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ME GA

The last but non the least

LAVORI IN CORSO? Una città stanca, disillusa e senza entusiasmo. Ecco come si presenta Lentini agli occhi delle nuove generazioni: incapace di nuovi slanci sociali e politici o di sognare di nuovo in grande. Ma c’è ancora una speranza. Vi raccontiamo, con uno speciale reportage, perché Lentini può tornare ad essere quella di un tempo.


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THE FIRST

Giuseppe Portonera

DOVE VUOLE ARRIVARE QUESTO GIORNALE Pare che a qualcuno il nostro modo di fare giornalismo non sia piaciuto. Troppo ambizioso, esagerato e soprattutto extra-locale. Pare che qualcuno non abbia apprezzato le tematiche che abbiamo scelto di affrontare nei due numeri precedenti, ritenute dei volgari copia e incolla delle testate nazionali. Pare che addirittura qualcuno abbia rimandato indietro delle copie, lamentando la presenza di refusi negli articoli. Di tutto questo ci scusiamo vivamente, per carità! Ci dispiace, tuttavia, che la volontà di creare un prodotto nuovo che potesse andare oltre i confini della spicciola cronaca e dell‟attualità, che si potesse leggere in ogni momento, non sia stata gradita ed apprezzata sino in fondo. Ci piaceva molto pensare che dei ragazzi potessero confrontarsi liberamente tra di loro su argomenti che esulassero, per una volta, dalla quotidianità di ciascuno di noi, attraverso analisi, interviste e editoriali di vario taglio. Per parlare di quello che succede a scuola, basta la ricreazione; per parlare di quello che accade in città, basta andare in piazza; ma per parlare di cultura, di società, di politica, dove bisogna andare? A molti, specie ai ragazzi della nostra età, possono sembrare argomenti troppo lonta-

ni e indefiniti. E invece non è affatto così: sono proprio quelle cose lontane a influenzare la nostra vita quotidiana più di ogni altra cosa. Dove sta dunque il nostro errore? Nell‟aver tentato di gettare il germoglio del dialogo e del confronto tra ragazzi spesso troppo impegnati in altro per accorgersi che nel nostro mondo, ormai in costante evoluzione, c‟è bisogno di loro? Come si potrà mai pretendere che ragazzi della nostra età si impegnino attivamente per cambiare le cose, se non si forniscono loro i mezzi primari per farlo? E tra questi mezzi, qual è il principale, se non un‟informazione sana e corretta? Ci rincuora il fatto, però, che ci sia anche qualcuno (anche più) che la pensa diversamente e che sia rimasto positivamente colpito dal nostro modo di far giornalismo. E poi, le critiche sono il sale della vita! Ecco perché noi di Omega le accettiamo ben volentieri, consci che queste possano essere solo uno stimolo per fare sempre meglio. Perché, non dimentichiamolo mai, la nostra meta finale è sempre quella: soddisfare i nostri lettori e fornire loro una lente d‟ingrandimento critica e diversa, per capire al meglio ciò che ci circonda. Ecco dove vuole arrivare questo giornale.


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SOM MARIO

Quello da leggere,

Quello da guardare

L’1 Maggio di 16 anni fa, Ayrton Senna moriva schiantandosi con la sua auto. Noi, però, lo abbiamo intervistato per voi. Provare per credere. Gianluca Sequenzia a pagina 12

The First FuoriClasse Il Biondo

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IN COPERTINA La bella addormentata

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AAA Castrum Fest cercasi

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Alla ri-scoperta dell’altro

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L’inviato speciale e i riflessi della luce dell’Est

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Ayrton Senna, sedici anni dopo

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Il viaggio è il mezzo migliore per riscoprire la bellezza del mondo che ci circonda e conoscere davvero chi siamo. Kapuscinski docet. Giulia Cristiano e Nancy Cannizzo a pag 10

Tenuto per l’ultima volta nel 2005, il Castrum Fest sembra essere caduto nel dimenticatoio. Ma perché? Noi abbiamo fatto le nostre ricerche. Gioele Scrofani a pag 8

AI LETTORI Per quest’anno siamo arrivati all’ultimo numero. Per tutta la redazione questo significa molto e vi ringraziamo per tutto il sostegno e l’attenzione che ci avete accordato. Un grazie particolare va anche alla nostra tutor, prof. Melania La Rocca, al Preside e alla scuola tutta. Grazie e all’anno prossimo!

