia quello di costruire una rete più grande, più forte e più competente di quella delle associazioni mafiose. Questo fa Libera, ed è nei momenti di difficoltà che la rete deve unirsi ancora di più e continuare nel suo difficile ma bellissimo cammino.

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Dicembre 2013

mafia

Ribelliamoci all'abitudine

La Terra dei Fuochi

di Sabina Grossi e Antonio Manfredonia

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“La terra dei fuochi” è l’area geografica tra Napoli e Caserta così denominata a causa dello smaltimento illecito di rifiuti tossici tramite interramento e roghi ordito dalla collusione tra alcuni imprenditori, la criminalità organizzata e diversi esponenti delle Istituzioni nazionali. L’area interessa le province dei capoluoghi suddetti per un totale di un centinaio di chilometri quadrati e, indirettamente, anche l’intero territorio regionale e nazionale. I rifiuti tossici, da non confondere con i rifiuti urbani (solamente 1/5 di quelli regionali), provengono da industrie europee, quindi prevalentemente del nord Italia, alcune delle quali situate nelle province di Brescia, Padova, Ferrara, Torino, Milano, Varese e della Toscana, secondo quanto

accertato tramite la confessione del pentito di camorra Dario de Simone, appartenente al clan dei Casalesi. Nelle discariche legali ed illegali della Campania, tra le sostanze e i materiali pericolosi per la salute umana che si è riusciti ad identificare vi sono piombo, nichel, solventi chimici, amianto, scorie radioattive, rifiuti ospedalieri, vernici e fanghi nucleari. Il traffico illegale di rifiuti, come denuncia l’indagine effettuata dalla US Navy nel giugno 2007, ha inevitabilmente originato l’avvelenamento dell’intero ciclo vitale, quindi di terra, acqua, aria e, conseguentemente, di vegetali, animali ed esseri umani. In particolare, il numero dei coinvolti finora nel biocidio – neologismo coniato dagli attivisti – ammonta a 2,8 milioni di abitanti, dato destinato a crescere in modo esponenziale.


Le analisi americane svelano come le 14 sorgenti della Campania che scorrono nelle condotte urbane siano di per sé pure, venendo contaminate successivamente dalle infiltrazioni di acqua proveniente da pozzi privati, il 92% dei quali è considerato mortifero: ciò a causa della scarsa manutenzione e dei carenti controlli sulle tubature cittadine. Persino l’aria è stata corrotta: dal terreno, infatti, sono sprigionati gas densi di sostanze cancerogene, come Pce, Cloroformio e Dibromo-Cloro-Propano, quest’ultimo alla base di un’insetticida il cui uso in Europa è proibito da due decenni. Giova qui precisare la questione riguardante i roghi, da cui deriva anche la denominazione di “Terra dei Fuochi”: innanzitutto, è da sfatare il mito secondo il quale sia la popolazione civile ad incendiare, in segno di protesta, i rifiuti urbani che, di fatto, non vengono bruciati. I roghi, invece, sono appiccati appositamente per nascondere in modo irreversibile i materiali di scarto prodotti dalla cosiddetta “economia sommersa” locale e nazionale, materiali che, non risultando dal fatturato delle imprese, non possono venire smaltiti regolarmente, benché siano da trattare con particolare cautela, data la loro natura di rifiuti speciali. In particolare, già nel 2004 la “Commissione Parlamentare d’Inchiesta per lo smaltimento illecito dei rifiuti” scopriva come le sostanze tossiche, qualora non fossero state riversate su cumuli di resti tessili, una volta bruciate, avrebbero provocato pericolose esplosioni. Oltre all’irreparabile danno all’econo-

mia nazionale e locale, basata prevalentemente sul settore agricolo e pastorizio, la conseguenza più tragica riguarda la lesione del diritto alla vita e alla salute della popolazione campana: nella regione, rispetto alla media nazionale, c’è stato un aumento del 300% di leucemie e tumori, nonostante sia una delle più giovani d’Italia. Qui il dato si fa agghiacciante se si considera che a morire sono soprattutto bambini, molti dei quali nati malformati, oppure uomini e donne entro i 40 anni d’età. Secondo l’oncologo Antonio Marfella le tipologie di cancro prime per incidenza sono quelle da inquinamento e quelle al colon retto, non riconducibili di certo a fattori genetici, allo smog e agli stili di vita audacemente citati nel 2013 dal Ministro della Salute Balduzzi, rispetto alla situazione epidemiologica locale. Secondo il rapporto dell’Istituto Nazionale per i Tumori Pascale di Napoli, a Terzigno, nei soli 700 metri della zona in cui è collocata una discarica formalmente legale, si registrano 87 malati di tumore, ossia almeno un malato in ogni casa. Ancora: secondo l’Istituto Superiore della Sanità, nei comuni dello sversamento, come Acerra, Caivano, Giuliano, Villaricca e altri, rispetto ai comuni in cui la soglia del rischio è normale si riscontra un’incidenza dei casi di tumore maggiore del 19% tra gli uomini, del 29% tra le donne. Paradossale è il fatto che in Campania non esista un Registro Tumori regionale: gli unici che erano stati redatti a partire dal 1995 dall’ex Asl di Napoli, cui competeva solo parte del Napoletano e la provincia di Salerno, hanno

