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Diario di bordo dei giovani sognatori di Kathmandu

Kathmandu young dreamers’ travel log


concept and development ideazione e cura del volume Thomas Carganico texts testi Laura Piccioli Elena Vulpe Lidia Cecilia Cadena Casas Valeria Pisani Nicola Lampa Riccardo Rossetti Valeria Benedetti Costanza Pennizzotto translations traduzioni Laura Piccioli Mirko Biasion graphic design progetto grafico Enrico Pianigiani foto photos Laura Piccioli Pamela Montagnini Roberto Tronconi Lidia Cecilia Cadena Casas Copyright 2019 Pharma Quality Europe srl. Do not copy or distribute without permission


Diario di bordo dei giovani sognatori di Kathmandu

Kathmandu young dreamers’ travel log

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La nascita del progetto The birth of the project

Dovevamo essere solo due, ma poi vista la grande partecipazione al contest, la nostra CEO Gilda D’Incerti ha deciso di allargare il numero dei partecipanti a sei. Il suo obiettivo è stato chiaro fin da subito: “Credo moltissimo – ha dichiarato – in attività di questo genere ed è per questo motivo che abbia ritenuto fondamentale dare la possibilità ad un gruppo di dipendenti di fare quest’esperienza, permettendo loro di toccare con mano una realtà molto diversa dalla nostra. Da anni ho scelto di sostenere la Moonlight School – continua – perché fin da subito ho creduto molto nel progetto del suo fondatore Santosh Koirala, che a differenza di altri, permetteva di istruire le bambine, in una società in cui l’accesso all’istruzione per le donne era perlopiù nullo. Pertanto l’idea che sento molto, che ci debbano essere pari opportunità per uomini e donne, è stata la risposta che mi ha spinto a seguire questa iniziativa.” It had to be only two of us, but then, due to the great participation to the contest, our CEO Gilda D’Incerti decided to widen the number of participants to six. Her goal was clear right from the beginning: “I believe very much in activities like this – she said - and for this reason I considered essential to give a group of employees the opportunity to make this experience, allowing them to really touch with their hands this reality so different from ours. I chose to support the Moonlight School for years - she continued - because I immediately believed a lot in the project of its founder Santosh Koirala, who, unlike others, allowed to educate girls in a society where access to education for women was mostly none. Therefore, the idea that I feel most, that there must be equal opportunities for men and women, was the response that pushing me to promote this initiative. “

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NEPAL In Nepal le scuole sono prettamente private, garantendo quindi l’istruzione ad una percentuale molto bassa di bambini. Per questo motivo il giovane Santosh che all’età di 19 anni faceva il portatore per i turisti che affollavano le alte montagne, raccontò durante un trekking a Claudia ed al suo marito di allora Beppe di avere un sogno: aprire una scuola pubblica che permettesse anche ai bambini più poveri di ricevere un’educazione che potesse permettergli un futuro migliore. Fu così che Claudia ed il marito, una volta tornati in Italia decisero di fondare l’associazione “Help 4 Friends” affinché raccogliessero fondi per tramutare il sogno in realtà.

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In Nepal, schools are purely private, thus ensuring education for a very low percentage of children population. For this reason the young Santosh, who at the age of 19 was the bearer for the tourists who crowded the high mountains, told Claudia and her husband Beppe at the time of a trekking to have a dream: to open a public school that would also allow to the poorest children to receive an education that could allow them a better future. So, once back in Italy, Claudia and her husband decided to found the association “Help 4 Friends” so that they could raise funds to turn the dream into reality.


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Era il 2009 e 50 bambini, sia maschi che femmine, furono strappati dalla strada per iniziare un percorso educativo. Sono passati 10 anni ed oggi la Moonlight School offre un’istruzione a 160 bambini provenienti da tutta Kathmandu di un’età compresa tra i 4 e i 12 anni che vengono selezionati da un comitato composto da nove membri, in base alla loro situazione familiare e sociale. Nonostante nella società nepalese vigano le ferree leggi relative alle caste (ne sono presenti quasi 100), all’interno della scuola tutti i bambini hanno pari diritti e sono considerati uguali. Non a caso, ognuno di loro porta la divisa ufficiale che gli viene fornita direttamente dalla scuola e che si compone di camicia azzurra, cravatta con sopra cucite in giallo le iniziali della scuola, pantaloni grigi di flanella, calzini grigi. Le bimbe hanno rigorosamente i capelli legati con trecce ed adornate con fiocchi bianchi. 6

It was 2009 and 50 children, both male and female, were torn off the road to begin an educational journey. Ten years have passed and today the Moonlight School offers an education to 160 children aged between 4 and 12 from all over Kathmandu, selected by a nine-member committee on their family and social situation. Despite the strict social laws related to castes in Nepalese society (almost 100 are present), all children have equal rights within the school and are considered equal. Not surprisingly, each of them carries the official uniform that is provided directly by the school, consisting of a blue shirt, a tie with the initials of the school sewn on it in yellow letters, grey flannel trousers and grey socks. The girls have their hair tied with braids and adorned with white bows.


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Kathma In conseguenza al terribile terremoto del 2015 che colpì rovinosamente la città, disintegrando completamente la scuola che era stata creata all’interno di un palazzo a più piani, questa fu ricostruita seguendo le norme antisismiche e sviluppandola in larghezza e non più in altezza. Oggi si nasconde tra i palazzi della zona a nord est della città ed è composta da sette aule per gli studenti, da un’aula insegnanti, da una sala di musica ed una per il ballo e dall’ufficio del preside Subas Koirala, fratello di Santosh. A completare il tutto un ampio giardino dedicato alle attività ludico/motorie. 8

Because of the terrible earthquake of 2015 that hit the city, completely destroying the school once opened inside a multi-storey building, it was rebuilt following the antiseismic regulations and developed in width rather than in height. Today it hides among the buildings in the north-east area of the city, with its seven classrooms for students, a classroom for teachers, a music room and a ballroom and the office of headmaster Subas Koirala, Santosh’s brother. Completing the environment, a large garden dedicated for recreational / sports activities.


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LE aspettative Expectations Il nostro viaggio è iniziato venerdì 3 maggio, quando siamo stati convocati tutti in HQ per una riunione conoscitiva. Lì abbiamo avuto modo di interagire con i nostri compagni di viaggio e di confrontarci su quelle che erano le nostre aspettative e le nostre paure. Ci siamo riuniti intorno ad un tavolo e ci siamo presentati uno ad uno: Valeria Benedetti (Reggello), Valeria Pisani (Milano), Lidia Cecilia Cadena Casas (Città del Messico), Nicola Lampa (Ascoli Piceno), Elena Vulpe (Moldavia), Riccardo Rossetti (Reggello). Ad aiutarci nella relazione con i bambini, è venuta con noi anche Costanza Pennizzotto, laureata in pedagogia e da alcuni anni impegnata nel sociale con bambini e disabili.

