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Con il patrocinio di

REGIONE del VENETO

CITTÀ DI

SAN DONÀ DI PIAVE Assessorato alla Cultura

Evento ideato e gestito da

Testo elaborato e redatto da Carlo Dariol

(ElevaMente)3

Aspetti identitari e linguistici a cura dell’associazione

(con apporto di materiale edito e inedito)


’A MARAMÀCOEA MOSTRO O MITO?


La storia e la cultura millenaria del territorio veneto hanno conosciuto periodi bui di dimenticanza e non solo per ciò che riguarda i testi scolastici, dove spesso mancano indicazioni relative alla storia regionale. Credo, però, che un effetto anche peggiore sia quello prodotto dall’oblio cui l’ha costretta la sua stessa gente, in particolare da quando, nel Novecento, l’avvio dei processi di industrializzazione nel nostro paese ha inevitabilmente condizionato la mentalità delle nuove generazioni. In quest’ultimo decennio sono state proprio le anomalie generate dal ‘sistema della globalizzazione’ (che, in ogni caso, ha in sé anche elementi di positività) a fare in modo che ci rendessimo conto di quanto valida e preziosa fosse la nostra Identità. Questa è la motivazione per cui in tutto il territorio veneto, così ricco della sua straordinaria diversità, Associazioni culturali e singole persone, appassionate della propria gente e della propria storia, continuano da tempo ad attuare ricerche riferite alle peculiarità identitarie dell’area geografica su cui insiste il loro specifico interesse e contribuiscono così a mantenere viva la storia, la cultura, il pensiero comune di quella gente, le tradizioni consolidatesi nel tempo e che altrimenti rischierebbero di perdersi.

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Ecco perché la Regione Veneto sostiene la “valorizzazione e tutela” dell’Identità veneta, considerandola in tutte le sue particolarità locali, nella convinzione che soltanto trasmettendo ai propri discendenti lo straordinario patrimonio di valori, accumulatisi con l’andar dei secoli, è possibile restituire un’adeguata riconsiderazione alle singole comunità. Ognuna di esse, a ragione, si identifica in uno specifico e complesso sistema di usi, costumi, tradizioni, modalità espressive. Infatti, per una comunità, la piena valorizzazione di ciò che è (perché storicamente determinatasi in un certo modo) può essere raggiunta soltanto attraverso un percorso consapevole e voluto, che le consenta anzitutto di comprendere veramente ciò che è e, quindi, di riconoscere la propria realtà e identità rispetto alle altre comunità. Oggi, seguire questo percorso di riscoperta e valorizzazione richiede a tutti uno sforzo piuttosto notevole, perché è difficile recuperare quanto in parte è già stato perso dalla memoria collettiva delle nostre comunità; perciò va da sé che il recupero dipende in larga misura dalla capacità di ciascuna comunità di saper esprimere se stessa presentandosi con le giuste forme e in adeguati contesti a chi non la conosce. Questo è il motivo conduttore che anima la presente ricerca, riferita al recupero consapevole di un termine in uso all’interno della comunità del Basso Piave che gli ha dato i fortunati natali: la maramacoea. Ricca di significati e di sfumature, questa voce lo-

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cale è stata associata da sempre a una delle manifestazioni più note e più antiche di tale territorio, cioè la Fiera del Rosario di San Donà di Piave, l’appuntamento annuale tanto atteso dagli abitanti del Basso Piave e non solo. Il testo, che accompagna il lettore in un graduale percorso di comprensione del significato della maramacoea, ci fa tornare indietro nel tempo, risentire voci antiche ed espressioni forse non capite, suscitate da quel mondo fantastico che per tutti, nel Veneto Orientale, ha sempre rappresentato “l’andare alle fiere” a San Donà di Piave, un evento che continua a ripetersi da lungo tempo ed è vissuto sempre dalla gente di questo territorio con un grande senso di attesa. Mi auguro, perciò, che la presente pubblicazione consenta a tutti coloro che vi hanno partecipato, e vi partecipano ancora, di sentirsi parte attiva del processo di valorizzazione della comunità del Basso Piave. Daniele Stival Assessore all’Identità Veneta della Regione del Veneto

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Legare il passato al presente non è sempre un’operazione di romantica nostalgia da guardare con un sorriso di benevolo compatimento. Può servire, talvolta, a rendere il presente meno buio e soffocante e rinsaldare i vincoli tra le generazioni, oggi così fragili e sfilacciati. E ciò è più facile che accada quando questa operazione è incardinata su quello che è lo strumento identitario per eccellenza di una comunità: la lingua. Che è poi quello che è stato tentato, a mio parere con successo, con la pubblicazione di questo libriccino, il cui titolo ’a maramacoea rinvia proprio a quel processo di riappropriazione delle proprie origini e delle proprie radici culturali, storiche, sociali, fondate sulla ricerca di una lingua in gran parte dimenticata, elusa e ora riportata alla sua straordinaria potenza simbolica ed evocativa. Poteva la Fondazione comunitaria Terra d’acqua onlus lasciar cadere l’opportunità – offertale dal team di appassionati e di studiosi cui va il merito di questa iniziativa – di sposare questo progetto e di farsene, in qualche modo, tramite istituzionale? Perché proprio terra d’acqua è stata per secoli questa nostra terra, acqua che cercava la terra e che si è fatta, infine, terra grazie alle gigantesche opere di bonifica che l’hanno interessata.

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Chi leggerà questo agile documento, comprenderà bene come ’a maramacoea, lungi dal volere essere a tutti i costi qualcosa, è stata l’impronta inconfondibile di una società, di una comunità anche linguisticamente originaria e originale, una comunità anfibia, di cui ’a maramacoea, col suo gioco onomatopeico, con la sua suggestiva e multiforme vaghezza, può ben esserne ritenuta il simbolo e il riconoscimento. Paolo Rizzante Presidente Fondazione Terra d’acqua onlus San Donà di Piave

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ALLA RICERCA DELLA “MARAMÀCOEA” a cura delle tre associazioni*

Ci siamo chiesti per molto tempo quale significato avesse il termine che alcuni di noi, da bambini, udirono citare dai nonni. E la curiosità ci ha spinto a portare avanti una ricerca che ha avuto come interlocutori privilegiati gli anziani che tuttora vivono nel territorio del Basso Piave. Chiedendo loro di chiarire il concetto di ‘maramàcoea’, fondandosi sulla loro esperienza e sulle loro conoscenze in merito, abbiamo ottenuto le più svariate risposte. Di fronte a una vasta gamma di indicazioni, anche discordanti, ci è sorto immediatamente un dubbio: chi aveva veramente ragione? Da qui è cominciata la nostra avventura, sviluppata grazie al sinergico lavoro delle tre associazioni: la sfida di conoscenza, lanciata da Passaparola nel Veneto Orientale, è stata raccolta da ElevaMente al Cubo, che si è assunta il compito di trovare una veste teatrale adeguata per proporre, con maggiore concretezza, i risultati relativi alla ricerca svolta. Ma quale identità territoriale e culturale ha potuto produrre i vari significati della ‘maramàcoea’? Per capirlo in profondità, con un’analisi a tutto campo su un ambito a prima vista indeterminato, è stato decisivo l’apporto dell’Associazione G.R.I.L.

