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Liberi dĂŹ

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Novembre 2013 - Nel Bel Paese dell'assurdo,

editoriale

Ilaria Bianco_ 3

- Raccontare per cambiare, Giulia Zoratto_ 8 - Albero di Cirene, Giulia Silvestri_ 9 - Mai più miserabili, Faustino Rizzo_ 14

- Ti va un kebab? Ilaria Bianco e Pietro Adami_ 10-11

italia

- La nostra (quasinuova) commissione antimafia, Francesca Della Santa_ 12 - L'antimafia rinasce a Strasburgo, Peppe Rizzo_ 13 - Il Paese è cambiato, lettera di don Ciotti al pm Di Matteo_ 15

inchiesta

Sommario

antimafia

- Laurea ad honorem per "Lady" birmana, Flavia Amoroso_ 16

università

- La storia di Antonio Landieri, Giulia Silvestri_ 17

memoria

- Il luogo è nello sguardo, Margherita Kay Budillon_ 18

cultura

- «Le cose con lo stesso odore devono

stare insieme»,

recensione

Tania Bergamelli_ 19

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A cosa serve l'art. 10 Liberi dì n. 05, novembre 2013 In copertina: foto di Livio Bourbon

la copertina

- Per un po' di chiarezza. Le norme che

regolano l'immigrazione in Italia,

Jacopo Curi e Lorenzo Pedretti_ 4-5

- Quanto vale la vita di un migrante, Pietro Adami_ 5 - Guerra siriana: quali orizzonti per

l'Italia?

Antonio Cormaci_ 6 - Quattro anni sono passati, Jalal Dahar e Giulia Zoratti_ 7


Liberi dì

editoriale

Nel Bel Paese dell' assurdo

di Ilaria Bianco

Nel paese dell’assurdo la storia viene riscritta, i valori sono capovolti, ciò che ti insegnano fin dall’asilo a considerare come giusto, qui è invece sbagliato. Nel paese dell’assurdo ci sono persone strane in posti strani, persone su cui non potresti fare affidamento mai, ma che poi, come per incanto, ritrovi lì, a sedere su alte poltrone e a prendere decisioni fondamentali sul come e sul perché, sul da farsi e quando. Nel paese dell’assurdo aiutare è da sfigati, infierire su chi vive di stenti è da fighi, ti darebbero un premio in gettoni d’oro se soltanto non fosse per la spending review. Nel paese dell’assurdo c’è una carta bella, così bella che ai brutti dà fastidio; come se un pittore dipingesse la tela più bella mai vista, suscitando le gelosie e le ire degli altri, artisti da strapazzo, dilettanti mediocri. Nel paese dell’assurdo, però, si narra che questi brutti nacquero ciechi: chiunque, infatti, anche l’uomo peggiore, si arrenderebbe di fronte a cotanta beltade! (E come possono dei ciechi prendere decisioni tanto fondamentali per la collettività? Siamo nel paese dell’assurdo brutti tonti, tornate all’inizio di questa pagina e datevi un colpo in testa con la mano, sbadati che non siete altro!) Di conseguenza, nel paese dell’assurdo questi brutti ciechi ceffi, andando un po’ a caso di qua e di là, infettano ogni dove. Eppure il popolo li giustifica, chiudendo un occhio o entrambi: in fondo sono ciechi, poverini, quindi tanto vale lasciarli fare. Nel paese dell’assurdo il popolo è fatto di persone uguali. Le persone che vi abitano hanno due occhi e una bocca, due gambe e due braccia. “Ma, aspettate un secondo, vedete liggiù? Quelli che si stanno avvicinando? Sono come noi, però venuti da lontano!” ; “Non sono come noi”; “Ma sì, non vedi? Magari parleranno un’altra lingua, ma sono come noi!”; “No ti sbagli, puzzano e son stranieri, non provare ad aiutarli”; “Va bene”. .

Italo Calvino

Nel paese dell’assurdo si vedono diversità dove non ce ne sarebbero, contrari in posti sbagliati, tutti però accettano senza stupore. Nel paese dell’assurdo magari qualcuno percepisce che qualcosa non va, che quell’assurdità non è poi tanto normale, che bisogna capovolgere qualcosa, rovesciarlo come un maglione double face, di cui però un lato ormai è stato scolorito con troppa candeggina. Ma l’omertà regna incontrastata… chi si fa i fatti suoi vive cent’anni, recitava il detto. Nel paese dell’assurdo manca lo stupore, il coraggio di opporsi ad eventi negativamente eccezionali ormai caduti nell’ovvietà e nella scontatezza. Nel paese dell’assurdo se i padroni sono ciechi, i cittadini anche di più: chiudendo ogni giorno gli occhi (e non solo per beccarsi la pensione di invalidità!), fingendo una cecità inesistente. E ancora, rendendosi complici silenziosi del piano – quello studiato da quei signori sulle alte poltrone – di alienazione da qualcosa (dal territorio, dall’ambiente, dalla città, da Bologna, dall’università) che in realtà fa parte di noi, è nostro… è NOI. Eppure nel paese dell’assurdo ci sono anche giovani, ragazzi con gli occhi aperti sgranati, con la voglia di imparare a RI-applicare il criterio vero d’interpretazione delle cose; con la volontà di RIcapovolgere il mondo perché quello in cui sono nati non era lo status iniziale del mondo, ma solo, ahimè, quello momentaneo, sebbene da troppo permanente. Nel paese dell’assurdo vedo anche delle macchinette fotografiche, flash, passi e sorrisi per i vicoli di Bologna. E poi per l’Italia, per scoprirsi e scoprire, scattare e poi mostrare: in fondo, basta cambiare prospettiva. In fondo, basta accorgersi del “mondo” in quanto tale, rigettando la negatività dell’assurdo. Oppure, imparare a camminare a testa in giù: vedremmo il mondo a rovescio… e sarebbe finalmente il verso giusto.

Articolo 10: «L’ordinamento giuridico italiano

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Novembre 2013

la copertina

di Jacopo Curi e Lorenzo Pedretti

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Per un po' di chiarezza

Le norme che regolano l'immigrazione in Italia

Il 3 ottobre 2013, a circa mezzo miglio dal porto dell’isola di Lampedusa, un’imbarcazione libica è affondata provocando 366 morti accertate, a cui vanno aggiunti 20 presunti dispersi. I superstiti soccorsi sono stati 155. In seguito a questo grave e doloroso fatto, le reazioni degli esponenti politici e istituzionali non si sono fatte attendere. Reazioni dettate più da superficiale emotività che da reale volontà di limitare, e prevenire, tragedie simili. Immediatamente è stata riportata all’attenzione dell’opinione pubblica la cosiddetta legge Bossi-Fini, dividendo l’agone del dibattito fra strenui difensori di tale norma e chi invece ne vorrebbe l’abolizione immediata. Inoltre, è tornata forte

La legge Bossi-Fini formalmente è una modifica al “Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulle condizioni dello straniero” (dl 286/1998), il quale, a sua volta riprende l’impianto della precedente legge Turco-Napolitano (40/1998). Fondamentalmente la Bossi-Fini va a inasprire una già poco equilibrata legge, carente sul fronte della regolamentazione dell’accoglienza e dell’integrazione. Infatti, se la Turco-Napolitano era restrittiva e poco razionale dal punto di vista giuridico, la Bossi-Fini rende più difficoltoso l’ingresso e il soggiorno regolare dello straniero, agevolandone l’allontanamento e restringendo la disciplina dell’asilo. Come la normativa pre-

accordi bilaterali in questo senso con il nostro Paese. Per quanto riguarda l’ingresso regolare, con il rilascio del permesso di soggiorno, questo è subordinato all’ottenimento di un contratto di soggiorno nel quale un datore di lavoro si impegna a garantire alloggio e il pagamento delle spese di viaggio per il rientro dello straniero nel paese di provenienza. Se si considera bene questo passaggio si potrà notare quanto la cosa possa essere paradossale, in quanto il datore di lavoro e il potenziale migrantelavoratore non potrebbero conoscersi. A complicare il tutto vi è il comunemente detto reato di clandestinità, che non prevede la detenzione bensì l’ammenda tramite il pagamento di una multa che può

la discussione sul ruolo dell’Europa in questo ambito, in modo particolare sulle risorse messe a disposizione. La confusione che si è venuta a creare non ha consentito una valutazione chiara del problema, né, tanto meno, della responsabilità, pratica o teorica, del tremendo fatto. Proviamo, per questo, a fare un po’ di chiarezza sulle norme che regolano l’immigrazione in Italia.

cedente, la Bossi-Fini utilizza il sistema di ingresso a quote fissando annualmente il numero di stranieri che possono fare ingresso in Italia per motivi di lavoro. Inoltre, rincara la dose prevedendo restrizioni di ingresso per gli immigrati provenienti da Paesi considerati poco collaborativi con il governo italiano sulla regolazione dei flussi migratori e attribuendo quote preferenziali per gli Stati che hanno stretto

oscillare tra i 5.000 e i 10.000 euro (introdotto con il pacchetto sicurezza dell’allora Ministro degli Interni Maroni nel 2009). Tale reato non consente altro allo straniero se non l’agire nell’illegalità per poter ottenere un lavoro e di conseguenza il permesso di soggiorno. Per mettere ancora più carne al fuoco la procedura di rimpatrio coatto viene posta in primo piano rispetto all’intimazione amministrativa da parte di un Prefetto.

