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Angela Occhipinti Opere 2006 - 2011

“in volo” 12 giugno - 12 settembre 2011 Boscolo dei Dogi - Madonna dell’Orto Venezia

“partiture nomadi” 23 settembre - 4 novembre 2011 Spazio Thetis - Arsenale Nuovissino Venezia

a cura di Elisabeth Sarah Gluckstein


Angela Occhipinti “in volo” “partiture nomadi” nel contesto di Contaminante - Il pensiero che sarà Una storia in dodici capitoli per immagini a cura di Elisabeth Sarah Gluckstein

in collaborazione con Spazio Thetis con la partecipazione di Arte in Bragora immagine coordinata Studio Didot pubbliche Relazioni Taob

Boscolo dei Dogi, Madonna dell’Orto, Venezia dal 10.06 al 12.09.2011

assistenza tecnica Biagio Ciraldo, settore Arte e Cultura, S. Giovanni Battista in Bragora

Spazio Thetis all’Arsenale Nuovissimo, Venezia dal 23.09 al 31.10.2011

assistente curatoriale Francesca Perelli

con il patrocinio di Regione del Veneto Provincia di Venezia Comune di Venezia Fondazione Istituto Listz coordinamento generale TheSeven in copertina Volo del condor andino Partitura nomade

Edizioni Maingraf Bresso Milano

traduzioni di Elisabeth Sarah Gluckstein un sentito ringraziamento a Elisabeth Sarah Gluckstein, Roberto Cigarini, Biagio Ciraldo, Antonietta Grandesso, Eleonora Mayerle, Cristina Pernechele, Padre Vittorio Buset, Giancarlo De Marco, Donato Gagliano, Antonia Iurlaro

www.angelaocchipinti.com


Angela Occhipinti Opere 2006 - 2011

in volo - partiture nomadi diario di viaggio tascabile pocket-sized travel diary


I Passaggi cromatici di Angela Occhipinti tra adagio ed allegro vivace Colore e suono sono come due fiumi, costata Goethe nel suo compendio “Zur Farbenlehre” del 1810, due fiumi che nascono da un’unica montagna, ma che scorrono in condizioni del tutto diverse. E’ evidente che l’origine dei rapporti tra musica e pittura non debba essere ricercata su piano semantico formale, ma attraverso l’analisi della struttura compositiva dell’opera artistica. All’inizio del Novecento Aleksandr Skrjabin compone “ il Poema del Fuoco” , il primo tentativo di unificare organicamente la musica e la pittura. Secondo il suo concetto certe sensazioni coloristiche musicali avrebbero consentito delle vibrazioni interiori profonde, capaci di far risuonare in vari modi l’anima del fruitore. In questo mondo parallelo percepibile ma invisibile Angela Occhipinti viaggia spesso, non solo per un debordante bagaglio di memorie ed esperienze, ma perché la sua esperienza si presenta totalizzante. Da un lato cittadina del mondo, i suoi viaggi disegnano una mappa geografica cresciuta nel corso di faticose spedizioni, senza sosta, in luoghi di culture antiche. Dall’altro l’artista è una vestale delle affinità elettive, che la conducono ad esplorare delle arti e delle scienze diverse dalla sua, incontrando dei personaggi di altri tempi sul parterre di un “asaroton oikon” , con le parole di Platone, che coglie le sublimi contrapposizioni tra ciò che si vede e ciò che si immagine, al fine di asserirne la sostanziale equivalenza. Un viaggio può mutare il nostro io, può farci ritornare indossando una nuova filosofia di vita. Ogni volta che Angela Occhipinti torna da un viaggio, il suo baule è pieno di incontri, di terre scoperte, di nuovi incanti che, trasformate in opere d’arte, sembrano rivelare i loro più remoti segreti. In opposizione all’avventura dei diari di viaggio di Sepùlveda in Patagonia e nella Terra del Fuoco che diviene la più elementare forma di vita, le esplorazioni di Occhipinti si concretizzano nell’arte, rigenerando la pratica di archiviare il mondo circostante per salvare la propria integrità etica, utilizzando la memoria biografica in quanto ricostruzione della storia collettiva oppure individuale, al fine di tradurli nell’immaginario artistico. L’opera che spazia tra dipinti, sculture, installazioni ed incisioni, sono il bagaglio culturale di una serie di

viaggi, recenti e non, in Sud America, meta geografica prediletta che ha condotto l’artista a concludere una delle sue ricerche più profonde, quella sulla stratificazione delle memorie antropologiche, arcaiche e moderne, collettive e personali: con la conclusione di essere arrivata per ripartire, in volo. Come tema ineludibile della sua opera, che è la sua vita, Occhipinti mira al giusto mezzo, all’equilibrio, e non a caso ha nuovamente scelto il volo per darne testimonianza, il volo in declinazioni differenti, dal volo degli avvoltoi a quello degli angeli. Lo scenario si svolge in una dimora storica a Venezia, nella Villa Rizzo Patarol, oggi residenza alberghiera di passanti casuali di tutto il mondo che trascorrono giorni, settimane e mesi alla ricerca dei segreti della bellezza di Venezia. Una delle sue installazioni recenti riprende la narrazione visiva del destino degli angeli, messaggeri della luce. Due bauli, di tempi, materiali e forme diversi, sistemati nella Hall d’ingresso, racchiudono delle ali angeliche. Apparenti antagonisti, il bene e il male si avvolgono nel bianco e nel rosso delle piume; le piume bianche ripartono poi per il volo: la caduta è ormai superata. È necessario accettare la sua lezione, se vogliamo uscire dal passaggio devastante dalla memoria della storia alla memoria dei desideri, purtroppo effimeri, di una società che, anche utilizzando la contingente crisi generale, è obbligata a cambiare per salvarsi. E ancora “Il Volo del Condor”, altro capitolo della stessa mostra in cui Angela Occhipinti, affascinata dalle ali degli avvoltoi e della loro capacità di sfruttare le correnti ascensionali, è tentata di sfidare la tragedia di Icaro. Sono questi i colori che leggiamo dallo spettro cromatico di alcuni lavori suoi, il rosso opaco della testa degli avvoltoi, il nero del piumaggio, il bianco largo al margine delle ali, il grigio delle cavità rocciose. In contrasto con la poesia antica persino ai testi di Gaston Bachelard, Angela Occhipinti non ci parla di caduta, il suo immaginario dinamico del volo misura esplicitamente la nostalgia inespiabile dell’altezza: il movimento dal basso verso l’alto, l’audacia, la tensione verso la conoscenza che si fa desiderio. Un vettore orientato in senso verticale caratterizza la progressione ascendente legata alla luce, al sole, senza fare cenno all’invadenza didascalica del mito che ricorda la punizione di chi, abbandonando la terra, aspira ad un grado superiore. Cambiamo spazio e tempo. Torniamo al Simposio di Platone. Il tema


ruota sempre attorno al viaggio, inteso come esperienza e maturazione dell’uomo. È lì, sul parterre di un “asaroton oikon”, che s’incontrano l’artista Occhipinti e l’ospite più gradito dei commensali: Franz Liszt che ha fatto della sua vita una dimostrazione della verità della filosofia, attraverso la vita appunto. Quanti motivi di riflessione, di interesse, di partecipazione emotiva nella musica e nella vita del compositore ungherese con l’anima sempre in bilico, “in viaggio”, tra le due essenze della sua personalità. Occhipinti cattura lo spirito di Liszt, il trasmigratore. Gli scrupolosi biografi di Liszt ci parlano spesso dei suoi incontri, trattandosi di un uomo che di incontri ha vissuto. La sua vita, in effetti, si presenta come l’Album d’un voyageur, dall’infanzia in Ungheria fino ai soggiorni nelle capitali Europee dell’epoca. Questo concetto di vita in continuo movimento, la stratificazione delle memorie collettive e personali, pone in evidenza che il viaggio non è espressione della realtà sociale di un paese, ma piuttosto della nostra nostalgia e che siamo eternamente alla ricerca di noi stessi. Le esperienze di viaggio di Angela Occhipinti si ricollegano a quella di Liszt, nel voler ritrattare “tramite la musica (e l’arte in generale) alcune delle mie sensazioni più forti e le impressioni più vivaci.” Viaggio dopo viaggio, la loro creatività si arricchisce di ulteriori combinazioni, nuovi significati, risonanze interiori: così il viaggio nell’universo della musica diviene strumento metafisico per avvicinarsi al senso dell’esistenza umana. Nella mostra allo Spazio Thetis la proposta di Occhipinti racchiude il simbolo Faustiano dell’anima moderna per la cui rappresentazione Johann Wolgang von Goethe aveva impiegato sessant’anni. Di nuovo ci traspare l’angelo invisibile che spiega il motivo per il quale Faust viene salvato: per la sua continua aspirazione all’infinito protesa su ideali sempre più elevati di livello morale, sociale e culturale. Il luogo dove viene messo in scena il dramma antico e altrettanto contemporaneo nell’ottica di Occhipinti, è l’Edificio dei Modelli, dominato sul tetto dall’Astronomo di Jan Fabre che misura il cielo e protetto di lato dalle Madonnine di Alfredo Romano. Un luogo idoneo già di per sé al fine di accogliere le Partiture Nomadi che scendono dal soffitto, celando i codici alchemici della natura per chi sa leggerli. E percepiamo le note del Mephisto Valzer, gli atteggiamenti mefistofelici dell’imponente Sinfonia Faust. Occhipinti afferra questa musica cinetica trasformandola in spartiti dipinti, dà colore alle “diablerie”, in-

trecciate con le voci di un coro angelico, dà vita al duello tra il peccato e la virtù. I colori di questo opus alchemico giocano un ruolo fondamentale. Il bianco e il nero, che non esistono nella vita reale (quasi fossero i tasti del pianoforte immaginario di Liszt); il rosso, l’anima che scorre attraverso le vene e il sangue; infine l’oro, materia che diventa volatile, come la conoscenza, inafferrabile. Il Liszt di questo incontro è sul viale del tramonto, già divenuto Abate, un Liszt, in definitiva, che compiva uno dei suoi ultimi viaggi, che giungeva, come Céline, in fondo alla notte. L’angelo di Occhipinti lo aspetta. Il lessico artistico di queste due mostre veneziane si basa su poche icone ricorrenti, il cerchio, il quadrato, la spirale, che le servivano allora come coordinate di spazio e tempo. Nel corso degli anni, le forme materiche, come strutture inconsce, sono una testimonianza del percorso che l’anima in volo ha attraversato per venire alla luce. Tempo e spazio si racchiudono nel confine della superficie del quadro; ma poi si dilatano nel tempo e nello spazio della vita dell’uomo. Angela Occhipinti ci insegna che un viaggio che non ci muta, è un viaggio inutile. Non l’ha solo compreso, ce lo dimostra spesso in modo sorprendentemente diverso. Il retour eternel delle vicende nella storia dell’uomo mi fa pensare ai “due angeli in volo” del Verrocchio al Louvre. L’armonia è svanita dagli angoli dei nostri occhi. Per ritrovarla prima dentro di noi e per poi proiettarla nel mondo, l’arte cosmogonica di Angela Occhipinti è un praticabile strumento di catarsi per un avvenire più pacifico e costruttivo.