Durante il nostro primo incontro abbiamo capito che in ogni realtà si entra in punta di piedi, ascoltando gli altri, i loro bisogni, i loro stati d’animo. Lo si fa con lo spirito di chi ha tutto da imparare e qualcosa da insegnare, senza forzature, senza imposizioni e soprattutto senza giudicare gli altri per quel che è giusto o sbagliato secondo il nostro punto di vista. Confrontandoci con quei bambini, avremmo dovuto abbandonare i nostri dogmi ed adagiarci sui loro, tendendogli la mano con rispetto ed apertura. Abbiamo scoperto di aver paura di non essere all’altezza della situazione, di non essere in grado di gestirli in classe, ma anche di doverci confrontare con i loro atteggiamenti bruschi nei nostri confronti. Ci spaventava anche il distacco da loro a fine viaggio, il saper dosare bene l’empatia con la razionalità.

Our journey began on Friday, May 3rd, when we were all summoned to HQ for a fact-finding meeting. There we had the opportunity to interact with our traveling companions and to discuss what our expectations and fears were. We gathered around a table and introduced eachother one by one: Valeria Benedetti (Reggello), Valeria Pisani (Milan), Lidia Cecilia Cadena Casas (Mexico City), Nicola Lampa (Ascoli Piceno), Elena Vulpe (Moldova), Riccardo Rossetti (Reggello). To help us in the relationship with children, Costanza Pennizzotto, a graduate in pedagogy and for some years engaged in social work with children and the disabled, came with us too.

During our first meeting, we understood that in every reality we walk on tiptoes, listening to others, their needs, their moods. It is done with the spirit of those who have everything to learn and something to teach: without forcing, without impositions and, above all, without judging others for what is right or wrong according to our point of view. Confronting ourselves with those children, we would have had to abandon our dogmas and lay down on them, holding out their hand with respect and openness. We discovered that we are afraid of not being up to the situation, of not being able to manage them in the classroom, but also of having to confront ourselves with their abrupt attitudes towards us. We were also frightened by the detachment from them at the end of the journey, the ability to well-balance empathy with rationality.


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Ma al tempo stesso eravamo carichi, anzi carichissimi di provare questa esperienza: li avremmo fatti ballare e suonare, li avremmo fatti divertire e li avremmo fatti giocare. Gli avremmo portato la bandiera italiana per fargli conoscere i nostri colori e parlargli del nostro paese affinché magari un giorno lo possano venire a conoscere di persona. Ci saremmo impegnati a capire quali potessero essere gli spunti su cui lavorare per il futuro della scuola e soprattutto gli avremmo insegnato a sognare in grande e a capire che c’è un mondo che li aspetta al di là del diventare un abile portatore o una mamma affettuosa. At the same time we were so excited to live this experience: we would have had them dancing and playing, we would have entertained them. We would have brought them the Italian flag to introduce them our colours and talk to them about our country, so that maybe one day they could come to visit it in person. We would have committed ourselves to understanding what we could work on for a better future of the school, and above all we would have taught them to dream big and to understand that there is a world that is waiting for them, beyond becoming a skilled carrier or a loving mother.

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L’Esperienza THE experience L’arrivo a Kathmandu è stato impattante. Molti di noi viaggiavano in Asia per la prima volta, confrontandosi con una realtà diversa anni luce da quella di tutti i giorni. All’uscita dell’aeroporto siamo stati sorpresi da un caldo asfissiante ed un caos al quale ci saremmo dovuti abituare molto presto. Ma l’accoglienza che ci hanno riservato Santosh e suo fratello ci ha permesso subito di ambientarci: una collana di fiori arancioni e del buon thè nepalese ci hanno fatto subito sentire parte di una famiglia dalla quale ci saremmo potuti distaccare con grande difficoltà. La città è un inferno e la zona dove soggiornavamo, in piena periferia, lo era ancora di più perché è

impressionante la povertà che l’attanaglia. La strada è la casa di tanti, è lì che le madri lavano i propri figli con gocce d’acqua raccattate chissà dove, è lì che le mucche – considerate sacre e quindi intoccabili – girellano liberamente mangiando plastica abbandonata, è lì che i venditori espongono i loro banchi colmi di polli e pesci, alla mercé della polvere alzata dai numerosi motorini che sfrecciano suonando ripetutamente il clacson, rendendo l’aria già puzzolente, irrespirabile. Ma nonostante tutto questo la Moonlight School ci è sembrata quasi come un’isola felice, una zona incontaminata, dove la bellezza è data dal sorriso spontaneo dei bambini.


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The arrival in Kathmandu was impressive. Many of were travelling to Asia for their first time, confronting a reality that was light years different from that of everyday life. At the exit of the airport, an asphyxiating heat and a chaos, to which we would have had to get used very soon, were surprising us; by the way, the way Santosh and his brother welcomed us immediately allowed us to settle in: a necklace of orange flowers and a cup of good Nepalese tea immediately made us feel part of a family from which we would have departed with great difficulty. The city is a hell and the area where we were staying in the outskirts was even more, because the poverty that gripped it is impressive. The street is the home of the many: that’s where the mothers wash their children with water picked up who knows where, that’s where the cows - considered sacred and untouchable – freely roam, eating abandoned plastic; that’s where the sellers expose their benches full of chickens and fish, at the mercy of the dust raised by the numerous motorbikes that whiz by repeatedly sounding the horn, making the air already smelly, unbreathable. Despite all this, the Moonlight School seemed almost like a happy island, a pristine area, where beauty is given by the spontaneous smiles of those children. 16


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Loro arrivavano la mattina a scuola a piedi, spesso da soli, riuscendo con destrezza – a differenza nostra – a divincolarsi per le vie caotiche della città. Una volta nel cortile, dopo essersi suddivisi in linee parallele cantavano con la mano sul petto e gli occhi chiusi l’inno nepalese, successivamente l’inno della scuola ed in fine recitavano la preghiera al Dio dell’istruzione per rendergli grazie della possibilità di ricevere un’educazione. Dopo questo breve rito, si passava al controllo delle mani che dovevano essere pulite – per quanto possibile – e poi attraverso una breve marcia, tutti si dirigevano verso la propria classe, lasciando le loro scarpette nere nell’apposita scarpiera prima di entrare. They were reaching the school at early morning on foot, often alone, managing deftly - unlike us to wriggle through the chaotic streets of the city. Once in the courtyard, after dividing into parallel lines, they sang the Nepalese hymn with the hand on the chest and the eyes closed, then the hymn of the school and finally recited the prayer to the Education’s God to give them the opportunity to receive education. After this short ritual, they passed to the control of the hands that had to be cleaned - as much as possible - and then, headed towards their own class on a short march, leaving their black shoes in the special shoe rack before entering.

