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anno XX • n. 205 • aprile 2013 www.poliziapenitenziaria.it

Annamaria Cancellieri è il nuovo Guardasigilli


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• aprile 2013

In copertina: Annamaria Cancellieri nuovo Ministro della Giustizia

S.p.A. Sped. in Poste Italiane

anno XX • numero 205 aprile 2013

300512 Roma aut. n. 1 comma 1 n.46/04 - art 3 conv. in Legge A.P. DL n.353/0

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anno XX • n. 205

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Annamaria Cacellieri è il nuovo Guardasigilli

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l’editoriale

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Carcere, sicurezza e territorio il ruolo della Polizia Penitenziaria di Donato Capece

Organo Ufficiale Nazionale del S.A.P.Pe. Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria

il pulpito

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Direttore responsabile: Donato Capece capece@sappe.it

Annamaria Cancellieri nuovo ministro della Giustizia di Giovanni Battista de Blasis

Direttore editoriale: Giovanni Battista de Blasis deblasis@sappe.it

il commento

Capo redattore: Roberto Martinelli martinelli@sappe.it

di Roberto Martinelli

Redazione politica: Giovanni Battista Durante

l’osservatorio

Redazione sportiva: Lady Oscar Progetto grafico e impaginazione: © Mario Caputi (art director) “l’appuntato Caputo” e “il mondo dell’appuntato Caputo” © 1992-2013 by Caputi & de Blasis (diritti di autore riservati)

di Giovanni Battista Durante

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lo sport

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Le Fiamme Azzurre sul ring di Helsinki

e-mail: rivista@sappe.it web: www.poliziapenitenziaria.it

di Lady Oscar

Le Segreterie Regionali del Sappe, sono sede delle Redazioni Regionali di: Polizia Penitenziaria-Società Giustizia & Sicurezza

crimini e criminali

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Wilma Montesi: omicidio con scandalo a luci rosse

Registrazione: Tribunale di Roma n. 330 del 18.7.1994

di Pasquale Salemme

Stampa: Romana Editrice s.r.l. Via dell’Enopolio, 37 - 00030 S. Cesareo (Roma)

il punto sul Corpo

Finito di stampare: aprile 2013

Il S.A.P.Pe. è il sindacato più rappresentativo del Corpo di Polizia Penitenziaria

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L’emergenza nel carcere e il sovraffollamento

www.mariocaputi.it

Questo periodico è associato alla Unione Stampa Periodica Italiana

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Ad Abano Terme il XXIV Consiglio Nazionale del Sappe

Redazione cronaca: Umberto Vitale

Direzione e Redazione centrale Via Trionfale, 79/A - 00136 Roma tel. 06.3975901 r.a. • fax 06.39733669

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Liberate la Polizia Penitenziaria

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di Daniele Papi

Chi vuole ricevere la Rivista direttamente al proprio domicilio, può farlo versando un contributo di spedizione pari a 20,00 euro, se iscritto SAPPE, oppure di 30,00 euro se non iscritto al Sindacato, tramite il c/c postale n. 54789003 intestato a:

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Donato Capece Direttore Responsabile Segretario Generale del Sappe capece@sappe.it

l’editoriale

Carcere , sicurezza e territorio: il ruolo della Polizia Penitenziaria a tutela della sicurezza del cittadino l tema al centro del Convegno di Abano Terme del 9 aprile scorso era quello del ruolo svolto dalla Polizia Penitenziaria a tutela della sicurezza del cittadino. Assistiamo infatti costantemente a episodi deprecabili, a nuove tipologie di reati, con una frequenza inaspettata che obbliga la collettività, e quindi le Autorità politiche, ad intervenire: non sembra infatti più possibile dilazionare i tempi, attardarsi su fenomeni che tendono alla emulazione; occorre, al contrario, assumere iniziative in grado di offrire e di dare certezze inequivocabili. D’altro canto, pur sussistendo tali premesse, la cui valenza spesso tragica non lascia dubbi, gli interventi legislativi non appaiono all’altezza della situazione, in sostanza in grado di combattere adeguatamente i pericoli che provengono da una delinquenza le cui caratteristiche non sono più tollerabili. E mi riferisco ad organici carenti, che costringono a turni lavorativi particolarmente stressanti, a risorse e a stanziamenti insufficienti, che non consentono il raggiungimento di obiettivi istituzionali, penalizzando quella efficienza ordinamentale che compete a ciascuna Forza di polizia. Ritengo che sia espressione di serietà e di professionalità far corrispondere effettivamente alle parole i fatti: se si vuole che le Forze dell’Ordine adempiano ai propri doveri nel rispetto delle rispettive funzioni, quali demandate dagli appositi ordinamenti, bisogna assolutamente prevedere un potenziamento reale e concreto, in uomini, mezzi, strutture, dispositivi. Per quanto attiene al Corpo di polizia penitenziaria, fermi restando i problemi comuni con le altre Forze di Polizia, sono indispensabili un miglioramento della intera organizzazione nonché una

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distribuzione e una razionalizzazione delle attività e delle risorse, evitando sperequazioni tra una regione e l’altra che non favoriscono certo la crescita. Ciò che la gente chiede è maggiore sicurezza, ma è importante riuscire a gestire questi problemi senza lasciarsi travolgere dall’onda emotiva, senza assumere iniziative che possono, alla fine, risultare poco efficaci. Sicurezza non vuol dire solo carcere, pena detentiva a tutti i costi. Noi riteniamo che non tutti i reati possono e devono essere puniti con la detenzione, non solo per l’incapacità delle nostre strutture di tenere in carcere tutti gli autori dei reati che vengono commessi, ma anche e soprattutto perché la detenzione, a volte, potrebbe non essere significativa. Riteniamo che il carcere debba essere la sanzione da applicare a coloro che commettono gravi reati, ma rispetto al carcere bisogna trovare delle misure alternative, in aggiunta a quelle che già sono previste nel nostro ordinamento. Se il carcere è, in larga misura, destinato a raccogliere il disagio sociale, è evidente come la società dei reclusi non possa che essere lo specchio della società degli uomini liberi. Non può, infatti, disgiungersi la sicurezza dalla esecuzione della pena, compito precipuo della Polizia penitenziaria. E’ giunta l’ora di ripensare la repressione penale mettendo da un lato i fatti ritenuti di un disvalore sociale di tale gravità da imporre una reazione dello Stato con la misura estrema che è il carcere: e dall’altro, anche mantenendo la rilevanza penale, indicare le condotte per le quali non è necessario il carcere. Tutti noi Polizia Penitenziaria ci sentiamo fortemente coinvolti e motivati, consapevoli che ci sia una reale attenzione da parte della opinione pubblica, delle Istituzioni, della

politica. Ma il processo di rinnovamento e di riforme si è incomprensibilmente fermato mentre si è fatta strada la rassegnazione che le cose debbono andare così. Diamo allora vita ad un confronto dal quale auspichiamo che si comprenda come la diversità di opinioni non sia un limite per la soluzione dei problemi ma, al contrario, offra una gamma più completa di rimedi, che, se puntualmente còlta dal D.A.P. e dal Governo migliorerebbe il clima operativo e agevolerebbe il processo di risoluzioni di criticità le quali tendono a stratificarsi e a radicarsi, rendendo difficile e ancor più tesa e pericolosa la quotidianità dei tantissimi poliziotti penitenziari. Servono riforme che garantiscano la certezza della pena, perché il carcere non può essere il solo e unico deterrente; serve limitare il sovraffollamento, mediante il potenziamento dell’area penale esterna, vale a dire incentivando le misure alternative. Efficienza delle misure esterne e garanzia della funzione di recupero fuori dal carcere potranno far sì che cresca la considerazione della pubblica opinione su queste misure che, nella considerazione pubblica, non vengono attualmente riconosciute come vere e proprie pene. La sicurezza è una priorità che non può essere garantita con gli attuali organici e l’emergenza deve essere affrontata. Il Corpo di polizia penitenziaria vede costantemente estendersi, nel tempo, le sue competenze, le sue mansioni, le sue responsabilità, la portata dei suoi interventi e della sua capacità di incidere significativamente sul mantenimento della sicurezza sociale. Noi, come primo Sindacato della Polizia Penitenziaria, siamo pronti a fare la nostra parte, con responsabilità e collaborazione. H


il pulpito

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Annamaria Cancellieri nuovo Ministro della Giustizia Meglio essere ottimisti ed avere torto che essere pessimisti ed avere ragione

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agari i fatti, poi, mi smentiranno clamorosamente, ma adesso lasciatemi manifestare tutta la mia soddisfazione per la nomina di Annamaria Cancellieri a Ministro della Giustizia. Dopo aver dovuto prendere atto, negli anni, dello scarso interesse per il Corpo di Polizia Penitenziaria dimostrato da Magistrati ed Avvocati assurti al ruolo di Guardasigilli, esprimo tutta la mia contentezza per la scelta di un Prefetto al vertice del dicastero di via Arenula. La scelta di un Prefetto, peraltro, con tantissimi anni di esperienza con le forze di polizia e con l’ordine pubblico e, soprattutto, un Prefetto che ha

rivestito per un anno e mezzo l’incarico di Ministro dell’Interno, ruolo svolto, a quanto mi riferiscono i colleghi e amici del Sindacato Autonomo di Polizia, in maniera estremamente positiva nei confronti della Polizia di Stato. Con queste premesse, per un inguaribile ottimista come me, sembra essere favorevole il futuro prossimo venturo del Corpo di Polizia Penitenziaria. Ovviamente, la prima cosa che mi aspetto da un Ministro come la Cancellieri è l’avvicendamento, nei tempi più brevi possibili, del dottor Giovanni Tamburino dall’incarico di Capo del Dap. Fatto questo, probabilmente, il nuovo

Annamaria Cancellieri è il nuovo Ministro della Giustizia del Governo presieduto da Enrico Letta.

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ata a Roma il 22 ottobre 1943, già ministro dell’Interno nel Governo Monti, è stata un Prefetto. Laureata in Scienze Politiche alla Sapienza di Roma. Appena diplomata, è stata assunta alla Presidenza del Consiglio grazie a un concorso. Nel 1972 è entrata nell’amministrazione del Ministero dell’Interno. Giornalista pubblicista, è stata capoufficio stampa della Prefettura di Milano e responsabile del Progetto Efficienza. E’ stata nominata Prefetto il 1 settembre 1993.  Nel 1994 ha ricoperto l’incarico di Commissario straordinario a Parma. Nel corso della sua carriera è stata Prefetto di Vicenza, Bergamo, Brescia, Catania, Genova, Parma e Bologna. A Bologna, in soli 20 giorni ha ottenuto ciò che tre giunte non erano riuscite ad ottenere: lo sblocco dell’iter per la costruzione della metropolitana bolognese. A Catania ha gestito il delicato periodo che seguì l’uccisione dell’Ispettore di Polizia Filippo Raciti nel 2007. Nel 2009 ha lasciato l’amministrazione dell’Interno per raggiunti limiti di età. Sempre nel 2009 ha presieduto la commissione per il piano rifiuti della Regione Siciliana e il Presidente Raffaele Lombardo l’ha nominata Commissario al Teatro Bellini di Catania, incarico che ha mantenuto fino al settembre 2010. Dal 17 febbraio 2010 al 24 maggio 2011 è stata nominata Commissario Prefettizio a Bologna. Dal 16 giugno 2011 fino alla nomina a Ministro dell’Interno è stata Vice Presidente del Consiglio di Amministrazione di AMT Genova. Dal 20 ottobre 2011 è stata nuovamente Commissario

Giovanni Battista de Blasis DirettoreEditoriale Segretario Generale Aggiunto del Sappe deblasis@sappe.it

Ministro avrebbe risolto il cinquanta per cento dei problemi dell’amministrazione penitenziaria. Nella speranza che il restante cinquanta per cento possa essere risolto da un nuovo Capo Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria meno incline alla filosofia e più portato alla managerialità e alla gestione delle risorse umane (a cominciare dalla scelta dei propri collaboratori). Sono assolutamente consapevole di essere molto (forse troppo) ottimista, ma sono altrettanto convinto che è meglio essere ottimista ed avere torto che essere pessimista ed avere ragione. H

Prefettizio a Parma fino alla nomina a Ministro dell’Interno il 16 novembre 2011. Nella storia della Repubblica Italiana è la seconda donna, dopo Rosa Russo Iervolino, a ricoprire l’incarico di Ministro degli Interni. Annamaria Cancellieri è sposata con Nuccio Peluso ed ha due figli. Ha raccolto 78 voti nelle elezioni a Presidente della Repubblica nell’aprile 2013. Il SAPPE, nell’occasione della sua nomina a Ministro Guardasigilli, le ha augurato “buon lavoro con un caloroso benvenuto” ed ha definito la sua “una nomina di alto profilo”. In un suo comunicato, Donato Capece, Segretario Generale del Sappe, ha sottolineato come “il suo spessore istituzionale e le sue ampie esperienze professionali ci inducono ad essere ottimisti per la sua nomina. Le forniremo, se lo vorrà, la nostra costruttiva collaborazione per trovare soluzioni concrete ai problemi del carcere e della Polizia Penitenziaria. Ci auguriamo che le sinergie della classe politica per dare un nuovo Esecutivo politico al Paese possano proseguire e ci possa dunque dare concretamente da fare per una nuova politica della pena, necessaria e non più differibile, che ‘ripensi’ organicamente il carcere e l’Istituzione penitenziaria”.

Nella foto Annamaria Cancellieri e Paola Severino

Polizia Penitenziaria n.205 aprile 2013


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Roberto Martinelli Capo Redattore Segretario Generale Aggiunto del Sappe martinelli@sappe.it

il commento

Ad Abano Terme il XXIV Consiglio Nazionale del Sappe e il Convegno su carcere, sicurezza e territorio bano Terme, perla delle Terme Euganee, ha ospitato ad inizio aprile il XXIV Consiglio Nazionale del SAPPe, il primo Sindacato del Corpo di Polizia Penitenziaria. E’ dalla sua fondazione, infatti, che il SAPPe riunisce periodicamente i suoi quadri sindacali per esaminare democraticamente, con la massima trasparenza e con il diretto coinvolgimento di ogni suo

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Nelle foto sopra il voto dei Consiglieri Nazionali a destra Donato Capece e Ornella Favero direttrice di “Ristretti Orizzonti”

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dirigente, la politica sindacale presente e futura, esaminare ed approvare il bilancio consuntivo, studiare e proporre le iniziative da adottare per la valorizzazione e la tutela della specificità professionale dei poliziotti penitenziari. Dal 9 all’11 aprile, dunque, i Segretari Nazionali e Regionali, insieme ai componenti la Segreteria Generale, hanno partecipato ai lavori del Consiglio Nazionale che sono stati preceduti, nel pomeriggio di martedì 9, dal Convegno “Carcere, sicurezza e territorio. Il ruolo della Polizia Penitenziaria a tutela della sicurezza del cittadino” al quale hanno presenziato e partecipato diversi esponenti del mondo politico, sindacale e dell’associazionismo penitenziario, come la direttrice di Ristretti Orizzonti Ornella Favero. Graditissimo il messaggio che ci ha fatto giungere il Capo dello Stato