Elisabeth Sarah Gluckstein, 2011


Angela Occhipinti’s chromatic passages from adagio to allegro vivace Colour and sound are like two rivers, Goethe states in his famous book “Zur Farbenlehre” in 1810, two rivers that derive from one unique mountain, but run to different directions. So it seems quite clear that the origin of the relationship between music and painting cannot be researched on a semantic formal level, but through the analysis of the elements of the art work. At the beginning of the 19th century Aleksandr Skrjabin composes “The Poem of the Fire”, the first attempt to unify music in an organic way. According to his concept, certain colour sensations should have provoked interior profound vibrations which echo in our souls. In this parallel world, perceptible but invisible, Angela Occhipinti is used to roam around, not only for her luggage that overflows from memories and experiences, but for the simple reason that her experience is total. On one hand she is cosmopolitan, and her travels draw a geographic map which has grown in the course of tiring expeditions, without any stop, to the sites of antique cultures. On the other hand the artist seems a Templar of elective affinities which lead her to study arts and sciences different from hers, on coming across personalities of past eras on the parterre of an “asaroton oikon”, to speak with Plato who assembles sublime oppositions between what we can see and what we can imagine, in order to create a substantial balance between both. A travel can mute our ego, can make us return dressed up with a new philosophy of life. Every time when Angela Occhipinti gets back from a travel, her luggage is rich of encounters, of discoveries, of new delights, which reveal their carefully hidden secrets when being transformed into art. In contrast to the adventurous travel diary by Sepùlveda in Patagonia, a book that represents the most elementary form of life, Occhipinti’s expeditions get a clear definition by means of her art. Her method means regenerate the practice of archiving the world around us in order to save the proper ethical integrity. She uses biographical memory like a reconstruction of collective or individual history, by transforming it into artistic imagery. Her work includes painting, sculpture, installations and etchings; the cultural luggage of numerous travels, in more or

less recent times. South America, her preferred geographic aim, led her to the point of concluding a long and profound research work, on the behalf of the layers of anthropological memories, archaic and modern ones, collective and personal ones, with the conclusion of having been arrived and already being prepared to start again, for the next flight. As an indispensable topic of her art that means her life, Occhipinti looks for interior and exterior balance, and this is why the choice to work once more on the topic of the flight is not casual, the flight interpreted in various declinations, from the flight of the vultures to the flight of the angels. The plot develops in a historical Venetian dwelling, in Villa Rizzo Patarol, a today’s luxury hotel residence for casual passers by from all over the world, that spend days or weeks or months on the search of the secrets of the beauty of Venice. One of her recent installations gets close to the visual narration of the angels’ destiny, the messengers of the light. Two suitcases, different in shape and material and from different periods, positioned in the huge entrance hall, enclose transparently angels’ wings inside: apparent antagonists, the good and the evil, plunge into the white and red colour of the feathers. The white feathers start for a new flight, the risk of falling down has been overcome. It seems necessary to us to accept her lesson, if we want to get out from the catastrophic passage from the memory of history to the ephemeral memory of the banal desires of a society which is obliged to change if it wants to be saved. And again “The Condor’s flight”, another chapter of the same exhibition in which Angela Occhipinti, fascinated by the falcon’s wings and by their capacity to make profit by the currents of ascension , tries to challenge Icarus’ fall. We may read this from the chromatic spectrum of some of her works, the dark red of the falcon’s head, the black of the feather dress, the large white spot at the border of the wings, the grey of the rocks. In opposition to the antique poetry, running through the ages to Gaston Bachelard’s texts, Angela Occhipinti does not speak about the fall, her dynamic imagery of the flight measures our indelible nostalgia of the height. The longing for the movement from the lowest point to the highest, the courage, the tension towards the knowledge which makes it desirable. A vector orientated in vertical sense characterises the progressive movement of ascension connected with the sun, with the light, without leaving a sign of didactic invasion of the myth


which remembers the punishment of who aspires a higher grade, after having abandoned the earth. Let us change space and time. Let us return to Plato’s Simposio. The topic evolves on the basis of the idea of travelling, intended as an experience and maturation of Man. Angela Occhipinti and the most appreciated host of the commensals, Franz Liszt, meet on the parterre of an “asaroton oikon”. The Hungarian composer made of his life a demonstration of the truth of philosophy, by means of his own life story. How many reasons for reflecting, for wondering, for emotional participation in Liszt’s life with a soul in suspense, on a constant travel, between the two essences of his personality. Occhipinti captures Liszt’s spirit, the spirit of a transmigration. His scrupulous biographers often talk about his numerous amours. His life resembles to his Album d’un voyageur, from the childhood in Hungary to the many stays in European capitals of his epoch. The idea of a life in eternal movement, the contamination between collective and personal memories, put into evidence that a travel is not an expression of the social reality of a country but of our nostalgia when we look for ourselves all our life. Angela Occhipinti’s experiences get connected with Liszt in the wish to portrait “through music and through art in general, some of my strongest and vital impressions”. Travel after travel their creativity gets more and more enriched by more and more combinations, new meanings, interior echoes; the travel in the universe of music becomes the metaphysical instrument for getting nearer to the sense of humanity. In the exhibition at the Spazio Thetis Occhipinti’s proposal encloses Faust’s symbol of the modern soul for whose description Johann Wolfgang von Goethe had employed sixty years. And again the invisible angel appears that explains the motive for which Faust will get saved: for his continuous aspiration towards infinity through ideals which rise more and more on the moral, social and cultural level. The place where the antique and contemporary drama takes place, is the Building of the Models at Spazio Thetis, dominated on its roof by the Astronomer of Jan Fabre who measures the sky and which is protected on one side by the Madonne of Alfedo Romano. A suitable site to host Occhipinti’s Partiture Nomadi hanging down from the ceiling, hiding the alchemical codes of Nature for who can understand them. And we can perceive the notes of the Mephisto Waltz, those Mephisto-

telian attitudes of the impressing Faust Symphony. The artist captures Liszt’s kinetic music transforming it into painted papers, giving colour to the “diableries”, woven into the voices of an Angels’ Choir, giving life to the eternal duel between the sin and the virtue. The colours of his alchemical opus play a fundamental role. The white and the black which do not exist in real life (as if they were part of the keyboard of Liszt’s imaginative piano); the red which is the soul flowing through the veins and the blood; finally the gold, the material that becomes volatile, like knowledge, unseizable. Angela Occhipinti’s Liszt is already on the path towards the twilight, a man that has already accomplished his last experiences, waiting, like Céline, for the dark of the night. Her angel will wait for him. The artistic language of her recent Venice exhibitions is based on a few icons, the circle, the square, the spiral, a lexicon she used in former times as coordinates of space and time. In the course of the years her art has become more and more the shape of subconscious structures, the proof of the never ending travel her soul had to go through to reach the light. Space and Time are enclosed at the border of the surface of her works, and passing the borderline they enlarge in the space and in the time of Man’s life. Angela Occhipinti teaches us that a travel that does not leave traces in us, that does not transform us, is a useless travel. She has not only perceived this, but she demonstrates this to us in a surprising, and always different way. The retour eternel of the occurrences and events in man’s life reminds me a sculpture by Verrocchio at the Louvre, entitled “Two Angels in Flight”. Harmony vanishes in front of our eyes. In order to regain it and to project it to the world, Angela Occhipinti’s cosmogenic art is a practicable instrument of catharsis for a more peaceful and constructive future.