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Le classi erano piccole e prive di elettricità e riscaldamento e si componevano solo di banchi, un piccolo scaffale per lasciare le borracce ed il panierino con il pranzo ed una lavagna. In terra la moquette serviva a rendere più caldo il pavimento, visto che tutti camminavano scalzi, con ai piedi quelli che potremmo definire “ricordi” di calzini: i bambini infatti da mesi usavano gli stessi tutti i giorni, rendendoli ormai solo brandelli di tessuto tenuti insieme per miracolo. Al suono della campanella (che consisteva nel battere un sorta di martello su una lamiera) i bambini tiravano fuori dai loro zaini libri e quaderni rivestiti con la carta dei biscotti o con pagine di giornale e si preparavano per la lezione. Il metodo di insegnamento locale era molto diverso dal nostro e basato prettamente sulla ripetizione mnemonica più che sull’apprendimento. The classes were small and lacking of ì electricity and heating; they and consisted only of a few benches, a small shelf to leave the water bottles and the basket with lunch and a blackboard. On the floor the carpet was used to make the floor warmer, since everyone walked barefoot, with what we could call “socks”: in fact, for months the children had been using the same ones every day, making them now only pieces of fabric kept miraculously together. At the sound of the bell (which consisted of beating a sort of a hammer on a metal sheet), the children pulled books and notebooks, covered with biscuit paper or newspaper pages, out of their backpacks and preparing for the lesson. The local teaching method was very different from ours and based purely on mnemonic repetition, rather than learning.

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Al nostro ingresso in classe - senza scarpe - i bambini si alzavano in piedi e con un coro gioioso ci salutavano; lo stesso avveniva nel momento in cui uscivamo dalla stanza: a quel punto il loro non era un saluto, ma un ringraziamento per l’insegnamento che avevano ricevuto. When we entered the classroom without shoes - the children stood up and greeted us with a joyful chorus; the same happened when we left the room: at that point, theirs was not a greeting, but rather a thanksgiving for the teaching they had received.

Anche il pasto rappresentava un momento importante della giornata. Sempre ben ordinati, andavano a lavarsi le mani ad un piccolo fontanello posto nel cortile per poi rientrare in classe dove avrebbero mangiato il cibo che le loro madri gli avevano consegnato al mattino. Una volta lavate e riordinate le loro ciotoline li aspettava la ricreazione che li vedeva correre e giocare in modo irrefrenabile fino all’inizio delle lezioni. Even the meal was an important moment of the day. Always well ordered, they went to wash their hands at a small fountain placed in the courtyard, then went back to the classroom where they would eat the food that their mothers had given them in the morning. Once their bowls were washed and tidied, there was recreation time, with them running and playing uncontrollably until the beginning of the next lessons.

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Ogni giorno ci suddividevamo uno per classe, scandendo il tempo insieme alle insegnanti tra le ore di matematica, nepalese, inglese e scienze, mentre nelle due ore pomeridiane preparavamo delle attività ludiche per far divertire i bambini, anche se, con il passare dei giorni, visto il nostro impegno nelle attività, le insegnanti erano sempre più latitanti e noi sempre più in preda alla disperazione. Non era infatti semplice coinvolgere quelle piccole pesti in giochi ed attività didattiche, ma nonostante le nostre preoccupazioni, abbiamo saputo cavarcela al meglio!

Every day we divided ourselves one by class, staying together with the teachers among the lessons of Maths, Nepalese, English and Sciences; in the two afternoon hours we prepared fun activities to entertain the kids even if, thanks to our commitment to activities, teachers were increasingly at large and we were increasingly ‘in desperation’ as the days went by. It was not easy, in fact, to involve those children in games and educational activities; but despite our concerns, we were capable to do our best! 29


La nostra presenza infatti è stata molto apprezzata dai bambini che si sono adeguati subito ai nostri metodi ed anzi, curiosi e vogliosi di imparare, ci hanno regalato moltissime soddisfazioni. Li abbiamo fatti giocare con le bolle di sapone, scoprendo con grande tristezza che alcuni di loro si nascondevano pezzi di saponette nelle tasche come fosse stato il loro più grande tesoro da portare a casa: è stato tremendo vederli azzuffare durante il gioco della pignatta per accaparrarsi una confezione di bagno schiuma, invece che le caramelle. Gli abbiamo portato un mappamondo per mostrargli i nostri paesi di provenienza e quanto fosse grande la terra con i suoi vasti territori, scorgendo nei loro sguardi il piacevole stupore di fronte alla presenza del mare: nessuno di loro lo ha mai visto, molti non sapevano cosa fosse e non è stato affatto semplice ammettere che noi sì, ci eravamo stati e anche più volte. Li abbiamo fatti scatenare facendoli giocare a calcio, a ruba bandiera e a molti altri giochi, valorizzando il loro forte senso di unione e ci siamo commossi di fronte a quella gioia scalpitante nel vedere un pallone. Ci siamo improvvisati professori di matematica, ma anche di italiano, perché gli abbiamo insegnato qualche parola e ci hanno stupiti una mattina quando al nostro arrivo hanno intonato perfettamente “San Martino campanaro”. Gli abbiamo fatto suonare gli xilofoni e la pianola e gli abbiamo insegnato a ballare la Macarena e sì anche WMCA, consapevoli del fatto che non fosse una canzone adatta alla loro età. Gli abbiamo insegnato a fare gli aeroplanini di carta (con scarsi risultati sul volo però), a disegnare, a modellare palloncini colorati e a realizzare maschere di carnevale.

