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Angela Occhipinti viaggio nel viaggio Opere 1998 – 2008 6 maggio – 11 giugno 2008 Palazzo Vecchio - Sala d’Arme Piazza della Signoria, Firenze


Angela Occhipinti “Viaggio nel viaggio” Opere 1998 – 2008 6 maggio – 11 giugno 2008 Palazzo Vecchio Sala d’Arme Piazza della Signoria, Firenze Assessore alla cultura Prof. Giovanni Gozzini

si ringraziano: Arch. Claudio Mastrodicasa Daniele Ciullini Comune di Firenze, Assessorato alla Cultura

Assicurazioni Ponzoni Pier Luigi Ponzoni Marzia Silvestri Arch. Lapo Lorenzetto Bologna Cristina Pariset

Auser "Associazione Volontariato Territoriale Firenze" Edizioni Maingraf


Angela Occhipinti Viaggio nel viaggio a cura di Marco Meneguzzo


Viaggio nel viaggio Marco Meneguzzo

Referenze fotografiche Angela Occhipinti Paolo Vandrasch In copertina Libro della memoria, 2008 Traduzione Elisabetta Solca Impaginazione Antonia Iurlaro Violeta Nicolas Martinez Angela Occhipinti

Comune di Firenze Assessorato alla Cultura

www.angelaocchipinti.com Edizioni Maingraf Vicolo Ticino, 9 - Bresso, Milano


Sommario / contents

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Viaggio tra i viaggi

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Trip among the trips Marco Meneguzzo

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Opere / Works Antologia Critica (in ordine alfabetico)

Giovanni M. Accame Giulio Carlo Argan Giorgio Bonomi Luciano Caramel Claudio Cerritelli Antonio D’avossa Andrea Del Guercio Gillo Dorfles Flaminio Gualdoni Flavio Fergonzi Marco Meneguzzo Daniela Palazzoli Francesco Poli Elena Pontiggia Carmelo Strano Tommaso Trini Gianni Vattimo Angela Vettese

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Vita e opere / life and works Notizie biografiche Notizie bibliografiche


VIAGGIO TRA I VIAGGI di Marco Meneguzzo

Non siamo più viaggiatori. Al massimo siamo turisti. Non abbiamo più memoria. Al massimo possediamo dei souvenir. E’ il dramma gioioso e giocoso delle società opulente, sempre alla ricerca del diverso, a patto che sia abbastanza uguale, riconoscibile, riconducibile al senso del souvenir. Il souvenir si compra, il ricordo si costruisce, la memoria rielabora costantemente. Al contrario di quanto si crede, la memoria è quanto di più dinamico esista, quanto di più lontano dall’idea corrente di un cassetto dove si riponga qualcosa, che viene poi accidentalmente ritrovato: quello, semmai, è il souvenir, che non a caso assume l’aspetto di un oggetto, e di un oggetto seriale, accomunato dalla stessa cultura che non rielabora, ma accantona, che accumula, ma non organizza. Fortunatamente, dietro questo “sguardo turista” (la definizione, magistrale, è di John Urry), c’è ancora qualche conservatore, qualche guardiano, qualche vestale che custodisce ciò per cui tutti abbiamo nostalgia, ma che non abbiamo la forza di coltivare: il vivido senso dell’esperienza vissuta su di sé. Questi guardiani dell’esperienza sono generalmente gli artisti, intesi nel senso più lato, coloro che mettono in gioco la propria esperienza trasformandola in metafora dell’esistenza, attraverso una qualsiasi forma espressiva, un linguaggio codificato, e una delle metafore più comprensibili, più comuni è proprio quella del viaggio, perché la nostalgia del viaggio, che ci prende tutti – nel modo accennato sopra -, ce lo fa ancora considerare come esperienza di vita. In questo senso Angela Occhipinti è un viaggiatore, reale e metaforico (anche se, a rigore, dopo quel che si è detto basterebbe l’attributo di “viaggiatore” a comporre in una solo persona entrambe le attitudini…), che elabora la propria esperienza attraverso il linguaggio dell’arte e la restituisce a chi la vuol far propria. Infatti, il racconto di un’esperienza può essere noioso come il racconto di un proprio sogno (nel suo “Galateo”, Monsignor Della Casa sconsigliava recisamente di avventurarsi in questa narrazione), se l’osservatore non è disposto a far propria quest’esperienza, a riconoscervi qualcosa di comune, forse persino a immedesimarsi – tanto o poco – nel vissuto dell’artista. Per far questo, nelle sue opere Occhipinti adotta contemporaneamente un duplice modello, un doppio artificio espressivo che lega tutto il suo lavoro e lo colloca all’interno di queste polarità, esperite in varia


misura in ogni singola opera. Da un lato presenta una specie di catalogo di piccoli oggetti – quasi dei minuscoli feticci, dall’aria però tutt’altro che minacciosa -, frutto di una probabile raccolta effettuata durante il viaggio: piccole cose, tra l’antropologico e il psicologico, tra il reperto e il ricordo, spesso incorniciate su uno sfondo che diventa la teca di un personalissimo museo. Non a caso si è parlato di un “catalogo”, cioè di una serie di oggetti (ma potrebbero anche essere sentimenti, concretizzati in una cosa fisica) legati da un denominatore comune, che qui non si conosce, ma di cui tuttavia si percepisce la presenza, grazie a un’aura condivisa, fornita da quell’intorno delle cose scelte che si assomiglia, e dalla ripetizione ordinata e partecipata degli oggetti: un senso quasi “amico” di polvere domestica, di album dei ricordi dove si conservano piccole fotografie in bianco e nero, vagamente ingiallite e dai bordi rigorosamente seghettati, percorre tutto questo filone di Occhipinti, che ci fa entrare facilmente, da ospiti graditi, nella propria dispensa delle memorie. Dall’altro lato – il secondo polo entro cui si muove il suo linguaggio – l’artista ci presenta il luogo entro cui collocare questi oggetti, che è contemporaneamente l’orizzonte del viaggio. “Orizzonte degli eventi” è uno dei suoi titoli più intriganti, per una serie di lavori recenti, e certo non è stato utilizzato nel suo senso legato alla relatività generale dell’universo, tipico della fisica del cosmo, quanto in modo sentimentale, come luogo dove tutto può accadere. Perché ciò sia possibile, questo luogo deve essere vuoto ma osservato – dall’artista e da noi -, e appena accennato secondo una forma, secondo un modello geometricamente evocativo: si va dalla semplice linea orizzontale (appunto!) a forme maggiormente organizzate, come un triangolo, un quadrato, una spirale, dove anche il colore è relativamente uniforme, quasi fosse in attesa dell’evento, dell’azione dell’osservatore che finalmente attiva la narrazione. L’insieme delle due situazioni – gli oggetti e il luogo – costituiscono l’esperienza, di cui il viaggio è l’innesco. A sua volta, questa narrazione è un viaggio, un viaggio tra i viaggi.


TRIP AMONG THE TRIPS of Marco Meneguzzo

We are not travellers anymore. At the most we are tourists. We don't have memory anymore. At the most we possess some souvenirs. It’s the cheerful and playful drama of opulent societies, always searching something different, accepting being equal, recognizable and referable enough to the sense of the souvenir. The souvenir is bought, the memory is built, the memory is constantly re-elaborated. Contrary to what we believe, the memory is the more dynamic thing that exists, the far more from the current idea of a drawer where to put something, that is accidentally discovered: that, eventually, is the souvenir, that not by chance assumes the aspect of an object, of a serial object, tied to the same culture that doesn't re-elaborate, but sets aside, that accumulates, but doesn't organize. Fortunately, behind this "tourist look" (the magisterial definition is of John Urry), there is still somebody conservative, some keeper, some vestal that takes care of what we all consider with nostalgia, but that we don't have the strength to cultivate: the vivid sense of the experience lived inside and outside oneself. These keepers of the experience are generally the artists, artists in a very broad sense, those people that call upon their own experience to turn it into metaphor of the existence, through any expressive form, a coded language; and one of the most comprehensible metaphors, more common, is exactly that of the trip, because the nostalgia of the trip, that comes over us all - in the way mentioned above -, still makes us consider the trip as experience of life. In this sense Angela Occhipinti is a traveller, a real and metaphoric one (even if, strictly speaking, after what we said, the attribute of "traveller" would be enough to compose in a single person both the attitudes‌), who elaborates her personal experience through the language of the art and returns it to those who want to do their proper one. In fact, the story of an experience can be boring as the story of a proper dream (in his "Galateo", Monsignor Della Casa resolutely dissuaded anyone to venture in this narration), if the observer is not prepared to do his own this experience, to recognize something common, perhaps even to identify himself – totally or slightly - in the experienced of the artist. To do this, in her works Occhipinti adopts contemporarily a double model, a double expressive artifice that ties every part of her work and puts it inside these two polarities, carried out in various measures in every single


work. From one side she introduces a kind of catalogue of small objects - almost some minuscule fetishes, anything else but threatening -, fruit of a probable harvest effected during the trip: small things, between the anthropological and the psychological, between the find and the memory, often framed on a background that becomes the reliquary of a personal museum. Not by chance we have spoken of a "catalogue", that is the collection of a series of objects (but they could also be feelings concretized in a physical thing) tied by a common denominator, that is not known here, but of which nevertheless the presence is perceived, thanks to a shared aura, furnished around by those selected things that resemble, and by the orderly repetition of the objects: an almost "friendly" sense of domestic dust, of album of the memories where small black and white photos are preserved, vaguely yellowed and from the edges rigorously saw-toothed edges, it crosses this whole trend of Occhipinti, that makes us easily enter, as pleasant guests, in her own store room of the memories. On the other hand - the second pole within which it stirs her language - the artist introduces us the place where to put these objects that is contemporarily the horizon of the trip. "Horizon of the events" is one of her more scheming titles, for a series of recent works, and certainly it has not been used in its sense tied up to the general relativity of the universe, typical of the physics of the cosmos, but in a sentimental way as place where everything can happen. In order to make this possible, this place has to be empty but observed - from the artist and from us -, and just mentioned according to a form, according to a geometrically evocative model: she goes from the simple horizontal line (note!) to forms mostly organized, as a triangle, a square, a spiral, where also the colour is relatively uniform, almost waiting for the event, for the observer’s action that finally activates the narration. The totality of the two situations - objects and place - constitutes the experience, of which the trip is the start. Once more, this narration is a trip, a trip among the trips.


Opere / Works Pitture/ Sculture / Incisioni


Viaggio – alchimia di memorie, 2004 Tecniche miste su tela, 120 x 450 cm


Cosmogonia , l’universo e la sua struttura, 2007 Installazione, tecniche miste su ferro, e tavola


Here I am, 2003 Tecniche miste su tela e scultura libro Installazione


Libro scultura – il filo rosso, 2007 Tecniche miste


No: 48114836 – I love?, 2004 Installazione alla Fondazione Stelline, Sala del Collezionista, Milano


Storia ininterrotta – le parole che non ti ho detto, 2004 Installazione alla Fondazione Stelline, Sala del Collezionista, Milano


Le nostre memorie, 2003 Installazione al Museo d’Arte Contemporanea, Cordoba, Argentina


Era un ghiacciaio, 2007 Tecniche miste su tavola, 60 x 60 cm


Salvare il pianeta terra, 2007 Tecniche miste su tavola, 60 x 60 cm


Orizzonte degli eventi, 2003 Tecniche miste su tela , su tavola e su cera, Polittico, 90 x 150 + 90 x 90 + 60 cm

Il distacco, 2007 Installazione,tecniche miste


Costellazione della Croce del Sud, 2005 Tecniche miste su tela, su ferro e cera. Dittico, cm 130 x 110 + 130 x 20 cm


Cosmogonia -tensione di conoscenza, 2003 Tecniche miste su ferro e legno, 120 x 120 cm


I love you, 2003 Installazione al Museo d’Arte Contemporanea di Buenos Aires


Libro da viaggio, 2008 Tecniche miste su scatola di legno, 20 x 20 cm


Strutture di memoria, 2003 Tecniche miste su tavola, 100 x 75 cm


Libri della memoria,- metafora della vita, 2007 Installazione alla Villa Litta, Lainate, Milano


Libri della Memoria, What’s your dream?, 2003 Tecnica mista su carta, 50/60/70 x 500 cm Installazione


I quattro Elementi, aria, acqua, fuoco, terra, 2007 Installazione alla Sala Nervi, Brasilia, Brasile

Elemento terra, particolare, 2007 Tecniche miste su tela, 50 x 40 cm, Installazione


Acquaforti, acquatinte e altre opere esposte al Museo d’Arte Contemporanea MuBE di San Paolo, Brasile

Evento che si descrive, 2005 acquaforte, acquatinta, bulino su carta nepalese, 70 x 50 cm


Aquilone, rituale del volo, 2007 Acquaforte, acquatinta su carta nepalese, 70 x70 cm


Attesa – almeno una rosa, 1998 Tecniche miste su tela + struttura con rose


Pampa: una rosa per ritornare, 2003 Tecniche miste su tela e oro su tavola di legno, Dittico 130 x 40 + 130 x 90 cm


Installazione, 2004 Mostra personale al Museo d’ Arte Contemporanea MAC Salta, Argentina


Lettera d’amore, 2002 Tecnica mista su tela, 200 x 90 cm


Pianeta Terra- alleanze, 2008 Tecniche miste su tela sagomata, 120 cm


Viaggio come metafora della vita, 2007 Polittico, tecniche miste su tela e legno, 150 x 150 + scultura.


Labirinti della memoria, 2003 Tecnica mista su carta, 100 x 70 cm cad.


Sacra rappresentazione, 2000 Polittico, tecniche miste su tavola ferro e cera 130 x 160 cm


Cosmogonia- what’s your dream ? ,2001 Tecniche miste su ferro e legno, 120 x 120 cm

Libro scultura – spazio – tempo, 2007 Tecniche miste su tavola, 25 x 25 cm


Labirinti n1 – n2, 2002 Tecniche miste su ferro, 140 x 70 cm cad.


Esposizione personale al Museo d’arte Contemporanea, San Paolo, Brasile


AlteritĂ negata, 2004 Tecnica mista su ferro, cera e tavola Installazione (intero e particolare)


Libri d’artista, 2002-2006 Acquaforte,acquatinta, bulino e maniera nera Varie misure e formati.