Giorgio Napolitano, a testimonianza dell’autorevolezza istituzionale riconosciuta al primo Sindacato dei Baschi Azzurri, che nel nuovo richiamo sull’emergenza carceri, ha messo all’indice ancora una volta «la perdurante incapacità del nostro Stato a realizzare un sistema rispettoso della Costituzione», con particolare riferimento alla funzione rieducativa della pena. «Il presidente Napolitano - ha scritto il Segretario Generale della Presidenza della Repubblica Donato Marra nel messaggio inviato al segretario generale del Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria (SAPPe), Donato Capece, in occasione del XXIV Consiglio Nazionale - ha più volte, e anche molto di recente, colto ogni occasione per denunciare l’insostenibilità delle condizioni in cui versano le carceri, sottolineando che il sovraffollamento degli istituti, le condizioni di vita degradanti che ne conseguono, i numerosi episodi di violenza e di autolesionismo..., le condotte di inquieta insofferenza o di triste insofferenza sempre più diffuse tra i reclusi, la mancata attuazione dunque delle regole penitenziarie europee confermano purtroppo la perdurante incapacità del nostro Stato a realizzare un sistema rispettoso del dettato dell’art. 27 della Costituzione repubblicana sulla funzione rieducativa della pena e sul senso di umanità ...cui debbono corrispondere i relativi trattamenti». «L’acuta criticità della situazione - è scritto ancora nel messaggio impegna anche la Polizia Penitenziaria a una complessiva riflessione sul tema al fine di formulare, in spirito di costruttiva collaborazione, proposte per un sistema di gestione della pena più

conforme ai principi costituzionali. Con tale auspicio il Presidente della Repubblica rinnova il suo apprezzamento alle donne e agli uomini della Polizia Penitenziaria per l’impegno e la professionalità con cui svolgono la loro delicata funzione». Anche i neo presidenti del Senato della Repubblica, Piero Grasso, e della Camera dei Deputati, Laura Boldrini, hanno voluto inviare al SAPPE il loro

saluto ed augurio per i lavori. Il nostro Convegno di Abano Terme ha messo in luce quei numeri che tutti dovrebbero conoscere e che ben pochi invece sanno: nel 2012 ben 1.300 detenuti hanno tentato il suicidio, 7.317 gli atti di autolesionismo e 4.651 le colluttazioni; 56 i suicidi e 97 le morti per cause naturali: oltre 1.500 le manifestazioni su sovraffollamento e condizioni di vita intramurarie. Questi dati sono importanti per far conoscere il duro, difficile e delicato lavoro che quotidianamente le donne e gli uomini della Polizia penitenziaria svolgono con professionalità, zelo, abnegazione e soprattutto umanità. E il Convegno organizzato dal SAPPE ha voluto proprio far emergere e valorizzare il ruolo sociale dei Baschi Azzurri. E’ infatti importante che la società riconosca e sostenga l’attività risocializzante della Polizia


il commento Dipartimento Tamburino ed il vice Pagano, favoleggia di un regime penitenziario aperto, di sezioni detentive sostanzialmente autogestite da detenuti previa sottoscrizione di un patto di responsabilità favorendo in realtà un depotenziamento del ruolo di vigilanza della Polizia Penitenziaria: di fatto tutto ciò impedisce ed impedirà ai poliziotti di intervenire in Penitenziaria e ne comprenda i tantissime situazioni critiche che sacrifici sostenuti per svolgere tale quotidianamente si verificano in attività, garantendo al contempo la carcere». sicurezza all’interno e all’esterno degli La presenza ed i telegrammi pervenuti Istituti. dalle Autorità politiche, militari, Di ampio respiro e prospettiva religiose, gli indirizzi di saluto che l’intervento di Donato Capece, hanno voluto portare al Convegno i Segretario Generale, che ha tra l’altro rappresentanti regionali del SAPAF del ricordato come il SAPPe sia Corpo Forestale dello Stato, del intervenuto in più occasioni a CONAPO dei Vigili del Fuoco, convegni, congressi, tavole rotonde e dell’Associazione Nazionale Polizia trasmissioni televisive, ribadendo ogni Penitenziaria ANPPe, il Sindaco di volta la necessità di una nuova Abano Terme, il Direttore del carcere politica della pena, di un maggiore di Padova Salvatore Pirruccio, il ricorso alle misure alternative alla Provveditore Regionale Pietro Buffa detenzione e all’adozione di hanno reso il dibattito e il convegno procedure di controllo mediante particolarmente interessante. strumenti elettronici o altri dispositivi Particolarmente apprezzato tecnici, come il braccialetto l’intervento di Ornella Favero, elettronico. Evidenziando, soprattutto, direttore di Ristretti Orizzoni che da l’importante ruolo svolto quotidiano Rivista del carcere di Padova è dai Baschi Azzurri del Corpo: «la diventato il portale di informazione da Polizia Penitenziaria, negli oltre 200 e sul carcere. Ed è stata penitenziari italiani, è formata da estremamente significativa la sua persone che nonostante presenza ed il suo intervento: per l’insostenibile, pericoloso e stressante quello che Lei rappresenta e per chi sovraffollamento credono nel proprio rappresentiamo noi. Ed è così che lavoro, che hanno valori radicati e un nascono le sinergie in grado di forte senso d’identità e d’orgoglio, e mettere in campo soluzioni concrete a che ogni giorno in carcere fanno tutto superare l’emergenza carceri e la quanto è nelle loro umane possibilità stessa quotidianità penitenziaria. per gestire gli eventi critici che si Non a caso, il V Congresso Nazionale verificano quotidianamente, del SAPPE di Milano poneva al centro soprattutto sventando centinaia e dei suoi lavori un assunto centinaia suicidi di detenuti. Dispiace straordinario nella sua semplicità: constatare che le risposte “Trattamento è sicurezza”. dell’Amministrazione penitenziaria Altrettanto costruttivi ed interessanti all’emergenza penitenziaria si siano sono stati i lavori del Consiglio rilevate del tutto inefficaci, come ad Nazionale, con il resoconto dei esempio la fantomatica quanto segretari regionali del SAPPE sulla irrazionale e sporadica sorveglianza situazione di ogni singola regione ed dinamica, che accorpa ed abolisce una approfondita disamina delle posti di servizio dei Baschi Azzurri problematiche e delle criticità con le mantenendo però in capo alla Polizia quali quotidianamente si confrontano penitenziaria il reato penale della le donne e gli uomini del Corpo. ‘colpa del custode’ (articolo 387 del Nel suo documento conclusivo, il Codice penale). Il DAP, con il Capo Consiglio Nazionale del SAPPe ha

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chiesto al Ministro della Giustizia di annullare il progetto dei circuiti penitenziari così come voluto dal Capo dell’Amministrazione Penitenziaria Tamburino e dal suo Vice Pagano, avvicendandoli dai rispettivi incarichi – “al superamento del concetto dello spazio di perimetrazione della cella e la

maggiore apertura per i detenuti deve associarsi alla necessità che questi svolgano attività lavorativa e che il Personale di Polizia penitenziaria sia esentato da responsabilità derivanti da un servizio svolto in modo dinamico” -. La delibera contiene inoltre la corale condivisione dei Consiglieri Nazionali su proposta della Segreteria Generale di organizzare nel prossimo mese di maggio un sit-in di protesta davanti al Ministero della Giustizia di Roma ed uno “speaker’s corner” davanti al DAP ove consentire a chiunque lo voglia di “strillare” il proprio disagio contro l’Amministrazione che “non ascolta” le proprie richieste. L’appuntamento è al XXV Consiglio Nazionale del SAPPE nel 2014. 25 Consigli Nazionali in 23 anni, 25 Consigli Nazionali di confronto, democrazia e trasparenza. Quanti possono dire altrettanto? H

Nelle foto in alto a sinistra i componenti della Segreteria Generale sopra i Consiglieri Nazionali nella rituale foto di gruppo e ancora la platea

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l’osservatorio

L’emergenza nel carcere e il sovraffollamento - 2ª parte Giovanni Battista Durante Redazione Politica Segretario Generale Aggiunto del Sappe durante@sappe.it

P Nelle foto celle sovraffollate

Nelle foto

Polizia Penitenziaria n.205 aprile 2013

er affrontare e superare questa costante situazione emergenziale, a nostro avviso, servono vere riforme strutturali, riguardanti l’esecuzione della pena: riforme che non vennero fatte dopo l’indulto del 2006, un provvedimento tampone che risultò inefficace, proprio per la mancanza di riforme strutturali. Il sovraffollamento degli istituti di pena è una realtà che umilia l’Italia rispetto al resto dell’Europa e costringe i poliziotti penitenziari a gravose condizioni di lavoro. I poliziotti e le poliziotte penitenziarie, ad esempio, nel solo anno 2011, sono intervenuti tempestivamente in carcere salvando la vita ai 1.003 detenuti che hanno tentato di suicidarsi, impedendo che i 5.639 atti di autolesionismo posti in essere da altrettanti ristretti potessero degenerare ed avere ulteriori gravi conseguenze, fronteggiando oltre 730 episodi di aggressione e circa 3.500 colluttazioni. Un anno, il 2011, nel corso del quale, purtroppo, si sono registrati anche 63 suicidi, 102 decessi naturali, 48 evasioni da permesso premio, 6.628 scioperi della fame, 1.179 rifiuti di vitto e terapie e, complessivamente, ben 131.158 soggetti detenuti sono stati coinvolti in manifestazioni di protesta collettive per chiedere amnistia, indulto e migliori condizioni detentive. Il 2012 ha fatto registrare una lieve flessione della popolazione detenuta che è arrivata, come abbiamo già evidenziato, a 66.009 unità, per motivi in parte congiunturali, legati anche ai minori arresti effettuati. Come si è potuto apprendere attraverso i dati diffusi recentemente dal Viminale, sono

diminuiti i reati più gravi che prevedono l’arresto obbligatorio in flagranza e, quindi, anche la possibilità di emettere provvedimenti di custodia cautelare in carcere, mentre sono aumentati i reati meno gravi, come il furto; ciò ha consentito, a livello nazionale, minori ingressi in carcere, poiché gli arresti sono stati circa 2.000 in

meno, rispetto all’anno precedente. I provvedimenti più strutturali, varati negli ultimi due anni, come la legge 199/2010 (c.d. legge Alfano, dal ministro proponente, poi modificata dal ministro Severino) che consente di poter espiare in detenzione domiciliare gli ultimi diciotto mesi di reclusione (erano dodici prima dell’intervento del ministro Severino) ha consentito, al 31 agosto 2012, a 7558 persone di poter scontare la pena, o il residuo pena, fuori dal carcere, in detenzione domiciliare. Quindi, non è vero che certi interventi non sono efficaci. Se non ci fosse stato questo intervento che, a mio avviso, poteva essere esteso anche agli ultimi tre anni di pena, come previsto all’origine dal ministro Alfano, poi bloccato dalle resistenze di qualche partito politico, gli effetti sarebbero stati ancora più evidenti. Ed è bene sottolineare che queste persone non sarebbero passate dal

carcere allo stato di libertà, ma avrebbero espiato la pena in misura alternativa al carcere. Il SAPPe ha fatto propria l’osservazione di qualche tempo fa del Capo dello Stato, in un convegno che si tenne al Senato della Repubblica. Il Presidente sottolineò che all’imbarbarimento delle nostre carceri contribuì anche il «Peso gravemente negativo di oscillanti e incerte scelte politiche e legislative, tra tendenziali depenalizzazione e depenitenziarizzazione e ciclica ripenalizzazione, con un crescente ricorso alla custodia cautelare, abnorme estensione della carcerazione preventiva». Quello della custodia cautelare in carcere è un altro aspetto che merita la massima attenzione, considerato che circa il 40% delle persone detenute sono in attesa di giudizio e che molte di queste, alla fine, vengono assolte. Sarebbe opportuno limitare l’utilizzo della custodia cautelare ai reati più gravi e ricorrere maggiormente ad altre misure cautelari. E’ quindi ampiamente condivisibile la posizione espressa nei giorni scorsi dal Procuratore della Repubblica di Milano, Edmondo Bruti Liberati, il quale ha invitato i Pubblici Ministeri a ricorrere il meno possibile al carcere e ad usare «Nella misura più larga possibile misure alternative». Anche su questo aspetto, probabilmente, un intervento del legislatore sarebbe auspicabile. Alla custodia cautelare c.d. classica se ne aggiunge un’altra che potremmo definire breve, o atipica, ovvero pre-cautelare, che è quella relativa alle persone arrestate e


l’osservatorio portate in carcere, in attesa della convalida dell’arresto e del contestuale giudizio per direttissima. Sono circa 22.000 le persone che ogni anno entrano in carcere per questo motivo e ci restano per pochi giorni (c.d. fenomeno delle porte girevoli), per essere poi rimesse in libertà. Un aggravio di lavoro notevole per la polizia penitenziaria che deve effettuare tutte le operazioni di ingresso, con difficoltà molte volte anche a reperire un posto adeguato in carcere, per poi, dopo due/tre giorni, effettuare le operazioni di scarcerazione; un lavoro inutile che può risultare anche dannoso per chi in carcere ci entra, senza una valida ragione: se coloro che sono in custodia cautelare, in attesa di giudizio, si trovano in carcere a seguito di un provvedimento del giudice, coloro che sono stati arrestati in flagranza di reato ancora non hanno avuto nessuna valutazione da parte del giudice. Su questo aspetto bene ha fatto il ministro Severino ad intervenire in maniera chiara e netta, modificando l’articolo 558 del codice di procedura penale e facendo in modo che la traduzione in carcere sia prevista solo come ipotesi residuale e previo decreto del pubblico ministero. Così come ha fatto bene a rivedere anche la disposizione dell’articolo 123 delle norme di attuazione del codice di procedura penale, al fine di tentare di garantire che l’udienza di convalida si svolga nel luogo in cui si trova l’arrestato. Solo nel corso del 2010 la polizia penitenziaria ha fatto 58.000 traduzioni nelle aule di giustizia (dati forniti dall’allora capo del Dipartimento Franco Ionta). L’intervento sulle c.d. porte girevoli ha fatto sì che gli ingressi in carcere, nel corso del 2012, diminuissero del 30% circa. Nel solo carcere di Torino le Vallette, nel corso del 2012, gli ingressi sono stati 3335, a fronte dei 4811 del 2011, 1.500 in meno; sempre nel 2012 le direttissime sono state 353, con 136 scarcerazioni, mentre nel 2011 erano state 1.339, con 971 scarcerazioni. (dati diffusi

dal ministro della giustizia, dopo la recente visita effettuata nel carcere di Torino). Il carcere non può essere il luogo in cui si scaricano le inefficienze di altre agenzie: ognuno deve fare la propria parte. «Una realtà penitenziaria», ha aggiunto ancora il Capo dello Stato, che “ci umilia in Europa e ci allarma, per la sofferenza quotidiana - fino all’impulso a togliersi la vita - di migliaia di esseri umani chiusi in carceri che definire sovraffollate è quasi un eufemismo… abisso che separa la realtà carceraria di oggi dal dettato costituzionale sulla funzione rieducatrice della pena e sui diritti e la dignità della persona. E’ una realtà non giustificabile in nome della sicurezza, che ne viene più insidiata che garantita…».

degli accordi bilaterali. Sarebbe oltremodo necessario, inoltre, per una migliore e più efficace espiazione della pena, differenziare gli istituti in ambito regionale, creando tre livelli di strutture: Massima sicurezza; Media sicurezza; Custodia attenuata, dove avviare programmi di recupero per detenuti tossicodipendenti: vere e proprie strutture filtro, come esiste a Rimini, prima che gli stessi vadano nelle comunità esterne. Ritengo che il progetto Rimini, da questo punto di vista, potrebbe essere imitato in tutto il nostro Paese. Si tratta, purtroppo, di una piccola struttura, solo 16 posti, non incrementabili, dove i detenuti tossicodipendenti entrano dopo aver sottoscritto un programma con l’Amministrazione: si impegnano a

Ad avviso del Sindacato più rappresentativo della Polizia Penitenziaria, il SAPPe, si dovrebbe potenziare maggiormente il ricorso alle misure alternative alla detenzione (in Gran Bretagna e Francia il 75% dei condannati usufruisce di misure alternative alla detenzione, in Italia l’82% sconta la pena in carcere), introdurre il lavoro durante la detenzione (quasi tutti, oggi, stanno in cella 20 ore al giorno, alimentando tensione ed esasperazione a tutto danno della sicurezza; positiva, quindi, la recente decisione del Presidente del Consiglio Mario Monti di stanziare 16 milioni di euro per il lavoro dei detenuti) anche per sostenerne i costi della detenzione stessa, far espiare, ai detenuti stranieri, la pena nei propri paesi, laddove è possibile, previo stipula

non fare uso di sostanze alternative, come il metadone, a partecipare a corsi di formazione, a lavorare ed a turno assumono compiti di responsabilità all’interno del gruppo. In tale contesto la presenza della polizia penitenziaria è ridotta al minimo indispensabile. Purtroppo, nonostante esista una legislazione all’avanguardia, il d.P.R. 309/90, che prevede l’affidamento terapeutico e la sospensione della pena, per coloro che abbiano in corso un programma di recupero o ad esso intendano sottoporsi, ovvero abbiano già superato tale programma, in Italia i tossicodipendenti condannati a pene detentive brevi (al di sotto dei sei anni, quattro per i reati più gravi, limiti imposti dalla legge per accedere ai benefici) continuano a restare in carcere. H continua....

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lo sport

Le Fiamme Azzurre sul ring di Helsinki Lady Oscar Redazione Sportiva rivista@sappe.it

Nella foto Luca Capuano sul podio con la medaglia d’oro

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elsinki, la splendida città fondata per volontà di re Vasa alla foce del fiume Vanda, dal 12 al 14 ha ospitato sul ring dell’Urheilutalo Sport Hall la 32ª edizione del Gee Bee Tournament, uno dei più prestigiosi tornei pugilistici riservati alle Nazionali Elite Maschili.