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La nostra presenza infatti è stata molto apprezzata dai bambini che si sono adeguati subito ai nostri metodi ed anzi, curiosi e vogliosi di imparare, ci hanno regalato moltissime soddisfazioni. Li abbiamo fatti giocare con le bolle di sapone, scoprendo con grande tristezza che alcuni di loro si nascondevano pezzi di saponette nelle tasche come fosse stato il loro più grande tesoro da portare a casa: è stato tremendo vederli azzuffare durante il gioco della pignatta per accaparrarsi una confezione di bagno schiuma, invece che le caramelle. Gli abbiamo portato un mappamondo per mostrargli i nostri paesi di provenienza e quanto fosse grande la terra con i suoi vasti territori, scorgendo nei loro sguardi il piacevole stupore di fronte alla presenza del mare: nessuno di loro lo ha mai visto, molti non sapevano cosa fosse e non è stato affatto semplice ammettere

che noi sì, ci eravamo stati e anche più volte. Li abbiamo fatti scatenare facendoli giocare a calcio, a ruba bandiera e a molti altri giochi, valorizzando il loro forte senso di unione e ci siamo commossi di fronte a quella gioia scalpitante nel vedere un pallone. Ci siamo improvvisati professori di matematica, ma anche di italiano, perché gli abbiamo insegnato qualche parola e ci hanno stupiti una mattina quando al nostro arrivo hanno intonato perfettamente “Fra Martino campanaro”. Gli abbiamo fatto suonare gli xilofoni e la pianola e gli abbiamo insegnato a ballare la Macarena e sì anche YMCA, consapevoli del fatto che non fosse una canzone adatta alla loro età. Gli abbiamo insegnato a fare gli aeroplanini di carta (con scarsi risultati sul volo però), a disegnare, a modellare palloncini colorati e a realizzare maschere di carnevale.

Our presence was in fact much appreciated by the children, who immediately adapted to our methods and, indeed curious and eager to learn, they gave us many satisfactions back. We played with soap bubbles, discovering with great sadness that some of them were hiding pieces of soap in their pockets as if it was their biggest treasure to bring back home: it was terrible to see them scuffle during the pot game, to grab a bubble bath pack instead of sweets. We brought them a globe to show them our origin countries and how big the earth is - with its vast continents - seeing in their eyes the pleasant astonishment at the presence of the sea: none of them ever saw it, nor even knew what was it, and it wasn’t easy at all to tell them that we were so accustomed to see it several times like it was something normal to us.

We played soccer, the “steal the flag” game and many others, enhancing their strong sense of union, and we were moved by their joy of looking at a ball. We improvised ourselves as maths professors, but also as teachers of Italian language, teaching them a few words: one morning they even surprised us when, on our arrival, they sang “San Martino campanaro” perfectly. We played the xylophones and the piano and we taught them to dance Macarena and, oh yes, “YMCA” song too, aware of the fact that it wasn’t a song suitable for their age. We taught them how to make paper airplanes (with poor results on their flight capability though), how to draw, how to model colored balloons and to make carnival masks.


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Al tempo stesso siamo stati inondati di domande, alcune semplicissime come la richiesta di pronunciare il nome proprio e quello di tutto il nostro albero genealogico, altre difficilissime come il dover spiegare perché a 30 anni non fossimo ancora sposati, come potesse essere vero che alcuni di noi fossero single e per quale strampalato motivo nessuno di noi appartenesse ad una casta. No, non è stato semplice per alcuni di noi, dover spiegare anche che essere figli unici non fosse una disgrazia e che Nicola Lampa, pur essendo un musicista alto e muscoloso non fosse una pop star. Inoltre, ci avevano detto che i nepalesi non amano il contatto fisico e ci avevano preparato ad un atteggiamento freddo, quasi glaciale da parte dei bambini. Beh, non sappiamo se quelli della Moonlight school fossero un caso isolato, ma possiamo dire con certezza che i loro abbracci affettuosi e soffocanti fossero l’accoglienza più dolce di ogni mattina ed il saluto più entusiasmante di ogni pomeriggio.

At the same time, we were inundated with questions; some of them were very simple questions, like the request to pronounce our first name and the ones of our entire family tree; others were very difficult ones, like having to explain why on our thirties we were not married yet, or how could it be true that some of us were still single, and even for what ‘weird’ reason none of us belonged to a caste. No: it was not easy at all for some of us, having to explain that being an only child was not a disgrace and that Nicola Lampa, despite being a tall and muscular musician, was not a pop star. Furthermore, they told us that the Nepalese do not like physical contact and prepared us for a cold, almost glacial attitude from the children: to be honest, we don’t know if those of the Moonlight school were an isolated case, but we can say with certainty that their affectionate and suffocating embraces were every morning’s sweetest welcome and the most exciting greeting of every afternoon we could have had. 35


Quei bambini ci hanno insegnato che la felicità si trova nelle piccole cose e nei gesti più semplici; ci hanno insegnato l’importanza del saper accogliere senza diffidenza e soprattutto dell’esistenza di gesti universali capaci di abbattere il muro del pregiudizio, della paura e della diversità; ci hanno insegnato l’importanza dell’istruzione come unica arma per essere donne e uomini liberi, capaci di prendere decisioni in modo indipendente senza alcuna imposizione; infine ci hanno insegnato che sognare non costa niente e che tutti possono farlo. Soprattutto le bimbe che in un paese come il Nepal sono le più penalizzate: le famiglie numerose che non possono permettersi di istruire tutti i figli, prediligono i maschi, dando (o vendendo) le femmine in moglie, ancora adolescenti, che rischiano di rimanere incinta e partorire ancora troppo giovani. È stato interessante scoprire che le mamme delle bimbe della Moonlight school fossero perlopiù casalinghe senza alcuna prospettiva, mentre gli occhi sognanti delle loro figlie raccontavano la voglia di riscatto che gli avrebbe permesso di diventare dottoresse, attrici, ostetriche ed anche delle coraggiose business women.

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Those children taught us that happiness can be found in all the small things and in the simplest gestures; they taught us how important is knowing how to accept the others without suspicion, and above all the existence of universal gestures, capable of breaking down the wall of prejudice, fear and diversity; they taught us the importance of education as the only way for women and men to be free, able to make their own independent decisions and without any imposition; finally they taught us that dreaming costs nothing and that everyone can do it. Especially for the girls, who are the most penalized in a country like Nepal: large families prefer males because they can’t afford to educate all their children, and then give (or sell) women in wives, as they’re still teenagers, with the risk of becoming pregnant and give birth yet being too young. It was sadly interesting to discover that the mothers of those little girls at Moonlight school were mostly housewives with no prospects, while the dreamy eyes of their daughters told the desire for a redemption that would allow them to become one day doctors, actresses, midwives and even courageous business women. 38

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Nel nostro viaggio in Nepal sono state due le scritte che hanno colpito la nostra attenzione, la prima riportata sull’insegna della Moonlight School che recitava uno dei diritti fondamentali, ovvero che ogni bambino merita il diritto all’istruzione, la seconda trovata sul muro di una scuola femminile che grida “Il matrimonio può attendere. L’Istruzione no!”: entrambe ci hanno dato dimostrazione di quanto niente sia scontato, di quanto sia importante ogni giorno della nostra vita impegnarsi affinché nessuno ci tolga ciò che ci siamo conquistati e soprattutto ci hanno dato prova di come un piccolo gesto di altruismo faccia la differenza per cambiare le sorti del mondo.