[continua a p. 5]

si conforma alle norme del diritto


Liberi dì

Si trattava di un meccanismo della Turco-Napolitano che lasciava il riaccompagnamento dello straniero alla frontiera da parte della forza pubblica come ultima possibilità; solo in caso di impossibilità di accertamento dell’identità dell’immigrato irregolare, si stabiliva il suo trattenimento presso un Centro di permanenza temporanea e assistenza. Si è andato a creare, di conseguenza, un abuso dei Centri di Identificazione ed Espulsione (ex CPT), che sono diventati di fatto centri di detenzione nei quali gli stranieri sono costretti a rimanere per lunghi periodi, anche oltre i termini previsti dalla legge (che imporrebbero una permanenza per un massimo di 18 mesi), in evidenti condizioni di sovraffollamento e di carenza igienico-sanitaria. La nostra normativa si va a inserire nel

più ampio contesto Comunitario ed è utile capire che ruolo gioca l’Unione Europea al riguardo. Intanto, l’ordinamento in quest’ambito dell’UE ha una competenza concorrente con quella degli Stati membri e deriva dall’importazione della Convenzione di Dublino firmata nel 1990, recepita poi come Regolamento Dublino II, che determina lo Stato membro dell’Unione competente ad esaminare una domanda di asilo o di riconoscimento dello status di rifugiato in base alla Convenzione di Ginevra. Lo stato membro competente all’esame della richiesta d’asilo è, per legge, quello in cui lo straniero ha messo piede la prima volta. Questo impianto è volto a evitare che il richiedente asilo presenti domande in più stati membri e che passi da uno stato all'altro in caso in cui venga

la copertina

espulso. Il meccanismo mostra dei limiti perché le domande per la richiesta di asilo sono inevitabilmente concentrate nei Paesi periferici dell’Unione, i quali si trovano a gestire caotiche situazioni senza un supporto adeguato né dall'UE né dagli Stati membri. Inoltre, checché se ne dica, la legislazione e la regolamentazione dell'Unione Europea sull’immigrazione è assai restrittiva. Per questa ragione, verrebbe da domandarsi se effettivamente il problema sia solo dell’Italia oppure dell’intero sistema normativo Comunitario. Sarebbe ora di rivedere profondamente le direttive e le forme di applicazione legale per la regolazione del flussi a livello Europeo, oltre che nazionale, se davvero si avesse la volontà di evitare altre tragedie annunciate come quella del 3 Ottobre.

Quanto vale la vita di un migrante di Pietro Adami Le immagini scorrono lente ed inquietanti sui notiziari, sui giornali, sui social network. Decine, centinaia di corpi, stesi gli uni di fianco agli altri, buste di plastica senz’anima, carni senza nome, destinate a soddisfare il macello mediatico. Migranti, uomini, partiti col sogno di nuove terre, lontane dai conflitti, dalla fame, dalla miseria, giunti fatalmente sul suolo italico, conosceranno solamente la terra sopra le loro anonime e premature bare. Bambini madri giovani, meritevoli di essere ricordati solo se morti, e meglio se morti tutti insieme, in un grande naufragio. Commozione indignazione rabbia, le nostre ghiandole lacrimali secernono ostentata disperazione, almeno per un giorno intero. Poi però l’indifferenza prende il sopravvento, bastano poche ore e si ritorna alla vita di tutti i giorni, dimenticando in fretta e furia le salme, rimuovendo i volti, esorcizzando le grida. Come dopo la proiezione di un film commovente, torniamo alle nostre case con un sottile prurito nel petto, destinato a scemare in pochissimo tempo, per essere archiviato come un passeggero fastidio. Spettatori passivi siamo, e distinguiamo a malapena Lampedusa dall’iceberg del film Titanic, realtà e finzione si mescolano, in un

calderone di emozioni senza gerarchia, fredde e lontane. Quanto vale la vita di un migrante, quanti ne servono per un funerale di stato, quanti per piangere, quanti per un po’ di prurito? Ma noi grattiamo, e l’oblio a poco a poco ci anestetizza. Aderiamo a qualche manifestazione di solidarietà, firmiamo qualche pallida petizione, ci mostriamo impegnati, interessati, informati. Mentre il fondale del Mare Nostrum è da anni cimitero impassibile di migliaia di migranti, la superficie dell’acqua nasconde il dolore e la sofferenza e ci permette di specchiare le nostre coscienze e vederle ancora pulite, immacolate. Solo ogni tanto qualche onda anomala di relitti umani colpisce le nostre coste, e allora distogliamo gli occhi dall’aumento dell’Iva, dalla rimozione dell’Imu, dallo spread, e piangiamo, perché così ci impone il momento. I politici portano i loro omaggi alle loro vittime, tempo due ore e si torna a Roma, per un’altra giornata di chiassi parlamentari. Quanto vali, migrante, e per quanto varrai? Ti è concesso il tempo di un cortometraggio, e poi grattiamo nuovamente via il prurito. Il film Titanic si è meritato 11 Oscar, Lampedusa nemmeno il Nobel per la pace. Assimilare, archiviare e cestinare, questo è il nostro mantra. Quanto vali, migrante? Applaudiamo con foga i lampedusani, li stimiamo per la loro so-

internazionale generalmente riconosciute.

lidarietà, il loro impegno, la loro forza. Ma non metteremo mai piede in quell’isola, Dio ce ne scampi, ci sono altri che se ne occupano, il tepore delle nostre case ci trattiene. E poi mostriamo il nostro disprezzo per i Cie, i lager dei nostri tempi, ma non sappiamo che in ogni nostra amata città ce ne è uno e non dal 3 ottobre, non dal naufragio, ma da anni, a rinchiudere le nostre vergogne, le nostre paure. Quanti sbarchi ancora ci vorranno, quante immagini ancora, come la madre morta, legata al defunto figlio dal cordone ombelicale? Quando il prurito si trasformerà in mobilitazione e andremo di persona a sporcarci le mani, perché non vi sia più un solo migrante a sprofondare? Quando capiremo che le barriere, le frontiere sono soluzioni sbagliate, ingiuste, barbare? Noi italiani, popolo di migranti nella storia e migranti tuttora, verso la ricchezza tedesca, gli Stati Uniti, l’Inghilterra, non abbiamo alcun diritto di negare la libera circolazione delle persone. E non abbiamo più attenuanti, da troppo tempo testimoni di questo impietoso massacro, ci siamo macchiati di troppe colpe. Ma, per ora, sentiamo solo un lieve prurito. Quanto vali migrante io non lo so e non lo voglio quantificare, ma so per certo che noi in questo momento non valiamo niente.

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Novembre 2013

la copertina

di Antonio Cormaci

Guerra siriana: quali orizzonti per l'Italia?

Le ripercussioni in Italia di un conflitto mondiale contro la Siria, tra mercato mediterraneo e problema immigrazione

La guerra civile siriana ha varcato per la prima volta, in questi ultimi mesi, il confine del conflitto civile per attestarsi su coordinate più “mondiali”, destando paure nei cittadini europei, americani e non solo. Le minacce d’intervento americane, scaturite dopo la verifica dell’uso, da parte di Assad, di agenti chimici contro la popolazione, sono state l’elemento che ha scatenato stampa ed opinione pubblica, gettando il pianeta nuovamente nel vortice della paura di un conflitto mondiale. Curioso è pensare come proprio gli Stati Uniti, autori delle peggiori nefandezze con il fosforo bianco in Kosovo nel 1998 e primi protettori di Israele, siano stati i primi ad ergersi, con erculeo vigore, a difensori di un’umanità da loro stessi calpestata fin dai massacri dei nativi americani. Insomma, tra interventi “politicizzati” a stelle e strisce, tra la l’intervento difensivo del colosso russo, che con lungimiranza politica teme, in seguito ad un attacco alla Siria, una rivoluzione negativa dello scacchiere mediorientale, il fetore di guerra è acre e a poca distanza, anche adesso. In Europa, nel mondo, in Italia. Tutti ci chiediamo, nel burrascoso tempo che il nostro Paese sta vivendo, quale ruolo potenzialmente avrebbe l’Italia in un