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La kermesse ha visto la partecipazione di pugili provenienti dai cinque continenti e di sei boxeur dell’Italian Boxing Team: Manuel Fabrizio Cappai (49 Kg - GS Fiamme Oro); Donato Cosenza (60 Kg - GS Fiamme Oro); Vincenzo Mangiacapre (69 Kg - GS Fiamme Azzurre); Dario Vangeli (64 Kg - Gs Fiamme Oro); Luca Capuano (GS Fiamme Azzurre); Simone Fiori (81 Kg - GS Fiamme Oro). Per le Fiamme Azzurre, presenti con i due portacolori Vincenzo Mangiacapre e Luca Capuano, gioie e dolori. Nella giornata di apertura del torneo Mangiacapre è incappato contro il finnico Antti Hietala pareggiandovi per 12 a 12 al termine del tempo regolamentare. Poi, nonostante i valori in campo suggerissero una diversa valutazione, all’atleta di casa è stata assegnata la vittoria grazie al verdetto della giuria, che ha fatto terminare anzitempo le possibilità di Vincenzo Mangiacapre di proseguire oltre nel torneo. Le gioie sono invece arrivate dall’altro atleta delle Fiamme Azzurre impegnato in gara: Luca Capuano, venticinquenne brindisino, specialista dei pesi medi. Capuano si è imposto nei 75 kg

superando in finale il norvegese Clodi Erneste, dopo aver dovuto affrontare un tabellone di qualificazione piuttosto impegnativo. Nella semifinale di sabato 13 aprile, si è confrontato con il kazako , vincendo ai punti con un rotondo 1810. Il giorno successivo, in finale, il nostro pugile ha incrociato i guantoni con Erneste. Il norvegese, forte di una vasta esperienza internazionale, era considerato un avversario assai ostico, ma Capuano, consapevole dei propri mezzi e con grande personalità, ha dato vita ad una delle migliori prestazioni della sua carriera portando a casa una vittoria mai in discussione. Il 18-13 con cui i giudici gli hanno assegnato la medaglia d’oro esprime bene la supremazia mostrata dal brindisino nel corso dell’incontro. Complessivamente, la nazionale azzurra si è piazzata al secondo posto nella classifica a squadre, alle spalle della Russia. Insieme all’atleta delle Fiamme Azzurre, altri due azzurri hanno portato a casa il metallo più pregiato: Manuel Cappai, nella categoria 49 kg, che in finale ha battuto il francese Marcus Gevia, e Dario Vangeli, nella categoria 64 kg, che nell’ultimo match ha avuto la meglio sul russo Maxim Dadashev. Argento invece per Fabio Introvia, sconfitto in finale dall’irlandese Oliver Joice, nella categoria 60 kg. H

Il Torneo di Pasqua 2013

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on l’intento, riuscito, di dare seguito alla manifestazione “Torneo di Natale 2012” svoltasi presso lo Stadio di Casal del Marmo e in consolidamento della collaborazione tra le società calcistiche Astrea, Aurelio e Campagnano, si è svolta, nella giornata di Sabato 30 marzo 2013, presso il Campo Nicola Ferrucci di Campagnano, il “Torneo di Pasqua 2013” che ha visto affrontarsi in un triangolare le squadre dei pari età nella categoria Giovanissimi. Su di un campo tirato a lucido per l’occasione si è dato vita a tre avvincenti matches della durata di 50 minuti ciascuno alla fine dei quali è stata la squadra dell’Astrea ad aggiudicarsi il trofeo. Il numeroso pubblico assiepato sugli spalti, rappresentato dai genitori e amici degli atleti, ha sostenuto incitando, a volte troppo, e a gran voce, i propri beneamati, esultando in occasione delle emozioni provenienti dal campo. Unico neo l’improvviso forte temporale abbattutosi proprio in occasione delle partite che però in fondo ha reso “eroici” tutti i giocatori scesi sul rettangolo di gioco. Alla fine della manifestazione il Sindaco di Campagnano Francesco Mazzei, oltre ad offrire la propria gentile e gradita presenza alla manifestazione, ha premiato il Capitano dell’Astrea che alzando la coppa ha scatenato l’entusiasmo dei compagni per la raggiunta e sofferta vittoria.


lo sport I RISULTATI: CAMPAGNANO - AURELIO 0 - 1 ASTREA - CAMPAGNANO 6 - 0 ASTREA - AURELIO 1–1

Colombino, Calimera (10°st Bettoni), Salaparuta (V.Cap.), Fonti, Giuli, Tacconi (25°st.Floridi), Di Pol, Bava (15°st. Bava), Di Palma (10°st Casani), Spositi (Cap.) A disposizione: Di Carlo. All. Riccardo Salvi LE CRONACHE: Nell’ultima gara in programma, nella ASTREA - CAMPAGNANO 6 - 0 quale si determinerà la vincente del ASTREA: Cesarini, (1°st. Pignataro) torneo, si affrontano le due squadre Bettoni (1°st. Colombino), Calimera, vittoriose nei precedenti incontri. Salaparuta (V.Cap.), Fonti, Di Carlo L’Astrea scende in campo con gli stessi (1°st Casani), Bava (1°st.Tacconi), undici che hanno concluso l’ultima Di Pol (Giuli), Matarazzo, Floridi sfida. Si inizia sotto un diluvio che (1°st. Di Palma), Spositi (Cap.) rende subito il campo pesante All. Riccardo Salvi rendendo così difficili le giocate e la L’Astrea scende in campo in questa seconda gara ed affronta la squadra di stabilità dei contendenti. L’Aurelio molto ben organizzato in tutti i suoi casa del Campagnano battuta di reparti cerca di impossessarsi del misura dall’Aurelio. Già prima centrocampo ma oggi l’Astrea anche in dell’ingresso in campo le facce concentrate dei ragazzi di Mister Salvi quella zona del campo ha una marcia fanno ben sperare. Effettivamente sin in più e con Di Pol, autentico guerriero, ribatte colpo su colpo. All’ottavo del dalle battute iniziali l’undici primo tempo complice una svista biancoazzurro schiaccia nella propria metà campo la compagine avversaria arbitrale su una precedente trattenuta grazie anche alla regia del centrale Di ai danni di Fonti, l’arbitro decreta un calcio di rigore per l’Aurelio. Le Carlo impensierendo così la difesa proteste del difensore biancoazzurro rossoblu. Al 10° Floridi trova inducono il direttore di gara ad finalmente il corridoio giusto espellerlo. Sul dischetto di rigore si lanciando Bava che conclude con un porta il centravanti avversario che bolide che si insacca alla sinistra del calcia angolato ma Cesarini portiere. Spositi dopo appena altri 5 nell’occasione si dimostra all’altezza minuti conclude a rete dalla distanza della situazione balzando alla sua trovando una perfida deviazione destra e respingendo la sfera in avversaria che trafigge l’incolpevole angolo. Lo scampato pericolo e la estremo difensore. I laterali Bettoni e difficoltà data dall’inferiorità numerica Calimera trovano nella giornata moltiplica le forze dei giovani odierna i tempi giusti per fornire agli biancoazzurri che riprendono la partita avanti ottimi palloni e uno di questi, con piglio e decisione di voler oggi far dopo aver colpito la traversa, trova loro la vittoria. Dopo un paio di veloci pronto il solito Matarazzo che è lesto nel ribatterlo in rete. Dopo la sfuriata incursioni dalla destra di Colombino biancoazzurra esce fuori, con orgoglio, che impensieriscono la retroguardia avversaria arriva al 20° il vantaggio il Campagnano che con i suoi avanti dell’Astrea con il goal di Tacconi che tutto fisico e corsa cercano di accorciare le distanze ma prima Fonti con una azione in contropiede, dalla e poi Salaparuta riescono ad arginare sinistra, batte con un tiro da fuori area il portiere in uscita mandando in le loro giocate. visibilio compagni e genitori sugli Nel secondo tempo è ancora la spalti. Nell’intervallo, utile per ritrovare formazione dell’Astrea a menare le forze ed idee l’Astrea inserisce Casani danze e dopo una insistita azione è per infoltire il centrocampo. Data la Giuli con un preciso piattone conclusione della prima parte del dall’interno dell’area a portare a match, nella ripresa l’Aurelio si quattro le reti. Il nuovo entrato dimostra maggiormente guardingo ma Tacconi, bella la sua prima prova con riesce comunque ad inquadrare la la nuova maglia, sigla il quinto goal porta in un paio di occasioni. con un tapin dopo una respinta del portiere. In conclusione di gara arriva Purtroppo per i granata però, i portieri dell’Astrea sono in giornata per non il sesto goal firmato da Fonti che risolve una mischia in area avversaria. essere battuti. Dopo un paio di calci d’angolo a favore dell’Astrea, che ASTREA - AURELIO 1 – 1 danno vita a delle furibonde mischie ASTREA: Cesarini, (1°st. Pignataro) all’interno dell’oramai allagata area di

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rigore, l’Aurelio a 10 minuti dalla fine centra il pareggio a coronamento del forcing espresso. A questo punto ci si aspetta la capitolazione dei giovani dell’Astrea che sembrano scoraggiati dopo il goal subito ed infatti nell’azione susseguente, causa questa volta la scarsa visibilità, una caduta di un centrocampista granata all’interno dell’area di rigore porta l’arbitro a concedere un secondo penalty a favore dell’Aurelio. La delusione dei giocatori dell’Astrea è maggiore di qualsiasi protesta non manifestata,

il solo Pignataro, già brillantemente disimpegnatosi, può stavolta cambiare le sorti della partita e con grande concentrazione si pone sulla linea di porta in attesa dello scoccare del tiro avversario. La punta calcia forte ma centrale Pignataro non abbocca alle finte e con i pugni ribatte il pallone che colpisce la traversa e poi esce fuori. Però non c’è tempo per esultare dato che mancano pochi minuti alla fine e la partita riparte subito dal corner. Battuto il corner è il rientrante Floridi che con qualche rischiosa giocata, su di un campo ai limiti della praticabilità, riesce a far riprendere fiato alla squadra fino all’arrivo dell’atteso triplo fischio del direttore di gara. La vittoria del torneo è stata proclamata dagli spalti, annunciata dallo speaker che acclama l’Astrea vincente per le maggiori reti realizzate alla fine dei due incontri disputati. I ragazzi dell’Astrea accorrono tutti sotto gli spalti, dedicando questa prima, sofferta, meritata vittoria di un torneo a loro stessi e ai propri sostenitori. Ai complimenti provenienti dal Mister Salvi ai propri giocatori si associa tutto lo Staff dell’Astrea Calcio per il titolo conseguito. H

Nella foto sopra l’esultanza dei giovanissimi dell’Astrea nell’atra pagina la compagine del’Astrea al completo

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diritto e diritti

Individuazione del mobbing Giovanni Passaro passaro@sappe.it

entile sindacalista, ringrazio anticipatamente per l’attenzione che eventualmente sarà prestata alla presente mail. Sono un assistente in servizio presso un istituto penitenziario italiano vittima di rimproveri da parte del Comandante di Reparto e di ordini di servizio del Direttore. In particolare, con formale ordine di servizio sono stato rimosso dall’ufficio servizi, dopo 1 anno, nonostante avessi vinto il relativo interpello e demansionato al servizio a turno. L’ordine di servizio fa riferimento ad una relazione del Comandante, nella quale è evidenziato il mio scarso rendimento. Questo ha determinato in me un senso di angoscia, frustrazione e disaffezione al lavoro, ampliato dalle prese in giro di alcuni colleghi (antipatie provocate dal ruolo scomodo di chi ha gestisto i servizi). Al fine di valutare una denuncia, vorrei capire cosa si intende per mobbing, quando si manifesta e quali prove occorrono. Grazie.

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Caro collega, il mobbing è il sintomo spesso invocato a sproposito, ancor più spesso subìto in servile silenzio: indice di quel lato patologico delle attuali relazioni sociali e lavorative, un fenomeno spesso taciuto per vergogna o per paura di ritorsioni. Il termine “mobbing” deriva da una

espressione di origine anglosassone “to mob” che significa assalire, aggredire in gruppo e trae origine dall’espressione latina “mobile vulgus”, riferita ad un gruppo di persone meritevoli di disprezzo. Nel linguaggio comune sta ad indicare(1) azioni vessatorie, aggressive e persecutorie, più o meno gravi, poste dal datore di lavoro e/o dai colleghi (mobber) nei confronti di un lavoratore (mobbizzato). In particolare, per mobbing si intende una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell’ambiente di lavoro, che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio fisiopsichico e del complesso della sua personalità. Lo studioso tedesco Heinz Leymann che, tra i primi, si è interessato dell’indagine sulle cause e le conseguenze del mobbing, lo definisce come “una forma di terrorismo psicologico che implica un atteggiamento ostile e non etico posto in essere in forma sistematica da uno o più soggetti, di solito nei confronti di un unico individuo che, a causa di tale persecuzione, si viene a trovare in una condizione indifesa e diventa oggetto di continue attività vessatorie e persecutorie che ricorrono con una frequenza sistematica e nell’arco di un periodo di tempo non breve, causandogli considerevoli sofferenze mentali, psicosomatiche e sociali”. Perché sia configurato il mobbing è necessaria la sussistenza di una concorrenza di elementi quali: a) la molteplicità di comportamenti di carattere persecutorio (2), illeciti o anche leciti se considerati singolarmente, che siano stati posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente con intento vessatorio; b) l’evento lesivo della salute o della personalità del dipendente;

c) il nesso eziologico tra la condotta del datore o del superiore gerarchico e il pregiudizio all’integrità psicofisica del lavoratore; d) la prova dell’elemento soggettivo, cioè dell’intento persecutorio. Tuttavia, il lavoratore poco produttivo, sanzionato più volte per il suo atteggiamento inefficiente, non può essere considerato vittima di mobbing. Infatti, rientra nel potere di controllo del datore di lavoro (3) contrastare la condotta inefficiente del proprio dipendente. Egli, quindi, quando sanziona quest’ultimo o addirittura lo solleva dalle mansioni perché poco produttivo, non agisce con uno scopo vessatorio, ma solo per realizzare una maggiore produttività dell’impresa (4). Svariate sono le condotte in cui può realizzarsi il mobbing. Tra le più frequenti: • aggressioni e rimproveri verbali frequenti e non giustificati, spesso a scopo di umiliazione. Nei casi più gravi, tali comportamenti possono configurare i reati di ingiuria e diffamazione; • offese, pettegolezzi e critiche sul lavoratore (es. sul suo modo di lavorare) oppure sulla sua famiglia; • ossessivi controlli medico-fiscali; • ingiustificato diniego di ferie e permessi; • demansionamento e dequalificazione professionale del dipendente, volto a ridurne fortemente l’autostima e bloccarne la carriera; • sovraccarico di lavoro, con continuo spostamento di mansioni e/o trasferimenti, con conseguente instabilità e ripercussioni sulla vita sociale, familiare e sulla salute del dipendente; • ripetute sanzioni disciplinari non dovute; • molestie sessuali. Alcuni di questi comportamenti sono puniti anche se posti sporadicamente, in quanto costituiscono già di per sé un illecito civile o penale (ad es. le molestie). Altri, invece, pur se consistenti in condotte isolatamente lecite, sono sanzionati perché inseriti in un disegno globale, volto alla


diritto e diritti mortificazione e persecuzione del dipendente e quindi da considerarsi mobbing (per es. rimproveri e controlli insistenti, reiterati e non giustificati). Si tratta di condotte idonee a ledere più o meno la dignità e la personalità del lavoratore. L’effetto negativo sulla salute psico-fisica del lavoratore è tanto più incisivo quanto più la condotta è grave, reiterata nel tempo e quanto più è elevato il numero di mobbers che si accaniscono contro il lavoratore o, semplicemente, che restano in silenzio di fronte ai comportamenti vessatori. Il mobbing può provocare seri danni alla salute psico-fisica della vittima, danni che variano a seconda del tipo di condotta e della predisposizione e sensibilità del soggetto che la subisce. Le conseguenze psicologiche riscontrate nella maggior parte dei lavoratori sottoposti a mobbing sono: ansia, depressione, disturbo dell’adattamento (DDA), calo dell’autostima, difetto di comunicazione con gli altri, tendenza all’isolamento, impotenza sessuale e sofferenze psicologiche e fisiche di vario tipo. Il mobbing è fonte di responsabilità contrattuale ed extracontrattuale del datore di lavoro. La responsabilità contrattuale discende dall’art. 2087 del codice civile che impone al datore di lavoro di adottare nell’esercizio delle attività le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro. La violazione di tale obbligo di sicurezza posto a carico del datore di lavoro si può realizzare con comportamenti materiali o provvedimenti del datore di lavoro anche indipendentemente dall’inadempimento di specifici obblighi contrattuali previsti dalla disciplina del rapporto di lavoro subordinato. Con riferimento al mobbing, ciò significa che il datore deve, non solo evitare di porre in essere condotte vessatorie verso i propri dipendenti, ma anche vigilare affinché non siano altri lavoratori o superiori gerarchici a tenere tali

condotte. Il datore ha, dunque, l’obbligo di fare il possibile per assicurare un ambiente lavorativo sicuro e sereno, in cui non risultino offese la dignità e la personalità dei lavoratori. Deve prevenire e sanzionare, esercitando il proprio potere disciplinare, tutti quegli atteggiamenti che rendano insostenibili le condizioni di lavoro. Diversamente, egli è responsabile nei confronti del lavoratore/i danneggiato/i .