Libro d’artista – cosmogonia - viaggio nel tempo, 2006 Tecniche miste calcografiche su pasta di carta, 70 x 50 cm


Libro tabellare – nessun luogo è lontano,2004 tecniche miste su tavola, bassorilievo, 50 x 40 cm

Libro tabellare- il mito delle origini, 2005 Tecniche miste xilografiche e stampa calcografica, 50 x 40 cm


Cavalli del Vento- Lung-Ta - Tibet Scultura lignee n.1- n.2 - n.3, varie misure


La fiamma fedele, 1998 Scultura in corten, Caserma dei Carabinieri,Sarule, Nuoro


Eco del Big Bang, 1999 Scultura in pietra, legno e ferro, h 50 cm

L’ala della libertà, 1999 Scultura in corten , h 300 cm, Carcere di Rebibbia, Roma (Nella foto Angelo Bogani durante l’installazione della scultura)


Presenze e assenze, 2000 Tecniche miste su tela e 3 sculture lignee, Installazione al Museo della Permanente, Milano

Eco del Big Bang, 2006 Scultura in ferro + elemento in terracotta


Narrazione della creazione, 2007 Scultura in ferro + elementi in legno, cristallo e legno dipinto Installazione al Museo d’Arte contemporanea della Scultura MuBE, San Paolo, Brasile


Sigillo, 2004 Tecniche miste su tavola, zinco, cera e ceralacca, 70 x 70 cm


Il Grande Inquisitore, 2004 Tecniche miste, installazione


Esposizione personale, 2004 Installazione alla Fondazione Stelline, Sala del Collezionista, Milano


Il vuoto e il pieno, (particolare), 2005 Tecniche miste su tavola e cera e oro, 150 x 150 + 40 x 40 cm


Aquilone – mito del volo, 2007 Acquaforte, acquatinta, maniera nera e bulino, carta nepalese, tiratura 10 esemplari

Insrtallazione, 2005 Esposizione personale al Museo d’Arte Contemporanea, Jujuy, Argentina,


Aquilone – l’attimo che precede, 2007 Acquaforte, acquatinta, maniera nera e bulino, carta nepalese, tiratura 10 esemplari


Cosmogonia – mito delle origini, 2005 Matrice di ferro incisa con acido, 80 x 80 cm


Antologia critica


ANTOLOGIA CRITICA GIOVANNI M. ACCAME Hanno una lunga e preziosa tradizione le edizioni originali che accostano la parola all’immagine. Poesia e arte visiva si sono trovate di fronte innumerevoli volte. Tante, che non si pensa più, non si riflette, sulla loro radicale differenza. Una distanza linguistica che indica anche la distanza del loro pensiero poetico o, per meglio dire, la distanza che separa il percorso di quel pensiero. Precisamente il percorso di concretizzazione linguistica. L’origine più profonda, germinale, può essere comune a tutte le arti, ma appena l’impulso originario si fa cosciente e si organizza, non può farlo che nel proprio linguaggio. Ecco allora, parola e immagine, farsi distanti, costruire mondi con regole diverse, diverse sensibilità, diversi i modi e i tempi del costituirsi e dello svelarsi. Del reale ciò che rende possibile un linguaggio è il suo progressivo distaccarsi da ogni altro fenomeno che non sia la propria stessa forma. Non sulla forma linguistica, ma sulla configurazione, trovano invece un immediato terreno di contatto i lavori presenti sulle pagine di questo libro. Le poesie di Mikios N. Varga e le acque- tinte di Angela Occhipinti hanno infatti in comune alcuni caratteri strutturali. Alcuni percorsi o confini di figure che sono nelle acquetinte, ma che ritroviamo come contenitori della scrittura nelle poesie. Varga si esercita in una sagomatura della pagina scritta che riprende andamenti e cadenze della pagina calcografica. Anche qui, la scrittura che si compone tipograficamente in figura ha precedenti illustri. Tra i contemporanei, voglio ricordare Dylan Thomas, con la sua articolata Vision and Prayer, pubblicata nel 1945. L’impostazione in qualche modo cosmica, delle acquetinte di Angela Occhipinti, è evidente. Le sezioni, le ripartizioni, le fughe, che si succedono nelle tavole, sono tutte strettamente legate a un senso di spazio infinito e notturno. Uno spazio disponibile all’intervento razionale, ma anche caparbiamente irriducibile a divenire altro da sé. E certo non è causale l’ultima tavola di questo libro, dove lo spazio si ricompone nella propria unità oscura e inquietante, percorsa da innumerevoli segni di vita apparente mente distanti e inaccessibili. Le poesie, come ho detto, rispecchiano alcune impostazioni strutturali delle acquetinte, ma vanno oltre, ponendosi armonicamente in sintonia con quelle atmosfere «in fuga nello spazio». Varga mantiene infatti la sua scrittura poetica in una sospensione di immagini e di concetti al tempo stesso lineari e rarefatti. Il punto d’incontro è forse in questa dimensione cosmica che pervade il libro. La distanza tra i due linguaggi si ritrova in una distanza che li sovrasta e li comprende. (Dalla prefazione del libro d’artista “ Con-Figurazione”)

GIULIO CARLO ARGAN Mi fa piacere ricordare ai colleghi di Stoccolma i nostri discorsi di un tempo ormai lontano, quand’era più frequente l’incontro tra studiosi; e mi piace che, a darmene l’occasione, sia una mostra di Angela Occhipinti, un’artista di cui molto stimo l’opera pittorica, plastica e grafica. Non mi parrebbe corretto dare indicazioni o cercare di orientare il giudizio dei critici e del pubblico svedesi ma, ormai molto avanti con gli anni, sono grato agli artisti che, di me tanto più giovani, cercano ancora il mio con senso, anche se oggi possa apparire come segno d’una loro non flagrante e non opportunistica attualità. Non vorrei che questa mia breve nota introduttiva, che vorrebbe essere d’augurio, paresse una riserva sull’opera dell’artista; ma io vedo in un catalogo di due anni fa che Gianni Vattimo, parlando di Angela Occhipinti, evoca un pensiero di Hegel circa il “passato” come un fattore necessario e costitutivo dell’arte; e Vattimo, una delle più lucide menti filosofiche in Europa, i in Italia il maggior teorico del post-moderno. Forse anche per questo alcuni artisti che tengono a seguire la moda ripetono spesso grossolanamente gli schemi dell’arte barocca, e la loro non è rinascita ma ricaduta. Ciò che invece mi ha sempre colpito nel lavoro di Angela Occhipinti è la finezza dialettica della critica di una modernità, che tuttavia non viene rinnegata. Nel suo lavoro ricorre ancora il pensiero della geometria che il razionalismo artistico moderno propose come modello universale della forma; ma l’esatto geometrico non è un valore nec ultra, si può superarlo anzi esso stesso può autosuperarsi e darsi come tersa emozione intellettuale. Mi pare dunque che questa mostra sia soprattutto l’invito a un discorso su problemi che la coscienza del nostro tempo non può ignorare: alla civiltà che ha eletto la ragion geometrica come propria legge non è male mostrare che l’arte, per la coscienza del passato che implica, può superarla e andar oltre: non per le ragioni del cuore ma per l’inalienabile umanità dell’intelletto. (dalla presentazione del catalogo “Il viaggio, la luce” a Milano - Stoccolma – Londra)


GIORGIO BONOMI All’ arco il nome è vita, ma l’opera è morte ( Eraclito, D. K. B. 48). Forse questo celebre frammento di Eraclito non è solo segno dell’arcaica indistinzione tra nome e realtà, tra semantica e antologia (infatti il filosofo “gioca” sul fatto che, in greco, bios significa “vita” e biós — cioè una stessa grafia con mutamento d’accento — “arco”, quindi “morte”), ma il segno di un più profondo archetipo che, come tale, è destinato a ritornare, sotto le forme più varie. In arte, per esempio, le ultime opere di Angela Occhipinti esternano la tensione, arco e freccia sono emblematicamente ricorrenti, con uno sfondo fondamento) raffigurato, molto spesso, con il cerchio e il triangolo — altri topoi, e dell’inconscio e della simbologia. Così l’opera vuole raffigurare l’autotrascendenza dell’uomo, “l’attimo che precede” e quindi una tensione all’alterità, che non è che un momento della Conoscenza, il percorso poi, come nella concretezza dell’essere, è esplicitato non sempre come direzione lineare, bensì anche con una traiettoria sinusoide (pur se la meta finale è diritta sull’asse del punto di partenza): ancora una volta è da citare Eraclito: “il percorso diritto e curvo della vite è uno e il medesimo”, come “una e medesima è la via ascendente e discendente” )D.K., B. 59-60). L’interesse di questa concordanza con l”oscuro” di Efeso non è in quell’aspetto — cui tanto dovranno molte filosofie successive — della coincidenza degli opposti, o unità dei contrari, ma proprio in quel concetto di conoscenza — che è al tempo stesso atto intellettuale e atto etico — come tensione, come slancio, come commino a... Di nuovo i “padri” greci ci illuminano: infatti Apollo, dio Tornito di arco e frecce, è dio della sapienza, della conoscenza conquistata, non semplicemente intuita. Così, poiché Occhipinti si esprime nei termini della’arte, i suoi elementi, costitutivi l’opera, si fondano, da un lato su una gamma cromatica essenziale (blu, giallo, rosso) che viene dialettizzata con la matericità del colore stesso e, dall’altro, con una complessità di elementi semplici aggiunti, aggettanti, sovrapposti alla tela. Un’arte, insomma, che pone l’uomo al centro del suo interesse, non in termini di rappresentatività, bensì in quelli più profondi della ricerca di un “dover essere”, unico e vero scopo “umano” dell’essere”.

LUCIANO CARAMEL Il fascino della visionarietà dell’artista non lascia scampo. Gli sfondamenti verso spazi indefinibili ed immisurabili dei suoi quadri consentono viaggi ambigui nella realtà della fantasia (e viceversa). Forme-colore metamorfiche offrono tutto un mondo imprendibile, perché non unidimensionale ed estraneo tanto alla limitatezza della storia che a quella del mito. E si ha l’occasione di un perdersi che è un ritrovarsi, nel senso del recupero di valenze immaginative che l’artificio illusivo della pittrice occasiona, e stimola... Il meccanismo che essa inevitabilmente innesca in chi guarda è, nella sua efficacia, la prova del fatto che non ci si trova di fronte solo ad una sorprendente capacità tecnica, né tanto meno ad un’affascinante, e solo letteraria, descrittività. C’è invece una concezione del mondo, e insieme, tutt’uno, una sensibilità che si fanno forma, appunto realizzandosi in cieli senza confini, ma anche “misurati”, resi praticabili da segni definiti: semplici determinazioni dello spazio, o più complesse membrature architettoniche, o anche articolate sagomature del supporto. Non quindi evocazione malinconica di un passato vagheggiato nella sua improponibilità. La chiave di lettura non è “anacronistica”, per rifarci a modi in questi anni fortunati. Quanto interessa ad Angela è piuttosto un presente non appiattito sulla quotidianità, una storia non avvilita a cronaca, ed invece innervata del valore simbolico e delle possibilità di sintesi significante del mito. Ecco allora, fuori d’ogni illustratività, Icaro, Arianna, il desiderio di volare, di conquistare il cielo, di sognare, però nella coscienza del confine, che in siffatto contesto è tutt’altro che limitante. Con una tensione dialettica che si traduce nel lievitante azzurro delle immagini, nella loro energia centrifuga, come nella scelta del frammento e nella proposizione di riferimenti prospettici particolari. In un continuo interferire dinamico di passato presente e futuro e nell’interrelazione di sensi e pensiero, di immersione nell’ignoto e di coscienza critica, di mistero e di scoperta; ed infine di intuizione e di analisi... (dalla presentazione della mostra pressa la Civica Galleria d’Arte, Portofino 1985)

CLAUDIO CERRITELLI Angela Occhipinti oltre la geometria Nessun artista può servirsi della geometria se non esiste uno stato d’animo, quasi angelico, capace di trasformare misure e proporzioni nella visione di luoghi interminabili. Perché la geometria esista ci vuole dunque un’arte sospesa su se stessa, che sappia inventare un ritmo divagante che unisce e separa il visibile dall’invisibile, le forme esibite da ciò che sta nascosto dentro il corpo apparente dell’armonia prestabilita. A questo significativo modo di far geometria si rivolgono le ultime opere di Angelo Occhipinti che sono il punto di arrivo


di immagini già sognate, infinite volte fissate nel gesto consapevole della sua invidiabile perizia tecnica. Del resto, l’amore verso la materia su cui si lavora è questione decisiva per l’arte astratta, luogo di effettive differenze che permette di valutare la condizione poetica dell’artista, il suo campo d’azione e di riflessione. Occhipinti costruisce un ordine figurale che non è mai dato per certo, definisce la forma preferita del triangolo come se si trattasse di una presenza che precede un nuovo senso della visione, mai riducibile ai suoi principi strutturanti. Semmai la struttura iniziale è l’avvio dichiarato di un linguaggio che si carica di altre energie, altre profondità, altri suoni. La costruzione geometrica è lo spazio fissato, forse anche simbolico, per una nascita del colore che punta altrove, a sconvolgere la superficie, superarla e nutrirla di umori, densità, stratificazioni che corrispondono al pulsare misterioso dell’occhio. In questo senso Angela Occhipinti ha sostituito il calcolo del progetto formale con l’esperienza del colore, senza per questo rinunciare alla memoria persistente di strutture e sequenze di forme ben delineate. La materia-colore interviene ad accentuare visivamente il campo di relazioni predisposte, porta il senso di una immaginazione dinamica che “scompagina l’ordine narrativo”, ma soprattutto imprime all’immagine una complessità pittorica che negli anni ‘80 è stato il vero interesse dell’artista. Occhipinti sposta continuamente il rapporto tra gli elementi portati sulla superficie, la pittura non può esaurirsi in un sistema chiuso, è decisivo sollecitare attraverso il territorio dell’opera tentazioni sempre diverse, evocate dentro la gabbia fisica del colore. Entrano in scena il mito del cosmo e l’utopia delle forme unitarie, l’origine e la rinascita, arcaiche tensioni e contrappunti musicali, contrasti e parallelismi: eventi simbolici in cui si materializza il pensiero della pittura. La mobilità del colore dialogo con i profili delle figure dilatando la conoscenza dello spazio per via di ritmi successivi e antitetici, che si risolvono sempre nel giusto ritmo e nella mirabile qualità della percezione. Certo, tutto è controllato, come negare che Occhipinti commisura ogni minima goccia di colore o traccia o densità materica ad una ragion pittorica che prevede anche l’evento più rischioso? Tale è l’atteggiamento dell’artista, la funzione sperimentale delle tecniche adottate dal punto di vista grafico e pittorico sta a dimostrare che la sua arte può oggi far slittare gli stessi processi costitutivi del lavoro verso l’orizzonte esclusivo dell’immagine, momento di assoluta comprensione delle opere precedenti e punto di rivelazione della ricerca in atto. Angela Occhipinti è qui, nella “tensione di un arco immobile” - come si titola un’opera recente — fra partiture di colore che hanno l’aria trasparente dei viaggi ad Oriente; ma anche tra oscillazioni di materie che richiedono uno sguardo vago e approfondito, vigile ed inquieto, come questa pittura fatta di misure interrotte e di segni che rappresentano l’unità dello spazio e del tempo. (presentazione del catalogo, Galerie Zenit, Copenaghen, 1990)