Liberi dì

mafia

funzionato fino al 2007. Ad oggi l’iniziativa è stata assunta dalla Regione Campania, ma i dati rimangono quelli aggiornati al 2007. Sono molte le ombre relative alla questione “Terra dei Fuochi” e la sensazione predominante è che ci sia una paralisi nazionale: è certo che la diffusa disinformazione insieme alla partecipazione collusa di alcuni esponenti politici e funzionari pubblici al disegno criminale, classificabile come reato di disastro ambientale e di attentato colposo alla vita dei cittadini, rende la situazione aberrante e ineluttabile. Il vero cancro del Bel Paese è la corruzione dilagante delle Istituzioni, che hanno ormai dissacrato nella coscienza del popolo italiano la già debole idea di Stato come bene comune. A causa di un Legislatore sordo alle grida del popolo partenopeo, persino la Magistratura stenta a trionfare: come ha spiegato Federico Bisceglia, magistrato della Procura della Repubblica di Napoli, la proposta di inserimento nel Codice Penale come fattispecie di reato quella dei delitti contro l’ambiente è bloccata dal 1997: in mancanza di una normativa adeguata, si sta facendo riferimento all’art. 434 c.p.,“Crollo di costruzioni o altri disastri dolosi”, risalente al 1930. L’unica speranza risiede in noi: sono già migliaia i piccoli eroi quotidiani che lottano per un Paese migliore, perché «i grandi cambiamenti derivano da persone che si rifiutano di abituarsi a ciò che è erroneamente accettato».

Fonte vignetta: greenreport.it

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Rapido 900

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"È tutto pronto, e lo faremo in modo eclatante", questa l'ultima delle minacce che Totò Riina ha rivolto dal carcere al pm Nino Di Matteo. Noi viviamo in un Paese dove la società civile si mobilita e sostiene il movimento dei Forconi, mentre di parole come queste, pronunciate dal capo dei Corleonesi contro il magistrato che si occupa della trattativa Stato-mafia, nessuno, o pochi, si curano. E così torniamo a sottostare al gioco di una ventina d'anni fa: quello del silenzio e dell'indifferenza che ha reso tutti colpevoli delle stragi di Capaci e di via D'Amelio. La mafia si fa strada grazie all'omertà, l'antimafia non si stanca mai di denuciare e di far sentire la propria voce. Perciò abbiamo deciso di ripubblicare la lettera scritta da don Ciotti al pm Di Matteo, come avevamo già fatto sullo scorso numero, e non cesseremo di riproporla sul nostro "Liberi dì" finché questa vicenda non avrà ricevuto l'attenzione che merita. «Caro Nino Di Matteo, devi sapere che non sei solo, che tutti voi a Palermo, e in ogni angolo d’Italia, non sarete mai più soli. Dalla stagione delle stragi è cresciuta nel nostro paese la consapevolezza che la questione delle mafie non è solo di natura criminale. È un problema più profondo, anche culturale e sociale. Una questione che non sarebbe ancora cosi grave se a contrastare le mafie ci fossero stati, oltre alla magistratura e alle forze di polizia, la coscienza pulita e l’impegno della maggior parte degli italiani. Questa coscienza e questo impegno, lentamente e faticosamente si sono negli anni moltiplicati. Devi dunque sapere caro Nino, anche se qualcuno —mafiosi o complici dei mafiosi — continua a minacciare e lanciare messaggi inquietanti, che oggi tu e tutti gli altri magistrati siete meno soli. Che minacciare voi vuoi dire minacciare tanti di noi, tanti italiani, che nei più vari ambiti si sono messi in gioco. Cittadini che non si limitano a scendere in piazza, a indignarsi o commuoversi, ma che hanno