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There were two writings that hit our attention in our trip to Nepal: the first one, reported on the Moonlight School banner showing one of mankind’s fundamental rights, namely saying that every child deserves the right to education; the second found was written on the wall of a girls’ school and was shouting: “Marriage can wait. Education no!” Both gave us a demonstration of how nothing must be taken for granted, and how important it is to work every day of our lives to make sure that no one ever takes away from us the freedom and civilization we have conquered in time; and, above all, they have shown us that a small gesture of altruism can make the difference in changing the fate of this world.

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Elena Vulpe “Sono partita piena di dubbi, paure e determinazione per non farmi abbattere. In meno di 5 giorni gli stessi bambini mi hanno mostrato tutto ciò che era irrilevante. La loro allegria, la mancanza di filtro e il desiderio genuino di connettersi, hanno superato tutte le mie barriere immaginate. Non solo, hanno permesso a me e ai miei incredibili compagni di viaggio di avventurarsi nelle loro vite senza paura, ma hanno cambiato le nostre. Tutto ciò non sarebbe stato lo stesso senza il costante supporto dei miei compagni di squadra, il loro incoraggiamento nei momenti di “panico” e la loro energia per andare oltre i nostri limiti “. “I started off filled with doubts, fears and determination not to let those kids down. But in less than 5 days the same kids showed me all that was irrelevant: their cheerfulness, lack of filter and genuine desire to connect transcended all my imagined barriers. They not only let me and my amazing fearless partners in adventure in their lives, they changed ours. All that would not have been the same without the constant support of my team mates, their encouragement in the moments of “panic” and their energy to go beyond our limits.”

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Lidia Cecilia Cadena Casas “Ero molto fiduciosa del successo del progetto sin dall’inizio perché eravamo tutti diversi ma avevamo tutti un obiettivo comune: dare il massimo come insegnanti alla Moonlight School. Un caloroso benvenuto da parte dei nostri ospiti (con collane di fiori che circondavano il nostro collo) ha iniziato a toccare i nostri cuori. Da quel momento, mi sono sentita a casa…diciamo una casa ad alta temperatura! Una città colorata, gente sorridente, vestiti freschi, tanti frutti sulla strada per l’hotel: tutti particolari che mi hanno ricordato i piccoli villaggi del mio paese, solo un po’ più disordinati e non completamente asfaltati. Il nostro primo giorno alla Moonlight School è stato memorabile. Mi sono emozionata vedendo tutti i bambini in perfetta armonia, con le loro uniformi, che cantavano l’inno nazionale e della scuola con un alto senso di appartenenza. I giorni sono scorsi molto velocemente. Qui, abbiamo messo in campo tutte le varie abilità personali: il primo obiettivo era capire il sistema delle lezioni e trovare il modo migliore per inserirci nella routine scolastica. Per prima cosa ho osservato le lezioni, studiato i contenuti dei libri e l’interazione degli insegnanti con i bambini. E poi, grazie alla collaborazione con gli insegnanti, abbiamo arricchito alcune classi con nuove attività, utilizzando diversi media e tecniche. Il supporto delle insegnanti con la traduzione era fondamentale per stabilire una connessione utile con i bambini. Parlando di utilizzo dei materiali, abbiamo lavorato con le risorse disponibili, come ad esempio raccogliendo materiali dalla spazzatura e con i quali abbiamo costruito alcuni ornamenti per la realizzazione della piñata, con la quale abbiamo avuto modo di giocare l’ultimo giorno di scuola. L’ultimo giorno non piansi, perché avevo già pianto prima, quando solo l’idea di dire addio mi ha straziato l’anima. Ero felice perché in qualche modo sono sicura che, anche se non abbiamo cambiato il mondo intero, di sicuro, abbiamo dato la possibilità a quei bambini di imparare cose nuove, lasciando loro un bel ricordo. Non solo i bambini, anche le persone che abbiamo incontrato in questo viaggio ci hanno insegnato molto: è così facile essere felici e godersi le cose semplici. Parafrasando l’autore Manfred Spitzer: per me, contribuire al lavoro per la comunità, al futuro, alla libertà, al prendersi cura degli altri esseri umani e dei loro problemi reali è una necessità, così come sostenere le iniziative delle persone illuminate e lavorare duramente per coloro che in realtà non sono nelle giuste condizioni per fare da soli (come i nostri figli) ma anche per coloro che non possono farlo più, come i nostri malati e anziani. Questi sono i valori che ho ereditato dai miei genitori e che porto con me per tutta la vita. Questi sono anche i valori di PQE e sarò grata per sempre per avermi dato la possibilità di provare a rendere questo mondo un po’ migliore.”

“I was so confident for the project to be successful from the very beginning because we all were different but we all had a common objective: to give our best as teachers at Moonlight School. We received a warm welcome from our hosts, with flower necklaces surrounding our necks that immediately touched our hearts. I felt like at home from that moment on: for sure a high temperature home! A colourful city, smiling people, fresh clothes, lots of fruits on the way to the hotel. It reminded me the small villages in my own country; just a little more messy and not completely paved, so to say. Our first day at Moonlight School was memorable: I was touched by seeing all the children in perfect harmony, with their uniforms, singing the National and School anthems with a high sense of belonging. The days passed by very quickly, there. All the personal soft skills we had were challenged: The first goal was to understand the lessons’ system in Moonlight school and find the best way to insert ourselves into the school routine. First I observed the classes, studied the contents of the children’s books and the teachers interaction with children. Then, collaboration raised with the teachers and the kids, we enriched some classes with new activities by using diverse media and techniques. When necessary, the teachers´ support with translation was fundamental establishing a useful connection with the kids. Talking about the materials used for teaching support, we worked with the few resources available: for example, collecting materials from garbage and some additional ornaments, we recycled them and built beautiful piñatas which gave us lots of fun on the final day at school, among all the activities we did all together on that day. On the final day, I did not cry because I had already cried before, but just the idea of saying farewell to them struggled my soul. I was happy because I am sure that, even if we maybe did not change the whole world, for sure we gave at least different experiences to all those lovely kids and nice memories. And I must say that not only the children, but all the people we meet in this journey taught us a lot too: It’s so easy to be happy and enjoy simple things… Paraphrasing the author Manfred Spitzer: for me, it’s a necessity to contribute to the work for the community, the future, the freedom, taking care of other human beings and their real problems, supporting the initiatives of enlighted people and work hard for those that actually are not able in right conditions for doing by themselves, like our children, but also for those that can not do it anymore, like our sick people and elderly ones. These are the values that I have inherited from my parents and that I have carried with me the whole live. These are also the PQE Group values and I will be thankful forever for giving us this chance to try to make this world a little better.“ 49