Un’altra tutela per il lavoratore è nel caso di demansionamento o dequalificazione professionale. In particolare, il dipendente non può essere assegnato a mansioni inferiori rispetto a quelle per le quali è stato assunto. Ciò vale anche quando venga assegnato a compiti che, nella sostanza, sono da considerarsi di livello inferiore. La responsabilità extracontrattuale discende dall’art. 2043 cod. civ. che, in via generale, obbliga chiunque cagioni un danno ingiusto, con dolo o colpa, a risarcirlo. L’azione di responsabilità specifica ex art. 2087 cod.civ. e l’azione aquiliana ex art. 2043 cod. civ. sono cumulabili. La responsabilità extracontrattuale del datore di lavoro sussiste tutte le volte in cui dalla medesima violazione derivi una lesione di diritti del lavoratore intesa come persona, oppure indipendentemente dal rapporto di lavoro (lesione dei diritti personalissimi, della integrità psicofisica, del diritto alla salute e così via). Il risarcimento può consistere nel: • danno patrimoniale: qualora gli atti vessatori abbiano ripercussioni sul suo patrimonio o comunque sulla sua condizione economica (per es.

demansionamento e riduzione della retribuzione); • danno biologico: qualora gli effetti negativi ricadano sulla sua salute psico-fisica (per es. molestie sessuali e psicologiche); • danno morale: qualora la condotta del mobber leda la sua dignità e personalità (per es. tramite offese). Il lavoratore che lamenti di aver subito comportamenti mobbizzanti e che intenda chiedere in giudizio il risarcimento del danno è gravato dall’onere di dare la prova delle condotte realizzate in suo danno, del danno patrimoniale o esistenziale subito, dell’eventuale incidenza di tale danno sulla sua integrità psico-fisica. E’ da dire che nell’individuazione del mobbing non assume rilievo l’elemento psicologico (l’intenzionalità) del mobber con riferimento alle singole condotte, occorre piuttosto provare di aver subito un complesso dei comportamenti tali da dar vita nell’insieme ad un’azione effettivamente mobbizzante. Il mobbizzato ha solo l’onere di provare gli episodi mobbizzanti, cioè la reiterazione degli stessi, il loro carattere pretestuoso e la circostanza che gli stessi appaiano complessivamente finalizzati a danneggiarlo; infine, il soggetto danneggiato deve fornire la prova del collegamento (nesso causale) tra tali condotte e il danno subito, danno che naturalmente deve poterne costituire una conseguenza immediata e diretta. Fornita questa prova, l’esistenza del pregiudizio all’integrità psico-fisica, viene ricavata presuntivamente, giacchè si ritiene che a tale tipo di condotte consegua automaticamente un danno. Diversamente, quando si alleghi un danno patrimoniale da lucro cessante cosiddetto da “perdita di chanche”, cioè per la perdita di occasioni di crescita lavorativa, occorre la prova del danno che si assume subito. Occorre cioè dimostrare quali occasioni si siano effettivamente perse per effetto della lesione subita. L’onere probatorio è particolarmente gravoso in quanto spesso è difficile

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Nella foto prevaricazione

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diritto e diritti per la vittima di mobbing dimostrare il danno (per es. una lesione alla salute psichica può manifestarsi solo dopo tanto tempo) oppure, ancora peggio, dimostrare il verificarsi delle condotte di mobbing (per es. i testimoni si rifiutano di parlare perché temono ritorsioni del mobber). La tutela penale giunge in soccorso al mobbizzato solo quando la condotta di mobbing integri gli estremi di un reato. I casi più frequenti si hanno quando: 1) gli atteggiamenti umilianti del mobber configurino i reati di ingiuria e diffamazione poiché ledono il decoro e la reputazione della persona; 2) le condotte persecutorie si accompagnano al reato di violenza privata o di lesioni personali colpose; 3) il mobbing consista o si accompagni a molestie sessuali. Per molestie sessuali deve intendersi non solo la violenza sessuale vera e propria, ma anche i corteggiamenti indesiderati e le “proposte indecenti”. Secondo la Cassazione si tratta di uno dei fenomeni più detestabili che possono verificarsi sul luogo di lavoro, per la loro forte capacità di ledere l’integrità psico-fisica della vittima.

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Come si evince da questa seppur semplice analisi, il mobbing interessa svariate discipline, tra cui la psicologia, la sociologia, il diritto e la medicina del lavoro. Le ragioni di tale interesse risiedono nel fatto che esso colpisce le parti più delicate della persona: la sua dignità e il suo vivere relazionandosi con gli altri. H

Note (1) Comportamenti che si pongono in contrasto non solo con l’ordinato vivere sociale ma anche con il regolare svolgimento di un rapporto di lavoro subordinato, mutuando in sociologia tale espressione da una branca dell’etologia (Konrad Lorenz). (2) Pur in presenza di determinazioni sfavorevoli per il dipendente adottate da parte datoriale (es. trasferimento ad altro servizio), non è possibile configurare attività persecutoria qualora sia ravvisabile una ragionevole spiegazione alternativa al comportamento tenuto dalla P.A.. La mera concatenazione degli atti (illeciti o anche apparentemente e/o astrattamente leciti) idonei a spiegare efficacia lesiva dei diritti morali e/o

professionali del lavoratore non è, di per sé sola, idonea a costituire prova del loro connotato emulativo e vessatorio. Pertanto, perché di mobbing possa parlarsi occorre un “sovrastante disegno persecutorio, tale da piegare alle sue finalità i singoli atti cui viene riferito”. E’, tuttavia, parimenti indubitabile che la crescita della conflittualità in seno agli ambienti di lavoro pubblico spinge ad interrogarsi sull’opportunità di ricercare nuovi punti di equilibrio in ordine alla individuazione dei profili dell’intenzionalità delle condotte datoriali, onde non porre i lavoratori ricorrenti nella condizione di dover fornire prova di elementi soggettivi sottesi alle condotte gestionali delle PP.AA., difficilmente oggettivabili ove non presuntivamente ricavati dal quadro complessivo delle determinazioni datoriali assunte nei confronti del dipendente (Consiglio di Stato, Sez. VI, sentenza 15.06.2011 n. 3648). (3) Artt. 2086, 2094, 2104 c.c.. (4) C. Cass., sent. del 27 dicembre 2011, n. 28962.


giustizia minorile

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Papa Francesco a Casal del Marmo celebra la Messa in Coena Domini l 28 marzo 2013 Papa Francesco si è recato nell’Istituto Penale Minorile romano di Casal del Marmo, dove ha presieduto la Messa in Coena Domini, che ricorda l’istituzione dell’Eucaristia e del sacerdozio. Durante l’omelia, il Pontefice ha ricordato che Gesù ha lavato i piedi ai suoi discepoli. «Questo - ha detto il Papa - è commovente. Questo è un simbolo, un segno. Lavare i piedi significa dire: io sono al tuo servizio. E anche per noi, cosa significa questo? Che dobbiamo aiutarci. Aiutarci l’un l’altro: questo è ciò che Gesù ci insegna ed è quello che io faccio. E lo faccio di cuore, perché è mio dovere. Come prete e come vescovo - ha poi detto il Papa devo essere al vostro servizio. Ma è un dovere che mi viene dal cuore: lo amo. Amo questo e amo farlo perché il Signore così mi ha insegnato. Ma anche voi, aiutateci: aiutateci sempre. E così, aiutandoci ci faremo del bene. Adesso durante la lavanda dei piedi ha concluso il Pontefice - ciascuno di noi pensi: “Io davvero sono disposto, sono disposto a servire, ad aiutare l’altro?”. Pensiamo questo, soltanto. E pensiamo che questo segno è una carezza che fa Gesù, perché Gesù è venuto proprio per questo. E’ venuto per servire, per aiutarci». La scelta del Santo Padre di far visita al minorile di Roma ha colpito tutti e ha riportato alla ribalta le figure istituzionali che ruotano attorno alla detenzione, come la Polizia Penitenziaria. È comunemente condivisa la necessità di portare a consapevolezza il rispetto delle regole, della conoscenza della propria condizione e di come si è nuociuto alla comunità per quei ragazzi minori che si sono macchiati di crimini; e la legge italiana è ancora una delle più evolute a livello internazionale nella ricerca di soluzioni che mirino al reinserimento

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e all’educazione dei minori autori di reato (Legge 448/88). Le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria, personale specializzato nel trattamento dei detenuti minorenni, fanno davvero un encomiabile lavoro con una utenza

Papa Wojtyla vi si era recato in visita nel pomeriggio del 6 gennaio 1980, solennità dell’Epifania. Era accompagnato dal suo Segretario di Stato, Cardinale Casaroli, il quale era particolarmente impegnato nella cura pastorale per i giovani detenuti

particolarmente difficile e con molte criticità. Si pensi che nel 2012 ci sono stati complessivamente 2.193 ingressi nei Centri di Prima Accoglienza (1.859 ragazzi e 334 ragazze); 1.252 sono stati gli ingressi nei carceri minorili ed oltre ventimila minorenni (18.200 uomini e 2.224 donne) sono in carico agli Uffici di servizio sociale per minorenni. Sono circa 480 i minori attualmente detenuti, di cui 56 hanno commesso reati contro la persona (tra i quali 13 omicidi volontari), 280 reati contro il patrimonio (tra i quali 132 furti e 115 rapine), 56 per violazioni alle leggi sugli stupefacenti e 47 per violazioni alle legge sulle armi. Infine ricordiamo che anche Benedetto XVI e Giovanni Paolo II avevano visitato la struttura detentiva romana. Papa Ratzinger aveva celebrato la messa il 18 marzo 2007, quarta domenica di Quaresima, nella cappella del Padre Misericordioso.

di Casal del Marmo, dov’era conosciuto semplicemente come Padre Agostino. Come arcivescovo di Buenos Aires, il cardinale Bergoglio usava celebrare la messa in Coena Domini in un carcere, in un ospedale o in un ospizio per poveri o persone emarginate. Con la scelta di recarsi nell’istituto di pena minorile, Papa Francesco ha deciso dunque di continuare su questa strada e di mantenere quella semplicità con la quale ha sempre vissuto questo momento. H

a cura di Ciro Borrelli Coordinatore Nazionale Sappe Minori per la Formazione borrelli@sappe.it

Nelle foto in alto l’ingresso del Pontefice in Chiesa sopra l’incontro tra Papa Francesco il Ministro Paola Severino

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mafie e dintorni d

Le origini della ’ndrangheta Franco Denisi Segretario Provinciale del Sappe denisi@sappe.it

entilissimi colleghi e lettori, numerosissimi esponenti di primo sicuramente ognuno di noi per ordine della ‘ndrangata calabrese; il servizio svolto all’interno anche i dieci anni svolti presso il delle carceri italiane o per le notizie servizio traduzioni mi hanno diffuse dai mass media si è trovato a permesso di assistere tra gli anni sentir parlare di ’ndrangheta, 1999-2004 ai maxi processi di ’ndranghetisti, affiliati, picciotti, ed ’ndrangata, come Taurus, (presso la su altre terminologie poste ad indicare città di Palmi) Idris, Olimpia 1, delle Olimpia 2, Olimpia 3, Valanidi, persone Primavera ( presso la città tra gli anni 1999-2004 ai max processi Barracuda, di appartenenti di Locri) Santa Barbara, Eclisse, che a dei cartelli videro alla sbarra più di mille persone tutte indagate a vario titolo per criminosi. associazione mafiosa ex art 416 bis, Con alcuni omicidi, traffico internazionale di articoli droga, detenzione abusiva di armi mensili di etc.. questa rivista, chi Le origini della ’ndrangheta scrive Sulle origini della ’ndrangata si son cercherà d’illustrare in linea generale fatte molte ipotesi; tra queste una la struttura interna della sopracitata farebbe derivare il nome da un etimo organizzazione criminale ed il suo greco. A tal proposito il linguista processo di ramificazione dalla terra calabrese sino all’altro continente. Ciò Paolo Martino sostiene che la parola ’ndrangata deriverebbe dal greco mi sarà possibile soprattutto dopo classico e precisamente da un’attenta lettura di libri sulla ndrangheta come: -ndrangata Boss andragathos che significa uomo luoghi e affari della mafia più potente coraggioso, valente, rispettato e del mondo - Porto Franco - di temuto. Già nel periodi della Magna Francesco Forgione docente di storia e Grecia alcune persone sprezzanti del sociologia delle organizzazioni rischio e capaci di gesti coraggiosi criminali, nonché presidente della avevano dato vita ad una sorta di Commissione Parlamentare Antimafia congrega denominata hetairiai, dal 2001 al 2006 ed in particolare formata da cittadini che dai libri scritti dal Dott. Nicola Gratteri conseguivano i loro scopi con Sostituto Procuratore presso la DDA di l’intimidazione e con l’eliminazione Reggio Calabria, uno dei Magistrati dei loro avversari. più esposti nella lotta alla ‘ndrangata Un’altra tesi è riscontrabile in una lontana leggenda la quale narra che e dal Dott. Antonio Nicaso storico su una nave partita dalla Spagna si delle organizzazioni criminali ed uno erano imbarcati tre nobili cavalieri dei massimi esperti di ’ndrangata nel mondo, dai titoli: Fratelli di SangueOsso, Mastrosso e Carcagnosso La Malapianta- La giustizia è una appartenenti ad una associazione cosa seria- Dire non Dire. Ad influire cavalleresca fondata a Toledo il 1412, su tutto ciò non posso tralasciare la fuggiti dalla loro terra per avere personale mia esperienza lavorativa lavato nel sangue l’onore di una (sedici anni di servizio) vissuta in un sorella sedotta. Gli stessi sbarcati istituto penitenziario come quello di sull’isola di Favignana dopo un Reggio Calabria il quale ha ospitato periodo trascorso sull’isola e

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I tre Cavalieri Osso, Mastrosso e Carcagnosso

Polizia Penitenziaria n.205 aprile 2013

precisamente presso la fortezza di San Caterina durato circa 29 anni, una volta stabilite le “ regole sociali” decidono di dividersi. I tre Cavalieri La Fortezza di San Caterina isola di Favignana (TR) Il primo, Osso devoto a San Giorgio, decise di rimanere in Sicilia dove fonderà la Mafia, Mastrosso devoto alla madonna, si trasferirà in Campania dove organizzerà la Camorra, Carcagnosso devoto a San Michel Arcangelo, si dirigerà verso la vicina Calabria dove darà vita alla ’ndrangata”. Arrivati nelle regioni sopra indicate, diffusero le “regole sociali” stabilite negli anni trascorsi all’interno delle visceri della fortezza di San Caterina. Una leggenda che probabilmente è servita a creare un mito, a nobiliare le ascendenze, a costituire una sorta di albero genealogico con tanto di antenati. Infatti in alcuni giuramenti di fedeltà del ’ndranghetista, uno di essi prevede la recita della seguente formula: “ Vi impongo, a nome degli anziani antenati nobili conti di Russia e cavalieri di Spagna che hanno patito ventinove anni di ferri e di catene, Osso, Mastrosso e Carcagnosso, di consegnare, se ne avete, tutte le armature bianche e al pari tutte le armature nere. Se le avete e non le consegnerete subito, quando verranno trovate, con queste stesse armature sarete praticati”. Oltre alla leggenda sopra esposta, per capire come questa organizzazione criminale sia nata ,cosa essa realmente sia oggi, il perché del suo potere è necessario riavvolgere la pellicola e tornare indietro nel tempo, e precisamente negli anni 1860-1861 con la famosissima Unità d’Italia . Con questo evento infatti la ’ndrangata cominciare a consolidare le proprie basi che andranno a solidificarsi sempre più. Nella seconda metà dell’800 la terra calabrese era ricca di latifondi, grandi appezzamenti di terreno che spesso


mafie e dintorni abbracciavano anche due e tre comuni. Di codesti latifondi era proprietaria una sola famiglia che godeva di un particolare prestigio economico. Attorno al terreno vivevano in miseria tante piccole famiglie di contadini dediti alla colture dei campi. A gestire il raccolto entrava in scene un’altra figura, ossia quella del Massaro, (identificato oggi come l’amministratore delegato) il cui compito consisteva nell’amministrare e dirigere i lavori (la vendemmia. la raccolta delle ulive, la mietitura del grano e quant’altro veniva coltivato nei campi). A seguito di questo stato di miseria, insorsero dei giovani con la testa calda, degli arditi, i quali con dei furti continui privavano i latifondisti di una parte del raccolto. Alla luce di tali misfatti il massaro incomincerà cosi ad interferire per conto dei latifondisti con questi giovani “picciotti” facendo da intermediario tra le parti fino al raggiungimento di un accordo. Fu cosi che i massari cominciarono ad acquistare sempre maggiore prestigio ed i picciotti ricavarono tanta visibilità. Negli stessi anni in una lettera anonima inviata al Prefetto della città di Reggio Calabria Francesco Paternostro, verrà denunciata la nascita di un associazione di criminali gerarchicamente ordinata tramite una serie di riti come la “Tirata”, un duello in versione rusticana praticato con la sferra per colpire e lo specchio per abbagliare l’avversario. Da qui partiranno arresti di coloro i quali secondo l’accusa avevano formato una sorta di setta di “accoltellatori”, e tra questi il Barone Fabrizio Sacco, Paolo Panzera, Giovanni Pagano, ed il loro capo Francesco De Stefano. Tra le persone colpite da questi, spiccano i nomi del Sindaco del comune di Cardeto Domenico Romeo, e del medico Annunziato Paviglianiti. Sorretta da patti di sangue e da regole segrete, la picciotteria presto cominciò a dilagare per tutta la provincia di Reggio Calabria. Ovunque veniva segnalata la presenza di camorristi e picciotti bravacci del paese. In una sentenza del 07 giugno 1890 emessa dal