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Basso Piave, che da tempo conduce ricerche approfondite sulla specifica identità della gente di palude del Basso Piave, lì dove ha avuto origine e si è mantenuto il mito della maramàcoea. Abbiamo allora cominciato, in modo collegiale, un lungo e particolare percorso di ricerca e di analisi nell’immaginario collettivo di quella gente. Anche in noi, come forse nelle persone di un tempo ormai lontano, il mito ha iniziato a prendere la forma di un essere strabiliante che nasceva e si nascondeva nella sinuosa struttura viaria della città che l’ospitava: San Donà di Piave. Abbiamo così intuito che, col termine ‘maramàcoea’, la gente cercava di dare forma concreta all’effetto provocato dalla sensazione avvertita da chi, provenendo dalla palude, andava verso il centro cittadino in occasione della famosa Fiera; qui gli poteva capitare di provare la maramàcoea, sperimentando cioè sulla sua pelle la sensazione stupefacente che abbiamo cercato di descrivere. Oggi, perso il mito e sentito come ormai lontano l’effetto che allora si provava, la ‘maramàcoea’ è scomparsa dall’immaginario collettivo, messo a confronto con una realtà odierna che propone miti certamente più virtuali e, a parer nostro, meno accattivanti. *Passaparola nel Veneto Orientale ElevaMente al Cubo G.R.I.L. Basso Piave

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DIALOGO TRA GENERAZIONI NEL BASSO PIAVE

I ATTO Sullo sfondo un gruppo di figuranti vestiti “come un tempo” esegue le azioni “di un tempo”. Un gruppo di bambini, seduti sul pavimento e vestiti modernamente, attende l’ingresso del narratore: saranno loro a porgergli le domande. Un tempo sapevano tutti cos’era. I grandi, almeno. I piccoli no, a loro nessuno lo spiegava. I grandi non ne parlavano. Se non ne parlavano era perché dovevano averne timore anche loro, questo pensavano i piccoli. Però quando qualcuno dei piccoli lo chiedeva loro, si capiva che i grandi sapevano. 13


- Ma cos’era, una donna? No, non era una donna: solo quando si persero i connotati precisi della maramàcoea, si immaginò che dovesse essere qualcosa di femminile. Qualcuno racconta che era una sorta di spirito che poteva passare attraverso i balconi chiusi e aveva un grande sacco nel quale infilare i bambini disubbidienti per portarli via due o tre giorni, finché non avessero promesso di stare buoni e di obbedire ai genitori. Solo allora li avrebbe riportati indietro. Sembrava tutto abbastanza chiaro... - Una sorta di befana cattiva, allora! Beh, a parte che la befana è buona, anche questo non è corretto. Ma come si fa a dirlo bene... Il fatto è che gli adulti un tempo rimanevano sul vago. A domande più precise, glissavano. Si vantava di saperlo il vecchio che passava le sue giornate seduto fuori di casa con lo stuzzicadenti 14


in bocca per pulire i tre denti rimasti... che, in verità, gialli com’erano, non avevano gran bisogno di pulizia. Lo sapeva lo zio che si sentiva rivolgere la domanda dal nipote impertinente: «Ma ti satu cossa che ’a é ’a maramàcoea?» «Sì, e se no te tase ’a ciame...» E il bambino ovviamente stava zitto: perché c’era di che aver paura di un mostro dal nome così inquietante... Non occorre tornare alla notte dei tempi, erano popolate di mostri anche le notti di un secolo fa, di settant’anni fa. Gli adulti sapevano. Ma guai a chiedere informazioni precise: si irritavano. Un tempo le cose non si spiegavano a parole, si mostravano, si facevano toccare con le mani, si facevano “sentire”. L’unico modo per sapere cos’era la maramàcoea era quello di vederla, di sperimentarla... Molti degli adulti di oggi, adulti di una certa età, vecchi diciamo pure, ricordano di averne avuto paura da piccoli... Ma poi, 15


senza aver mai capito cos’era, la paura si era dissolta. La modernità e l’abitudine alle spiegazioni scientifiche avevano cancellato tutto. Qualcuno che ci scherza sopra c’è ancora in qualche bar. Ma al bar c’è sempre quello che ha visto tutto, provato tutto e non ha paura di niente e di nessuno e che – da solo, sempre rimanendo al bar – potrebbe sconfiggere gli Austriaci nella I Guerra Mondiale e i Tedeschi nella II. Questo non può cancellare il fatto che i bambini di un tempo avevano tutte le loro ragioni per avere soggezione della maramàcoea. - Ma allora cos’era questa... maramàcoea? Molti dicono che fosse una bestia. Con la coda... - Una lucertola? Potrebbe essere. - Io, una volta, da un pescatore cui avevo chiesto cosa avesse preso, mi sentii ri16


spondere «Quatro maramàcoe...» Addirittura quattro! No, io credo che per lui il termine avesse cambiato significato; forse i pescatori che si avvicinavano al nostro territorio modificavano l’interpretazione della maramàcoea e per loro diventava un pesce. A meno che con “maramàcoea” egli non volesse dire “niente!”. - Ma stai scherzando? Il pescatore che me l’ha detto è un bravissimo pescatore e lui non torna mai a casa a mani vuote. Come minimo le maramàcoe devono essere pesci enormi, bellissimi, pesci straordinari, strani pesci dalle scaglie d’oro, con la coda del colore dell’arcobaleno. I pescatori non raccontano mai balle, se non per descrivere la lunghezza delle loro prede. A me una volta è capitato di far la conoscenza di un pescatore con un braccio solo, l’altro l’aveva perso in guerra (qualche maligno insinuava che era frutto della pesca con il carburo), ma gli era rimasta 17


l’abitudine di mostrarmi quanto lunghi erano i pesci che aveva preso. Stendeva il braccio sano per tutta la sua lunghezza e mi spiegava: «Lungo così!» Un giorno gli feci notare che con una mano sola non riuscivo a capire quanto lunghi erano effettivamente i pesci che prendeva. «Come non capisci?» mi rispose, e con l’unica mano mi diede un terribile ceffone. «Capito adesso?» Avevo capito, sì. Così si spiegavano i grandi, una volta. In ogni caso dalle parti nostre non era un pesce. - Che cosa intendi con “dalle parti nostre”? Beh, intendo il Basso Piave, cioè la vasta area un tempo paludosa posta fra la laguna di Venezia, caratterizzata dall’acqua salata, e l’ultima parte del corso del Livenza; gli altri due confini erano il mare da una parte e la pianura veneta dall’altra, quella romanizzata con la centuriazione. Laddove si 18