Elisabeth Sarah Ggluckstein, 2011


partitura nomade

opere/works

Pitture/Sculture/Incisioni/Collages 2006 - 2011


in volo

recinto magico


dittico: volo del condor


spazio aperto

viagg’io


dittico: omaggio al condor


volo 235

il viaggio alla valle del condor, frame video


il tempo dell’attesa


blu, tessere il futuro


tessere il filo per ritornare


libri della memoria

elemento terra


spazio aperto

dittico: la nascita del condor


il volo del condor

dittico: partiture


ambiguitĂ 

spaesamento


omaggio alle linee di Nazca


dittico: appunti di viaggio


libri scultura spazio-tempo

trittico: l’attimo che precede


salvare il pianeta

era un ghiacciaio


incontri

polittico: strutture di memoria


assonanze

dream


frammenti ritrovati

ambiguitĂ  del viaggio


reperti

registrazione di memorie


viaggio 2504

time is


Mefisto valzer

4 elementi


acqua aria fuoco terra


cosmogonia: terra - luna - sole


cosmogonia: terra - luna - sole


I love sole

cosmogonia: terra


cosmogonia: dittico luna


cosmogonia: dittico luna 2


strutture no. 48114836

cosmogonia, installazione


la storia del condor, installazione


attese

cosmogonia: sole terra luna


l’occidente incontra l’oriente


red passion

omaggio a Franz Listz


viaggio come metafora della vita

il silenzio della musica


dittico: partiture nomadi


Mefisto valzer, partitura nomade 1

Mefisto valzer, partitura nomade 2


Mefisto valzer, partitura nomade 3

Mefisto valzer, partitura nomede 4


lettere d’amore: I love you 2

lettere d’amore: I love you 1


lettere d’amore: I love you 4

lettere d’amore: I love you 3


segnali di atterraggio

viaggio nel viaggio


acquiloni


Appunti di viaggio. Argentina-Cile-Perù

Patagonia, novembre 2010

Lago argentino, Patagonia

Moai, Isola di Pasqua - Rapa Nui

Viaggio sempre da sola in compagnia del mio silenzio... Sperimento ancora una volta la mia capacità di solitudine. Opero come un nomade, e insieme mi ritrovo tessitrice di ricordi sull’orizzonte mobile del viaggio. Nel viaggio la fluidità e il senso del tempo, di volta in volta, è espanso, contratto o moltiplicato. I miei pensieri, in questa Patagonia selvaggia e solitaria, diventano personaggi di una rappresentazione scenica, dove ogni forma prende origine e altrettanto misteriosamente scompare. I colori raggiungono i miei sensi e le mie emozioni diventano un linguaggio immaginario: le forme virano dal silenzio al suono, poi nuovamente al silenzio; gli oggetti diventano ombre, ombra e materia. Da qualche parte finisce la natura e inizia l’artificiale metafora dell’acqua e del ghiaccio, energia e vitalità che s’intrecciano. Superfici riflesse, spazio – tempo – energia. I grigi, le terre, i neri, i bianchi e i rossi riempiono sonori il mio corpo “ ..la Patagonia si addice alla mia immensa tristezza…”, scriveva Cendras. Al contrario la mia non è una tristezza vuota, è una tristezza piena, sonora, contemplativa, ricca di percezioni fra scenari sempre mutevoli, dove gli unici suoni sono quelli del vento che sibila fra i cespugli verde–ocra e il grido degli uccelli. Una natura astratta e irreale, disabituata all’uomo. Il lungo serpente d’asfalto è costeggiato dai “corrales”, quei recinti di filo spinato che limitano la Patagonia pubblica da quella privata delle “estancias”. Raramente s’incrociano gauchos a cavallo, gli spazi sono così vasti che è difficile incontrare pecore (il primo segno della presenza dell’uomo). Il vento è così forte che anche i condor fanno fatica a volare. In terra i cespugli vorticano, sono simili a cuscini spinosi, di un verde grigio cenere, ed emettono una loro musica. La provincia di Salta fino ai confini della Bolivia. I grandi deserti dal fascino misterioso e dai colori vividi e solari, l’accecante lago di sale. Tutta la terra è percorsa da piccoli e grandi canyon. Le rocce esaltano sfumature che vanno dal rosa al rosso fino a raggiungere il viola. A volte il colore si distribuisce a righe parallele, e taglia i monti con strisce orizzontali. Le piante sono basse e spinose e il cielo è di un azzurro puro


dove le nuvole disegnano il loro ritmo. È un paesaggio inviolato, che affascina con una luce particolare ed evoca stati di libertà interiore. Isola di Pasqua: cerchio magico, sfera-ombelico del mondo, sentire con gli occhi e vedere con le mani. La misura delle cose e il racconto del viaggio è un itinerario fotografico attraverso l’Argentina, il Cile e la Bolivia. L’idea della partenza e lo smarrimento del “sé”. Il rapporto con gli altri, l’identità segreta degli eventi e individuare il loro divenire, compresso nel loro essere. Misuro il passare del tempo, con il suo durare e la dilatazione del “qui e ora”, e mi ritrovo con l’Ambiguità dell’Oracolo e i segnali di atterraggio. Tutto abita nello stesso tempo e le mie scarpe sono piene dei miei passi.

Cruz del condor

Perù, giugno 2011 Sterminata terra e infinito cielo tra parole e immagini. I miei viaggi sono sempre in sintonia con la poesia di Kavafis dove la vita è viaggio, e Itaca ne è lo stimolo, non la meta da raggiungere. …”Quando ti metterai in viaggio per Itaca devi augurarti che la strada sia lunga, fertile in avventure e in esperienze ”… Dal Pacifico alle Ande è un lungo racconto dove le parole si confondono con le immagini e perciò forte diventa il desiderio di volare e di abbandonarsi al gioco dell’immaginazione per scoprire il senso più profondo delle cose, misurare le attese e ripercorrere le passioni. Senza limiti, trovare la nostra libertà oltre l’orizzonte degli eventi e del mito di Icaro, sollevarsi da terra, spiegare le grandi ali e osservare ogni cosa dall’alto bruciando magari anche l’anima. Come un albatro sorvolare i deserti costieri lungo l’Oceano Pacifico, vedere dal cielo le dune dorate che ho calpestato, le piramidi dissotterrate dei siti archeologici che ho percorso; e poi, dal mare, risalire la Cordigliera delle Ande e volare come un condor ad ali spiegate, le mie dita aperte come le sue penne estreme... Pochi paesi al mondo si possono confrontare con la bellezza del paesaggio del Perù. In tutto il paese ci sono immensi scavi archeologici, molti ancora sotterrati. Ho girato nel silenzio della mia solitudine questi Gran Salar, Bolivia


luoghi mentre il vento e la sabbia riempivano il mio volto, i miei capelli e i miei vestiti. Piena di sabbia, così mimetizzata, sono diventata parte della natura e del paesaggio. Mi sono mossa a passi lenti per non inviolare il senso sacro del luogo e ho compreso il cane che si rotolava sulla sabbia scavando lo spazio necessario per la sua schiena mentre le zampe erette e invidiose contestavano il cielo lontano. Ora ho la nostalgia dell’incredibile spettacolo del giallo oro delle dune di Paracas, che si fondono con il blu intenso dell’oceano e della riva, con i suoi animali sdraiati pigramente al sole. Foche, lontre, leoni di mare che ti guardano con occhi buoni, dilatati, dolci e curiosi; qualcuno cerca di imitarmi nella posizione retta, ma ricade poi nel dolce far nulla, mentre i pinguini a frotte si tuffano dalle rocce volando in acqua. Sono morbidi e sinuosi nei loro movimenti come se una musica interna li guidasse e regolasse loro la sintonia con le onde dell’oceano. Ho guardato le mie braccia, le mie gambe e mi sono sentita inadeguata come un extraterrestre… forse era questo lo stupore che leggevo nei loro occhi. A Nazca il cielo è sempre terso, metallico nella sua azzurra purezza, l’aria è secca e l’altitudine rende pesante il respirare, il sole brucia la pelle e all’ombra fa freddo. Qui esistono solo la terra e il cielo. Il luogo è arido piano desolato e disseminato di rocce scure, ed è simile a un paesaggio lunare. Gli scavi delle linee, apparentemente infinite, solcano il terreno come incisioni sacre di proporzioni ciclopiche. Tra le figure tracciate ci sono complesse geometrie, ma prevalgono le figurazioni di animali di ogni genere e grandezza: colibrì, condor, una scimmia, un serpente, una balena, un lama, una lucertola, un fiore, un uomo che sembra un marziano, un ragno; e tante frecce, affiancate spesso da linee rette che indicano direzioni misteriose. Alcuni graffiti sono enormi: la lucertola è lunga 180 metri, alcuni uccelli 270. Il loro disegno geometrico e curvilineo lascia sgomenti per dimensioni e perfezione. A tutt’oggi non si è riusciti a spiegare perché gli indios Nazca avrebbero svolto un lavoro così titanico quando l’unica via per vedere i disegni era guardarli dall’alto. Mi piace supporre che queste linee siano dei labirinti sacri da percorrere in processione: una via ininterrotta di preghiere, di canti e di passi, offerto dal popolo agli dei Incas.

Cordigliera dell’Urubamba

Fortezza di Ollantaytambo


viaggio. Per questa ragione fotografo sempre la mia ombra, che si allunga con il calare del sole e prende possesso del terreno e dei monumenti che mi emozionano. Pertanto la mia impronta diventa l’immagine della mia nostalgia e la testimonianza per la tristezza dell’imminente addio. La mia anima-ombra, troppo lunga per questo mio breve corpo, è la mia compagna, è la mia memoria, è la mia solitudine, è il contenitore dei miei ricordi ed è anche il mio saluto al sole mentre attendo la luna. Accumulo sensazioni, percezioni, attitudine a comprendere i significati. Sono una girovaga solitaria, e, passo dopo passo, mi ritrovo tessitrice d’immagini e di parole mentre il vento dei miei pensieri canta dentro di me. Arequipa, la città bianca per il colore della pietra con la quale sono stati costruiti gli edifici del suo centro, è un’isola verde al centro di una vasta zona desertica. Il Monastero di Santa Catalina è una piccola città all’interno di Arequipa, dove il tempo si è fermato, in una pace e in silenzi irreali, con le sue vie, piazze, fontane, lavatoi, chiostri, cappelle, cucine e alloggi per le Passo Patapampa 4850 m Cordigliera centrale delle Ande Il loro sacro nasce in un teatro naturale dominato da catene montuose gigantesche, con fiumi enormi, e deserti. Uno scenario, quindi, dove gli uomini sono piccolissimi e insignificanti e il rispetto per la natura diventa venerazione. Gli indios si consideravano parte integrante della natura, come può essere un fiume o una caverna, e questo rituale forse permetteva la trasformazione dell’uomo in un’altra sostanza, entro una più generale visione cosmica. “La processione” fatta anche di echi e voci nostalgiche, si muoveva secondo le linee del disegno scelto restituendo all’immagine la vita e il movimento. Visto dall’alto era sicuramente uno spettacolo gratificante per le divinità supreme del sole e della luna. La bellezza dei paesaggi mi lascia senza fiato e mi sazia il corpo e lo spirito; mi emoziono tanto davanti allo spettacolo della natura che ogni volta credo che sia il momento più intenso della mia vita. Quando lascio un luogo, mi rattristo come se fosse il termine dell’intero


monache. Stupefacente è la varietà dei colori dei piccoli edifici che vanno dal bianco al blu, dal rosso all’arancio. Mi stupisce anche la mescolanza dei fiori e in ogni angolo si respira una quieta atmosfera d’irrealtà. Una pausa necessaria prima di immergermi di nuovo nel viaggio. Un luogo, unico al mondo, è la valle dei vulcani nel dipartimento di Arequipa, dove profonde gole si alternano a maestosi vulcani coperti di neve. Qui si trovano i canyons più profondi del mondo, quello del Colca e quello di Cotahuasi. In questa valle con 80 crateri vulcanici, quasi tutti in attivo, il paesaggio è lunare e la natura è padrona assoluta del territorio, l’uomo deve ancora combattere per vivere in questa terra, e non pensa certo a proteggerla. Nel paesaggio vivono contrasti cromatici eccezionali, fatti di vibrazioni, spesso tono su tono: sembrano brani pittorici di Giotto e di Sassetta. Qui il vento e gli agenti atmosferici sono padroni, e come caparbi artisti corrodono e incidono le colate laviche, disegnano grafiti e costruiscono