scelto di muoversi, di trasformare il loro “no” alle mafie in un impegno quotidiano per la democrazia, per la libertà e la dignità di tutti. Le luci non nascondono però le molte ombre. In tanti ambiti prevale ancora l`indifferenza o una semplice e facile risposta emotiva. Anche la politica non sempre ha saputo affrontare la questione con la pulizia morale e il respiro necessario: pensiamo solo ai troppi compromessi che hanno impedito un’adeguata riforma della legge sulla corruzione e ai patti sottobanco. Lo Stato, tutto lo Stato, deve proteggere se stesso e i suoi cittadini. Ma negli ultimi tempi, come molti segnali lasciano intendere, le mafie — indisturbate nei suoi livelli più alti: economia, finanza, appalti, affari — hanno approfittato per organizzarsi in silenzio. Quelle minacce dall’interno di un carcere dicono perciò una verità imbarazzante: se nell’ambito repressivo e giudiziario importanti risultati sono stati ottenuti, sul versante del contrasto politico e sociale c’è ancora molta strada da fa-

Liberi dì

antimafia

re. Perché di una cosa dobbiamo essere certi: sconfiggeremo le mafie solo quando sapremo colmare le disuguaglianze sociali che permettono il loro proliferare. Le mafie non vanno solo inseguite: vanno prevenute. Prevenzione vuoi dire anche realizzare la condizione di dignità e di libertà responsabile prevista dalla Costituzione, il primo e più formidabile dei testi antimafia. Altrimenti, nello scarto fra le parole e i fatti, continuerà a insinuarsi la più pericolosa e subdola delle mafie: quella della corruzione, del privilegio e dell’abuso di potere. A te un forte abbraccio da parte mia e dalle oltre 1600 realtà associate a Libera».

don Luigi Ciotti

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Dicembre 2013

mafia

Quando nel 2008, a soli due anni di distanza da quei Giochi Olimpici Invernali che avevano rilanciato l’immagine di Torino nel mondo, la Commissione Parlamentare Antimafia lanciò l’allarme sulla presenza della ‘ndrangheta in Piemonte, la classe politica torinese reagì compatta: dall’allora Sindaco Sergio Chiamparino fino al Presidente della Regione Mercedes Bresso, tutti espressero il loro sdegno per un’accusa considerata lontana dalla realtà e lesiva della rinnovata immagine della città. Una reazione istintiva, quasi un riflesso condizionato per una classe dirigente impreparata a confrontarsi con il fenomeno mafioso. Eppure, i segnali di una forte e radicata presenza ’ndranghetista non erano certo mancati: basti pensare a quel 26 giugno del 1983, quando il Procuratore Capo di Torino Bruno Caccia fu freddato sotto casa da 17 colpi di pistola. “Con Bruno Caccia non ci si poteva parlare”, così spiegò Domenico Belfiore, capo della locale di ’ndrangheta operativa già allora nel torinese, condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio del Procuratore Caccia. La sottovalutazione diffusa del fenomeno emerse con ancora maggior forza la mattina dell’8 giugno 2011, quando il Piemonte, ed in particolare la provincia di Torino, si risvegliarono leggendo del blitz che portò a 142 arresti e a sequestri di beni per un valore di 70 milioni di euro. Questi i numeri dell’operazione “Minotauro”, guidata dalla Procura di Torino al termine di cinque anni di indagine, resa possibile anche dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Rocco Varacalli. L’operazione portò alla luce l’esistenza di “un’organizzazione imponente e capillarmente radicata nel territorio”, capace di relazionarsi con la politica locale anche ad alti livelli. Nelle carte dei magistrati, sebbene non indagati, emersero infatti i nomi di due assessori regionali della giunta Cota, Claudia Porchietto e Cristina Ferrero, e di Fabrizio Bertot, ex sindaco di Rivarolo Canvese, oggi parlamentare europeo. Solo pochi giorni dopo, l’operazione “Maglio” portò ad altri 19 arresti nel sud del Piemonte (province di Alessandria, Asti e Cuneo), ma gli imputati vennero successivamente assolti in primo grado in una controversa sentenza dell’ottobre 2012.