potevano trovare delle terre emerse, queste erano ricoperte da una folta vegetazione e abitate da una ricca fauna. Quando arrivarono i barbari e minacciarono prima Altino e poi Oderzo, una parte della popolazione di questi luoghi riuscì a mimetizzarsi col territorio e si salvò. E si ritrovò ‘invasa’ dagli Opitergini che, per fuggire ai Longobardi, si nascosero nelle valli e nelle paludi, dove trovarono ospitalità. Fu allora che nacque Eraclea, la Civitas Nova Heracliana, pressappoco dov’è oggi Cittanova. - La stai prendendo alla lontana. Stavi parlando della maramàcoea… Ti stavo spiegando dove viveva la maramàcoea... - Ma cos’era, un anfibio, dunque? Aveva qualcosa di anfibio la civiltà che la generò. Mutata la realtà territoriale, la maramàcoea continuò a richiamare in sé le caratteristiche della civiltà di palude: infatti poteva vivere dentro e fuori dell’acqua; 19


saliva dall’acqua e veniva sulla terra; veniva ad angustiare gli uomini e le donne. E soprattutto i bambini che non la conoscevano. Ma non era un animale: togli la testa, era un... - ...male! Sì, la maramàcoea era un male. Un male fisico. Fisico e psicologico. Che ti prendeva e, come dire, ti stringeva da dentro... come ’a fràcoea, che ’a é na s-gionfada. Era simile a na intalpinada; e qui si fa riferimento all’ambito animale: quando il bovino, la vacca, aveva il rumine, cioè il talpìn, costipato, si diceva che la bestia aveva na intalpinada. - Il contrario della diarrea... Eppur gli assomigliava; era una sensazione che ti prendeva da dentro e non ti faceva più sentire padrone del tuo corpo. Si diceva che erano preda della maramàcoea le pajoeane particolarmente tristi o spossate. A proposito, la pajoeana era la 20


donna che aveva appena partorito e che, dovendo essere accudita nel migliore dei modi, veniva fatta riposare sul pajón de eana, non su quello duro di scartotzi. Qualcosa si impossessava delle pajoeane, comprimeva e soffocava il loro spirito più del loro corpo. Adesso si direbbe che avevano la depressione post-partum. Ma tanti anni fa nessuno, soprattutto tra i poveri, poteva permettersi malattie così raffinate. Era la maramàcoea che prendeva le puerpere. Neanche la cervicale esisteva una volta: comparve dopo la seconda guerra mondiale, negli anni Cinquanta-Sessanta, quando gli italiani cominciarono a stare un poco meglio dopo la fame nera degli anni bellici e post-bellici e allora poterono permettersi, oltre al frigo e al televisore, anche la cervicale1. Chissà come si stava un tempo, quando non c’era la cervicale; quando non Le donne un tempo si difendevano dalla cervicale, provocata dal vento di palude, co ’l fatzoét igà da drìo ’a testa. 1

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c’era neanche la depressione post-partum; quando non c’erano né anoressia né bulimia, ma si era tutti magri e basta. Quando ancora c’era la maramàcoea. Gli anziani al giorno d’oggi faticano a definire con esattezza la maramàcoea perché anche a loro non era stata spiegata bene, dicono che gliel’avevano fatta capire i genitori o i nonni; e non avevano avuto difficoltà a credere alla sua esistenza: i genitori, o i nonni, l’avevano provata, l’avevano sperimentata. E i bambini un tempo si fidavano degli adulti. I quali cercavano di spiegare i concetti più complicati, i concetti-sensazione, cercando di far provare ai bambini la stessa sensazione. Tu la capivi quando la provavi. Come quando il pescatore con un braccio solo ti spiegava quanto lunghi erano i pesci che pigliava: lo capivi quando lo provavi sulla tua pelle. No, non voglio scherzare. A dirla così, cioè a non saperla dire, sembra che la ma22


ramàcoea fosse solo una creatura d’invenzione; ma ci dovette essere un periodo in cui la sua reale esistenza fu tranquillamente accettata. Perché, se in tanti ne tramandavano parola, significa che qualcuno un tempo ci aveva avuto a che fare, e che l’esperienza fu poi condivisa da altri, entrando a far parte dell’immaginario comune. Forse accadde... al tempo in cui esistettero anche el matzariòl, ’e umière, ’a ùia co i sete portzeéti. Questi erano i principali folletti della vita contadina di palude, le strane creature che si divertivano a molestare e a fare i dispetti ai cristiani, a spaventarli. Il matzariol, secondo alcuni, era, come dire... un personaggio alto alto, secondo altri uno gnomo, basso e tarchiato, tutto nero che girava con addosso un particolare rosso, una berretta, una sciarpa, un mantello, e si nascondeva di notte tra gli alberi. In mano talvolta aveva una grande mazza con la 23


quale minacciava coloro che osavano, anche inavvertitamente, passare in mezzo alle sue gambe (se era alto), ma non risultano notizie che abbia mai colpito qualcuno. In ogni caso, disorientava e faceva di tutto per impedire a chi lo incontrava di proseguire nel suo intento (qualcuno raccontò che perfino Attila ne subì gli influssi). Lo vedevano soprattutto quelli che tornavano a casa tardi la notte, mezzo ubriachi; o i morosi che non riuscivano a tornare a casa. Nell’era scientifica delle spiegazioni era la personificazione delle esalazioni frequenti nell’ambiente sapropelitico di palude. - Sapro...che? Il sapropel è il fango nero che si depositava sul basso fondale della palude, sotto l’acqua stagnante e povera di ossigeno. Un tempo veniva chiamato còro. Le esalazioni del còro, probabilmente, avevano l’effetto di offuscare la coscienza. Si diceva che il matzariol ce l’avesse con gli ubriachi, per24


ché l’alcol a sua volta offuscava la coscienza degli uomini; qualcuno dice che ce l’avesse anche con le donne la mattina presto, quando andavano a messa e si fermavano a chiacchierare e pareva che non riuscissero più a trovare la strada di casa. La umiera, invece, era una specie di fiamma, una luce a mezz’aria che si scorgeva transitando vicino ai fossi, pieni di stoppie e di canne palustri, e che seguiva il malcapitato per tutto il suo percorso fino a casa. Per non irritarla bisognava proseguire adagio e altrettanto adagio entrare in casa; se, presi dal panico, ci si precipitava di corsa e ci si buttava dentro l’uscio richiudendolo in fretta, la fiamma era capace di lasciare l’impronta delle cinque dita di fuoco sulla porta. La scienza, noiosa, ha tolto poesia alle umiere e dice che erano i fuochi fatui dovuti alla fermentazione delle stoppie in acqua stagnante, alla catramizzazione dei 25


residui organici depositati sul fondo melmoso del còro. In molti casi bastava un po’ di coraggio per vincere la paura e scongiurare il dispetto causato da questi folletti: era sufficiente aspettarli di notte, magari andare loro incontro senza paura... e così si scopriva che si erano scambiate per umiere i riflessi della luna sull’acqua interrotti dai canneti o quelli su di un vetro incastrato sul muro della stalla. ’A ùia co i sete... Ma non siamo qui per dei banali “folletti”, noi vogliamo parlare della maramàcoea, che era qualcosa più di un aspirapolvere. No, signora, non una scopa elettrica che lava anche la moquette! La maramàcoea era qualcos’altro, un mostro la cui mitologia aveva radici antiche, un malessere indescrivibile, una sensazione per la quale non esistevano parole, che solo col tempo era divenuta figura più tangibile, anche se ugualmente sfuggente. 26


