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Anno IV n. 37 - 2013

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Nuota, pedala, corri. Il Forte Village apre le porte della Sardegna al Triathlon


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16 Ponte Milvio Anno IV n. 37 - 2013 Autorizzazione del tribunale di Roma n.124/2008 del 2-3-2008 n. iscrizione al ROC 17682 del 27-11-08 Editore Immediately s.r.l. sede legale via C. F. di Cambiano 82, Roma uffici via Crescenzio 103, Roma

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Direttore responsaabile Giuseppe Costantini immediately@immediately.it

Progetto grafico e impaginazione immediately.advertising@gmail.com

Ufficio commerciale e pubblicità rivista-pontemilvio@tiscali.it cell. 347 5856368

Periodico telematco www.pontemilviomagazine.it

Ideazione e realizzazione www.immediately.it

Chiuso in redazione il 20 Novembre 2013

La responsabilità degli articoli è dei singoli autori. La collaborazione a questo periodico è del tutto gratuita e non retribuita.

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copertina

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Triathlon in Sardegna Un emozione... Forte! di Giuseppe Costantini

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anno l’eccellenza nel DNA e la loro offerta turistica è apprezzata in tutto il mondo. i clienti che scelgono il Forte Village sanno di poter contare su strutture e servizi di assoluta qualità, dove nulla è lasciato al caso. La SPA ed il centro Talassoterapico sono in grado di offrire esperienze uniche, così come straordinarie sono atmosfera ed ospitalità. Da alcuni anni

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hanno voluto ampliare ulteriormente il loro target, avvicinando anche il mondo sportivo: da qui l’idea di creare alcune accademie dello sport, ricercando naturalmente anche in questo caso l’eccellenza. Ecco allora la collaborazione con il Chelsea per la Soccer Academy, quella con il CSKA Mosca per il basket, o quella con la Nazionale inglese per il rugby. Tennis, Nuoto, Cricket, ciclismo, completano il segmento sportivo. Quest’anno, però, la struttura del Forte Village, è voluta andare oltre,

organizzando un proprio evento che potesse da un lato richiamare e coinvolgere sportivi appassionati, dall’altro legarsi perfettamente all’immagine che il Forte ha ormai consolidato negli anni. La scelta è ricaduta così sul triathlon, sport in grande ascesa, capace di muovere interesse e soprattutto di affascinare sportivi e turisti. Il 27 ottobre oltre 400 atleti provenienti da tutta Italia si sono così ritrovati al via della prima edizione Forte Village Triathlon. La gara pre-

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PRESTITI PERSONALI CARTE DI CREDITO CESSIONE DEL QUINTO LEASING

vedeva 1,8 km di nuoto, 90 km di ciclismo e 21 km di corsa. I più forti specialisti della distanza half Ironman non hanno voluto mancare: De Gasperi, Risti, Carta, Sansone, si sono sfidati su di un percorso bellissimo, reso duro soprattutto in bicicletta dal vento, che da queste parti non manca mai. Dopo aver affrontato la prova di nuoto ( due giri da 900 metri ciascuno, con uscita spettacolare sulla spiaggia a metà gara), hanno preso la bici ed hanno affrontato un percorso ondulato, molto tecnico ma allo stesso tempo non impossibile. I triatleti avranno avuto modo anche di apprezzare la bellezza del panorama, dominato da colline e verde nella prima metà e da un mare incredibile, con scogliere a picco, nella seconda parte. Al termine dei 90 km (interamente chiusi al traffico!), gli atleti erano attesi dalla mezza maratona. Un circuito di 7 km da percorrere tre volte ha permesso al numerosissimo pubblico di poter assistere alla gara vivendo le emozioni che solo uno sport così duro e spettacolare sa dare. La gara maschile è sta vinta da De Gasperi su Sansone e Risti. Tra le donne Sara Tavecchio ha preceduto la Mazzucco e la Ottaviano. Ma la vera vittoria è stata del Forte Village, in grado già il primo anno di organizzare un evento che ha lasciato in ogni partecipante la voglia di tornare ed in tutti coloro che non hanno potuto esserci il desiderio di vivere un’esperienza unica il prossimo anno. Gli organizzatori stanno già pensando all’edizione 2014. Gli atleti anche!

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Incontrare le cose a Villa Torlonia Alla Casina delle Civette di Villa Torlonia “le opere intese come oggetti, come manufatti” di Enrico Pinto e Cecilia Natale fino al 24 novembre 2013. di Alessandra Stoppini

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ella suggestiva Casina delle Civette, dimora del principe Giovanni Torlonia jr. fino al 1938 anno della sua morte, spazio che la città di Roma ha dedicato ai maggiori protagonisti delle arti applicate, si è aperta la mostra Incontrarelecose doppio percorso espositivo di Enrico Pinto – attraverso una selezione di ceramiche e gioielli – e di Cecilia Natale – attraverso una selezione di tessiture e opere di Fiber Art. La rassegna, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura, creatività e promozione artistica – Sovrintendenza Capitolina ai Bene Culturali e organizzata dal Centro Internazionale Antinoo per l'Arte, è

anche l'incontro dei due artisti in un lavoro comune di progettazione e realizzazione. Infatti, la singolare e interessante esposizione – curata dalla Dott.ssa Maria Grazia Massafra Responsabile del Museo della Casina delle Civette e dall’Arch. Simona Paoli – nasce dalla ricerca individuale e comune di Cecilia ed Enrico che condividono anche la vita quotidiana. Enrico Pinto presenta un'ampia selezione di gioielli realizzati tra il 1972 e oggi. I monili, lavorati con varie materie tra le quali metalli nobili e pietre preziose, s’ispirano principalmente al tema dei Pianeti e degli Astri (Venere, Giove, Saturno, Marte …) e a quello della Pittura e dell’Architettura. In quest’ultima sezione, oltre all’omaggio ad artisti come Piero della Francesca, Odilon Redon, Giuseppe Capogrossi, Alberto Burri,