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operazione

Scoprire la ’ndrangheta ai piedi della Mole

Le indagini relative all’operazione Minotauro proseguirono per oltre un anno, portando nella primavera 2012 allo scioglimento per infiltrazioni mafiose dei Consigli Comunali di Leinì e Rivarolo Canavese, due comuni di quella zona a nord di Torino dove l’organizzazione godeva di particolare forza, e si conclusero il 23 maggio 2012, anniversario della strage di Capaci e data certamente simbolica. La Procura decise il rinvio a giudizio per rito ordinario di 75 indagati; per altri 74 fu previsto il rito abbreviato e 10 ottennero il patteggiamento. La prima tranche del processo, quella con rito abbreviato, è arrivata al giudizio d’appello del 5 dicembre 2013, che ha confermato 50 condanne, tra le quali quella dei fratelli Crea, figure di vertice del Crimine, la struttura militare dell’organizzazione ‘ndranghetista. Il processo con rito ordinario si aprì invece il 18 ottobre 2012. Dopo un anno ed oltre cinquanta udienze – alle quali Libera, per la prima volta riconosciuta come parte civile in un processo contro i clan mafiosi nel Nord Italia, ha costantemente partecipato – la sentenza di primo grado è arrivata il 22 novembre 2013: 36 le condanne, di cui 23 per associazione mafiosa, 38 le assoluzioni, tra le quali tutti i soggetti appartenenti alla cosiddetta bastarda, la cellula non riconosciuta dalla case madre calabrese. Una sentenza che ha soddisfatto solo parzialmente i magistrati del pool che ha seguito l’indagine, ma che ha messo un primo punto fermo nella lotta alla criminalità organizzata in Piemonte: la ’ndrangheta in provincia di Torino esiste, e oggi nessuno può più negarlo. Tra le condanne, spiccano i 21 anni per Vincenzo Argirò, altro membro di vertice del Crimine. All’ex sindaco di Leinì, Nevio Coral, uomo di contatto tra le

organizzazioni criminali e la politica, è stata inflitta una condanna a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa e l’interdizione perpetua dai pubblici uffici. Coral, imprenditore edile, secondo la ricostruzione della procura ha utilizzato i suoi cantieri per entrare in contatto con personaggi legati alla ’ndrangheta e poi sfruttato queste conoscenze in ambito politico: prima per la sua carriera, poi per i suoi familiari, tra i quali il figlio Ivan, suo successore nella carica di sindaco di Leinì, poi abbandonata a causa dello scioglimento del comune per infiltrazioni mafiose. La Corte ha condannato anche altri “colletti bianchi” come Bruno Trunfio, ex assessore ai lavori pubblici di Chivasso, comune che ha evitato il commissariamento solo grazie alle dimissioni del Sindaco, e Antonino Battaglia, segretario comunale di Rivarolo Canavese. A cinque anni di distanza dalla pubblicazione del rapporto della Commissione Antimafia, il Tribunale di Torino ha dunque accertato come la ’ndrangheta in Piemonte sia una realtà e non una ricostruzione fantasiosa. L’inchiesta Minotauro ha portato alla luce l’esistenza di un’organizzazione forte, radicata nel territorio, capace di influenzare sia gli esisti elettorali che quelli dei più ricchi appalti pubblici. Con questa realtà, la politica e la società piemontese si dovranno confrontare nei prossimi anni, analizzando gli errori che hanno concesso alle organizzazioni criminali di penetrare nell’amministrazione pubblica e trovando le contromisure necessarie. In questo senso, la nascita nel 2012 della Commissione Consiliare Antimafia del Comune di Torino rappresenta un primo passo, ma ad un atto dal forte valore simbolico dovranno seguire politiche pubbliche capaci di affrontare il problema alla radice.

di Matteo Bonelli


minotauro

Liberi dì

mafia

... ma le luci della Mole restano spente sul processo alla ’ndrangheta

Stupirsi dell’esistenza della mafia al nord, ha detto il Procuratore Caselli, proprio durante la requisitoria del più importante processo torinese sulla mafia, è come stupirsi che l’acqua bagna. Nonostante questa consapevolezza, confermata dagli arresti che, nel 2011, portarono sotto gli occhi dell’opinione pubblica la presenza della ’ ndrangheta in Piemonte, è stato solo partecipando alla prima ed ad alcune udienze successive del processo Minotauro che ho percepito sulla pelle quella sensazione di bagnato. La realtà che avevamo studiato sui dossier e letto sui giornali si è trasformata, a partire da quella mattina, nei volti degli imputati, nelle ricostruzioni dei magistrati e nei racconti dei testimoni. Racconti confusi e contraddittori quando si faceva riferimento alle responsabilità e alla struttura interna della ’ndrangheta, ma al contrario macabramente dettagliati e perfettamente lucidi quando si passava alla descrizione delle attività criminali compiute: penso ad esempio al lungo e faticoso interrogatorio del pentito Rocco Varacalli, accolto in aula da brusii e commenti di scherno da parte di alcuni imputati. Durante il processo si sono poi susseguiti testimoni spaventati, che alle domande del giudice Paola Trovati si limitavano a rispondere “non so, non ricordo”, altri più risoluti che hanno denunciato le estorsioni e i contatti con la criminalità organizzata, fino agli imputati stessi, tra i quali alcuni si sono chiusi in un freddo silenzio, mentre altri hanno negato tutto: non ultimo Nevio Coral, ex sindaco di Leinì, i cui rapporti con la ’ndrangheta sono testimoniati da