Rovine del palazzo Hatun Rumi Cancha

sculture forgiate su rocce e lava. La terra scrive la sua storia e suggerisce all’uomo nuovi significati, nuove idee: forse svela la magia della vita. La strada che parte da Arequipa verso nord s’inerpica sui tornanti dei vulcani Misti, Chachani e Ampato, coperti di neve, e raggiunge uno dei posti più indescrivibili della terra, il canyon del Colca, che è il più profondo del mondo, 3.400 metri di profondità, dove scorre il fiume Colca. Fatico a respirare e il cuore batte veloce, faccio un respiro profondo per smuovere l’energia che è dentro di me, poi espiro l’aria come piccola parte integrante e imprescindibile dell’universo. Profonda contemplazione del paesaggio, rilassamento. Mai sono stata così vicina al cielo. Questo è il regno incontrastato del maestoso condor andino. Ammiro a lungo il planare di questi magnifici uccelli e il loro volo s’incide nel silenzio dello spazio. Mercato di Pisaq


tra con le loro barche fatte di canne, il viaggio si riempie di profondi e irreali silenzi e la solitudine porta un senso di pace. L’altitudine e la paglia, che morbidamente cede sotto ai miei piedi, mi danno una vertigine strana e piacevole. La visione del Lago al tramonto mi regala emozioni che mi lasciano senza fiato e i miei occhi sono rapiti dall’oro intenso dei colori e dalle lunghe ombre che coprono di mistero tutte le cose. Il paesaggio è favoloso, questa vista, per la sua diversità e unicità, vale da sola tutto il viaggio. La necropoli di Sillustani è un luogo mistico ed è usato ancora dagli stregoni per i loro rituali. Tutto è dominato da un oscuro silenzio che si attorciglia e invade le grandi torri funerarie, anche il loro riflesso nelle acque del lago Umayo inquieta per il continuo ondeggiare. Arrivo a Cusco, ombelico dell’Impero Inca. Cusco con le sue chiese barocche, i palazzi nobiliari e i possenti baluardi militari Inca, è la città più antica d’America. Quando Colombo scoprì il nuovo mondo, Cuzco

La valle del’Urubamba

Come in tutto il Perù anche questa valle custodisce vestigia degli antichi abitanti della zona, i Collagua. Nel Canyon del Colca i villaggi sono fermi a un tempo lontano e i passi montani sono così alti che sembra possibile toccare il cielo e accarezzare i maestosi condor col loro volo e i loro sommessi gridi come sussurrati. La strada è un serpente che sale, a quasi cinquemila metri il fiato è corto, anche l’auto avanza a fatica, ma il paesaggio è davvero meraviglioso. La cordigliera andina con le cime innevate incornicia l’altipiano dove incontro mandrie di lama e alpaca, che vivono qui allo stato selvaggio. Poco lontano si trova il lago Titicaca, vastissimo a una quota di oltre 3800, e il clima è mitigato dalle sue acque. Le Isole Uros sul lago sono grosse piattaforme costruite con strati di canne di totora intrecciate. Lì vivono ancora, in capanne fatte di canne, i discendenti dell’antico popolo degli Uros. Si naviga da un’isola all’al-

Cumuli di sassi votivi, Passo Patapampa, 4850m


grandi blocchi di pietra, uniti e sormontati a secco, con gli stessi incastri per la costruzione delle basi dei loro recinti sacri. Penso che la potenza magica del pensiero trasporti, come su vettori invisibili, le idee.

Machu Picchu La mattina dopo sono partita molto presto con il ferrocarril per Aguas Calientes, chiamata anche Machu Picchu Pueblo. Il treno costeggia il fiume Urubamba e offre viste spettacolari su gole strettissime e monti maestosi che s’innalzano oltre la fitta coltre di nubi. Avvicinandosi ad Aguas Calientes il paesaggio cambia progressivamente con il diminuire dell’altitudine, si lasciano le praterie montane

Machu Picchu, terrazzamenti

era già la capitale dell’Impero Inca. Possiede un fascino particolare che si respira nelle strade e nei mercati dai mille colori. Oggi la città è la base ideale per visitare Machu Picchu e la mitica Valle Sacra degli Incas attraversata dall’Urubamba. Poco lontano da Cusco visito Saqsaywaman, Qenq’o, Puca Pucara e Tambomachay, fortificazioni costruite con pietre ciclopiche a scopo religioso e militare e devastate dai conquistatori spagnoli. Le antiche mura inca sono impressionanti per gli incastri di massi pesanti centinaia di tonnellate e le singole pietre sono state squadrate per ottenere innesti perfetti. Gli spagnoli non riuscirono a comprendere come avessero potuto trasportare simili colossi e attribuirono l’opera al diavolo in persona: perciò, laddove vi riuscirono, distrussero tutto. La cosa che mi ha stupito e affascinato è che avevo già visto nell’Isola di Pasqua la stessa tecnica di lavorazione. Anche lì ho visto i medesimi Machu Picchu, pietra Intihuatana


Machu Picchu, Mausoleo Real


e si sprofonda nella giungla nebulare. E’ un nuovo mondo ovattato, silenzioso e umido, dove ogni singolo pezzo di terreno è ricoperto da vegetazione verdissima che pullula letteralmente di vita. Ancora una volta palpito in simbiosi con la Natura e cerco di fermare le immagini con la mia fotocamera. Ho lo scatto facile perché ho paura che i miei occhi non possano rapidamente vedere tutto e che la mia memoria non abbia lo spazio sufficiente per contenere e ricordare quello che vedo. Da Aguas Calientes con un piccolo bus raggiungo la cima della montagna dove è situata la favolosa e grandiosa città Inca di Machu Picchu con una vista spettacolare sulla sottostante valle dell’Urubamba. L’insediamento ciclopico è stato costruito sul dorso di uno sperone sporgente e rappresenta una concreta sfida dell’uomo nei confronti della natura. Il terreno è scosceso, terrazzato e con molti gradini ed è contornato da precipizi impressionanti. I sentieri sono stretti, pericolosi e frequentemente al bordo degli strapiombi e si snodano con molti dislivelli tra imponenti blocchi di pietra perfettamente squadrati. Tutto questo dà l’ebbrezza della conquista e il fiato si fa corto per la fatica, per la paura e per l’altitudine. Sono le sette del mattino e attendo che l’alba “accenda” le rovine nascoste dalla foresta nebulare che avvolge Machu Picchu. Qui ogni mattina, da secoli, al sorgere del sole, le nubi si sollevano e come per incanto si ripete lo spettacolo del disvelamento della città inca, che mai fu violata dai conquistadores. Nel tardo pomeriggio lascio con malinconia questo luogo mistico, dove il cielo e la terra s’incontrano. Il crepuscolo inizia a cancellare i contorni delle cose e la mia voce si disperde nel vento che si è alzato. Divento taciturna, di colpo mi rattristo e lascio spazio alla nostalgia. Nazim Hikmet scrisse … “Durante tutto il viaggio, la nostalgia non si è separata da me e del viaggio non mi resta nulla se non quella nostalgia”. Ma la mia nostalgia è densa di voci, d’incontri, di echi e i ricordi sono pieni di parti di me: la fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro. Mi attendono altri luoghi e nuove emozioni. Ancora una volta sarà un cammino per arrivare alla profonda conoscenza e contemplazione delle cose più segrete, scoprire la magia che regola le forze della Natura. Lima mi attende e poi il mio ritorno a casa. Ora il mio corpo è una carta geografica piena di luoghi, sensazioni, idee e immagini. Come i cam-

melli mi sono abbeverata a lungo in questo viaggio e ora sono pronta alla traversata solitaria del deserto incontaminato dei ricordi all’interno del mio studio: per lavorare.