Carlo Scarpa, Richard Meier tra gli altri, ricorrente è quello all’Angelo ribelle di Osvaldo Licini. La serie di ceramiche grezze I vasi “comunicanti” che per la loro austerità e per la geometria delle loro forme, alludono tanto all’arte antica quanto a un Morandi rivisitato. Come aveva scritto Claudio Strinati “…. L'esperienza di Cecilia Natale è quasi unica nel panorama artistico italiano di oggi”. L'artista attraverso la tessitura crea volta per volta un tessuto che è concepito e trattato in

vari modi: dal tessuto tradizionale, grezzo o lavorato a macramè come avviene ne La calza di Venere, si passa all'intreccio di materiali diversi come fili di nylon, corde e fili elettrici. Ecco come s’incontrano e s’intrecciano le cose: terre, metalli e fibre nelle opere dei due artisti. Avevamo intervistato Enrico Pinto nell'aprile del 2010, ora in occasione dell'apertura della mostra lo incontriamo di nuovo, questa volta in compagnia di Cecilia Natale anche lei artista che realizza opere di arte contemporanea applicata. “Ciò che intendiamo “a quattro mani” non è il fatto di lavorare in due in relazione ad un progetto da realizzare; bene o male questo, in alcune attività, è sempre accaduto. Intendiamo, invece, il cercare insieme, attraverso l’uso dei diversi linguaggi, il fare, la necessità e l’urgenza di rendere presente ciò che è ”l’altro dalla forma“. “Opere intese come oggetti, come manufatti”. Enrico, desidera chiarire il suo significato? Certamente le opere sono “oggetti”, “manufatti” ma non solo. Per me, sia il mondo degli artefatti sia quello della natura si presentano come realtà autonome, quindi dei soggetti più che oggetti ed è proprio nel riconoscimento di questa loro intima realtà che noi riusciamo a comunicare

con loro. Infatti, noi comunichiamo solo tra soggettività. In quale modo i Suoi gioielli traggono ispirazione soprattutto dal tema dei pianeti e degli astri? Pianeti e astri sono stati, per l’uomo, un riferimento di senso dell’esistenza fin dall’origine. È la loro dimensione simbolica e quindi evocativa dell’”oltre” che mi interessa e mi stimola alla presa di coscienza di questa realtà che sottostà all’universo. Non è l’aspetto scientifico, nonostante le sue verità, che mi interessa ma quello poetico-simbolico, quello evocativo. Che ricordi conserva del periodo della sua formazione presso lo storico laboratorio del gioielliere romano Mario Masenza e che consigli può dare a un giovane che desidera diventare orafo? Avevo 16 anni quando cominciai a frequentare quel laboratorio. Se dovessi usare una sola parola per ricordare quegli anni, userei la parola “meraviglia”. Ero continuamente sorpreso e affascinato da quel mondo, dalla sua complessità e, soprattutto, dal fatto che si potesse, attraverso questa attività, raggiungere una completa dimensione creativa come quella che intravvedevo nella realizzazione di oreficerie di artisti quali Afro, Fazzini, Mirko, Capogrossi, ecc. Quanto ai consigli per un giovane, anche qui provo a sintetizzare: direi che l’importante sia, per raggiungere un’alta qualità tecnica ed espressiva, individuare e far crescere attraverso questa attività, la conoscenza di se stesso e il cercare di rispondere

con il proprio fare alle necessità più profonde della persona. Cecilia, ci può spiegare in sintesi cos’è la Fiber Art? È un mezzo di espressione artistica che fa riferimento all’intreccio proprio della tessitura e all’uso della fibra in tutte le sue svariate accezioni. Non è arte applicata ma arriverà ad avere vita propria solo quando, per la realizzazione del disegno da riprodurre, si adotteranno concetti propri della tessitura e non più della pittura. Negli anni ’60 negli Stati Uniti si ha l’esplosione della Fiber Art e l’innovazione più importante è la cosiddetta tessitura “off loom” ossia fuori dal telaio. È questo il momento in cui l’arte tessile non appartiene più all’arte applicata. Negli anni ’70, poi, diviene molto importante la relazione tra i materiali e le tecniche che diventano il punto di partenza per ideare un’opera. Il decennio successivo vede non solo l’esplosione dell’installazione nella Fiber Art ma le sempre più numerose mostre di Fiber Art, in Italia e all’estero, che ancora oggi proseguono numerose. Come si è sviluppato il Suo interesse per il telaio che nel corso degli anni è diventato un modo per esprimere la Sua arte? L’incontro con questo mondo e con il mezzo, il telaio, è stato casuale ma sicuramente si tratta di un “riconoscimento”. Ciò che mi ha sempre interessato è la trasformazione del filo che, tramite il telaio, diventa altro dal filo stesso, oggetto a sé stante che può dar forma a una narrazione nonostante la sua apparente meccanicità.