MEGA

The last but non the least Periodico a cura degli studenti del Liceo Classico Gorgia Direttore editoriale: Giuseppe Portonera Grafica e Impaginazione: Alessandro Vinci Distribuzione: Gaetano Ingaliso


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FUORI CLASSE Nancy Cannizzo

PICCOLI DIPLOMATICI CRESCONO Volo ore 6:25. Una bella sfida considerando che il 12 maggio a Lentini è noto come “la giornata del sonno”. Così, mentre i colori sfavillanti dei fuochi pirotecnici delle 4:15 illuminavano il cielo di Piazza Duomo, io ero diretta all‟aeroporto di Fontanarossa dove pochi minuti più tardi avrei trovato una cinquantina di ragazzi che, come me, erano assonnati ma entusiasti per il viaggio oltreoceano che ci attendeva. Si parte. Dopo uno scalo a Roma, un ritardo pazzesco e dieci ore di volo finalmente ci siamo: New York. La Grande Mela, giganteschi grattacieli, le colazioni da Starbucks, i negozi sulla 5th Avenue, le luci di Times Square, il tecnologico centro della Apple e poi, il PALAZZO DI VETRO: la sede della Nazioni Unite, dove è stato a dir poco emozionante poter ascoltare il discorso di benvenuto del segretario dell‟ONU Ban Ki Moon. Millecinquecento ragazzi da tutto il mondo hanno partecipato al progetto Model United Nations. Il Model United Nations consiste in una simulazione durante la quale a ciascuno viene assegnato uno stato diverso da quello al quale appartiene nella vita reale; noi, del gruppo di Lentini, infatti, eravamo delegati dalla Namibia, e successivamente, divisi per commissioni nelle quali si trattano argomenti differenti si cerca di trovare soluzioni a problematiche su scala mondiale alleandosi con altri stati, rigorosamente in inglese. La definirei senza dubbio un‟esperienza educativa, proprio perché durante i lavori ci si mette completamente a confronto con il resto del mondo. Si impara a trattare concordando, viene messa a dura prova la propria capacità di coordinare un gruppo e di parlare in pubblico, superando paure e timidezze. Si richiedono, insomma, lavoro, fatica, diplomazia, e buone capacità di relazionarsi con gli altri, misti ad una discreta conoscenza di una lingua universale che ormai è diventata fondamentale. Uno dei punti centrali della simulazione è proprio quello di comportarsi rispettando le posizioni prese dallo Stato di cui si è delegati riguardo ad ogni argomento, anche incorrendo nel rischio di andare contro le proprie convinzioni. È emozionante, tuttavia, essere parte di qualcosa di così coinvolgente. Si fa un salto fuori dalla quotidianità lontani 4500 chilometri da casa e si diventa cittadini del mondo.

Il gruppo dei diplomatici in missione davanti al Palazzo di Vetro a New York, sede dell’ONU


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IL BIONDO Alessandro Vinci

WORTH SEEING

Le ultime 56 ore L‟ospedale di Lentini è stato nei mesi scorsi set per un nuovo film: “Le ultime 56 ore”. Protagonisti delle vicende sono molti membri dell'esercito italiano, reduci della spedizione in Kosovo, che hanno riportato gravi malformazioni e malattie tumorali. Di fronte all'agonia del marito, la dottoressa Ferri fa giurare a un altro reduce, il Colonnello Moresco, che farà qualunque cosa per far emergere la verità sulle implicazioni fra l'uranio degli armamenti bellici e la proliferazione dei tumori nell'esercito. Nel cinema di genere vige una regola non scritta: non c'è niente che perori una causa umanitaria con più forza e disperazione di un sequestro condotto in nome di una battaglia civile. Ecco perché nel film il regista ha tutto il tempo per rievocare il gusto del vero cinema d'azione incentrato sulle forze dello Stato che si ribellano contro le ingiustizie e i silenzi delle più alte autorità. Tuttavia, il paradosso di tale solennità sia civica che ludica è che, fra l'esplosione di una granata e un testamento biologico, fra una scarica di mitra e un sequestro condotto in nome di una giusta causa, diviene difficile sciogliere ogni ambiguità in merito alla portata effettiva del messaggio del film. Non ci riesce, infatti, a capire chi sia veramente il “cattivo”, contro chi si stiano dirigendo il peso delle accuse e la forza di tale grido. Il finale del film parrebbe tentare di definire in extremis questo aspetto, ma è l'abbraccio irrimediabile di cinema e istituzioni politiche a non permettere tali libertà e a far sì che ogni accusa precisa rimanga ben confinata nella zona franca della drammaturgia. (a cura di Gioele Scrofani)