Angela Occhipinti

Machu Picchu


Notes on my journey to Argentina-Chile-Perù Patagonia, November 2010 I always travel lonesome, in company of my silence One more time I experience my readiness to accept solitude. I act like a nomad, and with this I feel like weaving my memories in the mobile horizon of my journey. On travelling, the fluidity and the sense of time, from case to case, gets expanded, contracted, multiplied. My thoughts on this wild and lonesome Patagonia become protagonists of a theatre presentation where every form takes its origin and mysteriously at a sudden disappears. Colours approach to my senses and their emotions become an imaginative language : the forms mute from silence to sound, then once again towards silence; objects become shadows, shadow and matter. In certain places nature stops existing and an artificial metaphor of water and of ice comes into being, energy and vitality which flow into each other. Reflected surfaces, space , time, energy. The shades of grey, of black, of white and red fill my body with sounds: “Patagonia befits to my infinite sadness”, Cendras says on this behalf. On the opposition to this sort of a sadness, mine is not empty but a rich, sonorous and contemplative, rich of perceptions between continuously changing sceneries where the only sounds are those of the wind that sings between the bushes in green and yellow and the cry of the birds. An abstract, unreal nature which is not used to human beings. The endless asphalt snake is accompanied by so called “corrales”, those lines of barbed wire that confines public Patagonia from the private of the “estancias”. It rarely happens that gauchos on their horses meet each other, the areas are so vast that it seems improbable to encounter sheep, which could be interpreted as a sign of human presence. Wind is so strong that even the Condors are fatigued to fly. On the earth the bushes whirl, similar to spiny pillows, of a greenish, ash grey shade, and intonate a strange music. Then the Province of Salta to the borderline of Bolivia. The huge deserts with its mysterious fascination and its vivid and solar shades, the blinding lake of salt. The entire territory is drifted by big and small canyons. The rocks exalt particular colours from rose to dark red to violet. Sometimes the colour is distributed in parallel lines and cuts the Isola di Pasqua, Moai


mountains by means of horizontal signs. The vegetation is short and spiny, the sky wears a pure blue where the clouds draw their rhythm. This is a landscape which has never been violated, a landscape that fascinates with his special light and evokes a condition of interior freedom. The Easter Island: a magic circle, a sphere that means the navel of the world. To listen with your eyes and to see with your hands. The dimension of things and the recite of the journey is a photographic itinerary through Argentina, Chile and Bolivia. The idea of departure and the leaving behind of yourself. The relationship with others, the secret identity of events and the possibility to individuate its future that is hidden in its being. I measure the passing of time, with its duration and its dilatation of “hic et nunc”, and I find myself in front of the ambiguity of the Oracle and its signs of arrival. Everything lies in the same time and my shoes flow over, from the endless burden of my steps.

Perù, June 2010 Endless planes and infinite sky between words and images My travels are always in syntony with Kavafis’ poems in which life is a journey and Ithaca is its impulse but not the aim to be reached. “ When you will move towards Ithaca, you should wish that the road you find is long enough, rich of adventures and experiences...” From the Pacific to the Andean mountains my journey evolves like a long story where the words melt with images; so this is why the desire to fly gets so strong, to abandon myself to the game of imagination, to discover the profound sense of things and to measure my expectations, walking along the already experienced passions. Without any limits, you can find freedom beyond the horizon of the events of Icarus myth, leave the ground behind and rise from the earth, extend the wide wings and observe everything from above, setting on fire even your soul. You can fly over the long coasts of the Pacific Ocean like an albatross, watch by distance the golden dunes which my feet have touched before, the unearthed pyramids of the archaeological sites which I have walked through; and then the sea, going up the Andean Cordigliera and flying like a Condor, with open wings, and my widened

Vulcano Misti 5822m

fingers are like his extreme feathers. Only a few countries in the world can compete with the beauty of the Peruvian landscape. All over the country there are endless archaeological sites, many of them under the earth. I travelled through these places in the silence of my solitude, while the wind and the sand covered my face, my hair and my clothes. The sand hid my body until I became part of the nature and the landscape. I had to move with slow steps to avoid to violate the sacred meaning of the space. I understood the dog which tried to excavate some necessary space into the sand for its back whereas his feet standing upwards challenged the distant sky. Now I feel nostalgia for the spectacle of the golden dunes of Paracas which unify with the intense blue of the ocean and of its shore, with its lazy animals lying in the sun. Seal skins, sea otters, sea lions which look upon me with sweet and curious eyes. One of them tries to copy my upright position, but falls then back to pleasant leisure, while the penguins jump from the rocks into the water. Smooth and snaky in their movements as if an interior music had guided them and donated the syntony with the ocean’s waves. I looked at my arms, at my feet and I felt such inadequate like an extraterrestrial, maybe this is was the reason for their astonishment I read in their eyes. A Nazca the sky is usually bright, metal like in its light blue pureness, the air is dry and the height makes it heavy to breathe, the sun burns


Until this day nobody has succeeded in explaining why the natives of Nazca had achieved such a titanic work if the only way to get aware of it was to watch the art works from above. I like the idea to presume that these lines represent sacred labyrinths which only can be walked through in procession : an uninterrupted path of prayers, of songs, offered by the people to the Incas. Their sacred place is a truly natural theatre which is dominated by gigantic mountain chains, with enormous rivers and deserts in between. A sort of a scenery where human beings get small and insignificant, and the respect for nature becomes veneration. The Indios thought they were an integrative part of Nature, like a river or a cave and only this rite could probably guarantee man’s transformation into another substance, within a more general cosmical vision. The procession, made of echoes and nostalgic sounds, moved following to the lines of the drawing which had been selected, in order to bring the image

Chiesa di Chivay, Valle del Colca

the skin, but in the shadow one gets cold. This place is made of sky and earth. An arid, desolate plane, with dark rocks here and there, similar to a lunar landscape. The excavations of the lines which seem to be infinite, mark the land like sacred etchings of cyclopean proportions. Between the traces of the figures you may discover complex geometries, but even more you may find the representations of animals of every kind and dimension : humming birds, a monkey, condors, a snake, a whale, a llama, a flower, a lizard, a man who resembles a Martian, a spider; and numerous arrows, put side by side near straight lines which indicate mysterious directions. Some of the graffiti are monumental: the lizard is 180 meters long, some of the birds 270 meters. Their geometrical and curvilinear design left me consternated for the perfection and the dimension. Santa Catalina Arequipa


Icesberg lago argentino

back to life and into movement. Observed from the sky, it was a gratifying spectacle for the supreme divinities of the Sun and the Moon. The beauty of the landscape leaves me without breathe and fills my body and my spirit with joy. Every time my emotion is so strong that I believe to live the most intense moment of my life. When I have to leave a certain place, I become sad as if this moment were the end of the entire journey. For this reason I take a photo of my shadow which gets longer and longer with the sun set so that I can get into the possession of the territory and of the monuments which I adore. My imprint becomes the image of my nostalgia and a testimony of my sadness because of the imminent farewell. The shadow of my soul, too long for my small body, is my company, my memory, my solitude, the case of my souvenirs, and at the same time my farewell to the sun while I am waiting for the moon. I collect sensations, perceptions, attitudes to understand their meanings. I am a solitary wanderer, and step by step, I find myself weaving images and words while the wind of my thoughts sings inside myself.

Arequipa, the white city, because of the colour of its stones with which had been built the houses in its centre, is a green island in the middle of a large desert area. The Monastery of Santa Catalina is a small town inside of Arequipa, where time has stopped, in an indescribable peace and unreal silence, with its small streets and squares, fountains and cloisters, chapel, kitchens and lodgings for the nuns. The variety of colours of all those small buildings is astounding, shades that differ from white to blue, from red to orange. I am also surprised by the patchwork of the flowers and in every corner one respires an atmosphere of unreality. A necessary break before I immerge myself into a new travel. A unique place in the world, is the valley of the volcanoes in the region of Arequipa, where deep gorges alter with majestic volcanoes covered with snow. Here you can find the deepest canyons of the world, named Colca and Cotahuasi. In this valley of about eighty craters which are nearly all active, the landscape is lunar and nature is the absolute empress of the territory. Man has to fight for his survival in this land, and certainly does not think of protecting it. In this landscape chromatic contrasts dominate, made of vibrations, frequently in similar shades : they resemble painted pieces by Giotto and Sassetta. The wind and the atmospheric agents are the masters of the territory and behave like obstinate artists who corrode the lava flow and construct sculptures shaped out of the rocks and the lava. The earth writes its story and suggests Man new meanings and new ideas: maybe it reveals to him the magic of life. The street leading from Arequipa to the North climbs on the hairpin bends of the mixed volcanoes of Chachani e Ampato, which are snow covered, and reaches one of the most indescribable places on earth, the Colca Canyon which is the deepest of the world, with a depth of about 3400 meters. I fatigue in breathing and my heart beats fast. First I make a profound respire to move the energy I feel inside, then I expire the air as a small but integrative and essential part of the universe. I contemplate the landscape and finally relax. I have never been so near to the sky. This is the unopposed reign of the Andean condor. For a long time I admire the gliding movement of these magnificent birds and their flight engraves into the silence of the space. As all over Peru, even this valley guards relics of the ancient inhabitants of this area, the Collagua. In the Colca Canyon the villages have remained the same as in the past,


and the mountain passes reach a height where you think it is possible to touch the sky and to stroke the majestic condors in flight and you can hear their hushed cries as if they whispered. The street resembles a snake that climbs up the mountain, at a height of nearly 5000 meters I am short of breath, the car has the same difficulties as well, but the landscape is of an extraordinary beauty. The Andean mountains with its snowy peaks frames the plateau where I meet herds of llamas and alpacas strolling around. Not far away I see the Lake of Titicaca, at a height of 3800 meters, the climate is mild because of the water. The islands of Uros in the lake are huge platforms constructed by means of layers of woven turtle reeds. Still today there live the descendants of the antique civilization of the Uros, in shacks made of reeds. One can row from one island to the other, using their boats. The trip is accompanied by profound and unreal silence which produces a sense of peace. The height and the

Centro archeologico Pachacamac

straw which buckles under my feet, provoke in myself a sense of unknown and pleasant vertigo. The vision of the sea at the sunset transmits emotions that leave me without breath and my eyes are captured by the intense gold of the colours and by the long shadows which cover the mysteries of all things. The landscape is outstanding, this particular view, for its diversity and its singularity, it is worth the entire journey. The Necropolis of Sillustani is a mystic place and often used by magicians for their rites. Everything is covered by an obscure silence which twines itself around us, invading the big funeral towers and its reflections in the water of the lake of Umayo renders restless for the constant movement of the waves. Finally I arrive in Cuzco, the navel of the Incas’ Empire. Cuzco with its baroque churches, the aristocratic palaces and the powerful bastions, is the oldest city of America. When Christopher Columbus discovered the Linee di Nazca


New World, Cuzco was already the capital of the Incas’ Empire. It has a certain fascination which one can feel in the streets and on the markets rich of colours. Today the city is the ideal basis to visit Machu Picchu and the mythical Sacred Valley of the Incas, crossed by the Urubamba. Not far away from Cuzco I visit Saqsaywaman, Qenq’o, Puca Pucara e Tambomachay, fortresses constructed with cyclopic stones for religious and military reasons, later on destroyed by the Spanish conquerors. The old Inca walls impress us for the joints of stone masses, hundreds of tons, and the single pieces had been squared to reach a perfect clutch. The Spanish could not understand how they could have transported similar colossus and assigned this opus to the Devil : this is why they felt like destroying most of the constructions. What fascinated me most of all that I had already noticed the same technique on the Easter Island. There I had seen the same big stone blocks, unified and set up as dry stone walls, with the same joints they had used for the construction of the basis of their sacred enclosures. I believe that the magic power of the

thought may transport our ideas, by means of invisible vehicles.

