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anno XVIII • n.189 • novembre 2011 www.poliziapenitenziaria.it

E’ Natale anche per noi


in copertina: I nostri auguri di Buone Feste a tutti gli iscritti al Sappe ai loro familiari e a tutti gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria in servizio e in quiescenza

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L’EDITORIALE Un nuovo Governo per un Paese in affanno

Organo Ufficiale Nazionale del S.A.P.Pe. Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria

di Donato Capece

ANNO XVIII • Numero 189 Novembre 2011

IL PULPITO Lo tsunami Palma - Ionta azzera la dirigenza penitenziaria di Giovanni Battista De Blasis

Direttore Responsabile: Donato Capece capece@sappe.it

IL COMMENTO I Baschi Azzurri di Marassi, angeli nel fango di Genova

Direttore Editoriale: Giovanni Battista De Blasis deblasis@sappe.it Capo Redattore: Roberto Martinelli martinelli@sappe.it

di Roberto Martinelli

Redazione Cronaca:Umberto Vitale Redazione Politica: Giovanni Battista Durante

L’OSSERVATORIO POLITICO Riuscirà il Governo Monti a portarci fuori dalla crisi?

Redazione Sportiva: Lady Oscar Progetto Grafico e impaginazione: © Mario Caputi (art director) www.mariocaputi.it “l’ appuntato Caputo” e “il mondo dell’appuntato Caputo” © 1992-2011 by Caputi & De Blasis (diritti di autore riservati)

di Giovanni Battista Durante

Direzione e Redazione Centrale Via Trionfale, 79/A - 00136 Roma tel. 06.3975901 r.a. - fax 06.39733669

GIUSTIZIA MINORILE I Centri di Prima Accoglienza per minori

E-mail:rivista@sappe.it Web: www.poliziapenitenziaria.it

di Ciro Borrelli

Le Segreterie Regionali del Sappe, sono sede delle Redazioni Regionali di:

Polizia Penitenziaria - S G & S Registrazione: Tribunale di Roma n. 330 del 18.7.1994

CRIMINI & CRIMINALI SKG Serial Killer Groupie

Stampa:Romana Editrice s.r.l. Via dell’Enopolio, 37 - 00030 S. Cesareo (Roma) Finito di stampare: Novembre 2011

di Pasquale Salemme

Questo Periodico è associato alla Unione Stampa Periodica Italiana

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Donato Capece Direttore Responsabile Segretario Generale del Sappe capece@sappe.it

Un nuovo Governo per un Paese in affanno e vecchi problemi penitenziari

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Nella foto il Ministro Paola Severino

a qualche settimana il Paese ha un nuovo Governo, guidato dal tecnico senatore a vita Mario Monti. Al di là delle valutazioni e dei giudizi sull’operato dell’Esecutivo Berlusconi, questo è il momento di fornire un concreto contributo ad un reale progetto condiviso funzionale alla crescita economica e occupazionale, alla stabilità della finanza pubblica e al recupero del ruolo primario dell’Italia in Eurozona e in Europa, anche per rendere conseguibile l’obiettivo del pareggio del bilancio pubblico al 2013. Per fare questo è necessario, a nostro avviso, coniugare legalità, equità, rigore e sviluppo e puntare su lavoro, impresa virtuosa e pubblica amministrazione efficiente; è necessario abbandonare la politica economica dei due tempi, che vede prima il risanamento dei conti e poi il sostegno alla crescita, bocciata dalla storia; si rende altresì necessaria una politica economica parallela funzionale sia al risanamento dei conti e alla riduzione del debito pubblico e sia alla crescita economica e occupazionale. E’ altrettanto ovvio che per favorire la crescita economica ed occupazione del Paese si rende necessario procedere, in tempi brevi e comunque utili, ad una organica ed equa riforma fiscale che comporti la riduzione di imposte e tasse per lavoratori, imprese e pensionati, attraverso una maggiore tassazione delle rendite di posizione e soprattutto un più deciso e incisivo contrasto a evasione, elusione e sommerso. Nel caso in cui si renda indispensabile una imposizione fiscale sui patrimoni, l’imposta dovrebbe interessare esclusivamente i grandi patrimoni con esclusione del piccolo risparmio e dei beni strumentali di impresa. Riguardo ad un possibile aumento dell’IVA, a meno che non riguardi esclusivamente i beni voluttuari e di lusso, si esprimono riserve per l’effetto negativo che potrebbe

avere sul tasso di inflazione, tendenzialmente in aumento per cause endogene ed esogene. E questo è possibile farlo anche intensificando la lotta all’evasione-elusione fiscale e contributiva, inasprendo le misure vigenti, anche con l’allargamento della previsione della sanzione penale, e introducendo uno strumento incisivo basato sul contrasto di interessi fra soggetti interagenti: la deducibilità fiscale, che in una prima fase potrebbe riguardare alcune fattispecie in cui l’evasione è diffusa e universalmente riconosciuta.

Si dovrà necessariamente definire ed avviare in tempi brevi un piano di lavoro a favore dei giovani e delle donne, con particolare attenzione alle aree economicamente deboli del Paese. Il piano dovrà necessariamente interessare la formazione, la puntuale realizzazione del progetto- apprendistato, la leva fiscale, nonché l’integrale utilizzazione di tutte le risorse disponibili, nazionali ed europee. Bisognerà infine affermare le priorità della spesa pubblica escludendo la pratica iniqua ed inefficace dei tagli lineari ed eliminando gli sprechi, determinati in gran parte dall’invadenza della politica nelle pubbliche amministrazioni, ridurre i costi della politica, anticipando l’attuazione dei provvedi-

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menti già previsti per legge e ampliando il campo di intervento, ma soprattutto compensare le palesi iniquità causate dalla sequenza delle recenti manovre finanziarie per lavoratori e pensionati e le gravi ed inique penalizzazioni normative ed economiche per i lavoratori del Comparto Sicurezza e del pubblico impiego. E’ del tutto evidente che il sistema degli interventi pubblici volto a sostenere la crescita economica e occupazionale va considerato in un quadro condiviso di regole e, in parte, realizzato in ambito europeo, anche per la salvaguardia della sovranità italiana in eurozona. Per quanto riguarda il nostro settore lavorativo, abbiamo salutato con favore la nomina di Paola Severino a Ministro della Giustizia: la riteniamo una scelta positiva, che è anche la prima volta di una donna Guardasigilli. Le sue note competenze tecniche, di avvocato penalista e di docente di diritto penale, saranno certamente utili a rimodulare e riformare il sistema dell’esecuzione penale italiana. E’ ora importante che il nuovo Guardasigilli ed il nuovo Governo mettano concretamente mano alla situazione penitenziaria del Paese, ormai giunta ad un livello emergenziale. La situazione di tensione che si sta determinando in molti istituti penitenziari del Paese rischia di degenerare e non si può perdere ulteriore tempo per interventi urgenti e non più procrastinabili, considerato anche che il Corpo di Polizia Penitenziaria è carente di più di 7mila unita. Oggi ci sono in carcere ben 67.510 detenuti a fronte di una circa 45mila posti letto. Bisogna dunque proporre soluzioni concrete. Noi, come primo Sindacato della Polizia penitenziaria, vogliamo fare la nostra parte, con serietà e responsabilità.

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Giovanni Battista De Blasis Direttore Editoriale Segretario Generale Aggiunto del Sappe deblasis@sappe.it

Lo tsunami Palma-Ionta azzera la dirigenza penitenziaria Entro il 2012 andranno via 20 dirigenti generali e più di 50 dirigenti penitenziari

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onfesso che lo scorso mese di aprile quando scrissi, sulle pagine di questa stessa rubrica, l’editoriale dal titolo “2010-2012: il triennio che cambierà il DAP” nemmeno io avrei potuto immaginare una evoluzione del genere, ed in tempi così brevi, della vicenda. In quell’articolo affermavo, infatti: Quello che non poté la politica, ottenne il tempo. Sono ben felice, oggi, di essere stato clamorosamente smentito perché, invece, la politica, “certa” politica, ha voluto, potuto e saputo fare cose ben oltre ogni mia più rosea immaginazione. Il terremoto Nitto Palma, in soli tre mesi (non oso nemmeno pensare cosa avrebbe potuto fare in tempi più lunghi), grazie anche alle illuminate intuizioni del Ministro Brunetta, ha praticamente azzerato i vertici del DAP. Tutto è iniziato il 15 di agosto allorquando Palma, in quel di Regina Coeli, ha preannunciato direttamente alla stampa la nomina del Magistrato Simonetta Matone a Vice Capo del DAP. Già questo annuncio-shock faceva presagire quanto fosse cambiato il vento di via Arenula, dal caldo scirocco del diplomatico Ministro Alfano alla gelida tramontana del determinato Ministro Palma. E in effetti, proprio la nomina della Matone ha sancito la fine di tutte le usuali trattative intradipartimentali, laddove già si vociferava di un accordo con Ionta per designare la dott.ssa Culla in sostituzione del Cons. Santi Consolo, sulla poltrona di secondo vice capo DAP. Ed invece, non solo Palma indicava Simonetta Matone come nuovo vice capo ma Ionta, allo stesso tempo, ridistribuiva le deleghe togliendo a Di Somma ogni residua competenza, svuotando di fatto il suo vicariato di ogni contenuto.

Ma tutto ciò, che già di per se stesso poteva sembrare un colpo mortale alla vecchia nomenclatura del DAP, era soltanto un presagio del terremoto che stava per arrivare a largo Daga, un po’ come la bassa marea di risacca che precede l’arrivo dell’onda anomala di un vero e proprio tsunami. Infatti, di lì a poco, il Ministro Palma di concerto col capo DAP Ionta, ha messo nero su bianco una disposizione che da un lato vietava categoricamente la concessione della proroga oltre i 65 anni a qualunque dirigente dell’amministrazione penitenziaria e dall’altro applicava la famigerata direttiva Brunetta decretando la “messa a riposo” di tutti i dirigenti, generali e non, che hanno superato i 40 anni di contribuzione previdenziale. Ciò vale a dire che, considerando l’aggiunta del riscatto degli anni della laurea, saranno posti in quiescenza tutti i dirigenti, generali e non, che hanno più di 35 anni di anzianità lavorativa, ovverosia quasi tutti coloro che hanno oltre 60 anni di età. In parole povere, a conti fatti, e contrariamente alle mie previsioni di aprile, nel triennio 2010-2012 sono (o saranno) “fuori” dell’amministrazione penitenziaria una ventina di dirigenti generali e più di cinquanta dirigenti penitenziari. Infatti, oltre quelli da me citati qualche mese fa (Massidda, Zaccagnino, Gasparo, Sparacia, Quattrone, Giuliani, Cesari, Faramo, Ragosa, Culla, Bocchino e Di Somma) dovrebbero andare via anche De Pascalis, Iannace, Di Paolo, Brunetti,e Salamone, più Ardita che ha lasciato la Direzione Generale Detenuti e, forse, Turrini che dovrebbe lasciare il Personale. E, per effetto della stessa disposizione, dovrebbero lasciare l’amministrazione anche una cinquantina di dirigenti. Qualche nome illustre? Palossi, Vaccaro, Sbriglia, Greco, Ursillo ...

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Quali considerazioni possiamo fare su una rivoluzione così epocale dell’amministrazione penitenziaria, seconda soltanto alla Riforma del 1990 ? Innanzitutto, dobbiamo prendere atto che lo tsunami è arrivato a Largo Daga e che, quindi, adesso è ora di rimboccarsi le maniche e tentare di ricostruire una nuova amministrazione penitenziaria, finalmente libera da ogni condizionamento generazionale e che abbia al proprio centro, non più quelle poche centinaia di dirigenti penitenziari che avevano occupato tutti i gangli del potere, ma i quarantamila uomini e donne della Polizia Penitenziaria. Ed ora che non ci sarà più l’ostruzionismo interessato e corporativo dei dirigenti dipartimentali, è arrivato anche il momento di realizzare la Direzione Generale del Corpo. Certamente non sarà, comunque, un’operazione semplice e potrebbe (dovrebbe) essere necessario qualche altro avvicendamento al DAP, in particolare quello di taluni dirigenti (relativamente giovani) che sono stati l’espressione della passata nomenclatura e che rivestono lo stesso incarico da più di cinque anni (in taluni casi anche più di dieci). Penso ad esempio, all’ ufficio stampa e relazioni esterne (in tutte le sue articolazioni: rivista, sito web, rassegna penitenziaria ...), ma anche ad altri un po’ nascosti ma cruciali per la gestione e l’amministrazione della Polizia Penitenziaria. Mi auguro, ed auguro al Corpo, di tornare ancora sull’argomento fra qualche mese per aggiornare l’elenco di coloro che hanno lasciato l’amministrazione penitenziaria o, perlomeno, il proprio incarico da troppo tempo egemonizzato. Absit iniura verbis: Buona pensione a tutti !

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Roberto Martinelli Capo Redattore Segretario Generale Aggiunto del Sappe martinelli@sappe.it

I Baschi Azzurri di Marassi, angeli nel fango di Genova

N Le foto testimoniano le condizioni della città di Genova immediatamente dopo il nubifragio

on ci sono parole adeguate e adatte per commentare l’immane tragedia che si è abbattuta su Genova lo scorso venerdì 4 novembre. Fango, macerie, disperazione e soprattutto quelle morti ingiuste di persone innocenti (tra esse la moglie dell’Assistente Capo della Polizia Penitenziaria Bennardo Sanfilippo, in servizio nell’NTP di Marassi) che scuotono e scuoteranno per sempre la coscienza di chi amministra le città, talvolta con colpevole superficialità. E’ stata ad esempio colpevole superficialità quella degli amministratori locali genovesi, e bene ha fatto sottolinearlo il Movimento 5 stelle di Genova, di ignorare gli allarmi di diversi esperti in merito ai rischi dei torrenti cittadini del capoluogo ligure, sui cui argini si è cementificato, troppo. La Liguria ha l’indice di cementificazione più alto tra tutte le regioni italiane. Genova ha l’indice più alto della Liguria. E come dimostrato dai recenti avvenimenti, l’intera regione ha un territorio caratterizzato da un delicatissimo equilibrio idro-geologico. Un equilibrio che qualsiasi tipo di edificazione può gravemente turbare, con le conseguenze che purtroppo oggi possiamo vedere.

Tutto questo nonostante siano passati 40 anni dal lontano 1970 in cui Genova si ritrovò alluvionata, con i suoi torrenti straripati. Un anno da quando il Ponente genovese è stato sommerso da una alluvione di fango. Qualche settimana da quando, il 25 ottobre scorso, il Levante ligure è stato interessato da piogge torrenziali che hanno devastato versanti e paesi, nelle Cinque Terre spezzine.