ANTONIO D’AVOSSA Angela Occhipinti, la ragione della pittura. La struttura che sottende a tutto il lavoro di Angela Occhipinti è come quella musicale, costruita attraverso la legge dinamica della relazione che si stabilisce tra le costanti geometriche e sintattiche e le varianti cromatiche e lessicali. Da questa apparente opposizione Angela Occhipinti trae l’energia per rendere la sua pratica pittorica una pratica dì complemento. Pittura più forma e materia più colore diventano così termini di una posizione tutta interna a questa indagine. Ma la forma è geometrica, costante, fatta dì quadrati, rettangoli, triangoli, trapezi, cerchi e semicerchi che cercano e trovano una equilibrata integrazione con una “finezza dialettica della critica della modernità, che tuttavia non viene rinnegata”, ha scritto a proposito felicemente Giulio Carlo Argan. Ora, Angela Occhipinti ponendosi dal lato della geometria percorre quell’intera grande linea della storia della pittura e della storia delle forme della pittura che, da Paul Cézanne in poi, ha sempre rischiato la caduta verso un formalismo neomanierista o neobarocco o, addirittura, verso una decorazione fine a se stessa. Per evitare questa veloce quanto inutile caduta l’artista adopera lo stratagemma (quasi un para cadute) del colore prima e della materia poi. Attraverso la modulazione (ecco ancora un termine musicale) di questi codici la dialettica tra forma, materia e colore si fa vivo di una pittura che guarda al pensiero di se stessa; indagandosi e indagando le proprie ragioni, le proprie motivazioni e il suo stesso essere, sempre sul filo del rischio. Ma queste ragioni non sono esterne alla superficie. Sono invece raccolte con cura e sapienza all’interno dell’apparato di assonanze e concordanze che il colore affida alla forma e che la materia affida alla pittura. Da questa postazione Angela Occhipinti non aggredisce la tela con gesti o con tagli, ma l’accompagna lungo un itinerario espressivo che durante il percorso diventa dialogo e cordiale suggerimento del termine. Questo significa prima di tutto che il viaggio delle forme si compie sotto il segno di una conversazione dove la radice “con” indica una volta dì più che queste forme non sono sole e prive di significato ma che volentieri si accompagnano, per imitazioni di segni, verso un centro che oltre la pittura incontra ancora una volta solo la pittura. Capo Blu, giugno 1992


ANDREA DEL GUERCIO Tra geometria ed emozione Osservo con interesse da tempo il percorso espressivo redatto da Angela Occhipinti, costantemente articolato nel rinnovamento dell’impianto policromo e nell’organizzazione dello spazio tra bidimensione e tridimensione. tra la superficie della tela ed il suo sviluppo dei volumi aggettanti. Una vivacità linguistico-espressiva ed una responsabile sperimentazione dei supporti, riconoscibile anche nella ricca e qualificata cultura grafica tra, tra piccole e preziose incisioni e grandi litografie tirate su quell’immenso torchio che troneggia severo nello studio milanese. In questa sede ho centrato la mia attenzione e il mio interesse su una serie limitata di opere recenti, che per alcuni caratteri sostanziali risultano realtà espressive nuove ed in qualche modo autonome rispetto a quell’intero percorso, relatrici di una filosofia estetica inedita. Rispetto alla vitalità ed all’entusiasmo cromatico in espansione — e che si distribuisce verso le più diverse superfici di supporto — questo nucleo di opere. limitato nei numero e nelle dimensioni, si pone in evidenza per una redazione scandita da rigore logico e da carattere costruttivo plastico. L’impianto procede nella compenetrazione dialogante tra il dato della severità e quello della povertà, del rigore e dell’essenzialità; per severità intendiamo tiri impianto architettonico predisposto dal calcolo rigoroso di ogni elemento o modulo costruttivo, la povertà quale valore comunicativo della natura del supporto all’interno di una orchestrazione modulare essenziale. Si tratta di due valori qualificanti, conseguenza di un impiego. mirato e responsabile, dei dati di supporto quali il legno e il ferro, e rispettoso dei loro specifici valori cromatico-materici, e sim bolici di architetture dello spazio. Si tratta, cioè, di materiali impiegati secondo soluzioni di manipolazione tecnica che parte e si sofferma sulla natura e sui valori simbolici rappresentativi; il ferro subisce nella sua calda superficie rosso ruggine un’evoluzione e un’articolazione dei valori cromatico-epidermici, in ragione di una acidazione condotta all’interno della progettazione analitica e geometrica dello spazio; il legno è condotto per superfici e non per volume, si esalta sul piano di una policromia naturale conseguente all’assemblaggio di tavole diverse e quindi organizzato con intento compositivo e di costruzione dell’habitat. Due materiali relatori di valori antichi e che si propongono per uniformità non di colore ma di luce unitaria ed avvolgente; le superfici, scandite come quinte per leggere profondità chiaroscurali, sono attraversata dall’intelaiatura progettuale del bianco e del rosso. Il risultato è un’attenzione alla composizione dello spazio ed alla sua percezione e fruizione, uno spazio che possiamo definire quattrocentesco, severo e luminoso, risultato dell’indagine e dello studio. Un ciclo di bassorilievi, in termini di progettazione e di redazione, risponde ed emblematizza esemplarmente il giudizio espresso da Giulio Carlo Argan per l’opera di Angela Occhipinti, in particolar modo sulla coniugazione rigorosa e sensibile tra la logica geometrica e l’emozione intellettuale: “Alla civiltà che ha eletto la ragione geometrica come propria legge morale non è male mostrare che l’arte, per la coscienza del passato che implica, può superarla ed andar oltre non per le ragioni del cuore ma per l’inalienabile umanità dell’intelletto”. Di fronte a questo ciclo di bassorilievi, tra i valori simbolici antichi e radicati nella cultura collettiva, rappresentati dai materiali e dalle forme, con particolare riferimento alla struttura archetipa del tabernacolo, é possibile meglio comprendere il peso culturale rappresentato dal riferimento al tema dell’umanità, nella sua più ampia sfaccettatura — dove il rigore progettuale si fa prassi dell’esistenza — e nelle sue sfumature, quali emozioni di una intensa spiritualità.

GILLO DORFLES Forse ciò che colpisce e stupisce maggiormente nell’opera di Angela Occhipinti è il contrasto - e insieme connubio - tra un impianto geometrico, rigoroso, persino ossessivo, e la presenza costante d’un impasto cromatico di estrema raffinatezza ma anche di accese libertà espressive Troppo spesso, le opere di artisti che si rifanno a schemi costruttivisti, concretisti e, in genere, dì un’astrazione geometrizzante, peccano per un’eccessiva freddezza cromatica, per un disprezzo dei valori tonali, atmosferici, ritenuti da quegli artisti troppo naturalistici e paesaggistici. Il terrore di ricadere nella mimesi della natura spegne spesso ogni autentica vena pittorica, relegando le opere in una sorta di decoratività astratta. Nel caso di Occhipinti, per contro, la presenza costante di un colore estremamente sensibile e variegato (addirittura sensuale) - “quei toni irritati di terra e cielo”, come li definisce Gualdoni - ottenuti spesso attraverso caute manipolazioni di polveri e colle naturali e di rosso d’uovo, secondo le antiche pratiche dei maestri rinascimentali fa sì che ogni dipinto, tanto i piccoli bozzetti che le vaste tele, viva immerso in un’intensa atmosfericità che è insieme espressiva dei “moti dell’animo” dell’artista, ma anche della maestria tecnica della stessa.


Se quanto ho detto ci permette di essere del tutto consenzienti con l’impostazione cromatica e materica dell’artista (tanto per quanto riguarda le tele che le sue numerose incisioni), vorrei invece aggiungere come io ritenga che la “gabbia” geometrica nella quale sono spesso imprigionate queste composizioni (triangoli, rettangoli, rombi, spesso miranti a una costruzione cosmogonica, simbolica dei Quattro Elementi, e sottomessi a precisi rapporti proporzionali, a equilibri armonici, a numericità auree...) rischi - anzi rischiava soprattutto in passato di arginare l’impetus fantastico dell’artista. La quale, per altro, nelle ultime serie delle sue “Zattere”, dei suoi “Aquiloni”, del “Viaggio in una stanza” (titoli meramente suggestivi di atmosfere e stati d’animo, più che descrittivi di eventi tangibili) è riuscita a far convivere con estrema sapienza le due componenti di cui sopra. Si vedano, infatti, i molti esempi di “aquiloni”, di “avvertimenti rituali”, ancora impostati sopra un modulo ricorrente basato su strutture triangolari; o anche, alle volte, utilizzanti una costruzione tridimensionale provvista di un supporto ligneo centrale che ne costituisce quasi la “spina dorsale”; e si vedano, per contro, alcune “zattere” - quasi piattaforme vaganti sopra impossibili mari - o quelli che definirei “paesaggi” dove il contrasto tra “cielo” e “terra” permette estenuate scansioni cromatiche... Ebbene, in questi ultimi lavori, Angela Occhipinti si è affrancata dall’eccessivo rigorismo geometrico di un tempo e dimostra di saper vincere quella insistita polarizzazione simmetrica che dominava nelle opere del passato. Il superamento della ortogonalità, della bipartizione simmetrica, infatti, significa anche possibilità di un discorso più vario, più duttile; d’un’apertura verso altri cieli, altri spazi, come già si può constatare anche nei numerosi bozzetti (spesso costruiti con preziosi elementi collagistici) e nelle incisioni - tanto acqueforti che xilografie - nelle quali l’eccezionale abilità tecnica dell’artista si sposa con la sua naturale spontaneità immaginativa. Certo; un esame più approfondito di taluni di questi lavori ci permetterebbe di rintracciare negli stessi il germe di evidenti valenze simboliche (si osservi la serie di quattro “carte” dove un serpente tentatore insidia la coppia edenica identificabile negli aurei rettangoli...) che rimangono sempre sommessamente e non esplicitamente esaltanti; ma che dicono come quest’opera non sia soltanto una ricerca cromatica e formale, ma racchiude al suo interno quel sottofondo misterioso e trascendente, legato al mito e al rito, indispensabile per la realizzazione d’ogni creazione artistica che sia anche espressione del proprio io profondo e del proprio approccio esistensivo.

FLAMINIO GUALDONI Angela Occhipinti. Nuove opere Il lavoro recente di Angela Occhipinti precisa e approfondisce, in modi assai suggestivi, alcune linee di guida della ricerca impostata ormai da molti anni. Se un tempo, era la strutturazione geometrica dell’immagine, fondata su tracce dina miche aperte e radianti, a fare da epicentro critico; e se ad essa si coordinava un intendimento del colore fatto di scambi forti caldo/freddo (non immemore, pur nelle tarsie di serena suggestione decorativa, di certi echi futuristici, BalIa in testa), in un ‘economia formale in cui solo cauti riverberi emotivi avevano luogo; ora un ‘altra, più complessa, è l’attitudine prevalente di Occhipinti. Il campirsi compatto e precisato della struttura, e il suo estendersi addirittura alla stessa articolazione oggettiva dell’opera - le cui sagomature e combinazioni d’elementi diversi si richiamano a una non esausta recente tradizione statunitense - ha perso, in sé, d’ogni funzione teoricistica. Permane, talora, ma come sostegno di una visionarietà che si espande in un protagonismo del colore sempre più esclusivo. E’ un colore che trascorre ancora dalle accensioni calde dell’arancio, del giallo, alle cupezze ambigue del blu, del nero, attraverso una gamma vastissima di tonalità: e accordi sottili: e sottili dissonanze. Ma è un colore che ha il coraggio, ora, di assestarsi in stesure impure e fervide, fatte di stratificazioni e dilavamenti, di irritazioni superficiali e di respirazioni indefinite, di contaminazioni materiche e di aliti immateriali, quasi a rivendicare un ‘identità propria fatta di rimandi simbolici, di turgori affettivi, di comportamenti qualitativi; e,sul piano linguistico, di un’autonomia definitiva dal funzionale. Visionario, s’è detto. Perché attraverso questo rapporto di auscultazione del colore, e di complicità con le sue movenze varianti, Occhipinti compie una sorta di viaggio accecato verso una sorta di prospettiva cosmica totale, ove il kòsmos non è trascrizione o metafora di quello fisico, ma procede per sintetiche equivalenze di pensiero, che si fanno compiuta immagine di pittura. Giunta alla piena maturità espressiva, l’artista sa che non più è il tempo d’una pittura autoriflessiva e metodologicamente circostanziata, appagata del propio ubi consistam mondano, ma il tempo delle interrogazioni radicali, all’arte come domanda ultima, vertiginosa, inappagata forse ma incoercibile, all’esistenza.

FLAVIO FERGONZI Angela Occhipinti- il primato del disegno Quando descrive quello che farà, quando si interroga sugli sviluppi di un’opera, oppure quando discute la serie delle


opere per un allestimento in una galleria, Angela Occhipinti prende un foglio e disegna: capita che il foglio venga allungato all’interlocutore che è così chiamato in una discussione difficile da sostenere ad armi pari. Nel suo sistema il disegno non è rinchiuso entro una dimensione privata (l’atelier, la fase del progetto) ma deborda nella vita quotidiana: se scatta una istantanea fotografica (ne ho viste di molto belle, di un suo recente viaggio argentino) quel che le interessa è la costruzione grafica del quadrato polaroid, una sorta di pianta bidimensionale della visione, un ritmo di linee o di luci, un disegno, insomma. Se prende appunti di parole, queste diventano subito segni: il bianco (o, ancor meglio, il quadrettato) del foglio si costruisce intorno ad esse come un vuoto parlante, e gli appunti visivi vi si collocano con naturalezza. L’operazione del disegno è per lei ellittica. Lo sfondo è la parete, i segni gli oggetti appesi (non i contorni degli oggetti, ma proprio gli oggetti, con il loro peso, il loro colore). Un’opera come la sua, così intessuta del tempo delle cose (carte invecchiate, inchiostri antichi, ferri usurati, legni consunti), è governata da un superiore progetto che dispone razionalmente gli addendi, indica, brunelleschianamente, il punto di vista dell’osservatore, il punto di fuga, le diagonali prospettiche. Anche se non sono dichiarate, queste coordinate di geometria della visione, e questo primato del segno grafico, sono evidenti nella sua ricerca, dagli esordi fino a oggi. Le sue prime prove ricercavano una essenziale stilizzazione della figura affidata al segno. Nella successiva stagione astratta le forme pure non temevano di accogliere contrasti acidi di colore, che bruciavano o sfocavano i contorni. Più tardi una disposizione più concentrata sul gesto (segare, ritagliare, incollare, ma anche velare, asciugare, indorare) e l’acuta sensibilità per la pelle dei materiali, la loro tessitura, la capacità di assorbire o restituire la luce non distraevano l’osservatore attento dal senso di rigorosa composizione, da alta scuola, che governava l’opera. Vige, nelle ultime prove, un attonito silenzio. Sacerdoti di antiche civiltà sembrano aver riposto nel secretum di un tempio lunghi rotoli di tela catramata, unito parole e segni in misteriose combinazioni, immerso oggetti preziosi o delicati (persino una rosa, vera) in materiali cedevoli e opalescenti come la cera, tracciato con fatica incisioni su ingrati supporti. Ma prima di un sofisticato trovarobato, e della sapiente officina esecutiva che lo segue, sta l’intuizione spaziale dell’artista che ha fermato i segni su un foglio, ha cadenzato mentalmente forme e rapporti, ha previsto lo spettatore con il suo occhio e il suo incedere di fonte all’arredo pittorico della parete. Nel suo lavoro, il tempo dell’esecuzione è un tempo di continuo giudizio: manufatti di una maniera alta e, spesso, preziosa, non conoscono il momento del riposo artigianale. Ogni mossa, ogni spostamento, ogni scelta di materiale, ogni contrasto di superficie, ogni variante del gioco decorativo insomma, è messa in discussione attraverso il disegno. Ma con il passare del tempo c’è stata una novità. Al disegno inteso come regìa compositiva che presiede l’opera si è aggiunto, e sovrapposto, un disegno affatto nuovo. Affiorano dai suoi polimaterici antiche carte notarili, vecchi valori bollati, addirittura cartamonete; si indovinano, a volte, echi di decorazioni ottocentesche, o liberty (dove affiorano memorie di vicende familiari, solidamente borghesi). Ma compaiono anche trame grafiche inaspettate, più ataviche, frutto dei prelievi dai recenti, lunghi viaggi intercontinentali: le reti grafiche dei fiumi e dei campi coltivati visti dall’alto da un aereo; tatuaggi tribali; segni tracciati nella roccia di civiltà antiche, dai significati indecifrabili; l’eleganza della scrittura orientale. Questi disegni non hanno solo arricchito un repertorio di rifiniture: si sono sovrapposti agli schemi originari della composizione (dominati da una serena razionalità geometrica, di tradizione dichiaratamente modernista) e li hanno condizionati, hanno spinto alla ricerca di nuove armonie e cadenze. Le trame grafiche hanno ora una tensione prima sconosciuta, comunicano una leggera ansia, si interrogano su fatti inesplicabili, su simboli lontani e sui loro significati. La trama prospettica, le sezioni auree, i segni convergenti verso il fuoco centrale, la vecchia, amatissima simbologia visiva del mestiere dell’artista nel senso rinascimentale, cede di fronte a queste nuove urgenze. Angela Occhipinti parla spesso di questi simboli, degli echi interiori che le suscitano: ecologia, ritualità, armonia tra umani e natura, discesa negli inferi dei miti originari (ma anche nei consolanti spazi del ricordo personale e familiare). Riversati sulla carta, questi simboli diventano segni: serpentini, paralleli, convergenti in forme circolari, un po’ ipnotici E da questa nuova grammatica del segno nascono i nuovi progetti, e le nuove opere qui esposte. (dalla presentazione del catalogo, Museo d’arte contemporanea Recoleta, Buenos Aires 2002)