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conflitto aperto contro la Siria. Partiamo da un’importante premessa: che l’America intervenga o meno, per l’Italia, alla luce delle ultime tristi vicende, il conflitto siriano è già un totale disastro, da un punto di vista economico e, soprattutto, sociale e umanitario. Da un punto di vista economico, problemi sorgono in riferimento all’embargo dell’Unione europea: dall’inizio della guerra civile, infatti, il transito quotidiano dei barili di petrolio siriano è più che dimezzato, mentre le commesse delle società di idrocarburi italiane segnano ribassi tali che per esse si rende necessario riformulare le strategie energetiche nel Mediterraneo. Inoltre si riscontra una sensibile diminuzione degli scambi commerciali generali con l’Africa e il Medio Oriente, dovuta soprattutto all’esplosione della guerra in Libia, alla crisi algerina, a quella egiziana e, appunto, a quella siriana. Ciò si traduce in una perdita, per l'Italia, di un volume di commerci e interscambi che si aggira intorno ai 2 miliardi di euro, tra import ed export, con il rischio di perdere lo status di partner economico privilegiato di molte potenze petrolifere. E ciò incide anche sull’interscambio di numerosi altri prodotti, tra cui quelli alimentari e della

moda, ovvero il “core business” del made in Italy. Con l’avvicinarsi di un conflitto dagli esiti incerti, dunque, le cose peggioreranno a nostro danno: gli scambi con il Libano, ad esempio, di cui l’Italia è terzo partner ufficiale, se la guerra dovesse esplodere, con ogni probabilità subiranno lo stesso rallentamento che già abbiamo visto in Libia, Egitto e Siria. In caso di espansione del conflitto, sarebbero a rischio anche le commesse con altri importanti partner quali, ad esempio, Turchia e Israele. In sostanza, la perdita di un mercato regionale come il bacino del Mediterraneo potrebbe essere un colpo ferale per l’Italia: per il nostro Paese infatti è vitale, e non solo in tempi di crisi, mantenere ottimi rapporti politico-commerciali con le nazioni che affacciano sul mare nostrum. Da un punto di vista sociale, invece, il problema intuibile è quello degli sbarchi di siriani disperati nel nostro Paese. Secondo i dati forniti dal Viminale, i profughi che dalla Siria hanno raggiunto il nostro Paese in otto mesi del 2013 sono stati 2.872. I dati attuale non delineano una vera e propria emergenza (i profughi siriani nel mondo sono oltre un milione), è però evidente, alla luce del turpe buco legislativo in tema d’immigrazione e tutela de diritti umani, che questa potrebbe diventare una situazione ingestibile e che, come abbiamo avuto tristemente modo di osservare, cagiona più sofferenza che altro. Per evitare ulteriori bagni di sangue, per evitare quella che volente o nolente diventa sempre più una crisi sociale, è auspicabile una riforma legislativa e una sempre più incisiva disciplina per tutelare la vita umana. Ma, comunque vada, è già un disastro.

La condizione giuridica dello straniero


Liberi dì

la copertina

Quattro anni sono passati da quando

sono arrivato qui in Italia,

lontano dalla mia città,

Damasco;

la mia famiglia teme per la mia incolumità, mi dice “aspetta che si calmi la situazione”. Sono passati già tre anni. Dopo un anno e quattro mesi in Italia, tornai in Siria per la prima ed ultima volta, a visitare la mia famiglia; al ritorno, appena partito l’aereo, ancora sopra Damasco, guardavo la città e Kasiun, la montagna, guardavo e piangevo tantissimo come se, salutandomi, la città mi dicesse “non mi vedrai più come mi conosci, bella, luminosa, piena di amore per la gente, le religioni, il paese che ha sempre dato casa a tutti”. Ho 23 anni, sono venuto in Italia per lavorare, ora studio e mi mantengo lavorando; ma vivo con l’ansia e la paura per la famiglia e i miei amici: alcuni sono obbligati a fare i militari e rischiano di morire ad ogni ora. Mi sento in colpa, io sono qui al sicuro, ma loro si svegliano, pranzano, cenano, dormono al ritmo di scontri e bombe che cadono a meno di un chilometro da casa mia. Quando gli Stati Uniti avevano dichiarato di voler bombardare le zone dove il governo tiene le armi chimiche come pretesto per continuare la guerra, i miei sono scappati verso il mare dove abita mio nonno. Non è stata la prima volta che sono fuggiti: ogni volta che una bomba esplode troppo vicino a casa esplode anche la loro paura, l’ansia con cui vivono sempre, e decidono di andarsene pur correndo un grosso rischio: i ribelli sparano agli autobus incuranti del fatto che a bordo vi siano dei civili. Dai loro racconti ho scoperto che è impossibile che il regime abbia usato le armi chimiche: non si sono accorti di nulla e teoricamente tutto ciò sarebbe avvenuto a 3 chilometri da casa; del resto in quel momento erano presenti a Damasco i controllori dell’ONU e il regime non è così stupido da usare le armi chimiche proprio allora; era una storia inventata dagli Americani per attaccare. Ho provato ad aiutare la mia famiglia a fuggire, soprattutto mio fratello di 19 anni, ma l’ambasciata non ha dato il visto, da quando è iniziata la guerra non hanno dato nessun visto.

è regolata dalla legge

La guerra in Siria inizialmente era una rivoluzione vera contro il governo per cercare la libertà; i mezzi di comunicazione di massa esageravano il numero di morti e le notizie riguardo alle manifestazioni e agli scontri, senza mostrare che molti erano ancora a favore del governo in modo da far intervenire l’ONU e altre potenze straniere. Questi Stati non hanno a cuore la libertà del popolo, ma sono mossi dal loro interesse personale: l’America finanzia i ribelli attraverso l’Arabia Saudita, la Turchia, il Quatar, gli Emirati Arabi, la Francia, la Germania, la Gran Bretagna per proteggere Israele, per impossessarsi delle risorse petrolifere siriane, per prendere possesso di una zona strategica per impiantarci delle basi militari, perché ha un accesso al mare ed è vicina alla Russia, all’Iran e all’Iraq. Inoltre vogliono far cadere il governo e instaurarne uno a loro favorevole; da qui deriva l’appoggio di Arabia Saudita e Quatar agli Stati Uniti, per trarre anche loro vantaggio da questa situazione e mettere il potere in mano ad Al-Quaeda, da loro finanziata. La Russia, la Cina e l’Iran invece sostengono Assad per difendere la base militare russa e la sua influenza sulla Siria e per impedire agli USA di porre sotto la loro sfera di influenza il Medio Oriente. A causa dell’intervento di queste potenze straniere la situazione è cambiata e gli scontri avvengono tra tre fazioni: Al-Quaeda, l’Esercito Libero siriano e l’esercito siriano dello Stato. Una parte dei ribelli è siriana, ma una parte ancor maggiore è composta da jihadisti provenienti da tutto il mondo arabo; si è arrivati ad un punto tale che persino le donne vanno in Siria per accompagnare questi ribelli, una cosa mai vista prima. (La proposta che ha sventato la terza guerra mondiale e salvato la reputazione di Obama, che non poteva ritrattare la sua posizione di mettere le armi chimiche sotto controllo e di distruggerle, è stata di un mio parente che fa parte dell’opposizione. Ha mandato la sua idea

al governo siriano che l’ha fatta arrivare alla Russia che se ne è presa il merito.) Molti qui in Italia mi chiedono: “Cosa pensi della situazione, quello che vediamo in tv è vero? Assad non vuole andare via, questa è la causa della guerra!”. Io rispondo che non è vero, che il vero problema non è Assad, non è vero che se andasse via la situazione si risolverebbe. Se Assad abbandonasse la sua posizione e l’Esercito Libero non riuscisse a prendere il potere, che andrebbe quindi in mano ad Al-Quaeda, non ci sarebbe più alcuna libertà e non ci sarebbero più cristiani o altre minoranze religiose. Non ci sarebbe via di scampo per la mia famiglia, cristiana. L’unica soluzione possibile al conflitto è che gli Stati che sostengono i ribelli e Al-Quaeda smettano di intromettersi nella questione e lascino che i Siriani dialoghino tra loro e facciano delle elezioni vere, senza giochi di potere dietro. Bashat al Jafari, ambasciatore siriano all’ONU, durante un’assemblea ha messo in luce come questa guerra non sia combattuta per la libertà della Siria, ma per interessi personali; si è rivolto così ai rappresentanti dell’Arabia Saudita e del Quatar: “Ma com’è possibile che nel vostro Paese le donne non possano andare allo stadio per vedere una partita di calcio e voi venite qui a chiedere la libertà per il mio popolo?”.

Jalal Dahar Giulia Zoratti

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Novembre 2013

italia

“Io sono cresciuto in un Paese in cui lo straniero non esisteva, perché quando io avevo 10 anni non c’erano immigrati e poi piano piano è diventato un Paese di immigrazione. E mentre io crescevo cercavo di capire come fosse il mondo e incontravo queste storie; è nata in me la curiosità di conoscerle, di viaggiare per cercare i luoghi da cui provenivano e di raccontarle. Sono arrivato alla regia cercando di conoscere queste storie, non viceversa”. Persone vere, vite vissute sono le fondamenta su cui Andrea Segre costruisce il suo lavoro; fa quello che la televisione non fa: un viaggio di conoscenza, incontra le persone, le va a cercare, le ascolta e solo allora nasce il film. Un film che racconta questa realtà che l’Italia non sa o non vuole gestire: è forse una soluzione l’operazione Mare Nostrum? “Quantomeno si prende la responsabilità di salvare quelle persone, ma di salvarle dopo che hanno già pagato il viaggio alle organizzazioni criminali; finché si affronta il problema soltanto a livello di polizia di frontiera e soltanto nella fascia in cui questo tema

da un'intervista di Giulia Zoratti ad Andrea Segre “Per combattere l’immigrazione irregolare bisogna permettere di scegliere l’immigrazione regolare. Se tu vivi in un Paese che ti dice “tu non puoi andare né lì, né lì, né lì”, che ti impone pratiche assurde, tu cerchi di muoverti in un altro modo; se ti dicono che si può migrare in un altro Paese in modo regolare, chi può seguirà questa via; ovviamente ci saranno ancora persone che tenteranno la via irregolare, ma saranno in pochi. Ma se nessuno può andare da nessuna parte tutti tentano di andarci anche se non possono; è molto semplice”. Quant’è vero che a troppi le cose semplici si dimostrano difficili da capire. Persone e fatti reali non sono ripresi solo nei documentari – ed è un peccato non poter sentire la controparte, il punto di vista delle forze dell’ordine, di tutti coloro il cui ricordo a tanti affiora insieme a lacrime amare davanti alla telecamera –, ma stanno anche dietro ai protagonisti dei film, paradigmi di situazioni sempre simili nel tempo e nello spazio: Shun Li è nata dall’incontro con una ragazza cinese in un’osteria veneta, un ambiente in