Cecilia Natale

Il ventaglio. Omaggio a Klimt Cecilia Natale

Continuare a tessere le assonanze Cecilia Natale

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“Un artigiano può non essere un artista, ma un artista non può non essere un artigiano...” I vasi comunicanti. Ceramica - Particolare. Enrico Pinto

Claudio Strinati parlando del Suo lavoro ha definito il Suo “tessere fuori dal telaio” come “un modo innovativo di fare arte da un lato ma, di fatto inserito in una tradizione remota che ha ancora molto da dire e da insegnare". Che cosa ne pensa della riflessione dello storico dell'arte? Secondo me ha manifestato la coscienza e la conoscenza che il presente nasce inevitabilmente dalla assimilazione del passato. Credo che sia questo ciò che ci volesse indicare parlando di “una tradizione remota che ha ancora molto da dire e da insegnare”. Infine rivolgiamo una domanda a tutti e due gli artisti:

Enrico Pinto

Incontrarelecose Musei di Villa Torlonia, Casina delle Civette - Roma Via Nomentana, 70 Roma 5 ottobre - 24 novembre 2013 Ingresso: 5 euro - 4 euro (ridotto) Orario: da martedì a domenica 9.00 - 19.00 Info: 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 21.00) www.museiincomune.it, www.zetema.zetema.it

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“Un artigiano può non essere un artista, ma un artista non può non essere un artigiano... Formiamo una nuova corporazione di artefici senza la distinzione di classe che alza un'arrogante barriera tra artigiano e artista”. Vi riconoscete nella definizione che l'architetto, designer e urbanista Walter Gropius diede “dell'arte applicata” nel 1919 nel Manifesto della Bauhaus? Pur riconoscendo la validità storica, riguardante l’estetica e la sociologia di questa affermazione, essa contiene in sé ancora una contraddizione, delle distinzioni anche sul piano teorico. È passato ormai quasi un secolo da essa, crediamo che ormai sia necessario compiere un lavoro di esperienza esistenziale che porti a quest’altra definizione: non si può essere l’uno senza l’altro, ossia che anche l’artigiano deve scoprire pienamente le proprie capacità creative al fine di superare, sempre più, la barriera delle distinzioni.


mostra

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Testa di Iside o regina tolemaica II-I secolo a.C. Marmo pentelico Musei Capitolini, Centrale Montemartini Archivio Fotografico dei Musei Capitolini

Il fascino eterno di Cleopatra al Chiostro del Bramante Il ritratto dell'ultima regina d'Egitto tra arte e storia fino al 2 febbraio 2014. di Alessandra Stoppini

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quanto dicono la sua bellezza in sé non era del tutto incomparabile, né tale da colpire chi la guardava. Ma la sua conversazione aveva un fascino irresistibile, e da un lato il suo aspetto, insieme alla seduzione della parola, dall'altro il temperamento... erano come un pungiglione penetrante. Dolce era il suono della sua voce quando parlava: e piegava facilmente la lingua, come uno strumento musicale dalle molte corde, all'idioma che usava”. Con queste frasi d'effetto il biografo, scrittore e filosofo greco storico Plutarco nella Vita di Antonio 27, 35 descriveva la seduzione e quell'alone di fascino senza tempo che emanava la persona di Cleopatra VII Thea Filopatore Neotera, figlia del Faraone Tolomeo XII Aulete, certamente una delle figure storiche dell'antichità sinonimo di attrattiva, ambizione, spregiudicatezza e sensualità. L'ultima sovrana lagide d'Egitto il cui nome significa in lingua greca “figlia del padre” è la protagonista di Cleopatra. Roma e l'incantesimo dell'Egitto prestigiosa esposizione ospitata nella suggestiva cornice del Chiostro del Bramante. La mostra, nata sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica e con il patrocinio del Ministero degli Affari Esteri, MIBAC, Assessorato alla Cultura Creatività e Promozione Artistica del Comune di Roma, è prodotta da Arthemisia Group con DART Chiostro del Bramante e curata da Giovanni Gentili. L'esposizione intende ridefinire il vero ritratto di Cleopatra, sullo sfondo storico dell'Egitto e di Roma negli anni 50 e 60 del I Secolo a. C. e per la prima volta approfondisce il rapporto tra Cleopatra e Roma, quando poco più che ventenne conquistò prima Giulio Cesare e poi Marco Antonio, primo esempio di quel rapporto fatale tra sesso e potere che avrebbe contraddistinto la storia dell'umanità nei secoli a venire. Cleopatra, ultimo membro della dinastia tolemaica, alla guida di un paese ricchissimo sul quale regnò dal 69 a. C. all'anno 30 a. C., dalle risorse illimitate, con un esercito forte e una flotta potente. Perfetta alleata di Roma ma anche un’ambigua minaccia, fonte di malia per Cesare e Marco Antonio ma nemica da conquistare e annientare per Cesare Augusto. La battaglia navale di Azio del 2 settembre del 31 a. C. avrebbe concluso

la guerra civile tra Marco Antonio e Ottaviano, fatto terminare la Repubblica romana e spianato la strada al conferimento del titolo di Augusto a Ottaviano. Quest'ultimo avrebbe fatto uccidere Tolomeo XV Cesarione, figlio di Cleopatra e Cesare. L'Egitto sarebbe divenuto una provincia romana e da quel momento la storia della vita di Cleopatra avrebbe assunto le sfumature della leggenda e del mito. Una donna che è stata un'icona che preferì il suicidio, si fece mordere da un aspide, per evitare di cadere nelle mani del vincitore Ottaviano, non bella ma intelligente, volitiva e risoluta, rivive tra le soffuse sale del Chiostro del Bramante che in omaggio a Cleopatra si è reinventato un suggestivo allestimento dal sapore egizio. Sono 180 i capolavori esposti: mosaici, gioielli, monete, marmi, bronzi, affreschi e altri reperti archeologici provenienti dai più importanti musei del mondo, quali Il Museo Egizio di Torino, i Musei Vaticani

e i Musei Capitolini. Il Museo Nazionale Romano, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, il Museo Egizio di Firenze. E ancora il British Museum di Londra, il Musée du Louvre di Parigi e il Kunsthistorisches Museum di Vienna. Citiamo il ritratto di Cleopatra cosiddetto “Nahman”, esposto in Italia per la prima volta, uno straordinario Ritratto di Ottavia, sposa di Marco Antonio e sorella di Augusto rilavorato come Cleopatra – questo esposto per la prima volta al mondo – un Ritratto della regina d’Egitto giovanissima, realizzato probabilmente quando salì al trono nel 51 a. C. e anch’esso esposto in prima mondiale. Ancora uno straordinario bronzo inedito che ritrae Alessandro Sole, figlio di Cleopatra e Marco Antonio, e lo spettacolare ma quasi sconosciuto Mosaico del Nilo, dal Museo di Priverno. Il percorso espositivo è suddiviso in nove sezioni: Cleopatra. L'ultima regina d'Egitto; La terra del Nilo; I so-