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Nonostante tutto, nulla è cambiato. Quando succedono gravi e terribili fatti come quelli del 4 novembre, mancano le parole e sale il magone. Sotto i nostri occhi sono passate immagini e video che ci fanno rabbrividire, di paura, terrore, immagini e video che ti rimangono impresse e non sarà possibile cancellarle. Nella drammaticità di quelle ore e di quei momenti, tantissime persone si sono date concretamente da

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fare per aiutare gli altri. Tra esse, mi sia consentito citare i Baschi Azzurri del Corpo di Polizia Penitenziaria di Genova Marassi, accorsi nella vicina via Fereggiano fin dalle primissime ore di quel tragico venerdì, eroi loro malgrado, protagonisti di un impegno straordinario, intervenuti tempestivamente per salvare le persone, contenere quanto più possibile i danni della grave alluvione e garantire sui luoghi disastrati, con la loro presenza, anche l’ordine e la sicurezza pubblica. I colleghi della Polizia Penitenziaria di Marassi sono stati eccezionali e, come primo Sindacato del Corpo, ci siamo detti, con l’intero Paese, orgogliosi del loro silente operato, nonostante il cuore infranto per le drammatiche morti che ci sono state. Sono certo che questo loro importante e disinteressato impegno civile e sociale sarà valutato per un doveroso riconoscimento istituzionale. Peccato però che l’Amministrazione Penitenziaria non abbia ritenuto di condividere e fare propria la proposta del SAPPe di inviare, in quelle tremende giornate, i circa 780 neo Agenti del 163° corso - a cominciare dalle oltre cento unità che erano ferme a Cairo Montenotte, senza alcun incarico operativo -, Agenti fermi da diverse settimane nelle Scuole in attesa di celebrare il giuramento che sarebbe stato più utile mettere a disposizione della Prefettura di Genova in ordine ad un possibile impiego in compiti di Protezione civile e di ordine pubblico (segnatamente nei servizi di repressione dei purtroppo numerosi episodi di sciacallaggio presso le abitazioni civili e gli esercizi commerciali devastati dall’alluvione – sono o no appartenenti ad un Corpo di Polizia dello Stato con qualifica di Polizia Giudiziaria? - ma anche di quei commercianti ladri e disonesti che hanno approfittato dell’emergenza per triplicare i prezzi dei beni in vendita). Sarebbe stato un segnale di sensibilità, di condivisione e di partecipazione importante. Ma il Dap ha ritenuto non ipotizzabile l’impiego a Genova nelle operazioni di soccorso degli agenti parcheggiati nelle Scuole perché, abbiamo letto su un comunicato stampa istituzionale, «gli allievi non

sono in possesso di una specifica preparazione in materia di protezione civile. Il loro impiego, quindi rappresenterebbe un intralcio e non già un aiuto alle operazioni di soccorso». Intralcio? A mio avviso non sarebbero stati affatto un intralcio ma, coordinati dalla Protezione civile e dalla Prefettura di Genova, un valido supporto ed aiuto: parliamo di quasi 800 agenti di Polizia Giudiziaria e di Pubblica Sicurezza utili sul territorio devastato dall’alluvione; parliamo di mille e 600 potenziali braccia utili a spalare il fango, a rimuovere le macerie nelle zone colpite dalla esondazione del torrente Fereggiano (non voglio fare polemica, ma su taluni comunicati stampa, anche istituzionali, si è letto Farraggiano o Ferraggiano: era forse il caso di documentarsi meglio prima di dichiarare, anche con una semplice ricerca su internet...) e a collaborare concretamente per aiutare popolazioni e città dal disastro ambientale.

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Quel è successo a Genova mi induce a qualche ulteriore riflessione. Si è detto in premessa della cattiva manutenzione dei torrenti genovesi. Chissà perché gli amministratori locali genovesi non hanno raccolto ultradecennale proposta del SAPPE di impiegare a Genova i detenuti in progetti per il recupero del patrimonio ambientale occupandosi, ad esempio, della pulizia dei greti dei torrenti e delle spiagge, della cura degli alberi e dei parchi della città. Impiegare in detenuti in progetti di recupero del patrimonio ambientale e in lavori di pubblica utilità - come la costante e periodica pulizia dei greti dei torrenti - è una delle richieste storiche del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE, motivata dalla necessità concreta di dare davvero un senso alla pena detentiva. I detenuti hanno prodotto danni alla società? Bene, li ripaghino mettendosi a disposizione della collettività ed imparando un

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Nelle foto sopra un’altra immagine dell’alluvione di Genova sotto i funerali di Angela Chiaramonte moglie dell’Assistente Capo Bennardo Sanfilippo


Nelle foto mestiere che potrebbe essere loro utile una a destra volta tornati in libertà. i danni del Oggi sono pochissimi i carcerati che lavonubifragio

rano nei penitenziari: la maggior parte

sotto oziano tutto il santo giorno. E allora, se è Angela e vero come è vero - che il lavoro è potenBennardo zialmente determinante per il trattamento Sanfilippo

rieducativo dei detenuti (perché li terrebbe impiegati per l’intero arco della giornata durante la detenzione - ore che oggi passano nell’ozio quasi assoluto; perché permetterebbe loro di acquisire un’esperienza lavorativa utile fuori dalla galera, una volta scontata la pena), perché non provare a percorrere anche questa strada? Perché non si prova a educare al bene attraverso il male, per usare il sottotitolo di un bel libro del magistrato Gherardo Colombo da poco nelle librerie? Un ultimo sentito pensiero vorrei infine rivolgerlo all’amico e collega Bennardo e ai

V la sottoscrizione

ogliamo riprendere, sulle nostre pagine, la nota diramata dalla Direzione della Casa Circondariale di Genova Marassi a tutti gli Istituti Uffici e servizi penitenziari. “Coloro che volessero versare un contributo a favore dell’Assistente Capo che ha perso la propria moglie durante l’alluvione di Genova possono farlo direttamente sul conto corrente postale dedicato”. Conto corrente postale intestato a: Sanfilippo Bennardo e Chiaramonte Angela IT 49S07601014 00000041677147

suoi figli Stefano e Domenico, straziati dalla tragica scomparsa della moglie e mamma Angela Chiaramonte Sanfilippo. Ci stringiamo commossi a loro in un abbraccio affettuoso e sincero. Mi ha colpito molto un passo dell’omelia che il Cardinale Arcivescovo di Genova Angelo Bagnasco ha tenuto nel corso della celebrazione della Santa Messa a suffragio delle vittime dell’alluvione. Parlando dei familiari di queste vite spezzate, anche in giovanissima età, ha detto: «vorremmo che sentissero il nostro abbraccio rispettoso e la forza della preghiera che eleviamo a Dio. Solo Dio, infatti, può raggiungere il cuore di ciascuno: Lui che conosce i nostri sentimenti più intimi, Lui che conosce il patire, la violenza e la morte. Nella fede, siamo certi che Maria Santissima, Regina di Genova, si porrà ai piedi della vostra acutissima croce e, come sul Calvario ai piedi del Figlio Gesù, porterà il suo conforto materno e sosterrà la vostra fiducia nel guardare avanti, sapendo che i nostri defunti sono nella vita di Dio e quindi ci restano accanto in modo nuovo». Parole impregnate da una forte spiritualità cristiana. Ma a colpirmi, e molto, sono state soprattutto le parole che Domenico ha detto ai funerali di mamma Angela. Lei, prima di morire in quel maledetto androne del civico 2/B di via Fereggiano, ha trovato la forza di metterlo in salvo. Domenico, questo ragazzo diventato uomo troppo in fretta, ha trovato in chiesa, nel giorno dei funerali della mamma, una forza analoga ed ha voluto essere degno di lei: «So che la mamma è qui con noi – ha detto ai presenti - ma voglio dire anche un’altra cosa: la mamma sarà sempre il mio eroe. Perché è morta per me, per salvare me». Mi auguro che la straordinaria forza d’animo dimostrata da questo ragazzo, a cui un destino cinico e barbaro ha tolto il suo bene più grande, la mamma, si traduca anche in una forza morale per aiutarlo quanto più possibile, con il fratello Stefano e papà Bennardo, a lenire il tremendo dolore per la ingiusta e drammatica tragedia che li ha colpiti.

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Gli Angeli di Marassi Isp. Pugliese Marco Ag. Sc. Biella Massimo Vice Sovr. Zedda Antonio Ag. Scelto Brevetto Antonino Ass.C. Sanfilippo Bennardo Agente De Lisio Ass. C. Deplanu Salvatore Ag. Pisu Francesca Ass. C. Tommei Mario Ag. Castagno Daniele Ass. C. Cristiano Luigi Ag. Vella Gabriele Ass. C. Rizzo Vincenzo Ag. Spano Davide Ass. C. Castulli Tommaso g. Abbinante Angelo Ass. C. Cocco Giuseppe Ass. C. Greco Maurizio Ass. C. Pottocar Stefano Ass. C. Blandini Giuseppe Ass. C. Marche Mario Ass. Ara Giovanni Ass. Grimaldi Antonio Ass. C. Alessi Luigi Ass. C. Massa Anna Maria Ass. Vitale Paolo Ass. Macrini Antonio Ass. Pernice Aniello Ass. Tarantino Domenico Ass. Melis Roberto Ass. Pappalardo Gaetano Ag. Sc. Alpi Maurizio Ag. Sc. Pennetta Giovanni Ag. Sc. Bavetta Calogero Ag. S. D’Agostino Giuseppe

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Paola Severino: chi è la nuova Ministra Guardasigilli

P

i Sottosegretari

Salvatore Mazzamuto 1947 - Avvocato, Professore ordinario di Diritto dell’Economia dell’Università di Roma Tre. Già componente laico del Consiglio Superiore della Magistratura e Consigliere Giuridico del Ministro Alfano.

Andrea Zoppini 1965 - Avvocato, Professore ordinario di Diritto Privato dell’Università di Roma Tre. Già componente della Commissione per la Riforma del Diritto Societario. Consigliere giuridico della Presidenza del Consiglio dei Ministri del Governo Prodi.

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rima Guardasigilli donna, Paola Severino, sessantatre anni, di Napoli, è uno dei più noti avvocati penalisti italiani e ricopre attualmente la carica di professore ordinario di diritto penale e Prorettore vicario dell’Università Luiss “Guido Carli” di Roma. Il nuovo ministro della giustizia è stata consulente di numerose società, banche ed associazioni di categoria. Laureata in giurisprudenza all’Università La Sapienza di Roma con votazione 110/110 e lode, Paola Severino vanta un curriculum con un lunghissimo elenco di cattedre di diritto penale pubbliche e private, compresa quella presso la Scuola Ufficiali Carabinieri di Roma. Dal 30 luglio 1997 al 30 luglio 2001 ha rivestito la carica di Vice Presidente del Consiglio della Magistratura Militare. È stata relatrice in numerosi convegni ed incontri scientifici sui temi del Diritto penale e del Diritto penale commerciale, nonchè membro di varie Commissioni ministeriali per la riforma della legislazione penale e processuale penale. Nel 2001 ha vinto la classifica dei manager pubblici più ricchi. Nell’elenco era finita in quanto vicepresidente (e donna, per la prima volta nella storia), del Consiglio della Magistratura Militare. Come avvocato penalista ha lavorato nell’entourage di Giovanni Maria Flick, che sarà poi nominato Ministro della Giustizia nel Governo di Romano Prodi. Ha difeso lo stesso Prodi nel processo Cirio. Ma anche Giovanni Acampora, legale della Fininvest coinvolto nel processo Imi-Sir. Ha ricevuto il premio ‘Marisa Bellisario 2009’ dedicato al tema delle ‘Donne per una giustizia giusta’. L’importante riconoscimento della mela d’oro, dedicato alle donne che si sono distinte per capacità professionali e doti umane eccellenti, le è stato tributato anche per essere stata la prima donna nominata Ordinario di Diritto penale in Italia e a ricoprire la carica di vice presidente del Consiglio della Magistratura Militare. Un eccellente curriculum e molti prestigiosi incarichi che ci confortano nella scelta di colei che guiderà il Ministero della Giustizia in questa fase non certo facile per il nostro Paese. Siamo sicuri che il suo rigore, le sue competenze e la sua nota professionalità saranno preziosi anche per rimodulare il sistema della giustizia italiana e quello penitenziario in particolare. Al Ministro Guardasigilli le più sincere felicitazioni e l’augurio di buon lavoro del primo Sindacato della Polizia Penitenziaria, il SAPPE, e della Redazione della Rivista. erremme

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La convenzione Sappe/Studio Legale Guerra Per rispondere ad una richiesta sempre più pressante dei propri iscritti, il Sappe ha stipulato una convenzione con lo Studio Legale Associato Guerra, come partner legale in materia previdenziale.

• assistenza legale nel relativo procedimento amministrativo; •assistenza nella fase giudiziale contro il relativo provvedimento negativo; • compenso professionale convenzionato.

Lo Studio Legale Associato Guerra è specializzato in materia di diritto pensionistico pubblico, civile e militare.

in materia di PENSIONE PRIVILEGIATA per il personale cessato dal servizio e/o i superstiti L’assistenza interessa: • il personale collocato in congedo senza diritto a pensione o con pensione ordinaria che possa ancora chiedere il riconoscimento della dipendenza da causa di servizio di infermità o lesioni riferibili al servizio stesso e la conseguente pensione privilegiata; • il personale collocato in congedo senza diritto a pensione o con pensione ordinaria, al quale sia stata negata la pensione privilegiata per non dipendenza da causa di servizio di infermità e lesioni o per non ascrivibilità delle stesse; • il personale cessato per inidoneità dal ruolo della Polizia Penitenziaria, già transitato o che debba transitare ai ruoli civili della stessa amministrazione o di altre amministrazioni, ai fini della concessione della pensione privilegiata per il servizio prestato nella polizia Penitenziaria; • il personale deceduto in servizio, ai fini della pensione indiretta privilegiata ai superstiti e di ogni altro beneficio previsto a favore degli stessi; • il personale già titolare di pensione privilegiata deceduto a causa delle medesime infermità pensionate, ai fini dei conseguimenti spettanti ai superstiti. L’assistenza comprende: • esame gratuito, legale e medico legale, del fondamento della domanda per la concessione della pensione privilegiata anche per i transitati al ruolo civile; • valutazione gratuita, legale e medico legale, del fondamento del ricorso contro il provvedimento negativo della pensione privilegiata; • valutazione gratuita, legale e medico legale, delle pensioni indirette e di riversibilità ai fini del trattamento privilegiato e dell’importo pensionistico liquidato; • assistenza nella relativa fase amministrativa e nella fase giudiziale contro il provvedimento pensionistico negativo; • compenso professionale convenzionato.