Machu Picchu The next morning I left very early by train for Aguas Calientes, which is also named Machu Picchu Pueblo. The train goes parallel to the river Urubamba and offers spectacular sights on very narrow gorges and majestic mountains which are higher than the dense blanket of the clouds. Approaching Aguas Calientes the landscape changes progressively with the reduction of the height, I leave behind the mountain ranges and get into a nebular jungle. This seems to me a new world, silent, humid and muffled, where every single piece of land is covered by a dark green vegetation which pours with life. One more time I am captured by the symbiosis with nature and I try to fix these images with my photo camera. I make one shoot after the other as I am afraid my eyes cannot see everything quickly enough and that my memory does not have sufficient space to remember all I observe. Donne andine, Valle del Colca


From Aguas Calientes I reach the peak of the mountain by a small bus where the fabulous Inca city of Machu Picchu is situated, with a magnificent view on the valley of Urubamba. The cyclopean settlement was erected on the crest of a protruding spur and represents Man’s concrete challenge towards Nature. The land is precipitous, terraced, with many steps, and surrounded by impressive cliffs. The paths are very narrow, dangerous and frequently at the edge of precipices, winding themselves on different levels through perfectly squared stone blocks All of this gives you the feeling of the thrill of a conquest, and the breath gets short for the fatigue, the sense of fear and the height. It is seven o’clock in the morning, and I wait for the dawn which should light the hidden relics in the nebular forest which surrounds Machu Picchu. Here every morning, for centuries, at the sunrise, the clouds disappear and as if by magic the spectacle of the unveiling of the Inca town gets repeated, a site, by the way, which was never violated by the “ conquistadores “. In the late afternoon I leave this mystic place where the sky meets the earth, accompanied by deep melancholy. The dawn initiates to cancel the surroundings of things, and my voice gets dissipated with the upcoming wind. I fall silent, at a sudden I get sad, and permit nostalgia to return. Nazim Hikmet writes “In the course of a travel, nostalgia has never left me and nothing remains of the travel if not the sense of nostalgia.” But my own nostalgia is full of voices, of encounters, of echoes. Memories are rich of parts of myself : the end of a travel is only the start of a new one. Other places are already waiting for me and new emotions as well. Another time there will be a path in order to arrive at the point of profound knowledge and of the contemplation of the most secret things, in order to discover the magic that rules the forces of Nature. Lima is waiting for me and after that my return back home. Now my body resembles a geographical map full of places, sensations, ideas and images. Similar to the camels I watered myself a long time during this travel and now I am ready for the lonesome passage of the desert, without contaminations of memories inside my studio: I start working.

Angela Occhipinti

Filo magico: intervento dell’artista su un sito archeologico, Machu Picchu


Isola di Pasqua, Moai

Curriculum Vitae Angela Occhipinti nasce a Perugia, vive e lavora a Milano. Nel lavoro di Angela Occhipinti, il “repertorio”di immagini, di sensazioni e di simboli è divenuto memoria collettiva e individuale allo stesso tempo e il simbolo è quasi sempre accentratore di una verità che si sedimenta nel segno, nei colori e nelle forme. Il dialogo spirituale tra cielo e terra, è rappresentato dalla manifestazione sacra degli aquiloni dove nel loro spazio magico sono racchiuse memorie e oblio tra passato, presente e tensione verso il futuro. Le matrici incise, spesso non vengono stampate, ma usate come reperto unico dell’opera d’arte, così la materia diventa elemento pittorico e partecipa alla vita e palpita come sostanza - tutta umana - di passione, a cui talvolta viene sovrapposta la parola per “non dimenticare”. Questi sono i punti centrali del lavoro che fanno della memoria il “luogo” dell’umanità dove l’io e il mondo si incontrano nella tensione dell’essere e i loro confini restano vivi, ma indefiniti, come indefinito è il confine tra la verità e il sogno, l’ironia e la menzogna, il corpo e l’anima. Un lungo viaggio all’interno dell’uomo, un percorso da leggersi come riconquista del proprio io, tra la padronanza di valori e l’estraniazione dalla storia. Per Angela Occhipinti le mete del viaggio, quelle vere, sono nascoste dietro la curva del cuore e il viaggio è la metafora della vita. Docente di Tecniche dell’incisione, insegna Scrittura creativa e libro d’artista presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Dal 1961 frequenta a Milano la stamperia di Giorgio Upiglio. Dal 1968 espone, sempre con mostre personali di pittura, incisione e scultura, presso le gallerie più importanti di Milano quali: Studio Marconi, Galleria Seno, Studio Grossetti. Ha partecipato su invito alle più importanti rassegne ed esposizioni d’arte come il Museo della Permanente di Milano; la Quadriennale d’Arte di Roma; 98 Print Art Fair, Seoul, Corea; The World Prints, San Francisco; International Exhibition of Print, Kanagawa, Giappone; Premio Internazionale di Grafica, Lubiana; Libri d’Artista, Harcus Gallery, Boston; Biennal Print, Fredrikstad, Norvegia; International Print Biennial, Sapporo, Giappone. Partecipa a mostre collettive a Milano presso lo Studio Marconi; Fondazione Mudima; La Permanente, ecc..


Ha tenuto più di 92 personali presso gallerie private, pubbliche e musei in Italia e all’estero tra cui: Fondazione Stelline, Sala del Collezionista a Milano; Palazzo dei Diamanti, Ferrara; Rocca Paolina, Perugia; Le Zitelle, Venezia; Gallery 72, Omaha, Nebraska; Gallery Triform, Taipei, Taiwan; Fondazione Riche, Stoccolma, Svezia; Galerie Zenit, Copenaghen, Danimarca; Indeco Gallery, Seoul; Art Center, Seoul, Corea; International Art Gallery, Hong Kong; Galleria d’Arte Moderna, Ankara; Contemporary Art Center, Istanbul, Turchia; Museo d’Arte Moderna Recoleta e Fondazione Borges a Buenos Aires; Museo d’Arte Contemporanea Genaro Perez, Cordoba, Argentina; Museo d’Arte Contemporanea Los Tajamares, Santiago del Cile; Museo d’Arte Contemporanea, Montevideo, Uruguay; Museo d’Arte Contemporanea MUBE, San Paolo, Brasile; Galerie du Mesée des Oudayas, Rabat, Marocco; Palazzo Vecchio, Firenze. Museo degli Italiani, Lima; Galleria d’Arte Contemporanea, Arequipa, Perù; Galleria d’Arte Contemporanea, Cusco, Perù; Palazzo Imperiale, Innsbruck. Le sue opere si trovano in collezioni private, pubbliche e nei musei d’Arte Moderna in Italia e all’estero e in spazi pubblici tra cui: Murales for the terminal O’Hare di Chicago; due Murales in Pechino, Cina; due sculture a Hong Kong; Polittico per la Chiesa dello Scharè di Gallarate; sculture presso Rebibbia, Roma; Parco di Viadana; Sarule, Nuoro; bassorilievo di m 4x1,50, Palazzo CGIL, Bergamo; opere su tavola m 3x2.20, sulle Navi Costa Crociere, Concordia e Serena; ecc... ecc.. Le sue opere si trovano in permanenza presso le gallerie: Mandarin Fine Arts di Hong Kong, Indeco Gallery, Seoul, Corea; Zenit Gallery, Copenaghen; Spazio e Immagine, Milano. Per la grafica: Studio Marconi, Milano. Nel corso della sua carriera ha vinto numerosissimi premi ed è stata insignita del titolo di Cavaliere, di Grande Ufficiale e Commendatore della Repubblica per meriti artistici. Hanno scritto sul suo lavoro: Filippo Abbiati, Giovanni Maria Accame, Clelia Albericci, Adriano Antolini, Giulio Carlo Argan, Fiorella Arrobbio Piras, Lelio Basso, Rolando Bellini, Massimo Bignardi, Giorgio Bonomi, Jorges Luis Borges, Liana Bortolon, Rossana Bossaglia, Dino Buzzati, Luciano Caramel, Luigi Carluccio, Camilla Cederna, Claudio Cerritelli, Caterina Coluc-