numerose intercettazioni, ma che nell’aula del tribunale, ha dichiarato “a mio giudizio la mafia a Leinì non c’è . Se ci fosse stata ce ne saremmo accorti. Da noi è morto l’ultimo mafioso nel 2003, in frazione tedeschi. Mi sarei rivolto immediatamente ai carabinieri, se avessi saputo della presenza della mafia”. Quell ’aula, in cui si sono celebrate la gran parte delle udienze, è stata costruita nel periodo dei processi al terrorismo e viene definita da addetti ai lavori e non “aula bunker”. È un edificio isolato, che si mimetizza tra i capannoni industriali nella periferia torinese, troppo lontano dalle piazze del centro per attirare l’attenzione dei suoi cittadini. L’opinione pubblica infatti ha seguito il processo alla ’ndrangheta in Piemonte in modo distante e passivo. Inoltre, nonostante il segnale incoraggiante dato dalla costituzione a parte civile della Regione e della Provincia di Torino, e dei comuni di Volpiano, Chivasso, Moncalieri e Leinì, nemmeno la politica ha fatto sentire la sua voce, non solo durante il corso del processo, ma neppure a seguito della sentenza di primo grado (che, tra gli altri, ha condannato Nevio Coral a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa). Alla sentenza infatti non è seguito nessun commento, nessuna dichiarazione da parte del mondo delle istituzioni, segno che il percorso da compiere affinché il problema del radicamento mafioso al nord venga affrontato come impellente e categorico è ancora lungo. Due delegazioni, invece, non hanno mai mancato di presenziare alle udienze:

quella dei familiari degli imputati, da un lato, e quella di Libera, costituitasi parte civile perché, queste le parole di Don Luigi “La presenza criminale mafiosa ferisce l'intera società, le mafie rubano il futuro, la vita delle persone ed è giusto rendere conto di questo. Nel rispetto dei ruoli la giustizia deve fare il suo corso, ma noi vogliamo fare la nostra parte con il coraggio della denuncia e la forza della proposta perché non c'è giustizia senza verità e noi vogliano incoraggiare la ricerca della verità.” Verità, quella del radicamento della mafia in Piemonte, che è stata confermata dalla sentenza del 22 novembre: nonostante le 38 assoluzioni a fronte di 36 condanne (di cui 23 per associazioni di stampo mafioso) secondo il procuratore Caselli “l’impianto della procura ha retto abbastanza bene, segno che l’esistenza della ’ndrangheta in Piemonte è oggi confermata anche dal punto di vista giudiziario.” A questo punto, al posto di stupirsi perché l’acqua bagna, bisognerà affrettarsi ad aprire gli ombrelli.

di Eleonora Celoria

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Dicembre 2013

antimafia

Tempi di alta civiltà

1 9 no ve m b re - 6 dice m b re 20 1 3 , C as ale cch io di Re no

di Alessandra Sapia

Si è alzato di nuovo il sipario di Politicamente Scorretto, che l’anno prossimo festeggerà il suo decimo compleanno. Non vuole essere definito festival bensì progetto culturale, un salotto impegnato che vede la cultura come unica arma della società civile per affermare valori di giustizia, legalità e solidarietà. Due settimane dense di incontri, dialogo e informazione. Carlo Lucarelli, giornalista e scrittore, introduce alcuni dei dibattiti con un aneddoto: «Vado a registrare per un certo periodo alla Rai di Napoli, ma potrei dire Torino o Milano perché non credo ci siano tante differenze da questo punto di vista, per cui prendo il taxi e vado a registrare. Il tassista mi riconosce, conosce i miei programmi e mi dice: “Che fortuna poterla conoscere, la seguo sempre…” e comincia a fare dei discorsi bellissimi dal punto di vista della legalità (la legalità comincia da noi, dobbiamo fare questo…) trovo un’affinità straordinaria e mi sembra di sentir parlare al volante don Ciotti e sono commosso da quello che mi dice. Arriviamo alla Rai, mi stringe la mano: “Son contento di averla conosciuta”, “Anche io son contento di aver conosciuto lei”, “Mi fa la ricevuta?”, “Sì, quante gliene faccio?”. Me ne ha date cinque». Questa non è definibile corruzione, ma apre ad una complessità che inevita-