MARCO MENEGUZZO Il sentimento e la memoria. L’alchimia è una rappresentazione simbolica del mondo. Come tale ha costruito un sistema di immagini fortemente simboliche, la cui combinazione assume significati diversi, a secondo dei modi, delle posizioni reciproche, delle relazioni che queste immagini vengono a stabilire all’interno del loro speciale sistema di segni. Tutto ciò si codifica necessariamente, è diventato codice e persino catalogo, "repertorio", cui discipline affini hanno attinto nel corso dei secoli. Sostanzialmente, la disciplina più affine all’alchimia è stata la chimica che, proprio per disconoscere questa scomoda paternità, ne ha decretato la follia, dichiarando l’impraticabilità di una scienza basata sulle "qualità" della materia piuttosto che sulle "quantità". Così, al contrario dell’astrologia – sistema simbolico anch’esso, ma paradossalmente più pratico perché più immediato nelle risposte – che resiste "non avendo figli", l’alchimia è rimasta congelata nella sua compiutezza linguistica, perfetta nella costruzione semantica ma "inutile" nelle sue applicazioni. Inutile per tutti, ma non per l’arte che possiede – come la logica e la matematica – una spiccata predilezione per i


linguaggi perfetti, e soprattutto – questo solo l’arte - per i linguaggi il cui alfabeto è costruito per immagini: non dovendo dimostrare nulla, ma soltanto evocare, l’arte si appropria di immagini e di simboli la cui forza evocativa – una volta tolta di mezzo ogni "dimostrazione" – non solo non è diminuita, ma si è addirittura accresciuta in virtù del mistero che il passare dei secoli conferisce alle "lingue morte". Morte alla ragione, ma non al sentimento, che è molto più vicino al concetto di "qualità" di quanto non sia la nostra parte razionale. Di tutto questo è perfettamente conscia Angela Occhipinti, che in quel sistema di immagini, e immaginativo, ha trovato il suo tesoro: un tesoro di segni, di simboli e di significati praticamente inesauribile, perché pressoché infinite sono le combinazioni possibili di segni par altro finiti. Il "repertorio" di simboli cui l’artista attinge, infatti, non è vastissimo: il cerchio, il quadrato, la spirale – o il labirinto – sono la base di ogni lavoro, su cui si innesta il colore – i colori, anch’essi gravidi di significati, da sempre...- e a cui, spesso, viene sovrapposta la parola. Eppure, basta questo semplice (!) movimento verticale – segno, colore, parola -, accoppiato alle potenzialità "orizzontali" di ciascun elemento – quale segno, quale colore, quale parola?... – per moltiplicare le possibilità combinatorie. A tutto questo, poi, si deve aggiungere – e non è poco – il significato collettivo, universale, dei simboli usati, e il senso individuale, personale, persino intimo che essi possono assumere. Se, infatti, parliamo di "qualità" simboliche e non di "quantità", esse mutano persino attraverso l’intenzionalità, l’emotività, l’ingenuità con cui vengono usate dall’autore (non è un caso che l’alchimia prevedesse un percorso di purificazione non solo della materia, ma anche da parte dell’osservatore, dell’alchimista, la cui purezza interiore avrebbe reso pura la materia trattata): se si ama, anche la materia tratterrà e restituirà parte di quell’amore; se si odia, quella stessa materia odierà. Occhipinti, tra i sentimenti, preferisce l’amore: amore individuale, il proprio amore fatto di memorie, di parole pronunciate, di lettere scritte – molte sue opere sono "memorie" e "lettere d’amore" -, ma anche amore come sentimento universale che si traduce in armonia. Tutti i suoi lavori sono alla ricerca dell’armonia, di una compiutezza formale - segnica, cromatica e semantica – che riconduca a una pacifica o pacificata unità. Per questo, nulla turba l’orizzonte, neppure quando si accende il fuoco e la terra brucia (come nell’installazione "Paris at night", la più espressionista, per così dire, delle sue opere recenti...), perché quel bruciare è una trasformazione e una sublimazione della materia e del sentimento ad essa sotteso – ancora una volta l’amore – verso qualcosa di meno diviso, di più risolto, di più fuso. E’ il sentimento che diventa memoria, come il piombo che alchemicamente si trasforma in oro. (Dalla presentazione del catalogo, Museo d’arte Contemporanea, Cordoba, Argentina, 2003)

DANIELA PALAZZOLI …Quando entro nell’aula affollata della Scuola di Incisione – finestroni ampi, pareti bianche, macchinari seminati in punti strategici - adopero di solito una tecnica molto semplice per sapere dove è Angela: seguo il flusso del movimento degli studenti. Essi si dirigono verso, si concentrano attorno in cerca di consigli (per ritornare successivamente ai propri posti di lavoro) a questa esile donna bionda, dai lunghi capelli lisci, il volto sensibile e le mani agili e decise. E qui che ho conosciuto Angela Occhipinti: all’Accademia di Brera dove ha la cattedra di Incisione e, seguendo gli insegnamenti che impartisce ai suoi allievi, sono rimasta stupita dalla sua versatilità e creatività tecnica. Di fronte all’esigenza degli allievi di ottenere determinati risultati, raramente l’ho vista suggerire tecniche tradizionali e ripetitive, ma spesso proporre soluzioni inedite, combinazioni di tecniche che di solito viaggiano disgiunte, utilizzazione degli strumenti classici dell’incisione e di altri più improvvisati per cavare effetti inediti dalla loro sapiente manipolazione. Insomma, Angela Occhipinti impartisce lezioni di incisione come un chef elabora la variante di una ricetta o inventa un nuovo piatto: combinando e dosando ingredienti, lavorandoli con gli attrezzi più adatti per creare degli amalgami rispondenti ai suoi desideri, ora morbidi e ora sostenuti, cuocendoli infine nei modi e alle temperature volute. Sì, quando ho sentito Angela parlare di incisione, sono rimasta colpita dalla materialità e dalla perizia manuale impliciti in questo processo, una forma di bricolage che mette a profitto tecniche e materiali in una specie di continuato work in progress. Ma quando ho visto le opere di Angela e ho seguito l’iter da lei percorso per realizzare i suoi progetti sono invece rimasta colpita dalla nitidezza del percorso concettuale sotteso alla produzione delle sue immagini. La matrice della grafica è di duro metallo e ogni sbavatura, ripensamento, correzione resta indelebilmente fissata e, per quanto la si cancelli o la si attutisca, trasferisce la propria traccia nell’impressione. E allora che ho cominciato a pensare al suo lavoro più come all’opera di un compositore. Come la musica, la grafica ha una partitura - il supporto matricolare ,e un’esecuzione - le tirature da essa desunte - che per quanto si voglia fedele al testo gode sempre di margini di variazione interpretativa. Il progetto si realizza quindi su due versanti: quello “essenziale” e quello “esistenziale”: l’ipotesi intellettuale e la sua capacità di calarsi nel vissuto. La grande maestria manipolativa e la padronanza di tecniche numerose e diversificate come l’acquaforte, l’acquatinta, la maniera lapis e a rotelle, la maniera zucchero, la litografia, la ceramolle, l’uso di punzoni e bulini da parte della Occhipinti, usate singolarmente o più spesso congiuntamente per ottenere gli effetti voluti, tende ad assorbire la nostra attenzione. Ci sentiamo come calati nei passaggi da virtuoso che segni, materia, colore imprimono sulla carta, a sua volta considerata non inerte supporto ma cosa viva, fatta di pori, di barbe, di superfici ora ruvide e ora vellutate, scelta di volta in volta per meglio coniugarsi


con la matrice. Ma il virtuosismo non è fine a sé stesso. E un modo per dare splendore e sostanza alla parte ideativa della creazione. E qui il parallelo con la musica torna a imporsi. Le opere grafiche di Angela si dispiegano anche fisicamente come partiture: sono strisce, piegate in modo da formare pagine quando chiuse e fregi continui quando aperte, articolate e rilegate con delle invenzioni di packaging da fare impazzire anche i designers giapponesi. I singoli “movimenti” di ogni pagina si dispiegano in “composizione”: sono racconti, fatti per apparizione di figure, frammenti di discorsi, che si intersecano, si stimolano a vicenda, sollecitano la lettura, trasformano i segni in sensi, sensazioni e talvolta - è questa mi sembra la massima aspirazione della Occhipinti - in sentimenti (o meglio sentimenti). D’altra parte questo rapporto di continuità fra processo e prodotto, mente e sensi, matrice come pre/testo e tiratura come testo si esplica anche nel fatto che non esiste “inquadratura” nelle sue opere. I margini sono aboliti e il disegno splafona fino ai bordi, aderendo così completamente alla forma della carta da divenire opera plastica e quasi ambientale. Non c’è quindi da stupirsi se per la Occhipinti è quasi impensabile affidare ad altri l’esecuzione delle sue partiture: al contrario del “bravo” stampatore la cui abilità consiste nel produrre grafiche tutte eguali e il più possibili aderenti alla letterarità del progetto, essa intende la “grafica d’arte” come una continua variazione sul tema. Per questa artista ogni passaggio in macchina è al limite “uno stato” - come si chiamano le varie rielaborazioni tirate da una singola matrice -, quasi un unicum. La grafica per lei non è un sottoprodotto, un’arte per i poveri. Ma è piuttosto la manifestazione di una creatività al quadrato, in cui partitura ed esecuzione non consentono debolezze mentali né cedimenti fisici. (dalla presentazione del catalogo, Mostra presso la Sovrintendenza Belle Arti, Zara, Croazia,1985)

FRANCESCO POLI Angela Occhipinti. La tensione del segno e l’alchimia della materia Quali che siano le modalità di ricerca, nella massima libertà, l’arte deve riuscire a diventare un evento capace di far meditare sulla complessità troppo spesso caotica del mondo e non solo mimarla in forme più o meno stranianti o fantastiche. All’interno del suo spazio operativo e delle sue potenzialità, deve riuscire a elaborare la sua identità formale e le sue strutture fisiche in una dimensione originale, attraverso cui sia possibile sentir risuonare, quasi fosse uno speciale e sensibilissimo diapason, il senso dello spazio e del tempo, l’energia vitale e culturale (anche quella delle più varie memorie stratificate), tutti gli enigmi e le fascinazioni che prendono corpo nella nostra coscienza. Ma l’artista, lavorando non deve guardare tanto alla realtà esterna (che è presente, per cosi’ dire a livello di visione fantasmatica) quanto piuttosto a quella interna dell’opera, ai suoi elementi costitutivi materiali. La produzione artistica diventa cosi’ , in un certo senso, un procedere per interrogazioni della materia, uno sforzo creativo che mira alla realizzazione di quell’incanto estetico, di quella particolare dimensione sospesa di visione, dove il contenuto non si contrappone alla forma, ma è il senso profondo, intrinseco, alla specificità delle articolazioni formali. E’ importante precisare che, da questo punto di vista, il concetto di materia assume un significato allargato, comprendendo il complesso degli elementi con cui opera l’artista: i mezzi espressivi, le tecniche, le varie modalità di linguaggio, i concetti e le immagini, i rapporti spaziali interni e esterni, la relazione col tempo, oltre che i materiali concreti veri e propri. L’opera d’arte, ha scritto il filosofo Gaston Bachelard, "se segue semplicemente il tempo della vita è meno della vita; non può essere più della vita che immobilizzando la vita (…) essa ha bisogno di un preludio di silenzio, poi dopo le sonorità vuote produce il suo istante. E’ per costruire un istante complesso, per annodare su questo istante (fisicizzato) numerose simultaneità che l’artista distrugge la continuità semplice del tempo…" Credo che, allo stato attuale delle cose, uno dei nodi cruciali da affrontare per mettere a fuoco l’identità dell’arte figurativa sia quello incentrato sulla questione della forma: una questione per la verità mai dimenticata dai migliori artisti di questi ultimi decenni, nella messa a punto dei loro lavori, ma che molto spesso è stata marginalizzata, se non rimossa, nelle dichiarazioni di poetica e nei discorsi della critica. Eppure, anche nelle sperimentazioni più innovative, le nuove idee e le aperture di nuovi territori di intervento artistico si sono concretizzate attraverso la capacità di inventare e imporre inedite soluzioni formali. Angela Occhipinti, anche se ha ormai dietro le spalle molti anni di lavoro, fa parte di quella categoria di artisti che non si adagiano sui risultati ottenuti, e che continuano con straordinaria energia a frequentare i non facili percorsi della sperimentazione. "Angela Occhipinti –ha scritto giustamente il critico Tommaso Trini – è una delle donne artiste italiane maggiormente dotate di vitalità. Un flusso vitalistico di pensieri e di forme ha sempre permeato la sua opera pittorica orientata alla struttura. Se altri artisti sono stati inclini a concentrare l’ampio raggio dei loro linguaggi in espressioni univoche, ripetitive e spesso modulari, al contrario Occhipinti ha espanso i suoi esiti plurivoci, evitando modelli fissi e moltiplicando i raggi dell’esperienza, col risultato di acquisire una crescente profondità". La sua ricerca artistica è vitalmente aperta nella misura in cui si caratterizza attraverso un metodo operativo che si sviluppa dinamicamente attraverso una particolare dialettica fra ordine e disordine, dove il primo termine si definisce


soprattutto come tensione costruttiva geometrica , mentre il secondo esprime il gusto e l’interesse intenso per tutte le possibili sorprese, anche casuali, che possono saltar fuori da inedite elaborazioni o combinazioni di materiali, e dalla ricchezza dei rimandi culturali. La dimensione che abbiamo definito geometrica, che è bene dirlo non ha rapporti con la troppo fredda e razionale tradizione della pittura astratto-concreta, si configura a livello di struttura compositiva con la presenza di elementi come il cerchio, il quadrato, il rettangolo più o meno combinati fra loro, per scandire il ritmo complessivo dell’immagine. Si tratta di forme geometriche o liberamente geometrizzanti, cariche di suggestioni evocative e simboliche. Questo aspetto del suo linguaggio si è sviluppato soprattutto nell’ambito dell’attività grafica, che è sicuramente l’asse portante del suo lavoro. E’ infatti docente di tecniche dell’incisione all’Accademia di Brera a Milano, e ha realizzato fino ad oggi quasi un migliaio di lastre (acqueforti, acquetinte, litografie e xilografie). Ma a differenza di molti altri incisori che troppo spesso inaridiscono la loro vena inventiva per una eccessiva ossessione tecnicistica, Occhipinti ha da sempre sfruttato la sua pratica incisoria anche come un laboratorio per idee e progetti da realizzare in formati e materiali più consistenti. Anche se nelle sue incisioni la matericità delle superfici e la ricchezza delle variazioni cromatiche è portata al massimo delle possibilità tecniche, indubbiamente è la tensione segnica a prevalere, nella definizione dei contorni , nella costruzione degli equlibri e delle armonie , arrivando anche a svilupparsi come grafia più o meno connessa a vere scritture, soprattutto orientali. L’aspetto più materico e oggettuale, in un certo senso meno razionalmente controllato, lo troviamo invece in particolare nei dipinti, collage e assemblage, dove entrano in gioco da un lato materiali come la cera, il ferro, il legno, o terre colorate e dall’altro lato oggetti di vario tipo, rami, fiori ecc.. Il tutto viene inquadrato in composizioni ben studiate, ma dove ogni elemento trasmette liberamente la sua espressività intrinseca e la sua specifica forza evocativa. Sono lavori in cui la raffinatezza decorativa è unita a una reale energia primaria, di impatto direttamente fisico oltre che visivo. Sia i fogli grafici che quadri sono ricchissimi di rimandi culturali (frutto anche dei molti viaggi che ha fatto l’artista, tra cui particolarmente stimolanti per lei quelli in oriente), che sono percepibili soprattutto come risonanze, senza avere mai il peso di citazioni troppo letterali. In definitiva, si può dire che il vero contenuto profondo dell’opera di Angela Occhipinti è legato al suo desiderio di arrivare a cogliere almeno qualche scintilla autentica del senso della vita.