Raccontare per 8

viene messo in evidenza non ne verremo mai fuori. Non vedo in questo momento un soggetto politico capace di reimpostare il discorso in un’altra direzione”. Il funerale per le bare vuote è in realtà la solenne celebrazione dell’impossibilità di affrontare concretamente il problema, è la riprova che tutto viene ridotto al prestigio mediatico, ad una merce elettorale molto utile; ci si interessa del guscio, della superficie e non del contenuto: corpi, persone e vite che vengono gestite solo dalle forze di polizia. Forze di polizia che, è vero, adottano una politica di accoglienza, non di espulsione, non di violenza, ma lo fanno all’ultimo momento, in modo assolutamente dispendioso e senza nessun tipo di competenza sociale; la loro speranza resta quella di tornare ad espellerli dal Paese e resterà tale fino a che non si inizieranno ad investire soldi e risorse nell’immigrazione regolare.

lizzare sempre l’attenzione sul rapporto con gli altri, con lo straniero, anche se poi questo rapporto si rivela determinante; in questo caso ho voluto fare dell’immigrazione il contesto in cui parlare della paternità”. Che racconti di vicende individuali o di drammi che interessano milioni di persone, non solo l’immigrazione ma anche il consumismo, troppo spesso i temi affrontati da Segre sono percepiti come lontani, astratti; i più sono sorpresi quando vi sbattono contro, restano un momento sbigottiti, dopodiché si disinteressano, lasciano stare perché è molto più semplice vivere così, senza impegnarsi, senza prestarci attenzione, davanti alla propria serie tv, con le patatine a portata di mano, lo smalto ad asciugare sulle unghie e l’amica che chiede “fra quanto ci troviamo per fare shopping?”. Questa è la percezione che ho sempre avuto io, quantomeno, disturbata soprattutto dal disinteresse dei giovani, ma mi sono dovuta ricredere: la mia percezione pessimista si è schiantata contro una visione piena di speranza: “Quando giravo i miei primi documentari dicevo “Mah, chi li guarderà?” Oggi i miei film e i miei documentari vengono visti da decine di migliaia di persone, quindi qualcosa abbiamo ottenuto. È chiaro che ci sono delle tendenze maggioritarie in una società che è difficile cambiare, però c’è spazio per un ampliamento del punto di vista critico, cresce sempre di più. Ti assicuro che quando io avevo vent’anni parlare di economia equa, energie sostenibili e rinnovabili, rivoluzionare i consumi, diritti degli stranieri, progetti di accoglienza… non esisteva. Ora questi argomenti ci sono, continuano a scontrarsi con gente che preferisce rimanere nel meccanismo semplice della xenofobia o nel meccanismo semplice del consumo, però questi temi sono diventati più sentiti, hanno prodotto dei risultati che nel loro insieme sono importanti: negli ultimi 15 anni l’Italia ha integrato 5 milioni di persone e questo anche grazie a quelle minoranze attive che non hanno accettato che la maggioranza applicasse le sue regole a tutto. Quindi, per fortuna, 15 anni fa ho iniziato a lavorare in questo senso”.

cambiare cui appariva assolutamente incongrua. Ma la storia raccontata non è solo la sua, è un mosaico delle vicende di tanti stranieri con cui il regista è venuto a contatto: il meccanismo del debito funziona in tutti gli ingranaggi della grande macchina dell’emigrazione, in qualunque Stato. Chi vuol partire e non ha soldi li chiede in prestito e dovrà ripagare con il lavoro seguendo le leggi dettate da chi presta il denaro; un meccanismo inventato nel ’900 dai migranti italiani in America e valido ancor oggi. Diverso è il tema dell’ultimo film – “La prima neve” – uscito nelle sale a fine ottobre e nato anche questo dall’intreccio di storie vere, perché nella vita è bello cambiare: “volevo raccontare un rapporto padre-figlio invece che foca-

in conformità delle norme


Albero di Cirene

L'esperienza del progetto

Non sei sola di Giulia Silvestri

L'Albero di Cirene è un’associazione che nasce a Bologna nel 2002 con lo scopo di promuovere e valorizzare la dignità della persona umana. Porta avanti sette diversi progetti che si occupano delle persone emarginate dalla società: i carcerati, gli stranieri, i poveri e le persone in difficoltà economiche, le prostitute. Oggi ho incontrato una volontaria, Annamaria Bortolotti, che fa parte di uno di questi sette progetti: Non sei sola. Di che cosa si occupa il progetto Non Sei Sola? Si occupa della conoscenza delle ragazze che si prostituiscono che, come diceva don Oreste Benzi, più che prostitute sono prostituite. In particolare facciamo delle uscite, durante i giorni della settimana, in cui incontriamo le ragazze: si chiacchiera con loro, d’inverno si offre una bevanda calda, offriamo loro anche qualcosa da mangiare. Se le ragazze vogliono, si fanno anche dei momenti di preghiera insieme. L’obiettivo di questi incontri è conoscere un po’ la loro vita e far loro vedere una presenza che sia diversa da quelle che di solito vedono. Dato che hai parlato di don Oreste Benzi, che tramite l'associazione Giovanni XXIII si è sempre impegnato a tirare fuori dalla strada le ragazze, ti chiedo: questo progetto è collegato a lui e alla sua associazione oppure è nato separatamente? Non è collegato direttamente, ma don Mario Zacchini, che è il parroco di

Sant’Antonio di Savena, ha conosciuto don Oreste, ha fatto un po’ di attività con lui sempre con le ragazze che si prostituiscono. Don Benzi è stato una figura importante per don Mario, che quando è ritornato dall'Africa ha pensato di proporre una cosa del genere in parrocchia.

Incontrate solo ragazze che sono state costrette a prostituirsi o anche ragazze che si prostituiscono per scelta? La maggior parte delle ragazze sono obbligate; molte di loro vengono dalla Nigeria ma anche dall'Est Europa e vengono perché è stata promessa loro la possibilità di lavorare, le famiglie pagano il biglietto e il viaggio e quando sono Italia la maggior parte di loro scopre che andranno a fare un lavoro che non pensavano di dover fare. In particolare, le ragazze nigeriane devono pagare un debito che è di svariate migliaia di euro, e finché non lo pagano attraverso la prostituzione non possono considerarsi libere e quindi iniziare un altro tipo di vita. Chi riesce a pagare il debito il più delle volte si trova senza permesso di soggiorno, quindi non riesce a trovare un lavoro e, non volendo tornare in patria o non avendo i soldi per farlo, continua a prostituirsi comunque. Una piccola parte delle ragazze che si incontrano è in strada per scelta, se così si può dire: abbiamo incontrato anche ragazze italiane non costrette da qualcuno, ma che per problemi economici si trovano a fare questo tipo di lavoro.

Liberi dì

italia

chiamiamo. C’è un sottogruppo del progetto Non sei sola che organizza i colloqui con le ragazze: due o tre colloqui conoscitivi per vedere quanto le ragazze sono intenzionate a uscire dalla strada, per spiegare loro bene quale sarebbe l'iter e, se sono disposte a farlo, si inizia il percorso. A quel punto si interrompe la prostituzione e le ragazze vengono accolte in una casa di prima accoglienza. La Papa Giovanni XXIII ha delle case di prima accoglienza qui a Bologna. Di solito se una ragazza ha vissuto a Bologna viene mandata in un’altra città, perché così è più facile evitare che incontri persone che possano farla ricadere nel giro. Dopodiché viene chiesto alla questura di Bologna il permesso di soggiorno per motivi umanitari perché queste ragazze sono a rischio della vita; dopo un periodo di circa un anno, durante il quale sono anche affiancate da psicologi, passano alla casa di seconda accoglienza. L'Albero di Cirene ne ha una qui a Bologna, e lì possono stare due o tre anni. Le ragazze devono cercare un lavoro per poi essere autonome e alla fine di questo percorso possono andare a vivere la loro vita. Loro sono controllate. Voi come andate per strada, quando le incontrate? Ci sono un paio di pullmini della parrocchia che servono anche alle uscite del Non sei sola, ci sono degli adesivi su di essi con scritto Albero di Cirene per la riconoscibilità da parte delle ragazze.

Ragazze che decidono di farlo per Ci sono state delle ritorsioni da scelta, senza avere particolari probleparte dei papponi? mi economici, ci sono? Ci sono così tante ragazze che, anche No, non ci sono. Se qualcuna decide di fare questo lavoro liberamente, pro- se un paio di loro decidono di smettere babilmente lo fa in appartamento. di prostituirsi, alle persone che gestiscono la prostituzione non cambia nulla, Quello che fate voi come Albero di quindi non è mai capitato che qualcuno Cirene serve a far uscire dal giro abbia minacciato. Quando una ragazza di lasciare, si va con una macchidella prostituzione le ragazze? Ci so- decide na di notte si finge clienti. Le rano stati dei casi in cui questo è succes- gazze dell'Este ciEuropa, quando sono qui so? da poco tempo, sono controllate a vista. Sì, ci sono stati dei casi. Alle ragazze, Le ragazze nigeriane sono controllate dopo un po’ che si conoscono, viene dalle donne responsabili degli appartaproposta la possibilità di cambiare vita. menti in cui vivono, che sono anche loLe ragazze che sono interessate ci la- ro prostitute. sciano il numero di cellulare e noi le

e dei trattati internazionali.