La convenzione tra il Sappe e lo Studio Legale Associato Guerra comprende • la causa di servizio e benefici connessi; • le idoneità al servizio e provvedimenti connessi: • i benefici alle vittime del dovere; • la pensione privilegiata (diretta, indiretta e di riversibilità) e gli assegni accessori su pensioni direttte e di riversibilità. La consulenza si avvale di eccellenti medici esperti di settore, collaboratori dell Studio Guerra, in grado di assistere l’interessato anche nel corso delle visite mediche collegiali in sede amministrativa e giudiziaria. In particolare, attraverso lo Studio Legale Associato Guerra , il Sappe garantisce ai propri iscritti: in materia di CAUSA DI SERVIZIO • valutazione gratuita, legale e medico legale, del fondamento della domanda per il riconoscimento della causa di servizio anche ai fini dell’equo indennizzo; • assistenza legale nella fase amministrativa; • valutazione gratuita, legale e medico legale, del fondamento del ricorso contro il provvedimento negativo di riconoscimento della causa di servizio e del’equo indennizzo; • assistenza legale nella fase giudiziale dinanzi alle competenti Sedi Giurisdizionali; • compenso professionale convenzionato. in materia di INIDONEITA’ AL SERVIZIO • valutazione legale e medico legale delle infermità oggetto di accertamento della idoneità al servizio, per la scelta strategica delle azioni da promuovere secondo gli obiettivi che intende raggiungere l’interessato; • assistenza legale nel relativo procedimento amministrativo; •assistenza nella fase giudiziale contro il provvedimento amministrativo; • assistenza amministrativa e giurisdizionale contro il provvedimento di trensito; • compenso professionale convenzionato. in materia di VITTIME DEL DOVERE • valutazione gratuita per l’accertamento della sussistenza delle condizioni di legge richieste per il diritto ai benefici previsti a favore delle vittime del dovere;

PER BENEFICIARE DELLA CONVENZIONE Gli iscritti al Sappe possono: • rivolgersi alla Segreterie Sappe di appartenenza; • rivolgersi agli avvocati Guerra presso le sedi degli studi di Roma (via Magnagrecia n.95, tel. 06.88812297), Palermo (via Marchese di Villabianca n.82, tel.091.8601104), Tolentino - MC (Galleria Europa n.14, tel. 0733.968857) e Ancona (Corso Mazzini n.78, tel. 071.54951); • visitare il sito www.avvocatoguerra.it


Giovanni Battista Durante Redazione Politica Segretario Generale Aggiunto del Sappe durante@sappe.it

Riuscirà il Governo Monti a portarci fuori dalla crisi? Quali saranno i costi di un eventuale default

L Nella foto il Presidente del Consiglio Mario Monti

a situazione economica del nostro Paese è sempre più drammatica. A nulla sono valse le manovre economiche ed i sacrifici imposti finora agli italiani. Lo spread, differenza tra Btp decennali e Bund tedeschi continua ad oscillare intorno ai 500 punti, i Bot a sei mesi hanno toccato il 6,5% ed i Btp a 2 anni l'8,2%. Stiamo parlando dei titoli di Stato italiani che, dopo l'entrata in vigore dell'Euro, non avevano mai raggiunto punte così elevate. Il governatore della Banca d'Italia aveva individuato la soglia dell'8% come picco massimo per i titoli, valore oltre il quale la tenuta del nostro Paese sarebbe stata a rischio. Quel limite è stato superato il 24 novembre, quando, appunto, ha toccato quota 8,2%. Ciò vuol dire che, nonostante il cambio di governo, gli investitori continuano a non avere fiducia nell'Italia, Paese al quale, per continuare a far credito, chiedono interessi sempre più alti. Prima dell'avvento dell'Euro il nostro Paese era in grado di pagare interessi molto maggiori: si ricordano tassi oltre il 13%. Era il periodo in cui il costo del denaro, per chi si indebitava, anche per contrarre un mutuo, era altissimo, ma, nello stesso tempo, il rendimento dei Bot, i titoli per chi non voleva rischiare nulla, rendevano dal 13 al 14%. La memoria di quanto avveniva qualche anno addietro ha spinto nei giorni scorsi Jens Weidman, presidente della Banca Centrale tedesca, la Bundesbank, ad affermare proprio che in passato il nostro Paese è stato in grado di pagare tassi ben più alti e, quindi, di trovarsi nella condizione attuale di poter ancora convivere con tassi al di sopra del 7%, non per molto, ovviamente. Oggi, diversamente da quanto avveniva prima dell'euro, l'Italia deve rispettare i parametri imposti dalla moneta unica. Il default dell'Italia determinerebbe la fine dell'Euro, della moneta unica, e l'implo-

sione di un sistema creato proprio per dare stabilità alla moneta ed ai paesi aderenti che, diversamente, sarebbero stati travolti dalla forza delle monete di altre potenze mondiali. Qualcuno ha adombrato l'ipotesi della fine dell'Euro, nel caso in cui l'Italia dovesse andare in default. La fine dell'Euro, in questo momento, come sostengono tutti gli esperti di economia, determinerebbe l'impoverimento di tutti i paesi aderenti, compreso l'Italia. Quindi, è bene che tutti si decidano a fare dei sacrifici, a cominciare da quelli che in questi anni hanno pagato di meno e usufruito di maggiori servizi e benefit vari. L'Italia è un Paese con una struttura burocratica elefantiaca, dai costi spaventosi. E ciò non riguarda solo il settore statale, ministeri e carrozzoni vari, ma anche e soprattutto gli enti locali, i cui sprechi passano spesso inosservati. Ci sono dirigenti comunali che guadagnano fino a cinquemila euro al mese, cifra che per percepirla in un corpo di polizia bisogna arrivare al grado di generale. Quindi, i comuni e le regioni farebbero bene a non lamentarsi troppo dei tagli ricevuti e che probabilmente riceveranno ancora: dovrebbero rendersi conto di come hanno sperperato anche loro le risorse negli anni passati. Tutto questo ha un unico e colpe-

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vole filo conduttore: la politica; quella degli sprechi, dei posti distribuiti senza che ce ne fosse la necessità, dei finanziamenti generosi, delle pensioni baby, delle false pensioni, dei tanti carrozzoni statali creati per impiegare gente che non ne aveva diritto. Il tutto, fatto per un unico scopo: gestire i consensi. I grandi manager italiani, che si possono contare sulle dita di una mano, tanto sono sempre gli stessi che girano da una grande azienda all'altra, hanno solo prodotto inefficienza: sperperi ed esuberi di personale; basta guardare le ferrovie, Alitalia ed altre aziende. Ma siamo sicuri che la colpa è sempre e solo loro, oppure di quei politici che li mettevano in quei posti, li pagavano lautamente e poi li obbligavano ad assumere personale a dismisura, quel personale sempre da loro raccomandato, per il solo ed unico scopo di gestire i consensi. Gli articoli ed i libri di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, in questi ultimi anni, ci hanno fornito uno spaccato del nostro bel Paese e di come è stato gestito, soprattutto negli ultimi trentanni, ma è poca cosa rispetto a quello che realmente è avvenuto. Basta pensare alle grandi aziende come la Fiat, la Parmalat ed altre, che negli anni passati hanno sempre avuto lauti finanziamenti dai vari governi, poi la Parmalat sappiamo com'è finita, la Fiat come sta andando e nonostante ciò, di tanto in tanto, si scoprono i patrimoni all'estero di quegli imprenditori che prima chiedevano i finanziamenti. Adesso che il Paese è in crisi, a rischio default, coloro che, negli anni passati, in modo più o meno lecito, hanno accumulato patrimoni immensi, si rifiutano di pagare la patrimoniale. Alla fine, sembra che a pagare saranno sempre gli stessi. Infatti, da quanto si apprende leggendo i giornali in questi giorni, ci saranno tagli alle pensioni, con lo stop all'adeguamento degli assegni

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all'inflazione e, probabilmente, con il passaggio al contributivo per tutti. Già la riforma Dini, la legge 335/95, aveva previsto il passaggio al contributivo per tutti coloro che iniziavano a lavorare dopo la data di entrata in vigore della legge e il sistema misto per coloro che nella stessa data avevano meno di diciotto anni di contributi; restavano con il vecchio sistema, retributivo totale, coloro che, invece, avevano già maturato diciotto anni di contributi all'entrata in vigore della legge. Il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo comporta la riduzione della pensione di almeno il 20% rispetto a quella calcolata con il sistema retributivo. Per intenderci, con uno stipendio di circa duemila euro mensili, la pensione sarà di circa mille e duecento euro. Chi ne guadagna mille, che sono la maggior parte, avrà una pensione di sei/settecento euro. Gli anziani del futuro saranno una generazione di nuovi poveri, i quali non avranno neanche un posto in una casa di riposo, dove, attualmente, è richie-

sta una retta che varia dai duemila ai tremila euro al mese. Nel caso delle pensioni, però, nessuno, politici in testa, si pone il problema dei diritti acquisiti, mentre, per loro, i politici, s'intende, avendo di recente deciso di eliminare i vitalizi, hanno pensato di farlo solo per coloro che verranno, per gli eletti dalla prossima legislatura, proprio per non togliere i privilegi acquisiti. Tanto, saranno davvero pochi i nuovi eletti alle prossime elezioni, visto che la maggior parte dei candidati, più o meno, sono sempre gli stessi della legislatura precedente. Sembra che non ci sarà la patrimoniale finanziaria perché, udite udite, secondo il governo sarebbe inefficace, atteso che i grandi capitali e gli evasori la farebbero franca comunque. Ergo, siamo un Paese che deve comunque sopportare l'evasione e l'elusione fiscale, perché incapace di contrastarla seriamente. D'altro canto, lo stesso Berlusconi ha detto che non vuole uno stato di polizia fiscale.

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Potrebbe esserci, anzi, quasi sicuramente ci sarà, l'Ici progressiva, che dovrebbe colpire, appunto progressivamente, i patrimoni immobiliari. Magra consolazione, tanto, la stragrande maggioranza degli italiani, i quali posseggono una sola casa, quella in cui vivono e per la quale, magari, hanno ancora in corso un lungo mutuo, dovranno pagare comunque, seppur poco, ma dovranno, anzi, dovremo pagare anche noi. I ntanto, non si parla più del dimezzamento dei parlamentari, dell'abolizione delle province, della riforma della legge elettorale. Tanto, questo è un governo tecnico, di emergenza nazionale, e dovrà fare altro. Speriamo che almeno ci porti fuori dall'emergenza, altrimenti, saremo costretti a pagare gli alti costi del ritorno alla lira. Gli esperti hanno già quantificato il costo pro capite. Per i greci sarebbe di 9.500/11.500 euro, per i tedeschi di 3.500/4.500 euro. Noi siamo nel mezzo? Forse siamo più vicini alla Grecia che alla Germania.

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a cura di Lady Oscar Redazione Sportiva rivista@sappe.it

Antidoping a scuola Le Fiamme Azzurre aderiscono all’ iniziativa itinerante organizzata da CONI e Comune di Roma

P Nelle foto a destra i relatori sotto la platea

er il secondo anno consecutivo il GS Fiamme Azzurre ha accettato di partecipare alle iniziative Antidoping a scuola e Contro doping, sport medicina e salute il progetto ideato e realizzato dal Prof. Giuseppe Capua (Delegato del Sindaco Alemanno per le attività sportive e motorie e per la sicurezza degli impianti sportivi) in collaborazione con l’Aics Comitato di Roma. Dopo il successo della passata edizione quindi l’iniziativa è tornata a coinvolgere gli studenti delle scuole medie della Capitale, con la fattiva collaborazione del gruppo sportivo della Polizia Penitenziaria, di Roma Capitale e del Coni Roma. Per due mesi dunque il Prof. Capua svolgerà delle lezioni itineranti all’interno delle scuole, affiancato dall’Aics e da testimonial del mondo dello sport e della cultura. Per lo sport, graditissima la presenza dei campioni delle Fiamme Azzurre, di nuovo protagonisti nel portare la loro esperienza di atleti di alto profilo, professionisti dello sport pulito e portatori di principi di lealtà in linea con una condotta che si addice anche al loro essere portacolori di un Corpo in divisa che, in quanto tale, richiede una chiara impostazione di base verso un’imprescindibile onestà personale e sportiva. Il preciso intento del progetto del Prof. Capua è stato quello di rendere coscienti anche i più giovani alunni dei gravi rischi per la salute derivanti dall’uso di sostanze proibite oltre che dare un messaggio relativamente ai frequenti casi di bullismo a scuola o nella cerchia di amici, spesso latenti. Un fenomeno da combattere con forza, imparando che avere il coraggio di chiedere aiuto nelle difficoltà non è una cosa da deboli. Le lezioni sono supportate da filmati ad immediato impatto emotivo, girati anche con l’ausilio di testimonial famosi del mondo dello spettacolo che hanno voluto spendersi al fine di dare maggiore forza ad un’iniziativa che combatte queste due terribili piaghe, dello sport e della vita più in generale. L’idea di rivolgersi ad un pubblico così giovane è partita dal presupposto che iniziare dai più piccoli, ma non così tanto da poter comprendere, significa

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fare prevenzione e sensibilizzare, prima delle possibili influenze a cui la società espone coi messaggi non sempre edificanti che veicola, sull’importanza di non seguire cattivi maestri e pessime abitudini nello sport e nelle relazioni sociali. L’idea che il bullo non sia il soggetto forte contro il quale soccombere e sentirsi inadeguati, o anche, l’idea che nello sport agonistico come nella competizione amatoriale con l’amico per poter esibire la forma più prestante, il doping e le scorciatoie non sono la soluzione che fa sentire persone migliori, soprattutto per i rischi a cui tali pratiche espongono, è stato un messaggio importante da trasmettere con spunti di riflessione per i ragazzi coinvolti che non di rado hanno impressionato per capacità critica e aderenza al filo conduttore di tutta l’iniziativa proposta. La prima scuola coinvolta nell’iniziativa di questa comunità di intenti tra conoscenze mediche e l’attività di promozione sportiva dell’Aics, è stata, lunedì 21 novembre, la Luigi Settembrini di via Sebenico, presso l’aula magna dell’Istituto Giulio Cesare, con studenti e docenti. Tra gli ospiti campioni dello sport Daniele Masala (medaglia olimpica di pentathlon), Stefano Pantano (medaglia d’oro olimpica di scherma), Ferando Orsi ( storico portiere della SS Lazio), Luca Massaccesi (medaglia di bronzo olimpica nel taekwondo dimostrativo a Barcellona 1992), e Giorgio Frinolli del GS Fiamme Azzurre, ex atleta di successo nei 400m ostacoli ed oggi valido tecnico della sezione Atletica leggera del gruppo. Tra i partecipanti istituzionali: Luciano Ciocchetti (Vice Presidente della Regione Lazio); le autorità sportive: Riccardo viola ( Presidente Coni Roma ), Massimo Zibellini, (Vice Presidente Coni Lazio), Bruno Molea (Presidente Nazionale Aics).L’Aula Magna dell’istituto Giulio Cesare, gremita degli studenti della Scuola Media Luigi Settembrini, si è vissuto il primo partecipato appuntamento. Ad aprire la mattinata, dopo il saluto delle autorità presenti, è stato per i personaggi sportivi proprio il GS Fiamme Azzurre con Giorgio, oggi tecnico di atletica, da sempre immerso nello sport per passione ed una derivazione familiare impossibile da contraddire:

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figlio di Daniela Beneck, primatista italiana dei 100 metri stile libero (due partecipazioni ai Giochi olimpici), e fratello di un altro Frinolli dell’atletica, Bruno, azzurro e campione nazionale di salto in lungo, Giorgio ha raccontato il suo modo di vivere lo sport, oggi nel formare nuovi campioni del prossimo futuro, un tempo come ostacolista dei 400m nella Polizia Penitenziaria, un ruolo che implicava serietà ed impegno autentico, senza artefazioni o aiutini per andare più forte, in linea con l’etica di ogni buon appartenente al nostro Corpo, prima ancora che del suo Gruppo Sportivo. Applaudito ed apprezzato, il suo intervento è stato seguito da quello degli altri testimonial presenti. Poi, chiara, asciutta e coinvolgente, c’è stata l’esposizione del Professor Giuseppe Capua ai ragazzi, nella quale sono stati evidenziati i rischi della pratica del doping e delle sostanze illegali in genere. Il No al doping e il richiamo, etico e culturale, allo Sport Pulito è venuto dai campioni che hanno preso parte a questa prima giornata portando la loro esperienza di atleti di alto livello. Un segnale importante anche dalle istituzioni, Roma Capitale, nella persona di Gianluca Quadrana, e Regione Lazio, rappresentata dal Vice-Presidente Luciano Ciocchetti, ai quali è stato strappato l’impegno di allargare l’iniziativa ad altre scuole romane e della provincia. Filmati riguardanti le imprese dei campioni presenti in sala, slide illustrative, cortometraggi promozionali contro il doping e contro il bullismo hanno arricchito la mattinata. Da una precisa e approfondita illustrazione dello psicologo Ado Grauso presente da specialista del settore per dare un chiaro quadro psicologico

Giorgio Frinolli Nato a Roma il 12 luglio 1970, appartiene ad una famiglia di solide tradizioni sportive. Figlio e “fratello” d’arte (il padre Roberto è stato campione europeo e finalista olimpico dei 400 ostacoli, la madre Daniela Beneck primatista italiana dei 100 stile libero con due partecipazioni nel nuoto ai Giochi e il fratello maggiore Bruno azzurro e campione nazionale del lungo), Giorgio Frinolli è entrato nelle Fiamme Azzurre nel ’92: l’anno precedente era già stato finalista dei 400 ostacoli alle Universiadi di Sheffield. Il ’93 è stato l’anno della sua definitiva consacrazione, con l’unico rammarico di aver mancato per pochi centesimi l’ingresso in finale dei Campionati Mondiali di Stoccarda, un traguardo di grande prestigio che Giorgio avrebbe senz’altro meritato. Un grave infortunio ha poi fermato l’avvio di una carriera di grandi prospettive: con enorme determinazione Giorgio ha cercato il rientro ad alti livelli, a suo merito il fatto di non aver mai ceduto. Nel 2000 ha centrato finalmente il pieno recupero, con una partecipazione olimpica culminata nella semifinale di Sydney. Dopo il suo ritiro agonistico, nel 2004 è entrato nello staff tecnico delle Fiamme Azzurre come punto di riferimento del settore velocità ed ostacoli. delle situazioni più comuni in cui maturano episodi di violenza, si è lanciato un significativo messaggio contro i casi di bullismo il più delle volte latenti ma incredibilmente diffusi. Il fuoco di fila di domande, pertinenti ed approfondite, degli studenti ha concluso la giornata dimostrando l’attenzione con la quale i ragazzi hanno seguito l’iniziativa, dando un contributo fondamentale al dibattito ed al confronto.

Nelle foto sopra Giorgio Frinolli sotto la locandina della iniziativa

Messaggio del Prof. Giuseppe Capua alla stampa per l’iniziativa nelle scuole L’iniziativa Antidoping a scuola e Contro doping, sport medicina e salute”, che riproponiamo per il secondo anno negli istituti romani rientra nella filosofia e nella cultura dell’Amministrazione di Roma Capitale, in particolare del Sindaco Gianni Alemanno che rappresento. Abbiamo voluto sin dall’inizio porre l’accento sulle problematiche sociali giovanili quali alcolismo, tossicodipendenze, nelle quali rientra a pieno titolo il doping sportivo. L’intento è quello di informare direttamente gli studenti sulle conseguenze che l’uso di sostanze proibite può causare sul fisico, creando danni irreversibili. Lo sport deve essere un mezzo per crescere culturalmente e per stare bene, a qualsiasi livello venga praticato, attività da affrontarsi con impegno e lealtà, senza barare, nei confronti degli altri e di se stessi. Dobbiamo usare tutte le armi a nostra disposizione per far recepire quello che è il vero messaggio che lo sport può dare: confrontarsi alla pari, senza trucchi e senza artifizi. Riuscire in questo significherebbe aver aiutato le nuove generazioni a diventare domani uomini migliori. La presenza di campioni “puliti” darà vigore ai nostri sforzi perché l’esempio vale più di mille parole. Dialogare con i giovanissimi servirà per creare un importante momento di riflessione e regalare agli studenti un prezioso bagaglio dal quale attingere negli anni a venire. Prof Giuseppe Capua - Delegato del Comune di Roma per le attività sportive e motorie

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a cura di Ciro Borrelli rappresentante Sappe ICF Roma borrelli@sappe.it

La Polizia Penitenziaria e i Centri di Prima Accoglienza per minori

C

ome è noto, il personale di Polizia Penitenziaria della Giustizia Minorile, oltre a garantire tutte le attività descritte nei precedenti numeri di questa rivista(Dipartimento G.M., Centri Giustizia Minorile, Istituti Penali), opera anche nei Centri di prima accoglienza (più conosciuti con l’acronimo CPA).

blica Minorile, accompagnano i minori presunti autori di reato al più vicino C.P.A. consegnandoli al personale del Corpo di Polizia Penitenziaria che li tutela fino all’udienza davanti al Giudice per le Indagini Preliminari. Scopi principali dei Centri di Prima Accoglienza sono:

minore relativamente al proprio contesto familiare personale e sociale. Nel caso in cui ci si trovi nelle circostanze in cui siano coinvolti minori stranieri, dei quali spesso è difficile l’identificazione, in base all’art. 349 del cpp, gli organi di Polizia provvedono all’identificazione attraverso rilievi antropometrici (ad esempio, una radiografia del polso per accertare l’età) e rilievi segnaletici di carattere descrittivo, fotografico e dattiloscopico. Tutti questi dati contribuiscono all’elaborazione di un modulo denominato cartellino segnaletico, unico documento relativo alla personalità del minore straniero. Il CPA nell’iter processuale del minore

Nella foto il Centro di Prima Accoglienza di Roma

Il CPA è una struttura autonoma, distante e diversa dall’Istituto Penale Minorile ma che dipende comunque dal Centro Giustizia Minorile regionale competente per territorio. Invero, in alcune realtà d’Italia i CPA sono adiacenti agli Istituti Penali (vds CPA Firenze), con ingressi separati o addirittura sono ricavati in locali separati, ma inglobati negli IPM (vds CPA Bari). Detti Centri sono strutture adibite ad ospitare - con carattere di continuità sulle 24 ore- minorenni in stato di arresto, fermo o accompagnamento e ciò fino all’udienza di convalida che deve concretizzarsi entro 96 ore dal fermo. In virtù del disposto dell’art.9 del DPR 22 settembre 1988, detti Centri devono garantire la tutela dei minorenni senza configurarsi come strutture penitenziarie. I Corpi di Polizia che operano sul territorio, su disposizione della Procura della Repub-

• fornire i primi elementi di conoscenza dei minori all’autorità giudiziaria procedente; • svolgere attività di sostegno e chiarificazione nei confronti dei minori; • collaborare con gli altri servizi minorili; • instaurare contatti immediati con le famiglie. Scopi principali dei Centri di Prima Accoglienza nei confronti dei minori sono: • indurre il minore alla riflessione sul reato commesso; • spingere il minore a relazionarsi in maniera adeguata con gli altri; • sollecitare il minore ad assumersi le proprie responsabilità rispetto alle proprie azioni; • assistenza in sede di convalida e giudizio. Il lavoro dei CPA mira ad una mediazione giudiziaria con le varie autorità al fine di fornire i primi elementi di conoscenza del

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Il minore colpevole di reato ha il suo primo contatto nell’ambito del sistema giudiziario coi servizi di polizia preposti al controllo del territorio. Il primo impatto del minore con la giustizia è stato oggetto di attenzione già nel 1975 da parte dell’ ONU prevedendo all’art.10 comma 3 che i contatti tra le Forze dell’Ordine e il minore colpevole di reato devono avvenire nel rispetto del suo stato giuridico, evitando di nuocergli e tenendo sempre conto delle circostanze del caso. Infatti il contatto iniziale è fondamentale perché potrebbe influenzare l’atteggiamento del minore verso la società e lo Stato. Il successo di ogni intervento dipende molto da questi primi approcci, per cui si raccomanda benevolenza e fermezza. Oggi l’art.20 D.Lgs. 272/1989 prevede che l’operatore di polizia deve: • evitare l’uso di strumenti di coercizione fisica salvo in caso di necessità per ragioni di sicurezza; • trattenere i minorenni in locali separati da quelli che ospitano i maggiorenni già arrestati o fermati; • adottare cautele al fine di proteggere il minore dalla curiosità del pubblico limitandone disagi, sofferenze materiali e psicologiche.

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Estratto circolare DGM. 28/12/2006 La presenza della Polizia Penitenziaria nel CPA assume una particolare specificità: si tratta di valorizzare la portata del dettato normativo, attualizzandolo alla peculiarità del servizio e favorendo l’impegno della Polizia Penitenziaria non solo nell’espletamento delle attività di vigilanza, ma anche nello sviluppo di una più attenta competenza nell’ambito dell’osservazione e trattamento dei minori, così da fornire all’equipe quel contributo di conoscenza insostituibile che deriva dal quotidiano contatto professionale con l’utenza. Il personale del Corpo assicura che i minori: • non si allontanino dal CPA , commettendo il reato di evasione; • non mettano in atto gesti auto ed eterolesivi, • non commettano ulteriori reati, • rispettino le regole di vita comune. Devono garantire, inoltre, l’accesso alla struttura ai soli soggetti aventi diritto e a tutti coloro che vengono autorizzati, di volta in volta, dagli organi giudiziari competenti. La presenza della Polizia Penitenziaria all’interno dei Centri di Prima Accoglienza è prevista istituzionalmente: infatti l’esecuzione dei provvedimenti restrittivi della libertà personale è di competenza del Corpo di Polizia Penitenziaria ai sensi dell’articolo 5 comma 2 della legge 395/90. Dalla stessa norma derivano l’esclusività di alcune competenze, in particolare di tutte le attività che non possono essere svolte da altri operatori, quali le perquisizioni, le traduzioni, gli atti di P.G., i collegamenti con le altre Forze di Polizia e così via. Gli operatori di Polizia Penitenziaria concorrono al raggiungimento degli obiettivi del servizio, integrandosi con le altre figure professionali nell’accoglienza e nella attività di chiarificazione e di sostegno dei minori. Essi registrano il comportamento dei minori e ne condividono le osservazioni con il personale dell’area tecnica, partecipando all’equipe. In questo ambito si inserisce in piena integrazione il contributo della Polizia Penitenziaria, in una chiave di specializzazione nel settore minorile, di interazione con le altre figure istituzionali, di compartecipazione alla realizzazione degli obiettivi del servizio.

Trento: istituto in lutto per la prematura scomparsa del collega e amico Saverio Di Stefano

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averio Di Stefano, classe 1964, era un Assistente Capo di Polizia Penitenziaria, in servizio a Trento sin da prima assegnazione a partire dalla fine degli anni 80. Nativo del trapanese, impegnato nel servizio a turno, spesso ricopriva la mansione di Preposto Reparto Detentivo. Senza retorica, era un grande lavoratore, professionalmente preparato e disponibile, sempre pronto a dare un aiuto, a risolvere un dubbio, un problema, disposto al dialogo e al confronto costruttivo. E’ sempre stato un punto di riferimento per tutti i colleghi. Sorridente e altruista, cercava spesso di coinvolgere i colleghi e le famiglie, in un momento di benessere tra il personale, organizzando delle Feste durante il periodo Natalizio e di Carnevale. Ho ancora impressi nella mente due momenti importanti, quando mi ha dato il benvenuto appena sono arrivato a Trento ormai quindici anni fa, e l’ultima volta che l’ho visto. Ricordo che il giorno 2 Novembre u.s., lui smontando alle 8 del mattino, quantunque frastornato dal turno di notte, mi salutò, augurandomi una buona giornata. La sera stessa il suo cuore ha cessato di battere, portandolo via per sempre, alla giovane età di 47 anni, lasciando una moglie e tre figli minori affranti nel dolore. I colleghi tutti sin da subito si sono raccolti attorno ai familiari di Saverio, ed hanno affollato la chiesa per l’ultimo saluto. Ciao Saverio, grazie di tutto, riposa in pace e proteggi la tua famiglia e noi tutti sempre. Riccardo Bruno

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Lettera ad un collega amico Lunedi 7 Novembre 2011 ti abbiamo salutato per l’ultima volta, Saverio te ne sei andato all’improvviso la notte tra mercoledi e giovedi, e ci hai lasciato sgomenti. Ricordo ancora le nostre chiacchierate e le nostre divergenze di idee, discutere con te era sempre piacevole, se criticavi o non condividevi qualcosa, cercavi di farlo sempre in modo costruttivo e non solamente polemico o disfattivo. Questo è un pregio che hanno pochi, e tu lo possedevi. Non dimenticherò mai la tua simpatia, ci siamo conosciuti nel lontano 1994 e da allora ne è passato di tempo. Ma pensare, e purtroppo dovere accettare di non vedere piu la tua imponenza da gigante buono e davvero difficile per tutti noi. Oggi mi ha colpito la frase di un collega che citando la tua disgrazia ha detto: “Vogliamoci bene perché hai visto quello che è successo a Saverio……”. La tua scomparsa ci ha lasciati veramente più soli, guardaci da lassù e proteggici. Certamente noi abbiamo perso un amico in terra, ma sicuramente il Signore ne ha guadagnato uno in Cielo. Ciao Saverio, guardaci da lassù e soprattutto proteggi i tuoi tre figli e tua moglie. Con umiltà Massimiliano Rosa Segretario Provinciale Sappe, Trento

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Terni: inaugurata Chieti: il Sappe si confronta con gli una lapide per i iscritti dell’istituto defunti del Corpo

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n occasione della giornata di commemorazione dei defunti, è stata inaugurata all'interno del cimitero civico ternano, una lapide celebrativa in onore dei defunti del Reparto di Polizia Penitenziaria di Terni. La cerimonia, alla quale ha partecipato anche il Provveditore Raegionale dell'amministrazione penitenziaria, Ilse Runsteni, si è svolta alla presenza delle locali autorita' militari e civili, guidate dal Prefetto di Terni Augusto Salustri, dal Sindaco della città Leopoldo Di Girolamo e dal Presidente dell'Amministrazione provinciale Feliciano Polli.