- Sì, ma quanto indietro bisogna andare nel tempo? Se i nonni di oggi citano i loro nonni, dobbiamo andare indietro almeno di un secolo e mezzo, a prima che le nostre zone venissero bonificate. Prima forse dovremo spiegare che “bonifica” è parola che significa “rendere buono”; per coloro che fecero le bonifiche non era buono ciò che c’era prima. Ma questo è il termine usato da chi intese sfruttare a proprio vantaggio un territorio che aveva le sue peculiarità e le sue difficoltà, nel quale una popolazione già esistente aveva trovato modo di sopravvivere, anzi, di vivere. Da quando? Da prima che nascesse Venezia sulle isole di Rivo Alto. C’è chi dice 3000 anni fa, altri addirittura 12000 anni fa. Perciò il termine più corretto, forse, non è “bonifica”, ma “modifica”: la “modifica del Basso Piave”. Manca una storia che racconti per bene la “modifica del Bas27


so Piave”. Che territorio era il Basso Piave duecento anni fa, quattrocento anni fa, mille anni fa, duemila anni fa? Sappiamo che era terra di palude; e di palude fu la civiltà che si sviluppò su queste terre-acque. Non era civiltà fluviale, anche se era attraversata dal Piave. Ma il Piave, ancora nel V secolo d.C., non si sa bene quale percorso avesse, qualche storico lo confonde col Sile: il continuo cambio di letto, così come succede a certi uomini, non gli conferiva una identità sicura; insomma è probabile che il Piave fosse stato un tempo il Piavon (=il Piave di una voltóna), il Grassaga, il Bidoggia, il Piveran. In questa zona il Piave, coi suoi nomi e i suoi vari letti, quasi si fermava, perché ci si stanca a passare da un letto all’altro, e si faceva palude. E la palude è terra di mimesi. - Di... mimesi? Di mimetizzazione. 28


In questo ambiente di palude gli abitanti impararono a fondersi nel paesaggio e col paesaggio, per resistere e sopravvivere al passaggio dei barbari che venivano dalle montagne e dalle steppe; e fin dalla notte dei tempi impararono a muoversi tra valli e barene dove le navi della civiltà costiera non potevano muoversi. Imprendibili a queste e a quelli, gli abitanti svilupparono una loro civiltà di palude. Anche in altre parti d’Europa troviamo dei Veneti, gli Èneti o Heneti: sono quasi sempre popolazioni che vivono in zone paludose o hanno a che fare con l’acqua, guarda caso. Anfibi risultarono gli abitanti che vivevano tra terra e acqua, che costruirono case, anzi casoni, su palafitte, e per lunghi periodi dell’anno impararono a vivere isolati, uomini-palude a loro volta, in grado di sopravvivere in quest’ambiente solo aiutandosi reciprocamente. 29


- Quand’era? Chi lo sa! Il tempo degli abitanti della palude non aveva l’orologio che poi ebbero i Veneziani. Ma in origine le storie coincisero. Gli abitanti della zona di Oderzo, per sfuggire alle frequenti incursioni barbariche, si rifugiarono all’interno dell’arcipelago di isole esistenti a quel tempo nella palude e, in principal modo, sull’isola di Melidissa, dove nacque Civitas Nova Heracliana. Lì si insediò il primo doge che governò il territorio. Anche le popolazioni di Altino e di altre aree dell’entroterra fuggirono dalle loro zone per lo stesso motivo, e si rifugiarono su Rivo Alto, su Malamocco e su altre isole lagunari, e qui con l’andar del tempo crebbero più in fretta. A quel punto, al doge risultò conveniente spostarsi dalla palude alla laguna, per una gestione più diretta del territorio. Fu 30


così che il quarto doge ebbe come nuova residenza la nascente Venezia, mentre lo storico centro di Civitas Nova Heracliana pian piano decadeva, tornando ad essere la zona dove semplicemente viveva la gente di palude. La mentalità dei Veneziani conservò inizialmente qualcosa dello spirito solidaristico della gente di palude. Ma, in seguito, Venezia si fece patrizia e oligarchica, diventando nel frattempo una delle più grandi potenze mercantili. E fu così che la sua forza fu anche la sua debolezza: il commercio che le permetteva una sempre più grande ricchezza, le fece anche perdere la sua natura originaria di società solidale. Nell’immaginario degli uomini di palude era ben viva la corruzione di atteggiamento nel modo di vivere dei veneziani. “Veneziano”, talvolta, nel linguaggio della gente di palude, assumeva il significato di ‘grullo’, ‘incapace’. “Ma 31


situ venezian?” significava “sei distratto, pasticcione...” Più recente è il significato di “parassita” o “incapace di adattarsi al contesto”. Nella palude, invece, il tempo era rimasto quello degli antichi. E anche il calendario aveva conservato i ritmi arcaici, con le sue tre stagioni propriamente riconosciute: la vèrta che corrisponde grosso modo alla primavera, el pièn de ’a stajón, l’estate, el seràr de ’a stajón, l’autunno. - E l’inverno? Il tempo dell’inverno non era ‘contato’, se non come la “non-stagione”. L’anno si chiudeva alla fine di ottobre, al 28 ottobre, con la festa di San Simone, notte nella quale uomini e donne, rigorosamente divisi per il resto dell’anno, potevano festeggiare tutti insieme: in quell’occasione anche le donne bevevano vino e, meno abituate a reggerlo, si ubriacavano subito: a San Simión ’e fémene ’e va tute de 32


rebaltón.2 Poi ci sarebbero stati i mesi durante i quali non si sarebbe prodotto alcunché, la terra non avrebbe donato nulla e gli uomini si sarebbero arrangiati con quanto avevano messo da parte. L’unico dono che l’uomo poteva ancora avere era il fuoco. A metà della stajon morta, nel momento più freddo dell’anno, cioè a metà gennaio circa, si accendeva allora il panevìn, che era un grande falò di ringraziamento alla terra per i suoi doni e sul quale si bruciavano canne, sterpaglie e anche cose da buttare3. E ci si scambiava i doni: era una sorta di riequilibrio tra chi aveva conservato di più L’odierna Halloween si avvicina, per molti aspetti, all’antica festa di San Simone, e par quasi ne abbia copiato alcune particolarità. 3 A dire il vero, non erano tutti dello stesso tipo i fuochi dell’inverno. In altri luoghi che non fossero la palude essi avevano il significato di ‘restituzione alla madre terra dei suoi doni’, nel tentativo di ingraziarsela e propiziarsene il favore perché li riconcedesse di nuovo. Avevano anche lo scopo di stornare il buio della notte, e con questa il buio dell’anima. 2