tribunale di Palmi, a carico di 66 persone di provenienti dai paesini limitrofi come Melicuccà, Bagnara, Seminara Polistena, Molocchio, San Martino, e Reggio Calabria, i giudici si soffermarono oltre che sui misfatti, sul modo con il quale gli appartenenti al clan usavano vestirsi “...i distintivi adottati da tutti per riconoscersi erano i capelli tagliati a farfalla, il berretto con lunghi nastri, in alcuni paesi un neo al volto; per i capi un anello ad uno degli orecchi...”. Fu proprio all’ interno delle carceri che nacque un nuovo linguaggio cifrato, il “baccagghiu” usato per comunicare con i propri familiari durante le “visite” es: per indicare le guardie di allora si diceva “carrubbe” per indicare la questura si diceva “zaffi” i carabinieri “sciacche”ed altre terminologie. Esisteva anche il linguaggio non verbale, quello dello sfregio permanente sulla persona che permetteva di trasgredire, detto “a mascolo”(da maschi) poiché allora la picciotteria escludeva l’affiliazione alle donne. Non sono mancate delle eccezioni a quest’ esclusione infatti in una sentenza del Tribunale di Palmi nel 1892 si parla di una loro affiliazione alla picciotteria di Gioia Tauro (RC) “...vestite da uomini partecipavano a furti ed altri reati...”. Le donne accusate, hanno sostenuto che anche loro stesse per entrare a far parte della picciotteria dovettero prestare un sorta di giuramento “facendosi uscire del sangue dal dito mignolo della mano dx” . Erano ancora lontani i tempi del conflitto e della complicità con le istituzioni. I Prefetti pur ravvisandola, nelle loro relazioni continuavano a parlare di criminalità spicciola, non di controllo mafioso del territorio, ignorando che la picciotteria nella campagne calabresi fosse diventata oramai un potere. I giudici di Palmi ebbero la possibilità di lavorare su uno “statuto” sul quale il Maresciallo Michele Rocchetti, allora Comandante della Stazione di Seminara, articolò i rapporti informativi collaborando alle indagini e spiegando agli stessi giudici che la picciotteria si basava sulla forza

di coesione di gruppo, caratterizzata da stretti vincoli di parentela l’uno con l’altro che assicurava assoluta omertà ma anche solidarietà nel momento del bisogno oltre che l’assistenza legale ai picciotti arrestati. Ma il passaggio da un organizzazione a struttura che affidava gran parte del suo potere intimidatorio alla segretezza dei suoi atti, viene meglio tratteggiato dai giudici di Reggio Calabria, chiamati a processare quella che definirono non già una banda ma una setta tenebrosa guidata da Francesco Cucinotta, un muratore di circa trenta anni. Con questa sentenza si è preso atto del passaggio dalla criminalità fraudolenta a quella violenta. Non più insomma soltanto intermediazione parassitaria nel controllo del territorio ma acquisizione del potere attraverso la violenza, spesso omicida. I giudici hanno delineato come la picciotteria nella città di Reggio Calabria è costituita, per ogni corpo, da 24 camorristi e da 48 picciotti, con i relativi capi e gerarchie interne: il capo eletto a maggioranza dei voti si chiamava “Bastone”, il cassiere “Andrino”, i neofiti “Giovani Onorati”, “Picciotti” i promovibili, “camorristi” i provetti. E’ fu cosi che tra sentenze ed assoluzioni il tempo correva. Il regime fascista sottovalutò la picciotteria considerata una delinquenza concentrata nelle zone rurali. Nel 1955 lo scrittore Corrado Alvaro scrisse un articolo in cui recitava:“...per la funzione di idee che regnava fra di noi a proposito di giustizia ed ingiustizia, di torto e di diritto, di legale e di illegale. Per gli abusi veri o presunti di chi in qualche modo deteneva il potere non si trovava sconveniente accompagnarsi con un ‘ndranghetista”. Un mese dopo, il suddetto articolo divenne oggetto discussione al Parlamento tant’è che il Ministero

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La fortezza di Santa Caterina di Favignana (Trapani)

Polizia Penitenziaria n.202 gennaio 2013


dalle segreterie

18 dell’Interno con un provvedimento a firma del Ministro Fernando Tambroni invia a Reggio Calabria un nuovo questore di nome Marzano, lo stesso che in Sicilia aveva partecipato alle ricerche del bandito Salvatore Giuliano. Il nuovo questore adottò subito metodi duri ed i risultati non si fecero attendere. In pochi mesi vennero arrestate 261 persone, numerosi furono i sequestri di armi, l’applicazione del regime di “confino” il ripristino dell’ammonizione. Subito dopo questa operazione Marzano, respingendo anche continue raccomandazioni anche da parte di esponenti politici, venne richiamato a Roma.

Nel disegno ’ndranghetisti in Tribunale

Polizia Penitenziaria n.205 aprile 2013

A nulla valsero le proteste del Prefetto di Reggio Calabria Dott. Rizzo, per il quale sicuramente sarebbe stata una vera presunzione dire che la ’ndrangata era stata sconfitta con i 261 arrestati. E fu così che sulle ‘ndrine calò un silenzio tombale fino al 1969, quando tutti i capo-bastone, contabili, e mastri di sgarro, della provincia di Reggio Calabria tennero a Montalto un summit, precisamente in una radura denominata Serro Juncari, per discutere di cosa fare e come gestire gli affari in Calabria. Durante l’incontro scattò un blitz delle forze dell’ordine, che portò all’arresto di 150 persone convenute da tutta la provincia di Reggio Calabria. Finì così l’ultimo summit di ’ndrangata agropastorale, quella che a suono della Tarantella si divertiva con Osso, Mastrosso, e Carcagnosso. H continua...

Trapani Manifestazione antimafia “Non ti scordar di me” ell’ambito delle manifestazioni denominate “Non ti scordar di me”, che si tengono nel Comune di Erice dal 21 marzo al 6 aprile 2013, per ricordare il sacrificio di Barbara Rizzo e dei gemellini Asta, vittime della strage mafiosa di Pizzolungo il 2.4.1985, in data 4 aprile, una rappresentanza della Polizia Penitenziaria di Trapani ha

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partecipato al Convegno “La storia del territorio scritta dai ragazzi”, moderato dal giornalista Rino Giacalone e con la partecipazione del Sindaco di Erice Giacomo Tranchida, il Governatore della Sicilia On. Crocetta, e numerosi familiari di vittime della mafia nonché numerosissimi alunni delle scuole medie e superiori del territorio trapanese. Molto apprezzata dal Sindaco la partecipazione costante della Polizia Penitenziaria del Carcere di San Giuliano, al quale il Sindaco ha donato un impianto di video sorveglianza, a tutte le manifestazioni antimafia organizzate per ricordarne le vittime. H

Un protocollo d’intesa tra le Forze di Polizia e l’Associazione Donatori Organi ella struttura dell’ex mercato del pesce di Trapani, il 28 marzo 2013, è stato firmato un protocollo d'intesa tra l'AIDO (Associazione Italiana Donatori Organi) e le Forze di Polizia. Nella foto, tra i partecipanti, il

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dirigente della Casa Circondariale dott. Renato Persico, il comandante della Polizia Penitenziaria dott. Giuseppe Romano e i rappresentanti delle varie sigle sindacali di Polizia firmatarie, tra i quali, il Segretario provinciale Sappe Tony Ruggirello. H


dalle segreterie

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Trapani La Polizia Penitenziaria di Trapani in servizio di Ordine pubblico durante la processione dei “Misteri” ome accade ormai da tre anni, anche quest’anno, il Questore di Trapani dott. Carmine Esposito ha voluto che la Polizia Penitenziaria della Casa Circondariale di Trapani, partecipasse, con 10 unità, ai servizi di ordine pubblico per la processione dei Misteri, che si tiene ogni anno a Trapani il Venerdì Santo. La processione, che si snoda lungo le vie della città, ha origini antichissime e il rito si ripete ogni anno, da 400 anni ininterrottamente, attirando migliaia di turisti da ogni parte del mondo.

rivista@sappe.it

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La processione composta da 20 gruppi sacri, raffiguranti la morte e passione di Cristo, ha inizio alle 14 del Venerdì Santo, per concludersi ventiquattro ore dopo. Viene considerata la più lunga manifestazione religiosa italiana. H

La Polizia Penitenziaria al Raduno regionale dei Bersaglieri

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omenica 14 aprile 2013, si è svolto il 2° Raduno regionale della Sicilia dei Bersaglieri, organizzato dall’Associazione Nazionale Bersaglieri e la Sezione Bersaglieri “S.T. Serafino Montalto” di Paceco (TP). Alla manifestazione hanno partecipato numerose fanfare di analoghe Associazioni provenienti da tutta la Sicilia e anche dalla Sardegna nonché quella del 6° Reggimento Bersaglieri di Stanza a Trapani, con una Compagnia d’onore agli ordini del Colonnello Sindoni. Una rappresentanza della Polizia Penitenziaria, espressamente richiesta dal Presidente della Sezione di Paceco, (visti gli ottimi rapporti creatisi nel tempo tra la Polizia Penitenziaria e il territorio, nonché il rapporto di amicizia nato tra i Bersaglieri di Trapani e la Polizia Penitenziaria) ha partecipato

all’evento con a capo il Commissario Giuseppe Romano, Comandante di Reparto della Casa Circondariale Trapani. L’evento ha coinvolto tutta la cittadinanza che in una piazza affollatissima di gente di una calda

giornata di aprile, ha mostrato tutto il suo affetto verso i Bersaglieri ai quali i pacecoti sono legati indissolubilmente dal sacrificio di un loro concittadino perito durante la Prima Guerra Mondiale, il Sottotenente dei Bersaglieri Serafino Montalto. H

Polizia Penitenziaria n.205 aprile 2013


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dalle segreterie Roma

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Nelle foto a destra accanto al titolo Stefano Pressello e Francesco Bruyere sotto una fase del seminario al Palasport di Fiumicino

Polizia Penitenziaria n.205 aprile 2013

Barcellona P.G.

Due medaglie per Pressello al Campionato italiano di Grappling NoGi 2013

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omenica 17 marzo si è svolto al Palafijlkam di Ostia il 6° Campionato Italiano di Grappling No-Gi 2013 . Oltre 400 gli atleti iscritti alla gara e provenienti da ogni parte d’Italia. E’ bene sottolineare come l’evento abbia registrato un record di partecipanti ed un alto livello tecnico in quanto prova di selezione per la Nazionale Italiana di Grappling che parteciperà al Campionato Mondiale della FILA che si svolgerà in Canada il 15 giugno 2013. Tra di essi si è distinto l’Assistente Capo Stefano Pressello, esperto judoka e combattente poliedrico, bravo a conquistare ben due medaglie: oro nella categoria veterans, bronzo in quella dei seniores, entrambe combattute a 92 kg. Oltre alla soddisfazione personale per i risultati conseguiti, questi test consentono a Stefano di avere conferme importanti sul livello raggiunto in vista dei prossimi impegni sportivi, stavolta non agonistici, che riguarderanno la sua associazione (Asd Mushin club) operante sul territorio di Fiumicino.

In ricordo di Lorenzo Cotugno a trentacinque anni dal suo barbaro assassinio Il 20 e 21 aprile inoltre il nostro atleta ha organizzato un importante evento presso il palasport di Fiumicino: MMA Grappling e Brazilian Jujitsu sono stati oggetto di un grande seminario, alla presenza di canale 10 e Sky Sport e di un nutrito gruppo di appassionati delle discipline con la voglia di apprendere nuove cose e migliorarsi. Docente d’eccezione del seminario è stato l’ex capitano del Judo Fiamme Azzurre Francesco Bruyere, che si è prodigato a trasmettere la sua esperienza di atleta, campione e persona dalle qualità uniche, dentro e fuori il tatami. Risultati Campionato Italiano di Grappling No-Gi 2013 SERIE A 92KG 1) TOMASETTI IVAN 2) ALTOMARE VANNI 3) PRESSELLO STEFANO VETERANS SERIE A 92KG 1) PRESSELLO STEFANO 2) COUTURE LUCA H

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sattamente 35 anni fa, l’11 aprile del 1978, veniva assassinato Lorenzo Cotugno. Agente di Custodia in servizio presso “Le Nuove” di Torino, era nato a Barcellona Pozzo di Gotto (ME) il 14 gennaio 1947. Arruolatosi nel 1968, aveva iniziato la carriera a Palermo Ucciardone, e nel 1971 era stato trasferito a Torino alle “Nuove”. Aveva chiesto ed ottenuto il trasferimento in Sicilia che si sarebbe già dovuto effettuare di lì a poco. L’uccisione dell’agente fu preceduta da una serie di minacce culminate nel rogo della sua auto rivendicato dai Nuclei Proletari Comunisti. Lorenzo Cotugno, assassinato a 31 anni, lasciava nella disperazione la moglie Franca Sabiano di 29 anni e la figlioletta Daniela di soli 4 anni. La cronaca Lorenzo Cutugno uscì alle 7:30 del mattino dalla sua abitazione per recarsi al lavoro alle carceri “Nuove”. I terroristi lo aspettarono. Erano un uomo e una donna, Cristoforo Piancone e Nadia Ponti che sul portone di casa gli spararono tutto il caricatore di 7 colpi. Nonostante le ferite il nostro Cotugno riuscì a reagire e trascinandosi fuori dall’androne del palazzo, sparò 7 colpi ferendo entrambi i terroristi. Ma, un terzo terrorista Vincenzo Acella, che attendeva in auto, si portò alle sue spalle, uccidendo Cotugno con 2 proiettili. Nel suo libro “Io l’infame” (Mondadori 1984), Patrizio Peci, un terrorista della


dalle segreterie BR pentito, racconta con agghiacciante freddezza la scienza dell’omicidio Cotugno, dalla quale emerge il grande coraggio del collega, che pur ferito alle gambe riesce ad inseguire brevemente i due terroristi ed a ferirli: “I bersagli che riescono a reagire sono pochissimi, e sempre solo per un errore del nostro nucleo di fuoco, come accadde al terzetto Piancone Ponti - Acella. Fu quando spararono alla “guardia carceraria” Lorenzo Cotugno, durante il sequestro Moro. Torino era ultramilitarizzata e allora si pensò a una tecnica nuova: cominciare a ferire dentro le case, invece che per strada. Oltretutto colpendo nei palazzi, si poteva operare con un nucleo più piccolo, senza rischiare tanti uomini. Infatti quella volta agirono in tre; io li aspettavo in un bar, come punto d’ appoggio. Piancone e la Ponti si misero all’entrata del palazzo aspettando che Cotugno uscisse dall’ascensore. Acella era in macchina. Dovevamo solo azzopparlo, e infatti appena è uscito la Ponti gli ha sparato alle gambe. Ma non l’ha preso all’osso, per cui la guardia si mostrava ancora attiva, in movimento. Allora ha sparato anche Piancone, sempre alle gambe, e poi sono usciti. Neanche Piancone l’aveva colpito bene. Difatti ecco che subito dietro di loro esce Cotugno, tutto sanguinante e con la rivoltella in mano. Devo dire che quel Cotugno ha dimostrato di avere due palle grosse così, mentre i compagni avevano sbagliato proprio tutto perché dopo che si è atterrato un nemico armato per prima cosa gli si porta via la pistola: un’arma in più è preziosa per l’Organizzazione. Cotugno è uscito e ha sparato. Molto bene, anche. Ha centrato con tre colpi il Piancone. Questo mi ha fatto molta tenerezza, quando l’ho saputo: ha sparato solo all’uomo, non alla donna. Ma la Ponti non ha apprezzato la galanteria: è tornata indietro puntando l’arma, e a quel punto neanche Cotugno è stato a guardare per il sottile: hanno sparato contemporaneamente, e si sono presi tutti e due; lei ha avuto un colpo in