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Il 28 ottobre 2011, presso un noto ristorante della città, la segreteria SAPPE della Polizia Penitenziaria della Casa Circondariale di Chieti si è riunita con gli iscritti per un incontro che ha avuto carattere di convivialità e di confronto sui temi caldi del Sindacato quali: organizzazione del lavoro, F.E.S.I., carenze di organico personale femminile e maschile, ecc. Nel corso della serata c’è stato l’incontro con il Primo Cittadino di Chieti, l’avv. Umberto Di Primio (nella foto al centro con la nostra rivista tra le mani). Particolarmente sentito è stato il momento del ricordo del nostro delegato Claudio Di Nisio, recentemente scomparso, figura sempre molto attiva e propositiva nell’attività sindacale. Massimo Ciaschetti

Roma: Pressello ancora vincente

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el 22° Torneo Internazionale Sankàku di judo, nella categoria kg 90 M3 Stefano Pressello si è classificato al primo posto conquistando l’oro. Un ottimo risultato in attesa della prova che attende il nostro collega in Austria, ai prossimi Campionati Europei di judo, organizzati dalla EJU (European Judo Union).

Melfi: ancora successi per il collega Bellebuono

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opo le varie vittorie aggiudicate dall’ Assistente Capo Bellebuono Giuseppe, residente a Lucera e in servizio presso la Casa Circondariale di Melfi - PZ, continuano i suoi numerosi successi, partecipando a gare in cui ci sono, oltre ad un gran numero di partecipanti anche gruppi di forti professionisti. Domenica 16 ottobre, ha disputato la Strasangiovannese, gara di 10 km. con un tempo di ben 34,20” classificandosi al 4° posto assoluto.

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Alghero: Salvatore Roma: visita di Daga sul podio funzionari della Polonia all’ICF

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l nostro collega di Alghero Salvatore Daga si è classificato al 3° posto nella gara ciclistica di Gran Fondo, organizzata dall’ex professionista Max Lelli, svoltasi a Manciano (GR) su una distanza di 164 km con un dislivello di 2.300 m. Antonio Cannas

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l 27 ottobre 2011 una delegazione dell’Accademia Europea di Polizia CEPOL, composta da funzionari polacchi ed italiani del Corpo di Polizia Penitenziaria, ha visitato l’Istituto Centrale di Formazione della Giustizia Minorile. Lo scopo della visita è stato quello di favorire la collaborazione tra i funzionari di Polizia europei addetti alla formazione del personale dei diversi Stati membri che partecipano all’Exchange Programme 2011. Durante la visita durata poche ore, il Vice Sovrintendente Ciro Borrelli

(dottore magistrale nelle Scienze della Formazione) ha spiegato a grandi linee ai funzionari polacchi Ireneusz Bembas e Krzystof Jozwicky il funzionamento delle attrezzature multimediali dedicate alla Formazione delle risorse umane della Giustizia Minorile.

Trieste: il lavoro paga...

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ell’articolo del quotidiano "il Piccolo" di Trieste del 2 novembre 2011, riportato a fianco, si evidenzia il lavoro svolto, dal maestro Carlo Turilli, e da Nicola Buono rispettivamente Assistente Capo e Assistente di Polizia Penitenziaria in servizio nell’istituto triestino. Giovanni Altomare

Roma: la Banda del Corpo ospite dell’ICF

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ei primi giorni del mese di ottobre 2011 l’Istituto Centrale di Formazione della Giustizia Minorile di Roma ha ospitato la Banda del Corpo di Polizia Penitenziaria. I circa cinquanta musicisti diretti dal Commissario Fausto Remini Direttore d’orchestra e di Banda (dal 2009 alla direzione della Banda del Corpo di Polizia Penitenziaria) hanno provato le musiche del proprio repertorio per alcuni giorni nella nuova tensostruttura, allestita per l’occasione e concessa loro per le prove. In attesa che la nostra Banda abbia per le prove un auditorium costruito a regola d’arte, facciamo un in bocca al lupo a tutti gli orchestrali, cui si deve in ogni caso il merito di aver contribuito fino ad oggi a diffondere positivamente l’immagine del Corpo di Polizia Penitenziaria, riscuotendo sempre grande apprezzamento da tutti gli ascoltatori. Servizio e Foto di Ciro Borrelli

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a cura di Giovanni Battista De Blasis

Captives Prigionieri

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In alto la locandina sotto alcune scene del film

achel Clifford è una giovane dentista londinese appena separata dal marito Simon che dovendo per forza trovare un nuovo lavoro, ottiene un incarico professionale all’interno di un carcere di Londra.Proprio in virtù della sua attività odontoiatrica nel carcere, Rachel conosce prima e si innamora poi del detenuto Philip Chaney con il quale inizia una passionale relazione che prosegue anche fuori del penitenziario, allorquando Philip fruisce di permessi premio per seguire un corso di computer. Rachel è da subito consapevole di quanto questa relazione sia pericolosa per lei, ma all’inizio non riesce in nessun modo a staccarsi da Philip. Il loro rapporto continua anche attraverso continue telefonate e Rachel arriva a spe-

dire a Philip delle cassette audio registrate con dei messaggi. Proprio in una di queste cassette Rachel, sempre con l’intenzione di porre fine alla pericolosa relazione, confessa a Philip di frequentare un’altra persona e questo sarà la causa di un litigio fra di loro ed un conseguente allontanamento. Nonostante tutto, umiliata e risentita per l’allontanamento, Rachel indaga sul passato di Philip scoprendo che è stato condannato per l’omicidio della moglie. Ulteriormente intimorita da questa ultima scoperta, Rachel decide di troncare definitivamente la relazione ma, sempre a causa del suo lavoro all’interno del carcere, finisce per essere ricattata e minacciata da altri due detenuti. Alla fine, come fosse parte di un piano predestinato, sarà proprio Philip a difenderla e salvarla da questa minaccia anche se, nonostante il suo aiuto, la donna si troverà coinvolta in una colluttazione, durante la quale ucciderà uno degli aggressori. Fortunatamente, le verrà riconosciuta la legittima difesa ma, nel frattempo, Philip

sarà trasferito sull’isola di White, scomparendo definitivamente dalla sua vita. Malgrado la mancanza dell’happy ending, che lo spettatore forse un po’ si aspetta, il film è ben strutturato e la recitazione dei protagonisti molto realistica. Tutto sommato l’esordiente regista Angela Pope dimostra di essere capace di mantenere sufficientemente alto il livello di tensione.

Regia: Angela Pope Titolo originale: Captives Sceneggiatura: Frank Deasy Musiche: Colin Towns Fotografia: Remi Adefarasin Montaggio: Dave King (II) Scenografia: Stuart Walker Costumi: Odile Dicks-Mireaux Effetti: Stuart Brisdon Produzione: David M. Thompson Distribuzione: UIP - RCS Films & TV

Philip Chaney: Tim Roth Lenny: Keith Allen Sue: Siobhan Redmond Simon: Peter Capaldi Towler: Colin Salmon Sexton: Richard Hawley Maggie: Annette Badlan Harold: Jeff Nuttall Dr. Hockley: Kennth Cope Moses: Nathan Dambuza Katie: Christina Collingridge Genere: Thriller Durata: 106 minuti Origine: Gran Bretagna, 1995

Personaggi ed Interpreti: Rachel Clifford: Julia Ormond

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Pasquale Salemme Segretario Nazionale del Sappe salemme@sappe.it

SKG (Serial Killer Groupie)

Q

Nella foto Theodore Henry Durrant

uante volte capita di rimanere affascinati dal personaggio televisivo che interpreta il ruolo del bello e cattivo. Quanti film e/o fiction sono ispirati a personaggi criminali che affascinano per il mito pericoloso che interpretano. Certo, magari chi ha vissuto in prima persona le cronache di questi criminali sa bene che la realtà è molto diversa dai personaggi di una serie tv. Uguale considerazione può essere fatta per gli autori di omicidi a carattere seriale. Nell’immaginario collettivo è sempre più diffusa l’idea che il serial killer sia un soggetto seducente, intelligente, erudito, un vero talento del male che entra in competizione intellettuale con l’investigatore o il detective di turno che fa di tutto per catturarlo. Tale visione del serial killer è stata radicata nelle coscienze collettive soprattutto dalla filmografia americana. Chi non ricorda la bella Clarisse Starling, l’agente del FBI, nel film Il silenzio degli innocenti, che cerca di pensare, comprendere e prevenire le fantasie criminali di Hannibal the cannibal Lecter. L’idea del serial killer intelligente e affascinate non si basa su risultati di ricerca scientifica, che hanno invece dimostrato che gli assassini seriali, almeno quelli sino a oggi catturati, hanno tutti un quoziente intellettivo comune, un’esistenza desolata e priva di qualsiasi fascino. Purtroppo, però, il fenomeno del criminale che affascina è più diffuso di quello che si può immaginare facendo vittime su vittime. E c’è chi ci perde addirittura la vita. Per i serial killer, ad esempio, si registrano sempre più spesso fenomeni di donne, ma non mancano gli uomini, di qualunque estrazione sociale, che amano uomini che uccidono. Tale fenomeno è particolarmente diffuso

nella criminologia americana tanto da creare una vera e propria sindrome. Negli Stati Uniti, ma non mancano dei casi in Italia, è stata definita la sindrome della Groupie del Serial Killer. Attenzione non si parla del rapporto vittima e carnefice, ma di persone che affascinate da criminali o dai crimini da questi commessi ne rimangono stregate, tanto da essere disposte a tutto. Alcune persone definiscono groupies serial killer (SKG) in termini stretti, le donne che si innamorano di quegli assassini che sono stati catturati e sono in attesa di giudizio o sono in prigione. Altre definizioni includono chiunque, maschio o femmina, che mostra ossessione verso i serial killer, fino al punto manifestare un attaccamento emotivo. Non è sempre chiaro se la frase groupie serial killer, si riferisce a persone che amano l’idea di un serial killer e interessate a qualsiasi tipo di contatto, o più strettamente a quelli che sono diventate ammiratrici di un assassino specifico. Il primo caso, classificabile come sindrome delle groupies, è rintracciabile nel lontano west e datato 1895. Theodore Henry Durrant, conosciuto come il demone del campanile o il demone del Belfry, condannato per due omicidi a San Francisco riuscì, durante il processo, a catturare l’attenzione di diverse donne, per lo più giovani e belle. Una di esse, Rosalinda Bowers, soprannominata la ragazza del pisello odoroso riuscì a donarle, nel corso dell’udienza, un mazzo di fiori di pisello dolce, creando stupore e incredulità nell’intera comunità e soprattutto nel marito. Il comportamento ossessivo che Rosalinda ostentò le valse l’attributo di fondatrice

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delle serial killer groupies (fans, sostenitrici, ammiratrici). La regina, però, delle SKG è la famosa scrittrice Sondra London, che ha intrattenuto relazioni epistolari e non solo, con alcuni serial killer fra i quali: Gerard John Schaefer, accusato del duplice omicidio di due ragazze autostoppiste di 18 e 17 anni. Dichiarato colpevole e condannato all’ergastolo nel 1973. Le autorità di polizia hanno sempre ritenuto, inoltre, che Schaefer fosse il responsabile della scomparsa di circa 30 donne. Danny Harold Rolling, soprannominato The Ripper Gainesville, condannato per l’uccisione e la mutilazione di 5 studentesse universitarie alla fine degli anni ‘80 e giustiziato il 25 ottobre 2006 a 52 anni. Keith Jesperson soprannominato il Killer Happy Face per la faccina che disegnava sulle sue lettere che inviava ai media e a pubblici ministeri. La London si è sempre interessata e impegnata a comunicare all’opinione pubblica le idee e i disegni di questi serial killers, tanto è vero che ha collaborato con loro per redigere alcuni libri al fine di narrare la loro storia come: The making of a serial killer: the real story of the Gainsville murders, che narra le gesta criminali di Danny Harold Rolling, o, Killer fiction, un libro di racconti scritto e illustrato da Gerard John Schaefer che palesa tutta la sua violenza su un unico tema, quello di caricare in macchina una ragazza, condurla in un posto isolato per poi dare libero sfogo alle proprie pulsioni omicide. Altra groupie di rilievo è Victoria Redstall, attrice di secondo piano che ebbe una relazione romantica con il serial killer Wayne Adam Ford, un sadico sessuale che brutalmente aveva violentato e ucciso quattro donne, tagliandone i corpi in piccoli pezzi e poi custoditi nel congelatore di casa. La Redstall invaghita dell’uomo riuscì, secondo alcuni, a corrompere personale del penitenziario per restare da sola con lui in cella.