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Ti un va kebab?

inchiesta

“Ti va un kebab? Ha aperto da poco un nuovo kebabbaro vicino casa mia! Altrimenti andiamo a quello in Via Petroni!”. Quanti di voi non l’hanno chiesto al proprio compagno di corso, di ritorno dalla facoltà o dalla biblioteca? Oppure dopo una serata accompagnata da troppe birre, quando spunta la fame ma per andare a letto c’è ancora tempo. Sono posti che si frequentano di continuo, a pranzo come a cena, o per una semplice birra. L’inventore-morto del doner kebab, Kadir Nurman, chissà se si sarebbe aspettato tanto successo, chissà cosa penserebbe, chissà… ci guarderebbe con ammirazione o rammarico? A stento si arriva a fine mese, i ragazzi neolaureati non trovano lavoro, eppure certi locali a Bologna sorgono come funghi. Ma questo strano equilibrio non regge, non può tenersi come se nulla fosse, senza che nemmeno proviamo a

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di Ilaria Bianco e Pietro Adami

chiederci il perché e il per come. Perché se cercassimo per una volta di contestualizzare e rapportare tutto all’oggi, tale equilibrio inizierebbe ad emanare uno strano odore di sospetto. Odore, certo, si tratta solo di questo: sappiamo benissimo come sfumi e si mescoli con altri differenti in pochissimo tempo. Però a noi la scontatezza puzza, la normalità assorda, la curiosità ci spinge… o forse semplicemente non sappiamo cosa fare e ci inventiamo qualcosa di alternativo allo studio! La crisi economica, prima ancora di quella dei valori, è sotto gli occhi di tutti: viviamo in un mondo immanente, dove le persone contano per ciò che hanno e non per ciò che danno, in un mondo consumistico dove fermarsi a riflettere sui luoghi in cui entriamo ogni giorno sarebbe impossibile, abbiamo troppo poco tempo, siamo figli della fretta ma, so-

prattutto, figli del “chissenefrega diciòchec’èdietro”. E allora ogni giorno mangiamo in questi posti: in fondo, come direbbe qualcuno, siamo ciò che mangiamo e dunque, forse forse, abbiamo un’origine ignota e dubbiosa anche noi, non ci conosciamo neanche noi, non importa di conoscerci neanche a noi. Abbiamo forse paura di scoprire qualcosa che stonerebbe? Che rovinerebbe il nostro equilibrio? Che ci farebbe sentire complici di un qualcosa di illegale? <<Illegale?? Non ti sembra di esagerare con le parole?>> Eh già, le parole sono importanti, non si esagera con le parole, vanno pesate bene. Qui a Bologna ogni giorno facciamo la stessa strada ed ogni giorno troviamo supermercati di pakistani, kebabbari nuovi, diversi. Possibile, quando le cose vanno così male per tutti?

Lo straniero, al quale sia impedito


Liberi dì

inchiesta Kebabbari e pakistani nascono come funghi. Ci siamo chiesti come ciò avvenga Allora ne abbiamo parlato, abbiamo introdotto questa questione all’interno del nostro presidio e, una sera, siamo andati, goliardicamente e approfittando della nostra smisurata socievolezza, in giro per Bologna a cercare di cogliere e toccare con mano quella che, per ora, è soltanto una nostra ipotesi da corroborare o, magari (e sarebbe più bello) confutare. Camminando come ogni sera, bevendo troppa birra e incontrando i soliti simpatici venditori ambulanti che cercano di propinarti accendini all’ultimo grido o stranissimi ed inquietanti massaggia-testa, ci siamo fermati a scherzare con un habituè della zona. S., bengalese sulla trentina, è da un paio d’anni in Italia. È venuto in Europa per seguire le orme del fratello, scappato come altri decina di migliaia da un Paese senza futuro, in cui il lavoro è ancor più un miraggio che da noi. Un Paese dove ci sono tra i più bassi salari del mondo, tanto che è notizia del 14 novembre la decisione di alzare lo stipendio minimo agli operai delle aziende tessili a 68 dollari, dopo continui disordini e scioperi. In Italia si trova bene, sostiene, mentre sistema i mille gadget che ogni sera

porta in giro per Bologna: scimmie colorate, portachiavi fluo, accendini di ogni sorta destinati a soddisfare gli appetiti degli universitari bolognesi. Tutti gadget prodotti in serie che S. riceve da un enorme centro ingrossi a Roma. Certo, non è il mestiere che sognava fin da piccolo, e la crisi si fa sentire anche per i venditori ambulanti. Vive insieme a sei connazionali in un modestissimo appartamento in via Marsala. A breve gli scadrà il permesso di soggiorno, e chissà dove dovrà andare. Ottenere un permesso di soggiorno in Italia non è sicuramente impresa facile, complice una legge, la Bossi-Fini del 2002, di chiara matrice xenofoba, che ha reso praticamente inaccessibile per vie legali il nostro paese. Un immigrato per poter soggiornare deve dimostrare di avere un contratto in regola ed ecco che S., come molti altri, è stato costretto a sborsare cifre esorbitanti. Afferma di aver pagato 7.000 euro ad un connazionale, già soggiornante in Italia, che ha così dichiarato di averlo assunto. Una vera propria tangente, che rappresenta un sistema ben collaudato di continui soprusi. “Come ci sono gli italiani stronzi, ci sono i bengalesi stronzi” sostiene S., ras-

nel suo paese l'effettivo esercizio

segnato. E gli stronzi sembrano essere molti, se anche la proprietaria di una nota pizzeria del centro città conferma questa tesi: “I pakistani che aprono supermercati nascono come funghi, spesso sfruttando gli incentivi del comune. E molti poveri cristi sono costretti a pagare fior fiori di quattrini per avere tutte le carte in regola”. Girando un po’ tra qualche kebabbaro e pakistano, l’impressione è che gli affari vadano a gonfie vele. E appena si prova ad accennare ad un presunto pizzo che si pagherebbe in alcuni posti, i gestori dei locali sembrano cadere dalle nuvole. Le reazioni vanno dal più perplesso al più insospettito, senza però che trapeli alcunché. Certo è che il sentore che qualcosa non vada proprio liscio rimane comunque. S. ci confessa che probabilmente, se il permesso di soggiorno non verrà rinnovato, proverà ad andare in Francia, perché ha disperato bisogno di lavoro. Molti dei soldi che guadagna li gira in Bangladesh per mantenere la sorellina piccola ed il resto della famiglia, tenendo per sé una piccola percentuale dei ricavati. Dopo aver sborsato 7000 euro per poter stare legalmente qui, in un paese senza futuro.

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antimafia “Si parla della mafia condita in tutte le salse ma, onorevoli senatori, mi pare che si esageri in questo” (Scelba, 25 giugno 1949). La prima Commissione Antimafia si formò solo nel ’62, dopo che dal 1940 al 1960 Cosa Nostra risulta responsabile di 42 omicidi, tra cui la strage di Portella della Ginestra. In seguito, la commissione rimase in carica per tredici anni, il cui risultato sono stati 42 volumi di atti d’inchiesta; tuttavia ancora nel ’72 Luigi Carrao (Dc), presidente della commissione dal 1972 al 1973, definì il fenomeno mafioso come “limitato e da non sopravvalutare”: nel 1970 era morto per

di Francesca Della Santa minali. Perché le mafie non si accontentano di essere solo italiane: intessono rapporti anche con l’estero, transnazionali. Ecco, considerando tutto ciò, fa una certa rabbia leggere gran parte dei nomi che compongono questa Commissione. Dopo sette mesi di empasse vengono fuori i membri della commissione, quindi ci vogliono ancora altre settimane di tira e molla prima che vengano definiti anche il suo presidente e vicepresidenti; tanto per dimostrarci che questa non è l’ennesima conquista della poltrona

La nostra ( quasinuova) .