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IN COPERTINA

lentini

Abbiamo girato quartiere per quartiere la nostra città, scoprendone punti deboli e zone d’ombra. Abbiamo incontrato la gente che vive in condizioni disagiate e in quartieri dimenticati. Abbiamo parlato con le autorità, cercando risposte alle nostre domande. Dopo una lunga settimana, vi raccontiamo cosa abbiamo scoperto. [Lorenza Di Giorgio | Chiara Conversano] “Leonti-noi “ è lo speciale realizzato dagli studenti del Liceo Classico Gorgia a conclusione di una tranche del corso tenuto dalla Dottoressa Irene Privitera “Sulle vie dell‟InFormAzione”. Tale videogiornale, presentato in occasione del Workshop tenutosi presso l‟Antica Pescheria di Lentini, ha permesso alla cittadinanza e soprattutto ai ragazzi editori di tale lavoro, di comprendere le vere problematiche che amareggiano il nostro piccolo paese. Tale speciale si focalizza sul degrado verso cui verte il paese dove, quartieri come il Roggio ,Santa Mara Vecchia, San Paolo, una volta considerati il cuore della città, adesso diventano i veri protagonisti della periferia; una periferia non di carattere geografico ma antropologico. Negli ultimi anni i quartieri sopra elencati,infatti,

sono divenuti sede di occupazioni abusive, di atti di vandalismo,di giri di prostituzione e di droga. Tutto questo ha causato un notevole aumento del tasso di criminalità e tale trasformazione ha portato a uno spopolamento sempre più eccessivo di tali zone e, conseguentemente, ha determinato l‟edificazione di nuovi quartieri ben lontani dalla sede iniziale del centro storico. Ci troviamo così di fronte a una realtà che apparentemente sembra molto lontana dalla nostra e più vicina a quelle delle grandi città ma che ,invece, ci riguarda in prima persona. Forse a causa della paura, dell‟omertà o di chissà quali valori assurdi non ci si trova a dialogare della bassissima situazione culturale che assedia i nostri luoghi natii. In Piazza si parla di scandali e notizie che tutti conosciamo ma che


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IN COPERTINA

non sapere e soprattutto ignora. La piazza si manifesta, quindi, come una landa deserta popolata solo da pochi anziani che ancora “vivono” il centro storico … ma ancora per poco. Da alcuni anni, infatti, raccontano, che sia diventato centro di ritrovo per gli immigrati e testimoniano che proprio a causa di questi ultimi ,vi sia stato un ulteriore incremento del tasso di criminalità. Le aggressioni sembrano moltiplicarsi di giorno in giorno, il caso del Macellaio minacciato da un grosso coltello da un extracomunitario ubriaco non è facilmente dimenticabile o quello ancora più grave dell‟anziana signora trovatasi sfregiata a causa di un immigrato che desiderava esclusivamente la catenina che portava al collo; casi eclatanti per un piccolo paese di provincia ma accompagnati da quasi giornalieri atti di bullismo, vandalismo, stalking, pizzo, droga e prostituzione. “La città sembra divisa da un muro di Berlino - riferisce uno degli anziani intervistati -che impedisce la diffusione degli eventi”. Una situazione disastrosa quella che si presenta oggi ai nostri occhi, dove bambini non sono più liberi di giocare in cortile o per le strade con i loro coetanei ma costretti ad essere rinchiusi in casa a giocare con playstation, wii e computer. E ciò accade per il semplice motivo che la piazza ha perso la propria identità, che non vi sono sufficienti iniziative affinché la nostra città possa avere un risvolto positivo. Situazione ancora più preoccupante, il menefreghismo dei giovani di fronte a tale problema, solo lamentele ma nessuna soluzione al problema, anzi, si preferisce andare fuori città il sabato sera piuttosto che cercare di far rivivere, una volta per tutte, la nostra amata città. Iniziative come il Castrum Fest vengono quindi messe da parte poiché comportano una spesa troppo elevata per le povere casse del comune. Ma allora come far rivivere la nostra città? Come far sì che Lentini possa diventare un nuovo centro commerciale e culturale della Sicilia? Per adesso solo tanta povertà e corruzione che, ahimè, fanno di Lentini una cittadina corrotta come tante altre.


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IN COPERTINA/L’INCHIESTA

Ovvero il Castrum Fest. Tenuto per l’ultima volta nel 2005 sembra essere caduto nel dimenticatoio. Ma perché? Ce lo spiegano il Sindaco, l’assessore Rossitto e la dott.ssa Pisano.

LA FESTA PERDUTA [Gioele Scrofani]

Era il 2005 quando l‟allora sindaco di Lentini Nello Neri dichiarava conclusa quella che sarebbe stata l‟ultima edizione della festa medievale di Lentini, la Castrum Fest, una festa che andava oltre le tipiche sagre paesane, con ricreazioni di ambienti storici dell‟epoca come locande, in cui venivano servite pietanze del „400, armerie o botteghe artigianali dove venivano realizzati quelli che noi conosciamo con il nome dialettale di “panara”. Molti i turisti che venivano coinvolti in questi momenti particolari e di vanto che Lentini non ben conosce e che forse non ha intenzione di conoscere. Infatti, dal 2006, con l‟elezione della nuova amministrazione, la Castrum Fest è sparita dal calendario d‟eventi del circondario e non si ha la ben che minima intenzione di reintegrarla. L‟assessore alle Politiche giovanili Armando Rossitto ha così dichiarato in una recente intervista rilasciata in occasione del progetto PON “Sulle vie dell‟InFormAzione”: “Il Castrum Fest è troppo costoso e non ci sono più le condizioni affinché un comune come Lentini possa organizzare un evento simile”. A sostituzione di questa viene proposto il Carnevale dell‟arancia rossa, meno dispendioso. Il problema dei molti cittadini intervistati è quello di trovare delle belle qualità del Carnevale lentinese confrontandolo con la festa medievale. “Una festa bella e voluta dalla gente – ricorda la dott.ssa Elena Pisano, organizzatrice artistica delle precedenti edizioni- che serviva anche a riqualificare un quartiere dimenticato e degradato, cioè il Roggio, con il successo della festa e con le riparazioni di strade, impianti luce o persino con l‟utilizzo di case disabitate che venivano riadattate a botteghe.