VALERIA Pisani

“Carica di biokill e amuchina, sono partita; ma con dei sandali ai piedi, per sentire la terra, la terra del Nepal, la terra di questi bambini meravigliosamente tolti dalla strada. Abbiamo culture diverse. Abbiamo priorità diverse. Abbiamo occhi diversi per guardare le cose. Facile dire che sono indietro su alcuni fronti, che non ci arrivano...ma quali sono le loro priorità, quelle per cui si dedicano con grande impegno ogni giorno? Io credo che comunque loro siano, con i dovuti limiti, soddisfatti e realizzati. Dieci giorni non sono stati certo sufficienti per capirli. Così, ai miei occhi sono arrivati anche altri grandi contrasti e/o assurdità che mi stanno facendo tutt’ora riflettere. Una delle cose che mi ha rattristato di più è stata vedere lo sporco e il degrado...a parer mio povertà non vuol dire sporcizia e sudiciume, la dignità della persona povera o ricca che sia non si deve perdere. Essere poveri non ha niente a che fare col buttare per terra gli involucri di plastica, i rifiuti in generale, e non lo giustifica. Comprendo che a causa dei costi, l’igiene venga a meno. Ma l’ambiente no, le strade possono essere sterrate o asfaltate non importa, ma non una discarica a cielo aperto nella quale vivere. È stato impagabile il calore dato dall’accoglienza di quei piccoli scolaretti tutti in uniforme: spavaldi che si sono buttati tra le nostre braccia. Hanno giocato e cantato, ma hanno anche imparato tanto attraverso il gioco. Abbiamo provato ad insegnargli a ragionare ed apprendere senza a ripetere meramente ed in modo sterile. Credo che sia stato molto importante per loro confrontarsi con dei ragazzi spumeggianti che non erano le loro maestre. Non eravamo insegnanti o educatori, ma ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo offerto tutti noi stessi così come eravamo con i nostri punti di forza e le nostre debolezze. 50

Un fatto che mi ha messa molto in discussione è stato lo stabilire il limite delle cose da raccontagli. Fin dove potevo farli fantasticare narrando una realtà diversa dalla loro prima di farli soffrire? Mi sono trovata in difficoltà quando stupiti hanno chiesto se il mare fosse così blu come nelle foto, cosa fosse un teatro, se veramente esistessero nuvole a panna montata, se una donna potesse effettivamente arrampiacare (vedendo le mie foto), di che casta fossi, se era proprio vero che potessero lavarsi con il sapone portandosi poi a casa la scaglia... Mi si è stetto lo stomaco a queste domande, e ripensandoci probabilmente ho sbagliato, ma sul momento non me la sono sentita di dettagliare troppo. Forse il fatto che io fossì lì era la loro occasione per avere certe risposte, e ahimè ho assecondato la loro ignoranza, ma ho agito d’impulso, condizionata dall’uragano di emozioni contrastanti che stavo vivendo in quel momento. In quel tempo trascorso con loro ho anche provato l’emozione di ammirazione e sorpresa riscoprendo la preziosità delle cose, quelle stesse emozioni che prova un bimbo piccolo quando scopre il mondo meravigliato. Avere a casa acqua cristallina che scorre dal rubinetto, poter respirare senza mascherine, farsi una doccia calda con il sapone e non una lavata/sciacquata per strada con le caraffe di acqua fredda. Al decimo giorno le cose erano un po’ cambiate: certe si soffrivano meno perchè ci si era abituati alla realtà locale, e certe altre invece si soffrivano di più, perchè più si prendeva consapevolezza più erano dolorose. Al decimo giorno c’era la voglia tornare a casa e la voglia di restare. Sicuramente ora già non manca la voglia di ripartire, che sia per tornare da loro o che sia verso nuove avventure.”


“Fully loaded with ‘biokill’ and ‘amuchina’, that’s how I left my country; but with sandals on my feet, to feel the earth, the land of Nepal, the land of these children wonderfully taken off the road. We have different cultures. We have different priorities. We have different eyes to look at things. Easy to say that they’re somehow underdeveloped, that they can’t reach our standards ... but what are their priorities, those for which they dedicate themselves with great commitment every day? I believe that in any case they live, with due limitations, satisfied and fulfilled. By the way I’m sure that just ten days were certainly not enough to understand them. One of the things saddening me the most was seeing the dirt and the degradation ... in my opinion poverty shouldn’t mean filth. The dignity of the poor or rich person that is should not be lost. Being poor has nothing to do with throwing plastic wrappings on the ground, or leaving waste on the ground in general, and does not justify it. I understand that hygiene doesn’t have importance, because of how much it costs. But the environment matters: doesn’t matter whether the roads may be unpaved or else, I think they shouldn’t be nothing but an open dump in which to live, as I unfortunately saw there. The warmth given by the welcome of those little schoolchildren by the way, with everyone in their uniforms, was priceless: bold they threw themselves into our arms. They played and sang, but they also learned a lot through the game. We tried to teach them to reason and learn, without merely repeating gestures and in a ‘sterile’ way. I think it was very important for them to deal with sparkling people who were not their teachers. We were not teachers or educators, but we rolled up our sleeves and offered

ourselves as we were with our strengths and weaknesses. One thing that making really questioning myself was to about how to establish the limit of things to tell to them. How far could I make them fantasize, by telling a reality that’s so different from theirs, before making them suffer? I had difficulty when amazed they asked me if the sea was so blue as in the photos, or what a theatre was, if there really there were clouds with whipped cream, if a woman could actually climb (seeing my photos), or what castle really was, and whether it was true that they could wash themselves with soap and then take the scale home ... My stomach felt stuck with these questions, and thinking backwards, I probably got it wrong but at the time I didn’t feel like detailing it too much. Perhaps the fact that I was there was their chance to get certain answers, and I indulged their ignorance. But I acted impulsively, conditioned by the storm of conflicting emotions I was experiencing at the time. By that time I spent with them, I also felt the great emotion of admiration and surprise rediscovering the preciousness of things, that same emotion that a small child feels when he discovers the marvelous world around him. Have crystal-clear water running from the tap at home, to be able to breathe without masks, taking a hot shower with soap and not a wash / rinse on the street with just jugs of cold water. On the tenth day, things changed: some were less painful, because we understood and got used to the local reality, and some others were more, because we were more aware of them. On the tenth day, there was both the desire to go home and the desire to stay. Surely now I already desire to leave again, whether it was to return to them, or to embark on new adventures. “ 51