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rivista@sappe.it

Nelle foto a sinistra i funerali sotto una immagine di Lorenzo Cotugno

un braccio e uno in una coscia, lui non so se è stato colpito, ma certo era ancora vivo. Quel che inganna chi reagisce a un attacco br è credere d’istinto che ci siano solo quelli che lui vede. Ma ce n’è sempre qualcun altro pronto a intervenire. In questo caso Acella che è uscito dall’auto sparando a sua volta su Cotugno e poi lo ha finito con un colpo in testa.” Il Piancone che era rimasto ferito nel conflitto a fuoco fu lasciato dai suoi compagni al pronto soccorso dell’ospedale Astanteria Martini del capoluogo piemontese, quindi, arrestato, e in seguito condannato all’ergastolo per sei omicidi e due tentati omicidi. Pur non essendosi mai pentito, né dissociato; dopo 25 anni di galera, è stato ammesso a fruire della semilibertà; ma è stato riarrestato altre due volte per rapina. Anche la terrorista Nadia Ponte, nome di battaglia “Marta”, elemento di spicco delle BR che non si è mai pentita o dissociata  fu ferita da Lorenzo Cotugno, ma Acella, il terzo terrorista, l’esecutore materiale dell’omicidio Cotugno, la accompagnò dal marito, infermiere, che lei non vedeva da un anno e che non aveva condiviso la sua scelta di vita, che

comunque la curò senza denunciarla. Arrestata il 22 dicembre 1980 fu processata e condannata all’ergastolo. Dal 2003 gode della semilibertà. Vincenzo Acella che è stato un componente storico della “colonna Mara Cagol”, di Torino, tra il ’73 e il ’79, fu arrestato nel febbraio del 1979 e condannato all’ergastolo. Oggi gode dell’affidamento in prova ai servizi sociali. Il giudice che gli ha concesso l’affidamento, rispetto alla libertà condizionale richiesta, ha sottolineato che: “ l’ ex brigatista non ha mai sentito il bisogno di contattare i familiari delle vittime (magari anche indirettamente, attraverso il cappellano o i servizi sociali) per manifestare il suo pentimento; ne’ ha offerto un risarcimento anche simbolico per il dolore arrecato.” Lorenzo Cotugno era un agente coraggioso, che visse in servizio uno dei periodi storici più tristi del Corpo AA.CC., e fu uno dei tanti servitori dello Stato che pagò con la propria vita la difficile lotta contro il terrorismo, che rimane una delle pagine più buie della Repubblica Italiana. Gli ex terroristi, componenti del commando, che tanti lutti e dolore seminarono durante i c.d. “anni di piombo” sono ancora vivi. Nuvola Rossa

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cinema dietro le sbarre

Sucker Punch a cura di Giovanni Battista de Blasis deblasis@sappe.it

Nelle foto la locandina e alcune scene del film

Polizia Penitenziaria n.205 aprile 2013

ucker Punch è un film che si può forzatamente considerare del filone prison movie, considerata l’ambientazione, ma che sembra propendere, più che altro, per il genere fantasy visionario. La trama segue le vicende di una giovane ragazza degli anni cinquanta che decide di evadere dal manicomio in cui è rinchiusa insieme alle sue amiche detenute, prima di essere lobotomizzata. Baby Doll, questo il nome della protagonista, è l’unica erede del patrimonio di famiglia alla morte della madre e per questo si trova ad essere incolpata dell’uccisione della sorella, in realtà avvenuta per mano del malvagio patrigno. Ambientato negli anni cinquanta, il film racconta, appunto, della giovane Baby Doll (Emily Browning), che viene accusata ingiustamente di aver ucciso la sorella in un attacco di pazzia, e portata dal patrigno

film. Infatti, tra visioni, sogni, aspirazioni e metafore, Baby Doll immagina la sua permanenza come fosse la vita in un bordello in cui le prostitute danzano per attirare l’attenzione dei clienti e farsi scegliere. Cinque giorni dopo l’internamento, mentre Baby Doll sta per subire la lobotomia, l’ambiente si trasforma in un colorato e decadente bordello burlesque, in cui lei è stata portata

nell’istituto di igiene mentale Lennox House for the Mentally Insane. Il piano dello zio consiste nel voler farla lobotomizzare per impedirle di rivelare alla polizia che in realtà l’omicidio è stato commesso intenzionalmente da lui, che grazie alla morte della figliastra più piccola e all’internamento di Baby Doll, diverrà l’unico destinatario dell’ingente eredità che la madre delle due ragazze ha lasciato loro. Qui comincia la parte visionaria del

per ballare e compiacere un misterioso personaggio chiamato il “Giocatore”, che deve arrivare da lì a poco. Nella sua immaginazione la danza ha il potere di incantare tutti gli spettatori mentre lei sogna iperboliche battaglie tecnologiche tra katane, armi automatiche e nemici mostruosi. Sucker Punch è un soggetto originale di Zack Snyder che, dopo due adattamenti di fumetti, un cartone

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la scheda del film Regia: Zack Snyder Soggetto: Zack Snyder Sceneggiatura: Steve Shibuya, Zack Snyder Fotografia: Larry Fong Musiche: Tyler Bates, Marius De Vries Montaggio: William Hoy Scenografia: Rick Carter Costumi: Michael Wilkinson Effetti: John 'D.J.'  DesJardin, Quantum Creation FX, Pixomondo, Animal Logic, Digiscope, The Moving Picture Company, Prime Focus, Tinsley Studio Produzione: Zack Snyder e Deborah Snyder per Cruel & Unusual Films, Legendary Pictures, Warner Bros. Pictures Distribuzione: Warner Bros. Pictures Italia Personaggi ed Interpreti: Babydoll: Emily  Browning Sweet Pea: Abbie Cornish Rocket: Jena Malone Blondie: Vanessa Hudgens   Amber: Jamie Chung   Dott.ssa Vera Gorski: Carla Gugino Blue Jones: Oscar Isaac  High Roller: Jon Hamm Saggio: Scott Glenn   CJ: Richard Cetrone  Patrigno: Gerard Plunkett   The Cook: Malcolm Scott   Danforth: Ron Selmour Madre di Babydoll: Kelora Clingwell Sorella di Babydoll: Frederique De Raucourt  Genere: Fantasy, Thriller Durata: 105 minuti Origine: USA, 2011 tratto da una serie di libri e il remake di un classico dell’orrore, ha cercato di fare un salto di qualità producendo, scrivendo, sceneggiando e infine dirigendo una storia dalle grandi aspirazioni. Il film, però, si dibatte in un delirio psicanalitico, in una esplosione onirica di violenza metaforica, in una forzatura espressiva che riempie la visione dello spettatore con una messa in scena dark che disorienta e confonde la conclusione della storia. H


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Pasquale Salemme Segretario Nazionale del Sappe salemme@sappe.it

crimini e criminali

Wilma Montesi: omicidio con scandalo a luci rosse ell’immaginario collettivo, gli scandali che emergono quotidianamente dalla politica italiana sono ormai un cancro difficile da estirpare e il malcostume imperante è vissuto dai cittadini con estrema indignazione. Si direbbe, per luogo comune, leggendo le cronache quotidiane, che non c’è mai fine al peggio e che il popolo italiano si è ormai rassegnato a considerare i politici come una casta della peggiocrazia.

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Nelle foto sopra la spiaggia di Torvaianica a destra una immagine di Wilma Montesi

Polizia Penitenziaria n.205 aprile 2013

Oggi, però, gli scandali che riempiono i giornali riguardano soprattutto il malaffare economico e la corsa al potere, mentre in passato, parte della classe politica dominante, ha coperto e nascosto reati ben più gravi. Ed è proprio la storia di quello che è considerato il primo scandalo della politica italiana che voglio illustrare questo mese. La morte di una giovane ragazza di 21 anni, di famiglia modesta e prossima al matrimonio, il cui corpo fu rinvenuto, in una mattina dell’aprile del 1953, verso le 7:30, sulla spiaggia di Torvaianica, una frazione del comune di Pomezia, in provincia di Roma e che rimane ancora oggi uno dei più grandi misteri dell’Italia del dopoguerra. La mattina del 9 aprile del 1953, la ragazza esce di casa dal palazzo di via Tagliamento angolo via Chiana dove

abita e sparisce nel nulla. Il padre non vedendola rincasare va a cercarla negli ospedali, sul lungotevere, pensando da subito a un suicidio. Per due giorni quindi di Wilma Montesi non si sa nulla, finché non viene rinvenuta morta alle prime ore dell’alba e subito si pensa ad un incidente: annegamento è il responso dell’autopsia. Si suppose inizialmente che si fosse suicidata, anche se l’ultima volta che era stata vista aveva detto che sarebbe uscita a fare una passeggiata, era tranquilla e senza nessuna ragione, almeno in apparenza, per togliersi la vita. La seconda ipotesi, fantasiosa e comica, fu la «morte per pediluvio», teoria secondo cui avendo mangiato un gelato ed avendo il ciclo mestruale si sarebbe sentita male per essersi bagnata i piedi nel mare (per via di un eczema che aveva su un piede), sarebbe svenuta e morta affogata in quel modo. Dopo queste ipotesi si aprirono le speculazioni politiche. Era il 1953, c’erano le elezioni e i due schieramenti cercavano in ogni modo di guadagnare consensi e, come sempre succede in Italia, tentavano di farlo principalmente denigrando gli avversari. Nel caso di Wilma Montesi si trattava invece dell’ omicidio di una donna, quindi era potenzialmente una bomba politica. Passa circa un mese dal ritrovamento del cadavere e l’allora settimanale satirico Il merlo giallo, diretto da un giovane giornalista, Silvano Muto, pubblica una vignetta che rappresenta un piccione viaggiatore che porta un reggicalze. La rappresentazione non desta particolare curiosità tra i lettori

assidui della rivista avvezzi a quel determinato tipo di satira, ma la curiosità di qualcuno si spinge oltre tanto da ricostruire un intrigo a luci rosse. E’ l’inizio dello scandalo Montesi, perché la vignetta ha un doppio riferimento: all’onorevole Piccioni, Attilio Piccioni - Ministro degli Esteri e numero due della Democrazia Cristiana di allora - ed al reggicalze che, si scopre, mancava alla donna insieme alla gonna, alle calze ed alle scarpe al momento del ritrovamento del corpo.

Da questo momento il caso Montesi non è più un caso giudiziario ma diventa un affare politico: dietro la morte della ragazza si scatena la più grande faida mediatico-politica per la conquista del potere interno alla DC. Gli sviluppi della vicenda sono quanto mai intricati, anche perché Silvano Muto viene denunciato e processato per «diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico». Il “marchese” Montagna - che si scoprirà privo di titolo nobiliare - da parte sua, querela il giornalista, il quale impaurito ritratta e ammette che si è trattato di un prodotto della sua immaginazione. Poi, però, torna sui propri passi e ritratta la ritrattazione. Citando due persone che, secondo lui, «sanno tutto»: Adriana Bisaccia e Maria Moneta Caglio, figlia di un notaio ed ex


crimini e criminali amante del marchese Ugo Montagna. Quest’ultima sostiene che in una villa di Capocotta, vicina a luogo dove il corpo della Montesi è stato ritrovato, si era svolto un festino e che Montagna e Piccioni, spaventati dal malore della Montesi, si erano disfatti del corpo della ragazza abbandonandolo - forse ancora viva sulla spiaggia di Torvaianica. La Caglio, invece, dichiara di aver scritto tutto in un memoriale che chiarisce cosa c’è dietro la morte di Wilma Montesi: droga. Lo scandalo assume dimensioni gigantesche e anche il Questore di Roma, Saverio Polito, viene accusato di aver cercato di insabbiare tutto, per questioni, ovviamente, politiche. Tutto viene affidato ad un giudice intraprendente e soprattutto che vuole vederci chiaro: Raffaello Sepe,

alla spiaggia di Capocotta. Sepe si muove come un giustiziere che non guarda in faccia nessuno, l’Italia scopre così il lato oscuro della politica. Nell’indagine finisce Attilio Piccioni che deve dimettersi e soprattutto il figlio, Piero Piccioni, in arte Piero Morgan, musicista che sarà l’autore di diverse colonne sonore dei film di Alberto Sordi. Attilio Piccioni, nel marzo del 1954, viene arrestato, insieme a Ugo Montagna, con l’accusa di omicidio colposo e uso di sostanze stupefacenti il primo, e di favoreggiamento il secondo; il Questore di Roma Polito finisce sotto processo per aver coperto tutto. Il processo sarà celebrato a Venezia nel gennaio del 1957 per via del clima arroventato presente nella Capitale.

morte di Wilma Montesi è attribuibile alla circostanza che la ragazza non volle sottoporsi a qualche gioco pericoloso o compromettente, forse per il fatto che di lì a poco sarebbe andata in sposa ad un agente di polizia e che quindi poteva complicare la vita a qualche personaggio importante, se ne avesse confidato le viziose abitudini. A distanza di sessant’anni, molte persone del tempo, o forse tutte ad eccezione di un paio, sono morte. A distanza di tutti questi anni colpisce che prima gli scandali sessuali, benché all’ordine del giorno , venivano mantenuti segreti, privati, nascosti alla popolazione, oggi invece vengono ostentati e raccontati nei minimi particolari. La morte, o la messa all’indice di una giovane donna, ieri come oggi, non

che da subito inizia a svolgere delle indagini meticolose volte all’acquisizione di prove e di indizi tralasciati da chi aveva da subito cercato di chiudere il caso etichettandolo come un suicidio. L’ipotesi che non si sia trattato di un suicidio è deducibile, secondo gli inquirenti, dal rinvenimento del cadavere senza calze, gonna e reggicalze. Inoltre, le parti intime erano colme all’interno di sabbia, come ad indicare una violenza, o un gioco macabro, considerato che anche in mare è impossibile che entri, all’interno del corpo, una quantità eccessiva di sabbia. Nei polmoni della giovane donna, si troverà acqua mista a sabbia, ma la sabbia rinvenuta non è dello stesso tipo di quella presente dove è stato ritrovato il corpo, bensì riconducibile

Tra i tanti testi che si alternarono vi fu anche Alida Valli, la grande Alida Valli, una delle più importanti attrici italiane, la quale testimonió che quel giorno Piccioni era con lei. Dopo cinque mesi di processo non c’è una prova che confermi le accuse e quindi gli imputati vengono tutti assolti con formula piena e addirittura il Pubblico Ministero rinuncia a chiedere appello. Il caso si sgonfia e viene fuori una clamorosa bolla di sapone che ha fatto vendere milioni di giornali e periodici. Anche ai giorni nostri assistiamo a processi giudiziari e mediatici che vedono la partecipazioni di personaggi politici a festini a luci rosse, ma a differenza del caso Montesi, i capi di imputazione sono di gran lunga meno gravi e presentano anche sfaccettature goliardiche. Secondo alcuni, probabilmente la

interessa a nessuno, o almeno, non interessa per forza trovare un colpevole. Sul mistero Montesi sono state scritte decine di sceneggiature di film, e decine di memoriali che i protagonisti (o i parenti o gli amici dei protagonisti) speravano poi di vendere con la scusa di raccontare la loro verità. In quel decennio la storia servì per spazzare via un’intera classe politica, come spesso avviene ancora oggi. Se il caso Montesi sia stato solo un episodio criminale non risolto o una disgrazia scambiata per delitto, o una manovra politica, o una montatura della fantasia popolare ovvero l’insieme di alcune di queste ipotesi, i posteri non riusciranno a chiarirlo, ma chi fosse, come morì e perché, Wilma Montesi, non è dato, ad oggi o forse mai più, saperlo. Alla prossima...H

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Nelle foto da sinistra Attilio Piccioni il corpo della Montesi sulla spiaggia la lapide al cimitero

Polizia Penitenziaria n.205 aprile 2013


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Aldo Di Giacomo Consigliere Nazionale del Sappe digiacomo@sappe.it

penitenziari storici

Il carcere di Firenze Le Murate er più di cento anni - dal 1883 al 1985 - l’ ex monastero delle Murate è stato il carcere maschile di Firenze, dopodiché i detenuti sono stati trasferiti a Sollicciano e in altre strutture.