cio, Alejandro Dàvila, Antonio D’Avossa, Andrea Del Guercio, Mario De Micheli, Patrizia Fiorillo, Florian De Santi, Giacinto Di Pietrantonio, Gillo Dorfles, Flavio Fergonzi, Elisabeth Sarah Gluckstein, Sebastiano Grasso, E.Gruman, Flaminio Gualdoni, Giorgio Guglielmino, Han Pao-Teh, Allan Johnson, Mohamed Kadimi, Blair Kamin, Kuo Wei-fan, Kwak Young, Winsome Lane, Francesco Leonetti, Giorgio Mascherpa, Marco Meneguzzo, Moon, Hi-Gab, Antonio Musiari, Roberto Nigido, Lorena Oliva, Daniela Palazzoli, L.Parmesani, Franco Passoni, Adriana Poli Bortone, Elena Pontiggia, Francesco Poli, Franco Russoli, Alberico Sala, Roberto Maria Siena, Luisa Somaini, Waldemar Sommer, Carmelo Strano, Clifford Terry, Paolo Thea, Carlo Trezza, Tommaso Trini, Lorenza Trucchi, Giorgio Upiglio, Marco Valsecchi, Miklos N. Varga, Gianni Vattimo, Angela Vettese. Ultime principali personali: 1996: LivingArt Gallery, Milano; Gallery Zenit, Copenaghen,Danimarca; Gallery Kunsthal, Vienna. 1997: Indeco Gallery, Seoul, Corea; Gallery Art Now, Capua. 1998: Living Art Gallery, Milano; Indeco Gallery, Seoul, Korea; Arts Center, Seoul, Corea. 1999: Ambasciata d’Italia, Seoul, Korea; International Art Consultants Gallery, Hong Kong. 2000: Il giardino incantato Gallery, Milano; Spazio Guicciardini, Milano; Piccolo Teatro, Milano; Indeco Gallery, Seoul, Korea. 2001: Zenit Gallery, Copenhagen; International Art Consultants Gallery, Hong Kong. 2002: Museo d’Arte Moderna Centro Recoleta, Buenos Aires, Argentina. Indeco Gallery. Seoul, Corea. 2003: Museo d’Arte Moderna Genaro Perez, Cordoba, Argentina; Galleria Riabitat, Bergamo; Museo De Los Tajamares, Santiago, Chile, Museo d’Arte, Mar del Plata, Argentina; Installazione, Galleria Zenit, Copenhagen. 2004: Installazione, Palazzo Pitti, Firenze; Museo d’arte Contemporanea, Montevideo, Uruguay; Fondazione Stelline, Sala del Collezionista, Milano; Museo d’arte Moderna, Santa Fe, Argentina; Museo d’arte contemporanea, Salta, Argentina; Galleria Contemporanea, Accademia di Belle Arti, Macerata; Modern Art Gallery, Mendoza, Argentina.


2005: “Oltre la Geometria” Contemporary Art Museum Jujuy, Argentina, testi di Francesco Poli e Giorgio Guglielmino; “Màs allà de la Geometrìa” MAC Museo di Arte Contemporanea, Salta, Argentina, testi di Marco Meneguzzo e del Console Nicola Di Tullio; “La Superioridad del dibujo” Modern Art Gallery, Rio Quarto, Argentina, Testo di Flavio Fergonzi; “Alquimia de la Materia” Espacio Contemporaneo de Arte di Mendoza, Argentina, testo di Francesco Poli. 2006: “Angela Occhipinti e o Brasil”, MuBE - Museo Brasileiro da Escultura, San Paolo, Brasile, testi di Francesco Poli, Giorgio Guglielmino e dell’Ambasciatore Michele Valensise; “A viagem - marcas da memòria”, Museo - Sala Nervi, Brasilia, Brasile. Testo di Flavio Fergonzi; 2007: “Livros da memoria” Museo d’arte Moderna, Campinas, Brasile, testi di Fiorella Arrobbio Piras e Marco Meneguzzo; 2008: “Viaggio nel Viaggio”, Palazzo Vecchio, Sala d’Arme, Firenze; mostra presentata da Marco Meneguzzo. “Tra Simbolo e Realtà” Museo d’Arte Moderna Genaro Perez, Cordoba, Argentina. Testo di Francesco Poli. 2010: “ Entre Simbolo y Realidad “ Museo de Arte Italiano, Lima,Perù; presentata da Flavio Fergonzi; “Umani Silenzi” Museo Civico di Recanati, mostra presentata da Giulio Angelucci; “La Forma è Memoria”, Kaiserliche Hofburg / Palazzo Imperiale Innsbruck, mostra presentata da Luciana Cataldo. 2011: “Entre Simbolo y Realidad”, Galleria de Arte Contemporanea Arequipa; “Entre Simbolo y Realidad”, ICPNA, Galleria de Arte contemporanea, Cuzco, Perù. Testo di Flavio Fergonzi. “In volo” Boscolo dei Dogi, Madonna dell’Orto, Venezia, catalogo della mostra presentato da Elisabeth Gluckstein; “Partiture” Spazio Thetis, Arsenale Nuovissimo, Venezia, catalogo della mostra presentato da Elisabeth Gluckstein. Alcune delle ultime collettive: 1995: “Nel segno dell’angelo” Galleria Bianca Pilat, Milano e Chicago; Kunstforening Af – Gruppo Shakti” – Arhus Danimarca; 100 Artisti per la città di Milano, Museo della Permanente, Milano; Astrazione in Lombardia, La Permanente, Milano; Biennale di Venezia, La Nuova Europa, Le Zitelle, Venezia; Premio Internazionale di Grafica, Lubiana; 7rd International Biennal Print Exhibit, Taipei, Taiwan. 1996: “Sign of an angel”, Contemporary Art Chicago Gallery Bianca Pilat, Chicago; Arte Sacra, S. Sempliciano, Milano; “Due secoli di in-

cisioni”, Sala Napoleonica, Brera, Milano; “Artisti al Piazzo”, Biella; Presenze, Living Art Gallery, Milano; Gruppo Shakti, Kunsthallen-K, Copenaghen. 1997: Sogni di Carta, Lubiana; Conformati difformati, Living Art, Milano; Un fiore per la vita, Roma; Campo dei Sensi, Fondazione Mudima, Milano; Arte più Critica, Sala dei Templari, Molfetta, Bari; Palazzo Municipale, Salò; Arte a Miano, Galleria Spazio e Immagine, Milano. 1998: Arte + Critica , La Permanente, Milano ; Carte Italiane, Museo Civico, Palau, Sardegna; Artisti Italiani, Tainan, Taiwan; ’98 Seoul Print Art Fair, Seoul, Korea; Artisti Italiani, Galleria Spazio Immagine, Milano; Progetti d’Artista, Complexe Culturel Sidi Belyout, Casablanca; Galerie Du Musée des Oudayas, Rabat; Palais Moulay Hafid, Tangeri, Marocco. 1999: “Arte come comunicazione di vita” Sotheby’s, Milano; “Arte per Assisi” PalazzoReale,Milano; XIII Quadriennale di Roma “proiezioni 2000”; “40 Artisti Italiani in Corea” Taegu- Seoul. Galleria Spazio e Immagine, Milano. 2000: “Artisti Italiani a Teagu”, Museo d’Arte Moderna, Taegu, Korea; “Artisti Italiani”, Rotunda Gallery, Seoul, Korea; “Angelus Novus”, Rocca Paolina, Perugia; Spazio e Immagine, Milano; Museo d’Art Contemporain, S.t Paul de Vance, Francia; Gruppo Shakti, Copenaghen, Danimarca. 2001: “Carte d’autore, Milarte Gallery, Milano; Sguardi incrociati, Castello Carlo V, Lecce; “Veleni”, Villa Reale di Monza; “Orizzontale e Verticale” Sala Napoleonica, Brera, Milano; Carte d’Autore, Galleria Comunale, Lecco; “Nuova Visualità” Forum Omegna, Omegna; “Corni d’autore - Figure dell’immaginario apotropaico” Galleria Principe di Napoli, Napoli, 2002: “Carte d’artista”, Milarte, Milano; Le donne del Ruanda, Milano; “Arte come ricerca” Tmp Worldwide, Milano; Riabitat, Bergamo; Solstizio d’inverno, Piazza delle Erbe, Macerata. 2003: “Blu oltremare”, Salerno; Artisti Italiani in Argentina, Museo Borges, Buenos Aires; “130 interpretazioni Dantesche”, Villa Maldura, Pernumia-Padova; “98 bandiere di artisti contemporanei” Palazzo Mordini, Castelfidardo, Ancona; VIII Triennale dell’Incisione, Museo La Permanente, Milano; Incisori Italiani; Museo del Gabinetto delle Stampe, Bagnacavallo-Ravenna; Artisti Italiani a Buenos Aires – Museo d’Arte Moderna Recoleta, Buenos Aires.Argentina.


2004: Artisti Italiani a Cordoba - Museo d’Arte Moderna Genaro Perez, Cordoba, Argentina. “Nel Segno della Vita” Pavia; Arte Contemporanea Italiana dal 1950 ai nostri giorni, Fondazione Borges, Buenos Aires; Cordoba, Argentina. 2005: Italian Artists, Espacio Contemporaneo de Arte, Mar del Plata, Argentina; Contemporary Art Gallery; “Dreams of paper”, Cordoba, Argentina; Italian Contemporary Artists, Borges Gallery, Buenos Aires, Argentina; “Oro Nero”, Arma di Taggia, Imperia; Las Ultimas Vanguardias en Italia, Centro Cultural Borges, Buenos Aires. 2006: Le stanze del cuore e poesie di Alda Merini, Milano; Oro Nero, Ventimiglia. 2007: “Il gioco del tessile” Royal Museum, Pechino. 2008: In-Pressione, dalla xilografia all’arte digitale, Latina; Tessere Arte, Galleria D’Arte Contemporanea, Lavagna; “Solstizio”, Montecassiano, Macerata: “Masters of Brera” Liu Haisu Art Museum, Shanghai; “Echi futuristi”, mostra itinerante presso il Museo d’Arte Moderna Genaro Perez, Cordoba; MAC di Salta e Museo d’Arte Contemporanea di Mendoza, Argentina. 2009: “VI Biennale del libro d’artista” Cassino; Libri d’Artista,Studi Aperti, Ameno, Novara; “L’Universo dentro”, Rocca Paolina, Perugia e San Carpoforo, Milano; “Il Disegno Italiano”, Galleria Accademia Contemporanea, Milano; Fondazione Maimeri, Milano. 2010: “Cinquanta per Cinquanta”, Galleria MAC, Milano; “L’oro nell’arte”, Museo dei Bronzi Dorati, Pergola; “Cristo oggi” Mostra d’Arte Sacra, Palazzo De Cuppis, Fano; Mostra su Padre Matteo Ricci: “L’occidente incontra l’Oriente”, Museo Palazzo Buonaccorsi, Macerata; “Dell’Arte Sacra e dell’Esperienza Spirituale”, Galleria Accademia Contemporanea, Milano; “Etno Atropologia dell’arte contemporanea 1”, Galleria Accademia Contemporanea, Milano; Il disegno italiano. Collezionismo e intimità del segno, Galleria Accademia Contemporanea, Milano. 2011: “Elogio dell’Arte”, Museo Fondazione Luciana Matalon, Milano; “Maestri di Brera”, Art Museum, Hubei; Grand Theater, Fujian; Art Institute Art Museum, Nanjing; 22 Street Art Zone White Space, Beijing; National Grand Theater of China, Beijing, Cina; “Barocco Austero”, Aci Castello, Catania.