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e chi di meno4. Accendere il panevìn era un modo per dimostrare la propria gratitudine alla Divinità che aveva donato il fuoco all’uomo per rendergli agevole il sostentamento; aveva anche il significato simbolico di un auspicio per il risveglio della terra, in attesa del prodigio, la vèrta; già, perché l’avvicendarsi delle stagioni e il ritorno della vèrta, la rinnovata apertura primaverile della terra alla vita, non erano così scontati, bensì una meraviglia che si rinnovava ogni anno; e perché il prodigio riaccadesse anche gli uomini dovevano metterci del loro. Il panevìn era un palo, il simbolo maschile per eccellenza, simbolo di sostegno e di supporto alla continuità del ciclo naturale della vita. Per la tradizione romana, anch’essa coi suoi falò, la catasta e tutto l’insieme ave4 Dunque i doni venivano scambiati al panevìn e non a Natale.

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vano invece forma di donna, ’a vecia, un simbolo femminile e, soprattutto, negativo, e veniva bruciata alle idi di marzo. In epoca cristiana tutto venne reinterpretato: il fuoco del panevìn si confuse con quello della festa dell’Epifania e la sua festa venne anticipata di una settimana, anche se qualcuno continuò a festeggiarla pure la settimana dopo, all’ottavario; la vecia non venne più bruciata alle idi di marzo, o alla metà del periodo quaresimale, ma venne festeggiata anch’essa la vigilia dell’Epifania, e fu così che diventò la Befana, una vecchia brutta e trasandata, e tuttavia figura positiva, che portava i doni ai bambini. Simboli e significati si sovrapposero l’uno all’altro e si fusero. E in questo modo si confusero molti degli aspetti originali delle tradizioni che ci vengono riportate, talora in maniera approssimativa. Esattamente quello che accadde alla maramàcoea. 35


Che, senza dubbio, è legata alle Fiere di San Donà. E proprio come le Fiere ha subìto una sua lenta, pacifica evoluzione.

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II ATTO La scena è stata cambiata e sono state create delle bancarelle da fiera. La Fiera di San Donà, vecchia di secoli, si innestava sulla vita regolare degli uomini di queste zone nel preciso momento dell’anno in cui era opportuno pensare alle necessità della nuova stagione produttiva avendo sotto gli occhi gli esiti di quella che stava terminando: in previsione dell’inverno si compravano crìgoe1 e carèghe; oppure si comprava un caretel2 (ma raramente, Le crìgoe sono oggetti simili a cesti di vimini dalla maglia larga, che venivano posizionati capovolti sopra delle pietre: dentro veniva messa la chioccia, la quale pertanto non poteva allontanarsi; i pulcini, invece, grazie al rialzo delle pietre, avevano lo spazio sufficiente per uscire e andare a becchettare in giro senza allontanarsi troppo dalla chioccia. 2 Il caretèl è una botte di 50/100 litri che poteva essere trasportata appunto con un carretto. 1

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perché era una cosa costosa), un sot spina3, un contzét4, un candoìn o na càndoea, el tzest che si era rotto, un triveìn, el fero da tzerci, na tzapa o un faltzìn che si sarebbero consumati durante l’anno, una forca che si era rotta... Erano accessori essenziali e necessari sia per l’ambito domestico sia per l’ambito lavorativo, tutti attrezzi che si sarebbero potuti trovare solo alla fiera. Oppure si andava alla fiera per conoscere quali fossero le ultime novità: el schintzapatate, ’a machina da poenta, el miniòt5, ’a catza a busi granda e idièra, de umìnio... Alla ricerca di queste cose spuntava la maramàcoea. Il sot spina è un bigoncio basso e largo, con le pareti più alte da una parte: la parte più bassa veniva infilata sotto la botte, quella più alta fermava lo zampillo che usciva dalla spina. 4 Un contzét è un contenitore di legno, stretto e alto, dove si amalgamavano gli ingredienti chimici che servivano per contzàr e travasare il mosto. 5 Il miniòt è il pentolino di alluminio. 3

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La maramàcoea si legava dunque all’attesa di comprare qualcosa che serviva per l’inverno a venire6. Tra gli appuntamenti oggetto di aspettativa, nelle varie tappe della fiera, oltre ai banchi dei folpi, vi era il baraccone dove si esibivano gli acrobati: maramàcoea era anche andare a vedere i salti7. Un poco alla volta questo spirito di maramàcoea, che si poteva sperimentare (nel senso di provare, misurare, osservare personalmente) alla Fiera del Rosario, la più importante del Basso Piave, l’unica, con le novità dei baracconi, divenne esso stesso manifestazione degna del baraccone: alle fiere di San Donà, in qualche baraccone, ci 6 In tempi moderni, come ha raccontato uno degli intervistati più giovani, anche i calzetti acquistati alla fiera erano una delle caratteristiche della maramàcoea. 7 Andare a vedere i salti era tuttavia qualcosa di diverso dall’assistere a un circo equestre: il cavallo infatti non era una novità, faceva parte dell’esperienza lavorativa quotidiana.

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doveva essere posto per la maramàcoea... Ma non si sapeva bene che forma avesse. Chi l’aveva vista raccontava del suo corpo enorme, dal collo lungo, una testa difficile da rappresentare, due occhietti e una grossa bocca, “do àe de bràtzi che ’e ’ndéa da i Sabióni a ’l tzimitero”, cioè dalla zona attuale delle scuole a dov’era il cimitero una volta, vicino al Don Bosco, e “na coda eónga”, anzi, “tante code che ’e rivéa da tute ’e bande”. La maramàcoea doveva avere quindi l’aspetto di una creatura mitologica o di un animale preistorico. Enorme e tuttavia docile, che mangiava... Cosa mangiava? Nessuno ha mai saputo dire. Mangiava conigli! No, anatre; insomma, pollame in genere... Ma scherzi? Pesce! mangiava soprattutto pesce... Mangiava quello che si trovava alla Fiera. Chi si divertiva a spaventare i bambini affermava che la ma40


ramàcoea mangiava anche bambini... La maramàcoea però, più che mangiare, beveva, anzi, pescava “so ’a Piave e ’a véa na códa eónga che ’a ndéa a sbàtar fin scuasi da el bacìno de ’l silo, dàea Calvecéta e par ndàr Noénta; insóma, ’a ghe rivéa ’a vegnér da par tut!!!” Arrivato il tempo della Fiera di San Donà, da tutti i paesini dei dintorni i contadini, ma soprattutto quelli di palude, si ricordavano l’un l’altro il grande appuntamento: «Domàn vae àea fiera... vae a vedar ’a maramàcoea!» Chissà come era arrivata: con carri, cavalli, barche... Negli anni più recenti, ai tempi delle ultime generazioni che ebbero la ventura di conoscere la maramàcoea, la creatura arrivava addirittura con il treno, anzi, aveva tutto un vagone o una serie di vagoni fatti apposta per lei. Alla stazione del treno il vagone veniva staccato e veniva trascinato a mano presso uno dei baracco41