Nicola lampa

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“Sono stati 10 giorni molto intensi, scaraventato con altri 7 ragazzi, per la maggior parte sconosciuti, in una realtà distante anni luce dalla nostra, estremamente povera ma allo stesso tempo potente, in grado di suscitare in me un turbinio di sensazioni che difficilmente dimenticherò. Partiamo dalla Moonlight School, il fulcro del nostro viaggio. Prima di partire avevo il timore di non riuscire a gestire tanti bambini insieme, di trovare difficoltà nel farmi capire o di non essere ascoltato. Beh, già dopo qualche minuto insieme, queste paure sono scomparse. Non avrei mai immaginato che i bambini fossero così diligenti, educati, affettuosi e allo stesso tempo curiosi e affascinati da noi italiani, così diversi sia fisicamente che nei modi di fare da qualsiasi adulto loro abbiano conosciuto fino a quel momento. Non immaginavo che dopo aver insegnato loro due semplici canzoni in italiano il giorno seguente mi accogliessero cantandole a squarciagola senza commettere errori. Certo, bisogna considerare che dietro a quegli occhi attenti e desiderosi di imparare, c’è tanta povertà e anche un semplice palloncino a forma di cane diventa un dono inestimabile, ma rappresentare per tanti bambini un punto di riferimento, anche se solo per una settimana, mi ha veramente colpito ed emozionato. Ne sono la prova i saluti finali dove alcuni di loro volevano essere sollevati in aria e abbracciati e dove altri si sono privati delle caramelle che gli avevamo regalato per darle a me, scene che susciterebbero commozione in chiunque. Da quest’esperienza ho imparato che le differenze culturali non possono far altro che arricchirci e renderci persone migliori e che non servono molte parole per comprendersi, a volte basta uno sguardo o un piccolo gesto. E che dire di Kathmandu? Una città completamente diversa da come te l’aspetti. E’ affascinante realizzare come l’atmosfera sia pervasa da un forte senso di spiritualità: il suono delle campane, i colori della bandierine e i piccoli altari circondano la città e coesistono con la vita quotidiana dei nepalesi in un abbraccio virtuale che sa di normalità. In questa realtà ho trovato tempo per pensare a chi vive con pochi centesimi ed è comunque felice e a come spesso i beni materiali ci allontanino dalla vera essenza dello stare al mondo. Un’ultima considerazione vorrei rivolgerla ai miei compagni di viaggio. Non era così scontato che 8 persone molto diverse tra loro potessero trovarsi in totale sintonia: abbiamo riso e scherzato, ci siamo commossi e sostenuti a vicenda dando vita ad un gruppo coeso che spero abbia lasciato un’impronta indelebile nei cuori dei nostri amici nepalesi, come loro hanno fatto con noi.”

“They were 10 very intense days, thrown with 7 mostly unknown fellows, in a reality light years away from ours: extremely poor but at the same time powerful, able to arouse in me a whirlwind of sensations that I will hardly forget. Let’s start with the Moonlight School, the centrepiece of our journey. Before leaving, I was afraid of being unable to manage many children together, of finding it difficult to make myself understood or not to be heard. Well, after just a few minutes together, these fears have disappeared. I never imagined that children were so diligent, polite and affectionate, and at the same time curious and fascinated by us Italians, so different both physically and in ways of doing by any adult they had known until that day. I didn’t imagine that after having taught them two simple songs in Italian the following day they would welcome me singing them at the top of their lungs, without making mistakes. Of course, we must consider that behind those careful and eager-to-learn eyes, there is so much poverty that even a simple balloon in the shape of a dog becomes a priceless gift to them: for many children it represents a point of reference, even if only for a week. That really struck me and moved my feelings. Proof of this are the final greetings, where some of them wanted to be lifted up in the air and embraced and others deprived themselves of the candies we had given them to give them to me: a situation that would make anyone’s emotions explode. From this experience I learnt that cultural differences can only enrich us and make us better people, and that many words are not needed to understand each other: sometimes just a glance or a small gesture is enough. And what about Kathmandu? A city completely different from what you expect it to be. It was fascinating to realize how the atmosphere is pervaded by a strong sense of spirituality there: the sound of bells, the colours of the flags and the small altars surround the city and coexist with the daily life of the Nepalese people, in a virtual embrace that feels absolute normality. In this reality I found time to think about those who live with a few cents and are still happy, and how often material goods take us away from the true essence of our being part of this world. A final consideration I would like to address to my fellow travellers: It was not so obvious that eight very different people could be in total harmony: we laughed and joked, we were moved and supported each other giving life to a cohesive group that I hope has left an indelible mark in the hearts of our Nepalese friends, like they did with us.” 53


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VALERIA Benedetti “Le mie impressioni al ritorno di questa vacanza sono: un’esperienza che una volta nella vita tutti dovrebbero fare, si possono immaginare tante cose, si può essere più o meno sensibili a certi argomenti, ma quello che realmente si prova stando lì in prima persona non credo si possa prevederlo. Le emozioni, I pensieri, gli istinti che vengono fuori non si possono immaginare. Sappiamo tutti che in vari Paesi del mondo le cose non sono facili, siamo arrivati a Kathmandu consapevoli che la realtà che ci aspettava era molto lontana da quella dove siamo cresciuti noi e in cui viviamo ogni giorno, ma l’affetto spassionato che dei bambini possono dare a dei perfetti sconosciuti è impagabile. Abbiamo portato ai bambini un modo di giocare, di studiare, di comportarsi completamente di verso dal loro, e si sa tutto ciò che è nuovo può affascinare, ma il rispetto che loro avevano per noi, la necessità di contatto fisico, la voglia di farci scoprire il loro mondo (nei giochi, nei saluti ecc.) è impagabile. Facendo una valutazione “tecnica” direi che di per sè noi abbiamo fatto un viaggio, abbiamo portato degli oggetti con noi, penne, matite, saponette, quaderni, palloncini ecc., tutto materiale che per 8 persone come noi ha un costo veramente irrisorio (quanto una pizza!) solo che poi arrivi lì e scopri che tanti di loro la pizza non l’hanno mai assaggiata e che una scatola di nuovi colori può dare il sorriso ad un’intera classe. Al ritorno di questo viaggio ho la consapevolezza che a costo zero possiamo fare tanto e che nulla, neanche una scatola di pennarelli, è scontata. Le differenze linguistiche, gli usi, le abitudini sono una scoperta da fare, come il giocare una partita a pallone o il cantare insieme una canzone!”