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IN COPERTINA/L’INCHIESTA Tutto era molto apprezzato dai cittadini del quartiere che vedevano delle migliorie nei giorni precedenti all‟evento”. Era così tanta l‟affezione dei cittadini per la festa che nel 2000 fu affrontata una raccolta firme affinché venisse celebrata ancora la festa che aveva subito un‟ iniziale battuta d‟arresto: ebbe un successo, circa 4000 firme raccolte in sole due settimane. A parte la grandiosa festa del santo patrono, il Castrum Fest sarebbe potuto essere ancora un evento che avrebbe potuto lanciare in alto il nome di Lentini e che avrebbe potuto stimolare ancora più turisti a visitare il Castrum Vetus, o meglio conosciuto come “Castellaccio” (da cui la festa prende il nome), che era il punto centrale in cui si svolgeva la festa perduta. Non esiste ancora una data certa che veda la realizzazione di un nuovo Castrum Fest ma Lentini necessita di feste ed eventi come questa che servano a rianimare il cuore spento della città. Abbiamo anche parlato con il sindaco che non prende ciò nemmeno in considerazione: “Il Castrum Fest l‟ultima volta è stato organizzato soltanto pensando al marketing. Io non ho proposto tale attività perché questo tipo di iniziativa celebrata in due o tre giorni non serva a chi viene da fuori, che deve avere la possibilità di conoscere il territorio e tornare nel resto dei 365 giorni. La festa verrà riorganizzata solo quando le si darà un forte senso di turismo”.


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CULTURA

Il viaggio è il modo più efficace per scoprire gli altri e noi stessi. Come ci ha insegnato il grande Kapuscinski. Di seguito, vi proponiamo i testi che hanno vinto il secondo e terzo posto al Concorso nazionale “Maria Grazia Cutuli”, indetto dalla Fidapa di Vittoria. Complimenti da parte della redazione a Nancy e Giulia!

Ryszard Kapuściński Alla ri-scoperta dell‟Altro [Giulia Cristiano]

Se Kapuscinki ritiene Erotodo il padre del giornalismo e il primo degli inviati speciali, noi possiamo ritenere Kapuscinski il primo inviato speciale della nostra epoca. Anzi, colui che ha assistito ad eventi storici e cambiamenti sociali che hanno segnato l‟inizio di un'altra fase storica, “il terzo Millennio”. Kapuscinki nasce in Polonia negli anni 30 e opera come giornalista e reporter in giro per il mondo, dagli anni 50 fino a pochi giorni prima la morte nel marzo 2007. Erodoto vive nella Grecia del V sec a.c , dopo la grande distruzione delle Guerre Persiane. È il primo a rendersi conto che per comprendere un fatto storico è necessario innanzitutto comprendere le cause che lo scatenano. Entrambi “inviati speciali”, impegnati a raccogliere dati, informazioni, denunce, segnalazioni, mentre assistostono ad eventi epocali, seguono da vicino e si documentano su complesse vicende economiche o giudiziarie. Con lo scopo ultimo di provare a comprendere, a trovare un filo conduttore che porti, o almeno si avvicini, alla realtà e alla verità dei fatti per raccontarla ai lettori, agli ascoltatori, che dalle loro lontane poltrone, dalle loro case o scrivanie non hanno meno diritto di essere informati rispetto a chi assiste o fa parte di una vicenda. Le dinamiche del mondo sono sempre le stesse: singoli uomini che compiono grandi decisioni e migliaia a subirne, nel bene e nel male, le conseguenze. Ad un inviato speciale interessa sia, in un primo momento, conoscere la vicenda pubblica, che (però?) essendo annunciata innumerevoli volte finisce in seguito per perdere il suo iniziale impatto comunicativo, sia provare a entrare nelle storie di vita dei singoli uomini, tanto dei “grandi” quanto di quei migliaia che spesso vengono raccontati come masse uniformi di esseri senza distinzione. Per secoli è stata tramandata la figura quasi mitica dell‟ “inviato speciale”, sempre pronto a partire, entusiasta della ricerca e della scoperta. Poiché in epoche in cui a pochissimi era concesso viaggiare era il Conoscitore di realtà cui a lui solo era permesso accostarsi. Non raramente la figura dell‟inviato si sovrapponeva a quella del letterato, a cui è più simile nel lessico prosastico, accattivante che a un giornalista di cronaca. Se la diffusione dell‟informazione era in mano ai giornali, l‟inviato speciale aveva sia il compito di trovare fatti nuovi e esclusivi da raccontare, sia farlo in modo da entusiasmare il suo pubblico. Via via negli anni lo scenario del mondo è mutato e con esso anche i metodi e i ruoli del mondo dell‟informazione. Oggi non abbiamo bisogno di giornali e telegiornali per venire a conoscenza di un fatto, non si fa in tempo ad accendere la tv o leggere il giornale, che internet ci ha già detto tutto. Tuttavia i giornali stessi ci appaiono indispensabili se vogliamo essere “informati”. Bombardati da continui aggiornamenti online, notizie in tempo reale, non ci soffermiamo su “una notizia ”ma viviamo nella molteplicità di versioni di uno stesso fatto. In questo groviglio di informazioni il ruolo del giornalista si fa sempre più difficile e proporzionalmente più indispensabile. Ad accostarsi alla “verità” ci provano per noi gli inviati speciali. Oggi sono redattori-inviati che si trasferiscono in un paese straniero per seguire avvenimenti di loro competenza nel settore dello sport, dello spettacolo, della politica e della guerra. Talvolta negli ultimi due settori, che spesso diventano scenari di scomode verità, la figura dell‟inviato assume una difficile posizione:


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CULTURA da una parte l‟attenzione alla discrezione nel cercare informazioni e dall‟altra la ricerca di dati da poter elaborare e, eventualmente, denunciare. Oggi le distanze non esistono più, ma i popoli, per fortuna, continuano a conservare le loro caratteristiche che un pc non è in grado di raccontare. Così sono loro che Entrano a far parte della vita di un altro paese, a contatto con i loro uomini e le loro abitudini. Che sia per raccontare di una sfilata di moda, di una partita di calcio o di un bombardamento, essi non si limitano a mai ad esporre il fatto. Hanno il compito di comunicare lo stesse enfasi della sfilata, l‟entusiasmo della una partita o il dolore del bombardamento. […] Altri come Maria Grazia Cutuli, la nostra giornalista catanese uccisa in un attentato in Afghanistan o Ingrid Betancourt, la giornalista francese rimasta prigioniera per 6 anni, scelgono perfino di mettere in gioco la loro stessa vita al fronte di guerra pur di entrare nella vita di un paese che vive un dramma come la guerra. Loro come Erotodo, viaggiano , si spostano, forse di più e con meno difficoltà, raccolgono le testimonianze direttamente da chi assiste ai fatti. Ma se Erotodo scriveva le “storie” raccontando la cronologia dei grandi eventi e le loro cause, i nostri inviati speciali pensano più a “tradurre ” per noi , con un linguaggio semplice, i vissuti segnati degli uomini che incontrano. Si soffermano sul singolo uomo e per farlo è necessario che anche loro si mettano allo stesso livello di coloro che hanno di fronte, accettando compromessi che talvolta costano la vita stessa. “Certe volte, ripensando a tutti i miei viaggi, ho l‟impressione che il problema principale non siano stati i confini, i fronti di guerra, le difficoltà e i pericoli, ma la continua incertezza su come sarebbe stato l‟incontro con gli altri, con quelli che avrei trovato strada facendo. Ho sempre saputo che da questo elemento dipendeva tutto, o quasi tutto. Ogni nuovo incontro era un‟incognita: come sarebbe cominciato, come si sarebbe svolto, come si sarebbe concluso”. È proprio questa incognita ad aver mosso Kapusninki, la stessa che ha mosso Erotodo, e le stessa che muove tutti i giornalisti adesso: l‟incontro con gli altri. Senza uomini, non ci sarebbero neppure storie da raccontare.