Commissione Antimafia

mano di Cosa Nostra il giornalista Mario De Mauro, senza contare la strage di Ciaculli del ’63 e la lunga lista di morti che accompagna la storia italiana. La Commissione Antimafia fu pensata come supporto all’azione della polizia, come forza alternativa alla lotta contro la criminalità organizzata, come osservatorio del fenomeno che ne doveva registrare le evoluzioni e le trasformazioni. Perciò motivo le vengono dati poteri diversi e unici rispetto a tutte le altre commissioni parlamentari: poteri d’esame e d’inchiesta paragonabili a quelli dell’autorità giudiziaria. Il mese scorso è stata nominata la nuova Commissione Antimafia. Teniamo conto che dal ’72 a oggi i morti per mafia si sono moltiplicati (e si tratta sempre più di persone comuni, innocenti, giornalisti, magistrati), e che Cosa Nostra, la Camorra, l’Ndrangheta e la SCU non sono certo più definibili come fenomeni “limitati” ma, anzi, ormai occorre parlare anche di altre organizzazioni cri-

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Dunque, potrei iniziare ora l’ennesima elencazione dei demeriti o delle incompetenze dei componenti, a partire dal presidente Rosy Bindi che, poco tempo fa, durante la campagna elettorale in Calabria – dove dedicò un solo incontro al fenomeno dell’Ndrangheta – dichiarò candidamente: “non sono un’esperta di antimafia, non mi sono mai occupata della materia”, aggiungendo che “i grandi esperti sono coloro che hanno dato la vita e quella dei propri cari nei confronti di questo drammatico problema”. Cara Bindi, non le chiediamo certo la vita, giusto un po’ di competenza che, ce lo lasci precisare, si può avere senza morire per forza. Si potrebbe proseguire con un canonico “dalla padella alla brace” quando, scorrendo i nomi dei membri, vediamo spuntare Carlo Giovanardi, scagliatosi contro le misure di prevenzione adottate dalla Prefettura per tutelare il territorio e la ricostruzione dalle infiltrazioni mafiose nell’edilizia. Non basta, perché si

tratta della stessa persona che ha attaccato una collega (Bertolini) per aver denunciato la presenza di camorristi iscritti nelle liste dell’ormai ex Pdl di Modena, denunce che, peraltro, si sono rivelate veritiere. Purtroppo, Giovanardi è solo il primo di una lunga lista: Carlo Sarro non solo può vantare la conoscenza della famiglia Cosentino, ma pure si batte per abolire moratorie di case abusive e per la riapertura del condono edilizio in Campania. Come dire: proprio il genere di battaglie che ci si aspetta intraprenda un volto dell’antimafia. L’onorevole Fazzone, dal canto suo, lottò contro lo scioglimento per mafia del Comune di Fondi, riuscendoci infine a furia di rinvii: un’interessante strategia di lotta alla collisione mafia-politica. Ma fatti tutti questi nomi, dette le solite parole infuocate contro quello e quell’altro, che cosa rimane? Rimangono le immagini che sono corse davanti ai miei occhi in questo mese: i visi delle ragazze che, lo scorso 20 ottobre, si sono caricate sulle spalle la bara di Lea Garofalo, la folla e le bandiere che si stringevano intorno, la voce della giornalista Ester Castano, così giovane ma già con la capacità di vedere e scovare il marcio dove altri, più adulti e pagati, fanno finta di niente. Ancora: la richiesta di chiarimenti dell’UE sulla gestione fondi a L’Aquila, di cui gli aquilani si lamentano ormai da molti anni, e la manifestazione a Napoli, dove la pioggia ha bagnato adulti, ragazzi, bambini, politici e cittadini sgomenti per la rivelazione che la loro terra non era più sicura né salubre: dovevano avere paura di quel fango che calpestavano, rischiavano la vita perché sedici anni fa una Commissione – certo, un’altra commissione, ma tant’è – aveva secretato le rivelazioni del collaboratore di giustizia Schiavone, ex boss dei Casalesi. In un paese dove le mafie si sono dimostrate sempre ben organizzate e molte volte più meritocratiche dello Stato, mi piacerebbe che le istituzioni riuscissero a fronteggiarle con lo stesso grado di competenza, tracciando un confine ben marcato tra uomini dello stato e uomini di mafia, a partire da una commissione con qualche Fassone e Sarro di meno, e qualche Davide Mattiello o Claudio Fava in più.

delle libertà democratiche


Liberi dì

L'antimafia rinasce a Strasburgo

antimafia

Dall’Europa un sì deciso contro criminalità organizzata e corruzione

di Peppe Rizzo

526 voti a favore, 25 contrari e 87 astensioni: sembrano numeri da larghe intese ma in realtà si tratta della risoluzione votata il 23 ottobre a Strasburgo dal Parlamento Europeo proposta dalla Commissione CRIM (sul crimine organizzato, la corruzione e il riciclaggio di denaro), presieduta dall’europarlamentare siciliana Sonia Alfano. Dopo 18 mesi dalla sua istituzione, la CRIM ha infatti portato all’attenzione del Parlamento Europeo un testo ambizioso nato con l’obbiettivo di chiedere che vengano introdotti in tutti gli Stati membri il reato di associazione mafiosa e quello di voto di scambio che contempli anche vantaggi immateriali; il regime carcerario del 41bis; l’abolizione del segreto bancario; l’esclusione da gare d’appalto per aziende condannate con sentenza passata in giudicato per reati di mafia, corruzione, riciclaggio; la confisca dei beni anche in assenza di condanna e il riutilizzo dei patrimoni confiscati a scopi pubblici e sociali. Nel testo sono state inoltre previste misure relative a incandidabilità, ineleggibilità e decadenza da cariche pubbliche. Misure sicuramente non eccessive se si pensa al dato stimato dalla stessa CRIM: nella sola UE, la corruzione provoca un danno annuale di circa 120 miliardi di euro, pari all'1,1% del PIL dell'Unione. Inoltre, secondo Europol, l’ufficio di polizia europea, sono 3.600 le organizzazioni criminali internazionali che operano nell'UE nel 2013 e il 70% dei loro componenti proviene da paesi diversi. Alla redazione del testo negli ultimi 18 mesi hanno lavorato, insieme agli europarlamentari, i più grandi esperti di lotta alla criminalità organizzata, i magistrati delle procure distrettuali antimafia italiane che costituiscono motivo di vanto e orgoglio in tutta Europa per l’efficace attività di contrasto operata in questi anni, nonché figure uniche nel panorama europeo per via dell’evoluzione legislativa avvenuta nel nostro Paese negli ultimi anni.

garantite dalla Costituzione italiana,

L’Italia vanta senz’altro una legislazione antimafia già da tempo avviata, ma che di sicuro ancora necessita di numerose integrazioni e fondamentali accorgimenti. Le lacune di tale legislazione, infatti, hanno finora permesso di incidere più che altro sull’aspetto militare della criminalità organizzata, lasciando spesso indisturbati i colletti bianchi. È quindi vero che il testo europeo ha guardato alle norme italiane sulla base di un dato d’esperienza già consolidato, ma è anche vero che ad oggi la novità che ne viene fuori è quella di una risoluzione non ancora efficace in termini di legge, ma fortemente innovativa almeno per quanto riguarda l’indiscutibilità di fattispecie di reato presenti solo nell’universo ideale di chi combatte ogni giorno le mafie: il reato di voto di scambio, la cui riforma è bloccata da luglio nelle aule parlamentari italiane, oppure il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, mai coraggiosamente affrontato dal nostro legislatore. Il testo approvato è quindi un piano d'azione di cui dovrà farsi carico l’ormai prossima legislatura europea insieme alla commissione europea al fine di rafforzare la lotta dell'Unione contro le attività della criminalità organizzata a livello nazionale, internazionale ed europeo. Oltre alle istanze portate avanti, la CRIM non ha esitato nel manifestare l’auspicio dell’istituzione di una procura antimafia europea che possa sottintendere a quell’attività di vigilanza e coordinamento fra i vari organi giurisdizionali dei paesi membri: una novità assoluta se si pensa a come raramente sia stato preso in considerazione il perseguimento di una sempre maggiore omogeneità del diritto penale in Europa.

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italia

Mai più

miserabili

Li incontriamo per strada, ci passiamo di fianco, a volte li guardiamo pure con sospetto o con curiosità ma quasi mai troviamo il coraggio di scambiare con loro qualche parola. Forse perché ci mettono paura, oppure perché potrebbero rivelarci delle verità che noi non vogliamo conoscere. Di chi sto parlando? Parlo di Toni, Mustafà, François, Fabio, Jack, Alice e di un’interminabile elenco di nomi, di persone che vivono per strada, la cui unica colpa è essere nati in posti in cui per loro non c’era nulla. Sono perlopiù afgani, pakistani e nigeriani ma tra loro ci sono anche uomini e donne, ragazzi e ragazze italiani ai quali la società non ha lasciato null’altro se non la strada. Nella maggior parte dei casi chi proviene dall’estero è arrivato in Italia con la speranza di trovare il lavoro che gli era stato promesso. Lo stesso lavoro per il quale ha lasciato a casa mogli, figli e genitori al fine di raggiungere un’indipendenza economica per poi tornare in patria. In molti casi, invece, accade che al loro arrivo non c’è nessun lavoro ad aspettarli e, non riuscendo a tornare a casa, si trovano costretti a prendere per sé ciò che gli altri hanno scartato: si trovano a perdere la propria dignità, senza possibilità di scelta. È così che comincia a diventare sempre più dura la lotta per la sopravvivenza, tanto da non poter più scartare quello che la strada o il “capo” della strada im/pro- pone per sopravvivere. “Fino a sei mesi fa – racconta Daniel – vivevo in una casa famiglia dove ero ospitato a spese dello Stato, ma dopo che ho raggiunto la maggiore età mi han detto che non potevo più stare lì”. Da quel momento in poi, Daniel ha iniziato a distribuire in giro per la città il suo curriculum in cerca di un lavoro e di una casa, ma le risposte non hanno fatto altro che accumularsi in una serie

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innumerevole di rifiuti. Così è finito col trovar posto sotto uno dei tanti portici di Bologna: pur senza perdere la speranza che qualcuno prima o poi lo contatti per un ingaggio, Daniel sopravvive vendendo birra nelle piazze. Daniel è uno dei tanti “abitanti” della strada che, non potendo scegliere, ha messo da parte l’idea che l’aveva spinto in Italia, quella di un posto di lavoro fisso e legale. Come lui, tanti sono coloro che hanno finito con l’obbedire alla legge della sopravvivenza, piuttosto che a quella dello Stato. La condizione di povertà comporta talvolta la commissione di azioni illegali. Ragazzi, uomini e donne in condizioni simili o uguali a quella di Daniel provano a fuggire dalla povertà aggrappandosi a tentativi futili di profitto con conseguenze che poi distruggono ancora di più la loro vita, rendendola ancora più debole e ancora più fragile. Quando non è l’indifferenza a prevalere, nell’incrociare i loro volti ai bordi dei marciapiedi, capita che scatti il senso di compassione e allora si lascia qualche spicciolo a quei poveracci. Ciò non basta, anzi: è inutile. L’elemosina, se così si può chiamare, non li aiuta bensì espande la gravità di una condizione estremamente precaria.