ni della fiera. Lì la maramàcoea veniva fatta scivolare giù dal vagone e fatta entrare nel baraccone per essere visitata e ammirata dai sandonatesi, che però non ricordano di averla mai vista! - Ma le creature mitologiche non viaggiano in treno! Forse no, ma è da quando ci si è messi a cavillare su queste inezie che la bellezza dei racconti di un tempo ha cominciato a sparire. Quante delle “nostre” cose ci siamo persi un poco alla volta per non aver più voluto crederci... Un tempo, quando ci si credeva, queste cose esistevano veramente. E poi dobbiamo ricordare che i sandonatesi non sono gente credulona, non gli si può far prendere fischi per fiaschi: se andavano a vedere la maramàcoea nel capannone, vuol dire che la maramàcoea c’era... anche se poi non la vedevano. Ma la imparavano sperimentandola, così come si impara “el stamp da saeàmi”, che uno non 42


capisce bene com’è fatto finché non lo va a prendere almeno una volta nella vita. E mi spere che qua no ghe sia nissun che lo à provà pì de na volta... - Perché? Perché non esiste lo stampo per i salami, e se ci andavi anche la seconda volta voleva dire che non era bastata a “svegliarti” la fatica che avevi dovuto sopportare per trasportare le pietre pesanti che ti avevano rifilato nel sacco... Alle Fiere, dunque, tutti partivano e andavano in cerca della maramàcoea... ma proprio quell’anno il vagone col misterioso animale non era arrivato, o il capannone era stato preso d’assalto e non si era riusciti ad entrare. Insomma, quelli che non riuscivano a vedere la maramàcoea erano la maggioranza. Ma, alla domanda se l’avevano vista, tutti rispondevano di sì, loro l’avevano vista, di sfuggita... Del resto, per vederla, come dicevano i vecchi per met43


tere alla prova l’accortezza dei bambini, bastéa métarghe un gran de sal sot a coda... “Svéjate, bauc!” “Lei” era proprio com’era stata descritta. Se non aveva la coda magari gliel’avevano tagliata... O calpestata? Chi, deluso, non l’aveva proprio vista, ma neanche da lontano, ma neanche sfiorata, nemmeno si azzardava a chiedere com’era, per non rivelar che non l’aveva riconosciuta, ma si riprometteva in cuor suo di aspettare un altr’anno, la prossima fiera. Mica stupidi i sandonatesi! Se non sanno una cosa stanno zitti, loro, e fanno finta di saperla. E aspettano il prossimo anno8. Esattamente com’è successo qualche anno fa, alla festa dei capponi il 7 agosto, durante il patto d’amistà, quando qualcuno dal palco ha spiegato al pubblico che tra Musile e San Donà ovviamente deve esserci “amistà” non un giorno solo, ma 360 giorni all’anno; ebbene, ‘i sandonatini’, per non far la figura di quelli che non sanno quali sono i cinque giorni (o sei negli anni bisestili) in cui c’è odio tra loro e i musilensi... o è più corretto ‘mussilensi’? Comunque, sono stati zitti, immobili per non dar nell’occhio, hanno fatto tutti finta di sapere quali sono i cinque giorni terribili. E an8

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- Ma allora cos’era? Una bestia in carne e ossa? E no! Piuttosto uno spirito con la coda che si incontrava nella confusione della folla durante la fiera, una spirale che si impadroniva dei corpi, in particolare dei corpi distratti dei bambini che non tenevano per mano i genitori. Si potrebbe definire la maramàcoea come la sensazione che provoca su di noi la ressa che ci sta attorno. Ma non è abbastanza preciso. In effetti è una sensazione difficile da comunicare. Era una di quelle cose che puoi capire solo se le provi. Pench’io, che ero presente, vedendo che tutti avevano l’aria di sapere, non volendo sembrare l’unico che non sapeva, non ho osato alzare la mano per chiedere quali erano i cinque giorni, per paura che i sandonatesi vicino a me mi guardassero con malocchio, come per dirmi «Ma come, brutto ignorante, non lo sai?!» E così tuttora non so quali sono i cinque giorni all’anno nei quali tra Musile e San Donà non c’è amistà, ma ogni volta che mi accorgo che sul ponte tira brutta aria, io torno indietro.

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siamo a...9 Come fai a spiegare cos’è a chi non l’ha mai provato? Come, signore, lei vorrebbe che tentassi di spiegarlo lo stesso? Qui, davanti a tutti? No, la prego, se lo faccia spiegare da quella bella signora che è seduta vicino a lei. Ma non qui, non adesso. Torniamo alla maramàcoea intesa come sensazione di disagio che solo chi aveva provato poteva dire di aver conosciuto. Doveva essere la sensazione di estraneità e disagio che avevano conosciuto le generazioni più in là nel tempo, gli uomini de el paeù, della palude, quelli che si isolavano tra le mùtere durante i mesi invernali e che nei secoli più antichi erano stati abituati a mimetizzarsi con la loro terra per sfuggire alle insidie che calavano da chissà dove; doveva essere la sensazione di spaesamento che essi provavano quando si trovavano 9

Il narratore si riferisce evidentemente all’orgasmo.

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improvvisamente in una situazione nuova e sconosciuta. Nel caso della fiera era la sensazione di estraneità, la vicinanza di troppa gente estranea o forèsta attorno ai loro corpi, abituati a vivere radi e isolati dagli “altri”. Per dare l’idea, potrebbe essere paragonabile alla sensazione di chi si trova improvvisamente in territorio straniero, dentro una folla di cinesi che parlano tra di loro solo la propria lingua, e premono e sgusciano da tutte le parti e non c’è possibilità di comunicazione con nessuno, e il colore, l’odore, l’umore di ciascun individuo, dell’intera folla – non ci sono più individui in quella folla, c’è solo la folla – risultano estranei, inquietanti... - Ah, ma se è per questo, basta andare a Venezia, sulla Strada Nova che mena a San Marco, quand’è affollata di cinesi e giapponesi! Ecco, la maramàcoea era procurata o 47


prodotta dalla sensazione di oppressione che prendeva quelli della palude quando si trovavano catapultati in una situazione differente da quella ordinaria. Non prendeva gli uomini nelle situazioni di folla già conosciute, nelle processioni del Venerdì Santo o del Corpus Domini o della Madonna del Colera, ad esempio. No, li prendeva alla Fiera, quando venivano per mangiare folpi e s-ciosi. Cosa? Come dice, signore? Oh, ha perfettamente ragione, non s-ciosi, ma bò... a proposito, come si chiamavano un tempo, bòboi o bòvoi? La maramàcoea era una sorta d’incanto e di oppressione, ma non era né l’uno né l’altro: rivelava l’esistenza di un mondo e di un’umanità “densa” e mai vista, che improvvisamente ti stava addosso e, avvolgendoti, sembrava includerti e colmarti, assorbendoti. Di certo tra i bòboi, i folpi e quel che ’ndea drìoghe... vi lascio immaginare che ratza de 48