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bilmente viene affrontata quando si parla a così ampio raggio di cultura, mafia, Stato, democrazia, giornalismo, economia, Chiesa. Carlo Lucarelli è coordinatore dei dibattiti insieme all’Assessore Comunale Paola Parenti, presidente dell’Istituzione “Casalecchio delle Culture” e coordinatrice nazionale “Cultura” per la formazione civile contro le mafie. Dall’estrema varietà degli argomenti trattati risulta evidente il tentativo di togliere dalla marginalità cui è relegato dalla politica l’interesse verso l’antimafia, esprimendo per contrasto la pervasività delle mafie in Italia. Alberto Vannucci, docente di Scienze Politiche all’Università di Pisa, in uno dei suoi interventi riporta una stima del costo economico annuale della corruzione: 60 miliardi di euro. Sottostimato secondo lui perché non comprensivo del degrado dei servizi sanitari – ad esempio, scegliere valvole cardiache secondo canoni diversi dalla qualità delle stesse provoca inevitabilmente un aumento delle morti –, della mancanza dell’innovazione scientifica o dell’imprenditoria sana che non investa in “contatti privilegiati”. Tutte queste conseguenze non sono incluse, né tanto meno il costo che esse avranno con l’effetto a valanga che si registrerà in futuro. Nella stessa sala della Casa della Co-

noscenza di Casalecchio si è parlato de “L’Antimafia si fa eleggere”. A discuterne c’erano i due magistrati Anna Canepa e Paola Di Nicola, il giornalista Stefano Feltri e la figlia di Silvia Ruotolo – una delle 900 vittime innocenti di mafia, uccisa da un proiettile volante nel ’97 – Alessandra Clemente, assessore delle politiche giovanili e all’innovazione di Napoli. Un confronto vivo che si è interrogato sulla “supplenza della magistratura nel vuoto della politica”(P. Di Nicola), sulla correttezza delle candidature di Ingroia e Grasso, anch’essi cittadini e in quanto tali eleggibili, e sull’importanza che ha la presenza in politica di chi fa Antimafia. Non sono mancate certo proiezioni, tra le altre la videoinchiesta “Terra dei fuochi” e il docufilm “La voce di Impastato” di Ivan Vadori, che, svincolato dalla biografia di Peppino (secondo l’autore già ampiamente sviluppata ne “I cento passi”), prova ad analizzare il suo metodo investigativo, il suo modo inimitabile di fare giornalismo, capace di un’ironia graffiante, che fa prurito. Ma cosa bisogna fare? Ci si è detti che serve una “Democrazia dal basso”, servono amministratori e imprenditori che non si lascino abbindolare scivolando in una legalità malleabile; ci si è detti che non servono più a molto nuove leggi, piuttosto leggi semplificate; che il giornalismo dovrebbe fare informazione meno elettiva, in cui anche chi non sa possa capire, senza riferimenti vaghi a fatti che “tanto si sanno”. Traspare nel complesso un punto importante tra gli obiettivi di Libera: che non ci sia solo commozione ma azione, che si parta dall’indignazione per giungere all’impegno civile.


Ferite a morte

Liberi dì

bologna

Dare voce alle donne di Giulia Silvestri

Dove sono Kate e Mag? L’una morì di un amore contrastato, l’altra sotto le mani di un bruto in un bordello; tutte dormono, insieme a molte altre, sulla collina. Così Edgar Lee Masters raccontava nella sua Antologia. Le sue Kate e Mag possono rappresentare tutte le donne uccise in questi anni, in Italia e nel mondo, ma anche quelle donne che, pur non venendo ammazzate, subiscono violenze di altro tipo, dalle mutilazioni genitali femminili alla violenza psicologica, alla discriminazione in molti, se non in tutti, gli ambiti della vita sociale. La “Spoon River delle donne ammazzate”: così Serena Dandini ha definito lo spettacolo Ferite a morte, tratto dal suo omonimo libro. Una dopo l’altra scorrono sul palcoscenico sia le storie che la cronaca e i media ci hanno fatto conoscere, sia quelle su cui hanno taciuto, forse perché poco appetibili e non accanibili. Quei mezzi di comunicazione che sottovalutano le morti e i comportamenti che lasciano intuire ciò che accadrà, definendo gli omicidi delle donne da parte degli ex, o degli attuali compagni di vita, o di altri uomini, come raptus. Comportamenti che, a partire dallo stalking fino ad arrivare ai primi ceffoni ricevuti, sono presagi di una tragedia, e poi di una morte, di cui siamo tutti colpevoli.