Ritratto di Giulio Cesare, cosiddetto Cesare Chiaramonti Etàgiulio-claudia Marmo Cittàdel Vaticano, Musei Vaticani Foto Musei Vaticani


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Armilla a corpo di serpente I secolo d.C. Oro e pasta vitrea verde Da Pompei, Casa del Fauno Napoli, Museo Archeologico Nazionale Su concessione del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei.

vrani ellenistici; Gli dei e il sacro nell'Egitto tolemaico; Le arti, I protagonisti, le vicende; Cleopatra e Roma; L'Egittomania; Nuovi culti a Roma; Roma conquistata: i nuovi faraoni. Il tour inizia con tre video realizzati dallo scrittore/archeologo Valerio Massimo Manfredi che raccontano le diverse fasi della vita della regina della terra dei faraoni. Nella prima sala ecco Testa ritratto di regina tolemaica, probabilmente la stessa Cleopatra, datata alla seconda metà del I secolo a. C. e proveniente dai Musei Capitolini di Roma. Diverse opere testimoniano l'ascendente che il mondo esotico delle sponde del Nilo ha nell’immaginario romano, come l’Affresco da Pompei con Scena nilotica con pigmei cacciatori (55-79 d.C., Museo Archeologico Nazionale di Napoli). In mostra anche coloro che fecero grande l’Egitto, come Alessandro Magno (Testa idealizzata di Alessandro Magno, detta Alessandro Guimet, inizi II sec. a.C., Musée du Louvre, capolavoro della scultura ellenistica), fondatore di Alessandria costruita dal condottiero macedone ed eretta a capitale del

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nuovo regno d’Egitto. I volti di alcuni dei suoi successori, i sovrani Tolemaici - detti anche Lagidi dal nome del primo di essi, Tolomeo Lago – che la ressero per 300 anni, fanno corona all’icona marmorea del grande fondatore. Alla città e specialmente alla comunità multiculturale che l’abitò e che ne fece il centro più vivo del Mediterraneo di allora è dedicato il passo successivo della mostra. Antichi dei egizi e greci e anche nuove divinità popolano il cielo e l’oltretomba dell’Egitto tolemaico, in un’infinita varietà di modi e forme di cui la mostra espone opere bellissime in materiali preziosi che l’ambiente del deserto ha preservato alla perfezione. Segue una sezione che ha per protagonisti i principali personaggi della vicenda che ha luogo allo scadere della Repubblica romana e che descrive gli avvenimenti di quel tempo: Gneo Pompeo e Giulio Cesare, anzitutto, in lotta per il potere a Roma. Poi l’incontro di Cesare con Cleopatra VII, da cui nascerà Tolomeo XV Cesarione; quindi Marco Antonio e Ottaviano, alleati vendicatori del-

l’omicidio di Cesare; infine, la nuova coppia Cleopatra e Marco Antonio e i figli di questi, i gemelli Alessandro Helios e Cleopatra Selene e, ultimo Tolomeo Filadelfio. Vicende straordinarie che hanno ridisegnato la storia e la geografia del Mediterraneo nella seconda metà del I secolo a. C, qui raccontate attraverso capolavori come il Ritratto di Giulio Cesare (30 a.C. ca., Musei Vaticani) e quello di Cleopatra ritrovato a Roma (ca. 45 a.C., Musei Vaticani), oltre che da splendidi cammei, preziose monete e altri rarissimi oggetti. La mostra indaga poi gli anni romani di Cleopatra (dal 46 al 44 a.C.) quando, come testimoniano preziosi e rari documenti archeologici, il costume e la moda dell’Urbe cambiano, sotto l’influenza della regina e della sua corte. Mentre le matrone iniziano ad acconciarsi all’egizia e a indossare monili elaborati sull’immagine del sacro ureo (il serpente simbolo della regalità e dell’immortalità dei sovrani), case, ville e giardini si rivestono di pitture, mosaici, sculture e arredi ispirati al regno: è egittomania.