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Per il suo uomo, l’attrice si sottopose a diversi interventi di chirurgia estetica per ingrossare il suo seno. Durante un’intervista dichiarò: «Wayne è un uomo adorabile Lui è divertente e affascinante. Se ho paura di lui? No. Noi abbiamo cantato insieme in carcere e lui mi chiama ogni giorno. Abbiamo un meraviglioso rapporto toccante...» «dal momento in cui ho incontrato Wayne, ci siamo legati. Era incatenato e quando fu portato al mio cospetto, è stato posto in una gabbietta e mi ha parlato su un telefono attraverso il plexiglas. E’ stato come andare a vedere Hannibal Lecter, ma ero segretamente entusiasta. Per me, l’incontro con un vero serial killer è uno spasso».

Le sorelle Susan Atkins, Lesile Van Houten, Patricia Krenwinkel e Lynette Fromme adoravano il loro leader Charles Manson, famoso per essere stato il mandante di uno dei più efferati omicidi della storia degli Stati Uniti d’America. La sua espressione diabolica e la sua crudeltà hanno reso il suo nome comunemente associato alla personificazione del male. Per lui le sorelle hanno fatto qualsiasi cosa. Una sorta di fan club assisteva regolarmente a Los Angeles alle sedute del processo a Richard Ramirez, l’adoratore di Satana dall’aspetto cadaverico condannato a morte per 13 omicidi a Los Angeles. Una di loro confessò alla stampa: «volete sapere se lo amo? Sì, nel mio modo infantile. Provo una tale pietà per lui. Quando lo guardo, vedo un gran bel ra-

gazzo che si è rovinata la vita perché non ha mai avuto nessuno che lo guidasse». Per spiegare questo fenomeno sociale, quasi prevalentemente femminile, Dale Peterson e Richard Wrangham, in Demonic Males: Apes and the Origins of Human Violence (Boston:Houghton Mifflin, 1996), hanno svolto uno studio classico evolutivo della violenza umana dei maschi. Secondo gli autori il maschio umano è un istigatore di violenza, abuso e guerra. Le SKG (Serial Killer Groupie) si comportano come le femmine di orangotango: sono attratte dai maschi più grandi e aggressivi, tratti che li fanno emergere rispetto agli altri maschi del branco. Le femmine di orangotango iniziano a corteggiare il maschio subito dopo il combattimento, anche mortale, con gli altri primati. L’attrazione è quindi dovuta anche e soprattutto dalla violenza. L’incontro sessuale, a sua volta molto violento, lascia la femmina in uno stato di soddisfazione e abbandono. Riportando il comportamento agli uomini, quello che si può riscontrare nelle donne – secondo i due studiosi – è una sorta di risposta biologica inconscia di assicurarsi il miglior maschio capace di sopravvivere, nutrire la prole e riprodursi.Ovviamente, quella studiata è una sorta di occasionale reazione indotta dai nostri geni primitivi. Ma non mancano casi di uomini. Jason Moss era ancora adolescente quando iniziò una corrispondenza epistolare con diversi assassini seriali: Jeffrey Dahmer, Charles Manson e Richard Ramirez. Iniziò poi una lunga relazione, seppur solo epistolare, con un quarto killer, John Wayne Gacy, per il quale iniziò a ispirarsi alla letteratura omosessuale per poterlo interessare. Anche in Italia si riscontrano casi di SKG. Nel marzo del 2009, nel carcere di Velletri, sono convolati a nozze la giornalista Donatella Papi e Angelo Izzo, pluriomicida condannato a due ergastoli

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per il massacro del Circeo e per il duplice omicidio di Ferrazzano. Per quanto paradossale, una ricerca effettuata negli USA dimostra che le donne groupie sono belle e attraenti, spesso già sposate con figli. Soventemente, entrano in contatto con l’assassino seriale per lavoro (avvocatesse, psicologhe, assistenti sociali e non mancano poliziotte). Nonostante la solidità della loro vita, le groupie sono pronte a sacrificare tutto, dagli affetti ai loro risparmi, per poter essere il più vicino possibile all’oggetto delle loro attenzioni. Queste donne sono attratte dal potere e dalla forza che questi assassini hanno. In Donne che amano uomini che uccidono la scrittrice Sheila Isenberg cita lo psicologo Park Dietz, secondo cui: queste donne, in una sorta di transfert, risucchiano una parte dell’ego forte del serial killer dando loro l’illusione di essere coloro che controllano la situazione. Isenberg rileva inoltre che una «grande percentuale di donne ha ricevuto un’educazione rigorosa e sono state particolarmente colpite dagli insegnamenti della chiesa, inerenti al sesso, la sottomissione delle donne, e le repressioni della sessualità». Scrive anche che i loro padri erano spesso assenti, autoritari o violenti, e le madri troppo esigenti. Essere qualcuno: in una vita grigia, essere la groupie di un serial killer trasforma un nessuno in qualcuno. Alla prossima...

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Nelle foto a sinistra Victoria Redstall a fianco e sotto le copertine dei libri citati nell’articolo in basso a sinistra le “sorelle” fans di Charles Manson in fondo Angelo Izzo


Luca Pasqualoni Segretario Nazionale ANFU pasqualoni@sappe.it

Less than lethal (armi non letali) prima parte

A

distanza di più di dieci anni si è svolta, nelle giornate del sette e dell’otto novembre c.a., presso la Scuola di Formazione ed Aggiornamento del Personale dell’Amministrazione Penitenziaria sita in via di Brava, 99 la terza Conferenza su “Less than Lethal” e nuovi strumenti formativi, organizzata dal D.A.P., che ha visto la partecipazione di molteplici figure professionali tra cui ovviamente gli appartenenti all’Istituto Nazionale per le Sperimentazioni ed il Perfezionamento al Tiro.

Nella foto La Conferenza si è aperta con il saluto inil’ Isp. Manzo ziale del Vice Capo del Dipartimento e l’ Ass. Capo Dott.ssa Simonetta Matone che, nella sua Frisina

prolusione, rievocando pertinenti esperienze di vita personale e professionale, ha evidenziato l’importanza degli strumenti non letali sia in scenari di ordine pubblico che nell’ambito penitenziario, ove la frequenza del verificarsi di eventi c.d. critici rende quanto mai opportuna la scelta di dotare il Personale del Corpo di Polizia Penitenziaria di strumenti capaci di rendere il ristretto, qualora necessario, inabile, limitando, nel contempo, al minimo la possibilità del verificarsi di danni collaterali letali a carattere permanente. A seguire è intervenuto il Prof. Dott. Ric-

cardo Fenici, professore di cardiologia presso il Policlinico A. Gemelli, nonché direttore europeo della Society for Police & Criminal Pycholocy, che, dopo aver sottolineato di essere poliziotto nell’animo e che l’attenzione al benessere organizzativo da parte delle Forze di Polizia è strettamente connessa ai numerosi casi di suicidio, si è molto soffermato sulla questione dello stress, definendolo “sinonimo di disagio o sofferenza, stimolo nocivo spesso di alterata interazione tra l’individuo e situazioni ambientali che superano la sua capacità di reazione appropriata ed efficace”. In particolare, il Prof. Fenici ha descritto le situazioni di stress dell’operatore di Polizia che spesso è chiamato a lavorare nell’emergenza e, non infrequentemente, a rischio della propria incolumità. E’ importante riconoscere i segnali di stress nell’operatore di Polizia, così come è fondamentale evitare di sovra o sottostimarne il significato, entrambi atteggiamenti potenzialmente dannosi. «E’ necessario - ha affermato il prof. Fenici - saper riconoscere la comparsa della reazione da stress tanto in se stessi quanto negli altri. I sintomi possono essere dovuti a disfunzione a diversi livelli: di personalità, fisico e della modalità di espletare il proprio lavoro». “Sicuramente l’operatore di polizia è soggetto a stimoli stressanti nettamente superiori alla media ed è, pertanto, a maggior rischio di sviluppare disturbi psicologici, specie a seguito di eventi traumatici. Da qui la necessità di predisporre, come già fatto in altri Paesi, misure preventive atte a minimizzare potenziali effetti patogeni da stress professionale». Talvolta l’operatore penitenziario si trova a dover intervenire in situazioni di estremo pericolo, che esigono tempi di reazione immediati o percepiti come tali, a cui il nostro

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apparato cerebrale risponde mettendo in atto atavici meccanismi di sopravvivenza le cui origini primordiali escludono, a priori, ogni possibile componente razionale, tanto che parlare di dolo alternativo, eventuale, colpa cosciente è un assoluto non senso in una prospettiva hic et nunc: l’unica praticabile in questi casi, se non fosse che il diritto, purtroppo, è il mondo della finzione e della decontestualizzazione da cui conseguono aberranti affermazioni di responsabilità connotate da inquietanti note di moralità che rispondono sempre più alla opinione pubblica piuttosto che all’asettica logica giuridica. Dopo l’interessantissimo intervento del Prof. Riccardo Fenici è stata la volta del personale appartenente all’Istituto Nazionale per le Sperimentazioni ed il Perfezionamento al Tiro, che si è soffermato, in particolare, sulla mancanza di una definizione normativa su cosa debba intendersi per armi non letali, o meglio meno che letali. Attualmente, agli effetti della legge penale è arma, ai sensi del 2° comma dell’articolo 585 c.p., lo strumento la cui destinazione naturale è l’offesa ad una persona fisica, mentre dal 3° comma del medesimo articolo si desume che è altresì arma qualsivoglia strumento atto ad offendere persone o cose di cui sia dalla legge vietato il porto in modo assoluto ovvero senza giustificato motivo. Pertanto, l’arma non letale, in quanto strumento idoneo ad offendere, non può che essere un’arma secondo il nostro ordinamento, potendo l’offesa tradursi in qualunque lesione o danno. Sul piano del diritto internazionale pubblico le armi anche non letali trovano la loro giustificazione nell’obbligo per gli Stati di assicurare la legalità e di difendersi da attacchi esterni, purché le armi non cagionino offese superflue o sofferenze non necessarie: da qui il consequenziale divieto di utilizzare armi ad effetto indiscriminato. Nell’ambito di un approccio funzionale, possono, quindi, dirsi armi non letali solo quelle progettate ed impiegate con lo scopo

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primario di inabilitare le persone, i mezzi ed i materiali, limitando al minimo, ma non escludendo, la possibilità di causare eventi dannosi collaterali (paradossalmente) anche letali. L’aggettivo inabilitante è quello che più di ogni altro esprime efficacemente lo scopo di queste armi, tese proprio ad impedire il corretto funzionamento dei mezzi e la mobilità degli uomini; il termine inabilitante appare inoltre totalmente svincolato da qualsiasi falsa idea di “armi buone” in grado di evitare sempre e in qualsiasi condizione inutili spargimenti di sangue e distruzioni. Alla luce di quanto sopra, quando duemila anni fa circa, Sun Tzu (generale e filosofo cinese) affermò che per annientare il nemico non era necessario distruggerlo fisicamente, ma annientarne la volontà di vincere, forse non immaginava che la possibilità di impiegare armi non letali riscuotesse un così elevato successo. Gli investimenti nel campo della ricerca e dello sviluppo tecnologico, attuati principalmente dai Paesi Nato in costanza della c.d. guerra fredda, hanno prodotto risultati significativi che, oggi, possono essere sfruttati sia tecnologicamente, sia industrialmente, per la produzione di armi inabilitanti. Le tecnologie utilizzate sono essenzialmente su base elettronica/optoelettronica, acustica, chimica/biologica, medica e meccanica, impiegate soprattutto in scenari bellici. Per quanto sopra, le armi inabilitanti possono essere suddivise in cinque aree tecnologiche principali: • area opto-elettronica: in questa categoria rientrano i Fumogeni multispettrali, i Laser a bassa energia non accecanti, gli Impulsi elettromagnetici non nucleari diretti a provocare l’alterazione dei circuiti logici e dei contenuti delle memorie dei computers; • area acustica: in questa categoria rientrano generatori di Ultrasuoni, ossia dei suoni a frequenza ultra bassa che, se diretti contro una persona, causano disorientamento, vomito, nausea, ecc.; • area chimica e batteriologica: questa è una categoria particolarmente vasta e comprende gli Agenti Calmanti, gli Agenti Biologici, le Supercolle e gli Antiaderenti, ossia le schiume, i supercaustici e le tecnologie di alterazione della combustione;

• area informatica: i virus informatici sono l’unico tipo di arma inabilitante che rientra in questa categoria e sono diretti a danneggiare in modo permanente o temporaneo un sistema informatico. Sono particolarmente efficaci poiché uniscono ad una alta capacità di penetrazione nelle reti e nei sistemi dell’avversario un elevato grado di anonimità; • area cinetica: questa categoria comprende l’insieme delle tecnologie inabilitanti fondate sull’energia cinetica quindi sull’urto. Ne sono esempi i proiettili di gomma (rubber bullet) o di legno, i cannoni ad acqua (water cannon), le granate di tipo spugnoso, formate da un proiettile di plastica ad alta densità, la cui punta è rivestita da materiale spugnoso in grado di attutire il colpo. I vantaggi dell’uso delle armi inabilitanti, nell’ambito dello spettro dei suoi possibili usi, possono ricondursi a quanto segue: • al maggiore rispetto del principio di proporzionalità tra difesa ed offesa; • al maggiore rispetto delle Convenzioni giuridiche internazionali sia dal punto di vista umanitario che sociale-culturale, consentendo di disarmare, frustare, ritardare o impedire la mobilitazione o le azioni ostili dell’avversario, del malintenzionato o del malvivente, rendendo così disponibile più tempo per le contromisure o per l’attesa dei rinforzi; • consentire attacchi molti selettivi contro obiettivi posti nelle vicinanze del soggetto da rendere inerme che non devono essere minimamente danneggiati; • aumentare la credibilità delle Forze dell’Ordine per la gradualità della risposta al di sotto della soglia di letalità; • rinforzare la funzione di deterrenza delle Forze di Polizia rendendo l’avversario consapevole della efficacia della risposta; • essere, in linea di massima, notevolmente più economiche delle armi letali; • da ultimo, ma non meno importante, suscitare reazioni positive nell’ambiente politico, nazionale ed internazionale, e soprattutto nella opinione pubblica, in