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Nella foto l’ingresso delle Murate

Polizia Penitenziaria n.205 aprile 2013

Il carcere delle Murate dopo la dismissione è stato a lungo utilizzato in parte come ristorante e luogo di aggregazione, finché, all’inizio del XXI secolo, un progetto di recupero completo non vi ha ricavato una serie di appartamenti popolari, bar, ristoranti e negozi, facendone, assieme al vicino spazio pubblico di largo Annigoni, uno dei principali luoghi di ritrovo e aggregazione di questa zona del centro cittadino. Nel 1424 il complesso, intitolato alla Santissima Annunziata e a Santa Caterina, accolse le monache di clausura cosiddette “murate” ( recluse volontarie), trasferitesi dalle cellette del “Ponte Rubaconte”. Il monastero venne ristrutturato e ampliato prima nel 1471, a seguito di un incendio, poi nel 1571, dopo un’alluvione. L’importanza di alcune sue ospiti può rendere l’idea della ricchezza e del prestigio del monastero nel passato: ospitò la giovinetta Caterina de’ Medici nascosta durante la cacciata dei Medici e l’assedio, dal 1528 al 1530, e, dopo la morte di Cosimo I nel 1574, Camilla Martelli, sua seconda moglie morganatica; vi

furono confinate inoltre le figlie di don Pietro de’ Medici, avute illegittimamente in Spagna. Soppresso nel 1808, il convento fu poi ristrutturato dall’architetto Domenico Giraldi nel 1845 e trasformato in carcere maschile dopo la chiusura vicino del carcere delle Stinche . i lavori di riduzione del complesso, presumibilmente iniziati nel 1828. Nel 1848 l’istituto carcerario era sicuramente attivo e conobbe una rapida crescita tanto che si interviene con nuovi lavori tra il 1848 e il 1859 ( diretti da Domenico Giraldi). e ancora tra il 1860 e il 1870 vi si aggiunge l’ulteriore ala definita da tre bracci (di cui il centrale non più esistente) che si sviluppa fino a delimitare il viale della Giovine Italia .Negli anni della seconda guerra mondiale il carcere delle Murate fu tristemente famoso in quanto centro di raccolta e tortura dei prigionieri politici e dei partigiani catturati dai nazifascisti in tutta la regione. Fra i momenti più commoventi dell’alluvione di Firenze ci fu il salvataggio dei detenuti intrappolati nelle celle, che si prodigarono in ringraziamenti ai salvatori. Oggi ospita un ristorante, una zona residenziale e un parcheggio. A seguito della costruzione dei nuovi stabilimenti carcerari a Sollicciano si posero le premesse per il passaggio di questo e degli altri immobili adibiti a carceri presenti nella zona (Santa Verdiana e Santa Teresa) al Comune di Firenze, e del loro conseguente recupero nell’ambito di un più ampio progetto di riqualificazione del quartiere di Santa Croce. Nel 1986 fu così bandito un concorso internazionale di idee i cui esiti furono esemplificati in una mostra tenuta nel complesso di Santa Verdiana nell’autunno del 1988. A questa seguì un secondo concorso bandito per il

solo edificio delle Murate. Nel 1999 sono iniziati i lavori di recupero dell’area, divisi in più lotti, su progetto generale degli architetti Roberto Melosi e Mauro Pittalis e linee guida di Renzo Piano, finalizzati a trasformare la grande struttura in un complesso di case popolari. La prima parte del complesso è stata inaugurata nel 2004, a cui sono seguiti, negli anni successivi, il completamento degli altri lottiLa superficie complessiva dell’intervento è di 2.700 metri quadrati, con 45 alloggi, di dimensioni medio-piccole e un percorso pedonale. La piazza di Santa Maria delle Neve, formata dall’unione di due cortili e dalla demolizione di una struttura esistente per una superficie di circa 2000 metri quadrati, è di fatto il cuore dell’intervento e rappresenta l’ “apertura” alla città. L’intervento di restauro ha restituito alla questa cittadella a lungo nascosta tra gli alti muri di cinta, rendendo disponibili innumerevoli appartamenti e fondi da destinarsi a uffici e attività commerciali. Più in particolare è stata inizialmente aperta l’area verso il viale della Giovine Italia, destinando il piazzale delimitato dalle mura e dai due bracci carcerari a parcheggio, quindi, procedendo verso il centro della città, sono stati recuperati i fabbricati alle spalle della cappella di Santa Maria della Neve e attorno al largo spiazza che è stato ribattezzato piazza Madonna della Neve. Il secondo lotto ha interessato il braccio delle celle che taglia la struttura da via Ghibellina a via dell’Agnolo, dove si sono mantenuti i tipici ballatoi propri della struttura carceraria e molte delle antiche porte delle celle, in legno, con il loro complesso sistema di serrature, paletti di sicurezza e spioncini. Ultimo, il completamento del terzo lotto, relativo ai fabbricati prospicienti lo spiazzo ora denominato piazza delle Murate. Lungo la via il complesso si caratterizza ancora per la continuità dell’alto muro di cinta, interrotta in corrispondenza della nuova strada e delle piazze prima richiamate. H


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28 di Daniele Papi rivista@sappe.it

il punto sul Corpo

Liberate la Polizia Penitenziaria uesta è una sintesi di quanto accaduto e di quanto permane a causa di una classe Dirigente inadeguata, inconsistente ed esclusivamente orientata al perseguimento degli interessi personali. Il Corpo degli Agenti di Custodia ha avuto un ordinamento civile fino al 1945, per effetto del regio decreto 30 dicembre 1945, n. 2584. Nel 1945, per effetto del decreto legislativo luogotenenziale 21 agosto 1945, n. 508, poi integrato con decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 5 maggio 1937, n. 381, l’ordinamento fu militarizzato e

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Nella foto Agenti di Custodia in marcia

Polizia Penitenziaria n.205 aprile 2013

l’Organismo trovò sistemazione tra le Forze armate e le Forze di Polizia. Dal 1991, per effetto della legge 15 dicembre 1990, n. 395, l’ordinamento è stato ancora demilitarizzato in funzione del nuovo Organismo, appunto la Polizia Penitenziaria. Non verrà dato rilievo alla organizzazione antecedente al 1945 (anche se qualche significativo richiamo si renderà indispensabile, nonostante i circa settanta anni trascorsi), apparendo preminente, ancorché per sintesi, l’evoluzione delle vicende giuridiche e sostanziali dell’Organismo, sotto i profili organizzativi, gerarchici, strutturali, tecnici ed operativi dopo il 1945 e dopo il 1990, vale a dire dall’origine dei due ordinamenti, militare e civile, rispettivamente, per verificare, in comparazione, la plausibilità e la portata dello sforzo innovativo.

Il Corpo degli Agenti di Custodia, (tanto cari alla Ministro Severino), militare, aveva la seguente configurazione: • era inserito nella Direzione Generale per gli Istituti di Prevenzione e Pena (II.PP.), del Ministero di Grazia e Giustizia; • era amministrato da un Ufficio Centrale di tale Direzione Generale entro cui era collocato il Comandante del Corpo titolare di un Ufficio di Comando, entrambi di valenza meramente nominale (residuale la sostanza); A livello periferico regionale l’Organismo si avvaleva di ufficiali trasformati, pomposamente, in comandanti di Comandi Regionali di cui non v’era traccia di fonte normativa; A livello periferico Regionale, per effetto di competenze legislativamente attribuite, l’Organismo supponeva la figura dell’Ispettore Distrettuale, provvista di una certa superiorità funzionale, non anche gerarchica; A livello periferico locale l’Organismo era distinto nei reparti degli istituti penitenziari, posti al comando, nominale, di un maresciallo e, di fatto, del direttore dell’istituto, capo assoluto del personale militare in sede, riconosciuto, altresì, unico titolare del potere di richiesta di procedimento penale per reati militari, in quanto considerato comandante di Corpo; • disponeva di scuole di addestramento e di formazione, di un servizio di trasporto automobilistico militare, di un servizio navale militare e di alcuni poligoni di tiro (strutture confiscate dall’Amministrazione Penitenziaria); • era equipaggiato ed armato secondo i livelli, quasi sempre minimi, delle previsioni relative alle Forze di Polizia. • ex lege, il Corpo dipendeva

Gerarchicamente dal Direttore Generale, dal Comandante del Corpo, dagli altri superiori, appunto, gerarchici e, malgrado il silenzio normativo, per tacita tolleranza di un potere di autoinvestitura, anche dal Direttore dell’Ufficio Centrale (chi si è arruolato negli Agenti di Custodia ricorderà il famoso Ufficio II), preposto alla amministrazione complessiva del personale del Corpo, il quale esercitava ogni pertinente potere di superiorità e di comando senza limitazioni di sorta. Fatta, pertanto, salva la figura del Direttore Generale, in quanto Capo dell’Amministrazione e, quindi, Capo del personale tutto, le altre figure appena individuate, variamente apicali, pur destinate, di massima, al governo amministrativo e d’intervento degli Agenti di Custodia, secondo la legge, nella lettura e nella conseguente interpretazione, adattata alle circostanze, si appropriavano di investiture e di discendenti poteri assai controversi, a volte contraddittori. Ed infatti: il Direttore dell’Ufficio del personale del Corpo, come appena accennato, era privo di poteri gerarchici intesi in senso militare, tant’è che non gli era dovuto nemmeno il saluto militare, e ciononostante li esercitava; Il Comandante del Corpo e gli altri Ufficiali, pur privi di codificati poteri di intervento autonomo, fatta eccezione di quelli di principio ad essi riconosciuti dalla legge istitutiva (mai oggetto di regolamento, ancorché di obbligo) potevano esercitare il sancito potere gerarchico e, per conseguenza, pretendere comportamenti di subordinazione senza limitazioni personali e territoriali ma privi, tuttavia, di retroterra sostanziale; l’Ispettore Distrettuale, (diciamo l’attuale Provveditore), pur essendo normalmente incaricato della supervisione degli istituti, a rigore, nessuna pretesa gerarchica poteva avanzare nei confronti del personale militare perché sprovvisto di titolarità, tant’è che nemmeno a questa figura era dovuto il saluto militare; anche ad esso, tuttavia, era consentito di operare quale figura gerarchica;


il punto sul Corpo Il direttore dell’istituto penitenziario, di contro, nonostante l’assolutezza della sua superiorità, poteva godere e fare esercizio dei diritti e dei poteri riconosciutigli soltanto nell’ambito del proprio carcere e nei confronti del proprio personale, essendo irrilevante la sua qualifica altrove. Chiaro è che queste figure, nel loro complesso, a seconda del tacito o espresso consenso, indirizzavano e condizionavano l’andamento amministrativo ed operativo del Corpo. Ciò posto, dalla non numerosa legislazione ma, soprattutto, dal tipo di attuazione che ad essa è stata data per oltre mezzo secolo (fino al 1991 e per i successivi 20 anni nulla è cambiato sulla gestione pressappochista), all’esegeta del tempo, interessato ad una indagine approfondita, motivata, comparata, in breve serena ed obiettiva, finalizzata al sapere, sarebbe venuta in luce una insospettabile situazione giuridica e tecnica cristallizzata nella precarietà, nella confusione, nella condiscendenza alla approssimazione e nella indifferenza (sempre nulla è cambiato). In un siffatto stato di cose era, pertanto, inevitabile che venissero ad insorgere fermenti riformatori (come oggi), vieppiù insistiti, suscitati ed alimentati da uomini in condizioni professionali a dir poco disagiate, pressoché abbandonati a se stessi, sottoposti a turni di lavoro massacranti, mal pagati, senza tutela, psicologicamente provati dal quotidiano rischio della incolumità personale - segnatamente nei tormentati anni del terrorismo -, disillusi e sfiduciati. Ecco, allora, prendere connotazione la spinta riformista diretta ad ottenere, al fine, il riconoscimento di sacrosanti princìpi e l’attuazione di misure concrete atte a superare la pericolosa e non più sostenibile situazione generale incredibilmente difesa da molti fino al limite della possibilità estrema. Nell’essenziale, quella spinta era, allora, finalizzata: • al cambiamento di status, non apparendo quello militare ancora compatibile con la funzione penitenziaria divenuta non più

meramente custodiale (ditelo alla Severino); • all’adeguamento delle piante organiche (non con le porcherie recenti); All’acquisizione di una forte e profonda qualificazione professionale, incentrata su una solida cultura di base, giuridica e tecnica (la Formazione è praticamente inconsistente); • al formale inserimento del personale nei procedimenti e nelle attività del trattamento penitenziario (la stronzata più grossa da quanno l’omo ha inventato er cavallo - cit. Febbre da Cavallo); • alla chiara determinazione dell’orario di lavoro e alla equa distribuzione dei carichi (utopia pura); • alla modernizzazione di una struttura amministrativa complessivamente obsoleta (tale è rimasta, cambiate solo le denominazioni, nulla nella sostanza); • alla efficace rappresentatività (rappresentati da piccoli uomini che non conoscono neanche la differenza tra le varie Uniformi); • alla reale equiparazione alle altre Forze di Polizia (altra pura utopia); • al potenziamento dell’equipaggiamento, dei mezzi e degli strumenti (infatti, sono stati così bravi che non abbiamo più accesso ai fondi speciali destinati al potenziamento delle Forze di Polizia); • alla vivibilità dell’ambiente professionale (la situazione carceri parla chiaro, non è cambiato un c..... Questi i principi, queste le attese che, invero, la legge di riforma n. 395 del 1990 ha integralmente recepito e tradotto in norme (e li sono rimaste). Entrata, pertanto, tale legge in vigore, si sarebbe dovuto provvedere alla sollecita e puntuale attuazione di essa per avviare, dopo tanto peregrinare tra difficoltà ed ostacoli, una lunga stagione di certezze, di produttività e di adeguato benessere collettivo. Ciò non è stato o, almeno, non è stato del tutto, in relazione alla aspettativa, come dimostrato dalla costanza della rivendicazione sindacale che, fin dall’inizio, non ha dato tregua, sia sotto l’aspetto propositivo sia sotto quello della pressione incalzante contro Ministri, Direttori Generali,

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Dirigenti di vario livello e mediante manifestazioni anche eclatanti, senza però ottenere risultati definitivi. Ciò, palesemente, perché la tanto inseguita panacea, per diverse ragioni, fors’anche di natura strategica, non riusciva a produrre gli effetti auspicati. Ferma, infatti, la legge, nulla o poco dell’antico modo di gestione era cambiato nonostante la buona volontà di alcune delle nuove figure professionali di vertice introdotte, di modo che la rammentata abitudine all’esercizio personalizzato del potere, gravato dalla mancanza di un programma, oltreché esasperare la stasi, per un verso non consentiva di contrastare, con attendibilità, l’urto sindacale quando infondato o strumentale e, per altro verso, non consentiva di realizzare quanto richiesto, se corretto e condivisibile. Dunque, sotto il profilo analitico, vi

sono alcuni aspetti da considerare nell’immediato e in prospettiva: a) i quadri dell’Amministrazione a livello centrale; b) la gestione centrale della Polizia Penitenziaria; c) la situazione normativa attuale in raffronto con quella antecedente alla riforma; d) la situazione oggettiva attuale; e) alcune ipotesi di sostegno; f) ipotesi di un nuovo ordinamento. I quadri dell’Amministrazione a livello centrale. Sulla materia, al centro, la prassi, raramente disattesa, si articola con chiara linearità: • la remissione al Direttore generale sia delle decisioni di interesse generale, che pure troverebbero non abusivo domicilio presso le competenze attribuite al Direttore dell’Ufficio, sia di quelle su questioni particolari comportanti qualche

Nella foto Plotone schierato di Agenti di Custodia

Polizia Penitenziaria n.205 aprile 2013


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il punto sul Corpo esposizione al rischio se autonomamente assunte da quest’ultimo; • la avocazione a sé da parte del Direttore dell’Ufficio delle decisioni sulle questioni ordinarie per una deliberazione diretta, se a conoscenza, della materia ovvero, se non a conoscenza, per una deliberazione mediata dal parere, sovente vincolante, di dipendenti dirigenti o funzionari settoriali; • l’adeguamento e la conformità dei dirigenti o dei funzionari con gli impiegati dipendenti, anche essi, non di rado, vincolanti sulla formulazione. Per effetto di tale sistema trova, quindi, concretezza un passaggio di carte impostato su formule radicate di differimento e, dunque, su lunghissimi momenti di istruttoria e di