Curriculum vitae Angela Occhipinti was born in Perugia, she lives and works in Milan. After graduating in painting at the Fine Arts Academy of Florence, she specialised in graphic art and engraving, under the guidance of Pietro Parigi and Giuseppe Viviani. In her frequent travels abroad, she frequented and worked on Leblanc’s and Mourlot’s printing press and she came into contact with the greatest masters of modern art, including Picasso and Mirò. She made a thorough study with Hayter about the chemical processes in relation to the use of colours in the printing phases and acids in etching. In Bologna she met Giorgio Morandi, whose engraving workshop she attended. In 1958, having moved to Milan, she met Lucio Fontana, with whom she worked on experimental ceramic art at Martinotti’s workshop and engraving at the “Grafica Uno” of Giorgio Upiglio in Milan. From 1961 to 1975 she frequented and worked at Giorgio Upiglio’s printing laboratory, where she developed her graphic experience while coming into contact with artists of the shot of De Chirico, Duchamp, Lam, Man Ray, Paladino, Seuphor, Vedova, etc.. In this time she’s starting the long way of producing and publicising books and portfolios containing original prints carried out with all of the various engraving techniques. She has engraved around 900 plates ( wood engraving, etching, lithography and the new various technique copper-plate engraving.) She has published 53 portfolios of engravings, introduced by critics and writers of international fame. Since 1974 she has held the chair of engraving by the Academy of fine Arts of Macerata. Since 1978 she has held the chair of engraving at the Brera Academy of Fine Arts in Milan, where she teaches the infinite and complex possibilities that can be obtained with wood-engraving (xilografia), etching (acquaforte), lithography and with all the new etching techniques. She has held, upon invitation, courses about the techniques of engraving at the Universities of Chicago/USA; Stockholm/Sweden; Ankara, Istanbul/Turkey; Seoul, Busan, Daegu/Korea; Tokyo/Japan, Rabat/Morocco; Tainan, Taipei/ Taiwan; Buenos Aires, Cordoba, Salta/Argentina; San Paolo/Brasile, etc.. She has held more than 92 personals in private and public galleries, and in museums in Europe, America and in the East.: Fondazione Stelline, Sala del Collezionista a Milano; Palazzo dei Diamanti, Ferrara; Roca Paolina, Perugia; Gallery 72, Omaha, Nebraska; Studio Marconi, Milano; Studio Grossetti, Milano; Galleria Seno, Milano;


Galleria Accademia Italiana, Londra; Gallery Triform, Taipei,Taiwan; Fondazione Riche, Stoccolma, Svezia; Galerie Zenit, Copenaghen, Danimarca; Indeco Gallery, Seoul; Art Center, Seoul, Corea; International Art Gallery, Hong Kong; Galleria d’Arte Moderna, Ankara; Contemporary Art Center, Istanbul, Turchia; Museo d’Arte Moderna Recoleta e Fondazione Borges a Buenos Aires; Museo d’Arte Contemporanea Genaro Perez, Cordoba, Argentina; Museo d’Arte Contemporanea Los Tajamares, Santiago del Cile; Museo d’Arte Contemporanea, Montevideo, Uruguai;Museo D’Arte Contemporanea M.A.C. Salta, Argentina; Museo d’Arte Contemporanea MUBE, San Paolo, Brasile; Galerie du Mesée des Oudayas, Rabat, Marocco. Museo de Arte Italiano, Lima, Perù; Museo Civico di Recanati; Palazzo Imperiale, Innsbruck. She participated in a large number of group exhibitions. She has travelled and stayed a long time in the East: China, Tibet, Nepal, Burma, Korea, Japan, Hong Kong, Argentina, Chile, Uruguay and the USA. She has participated, upon invitation in very important exhibitions, national and international biennials of painting and engraving, she has won numerous prizes. Her works are exhibited in Italian and foreign private collections and museums.

Ghiacciaio Perito Moreno

didascalie opere


Acqua-aria-fuoco-terra, 2010

tecniche miste su tela, 35 x 500 cm Ambiguità del viaggio, 2010 tecnica mista su carta, 50 x 70 cm Ambiguità, 2011 tecniche miste e cera su tavola, 50 x 70 cm Aquilone, rituale del volo, 2007 acquaforte, acquatinta su carta nepalese, 70 x 70 cm Assonanze, 2010 tecniche miste su carta, 50 x 70 cm Attese, 2008 cubo di ferro 40 x 40 x 40 cm e scultura in cera

Cosmogonia: terra-luna-sole, 2011 scatola, tecniche miste, 20 x 20 cm

Dittico volo del condor, 2011

Il silenzio della musica, 2011 cubo di ferro inciso con acidi 60 x 60 x 60 cm e scultura in cera Il tempo dell’attesa, 2011 installazione

Dittico: appunti di viaggio, 2010 scatola lignea, tecniche miste e libro, 20 x 20 cm

Il viaggio alla valle del condor, 2011 frame dal video, durata video 5’

Omaggio alle linee di Nazca, 2010 tecniche miste su carta 35 x 50 cm e su tela 70 x 100 cm

Il volo del condor, 2011 tecniche miste su carta, 35 x 50 cm

Partiture nomadi, 2011

Dittico: la nascita del condor, 2011 tecniche miste su tavola, 20 x 50 + 40 x 40 cm Dittico: omaggio al condor, 2011 tecniche miste su tavola, 40 x 40 + 40 x 40 cm

Incontro, 2009 tecniche miste, acido su ferro, 50 x 50 cm In volo, 2011 tecniche miste su tela, 70 x 100 cm

Blu, tessere il futuro, 2011 Cosmogonia: terra, 2011

Dittico: partiture nomadi, 2011 tecniche miste su tela, 50 x 60 cm e 40 x 30 cm

La storia del condor, 2011 installazione

Dream, 2009 tecniche miste su carta, 50 x 70 cm

Lettere d’amore: I love you 1-2-3-4, 2009 tecnica mista su carta, 50 x 70 cm

tecniche miste su tavola, 18 x 18 cm Cosmogonia, 2011 installazione Cosmogonia: dittico luna, 2011 tecniche miste su tavola, 18 x 18 + 18 x 18 cm Cosmogonia: dittico luna 2, 2011 tecniche miste su tavola, 18 x 18 + 18 x 18 cm Cosmogonia: sole-terra-luna trittico, 2010 tecniche miste su tavola e tela, 40 x 40 cm cad.

Omaggio a Franz Listz, 2011

tecniche miste su tavola, 40 x 40 + 40 x 40 cm

Dittico: partiture, 2010 tecniche miste su tela, 40 x 50 + 40 x 40 cm

tecniche miste su tela, lana alpaca, 100 x 70 cm

Mefisto valzer, partiture nomadi 1-2-3-4, 2011 tecniche miste su carta, 40 x 30 cm

Elemento terra, 2010

tecniche miste su tela libera, 35 x 500 cm

L’Occidente incontra l’Oriente, 2010 tecniche miste su carta e legno, 50 x 500 cm + contenitore di legno

Libri della memoria, 2010 installazione

installazione

scultura in ferro e ceramica 45 x 45 x 45 cm Polittico: strutture di memoria, 2009 installazione, tecniche miste su tavola, ferro e oro 100 x 130 cm

Quattro elementi, 2009

tecniche miste su tavola di legno, 90 x 220 cm

Recinto magico, 2010

tecniche miste su tavola, cera e oro, 50 x 60 cm Red passion, 2011 rose e plexiglass, 20 x 20 x 20 cm Registrazione di memorie, 2011 tecnica mista su carta, 50 x 70 cm Reperti, 2010 tecniche miste su carta, 50 x 70 cm

Libri scultura, spazio-tempo, 2009 installazione tecniche miste su carta e tavola

Salvare il pianeta, 2008

Frammenti ritrovati, 2010

tecniche miste su carta, 50 x 70 cm

Luna 2, 2011 tecniche miste su tavola, 18 x 18 + 18 x 18 cm

Segnali di atterraggio, 2009 tecniche miste su ferro, 70 x 70 cm

I love sole, 2011

Mefisto valzer, 2010

Era un ghiacciaio, 2008 scatola lignea + scultura in pietra, 15 x 15 cm

tecniche miste su tavola, 18 x 18 cm

tecniche miste su carta, 50 x 70 cm

tecniche miste su tavola, 60 x 60 cm

Spaesamento, 2010 tecniche miste e cera su tavola, 35 x 35 cm


Spazio aperto, 2010 tecnica mista su carta, 50 x 70 cm Spazio aperto, 2011 tecniche miste su carta, 40 x 50 cm Struttura no. 48114836, 2010 tecniche miste su carta da lucido, 35 x 50 cm

Tessere il filo per ritornare, 2011

tecniche miste su tela, lana alpaca, 100 x 70 cm

Time is, 2010 tecniche miste su carta, 50 x 70 cm Trittico: l’attimo che precede, 2007 tecniche miste oro, cera su tavola, 90 x 110 cm

Viagg’io, 2010

tecniche miste e oro zecchino su tavola, 40 x 40 cm

Viaggio come metafora della vita, 2010 tecniche miste su tavola e carta, 60 x 80 cm Viaggio nel viaggio, 2011 tecniche miste su tavola, legno e cera, 40 x 40 cm

Viaggio 2504, 2010 tecniche miste su carta, 50 x 70 cm Volo 235, 2011 tecnica mista su tavola e piume, 60 x 70 cm

Cusco, Fortezza di Ollantaytambo

La mia ombra a Tambomachai



Venezia “partiture nomadi” - Angela Occhipinti