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conseguenza della minore probabilità di subire perdite e di provocare danni permamenti a persone, a cose o all’ambiente. Per quanto riguarda gli svantaggi gli stessi possono così riassumersi: • le armi non letali comportano il pericolo di proliferazione e quindi di una vasta diffusione per la loro alta efficacia

anche in ambienti criminali: potrebbero, infatti, portare al rischio di una pobrabile escalation dell’avversario a fronte del modesto danno subito e dal fastidio provocato dalle armi inabilitanti; • richiedono un nuovo approccio dottrinario ed operativo nell’uso della forza, essendo necessario un adeguato addestramento per essere usate correttamente ed efficacemente sia da sole sia congiuntamente ad armi letali; • richiedono la valutazione dell’impatto psicologico e della moralità del loro impiego in quanto le armi inabilitanti potrebbero risultare più “odiose” rispetto ad una risposta armata intimidatoria; • richiedono, in genere, maggiori e più accurate informazioni di tipo intelligence, nonché un più stretto coordinamento; devono essere conformi ai Trattati e alle norme nazionali ed internazionali ed il loro impiego potrebbe aprire tutta una serie di nuove questioni legali; • potrebbero essere percepite di scarso effetto, laddove non fossero esplicitamente ed immediatamente incisive, oppure come forma di debolezza, in quanto non distruggono l’avversario, ma ne riducono la volontà e la possibilità di combattere e la coesione. In un’ottica di concreta applicazione del

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l’ Ispettore less than lethal, poi, deve essere valutato Domenico l’intervento del rappresentante della Società Manzo

Beretta, il quale ha presentato alla platea un nuovo tipo di fucile capace di dosare la capacità offensiva dell’ogiva annullando il suo potere di penetrazione attraverso un calibrato sistema di contenimento dei gas di combustione e quindi modulando la propulsione degli stessi su una distanza compresa tra 15 e 70 metri, affinché il proiettile

attingendo la sagoma del corpo si limiti ad una abrasione senza penetrazione. Particolarmente interessante è stata, altresì, l’intervento della Dott.ssa Susanna Loriga psicologa e criminologa, consulente presso il Ministero di Giustizia e segnatamente del DAP, le cui origini sarde l’hanno spinta ad interessarsi soprattutto dei sequestri di persona e delle dinamiche comunicative che si instaurano tra sequestranti e vittima, la quale ha posto l’accento sulla necessità che l’operatore di polizia, più di ogni altro, sappia decodificare, decifrare e interpretare la comunicazione non verbale al fine di meglio calibrare l’intervento richiesto, in considerazione che la comunicazione non verbale costituisce l’aspetto preponderante della comunicazione, contrariamente a quanto si possa pensare. In particolare, la Dottoressa ha avuto modo di soffermarsi sulla mimica facciale, il riso, il sorriso, lo sbadiglio, il ghigno, precisando che a tali segni può essere assegnata una valenza comunicativa tipica solo se contestualizzati, diversamente rimangono sfumature dei muscoli pelliciai: il linguag-

gio del corpo viene particolarmente studiato in relazione all’attendibilità dei testimoni sia nella fase predibattimentale che in quella dibattimentale nella cornice culturale di appartenenza. La prima giornata è stata conclusa da un breve intervento dell’Ispettore Superiore Sostituto Commissario Manzo dell’INSPT, il quale ha evidenziato come per un Corpo a cui è vietato il porto dell’armamento individuale presso i reparti detentivi per ovvie ragioni di sicurezza, la possibilità di essere dotato di armi non letali per fronteggiare gli eventi critici, quale rivolte, sommosse, barricamenti, risse, gesti autolesionistici e condotte similari sistematicamente ricorrenti nei circuiti penitenziari è una possibilità da non sottovalutare, ma che tuttavia deve fare i conti con la diffusa avversità della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica all’uso delle armi da parte delle Forze dell’Ordine, in ragione del fatto che le stesse non verrebbero viste come strumenti di ritenzione o immobilizzazione ma come strumenti di lesione o peggio ancora di aggressione. continua...

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di Aldo Maturo* avv.maturo@gmai.com

Quei misteriosi pentagrammi di colori

O

rmai non mi sfuggono. Nella mia città li conosco quasi tutti e nelle altre città, bloccato nel traffico o in attesa di un semaforo verde, li vedo dovunque si trovino, su un grigio muraglione, sotto un cavalcavia, lungo i squallidi muri che costeggiano una ferrovia, sulla parete di un terrazzo al primo piano. Mi sfrecciano anche davanti agli occhi, istoriati sul vagone di un treno o di una metropolitana. Erano solo macchie informi colorate, fino a quando non ho cercato di capire cosa sono i “graffiti”, quella esplosione di lettere intrecciate ed annodate tra di loro in cui spesso prevalgono l’argento metallico e il nero, il rosso ciliegia e il giallo miscelati in fantasmagorici giochi cromatici che danno vita a inintelligibili pentagrammi di colori. E’ un fenomeno del nostro tempo, in equilibrio instabile tra una diffusa illegalità metropolitana ed una espressione ermetica della ricerca e della riaffermazione di se stessi. Non parlo naturalmente dei segni informi, delle sigle che si susseguono in maniera ottusa e ripetitiva sui muri puliti, sui pali, sulle cabine telefoniche, sui cartelli stradali o sulla saracinesca chiusa di un negozio. In questo caso non vi è alcun dubbio che gli autori sono vandali frustrati in cerca di visibilità che segnano il territorio come i cani segnano il loro. Loro alzano la mano con il pennarello per violentare con uno sgorbio ciò che non gli appartiene, gli altri alzano la gamba posteriore per lasciare ai loro simili il segno indelebile del loro maleodorante passaggio. Il messaggio è lo stesso: ci sono anch’io. E pensare che i graffiti moderni traggono la loro origine proprio da una sigla. Pare che a Los Angeles la usassero i lustrascarpe per non ritrovare ogni giorno il proprio angolo occupato da altri. Nacque così la consuetudine di segnare il posto con un simbolo o con una sigla. Molti anni dopo, a Manhattan, un ragazzino di 17 anni, di origine greca, comincia a segnare i vagoni delle metropolitane con una strana scritta,

“TAKI 183”, disegnata con un grosso pennarello. La cosa non passa inosservata se lo stesso New York Times nel 1971 ne fa oggetto di un articolo. Un po’ alla volta questa forma di rappresentazione grafica si diffonde e diventa patrimonio comune del sottoproletariato di colore, di origine latina o africana, che abita i quartieri più desolati, ai margini della metropoli in senso reale e metaforico. A Brooklyn e nel Bronx vengono bombardati di colore i muri delle periferie urbane, delle fabbriche, degli edifici fatiscenti e disabitati. Dalle sigle si passa alle scritte gigantesche, con lettere panciute e colori sempre più aggressivi, quasi a simboleggiare la rabbia degli autori che armati di bombolette tentano di dare una identità a quelle borgate tanto degradate e diverse dalla opulenza e dal lindore del centro urbano. Milioni di turisti in visita alla Grande Mela non possono non vedere e travasare in Europa quelle immagini colorate. Le grandi capitali, come in un gigantesco effetto domino, vengono contaminate, Parigi diventa il centro europeo dei graffiti, seguita da Londra, Monaco, Amsterdam. A Milano, e poi in Italia nei primi anni ’80, i graffiti diventano una forma di messaggio politico appannaggio soprattutto dei movimenti studenteschi e dei Centri Sociali. I graffiti esplodono in prossimità o in concomitanza di alcuni megaconcerti e diventano, per i loro autori, sinonimo di trasgressione, di malcontento, di libertà espressiva, tanto da rappresentare – per altro verso – un’emergenza per tutte le amministrazioni pubbliche. Qualche città tenta di arginare il fenomeno cercando di cooptarlo: New York, Parigi e Londra mettono a disposizione dei writers migliaia di metri quadri

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di spazio, su vecchi muri o palazzi in disuso. Altre città, come Milano, seguono la strada della tolleranza zero. Un senatore presenta un disegno di legge che prevede pene e sanzioni più che triplicate ed alimenta una caccia al graffitaro che farebbe intascare al Una writers al lavoro cittadino che lo denunzia parte della contravvenzione. I risultati sono invero molto modesti. E’ la riprova che il fenomeno va affrontato in maniera diversa per cercare di capirlo e di contenerlo. La tolleranza zero è condivisibile per quelle forme di vandalismo che prendono di mira i musei,i monumenti, i treni, le grandi vetrate pubbliche o private, i muri delle abitazioni,etc. Alle sanzioni di carattere pecuniario andrebbe aggiunto l’obbligo di ripulire ciò che si è imbrattato, come forma di lavoro socialmente utile. Un discorso a parte meritano i graffiti-murales, veri giochi di colore che danno una dignità a tanti muri scalcinati e scrostati. Queste forme espressive devono essere oggetto di studio perché possono essere recuperate verso scopi più intelligenti e creativi. Sempre a Milano,per esempio, i commercianti di alcune zone, per evitare che le saracinesche dei negozi venissero deturpate da sigle informi, hanno invitato i writer a decorarle interamente ottenendo il duplice risultato di caratterizzare le strade ed evitare di tinteggiare di continuo, perché i disegni di un writer, in genere, non vengono coperti da un altro writer. Se da un’indagine dell’ Eurispes condotta su un campione di circa 6000 ragazzi tra i 12 ed i 19 anni è risultato che al 76% degli interpellati i graffiti (non quelli vandalici) piacciono e il 44% di questi li considera una forma d’arte, allora il problema non può essere rimosso. Come tutti i fenomeni di massa va studiato, sia pure come forma d’arte minore, ne vanno esaminati i risvolti e la valenza sociale, per evitare che degeneri per assurgere solo a simbolo di riappropriazione esclusiva e vandalica del * Avvocato, territorio.

già Dirigente Aministrazione Penitenziaria

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Giovanni Passaro passaro@sappe.it

Detrazioni cedolino unico

S

pettabile rivista, premetto che sono un fedelissimo lettore della rivista sin dal primo numero. Oltre a farvi complimenti e a incoraggiarvi a proseguire sempre su questa strada, vorrei approfittare di questa rubrica per condividere, con voi e con i lettori, il mio gap sulle detrazioni della busta paga. Lettera firmata

Gentile collega, il cedolino unico del MEF contiene una sezione con i dati che indicano l’importo totale delle detrazioni (importo che il contribuente può sottrarre dalle imposte che avrebbe dovuto versare applicando le normali aliquote fissate dal legislatore) sia di base che per carichi di famiglia. Tale importo diminuisce l’imposta sul reddito delle persone fisiche (IRPEF) calcolata, in base alle aliquote vigenti, sull’imponibile fiscale al netto delle ritenute previdenziali. A decorrere dal 1° gennaio 2008, i lavoratori dipendenti e assimilati sono tenuti a dichiarare annualmente al sostituto d’imposta di avere diritto alle detrazioni per familiari a carico, di cui all’art. 12 del TUIR, e alle altre detrazioni, di cui all’art. 13 del TUIR, indicandone le condizioni di spettanza e, per quanto concerne le detrazioni per familiari a carico, il codice fiscale dei soggetti per i quali si ha diritto alle detrazioni, fermo restando l’obbligo del lavoratore di comunicare tempestivamente eventuali variazioni che possano incidere nella determinazione delle detrazioni spettanti. In sostanza, la dichiarazione non ha più validità, come per il passato, anche per i periodi d’imposta successivi, ma deve essere presentata anno per anno, ancorché non siano intervenute variazioni nei presupposti del diritto. Se le detrazioni per lavoro dipendente sono riconosciute a prescindere dalla presentazione dell’istanza, è doveroso precisare che se il contribuente ha interesse al riconoscimento delle stesse detrazioni in misura diversa perché in possesso di altri redditi e comunque a condizione che ricorrono i

presupposti per l’applicazione delle detrazioni minime, può darne comunicazione al proprio sostituto affinché questi adegui le detrazioni rendendo la tassazione il più vicina possibile a quella effettivamente dovuta. Relativamente alle detrazioni per familiari a carico di cui all’articolo 12 del TUIR, invece, la richiesta da parte del lavoratore dipendente è condizione essenziale per il loro riconoscimento. Ciò posto, il personale appartenente al Corpo di polizia penitenziaria deve avanzare richiesta alla Direzione ove presta effettivamente servizio entro il termine perentorio del 31 gennaio di ogni anno. Ogni contribuente che abbia dei familiari a proprio carico può godere di un beneficio fiscale al momento della dichiarazione annuale dei redditi. La Legge finanziaria per il 2007 (L. 296/2006) ha rivisto profondamente i meccanismi di detrazione per i familiari a carico. Sono considerati familiari a carico dal punto di vista fiscale: • il coniuge non legalmente ed effettivamente separato; • i figli, compresi quelli naturali riconosciuti, gli adottivi, gli affidati e affiliati; • altri familiari (genitori, generi, nuore, suoceri, fratelli e sorelle), a condizione che siano conviventi o che ricevano dallo stesso un assegno alimentare non risultante da provvedimenti dell’autorità giudiziaria. Per essere a carico questi familiari non devono disporre di un reddito proprio supe-

riore a 2.840,51 euro al lordo degli oneri deducibili (sono esclusi alcuni redditi esenti fra i quali le pensioni, indennità e assegni corrisposti agli invalidi civili, ai sordomuti, ai ciechi civili). Va conteggiata invece l’eventuale rendita dell’abitazione principale. Le detrazioni previste sono diverse a seconda dei familiari. Gli importi previsti per le detrazioni sono teorici; infatti, diminuiscono progressivamente con l’aumentare del reddito complessivo del contribuente, fino ad annullarsi quando detto reddito arriva a 95.000 euro per le detrazioni dei figli e a 80.000 euro per quelle del coniuge e degli altri familiari a carico. Detrazioni per i figli È prevista una detrazione di 800 euro (a scalare a partire da un reddito di 95.000 euro). La detrazione è aumentata a 900 euro per ciascun figlio di età inferiore a tre anni. Queste detrazioni sono aumentate di un importo pari a 220 euro per ogni figlio portatore di handicap ai sensi dell’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104. Per i contribuenti con più di tre figli a carico la detrazione è aumentata di 200 euro per ciascun figlio a partire dal primo. Detrazioni per il coniuge Per il coniuge a carico la detrazione prevista è di 800 euro. L’ammontare effettivamente spettante varia, però, in funzione del reddito e con una specifica formula di calcolo. Non sono previste maggiorazioni nel caso in cui il coniuge sia una persona con disabilità. Detrazione per altri familiari a carico Per gli altri familiari a carico la detrazione massima è pari a 750 euro che diminuisce con l’aumentare del reddito complessivo del contribuente. Non sono previste maggiorazioni nel caso in cui il familiare sia una persona con disabilità.