Artisti e artigiani alessandrini si trasferiscono a Roma e in altri importanti centri dell’Impero, per rispondere con maggiore celerità e adeguatezza alle crescenti richieste della classe patrizia locale. Lo dimostrano opere di alta oreficeria, tra cui spicca il Bracciale a corpo di serpente (I. sec. a. C. I sec. d. C., Museo Archeologico Nazionale di Napoli) ritrovato tra i beni di una matrona, forse la proprietaria della celebre Casa del Fauno a Pompei. Oppure la statua raffigurante la Sfinge (I sec. d. C., Museo Archeologico Nazionale, Napoli) accovacciata con il copricapo simbolo della regalità faraonica, che aveva funzione decorativa per una fontana nel giardino di una domus della città vesuviana, insieme ad affreschi, mosaici, prezioso vasellame da mensa in argento e in alabastro, ritrovati a Roma e nel mondo romano. Irrompono nel Panteon romano i culti egizi, a cominciare da quello di Iside, dea patrona della vita ma anche della navigazione così importante per Roma. La ammiriamo ritratta sia nelle vesti tradizionali egizie, quelle indossate da Cleopatra, incarnazione della dea secondo la religione egizia, dal 36 fino alla morte avvenuta nel 30 a. C., sia in quelle ellenistico-romane, mentre allatta il dio bambino Horo. Insieme con lei sono Anubi, protettore dei defunti, di cui si espone una bellissima Statua (I sec. a.C. – I sec. d.C., Museo Archeologico Nazionale, Napoli), che raffigura la divinità dalla testa di cane e il corpo di Hermes - Mercurio, prodotto dell’ellenizzazione della divinità egizia, Bes, gnomo benefico, Arpocrate ragazzino, raffigurato su piccole steli a carattere magico, e altri ancora. Conquistato l’Egitto nel 30 a. C. e scomparsi di scena perché suicidatisi nello stesso anno M. Antonio e Cleopatra, i nuovi regnanti – anzitutto Cesare Ottaviano, Augusto e principe dal 27 a. C. devono adeguarsi alle millenarie tradizioni della terra del Nilo per essere accolti e riconosciuti come sovrani dalla popolazione. Cleopatra è in qualche modo vendicata: Augusto siede sul trono che fu suo e di suo figlio Cesarione, fatto ammazzare nel frattempo dal vincitore, e ne prosegue il ruolo di dio faraone. Così lo vediamo vestito dell’abito tradizionale egizio e degli attributi faraonici in un unicum museale, dal Museo Champollion di Figéac: un rilievo dipinto proveniente dal tempio da lui eretto a Kalabsha in Bassa Nubia. In mostra anche Tiberio, sempre raffigurato come faraone, un misterio-

so quanto affascinante Ritratto di imperatore romano come faraone del I secolo d.C. proveniente dal Louvre e altri successori di Augusto, come Nerone e probabilmente Domiziano, quest’ultimo propugnatore dei culti isiaci a Roma. Aegypto capta, L’Egitto conquistato, è inciso sul dritto delle monete coniate da Ottaviano intorno al 28-27 a.C., dopo la vittoria su Antonio e Cleopatra. La mostra intende però raccontare come in realtà fu anche Roma a su-

bire l’indiscutibile fascino dell’Egitto e a rimanerne a sua volta conquistata. Cleopatra abile politica che cercò di reinserire l'Egitto nello scacchiere delle potenze del tempo, colta e raffinata segnò in maniera indelebile la sua epoca. Il suo fascino ancora ha il potere di colpire e la mostra a lei dedicata ne è la conferma. “Piangene ancor la trista Cleopatra, che, fuggendoli innanzi, dal colubro la morte prese subitana ed atra”. Dante, Divina Commedia Paradiso VI canto.

Ritratto di Alessandro Magno detto “Alexandre Guimet” 300 o 170-160 a.C. circa, Marmo Dal Basso Egitto Parigi, Musée du Louvre © RMN - Grand Palais (Musée du Louvre) / HervéLewandowski

Cleopatra. Roma e l'incantesimo dell'Egitto. 12 ottobre 2013/ 2 febbraio 2014 Chiostro del Bramante Arco della Pace, 5 Orario: 10-20, sabato e domenica 10-21. Lunedì chiuso. Biglietti: Intero € 13,00, ridotto € 11,00 Tel. 06916508451 Catalogo Skira www.mostracleopatra.it info@chiostrodelbramante.it

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intervista

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SILVIA AVALLONE è nata a Biella nel 1984 e vive a Bologna, dove si è laureata in Filosofia e specializzata in Lettere. Nel 2007 ha pubblicato la raccolta di poesia “Il libro dei vent’anni” (Ed. della Meridiana) vincitrice del premio Alfonso Gatto sezione giovani. Sue poesie e racconti sono apparsi su “Granta” e “Nuovi Argomenti”. Ha scritto per il “Corriere della Sera” e per “Vanity Fair”. Con il suo romanzo d’esordio “Acciaio” (Rizzoli, 2010) ha vinto il premio Campiello Opera Prima, il premio Flaiano, il premio Fregene, e si è classificata seconda al premio Strega 2010. Il romanzo è stato tradotto in 22 lingue e in Francia, con “D’Acier”, ha vinto il Prix des lecteurs de L’Express 2011. La rivista Lire lo ha premiato come miglior primo romanzo straniero. Da “Acciaio” è tratto il film omonimo, per la regia di Stefano Mordini con Michele Riondino e VittoriaPuccini e prodotto da Palomar, presentato alla 69^ Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia.

Marina bellezza stella fulgente Incontriamo la scrittrice Silvia Avallone che nel suo ultimo romanzo descrive attraverso una figura di donna indimenticabile le vicissitudini di una generazione per ottenere un posto al sole. di Alessandra Stoppini

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poi l'aveva vista esplodere, dal giorno alla notte. Diventare una ragazza, consapevole della sua bellezza... ”. Marina Bellezza ha ventidue anni, bionda, alta un metro e settantacin-

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que, è splendida e ha tutti gli uomini ai suoi piedi, perché con lei c'è da perdere la testa. Marina ha dentro di sé un forte desiderio di riscatto, una grande voglia di vincere, di diventare una star e usa la sua voce originale e potente per cambiare il suo destino. Sono gli abitanti di Biella e dei paesi tra la Valle Cervo e la Valle Mosso che l'hanno vista crescere i

suoi primi entusiasti spettatori, lì in quei luoghi un tempo popolosi e floridi ora deserti e desolati testimonianza di “un'epoca irrimediabilmente sull'orlo della fine”. Infatti, l'abbondanza dei tempi in cui Biella trainava il tessile nazionale e fondava la prima televisione privata della storia italiana ora è irrimediabilmente finita.