Nella foto sfilata di Agenti di Custodia alla Festa del 2 giugno

Polizia Penitenziaria n.205 aprile 2013

aggiornamento, di assai discutibile attendibilità La descritta procedura immutata negli anni, è tollerata, senza controlli e senza interventi. Nello specifico dei quadri, l’Amministrazione non ha mai realmente formato i propri dirigenti, i propri funzionari e i propri impiegati da adibire ad una attività di governo centrale. L’Amministrazione ha invece dato luogo, nel tempo, ad assunzioni centrali poco meditate facendo occupare, d’autorità, caselle di ogni grandezza senza preoccuparsi troppo della qualità degli occupanti. Ciò anche perché i metodi di gestione apicale che si sono alternati, a seconda della qualità dei capi dell’Amministrazione succedutisi, vale dire quello della concentrazione dell’intero potere decisionale in una o due autorità appunto di vertice pressoché ininfluenti gli uffici -, e quello dell’esercizio agnostico o riluttante del potere attraverso il

rinvio alla responsabilità subordinata, non sono mai stati oggetto di discussione, essendo stati, invece, accettati o subiti da tutti. Se, allora, secondo ripetute, qualificate dichiarazioni, è avvertita l’esigenza di realizzare o di migliorare la selezione, il reclutamento, la formazione professionale e manageriale, la valutazione e la gestione, la definizione di compiti e ruoli, la comunicazione ed il cambiamento culturale dei dirigenti e del personale, diviene risultanza non trascurabile che le carenze che discendono dagli elencati penalizzati e penalizzanti processi non solo sono, in varia misura, più che attuali, ma che alcuni di tali processi, se non tutti, non sono mai stati avviati. La gestione centrale della Polizia Penitenziaria. Al centro, sulla gestione della Polizia Penitenziaria, appena approfondendo l’analisi, si viene al cospetto: • di molti cosiddetti “addetti ai lavori” che poco hanno appreso o potuto apprendere delle materie rimesse alla loro competenza, pur continuando a curarne gli aspetti con molta disinvoltura, senza rischi; • di una consolidata mancanza di coordinamento non solo tra uffici, anche superiori, ma tra le divisioni dello stesso ufficio e i reparti della stessa divisione; • di un singolare, molto personalizzato modo di interpretare, e, quindi, di applicare la legge; • di una incredibile assuefazione professionale alla sciatteria (sono ancora in uso stampati e formule tanto vetusti e tanto inattendibili che il solo proporli dovrebbe stupire); •di archivi disorganizzati e con enorme arretrato; • di un mediocre impiego del personale; • di piccoli centri di potere, ciascuno dei quali sopravvive, per condiscendenza o per tolleranza; • di tanta incertezza, sicché il ricorso ad altri è sistematico; • del settore pensionistico che è gestito con grande approssimazione; • del settore assistenziale che è vagamente inteso; • del contenzioso che è ad indirizzo

unilaterale; • dei tempi tecnici che sono lunghissimi; • della ambiguità circa l’impiego degli ufficiali in servizio (qui potrei scrivere altrettante pagine). Alcune ipotesi di sostegno Preso atto di tali problemi che incombono sulla situazione generale, non è possibile limitarsi a porre quesiti o a reiterare riflessioni in proiezione di mera organizzazione o di decentramento di competenze o di funzioni. Le cause, come tutte le cause, sono, storicamente, a monte, nel senso che non v’è stata preparazione alcuna alla realizzazione delle poche innovazioni introdotte dalla riforma del 1990, sicché, un sistema già debole, parzialmente innovato, è stato esasperato negli anni da vicende troppo complesse. Il progetto, dunque, potrebbe avere duplice indirizzo: con urgenza, nell’attuale e verso una costruzione futura, entrambi in chiave programmatica ed organizzativa stabile. Al riguardo, dovrebbero essere considerati: • la possibilità di istituire idoneo organo sovraordinato di verifica e di controllo a termine; • il ricorso sollecito ad un robusto sostegno tecnico esterno, non necessariamente a termine (accertata ormai negli anni l’inconsistenza interna); • la concreta formazione dei quadri, segnatamente quelli centrali; • l’avviamento contestuale di iniziative dirette alla organizzazione di ogni livello; • la revisione della struttura, al fine di una gestione snella, agevole e produttiva. In tale ultima ipotesi indispensabile e sollecito dovrebbe essere lo svincolo della Polizia Penitenziaria dalla attuale collocazione. L’Organismo, infatti, non può resistere a lungo mantenendo la struttura che oggi lo identifica, che è, poi, esattamente, in una mediocre continuità cristallizzata, quella anteriore alla riforma, cioè quella degli anni trenta, mutati soltanto alcuni numeri, se hanno


mondo penitenziario avuto un senso la legge n. 121 del 1981, questa con non poche riserve, e la legge n. 395 del 1990, in ordine, rispettivamente, alla identificazione comune ed all’ordinamento. Né esso può continuare ad essere amministrato da una Direzione Generale cosiddetta “unica del personale” (già Ufficio Centrale del Personale). Posto il più che ragionevole dubbio sull’intendimento del legislatore verso la conclusione adottata (l’attenta lettura della legge n. 395 del 1990, articoli 9 e 14, non può non suscitare almeno perplessità in proposito), ragioni di opportunità tecnica, di governo, di impiego, dunque di amministrazione, dovrebbero consigliare di non escludere l’apertura verso una forma di controllata autonomia dell’Organismo, innovatane, appunto, la struttura. Da ultimo, non dovrebbe essere pretermessa una riflessione organica circa la opportunità del mantenimento della attuale giurisdizione sia per completezza di indagine sia per accertare, senza dubbio alcuno, la improponibilità di qualsiasi alternativa, tenuto conto del momento politico in cui, da più parti, si sostiene la necessità del rinnovamento della Pubblica Amministrazione. Nel 2000, arriva il contentino... quadri direttivi e dirigenziali, nuovamente acefali... mancano i posti da Dirigente Generale. In tutta questa incertezza dettata dal pressappochismo per ciò che riguarda programmazione e pianificazione, regna la certezza che il fine unico della attuale Dirigenza, come per quelle passate è una limitazione dell’operatività della Polizia Penitenziaria e l’appiattimento morale e professionale dei suoi appartenenti, unito al perseguimento di interessi di casta. Una Direzione Generale alle dirette dipendenze del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, come specialità della Polizia di Stato... Non siamo nostalgici, ci portiamo la storia ed il sangue versato dai nostri colleghi nel cuore, chiediamo solo una cosa: dignità. Che ci è dovuta, ancorché pretesa. H

Le misure alternative alla detenzione

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l differimento obbligatorio e/o facoltativo della pena è istituto che viene tradizionalmente annoverato tra le misure alternative alla detenzione, sebbene non comporti modalità diverse ed alternative a quest’ultima, limitandosi a “congelare” il momento esecutivo qualora ricorrano determinati presupposti, al cessare dei quali la potestà punitiva dello Stato ritorna a trovare piena attuazione nella forma più incisiva, vale a dire la detenzione. Nelle ipotesi di cui all’articolo 146 cod. pen., avuto riguardo alla gravità delle situazioni, il rinvio è obbligatorio, nel senso che il giudice, accertato il presupposto per il rinvio, deve disporlo. Diversamente, nelle ipotesi di cui all’articolo 147 cod. pen., il giudice, verificata la sussistenza del presupposto, valuta discrezionalmente se la prosecuzione dell’esecuzione comporti un trattamento contrario al senso di umanità e se pregiudichi la finalità rieducativa della pena. La competenza è del Tribunale di sorveglianza, ma il magistrato di sorveglianza può adottare provvedimenti provvisori sia di differimento dell’esecuzione sia di liberazione del detenuto (art. 684 cod. proc. pen.). Trattasi di istituto giuridico che è salito alla ribalta delle cronache mediatiche a seguito delle decisioni del Tribunale di sorveglianza di Padova ed oggi anche di quello di Milano, che hanno ritenuto di sospendere il procedimento in corso, disponendo la trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale in relazione proprio all’articolo 147 cod. pen., quale norma di chiusura capace di incidere sulla esecuzione della pena, sospendendola. In particolare, il legale di un detenuto, ristretto dapprima presso la Casa Circondariale di Padova ed oggi presso la Casa di Reclusione di Padova, ha chiesto di poter ottenere la sospensione della pena in attesa che il sovraffollato Istituto penale del

Due Palazzi ritorni a rispondere ai principi costituzionali che vietano che la pena possa consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, come più volte affermato dalla Corte di Strasburgo che, per l’effetto, ha condannato ed intimato all’Italia di porre in essere, entro un anno, tutte quelle misure necessarie a mitigare se non quando ad eliminare gli effetti negativi del sovraffollamento. Invero, il Tribunale di sorveglianza di Venezia ha ritenuto di accogliere l’istanza del suddetto legale, tanto da rivolgersi alla Corte Costituzionale affinché si pronunci sull’ammissibilità o meno del differimento facoltativo della pena anche in caso di sovraffollamento della struttura penitenziaria e, in definitiva, della camera detentiva, dal momento che in assenza dello spazio vitale per detenuto, orientativamente fissato dalla Corte Europea per i diritti umani in tre metri quadrati, la pena assume contorni degradanti e mortificanti, vanificando la finalità rieducativa della pena. Dunque, la Corte Costituzionale è chiamata a decidere se emanare una sentenza c.d. additiva, censurando l’articolo 147 cod. pen. nella parte in cui non prevede che la pena possa essere sospesa anche in caso in cui l’Istituto penitenziario in cui è ristretto il detenuto istante non possa assicurare un trattamento umano, emanare, per contro, una sentenza interpretativa di rigetto o dichiarare il ricorso inammissibile nelle diverse declinazioni di procedura. In attesa, comunque, del vaglio della Corte Costituzionale non possiamo che auspicare che la questione carceraria venga posta al centro dell’agenda del prossimo Esecutivo, come più volte sollecitato dal Presidente della Repubblica, nonché registrare come il fronte giudiziario, che chiede strumenti concreti per intervenire a tutela dei singoli detenuti ristretti in carceri sovraffollate, si stia progressivamente rafforzando. H

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Luca Pasqualoni Segretario Nazionale Anfu pasqualoni@sappe.it

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In alto, accanto al titolo il palco vuoto

Sopra la copertina e il sommario del numero di dicembre 1997

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come scrivevamo enti anni di pubblicazioni hanno conferito al mensile Polizia Penitenziaria - Società Giustizia & Sicurezza la dignità di qualificata fonte storica, oltre quella di autorevole voce di opinione. La consapevolezza di aver acquisito questo ruolo ci ha convinto dell’opportunità di introdurre una rubrica - Cosa Scrivevamo - che contenga una copia anastatica di un articolo di particolare interesse storico pubblicato tanti anni addietro. A corredo dell’articolo abbiamo ritenuto di riprodurre la copertina, l’indice e la vignetta del numero originale della Rivista nel quale fu pubblicato.

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La Festa ...senza il festeggiato di Hari Seldon

A

ncora una volta, a Roma, l'annuale del Corpo è stata l'occasione per i burocrati dell'Amministrazione Penitenziaria di illuminarsi alle luci della ribalta. Nella splendita cornice (sic) della Scuola di Via di Brava gli alti (e bassi) dirigenti del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria hanno avuto ancora una volta l'occasione di incontrare le più alte cariche dello Stato e tutti i personaggi che frequentano i "salotti buoni" dell'Higth Society italiana. Come dire “Se i dirigenti (nostri), non vanno al salotto, il salotto viene dai dirigenti”. E la Polizia Penitenziaria? Al solito cantuccio!! In sala la solita esigua rappresentanza di personale in “Alta Uniforme” (nel senso che stava appesa nella parte superiore degli armadi quattro stagioni), impettita ed imbalsamata nelle file di retrovia (sicuramente per ovvie ragioni di cattiva visibilità) che per l'occasione ostenta una sciabola scintillante, presa a nolo dal buon cuore dei provveditori (non tutti sanno, infatti, che la sciabola é un'arma di “reparto”). Eclatanti prima , dopo e durante la cerimonia i salamelecchi e gli scappellamenti, ultra petita rispetto a qualsiasi cerimoniale, che hanno dato palesemente il segno di una atavica sudditanza dell'Amministrazione Penitenziaria rispetto a tutte le altre amministrazioni “che contano”. Ma daltronde, in più di una occasione, qualche grand commis del D.A.P. ha rimarcato il concetto che l'Amministrazione Penitenziaria è una amministrazione "servente", nel senso che il suo obiettivo primario è quello di servire lo Stato. A parte il fatto che Monsieur de La Palisse si sarà rivoltato nella tomba, mi chiedo se i nostri cari ciambellani dell'ovvio ritengano che anche le altre amministrazioni

siano “serventi” oppure considerano, che se, Polizia di Stato o Arma dei Carabinieri in possesso della facoltà dell'autodeterminazione. Probabilmente il dirigente in parola è incorso in una sorta di lapsus freudiano confondendo la parola "Stato" con quella di "Direttore di Ufficio" o meglio operando una sorta di transfert metafisica dello "Stato" su se stesso. Tornando alla “festa” vorremmo dare un consiglio al Direttore Generale Margara circa la data di individuazione per l'annuale 1998. Considerando che a nessuno importa nulla che la festività anagrafica dovrebbe ricadere il 12 settembre, San Basilide Patrono del Corpo, sarebbe, forse, più indicato posticipare ancora un po' la cerimonia fino all’8 dicembre, festa della Madonna Immacolata, visto che oramai c'è rimasta sola lei a cui votarci per risolvere i nostri problemi. In conclusione, ancora una volta, l'impressione che abbiamo avuto noi poveri "soldati semplici" è stata quella di rivedere la replica dello stesso film dove nel palazzo d'inverno una nobiltà spensierata balla mentre tutto intorno la città brucia. IL CORPO DI POLIZIA PENITENZIARIA Il Corpo di Polizia Penitenziaria, istituito con legge 15 dicembre 1990, n. 395, é un Corpo di polizia dello Stato a ordinamento civile, posto alle dipendenze del ministero di Grazia e Giustizia Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. Assicura l'esecuzione dei provvedimenti restrittivi della libertà personale, garantisce l'ordine all'interno degli istituti di pena, ne tutela la sicurezza, partecipa alle


attività di osservazione e trattamento rieducativo dei detenuti e degli internati, espleta il servizio di traduzioni e piantonamento dei detenuti e degli internati. Ferme restando le proprie attribuzioni, fa parte delle Forze di Polizia. L'organizzazione La complessa gestione del Corpo, a livello nazionale, è curata dall'Ufficio Centrale del Personale, al cui vertice è posto un dirigente generale del ruolo amministrativo dell'Amministrazione Penitenziaria. Vi opera personale del Corpo, personale appartenente ai ruoli amministrativi e tecnici, ufficiali del disciolto Corpo degli Agenti di Custodia. I Provveditorati regionali, diretti da un dirigente superiore del ruolo amministrativo, costituiscono l'organo di gestione intermedio dell'Amministrazione Penitenziaria ed esercitano le loro attribuzioni, anche con riguardo al personale del Corpo, nell'ambito della rispettiva circoscrizione, secondo i programmi, gli indirizzi e le direttive del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. Il personale del Corpo dei vari ruoli e qualifiche, opera in tutti gli istituti penitenziari per l'espletamento dei propri compiti istituzionali. A capo del personale del Corpo in

servizio negli istituti e servizi penitenziari e nelle scuole di formazione è destinato un appartenente al ruolo degli ispettori, giuridicamengiuridicamente e funzionalmente dipendente dal direttore dell'istituto, del servizio o della scuola, con il quale collabora. L'attività di formazione è svolta attraverso l'organizzazione di corsi nelle scuole di Cairo Montenotte (SV), Monastir (CA), Parma, Portici (NA), Sulmona (AQ), Roma, Verbania. Uno dei più significativi obiettivi é il potenziamento delle risorse umane operanti nelle strutture penitenziarie perseguito con il consolidamento motivazionale ed il perfezionamento professionale. L'attività formativa si muove su tre direttrici: una prima orientata alle esigenze operative; una seconda di dibattito e di verifica; una terza, infine, attenta alla collaborazione sia con le componenti interne del sistema penitenziario che con le sedi scientifiche ed operative degli Enti Locali e delle Università, con le quali esistono intese in diverse regioni. La formazione costituisce la leva strategica per produrre la crescita professionale degli operatori della Polizia Penitenziaria. Il Servizio Navale Costituito di 23 unità navali e di 169 unità di personale appositamente qualificato è impiegato nel pattugliamento delle acque adiacenti le isole sedi di istituti penitenziari, per

come scrivevamo

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il trasporto del personale e per il soccorso in mare, nonchè per gli interventi sanitari di emergenza.

Nelle foto in alto, a destra il Capo del DAP Margara e il Ministro Flick

Il Servizio Automobilistico Il Corpo, dispone complessivamente, per i propri compiti istituzionali, di 1.711 automezzi. H

sopra la vignetta del numero di dicembre 1997

Medaglia d’Oro alla Memoria all’Agente Giuseppe Montalto l Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro ha consegnato una medaglia d'oro al valore civile alla memoria dell'Agente scelto Giuseppe Montalto, ucciso il 23 dicembre 1995 a Trapani, con la seguente motivazione: “Preposto al servizio di sorveglianza di esponenti al clan mafioso denominato "Cosa Nostra" nonchè di criminali sottoposti al regime carcerario 41 bis assolveva a proprio compito con fermezza, abnegazione e alto senso del douere. Proditoriamente fatto segno a colpi di arma da fuoco in un vile attentato tesogli con efferata ferocia da appartenenti all'organizzazione criminosa, sacrificava la vita a difesa dello Stato e delle istituzioni”.

Nella foto sinistra il fratello di Giuseppe Montalto ritira la Medaglio d’Oro alla Memoria

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il mondo dell’appuntato Caputo rumori ...molesti di Mario Caputi e Giovanni Battista de Blasis © 1992-2013

DIRETTORE, DIRETTORE.... STANOTTE E’ FUGGITO IL DETENUTO DELLA CELLA 27, QUELLA VICINA AL SUO UFFICIO.

AH, MENO MALE... MI ERO PROPRIO STANCATO DI SENTIRE QUEL RUMORE DELLA LIMA TUTTE LE NOTTI.

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