ELENA PONTIGGIA Due versi di Pound, del 1920: “L’età chiedeva un’immagine della sua smorfia convulso. No, non certo l:alabastro E stato il destino del nostro secolo quello di muoversi tra alabastro e convulsione, tra il miraggio di una classicità predicata piuttosto che raggiunta, e le deformazioni di un più modesto presente. L’opera di Angela Occhipinti racchiude, nella sintesi delicata delle sue carte, dei suoi dipinti, delle sue sculture, entrambe queste polarità. C’è nei suoi lavori un continuo dialogo con l’Iperuranio, col mondo delle essenze e della perfezione. Non siamo di fronte però ad un repertorio di citazioni ( anche se Angela Occhipinti per molti aspetti e in molti suoi esiti è stata precocissimo nel ripensamento di un linguaggio classico: opere e date sono lì a dimostrarlo, e in questo senso visitare il suo studio, frugare tra i suoi cassetti che nascondono incisioni e carte di quasi vent’anni fa e oltre, è una esperienza rivelatrice. Quella della Occhipinti è una classicità che si esprime nella geometria: nell’assolutezza dei ritmi pittorici, nella continua allusione a figure regolari, perfette. Tuttavia questa silenziosa meditazione sull’armonia è ostinatamente contraddetta da un’altrettanta continua ricerca dell’altrove. Sono fili, vettori che feriscono le geometrie e le innervano di vertebre tese. Sono linee indisciplinate che spezzano i perimetri e li rimettono in discussione. Sono colori improvvisi e imprevisti, che irrompono nella composizione. Sono corpi estranei, matericità eccedenti che il disegno non vuole riassorbire. Sono, ancora, riferimenti alchemici, che non indulgono mai a una facile letterarietà come tanta, troppa espressione surreale, ma al contrario tendono a una nitidezza pittorica. E nello stesso tempo vogliono dimostrare che l’assoluto non è conoscibile. Perché è il luogo dell’enigma. C’è un lavoro della Occhipinti, esposto in mostra, che si sviluppa intorno a un esagono. La superficie esagonale, intesa come somma di sei triangoli o meglio di tre coppie di triangoli sovrapposti, è una delle più seducenti della geometria. Non è un caso che l’astrazione in Italia inizi (o si faccia iniziare per convenzione, poiché le date del passato prossimo sono sempre meno sicure di quelle del passato remoto( con una meditazione sull’esagono: quel Ritmo geometrico di Reggiani, il cui spazio si articola secondo scansioni fortemente eversive e dinamiche. Bene, l’esagono della Occhipinti non rivela a prima visto suddivisioni irregolari. I triangoli si accostano armoniosamente, chiusi nei loro colori sacerdotali, resi densi e vivi da una superficie granulosa, mitemente materica. E tuttavia una linea-freccia più chiara interrompe, come un raggio di rame, la sigillata compostezza delle figure. E una linea anomala, che tocca il centro dell’esagono e si spinge oltre, verso l’alto e verso l’esterno. Potrebbe essere l’asta di una lettera greca, di una emblematica lambda. Ma, al di là dei significati esoterici (tutta l’opera della Occhipinti è una sapiente mescolanza di chiarezza ed ermetismo) ci colpisce quello scatto dinamico, inquieto,


senza approdi. Forse questa è l’unica armonia che oggi ci è dato conoscere: un’armonia breve, instabile, che ansiosamente presagisce il vuoto. CARMELO STRANO Dal mentale al rigore. Potrebbe essere così sintetizzato il per corso ideologico dell’arte di Angela Occhipinti. La base delle sue forme e della sua composIzione è una geometria fortemente analitica. Questa si fa via via un gioco patrocinato da Euclide, in qualche caso contrassegnato anche dall’abbandono all’edonismo del colore. E poi questa geometria assume su c sé il mentale di partenza e Io tramuta in rigore, in gioco rigoroso. L ‘analiticità ha finito dunque col lasciare il posto a una griglia “point de repère”. Su questo terreno, ormai consolidato, si prova in continue investigazioni morfologiche e cromatiche il laboratorio pittorico e materico di Angela Occhipinti. -. In forza dei rilevati approdi ideologici la geometria può diventare, come quasi sempre accade, l’oggetto e il soggetto dove si consuma la devianza, l’imprevedibile racconto semantico e linguistico, dove si può anche lanciare un sussulto simbolico (Territorio magico e coordinate. 1989) o indagare la materia (Controcanto, 1989), una materia esaltata nel suo squillante cromatismo o nel suo timbro enfatizzato e talora persino in armonia con zone di fremito tonale (Ritorni all’indietro. 1989). La geometria per la Occhipinti si configura come il filtro per la sua soggettività: accesa, ma controllata, prorompente ma imbrigliata. Siamo arrivati addirittura all’opposto del mentale e del manierismo. Ci sono persino momenti di energetismo, di dinamismo pluridirezionale. E ci sono anche corteggiamenti per una realtà “caotica” nella quale la geometria costituisce il filo di Arianna. In questo ultimo caso il triangolo o il quadrato sono smembrati, perdono la loro identità per diventare un momento di coagulo del senso (senso come conoscenza), a salvaguardia del messaggio sostanzialmente referenziale e transitivo al quale l’artista non rinuncia mai neanche quando si dovesse far prendere la mano da un raptus informale. Si consideri al riguardo Tensioni-territorio magico del 1992. Sorprendentemente vivono in simbiosi (un vero pattern visivo) la linea retta. dei giochi assiali, sapientemente decentrati, Un movimento rotatorio multiplo — ad un tempo centripeto e centrifugo — e anche schegge timbriche di geometria le quali in qualche caso ricostituiscono la forma completa in virtù di una linea quasi impercettibile, al punto da risultare più allusa che espressa. Euclide sembra andare a braccetto con Einstein (spazio relativistico) e forse anche con Mandelbrot, il matematico dei frattali. Ma, come si è detto, la Occhipinti vigila puntualmente sull’ inquivocabilità del messaggio. Da qui la danza della geometria che ora assume io spazio come fondate ora lo provoca nelle sue modulazioni (il termine è da riferire al cambiamento delle tonalità in musica) ormai posteuclidee. La geometria si è fatta evento, accadimento: ma non in senso effimero, bensì come epifenomeno di una realtà che è tutta da scoprire. (presentazione del catalogo della mostra alla Galerie Zenit, Copenaghen)

TOMMASO TRINI Angela Occhipinti è una delle donne artiste italiane maggiormente dotate di vitalità, ha espanso i suoi esiti plurivoci, evitando modelli fissi e moltiplicando i raggi dell’esperienza, col risultato di acquisire una crescente profondità. Un flusso vitalistico di pensieri e di forme ha sempre permeato la sua opera pittorica orientata alla struttura. Raro è il suo istinto progettuale, uno dei maggiori motivi d’interesse della sua opera (accolta con crescente favore in Italia e all’estero). La quale proviene non solo dall’astrazione pittorica europea degli anni Sessanta, che ha preferito ‘scrivere’ segni o addirittura parole sulla tela invece di inscrivere campi di colore entro forme geometriche chiuse (sicchè risulta più articolata della post-paintely abstraction americana che ha rinchiuso le campiture cromatiche in geometrie piane, mai attraversate da segni o scrittura); ma che deriva da un’innata inclinazione all’architettura, come pure dalla pratica dell’incisione (un’attività che impegna l’artista anche come docente di accademia). A ben osservarla in studio, l’opera della Occhipinti rivela questo tipo di costruzione linguistica: ogni pezzo si articola come un ideogramma, come una parola. Noi entriamo così nell’architettura leggera di un discorso che ci coinvolge. Comune sia alle pitture su carta e su tela sia alle sculture in legno, l’articolazione duttile delle varie figure plastiche e cromatiche di ciascun pezzo rilancia il progetto continuo di un’arte, che curva la materia in una forma visibile al pensiero.


(dalla presentazione del catalogo Spazio Guicciardini, Milano, 2000) “….Molti lati concorrono a formare un’opera di pittura e Angela Occhipinti pare decisa a tener conto di tutti…”…”.Angela Occhipinti ama rovesciare le attese e le convenzioni, ma la ribellione non va senza un’aspirazione sofferta alla verità. Con una sensitività addensata dal gusto del sogno, della bizzarria, dell’utopia, l’artista sa come evitare il gioco alambiccato, curando passionalmente la materialità dei suoi oggetti con nitore e il senso della realtà. Molti quadri non hanno angoli, ma incavi pari alla loro curvatura e anche questo m’intriga; segno che ciascuna tela è una tessera tagliata da un unico, inimmaginabile quadro. C’è un bisogno di infinitezza nel lavoro proteiforme di Angela, un infinito a portata di mano, però. Nella pittura della Occhipinti trovo il recupero della cultura materiale di un tempo, le immagini, no, quelle provengono dal fantasticare profondo del tempo in ognuno di noi. Con il lavoro di Angela Occhipinti torna oggi un generoso desiderio di utopia, dove il centro del desiderio è insonne perché non ha angoli in cui riposare. Tommaso Trini (dal catalogo della mostra presso lo Studio Marconi - Milano – Dicembre,1985)

GIANNI VATTIMO Cara Angela Occhipinti, Le scrivo una lettera e non un “testo” per il Suo catalogo; si tratta di una comunicazione “personale”, anche se spero che Lei possa pubblicarla in luogo di quel testo che non ho scritto. Non sono riuscito a prendere una sufficiente “distanza” dalle Sue opere, proprio perché mi piacciono e mi danno da pensare. Riflettendo su questa difficoltà, che mi pare riportarsi, per me almeno, a una non ancora compiuta “canonizzazione” della Sua opera, mi è venuta in mente forse la sola idea degna di venir enunciata teoricamente qui: mi sono ritrovato a pensare Per questo mi sento sempre a disagio a fare della critica “militante”, o comunque a tentare discorsi teorici sull’arte che si fa oggi; questo lavoro, lo concepisco quasi esclusivamente come un dialogo con l’artista, una discussione che non è molto diversa dalle discussioni che si possono avere con filosofi, o teorici di questa o quella disciplina. Sarà forse nel costituirsi di questa distanza “canonica” che risiede il mistero del “genio”, che Kant ci ha insegnato a non pretendere di spiegare concettualmente. O forse, anche, dovremmo dire che il discorso critico e teorico sull’arte richiede sempre e comunque un certo décalage temporale: aveva ragione Hegel, l’arte (per noi? o in generale?) ha sempre l’aspetto di un passato; il suo non è un morire definitivo, come forse Hegel implicava, ma un continuo tramontare, e la vita dello spirito consiste proprio nel vivere questo tramonto, nel prender le distanze. Non riesco a vedere un’altra ragione per la difficoltà che avverto nel cercare di concretare in un “testo” ciò che penso della Sua opera. Sono venuto in contatto con essa, a partire da un incontro personale e da un dialogo in parole. Questo ho costituito l’inizio di una vicinanza che mi sembra minacciare la possibilità di un vero “testo”. Un po’ come, credo, accade in altri campi, dove la “distanza” sembra essenziale: per esempio in psicoanalisi, dove è prescritto di non farsi analizzare da un amico o da un conoscente stretto. Mi sono accorto che gli altri artisti di cui sono amico, e dei quali, poche volte, ho parlato in “testi”, \ ho conosciuti tutti prima come “autori”, nella distanza istituzionale creata dalla mostra, dalla galleria, dalla pagina critica, o anche semplicemente dal mercato. Fuori da questa distanza, il rapporto con l’opera di un artista mi sembra che potrebbe acquistare la “dignità di un testo” solo se credessi di possedere qualche canone formale applicabile nella discussione e nel giudizio. Dovrei poter dire che preferisco questa o quell’opera perché c’è più colore o più disegno, più tensione o più quiete, più chiara unità compositiva o più intensa esperienza della scissione, più allusione al vivente o più geometrica astrattezza. Tra le opere Sue che ho visto, apprezzo soprattutto quelle dove l’insistenza sulla figura del rombo, della freccia, delle geometrie “a punta” che trascendono verso altro, si accompagna a qualche linea serpentinata, a qualche richiamo “pietoso” alle sinuosità del vivente, del visibile, del naturale. Ma, non disponendo di un sistema di criteri formali di questo genere, devo rifugiarmi nel dialogo “in parole” con Lei: prender atto che le opere che vedo sono mosse da ideali che in largo misura condivido, soprattutto dallo sforzo di mostrare, simboleggiare, incarnare, comunicare in forme visibili non verbali (già qui si aprono problemi teorici immani) una concezione della vita come trascendimento progettuale della situazione data, trascendimento che si attua mediante una sorta di purificazione geometrizzante (con opportuni richiami alla vita, con una certa pietas) concentrata in quella figura della freccia, secondo una linea che Ernst Bloch avrebbe chiamato “gotica”. Tuffo ciò, però, mi sembra ancora troppo direttamente legato alle mie conversazioni con Lei per poter diventare un vero “testo”; anche il testo teorico, come l’opera, si costituisce forse solo a prezzo di una difficile presa di distanza. Prima di questo livello, non c’è che la comunicazione e forse, come nel nostro coso, la testimonianza. Con amicizia. (dalla presentazione del catalogo della mastro presso la Galleria Seno, Milano 1988)