Il bibliotecario Andrea Caucino ama riamato Marina di un amore assoluto e tenace anche se i suoi sogni sono diversi da quelli della sua fidanzata. Andrea in quella Valle che molti vedono come un Far West, una terra di frontiera, vuole restare per riconquistare un territorio ormai abbandonato. “In fondo, la sua era una generazione tagliata fuori da tutto, nata nel posto sbagliato al momento sbagliato. E allora tanto valeva ritirarsi sul confine. Tornare indietro, disobbedire”. Tre anni fa Acciaio (Rizzoli 2010) l'esordio letterario di Silvia Avallone aveva stupito pubblico e critica per la capacità dell'autrice di raccontare un mondo, quella classe operaia e metallurgica di Piombino che già nel 2001 non si faceva più illusioni. Era l'incipit della crisi economica che allora in pieno benessere sembrava impossibile dovesse arrivare. In questo nuovo atteso romanzo la scrittrice attraverso la narrazione delle eroiche gesta di Marina e Andrea, non solo rende un omaggio alla terra dei suoi nonni ma coglie con precisione estrema il disagio dei venti trentenni di oggi che sono costretti

a emigrare all'estero o a lasciare le città per tornare nei luoghi natii, dove c'è una nuova Italia da ricostruire rimboccandosi le maniche. Il volume uscito nelle librerie lo scorso 18 settembre è subito balzato ai primi posti della classifica dei libri più venduti a dimostrazione del fatto che ancora una volta Silvia Avallone descrivendo la provincia italiana, che qui diventa un territorio di frontiera da riconquistare, sa intercettare lo spirito dei tempi. È questo il requisito indispensabile per un autentico scrittore. “Poche persone erano in grado di captare con esattezza la direzione del tempo, di captarla anche senza comprenderla”. Silvia, la Sua Marina è bella, ha una voce che è “una via di fuga”, sogna il successo per un'innata voglia di riscatto, a tratti appare un po' irritante ma nonostante tutto non si può non fare il tifo per lei. Che cosa ne pensa? Mi è molto difficile non parteggiare per i miei personaggi, nei loro confronti provo sempre una sorta di apprensione materna: in particolar modo per Marina, che unisce in sé una furia quasi eroica e un’estrema fragilità. Sin dall’inizio ho desiderato costruire il suo personaggio di modo che fosse difficile da giudicare, scomodo, contraddittorio. Volevo che avesse la grazia e la feroce determinazione delle cantanti più famose, specialmente quelle americane, icone del nostro tempo; ma che fosse anche una ragazza ferita, una figlia arrabbiata e allo stesso tempo devota, una creatura selvatica e imprevedibile. Anche le sue bellezze sono due: la prima, l’apparenza che cattura l’occhio delle telecamere, e la seconda, che coincide con la sua natura, specchio della valle in cui è nata. Il sogno di Andrea, figlio ribelle dell'avvocato Maurizio ex sindaco di Biella, di creare una piccola azienda casearia nella vecchia e abbandonata cascina del nonno paterno, è un'utopia? Non è un’utopia: esistono molte storie reali di ragazzi che hanno scelto di restare o tornare nelle loro terre di origine, e di recuperare mestieri antichi con uno spirito innovativo. La crisi economica che stiamo vivendo sta ribaltando molte categorie, valori, domande e desideri. I miti del successo e della carriera ad ogni costo si stanno rivelando sempre più vuoti e, di fronte alle difficoltà e alle incertezze, il desiderio di prendere altre

strade e di impostare le proprie scelte di vita in modo nuovo si sta facendo sempre più spazio. Credo che nella decisione di Andrea ci sia non solo un esempio di coraggio, ma anche una tenace forma di resistenza attiva e costruttiva, di cui c’è molto bisogno. Andrea e Marina sono legati tra loro da un amore da Lei definito “sacro” hanno un modo diverso di opporsi alla crisi che li circonda? Marina e Andrea sono le due risposte estreme e opposte alle difficoltà che la crisi impone, specialmente alla mia generazione. Quando le strade normali non sembrano più percorribili, occorre azzardare imprese coraggiose, spesso controcorrente. Anche il sentimento che li lega è una risposta all’incertezza generale. Il loro amore non è tanto un’attrazione, quanto una scelta. Una reciproca promessa di fedeltà e di cura, in un’epoca di disillusioni e di precarietà. Anche questa, almeno per me, è una forma di reazione costruttiva. Marina mentre attraversa la pianura che l'ha vista nascere sembra non accorgersi delle file continue di outlet su entrambi i lati della strada “residui in cemento armato del ventennio breve”, quell'epoca del miracolo economico cominciata all'inizio degli anni Novanta. Era dunque solo una grande bolla? Quello che mi stava a cuore era raccontare la storia di ragazzi, più o meno miei coetanei, che sono cresciuti con l’illusione e la falsa pro-

“Poche persone erano in grado di captare con esattezza la direzione del tempo, di captarla anche senza comprenderla”. pontemilvio

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intervista

messa che il benessere sarebbe durato per sempre, e il futuro si sarebbe rivelato una facile conquista, e che poi si sono ritrovati, una volta terminati gli studi, con la strada in salita e mille difficoltà cui far fronte. Allo stesso tempo, però, volevo anche raccontare storie di resistenza, di conquista, di coraggio, non di remissione. Ho voluto dipingere i miei personaggi quasi come pionieri, come piccoli eroi del quotidiano che non si arrendono: lottano per riconquistare il loro pezzetto di mondo, il futuro cui hanno diritto, ripopolando luoghi che le generazioni precedenti hanno abbandonato, riscoprendo bellezze rimaste sepolte; oppure strappandosi un posto in tv per poi ribellarsi e tornare indietro. Sentivo di aver bisogno di questo spirito: di frontiera, di ricostruzione e, soprattutto, di libertà. Antonio D'Orrico ha definito Marina Bellezza “il più bel personaggio femminile dai tempi di Filumena Marturano e della Califfa”. È d'accordo? Le parole di Antonio D’Orrico mi hanno commossa, emozionata, e resa felice. Ho amato moltissimo sia Filumena Marturano sia La Califfa. Non posso che esserne orgogliosa, e