SCHEMA DI CALCOLO DELLA TASSAZIONE IRPEF ANNUA SUI REDDITI COMPLESSIVAMENTE PERCEPITI: Tabella degli scaglioni e aliquote Irpef 2011 Scaglioni reddito 2011 Aliquota Irpef lordo 2011 da 0 a 15.000 euro 23% 23% del reddito da 15.000,01 a 28.000 euro 27% 3.450 + 27% parte ecc. i da 28.000,01 a 55.000 euro 38% 6.960 + 38% parte ecc. i da 55.000,01 a 75.000 euro 41% 17.220 + 41% parte ecc. i oltre 75.000 euro 43% 25.420 + 43% parte ecc. i

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15.000 euro 28.000 euro 55.000 euro 75.000 euro


a cura di Erremme

il Leone riesce sempre a sfuggire ai suoi inseguitori. E la scia di sangue non sembra esaurirsi. Ma come fa a muoversi così agevolmente sul suolo americano? Chi sono i suoi complici? E cosa chiederanno in cambio del loro appoggio? In un clima di sospetti e paure, le ipotesi più inquietanti prendono corpo nella mente di Corey, fino all’ultima sfida.

NELSON DEMILLE

IL LEONE MONDADORI Edizioni pagg. 414 - euro 20,00

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UN MATTINO D’OTTOBRE

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ono passati tre anni dall’ultima volta in cui John Corey, ex poliziotto ora membro dell’Anti-Terrorist Task Force, ha avuto a che fare con lo spietato terrorista libico Asad Khalil, meglio conosciuto come il Leone. In questi tre anni Corey non ha mai dimenticato le sue terribili minacce e ora l’incubo si riaffaccia prepotentemente nella sua vita. Quando sua moglie, Kate Mayfield, avvocato dell’FBI con l’hobby del paracadutismo, viene aggredita da un uomo durante un lancio. Corey lo riconosce immediatamente. Il Leone è tornato per portare a termine la sua missione, e questo è solo l’inizio. Durante un bombardamento aereo su Tripoli deciso dal presidente Reagan nel 1986, la famiglia di Khalil è stata sterminata. Da allora la vendetta è il suo unico scopo, sia nei confronti degli uomini direttamente coinvolti in quella tragica vicenda, sia verso un paese che disprezza profondamente. Sebbene i suoi obiettivi siano noti, nessuno riesce a prevenire le mosse di questo assassino che, senza lasciare indizi utili, elimina ferocemente le sue vittime una dopo l’altra. Le ricerche si fanno sempre più serrate, ma

becca due pallottole in fronte. Un orrore inarrestabile, destinato a mietere altre vittime, apparentemente innocenti e slegate luna dall’altra. Una sfida ardua per l’ex giudice Petri e il commissario Miceli. La soluzione sembra sempre più lontana a mano a mano che ci si avvicina alla fine. Eppure era tutto chiaro, scritto fin dall’inizio.

rescia, 27 ottobre, ore 8.00: l’ingegner Rava lascia casa sua in auto. Ore 9.10: Giorgio Anselmi, autotrasportatore, mette in moto il suo furgone. Ore 9.15: la piccola Giulia, quattro anni, figlia di un noto avvocato e di una stimata pneumologa, col suo vestitino giallo, si avvia al parco sotto casa accompagnata da Santina, la baby sitter. Ore 9.47: la mamma di Giulia compone un numero di telefono. Il cellulare dell’ingegner Rava squilla all’improvviso, quanto basta per distrarlo e fargli mancare uno stop. Il furgone di Giorgio Anselmi arriva troppo veloce all’incrocio. Una carambola e, alla fine, un fagottino giallo informe resta sul marciapiede. E solo l’inizio. Due settimane dopo, l’ingegner Rava viene trovato morto, assassinato. Tre settimane dopo, Santina Vergottini sta passeggiando da sola, quando due colpi la raggiungono al torace. Quasi due mesi dopo, Letizia Strambi, pneumologa, in auto davanti a casa, si

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orse nemmeno lui ricorda più il suo vero nome, l’ha perso tanti anni fa insieme all’innocenza. Ora si fa chiamare Lucky the Fox, e il suo mestiere è assassinare su commissione. Un enorme dolore nel suo passato l’ha spinto su questa strada di disperazione, e uccidere è la sua sola missione. Ma in fondo al suo cuore è rimasto qualcosa del ragazzo che suonava divinamente il liuto e amava leggere Tommaso d’Aquino. E proprio il ricordo di quel che è stato e che avrebbe potuto essere manda in crisi Lucky the Fox, e lo spinge al suicidio. Ma proprio quando tutto sembra perduto, entra in scena Malachia, il suo angelo custode, che gli offre una seconda possibilità: viaggiare nel tempo e salvare un’esistenza perduta del passato...

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a cura di Giovanni Battista De Blasis deblasis@sappe.it

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uasi venti anni di pubblicazioni hanno conferito al mensile Polizia Penitenziaria la dignità di qualificata fonte storica, oltre quella di autorevole voce di opi-

nione. La consapevolezza di aver acquisito questo ruolo ci ha convinto dell’opportunità di introdurre una rubrica - Cosa Scrivevamo - che contenga una copia anastatica di un articolo di particolare interesse storico pubblicato quindici e più anni addietro. A corredo dell’articolo abbiamo ritenuto di riprodurre la copertina, l’indice e la vignetta del numero originale della Rivista nel quale fu pubblicato.

Carcere di Bolzano Cronaca di una rivolta annunciata di Matteo Colucci

ono circa le 10 di sera di sabato 9 settembre, quando 57 detenuti extracomunitari allocati in un braccio della 2ª sezione del carcere di Bolzano mettono in atto una sommossa. I rivoltosi appiccano il fuoco a lenzuola, coperte, giornali e bombolette di gas, lanciando poi tutto lungo il corridoio della sezione e dalle finistre che si affacciano sul cortile dei passeggi. Gli occupanti di una cella, usando come ariete una branda sono riusciti a scardinare e poi a buttare giù il cancello e il portone blindato della cella e con spranghe di ferro, fatte con pezzi ricavati dalle brande, sono riusciti ad aprire le altre celle occupate da altri extracomunitari, finchè vista la strada sbarrata dal cancello di ingresso al braccio, opportunamente chiuso con catene e lucchetti, hanno iniziato a sfasciare tutto quello che potevano, vetri delle finestre del corridoio, armadietti, sgabelli, impianti elettrici e di riscaldamento, fino a rendere il braccio inagibile. Solo grazie all'intervento tempestivo del personale di servizio si è riusciti ad isolare il braccio, dove i rivoltosi si ammassavano nel corridoio muniti di spranghe di ferro. Per fortuna non c'è stato bisogno di intervenire con la forza, ma è stata sufficiente la presenza di un nutrito schieramento di forze di Polizia Penitenziaria e di altre Forze dell'ordine, muniti di elmi e scudi, che sono stati sufficienti dissuadere i rivoltosi. Psicologicamente disarmati e dopo l'intervento del Magistrato di turno, tre di loro hanno chiesto di parlare da soli con il Magistrato e, dopo il colloquio avuto nell'ufficio del comandante del carcere, risalivano e convincevano tutti gli altri detenuti a desistere dalla rivolta. Tutti quanti hanno accettato la decisione dei loro compagni e uscivano uno per volta per essere poi accompagnati nel cortile passeggi. Si è cercato di trovare la motivazione della sommossa messa in atto dai rivoltosi, e si è convinti che è da ricercare sicuramente in episodi che possono accadere in istituti strutturati come quello di Bolzano, dove la mancanza di spazi di vivibilità è al limite dell'esaspera-

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La copertina e la vignetta del numero del mese di maggio 1995

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zione, dove con una capienza eli 81 unità la presenza media è di 160 unità, di cui 90 extracomunitari (la maggioranza dei quali non ha nessun mezzo finanziario e non può contare sull'aiuto dei familiari o parenti) che vivono di piccoli scambi, tipo la sigaretta per il caffè o un indumento per un'altra cosa. In tali situazioni è facile che esplodano rancori, liti, frustazioni, specie se si tro.vano di fronte al migliore tenore di vita della popolazione detenuta italiana.

Molti sono stati gli atti di violenza attuati da detenuti extracomunitari con liti a colpi di lametta tra loro, liti tra clan rivali o per spartire un bene personale, con gli Agenti di Polizia Penitenziaria inermi, indifesi e impossibilitati ad intervenire, in quanto le celle rimangono aperte per buona parte della giornata (forse unica casa circondariale nel nostro Paese) dalle ore 8,30 alle ore 11,45 e dalle 12,30 alle 15,45, con una media di 90 detenuti liberi di andare e girare da una sezione all'altra o salire e scendere dal cortile passeggi (lascio solo immaginare quale possa essere la possibilità di intervento dell'agente di Polizia Peni.tenziaria per garantire l'ordine, la sicurezza e la disciplina all'interno di una sezione). Il S.A.P.Pe. ha più volte fatto presente, al Provveditorato Regionale, la grave situazione in cui opera il personale di Polizia Penitenziaria e non ultima è stata la protesta fatta nel mese di febbraio scorso, quando dopo un incontro con il Provveditore Regionale a Padova, dott. Orazio Faramo, si era riusciti ad ottenere l'interessamento per la modifica dell'art. 20 del regolamento interno d'istituto. Nei giorni che seguirono il Magistrato di Sorveglianza di Trento dott. Agnoli, competente per l'istituto di Bolzano, convocò la Commissione di cui all'art. 16 della legge sull'ordinamento penitenziario.

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In quella riunione fu modificato l'art. 20 e la documentazione fu inviata all'Ufficio VI del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria per la ratifica. Tale provvedimento era stato chiesto per poter garantire quei compiti istituzionali che sono della Polizia Penitenziaria cioè ordine, disciplina, sicurezza all'interno degli istituti di pena e la piena esecuzione dei provvedimenti restrittivi della libertà personale. Sono passati sette mesi dall'invio all'Ufficio VI del D.A.P. per la ratifica dell'ormai famoso art.20 che riguarda la chiusura delle celle, ma fino ad oggi nessuna risposta è pervenuta. Allora viene spontaneo pensare che forse il solito malcostume all'italiana aspetta sempre il grave evento per far sì che qualcosa cambi. La Polizia Penitenziaria a Bolzano non chiede la luna nel pozzo, ma chiede condizioni di lavoro dignitose, sicurezza e strumenti validi al raggiungimento di questa e che il Ministero si faccia carico della realizzazione di un nuovo carcere a Bolzano per poter garantire tranquillità alla collettività, condizioni di vita dignitose a chi deve espiare uha pena e serenità a tutti gli operatori penitenziari. In merito alla nuova struttura, dopo la rivolta, ancora una volta il Presidente della Provincia dott. Luis Durnwalder ha ribadito la propria disponibilità alla costruzione in tempi brevi di una struttura carceraria in un'area militare dismessa e che tale proposta è stata avanzata varie volte al Ministero senza avere ottenuto a oggi alcuna risposta. Quella del carcere di Bolzano sta diventando una situazione insopportabile con enormi problemi di sicurezza causati perlopiù da una struttura vecchia, fatiscente e poco funzionale. Quello del 9 settembre è stato un campanello d'allarme che, comunque, consente di intervenire per tempo prima che accada qualcosa di irreparabile.

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Sopra un articolo riguardante la rivolta a sinistra il carcere di Bolzano sotto il sommario del nunero di ottobre 1995


inviate le vostre foto a: rivista@sappe.it

1960 - Casa Circondariale di Taranto Festa del Corpo (foto inviata da Cosimo Federico Battiloro)

1975 - Scuola di Cairo Montenotte (Savona) Corso Allievi AA.CC. “Gaeta” l’ Allievo Serra con l’ Agente istruttore Ventrilla (foto inviata da Alessandro Serra)

1975-1979 - Isola di Pianosa Servizio di Guardia Costiera (foto inviata da Alessandro Serra)

1962 - Scuola di Portici (NA) Corso Vice Brigadieri AA.CC. Precetto Pasquale (foto inviata da Guido Iorio)

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1972 - Scuola di Portici (NA) 36° Corso Allievi AA.CC. Franco Pallocca Moreno Perinelli e Tonino Proietto (foto inviata da Tonino Proietto)

1973 - Scuola di Cairo Montenotte (SV) 40° Corso Allievi AA.CC. ”Moncenisio” Plotone in marcia (foto inviata da Aldo Coviello)

1963 - Scuola di Portici (NA) Corso di aggiornamento per Vice Brigadieri AA.CC. foto di gruppo (foto inviata da Guido Iorio)

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inviate le vostre lettere a rivista@sappe.it

Lettera al Direttore

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ento spesso in tv, sui giornali, vari mass media che si parla delle condizioni disumane dei detenuti nelle carceri ma molto poco delle condizioni in cui è costretta a operare la Polizia Penitenziaria. Sono da 5 anni assistente volontaria nelle carceri; fino a 5 anni fa non conoscevo bene la Polizia Penitenziaria e le sue mansioni ma oggi posso dire di conoscere bene questo Corpo.

Ho incontrato gran brave persone; brave prima come uomini poi come poliziotti perchè prima della divisa viene la persona. negli ultimi periodi ho potuto constatare che i poliziotti penitenziari si trovano davvero a lavorare in situazioni stressanti, di disagio. Da assistente volontaria avrei dovuto difendere, parlare dei detenuti ma sia i detenuti che gli agenti di polizia penitenziaria sono delle persone e credo che in entrambe le parti i diritti vadano tutelati. Vedo uomini che lavorano nelle carceri con professionalità, grande umanità; uomini che fanno questo lavoro con passione. Si capisce subito se una persona è spinta da passione e di questi ne ho incontrati tanti. Non dimenticherò mai questa scena: un agente di sezione stava man-

giando un panino che alla fine ha diviso con un detenuto. Credo che gesto più umano di questo non possa esserci. L’agente diventa detenuto col detenuto e divide e vive con lui la carcerazione e i vari eventi che vi susseguono. L’educatore, l’assistente sociale, l’assistente volontario e le varie figure che gravitano negli istituti sono importanti ma solo l’agente di Polizia Penitenziaria puo’ affermare di conoscere il detenuto veramente. Da questo dovrebbe esservi una maggiore collaborazione tra educatori e Polizia Penitenziaria. La vita di un carcere è la Polizia Penitenziaria se le condizioni di lavoro della polizia penitenziaria continuano a essere cosi misere le carceri sono costrette a morire. Lettera firmata

il mondo dell’appuntato Caputo© MA NON E’ GIUSTO...

CELLUL ARE & TASSAMETRO ...CAPISCO CHE SIAMO IN TEMPI DI CRISI, MA IL TASSAMETRO SUL CELLULARE PER PAGARE IL VIAGGIO IN TRIBUNALE MI SEMBRA UN PO’ ECCESSIVO...

...E, COMUNQUE, NON ASPETTATEVI LA MANCIA !

di Mario Caputi & Giovanni Battista De Blasis © 1992 - 2011

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Polizia Penitenziaria - Novembre 2011 - n. 189  

Rivista ufficiale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria

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