fràcoea che se ingruméa quei che ’ndea a ’a fiera! E te pol inmaginar che fadiga che i féa a contàrla dopo... E gli altri cosa potevano capire? Abituato all’ambiente di palude, che non prevedeva mai grossi assembramenti, allorché si trovava in un ambito urbano, e soprattutto nella ressa, l’uomo di palude non era intralciato soltanto nell’andare, nel movimento fisico, ma era privo di una consapevole relazione diretta con l’esterno. Lì alla fiera, la relazione che egli si trovava a vivere era completamente diversa da quella che viveva solitamente. Usando parole difficili, potremmo dire che si trovava a sperimentare una ‘asimmetria nei parametri relazionali’ con i quali si muoveva quotidianamente. Una delle cause di questa asimmetria, al di là della ressa, era la visione della contrattazione dei beni, il mercato. L’uomo di palude, estraneo al concetto di proprietà, 49


trovava astruso il fenomeno del comprare e del vendere, perlomeno estraneo ai suoi parametri. La legge universale della gente di palude era in tutti i frangenti “el jutarse e darse na man!” Spontaneamente l’uomo di palude tendeva a mettersi al servizio della realtà umana e naturale che lo circondava. Per tale ragione i Veneti, in particolare i Veneziani, ma sarebbe corretto dire coloro che giungevano dall’ambito di palude, sono ancora visti come “i servi”10. Eppure anticamente il loro era un servizio reso spontaneamente, non venduto. L’uomo di palude non si vendeva, si metteva spontaneamente al servizio non solo della comunità, ma di tutto il complesso mondo vivente del quale si sentiva parte viva. L’uomo di palude posponeva all’esistente, alla realtà esterna, perfino la propria vita perché il suo concetto di vita non prescin10

Basti pensare a tutti i film neorealisti.

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deva da nulla di ciò che esisteva; la sua vita non era in antitesi ma in simbiosi con l’ambiente: era l’ambiente stesso11. E anche il termine “morte” per l’uomo di palude non aveva lo stesso significato che hanno i termini “inanimato” o “inerte”: la “morte” non era “il nulla”, era, se così si può dire, una fase della vita, la quale prevedeva il ritorno alla propria origine e al proprio fine. E la “vita” non si identificava con la vita del singolo individuo, ma era qualcosa che “toccava” più generazioni. 11 È l’economia mediterranea, nella sua evoluzione poi passata nella società di tipo occidentale, e oggi estesa a livello “globale”, quella per cui, a fronte di un pagamento, ognuno può diventare proprietario di qualcosa; questo comporta anche la ‘proprietà del lavoro’: “io ti assumo, ti pago e, con questo, sono proprietario del tuo lavoro, della tua manodopera; la tua produzione non è più tua, ma dell’azienda o della persona giuridica che ha organizzato tale produzione...” Scivolando nell’ambito religioso, possiamo notare che è proprio questo uso del denaro nella compravendita che trasforma la carne intesa come realtà sacra (soma) in carne intesa come merce-peccato (sarx).

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Attualmente una persona esiste in modo economicamente ‘attivo’ solo quando è nel pieno possesso delle sue facoltà produttive: prima dei trent’anni “si prepara” e la sua inesperienza è ritenuta quasi un handicap per la sua assunzione; similmente, con l’avanzare dell’età le sue capacità diminuiscono e per questo la sua prestazione lavorativa viene meno apprezzata. Ben lontano da questo era il modo di pensare della gente di palude. Una volta, infatti, fin da quando moveva i primi passi il bambino era considerato organismo attivo di questo mondo; appena aveva facoltà di ragione gli venivano assegnati semplici compiti adatti a lui o attrezzi costruiti apposta per lui; egli esisteva dunque da subito, anzi, aveva iniziato a esistere fin da quando i nonni avevano cominciato a procreare, perché già allora essi si erano proiettati nella generazione successiva a quella dei figli. E quando il fi52


glio del figlio finalmente era nato, tutto gli era stato messo a disposizione, egli era già qualcuno che si muoveva assieme al resto; e il territorio stesso lo avrebbe “formato”, non tanto attraverso un’istruzione codificata, quanto attraverso la catena di esperienze date dalla vita stessa. Crescendo a contatto coi nonni, egli imparava e sapeva che avrebbe messo al mondo dei figli che ancora avrebbero messo al mondo dei figli, e si proiettava a sua volta sui nipoti: a loro avrebbe fatto vivere e sentire ciò che i suoi nonni avevano trasmesso a lui. Questo ‘trasportarsi’ nella temporalità coinvolgeva quindi cinque generazioni, e spesso, come in una catena, la prima, la terza e la quinta portavano lo stesso nome e tutte e cinque i medesimi valori, nel continuum rappresentato dalla stessa palude, prima che venisse “bonificata”. La mancanza del senso della proprietà individuale non impediva all’uomo di 53


palude di ammettere l’esistenza di un re, ovvero la supremazia di qualcuno sugli altri, ma questa supremazia non era mai data dal mercimonio, semmai dalla lotta; la prevalenza del più forte avveniva in ogni caso “per volere di Dio”: da sempre, per volere divino, il più forte comanda, si sposa, si riproduce; ma questa supremazia non è comperabile. In ambito famigliare la supremazia era detenuta dal parón de casa, colui al quale era affidata la gestione dell’intera famiglia, che poi erano tre o quattro nuclei familiari, forse più, dei nostri attuali. Il “paron de casa” godeva di distinzione anche in ambito sociale: ad esempio, poteva tranquillamente farsi vedere al mercato dal proprietario dei terreni che lui coltivava, mentre il fratello suo, ad esempio, doveva stare attento a non farsi vedere troppo in giro, per non dare l’idea che la famiglia non fosse abbastanza lavoratrice o produttiva, 54


perché allora significava che “el paron de casa” non era in grado di gestire la casa e la famiglia. Solo alla fiera chiunque avrebbe potuto andare tranquillamente senza che nessuno avesse nulla da ridire... purché ci andasse dopo ver varnà ’e bèstie!!! La fiera era veramente il luogo dove confluivano anche coloro che non si muovevano mai da casa. E così, dopo quest’ultima digressione, o schivanèa de bisat, ritorniamo alla maramàcoea. Del resto, tutte queste schivanèe son colpa della maramàcoea stessa, che ci è stata tramandata come qualcosa di ondeggiante, fluttuante, femminile, variante, instabile e fiottante, come lo può essere un’ancheggiante, liquida e incomprensibile femminilità. Scusate la poesia. «Tiènte sempre duro, ben tacà, che ’a maramàcoea no ’a te porte via!!!» diceva al bimbo la mamma, di solito più dolce del papà, che preferiva essere più chiaro: «’Ara 55