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custodire, anche per il futuro, questa recensione così bella e preziosa. “Non fatevi rubare la speranza” è stato l'appello di Papa Francesco lo scorso 24 marzo durante l'omelia della Domenica delle Palme rivolto ai giovani perché non cedano allo scoraggiamento. Ritornare nei luoghi degli avi per riscoprire antichi mestieri lo possiamo considerare un atto rivoluzionario? A volte “il futuro è la strada sterrata che non ti aspetti”, così pensa Andrea a un certo punto, quando deve decidere concretamente cosa fare della sua vita. Mi trovo in pieno accordo con l’appello di Papa Francesco, penso che debbano e possano esistere sempre delle alternative: dei sentieri laterali, che magari non sono le autostrade rettilinee che immaginavamo, ma che sono percorribili e possono nascondere opportunità inaspettate. Occorre forse un coraggio sconosciuto in passato, così come inventiva e fatica. Ma né la speranza né il futuro possono essere strappati a intere generazioni. Riappropriarci di luoghi, conoscenze, bellezze abbandonate nei decenni passati, ricominciare anche dalle macerie, ricostruire, cambiare strada e

prenderne di nuove, per quanto incerte e sconosciute, può rappresentare una piccola rivoluzione, nell’accezione innovativa, libera, positiva del termine. È notizia recente che il polo siderurgico di Piombino in provincia di Livorno, polmone economico per la popolazione locale, sia destinato alla chiusura gettando così sul lastrico 4000 famiglie. Nel Suo romanzo Acciaio, caso letterario del 2010, ha raccontato tante storie di famiglie abitanti nei casermoni di via Stalingrado, che cosa ne pensa di quanto può avvenire? Raccontare è un modo per strappare le storie al silenzio, per combattere l’indifferenza, per condividere, prendere coscienza, reagire. Credo che drammi come questo riguardino tutti, e che non possano non essere affrontati come prima urgenza. Il lavoro è fonte non solo di vita, ma di dignità, di solidarietà, di futuro.


mostra

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Il Presidente Kennedy alla News Conference. 20 Novembre 1962. © Abbie Rowe / John F. Kennedy Presidential Library and Museum

Il sogno spezzato di Kennedy Al Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo la mostra fotografica che ricorda due avvenimenti fondamentali del XX Secolo fino al 24 novembre 2013. di Alessandra Stoppini

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ochi avranno la grandezza di piegare la Storia; ma ciascuno di noi può piegare una piccola parte degli eventi e nell'insieme di tutte quelle azioni sarà scritta la storia di questa generazione”. Queste parole di Robert Kennedy datate 6 giugno 1966 danno il senso della rassegna fotografica Freedom Fighters. I Kennedy e la battaglia per i diritti civili che è stata inaugurata il 24 pomeriggio scorso presso lo Spazio D del MAXXI alla presenza di Kerry Kennedy, figlia di Robert Kennedy, Presidente del Robert F. Kennedy Center for Justice and Human Right, organizzazione no – profit che lavora per realizzare il sogno di un mondo pacifico. “Credo che la mostra che stiamo inaugurando questa sera sia importante non soltanto perché è una passeggiata nella Storia ma perché, mi auguro che lo sia, possa in un certo senso rappresentare per tutti quanti noi che l'andremo a visitare una sfida a chiederci: che cosa sono disposto a sacrificare per il mio Paese? Cosa sono pronto a fare? Martin Luther King ha sacrificato se stesso per il proprio Paese, così come hanno fatto gli attivisti dei diritti civili. John Kennedy ci ha detto: non chiederti cosa il Paese può fare per te, chiediti cosa tu puoi fare per il tuo paese. Credo che queste domande siano domande che tutti noi ci dovremmo porre”. Ha dichiarato Kerry Kennedy. Promossa dal RFK Center Europe in collaborazione con l’Ambasciata degli Stati Uniti d’America in Italia e curata da Contrasto e Fondazione FORMA per la Fotografia, la mostra è presentata a Roma per la prima volta in occasione del cinquantesimo anniversario dell’assassinio del Presidente John Fitzgerald Kennedy avvenuto il 22 novembre 1963. Quest’anno inoltre ricorre anche il cinquantenario dalla Marcia su Washington, organizzata da Martin Luther King il 28 agosto 1963 in sostegno dei diritti degli afro - americani. L'esposizione, a cura di Alessandra Mauro e Sara Antonelli, è realizzata in collaborazione con il MAXXI e con il contributo della Fondazione Roma. Al progetto esprime il suo apprezzamento il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, con una lettera alla Presidente del RFK Center Europe, Marialina Marcucci: “La mostra – scrive il Presidente Napolitano – offre un significativo stimolo a riflettere sul valore attuale