Le attrici Lella Costa, Orsetta De Rossi, Giorgia Cardaci e Rita Pelusio danno voce alle donne, uccise in quanto donne, negli ultimi anni. È questo l'evento conclusivo che Bologna dedica alla Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, il 25 novembre. Un evento inserito all’interno di una rassegna lunga un mese, che cerca di sviscerare da ogni punto di vista il fenomeno del femminicidio. Le ragazze e le donne rappresentate sul palco si trovano tutte in una specie di girone; narrano di se stesse, della loro vita, della loro morte, della bestia che le ha uccise. Ci sono Malala e Carmela Rositano Mantade, iraniana e italiana, una uccisa nel nuovo secolo e lapidata, l’altra uccisa quando in Italia esisteva ancora il delitto d’onore, abolito soltanto nel 1981. Ci sono donne indipendenti che, nonostante l'emancipazione conquistata, non sono riuscite a capire il tipo di uomo con cui avevano una relazione. Ci sono donne che per non contraddire il mostro si sono isolate, hanno lasciato il lavoro e hanno smesso di uscire con le amiche, senza la forza di andarsene. Ci sono bambine che hanno subito le mutilazioni genitali femminili, altra forma barbarica di violenza, e che sono morte a causa dell’emorragia. Ci sono donne

straniere che sono venute qui dall’Est per lavorare, e che invece sono state ammazzate e il loro sogno è stato distrutto. Molte donne si colpevolizzano perché non si sono accorte di chi realmente avevano di fronte, di chi avevano in casa; altre si dicono “me la sono cercata”; altre ancora giustificano l'assassino perché, si sa, “è naturale: l'uomo comanda”. Le attrici hanno recitato durante tutta la rappresentazione con delle scarpe rosse ai piedi. È il colore scelto quest’anno perché simboleggia, sì, il sangue delle ferite inferte alle donne, ma esprime altresì la forza di chi continua a lottare affinché le violenze diminuiscano e un giorno cessino. All’EuropAuditorium le donne e gli uomini vestiti con un indumento o un accessorio rosso erano tantissimi. Quel rosso risaltante porta alla mente il dipinto “donna in rosso” di Paul Gustave Fischer: un’opera in cui una donna balza agli occhi in mezzo al bianco e nero della città. Allora il rosso del 25 novembre ha anche un altro significato: quello del riscatto. Perché ogni donna possa emergere senza avere paura di essere schiacciata e perché sia finalmente protagonista della sua vita.

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Novembre 2013

recensione

La mafia uccide solo d'estate Regia: Pif Sceneggiatura: Pif, Michele Astori, Marco Martani Con: Pif, Cristiana Capotondi, Ginevra Antona, Alex Bisconti, Claudio Gioè 2013

di Flavia Amoroso Arturo è un bambino che vive a Palermo, è innamorato di Flora, e il suo grande mito è Giulio Andreotti. Decide che da grande farà il giornalista, come il suo amico Francesco, e per un suo articolo sceglie il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa che, chissà perché, è arrivato a Palermo: lo sanno tutti che l’emergenza criminalità è in Calabria e in Campania, lo ha detto pure Andreotti, che ci fa in Sicilia? Tutte le volte che Arturo prova a dichiarare il suo amore a Flora uccidono qualcuno, o esplode una bomba. Arturo comincia a capire, a domandare se anche lui è in pericolo, invece, suo padre sa rassicurarlo: “Tranquillo, ora è inverno! La mafia uccide solo d’estate”. Ma non è vero. A Palermo è in corso una guerra, anche se nessuno ne parla, Cosa nostra semina terrore, sparge sangue, ma fa anche peggio: porta via Flora, che si trasferisce in Svizzera insieme alla sua famiglia. Arturo cresce, diventa Pif, e intanto i corleonesi hanno vinto la guerra, sono