“My impressions on the return of this vacation are about an experience that once in a lifetime everyone should do. You may imagine many things, you may be more or less sensitive to certain topics, but what you really feel when you live personally I don’t think it can be predictable before. Emotions, thoughts, instincts that come out: they simply can’t be imagined. We all know that in various countries of the world things are not easy, and we arrived in Kathmandu well aware that the reality waiting for us was very far from the one where we grew up and live every day in. But the dispassionate affection that children can dedicate to perfect strangers is priceless. We brought children a new way to play, to study, to behave completely different from their usual, and we know everything that is new can fascinate; and I must say, the respect they had for us, their need for physical contact, their desire to have us discovering their world (in games, greetings, etc.) is priceless too. Just as a “technical” evaluation, I would say that we brought objects with us, pens, pencils, soaps, notebooks, balloons etc.: material that for eight people like us has a really insignificant cost ( as much as a pizza!). But when arriving there, discovering that so many of them never tasted a pizza and that a box of new pastels may give back the smile to an entire class… that was so touching. On return from this journey, I got the awareness that we can do so much with almost zero costs, and that nothing, not even a box of markers, is foregone. The linguistic differences, the customs, the habits are a marvellous discovery to be made, as well as a new game to play with the ball, or singing a new song together! “

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RICCARDO ROSSETTI “L’esperienza di volontariato in Nepal è stata per me una prova su me stesso sia a livello emotivo che a livello fisico. Avevo alcune paure prima della partenza, su cosa avrei visto, vissuto, sentito a livello di sensazioni, ma tutte queste paure sono crollate giorno dopo giorno, a livello personale sono veramente soddisfatto ed arricchito. L’emozione più grande è stata vivere la quotidianità con i bambini, la loro umiltà e i loro sorrisi sinceri, vivere tutto questo in silenzio entrando nella scuola, con rispetto, in punta di piedi e prendendo confidenza ora dopo ora. Alla fine è stato molto difficile per noi salutare i nostri nuovi piccoli amici perchè si è creato qualcosa di bello durante la settimana, emozioni sincere come è quel Paese, tanto sincero quanto umile e vero anche se così lontano dalla nostra realtà. Ancora grazie.”

“The experience of volunteering in Nepal has been a test on myself, both emotionally and physically. Before leaving, I had some fears about what I would have seen, lived, and felt in terms of sensations; but all these fears collapsed day after day: on a personal level I feel really satisfied and enriched by the experience. The greatest emotion was to live the everyday life with the children, their humility and their sincere smiles, living that all in respectful silence when entering the school, on my tiptoes and taking confidence step by step, hour after hour. In the end, it was so difficult for us to say farewell to our new little friends because of the beautiful link emerged during the week: sincere emotions like the ones that country gives, as sincere as humble and true it is, even if so far from our day-to-day reality. Thank you again, Nepal !”

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Costanza Pennizzotto “Ogni sera dovevamo trovare una parola che potesse descrivere la giornata e me ne venivano in mente così tante, ma nessuna sembrava mai “giusta”. Tutto quello che posso dire di questa esperienza in Nepal mi sembra banale o superficiale, trovare le parole per esprimere quello che ho sentito quando ero là è difficile. Ancora più complicato è raccontare cosa provo da quando sono tornata a casa. Rientrare a pieno ritmo nella quotidianità è stato semplice da un lato: il corpo era certamente presente in quello che faceva, al lavoro, con gli amici; dall’altro lato, la testa era ancora là: pensava ai bambini con cui abbiamo condiviso alcuni giorni, ai compagni di viaggio, a Kathmandu e alle sue strade polverose e piene di buche, alle persone che incontri. E allora mi ritornano alla mente alcune immagini, fotografie che rimarranno per sempre con me: una bambina con i codini che mi parla con lo sguardo vispo, i bambini con la divisa in ordine ma con i calzini bucati, i bambini che ridono di noi e con noi mentre balliamo, le bancarelle di cibo per strada, le strade trafficate, le riunioni serali con i miei compagni di viaggio, mostrare ai bambini su un piccolo mappamondo dove si trova il Nepal. Potrei continuare all’infinito, ma forse la cosa che più mi ha colpito è stato sentirsi così a casa in un luogo tanto lontano e per questo devo ringraziare soprattutto i bambini, che ci hanno accolto a braccia aperte. L’unica cosa che mi rimane da fare è ringraziare per questa possibilità che mi è stata data, credo di essere stata molto fortunata.”

“Every evening we had to choose a word that could describe the day, and so many came up to my mind, but none ever seemed ‘right’ “. All I can say about this experience in Nepal may feel trivial or shallow, finding the words to express what I felt when I was there. It’s difficult. It’s even more complicated to tell what I’ve felt since I got home: coming back into full swing to my everyday life was simple on the one hand: the body was certainly present in what it did, at work, with friends. On the other hand, the head was still in Nepal: it thought of the children we shared a few days with, of my travel fellows, of Kathmandu, its dusty and full of potholes roads, and the people met. Then some images come to mind, photographs that will remain with me forever: a little girl with pigtails speaking to me with a lively look, children in uniform but with socks with holes on them, children laughing at us and with us as we dance together. And then the food stalls on the street, those busy streets, and the evening meetings with my traveling companions. Or also me showing the children on a small globe where Nepal is. I could go on and on, but perhaps the thing that moved me the most was feeling so at home in a place so far away. And for this, I have to thank especially the children who welcomed us with open arms. The only thing I have left to do is to thank PQE for this opportunity that I think I was very lucky to be part of. “

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Diario di bordo dei giovani sognatori di Kathmandu - Kathmandu young dreamers’ travel log  

Directly from Nepal, let's re-live the dream trip of our colleagues Elena Vulpe, Lidia Cecilia Cadena Casas, Nicola Lampa, Valeria Pisani, V...

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