Come ci ricorda don Luigi, è opportuno che tutti, da cittadini, cominciamo a prenderci la nostra parte di impegno per il cambiamento. Quel “commuoverci di meno e muoverci di più” necessario per adempiere al dovere di restituire ai meno fortunati la speranza e la dignità di uomini: una lotta senza quartiere alla miseria e a tutto ciò che da questa deriva.

Per maggiori informazioni visita la pagina http://www.libera.it/miserialadra

di Faustino Rizzo

ha diritto d'asilo


Liberi dì

«Caro Nino Di Matteo, devi sapere che non sei solo, che tutti voi a Palermo, e in ogni angolo d’Italia, non sarete mai più soli. Dalla stagione delle stragi è cresciuta nel nostro paese la consapevolezza che la questione delle mafie non è solo di natura criminale. È un problema più profondo, anche culturale e sociale. Una questione che non sarebbe ancora cosi grave se a contrastare le mafie ci fossero stati, oltre alla magistratura e alle forze di polizia, la coscienza pulita e l’impegno della maggior parte degli italiani. Questa coscienza e questo impegno, lentamente e faticosamente si sono negli anni moltiplicati. Devi dunque sapere caro Nino, anche se qualcuno —mafiosi o complici dei mafiosi — continua a minacciare e lanciare messaggi inquietanti, che oggi tu e tutti gli altri magistrati siete meno soli. Che minacciare voi vuoi dire minacciare tanti di noi, tanti italiani, che nei più vari ambiti si sono messi in gioco. Cittadini che non si limitano a scendere in piazza, a indignarsi o commuoversi, ma che hanno scelto di muoversi, di trasformare il loro “no” alle mafie in un impegno quotidiano per la democrazia, per la libertà e la dignità di tutti. Le luci non nascondono però le molte ombre. In tanti ambiti prevale ancora l`indifferenza o una semplice e facile risposta emotiva. Anche la politica non sempre ha saputo affrontare la questione con la pulizia morale e il respiro necessario: pensiamo solo ai troppi compromessi che hanno impedito un’adeguata riforma della legge sulla corruzione e ai patti sottobanco. Lo Stato, tutto lo Stato, deve proteggere se stesso e i suoi cittadini. Ma negli ultimi tempi, come molti segnali lasciano intendere, le mafie — indisturbate nei suoi livelli più alti: economia, finanza, appalti, affari—hanno approfittato per organizzarsi in silenzio. Quelle minacce dall’interno di un carcere dicono perciò

antimafia

una verità imbarazzante: se nell’ambito repressivo e giudiziario importanti risultati sono stati Pub bl ichiamo il me ssaggio che do n Luigi Ciotti ha voluto rivolgere a uno dei pm ottenuti, sul più esposti del processo sulla trattativa versante del stato-mafia in corso a Palermo in questi contrasto politico e sociale c’è mesi, a seguito delle minacce di morte ancora molta provenienti direttamente da colui che strada da fare. viene considerato come uno dei peggiori Perché di una boss che Cosa Nostra abbia mai prodotto cosa dobbiamo nella sua infausta esistenza. essere certi: sconfiggeremo le mafie solo quando sapremo colmare le disuguaglianze sociali che permettono il loro proliferare. Le mafie non vanno solo inseguite: vanno prevenute. Prevenzione vuoi dire anche realizzare la condizione di dignità e di libertà responsabile prevista dalla Costituzione, il primo e più formidabile dei testi antimafia. Altrimenti, nello scarto fra le parole e i fatti, continuerà a insinuarsi la più pericolosa e subdola delle mafie: quella della corruzione, del privilegio e dell’abuso di potere. A te un forte abbraccio da parte don Luigi Ciotti mia e dalle oltre 1600 realtà associate a Libera».

«Il Paese è cambiato.

Caro Nino Di Matteo,

nel territorio della Repubblica

non sei solo»

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università

Laurea ad honorem per "Lady" birmana

di Flavia Amoroso

Un fiore tra i capelli, la toque nera un po’ troppo larga, una camminata elegante e un sorriso dolce. Aung San Suu Kyi fa così il suo ingresso nella splendida Aula Magna di Santa Lucia il 30 di Ottobre. Viene preceduta dal Rettore Ivano Dionigi e dai rappresentanti dei vari organi universitari, che sfilano davanti a noi sfoggiando, sulle loro toghe, i colori delle varie facoltà, in un cerimoniale antico e affascinante. La leader birmana ha dovuto aspettare 13 anni per poter venire a Bologna e ritirare la laurea ad honorem che le era stata assegnata nel 2000. Glielo impedivano gli arresti domiciliari imposti dalla giunta militare del suo paese, pena meno gravosa dei lavori forzati a cui era stata in origine condannata. Aung San Suu Kyi, finalmente, è stata liberata nel 2010. Lo scorso anno ha ottenuto un seggio al parlamento birmano e a giugno è riuscita a ritirare il Premio Nobel per la Pace che le era stato assegnato nel 1991. Questa però è soltanto la parte più recente della lunga e travagliata storia di una donna che si è sempre battuta con coraggio per la libertà del proprio Paese, ispirandosi agli insegnamenti del Mahatma Gandhi e ai principi della fede buddhista, diventando anche lei simbolo della lotta non violenta nel mondo. Laurea ad Honerem in Filosofia “perché la filosofia è sapere esistenziale, meditante, rivoluzionario. Arte che si occupa della realtà, della durezza e della difficile bellezza della vita”. Queste le parole del rettore che motivano la scelta di attribuire una tale onorificenza ad una donna che ha fatto della libertà il fine ultimo della propria vita. La parola

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Libertà è stata messa al centro della cerimonia di consegna, che inaugurava anche il 926° anno accademico dell'Alma Mater. Viene nominata la libertà di difendere e promuovere i diritti fondamentali, di esprimere e realizzare le proprie idee morali, politiche e religiose, di essere cittadini del mondo e di scegliere il proprio destino. Il luogo delegato ad esercitare queste libertà sembra sicuramente l’università. Ma i recenti tagli all’istruzione e una politica che non tiene in considerazione i diritti degli studenti sono come un pugno allo stomaco che riporta alla realtà. La Politica di cui parla Aung San Suu Kyi durante il suo discorso dottorale è un'altra cosa: una politica che sia un percorso etico e morale, che metta gli altri davanti a noi, che li rispetti, e che colga dagli altri tutto ciò che c’è di buono. Una Politica in cui i fini non giustifichino i mezzi, guidata da un senso etico e altruistico. Parla la figlia di un generale ucciso dai suoi avversari politici: lei non è interessata alla “condanna” degli assassini di

suo padre e dei dittatori che l’hanno costretta ad una vita in esilio, poi in carcere, anzi, ci invita alla riconciliazione. Parla del suo paese, di come fosse prima della dittatura e di come è adesso, spiegandoci come l’odio non abbia provocato altro che distruzione e violenza. San Suu Kyi chiede a noi giovani di creare un mondo nuovo, in cui non prevalga l’ottica egoistica che fa da padrona oggi. Il cerimoniale medievale fa da contorno a questo momento: la consegna dell’anello e del libro, prima aperto e poi chiuso, e alla fine la consegna della pergamena. Dopo il suo discorso dottorale e i saluti Aung San Suu Kyi si dirige fuori dall’aula, fermandosi a stringere la mano ai presenti, tra cui molti studenti. Ha un volto sereno, uno sguardo rassicurante, sorride con semplicità, dandoci con questi piccoli gesti un’ennesima lezione di umanità.

secondo le condizioni


Faida di Scampia: la storia di

di Giulia Silvestri

memoria

rimbalzo dai proiettili, ecco perché nessuno morì, tranne Antonio, che non poteva scappare. Dopo l’autopsia i media non rettificarono le diffamanti affermazioni su quel ragazzo innocente ed estraneo alla criminalità, il questore non permise i funerali pubblici e Antonio fu seppellito come un boss, come un criminale la cui colpa era quella di essere nato a Scampia e di essere soprannominato O Ti. Rosario Esposito La Rossa racconta del soprannome del cugino: O Ti in napoletano significa E.T. È questo il nome che fa saltare a conclusioni affrettate la polizia: un loro informatore ha dichiarato di conoscere un uomo di nome E.T., uno spacciatore. Automaticamente O Ti diventò E.T. Allora non resta che continuare a sputare in faccia al dolore e alla rabbia della famiglia. Antonio viene riesumato dopo più di tre anni perché per lui non c’è nessuna tomba, non c’è un risarcimento danni, non c’è il riconoscimento della sua innocenza. Ufficialmente lui non è una vittima innocente di camorra. I primi anni dopo la sua morte, non fu nemmeno inserito tra i nomi delle vittime di tutte le mafie ricordate il 21 marzo di ogni anno. Oggi Antonio viene finalmente ricordato per quello che era: grazie all'impegno della sua famiglia le persone sanno che Antonio è stato una vittima della camorra; i ragazzi di Libera danno ai Presidi il suo nome, perché la sua storia, quella vera, sia conosciuta. In attesa che dallo Stato, sia riconosciuta.