L‟inviato speciale tra luci e riflessi dell‟Est [Nancy Cannizzo] Da Erodoto a Dietlinde Gruber, da Fabio Pittore a Maria Grazia Cutuli. Cercare, redigere, indagare, interrogare, curiosare, intervistare e scrivere verità. Giornalisti. Tanti nomi potremmo citare e tante abilità potremmo trascrivere, abilità necessarie alla formazione di un giornalista professionale. E così gli articoli,che siano di cronaca o di commento, hanno ancora il sapore della scoperta, la polvere del viaggio, i colori e i suoni di mille popoli diversi. E così il giornalista, armato del suo bagaglio, inseparabili carta e penna, parte per un’avventura passo dopo passo. Perfino Cesare nella stesura dei suoi commentari aveva come fine ultimo quello di rendere note le imprese, trasponendo i fatti in parole quasi in tempo reale. Certamente era un po’ di parte, altrimenti le continue lodi al suo esercito e a lui stesso, risulterebbero inspiegabili. Questo favoritismo è soprattutto dovuto al fatto che egli sia stato protagonista degli eventi narrati; per questa ragione, infatti, la sua opera sembra essere più vicina a un diario di bordo che a un vero e proprio articolo, tuttavia non mi sentirei di escluderlo dalla lista dei giornalisti che hanno messo in pericolo la vita pur di riportare eventi e notizie. È qui che la storia nasce, è qui che la storia viene raccontata per la prima volta: Oriente. Cupole d’oro, pietre intarsiate, mattoni rosati, immersi nelle foreste di acacie e tamerindi. Il fascino del vecchio continente. Il Medio Oriente, purtroppo, non è solo culla di bellezze esemplari, ma appare ,nella maggior parte dei casi, svuotato e seriamente danneggiato da crude tradizioni, fanatismo religioso ,non per niente, nell’arco di 240 anni, sono stati costruiti oltre 4400 templi, patriottismo esagerato e determinante povertà. Bastano pochi chilometri per lasciarsi alle spalle questo luogo lieve e naturale ispirato dai laghi ricoperti di ninfee che riempiono l’acqua di rosee sfumature. Ma bastano pochi chilometri per raggiungere la sede di spietati combattimenti, animati da odio e istintività. Oggi, come 2500 anni fa, la situazione ci si presenta sempre uguale. E l’inviato speciale rischia. Ma la voglia di conoscere e raccontare è più forte di qualsiasi paura. Resta il cielo rosso che incendia lo scenario. In alto scie d’azzurro. Il reporter è testimone di eventi, consapevole di vivere la storia, si sente responsabile del tramandarli,facendosi strumento di conoscenza per la società. Superando confini, abbattendo le barriere della distanza , l’inviato speciale è fondamentale per un tipo di comunicazione che caratterizza il nostro secolo. Una diffusione in tempo reale in un’era nella quale vogliamo (sapere) tutto e subito. È proprio a causa di questa dedizione per il giornalismo che Maria Grazia Cutuli ci lasciò. Era il 19 novembre del 2001 quando un gruppo di talebani causarono un attentato del quale, la stessa reporter, rimase vittima. Una voce spezzata, annientata, da coloro che, oltre a vedersi negata la libertà, hanno deciso, quel giorno, di strapparla per sempre anche a lei.


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L’INTERVISTA IMMAGINARIA

la mia intervista immaginaria a

AYRTON SENNA [Gianluca Sequenzia] Mi informano che da pochi giorni la leggenda vivente della formula 1 ha compiuto cinquant‟anni e mi affidano l‟esclusiva per un‟intervista. Parto per il Brasile entusiasta, arrivo a San Paolo con alcune ore di anticipo e mi reco direttamente a casa Senna. Lì trovo un energico neo cinquantenne che gioca con due bambini, correndo insieme a loro come se fossero in un gran premio e si stessero sorpassando: la moglie mi annuncia e lui con la cortesia che lo ha sempre caratterizzato e reso amato da mass -media, mi accoglie. Lo saluto e dolcemente ricambia, indicando un sofà dove potermi sedere. Iniziamo subito l‟intervista. Buongiorno Sig.Senna, come si sente ad avere raggiunto la soglia dei cinquant’anni? Buongiorno a lei. Le posso assicurare che questo traguardo è il più importante che io abbia mai tagliato in tutta la mia vita. Dopo quell‟incidente ad Imola, non pensavo potessi arrivare a una certa età ma Dio mi ha voluto donare questa seconda possibilità. Si sente un miracolato? Da un certo punto di vista si. Dopo quell‟episodio non credevo potessi risalire su un‟auto da corsa, anche se in cuor mio

L’1 MaggiO deL 1994, iL brasiLiaNO Ayrton Senna moriva schiantandosi a 327 all’ora ConTro Il mureTTo della tamburello, nel circuito di Imola. A distanza di 16 noi di Omega vogliamo ricordarlo così: con una lunga chiacchierata sulla sua vita, la sua carriera e sulla società dei giorni nostri.


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L’INTERVISTA IMMAGINARIA

VITA, MORTE E MIRACOLI DI AYRTON EL CAMPEOR

Ayrton Senna alla guida della sua Lotus nel 1986.

Senna al Gran Premio del Canada del1988.