che, se te te perde, dopo te ’e ciapa, te riva un stramussón che ti, àea fiera, no te vien pì». In effetti c’era da aver paura in mezzo alla folla: il serpentone diabolico con la sua coda a schivanèe avvolgeva i corpi, soprattutto quelli dei bambini, e li faceva smarrire. La maramàcoea si identificava nella folla stessa che occupava la strada principale di San Donà e le sue traverse, con la testa rivolta verso ’a Piave – gli occhietti erano le più importanti “visioni” che ciascuno poteva avere, addentrandosi nelle due principali piazze piene di gente – e la coda sembrava iniziare con la fila di gente che proveniva da tutti i territori circostanti, anche dai più lontani, poteva arrivare perfino dal mare ma, in sostanza, acquistava sempre un’identità legata all’acqua dolce di palude. Perciò sembrava venire dall’acqua. E difatti molti dicevano che era una creatura sorta dall’acqua, che veniva dal fiume 56


e si distendeva tra le strade di San Donà. Un possibile mostro di Loch Ness de ’e nostre bande. Perciò, state lontani dall’acqua, bambini, via dall’acqua infida e torbida, ché può arrivare ’a maramàcoea a portarvi via. E via dalla folla, ’a maramàcoea, che vi può invischiare. La creatura enorme, giunta dall’acqua, da ’l paeù, che un tempo era conosciuto come “il lago della Piave”, al tempo della Fiera invadeva le strade e le traverse di San Donà; si spingeva fino al ponte. Giungeva con la gente di quelle zone, che pertanto se la portava dietro, anzi, drento: senza nemmeno saperlo, la maramàcoea era dentro di loro. La presenza degli altri, della folla, la evocava. Cribbio, se faceva paura la maramàcoea. Soprattutto ai bambini, che andavano alla fiera con la mamma, dolce, o col papà, burbero, e si sentivano trascinare da quella e da questo e a volte finivano per sentirsi 57


trascinare da parti opposte e, nel tentativo di restar legati a tutti e due, finivano per perdere il contatto con tutti e due. “Dove situ, mama? Dove situ, papà?” Niente era più terribile che perdersi. Poi il bambino riusciva a recuperare una mano o l’altra, era in salvo. «Sta tento, scólta!» Per un attimo aveva avuto una paura verde, la maramàcoea l’aveva preso. L’aveva sperimentata. Ed era stato terribile. E a furia di starci attenti, anno dopo anno, bonificate le paludi e cambiato il mondo, a furia di riconoscerla sempre meno di generazione in generazione, nessuno sapeva più bene che forma e che aspetto avesse la maramàcoea. Solo i vecchi rimanevano, che l’avevano vista. I vecchi, sempre loro... Ma chissà se davvero l’avevano vista. Forse dicevano quello che avevano raccontato i loro nonni. Alla fine tutti vantavano che un qualche avo l’aveva vista. Ma nessuno, che io conosca, l’aveva 58


vista direttamente. Da sensazione a effetto che si poteva percepire come una bestia, da bestia a fenomeno da baraccone, da baraccone alla stessa fiera: lo scivolamento era stato progressivo. - Perciò non era possibile catturarla. Nemmeno con le parole... Tantomeno nei tempi recenti. A baloccar coi termini si percepisce che la maramàcoea è femmina perché finisce per -a. Ma che cosa significava esattamente? MA-RA-MA: il suono della parola, l’onomatopea si dice, rivela lo sgusciare sinuoso (a schivanèe) della bestia, come della berebétoea: be-re-be... destra-sinistra-destra. E così maramàcoea: ma-ra-ma... La maramàcoea perciò doveva assomigliare alla berebétoea d’acqua, anzi, a qualcosa di più grosso, ché la “a” è più larga della “e”, a na saeamàndra, sfuggente, viscida, scivolosa come un’anguilla: ’a é cofà el bisat... Per questo, forse, qualcu59


no l’ha confusa con la bissabòboea, famosa di là della Livenza, dove dicono che era il vortice dei fiumi e dei canali, che era una donna-anguana la quale spariva in fondo al fiume, abbandonando mariti e figli, se se ne scopriva la natura vera.12 Ma a San Donà, dove scorre la Piave, la maramàcoea non fu mai una donna, tanto meno una bella donna ché, se lo fosse stata, più di qualche maschiaccio avrebbe fatto qualche fatica in più per andare a incontrarla, per poi vantarsi di averla vista, e magari posseduta, descrivendone con minuzia fattezze e abilità... «Quando andavamo noi squadre di maschi alla Fiera di San Donà, dove c’era il circo sotto il ponte, e di lì guardavamo in su, in alto, verso il ponte...» Si vergognano i vecchi a usare le paro12 Dalle nostre parti, originariamente, la bissabòboea era la tromba d’aria che proprio sul fiume Livenza, o sui canali vicini, evidenziava maggiormente la sua potenza.

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le giuste, che non hanno, ma è ben divertente e gustoso il ricordo della sensazione, di quando loro guardavano in su, in alto verso il ponte, attraversato dalla folla che giungeva da Musile, da Croce, da Fossalta, da Meolo, e dal basso verso l’alto cercavano cogli occhi la maramàcoea; cercavano la bestia, l’aspettavano fare capolino da sotto le sottane, tra le gambe; sì, era un divertimento cercare cogli occhi quale delle donne facesse scorgere la maramàcoea tra le gambe, il mostro che di sé riempie la mitologia dell’immaginazione maschile, il mostro allungato e misterioso che assomiglia, per forma e movimenti, alla creatura mitica che invadeva e si offriva alla città tutta. Doveva essere eccitante la vista della maramàcoea. Simile alla sensazione che prendeva chi s’avventurava nella folla sinuosa e sgusciante... Sensazione che un tempo aveva fatto paura e “destabilizzato i 61


parametri relazionali”. E i grandi che la vedevano, tornati a casa, potevano poi vantarsi di averla vista, ma non potevano confessare ai più giovani di averla cercata cogli occhi; e ai piccoli mica si poteva spiegare esattamente dove la si era vista: alla Fiera, certo... E così ai piccoli, e ai grandi che non l’avevano vista, rimaneva la voglia e la paura di conoscerla, di affrontarla... Forse a loro sarebbe capitato l’anno successivo. E avrebbero finalmente capito. Prima o poi capiterà pure a noi di capirlo per bene, noi che forse alla fiera del prossimo anno avremo l’occasione di vederla, magari sotto il ponte guardando in su; quest’anno purtroppo non l’abbiamo vista. O forse non la cercheremo neanche, perché la maramàcoea non esiste più e siamo troppo furbi per credere ancora a queste cose... 62


Piantina elaborata da Franco

'A Maramacoea  

Contributo alla descrizione di un termine dialettale.

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