Antonio Landieri

La fine del 2004 e il principio del 2005, a Napoli, furono periodi di sangue e di morte. Il 28 ottobre 2004 gli scissionisti uccisero Claudio Salierno e Fulvio Montanino, il più stretto collaboratore di Cosimo Di Lauro. È questo l’evento indicato come l'inizio della faida di Scampia: gli scissionisti, chiamati in modo dispregiativo gli spagnoli (Raffaele Amato, uno dei capi, si era rifugiato in Spagna per non essere ucciso), avevano dichiarato ufficialmente guerra al clan dei Di Lauro. Questa guerra provocò dolore e devastazione, e colpì, come spesso accade, molte persone estranee ai clan in lotta. Tra queste persone, c’è anche Antonio Landieri. È stato ucciso il 6 novembre del 2004. Antonio è un ragazzo disabile di venticinque anni. È stato additato come un appartenente alla malavita, dai poliziotti prima e dai media poi. Giornalisti superficiali e non degni di questo nome,

stabilite dalla legge.

Liberi dì

che hanno accolto, senza andare a fondo, la prima versione della polizia: è Antonio il bersaglio dei killer, infatti è stato colpito al petto; era uno spacciatore in affari con i colombiani. Questa versione fu smentita in toto dall’autopsia, nonché dai genitori e dai parenti di Antonio, e infine dai testimoni oculari, gli amici con cui si trovava al momento della sparatoria. Antonio ha problemi di deambulazione e per fare un unico piccolo passo ci mette moltissimo tempo. L’autopsia evidenziò la vera dinamica dei fatti: i colpi furono sparati senza un obiettivo ben preciso, servivano da avvertimento a quei ragazzi, scambiati per spacciatori del rione “Sette Palazzi” (è proprio la lotta per il monopolio dello spaccio di stupefacenti, il cuore dello scontro tra i camorristi); Antonio e i suoi amici furono tutti colpiti di

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cultura

di Margherita Kay Budillon

Avete mai percorso un’autostrada a piedi? Il paesaggio, osservato senza il filtro protettivo del vetro del finestrino, impone agli occhi una sequenza angosciante di marciapiedi, rotatorie, villette, palazzi, centri commerciali, capannoni industriali, case coloniche in rovina, stazioni di servizio, binari ferroviari, segnali stradali, cantieri. E poi strade, cavalcavia, parcheggi, ancora centri commerciali, villette, cantieri, cartelloni pubblicitari. Tutto alla rinfusa, come rampicanti di cemento cresciuti in un giardino abbandonato, lasciato a morire dai proprietari andati in vacanza. Hanno l’aria infatti di luoghi abbandonati, dove non si vive più. Per chilometri non si incrocia nessuna costruzione che ricordi la presenza umana: nessun marciapiede, finestre che si affacciano

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Il luogo è nello sguardo sul nulla, corsie percorse da automobili che sembrano guidarsi da sole. Quasi come in quei paesaggi apocalittici e ultratecnologici di alcuni film degni anni Ottanta. Luoghi che sono la periferia di nessun centro, spazi dell’anonimato. Ecco cosa è diventata la strada, uno strano luogo non luogo fatto solo per essere attraversato, senza essere vissuto. Diceva Ortega y Gasset che l’uomo, animale disgraziato, mancando propriamente di un habitat, non è riuscito ad adattarsi al mondo e quindi ha chiesto ai signori architetti di edificarne uno nuovo che si adattasse a loro. Ma le nostre città, sempre più simili a scenari postmoderni, in cui il cemento sta innalzando un’enorme gabbia che si estende da tutte le parti, levandoci spazio e aria, sono davvero questo? Un adattamento dell’ambiente al soggetto? A guardale cosi, queste che sono costruzioni dell’uomo, non sembrano affatto costruite per l’uomo. È il paradosso della tecnica: da mezzo divenuto fine, ha fatto perdere all'uomo la capacità di impiegare i mezzi per se stesso, finendo quasi per renderlo asservito ad essi. Certo, è l’uomo che ha prodotto tutto questo.

Eppure, si tratta dello stesso uomo che ricreando un rapporto con quegli spazi riesce a renderli meno estranei, meno tecnici, un po’ più umani. Percorrendo le autostrade, se si fa attenzione, si riescono a notare segni di vita dentro gli appartamenti di quelle villette anonime: una trapunta colorata che si agita al vento, un triciclo nel cortile, una palla. E dietro al vetro un uomo che beve un caffè, una vecchia signora che annaffia i gerani alla finestra, dei bambini da qualche parte, si sentono le grida. Quei luoghi non luoghi, da semplici spazi di transito e collegamento, possono ritornare a raccontare una storia, a tramandare la memoria e la vita delle persone che li abitano. È vero che dopo un po’ ci si abitua a tutto, anche al brutto, ma non facciamolo in modo da essere complici. Invece di abbandonare luoghi abbandoniamoci noi al potere dell’immaginare qualcosa di diverso. È possibile redimere anche il cemento per trasformarlo in arte, poesia, bellezza, facendolo nostro. Una volta nostro, non è più brutto, l’aggettivo lo qualifica, gli dà una qualità: diventa, ecco, bello.

Non è ammessa l'estradizione dello straniero


La prima neve

Liberi dì

recensione

Regia: Andrea Segre Sceneggiatura: Marco Pettenello, Andrea Segre Con: Jean Christophe Folly, Matteo Marchel, Anita Caprioli, Giuseppe Battiston, Peter Mitterrutzner, Paolo Pierobon www.laprimaneve.com Venezia 2013, 70A Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica

di Tania Bergamelli

«Le cose con lo stesso odore devono stare insieme»

Durante il film si attende la prima neve, quella che farà soffice di bianco la Val dei Mocheni, altrimenti così verde. Nello spazio dell’attesa si muove la vicenda, silenziosa come il bosco che la ospita, rispettosa del tempo che serve a ciascuno per trovare il proprio odore in un altro, del tempo che serve a riconoscerlo. Chi la neve non l’ha mai vista in vita sua è Dani (Jean Christophe Folly), appena giunto in Italia dopo un viaggio su uno di quei tremendi barconi, attraverso un mare che “faceva paura” e che non ha risparmiato sua moglie: è approdato ma solo, con la figlia Fatou che non riesce nemmeno a guardare senza che si riapra la ferita orrenda della morte di Lyla. A Pergine, il paese dove si trova la sua casa accoglienza in Trentino, lavora per Pietro (Peter Mitterrutzner), anziano falegname e apicoltore. Grazie a lui conosce Michele (Matteo Marchel), il nipote, un ragazzino di dieci anni che ha da poco perso il padre in un incidente e che fa della madre (Anita Caprioli) il capro espiatorio dell’accaduto. I rapporti tra madre e figlio sono difficili, segnati dal rancore e dall’ostilità: anche in questa famiglia, come in quella di Dani, la morte si è convertita in un vuoto che chi è rimasto sa di dover affrontare, ma non sa come. “Il confine tra cinema di realtà e cinema di finzione è uno dei confini più fertili” secondo il regista Andrea Segre («Io sono Li»), ed è quanto si sperimenta anche in questo film, dove attori professionisti recitano accanto ai ragazzi che sono davvero cresciuti su quelle montagne, come Matteo Marchel, credibilissi-

per reati politici».

mo sullo schermo. Il bosco è dove Dani e Michele trascorrono il tempo prima della neve a raccogliere la legna: nell’intenzione del regista, la natura era il luogo intimo ideale dove poter mettere in luce le due solitudini, un intento colto e reso magnificamente nella fotografia di Luca Bigazzi. In quel bosco si scoprono odori di resina e di radici, si percepisce l’aria fredda tra gli alberi, quella che ti secca gli occhi quando li alzi per guardare il cielo oltre le fronde: in quel bosco Dani e Michele scoprono di essere complementari. Dove la solitudine si svela, il dolore non si nasconde. È vero che il film tratta l’argomento immigrazione, ma esso viene assunto e inserito all’interno del tema più ampio, più universale, dei rapporti famigliari interrotti: a un marito manca una moglie, a un figlio manca un padre.

Entrambi colpevolizzano se stessi o qualcun altro per quella morte (Dani incolpa se stesso, Michele la madre), entrambi scoprono un insegnamento conosciutissimo, che però non si apprende davvero se non quando ti tocca viverlo: il dolore non passa, si sopporta. A un certo punto del film Pietro mette nella mano di Dani del miele – “Assaggia” – poi un pezzo di legno – “adesso, annusa questo: hanno lo stesso odore”. Ecco: “le cose che hanno lo stesso odore devono stare insieme”. Verrebbe da pensare che il discorso valga anche per le persone che hanno lo stesso dolore. Ad ogni modo, facciamoci bastare il naso: la pelle di Michele, bianca come il miele, ha lo stesso odore di quella di Dani, nera come il legno. Insieme, nel tempo prima della neve essi imparano a sopravvivere, a riconoscersi; insieme sulla neve fresca sapranno, infine, salvarsi.

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