in silenzio per troppo tempo, a far urlare che la mafia, i siciliani, non la vogliono. Il primo film di Pif è una storia double face: è la storia di un bambino e del suo primo amore e contemporaneamente è la cronaca della seconda guerra di mafia; insieme alla risata che accompagna la visione di un imbranato Totò Riina alle prese con la tecnologia, c’è l’amaro in bocca per l’uccisione di Boris Giuliano. La tenerezza di una cotta fra bimbi si trasforma in rabbia e in lacrime mentre sullo schermo passano le immagini del funerale di Borsellino. Pif è riuscito ad affrontare con leggerezza e con grande capacità comunicativa un tema per niente facile, in cui cadere in contraddizione capita spesso. I film e le fiction in cui il mafioso è il personaggio positivo, l’eroe della storia, non si contano più, e si finisce per creare modelli sbagliati e distorti, in cui il padrino di turno viene mitizzato. Nel suo film, invece, Pif fa proprio il contrario, gli “uomini d’onore” di onore ne hanno poco, il paladino è un bambino, con passioni e miti un po’ particolari per la sua età, e uomini come Rocco Chinnici non

L' esordio cinematografico di

Pif

diventati i padroni di Palermo. Flora, interpretata da Cristiana Capotondi, ritorna in città come assistente di Salvo Lima; rivede Arturo, che trova il coraggio di dirle la verità: sul suo amore e sui politici, che fanno ben altro che contrastare la mafia. Solo le bombe di Capaci e di via d’Amelio riescono a risvegliare Palermo, a far esplodere la rabbia dei palermitani rimasti

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sono supereroi inavvicinabili, ma dei normalissimi vicini di casa. “La mafia uccide solo d’estate” è un film per tutti, e il suo valore sta proprio in questo: rende fruibile e conoscibile una tematica come quella della mafia, troppe volte ignorata e sottovalutata. "I genitori hanno due compiti fondamentali: difendere i propri figli dalla malvagità e aiutarli a riconoscerla" . Pif con questo film fa proprio questo, accompagnandoci attraverso i luoghi e i volti dell’antimafia. Pif ha potuto dimostrare, inoltre, che anche a Palermo è possibile realizzare un film senza pagare il pizzo, affidando la produzione ai ragazzi di AddioPizzo, a cui aveva già dedicato due puntate del Testimone. Ulteriore segnale di un cambiamento positivo che sta avvenendo a Palermo. A chi ha definito questo film “leggero” o “semplice”, rispondiamo che la mafia si può combattere anche ridendo, perché si può parlare di cose serie utilizzando un registro diverso, ma non per questo meno efficace. E poi, Pif è troppo bravo.


Liberi dì

...

non c'è un cazzo da ridere Renzi è un po' come quelli che su youtube ti mettono i video con l'immagine d'anteprima di una tettona poi apri e c'è Corrado Augias che ti spiega il '700 in Olanda.

Tutti Mandela coi negri degli altri.

Questo sistema elettorale ha fallito. Cambiamo metodo, basta voti. Si faccia a botte.

A quelli che ora si lamentano di vivere in un mondo di merda devastato da una crisi culturale, sociale e civile vorrei far notare che quando gli Eiffel 65 dicevano robe come "I'm Blue Da Ba Dee Da Ba Daa" loro non hanno mosso un dito.

Che qualcosa stesse andando storto dovevamo capirlo quando nei film per interpretare il ruolo del figo siam passati da Marcello Mastroianni a Jerry Calà.

Natale è alle porte, non aprite. Un paese dove la stragrande maggioranza sa fare i balli di gruppo è naturalmente incline al fascismo.

"Moriremo fascisti", "moriremo democristiani", "moriremo berlusconiani"; marcimmo italiani.

Vorrei vivere in un paese dove se muore uno degli artisti più influenti del Novecento, accendi la Tv e ci trovi uno speciale. Su La7 Miss Italia, su Canale5 Paperissima, Su RaiTre Fabio Volo. Poi dici che uno sta su Facebook.

A Bologna c'è qualcosa di nuovo, nell'aria di questi giorni languidi. Qualcosa di paralizzante, che dá i brividi. Un cazzo di freddo, in pratica. Invia "FREDDO NO" al 445544

di Marco Delvecchio

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Liberi Dì 06  

Dicembre 2013 - Numero 6 del giornalino del Presidio Universitario di Libera Bologna "I ragazzi della casa dello studente - L'Aquila 06 apri...

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