ANGELA VETTESE Tensioni Si vorrebbe dare alla propria vita la forma di una geometria regolare, fatta di immagini perfette come i triangoli, i quadrati, i cerchi. Ma la mano che traccia Ie figure è come il pugno di un bambino: ben presto il foglio è macchiato da sbafi, alla purezza delle linee originarie si sovrappongono segni incidentali, un nugolo di decisioni improvvisate compromette la dirittura che volevamo assoluta. Sullo sfondo delle azioni e del pensieri rimane la sinopia dei principi e il desiderio di onorare Ie linee che avevamo tracciato con la squadra, ma I'equilibrio apollineo che ci eravamo immaginati si rivolta e diviene un campo di tensioni: discrepanze tra l’ideale e il reale, tradimenti forzati, tentativi di compensazione che portano verso fughe in avanti. Questo io leggo nei quadri di Angela Occhipinti. Non perche in essi vi sia un rimando diretto all'esistenza, alla rappresentazione immediata della vita. Formatasi accanto a maestri della pittura d'immagine come Ottone Rosai e Giorgio Morandi, I'artista è saltata relativamente presto nel mondo dell’astrattismo geometrico, indotta anche dai contatti dagli ultimi anni cinquanta con Lucio Fontana Luigi Veronesi e altri astrattisti incontrati a Milano. Anche I'incontro precoce con la pratica dell'incisione ha lavorato a favore della svolta geometrizzante: nel progressivo formarsi di una coscienza tecnica profonda, dagli stage di chimica del colore ad Heidelbergh alla collaborazione con Giorgio Upiglio, dalla scoperta delle carte orientali al quotidiano incontro con i suoi studenti di incisione a Brera, è avanzato il piacere di sovrapporre Ie linee e Ie campiture di colore senza alcun vincolo rappresentativo. Una lettura in chiave esistenziale di queste opere è possibile proprio a partire dall'indagine del loro andamento formale, fatto appunto di geometrie che si rompono al contatto con pennellate extravaganti, di colori che sono la risultante non di un pigmento originario, ma di lavorazioni e mescolanze. Proprio I'indagine del colore e del modo in cui esso si deposita, per stratificazioni successive, come intonaci che si incontrino nel tempo su un medesimo muro, mette in luce come il progetto primario venga comunque sempre realizzato attraverso il matrimonio con la pratica, con "quel fare" che è sempre pronto ad aggiustare, rivedere, rammendare anche fratture dolorose. Non è un caso che teorici come Giulio Carlo Argan e Gianni Vattimo abbiano visto in queste opere i tratti significativi della crisi della modernità, della fine dell'ideale mistico e razionale, insito nella storia dell'astrattismo a partire da Malevich e Mondrian, per accostarle invece alle incertezze postmoderne, al calarsi degli intellettuali e degli uomini tutti nelle necessita del qui ed ora, nel passaggio dall'essere assoluto a un esserci quotidiano. Una maniera di venire a patti col mondo che però non significa darsi decisamente per vinti, ma anzi avere il coraggio di affrontare Ie imperfezioni e gli sbagli: se la limpida architettura della vita che ci eravamo progettati ci manca, resta la sfida, la testardaggine, il gusto di non cedere completamente Ie armi; cosi nei quadri rimangono i triangoli, i quadrati, i cerchi caparbiamente disposti sulla tela a disegnare armonie, anche quando Ie assilla la minaccia del caos. (Dalla presentazione della mostra, Galleria Il Ponte, Firenze, maggio,1993) …”Il quadrato è la figura più semplice da costruire, appena dopo il cerchio, perché nasce dalla moltiplicazione di un segmento soltanto, per un artista è scomodo da riempire: intimorisce proprio la sua perfetta simmetria. A una simile regolarità è difficile aggiungere qualcosa senza sottrarre tutto. Il rettangolo aspetta di essere riempito, il quadrato è già pieno di sé”………” il luogo dove finiscono i pensieri, il centro pulsante dei fenomeni naturali, la fonte dalla quale attingiamo come da una cisterna di energia…”… “Ci sono artisti che incanalano il loro lavoro nell’ambito di correnti che ne diventano il guscio protettivo. Angela Occhipinti invece si definisce un cane sciolto e questo la lascia sola, fuori forse anche dall’alveo di una storia dell’arte ormai molto codificata; ma le consente libertà inusitate: le eresie seducenti di giocare continuamente con il senso e con i sensi tutti, di raccontare, di conservare un fare giovane ed entusiasta. Questo è bello. Angela Vettese (Dalla presentazione del catalogo della mostra,Living Art Gallery, Milano, settembre 1995 )


L’attimo che precede, 2000 Tecniche miste su tavola, ferro e cera, 140 x 300


VITA E OPERE di Angela Occhipinti

Angela Occhipinti è nata a Perugia, e vive e lavora a Milano. Ha studiato a Firenze, dove si è diplomata in Pittura all’Accademia di Belle Arti. Si è specializzata in arti grafiche e tecniche dell’incisione presso il Magistero d’Arte di Firenze sotto la guida di Pietro Parigi per la xilografia e di Giuseppe Viviani per la calcografia. Ha compiuto viaggi di studio in Austria, Germania e Francia. Ha lavorato a Parigi nelle stamperie grafiche Leblanc e Mourlot, conoscendo Pablo Picasso e Juan Miró. Ha approfondito con Stanley William Hayter i processi chimici della calcocrafia relativi all’uso degli inchiostri colorati, delle vernici e degli acidi. A Bologna ha frequentato lo studio di Giorgio Morandi. Nel 1958 si è trasferita a Milano, dove ha lavorato con Lucio Fontana presso il laboratorio ceramico di Emilio Martinotti. Dal 1961 al 1997 ha frequentato la stamperia di Giorgio Upiglio, sperimentando tutte le tecniche dell’incisione e lavorando accanto ad artisti quali Giorgio de Chirico, Marcel Duchamp, Henri Goetz, Wilfredo Lam, Man Ray, Michel Seuphor, Emilio Vedova, Mimmo Paladino. Da qui inizia, per lei, una ininterrotta vicenda di invenzione, esecuzione e pubblicazione di libri d’artista e di cartelle di stampe originali (più di 70, una con la illustre presentazione di Jorge Luis Borges), eseguite con tutte le tecniche incisorie: la sua produzione annovera più di 900 lastre-matrici tra xilografie, acquaforti, litografie e le nuove tecniche miste calcografiche. Dal 1968 espone, sempre con mostre personali, presso le gallerie più importanti di Milano quali lo Studio Marconi, la Galleria Seno, lo Studio Grossetti. A partire dal 1963, quando ha esposto al premio S.Fedele a Milano, ha partecipato, su invito, alle più importanti rassegne nazionali e internazionali di pittura e di incisione vincendo numerosi premi: il Premio d’Incisione Città di Milano; la Biennale dell’Incisione a Venezia; il Padiglione Italia in occasione dell'Expo 85, Tsukuba, Giappone; la Triennale dell’Incisione al Palazzo della Permanente di Milano; le Biennali Nazionali d’Arte Città di Milano; l'Art Fence alla Rotonda della Besana a Milano; le Biennali della Grafica di Tokio, Lubiana, Cracovia, San Francisco, Fredrikstand, Taipei; il Premio Internazionale Bianco e Nero “Juan Miró” Barcellona; la Quadriennale di Roma. Partecipa a Milano alle mostre collettive più significative delle gallerie private come lo Studio Marconi e la Fondazione Mudima. Nel corso della sua carriera ha tenuto più di 90 personali in gallerie private, pubbliche e nei musei di Europa, Nord e Sud America in Asia orientale. Dal 1970 al 1972 ha recensito le mostre d'arte più significative tenute a Milano (Le Corbusier, Hrdlicka, Kobliha, Ortega, Picasso, Matisse ecc.) per la pagina d’arte dell’”Eco di Bergamo”. Nel 1974 è diventata titolare della Cattedra di Tecniche dell’Incisione presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata. Dal 1978 è titolare della Cattedra di Tecniche dell’Incisione presso l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. E’ stata commissario e presidente per i concorsi a titoli ed esami per assistenti e titolari per le cattedre di Tecniche dell'Incisione presso le Accademie di Belle Arti Italiane. E’ stata presidente e commissario per i Concorsi Internazionali di Grafica d’Arte come the International Biennial Print and Drawing Exhibition R.O.C. Fine Arts Museum di Taipei, Taiwan. Ha tenuto cicli di conferenze e lezioni sulle tecniche dell’incisione presso la Civica Biblioteca d’Arte del Castello Sforzesco di Milano e presso le Università di Chicago, Stoccolma, Isola di Oland (Svezia), Ankara, Istanbul, Seoul, Busan, Daegu (Corea) Rabat, Taipei, Tainan (Taiwan) Buenos Aires, Cordoba, San Paolo del Brasile. In un viaggio del 1972 in Nepal e Birmania ha scoperto le alchemiche carte nepalesi e birmane e le ha subito individuate come supporti ideali per il carattere simbolico della sua arte: su questo sottile supporto ha iniziato a stampare le matrici di rame eseguite ad acquaforte, acquatinta e bulino. Nasce così la serie rituale degli aquiloni colorati di misure fortemente variabili (da 30 a 300 cm), dove è evidente la consonanza con il misticismo orientale: ogni lavoro appare in sottile tensione tra la memoria del passato e il vaticinio del futuro. In un suo scritto l'artista ha affermato di ritrovare “nel mito dell’aquilone il corso di una breve storia: eternamente scegliere tra la speranza insonne e la saggia rinuncia” Il tema del viaggio è stato, a partire dagli anni Settanta, centrale nella sua ricerca. Dalla passione giovanile per le carte geografiche ha maturato un sentimento del mistero del mondo che corrisponde al


mistero dell'interiorità dell'uomo. Il viaggio è per lei una ricognizione di natura soprattutto mentale: da ogni viaggio scaturisce una sorta di tristezza contemplativa, che Angela Occhipinti traduce in un linguaggio di segni e di combinazioni di simboli, dove l'arcana gestualità vuole ritrovare un terreno comune tra pittura, scultura e incisione. I ricordi del viaggio sono così trasformati da Angela Occhipinti in nuove icone che vanno dai grandi polittici polimaterici al minimo frammento di carta: ogni visione si carica di memoria e il linguaggio della vita diventa un codice misterioso di cui l’artista sembra possedere le chiavi. Le sue opere invitano lo spettatore all’impresa di entrare nello spazio recondito dei significati, ma gli lasciano anche la libertà di godere dell’opera con la gioia degli occhi. Figure, oggetti e spazi del reale possono essere visti come il risultato di un lungo viaggio alla ricerca di misteriosi contenuti rivelati, ma anche come un omaggio all'eterno ciclo di trasformazione della materia, madre di tutte le forme. Nei suoi viaggi in Oriente Angela Occhipinti ha visitato e soggiornato in India, Nepal, Birmania, Thailandia, Bali, Giappone, Corea, Cambogia, Vietnam, Taiwan, Hong Kong, Cina, Tibet, Russia. Ha poi visitato tutta l’Europa fino alla Scandinavia e all'Islanda, alla ricerca degli scenari più solitari e silenziosi. Ha subito il fascino della magia dei deserti dell’Africa, della California e del Cile. Considera luoghi privilegiati del suo cuore l’Argentina, il Messico, la Bolivia, il Cile, l’Uruguay, il Brasile per la poesia che scaturisce dagli spazi immensi. La conoscenza di questi paesaggi primordiali ha aperto nuovi orizzonti al suo lavoro e ha influenzato moltissimo le sue opere recenti esposte in una personale del 2004 presso il Palazzo delle Stelline a Milano. La mostra intitolata “Il Viaggio” raccontava del fascino delle distese verdi della Pampa e della solitudine primordiale della Patagonia. A queste suggestioni si sono poi aggiunte quelle, ancora più ancestrali, dell'Isola di Pasqua e della Terra del Fuoco. Il nome di Angela Occhipinti è inserito nei maggiori repertori di artisti contemporanei come l' Enciclopedia della pittura moderna S. E.D. A; l'Enciclopedia d’arti grafiche SEI e nei Dizionari Bolaffi della grafica n° 2 del 1972 e n° 3 nel 1974. Sempre nel Bolaffi è stata segnalata da Liana Bortolon nel 1982 e da Daniela Palazzoli nel 1983. Le sue opere si trovano in numerose collezioni private e nei maggiori musei d’arte moderna nazionali e internazionali: la Bibliothèque Nationale di Parigi; il Gabinetto dei Disegni e delle Stampe dell'Università Pisa; Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, Firenze; la Civica Raccolta delle Stampe 'Achille Bertarelli' di Milano; il Museo Alternativo 'Remo Brindisi' di Spina; il Museum of Contemporary Art di San Francisco, California; e nei musei di San Diego, New York, Chicago, Parigi, Basilea, Zurigo, Copenaghen, Stoccolma, Berlino, Ankara, Istanbul, Tokio, Hong Kong, Taipei, Seoul, Bursa, Casablanca, Rabat, Cordoba, Buenos Aires, Salta, Jujuy, Montevideo, Santiago del Cile. Per spazi pubblici ha eseguito i murali per il Terminal O’Hare di Chicago, due Murales per Pechino; due sculture per Hong Kong; il Polittico per la Chiesa dello Scharè di Gallarate; le sculture per l'edificio di Rebibbia a Roma, per il Parco di Viadana, per Sarule presso Nuoro; un grande bassorilievo per il Palazzo della CGIL a Bergamo. Due sue grandi opere su tavola sono state istallate sulle navi “Concordia” e “Serena” della Costa Crociere. Sue opere si trovano in permanenza presso le gallerie Mandarin Fine Arts di Hong Kong; Indeco Gallery, di Seoul; Zenit Gallery di Copenaghen; Spazio e Immagine di Milano. La galleria di riferimento per la grafica è lo Studio Marconi di Milano. Nel corso della sua carriera ha vinto numerosi premi ed è stata insignita del titolo di Cavaliere, di Grande Ufficiale e Commendatore della Repubblica per meriti artistici.