Senna al Gran Premio di Imola del1988.

ero fermamente convinto che da un giorno all‟altro sarei tornato almeno nel mondo della formula 1, invece eccomi qui, direttore sportivo Williams. La vita a volte riserva sorprese inattese. Quindi, a quanto vedo, è felice dei suoi traguardi? Felice è dir poco, sono entusiasta. Mi reputo un uomo molto fortunato, e tutto questo è merito non solo della mia forza di volontà ma anche della mia fede. Se non avessi avuto fede, la mia vita sarebbe finita quel primo maggio del ‟94 e forse sarei diventato ancor più una leggenda. Non amo pensare a quel momento, benché comunque io non abbia alcuna paura di morire, solo che preferisco rendere grazie per ciò che ho ricevuto. Nella mia vita, ho lottato tanto in pista, a differenza di molti altri piloti: la mia vita era la pista e non il contrario, vivevo per lei. Si spieghi meglio. Sin da bambino passavo le mie giornate sui go-kart, a differenza dei miei coetanei che giocavano a pallone. In Brasile lo sport per eccellenza è il calcio, siamo famosi per questo. Non si era mai visto un brasiliano correre come un diavolo su di un circuito vincendo spesso, e questo eccitava la folla; non pensavo potessi portare tanto onore alla mia nazione, ho sempre lottato e corso invece per far sapere al mondo quanto il Brasile avesse da dare, nel mio caso dimostrando che non tutti sappiamo correre dietro ad una palla. Si ritiene quindi l’esempio del saper fare brasiliano? No. Tutt‟altro. Mi sento solo un brasiliano che sa usare il bene cambio quando va in macchina. Volevo, e grazie a Dio ci sono riuscito, far sapere al mondo intero tramite le mie vittorie che la mia terra, anche se povera, aveva del talento e grazie a me molti ragazzi hanno avuto una possibilità. Ci è ben noto come lei sia arrivato in F1, quanto sia stato difficile, quanto abbia dovuto lottare. Ritiene che adesso sia più facile far parte del paradiso delle corse? Ai miei tempi era diverso. Tutto era diverso, ogni singolo aspetto era diverso: non c‟erano tutti questi sponsor, non c‟erano tutti questi soldi, non c‟era tutta questa cattiveria. Si correva per la gloria non per il premio: lottavamo per avere un posto nella storia non per vedere le nostre facce sulle magliette. Sembra ieri la prima volta che vidi Ecclestone offrirmi la possibilità di firmare per la McLaren e ricordo ancora quanto fui felice. Quella macchina mi ha dato tutto: fama, denaro e la forza di farmi conoscere in tutto il globo, ma le assicuro che era lo stesso diverso. Adesso bastano due anni di Formula 3 e una buona raccomandazione e diventare pilota di F1 diventa uno scherzo. Tenere in pista quelle bestie da 700 cv era un‟impresa, non sono di certo i computer motorizzati che adesso sgasano sui circuiti, non tutti riuscivano a farlo; vinceva chi aveva coraggio, freddezza, prontezza di spirito e un po‟ di follia: io rispetto agli altri avevo un pò troppa follia, diciamo che mi reputo un più pazzo di Lauda e ai miei tempi Niki, le posso assicurare, veniva considerato uno squilibrato


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L’INTERVISTA IMMAGINARIA quando correva. La mia follia era credere in quello che facevo e soprattutto non fermarmi mai alle apparenze, in particolar modo quando si trattava della mia monoposto. Utilizzavo ogni secondo libero per vederla, prepararla insieme agli ingegneri e correggere gli errori. Ai tempi Prost diceva in giro che dormissi nei paddock durante i gran premi e qualche volta non aveva torto: per me era il paradiso, sentire il motore che spingeva dietro la schiena, la strada che scorreva veloce… era diventato placebo e ringraziavo il cielo ogni giorno per avermi fatto scegliere le quattro ruote alle scarpette, è stato un sogno e continua ad esserlo. I suoi fans la ricordano so prattutto per la sua cattive ria in pista, lei cosa ne pen sa? Non la definirei cattiveria, ma per lo più voglia di vivere: non tutti provano l‟ebbrezza del correre a 300 km/h e giocare con la vita allo stesso tempo. I giovani d‟oggi preferiscono drogarsi e bere, io quando ero ragazzo andavo a correre sui kart e studiavo, quando potevo mi allenavo e mi divertivo senza bisogno di rovinarmi, adesso se non eccedi non ti diverti e soprattutto non si è nessuno. La sua non è una buona impressione, come mai è ar rivato a questa conclusio ne? Si guardi attorno: al giorno d‟oggi i giovani corrono, si ubriacano, muoiono per strada e quando non lo fanno causano incidenti. Ai miei tempi accadeva, ma non con questa cadenza. Non parlo solo della crisi di valori che viene a mancare, né tantomeno della mancanza di fede in Dio, che ormai è fuori moda, parlo di educazione, di rispetto per se stessi: tutto ciò adesso manca e la colpa non so a chi attribuirla. Mi scusi se insisto, ma cosa intende dire? Le faccio un esempio: prenda un giovane neo patentato, e gli domandi cosa voglia dire per lui avere la patente; le risponderà che per lui è solo l‟autorizzazione a guidare, a correre con un macchina che di certo non è una monoposto, a spremere l‟acceleratore come se fosse all‟ultimo giro di Spa. Questa convinzione lo

Mi reputo un uomo molto fortunato, e tutto questo è merito non solo della mia forza di volontà ma anche della mia fede. Se non avessi avuto fede, la mia vita sarebbe finita quel primo maggio del ’94 e forse sarei diventato ancor più una leggenda.

