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Il Sardegna 7 Ottobre 2005

Culture

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Il racconto

R+

Marco Casula CAGLIARI

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Bentornato a casa dove tutto resta uguale ALESSANDRO RAGATZU

I

l sole alto di mezzo agosto picchiava ferocemente sullo specchio di mare iridescente. La linea dell’orizzonte, indistinguibile, pareva confondersi con il cielo terso, sgombro di nubi, dopo giorni e giorni di vivace maestrale. Appoggiato alla ringhiera di uno dei ponti del piroscafo, Istevene si lasciava cullare dallo sciabordio delle onde. D’incanto il riflesso della città affiorò sulle acque. L’odore del mare ora si combinava con quello del gasolio di qualche peschereccio passato accanto. Lasciatosi dietro il suo purgatorio, per lui si apriva ora la prospettiva di uno splendido ritorno. Poteva ridiventare l’uomo che un tempo, al tramonto, aveva attraversato il viale di Buon Cammino con addosso il vestito buono della domenica, baldanzoso e soddisfatto delle promesse che la vita avrebbe mantenuto. L’uomo che avrebbe dato un calcio alla condanna della sua condizione. Aveva lasciato ogni cosa dietro le spalle. Aveva abbandonato Bruxelles, Liegi, il mondo che per quasi dieci anni era stato parte rilevante della sua esistenza. Aveva chiuso con il passato e con gli amici. Non gli era importato in fondo niente, per quanto fosse intimamente riconoscente della loro amicizia. Era come avesse già dimenticato. Tornava a casa, nella sua città. Non era la Liegi di Simenon o di Theodor Gobert, né la Bruxelles centro dell’Europa, né l’Amsterdam cosmopolita e aperta, né assomigliava ad alcuna delle tante città che aveva conosciuto. Ma era qui che era la sua casa, dove poteva ritrovarsi come parte del tutto, tra la sua gente, immerso nella sua storia mi-

nore, periferia del mondo, piccolo villaggio del pianeta Terra. Scese la scaletta del piroscafo. Decise di farsi a piedi tutto il portico di via Roma per raggiungere via Sulis. Aveva preso in affitto una mansarda che il suo legittimo proprietario, un tale di nome Cannas, pretendeva di chiamare appartamento. Lungo strada comprò un quotidiano locale, tanto per assaporare un’abitudine persa. Non si sorprese vedere che ben poco era cambiato. Il periodo agostano non vietava alla gente di essere ancora indaffarata in quel punto della città, proprio come quando l’aveva lasciata. Anche adesso, come allora, il centro era un grande bazar,

regno del consumo, secondo vecchie e, a quanto pareva, nuove abitudini. Lungo il cammino si riappropriò delle strade della sua città. Il Largo Carlo Felice, per buon tratto occupato da dimesse bancarelle, poste in contrasto quasi di fronte alla Banca d’Italia e ai vecchi edifici delle più importanti banche; la piazza Yenne, che quasi non si notava circondata come era dal traffico e la via Manno, isola pedonale ante litteram quando ancora nessuno parlava di isole pedonali. La percorse fino ad arrivare all’Upim. Una volta sorgeva la chiesa di Santa Caterina e San Giorgio, distrutta dalle bombe anglo americane

Aveva attraversato viale di Buon Cammino con addosso il vestito della domenica

del '43. E qui Istevene incontrò, con sua sorpresa, una persona che non avrebbe mai pensato di vedere. Soprattutto ridotta in quello stato. Semi sdraiato sugli scalini dei grandi magazzini, con uno sguardo che tradiva una mente disturbata. Male in arnese, dall’aspetto di un mendicante, la folta barba e la lercia capigliatura ingrigita anzitempo, apparve ai suoi occhi una sua vecchia conoscenza. Non ricordava più il suo nome. Forse Bachisio o Bastiano Zuddas. I sudici indumenti che portava e le movenze da schizzato lo rendevano quasi irriconoscibile. Ma era lui, non c’era dubbio. Un compagno d’infanzia, uno dei tanti che non aveva più rivisto, ma che, a differenza di altri, poi seppe, aveva voluto dare un significato “politico” alla sua emarginazione, frequentando i circoli anarchici cittadini. Tipo eccentrico, adorava il vino e le donne. Vino alle masse, aveva scritto un giorno sui muri. Ricordava che una volta aveva fatto una sperticata esaltazione sul movimento spontaneo delle masse popolari. Ma al di là di questo, altro non ricordava. Caro Bastiano, o Bachisio o comunque si chiamasse, era stato coerente fino in fondo. Sugli scalini dei grandi magazzini, i suoi occhi erano adesso lo specchio della sua vita perduta. Una volta entrato nell’appartamento poté rilassarsi. Seduto sul balcone, sulla sedia a dondolo, si godette sino all’ultimo una Marlboro, mentre contemplava il panorama di fronte: le gru del porto, un cargo alla fonda, la distesa del mare. Un’occhiata al giornale: «Danni della siccità in Sardegna, 250 miliardi». Ben tornato in patria, si disse.


Bentornato a casa (GdS)  

Da il

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