delle posizioni allora assunte per la realizzazione di una società più giusta, inclusiva e solidale, ma anche sulle condizioni di quanti, in tutto il mondo, vedono tutt’ora calpestati i loro diritti. […] Tutti siamo chiamati a fare la nostra parte”. Al MAXXI saranno esposte circa 80 fotografie per ricordare la lunga battaglia per i diritti civili e il ruolo importante dei fratelli John e Robert Kennedy, due giganti della Storia, i quali s’impegnarono a livello politico per assicurare a ogni individuo pari opportunità, indipendentemente dalla posizione sociale, dal credo religioso e dal colore della pelle. Contemporaneamente il Gruppo Sorgente ospiterà una selezione di immagini su questo stesso tema presso la Galleria Alberto Sordi di Via del Corso a Roma. La mostra, divisa in due sezioni, ripercorre il percorso delle conquiste civili raggiunte negli USA grazie anche all’impegno e al sostegno di uno dei più amati leader americani e di suo fratello, al tempo della Presidenza Kennedy Ministro della Giustizia. Tenendo bene in mente la frase di Bob Kennedy: “il futuro non è un dono, è una conquista” i curatori hanno diviso in tal modo l'esposizione. Nella prima sezione della mostra è visibile un’accurata cronologia riguardante le tappe che hanno segnato la battaglia per i diritti civili, ripercorrendone le diverse fasi e i protagonisti che l’hanno animata, tra cui Malcom X e Martin Luther King, attraverso testi e immagini che, come un nastro cinematografico, scorrono su grandi pannelli a parete. L’arco cronologico parte dal 1776, anno cui Il Comitato dei Cinque costituito da John Adams, Benjamin Franklin, Thomas Jefferson, Robert R. Livingston e Roger Sherman, presenta al Congresso la bozza della Dichiarazione di Indipendenza, e arriva fino al 1964, anno in cui fu assegnato il Premio Nobel per la Pace a Martin Luther King. Nella seconda sezione ecco alcune fotografie di grande formato che ricordano i gesti e le immagini iconiche che hanno segnato i momenti più importanti ed emblematici di questa grande lotta civile. Dai celebri scatti che ricordano l’assurdità della segregazione razziale negli anni Cinquanta (immagini di Elliott Erwitt ed Eve Arnold, tra gli altri), alle fotografie degli scontri di Birmingham, a quelle che ritraggono il movimento dei Freedom Riders o alla quotidiana attività politica dei fratelli Kennedy, ripresi nelle loro

riunioni, nei comizi pubblici o negli incontri con la stampa e con i leader dei movimenti di emancipazione. Infine, negli scatti di Bruce Davidson, di Danny Lyon e di altri grandi fotografi, l’emozione della Marcia su Washington rivive in tutta la sua grandezza, un incredibile colpo d'occhio, così come nell’immagine di Leonard Freed è ritratto Martin Luther King al suo rientro negli Stati Uniti dopo aver ricevuto il Premio Nobel, attorniato dalla folla. Fino alla metà degli anni Sessanta in molti Stati USA erano in vigore leggi discriminanti nei confronti della popolazione afro americana, leggi che negavano loro i più elementari diritti civili. Proprio durante quegli anni si fece aspra e cruenta la legittima lotta dei neri d'America per affermare la propria dignità. “I miei genitori non erano soliti separare la vita lavorativa dalla vita familiare quindi capitava molto spesso che noi figli andassimo a trovare nostro padre presso il Dipartimento di Giustizia. Una di queste visite avvenne l'11 giugno 1963 durante una delle giornate più importanti per il movimento per i diritti civili. Quel giorno il Governatore dello Stato dell'Alabama George Wallace aveva affermato che non avrebbe consentito a nessun studente di colore di mettere piede all'interno dell'Università. Anzi Wallace disse che si sarebbe posto fisicamente sulla porta dell'Università per impedire che gli studenti afro - americani (ma il Governatore non usò questo termine) potessero accedervi. A quel punto il Presidente Kennedy e mio padre decisero di inviare ben 20mila soldati della Guardia Nazionale per garantire che questi due studenti di colore potessero avere accesso all'Università. Mio padre poi mi scrisse una lettera che ancora oggi conservo: «Cara Kerry, oggi è stata una giornata importantissima e non solo perché tu mi sei venuta a trovare. Lo è stata anche perché oggi a due studenti afro - americani è stato consentito di iscriversi all'Università dell'Alabama nonostante l'opposizione del Governatore Wallace. Sono molto felice e mi auguro che casi di questo genere non si verifichino mai più e che siano ormai dimenticati da lungo tempo quando tu manderai i tuoi figli al college»”, ha ricordato Kerry Kennedy intrecciando memorie di famiglia con eventi della storia americana recente. Gli scatti di questa mostra fanno comprendere quanto sia importante un principio fondamentale che spes-

so viene calpestato: l’uguaglianza tra gli esseri umani. La storia di Jack e Bob Kennedy in tal senso è esemplare. “Ogni qual volta un uomo si batte per un ideale o opera per migliorare la condizione degli altri o lotta contro l'ingiustizia, invia un minuscolo impulso di speranza e tutti questi impulsi provenienti da milioni di centri di energia e intersecandosi gli uni agli altri possono dar vita a una corrente capace di travolgere i più possenti muri dell'oppressione dell'ostilità”. Robert F. Kennedy, Sud Africa (1966).

Il presidente John F. Kennedy e il ministro della giustizia Robert F. Kennedy nel colonnato dell'ala ovest della Casa Bianca. Washington, 03 Ottobre 1962. © Cecil Stoughton / John F. Kennedy Presidential Library and Museum

Freedom Fighters. I Kennedy e la battaglia per i diritti civili 25 ottobre – 24 novembre 2013 Maxxi – Museo Nazionale delle Arti del XXI Secolo Spazio D Via Guido Reni, 4a Tel. 06/39967350 Orari: mar – merc- giov – ven – dom 11.00 - 19.00, sab 11.00 – 22.00 Ingresso libero info@fondazionemaxxi.it

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Ponte Milvio novembre 2013  
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