LIFE AND WORKS of Angela Occhipinti

Angela Occhipinti was born in Perugia, she lives and works in Milan. After graduating in painting at the Fine Arts Academy of Florence, she specialised in graphic art and engraving, under the guidance of Pietro Parigi and Giuseppe Viviani. In her frequent travels abroad in Austria, Germany and France, she frequented and worked on Leblanc’s and Mourlot’s printing laboratories and she came into contact with the greatest masters of modern art as Pablo Picasso and Juan Mirò. She made a thorough study with Stanley William Hayter about the chemical processes in relation to the use of colours in the printing phases and acids in etching. In Bologna she met Giorgio Morandi, whose engraving workshop she attended. In 1958, having moved to Milan, she met Lucio Fontana, with whom she worked on experimental ceramic art at Emilio Martinotti's workshop. From 1961 to 1997 she frequented and worked at Giorgio Upiglio's printing laboratory, where she developed her graphic experience while coming into contact with artists of the shot of Giorgio De Chirico, Marcel Duchamp, Henri Goetz, Wilfred Lam, Man Ray, Michel Seuphor, Emilio Vedova, Mimmo Paladino. From here it begins, for her, a nonstop story of invention, execution and publication of books of artist and portfolios of original prints (more than 70, one with the illustrious presentation of Jorge Luis Borges), carried out with all of the various engraving techniques; her production enumerates more than 900 platematrixes among woodcuttings, etchings, lithographies and the new mixed chalcographic techniques. From 1968 she exposes, always with personal shows, at the most important galleries in Milan such as Studio Marconi, the Breast Gallery and Studio Grossetti. From 1963, when she exposed at S.Fedele Prize in Milan, she participated, on invitation, to the most important national and international reviews of painting and incision, winning numerous prizes: the Prize of incision City of Milan; the Biennale exhibition in Venice; Italy Pavilion during Expo 85, Tsukuba, Japan; the Triennale of incision at the Permanente in Milan; the National Biennial exhibitions of art City of Milan; Art Fence at the Rotonda della Besana in Milan; the Biennial exhibitions of Graphics in Tokyo, Ljubljana, Cracow, San Francisco, Fredrikstadt, Taipei; the International White and Black “Juan Mirò” Prize in Barcelona; the Quadriennale in Rome. She participates in Milan to the utmost meaningful collective shows of private galleries such as Studio Marconi and Mudima Foundation. During her career she held more than 90 on-man shows in private and public galleries, and in the major museums of Europe, North and South America and in oriental Asia. From 1970 to 1972 reviewed the utmost shows of art in Milan (Le Corbusier, Hrdlicka, Kobliha, Ortega, Picasso, Matisse etc.) for the page of art of the ”Eco in Bergamo”. In 1974 she has become Professor of Techniques of the incision at the Academy of Fine Arts of Macerata. From 1978 is Professor of Techniques of the incision at the Academy of Fine Arts of Brera in Milan. She has taken part as president in examination teams for the International Contests of Graphics of art as the International Biennial Print and Drawing Exhibition R.O.C. Fine Arts Museum of Taipei, Taiwan. She has held cycles of lectures and lessons on the techniques of the incision at the Civic Library of art of the Castello Sforzesco in Milan and at the Universities in Chicago, Stockholm, Island of Oland (Sweden), Ankara, Istanbul, Seoul, Busan, Daegu (Korea), Rabat, Taipei, Tainan (Taiwan), Buenos Aires, Cordoba, St. Paul of Brazil. Angela, during a travel in Nepal and Burma in 1972, discovered the transparent and alchemic Nepalese and Burmese papers and she considered them her ideal support for the symbolic expressiveness of her art. She started printing on this thin paper the copper matrixes performed with the techniques of the etching, aquatints and chisel. This is the beginning of the ritual series of coloured kites of various measures, from 30 to 300 cms where is evident the consonance with the oriental mysticism: every work appears in thin tension between the memory of the past and the prophecy of the future. In one writing of her, the artist has affirmed to find again “in the myth of the kite the course of a brief history: the eternal choice between the sleepless hope and the wise renouncement” The theme of the trip, from the seventies, has been the core of her search. From the juvenile passion for the geographical papers has matured a feeling of the mystery of the world that corresponds to the mystery of man interiority. The trip is above all recognition of mental nature: from every trip springs a sort of


contemplative sadness that Angela Occhipinti translates in a language of signs and combinations of symbols, where the arcane gesture wants to find again a common ground among painting, sculpture and incision. The memories of a trip are so turned by Angela Occhipinti into new icons that go from the great polyptics of different materials to the least fragment of paper: every vision is loaded with memory and the language of life becomes a mysterious code of which the artist seems to possess the keys. Her works invite the spectator to enter the secluded space of the meanings, but they also leave him the liberty to enjoy some work with the joy of the eyes. Figures, objects and spaces of reality can be seen as the result of a long trip for the search of mysterious revealed contents, but also as homage to the eternal cycle of transformation of the substance, mother of all forms. Angela Occhipinti has visited and sojourned in India, Nepal, Burma, Thailand, Bali, Japan, Korea, Cambogia, Vietnam, Taiwan, Hong Kong, China, Tibet, Russia. She has visited then whole Europe up to Scandinavia and to Iceland, searching the most solitary and silent sceneries. She has suffered the charm of the magic of the deserts of Africa, California and Chile. She considers privileged places of her heart Argentina, Mexico, Bolivia, Chile, Uruguay, Brazil for the poetry that springs from the immense spaces. The knowledge of these primordial landscapes has opened new horizons to her work and has influenced a lot of her recent works exposed in a one man show at the Palazzo delle Stelline in Milan in 2004. The show, entitled “The Trip”, told the charm of the green expanses of the Pampa and the primordial loneliness of Patagonia. To these suggestions were then added those, even more ancestral, of Pascua Island and of the Earth of Fire. The name of Angela Occhipinti is inserted in the utmost repertoires of contemporary artists as the Encyclopedia of modern painting S.E.D.A.; the encyclopedia of graphic arts SEI and in the Bolaffi Dictionaries of graphic n° 2 of 1972 and n° 3 of 1974. Always in the Bolaffi she has been signalled by Liana Bortolon in 1982 and from Daniela Palazzoli in 1983. Her works are found in numerous private collections and in the most famous national and international museums of modern art: the Bibliothèque Nationale in Paris; the Cabinet of Sketches and Presses of the university in Pisa; the Cabinet of Sketches and Presses of Uffizi in Florence; the Civic Collection of Presses Achille Bertarelli in Milan; the Alternative Museum Remo Brindisi in Spina; the Museum of Contemporary Art in San Francisco, California; and in the museums in San Diego, New York, Chicago, Paris, Basilea, Zurich, Copenaghen, Stockholm, Berlin, Ankara, Istanbul, Tokyo, Hong Kong, Taipei, Seoul, Bursa, Casablanca, Rabat, Cordoba, Buenos Aires, Salta, Jujuy, Montevideo, Santiago of Chile. For public spaces she has performed the murals for the Terminal O'Hare in Chicago, two Muraleses for Peking; two sculptures for Hong Kong; the Polittico for the Church of the Scharè in Gallarate; the sculptures for the Rebibbia Building in Rome, for the Park of Viadana, for Sarule near Nuoro; a great basrelief for the Building of the CGIL in Bergamo. Two great works of her on table have been installed on the ships “Concordia” and “Serena” of the Costa Cruises. Her works are present in permanence at the Mandarin Fine Arts Gallery in Hong Kong; Indeco Gallery in Seoul; Zenith Gallery in Copenaghen; Space and Image in Milan. The gallery of reference for the graphics is the Studio Marconi in Milan. During her career she has won numerous prizes and she has been honored with the title of Cavaliere, of Great Officer and Commander of the Republic for artistic worths.


Principali esposizioni personali / One – main exhibitions: 1970 – Biblioteque Nationale, Parigi, presentata Franco Russoli; Galleria il Gelso, Lodi, testo di Giorgio Mascherpa; 1971 – Galleria Santa Croce, Lucca, presentata da Giorgio Mascherpa; 1972 – Galleria d’Arte Cavour-Cortina, mostra presentata da Alberico Sala. 1973 – Biblioteque Nationale, Parigi, testi di Salvador Dalì e di Marco Valsecchi; 1977 – Galleria Valori, Milano, mostra presentata da Camilla Cederna; Galleria dell’Incisione, Venezia, mostra presentata da Jorges Luis Borges. 1980 – Istituto de Estudios Nortamericanos, Barcellona, mostra presentata da Waldemar Sommer; Galleria Acquario, Asti, testo del catalogo di Dimitri Volkin. 1985 – ; Studio Marconi, Milano, mostra presentata da Tommaso Trini; Istituto Italiano di Cultura, Zagabria, mostra presentata da Liana Bortolon; Zavadom za Zastitu Spomenika Kulture, Sovraintendenza delle Belle Arti, Zara, mostra presentata da Daniela Palazzoli 1986 – Civica galleria D’Arte, Portofino, mostra presentata da Luciano Caramel; “ 107 parole” Dossier Moroni 6, Milano, mostra presentata da Gustaf F. Berg. 1987 –“Gallery 72”, Omaha, Nebraska, Usa, mostra presentata da Clifford Terry; Galleria Walt Schneider, Bruxelles, mostra presentata da Allan Johnson. 1988 – Bolsa de Arte, Porto Allegre, Brasile, testi di Eunice Gruman e Luiz Carlos Barbosa; Centro Culturale Artem, Pollenza, Macerata, mostra presentata da Adriano Antolini.; “L’Impossibile Reale” Galleria Seno, Milano, mostra presentata dalla Teologa Vilma Gozzini e dal Filosofo Gianni Vattimo; 1989 – “L’Impossibile Reale”Galleria Carlo Grossetti, Milano, testo di Gianni Vattimo; “Lungo le Distanze”Galleria il Cenacolo, Trento, presentazione del catalogo di Elena Pontiggia e Flaminio Gualdoni; Palazzo dei Diamanti, Centro Attività Visive, Ferrara, presentata da E. Pontiggia e F. Gualdoni; Rocca Paolina, Centro Espositivo, Perugia, presentazione del catalogo di Pontiggia e Gualdoni; 1990 – “Lungo le Distanze”Gallery Triform, Taipei, Taiwan, presentazione del catalogo di Tommaso Trini; “Oltre la Geometria” Galerie Zenit, Copenaghen, Danimarca, presentazione del catalogo di Claudio Cerritelli. 1991- “Il Viaggio, la Luce” Galleria Spazio e Immagine, Milano, catalogo presentato da Giulio Carlo Argan e Gillo Dorfles; 1992 – “Il Viaggio, la Luce” Galleria Accademia Italiana, Londra, mostra presentata da Giulio Carlo Argan e Gillo Dorfles; “Il Viaggio, la Luce” Fondazione Culturale Riche, Stoccolma, mostra presentata da G.C. Argan e Gillo Dorfles. 1993 – Galleria d’Arte Contemporanea La Crocetta, Gallarate, presentazione di Antonio D’Avossa. Galleria Il Ponte, Firenze, Catalogo presentato da Angela Vettese. Murales for O’ Hare’s Terminal- Chicago Cultural Center e Istituto Italiano di Cultura,Chicago, mostra presentata da Emilio Speciale e Tom Simpson. 1994 – Gallery Mandarin Oriental Fine Arts, Hong Kong. Catalogo presentato da Tommaso Trini; Galleria d’Arte Moderna, Ankara; Painting and Sculpture Museum, Izmir; Contemporary Gallery Sanat Merkezi, Bursa, Turkey; Contemporary Art Center, Istanbul. Le quattro mostre in Turchia sono state presentate da Flaminio Gualdoni . 1995 – Living Art Gallery, Milano, testo del catalogo di Angela Vettese; Galerie Zenit, Copenhagen, Danimarca, mostra presentata da Carmelo Strano; Gallery Spagnolo,San Diego, California, testo di Andrea Del Guercio.


1996 - “ Il Grande Rosso” Kunsthallen Gallery, Copenhagen,Danimarca, presentata da Luisa Somaini; Gallery Kunsthal, Vienna, presentata da Antonio Zavaglia. 1997 – “Il Grande Rosso” Indeco Gallery, Seoul, Corea, testi di Luisa Somaini e Kwak Young; “ Fogli d’Avventura” Gallery Art Now, Capua, mostra presentata da Antonio Musiari. 1998 - ”Bassorilievi” Living Art Gallery, Milano, presentata da Andrea Del Guercio; Indeco Gallery, Seoul, Korea, testo di Marco Meneguzzo; “Beyond Euclid, "98 Print Art Fair"- Seoul, testo di Carmelo Strano; “ Progetti d’Artista” opere su carta, Galerie du Musée des Oudayas, Rabat, Marocco, testo di Giacinto Di Pietrantonio. 1999 - Ambasciata d’Italia, Seoul, Korea, presentata dall’Ambasciatore Carlo Trezza; “Tibet” International Art Consultants Gallery, Hong Kong, testo di Tommaso Trini. “Diary of a Journey" Indeco Gallery, Seoul, presentata da Gillo Dorfles. “Interior space” Galerie Zenit, Copenhagen, Danimarca, testo di Carmelo Strano. 2000 - Il Giardino Incantato Gallery, Milano, mostra presentata da Marco Meneguzzo; “ What’s your Dream?” Spazio Guicciardini, Milano, presentata da Tommaso Trini; “ Dreams” Indeco Gallery, Seoul, Korea, testo di Tommaso Trini. 2001 - ” Beyond Euclid” Zenit Gallery, Copenhagen, testo di Carmelo Strano; “Coordinate” International Art Consultants Gallery, Hong Kong, testo di Tommaso Trini. 2002 - "Alchimia di memorie" Museo d’Arte Moderna Centro Recoleta, Buenos Aires, Argentina, mostra presentata da Francesco Poli; “Kites in the Wind”, Indeco Gallery. Seoul, Corea, testo di Francesco Leonetti; " Terra del Fuoco" Museo d’Arte Moderna Genaro Perez, Cordoba, Argentina, presentazione di Alejandro Dàvila, direttore del Museo e testo di Flavio Fergonzi. 2003 - "Alchimia di memorie" Museo De Los Tajamares, Santiago, Chile, presentazione di Francesco Poli; “La Superioridad del dibujo” Museo d’Arte, Mar del Plata, Argentina, testo di Flavio Fergonzi; 2004 - " Oltre la Geometria" Museo d'arte Contemporanea, Montevideo, Uruguay, catalogo presentato da Flavio Fergonzi e Giorgio Guglielmino; "Il Viaggio" Palazzo delle Stelline, Sala del Collezionista, Milano, mostra presentata da Marco Meneguzzo; “Tierra del Fuego” Museo d’arte Moderna, Santa Fe, Argentina, testo di Francesco Poli; “Alquimia de Memorias” Museo d’arte contemporanea, Salta, Argentina, testo di Flavio Fergonzi; “Tierra del Fuego” Modern Art Gallery, Mendoza, Argentina, testo di Marco Meneguzzo. 2005 - " Oltre la Geometria" Contemporary Art Museum Jujuy, Argentina, testi di Francesco Poli e Giorgio Guglielmino; “Màs allà de la Geometrìa” MAC Museo di Arte Contemporanea, Salta, Argentina, testi di Marco Meneguzzo e del Console Nicola Di Tullio; “La Superioridad del dibujo” Modern Art Gallery, Rio Quarto, Argentina, Testo di Flavio Fergonzi; “Alquimia de la Materia” Espacio Contemporaneo de Arte di Mendoza, Argentina, testo di Francesco Poli; 2006 - “Angela Occhipinti e o Brasil”, MuBE – Museo Brasileiro da Escultura, San Paolo, Brasile, testi di Francesco Poli, Giorgio Guglielmino e dell’Ambasciatore Michele Valensise; “A viagem – marcas da memòria” , Museo – Sala Nervi, Brasilia, Brasile. Testo di Flavio Fergonzi; 2007- “Livros da memoria” Museo d’arte Moderna, Campinas, Brasile, testi di Fiorella Arrobbio Piras e Marco Meneguzzo;

Principali esposizioni collettive / Group exhibitions: 1964 – VII Biennale, Incisione Italiana Contemporanea, Venezia; Mostra di Bianco e Nero, Palazzo della Permanente, Milano; 1970 – Mostra Internazionale d’Incisione, Lingotto, Torino; Mostra Internazionale di Grafica Rivoli, Torino. 1971 – Biennale Internazionale di Bianco e Nero, Biella;