I giovani d’oggi preferiscono drogarsi e bere, io quando ero ragazzo andavo a correre sui kart e studiavo, quando potevo mi allenavo e mi divertivo senza bisogno di rovinarmi, adesso se non eccedi non ti diverti e soprattutto non si è nessuno.

Mi scende una lacrima, penso a quanto ancora potesse dare al mondo quell’uomo, l’icona della rivalsa, l’unico esempio vivente di cosa voglia dire venire dal nulla ed essere il centro della fiamma per 7 anni nella bolgia della Formula 1.


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L’INTERVISTA IMMAGINARIA

Ayrton Senna posa nel circuito di Imola, 1989

Il casco di Ayrton Senna con i colori brasiliani

I tecnici e i medici estraggono il corpo di Senna, subito dopo l‟impatto mortale

porta a fare stupidaggini, a credersi un piccolo clone di me stesso o di Lauda o Mansell, autoconvincendosi di poter sfidare la morte. Io non correvo sfidando la morte, sfidavo la vita, lottavo contro lei per dimostrare a me stesso che valevo qualcosa e che mi meritavo ciò che mi ero costruito; domandi a lui se è così, le dirà che lui corre per il piacere del rischio. Le faccio presente che il rischio che correvo io era ben diverso, certo ormai anche una semplice utilitaria ha più sistemi di sicurezza della mia Williams dell‟94, ma quando si gioca con la morte, lei vince: è come cercare di rubare ad un ladro e come si suol dire “non si ruba a casa del ladro”. Capisce? Sì, intendo perfettamente. Ritornando alla domanda di prima, come vede adesso l’Ayrton Senna degli anni d’oro della Formula uno? Di solito non sono un ottimo critico di me stesso, tendo ad elogiarmi, ma di sicuro posso dire con fermezza che il nostro “mondo” era diverso: eravamo una grande famiglia, lottavamo e allo stesso tempo eravamo tutti amici, a parte qualche screzio tra me e Prost nel circo della F1 non vi erano lotte esterne alla pista, è vero a volte oltrepassavo il limite lasciandomi guidare dal brivido dello spettacolo, ma anch‟io un tempo fui giovane e come tutti i giovani benché qualcuno mi ritenesse un piccolo genio tattico peccavo di superbia. Se rivede le registrazioni di Suzuka, una volta di troppo io e il francese ci siamo fatti compagnia sul selciato solo perché la mia “saudade” si era eccessivamente gonfiata [ride]. Concludendo, l’Ayrton Senna del 2010 cosa si prospetta davanti a sé? Nel mio futuro vedo solo questi due angeli davanti a me, qualche altro anno dentro alla F1 e poi ritirarmi a vita privata e aiutare i giovani brasiliani a crearsi un futuro, che sia nel mondo delle corse o altrove, purché lavorino sodo e facciano di se stessi la propria vittoria. La mia è stata avere una seconda possibilità e sfruttarla al meglio, voglio lavorare per loro dando ad essi la sicurezza di averne una simile alla mia. E invece è soltanto un sogno: non potevo aver intervistato Senna, visto che è morto da ormai 16 anni. Mi torna in mente il momento in cui la sua Rothmans si schianta a 327 all‟ora sul muretto della tamburello, nel circuito di San Marino, e in quel momento il mondo si rende conto che il “pibe de oro” dei motori vola via verso il cielo, correndo alla stessa velocità con cui vinceva ogni domenica. Mi scende una lacrima, penso a quanto ancora potesse dare al mondo quell‟uomo, l‟icona della rivalsa, l‟unico che possa vantarsi di dire “mi sono fatto da solo”, l‟unico che Enzo Ferrari aveva desiderato, l‟unico esempio vivente di cosa voglia dire venire dal nulla ed essere il centro della fiamma per 7 anni nella bolgia della Formula 1. Chissà cosa sarebbe adesso quel mondo se lui fosse ancora vivo, chissà se si sarebbe trasferito in Italia… Lo vedrei bene a fare educazione stradale nei licei, a far capire ai ragazzi che le provinciali non sono sessioni di cronoscalate e che le vie cittadine non sono autodromi So di certo una cosa: se Ayrton Senna fosse ancora vivo sarebbe diverso, tutto.


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OMEGA n 3 Maggio-Giugno 2010  

Periodico a cura degli studenti del Liceo Classico Gorgia - Lentini (SR)

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