VIII Premio Internazionale di Pittura Campione d’Italia; 1972 - V Rassegna Nazionale d’Arte, Palazzo della Permanente, Roma. 1973 - Premio Internazionale Biella per l’incisione, Biella; Esposizione Internazionale della Grafica, Lubiana; VII Biennale della Grafica, Tokio. 1974 – Premio Incisione “Città di Milano”, Palazzo della Permanente, Milano; Premio Internazionale Bianco e Nero “Juan Mirò”, Barcellona, Spagna; Biennale Internazionale dell’Incisione, Cracovia. 1975- III Triennale dell’Incisione, Palazzo della Permanente, Milano. 1976 – Mostra Internazionale di Grafica, Palazzo Strozzi, Firenze; 1977 – Mostra Internazionale di Pittura e Incisione, Lussemburgo; 1979 - Premio Internazionale Bianco e Nero “Juan Mirò”, Barcellona, Spagna; Biennale, Premio Internazionale Biella per l’Incisione, Biella. 1980 – Mostra Internazionale di Grafica, Galleria Linder, Basilea; V Norwegian International Print, Fredrikstad, Norway; Mostra di Grafica Italiana, Istituto Italiano di Cultura, Vienna; Mostra di Grafica Italiana Contemporanea, Museum Kaoshiung, Taipei, Taiwan. 1981 – Mostra Internazionale di Grafica, Spalato, Yugoslavia; Mostra Italiana d’ Incisione, Praga, Cecoslovacchia. 1983 – “Grafica Italiana”, mostra di libri e stampe originali, San Francisco, California; Grafica Internazionale, The World Prints- council – Fort Mason, San Francisco, California. 1984 – “Arte Grafica” Gallery Figura- Castello, New York; Fondazione The Frank V.De Bellis Collection, San Francisco; VI Biennale d’Incisione Norwegian International Print, Fredrikstad, Norway ; Premio Internazionale di Grafica, Lubiana. 1985 – The Print Collector’s, New York; Expo ’85 , Padiglione Italiano, Tsukuba, Giappone; Mostra d’Incisione e libri d’artista, Fondazione J. Paul Leonard Collection, Los Angeles; Library San Francisco State University, San Francisco,California; Premio Internazionale di Grafica, Lubiana; Mostra di Libri d’artista, Harcus Krakow Gallery, Boston 1986 – Norsk Norwegian International , Biennial Print, Fredrikstad, Norway; 1987 – Mostra Nazionale d’Incisione, Museo di Sumirago, Varese; 3rd International Biennial Print Exhibit, Taipei, Taiwan. 1988 – Milano Punto Uno, Studio Marconi, Milano; The 14th International Independante Exhibition of Print, Kanagawa, Giappone; International Print Exhibition Minature 4, Gallery Gamlebyen, Fredrikstad, Norway; “Xylon 1” Museum und Werkstatten, Schwetsingen, Baden, Germania; Mostra di Libri d’Artista e Stampe Originali, MAC, Toronto, Canada. 1989 – 4th International Biennial Print Exhibit, Taipei, Taiwan; The 15th International Independante Exhibition of Print, Kanagawa ‘ 89, Yokohama, Giappone. Punto Uno, Studio Marconi, Milano; “Artistas Plàsticos” Ciudad de La Habana, Cuba. 1990 - International Print Exhibition Minature 4, Gallery Gamle, Fredrikstad, Norway; Norsk International Grafikk Triennal Norwegian; The 1st Kochi International Triennial Exhibition of Prints Kochi-Ken 780, Japan; “Artisti Italiani”, Taiwan Museum of Art, Taipei, Taiwan; 5th Busan Biennial, Busan, Korea; “ Shakti.2”, International Arhus Kunstforening, Danimarca. 1991 – Triennale Internationale de la Gravure’ 91, Cracovie, Polonia; 19th Bienniale International de Gravure, Lubiana, Yugoslavia; 1st Annual International Miniprint Exhibition, Napa, California; The 5th International Biennial Print Exhibit, 1991 ROC, Taipei, Taiwan; International Print Biennial Sapporo, Japan; 1992 – Biennial International Exhibition of Prints, Kanagawa, Japan; International Exhibition, Sokei News, Tokio, Japan; “Art Fence”, Rotonda della Besana, Milano;


1993- Galleria Vinciana, Milano; Gruppo “Shakti 4”, Copenhagen, Danimarca; Arte Brera, Kastel Seiseralm, Kastelruth, Bolzano. 1994 – Fiera Arte Miami, 94, USA; XXXII Biennale Nazionale d’Arte Città di Milano, Palazzo La Permanente, Milano; 1995 - 100 Artisti per la città di Milano, Museo della Permanente, Milano; Premio Internazionale di Grafica, Lubiana; 7rd International Biennal Print Exhibit, Taipei, Taiwan. 1996 - “Due Secoli d’Incisioni”, Sala Napoleonica, Accademia di Brera, Milano; "Sogni di carta", Centro della grafica Mednarodni, grad Tivoli, Ljubljana "Sign of an angel", Bianca Pilat Contemporary Art, Chicago “Gruppo Shaki”, Kunsthallen-K, Copenhagen. 1997 – "Sogni di carta", Civica Raccolta del Disegno", Salò “Sogni di Carta”, Museo Etnografico, San Pietroburgo; “Campo dei Sensi” Fondazione Mudima, Milano. 1998 – “Arte + Critica” , La Permanente, Milano ; Artisti Italiani, Tainan, Taiwan; ’98 Seoul Print Art Fair, Seoul, Korea; “Progetti d’Artista”, Complexe Culturel Sidi Belyout, Casablanca; "Sogni di carta", Accademia di Brera, Sala Napoleonica, Milano “Progetti d’Artista”,Galerie Du Musée des Oudayas, Rabat; “Progetti d’Artista”,Palais Moulay Hafid, Tangeri, Marocco. 1999 – XIII Quadriennale di Roma “Proiezioni 2000”; “ Arte come comunicazione di vita”, Sotheby’s, Milano; “40 Artisti in Corea” Daegu e Seoul, Corea; 2000 - Artisti Italiani a Teagu, Museo d’Arte Moderna, Taegu, Korea; Artisti Italiani, Rotunda Gallery, Seoul, Korea; “Mostra Internazionale d’Incisione”, Museo d’Art Contemporain, S.t Paul de Vance, Francia. 2002 “Le donne del Ruanda”, Palazzina Liberty, Milano; "Arte come ricerca" Tmp Worldwide, Milano; 2003 - "Blu oltremare", Villa Ruffolo, Ravello, Salerno; Artisti Italiani in Argentina, Museo Borges, Buenos Aires; VIII Triennale dell’Incisione, Museo La Permanente, Milano; “Academia deBellas Artes de Brera:Academia de Italia” Spazio Borges, Buenos Ayres “Incisori Italiani”; Accademia di Brera a Buenos Aires –Centro Culturale Borges, Buenos Aires.Argentina. 2004 - Artisti Italiani a Cordoba - Museo d'Arte Moderna Genaro Perez, Cordoba, Argentina. “Arte Contemporanea Italiana dal 1950 ai nostri giorni”, Fondazione Borges, Buenos Aires; “Arte Italiano:Tendencias del Novecientos” Museo Municipal de Bellas Artes,Cordoba, Argentina; “Arte Contemporanea Italiana dal 1950 ai nostri giorni”, Museo d’Arte Moderna, Salta, Argentina. 2005 - Italian Artists, Espacio Contemporaneo de Arte, Mar del Plata, Argentina; “Dreams of paper”, Contemporary Art Gallery; Cordoba, Argentina; “Suenos de papel” , Italian Contemporary Artists, Centro Cultural Borges, Buenos Aires; “Las Ultimas Vanguardias en Italia” Centro Cultural Borges, Buenos Aires; 2007 -“Il gioco del tessile” Royal Museum,Pechino; Yapi Museum ,Istambul; “Artisti Italiani Contemporanei”, Museo MuBE, San Paolo, Brasile; ” Il mondo a Brera”, Villa Litta, Lainate Milano;


Bibliografia, cataloghi e monografie principali: Clelia Abericci – Angela Occhipinti – Catalogo mostra Palazzo Sormani, 1968. Alfio Coccia – Angela Occhipinti -Catalogo mostra incisioni, Galleria Spriano, Omegna, 1969. Franco Passoni – Angela Occhipinti,Catalogo mostra Palazzo del Broletto, Novara 1969. Franco Russoli – Angela Occhipinti, catalogo mostra Biblioteque Nationale, Paris, 1970. Alberico Sala– Angela Occhipinti,Testo cartella d’incisioni “Ad un palmo dal cielo”,Ed. Rosso, Biella, 1970. Alfio Coccia – Angela Occhipinti, monografia edizioni Ponte Rosso, mostra Galleria del Parco, Salice Terme, 1970. Leonardo Borgese – L’opera Grafica di Angela Occhipinti- catalogo mostra Arengario, Novara, 1970 Alfio Coccia, Giorgio Mascherpa – Angela Occhipinti, catalogo mostra Galleria Santa Croce, Lucca,1971. Franco Passoni – Angela Occhipinti – Catalogo mostra al Broletto, Novava 1971. Marco Valsecchi- “Le Incisioni di Angela Occhipinti” – catalogo mosrtra, Biblioteque Nationale, Paris, 1973. Alberico Sala – Angela Occhipinti –catalogo mostra di incisioni Galleria d’Arte Cavour-Cortina,1972. Franco Passoni – Angela Occhipinti Testo cartella d’incisioni dal titolo “Per Te”, ed. Rosso, Biella,1973. Camilla Cederna – Angela Occhipinti- “Perché Pinelli”, testo mostra Arengario, Monza, 1974. Lelio Basso – Angela Occhipinti – “Una pace difficile”Tribunale Russel, catalogo mostra a Firenze, Roma, Milano,1975 Jorges Luis Borges – Angela Occhipinti – Catalogo mostra Galleria dell’Incisione, Venezia, 1977. Dimitri Volkin – Angela Occhipinti – Catalogo mostra Galerie Gisele Linder, Bailea, 1979. Roberto Maria Siena – Angela Occhipinti – “Reliquari”-Catalogo mostra Gallerita, Milano, 1979. Waldemar Sommer – Angela Occhipinti –Catalogo mostra Istituto de Estudios Nortamericanos, Barcellona.Spagna.1980. Liana Bortolon – Angela Occhipinti incisore- monografia, Casa Viva, Mondadori, Dicembre 1982. Allan Johnson, “Angela Occhipinti –artist’s book”-Testo della mostra alla Gallery Figura-Castelli, N.Y.- and The Print Collector’s Newsletter, March-April 1984. Liana Bortolon – Angela Occhipinti-la maga dell’acquaforte”- Arte, Giorgio Mondadori, Milano, dicembre 1984. Tommaso Trini –Angela Occhipinti “iperboli”- Catalogo Mostra Studio Marconi, Milano 1985. Daniela Palazzoli – Angela Occhipinti – Catalogo mostra Zavadom Zastitu Spomenika Kulture,Zara, 1985. Luciano Caramel – Angela Occhipinti – Catalogo Mostra Civica Galleria d’Arte, Portofino, 1986. Gustaf Fredrik Berg – Angela Occhipinti-“107 parole” Catalogo Mostra Istituto Italiano di Cultura, Vienna, 1986 e Dossier Moroni 6, Milano 1986. Liana Bortolon . Angela Occhipinti- “Un panorama di tendenze”-Catalogo mostra Castel Santangelo, Roma 1986 e Articolo su Arte, Grandi Mostre, Giorgio Mondadori, Milano, maggio 1986. Enzo Fabiani- “Le Incisioni di Angela Occhipinti” – articolo su Arte,Giorgio Mondadori, Aprile,1986. Adriano Antolini – “Angela Occhipinti, Luoghi di Memoria”, Il Giornale, Milano, 20 aprile 1986. Stefano Ghiberti – “Angela Occhipinti - Alla Conquista del Cielo”, Arte, Giorgio Mondadori,Milano, Aprile 1987. Giorgio Bonomi– “L’Arcaica Tensione di Angela Occhipinti”, Artinumbria, Bonucci Edit. Perugia, Autunno 1988. Adriano Antolini – Angela Occhipinti – “Tiro con l’Arco” Catalogo mostra Centro Culturale Artem, Pollenza, Macerata,1988. Eunice Grumann – Angela Occhipinti-Pulsao Original, Jornal Do Comercio, Porto Alegre, Brasil, 17/08/88. Gianni Vattimo –“ Angela Occhipinti-L’Impossibile Reale” Testo Catalogo, Galleria Seno, Milano, 1988. Liana Bortolon – “Angela Occhipinti-Simboli della Geometria” Grazia, Mondadori, Milano, 15 gennaio 1989. Luciano Caramel – “Luci d’Oriente”, Il Giornale, Milano, 8 gennaio 1989. Sebastiano Grasso – “Angela Occhipinti-Cosmogonia” , Corriere della Sera, Milano, 8 gennaio 1989. Loredana Parmesani – Angela Occhipinti – Flash Art News, Politi Editore, Milano, febbraiomarzo,1989. Elena Pontiggia e Flaminio Gualdoni – Angela Occhipinti- Catalogo mostra Palazzo dei Diamanti, Centro Attività Visive,Ferrara, 1989. Flaminio Gualdoni e Elena Pontiggia – Catalogo Mostra Rocca Paolina, Centro Espositivo, Perugia,1989. Flaminio Gualdoni – “Angela Occhipinti-Lungo le Distanze” Catalogo Galleria Il Cenacolo, Trento, 1989. Tommaso Trini – “Angela Occhipinti, Lungo le Distanze” Catalogo Gallery Triform, Taipei, Taiwan, 1990.


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Paola Rossi – “Angela Occhipinti – the main thing is to fly” The Best in the world. n° 70, 2007 Flavio Fergonzi – “Angela Occhipinti – La Superioridad del dibujo” Catalogo Museo d’Arte Contemporanea, Mar del Plata, Argentina, 2003. Lorena Oliva – “Angela Occhipinti –El interior también existe”. La Nacion, Buenos Aires, 5/01/2003 Giorgio Guglielmino – “Angela Occhipinti- La senora de los anillos”, Catalogo Contemporary Art Museum, Santa Fe, Argentina, 2004. Flavio Fergonzi, Giorgio Guglielmino, Marco Meneguzzo – “Angela Occhipinti- Los sentimientos se hacen memoria”. Catalogo mostra Centro Municipal de Exposiciones-Subte, Montevideo, Uruguay, 2004. Marco Meneguzzo – “Angela Occhipinti – Il Viaggio” . Catalogo mostra Palazzo delle Stelline,Sala del Collezionista, Milano, Edizione Mazzotta, 2004. Marco Meneguzzo – Angela Occhipinti, il sentiero, il viaggio e la memoria. Flash Art, sett. Ott. 2004. Ermanno Krumm – Angela Occhipinti, artista esploratrice di nuove alchimie. Corriere della Sera,2406-2004. Gian Marco Walch – Fra simboli, ricordi e grandi inquisitori il lungo viaggio di Angela Occhipinti nella memoria. Il Giorno, 09 giugno 2004. Francesco Poli e Giorgio Guglielmino – “Angela Occhipinti - Alquimia de la Materia” .Catalogo Espacio Contemporaneo de Arte, Mendoza, Argentina 2005. Facundo Chaves - Occhipinti -“Mas alla de la Geometria” Museum Jujuy. El Tribuno 20 de Enero 2005. Michele Valensine e Francesco Poli – Angela Occhipinti e o Brasil,Catalogo MuBE, San Paolo, 2006

Aquiloni – viaggio nel tempo- opera grafica, 1998-2000 Esposizione personale al Museo d’Arte Contemporanea, Seoul, Corea. Inaugurazione della mostra . Nella foto: Il Sindaco di Seoul, l’ Ambasciatore d’Italia a Seoul Carlo Trezza, Angela Occhipinti e il Ministro della Cultura della Corea

Angela Occhipinti - "viaggio nel viaggio" - Opere 1998 – 2008  

Angela Occhipinti “Viaggio nel viaggio” Opere 1998 – 2008 6 maggio – 11 giugno 2008 Palazzo Vecchio Sala d’Arme Piazza della Signoria, Firen...